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10 AGOSTO: IL MARTIRIO DI SAN LORENZO NEL RACCONTO DI AMBROGIO

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10 AGOSTO: IL MARTIRIO DI SAN LORENZO NEL RACCONTO DI AMBROGIO

San Lorenzo appare specialmente caro a sant’Ambrogio: come gli apostoli Pietro e Paolo, l’arcidiacono di Papa Sisto ii, martire nella persecuzione di Valeriano nel 258, gli richiamava la sua Chiesa d’origine, con la sua fede: la « fede romana » (romana fides). Ma il santo era anche particolarmente venerato nella sua famiglia. Ambrogio ricorda che a lui si era raccomandato il fratello Satiro prima di mettersi in viaggio per la Sicilia e l’Africa: « Con le tue preghiere al santo martire Lorenzo avevi ottenuto di metterti in viaggio ».
Il suo richiamo, con le circostanze della sua passio, torna soprattutto nel De officiis, come a volerlo porre a modello del suo clero, specialmente per l’amore ai poveri, ai quali vanno destinati e distribuiti l’oro e il patrimonio della Chiesa. Parlando della fortezza dei martiri scrive: « Non trascuriamo san Lorenzo, che, vedendo il suo vescovo Sisto condotto al martirio, cominciò a piangere non perché quello era condotto a morire, ma perché egli doveva sopravvivergli. Cominciò dunque a dirgli a gran voce: « Dove vai, padre, senza tuo figlio? Dove ti affretti, o santo vescovo, senza il tuo diacono ». (…) Allora Sisto gli rispose: « Non ti lascio, non ti abbandono, o figlio; ma ti sono riservate prove più difficili. A noi, perché vecchi, è stato assegnato il percorso di una gara più facile; a te, perché giovane, è destinato un più glorioso trionfo sul tiranno. Presto verrai, cessa di piangere: fra tre giorni mi seguirai. (…) Perché mi chiedi di condividere il mio martirio? Te ne lascio l’intera eredità »".
E continuava, ricordando i particolari della morte, con la battuta di spirito arguta e raccapricciante del martire, che arrostiva sui tizzoni ardenti: « Nessun desiderio spingeva san Lorenzo, se non quello d’immolarsi per il Signore. E anch’egli, tre giorni dopo, mentre, beffato il tiranno, veniva bruciato su una graticola: « Questa parte è cotta, disse, volta e mangia ». Così, con la sua forza d’animo, vinceva l’ardore del fuoco ».
E anche la beffa di Lorenzo al persecutore è menzionata nel De officiis: « A chi gli chiedeva i tesori della Chiesa il santo martire Lorenzo promise di mostrarli. Il giorno seguente condusse i poveri. Interrogato dove fossero i tesori promessi, indicò i poveri dicendo: « Questi sono i tesori della Chiesa ». (…) Tali tesori mostrò Lorenzo e vinse, perché nemmeno il persecutore poté sottrarglieli ».
Anche per questo inno Ambrogio raccoglie i dati sparsi nella sua prosa e li compone a formare un insieme poetico stupendo, dove il racconto si fonde con l’ispirazione e l’emozione con la scenografia, e da cui spicca la figura vigorosa e affascinante dell’intrepido e ironico diacono che la Chiesa di Roma venera con ammirazione e tenerezza, e al quale si sente legatissima, come al suo speciale patrono, con gli apostoli romani Pietro e Paolo.
L’autenticità dell’inno, più volte citato da Agostino, appare indubbia: « Lo stile grafico di Ambrogio, – osserva il Biraghi – la somiglianza di frasi, certi vocaboli tutti suoi, varie voci da legale, i passi paralleli ad altri delle Opere, tutto ci rivela a chiare note l’origine Ambrosiana ».
L’inizio dell’inno è una prima grande esaltazione del diacono di Sisto, quasi equiparato a Pietro e Paolo, e insignito della gloria eterna del martirio dalla fede feconda della Chiesa che risiede in Roma: « Lorenzo, l’arcidiacono, / pari quasi agli apostoli (apostolorum supparem), / la fede romana (fides romana) ha immortalato / con la corona propria dei martiri ».
E questa corona gli è preannunciata assai vicina da Papa Sisto, che – come scrive Ambrogio – lo aveva fatto suo amministratore e « partecipe della celebrazione dei sacri misteri », e che ora lo precede sulla via del sacrificio: « Mentre seguiva il martire Sisto, / un responso profetico ne ottenne: / « Cessa, figlio, d’affliggerti: / mi seguirai fra tre giorni »".
Lorenzo riceve, così, in eredità il sangue stesso versato da Papa Sisto, e quindi una garanzia sicura – siglata dalla promessa e suggellata dal sangue – del proprio destino, anticipato e rimirato, con animo intrepido e compassionevole, nel martirio del proprio vescovo: « Non atterrì il supplizio / il designato erede di quel sangue, / che con occhio pietoso anzi contempla / la sorte che sarà sua ». Nel sacrificio del suo Pontefice l’arcidiacono inizia la propria immolazione: « Già in quel martirio il martire trionfa, / successore legittimo: / tiene un impegno siglato / dalla voce e dal sangue ».
Commenta il Biraghi: « Non atterrito dalla profezia di morte, ma lieto di dover essere erede del di lui sangue, stette osservando con fermo e divoto sguardo quel supplizio che doveva tra poco subire egli pure. Anzi col cuore già egli pure fe’ il sacrificio insieme con Sisto, e con lui già trionfò, egli erede, egli successore a pari condizioni, egli che già ne aveva il codicillo (syngrapham) fatto di voce e col sangue di Sisto ».
In questi versi limpidi e icastici viene mirabilmente delineata, in tutta la sua suggestione e la sua forza, la figura commovente e vigorosa di san Lorenzo, che continuerà a suscitare ammirazione e tenerezza in tutte Chiese, dove il suo culto sarà assai diffuso e vivo. E ne è un segno la Chiesa di Milano, per la quale stende l’inno Ambrogio, che del martire romano vi ha portato o certamente incrementato la memoria. « Milano fin dal principio del secolo v ebbe una chiesa in onore di san Lorenzo, che fu una delle più celebri » (Biraghi).
Viene poi volto in poesia l’episodio dei « tesori della Chiesa » (thesauri Ecclesiae), come li denomina sant’Ambrogio, e il particolare dell’inganno tramato da Lorenzo, che li presenta argutamente al persecutore. Il tutto sarà raccolto largamente nella tradizione della Chiesa, dove contribuirà a illustrare ciò che in essa si trova di più pregevole e di più caro – i poveri – e insieme a raffigurare nell’ »erede del martirio » di Papa Sisto l’icona della diaconia a servizio dei poveri: « Dopo tre giorni gli impongono / di consegnare i tesori ecclesiali (census sacratos); / docilmente promette, non rifiuta, / aggiungendo una beffa alla vittoria ».
L’ispirazione del poeta indugia a descrivere e a destare meraviglia per l’incantevole visione di questi tesori della Chiesa, dei quali al suo clero aveva detto: « Quali tesori più preziosi ha Cristo di quelli nei quali ha detto di trovarsi? »; « Sono veramente tesori quelli in cui c’è Cristo, in cui c’è la fede di Cristo ». Recitano i versi: « Che spettacolo splendido! (spectaculum pulcherrimum!) / Raduna le schiere dei poveri / ed esclama, quei miseri additando: / « Eccovi le ricchezze della Chiesa! » // Certo, vere e perenni ricchezze / son dei fedeli i poveri ».
Sennonché, all’irrisione canzonatoria e smaliziata di Lorenzo, segue la rivalsa del tiranno: « Ma la derisa avidità si rode/ e la vendetta con le fiamme appresta ». Ambrogio aveva scritto: « Per la singolare accortezza della sua preveggenza, Lorenzo ottenne la ricca corona del martirio ».
E, finalmente, il compimento del desiderio di Lorenzo, come lo chiama ancora il vescovo di Milano, di « immolarsi per il Signore ». Ossia quella consumazione del martirio sulla graticola, che tanto profondamente è rimasta impressa nell’animo e nella rappresentazione agiografica della Chiesa, anche per la richiesta impressionante e canzonatoria rivolta al tiranno, scottato dal fuoco da lui stesso acceso, di essere rigirato in vista di una cottura accurata e pronta per una idonea consumazione: « Però si ustiona da sé il carnefice / e fugge dalla sua vampa. / « Giratemi », invita il martire, / « e, se è a punto, mangiate »".
Mettendo in versi per la preghiera e il canto dei suoi fedeli milanesi, quest’altro « miracolo della fortezza cristiana » (Biraghi), nato dalla « fede romana », come la martire Agnese, Ambrogio ha soddisfatto la sua devozione personale verso san Lorenzo; ha esaltato, una volta ancora, la fecondità e la pietà della sua Chiesa d’origine, con la quale coltivò sempre un intimo legame e un affettuoso ricordo; e ha suscitato e rinvigorito nella Chiesa, che Dio gli aveva affidato tanto inaspettatamente, una più accesa devozione per l’eroico e vittorioso arcidiacono di Sisto.

(©L’Osservatore Romano – 10 agosto 2008)

21 dicembre 2011, Ufficio delle letture: Dal «Commento su san Luca» di sant’Ambrogio,

21 DICEMBRE 2011 – FERIA D’AVVENTO

UFFICIO DELLE LETURE

Seconda Lettura

Dal «Commento su san Luca» di sant’Ambrogio, vescovo

(2, 19. 22-23. 26-27; CCL 14, 39-42)

La visitazione di Maria
L’angelo, che annunziava il mistero, volle garantirne la veridicità con una prova e annunziò alla vergine Maria la maternità di una donna vecchia e sterile, per dimostrare così che a Dio è possibile tutto ciò che vuole. Appena Maria ebbe udito ciò, si avviò in fretta verso la montagna, non perché fosse incredula della profezia o incerta dell’annunzio o dubitasse della prova, ma perché era lieta della promessa e desiderosa di compiere devotamente un servizio, con lo slancio che le veniva dall’intima gioia. Dove ormai, ricolma di Dio, poteva affrettarsi ad andare se non verso l’alto? La grazia dello Spirito Santo non comporta lentezze.
Subito si fanno sentire i benefici della venuta di Maria e della presenza del Signore. Infatti «appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, esultò il bambino nel seno di lei, ed ella fu ricolma di Spirito Santo» (cfr. Lc 1, 41). Si deve fare attenzione alla scelta delle singole parole e al loro significato. Elisabetta udì per prima la voce, ma Giovanni percepì per primo la grazia; essa udì secondo l’ordine della natura, egli esultò in virtù del mistero; essa sentì l’arrivo di Maria, egli del Signore; la donna l’arrivo della donna, il bambino l’arrivo del bambino. Esse parlano delle grazie ricevute, essi nel seno delle loro madri realizzano la grazia e il mistero della misericordia a profitto delle madri stesse: e queste per un duplice miracolo profetizzano sotto l’ispirazione dei figli che portano.
Del figlio si dice che esultò, della madre che fu ricolma di Spirito Santo. Non fu prima la madre a essere ricolma dello Spirito, ma fu il figlio, ripieno di Spirito Santo, a ricolmare anche la madre.
Esultò Giovanni, esultò anche lo spirito di Maria. Ma mentre di Elisabetta si dice che fu ricolma di Spirito santo allorché Giovanni esultò, di Maria, che già era ricolma di Spirito santo, si dice che allora il suo spirito esultò. Colui che è incomprensibile, operava in modo incomprensibile nella madre. L’una, Elisabetta, fu ripiena di Spirito Santo dopo la concezione, Maria invece prima della concezione.
«Beata — disse — tu che hai creduto» (cfr. Lc 1, 45). Ma beati anche voi che avete udito e creduto: ogni anima che crede concepisce e genera il Verbo di Dio e riconosce le sue opere.
Sia in ciascuno l’anima di Maria per magnificare il Signore; sia in ciascuno lo spirito di Maria per esultare in Dio. Se c’è una sola madre di Cristo secondo la carne, secondo la fede, invece, Cristo è il frutto di tutti, poiché ogni anima riceve il Verbo di Dio, purché, immacolata e immune da vizi, custodisca la castità con intemerato pudore. Ogni anima, che potrà mantenersi così, magnifica il Signore come magnificò il Signore l’anima di Maria, e il suo spirito esultò in Dio salvatore.
Come avete potuto leggere anche altrove: «Magnificate il Signore con me» (cfr. Sal 33, 4), il Signore è magnificato non perché la parola umana possa aggiungere qualcosa alla grandezza del Signore, ma perché egli viene magnificato in noi. Cristo è l’immagine di Dio: perciò l’anima che compie opere giuste e pie magnifica l’immagine di Dio a somiglianza della quale è stata creata, e mentre la magnifica, partecipa in certo modo alla sua grandezza e si eleva.

Dal « Commento sui salmi » di Sant’Ambrogio, vescovo : Canterò con lo spirito, ma canterò anche con l’intelligenza

http://www.prayerpreghiera.it/padri/padri.htm

Dal « Commento sui salmi » di Sant’Ambrogio, vescovo

(Sal 1,9-12; CSEL 64,7.9-10)

Canterò con lo spirito, ma canterò anche con l’intelligenza

Che cosa di più dolce di un salmo? Per questo lo stesso Davide dice splendidamente: « Lodate il Signore: è bello cantare al nostro Dio, dolce è lodarlo come a lui conviene » (Sal 146,1). Davvero! Il salmo infatti è benedizione per i fedeli, lode a Dio, inno del popolo, plauso di tutti, parola universale, voce della Chiesa, professione e canto di fede, espressione di autentica devozione, gioia di libertà, grido di giubilo, suono di letizia. Mitiga l’ira, libera dalle sollecitudini, solleva dalla mestizia. È protezione nella notte, istruzione nel giorno, scudo nel timore, festa nella santità, immagine di tranquillità, pegno di pace e di concordia che, a modo di cetra, da voci molteplici e differenti ricava un’unica melodia. Il salmo canta il sorgere del giorno, il salmo ne fa risonare il tramonto.
Nel salmo il gusto gareggia con l’istruzione. Nello stesso tempo si canta per diletto e si apprende per ammaestramento. Che cos’è che non trovi quando tu leggi i salmi? In essi leggo: « Cantod’amore » (Sal 44,1) e mi sento infiammare dal desiderio di un santo amore. In essi passo in rassegna le grazie della rivelazione, le testimonianze della risurrezione, i doni della promessa. In essi imparo ad evitare il peccato, e a non vergognarmi della penitenza per i peccati.
Che cos’è dunque il salmo se non lo strumento musicale delle virtù, suonando il quale con il plettro dello Spirito Santo, il venerando profeta fa echeggiare in terra la dolcezza del suono celeste? Modulava gli accordi di voci diverse sulle corde della lira e dell’arpa, che sono resti di animali morti, e così innalzava verso il cielo il canto della divina lode. In tal modo ci insegnava che prima si deve morire al peccato e solamente dopo si può stabilire in questo corpo la varietà delle diverse opere di virtù con le quali rendere al Signore l’omaggio della nostra devozione.
Davide ci ha dunque insegnato che bisogna cantare, che bisogna salmeggiare nell’intimo del cuore come cantava anche Paolo dicendo: « Pregherò con lo spirito, ma pregherò anche con l’intelligenza; canterò con lo spirito, ma canterò anche con l’intelligenza » (1Cor 14,15). Davide ci ha detto che bisogna formare la nostra vita e i nostri atti alla contemplazione delle cose superne, perché il piacere della dolcezza non ecciti le passioni del corpo, dalle quali la nostra anima è oppressa e non liberata.
Il santo profeta ci ha ricordato che egli salmeggiava per liberare la sua anima e per questo disse: « Ti canterò sulla cetra, o santo d’Israele. Cantando le tue lodi esulteranno le mie labbra e la mia vita, che tu hai riscattato

SANT’AMBROGIO/ Il Pastore di Milano nel racconto di Sant’Agostino

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SANT’AMBROGIO/ Il Pastore di Milano nel racconto di Sant’Agostino

Laura Cioni martedì 7 dicembre 2010

L’ammirazione che Agostino nutriva per il vescovo Ambrogio è ben documentata nelle Confessioni. I due si incontrano nel 384 a Milano, centro militare, culturale e politico assai vivo. Ambrogio, nato a Treviri intorno al 340, figlio di un funzionario imperiale, era giunto all’episcopato dalla carriera civile quando, da prefetto della città, nel 374 era stato acclamato dal popolo come pastore. Uomo di governo accorto e fermo, oppositore del paganesimo e dell’arianesimo, consigliere e antagonista di imperatori, la sua eloquenza era rinomata. In questa veste egli attrae l’attenzione di Agostino, che racconta: “Frequentavo assiduamente le sue istruzioni pubbliche, non però mosso dalla giusta intenzione: volevo piuttosto sincerarmi se la sua eloquenza meritava la fama di cui godeva, ovvero ne era superiore o inferiore. Stavo attento, sospeso alle sue parole, ma non m’interessavo al contenuto, anzi lo disdegnavo. La soavità della sua parola m’incantava”.
Poco oltre Agostino ricorda come non gli fosse possibile avvicinare Ambrogio e sottoporgli la sua faticosa ricerca della verità a causa degli incessanti impegni del vescovo e come fosse sorpreso per la sua abitudine, singolare nell’antichità, alla lettura mentale: “Non mi era possibile interrogarlo su ciò che volevo e come volevo. Caterve di gente indaffarata, che soccorreva nell’angustia, si frapponevano fra me e le sue orecchie, tra me e la sua bocca. I pochi istanti in cui non era occupato con costoro, li impiegava a ristorare il corpo con l’alimento indispensabile, o l’anima con la lettura. Nel leggere, i suoi occhi correvano sulle pagine e la mente ne penetrava il concetto, mentre la voce e la lingua riposavano. Sovente, entrando, poiché a nessuno era vietato l’ingresso e non si usava preannunziargli l’arrivo di chicchessia, lo vedemmo leggere tacito, e mai diversamente”.
Proprio per dedicarsi con più libertà al suo compito, Ambrogio affida al fratello Satiro l’amministrazione dei beni della diocesi e alla sorella Marcellina l’educazione delle fanciulle. Nei pressi delle porte di accesso alla città fa costruire quattro basiliche, quasi a formare un quadrato protettivo e ad accogliere i pellegrini: San Nazaro presso porta Romana, San Simpliciano dalla parte opposta, l’attuale Sant’Ambrogio e la perduta San Dionigi. Pastore della città in cui risiede la corte imperiale, Ambrogio influisce anche sulla vita politica in tempi in cui potere politico e religioso sono strettamente legati. L’episodio più significativo avviene nel 390, quando il vescovo minaccia di scomunica l’imperatore Teodosio, che aveva ordinato di massacrare migliaia di persone tra la popolazione di Tessalonica, rea di aver linciato il capo del presidio romano della città. Solo dopo aver fatto pubblica penitenza, Teodosio viene riammesso ai sacramenti.
Nutrito ogni giorno dalla lettura orante della parola di Dio, Ambrogio ne è anche facondo interprete in numerose opere esegetiche, dogmatiche e morali. Celebri sono i suoi inni liturgici, della cui origine riferisce ancora Agostino: nel 386 l’imperatrice Giustina aveva ordinato la cessione di una chiesa agli ariani; al rifiuto opposto dal vescovo, le truppe imperiali assediano l’edificio: “Vigilava la folla dei fedeli ogni notte in chiesa, pronta a morire con il suo vescovo. Noi stessi, sebbene freddi ancora del calore del tuo spirito, ci sentivamo tuttavia eccitati dall’ansia attonita della città. Fu allora che si cominciò a cantare inni e salmi secondo l’uso delle religioni orientali, per evitare che il popolo deperisse nella noia e nella mestizia”. Lo stile delle sue opere rivela l’assimilazione dell’andamento poetico delle Scritture e la conoscenza della retorica antica, come in questo brano, tratto da La verginità:

“Cristo è tutto per noi.
Se vuoi curare una ferita, Egli è il medico;
se sei riarso dalla febbre, Egli è la fonte;
se sei oppresso dall’iniquità, Egli è la giustizia;
se hai bisogno di aiuto, Egli è la forza;
se temi la morte, Egli è la vita;
se desideri il cielo, Egli è la via,
se sei nelle tenebre, Egli è la luce”.

Ambrogio muore nella notte tra il 3 e il 4 aprile del 397, all’alba del Sabato santo. Nel silenzio delle parole, le sue braccia spalancate in croce esprimono la partecipazione del vescovo morente alla passione del Signore e definiscono il centro di tutta la sua opera.

7 dicembre: Sant’Ambrogio, vescovo di Milano (340-397), memoria, festa a Milano: Cristo per noi è tutto

http://www.donbosco-torino.it/ita/Kairos/Santo_del_mese/11-Dicembre/Sant_Ambrogio_di_Milano.html

7 dicembre: Sant’Ambrogio, vescovo di Milano (340-397), memoria, festa a Milano

CRISTO PER NOI E’ TUTTO

Milano 374. In una delle chiese della città, gremita fino all’inverosimile, presbiteri e laici, vecchi e giovani, cattolici e ariani stavano discutendo animatamente sul nome del successore del vescovo Assenzio (ariano) morto di recente. Era un po’ di tempo ormai che le due fazioni si affrontavano animatamente anche per le strade, con qualche pericolo per l’ordine pubblico. Non si poteva far finta di niente.
E infatti Ambrogio, il governatore (della Lombardia, Liguria ed Emilia, con sede appunto a Milano) si recò in quella chiesa per calmare gli animi e per incoraggiare il popolo a fare la scelta del nuovo vescovo in un clima di dialogo, di pace e di rispetto reciproco. Il popolo accolse le sue esortazioni, anche perché era un governatore imparziale, stimato e ben voluto dalla popolazione essendosi dedicato sempre al bene di tutti. La sua missione di funzionario pubblico sembrava compiuta e con successo, quando accadde l’imprevisto che gli cambierà completamente la vita.
Qualcuno dalla folla, sembra un bambino, gridò forte: “Ambrogio vescovo” e l’intera assemblea, cattolici e ariani, vecchi e giovani, presbiteri e laici, quasi folgorati da quel grido (era un’ispirazione dall’alto?) ripeterono a loro volta “Ambrogio vescovo”. Non si diceva già allora “Vox populi, vox Dei”?.
A furor di popolo, ecco trovata la soluzione allo spinoso problema. Tutti d’accordo sul nuovo vescovo: il loro governatore, anche se era un semplice catecumeno e per giunta senza ambizioni ecclesiastiche. E l’interessato? Per la verità non era proprio entusiasta. Proprio lui ancora semplice catecumeno e per di più a completo digiuno di teologia (quindi senza un’adeguata preparazione ad essere vescovo)? Sembrava tutto assurdo.
Si appellò a Valentiniano protestando la propria inadeguatezza all’incarico “datogli” dal popolo. Non trovò una sponda favorevole nell’imperatore: anzi questi gli disse che si sentiva lui stesso lusingato per aver scelto un governatore “politico” (Ambrogio) che era stato ritenuto degno persino di svolgere l’ufficio episcopale (anche perché allora il vescovo di Milano aveva una specie di giurisdizione su quasi tutto il Nord Italia, quindi era un incarico molto prestigioso).
Ed Ambrogio accettò. Fu così che nel giro di una settimana venne battezzato e poi consacrato vescovo, il 7 dicembre del 374. Cominciava così per lui una seconda vita.
Un vescovo tutto per Dio e tutto per il popolo
Ambrogio era nato a Treviri, in Germania, da una nobile famiglia romana della Gens Aurelia. Suo padre era governatore delle Gallie, quindi un importante funzionario imperiale. Quando questi improvvisamente morì, Ambrogio con la sorella Marcellina (Santa) e la madre ritornarono a Roma. Qui continuò gli studi, imparò il greco e divenne un buon poeta e un oratore. Proseguì poi gli studi per la carriera legale ottenendo molti successi in questo campo come avvocato, finché l’imperatore Valentiniano lo nominò nel 370 governatore, con residenza a Milano. Una carriera impressionante.
Ambrogio fece il governatore solo quattro anni, ma la sua opera fu molto incisiva.
Era un uomo al di sopra delle parti e dei partiti, aveva costantemente l’occhio rivolto al bene di tutta la popolazione, non escludendo nessuno specialmente i poveri. Questo atteggiamento gli guadagnò non solo la stima ma addirittura l’affetto sincero di tutta la popolazione, senza distinzione. Possiamo dire che fece così bene il governatore che il Popolo di Dio (con l’imperatore e il Vescovo di Roma Papa Damaso) lo ritennero degno di fare il vescovo. E la “promozione” non era da poco.
Fatto vescovo, decise di rompere ogni legame con la vita precedente: donò infatti le sue ricchezze ai poveri, le sue terre e altre proprietà alla Chiesa, tenendo per sé solo una piccola parte per provvedere alla sorella Marcellina, che anni prima si era consacrata Vergine nella Basilica di San Pietro durante una solenne liturgia di Natale, presente il Papa Liberio. Ambrogio ebbe sempre una grande stima per la madre, per la sorella e per la decisione presa da lei.
Consapevole della sua impreparazione culturale in campo teologico, si diede allo studio della Scrittura e alle opere dei Padri della Chiesa, in particolare Origene, Atanasio e Basilio. La sua vita era frugale e semplice, le sue giornate dense di incontri con la gente, di studio e di preghiera. Ambrogio studiava e poi faceva sostanza della sua preghiera ciò che aveva studiato, quindi, dopo aver pregato, scriveva e quindi predicava. Questo era il suo modo di porgere la Parola di Dio al popolo. Lo stesso Agostino d’Ippona ne rimase affascinato tanto da sceglierlo come maestro nella fede, proprio perché con il suo modo di fare e di predicare aveva contribuito alla sua conversione (insieme alla madre Monica, e naturalmente allo Spirito Santo).
Ogni giorno diceva la Messa per i suoi fedeli dedicandosi poi al loro servizio per ascoltarli, per consigliarli e per difenderli contro i soprusi dei ricchi. Tutti potevano parlargli in qualsiasi momento. Ed è anche per questo che il popolo non solo lo ammirava ma lo amava sinceramente.
È rimasto famoso il suo comportamento quando alcuni soldati nordici avevano sequestrato, in una delle loro razzie, uomini donne e bambini. Ambrogio non esitò a fondere i vasi sacri della chiesa per pagare il loro riscatto. E a coloro (gli ariani) che ebbero il coraggio di criticarlo per l’operato rispose:
“Se la Chiesa ha dell’oro non è per custodirlo, ma per donarlo a chi ne ha bisogno… Meglio conservare i calici vivi delle anime che quelli di metallo”.
“Dove c’è Pietro, c’è la Chiesa”
La Chiesa del tempo di Ambrogio attraversava una grave turbolenza dottrinale: la presenza cioè dell’eresia ariana, originata e predicata da Ario. Questi negava la divinità di Cristo e la sua consustanzialità col Padre, affermando che anche lui era una semplice creatura, scelta da Dio come strumento di salvezza. Come si vede un’eresia dirompente e devastante per la cristianità, che minacciava il centro stesso del Cristianesimo: Gesù Cristo, e questi Figlio di Dio.
Purtroppo ebbe molti seguaci anche nei ranghi alti delle autorità e cioè imperatori e imperatrici, governatori, ufficiali dell’esercito romano che la sostennero con il loro peso politico e militare. Ambrogio conosceva il problema già da governatore, ma dovette affrontarlo specialmente da vescovo di Milano scontrandosi addirittura con la più alta autorità: quella imperiale.
Nel 386 fu approvata una legge che autorizzava le assemblee religiose degli ariani e il possesso delle chiese, ma in realtà bandiva quelle dei cristiani cattolici. Pena di morte a chi non obbediva.
Ambrogio incurante della legge e delle conseguenze personali, si rifiutò di consegnare agli ariani anche una sola chiesa. Arrivarono le minacce contro di lui. Allora il popolo, temendo per il proprio vescovo, si barricò nella basilica insieme con lui. Le truppe imperiali circondarono e assediarono la chiesa, decisi a farli morire di fame. Ambrogio, per occupare il tempo, insegnò ai suoi fedeli salmi e cantici composti da lui stesso e raccontò al popolo tutto ciò che era accaduto tra lui e l’imperatore Valentiniano, riassumendo il tutto con la famosa frase: “L’imperatore è nella Chiesa, non sopra la Chiesa”.
Nel frattempo Teodosio il Grande, imperatore d’Oriente, dopo aver sconfitto e giustiziato l’usurpatore Massimo che aveva invaso l’Italia, reintegrò Valentiniano (facendogli abbandonare l’arianesimo) e si fermò per un po’ di tempo a Milano.
La riconoscenza di Ambrogio all’imperatore tuttavia non gli impedì di affrontarlo in ben due occasioni, quando ritenne che il suo comportamento era riprovevole e condannabile pubblicamente. Fu specialmente dopo l’infame massacro di Tessalonica del 390, in cui morirono più di settemila persone, tra cui molte donne e bambini, in rivolta per la morte del governatore. Furono uccisi tutti senza distinzione di innocenti e colpevoli.
Ambrogio, inorridito per l’accaduto, insieme ai suoi collaboratori ritenne responsabile pubblicamente Teodosio stesso, invitandolo a pentirsi. Alla fine l’imperatore cedette e piegò la testa. Questo spiega la grande autorità morale di cui godeva il vescovo. Teodosio morì tre anni dopo e lui stesso ne fece un sincero elogio lodandone l’umiltà e il coraggio di ammettere le proprie colpe, additandone l’esempio anche agli inferiori.
Ambrogio non solo fu un baluardo a difesa della fede cattolica contro l’eresia ariana, ma si adoperò a difendere anche il Vescovo di Roma, Papa Damaso contro l’antipapa Ursino. Egli così riconosceva la funzione ed il primato del Vescovo della Città Eterna (in quanto successore di Pietro) come centro e segno di unità per tutti i cristiani.
È a lui che si deve la famosa frase che recita: “Ubi Petrus, ibi Ecclesia” (Dove c’è Pietro, lì c’è la Chiesa), e l’altra: “In omnibus cupio sequi Ecclesiam Romanam” e cioè “In tutto voglio seguire la Chiesa Romana” quasi un’attestazione del primato della Chiesa di Roma, sul quale la discussione andrà avanti per secoli e, come si sa, non è ancora finita.
Per i suoi molteplici scritti teologici e scritturistici è uno dei quattro grandi dottori della Chiesa d’Occidente, insieme a Gerolamo, Agostino e Gregorio Magno.
Nella Lettera apostolica Operosam Diem (1996) per il centenario della morte di Ambrogio, Giovanni Paolo II, di venerata memoria, ha messo in risalto due importanti aspetti del suo insegnamento: il convinto cristo-centrismo e la sua originale Mariologia.
Ambrogio viene considerato l’iniziatore della Mariologia latina. Giovanni Paolo II (in Operosam diem, n. 31):
“Di Maria Ambrogio è stato il teologo raffinato e il cantore inesausto. Egli ne offre un ritratto attento, affettuoso, particolareggiato, tratteggiandone le virtù morali, la vita interiore, l’assiduità al lavoro e alla preghiera.
Pur nella sobrietà dello stile, traspare la sua calda devozione alla Vergine, Madre di Cristo, immagine della Chiesa e modello di vita per i cristiani. Contemplandola nel giubilo del Magnificat, il santo vescovo di Milano esclama: “Sia in ciascuno l’anima di Maria a magnificare il Signore, sia in ciascuno lo spirito di Maria a esultare in Dio”.
Del suo cristo-centrismo così ha scritto Giovanni Paolo II:
“Al centro della sua vita, sta Cristo, ricercato e amato con intenso trasporto. A Lui, tornava continuamente nel suo insegnamento. Su Cristo si modellava pure la carità che proponeva ai fedeli e che testimoniava di persona… Del mistero dell’Incarnazione e della Redenzione, Ambrogio parla con l’ardore di chi è stato letteralmente afferrato da Cristo e tutto vede nella sua luce”.
Questo suo pensiero centrale può essere sintetizzato nella famosa frase del De Virginitate “Cristo per noi è tutto”.
Ambrogio visse e operò totalmente e incessantemente tutto per Cristo e tutto per la Sua Chiesa. Il suo amore a Cristo era inscindibile dal suo amore alla Chiesa. Operare per far crescere l’amore a Cristo significava per lui lavorare, soffrire, studiare, predicare, piangere, rischiare la vita davanti ai potenti del tempo per la Chiesa, popolo di Dio, perché Ambrogio era profondamente convinto che “Fulget Ecclesia non suo, sed Christi lumine” (La Chiesa risplende non di luce propria ma di quella di Cristo), senza dimenticare mai che “Corpus Christi Ecclesia est”, (Il Corpo di Cristo è la sua Chiesa), quindi i fedeli possono benissimo dire tutti: “Nos unum corpus Christi sumus”.
E per questi fedeli, che sono la Chiesa, che è il corpo di Cristo, e per amore di Cristo presente nella Sua Chiesa, Ambrogio vescovo lavorò, studiò, rischiò la vita, pianse, pregò, predicò, viaggiò e scrisse libri fino alla fine. Questa arrivò, per la verità non inaspettata, il 4 aprile, all’alba del Sabato Santo quando correva l’anno 397.

MARIO SCUDU

Cristo per noi è tutto

Se vuoi curare le ferite, Egli è il medico.
Se sei riarso dalla febbre,
Egli è la fontana.

http://www.donbosco-torino.it/ita/Kairos/Santo_del_mese/11-Dicembre/Sant_Ambrogio_di_Milano.html

7 dicembre: Sant’Ambrogio, vescovo di Milano (340-397), memoria, festa a Milano

CRISTO PER NOI E’ TUTTO

Milano 374. In una delle chiese della città, gremita fino all’inverosimile, presbiteri e laici, vecchi e giovani, cattolici e ariani stavano discutendo animatamente sul nome del successore del vescovo Assenzio (ariano) morto di recente. Era un po’ di tempo ormai che le due fazioni si affrontavano animatamente anche per le strade, con qualche pericolo per l’ordine pubblico. Non si poteva far finta di niente.
E infatti Ambrogio, il governatore (della Lombardia, Liguria ed Emilia, con sede appunto a Milano) si recò in quella chiesa per calmare gli animi e per incoraggiare il popolo a fare la scelta del nuovo vescovo in un clima di dialogo, di pace e di rispetto reciproco. Il popolo accolse le sue esortazioni, anche perché era un governatore imparziale, stimato e ben voluto dalla popolazione essendosi dedicato sempre al bene di tutti. La sua missione di funzionario pubblico sembrava compiuta e con successo, quando accadde l’imprevisto che gli cambierà completamente la vita.
Qualcuno dalla folla, sembra un bambino, gridò forte: “Ambrogio vescovo” e l’intera assemblea, cattolici e ariani, vecchi e giovani, presbiteri e laici, quasi folgorati da quel grido (era un’ispirazione dall’alto?) ripeterono a loro volta “Ambrogio vescovo”. Non si diceva già allora “Vox populi, vox Dei”?.
A furor di popolo, ecco trovata la soluzione allo spinoso problema. Tutti d’accordo sul nuovo vescovo: il loro governatore, anche se era un semplice catecumeno e per giunta senza ambizioni ecclesiastiche. E l’interessato? Per la verità non era proprio entusiasta. Proprio lui ancora semplice catecumeno e per di più a completo digiuno di teologia (quindi senza un’adeguata preparazione ad essere vescovo)? Sembrava tutto assurdo.
Si appellò a Valentiniano protestando la propria inadeguatezza all’incarico “datogli” dal popolo. Non trovò una sponda favorevole nell’imperatore: anzi questi gli disse che si sentiva lui stesso lusingato per aver scelto un governatore “politico” (Ambrogio) che era stato ritenuto degno persino di svolgere l’ufficio episcopale (anche perché allora il vescovo di Milano aveva una specie di giurisdizione su quasi tutto il Nord Italia, quindi era un incarico molto prestigioso).
Ed Ambrogio accettò. Fu così che nel giro di una settimana venne battezzato e poi consacrato vescovo, il 7 dicembre del 374. Cominciava così per lui una seconda vita.
Un vescovo tutto per Dio e tutto per il popolo
Ambrogio era nato a Treviri, in Germania, da una nobile famiglia romana della Gens Aurelia. Suo padre era governatore delle Gallie, quindi un importante funzionario imperiale. Quando questi improvvisamente morì, Ambrogio con la sorella Marcellina (Santa) e la madre ritornarono a Roma. Qui continuò gli studi, imparò il greco e divenne un buon poeta e un oratore. Proseguì poi gli studi per la carriera legale ottenendo molti successi in questo campo come avvocato, finché l’imperatore Valentiniano lo nominò nel 370 governatore, con residenza a Milano. Una carriera impressionante.
Ambrogio fece il governatore solo quattro anni, ma la sua opera fu molto incisiva.
Era un uomo al di sopra delle parti e dei partiti, aveva costantemente l’occhio rivolto al bene di tutta la popolazione, non escludendo nessuno specialmente i poveri. Questo atteggiamento gli guadagnò non solo la stima ma addirittura l’affetto sincero di tutta la popolazione, senza distinzione. Possiamo dire che fece così bene il governatore che il Popolo di Dio (con l’imperatore e il Vescovo di Roma Papa Damaso) lo ritennero degno di fare il vescovo. E la “promozione” non era da poco.
Fatto vescovo, decise di rompere ogni legame con la vita precedente: donò infatti le sue ricchezze ai poveri, le sue terre e altre proprietà alla Chiesa, tenendo per sé solo una piccola parte per provvedere alla sorella Marcellina, che anni prima si era consacrata Vergine nella Basilica di San Pietro durante una solenne liturgia di Natale, presente il Papa Liberio. Ambrogio ebbe sempre una grande stima per la madre, per la sorella e per la decisione presa da lei.
Consapevole della sua impreparazione culturale in campo teologico, si diede allo studio della Scrittura e alle opere dei Padri della Chiesa, in particolare Origene, Atanasio e Basilio. La sua vita era frugale e semplice, le sue giornate dense di incontri con la gente, di studio e di preghiera. Ambrogio studiava e poi faceva sostanza della sua preghiera ciò che aveva studiato, quindi, dopo aver pregato, scriveva e quindi predicava. Questo era il suo modo di porgere la Parola di Dio al popolo. Lo stesso Agostino d’Ippona ne rimase affascinato tanto da sceglierlo come maestro nella fede, proprio perché con il suo modo di fare e di predicare aveva contribuito alla sua conversione (insieme alla madre Monica, e naturalmente allo Spirito Santo).
Ogni giorno diceva la Messa per i suoi fedeli dedicandosi poi al loro servizio per ascoltarli, per consigliarli e per difenderli contro i soprusi dei ricchi. Tutti potevano parlargli in qualsiasi momento. Ed è anche per questo che il popolo non solo lo ammirava ma lo amava sinceramente.
È rimasto famoso il suo comportamento quando alcuni soldati nordici avevano sequestrato, in una delle loro razzie, uomini donne e bambini. Ambrogio non esitò a fondere i vasi sacri della chiesa per pagare il loro riscatto. E a coloro (gli ariani) che ebbero il coraggio di criticarlo per l’operato rispose:
“Se la Chiesa ha dell’oro non è per custodirlo, ma per donarlo a chi ne ha bisogno… Meglio conservare i calici vivi delle anime che quelli di metallo”.
“Dove c’è Pietro, c’è la Chiesa”
La Chiesa del tempo di Ambrogio attraversava una grave turbolenza dottrinale: la presenza cioè dell’eresia ariana, originata e predicata da Ario. Questi negava la divinità di Cristo e la sua consustanzialità col Padre, affermando che anche lui era una semplice creatura, scelta da Dio come strumento di salvezza. Come si vede un’eresia dirompente e devastante per la cristianità, che minacciava il centro stesso del Cristianesimo: Gesù Cristo, e questi Figlio di Dio.
Purtroppo ebbe molti seguaci anche nei ranghi alti delle autorità e cioè imperatori e imperatrici, governatori, ufficiali dell’esercito romano che la sostennero con il loro peso politico e militare. Ambrogio conosceva il problema già da governatore, ma dovette affrontarlo specialmente da vescovo di Milano scontrandosi addirittura con la più alta autorità: quella imperiale.
Nel 386 fu approvata una legge che autorizzava le assemblee religiose degli ariani e il possesso delle chiese, ma in realtà bandiva quelle dei cristiani cattolici. Pena di morte a chi non obbediva.
Ambrogio incurante della legge e delle conseguenze personali, si rifiutò di consegnare agli ariani anche una sola chiesa. Arrivarono le minacce contro di lui. Allora il popolo, temendo per il proprio vescovo, si barricò nella basilica insieme con lui. Le truppe imperiali circondarono e assediarono la chiesa, decisi a farli morire di fame. Ambrogio, per occupare il tempo, insegnò ai suoi fedeli salmi e cantici composti da lui stesso e raccontò al popolo tutto ciò che era accaduto tra lui e l’imperatore Valentiniano, riassumendo il tutto con la famosa frase: “L’imperatore è nella Chiesa, non sopra la Chiesa”.
Nel frattempo Teodosio il Grande, imperatore d’Oriente, dopo aver sconfitto e giustiziato l’usurpatore Massimo che aveva invaso l’Italia, reintegrò Valentiniano (facendogli abbandonare l’arianesimo) e si fermò per un po’ di tempo a Milano.
La riconoscenza di Ambrogio all’imperatore tuttavia non gli impedì di affrontarlo in ben due occasioni, quando ritenne che il suo comportamento era riprovevole e condannabile pubblicamente. Fu specialmente dopo l’infame massacro di Tessalonica del 390, in cui morirono più di settemila persone, tra cui molte donne e bambini, in rivolta per la morte del governatore. Furono uccisi tutti senza distinzione di innocenti e colpevoli.
Ambrogio, inorridito per l’accaduto, insieme ai suoi collaboratori ritenne responsabile pubblicamente Teodosio stesso, invitandolo a pentirsi. Alla fine l’imperatore cedette e piegò la testa. Questo spiega la grande autorità morale di cui godeva il vescovo. Teodosio morì tre anni dopo e lui stesso ne fece un sincero elogio lodandone l’umiltà e il coraggio di ammettere le proprie colpe, additandone l’esempio anche agli inferiori.
Ambrogio non solo fu un baluardo a difesa della fede cattolica contro l’eresia ariana, ma si adoperò a difendere anche il Vescovo di Roma, Papa Damaso contro l’antipapa Ursino. Egli così riconosceva la funzione ed il primato del Vescovo della Città Eterna (in quanto successore di Pietro) come centro e segno di unità per tutti i cristiani.
È a lui che si deve la famosa frase che recita: “Ubi Petrus, ibi Ecclesia” (Dove c’è Pietro, lì c’è la Chiesa), e l’altra: “In omnibus cupio sequi Ecclesiam Romanam” e cioè “In tutto voglio seguire la Chiesa Romana” quasi un’attestazione del primato della Chiesa di Roma, sul quale la discussione andrà avanti per secoli e, come si sa, non è ancora finita.
Per i suoi molteplici scritti teologici e scritturistici è uno dei quattro grandi dottori della Chiesa d’Occidente, insieme a Gerolamo, Agostino e Gregorio Magno.
Nella Lettera apostolica Operosam Diem (1996) per il centenario della morte di Ambrogio, Giovanni Paolo II, di venerata memoria, ha messo in risalto due importanti aspetti del suo insegnamento: il convinto cristo-centrismo e la sua originale Mariologia.
Ambrogio viene considerato l’iniziatore della Mariologia latina. Giovanni Paolo II (in Operosam diem, n. 31):
“Di Maria Ambrogio è stato il teologo raffinato e il cantore inesausto. Egli ne offre un ritratto attento, affettuoso, particolareggiato, tratteggiandone le virtù morali, la vita interiore, l’assiduità al lavoro e alla preghiera.
Pur nella sobrietà dello stile, traspare la sua calda devozione alla Vergine, Madre di Cristo, immagine della Chiesa e modello di vita per i cristiani. Contemplandola nel giubilo del Magnificat, il santo vescovo di Milano esclama: “Sia in ciascuno l’anima di Maria a magnificare il Signore, sia in ciascuno lo spirito di Maria a esultare in Dio”.
Del suo cristo-centrismo così ha scritto Giovanni Paolo II:
“Al centro della sua vita, sta Cristo, ricercato e amato con intenso trasporto. A Lui, tornava continuamente nel suo insegnamento. Su Cristo si modellava pure la carità che proponeva ai fedeli e che testimoniava di persona… Del mistero dell’Incarnazione e della Redenzione, Ambrogio parla con l’ardore di chi è stato letteralmente afferrato da Cristo e tutto vede nella sua luce”.
Questo suo pensiero centrale può essere sintetizzato nella famosa frase del De Virginitate “Cristo per noi è tutto”.
Ambrogio visse e operò totalmente e incessantemente tutto per Cristo e tutto per la Sua Chiesa. Il suo amore a Cristo era inscindibile dal suo amore alla Chiesa. Operare per far crescere l’amore a Cristo significava per lui lavorare, soffrire, studiare, predicare, piangere, rischiare la vita davanti ai potenti del tempo per la Chiesa, popolo di Dio, perché Ambrogio era profondamente convinto che “Fulget Ecclesia non suo, sed Christi lumine” (La Chiesa risplende non di luce propria ma di quella di Cristo), senza dimenticare mai che “Corpus Christi Ecclesia est”, (Il Corpo di Cristo è la sua Chiesa), quindi i fedeli possono benissimo dire tutti: “Nos unum corpus Christi sumus”.
E per questi fedeli, che sono la Chiesa, che è il corpo di Cristo, e per amore di Cristo presente nella Sua Chiesa, Ambrogio vescovo lavorò, studiò, rischiò la vita, pianse, pregò, predicò, viaggiò e scrisse libri fino alla fine. Questa arrivò, per la verità non inaspettata, il 4 aprile, all’alba del Sabato Santo quando correva l’anno 397.

MARIO SCUDU

Cristo per noi è tutto

Se vuoi curare le ferite, Egli è il medico.
Se sei riarso dalla febbre,
Egli è la fontana.
Se sei oppresso dal peccato,
Egli è la santità.
Se hai bisogno di aiuto, Egli è la forza.
Se temi la morte, Egli è la vita.
Se desideri il cielo, Egli è la via.
Se fuggi le tenebre, Egli è la luce.
Se cerchi il cibo, Egli è l’alimento.
Noi ti seguiamo, Signore Gesù,
ma tu chiamaci perché ti seguiamo.
Senza di te nessuno potrà salire.
Tu sei la via, la verità, la vita, il premio.
Accogli i tuoi, sei la via.
Confermali, sei la verità.
Vivificali, sei la vita.
De Virginitate 16,99

Se sei oppresso dal peccato,
Egli è la santità.
Se hai bisogno di aiuto, Egli è la forza.
Se temi la morte, Egli è la vita.
Se desideri il cielo, Egli è la via.
Se fuggi le tenebre, Egli è la luce.
Se cerchi il cibo, Egli è l’alimento.
Noi ti seguiamo, Signore Gesù,
ma tu chiamaci perché ti seguiamo.
Senza di te nessuno potrà salire.
Tu sei la via, la verità, la vita, il premio.
Accogli i tuoi, sei la via.
Confermali, sei la verità.
Vivificali, sei la vita.
De Virginitate 16,99

In Avvento con sant’Ambrogio: ai vespri, all’ufficio delle letture e alle lodi

dal sito:

http://www.zammerumaskil.com/rassegna-stampa-cattolica/formazione-e-catechesi/in-avvento-con-santambrogioai-vespri-allufficio-delle-letture-e-alle-lodi.html

In Avvento con sant’Ambrogio: ai vespri, all’ufficio delle letture e alle lodi 

di Inos Biffi

Alla « poesia religiosa fondamentale (…) costituita dai Salmi e dai cantici scritturali » si venne presto associando, nella Chiesa primitiva, un’innodia cristiana. « Il primo a tentare la via della lirica religiosa latina, ma con scarso successo », fu Ilario di Poitiers (+367), ma « la gloria di essere padre della innodia dell’Occidente – osserva Giuseppe Del Ton – spetta tutta a sant’Ambrogio ». « Di ispirazione popolare e di fattura artistica, accurata nella metrica, la poesia di Ambrogio, piena di eleganza, di gravità romana, maschia nella tenera effusione della pietà cristiana, è grande modello che più di ogni altro avrà imitatori ».
Del resto, come scrive Fontaine, « l’innodia ambrosiana passa a giusto titolo per una delle creazioni poetiche più originali e più perfette del cristianesimo latino », che ha saputo fondere « in una sintesi nuova la triplice eredità delle tradizioni inniche giudaica, greca e latina », e produrre come « un microcosmo della vita di fede », canora professione di fede, adatta al popolo, anche per il verso – il dimetro giambico acatalettico – « semplice, fluido, musicale ».
Non sono certamente mancati, dopo Ambrogio, altri poeti cristiani. Pensiamo al raffinato Prudenzio – nato nel 348 e morto agli inizi del secolo V – largamente letto e imitato, con i suoi inni – fantasiosi, vivaci e ricchi di simbologia – alcuni dei quali non mancheranno di entrare nella liturgia; oppure a Sedulio (seconda metà del secolo V), « poeta schietto e sensibile »; a Venanzio Fortunato (morto dopo il 600), autore, tra l’altro, del celebre Vexilla regis prodeunt, e ai tanti innologi medievali, tra i quali Tommaso d’Aquino, per non dire di tutta una poesia anonima, entrata nella liturgia romana a cantare i tempi sacri e i misteri delle feste cristiane.
In tutta questa splendida letteratura, Ambrogio rimane l’indubbio maestro e l’ispiratore insuperato nei contenuti e nella forma. E, tuttavia, meritano un’accurata attenzione i vari inni sacri che, oltre a quelli schiettamente ambrosiani, hanno reso e continuano a rendere artistico e melodioso nella Chiesa il canto della fede, e che oggi con uso nuovo e felice sempre più alimentano l’orazione di fedeli, che fanno della Liturgia delle Ore il libro normale della loro pietà.
Consideriamo qui, sul testo latino, l’innologia del tempo d’Avvento, con i suoi tre inni a Vespro, all’Officio delle Letture e alle Lodi. Non si può dire che siano dei capolavori, ma hanno una loro suggestione. A cominciare da quello di Vespro, Conditor alme siderum, di autore ignoto, ritmico, risalente almeno al secolo IX, e in cui si riscontrano accenti poetici del vescovo di Milano.
L’inno si rivolge direttamente a Cristo, invocato come « Creatore degli astri », « Luce eterna dei credenti » e « Redentore di tutti » – e qui pare di sentire l’eco di tre versi santambrosiani:  Deus, creator omnium, Lux lucis et fons luminis e Veni, Redemptor gentium – a lui la Chiesa supplichevolmente chiede di essere ascoltata.
E, infatti, il canto si apre con un’esaltazione della clemenza di Cristo che, provando compassione (condolens) per la triste sorte del mondo, lo ha pietosamente sottratto al destino di morte, a cui il suo peccato lo aveva assegnato e gli ha elargito il rimedio del perdono:  « Tu che la notte trapunti di stelle / – traduce la Liturgia ambrosiana delle Ore – e di luce celeste orni le menti, / che tutti vuoi salvi, / ascolta chi ti implora!// L’acerba sorte dell’uomo / ha toccato il tuo cuore:  / sul mondo sfinito rinasce/ il fiore della speranza ». E qui non è difficile convenire che l’elegante versione italiana abbia alquanto ingentilito il testo latino, che, pur con qualche bel verso, non si distingue per eccessiva bellezza.
La redenzione è vista spuntare al consumarsi della storia (vergente mundi vespere):  al sopraggiungere – Paolo direbbe – della « pienezza dei tempi » (Galati, 4, 4) o, come ritenevano i Padri, nell’ultima età del mondo.
È allora che il Cristo è apparso, « disposando l’umana natura/ nell’inviolato grembo di una vergine »:  Maria, così annunziata, come in un preludio, fin dal principio di Avvento. Egli – prosegue il poeta – è « il Signore », al quale « ogni cosa piega il ginocchio (genu curvantur omnia) », e « il cielo e la terra adoranti » – il richiamo è alla Lettera ai Filippesi (2, 19) – ne confessano il dominio. Però già sappiamo:  egli è un Signore intimamente toccato dalla miseria del mondo; la sua è una potenza misericordiosa.
Un giorno, lo stesso Signore – venturus iudex saeculi – verrà per il giudizio finale:  ma, mentre la nostra vita fluisce ancora nel tempo, noi siamo esposti di continuo alle frecce del Nemico, il Demonio, che non cessa di assalirci. Chiediamo allora fiduciosamente di non essere lasciati in sua balìa, e di essere preservati dalla sua perfidia:  « E quando scenderà l’ultima sera, / santo e supremo Giudice, verrai:  / oh! non lasciare in quell’ora al Maligno / chi si è affidato a te! ».
Così, all’accendersi della memoria della prima venuta del Signore, il pensiero corre al suo secondo e definitivo avvento:  l’anima diviene vigile, ma non si lascia vincere dall’angoscia, dal momento che la nostra sorte ha toccato il cuore del Figlio di Dio.

(©L’Osservatore Romano – 29 novembre 2009)

DOMENICA 10 LUGLIO – XV DEL T.O.

DOMENICA 10 LUGLIO – XV DEL T.O.

MESSA DEL GIORNO LINK:

http://www.maranatha.it/Festiv2/ordinA/A15page.htm

MESSA DEL GIORNO

Seconda Lettura  Rm 8, 18-23
L’ardente aspettativa della creazione è protesa verso la rivelazione dei figli di Dio.

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani
Fratelli, ritengo che le sofferenze del tempo presente non siano paragonabili alla gloria futura che sarà rivelata in noi. L’ardente aspettativa della creazione, infatti, è protesa verso la rivelazione dei figli di Dio.
La creazione infatti è stata sottoposta alla caducità – non per sua volontà, ma per volontà di colui che l’ha sottoposta – nella speranza che anche la stessa creazione sarà liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio.
Sappiamo infatti che tutta insieme la creazione geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi. Non solo, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo.

http://www.bible-service.net/site/379.html

Romains 8,18-23
Un grand texte ! Paul vient d’évoquer la gloire de l’héritage à laquelle sont promis les enfants de Dieu (v. 17). Face à cette gloire, les souffrances du présent sont peu de chose : l’espérance d’un avenir meilleur en Dieu aide à porter le poids du fardeau d’aujourd’hui (v. 18). Paul élargit brusquement l’horizon. Ce n’est pas l’homme seulement qui attend et espère la libération, mais toute la création. L’homme est inséparable de l’ensemble de la création, l’humanité bien sûr, et avec elle tous les êtres créés, visibles ou invisibles. L’homme fait corps avec l’univers. Or le péché de l’homme a affecté tout le monde créé. Au lieu d’être libre pour louer Dieu, l’univers est asservi au néant (Qohélet 1,2). Pourtant, une espérance le soulève ; puisqu’il a été associé au péché de l’homme, il espère aussi être associé à sa libération. Cette espérance est fondée sur la présence rédemptrice de Jésus Christ au cœur de toute la création (Ephésien 1,10 ; Colossiens 1,16-17).

Romani 8, 18-23
Un grande testo! Paolo ha appena evocato la gloria dell’eredità alla quale sono promessi i figli di Dio (v. 17). Di fronte a questa gloria, le sofferenze del presente sono poca cosa: la speranza di un futuro migliore in Dio aiuta a portare il peso del carico d’oggi (v. 18). Paolo allarga bruscamente l’orizzonte. Non è l’uomo soltanto che attende e spera la liberazione, ma tutta la creazione. L’uomo è inseparabile dall’insieme della creazione, l’umanità certamente, e con essa tutti gli esseri creati, visibili o invisibili. L’uomo fa corpo con l’universo. Ma il peccato dell’uomo ha influito su tutti creati. Anziché essere libero di lodare Dio, l’universo è asservito al nulla (Qoelet 1,2). Tuttavia, una speranza lo solleva; poiché è stato associato al peccato dell’uomo, spera anche esso di essere associato alla sua liberazione. Questa speranza è fondata sulla presenza redentrice di Gesù Cristo nel cuore di tutta la creazione (Efesini 1,10; Colossesi 1,16-17).

UFFICIO DELLE LETTURE

Prima Lettura
Dal primo libro dei re 16, 29 17, 16

Il profeta Elia al tempo di Acab, re d’Israele
Acab figlio di Omri divenne re su Israele nell’anno trentottesimo di Asa re di Giuda. Acab figlio di Omri regnò su Israele in Samaria ventidue anni. Acab figlio di Omri fece ciò che è male agli occhi del Signore, peggio di tutti i suoi predecessori. Non gli bastò imitare il peccato di Geroboamo figlio di Nebat; ma prese anche in moglie Gezabele figlia di Et-Baal, re di quelli di Sidone, e si mise a servire Baal e a prostrarsi davanti a lui. Eresse un altare a Baal nel tempio di Baal, che egli aveva costruito in Samaria. Acab eresse anche un palo sacro e compì ancora altre cose irritando il Signore Dio di Israele, più di tutti i re di Israele suoi predecessori.
Nei suoi giorni Chiel di Betel ricostruì Gerico; gettò le fondamenta sopra Abiram suo primogenito e ne innalzò le porte sopra Segub suo ultimogenito, secondo la parola pronunziata dal Signore per mezzo di Giosuè, figlio di Nun.
Elia, il Tisbita, uno degli abitanti di Gàlaad, disse ad Acab: «Per la vita del Signore, Dio di Israele, alla cui presenza io sto, in questi anni non ci sarà né rugiada né pioggia, se non quando lo dirò io». A lui fu rivolta questa parola del Signore: «Vattene di qui, dirigiti verso oriente; nasconditi presso il torrente Cherit, che è a oriente del Giordano. Ivi berrai al torrente e i corvi per mio comando ti porteranno il tuo cibo». Egli eseguì l’ordine del Signore; andò a stabilirsi sul torrente Cherit, che è a oriente del Giordano. I corvi gli portavano pane al mattino e carne alla sera; egli beveva al torrente.
Dopo alcuni giorni il torrente si seccò, perché non pioveva sulla regione. Il Signore parlò a lui e disse:
«Alzati, va’ in Zarepta di Sidone e ivi stabilisciti. Ecco io ho dato ordine a una vedova di là per il tuo cibo». Egli si alzò e andò a Zarepta. Entrato nella porta della città, ecco una vedova raccoglieva la legna. La chiamò e le disse: «Prendimi un po’ d’acqua in un vaso perché io possa bere».
Mentre quella andava a prenderla, le gridò: «Prendimi anche un pezzo di pane». Quella rispose: «Per la vita del Signore tuo Dio, non ho nulla di cotto, ma solo un pugno di farina nella giara e un po’ di olio nell’orcio; ora raccolgo due pezzi di legna, dopo andrò a cuocerla per me e per mio figlio: la mangeremo e poi moriremo». Elia le disse: «Non temere; su, fa’ come hai detto, ma prepara prima una piccola focaccia per me e portamela; quindi ne preparerai per te e per tuo figlio, poiché dice il Signore: La farina della giara non si esaurirà e l’orcio dell’olio non si svuoterà finché il Signore non farà piovere sulla terra». Quella andò e fece come aveva detto Elia. Mangiarono essa, lui e il figlio di lei per diversi giorni. La farina della giara non venne meno e l’orcio dell’olio non diminuì, secondo la parola che il Signore aveva pronunziata per mezzo di Elia.

Responsorio    Cfr. Gc 5, 17-18; Sir 48, 1. 3
R. Il profeta Elia pregò intensamente che non piovesse, e non piovve; * poi pregò di nuovo, e il cielo diede la pioggia.
V. Sorse Elia, simile al fuoco; la sua parola bruciava come fiaccola. Per comando del Signore chiuse il cielo;
R. poi pregò di nuovo, e il cielo diede la pioggia.

Seconda Lettura
Inizio del trattato «Sui misteri» di sant’Ambrogio, vescovo
(Nn. 1-7; SC 25 bis, 156-158)

Catechesi dei riti pre-battesimali
Ogni giorno abbiamo tenuto un discorso su temi morali mentre si leggevano o le gesta dei patriarchi o gli insegnamenti dei Proverbi, perché, modellati e ammaestrati da essi, vi abituaste a entrare nelle vie degli antichi, a percorrere la loro strada e a obbedire agli oracoli divini, cosicché rinnovati dal battesimo teneste quella condotta che si addice ai battezzati.
Ora è venuto il tempo di parlare dei misteri e di spiegare la natura dei sacramenti. Se lo avessi fatto prima del battesimo ai non iniziati, avrei piuttosto tradito che spiegato questa dottrina. C’è anche da aggiungere che la luce dei misteri riesce più penetrante se colpisce di sorpresa, anziché arrivare dopo le prime avvisaglie di qualche sommaria trattazione previa.
Aprite dunque gli orecchi e gustate le armonie della vita eterna infuse in voi dal dono dei sacramenti. Ve lo abbiamo significato, quando celebrando il mistero dell’apertura degli orecchi vi dicevamo: «Effatà, cioè: Apriti!» (Mc 7, 34), perché ciascuno di voi, che stava per accostarsi alla grazia, capisse su che cosa sarebbe stato interrogato e si ricordasse che cosa dovesse rispondere. Cristo, nel vangelo, come leggiamo, ha celebrato questo mistero quando ha curato il sordomuto.
Successivamente ti è stato spalancato il Santo dei Santi, sei entrato nel sacrario della rigenerazione. Ricorda ciò che ti è stato domandato, rifletti su ciò che hai riposto. Hai rinunziato al diavolo e alle sue opere, al mondo, alla sua dissolutezza e ai suoi piaceri. La tua parola è custodita non in una tomba di morti, bensì nel libro dei viventi. Presso il fonte tu hai visto il levita, hai visto il sacerdote, hai visto il sommo sacerdote. Non badare all’esterno della persona, ma al carisma del ministero sacro. E` alla presenza di angeli che tu hai parlato, com’è scritto: Le labbra del sacerdote devono custodire la scienza e dalla sua bocca si ricerca l’istruzione, perché egli è l’angelo del Signore degli eserciti (cfr. Ml 2, 7). Non si può sbagliare, non si può negare. E’ un angelo colui che annunzia il regno di Cristo, colui che annunzia la vita eterna. Devi giudicarlo non dall’apparenza, ma dalla funzione. Rifletti a ciò che ti ha dato, pondera l’importanza del suo compito, riconosci che cosa egli fa.
Entrato dunque per vedere il tuo avversario, al quale si suppone che tu abbia rinunziato con la bocca, ti volgi verso l’oriente: perché chi rinunzia al diavolo si rivolge verso Cristo, lo guarda diritto in faccia.

Responsorio    Cfr. Tt 3, 3. 5; Ef 2, 3
R. Anche noi un tempo eravamo insensati, vivendo nella malvagità e nell’invidia, degni di odio e odiandoci a vicenda. * Ma Dio ci ha salvati mediante un bagno di rinascita nello Spirito Santo.
V. Tutti noi, un tempo, abbiamo seguito i desideri della carne, eravamo per natura meritevoli della collera divina;
R. ma Dio ci ha salvati mediante un bagno di rinascita nello Spirito Santo.

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