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SOLENNITÀ DELL’IMMACOLATA CONCEZIONE – 8 DICEMBRE

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SOLENNITÀ DELL’IMMACOLATA CONCEZIONE – 8 DICEMBRE

Gen 3,9-15.20; Sal 97; Ef 1,3-6.11-12; Lc 1,26-38:
Ecco concepirai un figlio e lo darai alla luce

Immacolata concezione. A volte la si chiama, festa dell’Immacolata, con la scomparsa del sostantivo “concezione”. Con il conseguente diffuso fraintendimento di pensare che la festa abbia a che fare con la verginità di Maria. La festa ha a che fare con la concezione, con il giorno del concepimento, un giorno avvolto, non solo per Maria, ma anche per ciascuno di noi, da un mistero: parliamo di quando una creatura non è ancora nella consapevolezza di coloro che ancora ignari l’hanno concepita, e già vive nel grembo. Ancora sola nel pensiero di Dio.
Che ne sappiamo noi? Come poteremmo parlarne quasi non fosse un evento nascosto, non solo ai nostri occhi, ma alla nostra stessa comprensione? Penso alla madre e al padre di Maria – Anna e Gioachino secondo la tradizione – anche loro in quella notte ignari di un mistero che li avvolgeva nel loro concepire. Concepire quella figlia che avrebbero chiamato Miriam, Maria. Concepita, pensata Maria, come ognuno di noi, da Dio. E concepita, pensata, nella luce.
E come potrebbe Dio non pensarci nella luce? Dal primo istante nella luce. Penso che il problema diventi stare nella luce, stare nella luminosità di un disegno che è legato a filo stretto con ognuno di noi. Stare nella luminosità cui siamo destinati. Essere pensati è solo una grazia. Notizia buona è già che una creatura sia pensata, ma notizia buona, successiva, è che una creatura, Maria, per la fedeltà al disegno che la abita, diventi l’alba di un mondo nuovo.
Un grido aveva attraversato la storia. Per millenni e millenni l’aveva attraversata. Il grido appassionato di Dio dal giardino delle origini: “Adamo – o meglio – terrestre, dove sei?”. E ora una creatura, concepita come noi da uomo e da donna, al grido può rispondere: “Sono nella grazia, sono nel pensiero che tu, o Dio, hai avuto per me, sono nella tua terra di benedizione”.
Il grido, vi dicevo, ha attraversato e attraversa la terra: dove sei? Dove sei uomo, dove sei donna, dove sei umanità, dove sei terra? Dove sono io oggi? Sono io nel pensiero, nell’immagine che Dio ha avuto per me? O fuori? O lontano? È un grido che ci svela e ci rende coscienti del mistero di disarmonia che sfigura la nostra terra, storia della nostre dispersioni, dei nostri sconfinamenti, delle nostre fughe.
Dove sei? Un essere fuori luogo. Dove sei? Il nostro essere in fuga. E questa è la macchia – Maria è senza questa macchia – questo è il peccato, è essere in fuga o, se volete, essere nella diffidenza. Questo è il peccato originale, nel senso che è l’origine, cioè l’essenza vera di ogni peccato. Poi noi abbiamo dato importanza ad altre cose. Purtroppo. Ma l’origine, l’anima nera del peccato è la fuga, è la diffidenza. O, almeno, così è per la Bibbia.
Incominciando dalla fuga da Dio, dalla diffidenza su Dio. Quasi che Dio avesse un suo interesse, un suo interesse nascosto, nell’indicarci le sue vie e a spingerlo non fosse la passione per la nostra felicità. E il terrestre cede alla diffidenza. Quella suggerita dal “divisore”. “Dio non vi vuole come lui, per questo vi ha imposto di non mangiare dell’albero”. La diffidenza. E di conseguenza la fuga. E la distanza: “Terrestre dove sei?”.
E la diffidenza, il vero peccato, l’origine di ogni peccato, dilaga. E l’uomo diventa diffidente della donna e la donna dell’uomo. E l’uomo e la donna diffidenti della terra. E la terra diffidente di loro. E oggi siamo in grande peccato, siamo nell’indifferenza, ma, ancor più, nella diffidenza.
Siamo in crescita esponenziale della diffidenza. Siamo nella grande diffidenza. E la gente, noi tutti a dire: “Che brutto vivere! Dov’è la bellezza in un mondo dove siamo in fuga da Dio, dai vicini, dai lontani, dalla terra di tutti?”. E ciascuno a farsi isola, a farsi la sua terra, lontano.
Dove sei? Buona notizia un Dio che ci ha concepiti, pensati nella luce. E non desiste dal concepirci, dal pensarci così, nella luce. Dio, impenitente sognatore, riprende di nuovo il sogno. Nonostante la fuga, nonostante la diffidenza, nonostante gli sconfinamenti: l’angelo, il suo angelo, entra.
“Entrando da lei” è scritto nel racconto dell’annunciazione. Entra in una casa da niente. Entra da lei, entra nella storia di una giovane donna chiamata Miriam, una sconosciuta agli occhi dei grandi. È il miracolo di Dio, capite, un miracolo che precede ogni merito. Ti raggiunge che ancora stai per essere tessuta nel grembo. E, in un certo senso, è bello che il vangelo dell’Immacolata concezione si fermi qui, a dirci che Maria e ciascuno di noi, come ci ha ricordato Paolo nella lettera, è amato. Non per i suoi meriti. Pura grazia. Amato gratuitamente.
Ma il vangelo continua. Continua per dirci che cos’è la grazia – abbiamo ridotto a una cosa persino la grazia – per dirci che cos’è la grazia da parte di Dio e che cos’è la grazia da parte nostra. È il contrario della radice del peccato che è la diffidenza, il contrario della fuga, il rovescio della fuga. Dio non è in fuga – dice l’angelo – è con te: “Il Signore è con te”. Comunque. Per grazia. Non è un Dio diffidente. È un Dio che si consegna. E da parte degli umani? Che cosa è grazia, che cosa è vivere nella grazia? Al di là di tante elucubrazioni ed astruserie? È dire come Maria “eccomi”, il contrario della diffidenza, il contrario della fuga.
Questo ci rende senza macchia. Quella di Maria non è una immacolatezza avulsa dalla terra, distaccata, a mezz’aria. Questa è una brutta immagine della immacolatezza. Al contrario è dire “eccomi”, a Dio, a chi ci vive accanto, a chi è vicino e a chi è lontano. Alle case e alle città. Nei giorni buoni e in quelli difficili. Al mattino quando mi sveglio e nella notte quando vado a riposare: “Eccomi”. Come Maria.
Pensate alla bellezza di questa espressione, piccola, che è entrata anche nel gergo comune, quando diciamo: “eccoci, siamo qui”. E non è semplicemente dire eccomi “per le cose” che do, ma dire: ecco me. Ci sono per te, per voi, con quello che sono, con la mia anima e con il mio corpo, con i miei pensieri e con i miei sentimenti, con la mia passione, con quello che sono.
Che grazia trovare qualcuno che ti dice “eccomi”. È la grazia e la bellezza della terra, finalmente libera dalla diffidenza, dalla fuga, dalla paura.
E’ una benedizione: “Ci ha benedetti Dio”!

Don Angelo Casati
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I DOMENICA DI AVVENTO (A) COMMENTO

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I DOMENICA DI AVVENTO (A) COMMENTO

Una generazione che non si accorge di nulla
Don Angelo Casati

La venuta del Signore è come quella del ladro. L’accostamento è inquietante e, in qualche misura, sembra anche irriguardoso. Quasi dissacrante del volto del Signore. Ma, voi lo intuite, è solo per dire che la visita di Dio è, come afferma Gesù, nell’ora che non immaginiamo.
E così la vigilanza, la vigilanza cui siamo richiamati, proprio perché non sappiamo il giorno né l’ora, va distesa su tutta la vita. Non un istante su cui accendere l’attenzione. No, l’attenzione su tutta la vita: svegli, svegli e lucidi, su tutta la vita.
Perché la venuta, dice Gesù nella pagina di Matteo, sarà come ai tempi del diluvio. È interessante notare come l’evangelista Matteo, riferendosi al tempo del diluvio, non accenni, come invece fa il libro della Genesi, alla malvagità e alla violenza di quella generazione. Scrive il libro della Genesi: “La malvagità era grande sulla terra, ogni disegno concepito nel cuore non era altro che male, la terra per causa loro era piena di violenza”.
Ebbene la generazione del diluvio, nella redazione del vangelo di Matteo, non viene rimproverata per la sua malvagità e violenza. Fa cose, diremmo, normali, fa le cose che fanno tutti, le cose che appartengono al nostro vivere quotidiano: “Mangiavano e bevevano, prendevano moglie e marito”. Il rimprovero dunque non può essere evidentemente per queste cose, ma è per quello che segue. È scritto: “E non si accorsero di nulla, finché non venne il diluvio e inghiottì tutti”.
È una generazione che non si accorge di nulla. Che non ha attenzione e lucidità. È inghiottita dagli eventi. Rimproverata è questa indifferenza, questa incoscienza. Vivere, ma senza sospetto, senza discernimento. Senza interrogazione. Senza interrogazione profonda.
Vedete, noi siamo stati educati a guardarci dalla malvagità e dalla violenza. E non sempre ce ne siamo guardati. Non siamo stati educati invece, o lo siamo stati meno, a guardarci dal sonno dello spirito: “Svegliamoci” diceva oggi Paolo “dal sonno”, dall’indifferenza, dalla cecità. Di qui questo non accorgersi di nulla, questo non interrogarci sulle questioni fondamentali, questo essere trascinati dagli eventi, risucchiati dal trantran delle cose.
“Mangiavano, bevevano, prendevano moglie e marito”. E così anche le cose serie come mangiare e bere, prendere moglie e marito possono essere a tal punto idolatrate da occupare tutto il cuore, tutto il da fare della vita. Non c’è altro. Sommersi! Si fanno tante cose, – oggi più di ieri forse se ne fanno: pensate solo a quante se ne fanno fare ai bambini! – ma come per automatismo, come per una necessità sociale, per obbedienza, più o meno consapevole, alle mode del tempo. Ma rimanendone inghiottiti. Senza capire che cosa sta accadendo più in profondità, qual è il senso di tutto. Con l’esito – a volte devastante! – del non senso. Il non senso di tutto.
L’impressione che a volte se ne ricava è come quella di aver radunate tante cose, ma come pietre gettate. Gettate in un mucchio. Un conto sono le pietre gettate in un mucchio, un conto sono le pietre radunate in un edificio. Manca il disegno, manca l’architetto che vede il disegno, che raduna in un disegno.
Ci è chiesta una vigilanza: scoprire alla luce della parola di Dio la profondità della vita, la profondità degli avvenimenti e della storia. E non rimanere alla superficie. Alla superficie di ciò che sta accadendo. Questa nostra generazione si sta segnalando per una quantità di cose che conosce – sappiamo! – siamo gli uomini e le donne di una moltitudine di notizie, ma spesso facciamo cronaca. Non c’è sapienza di interpretazione.
Oggi le letture erano richiamo in molte direzioni. Io ne sfioro brevemente due.
La prima richiamata nella lettera dell’apostolo Paolo ai Romani: con l’invito a rivestirci di luce. Oggi sta diventando sempre più frequente il lamento, il piagnisteo sulla nequizia dei tempi. Non perdiamo ulteriormente tempo. Poniamo gesti che gettino semi per il futuro. Semi di luce. Germoglieranno. “Rivestitevi del Signore Gesù Cristo”. Per questo veniamo qui la domenica: per cogliere più in profondità il senso che Gesù dava alla vita, il disegno che fa delle pietre un edificio. E farlo nostro.
Seconda indicazione sull’essere svegli, vigilanti: non guardare indietro. E, al contrario, come oggi ci invitava a fare il profeta Isaia, guardare in avanti, al progetto di Dio. Il progetto di Dio, diceva Isaia, va verso un disegno che racconta l’affluire al monte di Dio di tutti i popoli, verso un criterio che non è la soppressione dell’altro o di se stessi, ma la relazione con l’altro. Non marciamo, sembra ammonire il profeta, contro il disegno di Dio, marceremmo verso il nulla. Mettiamo le premesse, se siamo vigilanti, se siamo intelligenti, per un mondo in cui si forgeranno le spade in vomeri e le lance in falci e un popolo non sorga più contro un altro popolo e non ci si eserciti più – brutto esercizio! – nell’arte della guerra.

Il mondo da progettare, se siamo vigilanti e intelligenti, se siamo realmente credenti, dovrebbe essere un mondo in cui gli uomini non siano costretti a minacciarsi a vicenda, fino alla morte, per potere convivere. Perché non è con il gelo che noi schiudiamo i fiori – stolta illusione! – ma con il tepore, il tepore dolce che non violenta le gemme, ma le schiude alla loro bellezza. Così fa Dio, questo è il progetto di Dio, questo il progetto dei credenti, di quelli che veramente credono in Dio.

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 29 novembre, 2019 |Pas de commentaires »

GESÙ CRISTO RE DELL’UNIVERSO (C)- “GESÙ, RICORDATI DI ME QUANDO VERRAI NEL TUO REGNO” – ENZO BIANCHI

https://combonianum.org/2019/11/19/vangelo-della-xxxiv-domenica-del-tempo-ordinario-c/

GESÙ CRISTO RE DELL’UNIVERSO (C)- “GESÙ, RICORDATI DI ME QUANDO VERRAI NEL TUO REGNO” – ENZO BIANCHI

La festa per eccellenza di Cristo Re dell’universo è l’ascensione, la glorificazione di Gesù da parte del Padre che lo intronizza accanto a sé quale Kýrios, Signore vivente per sempre. Nel 1925 si è aggiunta la festa odierna per ricordare tale regalità ai re di questo mondo. La riforma liturgica del concilio Vaticano II, in verità, l’ha mutata in profondità: Gesù Cristo è Re perché regna sulla croce; è un Re al contrario dei re di questo mondo, crocifisso tra malfattori; è un Re condannato dai poteri religioso e politico; è un Re che salva gli altri e non se stesso. Insomma, è un Re paradossale!
Il brano evangelico di Luca previsto per questa festa nell’annata liturgica C è il racconto della crocifissione di Gesù. Dopo la condanna chiesta dai sacerdoti e inflitta da Pilato (cf. Lc 23,13-26), il corteo che scorta Gesù e i due delinquenti condannati insieme a lui giunge a una piccola collina fuori della città di Gerusalemme, al di là della porta di Efraim, altura che i giudei chiamavano Golgota, o Cranio, o monte Calvo, dove secondo una leggenda era stato sepolto Adamo. Proprio qui i tre vengono crocifissi, con il terribile supplizio riservato agli scarti della società, ai peggiori delinquenti. Tra due criminali, “annoverato tra quelli che hanno commesso il male” (Is 53,12; Lc 22,37), viene crocifisso il nuovo Adamo (cf. Lc 23,32-33), o meglio il vero Adamo, l’uomo totalmente a immagine e somiglianza di Dio (cf. Col 1,15).
È una scena crudele, carica di violenza e di orrore, eppure il popolo (laós), quel popolo che aveva seguito Gesù, che l’aveva acclamato (cf. Lc 19,38), che pochi giorni prima pendeva dalle sue labbra mentre insegnava nel tempio (cf. Lc 19,38), ebbene quel popolo “sta a vedere”. Non sta più dalla parte di Gesù, non lo segue più, non lo difende: appare deluso dall’esito della sua vicenda, incapace di comprendere ciò che si sta consumando. Luca ricorda che, dopo la morte di Gesù, “tutta la folla che era venuta a vedere questo spettacolo (theoría), ripensando a quanto era accaduto, se ne tornava battendosi il petto” (Lc 23,48), iniziando cioè un cammino di conversione, ma per ora no: Gesù muore abbandonato veramente da tutti, solo, perché i discepoli sono fuggiti e l’uditorio che prima lo applaudiva è muto e non sta più dalla sua parte. Avevano atteso un Messia vittorioso, potente, un vero Re, più forte dei re di questo mondo, e invece hanno visto uno che non è neppure capace di salvarsi…
Guardando il popolo e gli aguzzini dall’alto della croce, Gesù può solo affermare: “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno” (Lc 23,34), ma neanche questa parola lo rende comprensibile al popolo. E proprio in quella solitudine, in quell’abbandono, ecco riapparire la tentazione, come all’inizio della sua missione, quando aveva sostato nel deserto (cf. Lc 4,1-12). Luca allora aveva avvertito i lettori del vangelo: “Dopo aver esaurito ogni tentazione, il diavolo si allontanò da lui fino al tempo opportuno” (Lc 4,13). Ed eccolo, puntuale, riapparire nell’ora estrema. Come allora la tentazione verteva per Gesù sulla sua capacità di provare di essere Figlio di Dio mediante segni eclatanti, non nella possibilità di un umano ma nella potenza divina, lo stesso avviene ora.
Il primo strumento demoniaco sono i capi religiosi, quei sacerdoti presenti alla croce perché avevano chiesto ai romani la condanna a morte di Gesù. Da veri esperti delle Scritture, essi proclamano con precisione teologica: “Ha salvato altri! Salvi se stesso, se è lui il Messia di Dio, l’Eletto!”. Se Gesù è l’Unto del Signore, il Figlio di David, il Re di Gerusalemme, l’Eletto inviato da Dio (cf. Is 42,1), salvi innanzitutto se stesso, mostri la sua potenza liberandosi dal supplizio che lo porta alla morte! Ma Gesù resta sulla croce: ascolta e tace, si lascia accusare di impotenza, non si difende, non cede a comportamenti frutto dell’inimicizia. Fino alla fine vive nella logica di amore di Dio, un Dio che ha un amore misericordioso anche verso i suoi nemici; anzi, simultaneamente all’odio che riceve da loro, continua ad amarli (cf. Rm 5,6-10).
La seconda tentazione viene espressa dal potere politico e militare dei soldati pagani che lo uccidono. Lo deridono dando da bere dell’aceto a lui che ha la gola riarsa, bruciante, e nella loro ottica politica lo scherniscono così: “Se tu sei il Re dei giudei, salva te stesso!”. Un re che non è in grado di salvare se stesso, come potrà salvare gli altri? E allora che re è mai? Come può un re tanto impotente opporsi a Cesare e insidiare il suo potere? No, egli merita solo disprezzo! Eppure Gesù è Re, come proclama l’iscrizione posta sulla croce, più in alto del suo capo; iscrizione che nell’intenzione dei suoi autori vorrebbe essere dileggiante, causa di commiserazione, e invece dice una verità ben diversa, per chi sa vederla… Gesù è veramente l’Unto del Signore, il Messia promesso da Dio a Israele, ma questa regalità è sorprendente, perché non è modellata su quella dei re di questo mondo, dove i governanti opprimono, comandano e si fanno applaudire come autori del bene comune (cf. Lc 22,25). La regalità di Gesù, invece, è altra e sta nello spazio dell’amore: chi ama regna, chi ama fino alla fine (cf. Gv 13,1) è vero re! Gesù accoglie in silenzio anche questa seconda tentazione, come se continuasse a ripetere: “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno”…
La terza tentazione gli viene da chi è solidale con lui nel supplizio, nella tortura e nella morte, uno dei “compagni” di Gesù, uno dei due banditi condannati insieme a lui. Gesù aveva iniziato il suo mistero mettendosi in una fila di peccatori per andare da Giovanni il Battista a chiedere il battesimo (cf. Lc 3,21), per tutta la vita è stato tra i peccatori (cf. Lc 15,1-2; 19,7) e ora muore tra peccatori. Anche qui Gesù resta quello che è sempre stato: “un amico dei peccatori” (Lc 7,34). Uno dei due crocifissi con lui, dunque, gli dice: “Non sei tu il Messia? Salva te stesso e noi!”. È un grido di disperazione: “Salva anche noi perché, se sei il Messia inviato da Dio, puoi farlo!”. Ma Gesù tace, comprendendolo nella sua protesta e nella sua sfida. È l’altro condannato che interviene osservando: “Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male”.
Diciamo la verità: abbiamo fatto del primo “il cattivo ladrone” e del secondo “il buon ladrone”, ma in realtà erano entrambi malfattori, omicidi secondo gli altri vangeli. Dunque sono tutti e due cattivi, e se c’è una differenza va cercata solo nel fatto che il secondo arriva a fare questa invocazione confidente: “Gesù, ricordati di me quando verrai nel tuo Regno”, ovvero chiede a Gesù di essere salvato non qui, perché questo a Gesù non è possibile, ma quando verrà nel suo Regno; anzi, neanche di essere salvato, ma di essere ricordato, che sarebbe già molto… Gesù può forse rifiutarsi di salvare il primo ladrone che gli chiede: “Salva anche noi”? Egli in verità può mostrare il suo potere solo salvando, ma non facendoli scendere dalla croce, bensì non abbandonandoli nell’ora della venuta del suo Regno.
Salvare un altro non è preservarlo dalla morte ma rendere la sua morte un passaggio, un esodo per la vita eterna, per il Regno! Gesù non ci salva ora come vorremmo noi, ma ci salva se noi, che non siamo mai né giusti né buoni, sappiamo accogliere il perdono che Dio ci offre, che Gesù ci offre. Entrambi i malfattori hanno capito che essere buoni e giusti è secondo la volontà di Dio ma che, se questo non è avvenuto nella propria vita, ciò che conta alla fine è accogliere il suo perdono, dicendo semplicemente: “Gesù, ricordati di me quando verrai nel tuo Regno”.

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Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 22 novembre, 2019 |Pas de commentaires »

XXXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (C) COMMENTO – Enzo Bianchi

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XXXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (C) COMMENTO – Enzo Bianchi

Il tempo della fine

L’anno liturgico volge al suo termine e il nostro cammino riprenderà con il tempo di Avvento, inizio di un nuovo anno. Eccoci dunque in contemplazione delle realtà ultime, alle quali tende la nostra attesa: il Signore Gesù apparirà nella gloria come il Veniente. È Gesù stesso che sul finire dei suoi giorni terreni prima della sua passione e morte, mentre si trova a Gerusalemme per la celebrazione della Pasqua, di fronte al tempio, stimolato da una domanda dei suoi discepoli delinea “il giorno del Signore” (jom ’Adonaj) quale giorno della sua venuta.
Il tempio di Gerusalemme, la cui ricostruzione da parte di Erode era iniziata circa cinquant’anni prima, appariva come una costruzione sontuosa, che impressionava chi giungeva a Gerusalemme. Essa non era come le altre città capitali: era “la città del gran Re” (Sal 48,3; Mt 5,35), il Signore stesso, meta dei giudei residenti in Palestina o provenienti dalla diaspora (da Babilonia a Roma), la città sede (luogo, maqom) della Shekinah, della Presenza di Dio. Il tempio nel suo splendore ne era il segno per eccellenza, tanto che si diceva: “Chi non ha visto Gerusalemme, la splendente, non ha visto la bellezza. Chi non ha visto la dimora (il Santo), non ha visto la magnificenza”.
Anche i discepoli di Gesù nella valle del Cedron, di fronte a Gerusalemme, o sul monte degli Ulivi erano spinti all’ammirazione. Ma Gesù risponde: “Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta”, parole che per i giudei suonavano come una bestemmia, al punto che saranno uno dei capi di accusa contro Gesù nel processo davanti al sinedrio (cf. Mc 14,58; Mt 26,61). Gesù non vuole negare la bellezza del tempio, né decretarne la distruzione, ma vuole avvertire i discepoli: il tempio, sebbene sia casa di Dio, sebbene sia una costruzione imponente, non deve essere oggetto di fede né inteso come una garanzia, una sicurezza. Purtroppo, infatti, il tempio di Gerusalemme era diventato destinatario della fede da parte di molti contemporanei di Gesù: non al Dio vivente ma al tempio andava il loro servizio, e la loro fede-fiducia non era più indirizzata al Signore, ma alla sua casa, là dove risiedeva la sua Presenza…
Gesù, del resto, non fa altro che ammonire il popolo dei credenti, come aveva fatto secoli prima il profeta Geremia: “Non basta ripetere: ‘Tempio del Signore, tempio del Signore, tempio del Signore!’, e pensare che esso possa salvare, ma occorre vivere secondo la volontà di Dio, praticare la giustizia”(cf. Ger 7,1-15). Più in generale, le parole di Gesù erano fedeli all’annuncio dei profeti, che più volte avevano ammonito i credenti, mettendoli in guardia dal rischio di trasformare uno strumento per la comunione con Dio in un inciampo, un luogo idolatrico, una falsa garanzia di salvezza. E Gesù con il suo sguardo profetico vede che il tempio andrà in rovina, sarà distrutto, non sarà capace di dare salvezza a Israele.
Di fronte a questo annuncio del loro Maestro, i discepoli hanno una reazione di curiosità: “Quando accadrà questo? Ci sarà un segno premonitore?”. A questi interrogativi Gesù non risponde puntualmente, non formula predizioni, ma piuttosto avverte i discepoli su come è necessario prepararsi per “quel giorno” che viene. Nessuna data, nessuna risposta precisa alle febbri apocalittiche sempre presenti nella storia, tra i credenti, nessuna immagine terroristica come segno, ma delle indicazioni affinché i credenti vadano in profondità, leggano i segni dei tempi e vivano con vigilanza il proprio oggi, mai dimenticando, ma al contrario conservando la memoria della promessa del Signore e attendendo che tutto si compia.
Il primo avvertimento di Gesù è una messa in guardia di fronte a quelli che si presentano come detentori del Nome di Dio: “Egó eimi, Io sono”. Tale pretesa coincide con l’arrogarsi una centralità, un primato e un’autorità che appartengono solo al Signore. Mai il credente discepolo di Gesù può affermare: “Io sono”, ma piuttosto deve sempre proclamare: “Io non sono” (cf. Gv 1,20-21) e fare segno, indicare il Cristo Signore (cf. Gv 1,23-36). Purtroppo gli umani cercano sempre un idolo in cui mettere fede, una sorta di tempio che li garantisca e – come insegna tristemente la storia – finiscono per trovarlo o in persone che vengono nel nome di Gesù ma in realtà sono contro di lui, o in istituzioni umane: istituzioni liturgiche, teologiche, giuridiche, politiche, che magari si proclamano volute da Cristo stesso, mentre in realtà sono scandalo e contraddizione alla fede autentica! Gesù avverte: “Non andate dietro (opíso) a loro”, perché l’unica sequela è quella indicata da Gesù stesso e testimoniata dal Vangelo. Senza dimenticare che quando Luca, verso l’80 d.C., mette per iscritto queste parole di Gesù, conosce quante volte falsi profeti e impostori si sono presentati al popolo (cf. At 5,36-37; 21,38).
I cristiani, inoltre, devono saper distinguere la parousía, la venuta finale, accompagnata da eventi che mettono fine a questo mondo, da avvenimenti sempre presenti nella storia: guerre, rivoluzioni, terremoti, carestie, cadute di città, tra cui la stessa Gerusalemme… Oltre a ciò, vanno messe in conto le violente persecuzioni che i discepoli di Gesù conosceranno fin dai primi giorni della vita della chiesa (cf. At 4,1-31). Come Gesù è stato perseguitato fino alla morte, così pure avverrà per i suoi discepoli e le sue discepole, perché le autorità religiose non possono accogliere la buona notizia del Vangelo, la fine dell’economia del tempio, la fine del primato della Legge e del vincolo della discendenza giudaica; e le autorità politiche non possono sopportare la giustizia vissuta e predicata da Gesù! Ma cosa sono le persecuzioni se non un’occasione di rendere testimonianza a Cristo? Il discepolo lo sa: guai se tutti dicono bene di lui (cf. Lc 6,26), ma beato quando lo si insulterà, lo si accuserà e lo si calunnierà dicendo ogni male di lui, solo perché egli rende eloquente nella sua vita il Nome di Cristo (cf. Lc 6,22; Mt 5,11). E questo non accadrà solo nell’ordinarietà dei giorni, ma ci saranno anche dei tempi e dei luoghi in cui i cristiani saranno arrestati e condotti a giudizio davanti alle autorità religiose, gettati in prigione e trascinati davanti ai governanti e ai potenti di questo mondo, quelli che esercitano il potere e opprimono i popoli, ma si fanno chiamare benefattori (cf. Lc 22,25).
Ma il discepolo sa che nulla potrà separarlo dall’amore di Cristo, né la persecuzione, né la prigione, né la morte (cf. Rm 8,35). Anzi, Gesù gli assicura che nell’ora del processo gli saranno date parola e sapienza per resistere ai persecutori, che non potranno contraddirlo. In ogni avversità, anche da parte di parenti, familiari e amici, il cristiano non deve temere nulla. Deve solo continuare a confidare nel Signore Gesù, accogliendo la sua promessa: “Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita”. Ecco la virtù cristiana per eccellenza, l’hypomoné, la perseveranza-pazienza: è la capacità di non disperare, di non lasciarsi abbattere nelle tribolazioni e nelle difficoltà, di rimanere e durare nel tempo, che diviene anche capacità di sup-portare gli altri, di sopportarli e di sostenerli. La vita cristiana, infatti, non è l’esperienza di un momento o di una stagione della vita, ma abbraccia l’intera esistenza, è “perseveranza fino alla fine” (cf. Mt 10,22; 24,13), continuando a vivere nell’amore “fino alla fine”, sull’esempio di Gesù (Gv 13,1). Ecco perché questa pagina evangelica non parla della fine del mondo, ma del nostro qui e ora: la nostra vita quotidiana è il tempo della difficile eppure beata (cf. Gc 5,11) e salvifica perseveranza.

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Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 15 novembre, 2019 |Pas de commentaires »

XXXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (C) COMMENTO

https://combonianum.org/2019/11/04/vangelo-della-domenica-della-xxxii-domenica-tempo-ordinario-c/

XXXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (C) COMMENTO

Un Dio dei viventi, non dei morti!

Enzo Bianchi

Giunti quasi al termine della lectio cursiva del vangelo secondo Luca prevista dall’annata liturgica C, oggi ascoltiamo un brano evangelico che riguarda la morte, tema decisivo e inevitabile per tutti gli umani, quindi anche per i discepoli di Gesù.
Gesù è ormai entrato nella città santa di Gerusalemme (cf. Lc 19,28-38) e nei suoi ultimi giorni durante la sua predicazione è interrogato da quelli che lo ascoltano. Nel nostro testo è il caso di alcuni appartenenti al movimento dei sadducei, una porzione del popolo di Israele essenzialmente clericale, legata al sacerdozio. Profondamente conservatori e tradizionalisti, essi praticavano una lettura fondamentalista delle Scritture sante, tra le quali privilegiavano la Torah (il Pentateuco), mentre non consideravano rivelativi i profeti e gli scritti sapienziali. E proprio perché nella Torah, mediante una sua interpretazione letterale, non si trova la resurrezione dei morti quale verità da credere, i sadducei la rigettavano, a differenza dei farisei e degli esseni, che invece la professavano come destino ultimo dei giusti.
Per mostrare l’assurdità di tale fede nella resurrezione del corpo dalla morte, questi sadducei pongono a Gesù un esempio ridicolo e assurdo, che pare demolire la convinzione che anche Gesù e i suoi discepoli condividevano con gli altri figli di Israele. Essi fanno ricorso alla legge del levirato, presente nella Torah (cf. Dt 25,5-10), che autorizzava un uomo a sposare la cognata rimasta vedova e senza figli. Lo scopo di questa normativa è evidente: ai figli che nasceranno sarà imposto il nome della famiglia del padre, sicché la discendenza sarà assicurata al fratello defunto. In base a tale legge – dicono i sadducei – una donna diventa moglie di sette fratelli, perché questi muoiono uno dopo l’altro. “Da ultimo” – concludono – “morì anche la donna. Alla resurrezione, dunque, di chi sarà moglie? Poiché tutti e sette l’hanno avuta in moglie”.
È buona cosa sapere che al tempo di Gesù era dominante una concezione materiale del Regno messianico e delle realtà a esso connesse, perciò si credeva che la resurrezione avrebbe permesso ai morti del passato di prendere parte al Regno per essere giudicati e ritrovare nella beatitudine una fecondità straordinaria. Affermava, per esempio, rabbi Gamaliele: “Verrà un tempo in cui la donna partorirà ogni giorno una volta”. La resurrezione era pensata come rianimazione del cadavere, ritorno alla vita corporea precedente: una concezione a dir poco enigmatica, che aprirebbe numerosi problemi…
Gesù invece risponde con autorevolezza, interpretando diversamente l’idea della resurrezione: egli rivela che questo mondo passa e che la novità del regno dei cieli non conterrà più la necessità inscritta nella vita biologica di uomini e donne. Per Gesù, tra questo mondo e il mondo che viene c’è un contrasto radicale, non perché questa terra e questo cielo debbano essere distrutti e tornare al nulla, ma nel senso che l’assetto e la necessitas inscritti in essi non saranno più presenti. Il mondo che viene è una realtà altra da quella che conosciamo: vi entreranno quanti, in base al giudizio universale da parte di Dio (cf. Mt 25,31-46), saranno ritenuti degni, i “benedetti dal Padre” (Mt 25,34). Il giudizio provocherà una crisi e una cernita: quelli che sulla terra hanno vissuto secondo la volontà di Dio – la conoscessero o meno –, prenderanno parte al Regno. Su quelli che invece hanno contraddetto questa volontà che è l’amore, nient’altro che l’amore verso gli altri, ovvero sui “maledetti” (Mt 25,41), non c’è alcuna parola nel vangelo secondo Luca: su di loro un silenzio totale, come se non fossero degni di essere rialzati dal nulla della morte… Ecco come Gesù alza il velo sulla realtà dell’altro mondo, nella quale vi sarà una ri-creazione inimmaginabile, una trasfigurazione radicale che possiamo solo intravedere pensando agli angeli, ai messaggeri di Dio, creature non mortali, non corruttibili. Gesù aggiunge inoltre che nel Regno cesserà ogni attività di prosecuzione della specie, dunque ogni attività sessuale, perché non si morirà più.
Confessiamo onestamente che su questa realtà che non conosciamo e che ci è annunciata in modo allusivo non sappiamo dire, non sappiamo immaginare. A noi dovrebbe bastare l’essere convinti che la realtà dopo la resurrezione della carne sarà comunione con Dio e con tutti gli umani e che in questa comunione nulla andrà perduto dell’amore che abbiamo vissuto, amando e accettando di essere amati. Questo ci dovrebbe bastare: un’eterna comunione d’amore, una condizione in cui non ci saranno più il pianto, il lutto, la separazione, il dolore, la morte (cf. Is 25,16; Ap 7,17; 21,4), perché saremo “figli di Dio”.
Quanto alle parole di Gesù: “I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito, ma quelli che sono giudicati degni della vita futura e della risurrezione dai morti, non prendono né moglie né marito”, non possiamo dimenticare che per secoli sono state lette come un invito a vivere già qui il celibato per il Regno. Né dimentichiamo che, proprio a partire da quest’affermazione, i monaci hanno parlato del proprio stato come della “vita angelica”. Oggi invece leggiamo tali parole con un’ermeneutica diversa, non ritenendole più un fondamento alla condizione del celibato per il Regno. Sappiamo infatti che Gesù si serviva delle immagini della sua cultura, comprensibili al suo uditorio, per porre l’accento sull’annuncio della resurrezione della carne quale speranza per i suoi discepoli.
Ma a mio avviso il punto teologico e rivelativo culminante di questa discussione con i sadducei sta in un’affermazione di Gesù contenuta nel brano parallelo di Marco e di Matteo: “Voi vi ingannate, perché non conoscete le Scritture né la potenza di Dio” (Mc 12,24; Mt 22,29), quella dýnamis che può operare, creare e ri-creare… Accusa terribile, rivolta a quei sacerdoti ai quali competeva dare al popolo la conoscenza di Dio (cf. Os 4,6)! Ed ecco, nelle parole conclusive di Gesù, la correzione di questa non-conoscenza: “Che poi i morti risorgano, lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando dice: ‘Il Signore è il Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe’ (Es 3,6). Dio non è dei morti, ma dei viventi; perché in lui tutti vivono”. L’alleanza tra Dio e il suo popolo, tra Dio e gli umani tutti, è tale che nulla e nessuno potrà romperla: non certo la morte, perché egli è fedele e nella morte si presenta a noi con le braccia aperte, in attesa di prenderci con sé come figli e figlie amati per sempre.
Ecco l’ignoranza dei sadducei, la loro incapacità di leggere le parole dette da Dio a Mosè, dunque la loro non fede nella potenza di Dio. I credenti invece sono convinti che, essendo in alleanza con Dio, quando muoiono vivono per Dio e in Dio, perché Dio è fedele e non viene mai meno alla sua promessa e alla sua alleanza. Siamo posti di fronte al grande mistero dell’esodo pasquale: moriamo a questo mondo per essere rialzati mediante una trasfigurazione della nostra intera persona, spirito e corpo, alla vita in Cristo, nel Regno eterno dell’amore.

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Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 8 novembre, 2019 |Pas de commentaires »

XXXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) (03/11/2019)

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XXXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) (03/11/2019)

Due uomini tra loro diversissimi
mons. Roberto Brunelli

Il vangelo odierno (Luca 19,1-10) offre un magnifico esempio della misericordia divina e dei copiosi frutti che, se accolta, può portare.
« Gesù entrò nella città di Gerico e la stava attraversando, quand’ecco un uomo, di nome Zaccheo, capo dei pubblicani e ricco, cercava di vedere chi era Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, perché era piccolo di statura. Allora corse avanti e, per riuscire a vederlo, salì su un sicomoro, perché doveva passare di là. Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: ‘Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua’. Scese in fretta e lo accolse pieno di gioia. Vedendo ciò, tutti mormoravano: ‘E’ entrato in casa di un peccatore!’ »
Tutti mormoravano: chiunque volesse dirsi un buon ebreo evitava con cura ogni contatto con i pubblicani, disprezzati come oppressori del loro stesso popolo, perché avevano accettato di fare gli esattori delle tasse per conto degli odiati Romani, che con la forza delle armi avevano conquistato mezzo mondo, compresa la Palestina, e la governavano con pugno di ferro. Esattori delle tasse, che spesso poi esigevano più del dovuto, per incamerarlo a proprio vantaggio. Tutti li evitavano, ed ecco che invece addirittura un maestro nella fede si autoinvitava a casa di uno di loro!
Forse gli abitanti di Gerico non si sarebbero stupiti se avessero saputo che Gesù aveva scelto uno dei suoi dodici apostoli proprio tra i pubblicani (è Matteo, l’evangelista) e se avessero sentito la parabola di domenica scorsa, del fariseo e del pubblicano recatisi nel tempio a pregare. Non si sarebbero meravigliati, se avessero conosciuto come Gesù aveva trattato altri peccatori, quali la donna colta in flagrante adulterio, la samaritana dai cinque mariti, la prostituta che gli aveva lavato i piedi con le proprie lacrime. Non si sarebbero scandalizzati, se l’avessero sentito quando aveva detto chiaro: « Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori ».
? Certo, l’atteggiamento di Gesù non va scambiato per tolleranza o indifferenza davanti al peccato. La sua è invece la sollecitudine del buon pastore, che va in cerca della pecorella smarrita per riportarla all’ovile, e quando vi riesce è lui il primo a rallegrarsi. Vi riesce, tornando al vangelo di oggi, con Zaccheo, il quale dimostra di capire bene il senso del sorprendente gesto di Gesù: riconosce di essere un peccatore, e corrisponde all’inattesa benevolenza del maestro dichiarando: « Ecco, Signore, io do la metà di ciò che possiedo ai poveri e, se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto ».?
Il comportamento di Zaccheo risulta commendevole, per vari motivi. Anzitutto egli restituisce il maltolto, e con gli interessi! Non basta infatti pentirsi del male commesso; un pentimento sincero comporta anche la riparazione, per quanto possibile, e non solo in fatto di furti o imbrogli; ad esempio, comporta il chiedere scusa a quanti avessimo deliberatamente offeso. In secondo luogo, egli dimostra attenzione verso i meno fortunati. Non sarà sempre necessario distribuire metà dei propri beni ai poveri; ma riconosciamolo: quante volte restiamo insensibili, davanti a chi potremmo facilmente soccorrere.?
Merita poi una sottolineatura il fatto che Zaccheo si sia lasciato incuriosire dalla persona di Gesù; non gli è bastato quello che gli avevano raccontato di lui: ha voluto accertarsi direttamente, è andato a cercarlo. Somiglia in questo a un altro personaggio del vangelo, il nobile e colto Nicodemo, quello che è andato da Gesù di notte per chiedergli spiegazioni, e da allora è diventato un suo discepolo, uno dei pochi rimastigli fedeli sino al calvario. Zaccheo e Nicodemo: due uomini tra loro diversissimi, divenuti però entrambi un esempio per quanti invece si fanno bastare il « sentito dire », e così non sanno quello che perdono. Un incontro con il divino Maestro, una adeguata conoscenza di lui, può davvero cambiare la vita.

 

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 31 octobre, 2019 |Pas de commentaires »

XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (C) COMMENTO O Dio, abbi pietà di me peccatore Enzo Bianchi

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XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (C) COMMENTO

O Dio, abbi pietà di me peccatore
Enzo Bianchi

La parabola che oggi la liturgia ci fa ascoltare è collocata da Luca al capitolo 18, ancora in relazione alla preghiera. Quando pregare? Sempre e con intensità, risponde la parabola del giudice iniquo e della vedova insistente (cf. Lc 18,1-8), ascoltata domenica scorsa. Come pregare? Come il pubblicano e non come il fariseo, risponde la parabola odierna. Ma in questo testo è in gioco qualcosa di più. O meglio, Gesù tratta sì di due atteggiamenti diversi nella preghiera, ma in realtà attraverso di essi allarga l’orizzonte: ci insegna che la preghiera rivela qualcosa che va oltre se stessa, riguarda il nostro modo di vivere, la nostra relazione con Dio, con noi stessi e con gli altri.
Tutto ciò è già contenuto nell’incipit: “Disse questa parabola ad alcuni che confidavano in se stessi perché erano giusti”. Il peccato di questi uomini religiosi non è la presunzione di essere giusti ma il mettere fede-fiducia in se stessi e non in Dio. La loro osservanza delle leggi e la loro scrupolosa pratica religiosa li convincono di potersi fidare di sé, senza più attendere nulla da Dio. Tale atteggiamento ha come ovvia conseguenza il ritenere gli altri nulla, il disprezzarli. Gesù sa, proprio perché anch’egli è un credente e conosce bene i rischi della religione, che non basta essere figli di Abramo per essere dei veri credenti. Lo aveva già detto il Battista: “Non cominciate a dire tra voi: ‘Abbiamo Abramo per padre!’. Perché io vi dico che da queste pietre Dio può suscitare figli ad Abramo” (Lc 3,8). Gesù sa che ci sono barriere create dagli umani che non sono tali per Dio. Gesù sa che ci sono dei credenti che in realtà sono increduli, abitati dall’idolatria, che ostentano la loro fede, ma poi non realizzano la volontà di Dio…
Ecco allora il racconto della parabola: “Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano”. Il tempio è il luogo in cui si adora il Dio vivente, il luogo dell’incontro con lui, attraverso il culto stabilito dalla Torah. Entrambi sono nello spazio riservato ai figli di Israele, davanti al Santo, riservato ai sacerdoti. Entrambi invocano il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, il Dio rivelatosi come Signore a Mosè, il Dio che ha fissato la sua dimora nel tempio di Gerusalemme. Ma le somiglianze finiscono qui. Uno dei due è un militante del movimento dei farisei, l’altro un esattore delle tasse, uno che esercita un mestiere disprezzato, appartenente a una categoria di corrotti. Di più, l’esattore è detto “pubblicano” in quanto “pubblicamente peccatore”, “corrotto manifesto”, perciò maledetto da Dio e dagli uomini.
Il fariseo, ritenendosi conforme alle attese di Dio, sta in piedi, nella posizione consueta dell’orante ebreo, e fa nel suo cuore una preghiera che vorrebbe essere un ringraziamento a Dio. Ma in realtà è concentrato su di sé e mentre vanta i suoi meriti si autocompiace, fa il paragone tra sé e gli altri, giudicandoli. Nessun dubbio in lui, ma uno stare in piedi sicuro di stare davanti a Dio, a fronte alta, ignaro del fatto che può stare in piedi solo per grazia, perché reso figlio di Dio. Il suo monologo dichiara lontananza dagli altri uomini ma anche lontananza da Dio, non conoscenza di lui, dal quale aspetta solo un “amen” alle sue parole. Annota con finezza Agostino: “Era salito per pregare; ma non volle pregare Dio, bensì lodare se stesso”. È evidente che in una simile preghiera l’intero rapporto con Dio è pervertito: la chiamata alla fede è un privilegio, l’osservanza della Legge una garanzia, l’essere in una condizione morale retta un pretesto per sentirsi superiore agli altri.
Si faccia però attenzione: ciò che Gesù stigmatizza nel fariseo non è il suo compiere opere buone, ma il fatto che egli, nella sua fiducia in sé, non attende nulla da Dio. Il problema è che si sente sano e non ha bisogno di un medico, si sente giusto e non ha bisogno della santità di Dio (cf. Lc 5,31-32): ha dimenticato che la Scrittura afferma che il giusto pecca sette volte al giorno (cf. Pr 24,16), cioè infinite volte! Sì, quanti, essendo osservanti e dunque giusti, confidano in sé, ringraziano Dio per ciò che sono e non pensano di dover chiedere a Dio misericordia, di dover mutare qualcosa nella propria vita, ma sono trascinati dall’autocompiacimento a disprezzare gli altri! Per questo il fariseo nel suo ringraziamento enumera i peccati altrui, dai quali si sente esente: “Sono ladri, ingiusti, adulteri”, per non parlare del pubblicano che è insieme a lui nel tempio…
Ma ecco, di fronte a questa preghiera, quella del peccatore pubblico. All’inizio del vangelo Gesù aveva chiamato a essere suo discepolo proprio un pubblicano, Levi, e si era recato a un banchetto nella sua casa, scandalizzando scribi e farisei (cf. Lc 5,27-32); alla fine, subito prima del suo ingresso a Gerusalemme, sarà un altro pubblicano, Zaccheo, ad accogliere Gesù nella sua casa, suscitando ancora la riprovazione degli uomini religiosi (cf. Lc 19,1-10). In tal modo l’annuncio del Battista secondo cui “Dio può suscitare figli ad Abramo dalle pietre” (Lc 3,8) si fa evento in Gesù; non chi dice di avere Abramo per padre è suo figlio (cf. ibid.), ma uno come Zaccheo, pubblicano, è dichiarato da Gesù “figlio di Abramo”, raggiunto nella propria casa dalla salvezza (cf. Lc 19,9).
Ma perché Gesù sceglieva di preferenza la compagnia dei peccatori pubblici, fino a dire agli uomini religiosi: “I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio” (Mt 21,31)? Non per stupire o scandalizzare ma per mostrare, in modo paradossale, che queste persone emarginate e condannate sono il segno manifesto della condizione di ogni essere umano. Tutti siamo peccatori – e pecchiamo, finché ci è possibile, in modo nascosto! –, ma Gesù aveva compreso una cosa semplice: i peccatori pubblici sono esposti al biasimo altrui, e perciò sono più facilmente indotti al desiderio di cambiare la loro condizione; essi possono cioè vivere l’umiltà quale frutto delle umiliazioni patite, e di conseguenza possono avere in sé quel “cuore contrito e spezzato” (Sal 51,19) in grado di spingerli a cambiare viti.
Il pubblicano è un uomo non garantito da ciò che fa, anzi i suoi peccati manifesti lo rendono oggetto di disprezzo da parte di tutti. Egli sale al tempio nella consapevolezza, sempre rinnovata a causa del giudizio altrui, di essere un peccatore, mendicante del perdono di Dio. Per questo Luca descrive accuratamente il suo comportamento, opposto a quello del fariseo. “Si ferma a distanza”, non osa avvicinarsi al Santo dei santi, dove dimora la presenza di Dio; “non osa nemmeno alzare gli occhi al cielo”, ma li tiene bassi, vergognandosi della propria condizione; “si batte il petto”, gesto tipico di chi vuole manifestare il suo pentimento, come le folle di fronte allo “spettacolo” (Lc 23,48) della morte in croce di Gesù.
Le sue parole sono brevissime: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”. È l’invocazione che ritorna più volte nei salmi (cf. Sal 25,11; 51,13, ecc.). È il chiedere a Dio che continui sempre ad avere tanta pietà di noi peccatori: quanto ne abbiamo bisogno! È “la preghiera dell’umile che penetra le nubi” (Sir 35,21), che non spreca parole, ma che vive della relazione con Dio, della relazione con se stesso, della relazione con gli altri: chiede perdono a Dio, confessa il proprio peccato e la solidarietà con gli altri uomini e donne. Il pubblicano si presenta a Dio senza maschere, i suoi peccati manifesti lo rendono oggetto di scherno: non ha nulla da vantare, ma sa che può solo implorare pietà da parte del Dio tre volte Santo. Egli prova lo stesso sentimento di Pietro, perdonato fin dal momento della sua vocazione quando, di fronte alla santità di Gesù, grida: “Signore, allontanati da me che sono un peccatore!” (Lc 5,8; cf. Is 6,5). L’umiltà di quest’uomo non consiste nel fare uno sforzo per umiliarsi: la sua posizione morale è esattamente quella che confessa e dalla quale è umiliato! Non ha nulla da pretendere, per questo conta su Dio, non su se stesso. E ciò vale anche per noi: il nostro nulla è lo spazio libero in cui Dio può operare, è il vuoto aperto alla sua azione; su chi è troppo “pieno di sé”, invece, Dio è impossibilitato ad agire… E si noti: Gesù non elogia la vita del pubblicano, così come non condanna le azioni giuste del fariseo, ma la sua condanna va al modo in cui il fariseo guarda alle sue azioni e, attraverso di esse, a Dio stesso.
Terminata la parabola, ecco il giudizio di Gesù: “Io vi dico che il pubblicano, a differenza dell’altro, tornò a casa sua reso giusto (da Dio), perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato”. Quest’ultima sentenza proverbiale, già presente al termine della parabola sulla scelta dei posti a tavola da parte degli invitati a un banchetto (cf. Lc 14,11), echeggia le parole del Magnificat: “Il Signore innalza gli umili” (Lc 1,52). Ma come intendere questo innalzamento e questo abbassamento? E soprattutto, come intendere l’umiltà, virtù ambigua e sospetta? L’umiltà non è falsa modestia, non equivale a un “io minimo”: non chi si fa orgogliosamente umile è innalzato da Dio, perché questo equivarrebbe a replicare l’atteggiamento del fariseo, sarebbe orgoglio mascherato da falsa umiltà. No, è innalzato da Dio chi riconosce il proprio peccato, chi, aderendo alla propria realtà, riconosce il proprio peccato, accoglie dagli altri le umiliazioni quale medicina salutare e, patendo tutto questo, persevera nel riconoscimento della grazia e della compassione di Dio, ossia nella fiducia in Dio, nel contare sulla sua misericordia che può trasfigurare la nostra debolezza.
Attraverso la figura del pubblicano Gesù ci esorta a umiliarci nel senso di lasciarci accogliere e perdonare da Dio, che con la sua forza può curarci e guarirci; a non perdere tempo a guardare fuori di noi, scrutando gli altri con occhio cattivo e spiando i loro peccati; ad accettare di riconoscere la nostra condizione di persone che “non fanno il bene che vogliono, ma il male che non vogliono” (cf. Rm 7,19). Il pubblicano non ha costruito né vantato una sua giustizia davanti a Dio e agli altri, ma ha lasciato a Dio la libertà di giudicare; a Dio si è affidato, invocando come unico dono di cui aveva veramente bisogno la sua misericordia. Con una preghiera così breve e semplice è entrato in comunione con Dio senza separarsi dagli altri, e ora, perdonato, fa ritorno alla vita quotidiana nella compagnia degli uomini.
La parola conclusiva di Gesù, solennemente e autorevolmente introdotta da “Io vi dico”, fa di un giusto un peccatore e di un peccatore un giusto. Il giudizio di Dio, narrato da Gesù, sovverte i giudizi umani: chi si credeva lontano e perduto è accolto e salvato, mentre chi si credeva approvato, accanto a Dio, è umiliato e risulta lontano. Questo può apparire scandaloso, può apparire un inciampo nella vita di fede per gli uomini religiosi, ma è buona notizia, è Vangelo per chi si riconosce peccatore e bisognoso della misericordia di Dio come dell’aria che respira.

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Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 25 octobre, 2019 |Pas de commentaires »
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