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III DOMENICA DI AVVENTO (ANNO B) – GAUDETE (17/12/2017)

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Cercare e conoscere – don Luciano Cantini

III DOMENICA DI AVVENTO (ANNO B) – GAUDETE (17/12/2017)

Giovanni rispose loro
Sono estremamente forti le parole del Battista che afferma: In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete. Possiamo limitarle al racconto del dialogo con i sacerdoti e leviti, come risposta contingente alla domanda dei suoi interlocutori: Quelli che erano stati inviati venivano dai farisei. Più tardi Gesù sarà perentorio nei confronti dei farisei: «Voi non conoscete né me né il Padre mio; se conosceste me, conoscereste anche il Padre mio» (Gv 8,19).
Forse però dobbiamo accoglierle come un messaggio universale che arriva fino a noi, oggi.
Questa affermazione non è una condanna senza via di uscita piuttosto un invito a cercare e conoscere.
Se noi andiamo verso la fine del Vangelo secondo Giovanni ritroviamo la stessa realtà affermata dal Battista che riguarda non un gruppo di ignoti farisei ma proprio gli apostoli, i suoi discepoli.

In mezzo a voi
Lo stesso giorno della risurrezione, Giovanni racconta dei discepoli rinchiusi nel Cenacolo pieni di paura mentre venne Gesù, stette in mezzo (Gv 20,19). Le parole utilizzate sono le stesse dell’affermazione del Battista. Nel divenire incerto dell’uomo l’evangelista racconta del cenacolo con una certa forza verbale – lo ripete due volte – la stabilità di Gesù che si pone “in mezzo”. Davvero Gesù è l’Emmanuele, il Dio con noi profetizzato da Isaia (7,14).
Questa affermazione diventa un invito a cercare in mezzo alle persone, siamo chiamati a mescolarci con la gente se vogliamo incontrare Gesù; se guardiamo bene è il contrario di quello che facciamo quando lo cerchiamo nell’oscurità di un santuario o nel chiuso della propria casa. Il ritirarci nella propria famiglia, nel proprio gruppo sociale, tra i nostri simili, nel circolo che ci siamo costruiti è limitante e privo di prospettiva. L’affermazione del Battista è un invito a guardare a coloro che stava battezzando: una folla variegata di peccatori, emarginati, cercatori di futuro. Siamo chiamati a mischiarci, metaforicamente, con il popolo lungo il Giordano per condividere da vicino le sofferenze di tanti.

Che voi non conoscete
Conoscere il Signore e Maestro è un cammino lungo che sembra non compiersi mai: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo?» (Gv 14,9); averlo frequentato, ascoltato, aver mangiato con lui, osservato i suoi segni (miracoli) sembra non bastare. Nel cenacolo i discepoli fanno fatica a riconoscerlo, come lungo le rive del lago: E nessuno dei discepoli osava domandargli: «Chi sei?», perché sapevano bene che era il Signore (Gv 21,12).
Gli apostoli sono meravigliati e sconcertati allo stesso tempo, vedono colui che hanno sempre visto come un uomo nuovo pur sapendo che è lo stesso di prima.
C’è in colui che sta in mezzo a noi qualcosa che conosciamo e che dobbiamo scoprire, c’è qualcosa che desideriamo imparare se vogliamo riconoscerlo. La ricerca che facciamo di Gesù molto spesso è dovuta a situazioni particolari; raramente è il frutto di una scelta per un cammino di fede fondato sulla conoscenza del Vangelo.

A lui io non sono degno
Il Battista sa bene qual è la differenza tra lui e Gesù: Io non sono… il Cristo, Elia, il profeta, ha preso coscienza di se stesso tanto da affermare a lui io non sono degno di slegare il laccio del sandalo.
Nonostante il progredire della scienza e della conoscenza sembra che continuiamo a brancolare nel buio sulla nostra realtà umana malata di onnipotenza. Ma questa non è vita, verità, giustizia, sapienza, neppure umanità. Conoscere chi non si è ci permette di riconoscere colui che è via, verità e vita (Gv 14,6).

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 15 décembre, 2017 |Pas de commentaires »

II DOMENICA DI AVVENTO (ANNO B) (07/12/2014

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Il deserto e il « quadrinomio »

padre Gian Franco Scarpitta

II DOMENICA DI AVVENTO (ANNO B) (07/12/2014

Figura molto significativa quella di Giovanni il Battezzatore, che mentre procede nel deserto geografico che separa la Palestina da Babilonia, invita tutti ad abbandonare il proprio deserto di immondezza peccaminosa e di perversione ostinata al male. L’aspetto di Giovanni è quello di un penitente irsuto e sciatto nel vestire, la cui sopravvivenza neurovegetativa è garantita da cibi precari come locuste e miele selvatico. Potremmo paragonarlo a uno degli anacoreti delle origini della vita eremitica in Egitto, i cosiddetti Padri del deserto. Il suo messaggio e le sue esortazioni richiamano quelli dell’Antico Testamento, in modo particolare i profeti della novità di una « strada nuova che attraversa il deserto » (Is 43, 19), rendendo questo luogo solitario e desolato un territorio percorribile. Il deserto è il luogo dell’assoluta mancanza e anche nell’accezione latina (de – serere) indica il vuoto, lo svuotamento, ciò che è stato tolto. Come si diceva, nell’ottica di Giovanni non ha solamente un significato topografico, ma si configura come la perdizione personale dell’uomo in conseguenza del suo peccato, lo stato di inopia spirituale e di aridità, la lontananza dell’uomo da se stesso per il rifiuto di Dio. Sulla scia del profeta Isaia, Giovanni ci si presenta come la « voce » di Colui che invita gli uomini a preparare la strada del Signore in una situazione di « deserto », cioè di peccato: « Raddrizzate i vostri sentieri ». Il che significa predisporre se stessi alla novità del Verbo che entra a far parte di questa condizione di bruttura morale per poterla radicalmente capovolgere. Preparare la via del Signore significa infatti optare per la conversione decisa, per il mutamento interiore e il rinnovamento radicale di se stessi in direzione di nuovi costumi e di nuove mentalità. Occorre insomma convertirsi, convincersi della vacuità a cui il peccato ci ha sempre condotti, della miseria e dell’inconsapevole insoddisfazione che apporta la via del male e dell’ingiustizia, convincersi dell’amore di Dio e della sua salvezza. Convertirsi vuol dire di conseguenza conformare la propria condotta secondo Dio, fermi nella deliberazione piena di dover fare esclusivamente la Sua volontà. Questo è il messaggio del Battista che ricalca le parole del profeta Isaia: nella solitudine e nello smarrimento, convertitevi e cambiate forma mentis e convinzioni personali, aprite il cuore a Dio. Se farete questo, Dio potrà avere il dovuto spazio in voi e « ogni uomo vedrà la salvezza di Dio ». L’episodio, che presenta un Battista quasi coetaneo di Gesù (secondo la cronologia) è meglio pertinente in tempo di Quaresima, visto che esalta appunto la necessità della conversione per il conseguimento della gloria pasquale cristiana, ma anche il presente tempo di predisposizione al Natale (l’Avvento) ci invita al mutamento radicale di noi stessi perché la bellezza e il fascino del Dio Bambino non possono che richiedere conversione e radicalità da parte nostra. Preparare la strada del Signore e spianare il suo ingresso nella nostra vita è un’allegoria per cui siamo chiamati a predisporre il Natale mentre percorriamo gli spazi e i tempi dell’Avvento: Colui che viene è Colui verso il quale si va incontro.
Nella sua attività di predicazione, Giovanni amministra un Battesimo, che è solamente un rito esteriore di infusione di acqua su quanti, pentiti, confessano i propri peccati per ottenere il perdono di Dio. Il bagno in acqua ipotizza il pentimento sincero ma impegna l’adepto a cambiare vita e a farla finita con il peccato, senza comportare automaticamente l’estinzione di esso. Il Battesimo amministrato da Gesù avverrà non soltanto in acqua ma soprattutto in Spirito Santo e sarà esso stesso a lavare ciò che è sordido nell’uomo, mondando interamente il soggetto dalla putredine del peccato. Il battesimo di Giovanni prepara e annuncia quello del Signore Gesù Cristo e attesta alla necessità di conversione e di ravvedimento. Ma soprattutto, costituisce un invito alla trasformazione e al ravvedimento di noi stessi in vista della novità del Dono che in Cristo Dio farà di se stesso.
Ammettere le proprie colpe responsabilizzandosi davanti a Dio è davanti agli uomini è l’inizio del processo di conversione; esso però non ha luogo se non in conseguenza di una virtù preventiva che si rende capaci di dissolvere davvero noi stessi in Dio: l’umiltà e la mansuetudine. Esse allontanano presunzione e orgoglio, scongiurano il pericolo di nefaste autoesaltazioni e inani attitudini alla superbia e per ciò stesso conducono a che il concetto di noi stessi non sia talmente esagerato da metterci al centro dell’attenzione. Senza l’umiltà non vi è conversione, senza conversione non avrà mai luogo la fede e la salvezza sarà una meta irraggiungibile.
Umiltà – Conversione – Fede – Salvezza. E’ questo il quadrinomio che leggiamo nell’invito che ci viene rivolto dal Battista, che mentre ci addita il Signore di cui egli è il Precursore ci dischiude anche un irrinunciabile itinerario in direzione di noi stessi e degli altri. Che cosa ci consegue infatti questo quadrinomio se non la pace interiore e la serenità di spirito, la costanza e la fiducia nella prova e nelle avversità? Che cosa comporta se non la gioia che sperimenteremo nel dare anziché ne ricevere (At 20, 21), il coraggio e la forza per trovare in Dio la felicità che invano cerchiamo in noi stessi e nelle nostre presunte prerogative. Cogliamo allora l’Avvento come una ricca opportunità che verte a vantaggio di noi stessi, purché ci decidiamo a uscire dal deserto che caratterizza da sempre la nostra vita.

I DOMENICA DI AVVENTO (ANNO B) (03/12/2017)

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Signore, ritorna in mezzo a noi, c’è urgenza di pace vera

padre Antonio Rungi

I DOMENICA DI AVVENTO (ANNO B) (03/12/2017)

Con questa prima domenica di Avvento, iniziamo il nuovo anno liturgico e il nuovo itinerario spirituale per l’anno che prende avvio da oggi e si concluderà il prossimo anno, con la solennità di Cristo Re.
Chi bene inizia è a metà dell’opera, ci ricorda la sapienza popolare che, in base all’esperienza, non sbaglia mai o quasi mai.
Noi vogliamo iniziare questo itinerario liturgico, prestando attenzione a quanto il Signore ci dirà, di giorno in giorno, di domenica in domenica tramite la proclamazione della sua parola nella celebrazione della santissima eucaristia.
Non c’è vero cammino di fede e di santità se non accogliendo la parola di vita e di verità che sono i testi sacri. Parimenti non possiamo non progettare questo cammino senza una lode perenne a Dio, mediante la preghiera della Chiesa e della liturgia delle ore, mediante il canto e quanto rende lode a Dio mediante la celebrazione dell’anno liturgico. Alla liturgia e alla preghiera si associa la carità personale ed ecclesiale, che traduce, in pratica, i nostri progetti di bene, che non rimangono così, solo pie intenzioni, ma si trasformano in concrete azioni di bene verso i nostri fratelli.
Questo triplice impegno dell’Avvento è richiamato con precisione dall’Apostolo Paolo nel brano della seconda lettura di oggi, tratto dalla sua prima lettera ai Corinzi.
Preghiera, penitenza, rendimento di grazie e carità saranno costantemente davanti a nostri occhi e alle nostre scelte operative per preparare il Natale di Gesù e vivere, a seguire, tutti gli altri momenti significativi della vita di Cristo, della Beata Vergine Maria, dei Santi e delle ricorrenze più importati della vita cristiana.
E già da questa prima domenica di Avvento la strada del cammino che va percorsa fino alla fine. si apre davanti a noi chiara, come ci ricorda il bellissimo testo della prima lettura, tratta dal profeta Isaia che è riconosciuto, per antonomasia, il profeta tempi forti dell’anno liturgico. E con parole accorate il profeta invoca la venuta del Signore: “Ritorna per amore dei tuoi servi, per amore delle tribù, tua eredità”. Questa forte richiesta a Dio che scenda in mezzo al suo popolo, Isaia la rapporta a fatti drammatici da un punto di vista spirituale e religioso: “Ecco, tu sei adirato perché abbiamo peccato contro di te da lungo tempo e siamo stati ribelli. Siamo divenuti tutti come una cosa impura, e come panno immondo sono tutti i nostri atti di giustizia; tutti siamo avvizziti come foglie, le nostre iniquità ci hanno portato via come il vento. Nessuno invocava il tuo nome, nessuno si risvegliava per stringersi a te; perché tu avevi nascosto da noi il tuo volto, ci avevi messo in balìa della nostra iniquità”. Il profeta denuncia apertamente lo stato di abbandono morale, spirituale e sociale di Israele. Soffre per questo stato di cose e vorrebbe una risposta immediata dal cielo, con la venuta di Dio sulla terra: “Se tu squarciassi i cieli e scendessi! Davanti a te sussulterebbero i monti…Tu, Signore, sei nostro padre, da sempre ti chiami nostro redentore. Perché, Signore, ci lasci vagare lontano dalle tue vie e lasci indurire il nostro cuore, cosi che non ti tema? Tu vai incontro a quelli che praticano con gioia la giustizia. Ma, Signore, tu sei nostro padre; noi siamo argilla e tu colui che ci plasma, tutti noi siamo opera delle tue mani. e si ricordano delle tue vie”.
Il profeta confida nell’intervento dall’alto, perché la situazione generale è deteriorata e il raccordo con la vera fede si è spezzato, causando una grave frattura interiore ed esteriore, personale e collettiva, religiosa e politica.
Intervento dall’alto e risposta dal basso, con il coinvolgimento della base di quanti hanno fede in Dio e in Cristo.
Il Vangelo di oggi, tratto dal testo di Marco, è un esplicito invito a vegliare per vivere nell’attesa del Signore, senza starsene con le mani in mano, ma facendosi operosi in tutte le situazioni che possono portare beneficio alla propria vita spirituale: «Fate attenzione, vegliate, perché non sapete quando è il momento…quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino; fate in modo che, giungendo all’improvviso, non vi trovi addormentati”.
Qui il riferimento è alla venuta del secondo e definitivo avvento di Cristo sulla Terra, per giudicare i vivi e i morti, ma è anche un preavviso temporale a valorizzare gli anni che il Signore ci sta concedendo come preparazione immediata alla sua venuta per ciascuno di noi, nell’ora della nostra morte.
La duplice raccomandazione di “fare attenzione”, cioè di non distrarsi in cose che portano lontani da questa sicura venuta, e di “vigilare”, cioè agire con prudenza e serietà, non fa altro che immetterci in quel clima di responsabilità soggettiva di fronte alla vita cristiana che dobbiamo menare nel rispetto dei principi morali che sono la base essenziale del credo che professiamo. E non a caso, Gesù tiene a precisare che questo monito non riguarda solo qualcuno, ma tutti. Infatti ci rammenta il testo di Marco, mettendo le parole sulle labbra di Gesù: “Quello che dico a voi, lo dico a tutti: vegliate!». Qualcuno, tra i cristiani, che si ritiene ormai alle soglie della santità e al gradino più alto della spiritualità, potrebbe abbassare la guardia e ritenersi al sicuro da ogni attacco o possibile errore. Sbaglierebbe se la pensasse così. Nessuno è immune da debolezze e peccati, da cadute e perdita di credibilità nel suo operare, fosse pure chi sta in punto di morte e sta per spirare.
La vigilanza non riguarda una stagione precisa della nostra vita, ma investe tutto il tempo della nostra esistenza. Noi dobbiamo essere vigilanti sempre, ma con saggezza e senza ansia di alcun genere.
La vigilanza non è aver paura di Cristo che sta per venire, ma è autocontrollo sul nostro proprio agire, che deve corrispondere alla nostra scelta di vita e specialmente a quella fondamentale della vita cristiana che abbiamo fatta nel giorno del nostro battesimo.
Le promesse fatte il quel giorno, vanno attuate tutti i giorni.
Credere al bene e farlo sempre e rinunciare al male in ogni momento. Questa è la strada maestra che porta al cielo e che ci fa attendere Gesù che viene nel modo migliore per chi ha fede e crede davvero.
Sia questa la nostra preghiera all’inizio dell’Avvento e per tutto il tempo che ci resta davanti a noi per accogliere Gesù Cristo che viene e si incarna per amore:
Ti aspettiamo, Gesù,
con la stessa ansia spirituale
degli antichi profeti,
che avevano annunciato, ripetutamente,
il tuo imminente primo avvento,
e che con i loro insegnamenti
avevano dissodato il terreno
per la tua discesa sulla terra.
Ti attendiamo, o Gesù,
con lo stesso spirito di Maria e Giuseppe,
tuoi stretti collaboratori
nel piano della redenzione.
Ti accogliamo, o Gesù,
con la stessa semplicità e laboriosità
dei pastori di Betlemme,
intenti a pascolare i loro greggi,
ma aperti ad accogliere
il tuo umile e silenzioso
ingresso nella storia e nel tempo.
Ti annunciamo, O Gesù,
con lo stesso coraggio
di Giovanni Battista, tuo precursore,
nella venuta del Regno di Dio in mezzo a noi,
invitando tutti alla conversione
e alla purificazione del loro cuore.
Vieni, Gesù,
Figlio di Dio e di Maria Santissima,
in questo nuovo Avvento liturgico,
tempo di attesa, speranza
e rinnovamento spirituale per tutti,
capace di cambiare il volto
di questa umanità,
per renderla giardino di pace
e di fraternità universale.
Vieni Signore, non tardare!
Noi di certo ti aspettiamo,
nell’attesa di glorificarti in eterno,
dove Tu sei il Dio per sempre,
tra tutti gli eletti. Amen.

XXXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) – CRISTO RE (26/11/2017)

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In antitesi con i nostri sistemi

padre Gian Franco Scarpitta

XXXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) – CRISTO RE (26/11/2017)

Terminato l’Anno Liturgico, in virtù di una decisione di Pio XI del 1925 si celebra la solennità di Cristo Re dell’Universo, che esalta la figura dello stesso Signore di cui si è tanto celebrato nelle Settimane del predetto Anno. Se è vero infatti che un Anno liturgico ci invita a rivivere, nelle varie celebrazioni, il mistero di Cristo incarnato, morto, risorto e asceso al cielo, con la ricca enumerazione delle sue opere di misericordia, dei suoi insegnamenti e del suo messaggio generale, la presente Solennità ci ragguaglia del fatto che Cristo comunque è sempre il nostro Re universale, padrone della storia e dominatore assoluto, che ricapitola in se stesso tutta la creazione (Ef 1, 10) e che è al centro del cosmo e della creazione stessa. Se Gesù Cristo infatti è Dio, è a rigor di logica che egli sia anche Re, poiché sin dall’inizio dei secoli (in quanto Verbo del Padre) cooperatore della creazione: “Per mezzo di lui sono state create tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili: Troni, Dominazioni, Principati, Potestà. Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui.”(Col 1, 16). Come Sapienza che era presente quando Dio Padre ha formato il mondo, Cristo è quindi il Dominatore e Signore e anche noi rientriamo nella creazione di cui Egli è la centralità, avendolo come nostra causa iniziale e come fine ultimo.
La regalità di Cristo dev’essere riconosciuta universalmente e questo fondamentalmente fu il motivo basilare per cui la Solennità venne istituita: al serpeggiare del laicismo e della secolarità che sconfessavano la religiosità e ostruivano alla chiesa il diritto di educare, condurre e orientare il popolo verso l’etica, la morale e la cristianità; all’autoritarismo laicista dei governi e alla relativizzazione etica delle nazioni, si voleva opporre l’idea del solo Cristo unico Dominatore universale al quale ogni Istituzione si sottomette e che è anzi all’origine di ogni sistema legislativo.
Anche con la finalità di incoraggiare nel popolo di Dio l’orientamento verso Colui che, unico, doveva essere il centro della nostra fede e il criterio di ogni atteggiamento di vita. Riconoscere l’autorità e la signoria di Cristo Re dell’Universo è un atto non di sola competenza del singolo individuo, ma anche dell’intera società, che nel sottostare al vero padrone del Cosmo e della storai trova il fondamento della sua esistenza.
Se però la regalità di Cristo è reale e indiscussa, va considerato che essa non si paragona ai sistemi politici di questo mondo. Il regnare di Cristo prende anzi le distanze dai parametri terreni di governo e legislazione. A Pilato che lo interrogava: “Sei tu il re dei Giudei?” Gesù risponde: “Tu lo dici” sottolineando tuttavia che “Il mio Regno non è di questo mondo. Se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei. » (Gv 18, 37 – 38). Infatti ai monarchi e ai governanti di questo mondo è garantita la sicurezza, la protezione di cui possono avvalersi per l’esercizio del loro dominio e dei loro dispotismi.. A loro è garantito il rispetto dei sudditi, la sottomissione del popolo specialmente debole. Certamente ai dominatori di questo mondo è chiesto il massimo della responsabilità per la promozione del bene comune e della giustizia, da loro dipende la vita e la sussistenza del popolo loro sottomesso e al monarca spetta il conseguimento degli obiettivi di pace e di progresso economico. Non di rado però lo stesso Israele aveva fatto esperienza di manifeste sopraffazioni e abusi di potere nella persona dei vari monarchi che si erano succeduti, perché con molta facilità si tendeva a fraintendere la reale motivazione dello scettro. Il regno esercitato da Cristo comporta al contrario il massimo dell’umiliazione e dell’annichilimento, la povertà, il deprezzamento e il dispregio da parte di tutti. La regalità di Cristo esclude tutti gli agi, le sicurezze e le comodità che sono usuali ai monarchi di questa terra e il suo regnare consiste nell’essere povero, perseguitato e indifeso già nella sua infanzia innocente. Cristo è il re dell’Universo e tale viene riconosciuto dal Magio che a Betlemme, prostratosi, gli offre oro, simbolo appunto di signoria e regalità; ma piuttosto che il fulgore di una sontuosissima reggia preferisce uno scomodo alloggio di fortuna quale era una grotta (che è una “casa” all’arrivo dei Magi). Avrebbe potere sui nemici e su quanti lo perseguitano, ma ancora in fasce scappa in Egitto con Maria e Giuseppe; potrebbe avere ragione dei suoi stessi sudditi, Giudei, scribi e farisei, ma viene da questi schernito, deriso, messo alla prova, reso oggetto di accuse per la morte e di fatto poi braccato e appeso sulla croce. Il regnare di Cristo è un continuo umiliarsi e restare sottomesso anche quando potrebbe far saltare i chiodi che lo trafiggono e discendere dalla croce: accetta il supplizio, il dolore, l’abbandono e la morte. Proprio la prospettiva della spoliazione e della morte di croce esalta la sua regalità, perché evidenzia che il regno “che non è di questo mondo” è anche quello che si concretizza nell’amore e nella misericordia. Lo stesso amore che si era evinto nella guarigione del lebbroso e del cieco nato, nella resurrezione di Lazzaro e del figlio della vedova di Giairo; che aveva visto lo stesso Cristo paziente pastore che conduce e soccorre ogni singola pecora; che aveva assunto consistenza nel perdono dei peccati al paralitico poi ristabilito si accentua e si rende convincente nella croce, dove Cristo risolleva le sorti del mondo intero. L’amore con cui Cristo aveva prediletto i poveri, gli emarginati e gli esclusi; l’amore con cui aveva perdonato i peccati alla prostituta con la pedagogia che nessuno è senza peccato e con il quale aveva sconfessato le vigenti mentalità di snobismo nei confronti dei reprobi e dei peccatori, era già espressione evidente del suo Regno. Cristo lo sintetizza nella morte ignominiosa con la quale paga il prezzo dei nostri peccati. Lasciarsi trafiggere in croce sperimentando perfino la sensazione dell’abbandono di Dio, questa è la massima espressione dell’amore che contrassegna la regalità di Gesù. In Cristo Re dell’Universo il regno è quindi l’antitesi delle aspettative di regalità umana: consiste nell’umiliarsi e nell’amare fino alla fine, senza che alcuna di queste due prerogative escluda l’altra. Si è capaci di amare, infatti, nella misura in cui ci si umilia e ci si sottomette, senza nulla richiedere per se stessi ma con massima abnegazione per gli altri.
La croce riassume anche il regnare di Cristo nella promozione della pace, della giustizia e della solidarietà e nel superamento dei reciproci pregiudizi, consci che in Cristo Gesù tutti gli uomini sono uno (Gal 3, 28).
Si diceva all’inizio che noi siamo parte dell’universalità della creazione che al dominio di Cristo è sottomessa, ma cosa ci viene chiesto se non corrispondere attivamente alla stessa dimensione di umiltà e di amore che Cristo ha palesato nel suo essere re? Siamo invitati non a vivere servilmente sottomessi, ma febbrilmente interessati a vivere l’amore gratuito e spontaneo per essere riflesso dell’amore con cui Cristo regna.
La pagina evangelica di oggi ci delucida di un Re universale che viene accudito e assistito dai suoi sudditi che lo hanno riconosciuto nella persona degli affamati, assetati e dei carcerati; che hanno pertanto saputo interpretarlo non nella logica di questo mondo assurdo e altezzoso, ma nella semplicità e nella piccolezza che il Figlio di Dio ha scelto e prediletto per l’esercizio del suo Regno. Soccorrere i poveri e gli indigenti equivale a soccorrere lo stesso Re e a guadagnare le ricompense garantite del suo stesso Regno e di conseguenza partecipare anche noi stessi della sua gloria nella misura in cui saremo stati partecipi della sua croce.

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 24 novembre, 2017 |Pas de commentaires »

12 NOVEMBRE 2017 | 32A DOMENICA T. ORDINARIO- A | OMELIA

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/01-annoA/2017-Anno_A/05-Ordinario_A/Omelie/32-Domenica/14-32a-Domenica_A_2017-SG.htm

12 NOVEMBRE 2017 | 32A DOMENICA T. ORDINARIO- A | OMELIA

VIGILE ATTESA
Il tema delle Letture di oggi corrisponde al nostro stato d’animo di questi giorni di novembre, mese dedicato al pio ricordo dei Defunti: l’incontro con Gesù, che ci apre le porte della vita eterna.
Il cristiano vive la tensione del possesso e dell’attesa, della certezza e della speranza. Mentre San Paolo c’invita ad eliminare ogni tristezza, Gesù – con la parabola delle dieci vergini – ci esorta ad essere vigilanti.
Dice infatti Gesù: « Vegliate, poiché non sapete né il giorno né l’ora ».
Il Regno dei Cieli e la sua attuazione sono un fatto certo, nella fede e nella speranza, tuttavia il tempo di attuazione è nella mente di Dio e sfugge ai nostri calcoli: per cui resta in gioco la nostra libertà.
Ma è una libertà tragica: potremmo essere sorpresi ed esclusi dal Regno e avere la porta sbattuta in faccia, perché non abbiamo vegliato e accumulato l’olio delle buone opere e della carità operosa.
Esiste dunque un giudizio finale di Gesù: la salvezza viene offerta a tutti, ma non tutti la ottengono. « Vegliate », insiste Gesù. Chi veglia con la fede e le opere buone è sempre pronto a comparire davanti al Giudice divino.
Il significato della parabola è questo: lo Sposo è Gesù; le vergini sono i fedeli; la lampada è la fede; la luce sono le opere buone; il sonno delle vergini, è la morte; la festa nuziale, è la vita del Cielo.

1. Gesù verrà certamente
Il battezzato è sicuro che il Signore verrà nell’ultimo giorno, come affermiamo nel Credo: « E di nuovo verrà nella gloria per giudicare i vivi e i morti » e verrà anche al momento della nostra morte, termine del nostro pellegrinaggio terreno.
( Antonio Gramsci, il Fondatore del Partito Comunista Italiano (= P.C.I.), rivolgendosi ai milioni di militanti, li ammoniva così: « Porsi domande sulla morte non è moderno ».
Sono ormai passati molti decenni da quel appello, e la gente continua ancora a … non essere moderna, perché pensa alla morte e la vede sempre più crudele).
San Paolo nella seconda lettura ci esorta a eliminare la tristezza della morte con questi pensieri: dice:
a) Di fronte alla morte il cristiano non può essere come i pagani che non hanno speranza (v. 13)
Per sfuggire all’oppressione dell’ universale minaccia della morte, gli uomini hanno davanti a sé due vie: non pensarci mai o pensarci spesso.
Scelgono la prima via i mediocri, i vili e gl’incoscienti.
Scelgono la seconda: i forti, gli asceti e i santi.
Il pensiero della morte diventa così regola per vivere onestamente.
Si chiedeva ad un moribondo: « Che cosa si dovrà incidere sulla vostra tomba? ».
Scrivete: « Qui giace un insensato, che uscì da questo mondo, senza sapere come mai vi fosse entrato ».
« E ci sono tanti che escono da questo mondo, senza sapere che cosa vi siano venuti a fare, e senza curarsi di conoscerlo. Non imitiamoli! » (S. Curato d’Ars).
(Titina De Filippo alla domanda: quale pensiero l’avesse portata a un’intensa pratica della Fede, rispose: « Il pensiero della morte: il pensare che oltre il tempo c’è una città di eterna gioia o di eterno dolore; il costatare che sovente si vive con tanta incoscienza, mentre la morte è sempre in agguato »).
b) San Paolo poi ci ricorda che Gesù
è risorto: così i morti risorgeranno e saranno per sempre col Signore. Nel Credo c’è un articolo che illumina di luce immortale il nostro tramonto: « Credo nella risurrezione della carne ».
Giulio Salvadori, poco prima di morire, diceva a suo fratello: « Domani mi vestirai con gli abiti più belli, perché incomincia la mia festa ». Questa è vera fede!
c) Alla venuta di Gesù, ci troveremo tutti insieme (vv. 15-17)
Questa era la ferma speranza della madre dei Maccabei che confortava il più giovane dei suoi sette figli con queste parole: « Ti scongiuro figlio mio, di guardare il cielo. Non temere questo carnefice, ma mostrandoti degno dei tuoi fratelli, accetta la morte, affinché, nel tempo della misericordia, io ti abbia insieme con loro ».

2. Le condizioni per non essere esclusi dalla presenza di Gesù, sono quelle delle vergini sagge, cioè: vigilanza e perseveranza.
Il cristiano aspetta Qualcuno, in attesa viva e operosa.
a) Vigilanza significa lotta contro il torpore e la negligenza
per giungere alla meta ed essere pronti ad accogliere Gesù quando viene (Vangelo).
Due giovanotti buontemponi un giorno si presentarono ad un vecchio eremita e gli domandarono per ischerzo:
- E noi, quando ci dobbiamo convertire?
- Un’ora prima di morire.
- Ma non sappiamo mica quando morremo…
- Allora convertitevi subito, perché domani potrebbe essere troppo tardi…
Mozart, il celebre musico austriaco (+ 1791), in una lettera al padre (4.4.1787) scriveva: « Da qualche anno mi sono familiarizzato con la morte – la migliore amica dell’uomo – : la sua immagine non mi fa paura, anzi è calmante e consolante. Eppure nessuno di quanti mi conoscono potrà dire che io sia afflitto o triste ».
Fortunato lui che viveva con simili sentimenti, perché gli capitò proprio l’imprevisto.
Infatti un giorno fu avvicinato da uno sconosciuto, che gli disse: – Maestro, c’è un signore che vorrebbe da voi, il più presto possibile, una Messa funebre, ma che sia bella, e degna del vostro grande talento musicale.
Mozart si mise subito all’opera; lavorò giorno e notte, finché portò a termine la Messa funebre. Ma ne sentì tale danno alla salute, da ammalarsi gravemente e da soccombere alla verde età di 36 anni!
E la Messa funebre? Quella persona che l’aveva ordinata non comparve più. Gli amici del grande artista fecero eseguire quella stessa Messa ai suoi funerali, non trovando musica più degna, per onorare il grande Maestro.
Mozart avrebbe pensato che quell’opera musicale sarebbe servita la prima volta per lui defunto?
b) Vigilanza è saper discernere le « visite » del Signore: è andare incontro a Gesù che viene e ci passa accanto nelle persone e negli avvenimenti.
Una sera Madre Teresa di Calcutta incontrò a Roma un uomo tutto solo. Racconta ella stessa: « Mi sembrava abbandonato da tutti. Lo salutai, stringendogli la mano ed egli mi disse che era tanto tempo che non sentiva più il calore di una mano umana! ».
Nel povero e nell’abbandonato abituiamoci anche noi a scoprire il volto di Gesù e ci sarà più facile riconoscerlo nell’istante della nostra morte.
Cari Fratelli e Sorelle, ci sono tanti modi di morire: c’è la morte improvvisa, la morte del disperato, la morte del santo, la morte violenta, quella serena nel proprio letto assistiti dai nostri cari.
Tutti desidereremmo quest’ultima, ma non sappiamo. Tuttavia una cosa è certa: la morte non ci farà paura, se non ci coglierà impreparati, ma ricchi di opere buone e con la coscienza tranquilla di aver fatto sempre il nostro dovere.
Il Calvario ci presenta tre « casi » di morte: quella del giusto, Gesù; quella del peccatore pentito, il buon ladrone; quella dell’impenitente, del disperato.
Questi casi si ripetono ogni giorno. A noi la scelta!
Persino la morte di un bimbo può essere… gioiosa per i suoi genitori.
Emilio era davvero un caro bambino quando, all’età di 9 anni, fu colpito da tifo che poi si complicò in bronco polmonite.
Poco prima di morire, apre gli occhi per niente stralunati, ma luminosi come uno specchio.
« Oh, che cosa io vedo!… La Madonna!… il Paradiso!… ».
Poi si solleva per sedersi, e fissa il padre, poi la mamma, il nonno, la nonna… Infine grida: « Gioia!… ».
Ricade sul guanciale e muore. Quando suo padre – un professore ateo – andò dal sacerdote ad annunziare la morte del suo unico figlio, il suo Millo, ripeté tra le lacrime quell’espressione del bimbo morente: « Gioia!.. ».
Ormai era certo che esisteva il Paradiso e che suo figlio vi era entrato e… lui era convertito…
Cari Fratelli e Sorelle, l’amore alla Madonna trasforma la morte in gioia e apre le porte del Paradiso. Teniamolo quindi sempre presente!.

Don Severino GALLO SDB (+)

 

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 10 novembre, 2017 |Pas de commentaires »

OMELIA NELLA SOLENNITÀ DI TUTTI I SANTI

http://www.umanesimocristiano.org/it/details-articles/omelia-nella-solennit%C3%A0-di-tutti-i-santi–%C2%ABla-santit%C3%A0,-vocazione-fondamentale-dell-uomo%C2%BB/25796601/

OMELIA NELLA SOLENNITÀ DI TUTTI I SANTI

«La santità, vocazione fondamentale dell’uomo»

La celebrazione eucaristica della solennità di tutti i Santi si apre con l’esortazione « Rallegriamoci tutti nel Signore ». La liturgia invita a condividere il gaudio celeste dei Santi e ad assaporarne la gioia. I Santi non sono una esigua casta di eletti, ma una folla senza numero, verso la quale la liturgia esorta oggi a levare lo sguardo. In tale moltitudine non vi sono soltanto i santi ufficialmente riconosciuti, ma i battezzati di ogni epoca e nazione, che hanno cercato di compiere con amore e fedeltà la volontà divina.
La festa di Tutti i Santi è una delle più care al popolo cristiano. Essa si diffuse nell’Europa latina nei secoli VIII-IX. Dal secolo IX si iniziò a celebrarla anche a Roma, dove questa solennità era chiamata Pasqua di Ognissanti. Occorreva, infatti, far festa a Cristo vittorioso e risorto nella storia dei suoi Santi.
La festa dei santi è la festa del nostro destino, la festa della nostra chiamata. È una bella festa in cui celebriamo la fedeltà di Dio nei confronti degli uomini e quella degli uomini verso Dio; da questo felice connubio nasce e sgorga la santità. Festeggiare tutti i Santi significa guardare a coloro che già posseggono l’eredità della gloria dell’Eterno. I santi contemplano il volto di Dio e gioiscono appieno di questa visione.
La Chiesa ci invita a levare in alto lo sguardo fino a raggiungere il punto in cui si intravede la Gerusalemme celeste, dove “l’assemblea dei nostri fratelli glorifica in eterno” il Signore (cf. Prefazio della Solennità). Tutta la storia della Chiesa è segnata da questi uomini e donne che con la loro fede, con la loro carità, con la loro vita sono stati dei fari per tante generazioni, e lo sono anche per noi. I Santi manifestano in diversi modi la presenza potente e trasformante del Risorto; hanno lasciato che Cristo afferrasse così pienamente la loro vita da poter affermare con san Paolo “non vivo più io, ma Cristo vive in me” (Gal 2,20).
La Solennità di Tutti i Santi apre uno spiraglio sulla città del cielo, la patria comune verso cui siamo incamminati e che tanti nostri fratelli hanno già raggiunto; la casa paterna dove si celebra in eterno la festa di Dio con i suoi amici (Ap 7,9-14).
All’inizio della Preghiera Eucaristica contempleremo la gloria dei Santi proclamando che essi ci sono stati dati “come amici e modelli di vita”. Spronati dal loro esempio, “verso la patria comune noi, pellegrini sulla terra, affrettiamo nella speranza il nostro cammino, lieti per la sorte gloriosa di questi membri eletti della Chiesa”.
Sono i Santi che la Chiesa oggi ricorda, senza necessità di farne i nomi. I santi sono uomini e donne che hanno cercato e amato intensamente Dio; persone, delle quali, forse, non conosciamo nulla, ma che nel lungo corso dei secoli hanno accolto la parola di Cristo che disse: « Vi ho dato l’esempio, perché, come ho fatto io facciate anche voi. » (Gv 13,15). E ne hanno fatto il loro programma di vita, con una esistenza profondamente radicata in Lui, il Figlio di Dio, il Redentore, che amarono con tutte le loro forze, rendendolo presente tra gli uomini.
Il discorso della montagna (Mt 5-7) è una delle pagine più rivelative la verità cristiana e anche tra le più coinvolgenti di tutto il Nuovo Testamento in quanto traccia la via del discepolo sulle orme del Regno. Il vangelo delle Beatitudini costituisce la prima parte del “discorso della montagna”. Il monte è il luogo della rivelazione sia per la trasfigurazione gloriosa di Gesù sia per la sua parola. Il monte ha, inoltre, un significato più specifico: esso vuol ricordarci il Sinai, il monte della promulgazione della legge e della conclusione dell’alleanza.
Le Beatitudini sono certamente la sintesi più significativa di tutto il « lieto annuncio » di Gesù e la dichiarazione più espressiva della novità cristiana e ricordano con forza qual è la logica di Dio. Le Beatitudini sono il cuore del vangelo del Regno. Le Beatitudine sono il codice della santità, la vera carta di identità della santità cristiana. Le beatitudini non possono essere lette solo come un testo poetico o dai forti contenuti morali, o ancora come un brano sapienziale: esse sono buona notizia, Vangelo, in quanto atteggiamenti vissuti radicalmente da Gesù e, come tali, devono diventare lo stile di vita del cristiano. Siamo dunque chiamati ad accoglierle quale interrogativo e pungolo che mette in questione la nostra fede, la nostra sequela del Signore Gesù e, più precisamente, la nostra gioia e felicità nel vivere il Vangelo. Sì, perché le beatitudini riguardano il rapporto tra fede e felicità!
Per nove volte Gesù proclama beati quanti vivono alcune precise situazioni in grado di facilitare il loro cammino verso la piena comunione con Dio. Egli rivela che la beatitudine non viene da condizioni esterne, non viene dal benessere, dal piacere, dal successo, dalla ricchezza; essa nasce invece da precisi comportamenti destinatari di una promessa di felicità da parte di Dio, comportamenti che vanno assunti nel cuore e manifestati nella vita quotidiana. La novità che Gesù immette nelle Beatitudini è Lui stesso: è Lui che partecipa della debolezza umana, compatisce la fragilità e la salva amandola. Egli è il povero, il mite, l’operatore di pace, il perseguitato per la giustizia. Le Beatitudini sono un programma di vita sicuramente difficile eppure hanno un grande fascino. Esse indicano la strada della libertà mediante il distacco dai beni, mediante l’esercizio della misericordia e della mitezza, mediante la solidarietà all’uomo, mediante l’amore e la convivenza nella pace. Il « beati! » che Gesù ripete nove volte sono, quelli che vivono fin d’ora la felicità, sono i miti, i pacifici, i puri, quelli che vivono con intensità e dono la propria vita, come i santi.
Le Beatitudini mostrano la fisionomia spirituale di Gesù e così esprimono il suo mistero, il mistero di Morte e Risurrezione, di Passione e di gioia della Risurrezione. Questo mistero, che è mistero della vera beatitudine, ci invita alla sequela di Gesù e così al cammino verso di essa.
Parlando della santità, è necessario precisare un fatto: la canonizzazione di un testimone della fede non aggiunge nulla alla sua vita; nulla che non fosse già parte della sua vicenda terrena. La Chiesa, infatti, non costituisce i Santi; la Chiesa li riconosce conformi alla santità di Cristo incarnata e manifestata nei giorni della loro vita mortale. Oggi veneriamo proprio questa innumerevole comunità di Tutti i Santi, i quali, attraverso i loro differenti percorsi di vita, ci indicano diverse strade di santità, accomunate da un unico denominatore: seguire Cristo e conformarsi a Lui, fine ultimo della nostra vicenda umana. Tutti gli stati di vita, infatti, possono diventare, con l’azione della grazia e con l’impegno e la perseveranza di ciascuno, vie di santificazione.
Cari Amici.
Che cosa vuol dire essere santi?
Chi è chiamato ad essere santo?
Come possiamo divenire santi, amici di Dio?
Spesso si è portati ancora a pensare che la santità sia una meta riservata a pochi eletti. All’interrogativo si può rispondere anzitutto in negativo: per essere santi non occorre compiere azioni e opere straordinarie, né possedere carismi eccezionali. Viene poi la risposta in positivo: è necessario innanzitutto ascoltare Gesù e poi seguirlo senza perdersi d’animo di fronte alle difficoltà.
Tutti siamo chiamati alla santità: è la misura stessa della vita cristiana.
La Chiesa oggi ci ricorda che la santità è la vocazione fondamentale dell’uomo chiamato ad essa a motivo della santità stessa di Dio, che in ognuno ha impresso la sua immagine, e, nella pienezza dei tempi, ad ogni uomo ha inviato il Figlio, Gesù di Nazareth, il Cristo come redentore, maestro e modello. La Liturgia odierna ci invita a volgere il nostro sguardo verso Dio, il tre volte « Santo », per contemplare la bellezza della Sua Santità e il riflesso della stessa Santità in noi. Dio è il « Santo »; ma Egli, nel Suo ineffabile Mistero d’Amore non ha esitato a donarci la Sua Santità perché il creato sia sempre più ricco della Sua presenza e perché anche qui sulla terra si potesse conoscere la gloria a cui Egli ci chiama.
In ciascuno di noi esiste la nostalgia alla santità poiché a essa siamo chiamati.
Il santo non è uno nato predestinato; uomini e donne come noi, si sono fidati e lasciati fare da Dio. Santo è chi lascia che il Signore riempia la sua vita fino a farla diventare dono per gli altri. I santi sono persone comuni, o persone dotate di un carisma particolare; i santi sono modelli che la Chiesa indica a tutti, cristiani e non, perché tutti, nessuno escluso, siamo chiamati alla santità che è pienezza della comunione con Dio nella visione svelata di Lui. I Santi di cui oggi facciamo memoria, pur senza invocarne il nome, sono quella schiera, veramente infinita, di uomini e donne che hanno risposto generosamente alla chiamata di Cristo sulla via delle beatitudini, quella « via stretta », che conduce alla salvezza, che è pienezza di vita in Dio, felicità indistruttibile e inalterata comunione d’amore.
La festa di Tutti i Santi è la celebrazione di una storia di speranza, di una storia trasformata da coloro che credono e seguono Gesù. È la celebrazione di una storia che culmina nella lode, non nella disperazione, pur passando dalla grande tribolazione. Il programma delle beatitudini non prevede situazioni impossibili, né è destinato a poche persone, ma ha varcato i secoli, trovando in ogni tempo cristiani che hanno realizzato la loro vita a partire da questa carta d’identità della santità cristiana. Una carta che assicura beatitudine e felicità. Tutti siamo chiamati alla santità; o saremo santi o non saremo affatto. Per aiutarci a questo la Chiesa ci propone il vangelo delle beatitudini come guida alla santità. Dio chiama ciascuno a essere santo. Educati alla scuola della Sua Parola, vivificati dal Suo Spirito, inseriti in Lui con il Battesimo e la vita sacramentale ci è dato di vivere dello spirito delle beatitudini, che ci rende già ora cittadini del regno.
Ognuno di noi è chiamato a farsi santo; ognuno è chiamato a lasciare che il Signore prenda possesso della sua vita. Dio, infatti, continua a renderci santi ogni volta che noi ci riconosciamo e viviamo da « figli »; ogni volta che il seme della Parola trova dimora in noi e porta frutto, ogni volta che la grazia dei Sacramenti ravviva in noi il Suo Mistero di salvezza, ogni volta che noi nel fratello sappiamo riconoscere la Sua presenza. Pellegrini nella fede, cercatori del volto di Dio, camminiamo con speranza lungo le strade della vita, coltivando il dono della santità che Dio ci ha offerto e testimoniando con coraggio il Vangelo dell’Amore che santifica e salva il mondo.
Nella festa di tutti i Santi noi intravvediamo il nostro destino finale: la ragione per cui siamo stati creati. Oggi «sappiamo … che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a Lui perché lo vedremo così come Egli è» (1Gv 3,2). La nostra visione di Dio, la vita in comunione con Lui è la ragione per cui siamo stati chiamati all’esistenza: è l’eredità che ci aspetta. E quando diciamo « visione di Dio » intendiamo lo sguardo amoroso nel volto del Padre. E’ comunione di vita fra Dio e l’uomo nella vita eterna del Paradiso. E’ stato scritto « La visione di Dio è un atto d’amore illuminato dall’intelletto e un atto dell’intelletto infiammato dall’amore ».
Ci affidiamo alla protezione di tutti i Santi e particolarmente dei nostri santi Protettori perché si facciano interpreti delle nostre attese e desideri di santità presso il trono dell’Altissimo. L’esempio dei santi è per noi un incoraggiamento a seguire le stesse orme, a sperimentare la gioia di chi si fida di Dio, perché l’unica vera causa di tristezza e di infelicità per l’uomo è vivere lontano da Lui.
Affidiamo la santità della nostra vita e del nostro mondo anche alla Regina di tutti i Santi, la Vergine Maria, che «brilla innanzi al popolo di Dio peregrinante come segno di sicura speranza e di consolazione, fino a quando verrà il giorno del Signore», e «con la sua materna carità si prende cura dei fratelli del Figlio suo ancora peregrinanti e posti in mezzo ai pericoli e affanni del mondo, fino a che non siano condotti alla patria beata» (LG 68, 62).

Dio onnipotente ed eterno, che doni alla tua Chiesa
la gioia di celebrare in un’unica festa
i meriti e la gloria di tutti i Santi,
concedi al tuo popolo,
per la comune intercessione di tanti nostri fratelli,
l’abbondanza della tua misericordia.

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 31 octobre, 2017 |Pas de commentaires »

XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (29/10/2017)

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Il segreto della fecondità

dom Luigi Gioia

XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (29/10/2017)

La lettera di Paolo apostolo ai Tessalonicesi che la liturgia ci propone come seconda lettura in queste ultime domeniche del tempo ordinario è relativamente corta, ma molto suggestiva. Si apre con un sentito elogio della fede, della speranza e della carità di questa comunità che si traduce in uno straordinario slancio missionario: Per mezzo vostro la parola del Signore risuona non soltanto in Macedonia e in Acaia, ma la vostra fede in Dio si è diffusa dappertutto, tanto che non abbiamo bisogno di parlarne .
Il capitolo 17 degli Atti degli Apostoli ci offre un breve resoconto della evangelizzazione di questa comunità da parte di Paolo. Ci è detto che Paolo per tre sabati discusse con [i giudei] sulla base delle Scritture, spiegando e sostenendo che Cristo doveva morire e risuscitare dai morti e diceva che il Cristo è quel Gesù che vi annuncio. Questo primo passaggio è particolarmente significativo, perché – come di consueto – Paolo evangelizza predicando prima di tutto ai Giudei, a partire dalla Parola di Dio, per tre sabati di seguito. La sua predicazione consiste nello spiegare come Gesù Cristo sia la chiave di lettura della Scrittura. Ci è detto allora che alcuni furono convinti e aderirono a Paolo e a Sila, come anche un gran numero di Greci credenti in Dio e non e anche alcune donne della nobiltà. Questa evangelizzazione però risveglia anche una violenta ed improvvisa opposizione. Paolo è costretto a fuggire dopo aver appena cominciato l’evangelizzazione di questa comunità, senza aver potuto approfondirla.
Non è sorprendente allora costatare, nella prima lettera ai Tessalonicesi, che Paolo è molto preoccupato riguardo alla sorte di questa comunità. Teme che essa sia ancora troppo fragile per poter sussistere da sola dopo la sua partenza. Invia allora alcuni dei suoi collaboratori a verificare la situazione di questa Chiesa e sorprendentemente scopre che essa non solo non è scomparsa, ma che addirittura è diventata a sua volta evangelizzatrice e che la fede, la speranza e la carità regnano in essa.
Quale fu – ci si chiede allora – il segreto di questa comunità? Cosa le permise così rapidamente di sviluppare una fede, una speranza e una carità tali da poter resistere a tutte le persecuzioni e da poter, autonomamente, anche senza l’aiuto di Paolo o di altri ministri, vivere una vita cristiana così solida?
Tale segreto è svelato in questa prima lettera ai Tessalonicesi al capitolo 2, quando Paolo afferma: Noi continuamente rendiamo grazie a Dio perché ricevendo la parola di Dio che noi vi abbiamo fatto udire, l’avete accolta non come parola di uomini, ma quale è veramente, come parola di Dio, che opera in voi che credete .
Ecco svelato il segreto! Ecco spiegata la fecondità di questa comunità, malgrado la precarietà estrema nella quale si era ritrovata immediatamente dopo la sua prima evangelizzazione. La risposta è nella serietà con la quale hanno accolto la parola di Dio come essa è veramente, cioè come parola che agisce nel cuore dei credenti.
La parola di Dio agisce, è viva, efficace e più tagliente di una spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla e discerne i sentimenti e i pensieri del cuore. A questa parola non vi è creatura che possa nascondersi, ma tutto è nudo e scoperto agli occhi di colui al quale noi dobbiamo rendere conto, dice la lettera agli Ebrei.
Leggere la parola di Dio ci mette in contatto con una realtà viva, che opera, che cambia il cuore, che alimenta la fede, la speranza, la carità. Isaia così ne spiega la fecondità: Come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza aver irrigato la terra, senza averla fecondata e farla germogliare perché dia il seme a chi semina e il pane a chi mangia, così sarà della mia parola, uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero, senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata .
Il Signore ci manda la sua Parola e ci chiede di esporci ad essa, di lasciarci mettere a nudo da essa. È vero che la Parola giudica i sentimenti del nostro cuore e mette in luce tutte le nostre contraddizioni, ma lo può fare perché porta con essa la certezza della misericordia di Dio, del suo amore per noi. In questa Parola ci è elargito il senso del disegno di salvezza di Dio su di noi, è rinnovata la nostra consolazione, rafforzata la nostra fede. La parola risveglia la carità nei nostri cuori, nutre la speranza anche nel mezzo dell’oscurità del momento presente, ci assicura che Dio mai ci abbandona.
Il segreto per accedere alla stessa fecondità della comunità di Tessalonica dipende dunque dalla qualità della nostra relazione con la Parola di Dio. Basta aprire anche solo per pochi minuti il Vangelo, cercare una o due frasi che ci parlino in modo particolare e, come si dice di Maria nel Vangelo, serbarle nel nostro cuore. Costateremo meravigliati che queste parole agiranno nel nostro cuore, lo feconderanno, faranno germinare in esso la pace
Il testo dell’omelia si trova in Luigi Gioia, « Mi guida la tua mano. Omelie sui vangeli domenicali. Anno A », ed. Dehoniane. Clicca qui

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 27 octobre, 2017 |Pas de commentaires »
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