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OMELIA IN COENA DOMINI

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OMELIA IN COENA DOMINI (24-03-2016)

don Maurizio Prandi

Il Giovedì santo è l’ultimo giorno di Quaresima e allo stesso tempo è l’apertura del triduo Pasquale.
Mai come quest’anno è forte, per me, la sensazione di avere per lo meno tentato di compiere quel cammino che riguarda tutta la nostra persona e che, con le parole di don Tonino Bello sintetizzo così all’inizio di ogni Quaresima: un cammino che va dalla testa a i piedi. Cammino racchiuso dai due gesti che aprono e chiudono questo tempo liturgico: l’imposizione delle ceneri e la lavanda dei piedi.
Perché parlo di « sensazione forte »? Perché abbiamo legato, in ognuna delle domeniche di Quaresima, la liturgia della Parola al nostro corpo e più precisamente ad uno dei cinque sensi:

olfatto = il profumo del Vangelo
vista = per saper andare oltre quello che si vede
tatto = per imparare ad essere sensibili e cogliere nel quotidiano i segni della vicinanza di Dio
gusto = per imparare ad assaporare le relazioni che viviamo
udito = per ascoltare la voce della misericordia.

Mi perdonate vero, se per l’ennesima volta vi ho ripetuto (e lo farò ancora domenica), il cammino fatto insieme ma c’è una cosa che domenica scorsa mi ha detto una chierichetta e allora non posso far altro che seguire il suo consiglio. È piccolina certo, ma mi conosce già molto bene… sa che sono un po’ smemorato e allora, mentre le spiegavo che dovevo raccogliere bene tutte le briciole delle ostie che rimanevano nella patena lei mi ha detto: Certo! Non si deve buttare via niente! Nulla deve essere sprecato…
Nella Domenica delle Palme, giorno della Passione del Signore, sentirsi dire così è stata la più bella omelia che io potessi ascoltare. E per Gesù, vale lo steso discorso! Lui è proprio così, non butta via niente di noi, ma raccoglie tutto e lo custodisce nel suo amore. Non butta via niente di Pietro, non spreca niente: Pietro è il suo rinnegamento, certamente, ma è anche le sue lacrime di dolore e di vergogna. non butta via niente del buon ladrone: egli è i suoi furti e le sue violenze, ma è anche la sua preghiera: non voglio scendere dalla Croce, soltanto portami con te, nel tuo Regno. Non butta via niente di Giuseppe di Arimatea, che essendo membro del Sinedrio non ha saputo dire una parola in difesa di Gesù; egli è la sua vigliaccheria, la sua paura, ma è anche il suo coraggio, quando apertamente era andato a prendere il corpo di Gesù per dargli una sepoltura.
Mi pare bellissimo che il vangelo che abbiamo ascoltato sottolinei tutto questo: dopo tre anni passati ad annunciare l’amore gratuito, Gesù decide che non può perdere nulla, che non può buttare via niente di quei tre anni e, dice il Vangelo, amò sino alla fine, sino al punto più alto, sino al compimento, sino all’estremo, sino alla perfezione dice l’evangelista Giovanni! Tutto questo è da una parte non buttare via niente di quello che sei, ma è anche non buttare via niente delle persone che ti trovi di fronte, delle persone che incontri. Oserei dire che non butta via nemmeno il tradimento di Giuda al quale comunque lava i piedi e ancora una volta non butta via la testardaggine di Pietro che non voleva che Gesù gli lavasse i piedi. Che belli questi versetti del vangelo nei quali Gesù dice a Pietro: guarda che se non accetti il mistero di questo Dio che si fa servo, non condividi la mia vita! E allora Pietro cambia idea, perché sapeva bene che ciò che conta non è l’orgoglio o il successo o il denaro: ciò che conta è poter dire che si vuole vivere come Gesù!
Straordinario poi l’ultimo versetto del vangelo di questa sera: quello che ho fatto, fatelo anche voi… come dire: non buttate via nulla di questa cena… non buttate via nulla di quel pane e di quel vino che abbiamo condiviso e per farlo dovete amarvi, gli uni gli altri… non sprecate quel pane, non sprecate quel vino… scendete, abbassatevi, chinatevi, perché non c’è messa senza servizio, non c’è Corpo di Cristo senza amore gratuito; depongo le mie vesti perché tra poco mi saranno strappate, per l’ultima volta mi chino su di voi perché tra poco sarò innalzato, lavo i vostri piedi perché i miei tra poco saranno trafitti; i piedi…quanto tempo avete impiegato per imparare a camminare da piccoli… allora non preoccupatevi se non sarete subito capaci di seguirmi, se questa sera vi allontanerete o scapperete, se mi rinnegherete, se mi lascerete solo perché questa sera è come una nascita, ci vorrà qualche tempo ma so che porterete il Vangelo laddove ce ne sarà la necessità; non buttate via nulla di questi tre anni che abbiamo vissuto insieme… verso dell’acqua in questo catino per tornare all’inizio, a quando ci siamo conosciuti, perché con alcuni di voi ci siamo visti quel giorno al Giordano, quando Giovanni ci immergeva… vi immergo questa sera nel mistero dell’amore di Dio. Non perdete nulla: come io ho fatto a voi, anche voi fatelo… fate questo, in memoria di me.

OMELIA DOMENICA DELLE PALME – PERÒ SIA FATTO COME VUOI TU

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OMELIA DOMENICA DELLE PALME – PERÒ SIA FATTO COME VUOI TU

mons. Roberto Brunelli

Domenica delle Palme (Anno A) (09/04/2017)

Con la processione delle Palme (o con il suo sostituto, il ritiro in chiesa di un rametto di ulivo) e poco dopo, con la lettura durante la Messa del vangelo della Passione (quest’anno, quello di Matteo, capitoli 26 e 27), la liturgia di oggi celebra due momenti della vita di Gesù, tra loro vicinissimi eppure contrastanti come più non si potrebbe: dapprima il suo trionfale ingresso a Gerusalemme tra la folla osannante; qualche giorno dopo, la sua indicibile passione. Basterebbe questo a ricordare la precarietà delle sorti umane, l’inaffidabilità del successo, la necessità di riporre la propria vita in mani più sicure di quelle degli uomini.
? Ricordato il primo momento, l’attenzione si concentra sul secondo, con la sconvolgente narrazione di quanto Gesù ha potuto soffrire. E ricordando che egli sapeva a che cosa andava incontro, sorge drammatico un interrogativo: perché? Perché non si è sottratto a tanto strazio, a una fine così ignominiosa? La risposta, si sa, sta nella parola amore. Il Crocifisso, di cui la civiltà cristiana ha fatto il proprio emblema, è l’attestazione di quanto sia grande l’amore di Dio per gli uomini.
? Il « sì » ad un amore autentico è sempre anche fonte di sofferenza, perché comporta un’espropriazione del proprio io; l’amore vero non può esistere senza rinunce anche dolorose, altrimenti diventa egoismo e dunque si annulla. Ma bisogna considerare davvero importante la persona amata, per essere disposti a soffrire per lei: il Crocifisso dimostra quanto gli uomini siano importanti per Dio. Di natura sua Dio non può patire; ma ha considerato l’uomo di un valore tale da essersi Lui stesso fatto uomo per poter compatire, cioè « patire con », e per, l’uomo. E non a belle parole, ma in carne e sangue, con una concretezza da capogiro.?
Due segni di questa concretezza, tra i tanti attestati dal resoconto della Passione. Durante la sua agonia spirituale nella notte del Getsèmani, l’ « orto degli ulivi », Gesù rivolge al Padre una breve preghiera, con cui manifesta la sua consapevolezza, e insieme l’umanissima paura alla prospettiva di quanto sta per accadere: « Padre mio, se è possibile passi via da me questo calice! »; ma subito dopo aggiunge la sua disponibilità alla prova e la sua fiducia nei disegni divini: « Però non come voglio io, ma come vuoi tu ». Se ci si mette per un momento al posto suo, si può intuire quanto dev’essere stato terribile sapere a che cosa andava incontro, potervisi sottrarre, eppure restare!?
Un secondo segno è del giorno dopo, quando le torture di processi iniqui e di inaudite violenze fisiche si concludono col suo corpo trafitto dai chiodi per fissarlo al legno. Ogni vangelo tramanda qualcuna delle parole da lui pronunciate durante la sua agonia fisica; Matteo riporta un grido: « Elì, Elì, lemà sabactàni? », che tradotto dall’ebraico significa: « Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? » Questa espressione è stata spesso equivocata: già qualcuno dei presenti ha pensato che egli invocasse il profeta Elia; altri, anche di recente, l’hanno voluta interpretare come un segno della sua disperazione, che annullerebbe il valore del suo sacrificio. Invece il senso corretto sta nella Bibbia stessa; Gesù cita, applicandolo a sé, il Salmo 21, che comincia proprio con quelle parole e prosegue anticipando in modo impressionante quanto poi è davvero accaduto: « Si fanno beffe di me quelli che mi vedono… Mi assedia una banda di malfattori; hanno scavato le mie mani e i miei piedi, posso contare tutte le mie ossa… Si dividono le mie vesti, sulla mia tunica gettano la sorte… » E però il Salmo prosegue esprimendo la piena fiducia in Dio, il quale « non ha disprezzato né sdegnato l’afflizione del misero; al suo grido d’aiuto lo ha esaudito. E io vivrò per lui, lo servirà la mia discendenza; al popolo che nascerà diranno: Ecco l’opera del Signore ».?
« Vivrò per lui »: nel buio di quella morte già si annuncia la luce della risurrezione.

V DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO A) (02/04/2017)

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Vita, morte e Amore

padre Gian Franco Scarpitta

V DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO A) (02/04/2017)

La liturgia di oggi ci invita indirettamente al prosieguo della Parola della scorsa Domenica, perché a proposito della guarigione del cieco nato si interrogava espressamente Gesù intorno alle ragioni del suo malessere: « Chi ha peccato lui o i suoi genitori perché sia nato cieco? » Com’è noto era infatti convinzione comune nel popolo ebraico che ogni infermità fisica fosse stata causata da un peccato commesso da chi ne era interessato o dai suoi progenitori e che ad ogni malattia fosse associata una mancanza morale. La risposta di Gesù debella questa mentalità a dir poco demoralizzante e introduce l’argomento della fiducia in Dio anche nella prospettiva del dolore, come del resto si evince anche nella letteratura dell’intero testo di Giobbe. « Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio » invita infatti a considerare la malattia fisica come una circostanza in cui è possibile sperimentare la vicinanza di Dio all’uomo e la sua misericordia. Certamente il dolore fisico è assillante e, seppure da parte nostra non si possa approvare il ricorso alla pratica del « suicidio assistito »(peraltro accessibile ai soli che possano permettersi viaggi all’estero), sebbene la morale cattolica non può non condannare l’eutanasia e l’interruzione volontaria della vita biologica, non si può tuttavia restare indifferenti all’assillo atroce al quale sono costretti parecchi sofferenti di mali irrimediabili, la sofferenze lancinante che provano tanti soggetti costretti a rinunciare all’uso degli arti, il senso di disagio e di dipendenza che provano quanti sono costretti a dipendere dagli altri anche nei minimi movimenti, la spietatezza del dolore fisico e dell’angoscia che provano altri costretti alla perenne degenza a letto… La malattia è difficile a sopportarsi e solamente chi ne vive il dramma può veicolarne la pesantezza e l’atrocità. La suddetta espressione di Gesù costituisce un invito alla speranza nelle circostanze del male irrimediabile, un invito alla costanza nel dolore nella certezza che Dio non abbandona coloro che soffrono e che anzi la malattia è un’occasione di esperienza della vicinanza di Dio. Dio poi è sempre l’onnipotente e può ricompensare il nostro dolore anche con appropriati interventi miracolistici perché la « gloria di Dio è l’uomo vivente » (Ireneo).
Cosi pure, poco prima di descrivere l’evento della resurrezione di Lazzaro, Giovanni mette in bocca a Gesù un’altra espressione simile alla precedente: « Questa malattia (di Lazzaro) non è per la morte, ma per la gloria di Dio » a identificare che Dio vince anche quando alla malattia non c’è più un rimedio naturale. Come sul dolore, così Dio ha potere sulla morte. Anch’essa, nel suo Figlio Gesù Cristo, è occasione perché Dio manifesti le sue opere gloriose che vertono sempre alle finalità di misericordia e di amore. Anzi, la nostra fede ci illustra che nella stessa circostanza del morire troviamo la realizzazione dell’amore e della gioia piena, se è vero che « le anime dei giusti sono nelle mani di Dio, nessun tormento le toccherà »(Sap 3,1). Dicevamo: ce lo illustra la nostra fede. Determinate certezze sono in effetti materialmente inconcepibili quando siano guardate dal solo punto di vista umano senza che ci si soffermi sull’adesione alla rivelazione di Dio, senza che ci si immedesimi nel mistero della Resurrezione di Cristo assumendolo nella forma totalizzante della nostra vita. Senza cioè aprire il cuore alla speranza e alla certezza che ci proviene nient’altro che dalla Parola rivelata e dal Cristo morto e risuscitato. Senza la risorsa della fede l’esperienza del dolore e della morte può diventare frustrante e dar luogo anche alla disperazione e all’abbandono. Senza la fede radicata nel Risorto, l’esperienza della morte nella scomparsa prematura di un nostro caro può diventare deleteria non offrendo alcuna possibilità di appiglio. Nelle parole di Gesù: « Io sono la Resurrezione e la vita, chiunque vive e crede in me anche se muore vivrà » vi è la certezza della Rivelazione di quella che abbiamo riconosciuto nelle scorse Domeniche come la « Verità », la quale a sua volta diventa « Vita » e nel risorto possibilità di vittoria sulla morte. Il Dio dei vivi che ridona vitalità alle ossa inaridite che in forza dello Spirito vanno ricomponendosi e riacquistando carnagione e con questa la dinamicità (I Lettura), mostra nei confronti della disfatta e della morte un potere che solamente il suo Amore può giustificare e ciò soprattutto in un evento concreto: il Risorto Gesù Cristo suo Figlio. Questi certamente piange per la scomparsa dell’amico Lazzaro dando la prova che il dispiacere e lo smarrimento caratterizzano inesorabilmente la vita umana, ciononostante si accosta alla sua tomba ben sapendo che il cadavere è tumefatto « da quattro giorni » e maleodorante, si intrattiene in conversazione con il Padre Dio dei vivi e non dei morti e al suo invito Lazzaro esce prodigiosamente dal sepolcro nonostante il vincolo delle bende e del sudario. L’episodio della resurrezione di questo personaggio che desterà stupore anche in seguito, durante una cena, è emblematico dell’annuncio del Cristo vincitore sulla morte in nome dell’Amore, quale si presenterà una volta fuoriuscito dal sepolcro e la stessa rianimazione del cadavere dell’amico è un saggio della medesima resurrezione dopo la morte di croce. Essa ci ragguaglia che anche la morte è il luogo del manifestarsi delle grandi opere di Dio, in tal caso del prevalere della Vita sulla morte e appunto la fede ci dischiude a questa possibilità di speranza che diventa certezza. In Cristo non c’è morte che non diventi occasione di fede per aprirsi alla prospettiva della vita, perché nella fede siamo illuminati sul fatto che oltre alla morte c’è il Dio Amore. La fede non è tuttavia un concetto astratto o un’utopia o un farmaco atto a lenire il dolore per chi è morto, ma un vivere in sintonia con il Risorto e anzi un vivere anche noi la vita nell’ottica della risurrezione senza vivere da morti la vita.
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OMELIA III DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO A) (19/03/2017)

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Una sorgente intera in cambio di un sorso d’acqua

padre Ermes Ronchi

OMELIA III DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO A) (19/03/2017)

Vuoi riannodare i fili di un amore? Gesù, maestro del cuore, ci mostra il metodo di Dio, in uno dei racconti più ricchi e generativi del Vangelo.
Gesù siede stanco al pozzo di Sicar; giunge una donna senza nome e dalla vita fragile. È l’umanità, la sposa che se n’è andata dietro ad altri amori, e che Dio, lo sposo, vuole riconquistare. Perché il suo amore non è stanco, e non gli importano gli errori ma quanta sete abbiamo nel cuore, quanto desiderio.
Questo rapporto sponsale, la trama nuziale tra Dio e l’umanità è la chiave di volta della Bibbia, dal primo all’ultimo dei suoi 73 libri: dal momento che ti mette in vita, Dio ti invita alle nozze con lui. Ognuno a suo modo sposo.
Dammi da bere. Lo sposo ha sete, ma non di acqua, ha sete di essere amato.
Gesù inizia il suo corteggiamento (la fede è la risposta al corteggiamento di Dio) non rimproverando ma offrendo: se tu sapessi il dono…
Il dono è il tornante di questa storia d’amore, la parola portante della storia sacra. Dio non chiede, dona; non pretende, offre: Ti darò un’acqua che diventa sorgente. Una sorgente intera in cambio di un sorso d’acqua. Un simbolo bellissimo: la fonte è molto più di ciò che serve alla tua sete; è senza misura, senza fine, senza calcolo. Esuberante ed eccessiva. Immagine di Dio: il dono di Dio è Dio stesso che si dona. Con una finalità precisa: che torniamo tutti ad amarlo da innamorati, non da servi; da innamorati, non da sottomessi.
Vai a chiamare colui che ami. Gesù quando parla con le donne va diritto al centro, al pozzo del cuore; il suo è il loro stesso linguaggio, quello dei sentimenti, del desiderio, della ricerca di ragioni forti per vivere. Solo fra le donne Gesù non ha avuto nemici.
Il suo sguardo creatore cerca il positivo di quella donna, lo trova e lo mette in luce per due volte: hai detto bene; e alla fine della frase: in questo hai detto il vero. Trova verità e bene, il buono e il vero anche in quella vita accidentata. Vede la sincerità di un cuore vivo ed è su questo frammento d’oro che si appoggia il resto del dialogo.
Non ci sono rimproveri, non giudizi, non consigli, Gesù invece fa di quella donna un tempio. Mi domandi dove adorare Dio, su quale monte? Ma sei tu, in spirito e verità, il monte; tu il tempio in cui Dio viene.
E la donna lasciata la sua anfora, corre in città: c’è uno che mi ha detto tutto di me… La sua debolezza diventa la sua forza, le ferite di ieri feritoie di futuro. Sopra di esse costruisce la sua testimonianza di Dio.
Un racconto che vale per ciascuno di noi: non temere le tue debolezze, ma costruiscici sopra. Possono diventare la pietra d’angolo della tua casa, del tempio santo che è il tuo cuore.

II DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO A) (12/03/2017)

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Collocati come ponti tra due monti

padre Antonio Rungi

II DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO A) (12/03/2017)

La liturgia della parola di Dio della seconda domenica di Quaresima ci offre l’occasione e l’opportunità di riflettere su due temi portanti della spiritualità cristiana: la vocazione e la trasfigurazione. Nella prima lettura, infatti, si parla della vocazione di Abramo, nella seconda di quella dell’Apostolo Paolo e nel Vangelo ci viene narrato il racconto della trasfigurazione del Signore sul Monte Tabor. La Quaresima è d’altra parte tempo favorevole per trasfigurarci ad immagine e somiglianza di Cristo crocifisso e glorioso. Nella preghiera iniziale della santa messa di oggi ci rivolgiamo al Padre con queste umili parole: « O Padre, che ci chiami ad ascoltare il tuo amato Figlio, nutri la nostra fede con la tua parola e purifica gli occhi del nostro spirito, perché possiamo godere la visione della tua gloria ». La Quaresima che è tempo privilegiato per ascoltare meglio e più intensamente la parola di Dio ci aiuti a porre al centro della nostra giornata e della nostra vita ciò che davvero conta davanti a Dio e agli uomini.
Per realizzare questo sogno è necessario avere la stessa disponibilità e la stessa fede di Abramo che accolse la parola del Signore e lasciò ogni cosa, compresa la sua terra, per seguire la chiamata di Dio: « «Vàttene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò…. Allora Abram partì, come gli aveva ordinato il Signore ».
Lasciare tutto e partire. Quando il Signore chiama e si comprende esattamente la sua voce, non c’è cosa, persona e legame che ti possa costringere a rimanere piuttosto che andare. Abramo ascolta la voce del Signore e parte, senza alcuna meta, seguendo l’itinerario che Dio gli indicherà. Non la strada di Abramo, ma la strada di Dio si apre davanti al suo cammino e lui sempre più sicuro non va verso l’incognito e il buio, ma verso il certo e la luce, perché è la luce di Dio che lo guida, è la luce della fede. Perciò egli è nostro padre nella fede. Nella vocazione di Abramo, padre del popolo di Dio, troviamo il prototipo di ogni chiamata alla fede. Le nostre umane decisioni vanno costruite sulla parola di Dio che, come ci ricorda il Salmo 32, è retta e fedele ed ama la giustizia e il diritto.
Anche san Paolo nel brano di oggi, tratto dalla sua lettera all’amico Tito, parla della vocazione e della missione che è per la propria santificazione e per annunciare il Vangelo della salvezza e della redenzione. « Egli infatti ci ha salvati e ci ha chiamati con una vocazione santa. Egli ha vinto la morte e ha fatto risplendere la vita e l’incorruttibilità per mezzo del Vangelo. Per portare avanti la causa del vangelo bisogna avere un grande spirito di sacrificio, di rinuncia e di patimenti. Per il Vangelo si soffre frequentemente in ogni angolo della terra, dove la testimonianza della vita cristiana rappresenta un forte appello, per tutti, alla rettitudine morale. Solo con la grazia di Dio e della Sua vicinanza a noi è possibile portare avanti progetti di evangelizzazione, soprattutto in quei luoghi, dove maggiori sono le resistente e gli ostacoli. Il Signore doni lo stesso coraggio e zelo apostolico di Paolo Apostolo, maestro nel campo missionario, anche nell’oggi della Chiesa e del mondo contemporanei.
Nel Vangelo di oggi, tratto da San Matteo, leggiamo il testo della trasfigurazione. Gesù e tre apostoli salgono sul monte Tabor. Gesù all’improvviso cambia il suo volto che diventa luminoso, raggiante ed anche il vestito assume un colore bianco che più di quello non poteva essere. Gesù si trasfigura e con lui appaiono anche due testimoni dell’Antico Testamento, Mosè ed Elia che discorrevano con Lui. I tre apostoli, Pietro, Giacomo e Giovanni, rimangono estasiati da quella visione di paradiso e chiedono al Signore di rimanere lì.
Intanto una voce dal cielo dichiara senza ombra di dubbio che Gesù è il Figlio di Dio, il prediletto del Padre, nel quale il Padre stesso ha posto il suo compiacimento; per cui dobbiamo ascoltare la voce di Cristo, perché è la stessa voce di Dio che ci insegna a seguire il bene e ad evitare il male. All’udire la voce di Dio, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Rimangono nel paura di cosa poteva mai accedere di lì a poco. Ed infatti, Gesù si avvicinò a loro, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete». In questo contatto rassicurante, gli apostoli riprendono consapevolezza di chi sono e dove si trovano e con chi stanno. E allora alzano gli occhi verso l’alto, ma non videro più nessuno. Con loro era rimasto Gesù solo, con il Quale erano saliti sul monte della trasfigurazione. Ma si trattava, ora, di riprendere il cammino, di ridiscendere, di ritornale alla normalità. E nel cammin facendo verso la valle delle umane quotidianità e sofferenze è Gesù che parla e raccomanda loro di non parlare a nessuno di quello che avevano visto, lassù, sul monte della gloria «prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti». Gesù stesso prepara così gli apostoli all’imminente scandalo della croce ed invita i tre prescelti a seguirlo anche sull’altro monte, quella più difficile da scalare per tutti ed è il Monte Calvario, il Golgota, dove Gesù verrà crocifisso e morirà per la redenzione dell’umanità.
E’ interessante in questa seconda domenica di Quaresima, pensare che noi siamo collocati come ponti tra due monti: il monte Tabor e il monte Calvario. Nella vita che si svolge nel tempo noi dobbiamo realizzare questo raccordo stradale o viadotto della grazia e dell’abbandono fiduciale a un Dio che nel suo Figlio prediletto ci dona la gioia del suo perdono, facendoci toccare con mano la bellezza della grazia. Il tutto però passa necessariamente attraverso quel monte del Calvario che è il monte dell’amore misericordioso di Dio nei confronti dell’umanità, perché su quel monte è stato crocifisso l’Amore per ricominciare a vivere nell’amore proprio partendo dalla passione e morte in croce di nostro Signore. Salendo il monte del Calvario con Gesù che va al patibolo della croce, possiamo capire dove sta il vero Tabor della nostra vita. Sta proprio nell’essere vicino al Cristo e vederlo trasfigurato dall’amore che si fa dono nella croce e con la croce.
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I DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO A) – QUANDO IL DIAVOLO SI AVVICINA E SUSSURA: SEGUIMI..

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I DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO A) – QUANDO IL DIAVOLO SI AVVICINA E SUSSURA: SEGUIMI..

padre Ermes Ronchi

Se Gesù avesse risposto in un altro modo alle tre proposte, non avremmo avuto né la croce né il cristianesimo. Ma che cosa proponeva il diavolo di così decisivo? Non le tentazioni che ci saremmo aspettati, non quelle su cui si è concentrata, e ossessionata, una certa spiritualità cristiana: la sessualità o le osservanze religiose. Si tratta invece di scegliere che tipo di Messia diventare, che tipo di uomo. Le tre tentazioni ridisegnano il mondo delle relazioni: il rapporto con me stesso e con le cose (pietre o pane?); con Dio, attraverso una sfida aperta alla fede (cercare un Dio magico a nostro servizio); con gli altri (il potere e il dominio).
Dì che queste pietre diventino pane! Il pane è un bene, un valore indubitabile, ma Gesù non ha mai cercato il pane a suo vantaggio, si è fatto pane a vantaggio di tutti. E risponde giocando al rialzo, offrendo più vita: «Non di solo pane vivrà l’uomo». Il pane è buono, il pane dà vita ma più vita viene dalla bocca di Dio. Dalla sua bocca è venuta la luce, il cosmo, la creazione. È venuto il soffio che ci fa vivi, sei venuto tu fratello, amico, amore, che sei parola pronunciata dalla bocca di Dio per me. E anche di te io vivo.
Seconda tentazione: Buttati, così potremo vedere uno stormo di angeli in volo… Un bel miracolo, la gente ama i miracoli, e ti verranno dietro. Il diavolo è seduttivo, si presenta come un amico, come chi vuole aiutare Gesù a fare meglio il Messia. E in più la tentazione è fatta con la Bibbia in mano (sta scritto…). Buttati, provoca un miracolo! La risposta: non tentare Dio, attraverso ciò che sembra il massimo della fiducia nella Provvidenza e invece ne è la caricatura, perché è solo ricerca del proprio vantaggio. Tu non ti fidi di Dio, vuoi solo sfruttarlo, vuoi un Dio a tuo servizio.
Nella terza tentazione il diavolo alza ancora la posta: adorami e ti darò tutto il potere del mondo. Adorami, cioè segui la mia logica, la mia politica. Prendi il potere, occupa i posti chiave, cambia le leggi. Così risolverai i problemi, e non con la croce; con rapporti di forza e d’inganno, non con l’amore. Vuoi avere gli uomini dalla tua parte? Assicuragli pane, miracoli e un leader e li avrai in mano. Ma Gesù non cerca uomini da dominare, vuole figli liberi e amanti, a servizio di tutti e senza padrone alcuno. Per Gesù ogni potere è idolatria.
«Ed ecco angeli si avvicinarono e lo servivano». Avvicinarsi e servire, verbi da angeli. Se in questa Quaresima io fossi capace di avvicinarmi e prendermi cura di qualcuno, regalando un po’ di tempo e un po’ di cuore, inventando una nuova carezza, per quel qualcuno sarei la scoperta che «le mani di chi ama terminano in angeli».

VIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (26/02/2017)

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Nella prospettiva della Promessa

don Luciano Cantini

VIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (26/02/2017)

Dio e la ricchezza
La nostra traduzione usa la parola ricchezza per spiegare il termine aramaico « mammona » riportato tale e quale nel testo greco. Il significato di mammona è più pregnante della semplice ricchezza perché esprime il senso di sicurezza che il denaro offre. Non è questione di quantità quanto di relazione.
Il denaro corrompe. Non c’è via d’uscita. Se tu scegli questa via del denaro alla fine sarai un corrotto. Il denaro ha questa seduzione di portarti, di farti scivolare lentamente nella tua perdizione. E per questo Gesù è tanto deciso: non puoi servire Dio e il denaro, non si può: o l’uno o l’altro. E questo non è comunismo, questo è Vangelo puro. Queste cose sono parola di Gesù (papa Francesco 20.9.13)
È sotto gli occhi di tutti il potere di corruzione del denaro, quanti imprenditori, politici e semplici cittadini sono corrotti dal denaro. Un tempo avevamo preso le banche come simbolo del nuovo tempio al dio denaro, mammona… in fondo il denaro è uno strumento di utilità, anche le banche sono utili, gli investimenti sono utili perché creano opportunità di lavoro, ma nel cuore dell’uomo degenerano, corrompono. Se osserviamo i sistemi economici di oggi vediamo quanta importanza è data al sistema finanziario, alla borsa più che al lavoro: mettere il gioco il denaro perché moltiplichi se stesso. La stessa cosa è vissuta tutti i giorni quando ci affidiamo a un « gratta e vinci » o ai pulsanti di una slot. È angosciante che in un quartiere come il nostro si trovino tre farmacie e otto sale di scommesse senza contare le salette dei bar e tabaccai. Sono queste i nuovi templi al Dio denaro.
Quando dunque abbiamo di che mangiare e di che coprirci, accontentiamoci. Quelli invece che vogliono arricchirsi, cadono nella tentazione, nell’inganno di molti desideri insensati e dannosi, che fanno affogare gli uomini nella rovina e nella perdizione. L’avidità del denaro infatti è la radice di tutti i mali; presi da questo desiderio, alcuni hanno deviato dalla fede e si sono procurati molti tormenti (1Tim 6,8-10)
Non preoccupatevi
Chi governa allora? Il denaro. Come governa? Con la frusta della paura, della disuguaglianza, della violenza economica, sociale, culturale e militare che genera sempre più violenza in una spirale discendente che sembra non finire mai. Quanto dolore e quanta paura! C’è un terrorismo di base che deriva dal controllo globale del denaro sulla terra e minaccia l’intera umanità (Papa Francesco 8.11.16)
Per ben sei volte è coniugato il verbo preoccuparsi. Non è questione di cibo o vestiti, è questione di libertà. Se ci lasciamo occupare prima (pre-occuparsi) dalle cose non c’è spazio per altro. Se le cose entrano nei nostri desideri perdiamo la libertà e il senso stesso della vita. I nostri nonni vivevano con la chiave di casa infilata nella porta, oggi abbiamo bisogno di porte di sicurezza e sistemi di allarme; per custodire le nostre « cose »: ci siamo separati dalle persone. Per non far rubare le nostre cose ci siamo rubati a noi stessi. Non è forse sintomatico della paura verso l’altro il surrogato che viene richiesto agli animali da compagnia?
Cosa succede al mondo di oggi che, quando avviene la bancarotta di una banca, immediatamente appaiono somme scandalose per salvarla, ma quando avviene questa bancarotta dell’umanità non c’è quasi una millesima parte per salvare quei fratelli che soffrono tanto? E così il Mediterraneo è diventato un cimitero, e non solo il Mediterraneo… molti cimiteri vicino ai muri, muri macchiati di sangue innocente (Papa Francesco 8.11.16).
Non valete forse più di loro?
Il rischio più grosso è il compromesso, il tenere il piede in due staffe, nascondendo con atteggiamenti religiosi la staffa su cui crediamo di avere maggiore sicurezza. Sembra invece che viviamo le molte cose della vita mettendo al centro noi stessi, o peggio i nostri interessi, come se Dio non ci fosse, come se non fossimo eredi di una Promessa a cui Dio si mantiene fedele (giustizia).
Osservate come crescono i gigli del campo: non è questione di contemplare la bellezza piuttosto la relazione con Dio, se osserviamo la complessità della natura, il tessuto sottile delle relazioni che inducono alla vita non possiamo che essere richiamati dall’Amore di Dio che a tutto provvede. Se guardiamo gli uccelli del cielo e i fiori di campo e poi contempliamo l’uomo e la sua storia, i suoi progressi, pur in mezzo a contraddizioni e peccati, non scopriamo le ricchezze del dono di Dio? E come non guardare al dono supremo del Figlio che condivide la nostra natura umana? Non farà molto di più per voi, gente di poca fede?
Non possiamo però fraintendere, Dio non è un parafulmine che fa scudo a ogni problema, non è una polizza di assicurazione. Quello che Dio fa per noi non è evitare le realtà e le angosce della vita piuttosto ci accompagna e sostiene; questa è l’esperienza di Cristo nella quotidianità della storia.
Cercare anzitutto il Regno è mettere noi, le nostre cose, la storia stessa nella prospettiva della Promessa.
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Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 24 février, 2017 |Pas de commentaires »
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