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II Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) (19/01/2020)

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II Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) (19/01/2020)

Ecco colui che toglie il peccato del mondo!
don Luciano Cantini

L’agnello di Dio
Ci è familiare l’espressione agnello di Dio – molto raffigurata in diverse forme – perché è entrata nella liturgia. C’è però da domandarsi cosa l’autore del vangelo intendesse, alcuni commentatori mettono in dubbio che il Battista l’abbia effettivamente usata ipotizzando l’espressione servo di Dio, più facilmente comprensibile a chi ha assistito alla scena; oltretutto la parola aramaica talià è ambigua e potrebbe indicare sia agnello che servo. Per gli israeliti l’immagine richiama l’agnello pasquale ucciso all’inizio dell’Esodo il cui sangue ha segnato le case degli ebrei (Es 12,1-14) salvandoli dallo sterminio; Isaia parla del Servo, mite come l’agnello mandato al macello (Is 53,7). Nel corso del quarto Vangelo l’immagine di Gesù come agnello pasquale è più volte richiamata, la morte è posta all’ora stessa in cui venivano sacrificati gli agnelli per la Pasqua (Gv 19,14), l’issopo e il sangue (Gv 19,29.34) fanno riferimento all’aspersione col sangue dell’agnello pasquale (Es 12,7.22ss), chiara è la citazione del libro dell’Esodo non gli sarà spezzato alcun osso (Es 12,46; Gv 19,36).
Il peccato del mondo
Nella espressione utilizzata nella liturgia però è usato il plurale (i peccati del mondo) mentre il testo evangelico è al singolare: il rischio è la frammentazione dell’idea stessa di peccato, sottolineando la molteplicità delle sue manifestazioni, le implicazioni morali, la multiformità dei casi. Giovanni Battista parla del peccato del mondo, il peccato che opprime l’umanità intera, che tiene l’umanità lontana da Dio.
Il termine greco hamartia, usato nel vangelo, ha il significato di errore fatale, fallimento, bersaglio mancato. In ebraico, che appartiene alla cultura dell’evangelista, è usato il termine khata che significa smarrirsi, perdere la strada che conduce a Dio. La parola italiana peccato deriva dal latino peccatum, significa violazione, trasgressione, infrazione di una norma stabilita; è facile immaginare come la lingua possa aver condizionato il pensiero. Nel linguaggio comune la parola peccato assume diversi significati come colpa, mancanza, errore, inconveniente, non sempre dipendenti dalla nostra volontà come un apparecchio che non funziona più o una giornata rovinata dalla pioggia; nella categoria del peccato è entrato di tutto: dimenticanze, distrazioni, debolezze, disattenzioni, superficialità, si perde così la forza della espressione di Giovanni che parla di Gesù come colui che toglie il peccato del mondo!
Il mondo, nel quarto vangelo, rappresenta una mentalità, un modo di vivere che rifiuta la vita e la luce di Dio (Gv1,4-5). È l’uomo che si chiude alla relazione con Dio e si oppone all’amore. Il mondo ama ciò che è suo (Gv 15,19) perché si è chiuso nella autoreferenzialità e nella autosufficienza. Il mondo si sostituisce a Dio, prende il posto del Padre, il peccato del mondo quindi è la vita che l’uomo si ritrova a vivere dopo la rottura del rapporto di amore con Dio. Il peccato aderisce a una ideologia di morte, quello che sopprime la libertà degli uomini, lo priva della dignità di figlio di Dio; ci siamo persi in mille rivoli in cui il peccato si manifesta, nel tentativo di arginarne alcuni, deviarne altri, senza preoccuparci di risalire alla fonte. Il Servo di Dio prefigurato da Isaia si fa carico (cfr. Is 53,4 egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori) subendone le conseguenze fino alla morte, rispondendo però con un amore talmente pieno da far fallire la morte nel suo intento.
Ho visto e ho testimoniato
Nel quarto vangelo Giovanni Battista non ha più il ruolo di profeta che richiama alla conversione, piuttosto quello di chi ha fatto un’esperienza nuova, imprevedibile per lui stesso: io non lo conoscevo. Per lui si spalanca un orizzonte nuovo: Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui.
Il mistero di Dio si manifesta a lui totalmente inatteso. Quello che credeva di sapere e di conoscere, tutta la sua vita dedicata all’attesa, si trova difronte a un uomo che è avanti a me, perché era prima di me. Finché era chiuso nella sua idea di Dio e di salvezza, non poteva “conoscere” Dio che in Gesù si fa ultimo, che sta con i peccatori; l’agnello che toglie, cancella, elimina il peccato del mondo. L’esperienza di fede si concretizza nella « non-conoscenza » che dà senso alla vita nella sua quotidianità, ma aperta all’inaspettata azione dello Spirito. Giovanni lascia alle spalle la sua non conoscenza, guarda lontano, contempla lo Spirito, diventa testimone oltre il suo limite umano; la sua testimonianza offre in chi la accoglie il potere di diventare figli di Dio (Gv 1,18).

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 17 janvier, 2020 |Pas de commentaires »

BATTESIMO DEL SIGNORE (ANNO A) (12/01/2020)

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BATTESIMO DEL SIGNORE (ANNO A) (12/01/2020)

“Immersi” nella tenerezza di Dio
don Alberto Brignoli

A quanto pare, alle prime comunità cristiane il battesimo di Gesù poneva qualche difficoltà. Come testimonia il dialogo tra Gesù stesso e il Battista riportato dal Vangelo di Matteo, ci si interrogava sul senso di un battesimo come “perdono dei peccati” amministrato al Figlio di Dio, colui che la prossima domenica lo stesso Giovanni Battista ci presenterà come “l’agnello di Dio che toglie i peccati del mondo”. Ma ancor più, faceva specie la modalità con cui veniva amministrato il battesimo, dal valore fortemente simbolico. Per noi, oggi, il battesimo ha valenza in quanto sacramento iniziale della nostra fede, ma da un punto di vista puramente rituale si è ridotto a poco più che un’infusione di poca acqua benedetta sul capo del bambino, rigorosamente riscaldata nei mesi freddi dell’anno, per evitare – giustamente – che il bimbo si ammali. Ma all’inizio, le cose erano ben diverse, a partire proprio dall’etimologia della parola “battezzare”, che in greco significa “immergere”, quasi nel senso di affondare. E infatti, Giovanni amministrava il battesimo in un punto in cui l’acqua del fiume Giordano era abbastanza profonda da consentire che una persona adulta risultasse totalmente immersa; e nelle prime chiese cristiane, i battisteri altro non erano se non vasche a terra nelle quali il battezzando entrava in piedi fino appunto a immergersi totalmente nell’acqua, il più delle volte acqua corrente. Solo dal X secolo iniziano a farsi presenti nelle chiese i battisteri come arredo monumentale nella forma in cui li abbiamo ancora oggi, e questo a motivo del fatto che – raggiunto ormai il regime di cristianità con il Sacro Romano Impero – il battesimo divenne un fenomeno di massa identitario da amministrare ai bambini sin dai primi giorni di vita, mentre in precedenza veniva amministrato solo agli adulti.
C’erano ovviamente delle motivazioni teologiche, a sostegno del battesimo dei bambini, legate soprattutto alla cancellazione del peccato originale, mentre nei primi secoli, il battesimo amministrato solo agli adulti aveva la valenza anche di cancellazione dei peccati puntuali, quelli della vita di ogni giorno. E se teniamo conto che non esisteva ancora il sacramento della riconciliazione, è facile intuire come la maggior parte dei cristiani scegliesse di farsi battezzare in età molto adulta, se non quasi nella fase terminale della vita, proprio per dare al battesimo il significato di gesto purificatore, con il quale si voltava pagina e si metteva fine a una vita di peccato per abbracciare definitivamente la vita nuova in Cristo (simboleggiata dalla veste bianca con cui i neofiti rimanevano rivestiti dalla Veglia Pasquale – momento del Battesimo – sino alla domenica successiva, detta “in Albis” proprio perché si tornava in chiesa a deporre la “alba”, il camice bianco). In questo senso, si comprende come mai il battesimo per immersione avesse il significato di “morte” al peccato e alla vita passata, all’interno di un’acqua che più che rappresentare la vita nuova rappresentava la morte di quella vecchia (l’immagine più ricorrente a livello iconografico per spiegare il battesimo era, infatti, quella del Diluvio Universale): e allora, ancora di più, si comprende lo stupore della Chiesa primitiva di fronte a un battesimo che portava Gesù alla “morte” prima ancora che egli la soffrisse sul Calvario. Come può ricevere la cancellazione dei peccati colui che ha condiviso con gli uomini tutto, tranne propriamente il peccato? Come può morire colui che è il simbolo per eccellenza della vita, al punto che raffigurarlo in croce risultava addirittura scandaloso, nei primi secoli del cristianesimo? Sono cose per noi superate e assodate, dopo duemila anni di teologia del battesimo e dei sacramenti in generale, ma non lo erano per Matteo e la sua comunità. Come far capire, allora, ai primi seguaci di Cristo, il gesto compiuto da lui e dal Battista nel Giordano?
Riusciamo a capire qualcosa di più innanzitutto dalla costruzione del Vangelo stesso di Matteo (che tra l’altro ci accompagnerà lungo tutto quest’anno liturgico): l’entrata in scena di Gesù nella vita pubblica avviene proprio al momento del battesimo – il brano che stiamo leggendo -, mentre le sue ultime parole ai discepoli dopo la resurrezione contengono l’invito a battezzare tutte le genti “nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”. Ciò vuol dire che la missione di Gesù può essere compresa appieno solo alla luce del battesimo, che diviene così un gesto fondamentale per la vita della comunità cristiana. In pratica, se vuoi dirti discepolo di Gesù, non puoi prescindere dal battesimo. Ma cosa significa per il cristiano il battesimo, se non può di certo avere lo stesso significato che aveva con il Battista, ovvero quello di morte a se stessi e alla propria vita di peccato? Ci aiutano i dialoghi che abbiamo ascoltato oggi.
Di fronte al rifiuto del Battista, Gesù gli chiede di agire perché “conviene che adempiamo ogni giustizia”. Nell’Antico Testamento (alla cui mentalità Giovanni Battista ancora appartiene), il concetto di “giustizia” stava a indicare la fedeltà all’Alleanza, ovvero alla volontà di Dio: Gesù pertanto invita il Battista a rimanere fedele a quel Dio che lo ha voluto ultimo dei profeti e primo dei testimoni della nuova Alleanza. Questo significa che si sta aprendo un percorso nuovo, una strada nuova: e allora, occorre anche una mentalità nuova, un nuovo modo di vedere Dio. Dio non è più il padrone e il giudice da venerare attraverso un’osservanza stretta e obbediente della Legge, ma un padre da amare che ci dà prova della sua paternità con quella voce che “apre i cieli”, rimette in contatto Dio con l’umanità, e proclama Gesù “il figlio amato”, nel quale tutti diveniamo figli di Dio attraverso il battesimo. In lui e in ognuno di noi, Dio è disposto a porre il suo “compiacimento”, ovvero a dimostrare la sua tenerezza di padre verso ogni creatura. Il gesto incomprensibile di Gesù che si immerge nelle acque del Giordano significa tutto questo.
E allora, ripensiamo anche al nostro modo di vivere e di intendere il battesimo: non un gesto tradizionale (“Battezziamo nostro figlio perché siamo tutti battezzati”), né una sorta di vitamina per l’anima (“Ma sì, dai, battezziamolo: male non gli fa”), né tantomeno un sigillo sulla nostra identità culturale cristiana (“Dobbiamo ribadire con forza le nostre radici cristiane”), ma l’impegno a vivere il nostro rapporto con Dio nel segno della figliolanza, dell’amore a lui e ai fratelli, di una tenerezza ricevuta e restituita.

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 11 janvier, 2020 |Pas de commentaires »

II DOMENICA DOPO NATALE (COMMENTO)

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II DOMENICA DOPO NATALE (COMMENTO)

Gesù Cristo, Dio fatto uomo
Enzo Bianchi

Il mistero dell’incarnazione di Dio, del Dio che si è fatto uomo, è così ricco da richiedere la lettura di molti brani dei vangeli, i quali con prospettive diverse ci testimoniano il grande evento della nostra salvezza. Il tempo di Natale è il tempo delle manifestazioni (epifanie) del Signore, e in esso feste e domeniche ci testimoniano alcune di queste “rivelazioni” avvenute per i poveri, per le genti, per l’umanità intera. Cerchiamo dunque di comprendere, per quanto ci è concesso, questo mistero plurale.
Nel tempo, nei giorni della storia umana, Gesù è nato a Betlemme da Maria e per l’efficacia della forza dello Spirito santo. C’è stato un concepimento, una gravidanza, un parto, e a “Betlemme di Efrata” (Mi 5,1), Betlemme la feconda, in una stalla è nato un bambino, dono di Dio, è nato colui che era stato promesso dai profeti, il Messia, uomo discendente della stirpe di David (cf. 2Sam 7,1-17). Quando la parola di Dio si è fatta sentire su questa nascita, ha svelato che l’infante deposto in una mangiatoia era il Salvatore, il Messia, il Kýrios-Signore (cf. Lc 2,11).
Questo bambino, nato solo perché Dio l’aveva voluto, ha un’identità profonda che non appare, che non è visibile nella sua carne fragile e mortale, ma un’identità che non poteva essere taciuta. È il quarto vangelo, il vangelo secondo Giovanni, a spiegarcela, nel suo prologo. Nell’in-principio (cf. Gen 1,1), prima della creazione del mondo, era realtà vivente la Parola, la Parola di Dio, la Parola che era Dio. Una Parola certamente generata da Dio nella sua qualità di Padre, una Parola che era “Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio”, come professiamo nel Credo. Siamo così ammessi e immersi nella contemplazione della vita più intima e segreta di Dio. In Dio c’è una comunicazione, c’è una vita condivisa, c’è un dialogo: il Padre genera costantemente il Figlio nella forza dello Spirito divino. Potremmo dire che in “Dio” che “è amore” (1Gv 4,8.16) c’è costantemente un flusso d’amore, per cui il Padre ama il Figlio che è l’amato, e l’amore tra i due è lo Spirito santo.
Prima che il mondo fosse, c’era dunque la Parola di Dio, viva, operante, per mezzo della quale Dio ha creato l’universo. Proprio guardando a questa Parola che era suo Figlio, Dio ha plasmato l’uomo: l’immagine del Figlio nella vita divina ha definito l’immagine dell’uomo nella creazione (cf. Col 1,15-17). Ma questa Parola di Dio eterna, celeste, immortale, è uscita – per così dire – da Dio “molte volte e in diversi modi” (Eb 1,1) per tentare un dialogo con l’umanità: da Abramo fino a Mosè e ai profeti questa Parola di Dio si è fatta parola umana, proclamata, predicata, detta e ridetta dai servi di Dio i quali, per la missione ricevuta da Dio stesso, proponevano un dialogo, cercavano di instaurare la comunione di vita tra Dio e gli uomini.
Infine, “venuta la pienezza del tempo” (Gal 4,4), questa Parola che era in Dio ed era Dio “ha parlato a noi per mezzo del Figlio” (Eb 1,2), ha voluto farsi carne, diventare essa stessa carne d’uomo in Gesù di Nazaret. La Parola eterna si è fatta mortale, la Parola celeste si è fatta terrestre, la Parola potente si è fatta debole, povera. Le prerogative divine di questa Parola di Dio sono state come “messe tra parentesi”, non perdute ma tralasciate, perché la Parola ha voluto la kénosis, la spogliazione dalle qualità divine, per essere in tutto come noi, pienamente solidale con l’umanità peccatrice (cf. Fil 2,6-8). Vi è dunque una nascita eterna del Figlio di Dio e vi è una nascita terrena, nel mondo, del Figlio, e noi non possiamo contemplare l’una senza l’altra, perché questa è la fede cristiana: non un Dio solo trascendente, non un uomo divino, ma un Dio fatto uomo, Gesù Cristo.
Allora possiamo solo ascoltare il solenne prologo di Giovanni e adorare: “La Parola si è fatta carne e ha posto la sua tenda tra di noi, e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria che riceve dal Padre come Figlio unico, pieno di grazia e di verità”. Se abbiamo un fratello che è il Figlio di Dio, anche noi siamo fatti figli di Dio, e soprattutto lui, nostro fratello nella carne ma Figlio di Dio, venuto da Dio, ci “racconta” (exeghésato) Dio, il Dio invisibile che nessuno ha mai visto né può vedere (cf. 1Tm 6,16). Chi guarda a lui, a Gesù, alla sua umanità, vede e contempla il vero Dio vivente (cf. Gv 14,6.9).

 

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 3 janvier, 2020 |Pas de commentaires »

SANTA FAMIGLIA – FIGLI CHIAMATI DALL’EGITTO

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SANTA FAMIGLIA – FIGLI CHIAMATI DALL’EGITTO

NON C’E’ EGITTO CHE DURI PER SEMPRE

– Sir 3,2-6.12-14; Sal 127; Col 3, 12-21; Mt 2,13-15.19-23 –

Contemplare con gioia il mistero dell’Incarnazione è attitudine necessaria e vitale, ma è un’attitudine che subito si scontra con la storia di peccato in cui il nostro Dio si è voluto immergere proprio con l’Incarnazione. La storia non è un’oasi di pace; la storia rigurgita sangue e dolore ed il Figlio di Dio vi si immerge senza sconti e senza privilegi.
E’ nato nel grembo caldo di una famiglia umana, una famiglia contemporaneamente ordinaria e straordinaria. La sua ordinarietà, coniugata con la sua straordinarietà, fa sì che oggi la Chiesa guardi a quella famiglia come modello per le nostre famiglie; siamo convinti che questa esemplarità è un po’ azzardata in quanto troppo straordinaria è quella Famiglia, ma è pur vero comunque che quella Famiglia ci dice una verità per la nostra vicenda di uomini concreti, segnati dal dono della fede: non c’è nessuna esenzione per chi crede! Quanto è meschina quell’idea (madre di tanti “delusi” da Dio!) per la quale chi crede, e compie le opere della giustizia, dovrebbe essere esentato dal dolore, dai patimenti fisici e morali, dall’emarginazione! Quanto è misera e calcolatrice questa concezione di una fede che metta al riparo dalla vita!
Il racconto evangelico di oggi ci dice perfettamente il contrario, e ci ricorda che il solo giusto è stato minacciato da una spada assassina dal principio della sua vicenda umana fino al concretarsi di quell’antica minaccia di Erode sulla croce piantata sul Golgotha. Nessuna esenzione al Figlio di Dio nella carne degli uomini, nessuna esenzione per colei che fu madre e vergine dell’Emmanuele, nessuna esenzione per Giuseppe, figlio di Davide e uomo giusto!
La vicenda, che Matteo si compiace di narrarci per motivi più teologici che strettamente storici (Luca ignora questa fuga in Egitto!), contiene nel suo svolgersi l’indicazione di ciò che davvero occorre al credente per percorrere le strade della storia.
Ancora Giuseppe ne è umile maestro: ascolta e obbedisce! Nell’ultima domenica d’Avvento l’abbiamo visto in quell’obbedienza che lo ha trasformato, dicevamo, da ragazzo innamorato con un suo progetto, in ultimo dei Patriarchi della Prima Alleanza; da custode di un piccolo sogno con confini precisi segnati da una bottega, una casa come le altre, e una sposa feconda a custode del più grande sogno di Dio: essere per sempre, per noi uomini, l’Emmanuele, il Dio-con-noi.
Quell’obbedienza consegna a Gesù la discendenza davidica, quell’obbedienza permette a Dio di chiamare “figlio” quel bambino, e permette a Israele di chiamarlo “Nazoreo”. Giuseppe, come già dicevamo domenica scorsa, è sempre connesso con i nomi di Gesù: lui lo chiama Gesù (cfr Mt 1,21), andando in Egitto permette a Dio di chiamarlo mio figlio (“Dall’Egitto ho chiamato il mio figlio”) e, stabilendosi a Nazareth, permette al popolo di Israele di chiamarlo Nazoreo e quindi riconoscerlo come colui che Dio aveva promesso. Nazareth ha la stessa radice di “neser”, che significa “germoglio” (“Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse” – cfr Is 11,1; “Da sempre germoglio è il suo nome” – cfr Sal 72,17). A Giuseppe tocca questa obbedienza che dà il nome al Verbo eterno di Dio: Gesù, Figlio, Nazoreo; il suo nome proprio, la sua qualità di Figlio di Dio, il suo essere adempimento delle attese di Israele.
L’Evangelo di oggi, mostrandoci l’opera di obbedienza di Giuseppe, ci fa guardare all’Incarnazione con tutta la sua crudezza; oggi ci è detto il perché profondo dell’Incarnazione di Dio: il Verbo divenne carne (cfr Gv 1,14) per seguirci negli esili e nelle miserie, per fare strada con noi in un nuovo e continuo esodo in cui desidera che anche noi tutti siamo figli chiamati dall’Egitto… L’esilio per la Scrittura fu esperienza dell’Egitto e di Babilonia, due esperienze diverse: l’Egitto fu un esilio diventato schiavitù a causa del peccato degli altri (il Faraone, gli aguzzini…), Babilonia fu esilio causato invece dall’infedeltà di Israele; il Figlio di Dio vivendo l’esilio comincia quella ricerca dell’uomo negli inferi subiti o creati dalla propria iniquità…Nel tornare dall’esilio, Gesù giunge a Nazareth e lì riceve il nome di germoglio, perché inizio di una nuova storia di libertà… Isaia aveva cantato: Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse; la stirpe di Iesse (padre del re Davide) pareva secca per sempre, ed il Messia sembrava un sogno impossibile, ma ecco che quel tronco secco è fiorito per la Grazia di Dio e per l’obbedienza di Giuseppe figlio di Davide…ma non è solo quel tronco secco di Iesse che in Gesù fiorisce, ma in Lui fiorisce il ceppo di tutta l’umanità che è infecondo di pace, di bene, di amore perché asservito dal peccato; fiorisce di una santità che non si può dare da sola! La salvezza infatti viene dal grembo di una Madre vergine per dirci che l’uomo nuovo, Gesù, solo Dio poteva darcelo! L’uomo nuovo può essere solo accolto come dono, proprio come fecero Maria con il suo grembo e Giuseppe con la sua obbedienza.
A Nazareth il Figlio di Dio entra nell’umile quotidiano; il Dio-con-noi è davvero con noi, e santifica ogni ferialità, ogni riposo e fatica, ogni gioia ed ogni dolore, ogni amore ed ogni timore…l’esodo di Dio verso l’uomo ed il suo mondo è iniziato perché si compia l’esodo dell’uomo verso il mondo di Dio.
Maria e Giuseppe compagni di questo esodo e di quella quotidianità sono davvero primizia di una nuova storia in cui Cristo è cuore dei giorni. In tal senso ogni comunità umana, a partire da quella familiare, scopre nell’Evangelo un segreto che è fonte di vera pace e di senso: la presenza di Cristo che è presenza di Dio, perché Lui è l’Emmanuele.
Il germoglio (“neser” cfr Is 11,1) è il consacrato di Dio (“nazir” cfr Gdc 13,5.7) che fa fiorire l’umanità nuova rendendola santa con la sua santità.
Lo straordinario di tutto questo è che ci vien detto che questa nostra povera carne può essere davvero luogo di santità! E se il peccato fa scorrere sangue innocente e costringe i giusti all’esilio non dobbiamo temere, perché Dio compie ogni sua parola e promessa, e l’Emmanuele è Dio-con-noi anche negli esili, nelle ingiuste fughe e nel non-senso dell’odio del mondo.
Non c’è “Egitto” che duri per sempre!

p. Fabrizio Cristarella Orestano

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 27 décembre, 2019 |Pas de commentaires »

Il sogno di Giuseppe

paolo la mia Philippe-de-Champaigne-Il-sogno-di-San-Giuseppe

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 21 décembre, 2019 |Pas de commentaires »

IV DOMENICA DI AVVENTO (A) – ENZO BIANCHI – BREVI NOTE SULLE ALTRE LETTURE BIBLICHE

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IV DOMENICA DI AVVENTO (A) – ENZO BIANCHI – BREVI NOTE SULLE ALTRE LETTURE BIBLICHE

Isaia 7,10-14
Il profeta Isaia inizia il suo ministero dopo la vocazione e la missione ricevute nel tempio nel 740 a.C. (cf. Is 6,1-13). Si reca dal re Acaz, in una situazione di crisi politica, e gli chiede di non temere e di confidare nel Dio di Israele, perché solo chi crede può restare saldo (cf. Is 7,4-9). Poi lo invita a chiedere un segno al Signore, per poter credere. Di fronte al rifiuto del re, è il profeta stesso a promettere un segno di salvezza da parte del Signore: “Una giovane donna concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Immanu-El”, Dio-con-noi. La nascita di un bambino sarà dunque segno e pegno che Dio è con noi, con il suo popolo santo. Il brano evangelico odierno cita questa profezia.
Lettera ai Romani 1,1-7
L’inizio della Lettera ai Romani è teologicamente densissimo: “Paolo” è “servo di Cristo Gesù, apostolo per chiamata, scelto per annunciare il Vangelo”. Cosa contiene questa buona notizia? Ciò che era stato promesso dai profeti nelle sante Scritture si è compiuto con la venuta del Figlio di Dio nel mondo, “nato dalla discendenza di David”, dunque uomo fragile e mortale, ma “costituito Figlio di Dio con potenza, secondo lo Spirito di santità, in virtù della resurrezione dei morti”. Ecco tutto il Vangelo: Gesù è nato come uomo, è vissuto come uomo fino alla morte, ed è stato risuscitato dai morti, divenendo il Vivente, il Signore per sempre. Il brano evangelico odierno illustra come Gesù è discendente di David, il Re Messia.
Matteo 1,18-24
L’Avvento sta per concludersi e dopo tre settimane nelle quali l’attesa era indirizzata alla parousía, alla manifestazione finale del Veniente, il Figlio dell’uomo nella sua gloria, ora inizia un tempo di memoria: ricordiamo eventi del passato, la preistoria del Messia, facciamo memoria di come il Figlio di Dio è venuto nel mondo, perché proprio questi eventi fondano la nostra attesa della venuta gloriosa di Cristo. Si faccia pertanto attenzione: non attendiamo il Natale, evento già avvenuto che possiamo solo ricordare, ma confessiamo la nostra fede nel Signore Gesù anche nel suo venire nel mondo, confessiamo il mistero centrale della nostra fede, l’incarnazione, nelle tappe e negli eventi che hanno manifestato il disegno di salvezza di Dio.
Qual è dunque la ghénesis (cf. anche Mt 1,1), l’origine di Gesù? Così la racconta Matteo: c’è una ragazza di Nazaret di Galilea, Maria, promessa sposa di Giuseppe. Questa era l’usanza nelle nozze ebraiche: venivano stipulate con il fidanzamento, ma a volte passava un certo tempo tra l’impegno matrimoniale e la convivenza dei due sposi, soprattutto se in età adolescenziale. In questo tempo in cui Maria e Giuseppe non convivono ancora insieme e quindi non consumano le loro nozze, accade ciò che è umanamente inaudito: Maria si trova incinta, il suo grembo è fecondato, vi è in lei un figlio che attende di venire alla luce. Cosa significa questo fatto? Diciamolo subito: quel Figlio solo Dio può darlo, e l’azione creatrice di Dio è all’opera in Maria. Non il caso né la necessità, il destino, presiedono a quella gravidanza, ma la volontà di Dio stesso, che vuole essere “veniente” tra gli umani. Ecco la genesi di Gesù di Nazaret:
una donna, Maria,
lo Spirito di Dio che agisce in lei come Spirito creatore che “cova sulle acque” (cf. Gen 1,2, versione siriaca)
e un uomo che appare come un testimone.
L’evangelista Matteo non si interessa né alla reazione psicologica di Maria né a quella di Giuseppe, ma vuole metterci di fronte a una situazione reale, pur nell’aporia: Maria è incinta senza aver conosciuto uomo e Giuseppe ignora cosa possa essere accaduto. Quest’ultimo è presentato come uno tzaddiq, ossia un giusto, un credente, e venuto a conoscenza della situazione di Maria pensa di sciogliere il vincolo nuziale, senza dire nulla pubblicamente, per non svergognarla. Difficile per noi decifrare cosa muoveva Giuseppe ad assumere tale decisione, e va detto che i commenti al riguardo, anche quelli dei padri della chiesa, sono incerti, a volte persino ridicoli. Secondo alcuni egli vorrebbe applicare la legge sull’adulterio, ma senza giungere alla violenza (cf. Dt 22,23-24); secondo altri è ferito e deluso… Più semplicemente, si può pensare che Giuseppe, accolta la spiegazione fornitagli da Maria, essendo pieno di timore di Dio, pensa di fare un passo indietro, per non vantare nessun diritto su quel bambino che Maria dice venire da Dio: di fronte alla paternità di Dio, Giuseppe rinuncia alla propria!
Quell’aporia può essere risolta solo da una rivelazione, dall’alzare il velo da parte di Dio con la sua parola. Ecco dunque l’angelo, il messaggero del Signore, che si fa presente a Giuseppe mentre egli dorme, in un sogno, mezzo attraverso il quale nell’Antico Testamento Dio ha più volte rivelato la sua volontà e la sua azione (come a uno dei figli di Giacobbe, Giuseppe, l’uomo dei sogni: cf. Gen 37,5-11). Il messaggero di Dio si rivolge a Giuseppe ricordandogli la sua identità, che contiene anche una missione: “Giuseppe, tu che sei figlio di David, che hai un posto nella discendenza messianica, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati”. Questa parola del Signore chiede a Giuseppe obbedienza, gli chiede di essere sposo di una sposa che gli dà un figlio come Dio l’ha promesso nella discendenza di David a tutto il popolo santo. Giuseppe deve accettare questa spogliazione del suo essere sposo e saper vivere una paternità non sua: paternità che eserciterà dando al figlio il nome Jeshu‘a, Gesù, che indica la sua missione di salvezza, dunque di perdono dei peccati (cf. Lc 1,77). Giuseppe è invitato a diventare padre, a sentirsi padre di un figlio che non viene dal suo desiderio, dalla sua decisione, ma soltanto da Dio: sarà padre di Gesù secondo la Legge e tale sarà chiamato dai suoi conoscenti che non conoscono le profondità del mistero (cf. Lc 4,22). Giuseppe deve esercitare la sua qualità di figlio di David su colui che è il Figlio di David promesso e acclamato (cf. Mt 21,9).
Di fronte a questo racconto di miracolo, gli uomini e le donne di oggi sono tentati di restare esitanti, di leggerlo come un mito, ma con sguardo puro dovremmo giungere a capire ciò che in profondità vuole comunicare alla nostra fede. Più che la forma narrativa, dobbiamo cogliere l’intenzione dell’evangelista, che è questa: far comprendere al lettore che un uomo come Gesù solo Dio ce lo poteva dare, che è stato Dio a inviarlo; anzi, se Gesù era in forma di Dio e si è spogliato con l’umanizzazione (cf. Fili 2,6-7), allora è veramente il frutto della volontà di Dio e dell’acconsentimento dell’umanità a questo “meraviglioso scambio” (antifona dei primi e secondi vespri della solennità di Maria SS. Madre di Dio, 1° gennaio), a queste nozze. Come dire che Gesù era in relazione con Dio, che era la presenza di Dio tra gli uomini? L’unzione dello Spirito santo che feconda il grembo di Maria appare un racconto adeguato per fondare la fede.
A Giuseppe, dunque, non è data innanzitutto una “rivelazione” sul Figlio, ma una “vocazione”: come a Osea fu chiesto di sposare una prostituta, a Geremia di restare celibe, a Ezechiele di restare vedovo, a Giuseppe è chiesto di accogliere come figlio Gesù, un figlio che in verità non è suo figlio, ma Figlio di Dio. Così Giuseppe dà alla sua sposa Maria non solo una casa, ma anche un casato, quello di David, permettendole di entrare nella discendenza messianica, di compiere la promessa di Isaia e di imporre al figlio il Nome che contiene in sé anche una missione. Per questo Matteo annota: “Tutto questo è avvenuto perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: ‘Ecco, la vergine – termine che viene dalla versione greca dei LXX, mentre l’ebraico dice, alla lettera, “una giovane donna, una ragazza” – concepirà e darà alla luce un figlio: a lui sarà dato il nome di Emmanuele, che significa Dio con noi’ (Is 7,14)”. Quando Giuseppe si sveglia, senza fare alcuna obiezione, “fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa, la quale, senza che egli la conoscesse, diede alla luce un figlio che egli chiamò Gesù”. Giuseppe era stato definito “giusto”: ora lo conosciamo come credente e obbediente alla parola del Signore nel silenzio. Le vocazioni sono diverse: c’è chi è chiamato da Dio a fare la sua volontà proclamando, annunciando, addirittura gridando (come il Battista, cf. Mt 3,3 e Is 40,3); e c’è chi è chiamato a eseguire, a fare concretamente, in un abisso di silenzio. Nei vangeli non ci è testimoniata alcuna parola di Giuseppe, ma di lui sono attestati l’obbedienza e il silenzio: non mutismo, ma silenzio di adorazione, di custodia, di approfondimento del mistero.
Questa pagina può essere per noi un grande insegnamento: ci dice infatti che Dio può sorprenderci e che quando, secondo la nostra giustizia davanti a lui, abbiamo elaborato e deciso un tragitto, il Signore può improvvisamente chiederci di mutare direzione e cammino, verso un orizzonte che ci resta oscuro. È l’ora di obbedire mettendo un passo avanti all’altro, sicuri che “camminando si apre cammino” (Antonio Machado) e che il Signore solo ci precede. Questo deve bastarci.

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 21 décembre, 2019 |Pas de commentaires »

III DOMENICA DI AVVENTO (ANNO A) – GAUDETE

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III DOMENICA DI AVVENTO (ANNO A) – GAUDETE

Il mondo ha bisogno di credenti credibili
padre Ermes Ronchi

Sei tu, o ci siamo sbagliati? Giovanni, il profeta granitico, il più grande, non capisce. Troppo diverso quel cugino di Nazaret da ciò che la gente, e lui per primo, si aspettano dal Messia. Dov’è la scure tagliente? E il fuoco per bruciare i corrotti?
Il dubbio però non toglie nulla alla grandezza di Giovanni e alla stima che Gesù ha per lui. Perché non esiste una fede che non allevi dei dubbi: io credo e dubito al tempo stesso, e Dio gode che io mi ponga e gli ponga domande. Io credo e non credo, e lui si fida. Sei tu? Ma se anche dovessi aspettare ancora, sappi che io non mi arrendo, continuerò ad attendere.
La risposta di Gesù non è una affermazione assertiva, non pronuncia un “sì” o un “no”, prendere o lasciare. Lui non ha mai indottrinato nessuno. La sua pedagogia consiste nel far nascere in ciascuno risposte libere e coinvolgenti. Infatti dice: guardate, osservate, aprite lo sguardo; ascoltate, fate attenzione, tendete l’orecchio. Rimane la vecchia realtà, eppure nasce qualcosa di nuovo; si fa strada, dentro i vecchi discorsi, una parola ancora inaudita. Dio crea storia partendo non da una legge, fosse pure la migliore, non da pratiche religiose, ma dall’ascolto del dolore della gente: ciechi, storpi, sordi, lebbrosi guariscono, ritornano uomini pieni, totali.
Dio comincia dagli ultimi. È vero, è una questione di germogli. Per qualche cieco guarito, legioni d’altri sono rimasti nella notte. È una questione di lievito, un pizzico nella pasta; eppure quei piccoli segni possono bastare a farci credere che il mondo non è un malato inguaribile.
Gesù non ha mai promesso di risolvere i problemi della terra con un pacchetto di miracoli. L’ha fatto con l’Incarnazione, perdendo se stesso in mezzo al dolore dell’uomo, intrecciando il suo respiro con il nostro. E poi ha detto: voi farete miracoli più grandi dei miei. Se vi impastate con i dolenti della terra. Io ho visto uomini e donne compiere miracoli. Molte volte e in molti modi. Li ho visti, e qualche volta ho anche pianto di gioia. La fede è fatta di due cose: di occhi che sanno vedere il sogno di Dio, e di mani operose come quelle del contadino che «aspetta il prezioso frutto della terra» (Giacomo 5,7). È fatta di uno stupore, come un innamoramento per un mondo nuovo possibile, e poi di mani callose che si prendono cura di volti e nomi; lo fanno con fatica, ma «fino a che c’è fatica c’è speranza» (Lorenzo Milani).
Cosa siete andati a vedere nel deserto? Un bravo oratore? Un trascinatore di folle? No, Giovanni è uno che dice ciò che è, ed è ciò che dice; in lui messaggio e messaggero coincidono. Questo è il solo miracolo di cui la terra ha bisogno, di credenti credibili.

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 13 décembre, 2019 |Pas de commentaires »
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