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XXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (30/08/2020)

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XXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (30/08/2020)

La carta d’identità dell’amore
padre Gian Franco Scarpitta

Prima esaltato da Gesù che aveva elogiato la sua confessione di fede e lo aveva istituito “cefa”, pietra sulla quale fondare la sua Chiesa, adesso Pietro al contrario viene umiliato e rimproverato per la sua negligenza a cogliere i segni del divino nel progetto di Gesù di autoconsegnarsi alla croce. Dalle stelle alle stalle. In colui che sarà a capo del collegio apostolico della chiesa vi è una lodevole filantropia nei confronti di Gesù, che prende forma in una premurosa attenzione a che non affronti alcun pericolo, stia lontano dalle insidie, dalle persecuzioni già più volte subite, e soprattutto che non affronti l’estremo supplizio della morte di croce. Un’apprensione nei riguardi del Maestro che dal punto di vista umano non può che essere elogiata.
Satana però molto spesso si traveste da angelo di luce (2Cor 11, 14) e le sue manovre perfide sono ordite mediante le apparenze di bene. E per questo Gesù vede le sue macchinazioni nell’atteggiamento di Pietro: nell’apparente benevolenza del primo apostolo nei suoi confronti vi è un progetto di ribaltamento dei piani divini di salvezza per l’umanità. Se infatti Gesù non si recasse a Gerusalemme non si porterebbe a compimento la tappa espiativa dei peccati di tutti gli uomini, che è appunto quella della croce, Dio non potrebbe pagare il prezzo del suo Figlio per riscattare l’umanità, noi non saremmo stati “giustificati”, cioè non saremmo stati messi in condizioni di meritare la salvezza e soprattutto la morte non sarebbe stata sconfitta per sempre dalla vita con la resurrezione. E’ strano che Pietro non consideri questa realtà trascendentale dell’opera di Gesù: Domenica scorsa avevamo notato che poco prima proprio lui aveva fatto una professione di fede, riconoscendo in Gesù il Cristo, Figlio del Dio vivente. Com’è possibile che adesso, anche se con la retta intenzione di salvaguardarlo da un pericolo, Pietro tenda a distogliere Gesù dalla realizzazione dei veri piani di Dio, quelli della croce ai fini della resurrezione e della salvezza di tutti?
Non poteva che esserci l’opera del maligno negli intendimenti del primo apostolo, così come opera del maligno sarà il suo rinnegamento al canto gallo, quando Gesù sarà stato arrestato.
Bisogna invece che Satana stia al suo posto e che non prevarichi l’opera di Dio. Certamente giungerà il momento in cui potrà agire per avere ragione di Gesù, ossia nell ”ora delle tenebre” quando avrà il potere di inficiare l’animo di Giuda. In quel frangente Dio consentirà al diavolo di fare la sua parte affinché si possano adempiere i divini disegni a favore degli uomini, ma adesso non deve Satana avere la prevalenza su per distoglierlo dagli stessi propositi salvifici.
E allora Gesù ribatte: “Vai dietro a me, Satana”. Stai al tuo posto, non prevaricarmi.
Soprattutto perché è ineluttabilmente opera del maligno il successo facile, il guadagno dei premi senza fatica e la vittoria senza i dovuti sacrifici. L’amore senza sacrificio è sempre presunzione, vanità o almeno ostentazione di sé ma non produce alcun beneficio per gli altri. “Sine dolore non vivitur in amore” dice l’Imitazione di Cristo e se oggi non pochi genitori di autoaccusano per evitare la condanna ai propri figli assassini, come non potrebbe Dio, Padre di misericordia, lascia che il suo Figlio sia in balia di accuse ingiuste per una condanna assurda e infame.
Piuttosto c’è da osservare che Gesù si dispone a fare la volontà del Padre compiendo quello che nessun altro uomo farebbe, dando ragione a null’altro che alla causa dell’amore.
Un’anticipazione della croce di Gesù Cristo oggi l’abbiamo soprattutto nella figura di Geremia, il timido profeta lacrimevole talmente avvinto dal dolore e dallo sconforto da essere tentato di arrendevolezza nella sua missione profetica: “Dicevo non parlerò più in nome di costui”. Ma anche in questo caso il progetto di Dio ha la meglio sulle insidie del male e Geremia vince l’apprensione a motivo di qualcosa che lo invita a perseverare, un arcano fuoco ardente che non riesce a contenere e che lo sospinge in avanti.
Quando ci si sente di amare, si avverte infatti di dover superare ogni ostacolo senza raggirarlo e ci si dispone all’eroismo e al paradosso, e se ci sono ostacoli e arrendevolezze si è in grado di superare anche quelli. Nelle mie attività con i ragazzi e i bambini tante volte mi sono trovato in episodi di delusione e di sconforto analoghi a quelli di Geremia, che mi suggerivano di non persistere più nei propositi di generosità e di benevolenza: perché impiegare tempo, inventiva e a volte anche denaro di tasca propria quando i risultati sono solo le ingratitudini, le irriconoscenze e non si raggiungono comunque gli obiettivi sperati? Meglio lasciar perdere e non continuare più nelle iniziative quando queste non sortiscono i loro frutti, basta. Eppure immediatamente dopo “qualcosa” mi suggeriva che dovevo andare avanti, portare a termine i miei proponimenti e che non potevo trascurare quei ragazzi… Mi sentivo insomma di non poter fare a meno, comunque, di tentare…
L’esperienza della croce è lancinante anche nell’ordinarietà della nostra vita e imprime anche nei nostri rapporti e nelle nostre attività non senza mancare però di configurarsi come unica carta d’identità dell’amore che persiste anche nelle piccole cose. Il riverbero della croce grande del Signore si ripercuote nelle nostre vicissitudini e nelle nostre esperienze e la croce è essa stessa l’esperienza che ci rende certi di vivere l’amore mentre procede anche per noi il cammino verso Gerusalemme.

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 28 août, 2020 |Pas de commentaires »

OMELIA XXI SETTIMANA DEL T.O.(23-08-2020)

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OMELIA XXI SETTIMANA DEL T.O.(23-08-2020)

Missionari della Via

Gesù e i suoi discepoli giungono a Cesarea di Filippo, l’attuale Banyas, ai piedi del monte Hermon. Già da tempo lo seguono e Gesù pone loro una domanda: «La gente chi dice che io sia?». I discepoli fanno un collage delle varie opinioni udite su Gesù. Un po’ come oggi c’è chi vede in Lui un profeta, un rivoluzionario, un sognatore, un fondatore di religioni… Poi Gesù spiazza tutti: «ma voi chi dite che io sia?». Per voi, che mi ascoltate, che mi seguite, chi sono? La vostra risposta non può essere uguale a quella degli altri! Gesù, il Dio con noi, Io-sono, chiede: per voi chi sono io? In fondo essere riconosciuti è il desiderio fondamentale di tutti, specie di chi amando si rivela. Gesù li interroga e con loro ciascuno di noi: chi sono io per te? Siamo abituati a far domande a Gesù, lasciamo che sia lui a farcene una oggi. D’altronde qui sta la fede: lasciarsi interrogare, lasciarsi interpellare da Dio, dalla sua parola, che ci chiama ad una risposta.
Per rispondere a questa domanda c’è un salto da fare: un salto dentro di sé. Non basta ciò che si è udito, c’è da ascoltare una voce ben diversa, che risuona nel cuore, che non viene dalla carne e dal sangue, ma dal Padre che sta nei cieli. Pietro è stato oggetto di una illuminazione ?dall’alto?, ha colto l’intuizione dello Spirito di Dio in lui. Per conoscere Gesù e proclamarlo Signore non bastano la carne e il sangue (l’intelligenza, la cultura, lo studio, la preparazione), ma occorre una luce dall’alto. È la luce dello Spirito che si accoglie aprendo la porta della fede. Questa luce assomiglia a un raggio luminoso che riesce a entrare solo nell’anima della persona umile, la persona nella quale non esiste il muro impenetrabile dell’orgoglio.
Giovanni Paolo II disse: «Noi tutti abbiamo esperienza di questo momento, nel quale non basta più parlare di Gesù ripetendo ciò che gli altri dicono. È necessario dire ciò che tu pensi, e non riportare una opinione; è necessario dare una testimonianza, sentirsi impegnato dalla testimonianza data e andare fino alle estreme esigenze di questo impegno. I migliori amici, seguaci e apostoli di Cristo sono sempre stati quelli che un giorno hanno sentito nel loro intimo la domanda definitiva, ineludibile, davanti alla quale tutte le altre diventano secondarie e derivate: ?Per te, chi sono io??. La vita, il destino, la storia presente e futura di un giovane dipende dalla risposta chiara e sincera, senza retorica e sotterfugi, che egli darà a questa domanda»
Pietro, ispirato dal Padre, risponde: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente», il Messia atteso che supera ogni attesa. Il cristianesimo, la Chiesa, non è solo una religione, una dottrina, una morale, ma nasce dal prendere posizione su Gesù, riconoscendolo Signore, l’Emmanuele, il Dio con noi. «Il cristianesimo sta o cade con questa fede. Ci sono strutture metalliche, come la torre Eiffel, dove se si tocca un certo punto, crolla tutto. Per noi il centro è la divinità di Gesù. A questa fede precisa è promessa la vittoria: chi è che vince il mondo se non chi crede che Gesù è il figlio di Dio? (1Gv 5,5)» (p. R. Cantalamessa).
Simone riconosce Gesù, Gesù conosce e svela a Simone la sua identità più profonda: «Tu sei Pietro». Più seguiamo Gesù, più capiamo chi è Dio e chi siamo noi stessi. Gesù gli cambia il nome e gli affida una missione speciale. Da Simone a Kefa, la roccia. Gesù fa di quel povero pescatore non istruito, che qualche settimana fa abbiamo visto quasi affondare per la sua poca fede, la pietra, il fondamento fermo della Sua Chiesa, così che nessun potere del male potrà abbattere. Dio decide così, proprio su Pietro: è una sfida degna di colui che è onnipotente, una volontà così chiara da non permettere interpretazioni riduttive. Questo è lo stile di Dio: scegliere i piccoli per rivelare la sua grandezza! Gesù edifica su di lui e sulla sua fede la chiesa che chiama «la mia chiesa»; per noi è la nostra Chiesa, la nostra madre Chiesa. Non dobbiamo sentirci spettatori distanti, ma figli coinvolti.
Ma che cosa è la Chiesa? La Chiesa è la comunità dei credenti, la famiglia di coloro che hanno preso posizione su di Lui, con una decisione che la impegna e la giudica allo stesso tempo: «Tu sei il Cristo, il figlio del Dio vivente». Questa è la Chiesa, composta da ogni credente. Questa è la Chiesa che Gesù chiama mia. È sua, è ?cosa sua?; ciascuno di noi è suo. Possiamo dire di sentir nostra la Chiesa? Di avvertirla come madre che ci nutre? Che ci conforta? Che ci guida? Se davvero abbiamo accolto Gesù come Signore, non possiamo non accogliere la Chiesa come madre. È vero, una madre può anche umanamente sbagliare, ma è e resta sempre madre. E una madre la si difende, la si guarda sempre come madre. Senza di lei, d’altronde, non ci sarebbe nessuno di noi.

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 21 août, 2020 |Pas de commentaires »

OMELIA (15-08-2020) ASSUNZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA

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OMELIA (15-08-2020) ASSUNZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA

padre Gian Franco Scarpitta
La speranza dell’uomo e la munificenza di Dio

La Vergine Maria viene esaltata nella Chiesa sotto molteplici titoli e tante sono le forme di devozione nei suoi confronti, ma forse quello relativo alla Festa del Ferragosto è il titolo più significativo, perché esprime quanto Dio sia generoso e munifico nei confronti di Maria e per esteso anche verso tutta l’umanità. Dio è Amore, per amore ha creato il cosmo e lo mantiene in essere, per amore si è sempre rivelato ed è sempre intervenuto a favore dell’umanità, nell’amore ha salvato e redento l’uomo fino all’incarnazione e alla croce del suo Figlio e sempre l’amore di Dio è il vincolo della nostra unione, la motivazione e lo sprone della nostra vita quotidiana. Per ciò stesso, sempre l’amore è l’elemento caratterizzante tutti i favori divini, le ricompense e le grazie di cui siamo destinatari. Ed eccoci alla solennità che ogni anno introduce l’ultima fase delle vacanze estive. In Maria si riscontra proprio l’elemento della misericordia con cui Dio ricompensa la nostra fedeltà e non lascia mai nessuno provo di riconoscimenti.
Ma andiamo con ordine.
Maria non è una divinità, ma una semplice donna di paese paragonabile a tante altre fanciulle del suo tempo. Non è quindi neppure una persona straordinaria, né un soggetto socialmente altolocato. Eppure Dio ha scelto proprio lei, fra tutte le donne, per essere la Madre del Verbo Incarnato, di Dio che viene concepito nella carne per condividere la nostra natura. Realizzare tale progetto di maternità divina comporta per questa esile fanciulla non pochi sacrifici e rinunce, soprattutto di dover spendere la propria libertà e autonomia a vantaggio del Signore e di tutti gli uomini: accogliere il progetto divino di salvezza, che la voleva Madre del Signore in forza dello Spirito, equivale infatti a rinunciare alla spensieratezza di una giovane ragazza promessa sposa che si accinge a condurre la sua vita matrimoniale accanto al futuro coniuge, in una dimensione pari a quella di tutti i suoi contemporanei. Vuol dire abbandonare i progetti personali per assumere quelli di un Altro, disporre delle proprie scelte e delle proprie decisioni non già facendo riferimento alla propria volontà, ma nell’ottica del volere divino; ma soprattutto significa esporre se stessa a seri pericoli, mettere a repentaglio la propria vita a causa di una maternità improvvisa che è certamente oggetto di pregiudizi da parte della gente. E’ vero infatti che Maria è rimasta incinta per opera dello Spirito Santo, ma la presenza di una ragazza gravida ancora non accolta nella casa del futuro sposo suscita certamente disgusto e cattiveria nella mentalità ristretta di un paesino e anche le severissime leggi del Levitico su questo assunto non sono certo indulgenti.
La meternità inaspettata che Maria ha scelto di assumere ha poi comportato lo spasimo del parto disumano al freddo, l’alloggio di fortuna trovato nelle asperità di una spelonca, la fuga in Egitto per la persecuzione di Erode, la persecuzione sotto tutti gli aspetti… Insomma la vicenda di Maria non è stata certo semplice e ha dovuto affrontare ogni rischio coltivando la prerogativa della pazienza e della perseveranza. Maria ha anche accettato consapevolmente, sin dall’inizio, di dover assistere dolorante e inquieta all’impietosa sorte del suo Figlio che spasimava e poi moriva sulla croce. Una lunghissima serie di imprevisti, di sacrifici e di difficoltà commisurate alla divina assistenza che non è mai mancata, alla speranza che la portava a guardare in avanti, alla motivazione nell’agire che può scaturire solo dalla carità.
Ora, quale ricompensa più appropriata poteva elargire il Padre delle misericordie a questa fanciulla, se non quella di essere assunta al Cielo nella sua anima e anche nel suo corpo? Quale destino più appropriato poteva ricevere la Madre del Signore, che aveva accolto Dio nel suo grembo, se non quella di essere partecipe in tutto e per tutto alla sua glorificazione estrema facendo sì che non soltanto l’anima, ma anche il corpo mortale venisse elevato allo stato di incorruttibilità? Con la sola differenza che, mentre Cristo, Figlio di Dio, ascende egli stesso al cielo, lei, semplice creatura umana fra le tante seppure degna di grandi meriti, viene al Cielo elevata, Assunta da parte di Dio Amore e misericordia.
Se Dio è munifico, lo è fino in fondo. Egli considera non già la semplice possibilità di ricompensa, ma la ricompensa proporzionata alle misure della nostra fedeltà. Come si legge nel libro del « Pellegrino russo », Dio ricambia in oro ogni minimo atto di fede e di amore che l’uomo rivolge nei suoi confronti e non priva nessuno della grazia meritoria e proporzionata al bene compiuto.
Cosiccché Maria, che è sempre stata associata al suo Figlio nella lotta per la salvezza condividendo gioie e dolori della redenzione come prima discepola e come Madre, viene finalmente portata al cielo, elevata, sottratta alla vista sensoriale degli uomini e introdotta nella gloria, secondo quanto affermano alcune testimonianze antiche mentre ella stava dormendo nel suo lettuccio e gli apostoli si stringevano in preghiera tutt’intorno a lei (Dormitio Mariae). A Gerusalemme la valle di Giosafat ospita quella che che sarebbe stata la tomba di colei che invece è stata assunta al cielo, cioè elevata in anima e corpo e i pellegrinaggi che tuttora si susseguono sul posto suggeriscono la consistenza del mistero unitamente alla contemplazione della grande munificenza di Dio.
Ciò è avvenuto in Maria, che nel mistero della sua Assunzione ci mostra che anche per noi si dischiudono le porte della salvezza definitiva della gloria dopo i percorsi terreni di spasimo e di sofferenza. Contemporaneamente, ci viene ravvisato il valore della speranza che già in questo mondo non delude le nostre attese e consegue sempre la gioia dell’appartenenza a Dio e della fedeltà nei suoi confronti. Il modello di Maria Assunta ci rassicura della certezza che le nostre speranze non verranno mai deluse e soprattutto che la speranza ultima della nostra meta celeste verrà esaudita in proporzione ad ogni nostro atto di fedeltà. La sua presenza ci è di monito nel continuo percorso di imitazione e di sequela del suo Figlio e il fascino della sua presenza allevia le fatiche e le lotte della testimonianza cristiana. Ancora una volta troviamo in Maria lo sprone, il modello e l’esempio, ma in questa particolare circostanza ci viene dato anche il coraggio nella certezza della vittoria.

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 14 août, 2020 |Pas de commentaires »

XIX Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) (09/08/2020)

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XIX Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) (09/08/2020)

Silenzio e tempesta
don Mario Simula

L’uomo, nella prova, è solo davanti al suo Signore. Percepisce la debolezza, la paura, il bisogno di fuggire. Amerebbe scappare dall’esistenza. Elia è uno di questi uomini normali e sofferenti che vorrebbero alienarsi dalla persecuzione che si scatena attorno a lui. Sale verso il monte. Non sta cercando Dio. Sta cercando un rifugio alla propria disperazione. A più riprese vorrebbe morire. E’ davanti a questo desiderio che Dio si rivela, gli fa trovare pane e acqua per continuare il cammino.
Non può e non deve rinunciare lasciandosi consumare dall’angoscia. Camminando tappa dopo tappa arriva al monte di Dio, l’Oreb.
Se ci fermiamo un attimo a meditare, ci viene naturale constatare che la nostra vicenda umana rassomiglia molto a quella del profeta. Resistere in certi momenti è un gesto di ardimento e di coraggio così alto, da farci venire le vertigini, rischiamo di non reggere una fragilità così profonda che ci toglie la stabilità del cuore.
Dio si affianca alla nostra storia e ci incoraggia. Ci indica la strada. Fa brillare davanti a noi un varco di luce quando ci nascondiamo nella caverna del nostro cuore per leccare le ferite della prova. Dio entra in gioco con tutta la sua forza. Una forza strana. Fuori della nostra capacità di percezione. La forza di Dio non è nella tempesta, non è nel terremoto, non è nel vento impetuoso che scuote la roccia. Dio è nel silenzio di una brezza leggera, quasi impercettibile, così sottile da attraversare tutto il nostro essere.
Davanti a questa esperienza, rinasce in noi la forza di ritornare sui nostri passi. Dove vive la gente. In quel mondo siamo attesi per continuare a raccontare le meraviglie di Dio.
Anche i dodici amici di Gesù si trovano scossi dalla paura di una tempesta che assale il mare di Galilea. La barca è fragile.
Sembra non reggere l’urto.
Avviene per i dodici quello che sperimentiamo anche noi quando gli avvenimenti ci scuotono, ci destabilizzano, ci incutono terrore e paura di morire. Dio c’è sempre. Dio è ancora una volta accanto a noi. E’ quel Gesù che, camminando sul mare, non suscita, immediatamente, fiducia e conforto. Fa paura: “E’ un fantasma!”. Dio fantasma è una tentazione terribile. Non percepire il Maestro che ci viene incontro e confonderlo con una figura evanescente capace solo di terrorizzarci in mezzo alla prova. La vita ci fa arrivare ad appuntamenti che a volte sembrano stroncarla. Sembra che dichiari la sua resa, come se non ci fosse più nulla da fare per questa barca delle nostre persone, di ogni nostra comunità.
Il Maestro ha la parola sempre opportuna: “Non temete. Sono Io!”. Sembrerebbe risolto il problema. Eppure in noi si insinua il dubbio: “Se sei tu, Signore, dammi la grazia di venire da Te sull’acqua. Dona alla nostra comunità l’opportunità di incontrarti miracolosamente”.
Gesù accetta la sfida di Pietro. Accetta la mia sfida. Accetta la sfida delle nostre comunità incredule. Ci invita ad affrontare la burrasca. Noi scendiamo dalla barca, ma la paura del vento è più grande della fiducia in Gesù.
La tempesta comanda più dell’amore. Ci dobbiamo fermare per ascoltare il dolce rimprovero del Maestro: “Persone di poca fede perché dubitate ancora di Me?”.
La potenza del Signore si manifesta con la sua semplice presenza. Se lo accogliamo, se lo amiamo, se sappiamo gridare con tutta la fede, il vento che scuote le nostre esperienze, cessa o per lo meno non ci fa più paura perché Gesù è con noi.
C’è una tempesta che scuote anche il cuore di Paolo. L’apostolo soffre perché i suoi fratelli di Israele non credono in Gesù.
Sarebbe pronto a perdere se stesso pur di salvare ciascuno di essi. Il fuoco che divampa nel suo cuore è così grande che la sua vita conta per lui meno della fede dei suoi fratelli. In questa parola non troviamo per caso raccontata la nostra storia?
Dio silenzio, la nostra vita tempesta.
Forse dobbiamo, come Gesù, andare in un luogo solitario per sperimentare, nelle lunghe ore della notte, l’incontro amoroso col Padre.
L’incontro col Silenzio che mette a tacere la nostra tempesta.
Gesù, quanta strada dobbiamo fare prima di lasciarci raggiungere dal tuo silenzio pacificante.
Noi crediamo che incontrare Te significhi entrare in un’avventura di comodità, senza conflitti, senza eccessive preoccupazioni. Un’avventura da mediocri.
Gesù, tu segui i nostri passi ogni volta che ci fermiamo, stremati, ci fai trovare pane e acqua.
Non possiamo mai fermarci se accettiamo di seguire Te.
Gesù, le tappe saranno numerose, difficili, impegnative; ma hanno un approdo in quel silenzio simile ad un vento impalpabile che avvolge la nostra vita, la rasserena e la rende forte.
Gesù, Tu non hai bisogno di spendere troppe parole per addomesticare il mare che vorrebbe inghiottirci.
Gesù, tu non hai bisogno di molti gesti per farci toccare con mano che nulla ci può separare dal tuo amore.
Gesù, tu condividi le nostre prove e ti accompagni a noi.
Non ci togli le paure, ci doni la fede.
Ci doni la certezza. Ci doni la grazia di fidarci della Tua persona.
Gesù, ci attendi sempre come persone e come comunità agli appuntamenti notturni con Te. A quegli indescrivibili attimi nei quali Tu infondi nella nostra fragilità i germi della Tua potenza. In quei silenzi, noi capiamo chiaramente chi siamo, ma comprendiamo soprattutto chi sei Tu.
Quale mare può spaventarci?
Gesù, credo che l’unico mare che possa inghiottirci è confonderti con un fantasma.
Tu sei carne e ossa, Gesù.
Tu ti sei fatto carne, Gesù.
Tu Gesù, ci conosci fino in fondo, apri i nostri occhi perché possiamo incontrarti in una manifestazione decisiva della tua presenza.
Gesù, ne abbiamo bisogno, se vogliamo trovare il coraggio di uscire dai nostri recinti angusti e meschini per buttarci nella tempesta del mondo dolente, stanco, senza visione, senza sogni.
Gesù, che io ti incontri, che io senta divampare in me il fuoco del tuo amore. E’ urgente per questa umanità che ci circonda e brancola alla ricerca di Te.
Gesù, non abbiamo paura perché Tu sei con noi fino alla fine.
Don Mario Simula

XVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (02/08/2020)

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XVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (02/08/2020)

Chi ci separerà dall’Amore? E’ una sfida
don Mario Simula

Se volessimo trovare due parole intense che esprimano il senso dell’invito di Dio, oggi pasqua del Signore, le parole più incisive sarebbero: “Compassione e Consolazione”.
Ogni volta che Dio guarda l’umanità e il singolo uomo e la singola donna, vive due esperienze profondamente innestate una nell’altra.
Sente compassione. Prova il bisogno di patire con l’uomo. Come conseguenza, nel suo cuore divampa il bisogno della consolazione. Dio non può vedere il suo popolo soffrire e la creatura uscita dalle sue mani piangere, senza mettersi accanto per far sperimentare la consolazione di un padre e di una madre che sentono viscere di amore.
Il testo sublime di Isaia ci racconta questa esperienza di Dio che rivolgendosi a noi dice: “Voi tutti assetati, voi bisognosi di accoglienza, voi vittime dello scarto, voi distrutti dall’ingiustizia, voi schiavi a causa della ricchezza smodata di alcuni, voi afflitti dalla solitudine e provati dall’ingratitudine, venite all’acqua. Bevete. Dissetatevi. Cercate di comprendere che questa sorgente viva sono IO. Venite all’acqua. Potete mangiare, dissetarvi, gustare il vino, senza denaro, senza pagare. E’ un dono semplice del mio Amore”.
Mentre Dio ci fa questa proposta di amore, ci invita ad essere sempre attenti e vigilanti.
Ci chiede di non sfamarci e di non dissetarci con un nutrimento avvelenato.
Se vogliamo riuscirci è importante ascoltare la sua Parola che ci mette sulla strada giusta, ci fa evitare le cose cattive e ci offre cose buone e cibi succulenti.
Dove vuole arrivare Dio con questa magnanimità?
Vuole andare ancora oltre, ancora più in là. Vuole stabilire con noi un patto indistruttibile di amore fedele. Un’alleanza. Ci fa entrare nell’intimità del suo cuore per essere con lui una cosa sola. Compassione e consolazione sono le parole che anche Gesù ama pazzamente.
Ha appena deciso di andare con i dodici in un luogo in disparte, per confortarli e consolarli, quando si trova di nuovo davanti agli occhi le folle. Lo sottolinea il vangelo: “Gesù sentì compassione per loro. E iniziò a guarire, a consolare, a fasciare le ferite dopo averle curate”. Inesorabilmente arriva la sera. I discepoli chiedono a Gesù che congeda tutta quella gente perché possa cercarsi un po’ di cibo.
Gesù, uomo della compassione e della consolazione, li sfida sul terreno della fiducia e della generosità: “Voi stessi date loro da mangiare”. La proposta è imbarazzante.
I piccoli sono semplici e rassomigliano al cuore di Gesù.
Uno di essi ha portato cinque pani e due pesci. Per Gesù sono la materia prima di un miracolo strepitoso. Dopo aver compiuto il gesto delicato e tenero di farli sedere tutti sull’erba, prende tra le mani la piccola cena del ragazzo e solleva gli occhi verso il Padre. Gesù e il Padre si incontrano nella compassione e nella consolazione. Ci sarà pane per tutti. In sovrabbondanza, anzi, fino ad avanzarne.
In tutte le nostre comunità, così misurate nel compiere il bene, dobbiamo comprendere che non si può parlare di compassione senza condividere dolori e miserie, insicurezze e, talvolta, disperazioni. Non si può consolare con le parole. La consolazione autentica è fatta di gesti continui d’amore.
Un amore gratuito, generoso, straripante.
Paolo, appassionato di amore verso le sue comunità ha davanti ai suoi occhi una piccola chiesa che è come un seme nel grande impero di Roma. Una comunità perseguitata, emarginata, vista come nemica, quindi condannata a morte.
Che cosa riesce a dire a quella comunità? Solo due parole: “Compassione e consolazione”. Proviamo a far risuonare dentro le nostre chiese la domanda dell’apostolo: “Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, l’essere minoranza, l’essere guardati male, l’essere inascoltati?”.
In tutte queste cose, e anche in tante altre che potremo elencare, siamo più che vincitori se abbiamo fede in colui che ci ha amati. Se crediamo nella sua compassione e nella sua consolazione. E’ questa fede incrollabile nell’amore che ci salva a renderci invincibili.
Niente potrà mai separarci dall’amore di Dio che è in Cristo Gesù, nostro Signore.
Siamo pochi, forse i più poveri, forse i più soli, forse i più disprezzati. Se formiamo la comunità di Gesù niente ci potrà separare dall’amore di Dio e dall’amore del nostro Amore, Gesù Figlio di Dio.
Gesù, sento il mio cuore gonfio di gioia perché mi accorgo che lo attraversa la tua tenerezza.
Le parole che ti definiscono in maniera stupenda: Tu samaritano che compatisci, Tu samaritano che consoli, risuonano nel mio cuore come la carezza di una unzione santa che, mentre attenua il dolore, lentamente produce la guarigione.
Gesù, quale grazia più grande di questa possiamo chiederti: nella prova sentire risuonare dentro le nostre viscere la domanda che è un’affermazione certa: chi ci separerà dall’amore di Dio? Chi ci separerà dall’amore di Cristo?
Gesù, tu sei per noi colui che si accorge dello smarrimento della sera dopo una giornata spesa ad ascoltare te. Ci fai sedere, come un buon Padre di famiglia, alla stessa mensa e imbandisci per noi pane saporito, vino prelibato, cibi succulenti.
Imbandisci per noi la tavola dell’amore.
Gesù, questo scossone della tua compassione e della tua consolazione, è urgente, è necessario. Se non lo scateni, come un terremoto, nel nostro animo, noi andiamo a fondo.
Gesù, te lo dico con certezza: Nulla mi separerà dall’amore per Te. Nulla. Nemmeno la mia fragilità e il buio dei mie peccati.
Anche in quei momenti mi fiderò di te e ti dirò, conoscendoti: Nulla mi separerà dall’Amore di Gesù al quale anche io voglio bene.

Don Mario Simula

XVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (26/07/2020)

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Il tesoro del regno nel campo dell’uomo
don Luca Garbinetto

XVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (26/07/2020)

L’evangelista Matteo si presenta: egli è uno “scriba divenuto discepolo del regno dei cieli” (v. 52). Non che “Levi, il figlio di Alfeo” (Mc 2,14), fosse un esperto della Legge per professione; sappiamo infatti che era un pubblicano, dunque ben attivo in un mestiere poco consono con le esigenze della Legge. Ma doveva essere certamente un trascinatore, vista la folla di gente che raggruppa in casa sua per il banchetto che celebra l’inizio dell’amicizia con Gesù (cfr. Mt 9, 10-13). E come buon giudeo, conosceva la Sacra Scrittura. In questo senso era uno scriba, appunto, famigliare con l’attesa del Messia. Non a caso il suo vangelo è intessuto di citazioni dell’Antico Testamento, a dimostrare che proprio questo Gesù porta a compimento le promesse dei profeti.
Matteo, però, è soprattutto divenuto discepolo, proprio di questo Gesù. Perché il regno dei cieli è Gesù. E dal tesoro dello scriba Matteo estrae propriamente la conferma di un passato di attese e lo stupore di un presente di novità. Perché Gesù è un Messia inedito, sorprendente. Matteo lo sa bene, egli che da pubblicano peccatore, escluso dal godimento del tesoro, è stato invece immerso nel cuore di tanta grazia proprio a partire dall’incontro con il Signore.
Le parabole del regno che Matteo racconta si comprendono meglio a partire da qui, dalla sua esperienza di uomo. Ed è la sua esperienza, forse così simile alla nostra, a sintonizzarci con la bellezza della Parola. Anche noi, infatti, come lui, possiamo riconoscerci in qualche modo avvezzi (o per lo meno famigliari) alle cose di religione, ai discorsi sulla Chiesa, alle pratiche e alle abitudini della Legge tramandate dai nostri nonni. Forse i più giovani ne hanno perduto il senso e magari pure qualche alfabetizzazione minima, giacché non è più così comune entrare in una chiesa per una liturgia o – meno ancora – dedicare qualche minuto a leggere la Parola di Dio ogni giorno. Ma un certo senso di sintonia con l’immagine del Dio creatore e provvidente la sentiamo quasi tutti, al punto da innervosirci se le cose del mondo a volte sembrano così malandate da sfuggire di mano persino al Dio che abbiamo in testa.
Noi però, oggi, ci troviamo davanti alla possibilità, come Matteo, di essere scaraventati oltre le nostre idee e le nostre attese su Dio. La condizione ‘sine qua non’ (cioè necessaria) è quella di riconoscere che, un po’ per caso mentre approfondiamo qualche aspetto della vita, un po’ come risposta alla nostra ricerca di felicità, una sorpresa irrompe nella nostra esistenza. È il tesoro sepolto nel campo, è la perla preziosa ricercata dal mercante (cfr. vv. 44-46). Gesù è il tesoro, la perla: il regno dei cieli, appunto. Non un’astrazione o un nuovo decalogo di comportamenti buoni da rispettare, ma una persona, una relazione. A Matteo capita di incontrare un volto; anzi, di essere cercato e incontrato dal volto di Gesù, dai suoi occhi e dalla sua voce che lo chiama per nome.
Anche noi possiamo vivere questa esperienza. “Seguimi” (Mt 9,9) è stato l’invito del Signore: per diventare discepoli, bisogna mettersi in cammino sulle tracce del Maestro. Matteo lo ha fatto, e possiamo credere che sia stato un cammino duro e impegnativo, ma affascinante, culminato con la Pasqua di morte e resurrezione, dove si è compiuta la selezione finale tra le motivazioni buone e i desideri insani di chi stava sulle tracce di Gesù. Una specie di giudizio finale, dove i pesci buoni e quelli cattivi si dividono (cfr. vv. 48-49) davanti al dramma che si fa mistero, davanti alla sconfitta che diventa novità, davanti alla morte su cui vince la vita risorta.
Ebbene, per entrare nella logica del regno, dopo l’incontro, che fa trasalire di gioia per la meraviglia inattesa di un valore incalcolabile, è necessario mettersi per strada, anche nel via vai ordinario della folla. È l’immagine del campo, dove è sepolto il tesoro, e che è doveroso acquistare per poter avere il tesoro. Lo sappiamo: nelle altre parabole i campi sono luogo della semina, sono terreno dove cade la Parola, sono insomma simbolo del mondo e soprattutto della persona e della propria vita da vivere. Ma prima di tutto donata. Succede proprio questo: per accogliere il tesoro e goderlo nella pienezza della gioia, è necessario vendere il superfluo e prendere l’essenziale, che è se stessi, la propria persona così com’è, il proprio campo.
Matteo lo fa, riconoscendo il proprio passato sbagliato, ma mettendo anche a servizio i propri talenti. Possiamo pure noi: la parabola ci dice che quanto vi è di più prezioso nel regno dei cieli lo si trova accogliendo con gratitudine ciò che lo contiene, il campo, appunto, cioè la nostra esistenza, che è già di suo (proprio come scrigno del tesoro) un dono inestimabile. Prendiamo tutto, anche quanto potrebbe sembrare solo cattivo, come i pesci nella rete, oppure (lo ricordiamo) la zizzania in mezzo al grano. L’importante è non limitarsi a trattenere quello che siamo, a presumere di possederci, restando al guscio dell’ostrica: la perla sta dentro! Il tesoro sta sotto! Il terreno, insomma, va ancora scavato, aperto, per estrarre fra le cose antiche la preziosità della presenza del Signore.
Non cerchiamo altrove, allora, l’incontro con Gesù. Sta dentro di noi, in una cura paziente e coraggiosa della nostra interiorità. Ma non cerchiamolo nemmeno in maniera intimistica, come per richiuderlo nei meandri delle nostre rimuginazioni. L’incontro con Gesù apre all’altro, al dono, perché Egli è un seme che, morendo, dà vita e porta molto frutto. E dei frutti dovranno godere gli altri, che stanno presi nella stessa rete di amore. Non importa se siano pesci buoni o pesci cattivi: la distinzione spetta, a tempo dovuto, agli angeli. Che sono servi e messaggeri di un Dio di misericordia.

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 24 juillet, 2020 |Pas de commentaires »

XVI Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) (19/07/2020)

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XVI Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) (19/07/2020)

Il buon grano è minacciato
don Mario Simula

Dio ha un modo originale per rivelarsi all’uomo. Manifesta tutta la sua forza e la sua potenza, diventando indulgente con tutti. Non ha paura del male. Sa di poterlo sempre sconfiggere ed esercita su di noi un giudizio mite, ci guarda con uno sguardo misericordioso.
Se sbagliamo, Dio semina nel nostro cuore la grazia del pentimento e del dolore per i nostri sbagli, riconducendoci sempre al suo amore.
Dio è “la pazienza”. Questa la sua forza.
Noi siamo abituati a pensarlo vendicativo e intollerante. Forse perché gli attribuiamo il nostro modo di essere. Dio invece è paziente e misericordioso, lento all’ira e grande nell’amore. E’ il Signore delle nostre esistenze e ci dona beni squisiti, affidandoli alla nostra debolezza.
A Dio non fa paura la nostra debolezza. Quando la incontra si esalta tutta la sua potenza.
Ci fa comprendere che il limite non deve spaventarci.
Il nostro limite conduce Dio accanto a noi, ce lo rende vicino. Lui ci insegna ad accogliere il limite con umiltà. Mentre noi siamo deboli, Dio fa trionfare la sua potenza, fa scendere la Luce confortante del suo amore “senza limiti”.
Dobbiamo imparare a parlare con Dio della nostra vulnerabilità.
Spesso la nostra preghiera è impacciata, fragile, insicura, impura. Parla di tutto fuorché di quello che veramente siamo:
creature povere. Lo Spirito ci viene in aiuto e prega in noi con gemiti inesprimibili e ci aiuta a pregare secondo i suoi desideri.
Oggi gli domandiamo di aiutarci a comprendere chi siamo veramente, entrando dentro il linguaggio di Gesù in parabole.
Questo stile di comunicazione del Maestro è commovente, se pensiamo che la parabola confonde i dotti ed è parola chiara per gli umili e i poveri. Dovremmo desiderare fortemente di essere queste creature semplici che davanti alle narrazioni di Gesù, si incantano perché comprendono il suo insegnamento profondo.
Anche oggi Gesù ci parla in parabole. Sediamoci ai suoi piedi e ascoltiamo col cuore docile.
Cosa scopriremo oggi nel racconto del buon grano e della zizzania? Scopriremo proprio il Dio paziente. Dio che non reagisce d’impulso davanti al male.
Dio che sa attendere. Dio conosce i tempi per discernere il bene e il male.
Era bella la semente gettata a piene mani nel campo arato con cura. Avrebbe fruttato una quantità generosissima di grano.
Ma il nemico, credendosi intelligente e forte, cerca di inquinarlo con la zizzania.
Noi siamo come gli operai di quel padrone i quali, davanti a un disastro così grande, corrono da lui per manifestare il loro sdegno e il loro zelo: “Strappiamo la zizzania e così bonifichiamo il campo”. Non è difficile comprendere che queste parole manifestano la nostra fretta, l’impulsività delle nostre reazioni immediate, la nostra mentalità punitiva.
Il padrone del campo rimane sereno. Conosce la sua forza. Conosce la bontà della semente che ha seminato, non si turba, rimane signore degli avvenimenti anche quando sono negativi.
Dice alle nostre comunità: “Aspettate il tempo giusto. Non condannate con frettolosità. Non ricorrete a metodi violenti. Non fate prevalere il vostro istinto. Imparate ad attendere il tempo del raccolto. Allora sarà facile distinguere il buon grano dalla zizzania”.
Il Dio dall’amore incontenibile, ci dà una lezione di umiltà, ci insegna la preziosità dell’attesa, ci invita a non anticipare il tempo del raccolto.
Piuttosto ci raccomanda: “Quando andrete a cogliere il grano e a preparare i covoni, fate attenzione a distinguere ciò che è buono da ciò che è cattivo”.
Il nemico fa tante vittime nelle nostre grandi e piccole comunità. Mette in noi l’erbaccia dell’intervento immediato, dell’attivismo inconcludente. Caschiamo nella trappola della frenesia di “convertire o di punire”.
Abbiamo proprio bisogno di domandare con gemiti inesprimibili allo Spirito, il dono della pazienza per vivere il tempo come grazia, anche davanti al male che vediamo nei racconti di una persona che viene a parlare con noi. Non possiamo essere tassativi, giudici inflessibili. Dobbiamo attendere prima di sentenziare. In quel cuore, insieme agli sbagli, c’è anche tanto buon grano.
Non possiamo fare un unico raccolto condannando senza misericordia. Le comunità che appartengono a Cristo sono di frequente luoghi della condanna, del giudizio e del chiacchiericcio distruttivo. Non danno spazio alla pazienza e alla misericordia fondata sulla verità.
Soltanto un’autentica fiducia nella persona che entra in dialogo con noi può aiutarci a non essere farisei ipocriti, come direbbe Gesù.
Una comunità di credenti sa vigilare su se stessa. Non è sufficiente l’intraprendenza che mette in mostra, per dire che sia sveglia. Se la comunità non vigila sui gesti, sulle scelte e sulle parole è una comunità dormiente. Una comunità a rischio, una comunità che il maligno ha anestetizzato.
Gesù ci mette davanti al suo stile di vita e ci chiede di saper attendere l’ora della grazia che noi stessi abbiamo sperimentato tante volte.
Quest’ora si affaccia nel momento imprevisto. Anche per chiunque viene a trovare in noi luce e consolazione.
C’è da rimanere stupiti del nostro Dio. Della grandezza e della bellezza del suo cuore. Nemmeno il male lo turba. Anche per il male sa trovare la strada della guarigione.
La strada è Gesù donato a noi per il perdono dei peccati.
Non possiamo mai dimenticare che l’unico atteggiamento che sfugge al potere di Dio è l’atteggiamento di chi ha il cuore indurito. Ha le orecchie ma non sente. Ha gli occhi ma non vede. Presta attenzione alle parabole di Gesù, ma le usa contro di Lui e non per trovare i sentieri della conversione del cuore.
Ogni comunità è sotto lo sguardo di Dio che la rincuora con la sua inesauribile pazienza. Però deve lasciarsi riempire i pensieri e i sentimenti dalla Sua dolce accoglienza.
Dobbiamo attendere il tempo del raccolto. L’attesa e la grazia permettono alle nostre comunità di essere alberi di senape cresciuti lentamente fino a diventare alberi per l’accoglienza. L’attesa e la grazia ci permettono di essere buon lievito che fermenta nel segreto tutta la pasta. Chiediamoci se siamo col nostro meraviglioso Iddio, oppure con le nostre facili presunzioni che vedono il male sempre e solo negli altri e non in se stessi.
Mi piace una comunità che sa fermarsi a riflettere sulle parole di Gesù. Le comprende. Se non le comprende se le fa spiegare da Gesù per arrivare a viverle.
Gesù, noi sentiamo che il seme gettato da te dentro le nostre zolle è un seme pronto a morire per far spuntare lo stelo e la spiga matura. E’ come il grembo di una donna che mano mano sente il piccolo germoglio seminato in lei svilupparsi, prendere forma, fiorire, per poi contemplare il sole.
Gesù, capita che nelle nostre comunità si insinui un seme infetto capace di compromettere il raccolto. Tu ci inviti a vigilare.
Ci inviti anche a non avere paura.
Se fosse anche presente la nostra infedeltà, tu, Gesù, ci prometti che al momento del raccolto il tuo buon seme avrà prodotto la spiga matura e sarà salvato.
Il male improduttivo verrà distrutto.
Gesù, attenua le nostre impazienze.
Donaci un cuore mite e umile come il tuo.
Distruggi le intolleranze perché ogni nostra comunità sia casa accogliente, rifugio anche per chi sbaglia, ospedale da campo per chi rimane ferito.
Gesù, rendici protagonisti, assieme a te, dell’avventura del piccolo seme che si fa strada e diventa grande come l’albero di senape, efficace come il buon lievito.
Abbiamo bisogno di te, Gesù. Se tu dovessi restare ai margini delle nostre comunità, il freddo, l’infecondità ci inonderebbero. Ma tu sei con noi. Oggi come ieri. Oggi più di ieri.
Tu sai bene, Gesù, che le insidie che ci circondano sono subdole. Abbiamo bisogno di te. Tu ci sei. Non possiamo avere paura anche quando dobbiamo attendere con pazienza che il nostro cuore di pietra diventi un cuore di carne.

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 18 juillet, 2020 |Pas de commentaires »
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