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XXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – LA RIVOLUZIONE DELL’AMORE TENERO E GENEROSO DI DIO

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XXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – LA RIVOLUZIONE DELL’AMORE TENERO E GENEROSO DI DIO

padre Antonio Rungi

La liturgia della parola di Dio della XXIII domenica del tempo ordinario ci immerge nel mistero dell’amore di Dio che è in grado di cambiare le sorti delle singole persone e dell’umanità intera. Nel testo della prima lettura, tratta dal profeta Isaia, c’è questo forte appello a non temere rispetto alle sorti negative che possono affiorare dal mondo, perché c’è vicino a noi il Signore che non abbandona l’essere umano al suo destino, ma lo risolleva e lo porta sempre più in alto nel grado della sua dignità di persona e di popolo. Una forte parola di incoraggiamento per tutti, nelle prove della vita e della sofferenza della quotidianità che riguarda ogni persona umana: “Dite agli smarriti di cuore: «Coraggio, non temete!”. Il Signore viene a salvarci, viene a dare il sollievo e il conforto, al punto tale che “si apriranno gli occhi dei ciechi e si schiuderanno gli orecchi dei sordi… lo zoppo salterà come un cervo, griderà di gioia la lingua del muto. Anche la natura cambia volto e fisionomia davanti al Dio che viene a salvarci, al punto tale che scaturiranno acque nel deserto, scorreranno torrenti nella steppa, la terra bruciata diventerà una palude e il suolo riarso sorgenti d’acqua”. Questa modificazione sostanziale delle persone e delle cose ci conferma la bontà di un Dio che ama le creature e la creazione, che non è distante da esse, ma gli è sempre vicino con la benedizione e la protezione, con la salvaguardia di quello che è il creato.
Anche l’apostolo Giacomo, nel brano della seconda lettura di oggi, ci chiede un profondo cambiamento di mentalità e di atteggiamento, rispetto ai ricchi e ai poveri, ai potenti e ai deboli. Il cristiano non deve favorire e parteggiare per nessuno, per lui tutti sono uguali e tutti sono fratelli, senza distinzioni di tasca, vestiti, anelli e segni esteriori di potenza economica, militare e politica. Tutti siamo uguali davanti a Dio. E per farci comprendere esattamente questo discorso, l’Apostolo porta un esempio di vita sociale ed ipotizza una situazione reale e abbastanza ricorrente al suo tempo, come ai nostri giorni: “Fratelli miei, la vostra fede nel Signore nostro Gesù Cristo, Signore della gloria, sia immune da favoritismi personali. Supponiamo che, in una delle vostre riunioni, entri qualcuno con un anello d’oro al dito, vestito lussuosamente, ed entri anche un povero con un vestito logoro. Se guardate colui che è vestito lussuosamente e gli dite: «Tu siediti qui, comodamente», e al povero dite: «Tu mettiti là, in piedi», oppure: «Siediti qui ai piedi del mio sgabello», non fate forse discriminazioni e non siete giudici dai giudizi perversi?”.
Quante volte si verificano queste cose, anche nelle nostre assemblee liturgiche, con i posti riservati, con il cerimoniale da osservare, permessi e autorizzazioni da ottenere, anche per un breve saluto o un incontro con un’autorità religiosa. Ci si trincerà dietro a motivi di sicurezza e poi alla fine chi ha protezioni e raccomandazioni ottiene ciò che agli altri non è concesso. Di queste cose se ne vedono molte in tutti gli ambienti sociali, compresi quelli ecclesiastici.
Perciò l’apostolo ammonisce alla fine di questo brano: “Ascoltate, fratelli miei carissimi: Dio non ha forse scelto i poveri agli occhi del mondo, che sono ricchi nella fede ed eredi del Regno, promesso a quelli che lo amano?”. La scelta dei poveri è la scelta preferenziale dell’amore di Dio verso l’uomo.
Questo amore immenso e tenero di Dio, che Gesù, Figlio di Dio, manifesta in tutte quelle circostanze in cui la vita è stata severa con la persona, rendendola invalida o inabile. Gesù non chiude gli occhi davanti alla sofferenza dei fratelli e sana le ferita del cuore e del corpo, ridando alla persona la dignità che merita e il posto che le spetta nel consesso sociale. Sappiamo benissimo come i limiti umani, le inabilità fisiche erano emarginanti al tempo di Gesù e come escludevano dalla vita chi era affetto da una limitazione. Solo negli ultimi decenni si è fatta strada, nel nostro tempo, la cultura dell’accoglienza, della valorizzazione e integrazione del diversamente abile, che oltre ad avere una sua dignità ha anche doni e pregi da mettere a servizio della comunità.
Nel Vangelo di oggi è riportato, infatti, uno dei miracoli operati da Gesù, quella della guarigione di un sordomuto. E’ interessante seguire tutto l’iter che porta alla guarigione dell’infermo: Gesù “lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: «Effatà», cioè: «Apriti!». E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente”.
Il rito della guarigione, così come descritto nel vangelo di oggi, è stato inserito nella liturgia del sacramento del battesimo. Al fine della celebrazione, il sacerdote o diacono svolge il significativo rito dell’Effatà. Il celebrante tocca, con il pollice, le orecchie e le labbra dei singoli battezzati, dicendo: “Il Signore Gesù, che fece udire i sordi e parlare i muti, ti conceda di ascoltare presto la sua parola, e di professare la tua fede, a lode e gloria di Dio Padre. Amen”.
Esattamente quello che fede il malato guarito, dopo aver ottenuto il miracolo da Gesù, il quale “comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo proibiva, più essi lo proclamavano e, pieni di stupore, dicevano: «Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!”. Ecco il miracolo dell’amore di Dio che fa udire i sordi nella mente e i muti nei sentimenti per aprirci tutti alla comunione con lui e con i fratelli.
Sia questa la nostra preghiera, oggi, giorno del Signore, giorno in cui cui Cristo in modo particolare ci vuole comunicare il suo amore, mediante il dono dell’eucaristia: “O Padre, che scegli i piccoli e i poveri per farli ricchi nella fede ed eredi del tuo regno, aiutaci a dire la tua parola di coraggio a tutti gli smarriti di cuore, perché si sciolgano le loro lingue e tanta umanità malata, incapace perfino di pregarti, canti con noi le tue meraviglie. Amen.

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 7 septembre, 2018 |Pas de commentaires »

XXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (B) CHE COSA È IMPURO?

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XXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (B) CHE COSA È IMPURO?

Marco 7, 1-8.14-15.21-23

Enzo Bianchi

Dopo i brani tratti dal capitolo sesto del vangelo secondo Giovanni, la catechesi su Gesù quale “parola e pane della vita”, ritorniamo alla lettura cursiva del vangelo secondo Marco. Lo avevamo lasciato con il racconto della prima moltiplicazione dei pani (cf. Mc 6,30-44), lo ritroviamo con la lettura di alcuni estratti del capitolo settimo, che raccoglie parole di Gesù eco di controversie con i farisei e gli scribi.
Si tratta di parole certamente tramandate e attualizzate dalle chiese, ma che restano sempre Vangelo di Gesù Cristo e nient’altro. Tuttavia, va confessato che di fronte a queste parole, che appaiono una rottura con il giudaismo, i commentatori si dividono tra quanti le interpretano come discorsi partoriti dalla chiesa della fine del primo secolo in polemica contro i farisei, il giudaismo più presente e “combattivo”, e quanti invece insistono sulla rottura radicale, sul misconoscimento da parte di Gesù della Legge che lo precedeva. Non è facile fare discernimento in questa lettura, ma tentiamo tale operazione cercando di non essere debitori verso ideologie giudaizzanti né, d’altra parte, marcionite.
Cosa vuol dire Gesù? Di fronte a “farisei e scribi venuti da Gerusalemme”, dunque ad autorità ufficiali del giudaismo, egli entra in polemica, arriva ad attaccarli direttamente, perché giudica il loro sguardo, il loro spiare lui e i suoi discepoli come comportamento non conforme alla volontà di Dio. I discepoli di Gesù, infatti, vanno a tavola senza prima aver fatto l’abluzione rituale delle mani, comando che nella Torah e è rivolto solo ai sacerdoti che devono fare l’offerta, il sacrificio (cf. Es 30,17-21). Al tempo di Gesù vi erano movimenti che radicalizzavano la Legge, gruppi intransigenti e integralisti che chiedevano ai loro membri di comportarsi come i sacerdoti officianti al tempio, che moltiplicavano e radicalizzavano le prescrizioni della Legge, con una particolare ossessione per il tema della purità. Tra questi vi erano gli chaverim (compagni, amici) e i perushim (separati, farisei) – da alcuni identificati come un unico movimento –, la cui minuziosa legislazione casistica porterà alla formazione della Mishnah.
Gesù lasciava liberi i suoi discepoli da queste osservanze che non erano state richieste da Dio, ma dagli interpreti della parola di Dio, diventando “tradizioni”; e quando gli uomini producono tradizioni vogliono che queste siano “la tradizione”, e perciò le danno la stessa autorità attribuita alla parola di Dio. Ciò avveniva allora, così come avviene oggi nelle chiese! I vangeli ci testimoniano che su tanti temi Gesù si è espresso contestando queste tradizioni che alienano i credenti, non sono a loro servizio, ma creano una mancanza di libertà e sovente finiscono per erigere barriere, per tracciare confini e frontiere tra gli esseri umani. Quanto al caso di cui si tratta in questa pagina, occorre riconoscere che la tavola, da luogo di condivisione, di comunicazione, di esercizio dell’amore, di alleanza, nel giudaismo era progressivamente diventata un luogo di divisione e di scomunica dell’altro: lo straniero pagano, il peccatore, l’impuro non potevano prendervi parte insieme al pio giudeo. Così l’impurità dei cibi vietati a Israele rendeva impossibile agli ebrei stare a tavola insieme a chi apparteneva alle genti pagane, perché ogni non ebreo era ritenuto koinós, profano, e akáthartos, impuro (cf. At 10,28).
Ma per Gesù queste distinzioni non sussistono, e chi le fa non ha conosciuto il pensiero del Signore. Per questo, di fronte al rimprovero rivolto dai farisei ai suoi discepoli, Gesù risponde attaccandoli con la parola stessa di Dio contenuta nei profeti: “Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. Invano mi adorano, insegnando dottrine che sono solo precetti umani” (Is 29,13). Gesù è venuto per liberare da quella religione che è fabbrica di immagini di Dio e di suoi precetti che gli esseri umani di ogni cultura si sono dati. E si faccia attenzione: Gesù non vuole contraddire la Legge né la tradizione, ma sa sempre risalire all’intenzione del Legislatore, Dio, come facevano i profeti, affinché la Legge sia accolta nel cuore, con libertà e amore. Gesù accoglie le parole dell’alleanza di Dio con Mosè, ma non accoglie senza operare un discernimento i 613 precetti della tradizione, anche perché sa bene che, se si moltiplicano i precetti, si accrescono anche le possibilità di non osservarli, dunque si moltiplicano le occasioni di ipocrisia. E poi “la parola del Signore rimane in eterno” (Is 40,8; 1Pt 1,24), mentre la tradizione evolve con i mutamenti culturali, con le generazioni e, anche se carica di venerabilità a causa della sua antichità, resta umana, involucro e rivestimento della parola del Signore. È a tutto ciò che Gesù fa riferimento quando afferma, rivolto ai suoi interlocutori: “Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione umana”; e subito dopo, addirittura: “Annullate la parola di Dio con la tradizione che avete tramandato voi” (Mc 7,13).
Poi, rivolgendosi alla folla, spiega: “Ascoltatemi tutti e capite in profondità, riflettete, siate intelligenti! Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro”. I discepoli, però, non capiscono, e allora Gesù, spazientito, deve dare loro ulteriori chiarimenti: “Non capite che tutto ciò che entra nell’uomo dal di fuori non può renderlo impuro, perché non gli entra nel cuore ma nel ventre e va nella fogna?”. In tal modo Gesù “dichiara puri tutti i cibi”, e poco importa se tale precisazione sia uscita letteralmente dalla sua bocca o sia stata generata dalla chiesa a partire dal suo insegnamento… Infine, Gesù conclude con parole che dovrebbero chiarire la questione una volta per tutte: “Ciò che esce dall’uomo è quello che rende impuro l’uomo. Dal di dentro, infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dall’interno e rendono impuro l’uomo”.
Occorre notare che i peccati enumerati sono tutti contro l’amore, contro il prossimo, perché il peccato si ha solo nei rapporti tra ciascuno di noi e gli altri; non a caso, Gesù ha detto che saremo giudicati solo sull’amore verso gli altri (cf. Mt 25,31-46), sul cuore e sulla sua capacità di relazione, misericordia, purezza, fedeltà. Sì, il male, l’impurità, sta dove manca l’amore e non in altri luoghi in cui gli uomini religiosi vorrebbero trovarlo per mantenere in vita la loro costruzione. Il male, l’impurità, non sta nelle cose, ma è in noi, nella nostra scelta tra l’amore e l’odio, tra il riconoscere l’altro e l’affermare solo noi stessi, tra la nostra volontà di comunione e la nostra voglia di separazione.
Non dimentichiamo, dunque, che possiamo sedere alla tavola dei peccatori, perché Gesù si è seduto alla tavola in cui erano commensali i peccatori, fino a essere definito “un mangione e un beone, un amico di pubblicani e di peccatori” (Mt 11,19; Lc 7,34). Non dimentichiamo che per tutti gli uomini e le donne la tavola è un luogo di comunione, di raduno, di faccia a faccia, di relazione, di celebrazione dell’amicizia, dell’amore e dell’affetto. Perciò non possiamo escludere nessuno dalla tavola: se lo faremo, saremo esclusi noi dalla tavola del Regno! Quanto poi alla tavola eucaristica, non ne è escluso chi è peccatore, si ritiene tale e porge la mano come un mendicante verso il corpo del Signore, mentre ne dovrebbe essere escluso chi non sa discernere il corpo di Cristo (cf. 1Cor 11,29) nel fratello e nella sorella, nel povero, nel peccatore, nell’ultimo, nel senza dignità. Purtroppo, però, è più facile fare l’abluzione delle mani durante la liturgia eucaristica, ripetendo un versetto di un salmo, che non riconoscere il proprio peccato e dire al Signore: “Io non sono degno, ma tu per misericordia entra nella mia casa!”.

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 31 août, 2018 |Pas de commentaires »

XXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – IL CIELO NON È MUTO

https://combonianum.org/2018/08/23/commento-al-vangelo-della-domenica-xxi-tempo-ordinario-b/

XXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – IL CIELO NON È MUTO

Giovanni 6, 60-69

Commento di Maurizio Prandi

E’ un brano fortemente drammatico questo del vangelo di Giovanni perché ci presenta il fallimento di Gesù. Siamo al termine di questo cammino cominciato cinque domeniche fa e Gesù è chiamato a fare i conti con chi non se la sente più di seguirlo e lo abbandona, lo lascia, torna alla vita di prima. Gesù ha moltiplicato i pani, la gente lo ha cercato, lo ha seguito; lui è andato a Cafarnao e nella sinagoga ha fatto questo lungo discorso, questa lunga predicazione dove ricordate si autodefinisce il pane disceso dal cielo, e dove afferma che la sua carne è vero cibo e il suo sangue vera bevanda. Qual è l’esito della predicazione di Gesù? Un esito fallimentare, lo abbiamo appena ascoltato: da quel momento molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui… chissà Gesù cos’ha provato, chissà quali cocci avrà cercato di mettere insieme tra fallimento e delusione, tra tristezza e impotenza. Chissà… forse questi ci avevano già pensato prima e hanno preso la palla al balzo e quando Gesù l’ha detta un po’ più grossa, via! Alle volte forse capita: non te la senti più e alla prima occasione buona lasci. Gesù ora si è pienamente rivelato e nel momento in cui chiede adesione a sé trova lo stesso muro di incredulità che avevano eretto prima i giudei; ma qui non si tratta dei Giudei, si tratta dei suoi discepoli. Sono colti da una crisi e molti si allontanano da lui, non camminano più con lui. Specifico questo verbo, camminare, perché nelle scorse settimane, nella varie celebrazioni lo abbiamo scelto come “icona” del credere: la fede come cammino, non come adesione cieca ad un dogma imposto. La parola fede cosa suscita in me? Cosa vuol dire avere fede?
Non so se possono aiutare, ma queste poche righe di don A. Casati forse gettano una piccola luce è il vangelo di oggi ci dice, con una immagine viva, non pallida, che cosa è la fede: la fede è andare, camminare. Noi abbiamo molto impoverito l’immagine della fede, identificandola prevalentemente in un insieme di parole, di dichiarazioni, di proclamazioni. E’ una immagine pallida della fede, se la confronto con quella del vangelo che dice: aver fede è andare dietro a Gesù. Non camminavano più con lui i discepoli; quando scrivo queste cose immagino il cammino che abbiamo fatto ieri e che hanno fatto milioni di persone nei secoli e mi dico che si, la fede va misurata non sulle parole, ma sul verbo andare, camminare. Non posso che domandarmi allora: E io? Cammino con Lui? Dove sono rispetto a Lui?
Parto proprio da quello che dicono i discepoli e che sembra essere la ragione dell’arrendersi di tanti: questa parola è dura, chi può ascoltarla? Cosa vuol dire che una parola è dura? La traduzione del termine greco può avere tre significati: dura, pesante, insopportabile. Chi è che mi rivolge parole dure, pesanti insopportabili? Una parola è dura, pesante insopportabile quando? Certamente quando non la comprendo, e mi viene il nervoso, cerco di capire ma proprio non riesco. Faccio una parentesi, e dico le stesse cose che già domenica scorsa accennavo nell’omelia proprio sul verbo capire quando Gesù stesso, nel vangelo, a proposito della perplessità di tanti di fronte alle parabole afferma che non tutti capiscono questa parola e poi rafforza dicendo: chi può capire, capisca…, vi ricordo che la domanda dei discepoli è: questo discorso è duro, chi può capirlo? Qui non è l’invito a capire con la testa, ma con la vita, facendo esperienza. Il verbo che l’evangelista (in questo caso) Matteo metteva in bocca a Gesù significa: aver territorio. E’ una cosa che mi piace, e per capire è necessario avere un territorio, avere lo spazio sufficiente, la Parola di Dio è grande e non tutti possono riceverla. Non tutti capiscono, perché non fanno spazio alla Parola. Chi può fare spazio, lo faccia raccomanda Gesù, perché soltanto così la Parola può farci fare esperienza di Gesù. Quali spazi nella mia vita e per chi sono questi spazi? …
A questo punto, parlando ai discepoli, la svolta! … Sono chiamato anch’io a scegliere di nuovo. E ci aiuta la stupenda risposta di Pietro: Signore da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna. Tu solo: Dio solo. Un inizio bellissimo. Non ho altro di meglio. È davvero l’affare migliore della mia vita. Hai parole: il cielo non è muto, Dio parla e la sua parola crea, ribalta la pietra del sepolcro, vince il gelo, apre strade e incontri, carezze e incendi. Parole di vita: che portano vita ad ogni parte di me. Danno vita al cuore, lo rendono spazioso, ne sciolgono la durezza. Danno vita alla mente, che vive di verità altrimenti si ammala, e di libertà o muore. Danno vita allo spirito: mantengono vivo un pezzetto di Dio dentro di noi, nutrono la nostra parte di cielo. Parole che danno vita anche al corpo, perché in Lui siamo, viviamo e respiriamo: togli il tuo respiro e siamo subito polvere. Parole di vita eterna, che creano cose che meritano di non morire, che regalano eternità a tutto ciò che di più bello portiamo nel cuore.

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 24 août, 2018 |Pas de commentaires »

L’ultima cena

imm paolo h_Bloch

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 17 août, 2018 |Pas de commentaires »

XX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (B) – EUCARESTIA ESISTENZIALE

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XX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (B) – EUCARESTIA ESISTENZIALE

Commento di Don Antonio Savone

Aveva offerto un pane grazie quale tutti avrebbero avuto modo di saziarsi, visto che ne era avanzato ed era stato raccolto anche per chi non c’era. Avrebbero dovuto capire che nel pane di cui si erano saziati in abbondanza, c’era rimando ad altro. Almeno così sperava Gesù. E invece si assiste ancora una volta ad un crescendo di incomprensione e fraintendimento che si consumerà con l’abbandono persino da parte di alcuni discepoli.
Incapaci di leggere il reale così come accade sotto i loro occhi, diventano figura di chi è privo di sapienza: non sono in grado di leggere “il senso che abita le cose e la vita” (Casati). E loro non si riconoscono certo inesperti. Anzi: tutt’altro. Loro sanno: conosciamo…, avevano affermato. Ma non sono in grado di riconoscere che la Sapienza abbia potuto mettere la sua casa tra le case degli uomini e inviti dai crocicchi delle strade.
E così si ritrovano a discutere aspramente fra di loro non solo perché Gesù ha la pretesa di essere il pane vivo disceso dal cielo (pane vivo era la Legge data da Dio a Mosè, norma e fondamento della fede di Israele) ma addirittura di voler dare la sua carne da mangiare per la vita del mondo. Li spaventa la sproporzione: lui, uomo circoscritto, pane per la vita di un popolo. L’umile ordinarietà della sua persona di fronte alle grandi attese della storia: sproporzionato… non può reggere agli occhi dell’umana sapienza di chi tutto misura secondo le leggi ferree del calcolo, dei canoni di potenza e di efficienza.
Passi che Dio possa essersi incarnato ma che venga vita da ciò che per eccellenza ha a che fare con il limite – il corpo, appunto – questo proprio no. Ci si scandalizza di un Dio così che ha la pretesa di soddisfare la nostra fame di senso, di vita mediante un uomo che condivide la mia stessa povertà e la mia caducità. E così fa capolino la pretesa di segni altri che accompagnerà non solo la vicenda di Gesù ma ogni generazione di credenti.
La manna, tutto sommato, aveva ancora del prodigioso perché non era riconducibile a qualcosa di risaputo – tanto è vero che essa restava un punto di domanda: man hu, “che cos’è?” – e perciò poteva essere letta come un segno affidabile di un Dio che si prendeva cura del suo popolo nel deserto. Ma quell’uomo che avevano dinanzi cos’aveva di tanto diverso? Sapevano persino da dove veniva, chi erano i suoi: il Cristo invece, quando verrà, nessuno saprà di dove sia (Gv 7,27).
Eppure, stando alle parole di Gesù, pare proprio non ci sia alternativa: Se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Non basta condividere il suo pensiero: è necessario condividere il suo destino. E qui non possiamo non confessare la nostra insipienza mentre ci illudiamo di essere esperti nel mestiere di vivere. Non abbiamo il codice per comprendere che la vita si guadagna donandola, si ottiene spendendola, si conquista affidandola.
La sfida è radicale: stare nel mondo perseguendo la logica di quelle religioni – sacre o civili, poco importa – che si presentano come unica alternativa, proponendo una fuga da questo mondo verso un paradiso altro o accettando questa storia riconosciuta e assunta come luogo nel quale esprimere un diverso modo di essere e di stare?
Mangiare la carne del Figlio dell’uomo: entrare in sintonia e in comunione con la stessa esistenza del Figlio Gesù fino a diventare una cosa sola con lui. Il mangiare, infatti, dice il fondersi di due realtà che finiscono per diventare una sola. Il senso della vita – vita eterna – è dischiuso già qui, già ora per chi accetta di stare nella vita facendosi pane spezzato per altri.
Bere il sangue: diventare capaci di entrare in un atteggiamento di dono di sé anche a prezzo della vita. La prospettiva non è quella di una morte cruenta ma dell’umile testimonianza di chi mette a disposizione tutto di sé nei confronti di chi ha bisogno di essere amato.
Entrare in comunione con il Signore Gesù significa smettere di rimanere in un uso egocentrico dell’esistenza fino a proiettare la persona fuori di sé. Che cos’hai di tuo che non hai ricevuto? dirà Paolo. La vita: un continuo restituire quanto per grazia ci è stato partecipato.
Stare nella storia come il figlio, tutti accogliendo e custodendo, nessuno ricacciando. Consapevoli che il frammento della mia umana avventura, la cifra della mia umana avventura, può riscattare la fame di tanti.
Sappiamo, tuttavia, come nel corso della storia abbiamo finito per sminuire il senso delle parole di Gesù le quali non si fermano al piano rituale: esse invitano a fare eucaristia nel quotidiano con l’atteggiamento benevolo, il gesto gentile, il sorriso incoraggiante, la mano tesa.
Quando alla vigilia della passione ripeterà: fate questo in memoria di me, il questo non era riferito ad un gesto formale, ma: fate anche voi quello che ho fatto io. Ciascuno doni se stesso per la vita degli altri, come può, seconda la propria misura.
Rito sterile quello che stiamo celebrando se non ha il suo sbocco naturale in una eucaristia esistenziale.

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 17 août, 2018 |Pas de commentaires »

ASSUNZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA – MARIA, LA CHIESA E LA SPERANZA

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ASSUNZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA – MARIA, LA CHIESA E LA SPERANZA

padre Gian Franco Scarpitta

La pagina dell’Apocalisse di cui alla Prima Lettura in realtà non si riferisce a Maria. La “donna vestita di sole “rappresenta infatti il popolo che è prediletto e sostenuto da Dio con il massimo dei suoi doni (il sole). Per volere dello stesso Dio Padre, dal popolo nascerà un Figlio destinato a regnare per sempre: il Cristo Messia. La “donna” è quindi la chiesa. Una certa lettura devozionale la identificava con Maria. Non possiamo comunque negare che la figura della chiesa è pur sempre collegata alla Madre del Signore, poiché nel popolo di Dio e nella comunità ecclesiale Maria riveste pur sempre un ruolo importantissimo. La madre del Dio Incarnato Gesù Cristo è infatti innanzitutto membro della chiesa, si configura con essa e di essa partecipa sotto tutti i punti di vista. Come prima discepola e prima redenta, Maria è anche modello della Chiesa e poiché la Chies stessa si realizza nella comunione di noi tutti con Cristo Capo di cui siamo membra, Maria è anche Madre nostra. Madre nostra perché in quanto battezzati noi siamo membra di Cristo, inopinatamente innestati in lui.
Tutto questo non fa di Maria una divinità o una donna esaltata all’eccesso, al contrario come si è già accennato prima ancora della Vergine vi è lo stesso Cristo e la sua Chiesa e Maria nulla toglie all’unica onnipotenza di Dio Padre che opera attraverso il Figlio nello Spirito Santo. In quanto Madre del Signore e collaboratrice all’opera della nostra salvezza, Maria assume tuttavia una posizione particolare, un culto da ravvisarsi al di sotto di Dio ma al di sopra di tutti i Santi (iperdoulia) per un ruolo particolare di intercessione a nostro vantaggio presso Gesù suo Figlio.
La Madre di Gesù inoltre non collabora all’opera di redenzione e di salvezza con la sola gestazione verginale, ma è sempre associata a Cristo suo Figlio nella continua lotta contro il maligno, partecipe sia pure implicitamente di ogni opera realizzata da Questi a vantaggio degli uomini, attenta alle vicende e alle ansie patite dal Cristo medesimo per la nostra salvezza. Come pure la si vede stremata e sofferente davanti alla croce sulla quale il suo Figlio sfioriva, secondo una ben nota espressione di Jacopone da Todi “Stabat Mater Dolorosa”. Nella continua opera di redenzione e di salvezza, seppure questa venisse operata esclusivamente da Gesù Cristo Verbo Incarnato, Maria non è mai stata spettatrice passiva, ma costantemente attenta, pronta e partecipe, soprattutto nella sua speciale opera di intercessione con la quale ci orienta verso il suo Figlio: “Fate quello che vi dirà”(Gv 2)
Dalla chiesa di cui è stata membro Maria ha appreso; nella Chiesa si è distinta e alla Chiesa ha sempre dato.
Anche per questo è necessario che Maria abbia ottenuto uno spessore di gloria e di innalzamento simile se non identico a quello del suo Figlio Gesù Cristo. Appunto perché sempre unita al Cristo in tutte le vicende che lo hanno interessato, Maria non poteva che essere Assunta al Cielo.
Prestiamo attenzione ad un particolare: non è “ascesa” al cielo quasi come si trattasse di una divinità dotata di autonomia decisionale. Questo possiamo dirlo del solo Signore Gesù Cristo che essendo Dio unitamente al Padre e al Figlio è asceso, ossia ha recuperato la pienezza della sua dimensione divina. Maria è pur sempre una creatura umana, ma ciò non le ha impedito che Dio la “assumesse” al cielo. E’ stata quindi assunta, cioè innalzata e recata alla gloria indescrivibile dell’eternità non soltanto nella sua anima immortale, ma anche nel suo corpo immacolato.
Eccoci allora alla solennità odierna dell’Assunzione: essa ci descrive come Maria è stata assunta in anima e corpo nella dimensione della gloria in modo tale che le sue membra non si dissolvessero fra la putredine della terra. La sua continua vicinanza al Figlio redentore e la sua perenne compartecipazione alla sua opera le hanno meritato la necessaria conseguenza che anche il suo corpo venisse preservato dalla corruzione e dalla senescienza terrena.
Nel VI secolo la cheisa ortodossa e in più parti anche il mondo cattolico orientale celebrava il 15 Agosto la festa della Dormitio Mariae, che esaltava la Vergine dormiente accerchiata dalla schiera degli apostoli che veniva poi sollevata e recata al cielo secondo differenti testimonianze tradizionali avallati anche da alcuni discorsi omiletici, non ultimo quello di Germano di Costantinopoli. La festa orientale della Dormitio divenne un po alla volta in Occidente Festa dell’Assunzione.
Nel 1950 Pio XII definiva Dogma di fede la presente Solennità, estinguendo ogni dubbio in ambito cattolico che Maria fosse davvero stata assunta al Cielo in anima e corpo, ma l’intervento autorevole del Magistero del pontefice nulla pregiudica alla fondatezza storica e teologica dell’evento.
Dio non sarebbe oltretutto davvero munifico e latore di doni e non avesse corrisposto alla Vergine il premio proporzionato alle sue fatiche e alla sua fedeltà e di conseguenza non poteva non concedere a Maria lo speciale privilegio di venire assunta.
La figura dell’Assunta ci incoraggia a perseverare camminando sulla terra con gli occhi volti verso al cielo, considerando che se il nostro impegno di testimonianza ci è richiesto in questo mondo, siamo pur sempre invitati a cercare le cose di lassù poiché la realtà di questo mondo è pur sempre destinata a pasare(Col 3, 1 – 2). Ci attende il compimento della speranza intermedia che è quella del Paradiso, dove vedremo Dio come egli è, configurandoci a lui in tutto e immedesimandoci in una dimensione ben differente da quella farraginosa e distorta quale quella del secolo presente. Maria si incoraggia quindi verso questa speranza che diventa certezza già adesso nel costante impegno di fedeltà al Signore.

XIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B) IL PANE VIVO E LA VERITÀ

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XIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B) IL PANE VIVO E LA VERITÀ

padre Gian Franco Scarpitta

Il pane non è solamente alimento che nutre e che appaga la nostra fame fisica, ma si qualifica anche come elemento di forza e di determinazione. Ogni volta che se ne mangia si riacquista infatti vigore e necessaria tenacia, si recuperano le forze eventualmente disperse nel lavoro precedente e ci si immette nella novità delle varie iniziative. Il pane in un certo qual modo nei suoi enzimi e carboidrati dona un sostegno che va ben oltre la fame fisica. Il “pane vivo disceso dal cielo che è Gesù si presenta oggi come alimento di sostegno di forza per tutti e noi siamo incoraggiati a nutrircene appunto per vincere le nostre difficoltà e far fronte ai nostri problemi.
Agli scoraggiamenti siamo soggetti tutti quanti, qualsiasi attività svolgiamo e qualunque sia la nostra posizione. Anche le persone più coraggiose e solitamente determinate ed efficienti non di rado affrontano demoralizzanti esperienze di crisi e di abbattimento, soprattutto quando i risultati non sono proporzionati alle fatiche e quando i meriti sono ricambiati con umiliazioni e deprezzamenti. In casi come questi ci si deprime e si vorrebbe farla finita e piantare tutto in asso.
Se tuttavia lo scoramento sorprende tutti, coloro che sono depositari del mandato della Parola del Signore ne sono maggiormente esposti. Vescovi, sacerdoti, operatori pastorali e missionari impegnati nell’annuncio del Verbo di Dio subiscono infatti non poche contrarietà e opposizioni nel loro servizio e ben pochi sono convinti di quanto sia necessario che vadano sostenuti e incoraggiati costantemente. Un’espressione o una parola di conforto è sempre risolutiva perché il nostro ministero sia qualitativamente proficuo e produttivo; il sostegno dei parrocchiani contribuisce non poco a rianimare il sacerdote nelle immancabili occasioni di sconforto e di insuccesso pastorale. La preghiera e l’assistenza spirituale contribuisce poi ulteriormente ad eludere le tentazioni alla resa e i sentimenti di sconfitta e lo Spirito Santo, quando pregato con fede viva e profonda, non manca mai di recuperarci nella parresia apostolica e nello slancio missionario. Quando ci si scoraggia è sempre di ausilio una sola parola di conforto da parte degli altri, ma non si deve abbandonare la fiducia risoluta in Dio. Così il Signore sostiene Elia quando questi, dopo essere sfuggito all’ira della regina Gezabele per aver ucciso oltre 450 profeti di Baal, si abbandona allo sconforto, si contrista per non aver ottenuto meritate ricompense per il suo successo e viene catturato dalla sfiducia e dall’abbattimento. Dice infatti: “Signore, prendi la mia vita perché io non sono migliore dei miei padri.” Dio risponde semplicemente rifocillandolo e il pane con cui lo nutre gli ricupera la forza fisica, morale e spirituale. Riacquista cioè serenità e fiducia in se stesso quanto basta per poter andare avanti nel cammino. Nel pane materiale di cui il profeta si nutre vi è anche l’alimento di sostegno del Signore, il costitutivo del coraggio e della perseveranza, l’imput ad andare oltre e a perseverare. Il pane vivo che da’ forza e vigore a chi lo assume con fede.
La scorsa Domenica riflettevamo su come Cristo stesso sia il “pane vivo disceso dal cielo” e mangiare di lui è appunto occasione per vincere ogni forma di scoramento e di abbattimento. Gesù ci sostiene nella lotta e nelle prova è sempre con noi e nell’Eucarestia ci si propone come farmaco di immoralità e alimento di costanza e di fortezza.
Come Elia fu nutrito dal pane che Dio gli provvide, così noi siamo nutriti e sostenuti da Gesù pane vivo disceso dal cielo.Non è possibile però dissociare il pane dalla Parola, come del resto abbiamo evinto nelle liturgie precedenti: il popolo di oltre cinquemila persone che venne sfamato sull’erba del prato era stato innanzitutto affascinato dalla parola divina che scaturiva dalle labbra di Gesù: si era nutrito della Parola ed era stato saziato con il pane materiale, indicando entrambe le cose che Gesù Cristo è sia l’una che l’altro. Gesù è il vero pane perché è la Parola Incarnata di verità e la fede ci invita ad immedesimarci in ambedue gli aspetti che ci vengono proposti. “Nessuno viene a me se non lo attira il Padre”, poiché chi possiede il Figlio possiede anche il Padre e Gesù è di fatto il Figlio di Dio fatto uomo, la sua Parola che si è incarnata. E che si è fatta nostro alimento. Mi sovviene una battuta spiritosa in un vecchio film di Totò, nel quale in una manifestazione di protesta gli scioperanti invocavano “pane e lavoro”. Totò disse: “Mah io mi accontenterei solo del pane.” In realtà come non si può dissociare il pane dal lavoro, così non è ammissibile disgiungere il pane vivo disceso dal Cielo dalla Parola che esso stesso contiene e ci comunica e per ciò stesso dalla verità. Del resto è pur vero che nell’esperienza eucaristica siamo introdotti per mezzo del Figlio alla comunione con il Padre nello Spirito Santo. Il pane vivo ci dischiude l’accesso al Padre, unico che possa farci conoscere il Figlio e questi nella comunione con lui ci fa dimorare. Alimentarci del pane eucaristico è quindi anche preambolo di piena in Dio, soprattutto nel Dio della comunione trinitaria Padre, Figlio e Spirito alla quale per l’appunto siamo costantemente invitati. La stessa comunione che si dispiega di conseguenza nei confronti dei fratelli e di tutti perché la nostra adesione sia davvero efficiente.
Nutriamoci del pane che è Gesù ma poniamoci innanzitutto in ascolto di lui facendo nostro il suo messaggio vitale, affinché il nutrimento che da questo pane traiamo possa essere apportatore di costanza e di coraggio in tutte le prove della vita. Gesù infatti ci accompagna e ci sostiene quale alimento che si dona per noi, ma anche come Verbo attraverso il quale nello Spirito Santo si approda ai lidi certi della vita piena.

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 10 août, 2018 |Pas de commentaires »
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