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Cristo Re dell’Universo

imm en paolo - Copia

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 23 novembre, 2018 |Pas de commentaires »

XXXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B) – CRISTO RE (25/11/2018) LA REGALITÀ DI CRISTO, MODELLO DI DONO E DI SERVIZIO

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XXXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B) – CRISTO RE (25/11/2018) LA REGALITÀ DI CRISTO, MODELLO DI DONO E DI SERVIZIO

padre Antonio Rungi

Oggi si conclude l’anno liturgico e questa XXXIV domenica del tempo ordinario pone alla nostra riflessione la regalità di Cristo, quale modello di servizio per ogni discepolo del Signore. La solennità di oggi, infatti, può considerarsi la sintesi di un cammino spirituale che abbiamo sicuramente svolto nel corso di quest’anno liturgico che volge al termine.
Tutta la liturgia della parola ci indirizza a guardare alla Croce di Gesù, da cui trova origine e si spiega, da un punto di vista cristiano, il vero concetto della regalità, espressa nel dono e nel sacrificio di se stesso.
Già nel testo della prima lettura, il profeta Daniele, guarda al Cristo, in una visione notturna, assiso alla destra di Dio, quale giudice della storia e dell’universo. Il profeta, infatti, descrive con parole semplici e comprensibili la figura di Cristo, definito qui “uno simile a un figlio d’uomo” che “giunse fino al vegliardo e fu presentato a lui”. Figlio dell’uomo è lo stesso che dire Figlio di Dio e il Vegliardo in questo caso specifico si riferisce a Dio-Padre. Gesù quindi, mediante la risurrezione e l’ascensione al Cielo, ritorna nella sua sede naturale e una volta giunto in questa sua sede “Gli furono dati potere, gloria e regno”. Per fare cosa e per esercitare quale potere verso tutti i popoli, le nazioni e le lingue? Un potere che si fa servizio e chiede servizio e non imposizione o limitazione della libertà delle persone. Il potere di Cristo si configura, quindi, come un potere di amore e di dono e in quanto tale non è passeggero, ma duraturo e quindi è eterno, cioè che non finirà mai. Tanto è vero che il suo regno non sarà mai distrutto. Visione biblica del profeta Daniele, ma affermazione teologica di significato preciso riferito alla persona di Cristo. Egli è il Re di sempre e per sempre e il suo Regno è da sempre e per sempre. Lo tiene a precisare lo stesso Gesù davanti a Pilato, nel corso di quel processo farsa e inscenato per condannarlo a morte, come era nei programmi e nei progetti degli avversari religiosi e politici del Signore. Il Governatore romano che comanda in Palestina al tempo di Gesù, chiede infatti a Lui, che è stato accusato di farsi Re, se davvero lo sia. Gesù risponde ponendo a Pilato una sua domanda: «Dici questo da te, oppure altri ti hanno parlato di me?». Pilato dice che non è Giudeo e quindi non conosce Gesù. Egli si trova in quella situazione di giudicare una persona, cioè Cristo, perché la gente e i capi dei sacerdoti glielo avevano consegnato ed avevano prodotta l’accusa di farsi Re.
Pilato cerca di capire il reato commesso dal Cristo per esprime il suo giudizio inappellabile. E Chiede a Gesù ma che cosa ha fatto. Gesù conosceva il motivo perché lo avevano consegnato a Pilato e il suo primo atto di giustifica, fu quello di dire che la gente aveva frainteso e non lo aveva capito per niente, circa il suo insegnamento in merito al suo Regno. E precisa: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù».
La parola Re, lo aveva toccato a Pilato, aveva minato la sua autorità. La stessa parola di Re non si poteva usare perché il Re, anzi l’imperatore era quello di Roma e nessuno poteva prendere il suo posto. Ecco perché Pilato chiede a Gesù: «Dunque tu sei re?». Gesù dice di sì, ma precisando il tipo di regalità che egli aveva assunto e che non aveva nulla a che fare con il regno e i poteri degli uomini della terra. Perciò conferma quello che Pilato aveva detto in quel momento: «Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce».
Gesù quindi afferma la sua regalità davanti al potere politico, ma la sua regalità riguarda la verità, la giustizia, la pace, l’amore, il dono di se stesso e il sacrificio della sua vita. Cose che vengono ribadite dall’evangelista Giovanni nel brano dell’Apocalisse che costituisce la seconda lettura di questa solennità e dal quale è possibile attingere più ampiamente il significato della regalità di Cristo. Egli è il testimone fedele, il primogenito dei morti e il sovrano dei re della terra. A Lui che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue, che ha fatto di noi un regno, sacerdoti per il suo Dio e Padre, spetta la gloria e la potenza nei secoli dei secoli.
Come ha raggiunto Cristo questo potere? Non certo con le armi, né con i compromessi politici, né opprimendo i popoli e limitando la libertà di pensiero, azione e movimento della gente, ma mediante il sacrificio di se stesso, della sua vita, come leggiamo nei versetti seguenti: “Ecco, viene con le nubi e ogni occhio lo vedrà, anche quelli che lo trafissero, e per lui tutte le tribù della terra si batteranno il petto”.
Di fronte a Cristo Re dell’Universo che con la Croce, per la Croce e dalla Croce ci insegna quale tipologia di regalità Egli, Figlio di Dio, ha esercitato, non c’è altro da fare che prendere esempio e se siamo fuori seminato, perché pensiamo di governare sugli altri, senza servire, ma facendosi servire, dobbiamo cambiare rotta e direzione. Per cui, è doveroso mettersi in ginocchio davanti a questo Re Crocifisso per amore e per dono e chiedere perdono, iniziando tutti un vero servizio di autorità nel nome di Cristo, salendo anche noi il Calvario, portando le nostre croci e mettendoci sulle spalle le croci degli altri.
Chiediamo al Signore con l’umiltà del cuore ciò che davvero è importante per noi cristiani, se vogliamo seguire il nostro Maestro e lo facciamo con la preghiera della colletta di questo giorno solenne: “O Dio, fonte di ogni paternità, che hai mandato il tuo Figlio per farci partecipi del suo sacerdozio regale, illumina il nostro spirito, perché comprendiamo che servire è regnare, e con la vita donata ai fratelli confessiamo la nostra fedeltà al Cristo, primogenito dei morti e dominatore di tutti i potenti della terra. E con il Salmista, ci rivolgiamo a Dio con queste meravigliose espressioni di lode e di ringraziamento a Colui che è il Re dei Re: Il Signore regna, si riveste di maestà: si riveste il Signore, si cinge di forza. È stabile il mondo, non potrà vacillare. Stabile è il tuo trono da sempre, dall’eternità tu sei. Davvero degni di fede i tuoi insegnamenti! La santità si addice alla tua casa per la durata dei giorni, Signore.
Cristo giudice è un è il Cristo della misericordia e del perdono, perché per dono si è incarnato nel grembo verginale di Maria e si è fatto per noi servo per amore e d’amore. Amen.

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XXXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – LA NOSTRA VIGILANZA: DESIDERIO E ATTESA (ANNO B)

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XXXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – LA NOSTRA VIGILANZA: DESIDERIO E ATTESA (ANNO B)

don Mario Simula

Il tempo della chiamata di Dio è sempre alle porte. La conclusione della nostra vita è sempre una sorpresa.
Anche quando è annunciata da una lunga sofferenza. L’attimo nel quale si chiude un tratto di strada e se ne apre un altro definitivo, rappresenta inevitabilmente un terremoto esistenziale. Ogni legame affettivo si spezza. Il sole si oscura. La luna non dà più la sua luce. Le stelle cadono dal cielo. Lo sconvolgimento della separazione sarà inevitabile e ci segnerà per sempre.
Fino a suscitare in noi interrogativi dolorosi: che senso ha la nostra vita? Quale destinazione tiene accesa la nostra speranza? Ho visto persone agonizzare, incapaci ormai di comunicare, che avevano fortemente incisi su tutto il corpo i segni di queste domande.
Gesù ci invita ad avere gli occhi aperti e il cuore vigilante. Ci chiede di apprendere l’arte della lettura di tutti i segnali della sua venuta. Il tenero albero del fico primaverile diventa il nostro simbolo. Quando le prime foglie si affacciano sui rami, sappiamo che l’estate è vicina.
La vita un po’ gli rassomiglia.
Quando vediamo passare i giorni, le ore e gli attimi, è sempre il “momento”.
E’ il tempo che appartiene al Signore. Alla sua Venuta. All’incontro con Lui. All’inizio di una festa senza fine. Così ci ha promesso Gesù. Ma quanto è difficile comprenderlo e crederlo, per la nostra fragilità e debolezza mortale. Corpi dilaniati, corpi consumati dalla malattia, corpi stroncati da avvenimenti tragici e improvvisi stanno davanti agli occhi e ci indicano una direzione senza luce e senza fiducia.
Ma Gesù ci parla di “festa senza fine”. Ci chiama a vedere più lontano. Ci chiede un occhio di fede più profondo. Ci domanda un atto di fiducia immenso nei suoi confronti.
Che cosa è vero, allora? La nostra miseria o la sua promessa?
Gesù ci dà una risposta piena di tenerezza. Ci invita ad un incontro di amore col Padre e con Lui. Un incontro possibile, anzi certo, se abbiamo vissuto una vita di amore. Se la nostra piccola e fragile esistenza si è resa feconda e meravigliosa di frutti: la misericordia, la pace, la povertà del cuore, la dedizione incondizionata alla causa della giustizia, l’attenzione alla sofferenza e ai sofferenti, la forza di affrontare la persecuzione per amore di Gesù il Maestro, la mitezza del cuore.
Se questi frutti, insieme alla benevolenza, al dominio di noi stessi, alla gioia, all’amore, alla pazienza, alla bontà, alla fedeltà hanno caratterizzato le nostre scelte, la nostra vita e i nostri rapporti, che paura dobbiamo avere della venuta del Signore? L’incontro con Lui, benché segni, per un istante, un distacco terribile e doloroso da ogni affetto umano, appaga tutti i desideri e ci fa entrare in quel Regno di felicità nel quale capiremo ogni cosa, e ogni persona rimarrà per sempre nella nostra vita, trasfigurata e nuova. Come lo saremo noi, trasfigurati e nuovi, in modo definitivo.
Abbracciati per sempre dall’amore di Dio.
Quale bisogno c’è di sapere il giorno e l’ora della venuta del Signore, se viviamo uniti a Lui in ogni respiro della nostra vita?
Quando Lui busserà alla nostra porta, capiremo che non è stata la prima volta. Già innumerevoli volte Gesù era venuto a farci visita, desideroso che noi gli aprissimo perché potesse stare con noi.
Basta pensare ad ogni visita del Signore quando abbiamo sofferto, quando siamo stati fatti oggetto di ingiustizia e quindi sottoposti ad una sofferenza peggiore della malattia, quando abbiamo sperimentato la gioia inestimabile dell’amore con il nostro sposo e la nostra sposa, quando abbiamo ascoltato una persona in difficoltà e le abbiamo spalancato i cancelli della speranza, quando abbiamo donato senza ricevere e senza aspettarci risposta, quando abbiamo sofferto l’emarginazione, l’arroganza, il lento stillicidio del rifiuto, quando nella preghiera abbiamo potuto fissare negli occhi il Signore.
Stiamo camminando verso la conclusione dell’Anno Liturgico. Siamo presi dal pensiero dell’Avvento.
La Parola di Dio diventa maestra e guida. Ci illumina, domenica dopo domenica, lungo i sentieri di una conversione alla misericordia. Affannarci per organizzare, fino all’esasperazione, ciò che proporremo alla comunità del Popolo di Dio, non è necessario. L’atteggiamento liberante, misericordioso, lungimirante ci chiede, in maniera più vera ed efficace, di cercare l’incontro con Gesù, Colui che salva, e di lasciarci cercare da Lui.
Signore, liberami dall’ansia del tempo che mi scivola tra le mani. Liberami dalla paura dell’incontro con Te. Insegnami, invece, a riempire il tempo di attesa di Te, nostra unica e certa Speranza. Come farebbe un fidanzato pazzamente innamorato della sua fidanzata.
Aiutami a cercarti e desiderarti di notte, quando non sono capace di riconoscerti se bussi alla mia porta; quando non sono fedele agli appuntamenti con te e sono costretto a camminare, a rincorrerti, ad implorare e rischiare lungo le strade, domandando se per caso qualcuno ti ha visto.
Aiutami a cercarti quando mi allontano e mi lascio portare fuori dietro desideri malati, inseguendo i miei peccati, le mie insulse voglie di comandare e di godere.
Aiutami a cercarti quando la prova mi accartoccia in me stesso e non mi lascia vedere oltre e non mi dà tregua e mi tenta facendomi apparire la vita senza futuro.
Aiutami a cercarti e desiderarti quando la solitudine mi fa vedere gli spettri di una vita misera, lamentosa e povera.
Gesù desidero vivere oggi, questo tempo, questa storia, questa mia vicenda umana, senza perderti mai di vista, ma tenendo lo sguardo sempre proteso, come fa un uccello notturno che scruta la notte e vede in lontananza ciò che il buio sembra nascondere a me.
Gesù amo la vita debole e semplice di oggi. Amo, ancora di più, la vita che mi attende e che verrà.
Quando? Attraverso quali vicoli? Per quali asperità? Non lo so. Forse non lo voglio sapere. Forse è bene che non lo sappia, perché ogni attimo ti appartiene e in ogni attimo ti appartengo e puoi rivolgermi la tua dolcissima chiamata: “Vieni. Vieni, benedetto, nel Regno. E’ preparato per te.
Impara, già da adesso, che il mio Regno è in mezzo a voi, ne puoi già sentire la gioia e la dolcezza. Io ho comunque e infinitamente nostalgia di Te”.
Gesù, ti cerco. Ti desidero. Non ho paura della tua venuta. Non temo di smarrirti perché sono certo che tu mi cercherai e ti farai ritrovare. Io, sempre con Te, fino ad essere una sola cosa con Te

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 16 novembre, 2018 |Pas de commentaires »

XXXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B) – UN POVERO « SOVRABBONDANTE »

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XXXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B) – UN POVERO « SOVRABBONDANTE »

don Mario Simula

L’umanità che popola il mondo della Parola di Dio in questa domenica, è racchiusa nella meravigliosa semplicità di due vedove straordinarie e luminose come una luce riflessa che non offende gli occhi.
Il Libro dei Re racconta di una vedova che si mette a disposizione del profeta Elia e impasta acqua e farina per offrirgli pane profumato e povero. E’ il cibo per il cammino del messaggero di Dio. La donna che, su quella piccola risorsa contava per sopravvivere assieme al figlio ancora per qualche giorno, si abbandona alla provvidenza del Signore. Il profeta le chiede quel pane. E lei si fida, senza paura. Con la sua generosità incondizionata e con la sua povertà dignitosa, garantisce il nutrimento a Elia e favorisce il compimento della sua missione.
L’amore non fa ragionamenti appesantiti dalla paura. Ama. E dona. Sa che donandosi trova.
Sperimenta le madie colme quando per benevolenza le svuota.
Da quell’istante, caratterizzato dall’amore incondizionato, il pane inizia a moltiplicarsi, giorno dopo giorno. E’ la riserva miracolosa che sfama tutti: Elia, la vedova e il figlio. Stiamo contemplando, con i nostri occhi, i “miracoli speciali” di Dio, che scaturiscono dalla “fede speciale” di una “povera”, la quale non possiede niente eppure dà tutto in sovrabbondanza.
Il povero di Dio è intagliato così dall’Artista Divino. E’ una creatura umile che si abbandona come l’argilla nelle mani dell’artigiano, come il tronco di olivastro nella mani di chi, dalla durezza di quel legno, sa trarre figure in sembianze umane, affascinanti e misteriose.
La vedova che incontra Elia è un’anticipatrice del “centuplo” promesso da Gesù. Tu dai tutto? Dio ti dà il centuplo. Anche la beatitudine della sua visione.
Probabilmente stiamo vivendo il tempo sbagliato per prendere alla lettera il Vangelo. Noi cerchiamo tutte le garanzie, le firme autenticate col sigillo, i tempi della restituzione. Assicuriamo prima di tutto la nostra stabilità, le nostre sicurezze.
Per essere del Vangelo, anche oggi occorre buttare via il mantello come il cieco Bartimeo, spendere la vita come Paolo, buttare la propria esistenza come Gesù che non considera la sua uguaglianza con Dio come una credenziale, come un’assicurazione ferrea e sostanziosa sulla vita.
Gesù “si spreca” nel dono di amore. Per questo Dio gli dà il centuplo della esaltazione e della gloria.
Quando il Maestro vuole coinvolgere anche noi nell’amore che si dona, nella carità che si spende, si rifà al più sublime dei modelli: un’altra vedova. Le persone insignificanti, quelle che non valgono a nulla, gli scarti diventano modelli.
Nella sua estrema povertà, questa donna “invisibile” depone nella cassetta delle offerte del Tempio, tutto quello che ha. Si tratta di pochi centesimi. Un nulla. Ma è tutto quello che possiede, la centesima parte di una pensione sociale. Al contrario di coloro che ostentano la loro irritante ricchezza e mettono, in prima pagina, l’abbondanza della loro donazione: un miserabile superfluo, per nulla compromettente nel bilancio dell’azienda di famiglia.
Gesù rimane colpito dal gesto silenzioso e impercettibile della vedova. Ed elogia la semplicità di una persona che si ritiene poco generosa e ne rimane confusa perché non può dare di più. Non evita, però, di stigmatizzare l’ipocrisia dei benestanti, considerati tali per il conto in banca senza che lo siano nel conto dell’anima. Nel conto di Dio. Quello è sempre, tragicamente in rosso.
Queste ultime domeniche del tempo ordinario ci stanno allenando ad una riflessione decisiva. La si può sintetizzare in una sola domanda: cosa conta veramente agli occhi di Dio?
La vita diventa la nostra scuola.
“Signora Carmela, non avere paura ad essere generosa nel poco. Dio guarda il molto del tuo cuore. Quello conta ai suoi occhi.
Antonio non sentirti persona di poco valore, perché consideri i dieci euro che ti sono rimasti come una benedizione del cielo, pensando che già da qualche giorno non sai come fare la spesa per sfamarti. Hai mai pensato alla predilezione di Dio che guarda il tuo cuore capace di accontentarsi di poco ma pronto a condividere quel poco perché tu lo ritieni sovrabbondante? Dio stesso ti farà pubblicità considerandoti “beato”, anche se tu arrossisci nella tua modestia.
Margherita tu non hai portamonete. A mala pena racimoli a fine settimana qualche euro che i tuoi genitori ti regalano per non farti fare brutta figura. L’altro giorno, però, ti sei esposta davanti ai tuoi amici di classe, per difendere Marcello che tutti prendevano in giro con violenza e cattiveria.
Ti sei mai chiesta quale valore immenso ha davanti a Gesù il tuo gesto?
Cosa deve dire Giuliana sempre pronta a dare tutto il suo tempo, la genialità delle sue doti, la generosità del suo cuore e nonostante questo si sente sempre giudicata dai “buoni” che di Gesù non conoscono nemmeno una sagoma nebulosa?
Giuliana sai quanto sei cara al Signore? Il suo amore è il dono più ambito per te. L’unico che resta sempre. Tutto il resto ha la vuotaggine delle cose che passano, la stupidità della presunzione, la divertente comicità di chi vuole soltanto “farsi vedere. Non si comprende da chi!”. Certo non da Dio!
Gesù, non so come leggere, oggi, la Parola di Dio. Non trova posto nelle cartelle della mia testa, non riesce a convivere nella freddezza del mio cuore, non riesco ad interpretarla nella mia vita.
Io, Signore, amo le sicurezze. Preferisco le garanzie. So stipulare assicurazioni sulla vita. Cerco gli investimenti più sicuri.
Gesù, la povertà materiale mi inorridisce, la vita austera mi sembra una stoltezza, considero la povertà di cuore un’ingenuità imperdonabile.
Ogni giorno dedico un tempo riservato e lontano dagli occhi di tutti, per fare i miei conti e centellinare i miei guadagni. Non ti riconosco quando scegli una pietra per cuscino, se la trovi.
Quando ti affidi all’ospitalità per trovare un tetto e un piatto caldo. Quando ti fai “mia carne” debole, fragile, vulnerabile, senza provare vergogna. Quando non consideri un tesoro da tenere gelosamente l’essere come Dio.
Non ti capisco, Gesù. Non condivido la tua vita. Ma se tu l’hai scelta, sei tu lo stolto o lo sono io?

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 9 novembre, 2018 |Pas de commentaires »

XXXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B) SCAVANDO NEL POZZO DELL’AMORE

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XXXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B) SCAVANDO NEL POZZO DELL’AMORE

don Mario Simula

Vorrei trovare il segreto della felicità che ha la forza di appagare il cuore e ogni desiderio che accende brama e ricerca, nella mia vita. Sarà scritto in qualche libro, in qualche racconto di anziani saggi. Sarà impresso nelle profondità degli oceani o nelle distese di sabbia del deserto. In qualche bosco fitto di alberi. Forse lo trovo negli antichi scaffali grondanti di saggezza e smarriti nelle biblioteche che profumano di polvere.
Mi tufferò nel divertimento sfrenato, interminabile. Nella frenesia delle passioni. Cercherò affermazione e successo. Sognerò a occhi aperti ogni bene possibile. Desidererò anche l’impossibile.
Quanti uomini e donne, quanti giovani hanno voluto percorrere strade come queste! Il più delle volte rimanendo delusi, scottati, insoddisfatti.
Esiste un segreto vitale che restituisca all’uomo e alla donna di oggi, forse come all’uomo e alla donna di ieri, un codice di vita buona, talmente buona e semplice da colmare ogni angolo dell’esistenza con il vino inebriante della felicità?
Ascoltiamo cosa dice il Libro del Deuteronomio: “Ascolta innanzitutto, figlio delle mie mani. Osserva tutte le mie leggi e tutti i miei comandi. Mettili in pratica e tu sarai felice. Avrai una lunga discendenza e una vita sazia di giorni. Come ho promesso ai tuoi padri”.
Come è il messaggio che genera felicità e che occorre mettere come gioiello prezioso davanti agli occhi e sul cuore?
Ce lo dice Gesù ricordando e perfezionando la Legge dei Padri: “Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza”. Il secondo è questo: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Non c’è altro comandamento più grande di questi”.
Qui sta tutto il segreto di una vita semplice e felice. Scrutiamo, dunque, questo comandamento, “il più grande”.
Ascoltare. Se non ascolti il Signore, non conoscerai mai il Signore. Non ne scruterai mai le profondità. Ti rimarrà un estraneo, un condomino del quale vedi la faccia e nient’altro. L’ascolto chiede il silenzio del cuore perché sia libero per far entrare nelle midolla la Parola di Dio, la Parola che ci salva, la Parola che spezza le catene e ci illumina. Ascoltare è il primo indispensabile comandamento. La porta di ingresso nel Vangelo della Vita. Diamo tempo all’ascolto, con gioia, come se andessimo ad un appuntamento desiderato con tanta impazienza.
Riconoscere Dio come unico Signore. Il ginepraio dei nostri idoli ci impedisce l’ascolto di Dio e l’incontro con Dio. I falsi dei che popolano il nostro cielo sono zavorra. Hanno nomi familiari: gelosia, invidia, sfrenatezza nei desideri, presunzione, appariscienza, tendenza a dividere, preferenze odiose, scarto di chi non ci sta a cuore, attaccamento ad ogni bene compreso il denaro.
Dio è l’unico Signore, è l’unico padrone amabile e misericordioso della nostra esistenza. Non accetta concorrenti. Non tollera mezzadrie.
Amare il Signore nostro Dio con tutto il nostro cuore. Il nostro cuore tutto: affetti, sentimenti, passione. Indiviso. Sempre. Nonostante le infedeltà o gli smarrimenti. Con gli inevitabili momenti di lontananza. Il Cuore tutto, con la sua capacità di ritornare al “primo amore”. Sanguinante, forse, ma sempre desideroso di amare.
Con tutta la nostra anima. Pensieri, motivazioni, creatività. Tutto quanto in noi favorisce il modo di pensare e la mentalità diventa una strada dell’amore radicale a Dio.
Con tutta la tua mente. La mente ragiona, intuisce. La mente ci rende persone in tutta la loro dignità. Se non elabora intuizioni di amore verso Dio, come sottofondo della nostra vita rischia di portarci in percorsi tortuosi, in giustificazioni che accettano tutto. Anche il male.
Con tutta la tua forza. Decisione, determinazione, coraggio sono la nostra forza che mettiamo al servizio dell’amore assoluto per Dio. Anche la corporeità è coinvolta in questo cammino. Il corpo dà espressione ai sentimenti, impreziosisce con i suoi gesti l’amore, è al servizio della preghiera e dell’intimità con Dio. Amare Dio con tutta la nostra forza significa amare potentemente, con convinzione, con tutta la passione, con tutto l’entusiasmo, sapendo che stiamo compiendo la scommessa più alta, quella che dà senso alla nostra esistenza.
Amare il nostro prossimo come noi stessi. Amore per Dio e amore del prossimo si intrecciano come i fili di un ricamo perfetto. Il prossimo, il vicino, senza etichette e definizioni che bollano, il diseredato, l’emarginato, i vicini di ogni giorno nella nostra casa, al lavoro, nei luoghi del tempo libero, dove si gioisce e dove si soffre, nei luoghi della violenza e della più assurda disumanità, questo prossimo è “nostro” e dobbiamo amarlo come amiamo Dio. Come amiamo noi stessi. Con una dedizione e con un dono generosi e gratuiti. Anche se ci costa. Anche se ci chiede passi difficili. Partendo dall’amore per noi stessi. Perché non amarci? Perché non sentire la gioia di stare bene con noi stessi? Perché non interpretare la nostra vita come una grazia e un regalo preziosissimi?
Adesso possiamo comprendere la strada e il segreto della vera felicità.
Se la scegliamo, sentiremo l’elogio di Gesù: “Non sei lontano dal regno di Dio”.
Gesù, mi fa paura l’amore. E’ un rischio che non vorrei correre mai. Mi compromette. Mi esalta e mi spoglia. Eppure Tu, Signore, non sai indicarmi altra strada per trovare la felicità. E’ la strada che hai percorso Tu. A prezzo altissimo. Esaltato e condannato a mordere la polvere. Trasfigurato e sfigurato. L’amore ha tutte queste facce del prisma. Non c’è altra strada. Lo capisco, Gesù. Voglio percorrerla, Gesù, con la mia fragilità, con le mie infedeltà, con le mie inconsistenze. Ma anche con tutta la mia passione del cuore. Un cuore che tu rafforzi, purifichi, rimodelli, rendi simile al Tuo.
Perché temere ad amare, Gesù?
Tu sei “mio Dio, mia rupe, mia forza, mia roccia, mia fortezza, mio liberatore, mio rifugio, mio scudo, mio baluardo, mia potente salvezza”.
Per questo, Gesù, ti amo e ti amo. Anche quando non ti sento, ti amo. Anche quando non ti vedo, ti amo. Anche quando mi allontano e ti tradisco, nel profondo del mio cuore, ti amo. Con tutto me stesso.

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XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – OMELIA “COSA VUOI CHE IO FACCIA PER TE?”

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XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – OMELIA “COSA VUOI CHE IO FACCIA PER TE?”

Carissimi fratelli e sorelle,

la Liturgia oggi accosta la guarigione di Bartimeo, il cieco di Gerico, al canto gioioso di Geremia – lui classicamente conosciuto come il profeta delle amare lamentazioni e della sventura – che profetizza il ritorno di un piccolo resto di esuli a Gerusalemme, resto formato da persone umili, povere, malate per le quali la bontà di Dio, a loro gioia, apre una strada nel deserto perché possano ritornare nella loro patria,.
La lettura continua che stiamo facendo in queste domeniche della Lettera agli Ebrei oggi ci regala questo passo in cui l’Autore, riflettendo sull’essenzialità del sacerdozio del Vecchio Testamento, ci parla della compassione che doveva avere il sacerdote verso il popolo perché rivestito lui stesso di debolezza in quanto povero uomo come tutti bisognoso anche lui della misericordia di Dio.
La compassione di Dio dunque che si manifesta oggi anche attraverso il miracolo di Bartimeo.
Quella di Bartimeo è una pagina importante di Marco, per comprenderla in pieno e nella sua giusta luce dobbiamo inquadrarla bene nell’insieme di tutto il suo Vangelo. Marco ha raccolto tutto il materiale riguardante la vita di Gesù e poi lo struttura, l’organizza in base a una sua idea teologica che sta alla base stessa di tutta la sua opera evangelica. Vedete, è come se ogni evangelista volesse comunicarci una foto di Gesù scattata da un’angolazione diversa, la visione globale delle quattro foto dei quattro evangelisti ci darà poi una visione piena, completa di Gesù. Ora, per comprendere questo miracolo di Bartimeo, dobbiamo entrare bene nell’angolo di visuale di Marco, nel suo intento teologico con cui tenta di comunicarci il mistero di Gesù, il Figlio di Dio.
Marco distende il suo Vangelo su un “viaggio”, un solo viaggio di Gesù da Nazareth a Gerusalemme, si tratta di una struttura letteraria più che storica in quanto ben sappiamo da Giovanni che Gesù fece più viaggi a Gerusalemme. Questo viaggio rappresenta anche il “viaggio della fede”, cioè attraverso le tappe fondamentali di questo viaggio siamo messi davanti al cammino di fede che Marco propone ai suoi lettori. Ora, in esso ci sono tre tappe fondamentali che segnano il cammino del credente. L’episodio di Bartimeo segna la conclusione della seconda tappa del cammino di fede del credente, per questo è un episodio molto importante, episodio chiave e simbolico, nel senso che il fatto storico del miracolo viene ad assumere anche altri significati nel quadro complessivo di questo Vangelo.
Vediamo insieme, velocemente, queste tappe. La prima parte di svolge dalla predicazione di Giovanni il Battista alla guarigione del cieco di Betsaida (Mc 1,1- 8,26), in essa assistiamo al racconto di come questo Gesù di Nazareth si fa conoscere, si manifesti come Messia forte e potente: parla con autorità, caccia i demoni, guarisce i malati, comanda alle forze della natura e fa risorgere anche i morti. Emerge qui quello che gli esegeti chiamano “il segreto messianico”: Gesù opera tutti questi portenti, ma c’è come un suo ritornello alquanto misterioso: “State zitti… non parlate di quello che ho fatto… non ditelo a nessuno…”. Perché se da una parte si manifesta con potenza di miracoli, dall’altra impone un silenzio che poi nessuno osserva? La risposta dovreste ormai saperla perché ne abbiamo già parlato in altre omelie (vedi omelie della IV e XXIV domenica del tempo ordinario). Gesù, infatti, è il Messia, sì, ma non quel Messia che tutti attendevano, glorioso e potente liberatore sociale e politico. Imponendo il silenzio dopo i suoi prodigi Gesù cerca di non incoraggiare quella visione sbagliata che avevano di Lui.
Dunque nella prima parte del Vangelo di Marco, Lui si fa conoscere, si manifesta e questa sua manifestazione si chiude con il racconto di uno strano miracolo, quello del cieco di Betsaida (Mc 8,22-26), vi ricordate? Quel cieco che viene guarito con due successivi tocchi di Gesù perché dopo il primo tocco non vedeva ancora bene: vedeva gli uomini come alberi che camminavano… di questo miracolato non si sa nulla oltre il fatto della guarigione difficoltosa: non si dice il suo nome, ma si dice che Gesù “lo rimandò a casa”, non seguì Gesù, se ne tornò a casa…Questo cieco guarito, ha un valore simbolico, egli rappresenta il cammino di fede del discepolo di Gesù che dopo averlo incontrato e conosciuto incomincia a vederci, cioè a credere, ma questa fede è ancora iniziale, incipiente, non è ancora una fede matura e forte: è la prima tappa del cammino di fede.
La seconda parte inizia con l’inchiesta che Gesù fa ai suoi discepoli (Mc 8,27), ricordate: “Chi dice la gente che io sia… e voi chi dite che io sia?” Da quel momento Gesù inizia a rivelarsi ai suoi più intimi, gli Apostoli, come il Messia sofferente. Questa parte viene scandita dai suoi tre annunci della prossima passione, ad ogni annuncio segue un atteggiamento negativo degli Apostoli che non capiscono questo linguaggio di Gesù perché sono tutti presi dalla loro idea di Messia glorioso e potente.
Bartimeo entra in scena subito dopo il terzo annunzio della Passione e chiude la seconda parte di questo Vangelo, come il cieco di Betsaida aveva chiuso la prima parte. Bartimeo rappresenta la controparte degli Apostoli che non capiscono e continuano a fare brutte figure. Egli rappresenta il discepolo che ha capito, il discepolo che di fronte ai tre annunci della passione del suo Signore ha capito che Lui è un Messia umile e mansueto e che seguirLo significa andare a morire con Lui! Quanta ricchezza nasconde questo Bartimeo, cerchiamo di entrarvi dentro.
Innanzi tutto il fatto che Marco dica il suo nome, è importante che venga ricordato per nome, del cieco di Betsaida invece non si diceva il nome, qui sì. Il nome della persona racchiude tutta la sua dignità e vocazione.
Il cieco di Betsaida fu condotto a Gesù da altre persone che pregarono Questi di guarirlo. Bartimeo, no, tutt’altro, nessuno lo porta da Gesù: è lui che grida a Gesù e quando lo vogliono zittire, lui grida più forte. Il discepolo di Gesù è una persona che ha con Gesù un rapporto personale, intimo: è chiamato per nome da Gesù e chiama per nome Gesù: “Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!” Non possiamo dirci discepoli di Gesù senza questo intimo e personale rapporto, non possiamo essere solo persone portate da Gesù e non coinvolte in questo intimo e personale rapporto con Gesù, portate da una certa cultura, portate da un certo ambiente in cui si fanno cose scontate che però scontate non dovrebbero essere, come è scontato che quando il bimbo nasce lo si battezza, quando cresce gli si fa fare la Prima Comunione e la Cresima, quando è ora un bel matrimonio in Chiesa e quando è un’altra ora si cerca il parroco per il suo funerale…
Bartimeo è li a terra lungo la strada, cieco, senza nessuno che possa aiutarlo a vederci. Ecco la condizione fondamentale per diventare discepoli del Salvatore: essere qualcuno che sa di essere bisognoso di salvezza, bisognoso di redenzione. Bartimeo si mise a gridare aiuto a Gesù perché lo salvasse, l’esperienza di essere salvati nasce dall’esperienza del bisogno di un Salvatore. Quante volte mi sono chiesto perché aspettare di essere sul fondo, perché aspettare di naufragare, perché aspettare di essere travolto dagli eventi della vita per capire che abbiamo bisogno di “Uno” che ci salvi? Perché quando stiamo bene e tutto ci va bene ci dimentichiamo di gridare a Gesù e di dirgli: “Gesù, salvami”? Ci sentiamo autosufficienti, autonomi, crediamo di non aver bisogno di nessuno, perché ci sentiamo forti, sani, belli e tutto ci va bene…, ma poi basta un piccolo male al pancino e ci ricordiamo che non siamo noi a darci la forza, la salute e la bellezza e ci mettiamo a gridare aiuto…mentre basterebbe un pizzico di buon senso per capire che sempre abbiamo bisogno di Lui, non solo quando stiamo male!
Bartimeo grida e vorrebbero farlo tacere perché disturba, ma Lui grida più forte… Cosa vorrà mai dire questo? Mi sembra di leggere un rimando alle nostre vite ordinarie di comunità cristiana, quanti alle volte vorrebbero avvicinarsi alla comunità, a Gesù, ma sono proprio quelle persone più vicine a Gesù ad impedirglielo? Alle volte noi di Chiesa formiamo come una muraglia cinese che impedisce a tanti ad avvicinarsi a Gesù perché con la nostra persona nascondiamo Gesù agli altri e li allontaniamo da Gesù, mentre Gesù li vorrebbe vicino, noi li allontaniamo. Questo con tutte le buone intenzioni, senza malizia, senza cattiveria, con buona coscienza ma con effetti deleteri.
Non erano forse in buona coscienza quelli che volevano far star zitto Bartimeo? “Sta disturbando il Maestro, facciamolo star zitto, così non lo disturberà più!” Ma Gesù desiderava essere disturbato, questo non l’avevano capito. Alle volte le nostre pastorali sono tranquille e serenamente chiuse, non prevedono dei disturbi, non prevedono dei fuori programma, chi segue veramente Gesù non può mai mettersi un programma in tasca, Gesù infatti è tutto un Fuori Programma e un Fuori Schema, perché Lui è essenzialmente Amore e l’Amore non si fa chiudere da niente perché trascende tutto.
Ma se il rapporto con Gesù è intimo e personale, non è mai intimistico, esso matura e cresce nella comunità, l’incontro personale con Gesù, il rapporto personale con Gesù si realizza nella comunità, e attraverso la comunità, Gesù infatti manda a chiamare Bartimeo: “Chiamatelo!” Ecco il compito della comunità cristiana, aiutare le persone a sentire la voce di Gesù che chiama, non portarle o trascinarle da Gesù, ma invitarle ad alzarsi dalle proprie situazioni di miseria per andare da Gesù.
Perché l’incontro con Gesù sia salvifico occorre però lasciare il mantello, cos’era il mantello per un povero al tempo di Gesù? Era la sua casa e il suo rifugio, era la sua unica sicurezza. Gesù non ci salva se abbiamo nascosti dei mantelli… Gesù non ci salva dal naufragio della nostra vita se noi stiamo attaccati a qualche spezzone di barca o a qualche salvagente… Gesù non ci salva se noi pensiamo di poter nuotare con le nostre forze…Gesù mi salva solo quando io ho ben capito che non so nuotare e che non ho salvagente, allora e solo allora, appena sentirà il mio grido di aiuto – “Signore salvami!” (Mt 14,30) – Lui mi afferrerà la mano e mi tirerà fuori da qualunque mare che voglia sommergermi, ma la sua mano non si stenderà verso di me se vedrà che io faccio affidamento – anche minimo – a qualcos’altro o a qualcun altro a cui aggrapparmi!
Lasciato il mantello, Bartimeo, si presenta da Gesù e questi gli chiede: “Cosa vuoi che io faccia per te?”
Poche righe prima di questa domanda a Bartimeo, Marco, ci aveva riportato la stessa identica domanda di Gesù fatta a Giovanni e Giacomo: “Cosa volete che io faccia per voi?” (Mc 10,36) – conosciamo la risposta: Sedere uno a destra e uno a sinistra nel suo regno. Bartimeo dà invece la risposta giusta: “Fa’ ch’io veda, Signore!” Ma – voi direte – che cosa avrebbe dovuto chiedere un cieco se non di vedere? Carissimi fratelli e sorelle quante volte nell’incontro sacramentale con le persone, il sacerdote si accorge, percepisce come non è proprio scontata questa risposta! Quante volte si va da Gesù nel sacramento della confessione a chiedere perdono per cose insignificanti che ci creano però enormi sensi di colpa e non si chiede perdono invece per enormi peccati che si son fatti e facciamo senza alcun senso di colpa o scrupolo?
Saper entrare dentro noi stessi con sincerità per scoprire qual è il nostro vero male, qual è la nostra cecità più profonda e presentarla a Gesù perché io ci veda! Gesù non guarisce se non quello che noi chiediamo che ci guarisca, Egli infatti è discreto e ci lascia nelle nostre cecità se a noi ci piacciono tanto, non ci forza, non ci viòla, Lui è sempre lì che ci invita a lasciare il mantello e ad andare da Lui per essere guariti da tutti i nostri mali, ma dobbiamo presentarglieli con fiducia e con consapevolezza.
“La tua fede ti ha salvato!” Bartimeo ha avuto fiducia in Gesù, Gli ha presentato la propria cecità ed è stato guarito, e – cosa importantissima! – ora “segue Gesù lungo la via”. Il cieco di Betsaida fu rimandato a casa, non seguì Gesù, Bartimeo sì, segue Gesù lungo la via. Ma dove porta quella via? A Gerusalemme, al Calvario a una Croce, ecco dove porterà quella via.
Ecco perché Bartimeo è una grande figura, un grande personaggio, perché lui ha capito quello che non avevano capito gli Apostoli e diventa quindi il simbolo d’ogni persona che capisce il linguaggio di Gesù, il cuore di Gesù, l’animo di Gesù e accetta nella propria esistenza l’Amore misterioso del Padre che c’invita ad entrare con Gesù nel mistero della sua Croce morendo con Lui per poter risorgere con Lui.
Bartimeo rappresenta quindi la figura del cristiano adulto, del discepolo fedele e maturo che è tale perché ha creduto in Gesù e si è lasciato guarire da Lui, ora Bartimeo non può riprendere la vecchia strada, ora ha capito qual è la sua strada: seguire Gesù “lungo la via”, la sua via è quella della Croce. Bartimeo è il fedele maturo che ha ben capito gli insegnamenti del Maestro, che non chiede di sedere con Lui nella gloria, ma di morire con Lui sulla Croce perché solo morendo con Lui si vive con Lui. Bartimeo quindi ci introduce alla terza definitiva tappa del “viaggio della fede” che Marco ci propone: Gesù che si rivela come Figlio di Dio sul trono della Croce, trono ben diverso di quello che si attendevano gli Apostoli per sedervici accanto! E sarà poi un centurione romano, non un Apostolo, a cogliere per primo come “Costui veramente era figlio di Dio!” (Mc 15,39)
La Vergine Maria ci aiuti in questa settimana a seguire Gesù come tanti Bartimei che hanno avuto la gioia di essere stati chiamati e salvati dal suo Figlio Divino.

Amen. j.m.

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 26 octobre, 2018 |Pas de commentaires »

XXIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO GESÙ, OVVERO UN ALTRO MODO DI ESSERE LEADER

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XXIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO GESÙ, OVVERO UN ALTRO MODO DI ESSERE LEADER

don Giacomo Falco Brini

Ho appena finito di leggere il vangelo. Nasce spontaneo parafrasare quello di domenica scorsa: quanto è difficile vivere cercando di fare la volontà di Dio invece che la propria! E’ più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che qualcuno viva facendo la volontà di Dio invece che la propria. E gli apostoli incamminati da tempo alla sequela di Gesù ne sono la prova: vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo (Mc 10,35), gli sussurrano i due figli di Zebedeo. Sono stati già apostrofati per bene più di una volta, ma eccoli qui avanzare ancora pretese. Riemerge quella smisurata voglia di primeggiare (Mc 10,37), quel virus diabolico che spesso infetta le nostre intenzioni e le nostre opere, ergo il nostro seguire il Signore. Cosa fare? C’è qualcosa che può immunizzarci? Come verificare se la nostra sequela è mossa da questa segreta ambizione, oppure da amore vero per Gesù?
La cosa sorprendente è che il Signore ascolti mite e paziente questo tipo di richieste. Non si indigna come gli altri (Mc 10,41) anzi, sembra inizialmente accordarle (Mc 10,36). Poi la precisazione: voi non sapete quello che chiedete (Mc 10,38). Non lo sanno semplicemente perché non sanno ancora chi è il Maestro che li guida. Pensateci bene. Vivere gomito a gomito da tempo con qualcuno e non conoscerlo, qualcosa che può avvenire e avviene di fatto nelle umane relazioni. Gesù allora parla di un calice e di un battesimo, e chiede ai suoi discepoli se siano in grado di assumerli. I due discepoli annuiscono convinti di sapere (Mc 10,39). Il Maestro non gli rinfaccia l’ignoranza, conferma che in futuro faranno esperienza del suo calice e del suo battesimo (quando avranno compreso di cosa si tratta!…); invita i due a non voler penetrare con la propria richiesta la conoscenza di cose che sono riservate ai disegni misteriosi di Dio (Mc 10,40). Però gli altri apostoli stavano origliando: ed ecco impennarsi l’indignazione con Giacomo e Giovanni (Mc 10,41).
Una lezione da portare a casa come cristiani ma non solo: riconoscere che se ci si indigna troppo quando nella chiesa si vedono fratelli occupati ansiosamente in una arrampicata ai vertici (qualsiasi sia il vertice cui si aspira), vuol dire che si soffre dello stesso problema: la smania di essere tra i primi di cui abbiamo già accennato. Lo dico tante volte a quelli che si lamentano del tale o della tale perché li si vede intenti a primeggiare in parrocchia. La nostra norma è sempre Gesù: nel suo atteggiamento scopriamo che Egli non si sente affatto scavalcato e che il fatto che qualcuno vuole arrivare tra i primi non gli fa temere di perdere il primato. Lezione di autentica leadership umana: una denuncia indiretta alla razza di presunti leader da cui oggi siamo guidati, e non parlo solo a livello politico! Qualche giorno fa ricordavo ad alcuni collaboratori un pensiero espresso da Alcide De Gasperi pochi giorni prima di morire, lo lessi molti anni fa ma non ricordo dove. Non potei fare a meno di trascriverlo: “ho fatto tutto ciò ch’era in mio potere, la mia coscienza è in pace. Il Signore ti fa lavorare, ti permette di fare progetti, ti dà energia e vita. Poi, quando credi di essere necessario e indispensabile, ti toglie tutto improvvisamente. Ti fa capire che sei soltanto prezioso e utile, ma poi ti dice: ‹‹ora basta, puoi andare››. E tu non vuoi, vorresti presentarti al di là col tuo compito ben finito e preciso. La nostra piccola mente umana non si rassegna a lasciare ad altri l’oggetto della propria passione incompiuto”. Siamo in un altro mondo, un altro spessore spirituale della vita!
Ci vuole un’altra chiamata (Mc 10,41a). Perché in fondo il cammino della vita nuova in Cristo è un susseguirsi di nuove chiamate da parte del Signore, vista la caparbietà del nostro udito interiore. Voi sapete che coloro che governano le nazioni dominano su di esse…le opprimono (Mc 10,42b). Questo sì che lo sappiamo bene. Lo sappiamo fare bene tutti, anche se poi normalmente ce la prendiamo solo con i capi. Dominare e opprimere. Un verbo segue l’altro, come allo scoccare dell’arco parte una freccia. Se la logica delle tue relazioni è quella di dominare, ovvero controllare gli altri, alla fine opprimerai la loro vita oltre che la tua. Se invece si frequentano spesso le parole di nostro Signore Gesù Cristo, la logica delle tue relazioni poco a poco diventa un’altra. Ci si avvia a scoprire un nuovo modo di vivere che ci fa veramente liberi, veramente umani, veramente grandi. Vuoi essere il primo tra tutti? Benissimo, ma colui che si è deciso per Gesù lo sarà solo servendo gli altri, guardando ogni giorno Lui, che finisce i suoi giorni lavando i piedi dei suoi! Non c’è un altro modo di essere primi davanti a Dio.

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 19 octobre, 2018 |Pas de commentaires »
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