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OMELIA – LE BEATITUDINI, IL PIÙ GRANDE ATTO DI SPERANZA CRISTIANO

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LE BEATITUDINI, IL PIÙ GRANDE ATTO DI SPERANZA CRISTIANO

padre Ermes Ronchi

IV Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) (29/01/2017)

Davanti al Vangelo delle Beatitudini provo ogni volta la paura di rovinarlo con i miei tentativi di commento, perché so di non averlo ancora capito. Perché dopo anni di ascolto e di lotta, questa parola continua a stupirmi e a sfuggirmi.
Gandhi diceva che queste sono «le parole più alte del pensiero umano». Ti fanno pensoso e disarmato, ma riaccendono la nostalgia prepotente di un mondo fatto di bontà, di sincerità, di giustizia, senza violenza e senza menzogna, un tutt’altro modo di essere uomini. Le Beatitudini hanno, in qualche modo, conquistato la nostra fiducia, le sentiamo difficili eppure suonano amiche. Amiche perché non stabiliscono nuovi comandamenti, ma propongono la bella notizia che Dio regala vita a chi produce amore, che se uno si fa carico della felicità di qualcuno il Padre si fa carico della sua felicità.
La prima cosa che mi colpisce è la parola: Beati voi. Dio si allea con la gioia degli uomini, se ne prende cura. Il Vangelo mi assicura che il senso della vita è, nel suo intimo, nel suo nucleo profondo, ricerca di felicità. Che questa ricerca è nel sogno di Dio, e che Gesù è venuto a portare una risposta. Una proposta che, come al solito, è inattesa, controcorrente, che srotola nove sentieri che lasciano senza fiato: felici i poveri, gli ostinati a proporsi giustizia, i costruttori di pace, quelli che hanno il cuore dolce e occhi bambini, i non violenti, quelli che sono coraggiosi perché inermi. Sono loro la sola forza invincibile.
Le beatitudini sono il più grande atto di speranza del cristiano. Il mondo non è e non sarà, né oggi né domani, sotto la legge del più ricco e del più forte. Il mondo appartiene a chi lo rende migliore.
Per capire qualcosa in più del significato della parola beati osservo anche come essa ricorra già nel primo dei 150 salmi, quello delle due vie, anzi sia la parola che apre l’intero salterio: «Beato l’uomo che non resta nella via dei peccatori, che cammina sulla via giusta». E ancora nel salmo dei pellegrinaggi: «Beato l’uomo che ha la strada nel cuore» (Sl 84,6).
Dire beati è come dire: «In piedi voi che piangete; avanti, in cammino, Dio cammina con voi, asciuga lacrime, fascia il cuore, apre sentieri». Dio conosce solo uomini in cammino.
Beati: non arrendetevi, voi i poveri, i vostri diritti non sono diritti poveri. Il mondo non sarà reso migliore da coloro che accumulano più denaro. I potenti sono come vasi pieni, non hanno spazio per altro. A loro basta prolungare il presente, non hanno sentieri nel cuore. Se accogli le Beatitudini la loro logica ti cambia il cuore, sulla misura di quello di Dio; te lo guariscono perché tu possa così prenderti cura bene del mondo.

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 28 janvier, 2017 |Pas de commentaires »

III DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) – E LASCIARONO TUTTO PER GESÙ, COME CHI TROVA UN TESORO

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padre Ermes Ronchi

III DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) – E LASCIARONO TUTTO PER GESÙ, COME CHI TROVA UN TESORO

Il Battista è appena stato arrestato, un’ombra minacciosa cala su tutto il suo movimento. Ma questo, anziché rendere prudente Gesù, aumenta l’urgenza del suo ministero, lo fa uscire allo scoperto, ora tocca a lui. Abbandona famiglia, casa, lavoro, lascia Nazaret per Cafarnao, non porta niente con sé, solo una parola: convertitevi perché il regno dei cieli è vicino. È l’annuncio generativo del Vangelo.
Convertitevi è l’invito a rivoluzionare la vita: cambiate visione delle cose e di Dio, cambiate direzione, la strada che vi hanno fatto imboccare porta tristezza e buio. Gesù intende offrire lungo tutto il Vangelo una via che conduca al cuore caldo della vita, sotto un cielo più azzurro, un sole più luminoso, e la mostrerà realizzata nella sua vita, una vita buona bella e beata.
Ed ecco il perché della conversione: il regno si è fatto vicino. Che cos’è il regno dei cieli, o di Dio? «Il regno di Dio verrà con il fiorire della vita in tutte le sue forme» (Giovanni Vannucci). Il regno è la storia, la terra come Dio la sogna.
Gesù annuncia: è possibile vivere meglio, per tutti, e io ne conosco la via; è possibile la felicità. Nel discorso sul monte dirà: Dio procura gioia a chi produce amore. È il senso delle Beatitudini, Vangelo del Vangelo.
Questo regno si è fatto vicino. È come se Gesù dicesse: è possibile una vita buona, bella e gioiosa; anzi, è vicina. Dio è venuto, è qui, vicinissimo a te, come una forza potente e benefica, come un lievito, un seme, un fermento. Che nulla arresterà.
E subito Gesù convoca persone a condividere la sua strada: vi farò pescatori di uomini. Ascolta, Qualcuno ha una cosa bellissima da dirti, così bella che appare incredibile, così affascinante che i pescatori ne sono sedotti, abbandonano tutto, come chi trova un tesoro. La notizia bellissima è questa: la felicità è possibile e vicina. E il Vangelo ne possiede la chiave. E la chiave è questa: la nostra tristezza infinita si cura soltanto con un infinito amore (Evangelii gaudium).
Il Vangelo ne possiede il segreto, la sua parola risponde alle necessità più profonde delle persone. Quando è narrato adeguatamente e con bellezza, il Vangelo offre risposte ai bisogni più profondi e mette a disposizione un tesoro di vita e di forza, che non inganna, che non delude.
La conclusione del brano è una sintesi affascinante della vita di Gesù. Camminava e annunciava la buona novella, camminava e guariva la vita. Gesù cammina verso di noi, gente delle strade, cammina di volto in volto e mostra con ogni suo gesto che Dio è qui, con amore, il solo capace di guarire il cuore. Questo sarà anche il mio annuncio: Dio è con te, con amore. E guarirà la tua vita.

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 21 janvier, 2017 |Pas de commentaires »

OMELIA II DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (15/01/2017)

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Vedere e testimoniare Cristo, Messia e Redentore

padre Antonio Rungi

OMELIA II DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (15/01/2017)

Dopo il periodo di Avvento e di Natale, conclusosi con la festa del battesimo del Signore, continuiamo il nostro cammino spirituale, da un punto di vista liturgico, per realizzare la nostra personale santificazione, nel contesto della vita della comunità dei credenti. Come assemblea convocata per rendere lode al Signore, siamo chiamati ad ascoltare la sua parola e renderla efficace nella vita di tutti i giorni, rispondendo con intenso amore a ciò che il Signore ci chiede e si aspetta da noi. In questa seconda domenica del tempo ordinario, questa parola ci interpella di vari aspetti della nostra vita.
La prima lettura, tratta dal profeta Isaia, che ci sta accompagnando nella riflessione in tutti questi mesi, si concentra nuovamente sulla persona del Messia, presentato qui come luce delle nazioni, perché porti la mia salvezza fino agli estremi confini della terra. Cristo Signore, infatti, è venuto a portare la salvezza, vera ed eterna, a tutti i popoli della terra. Nessuno è escluso da questo progetto di redenzione centrato sulla figura dell’unico messia atteso dai secoli e identificato su Gesù di Nazaret, il Figlio di Dio, venuto sulla terra per portare luce e giustizia ovunque manchi l’una e l’altra realtà. Che questo progetto sia stato pienamente realizzato, sappiamo benissimo che non è così. La risposta dell’uomo all’amore gioioso e misericordioso di Dio è stata parziale e ancora, oggi, a distanza di 2017 dell’era cristiana siamo alla ricerca di soluzioni di problemi di verità e giustizia di cui l’umanità ha sempre avuto bisogno e che ora maggiormente ne avverte l’urgenza per i tanti drammi che si vivono in un mondo lacerato da guerre e divisioni senza quartiere e frontiere. A questo tema della giustizia da difendere e da estendere fa riferimento anche il Salmo 39 nel quale leggiamo parole come queste, che ci spingono nella direzione giusta ad operare per il bene di tutti: Ho sperato, ho sperato nel Signore, ed egli su di me si è chinato, ha dato ascolto al mio grido. Mi ha messo sulla bocca un canto nuovo, una lode al nostro Dio ». Ed aggiunge: « Ho annunciato la tua giustizia nella grande assemblea; vedi: non tengo chiuse le labbra, Signore, tu lo sai ».
Il Vangelo di questa domenica, con una versione più soggettiva ed individualizzata nella forma della testimonianza diretta di Giovanni Battista, ritorna su Gesù, il Messia atteso, l’Agnello sacrificale che offre la sua vita in riscatto dell’umanità. Giovanni Battista, in questo brano del vangelo, tratto dall’evangelista Giovanni, ci conferma, meditante la sua testimonianza oculare che in Gesù Cristo, nel momento del battesimo al Giordano, egli ha « contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui ». Ed aggiunge: « Ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio».
Vedere e testimoniare, sono i due verbi e le due azioni su cui concentrarsi per rendere efficace la nostra vita in Cristo. Se non abbiamo gli occhi della fede difficilmente possiamo vedere in Gesù Cristo chi effettivamente è, cioè il salvatore, redentore e il Figlio di Dio. Chi non ha occhi di fede limpida e vera, vede in Gesù altra persona o personaggio, non coglie l’essenza della sua missione e del suo venire ed essere nel mondo. Dal vedere scaturisce la testimonianza. Non a caso anche nella giurisprudenza di tutti i tempi i testimoni oculari, quelli che sono presenti ai fatti, sono quelli più credibili, in quanto sono i diretti trasmettitori della notizia e del fatto verificatosi. Giovanni che battezzava nel Giordano, nel momento in cui ha amministrato il battesimo di penitenza a Gesù ha visto quello che realmente è successo e ha reso la testimonianza di quel fatto, ma soprattutto, proprio convinto della figura di Gesù, l’Agnello di Dio, ha poi reso a Lui la testimonianza suprema con il martirio. E su questa scia di testimonianza e di martirio che si colloca anche il breve brano della seconda lettura di oggi, tratto dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi, in cui Paolo si classifica « come apostolo di Cristo Gesù per volontà di Dio », e si rivolge con parole certe ai cristiani « che sono stati santificati in Cristo Gesù, santi per chiamata, insieme a tutti quelli che in ogni luogo invocano il nome del Signore nostro Gesù Cristo, Signore nostro e loro », con il saluto ben noto alla cristiani e che fa parte della liturgia della messa, utilizzato per rivolgersi ai fedeli: « grazia a voi e pace da Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo! ».
E facendo tesoro di questi testi biblici di portata universale, ci rivolgiamo al Signore con queste parole di orazione: « O Padre, che in Cristo, agnello pasquale e luce delle genti, chiami tutti gli uomini a formare il popolo della nuova alleanza, conferma in noi la grazia del battesimo con la forza del tuo Spirito, perché tutta la nostra vita proclami il lieto annunzio del Vangelo ».
Portatori e annunciatori di gioia e speranza, questi sono i veri cristiani di ogni tempo e soprattutto lo devono essere quelli del nostro tempo. Non può essere un vero cristiano chi annuncia morte e disperazione e non sa portare segni di vita e di vitalità, oltre che di speranza nel proprio cuore e in quello dei propri fratelli nel Signore e in umanità.

 

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 14 janvier, 2017 |Pas de commentaires »

OMELIA – BATTESIMO DI GESÙ, IL CIELO SI APRE E NESSUNO LO RICHIUDERÀ

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OMELIA – BATTESIMO DI GESÙ, IL CIELO SI APRE E NESSUNO LO RICHIUDERÀ

padre Ermes Ronchi

Gesù, ricevuto il Battesimo, stava in preghiera ed ecco il cielo si aprì. Il Battesimo è raccontato come un semplice inciso; al centro è posto l’aprirsi del cielo. Come si apre una breccia nelle mura, una porta al sole, come si aprono le braccia agli amici, all’amato, ai figli, ai poveri. Il cielo si apre perché vita esca, perché vita entri. Si apre sotto l’urgenza dell’amore di Dio, sotto l’assedio della vita dolente, e nessuno lo richiuderà mai più.
E venne dal cielo una voce che diceva: questi è il figlio mio, l’amato, in lui ho posto il mio compiacimento. Tre affermazioni, dentro le quali sento pulsare il cuore vivo del cristianesimo e, assieme a quello di Gesù, il mio vero nome.
Figlio è la prima parola. Dio genera figli. E i generati hanno il cromosoma del genitore nelle cellule; c’è il DNA divino in noi, «l’uomo è l’unico animale che ha Dio nel sangue«(G. Vannucci).
Amato è la seconda parola. Prima che tu agisca, prima della tua risposta, che tu lo sappia o no, ogni giorno, ad ogni risveglio, il tuo nome per Dio è « amato ». Di un amore immeritato, che ti previene, che ti anticipa, che ti avvolge da subito, a prescindere. Ogni volta che penso: «se oggi sono buono, Dio mi amerà», non sono davanti al Dio di Gesù, ma alla proiezione delle mie paure!
Gesù, nel discorso d’addio, chiede per noi: «Sappiano, Padre, che li hai amati come hai amato me». Frase straordinaria: Dio ama ciascuno come ha amato Gesù, con la stessa intensità, la stessa emozione, lo stesso slancio e fiducia, nonostante tutte le delusioni che io gli ho procurato.
La terza parola: mio compiacimento. Termine inconsueto eppure bellissimo, che nella sua radice letterale si dovrebbe tradurre: in te io provo piacere. La Voce grida dall’alto del cielo, grida sul mondo e in mezzo al cuore, la gioia di Dio: è bello stare con te. Tu, figlio, mi piaci. E quanta gioia sai darmi!
Io che non l’ho ascoltato, io che me ne sono andato, io che l’ho anche tradito sento dirmi: tu mi piaci. Ma che gioia può venire a Dio da questa canna fragile, da questo stoppino dalla fiamma smorta (Isaia 42,3) che sono io? Eppure è così, è Parola di Dio.
La scena grandiosa del battesimo di Gesù, con il cielo squarciato, con il volo ad ali aperte dello Spirito, con la dichiarazione d’amore di Dio sulle acque, è anche la scena del mio battesimo, quello del primo giorno e quello esistenziale, quotidiano.
Ad ogni alba una voce ripete le tre parole del Giordano, e più forte ancora in quelle più ricche di tenebra: figlio mio, mio amore, mia gioia, riserva di coraggio che apre le ali sopra ciascuno di noi, che ci aiuta a spingere verso l’alto, con tutta la forza, qualsiasi cielo oscuro che incontriamo.

EPIFANIA DEL SIGNORE (06/01/2017) – NOI FIGLI ADOTTIVI DELLA VERA STELLA DEL CIELO

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EPIFANIA DEL SIGNORE (06/01/2017) – NOI FIGLI ADOTTIVI DELLA VERA STELLA DEL CIELO

padre Antonio Rungi

La prima manifestazione pubblica, a livello globale, diremmo oggi, da parte di Gesù si rifà al giorno della prima Epifania che noi cristiani celebriamo, ricordando la venuta dei Re Magi a Betlemme per adorare il Salvatore. Oggi, a distanza di 2016 anni riviviamo la stessa esperienza dei tre sapienti, andando anche noi dietro alla nostra vera stella che è Gesù. La nostra preghiera assembleare, inizia, in questo giorno con un’orazione, la colletta, che è la sintesi del significato di quello che oggi, come credenti ed oranti, intendiamo fare « O Dio, che in questo giorno, con la guida della stella, hai rivelato alle genti il tuo unico Figlio, conduci benigno anche noi, che già ti abbiamo conosciuto per la fede, a contemplare la grandezza della tua gloria.
In questa preghiera, chiediamo al Signore di prenderci per mani e condurci alla sua capanna, dove incontriamo il volto misericordioso e luminoso di un Dio fatto uomo, in Gesù Cristo, Figlio di Dio e figlio di Maria. Per fare cosa e per attendere quale risposta? A questi due interrogativi risponde la parola di Dio di questa solennità, conclusiva del periodo natalizio e molto avvertita dai bambini essendo la festa dei doni, che tu i bambini del mondo attendono con impazienza, in segno di attenzione e di amore verso ognuno di loro. Per molti l’attesa riguarda cose ed oggetti di grande valore, per altri l’attesa è solo di un pezzo di pane e di un strumento di gioco quanto più semplice ed elaborato. A Gesù i Re Magi portano oro, incenso e mirra, per indicare la triplice funzione regale di Cristo, a noi l’Epifania 2017 porti tanta gioia e speranza nel cuore di ciascuno di noi, tanto bisognoso di conforto e tenerezza. Ecco perché ci è di incoraggiamento la prima lettura di oggi, tratta dal Profeta Isaia, che abbiamo incontrato sistematicamente nel tempo di Avvento ed ora in quello di Natale, che si conclude oggi. « Àlzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce, la gloria del Signore brilla sopra di te ». Primo invito ad alzarsi, cioè ad uscire fuori da una condizione di abbattimento e solitudine interiore e spirituale per riprendere il cammino di vita cristiana. Poi « alza gli occhi intorno e guarda: tutti costoro si sono radunati, vengono a te ». Secondo invito ad alzare gli occhi a guardare intorno e soprattutto a guardare il cielo. Come è straordinariamente bello, lasciando a se stesse le cose che non hanno peso e consistenza per l’eterno. Fatta questa duplice operazione di alzarsi e guardare, al quel punto « sarai raggiante, palpiterà e si dilaterà il tuo cuore, perché l’abbondanza del mare si riverserà su di te, verrà a te la ricchezza delle genti ».
Chi si rialza dalla condizione miserevole e comincia a guardare la vita con occhi diversi e da prospettive altrettanto diverse acquista in bellezza interiore e di bontà del cuore, in quanto Dio ha potere di far sorgere dalle pietre un cuore di carne, un cuore che sa veramente amare. Infatti, ci ricorda la salmo 71 è detto che il Signor « libererà il misero che invoca e il povero che non trova aiuto » ed avrà « pietà del debole e del misero e salvi la vita dei miseri ».
Chi si rialza dalla condizione di peccato, come San Paolo, può fare le cose che l’Apostolo delle Genti scrive nella sua lettera agli Efesini: « penso che abbiate sentito parlare del ministero della grazia di Dio, a me affidato a vostro favore: per rivelazione mi è stato fatto conoscere il mistero. Esso non è stato manifestato agli uomini delle precedenti generazioni come ora è stato rivelato ai suoi santi apostoli e profeti per mezzo dello Spirito: che le genti sono chiamate, in Cristo Gesù, a condividere la stessa eredità, a formare lo stesso corpo e ad essere partecipi della stessa promessa per mezzo del Vangelo. Queste genti sono tutte le genti, tutti i popoli, tutte le nazioni, tutte le culture e tutte le altre religioni che non conoscono i vero Signore e che hanno bisogno di scoprire questo grande arcano della fede e della storia dell’umanità. E tra le genti di culture diverse che si confrontano con Gesù, sono propri i tre Magi, che rappresentano la scienza in cerca di risposte certe, che non avrà mai. Il Vangelo di Matteo, sull’arrivo dei Magi, ci aiuta a capire il significato di questa prima emblematica manifestazione di Dio.
Alcune azioni liturgiche compiute dai Re Magi ci fanno assaporare la gioia di questa solennità, che è la festa della fede. I Magi videro spuntare la stella di Gesù e vennero a Betlemme dall’oriente. Arrivati si prostrano, lo adorano per quello che è il vero Re e gli offrono in dono i segni dell’autorità spirituale e morale che il Bambino Gesù rappresenta anche per loro, scienziati e sapienti provenienti da altri ambienti e da altre culture. Fatto il pieno di gioia nel vedere Gesù, Giuseppe Maria ritorna per una strada diversa da dove erano venuti. Possiamo facilmente capire che la nuova strada che intraprendono è quella della fede, senza abbandonare quella della scienza con la quale avevano intrapreso il viaggio della conoscenza e della verità. Fede e ragione si incontrano nell’esperienza di conoscenza del Dio fatto uomo fatta dai magi e come ben sappiamo che fede e ragione sono due ali o vie che conducono alla verità, che è Cristo, che è Via, Verità e Vita. Come i Magi, pur confidando nella scienza e nella tecnologia, non dimentichiamoci mai che la via certa per giungere alla verità solo una, è questa si chiama Gesù.

MARIA SANTISSIMA MADRE DI DIO (01/01/2017) OMELIA

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MARIA SANTISSIMA MADRE DI DIO (01/01/2017) OMELIA

padre Gian Franco Scarpitta

« Nato da donna, nato sotto la legge, per riscattare coloro che erano sotto la legge »(Gal 4,4). Così Paolo descrive il Cristo venuto nella carne, che è entrano nella storia umana, uomo fra gli uomini. « Nato da donna » è espressione spesso adoperata dalla mariologia per dare risalto a Maria Madre del Dio fatto uomo e alla sua figura di modello e di maternità anche per noi. A mio avviso, la frase si limita semplicemente a riferire l’elemento estremamente terreno, carnale che Cristo ha voluto assumere immedesimandosi nella nostra condizione. Anche lui, cioè, come uomo è nato da una donna, è stato concepito carnalmente pur restando Figlio di Dio, ha assunto forma umana prendendo carne da un soggetto femminile. Tutto questo non pregiudica però che egli si sia sottomesso a maternità sia in quanto Dio che in quanto Uomo. Entrando a far parte dell’umanità, Cristo da Figlio di Dio è diventato Figlio dell’Uomo, mantenendo intatta la sua divinità ma vivendo come uomo la vita divina. In altre parole è rimasto sempre, in ogni caso, vero Dio e vero Uomo. Di conseguenza ecco la figura di Maria in relazione a questa sua condizione: la Vergine è Madre di Dio in quanto Madre del Dio che si era incarnato, del Dio che si faceva uomo.
Nell’incarnazione avviene che Dio diventa uomo, condivide con noi la nostra natura, fa ingresso nella nostra storia senza violarla, ma percorrendone tutte le tappe e sperimentando quanto di più umano possa essere esperibile. Egli però non rinuncia ad essere Dio, ma semplicemente unisce la natura umana e la natura divina, in una solta Persona (Ipostasi). Come descrive Sant’Agostino, nel Figlio di Dio vi sono effettivamente due nascite: la prima è quella eterna, per la quale egli è « generato, non creato », l’altra è invece temporale e in essa a Betlemme egli viene concepito di Spirito Santo nella carne nel grembo di Maria. Di conseguenza, Maria è Madre di Dio, cioè del Dio che si fa uomo fatta salva la sua divinità.. Ella è madre del Dio fattosi carne allo scopo di apportare la nostra salvezza. Nell’incontro con Maria Elisabetta riconosce in lei la Madre del Verbo: « A che debbo che la madre del mio Signore venga a me » (Lc 1, 48) professando così la fede nel Dio che si incarnava per la salvezza degli uomini e riponendo nella stessa Madre del Verbo tutte le sue speranze e fondando anche tutte le sue attese.
Andando oltre, avviene però che la maternità di Maria non resta affatto un tesoro geloso che la Vergine custodisce per sé o limita al proprio Figlio. Come deliberatamente affermò Paolo VI in una certa occasione del Concilio Vaticano II, Maria essendo Madre di Cristo (Dio – Uomo) è anche Madre della Chiesa, poiché noi tutti, battezzati, formiamo con lui un unico Corpo. Madre quindi della Chiesa in quanto Madre del Capo (Cristo) che è sempre unito alla sue membra (i battezzati cristiani). Di conseguenza Maria estende la sua maternità anche a ciascuno di noi, che ci sentiamo ulteriormente sospinti a progredire in forza di una speciale protezione e di un imput che ci sprona a fare di meglio. La presenza di una Madre celeste non può che incutere coraggio e non può che animarci e guidarci verso i sentieri di vita, fiduciosi nell’avvenire.
Particolarmente in questo anno incipiente 2017, la Madre del Signore ci da un saggio particolare della sua intercessione, perché ci invita a coltivare speranze e attese per progetti che intraprenderemo per i prossimi mesi, e la sua intercessione materna mentre ci rassicura ci invita anche a cercare sempre lo stesso Cristo Signore in ogni ambito, a rivolgere costantemente l’attenzione verso il Dio Amore che non manca mai di guidarci chiamandoci alla comunione con sé. La Madre di Dio rivaluta ancora una volta, del resto, la verità che Dio assume la sua umanità fino in fondo, sottomettendosi con umiltà e senza riserve a una madre terrena dalla quale avverte la necessità di dover apprendere e dalla quale essere guidato costantemente.
In questa ottica di gioia e di speranza, auguro a tutti un FELICE E PROSPEROSO ANNO 2017.

OMELIA FESTA DELLA SACRA FAMIGLIA – IL SOGNO CONTINUA

http://www.lachiesa.it/calendario/Detailed/20161230.shtml

OMELIA – IL SOGNO CONTINUA

È passata solamente una settimana da quando abbiamo contemplato il sogno di Giuseppe: un sogno nel quale gli è toccato di comprendere che di fronte ai progetti di Dio non bisogna macchinare pensieri o preparare progetti alternativi. Bisogna solamente meravigliarsi, accettare con stupore che la sua Grazia trascenda, superi la nostra Natura e le nostre sia pur legittime aspirazioni, e attraverso questa capacità di stupirsi giungere a contemplare la salvezza di Dio. « I sogni ci salveranno », avevamo detto terminando la nostra riflessione di domenica scorsa: ed effettivamente, quanto sognato da Giuseppe, in questa settimana si è compiuto, lo stiamo ancora contemplando nel mistero del Natale.
Ecco ora un altro sogno di Giuseppe: anzi, tre diversi sogni nell’arco di pochi versetti, costruiti intorno a qualcosa che è l’esatta antitesi dei sogni, ovvero la ferocia inaudita e abominevole della cosiddetta « strage degli Innocenti », che nel Vangelo di oggi non ci viene narrata, forse per pudore, forse perché già in settimana abbiamo onorato la memoria di questi Santi, tanto martiri quanto ignari di esserlo. La cruda realtà della malvagità umana, dell’aberrazione di ogni forma di coscienza, sembra davvero quadrare ben poco con quella costante capacità di meraviglia e di stupore per il mistero che i sogni di Giuseppe portano con sé. Eppure, anche in mezzo al dramma di salvare il proprio figlio da una carneficina inutile ed esecrabile, Giuseppe sogna. Sogna una fuga, sogna un ritorno, sogna un cambio di prospettiva.
La fuga di Giuseppe in Egitto con Maria e il Bambino è il sogno di una libertà che esiste solo « oltre »: oltre la cattiveria umana che impedisce ogni anelito di vita. E per sognare la libertà, non è sufficiente « evadere » di poco, cambiare un po’ aria: per « evadere » con la mente, sono sufficienti altri modi, oggi molto diffusi, meno sani ma di certo più immediati di una fuga all’estero. Per sognare « oltre » occorre anche andare fisicamente « oltre »: oltre il deserto, oltre il Mar Rosso, oltre quella Babele delle genti che faceva di ebrei ed egiziani due popoli in continua contrapposizione. Giunti in Egitto, un altro sogno spinge Giuseppe a tornare, perché chi cercava di eliminare il Bambino, non c’è più, i potenti sono morti (che sogno…), e allora si può tornare a ricostruire una vita, là dove il Bambino era nato e aveva iniziato a muovere i primi passi verso la vita.
Invece no, i potenti non sono morti, ce n’è sempre uno, hanno sempre un figlio dopo l’altro, e allora il Figlio umile del Re più potente viene portato via, un’altra volta in sogno, là dove Giuseppe aveva iniziato a sognare, a Nazareth, là dove Maria aveva iniziato a credere. Non più Figlio di Davide, nato e vissuto a Betlemme ma « Nazareno », « Galileo », agitatore di folle, rivoluzionario, un po’ straniero, diverso, « extracomunitario », diremmo oggi.
Niente di più vero, perché oggi Giuseppe e Maria non sarebbero in perenne viaggio in sella a un asinello, come bucolicamente ce li ricordiamo, con gli angeli che allietano le loro pause suonando e cantando lodi celestiali (così l’iconografia rinascimentale). Giuseppe oggi per sé, per la sua sposa e per il suo bambino, sogna la libertà – ancora una volta – oltremare, oltre il deserto del nulla della propria terra, e oltre la malvagità dei signori della guerra che cercano di uccidere le speranze dei popoli. E vanno in cerca di questa speranza nelle terre d’oltremare, dove regnano altri signori (alleati economicamente con quei signori della guerra) che prima li attirano a sé, e poi cercheranno di espellerli, in ogni modo e in ogni forma, con la legge o senza la legge, incuranti del fatto che hanno attraversato un deserto ostile e un mare che è ancora, sì, « Mar Rosso », ma del sangue dei loro fratelli naufragati (una nuova strage degli Innocenti): e questo mare li beffa’, chiamandosi « Mare Nostrum ».
Ma il sogno non si ferma: la terra d’oltremare c’è, Giuseppe con Maria e il Bambino la raggiungono. Altre famiglie non ce la faranno mai. Un po’ di ospitalità la trovano, ad accoglierli trovano anche tante telecamere e obiettivi, qualche uomo in divisa un po’ burbero e un po’ angelo, qualche politico che li usa come passerella propagandistica, qualche operatore che li disinfetta dalla scabbia, e qualcuno che gli rinnova la speranza di trovare pane per i loro denti, casa e lavoro.
Un giorno terminerà anche la potenza dei signori della guerra, e allora Giuseppe con Maria e il Bambino torneranno, forse non più nel loro paese, forse là dove i signori della guerra sono spariti per davvero, forse dove il bambino crescerà in maniera diversa da come egli aveva pensato, ma perlomeno crescerà. E un giorno, forse, anche lui tornerà a sognare che c’è una terra oltremare dove poter sfuggire a quei signori della guerra che si rigenerano in continuazione.
Le molte famiglie di Nazareth che ancora oggi solcano deserti e mari per giungere qua, dove a loro pare che si stia meglio, non possono rimanerci indifferenti. Ci interpellano, ci chiedono una mano, la stessa mano che a noi è stata tesa anni fa – perché la storia, alla fine, ci restituisce tutto – quando abbiamo solcato mari e monti in cerca di un lavoro degno e di una terra da lavorare, quella terra e quel lavoro che anche a noi i signori della guerra, padri di quelli attuali, avevano tolto in nome di un grande sogno che non venne mai.
Maria, sposa di Giuseppe, lo sa bene: « Ha rovesciato i potenti dai torni, ha innalzato gli umili ». I sogni dei potenti sono stati frantumati dalla storia; il sogno degli umili continua.

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