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Trasfigurazione del Signore

trasfiguration of the lord - Copia

TRASFIGURAZIONE DEL SIGNORE (ANNO A) (06/08/2017) OMELIA

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Una stella che brilla nel cuore

dom Luigi Gioia

TRASFIGURAZIONE DEL SIGNORE (ANNO A) (06/08/2017)

Vangelo: Dn 7,9-10.13-14; Sal 96; 2Pt 1,16-19; Mt 17,1.9

Non si è dovuto attendere l’epoca moderna perché emergessero dubbi sull’autenticità della predicazione evangelica. Come lo lascia intravedere la seconda lettera di Pietro, fin dall’inizio vi furono persone che consideravano le vicende legate alla vita e alla missione di Gesù, alla sua risurrezione, alla sua trasfigurazione, come “favole artificiosamente inventate” (2Pt 1,16). E in effetti, come credere alla storia raccontata nella pagina del vangelo di oggi? Della luce che emana da un corpo umano, personaggi deceduti da secoli che ritornano in vita, voci che si odono dal cielo. Se qualcuno ci raccontasse di essere stato testimone di eventi di questo genere difficilmente gli crederemmo. E ciò che ci appare incredibile oggi lo era altrettanto due mila anni fa. I discepoli di Gesù ne erano consapevoli. Avrebbero potuto scegliere di riportare il messaggio di Gesù ma di omettere dettagli che avrebbero sollevato dubbi riguardo all’equilibrio mentale di chi li riportava.
Invece, della trasfigurazione ci parlano non solo i vangeli, ma anche la seconda lettera di Pietro. Nel primo caso potremmo essere tentati di interpretare questo racconto in senso metaforico visto che i vangeli integrano molto materiale di carattere simbolico. Ma quando Pietro ne parla anche lui insiste sul fatto che non è un racconto simbolico, non è una favola della quale basta conservare il messaggio. Insiste anzi sulla veracità di questa esperienza, rivendica di esserne stato “testimone oculare” (2Pt 1,16) e insiste aggiungendo “noi questa voce l’abbiamo udita discendere dal cielo mentre eravamo con lui” (1 Pt 1, 18).
La trasfigurazione non fu un miracolo destinato a impressionare le folle. Il vangelo afferma che si svolse in un luogo “in disparte, su un alto monte”, davanti a soli quattro discepoli, ai quali del resto alla fine Gesù ordina di non parlarne a nessuno (Mt 17,1.9). Per capirne la natura possiamo associarla ad un altro episodio misterioso riportato dall’evangelista Luca, nel quale Gesù risorto appare ai discepoli di Emmaus, non si fa riconoscere immediatamente, ma spiega loro le Scritture e li illumina progressivamente fino a che ci è detto che finalmente “i loro occhi si aprirono e lo riconobbero” (Lc 24,18). La trasfigurazione ha anche essa come motivo quello di aprire gli occhi di coloro che dovranno annunciare al mondo l’identità e il messaggio di Gesù e gli occhi dei discepoli si aprono non quando vedono “vesti candide come la luce” (Mt 17,2), ma quando imparano ad ascoltare Gesù nel modo giusto. Non è per caso che la voce dal cielo non ingiunga ai discepoli di guardare Gesù nella sua gloria, ma di ascoltarlo: “Ascoltatelo” (Mt 17,5).
A questo riguardo, il dettaglio più significativo della scena della trasfigurazione è quello relativo a Mosè e ad Elia “che conversavano con lui” (Mt 17,3). Mosè era considerato l’autore dei primi cinque libri della bibbia o della legge, mentre Elia rappresentava i profeti. Mosè ed Elia rappresentano dunque la Scrittura, quello che noi chiamiamo Antico Testamento, ed il fatto che Gesù dialoghi con loro come se fossero ancora vivi vuol dire che solo lui vivifica la Scrittura, le permette di parlarci, la fa diventare Parola che Dio pronuncia adesso e attraverso la quale ci istruisce, ci consola, ci edifica, ci guida, ci conferma. Gesù va ascoltato in questo modo: conversando con la Legge e i Profeti, attraverso la Scrittura.
Questo ci è confermato dal racconto parallelo della trasfigurazione della seconda lettera di Pietro. Subito dopo aver assicurato che non è una favola, che i discepoli ne sono stati testimoni, sembra che ci sia un cambiamento di argomento. Pietro prima si riferisce alla voce udita dal cielo e subito dopo ci invita a “volgere attenzione” alla “parola dei profeti”, vale a dire alla Scrittura: “E abbiamo anche, solidissima, la parola dei profeti, alla quale fate bene a volgere l’attenzione come a lampada che brilla in un luogo oscuro, finché non spunti il giorno e non sorga nei vostri cuori la stella del mattino” (2Pt 1,19). La luce che dobbiamo cercare non è esteriore a noi, ma deve sorgere nei nostri cuori, come la stella del mattino, quella cioè che guida i marinai verso la loro meta. I nostri occhi si aprono quando si schiude una certezza interiore, quella della fede: essa non ci fa vedere nulla, ma la luce che ci conferisce è assoluta, irremovibile. Questa fede diventa una lampada perché illumina il nostro cammino. Non è un faro, non ha la luminosità del sole, ma ci offre luce abbastanza per permetterci di avanzare un passo dopo l’altro sapendo dove mettiamo i piedi – esattamente come Gesù chiedeva ai suoi discepoli di seguirlo un passo dopo l’altro, lasciando a lui l’onere di essere per loro la via: “Io sono la via, la verità e la vita” (Gv 14,6).
Anche noi, come i discepoli, dobbiamo allora lasciarci condurre in disparte da Gesù, su un alto monte, vale a dire in un luogo dove essere liberi per poterlo ascoltare senza che fretta, rovi, spine, incostanza o distrazioni ce lo rendano difficile. Saremo anche noi testimoni della sua trasfigurazione quando aprirà i nostri occhi per riconoscerlo presente in mezzo a noi, in cammino con ognuno di noi: “Io sono con voi” (Mt 28.20). Lo riconosceremo conversando anche noi con Mosè ed Elia, cioè meditando pazientemente la Scrittura fino a che non faremo anche noi la stessa esperienza dei discepoli di Emmaus: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?» (Lc 24,32).

XVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (30/07/2017)

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L’abbraccio che trasforma

dom Luigi Gioia

XVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (30/07/2017)

Le parabole del vangelo odierno ci invitano a interrogarci su una delle espressioni che vi ricorrono più frequentemente, vale a dire regno dei cieli. Dimora, nel vangelo di Matteo, qualcosa della tendenza della pietà ebraica a non nominare il nome di Dio invano. Quando dunque parla del ‘regno dei cieli’ vuole dire ‘regno di Dio’. Quindi l’espressione ‘regno dei cieli’ indica l’atto attraverso il quale Dio regna, l’intervento del Signore nella storia e nella vita di ognuno di noi. È come se all’inizio di ognuna di queste parabole Matteo dicesse: “Ecco come il Signore interviene nella storia. Ecco come agisce in ognuna delle nostre vite”.
Cerchiamo cosa questo voglia dire nel caso dell’ultima di queste piccole parabole: Il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. È una immagine ispirata al lavoro degli apostoli ed affronta uno degli aspetti spinosi dell’azione del Signore: se Dio è presente e attivo nella storia, perché c’è così tanto male? Perché facciamo così tanto e così spesso l’esperienza della sofferenza? Perché ci succedono cose che sembrano senza senso? Perché l’assurdità del trionfo di coloro che fanno il male? Perché la malattia? Perché la morte?
La risposta di questa parabola è che il Signore non interviene nella storia forzandola, ma abbracciandola. Come questa rete gettata nel mare, il Signore avvolge tutto, assume tutto, buoni e cattivi, il bene e il male. Il Signore circonda ciascuno di noi non solo con il bene che generiamo, ma anche con il male che causiamo, purtroppo spesso eco di quello che abbiamo subito.
Il Signore non prende il nostro posto. Restiamo responsabili delle nostre scelte, delle nostre decisioni. Quando commettiamo il male non possiamo dire che è il Signore che lo fa o che lo permette: ne siamo noi i soli responsabili. Allo stesso modo, quando subiamo il male, non possiamo dire che è Dio che ce lo manda o che è Dio che lo permette: sono le altre persone che commettono il male. Il Signore odia questo male e lo combatte non eliminandolo ma, come abbiamo visto, assumendolo, abbracciandolo, trasformandolo.
La rete, di cui parla la parabola del regno dei cieli, è stata lanciata quando Gesù ha steso le sue braccia sul legno della croce. Noi pensavamo di starlo inchiodando, di starlo immobilizzando, di starlo eliminando, ed invece lui trasformava queste braccia tese e inchiodate in un abbraccio che si estendeva a tutta l’umanità, a cominciare dalle persone che lo stavano uccidendo. Questo senso è espresso eloquentemente nei crocifissi giotteschi dove si vede un Gesù crocifisso molto sereno, con le braccia distese, non tanto inchiodate sulla croce, quanto aperte in questa stretta universale che circonda tutto il mondo e ciascuno di noi. La rete con la quale egli cattura la storia e le nostre vite è il suo amore, la sua misericordia, la sua pazienza, la sua mitezza, il suo perdono.
La stessa verità è espressa con altre parole da Paolo nella seconda lettura, tratta dalla lettera ai Romani, quando dice: Fratelli, noi sappiamo che tutto concorre al bene di quelli che amano Dio, – tutto vi concorre, sia il bene che il male – di coloro che sono stati chiamati secondo il suo disegno. Un tale atto di fede di Paolo riposa sulla promessa di Gesù secondo la quale: Tutti i capelli del nostro capo sono contati, tutte le nostre lacrime il Signore le vede, e come dice il libro dell’Apocalisse, tutte queste lacrime lui stesso, il Signore, le asciugherà nel giorno nel quale ci accoglierà nel regno dei cieli.
Il modo nel quale il Signore trasforma la storia è questo. Se già ora il eliminasse il male, se prendesse solo i pesci buoni nella sua rete, nessuno di noi si salverebbe. Se l’abbraccio del crocifisso avvolgesse solo i giusti, saremmo tutti fuori, perché il male è nel cuore di ognuno di noi. Per questo il Signore preferisce prendere il male su di sé lasciandosi crocefiggere. Per questo non elimina il male, la sofferenza che ciascuno di noi quotidianamente subisce e quotidianamente – a volte anche involontariamente – infligge: perché il suo modo di vincere il male non è di farlo scomparire magicamente, ma di trasformarlo con la potenza del suo amore, della sua mitezza, della sua pazienza e del suo perdono.
Questo è il modo nel quale anche noi, nelle nostre vite, siamo invitati a trasformare il male, sia quello che subiamo che quello che infliggiamo, in bene. Il Vangelo, lo sappiamo, vuol dire ‘buona novella’, ‘buona notizia’. La buona notizia per ciascuno di noi oggi è che tanto il male che subiamo quanto quello che facciamo può, grazie all’amore del Signore, essere riparato, trasformato, convertito e così contribuire al bene. Possiamo così lasciarci consolare dalla promessa di Paolo e ripetercela per farne lo strumento della consolazione dello Spirito: Nella fede e nella speranza tutto concorre al bene di coloro che Dio ama, di coloro che amano Dio.

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 28 juillet, 2017 |Pas de commentaires »

XVI Domenica del Tempo Ordinario – Avvertire la brezza

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XVI Domenica del Tempo Ordinario – Avvertire la brezza

dom Luigi Gioia

Vangelo: Sap 12,13,16-19; Sal 86; Rm 8,26-27; Mt 13,24-43 Clicca per vedere le Letture (Vangelo: )

Fratelli -ci dice oggi Paolo- lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza: non sappiamo infatti come pregare. Lungi dal voler scoraggiare la nostra vita di preghiera, questa constatazione di Paolo intende provocarci a scoprirne lo spessore autentico.
Va detto innanzitutto che la nostra incapacità di pregare non è vera solo all’inizio della vita di preghiera ma lo diventa sempre più a misura che ci inoltriamo in essa. La preghiera non è mai conquistata una volta per tutte, ma è una sfida continua. Proprio perché consapevoli della loro incapacità di pregare, i discepoli si rivolsero a Gesù chiedendogli: Signore, insegnaci a pregare. E sappiamo che Gesù rispose loro con il Padre Nostro.
L’insegnamento che il Padre Nostro contiene riguardo alla vita di preghiera appare solo alla luce del seguito della frase di Paolo che abbiamo citato all’inizio, nella quale afferma che è importante accettare che non sappiamo pregare perché è solo così che impariamo a lasciare che sia lo Spirito stesso a intercedere per noi – e in noi- con gemiti inesprimibili. Questo stesso Spirito del quale altrove egli afferma: Che voi siete figli lo prova il fatto che Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio, il quale grida: «Abbà, Padre». Possiamo dire il Padre Nostro con verità solo in sintonia con lo Spirito che nel nostro cuore grida: Padre. Solo lo Spirito può invocare il Padre perché solo lui – come dice ancora Paolo – scruta le profondità di Dio, conosce i desideri di Dio. L’opera dello Spirito nei nostri cuori è proprio quella di sintonizzare progressivamente i nostri desideri con quelli di Dio. Quando preghiamo, siamo inseriti nella vita di Dio: lo Spirito grida nel nostro cuore: Abbà, Padre, e il Padre vede sul nostro volto il volto del Figlio.
Pregare è dunque prima di tutto un atto di umiltà: consiste nell’accettare la nostra incapacità e la nostra debolezza, nello scoprire la presenza dello Spirito nel nostro cuore e nel sintonizzarci con essa.
In una pagina molto suggestiva dell’Antico Testamento, Elia si reca su una montagna per incontrare il Signore, ma non lo riconosce immediatamente. Pensa in un primo tempo che il egli si manifesti nel tuono, nei fulmini e nel fuoco, ma capisce progressivamente che la sua presenza va cercata altrove. E di fatti è solo quando avverte il mormorio di una brezza leggera che Elia si prostra, perché le caratteristiche autentiche della presenza e dell’azione del Signore nelle nostre vite sono la delicatezza, la discrezione, la pazienza, la presenza silenziosa.
L’immagine della brezza ci offre un insegnamento importante riguardo a ciò che possiamo fare per entrare in preghiera e dimorarvi. È un’esperienza che possiamo fare tutti quando ci troviamo su una spiaggia in riva al mare. Finché siamo alle prese con altre cose, discutiamo, svolgiamo attività, ascoltiamo musica non avvertiamo nulla. Solo se ci troviamo a passeggiare da soli, in silenzio, presenti a quello che ci circonda, avvertiamo la brezza, non solo con le nostre orecchie, ma con tutto il nostro corpo.
La stessa cosa vale per il soffio dello Spirito che attraversa i nostri cuori, per il suo gemito ineffabile, per la sua costante intercessione. Quella dello Spirito è una presenza continua in noi, ma è così discreta che, come per il mormorio di una brezza leggera, possiamo percepirla solo nei momenti di raccoglimento e di silenzio.
I nostri tentativi di pregare nella vita quotidiana spesso falliscono perché non ci ritagliamo degli spazi di silenzio veri, anche brevi, nei quali davvero ci mettiamo in ascolto, ci apriamo alla presenza di Dio in noi e intorno a noi. Ecco perché ci è necessario non stancarci mai di continuare a chiedere al Signore, come lo fecero i discepoli, di insegnarci a pregare, cioè di farci scoprire la presenza dello Spirito nel nostro cuore. Solo allora le parole del Padre Nostro acquisteranno sapore e ne gusteremo il senso. Diremo Padre sentendo Dio davvero come Padre perché saremo all’unisono con lo Spirito che lo invoca come tale nei nostri cuori. Ogni volta che pregheremo ci lasceremo prendere per mano dallo Spirito. Visto che noi non sappiamo pregare lasceremo pregare lui, ci lasceremo condurre da lui nelle profondità di Dio, nel silenzio di Dio, nei desideri di Dio. Ci farà desiderare quello che desidera lo Spirito: che il nome del Padre sia santificato, che venga il suo regno, che la sua volontà di salvezza si compia nelle nostre vite. Ci aprirà alla fiducia nel farci attendere dal Padre il pane quotidiano e poi soprattutto ci farà accedere al perdono autentico, alla pace e alla serenità nelle nostre relazioni. Scioglierà tutti i nodi di ansia, di collera, di invidia e tutte le paure che ci tengono prigionieri. Una vita di preghiera, anche modesta, anche con spazi piccoli, ma vissuti con sincerità, ci introduce nella pace del Signore. Vale la pena allora di chiedergli questa grazia: Signore, insegnaci a pregare!

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 22 juillet, 2017 |Pas de commentaires »

OMELIA – XV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (16/07/2017)

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L’inesauribile sorgente di senso

dom Luigi Gioia

OMELIA – XV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (16/07/2017)

La Parola di Dio, per bocca di Paolo, ci invita audacemente ad entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio. La nostra identità cristiana rappresenta uno straordinario titolo di nobiltà: ciascuno di noi è figlio di Dio, Dio stesso ci è promesso in eredità, non per donarci soltanto qualcosa, ma se stesso. Nella casa di Dio, ci dice Gesù, noi non siamo servi, ma amici. Il Padre ci accoglie, ci riveste di una tunica, ci mette un anello al dito, dei sandali ai piedi, tutti simboli di una relazione di familiarità con lui. Quindi – come dice Paolo nella prima lettera ai Corinzi – tutto è nostro. Paolo, Apollo, Cefa, il mondo, la vita, la morte, il presente, il futuro: tutto è nostro! Noi siamo di Cristo e Cristo è di Dio.
La qualità principale dei figli di Dio è soprattutto questa libertà, il cui garante principale è la Parola di Dio. Tutto ci è dato nella Parola di Dio, tutto è nostro attraverso di essa. Essa è come la pioggia e la neve che scendono dal cielo e non vi ritornano senza aver irrigato la terra. È inviata dal Signore per irrigare il nostro cuore, dare fecondità alla nostra vita, essere nutrimento, dissetare la nostra sete di senso, darci freschezza nei momenti di pesantezza della nostra vita, aiutarci a ritrovare la speranza, farci sentire che non siamo soli.
Questa Parola è sorgente di immensa consolazione. Basta una frase del salmo: Il Signore è il mio pastore, non manco di nulla, mi guida e mi conduce. Oppure: Ho gridato, ho gridato al Signore ed egli su di me si è chinato, ha dato ascolto al mio grido. Oppure la frase di Gesù nel Vangelo di domenica scorsa: Venite a me voi tutti che siete affaticati e oppressi, ed io vi darò riposo. Una tale sorgente di acqua sempre fresca, di consolazione sempre nuova, di gioia e soprattutto di pace, è sempre a nostra disposizione. In ogni momento possiamo aprire la Bibbia e ritrovarvi conforto.
Bisogna riconoscere però che, il più delle volte, la nostra relazione con la parola somiglia piuttosto a quanto dice Gesù nel Vangelo: Udrete, ma non comprenderete. Guarderete, ma non vedrete. Il cuore di questo popolo è diventato insensibile. Il nostro cuore è diventato insensibile perché i nostri orecchi e i nostri occhi si sono chiusi alla Parola. Perdere la libertà dei figli di Dio consiste proprio in questo: precluderci per negligenza l’accesso al tesoro, all’eredità che il Signore ha messo a nostra disposizione e che noi lasciamo al chiuso in uno scrigno, senza neanche avere la curiosità di aprirlo per scoprire quali ricchezze contenga.
La libertà cristiana cresce solo se la Parola è accolta, amata, meditata e compresa. Chi vive della Parola di Dio è libero perché può attingere ad una sorgente inesauribile di senso, come Gesù stesso afferma: In verità vi dico, cielo e terra passeranno, tutte le cose che ci sembrano importanti in questa vita, sia quelle positive che quelle negative, passeranno, ma la mia parola non passerà mai. E altrove: Chi ascolta queste parole vivrà in me e io in lui. E ancora: Le parole che io vi dico sono vita eterna.
Nella nostra relazione con la Parola di Dio risiede dunque la sfida fondamentale della vita di fede, la possibilità di preservare la nostra libertà di figli di Dio. Ecco perché il Vangelo ci esorta così vivamente a stare attenti a non lasciare questo seme della Parola cadere lungo la strada: gli uccelli del cielo potrebbero venire a rubarlo. Gesù spiega che questo succede ogni volta che uno ascolta la parola di Dio e non la comprende. Comprendere vuol dire ‘prendere-con’, avvolgere la parola che riceviamo con l’intelligenza e con il cuore. È come quando ci è dato un tesoro prezioso: lo circondiamo con le nostre braccia e lo mettiamo al riparo vicino al nostro cuore. Il seme della parola di Dio deposto nel nostro cuore va avvolto, serbato, meditato. Siamo invitati a ripensarci e a cercare di aderirvi con il cuore, altrimenti è inevitabile che la prima distrazione la porti via come farebbe un uccello con un seme lasciato incustodito.
Siamo poi invitati a non essere come un terreno sassoso, nel quale c’è giusto terra abbastanza perché il seme germogli, ma non la profondità che gli permette di affondare in noi le proprie radici. Questo è il simbolo dell’incostanza, della mancanza di perseveranza: ci entusiasmiamo quando qualcosa ci parla, ma poi ci lasciamo assorbire dalle altre occupazioni della vita e perdiamo il contatto vivente, quotidiano con la Parola.
Infine ci sono i rovi. La parola di Dio, anche nel cuore di coloro che desiderano accoglierla e che cercano di coltivarla, è soffocata dalle preoccupazioni, dalla spirale di attività che, buone in sé stesse, possono però anche diventare un alibi per fuggire i momenti di silenzio e di raccoglimento necessari perché questa Parola non sia soffocata, perché la fiamma che il Signore accende nel nostro cuore non si smorzi.
Nella qualità del nostro ascolto della Parola è dunque in gioco la nostra libertà cristiana. State saldi -dice Paolo- state attenti a non lasciarvi imporre di nuovo il giogo della schiavitù. Per questo, accogliamo la Parola con un cuore fedele, desideroso, assiduo, che sappia avvolgerla, conservarla e le permetta di dispiegare tutta la sua fecondità.

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 14 juillet, 2017 |Pas de commentaires »

OMELIA XIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (09/07/2017)

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L’illusione della perfezione

dom Luigi Gioia

OMELIA XIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (09/07/2017)

Paolo afferma: Fratelli, voi non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi. Nel linguaggio paolino, ‘carne’ non indica prima di tutto la sessualità, ma invidie, gelosie, tristezze, risentimenti, cioè tutta la negatività che prolifera in noi quando ci ritroviamo in balia di forze interiori che non controlliamo e vittime di circostanze esteriori che ci soffocano e ci stritolano. Per Paolo, i cristiani, pur subendola, non sono sotto il dominio di questa negatività interiore ed esteriore, ma sotto l’influenza dello Spirito – e i frutti dello Spirito, i segni della presenza dello Spirito, sono l’amore, la gioia, la pace, la pazienza, la benevolenza, la bontà, la fedeltà, la mitezza, il dominio di sé – come si legge nella lettera ai Galati.
Perché allora, invece di questi sentimenti positivi, perdurano in noi quelli negativi, prevale il dominio della ‘carne’? Perché continuiamo a fare la dolorosa esperienza della nostra vulnerabilità nei confronti della negatività che è in noi e di quella che ci condiziona dall’esterno? Vuol forse dire che non siamo dei buoni cristiani, che non corrispondiamo veramente alla grazia, alla vita dello Spirito in noi?
Il dramma della condizione umana non è tanto né prima di tutto quello di fare cose sbagliate, di peccare, ma la divisione interiore, la presenza in noi di una parte di tenebra che sfuggirà sempre al nostro controllo, fino alla fine, e contro la quale non possiamo nulla. Nella stessa lettera ai Romani Paolo parla della drammatica esperienza di questa divisione interiore quando afferma: Non riesco a capire ciò che faccio, infatti io faccio non quello che voglio, ma quello che detesto…. In me c’è il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo, infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio.
Dobbiamo lasciarci ricordare queste cose da Paolo non per autogiustificarci, non per compiacerci nel peccato, ma perché si tratta di una verità di cui non cessiamo di fare l’esperienza. Chi di noi non desidera diventare migliore? Chi di noi non ha cercato di lottare contro aspetti della propria negatività interiore per superarla, sperimentando però la propria impotenza? Questo non vuol dire che la santità sia impossibile, ma che è necessario farsene una idea giusta. Santità infatti non vuol dire perfezione, cioè totale eliminazione della parte di ombra che c’è in noi. Questa non solo non sarebbe santità, ma potrebbe diventare una forma di orgoglio che invece di migliorarci ci renderebbe più ipocriti, alimenterebbe in noi l’illusione di essere autosufficienti, superiori agli altri, di non avere più bisogno di nessuno, nemmeno del Signore. Sarebbe insomma una caricatura della santità che ci farebbe rientrare nella categoria dei sapienti e dei dotti di cui parla Gesù nel vangelo di oggi: Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti. I ‘sapienti’ e i ‘dotti’ rappresentano coloro i quali, per la loro scienza o la loro presunta perfezione morale, si considerano superiori agli altri e autosufficienti. Riguardo a costoro Gesù dice che le cose del regno dei cieli sono loro nascoste, cioè che la loro perfezione li fa resi impermeabili alla possibilità di conversione.
Invece a chi è promessa questa rivelazione? Chi Gesù chiama a sé? Chi vuole consolare? A chi vuole dare ristoro? Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. È ai ‘piccoli’, a coloro che sono affaticati e oppressi, a coloro che, nella quotidiana esperienza della loro povertà, della loro miseria, della loro incapacità, della loro tristezza, gridano con Paolo: me infelice, chi mi libererà da questo corpo di morte.
Il segreto della vita cristiana è che questa divisione interiore, questa parte di tenebra che è in noi, questa quotidiana esperienza della nostra debolezza non solo non ci allontanano dal Signore, non solo non sono un ostacolo per la vita dello Spirito in noi, ma anzi sono la condizione per una vita spirituale sana, per accedere ad una santità autentica.
Per questo Paolo può affermare io mi compiaccio nelle mie debolezze, infatti è quando sono debole che sono forte. Solo se siamo deboli, o piuttosto, solo se siamo coscienti della nostra debolezza, della nostra povertà, della nostra miseria, possiamo lasciarci raggiungere dall’appello, dalla chiamata di Gesù che risuona nel vangelo di oggi: Venite a me voi tutti che siete stanchi e oppressi e io vi darò ristoro.
Chi non è stanco, chi non è oppresso, non percepisce questa chiamata di Gesù, non ha bisogno di lui, va per la propria strada. Gesù non ci promette la perfezione in questa vita, né che non ci saranno più sofferenze interiori ed esteriori, non ci libera neanche dalla dolorosa esperienza di non riuscire a corrispondere al suo amore per noi, ma ci chiama a sé: Venite a me! Nella nostra quotidiana esperienza di fatica e oppressione ci offre la condivisione, prende il nostro peso su di sé, non per dispensarci dal portarlo noi, ma per portarlo con noi.
Il nostro vero peccato, infatti, non è in questa miseria che ci portiamo dentro, anche quando ci conduce a fare dei gesti di cui poi ci pentiamo. Il vero peccato è nell’orgoglio, nel credere di non aver bisogno del Signore. Per questo, allora, ben venga l’esperienza della nostra debolezza e della nostra miseria, se con essa viene anche la possibilità di sentire il Signore che ci chiama e se con questa chiamata viene il ristoro che Gesù vuole offrirci con la sua misericordia, con il suo amore e con il suo perdono.
L’illusione della perfezione dom Luigi Gioia XIV Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) (09/07/2017) Vangelo: Zc 9,9-10; Sal 145; Rm 8,9,11-13; Mt 11,25-30 Visualizza Mt 11,25-30 Paolo afferma: Fratelli, voi non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi. Nel linguaggio paolino, ‘carne’ non indica prima di tutto la sessualità, ma invidie, gelosie, tristezze, risentimenti, cioè tutta la negatività che prolifera in noi quando ci ritroviamo in balia di forze interiori che non controlliamo e vittime di circostanze esteriori che ci soffocano e ci stritolano. Per Paolo, i cristiani, pur subendola, non sono sotto il dominio di questa negatività interiore ed esteriore, ma sotto l’influenza dello Spirito – e i frutti dello Spirito, i segni della presenza dello Spirito, sono l’amore, la gioia, la pace, la pazienza, la benevolenza, la bontà, la fedeltà, la mitezza, il dominio di sé – come si legge nella lettera ai Galati. Perché allora, invece di questi sentimenti positivi, perdurano in noi quelli negativi, prevale il dominio della ‘carne’? Perché continuiamo a fare la dolorosa esperienza della nostra vulnerabilità nei confronti della negatività che è in noi e di quella che ci condiziona dall’esterno? Vuol forse dire che non siamo dei buoni cristiani, che non corrispondiamo veramente alla grazia, alla vita dello Spirito in noi? Il dramma della condizione umana non è tanto né prima di tutto quello di fare cose sbagliate, di peccare, ma la divisione interiore, la presenza in noi di una parte di tenebra che sfuggirà sempre al nostro controllo, fino alla fine, e contro la quale non possiamo nulla. Nella stessa lettera ai Romani Paolo parla della drammatica esperienza di questa divisione interiore quando afferma: Non riesco a capire ciò che faccio, infatti io faccio non quello che voglio, ma quello che detesto…. In me c’è il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo, infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio. Dobbiamo lasciarci ricordare queste cose da Paolo non per autogiustificarci, non per compiacerci nel peccato, ma perché si tratta di una verità di cui non cessiamo di fare l’esperienza. Chi di noi non desidera diventare migliore? Chi di noi non ha cercato di lottare contro aspetti della propria negatività interiore per superarla, sperimentando però la propria impotenza? Questo non vuol dire che la santità sia impossibile, ma che è necessario farsene una idea giusta. Santità infatti non vuol dire perfezione, cioè totale eliminazione della parte di ombra che c’è in noi. Questa non solo non sarebbe santità, ma potrebbe diventare una forma di orgoglio che invece di migliorarci ci renderebbe più ipocriti, alimenterebbe in noi l’illusione di essere autosufficienti, superiori agli altri, di non avere più bisogno di nessuno, nemmeno del Signore. Sarebbe insomma una caricatura della santità che ci farebbe rientrare nella categoria dei sapienti e dei dotti di cui parla Gesù nel vangelo di oggi: Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti. I ‘sapienti’ e i ‘dotti’ rappresentano coloro i quali, per la loro scienza o la loro presunta perfezione morale, si considerano superiori agli altri e autosufficienti. Riguardo a costoro Gesù dice che le cose del regno dei cieli sono loro nascoste, cioè che la loro perfezione li fa resi impermeabili alla possibilità di conversione. Invece a chi è promessa questa rivelazione? Chi Gesù chiama a sé? Chi vuole consolare? A chi vuole dare ristoro? Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. È ai ‘piccoli’, a coloro che sono affaticati e oppressi, a coloro che, nella quotidiana esperienza della loro povertà, della loro miseria, della loro incapacità, della loro tristezza, gridano con Paolo: me infelice, chi mi libererà da questo corpo di morte. Il segreto della vita cristiana è che questa divisione interiore, questa parte di tenebra che è in noi, questa quotidiana esperienza della nostra debolezza non solo non ci allontanano dal Signore, non solo non sono un ostacolo per la vita dello Spirito in noi, ma anzi sono la condizione per una vita spirituale sana, per accedere ad una santità autentica. Per questo Paolo può affermare io mi compiaccio nelle mie debolezze, infatti è quando sono debole che sono forte. Solo se siamo deboli, o piuttosto, solo se siamo coscienti della nostra debolezza, della nostra povertà, della nostra miseria, possiamo lasciarci raggiungere dall’appello, dalla chiamata di Gesù che risuona nel vangelo di oggi: Venite a me voi tutti che siete stanchi e oppressi e io vi darò ristoro. Chi non è stanco, chi non è oppresso, non percepisce questa chiamata di Gesù, non ha bisogno di lui, va per la propria strada. Gesù non ci promette la perfezione in questa vita, né che non ci saranno più sofferenze interiori ed esteriori, non ci libera neanche dalla dolorosa esperienza di non riuscire a corrispondere al suo amore per noi, ma ci chiama a sé: Venite a me! Nella nostra quotidiana esperienza di fatica e oppressione ci offre la condivisione, prende il nostro peso su di sé, non per dispensarci dal portarlo noi, ma per portarlo con noi. Il nostro vero peccato, infatti, non è in questa miseria che ci portiamo dentro, anche quando ci conduce a fare dei gesti di cui poi ci pentiamo. Il vero peccato è nell’orgoglio, nel credere di non aver bisogno del Signore. Per questo, allora, ben venga l’esperienza della nostra debolezza e della nostra miseria, se con essa viene anche la possibilità di sentire il Signore che ci chiama e se con questa chiamata viene il ristoro che Gesù vuole offrirci con la sua misericordia, con il suo amore e con il suo perdono.

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 7 juillet, 2017 |Pas de commentaires »

XIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – BICCHIERE

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XIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – BICCHIERE

don Luciano Cantini

Chi ama padre o madre
Il primo dei comandamenti che riguardano l’uomo, prima di una lunga lista di proibizioni, chiede di onorare il padre e la madre; la famiglia è nucleo portante del popolo d’Israele, centro di ogni attività anche quella religiosa, almeno finché non è il tempio di Gerusalemme a imporsi su una più modesta liturgia di tipo familiare. Il Vangelo non è una sommatoria di regole o norme da seguire, c’è un solo comando non troppo perentorio che ha le sue conseguenze: seguimi (Mt 8,22; 9,9; 19,21).
Nella sequela proposta dal Signore echeggia l’assoluto di Dio tanto da creare un nuovo tipo di parentela: stendendo la mano verso i suoi discepoli disse: «Ecco mia madre ed ecco i miei fratelli; perché chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, questi è per me fratello, sorella e madre»(Mt 12,49-50).
La sapienza degli affetti che non si comprano e non si vendono è la dote migliore del genio famigliare. Proprio in famiglia impariamo a crescere in quell’atmosfera di sapienza degli affetti. La loro « grammatica » si impara lì, altrimenti è ben difficile impararla. Ed è proprio questo il linguaggio attraverso il quale Dio si fa comprendere da tutti (Papa Francesco, 02.09.15).
La famiglia è talmente essenziale che ci permette, nell’esperienza di relazioni intense, di comprendere il senso della relazione trinitaria e ci fa scoprire la dimensione della paternità di Dio.
Gesù non squalifica o deprezza la relazione umana all’interno della famiglia per privilegiare la relazione con Dio, tutt’altro; ci dice, invece, che la relazione dei suoi discepoli tra loro e con lui dev’essere più intensa di quella che sperimentiamo in famiglia.
La forte affettività che lega tra di loro i membri di una famiglia diventa il termine di paragone, per quanto sia elevato è il punto più basso da cui salire per scoprire il senso profondo dell’essere Chiesa e diventare quello che siamo: siamo un solo corpo in Cristo (Rm 12,5)
Chi avrà tenuto per sé la propria vita
Gesù è vissuto per gli altri, tutta la sua esistenza è stato un dono, ha donato parole, gesti, dignità, futuro, ha vissuto per coloro che ha incontrato, per coloro che ha scelto, per coloro che lo hanno conosciuto e per quelli che non lo conosceranno mai. Gesù ha lasciato che la sua vita andasse allo sbaraglio, rimanesse esposta, offerta, messa a repentaglio, fino a dono totale della vita sulla croce. Seguire Gesù coincide col prendere la croce su di sé. Non si tratta di sopportare le vicissitudini avverse della vita ma condividere il Suo progetto affinché penetri la storia dell’umanità attraverso la nostra esperienza e il nostro dono. La croce più che essere il luogo del patimento e della sofferenza è simbolo di amore incondizionato. Prendere la propria croce ha il significato di amare incondizionatamente .
La vita cristiana non è una vita autoreferenziale; è una vita che esce da se stessa per darsi agli altri. È un dono, è amore, e l’amore non torna su se stesso, non è egoista: si dà (Papa Francesco 11.09.14)
un solo bicchiere d’acqua fresca
Chiedere di prendere su di sé, di scegliere la croce e poi portare ad esempio l’offerta di un solo bicchiere di acqua fresca sembra un ossimoro, prima si chiede il tutto e poi si fa l’esempio del nulla o quasi. Eppure ambedue i gesti appartengono allo stesso movimento nella medesima direzione. Il dono totale della vita non è un gesto eroico, estremo, straordinario ma la sommatoria di tanti bicchieri di acqua fresca offerti con amore. L’acqua fresca non è quella del supermercato tenuta in frigo, è quella attinta al pozzo di buon mattino e conservata in otri di terracotta che trasudando mantiene una temperatura fresca, è un’acqua impreziosita dalla fatica, dalla cura, dalla attenzione. È un’acqua col cuore.
Gesù ci offre la pedagogia dei piccoli gesti, quelli che sembrano insignificanti che invece sono pieni di significati; quelli che non chiedono l’eroismo del tutto e subito, ma la fatica della quotidianità che mi educa e mi fa crescere nelle relazioni, che sposta il baricentro delle mie attenzioni da me verso l’altro, proprio come l’offerta di un bicchiere di acqua fresca o lo spezzare il pane.

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