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BATTESIMO DEL SIGNORE (ANNO C) (13/01/2019)

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BATTESIMO DEL SIGNORE (ANNO C) (13/01/2019)

Lo «stare in preghiera» fa la differenza
Vito Calella

Custodendo nel cuore e nella mente il racconto del Vangelo di Luca, scopriamo che il fatto in sé del battesimo di Gesù nel fiume Giordano è un dettaglio secondario. Giovanni Battista non è nemmeno nominato nella descrizione dell’evento. Gesù è mescolato tra la gente, ma anche quella scelta di stare in mezzo ai peccatori è secondaria. Lo stare inpreghiera fa la differenza. Grazie al suo stare in preghiera si realizzò una magnifica manifestazione divina: l’aprirsi dei cieli, il discendere corporeo dello Spirito Santo come colomba e l’ascolto della voce dal cielo, che rivelò l’identità di Gesù e il compiacimento del Padre: «Ed ecco, mentre tutto il popolo veniva battezzato e Gesù, ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì e discese sopra di lui lo Spirito Santo in forma corporea, come una colomba, e venne una voce dal cielo: « Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento »» (Lc 3, 21-22).
All’evangelista Luca sta a cuore contemplare Gesù in atteggiamento costante di preghiera. Lo ripeterà per altre otto volte nel suo Vangelo (Lc 5,16; 6, 12; 9,18.28-29; 11,1; 22,41; 23,46). Praticare la preghiera fu la cura constante di Gesù di Nazareth, per perseverare in sintonia con la volontà del Padre e compiere la sua missione fino al compimento finale della sua morte di croce. Il tempo dedicato a pregare permetteva a Gesù di essere costantemente guidato dallo Spirito Santo nell’esercizio della sua missione a servizio del Regno di Dio.
Scegliere di pregare ogni giorno sia dunque la chiave essenziale per mantenere sempre vivo in noi il dono dello Spirito Santo, effuso nei nostri cuori, per non soffocare l’efficacia del dono del nostro battesimo. Tra tutte le attività programmate e cronometrate, di cui è piena la nostra giornata, la sacra scelta del nostro stare in preghiera, per vivere il l’incontro orante con la Parola di Dio, è il segreto per la buona riuscita di tutte le molteplici attività quotidiane.
Lo «stare in preghiera» apre i cieli liberandoli dalle nuvole dell’egoismo e del peccato.
La preghiera di Gesù nel giorno del suo battesimo inaugurò l’apertura dei cieli a favore di tutta l’umanità, cioè il dono della liberazione dai nostri peccati e dalle forze del male che offuscano l’orizzonte della vita. In quel giorno si realizzò la supplica che troviamo espressa nel libro del profeta Isaia: «Se tu squarciassi i cieli e scendessi!» (Is 63, 19a). Il profeta Isaia vedeva solo il cielo coperto della ribellione del popolo, del suo vagare lontano dalle vie del Signore. La manifestazione pubblica di Gesù, iniziata nel giorno del suo battesimo, fu paragonata all’aprirsi dei cieli per far irrompere la luce dell’iniziativa d’amore di Dio, che in Gesù veniva a riscattare il popolo dalla chiusura del peccato e dell’egoismo. Quella luce scende ancora oggi per liberarci dalla schiavitù del nostro peccato e delle conseguenze su di noi dell’egoismo di tutta l’umanità. I cieli squarciati nel giorno del battesimo di Gesù sono il riflesso della consolazione del popolo ascoltata nella prima lettura: «Consolate il mio popolo, parlate al cuore di Gerusalemme e ditele: è finita la tua schiavitù, è stata scontata la tua iniquità» (Is 40,1). Gesù è il Dio buon pastore che viene con la potenza della misericordia del Padre per condurci e radunarci, noi suo gregge, ai pascoli della pace.
La preghiera personale ravviva in noi la forza trasformante del nostro battesimo.
La nostra preghiera squarcia le nubi grigie delle nostre inconsistenze, infedeltà e pessimismi, come abbiamo ascoltato per mezzo dell’apostolo Paolo: «È apparsa infatti la grazia di Dio, che porta salvezza a tutti gli uomini e ci insegna a rinnegare l’empietà e i desideri mondani e a vivere in questo mondo con sobrietà, con giustizia e con pietà, nell’attesa della beata speranza e della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e salvatore Gesù Cristo» (Tt 2, 11-13).
Lo «stare in preghiera» rende possibili relazioni di gratuità.
La preghiera di Gesù nel giorno del suo battesimo permise alla sua umanità di accogliere liberamente il dono dello Spirito Santo, posato su di lui in forma «corporea» di colomba, in modo che tutte le sue relazioni con la gente, nello svolgersi della sua missione pubblica, fossero caratterizzate dalla pratica concreta della gratuità dell’amore. E così noi possiamo contemplare l’agire di Gesù di Nazareth, documentato nei racconti evangelici, che si rivela in vere e autentiche relazioni di accoglienza, di perdono, di tenerezza, di servizio.
La nostra preghiera ci allena e ci abilita ad essere artefici di opere buone di gratuità in tutte le nostre relazioni quotidiane perché Gesù «ha dato se stesso per noi, per riscattarci da ogni iniquità e formare per sé un popolo puro che gli appartenga, pieno di zelo per le opere buone» (Tt 2,14).
Lo «stare in preghiera» ci fa vivere centralizzati nel mistero pasquale di Cristo.
La preghiera di Gesù nel giorno del suo battesimo rivelò quanto Gesù amava la Parola di Dio e in essa si rispecchiava per comprendere e confermare la sua missione. Quella voce del Padre, venuta dal cielo celebra la consapevolezza di Gesù, maturata nella preghiera alla luce delle Sacre Scritture, della sua identità messianica nella linea del servo sofferente, preannunciata dai testi del servo di JHWH del profeta Isaia e dal salmo 2. E Gesù fu fedele fino in fondo alla sua vocazione e missione, compiendola con l’offerta del suo corpo e del suo sangue per tutti noi e per la nostra salvezza.
La nostra preghiera rende sempre viva in noi la voce della Parola di Dio. La Parola (voce) di Dio pregata ci orienta a centrare la nostra esistenza nel mistero della morte e risurrezione di Gesù e ci fa sentire fortemente la gioia di essere peccatori già perdonati, figli amati del Padre, già giustificati prima ancora di aver dato prova delle opere giuste da noi compiute. E questo è uno degli annunci più belli che possiamo offrire nel nostro essere missionari della Parola del Signore, come abbiamo ascoltato: «Ma quando apparvero la bontà di Dio, salvatore nostro, e il suo amore per gli uomini, egli ci ha salvati, non per opere giuste da noi compiute, ma per la sua misericordia, con un’acqua che rigenera e rinnova nello Spirito Santo, che Dio ha effuso su di noi in abbondanza per mezzo di Gesù Cristo, salvatore nostro, affinché, giustificati per la sua grazia, diventassimo, nella speranza, eredi della vita eterna» (Tt 3, 4-7).

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 11 janvier, 2019 |Pas de commentaires »

EPIFANIA DEL SIGNORE (06/01/2019)

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EPIFANIA DEL SIGNORE (06/01/2019)

Rivestiamoci tutti della luce di Cristo
padre Antonio Rungi

“Àlzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce”, inizia con queste consolanti parole del profeta Isaia la prima lettura di questa solennità dell’Epifania del Signore, che quest’anno 2019, capita nella prima domenica del nuovo appena da pochi giorni iniziato. Migliore auspicio per tutti non può essere che questo invito da accogliere e da mettere in pratica.
L’invito a rialzarsi è rivolto a tutti gli uomini di buona volontà che desiderano ardentemente costruire un mondo migliore, partendo proprio dal messaggio del Redentore, in quella grotta di Betlemme a cui fa riferimento il profeta, tanti secoli prima della venuta di Cristo sulla terra. Il rialzarsi è quello della condizione di chi vive nell’errore e nel peccato o è scoraggiato dalla vita, per una molteplicità di motivi, compresi quelli del dolore, della malattia, della delusione, della depressione.
La ragione profonda di questa urgente ripresa che tutti dobbiamo attuare è il fatto che viene a noi la luce di Cristo e la gloria del Signore incomincia a brillare sopra di noi. Gesù la nostra speranza, apre nuovi orizzonti di vita spirituale, umana, sociale e mondiale, in quanto le genti cammineranno alla luce della buona notizia della venuta del salvatore e le tenebre scompariranno dal mondo, per tutti i popoli vedranno la gloria di Dio.
Chiaro riferimento alla manifestazione di Cristo, quale Salvatore, a tutta l’umanità con l’arrivo dei Magi, di cui oggi la chiesa fa memoria nella liturgia dell’Epifania.
A raccontarci lo storico avvenimento dell’arrivo dei Magi, prima e Gerusalemme e poi a Betlemme è l’evangelista Matteo che nel brano del Vangelo di oggi ci informa che al tempo del re Erode, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme per conoscere il re dei Giudei. Questi scienziati e scrutatori del cielo avevano, infatti, visto spuntare la stella del nuovo Re, cosicché si avviarono dal lontano Oriente verso la città santa, guidati dalla stella cometa. Cosa che avvenne regolarmente, non senza aver superato l’ostacolo del Re Erode, che voleva eliminare il bambino appena nato.
I Magi saggiamente non diedero informazioni al Re, una volta che ebbero la possibilità di seguire il tracciato del cielo per andare dritto al luogo prescelto dal Figlio di Dio per venire alla luce: quel villaggio di Betlemme, sconosciuto fino allora e divenuto famoso per la nascita di Gesù e per la diffusione della notizia che gli stessi Magi portarono nel loro viaggio di ritorno.
L’evangelista Matteo, mette in evidenza che i Magi, dopo un tempo di oscuramento della stella, provocato dal contatto con un Re assassino e criminale, videro di nuovo la stella, che avevano visto spuntare. Questa luce nel cielo li precedeva li accompagnava nel cammino e li illuminava nella notte, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino.
Di fronte a questa indicazione sicura che il cielo inviava loro, i Magi al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. Per cui non si fermarono, ma proseguirono oltre, per giungere esattamente ne posto dove il Signore li stava indirizzando e chiamando, in quella grotta in cui li aveva attesi. Essi, quindi, entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. L’atto di devozione e di ossequio viene espletato in tutte le modalità e formalità, trovandosi loro davanti al Re e come tale Gesù viene adorato. Gli stessi doni portati dai Magi esprimevano questo significato della regalità di Cristo sulla terra della Palestina e del resto del mondo.
L’incontro con Gesù Bambino permise a questi scienziati e astrologi di ritornare direttamente al loro paese senza dare informazione ad Erode che attendeva una risposta. Infatti, avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese. Scelta saggia e intelligente per evitare ogni compromesso con il male e il potere distruttivo della politica del tempo.
Ecco perché san Paolo nella seconda lettura di oggi, tratta dalla sua lettera agli Efesini sottolinea l’importanza della sua missione tra le genti pagane, alle quali si rivolge per far conoscere il mistero della salvezza operata di Cristo. Tale mistero che non era stato manifestato agli uomini delle precedenti generazioni viene rivelato in questo preciso tempo della venuta di Gesù sulla terra.
E questo mistero consiste essenzialmente nel fatto che tutte le genti sono chiamate, in Cristo Gesù, a condividere la stessa eredità, a formare lo stesso corpo e ad essere partecipi della stessa promessa per mezzo del Vangelo. Nessuno quindi è escluso dalla salvezza divina, ma tutti sono chiamati a salvarsi allontanandosi dal male, dalle temere del peccato, per seguire la luce radiosa del Cristo Redentore.
Non a caso nel prefazione dell’Epifania ci rivolgiamo a Dio con queste parole: Oggi in Cristo luce del mondo tu o Dio hai rivelato ai popoli il mistero della salvezza e in Lui, apparso nella nostra carne mortale, ci hai rinnovati con la gloria dell’immortalità divina. In fondo, la missione di Cristo è quella di portare a salvezza eterna tutti i suoi figli, tutti gli esseri umani, perché nessuno di esso vada perduto, allontanandosi dall’amore redentivo e misericordioso di Dio, fattosi bambino nel grembo purissimo della Beata Vergine Maria.

MARIA SANTISSIMA MADRE DI DIO (1 gennaio)

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MARIA SANTISSIMA MADRE DI DIO (1 gennaio)

La beatitudine dei pastori, la beatitudine di Maria
don Maurizio Prandi

È sempre bello, all’inizio di un nuovo anno, ascoltare queste parole di benedizione, quelle che la prima lettura ci propone. Sinceramente ne ho bisogno, ne abbiamo bisogno credo. È bello sapere, ancora una volta, che il nostro Dio è un Dio che parla: il Signore parlò a Mosè e disse. Ed è un Dio che ha bisogno degli uomini per poter far correre questa parola di benedizione. Nella loro fragilità, nella loro imperfezione, nei loro dubbi, ma ha bisogno di loro: Mosè non è certamente il top dell’umanità o della fede, eppure a lui viene affidato il compito di portare questa parola di Dio che è benedizione. Che bello all’inizio di un anno celebrare ancora una volta il viaggio della parola, di bocca in bocca e di cuore in cuore: dalla bocca di Dio al cuore di Mosè e dalla bocca di Mosè al cuore di Aronne e dei suoi figli. Certo sono cose che sappiamo e chissà quante volte ci siamo ripetuti ma la storia è storia della Parola e continuando il filone che a Natale abbiamo cercato di seguire, ovvero abitare la piccolezza, non possiamo che riconoscere la piccolezza della Parola di Dio, la sua fragilità e debolezza. La storia è l’avventura di questa piccolezza: una parola accolta e non, ascoltata e non, una parola da alcuni rifiutata (non c’è posto per quella parola!), una parola per altri (i pastori), capace di mettere in cammino (senza indugio andarono! A cosa serve restare a casa? Ci viene chiesto di metterci in viaggio per « vedere » la parola). Il vangelo oggi ci dice che la storia è storia di una parola custodita, di parole che dobbiamo, come Maria, avvicinare, mettere insieme.
Giovedì scorso, nelle comunità dicevamo proprio queste cose: conoscere Gesù, non è qualcosa di intellettuale, sarebbe riservato solo ai sapienti, a coloro che studiano molto, che sanno leggere. Conoscere Gesù invece è qualcosa di vitale nel senso che attraversa la vita e attraversa le esperienze che facciamo: in questo senso la fede non è da dire, da annunciare, ma da vivere. La fede non devi dirla, devi viverla! La parola che oggi riceviamo allora è davvero quanto di meglio ci possa essere per farci capire, perché benedire non è soltanto una parola, un verbo; benedire non è avere delle buone intenzioni; benedire è una responsabilità, benedire son gesti concreti che accompagnano e impegnano; benedire è un passo decisivo per poter costruire quella pace che tanto invochiamo e desideriamo e per la quale in tutto il mondo oggi si prega in modo particolare.
È proprio bella questa prima lettura, perché ad ogni augurio corrisponde qualcosa di concreto, quasi un impegno da parte di Dio; mettiamoci alla sua scuola allora:
- bello benedire eh? Ma concretamente cosa significa? Ecco che al benedire corrisponde il custodire, il proteggere, l’essere disposti quindi a rimetterci se necessario, a pagare di persona. Benedizione, non tracciare semplicemente un segno di croce, non belle parole o complimenti, ma custodia, protezione, cura, perché Dio non si accontenta delle parole, ma le vuole incarnare sempre nella vita dei suoi figli. Tornando nella missione qui a Cuba incontri tante persone che si avvicinano e la prima cosa che dicono è la bendicion padre! E io me la cavo precisamente con un segno di croce sulla loro fronte; e invece sono chiamato a capire che quella richiesta e quel gesto sono qualcosa di molto più profondo, sono rispettivamente una domanda ed una promessa di coinvolgimento nella vita dell’altro.
- far risplendere il volto. Anche qui la Bibbia ci dice che chi scrive non sta facendo della poesia, ma ad un volto che risplende corrisponde l’amore, la grazia, il favore di Dio. Ancora una volta la misericordia di Dio che raggiunge l’uomo gratuitamente: Dio guarda ad ognuno dei suoi figli in modo personalissimo, il volto si manifesta per te ci dice la scrittura; è per ogni uomo il suo volto, come per ogni uomo è la sua grazia, ovvero il suo amore. Ancora una volta ripeto quanto, tempo fa scriveva don Angelo Casati: quel ti faccia grazia, scrivono alcuni esegeti, dice il piegarsi di Dio verso l’uomo, il suo « curvarsi amoroso »; è come un augurio bellissimo per l’anno che si apre: non sappiamo il futuro, ma abbiamo una certezza, il piegarsi amoroso di Dio verso di noi!
- ti guardi. Nel testo in greco alzi il suo sguardo. Qui c’è una notizia di una bellezza infinita: se Dio deve alzare il suo sguardo vuol dire che sta in basso, più in basso di me; e ti conceda la pace. In poche parole il segreto della pace: la puoi donare, la puoi vivere, la puoi concedere soltanto stando sotto, partendo dal basso, mai mettendoti un gradino sopra gli altri.
Tutto poi viene raccolto, nell’ultimo versetto, nel nome di Dio, un nome che viene « posto », che viene « messo » sugli israeliti. Anche qui perdonate la ripetizione ma è una cosa che dimentico subito dopo i primi giorni dell’anno, quindi vale soprattutto per me. Bello sapere, (lo lessi in un commento di Giuseppe Dossetti a questa pagina), che questo verbo richiama alla creazione dell’uomo, quando Dio lo pose nel giardino dell’Eden. Porre il nome di Dio su qualcuno è portarlo ad una condizione originaria di innocenza, di bellezza, di trasparenza e di gioia; all’origine di un anno Dio ci porta lì, all’inizio della creazione, per dire bene di noi.
Infine il vangelo. Ancora una volta Dio ha bisogno degli uomini, e se Mosè vi dicevo prima non era proprio il massimo, tanto meno lo sono i pastori. Ma Dio ha bisogno anche di loro perché quella parola che esce dalla sua bocca, parola portata da un angelo possa ancora una volta raggiungere tutti! A gente normale, i pastori, si presenta una scena normale, una famiglia riunita. Dobbiamo riconoscere che quella di cui ci parla il vangelo è la scena meno solenne e più familiare che ci sia. Io mi sarei aspettato che una volta giunto sul luogo della nascita del Salvatore del mondo avrei trovato per lo meno gli stessi angeli, o i grandi del mondo riuniti. E invece niente di tutto questo; « soltanto » un papà, una mamma, un bambino posto in una mangiatoia. Leggevo in questi giorni (Stefano Zeni in Servizio della Parola), qualcosa di davvero nuovo e molto interessante a proposito della mangiatoia e della parola che l’evangelista Luca usa in greco: phatne che richiama qualcosa di mobile, di portatile, e precisamente una bisaccia per contenere gli alimenti che veniva posta, da chi si metteva in viaggio, sulla cavalcatura. Tenuta sempre molto pulita, ospitava soprattutto il pane. Mi pare un particolare questo davvero significativo: il segno dato ai pastori è un bambino che giace in quella cesta che veniva utilizzata da chi viaggiava per conservare i viveri e soprattutto il pane. Da subito Gesù giace come un pane messo da parte per essere spezzato. Gesù nasce come pane per gli uomini, cibo di Dio per la fame dell’uomo, adagiato da sua Madre in quella cesta, disponibile per diventare nutrimento per la vita degli uomini. Accogliere quel pane, mangiare quel pane: penso a Marcella, anziana, che tutti i giorni viene a messa per quel pane-bambino che le viene offerto e imparo da lei che la luce e la forza di quel pane-bambino non abbandonano chi se ne nutre.
Saranno anche gente semplice, i pastori, ma intuitiva! Chissà quante volte avranno messo da parte il pane in quella cesta per i loro viaggi o per la loro vita quotidiana. Intuiscono che nella normalità può abitare il cielo. Chiedo per me allora un dono per quest’anno che si apre: la beatitudine dei pastori, la beatitudine del credere all’ordinario. Chiedo per me il dono di avere la capacità di riconoscere la presenza di Gesù che si manifesta in maniera ordinaria nella vita di tutti i giorni senza aspettare che accada chissà cosa di straordinario! Ma anche la beatitudine di Maria custode attenta degli avvenimenti e delle parole umanissime dei pastori, donna capace di mettere insieme (la traduzione di meditare è proprio questa: avvicinare due parti), di avvicinare cose che apparentemente sono distantissime: Dio in un bambino! Avvicina Maria, capisce che in quel bambino Dio e l’uomo, l’umano e il divino si incontrano.

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 31 décembre, 2018 |Pas de commentaires »

III DOMENICA DI AVVENTO (ANNO C) – GAUDETE (16/12/2018)

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III DOMENICA DI AVVENTO (ANNO C) – GAUDETE (16/12/2018)

Il segreto di Dio
don Mario Simula

Il cuore di Dio è immerso nella gioia. Da sempre. Per sempre. Non conosce il dolore e l’amarezza se non per condividere il nostro dolore e la nostra amarezza. Quando ci attira a sé e ci fa entrare dentro il vulcano della sua infinita bellezza, lo fa per guarirci.
Dio sa che di gioie fallaci, inutili, illusorie, pericolose, fuorvianti, né sperimentiamo tante. Se in lui c’è un desiderio è quello di farci entrare dentro la sua gioia. Lui mi dice: “Rallegrati figlio mio, grida di gioia figlio mio, esulta, acclama con tutto il cuore figlio mio”. Questa dichiarazione d’amore tante volte cade nel vuoto, perché non ci fidiamo di lui. Ci fidiamo dei cortocircuiti delle nostre fantasie.
Forse ci sentiremo allegri, ma siamo fantasmi; forse ci sentiremo euforici, ma siamo uomini grigi; forse ci sentiremo appagati, ma domani dovremo combattere nuovamente alla ricerca di un altro inutile appagamento.
Dobbiamo scegliere di stare alla scuola di un uomo di Dio, Paolo di Tarso, che scrivendo a noi, Cristiani di questo tempo, ci dice: “Siate sempre lieti nel Signore, ve lo ripeto: siate lieti”.
Questa è la gioia che sazia, ma che continua a suscitarmi sempre tanta fame di Dio perché è la letizia del Signore, nel Signore, non nei funambuli che ci incantano con le loro magie. Non nei vacui appagamenti che si chiamano dominio, potere, ingiustizia, supremazia sugli altri, corruzione. Tutto questo può suscitare invidia, può scatenare competizione, ma non da gioia, né letizia al cuore. Non da la gioia nel Signore.
Colui che crede in Gesù, e lo sperimenta vicino, non soltanto è ricolmo lui dell’allegrezza incontenibile che viene dall’amore autentico, ma diventa amabile per tutti, davanti a tutti. Sa commuoversi per un povero, sa patire con un ammalato, sa giocare con un bambino, sa amare la propria sposa, sa abbracciare il proprio sposo, si lascia incantare dai figli anche nella scoppiettante stagione dell’adolescenza.
Se sappiamo che il Signore è vicino che motivo abbiamo per angustiarci? Piuttosto, pieghiamo le ginocchia e in ogni situazione della nostra vita, anche quando siamo a pezzi, distrutti, schiacciati, parliamo col Signore. Cuore a cuore, per dirgli le nostre richieste. Dirgliele a modo nostro, magari rasentando l’irriverenza. Non solo Dio capisce ma Dio è felice perché davanti a Lui abbiamo messo le preghiere, le suppliche, e quando avremo capito, i ringraziamenti.
La gioia è figlia della pace, della pace di Dio. Niente come la pace di Dio, può custodire i nostri cuori accanto a Gesù e i nostri pensieri in sintonia con i suoi.
Andiamo per un attimo nel deserto del nostro cuore, nel silenzio, mettendoci in fila davanti a Giovanni, il solitario del deserto, l’uomo dall’amore austero, ma incontenibile, per fargli la domanda, quella che tanto brucia nel nostro cuore: “Sei tu colui che dobbiamo attendere, colui che attendiamo?”. E lui ci dirà: “Io sono un piccolo strumento per preparare la strada, attraverso la conversione del cuore, in attesa che quando il Signore verrà, trasformi questo cuore nel fuoco e nella fornace dello Spirito Santo”.
Se Giovanni non è il Messia, cerchiamo colui che viene. Vivendo l’esperienza del suo volto rimarremo folgorati, talmente affascinati che ci scopriremo indegni di sciogliere i lacci dei suoi calzari.
Questo è il nostro limite: non essere degni di sciogliere i suoi calzari. In questa consapevole certezza del limite troveremo un’altra ragione di gioia. Non è una stranezza, il limite ci può dare tanta gioia perché ci fa subito pensare a colui, Gesù, che ci colmerà della Sua pienezza. Della Sua umanità dolcissima, al di sopra di ogni nostra attesa. Della sua benevolenza che non ha né confini né steccati. Ci colmerà della sua straordinaria dolcezza.
La gioia ci fa gustare il Signore, e il Signore dandoci la gioia, ci fa sentire il sapore indescrivibile della sua presenza.
Mi sto facendo un augurio, vi sto facendo un augurio: Siate sempre lieti nel Signore. Vi ripeto l’augurio: Siate lieti. Il Signore è vicino e noi non possiamo scegliere le tenebre.
Gesù, verrà un giorno nel quale apprenderemo l’arte di gioire per l’attesa della TUA venuta? La donna del Cantico rimane sconvolta quando apre la porta per lo Sposo e lo Sposo se ne è andato.
E’ sconvolta, ma non rassegnata. Corre di vicolo in vicolo chiedendo ai passanti magari rischiando la propria vita: “Avete visto l’Amato del mio cuore? E’ bello, profuma di tenerezza, inebria con i suoi occhi. Avete incontrato questo Amato del mio cuore?” Finalmente trova l’Amato del suo cuore, prova una gioia incontenibile e gli dice:
“Vieni nella stanza di mia madre fammi gustare la Tua intimità”.
Gesù, quando il mio cuore brucerà di desiderio? Quando i miei occhi diventeranno fiammeggianti per la felicità? Quando il mio corpo saprà attendere l’inebriante profumo degli aromi per essere attratto da TE?
Gesù a volte mi capita di dire: “Oggi sono felice perché mi sono tanto divertito. Oggi sono felice perché ho potuto godere fuori di ogni misura e di ogni controllo. Oggi sono felice perché ho usurpato lo spazio di un altro per far strada a me stesso”. Ma questa, Gesù, è la gioia di chi vuole incontrarsi con te che sei già dietro la porta e bussi, e aspetti che io ti apra il varco per entrare dentro la mia vita e trasformarla nell’amore? Insegnami Gesù a godere di TE, per TE, con TE. E’ possibile! E’ possibile!
La tua parola ci invita, ci esorta: Rallegratevi nel Signore. Gioite nel Signore. Fatte festa col Signore che viene. Provate l’ebbrezza di un’attesa d’amore. Chi la può descrivere se non colui che guardando TE la prova?
Liberami Gesù da tutto ciò che ostacola: il bisogno di vederti, di toccarti, di abbracciarti.
I miei occhi sono appannati, non sanno indagare la bellezza del tuo cuore.
La mia bocca è balbettante e non sa dirti con insistenza: “Vieni Signore, ti aspetto con ansia. Ti voglio con me, per restare sempre con me e io con TE”.
Le mie mani e le mie braccia sono cadenti e non sanno stringere la TUA presenza in un’ abbraccio dolce e silenzioso.
Le mie orecchie hanno perso la melodia del TUO passaggio, il canto della TUA premura per me.
Le mie narici non cercano i segnali del TUO passaggio: hanno perso l’euforia di ogni profumo.
Gesù, oggi, tutti coloro che ci siamo dichiarati per TE, dovremmo gioire fuori di senno per l’enormità del dono che ricevono da TE.
Ho perso il canto. Ho perso l’amabilità che viene dalla tua vicinanza. Tante cose mi schiacciano, eppure non riesco a sostare in preghiera davanti a TE per implorare la convivialità con TE, la familiarità con TE, l’intimità con TE. Io lo so Gesù che TU sei colui che deve venire. Immergimi nell’attesa. Non tardare, Gesù. Non esitare, Gesù. Non guardare il mio cuore piccolo, Gesù.
Spalancami il TUO. Immergimi nel TUO. Fammi sentire il calore del TUO cuore. Sarò pronto giorno e notte, anche al freddo, anche dentro la tempesta, rimanendo accovacciato lungo il ciglio della strada, perché non perda i tuoi passi, il tuo profumo, il tuo passaggio. Gesù vieni. Gesù suscita la mia attesa di TE. Gesù appaga il mio desiderio insaziabile di TE.a

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 14 décembre, 2018 |Pas de commentaires »

I DOMENICA DI AVVENTO (ANNO C) – NONOSTANTE TUTTO, LA STORIA È UN ITINERARIO DI SALVEZZA

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I DOMENICA DI AVVENTO (ANNO C) – NONOSTANTE TUTTO, LA STORIA È UN ITINERARIO DI SALVEZZA

padre Ermes Ronchi

Ci saranno segni nel sole, nella luna, nelle stelle. Il vangelo di Luca oggi non vuole raccontare la fine del mondo, ma il mistero del mondo; ci prende per mano, ci porta fuori dalla porta di casa, a guardare in alto, a percepire il cosmo pulsare attorno a noi, immensa vita che patisce, soffre, si contorce come una partoriente (Is13,8), ma per produrre vita.
Ad ogni descrizione drammatica, segue un punto di rottura, un tornante che apre l’orizzonte, lo sfondamento della speranza e tutto cambia: ma voi risollevatevi e alzate il capo, la liberazione è vicina. Anche nel caos della storia e nelle tempeste dell’esistenza, il vento di Dio è sopra il mio veliero.
State attenti a voi stessi, che il cuore non diventi pesante! Verrà un momento in cui ci sentiremo col cuore pesante. Ho provato anch’io il morso dello sconforto, per me e per il mondo, ma non gli permetterò più di sedersi alla mia tavola e di mangiare nel mio piatto. Perché fin dentro i muscoli e le ossa io so una cosa: che non può esserci disperazione finché custodisco la testarda fedeltà all’idea che la storia è, nonostante tutte le smentite, un processo di salvezza.
Il dono dell’Avvento è un cuore leggero come la fiducia, quanto la speranza; non la leggerezza della piuma sbattuta dal vento, ma quella dell’uccello che fende l’aria e si serve del vento per andare più lontano.
E poi un cuore attento, che legga la storia come un grembo di nascite: questo mondo porta un altro mondo nel grembo, un sogno da trasformare in vita, perché non si ammali. Vivete con attenzione, state attenti alle piccole enormi cose della vita. Scrive Etty Hillesum dal campo di sterminio: «Esisterà pur sempre anche qui un pezzetto di cielo che si potrà guardare, e abbastanza spazio dentro di me per poter congiungere le mani nella preghiera».
I Vangeli d’Avvento usano questo doppio registro: fanno levare il capo verso le cose ultime, verso Colui-che-si-fa-vicino, e poi abbassare gli occhi verso le cose di qui, dentro e attorno a noi. Lo fanno per aiutarci a vivere attenti, ad abitare la terra con passo leggero, custodi dei giorni e pellegrini dell’eterno, guardando negli occhi le creature e fissando gli abissi del cosmo, attenti al venire di Dio e al cuore che si fa stanco. Pronti ad un abbraccio che lo alleggerisca di nuovo, e lo renda potente e leggero come un germoglio.
Avvento: la vita è non è una costruzione solida, precisa, finita, ma è una realtà germinante (R. Guardini), fatta anche e soprattutto di germogli, a cui non ti puoi aggrappare, che non ti possono dare sicurezze, ma che regalano un sapore di nascite e di primavera, il profumo della bambina speranza (Péguy).

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 30 novembre, 2018 |Pas de commentaires »

Cristo Re dell’Universo

imm en paolo - Copia

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 23 novembre, 2018 |Pas de commentaires »

XXXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B) – CRISTO RE (25/11/2018) LA REGALITÀ DI CRISTO, MODELLO DI DONO E DI SERVIZIO

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XXXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B) – CRISTO RE (25/11/2018) LA REGALITÀ DI CRISTO, MODELLO DI DONO E DI SERVIZIO

padre Antonio Rungi

Oggi si conclude l’anno liturgico e questa XXXIV domenica del tempo ordinario pone alla nostra riflessione la regalità di Cristo, quale modello di servizio per ogni discepolo del Signore. La solennità di oggi, infatti, può considerarsi la sintesi di un cammino spirituale che abbiamo sicuramente svolto nel corso di quest’anno liturgico che volge al termine.
Tutta la liturgia della parola ci indirizza a guardare alla Croce di Gesù, da cui trova origine e si spiega, da un punto di vista cristiano, il vero concetto della regalità, espressa nel dono e nel sacrificio di se stesso.
Già nel testo della prima lettura, il profeta Daniele, guarda al Cristo, in una visione notturna, assiso alla destra di Dio, quale giudice della storia e dell’universo. Il profeta, infatti, descrive con parole semplici e comprensibili la figura di Cristo, definito qui “uno simile a un figlio d’uomo” che “giunse fino al vegliardo e fu presentato a lui”. Figlio dell’uomo è lo stesso che dire Figlio di Dio e il Vegliardo in questo caso specifico si riferisce a Dio-Padre. Gesù quindi, mediante la risurrezione e l’ascensione al Cielo, ritorna nella sua sede naturale e una volta giunto in questa sua sede “Gli furono dati potere, gloria e regno”. Per fare cosa e per esercitare quale potere verso tutti i popoli, le nazioni e le lingue? Un potere che si fa servizio e chiede servizio e non imposizione o limitazione della libertà delle persone. Il potere di Cristo si configura, quindi, come un potere di amore e di dono e in quanto tale non è passeggero, ma duraturo e quindi è eterno, cioè che non finirà mai. Tanto è vero che il suo regno non sarà mai distrutto. Visione biblica del profeta Daniele, ma affermazione teologica di significato preciso riferito alla persona di Cristo. Egli è il Re di sempre e per sempre e il suo Regno è da sempre e per sempre. Lo tiene a precisare lo stesso Gesù davanti a Pilato, nel corso di quel processo farsa e inscenato per condannarlo a morte, come era nei programmi e nei progetti degli avversari religiosi e politici del Signore. Il Governatore romano che comanda in Palestina al tempo di Gesù, chiede infatti a Lui, che è stato accusato di farsi Re, se davvero lo sia. Gesù risponde ponendo a Pilato una sua domanda: «Dici questo da te, oppure altri ti hanno parlato di me?». Pilato dice che non è Giudeo e quindi non conosce Gesù. Egli si trova in quella situazione di giudicare una persona, cioè Cristo, perché la gente e i capi dei sacerdoti glielo avevano consegnato ed avevano prodotta l’accusa di farsi Re.
Pilato cerca di capire il reato commesso dal Cristo per esprime il suo giudizio inappellabile. E Chiede a Gesù ma che cosa ha fatto. Gesù conosceva il motivo perché lo avevano consegnato a Pilato e il suo primo atto di giustifica, fu quello di dire che la gente aveva frainteso e non lo aveva capito per niente, circa il suo insegnamento in merito al suo Regno. E precisa: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù».
La parola Re, lo aveva toccato a Pilato, aveva minato la sua autorità. La stessa parola di Re non si poteva usare perché il Re, anzi l’imperatore era quello di Roma e nessuno poteva prendere il suo posto. Ecco perché Pilato chiede a Gesù: «Dunque tu sei re?». Gesù dice di sì, ma precisando il tipo di regalità che egli aveva assunto e che non aveva nulla a che fare con il regno e i poteri degli uomini della terra. Perciò conferma quello che Pilato aveva detto in quel momento: «Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce».
Gesù quindi afferma la sua regalità davanti al potere politico, ma la sua regalità riguarda la verità, la giustizia, la pace, l’amore, il dono di se stesso e il sacrificio della sua vita. Cose che vengono ribadite dall’evangelista Giovanni nel brano dell’Apocalisse che costituisce la seconda lettura di questa solennità e dal quale è possibile attingere più ampiamente il significato della regalità di Cristo. Egli è il testimone fedele, il primogenito dei morti e il sovrano dei re della terra. A Lui che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue, che ha fatto di noi un regno, sacerdoti per il suo Dio e Padre, spetta la gloria e la potenza nei secoli dei secoli.
Come ha raggiunto Cristo questo potere? Non certo con le armi, né con i compromessi politici, né opprimendo i popoli e limitando la libertà di pensiero, azione e movimento della gente, ma mediante il sacrificio di se stesso, della sua vita, come leggiamo nei versetti seguenti: “Ecco, viene con le nubi e ogni occhio lo vedrà, anche quelli che lo trafissero, e per lui tutte le tribù della terra si batteranno il petto”.
Di fronte a Cristo Re dell’Universo che con la Croce, per la Croce e dalla Croce ci insegna quale tipologia di regalità Egli, Figlio di Dio, ha esercitato, non c’è altro da fare che prendere esempio e se siamo fuori seminato, perché pensiamo di governare sugli altri, senza servire, ma facendosi servire, dobbiamo cambiare rotta e direzione. Per cui, è doveroso mettersi in ginocchio davanti a questo Re Crocifisso per amore e per dono e chiedere perdono, iniziando tutti un vero servizio di autorità nel nome di Cristo, salendo anche noi il Calvario, portando le nostre croci e mettendoci sulle spalle le croci degli altri.
Chiediamo al Signore con l’umiltà del cuore ciò che davvero è importante per noi cristiani, se vogliamo seguire il nostro Maestro e lo facciamo con la preghiera della colletta di questo giorno solenne: “O Dio, fonte di ogni paternità, che hai mandato il tuo Figlio per farci partecipi del suo sacerdozio regale, illumina il nostro spirito, perché comprendiamo che servire è regnare, e con la vita donata ai fratelli confessiamo la nostra fedeltà al Cristo, primogenito dei morti e dominatore di tutti i potenti della terra. E con il Salmista, ci rivolgiamo a Dio con queste meravigliose espressioni di lode e di ringraziamento a Colui che è il Re dei Re: Il Signore regna, si riveste di maestà: si riveste il Signore, si cinge di forza. È stabile il mondo, non potrà vacillare. Stabile è il tuo trono da sempre, dall’eternità tu sei. Davvero degni di fede i tuoi insegnamenti! La santità si addice alla tua casa per la durata dei giorni, Signore.
Cristo giudice è un è il Cristo della misericordia e del perdono, perché per dono si è incarnato nel grembo verginale di Maria e si è fatto per noi servo per amore e d’amore. Amen.

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 23 novembre, 2018 |Pas de commentaires »
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