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XXIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (18/10/2020)

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XXIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (18/10/2020)

Date a Dio di essere Dio
don Luca Garbinetto

L’adagio ormai conosciuto “date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio” (v. 21) ci sollecita se non altro a essere buoni cittadini. Con i tempi che corrono, nei quali la vita civile, sociale, economica e politica è caratterizzata sempre di più da logiche di interesse personale e da chiusure individualiste e nazionaliste, appare più che mai necessario richiamarci alla responsabilità per il bene comune. Non si tratta, ovviamente, soltanto di pagare le tasse dovute (anche se alcune sono davvero ingiuste ed esagerate), ma anche – o almeno – di fare bene ognuno il proprio dovere con senso di rispetto per le leggi e soprattutto per gli altri. Basterebbe cominciare dal linguaggio e dai modi con cui ci si relaziona, negli ambienti pubblici come in quelli istituzionali, fino all’intimità delle proprie case e delle amicizie. Insomma, il solo sguardo alla realtà sociale ci provoca a uno scatto urgente di responsabilità gli uni verso gli altri, nella logica della fratellanza ribadita con autorevolezza da papa Francesco (non sarà certo un caso, purtroppo, se proprio da alcuni ambiti cattolici sono piovute critiche pesanti e addirittura offensive al nostro caro papa, per aver parlato troppo di fratellanza!).
Tuttavia, la luce penetrante del vangelo non può lasciarci soddisfatti con un’esortazione morale o semplicemente pragmatica a comportarci bene. La buona notizia, infatti, scava con lo stile della pedagogia divina, e ci provoca a scrutare le motivazioni, non solamente i comportamenti e i gesti. Sarebbe quindi un errore risolvere la questione di questo controverso episodio distinguendo l’area delle faccende cosiddette umane dagli spazi interessati a Dio o che interessano a Dio.
Di fatto, soltanto se si riconosce che vi è qualcuno più grande di Cesare, e di riflesso quindi più grande di me, di ciascuno di noi, si trovano sufficienti energie per operare per il bene comune anche quando questo valore è disatteso, ignorato, calpestato, addirittura vilipeso. Dio infatti abbraccia, anzi entra e penetra intimamente ogni realtà umana, con la Sua presenza rispettosa e promovente della libertà e della responsabilità dell’uomo. È grazie al Dio di Gesù Cristo che ogni creatura è vista nella sua intrinseca bontà, e che la più buona fra tutte le creature (l’essere umano) ha scoperto di avere come compito e come possibilità la custodia del creato. È la relazione costitutiva con il Padre di Gesù che ogni persona riconosce la propria indistruttibile dignità di figlia e si alza, a fronte alta, per esercitare il fraterno “dominio” (cfr. Gen 1,28) sugli esseri viventi, secondo lo stesso cuore amorevole del Creatore.
A Dio, dunque, non va dato qualcosa, una parte di sé o alcuni tempi e luoghi della propria vita. Va dato tutto se stesso. Con una peculiarità piuttosto curiosa: dare a Dio significa in realtà disporsi a ricevere. Si tratta, paradossalmente, di dare a Lui la possibilità di…dare a noi. E vi sono due cose che solo Dio può darci: il senso e il perdono!
Il senso, cioè il significato, la direzione, l’orientamento della nostra esistenza, è rivelazione solo di Dio. Il che vuol dire molto, se si pensa che la domanda sul senso nasce spontanea nel cuore dell’uomo, di ogni uomo, ed è ciò che più ci caratterizza come creature umane. I sassi, i pini, gli animali non si interrogano sul senso della vita. E non lo fanno nemmeno i robot, non lo potranno fare mai. È questione di desiderio, non solo di bisogno. Domandarsi sul senso dell’esistere, infatti, è un’esperienza globale, che coinvolge mente, affetto e volontà, che intreccia angoscia a curiosità, fiducia a paura e incertezza. Suscita percorsi e pensieri, indirizza ricerche e invenzioni. Ma la risposta definitiva, totale e totalizzante, che squarcia la nube del dubbio e dell’assurdo sta solo nel movimento divino del venirci incontro e di donarsi a noi. Nel Suo darsi sta il compimento, la scoperta del tesoro e della perla preziosa. Dare a Dio se stessi è quindi in realtà l’apertura a farsi compagni di viaggio con Lui, che si dona a noi.
E poi il perdono, esperienza bruciante che sconvolge la personale comprensione di sé come esseri ambiziosi e presuntuosi, ma costitutivamente erranti e capaci di errori. Sbagliamo, tanto, come limitati e peccatori, e non siamo in grado di accoglierci da soli come tali, nonostante i narcisistici tentativi di autogiustificazione. Perdonare è azione prettamente altruistica, che viene quindi da un altro. Ed è peculiarità di Dio. Il perdono è, in altri termini, salvezza, redenzione, riconciliazione. Parole difficili, che divengono familiari a chi, avendo il coraggio di fare i conti con la propria debolezza anche morale, non fugge e si apre ad accogliere il gesto eterno di gratuita misericordia che il Padre ha compiuto nel Figlio e rinnova continuamente per noi. Gesù ha pagato tutto il prezzo del nostro riscatto dall’insidia originale della superbia. Dare a Dio quello che è suo, allora, vuol dire cedere le armi delle nostre inutili battaglie di eroi solitari senza trionfo, e abbandonarci all’abbraccio senza misure di merito che la Croce ha reso vittorioso per sempre.
Davvero, in Dio non c’è moneta che valga la controparte traboccante di grazia che si riceve!

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 16 octobre, 2020 |Pas de commentaires »

XXVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (11/10/2020)

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XXVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (11/10/2020)

L’abito nuziale è quello di chi è contento
padre Paul Devreux

“In quel tempo, Gesù riprese a parlare con parabole [ai capi dei sacerdoti e ai farisei] e disse: «Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio.”
Siamo passati dal tema della vigna a quello della festa per eccellenza: la festa di nozze tra Dio e il suo popolo.
“Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire. Mandò di nuovo altri servi con quest’ordine: “Dite agli invitati: Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!”. Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero.”
Si ripete la stessa scena della settimana scorsa: i servi sono i profeti e tutti quelli che provano ad annunciare il Vangelo, che è la buona notizia che nasce dalla proposta di un mondo giusto e bello. Purtroppo spesso questa proposta non è accolta.
“Allora il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città.”
Matteo ha assistito alla distruzione di Gerusalemme negli anni 70, e lo vede come un castigo di Dio, ma sappiamo che Dio non viene per castigare ma per salvarci. Possiamo solo dire che questa distruzione è stato il frutto di scelte sbagliate, che hanno fatto soffrire molti innocenti e cristiani. Questa però è un’ occasione per ricordarci una cosa molto importante: Non bisogna leggere il vangelo estrapolando una frase di qua o di là, perché si rischia di fargli dire cose che sono opposte al messaggio globale.
“Poi disse ai suoi servi: “La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze”. Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali.”
Questa è la festa che Dio vuole: aperta a tutti e gratuita, senza nessuna discriminazione o differenze sociali. E’ il bello della comunità ecclesiale.
“Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l’abito nuziale.
L’abito nuziale veniva offerto a tutti gli invitati, quindi non ha scuse. Ma a cosa possiamo paragonarlo oggi?
L’abito dice chi voglio essere e cosa sto vivendo. Quello nuziale manifesta la mia adesione a fare festa, festa che è possibile se ognuno fa la sua parte. Posso pregare perché tutti stiano bene, fare un servizio come leggere, sistemare la chiesa, i fiori, raccattare l’elemosina, cantare, ascoltare. Sono tante le cose che posso fare, ma l’importante è manifestare questo mio entusiasmo per la festa, e se la festa dura tutta la vita, l’impegno che manifesta la mia adesione, sarà quello di garantire giustizia e pace per tutti.
In altre parole, mettere l’abito nuziale, è come rivestirsi di Cristo, come dice San Paolo.
Gli disse: “Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?”. Quello ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: “Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”.
E’ come quando vado a messa per assolvere ad un obbligo religioso, per tradizione, per abitudine, per fare contento qualcuno, per paura di qualche conseguenza nefasta, ma non vado volentieri. Lo vedo dal fatto che non ascolto, perché la mia testa è altrove, e spero che finisca presto.
E così è nella vita, che non è mai una festa, perché rimpiango il passato o sogno un futuro migliore, senza accorgermi che l’invito è adesso, e che ho tanta gente intorno, pronta a fare festa con me.
Chi ha le mani legate è Dio, e l’unica cosa che può provare a fare è mettermi fuori legato mani e piedi, nelle tenebre, sperando che così mi renda conto che questa è la mia condizione. A volte è necessario stare nelle tenebre per riuscire a vedere la Luce.
Il Signore invita tutti, ma non tutti aderiscono, perché non colgono la bellezza di quest’invito.

San Francesco diceva: »Fammi strumento della tua pace »…
Signore facci strumenti del tuo regno, persone entusiaste della tua proposta di vita e di fede, per tutti quelli che non l’hanno sperimentata.

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 9 octobre, 2020 |Pas de commentaires »

XXVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (A) COMMENTO

https://combonianum.org/2020/09/30/prepararsi-alla-domenica-27/

XXVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (A) COMMENTO

Possedere o condividere?
Antonio Savone

 Narra di Dio la pagina di Matteo. E narra dell’uomo, narra di noi, narra di me.

Narra di un Dio che si prende cura della sua vigna, immagine del mondo nel quale colloca l’uomo. Luogo preparato a lungo e con amore perché altri potessero goderne.
Narra di un Dio della condivisione, di un Dio che non tiene per sé l’esclusiva, di un Dio innamorato della sua vigna, di un Dio che dà fiducia, si fa da parte, di un Dio instancabile tessitore di opportunità nuove offerte a chi è tentato di impadronirsi di una eredità.
Narra di un uomo usufruttuario di quei beni che Dio gli ha messo a disposizione, un uomo chiamato a lavorare quella vigna e a trarne con gioia i frutti. Una gioia da condividere proprio come è stato con noi condiviso il luogo in cui abitiamo. Tuttavia, sembra quasi che uno non riesca a godere appieno se non possiede. E così sulla vigna – la vita, il mondo, il regno, il vangelo, le relazioni – fa capolino la questione del possesso che è trasversale ad ogni tipo di relazione: Dio, l’altro, il creato.
Un senso di rapina ci attraversa e si impossessa di noi fino a tenere strette e inutilizzate risorse che potrebbero essere a beneficio di tanti altri uomini e donne, se solo accettassimo di aprirci alla condivisione. Un senso di rapina attraversa anche la comunità cristiana quando non riesce più a mostrare sul proprio volto i lineamenti di un Dio che si è fatto uomo.
Di solito noi rivendichiamo possessi quando ci abita l’angoscia di perdere il controllo, quando siamo preda della paura che qualcun altro possa invaderci e il nostro benessere costruito sull’esclusione di tanti altri possa essere minacciato.
La brama del possesso e del rivendicare l’esclusiva genera una cultura di morte e si declina con il rifiuto ostinato di ascoltare chi timidamente bussa alla nostra porta, incapaci di riconoscere in loro gli inviati del Padre.
Il vangelo, poi, narra ancora di un Dio che mai può ritenersi “incluso” entro categorie socio-religiose, perciò di un Dio “scartato”, pietra angolare di un particolare volto di Chiesa. Narra di un Dio sempre altro rispetto alla pretesa dell’uomo.
Dio non è mai appannaggio di pochi eletti fino a diventare “incluso” “entro i confini della propria identità nazionale, culturale o di fede”. Un Dio “sequestrato” per il quale è sempre necessario erigere barriere, segnare confini, stabilire comportamenti che definiscono il grado di vicinanza e di gradimento o meno a un simile Dio.
Abbiamo fatto lunghe teorizzazioni sul mettere Gesù al centro della vita. A ben guardare, però, Gesù non sta mai al centro e le situazioni in cui la sua figura è centrale sono legate ad un vero e proprio decentramento strutturale: all’inizio, tra un bue e un asino e alla fine, tra due ladroni. Quando lo cercano per farlo re – dunque per metterlo al centro – fugge, si nasconde. Obbligherà persino al silenzio i suoi amici. Si ritrova con loro ed entra mentre stavano a porte chiuse.
Pietra angolare, sì, ma di quale edificio, di quale volto di Chiesa? Di una Chiesa abitata da uomini e donne che accettano di lasciarsi portar via la propria centralità, non ricusando di essere annoverati tra le pietre di scarto, nella fiducia che queste siano al centro dell’amore di Dio. Al di fuori di ogni importanza e nello stesso tempo radicati nel cuore della vita del mondo. Una Chiesa minore. E io a quale volto di Chiesa voglio appartenere?
Vi sarà tolto il regno e sarà dato ad altri. Se la scena evangelica è bucolica, non si può negare che i contenuti siano incandescenti.
Lo Spirito non ha bisogno di strategie difensive per garantire la sua azione: egli spira dove vuole. Israele prima, la Chiesa poi hanno sempre corso il rischio di vivere l’elezione da parte di Dio come motivo di distinzione e di potenza. Dio non è obbligato a farsi strada nel mondo passando per sentieri tracciati da noi. E neppure patisce il ricatto secondo il quale ci deve tenere per forza perché se non noi chi può sostituirci? A lui non manca la possibilità di creare un popolo capace di far fruttificare il regno. Un popolo fatto di pietre di scarto. Anche quando tutto dovesse andare in rovina, c’è ancora un vangelo, una lieta notizia: la storia può ripartire.
Sebbene deluso per come siano andate le cose, Dio non si rassegna e ritesse una storia nuova scritta con il dono del Figlio e di quanti come lui al possesso sostituiscono la condivisione.
E se la crisi che sta attraversando la comunità cristiana fosse già il segno che il regno sta passando ad altri?!

Antonio Savone
http://acasadicornelio.wordpress.com

 

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 2 octobre, 2020 |Pas de commentaires »

XXVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (27/09/2020)

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XXVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (27/09/2020)

Malgrado errori e ritardi Dio crede sempre in noi
padre Ermes Ronchi

Nei due figli, che dicono e subito si contraddicono, vedo raffigurato il mio cuore diviso, le contraddizioni che Paolo lamenta: non mi capisco più, faccio il male che non vorrei, e il bene che vorrei non riesco a farlo (Rm 7, 15.19), che Goethe riconosce: «ho in me, ah, due anime». A partire da qui, la parabola suggerisce la sua strada per la vita buona: il viaggio verso il cuore unificato. Invocato dal Salmo 86,11: Signore, tieni unito il mio cuore; indicato dalla Sapienza 1,1 come primo passo sulla via della saggezza: cercate il Signore con cuore semplice, un cuore non doppio, che non ha secondi fini. Dono da chiedere sempre: Signore, unifica il mio cuore; che io non abbia in me due cuori, in lotta tra loro, due desideri in guerra.
Se agisci così, assicura Ezechiele nella prima lettura, fai vivere te stesso, sei tu il primo che ne riceve vantaggio. Con ogni cura vigila il tuo cuore, perché da esso sgorga la vita (Prov 4,23).
Il primo figlio si pentì e andò a lavorare. Di che cosa si pente? Di aver detto di no al padre? Letteralmente Matteo dice: si convertì, trasformò il suo modo di vedere le cose. Vede in modo nuovo la vigna, il padre, l’obbedienza. Non è più la vigna di suo padre è la nostra vigna. Il padre non è più il padrone cui sottomettersi o al quale sfuggire, ma il Coltivatore che lo chiama a collaborare per una vendemmia abbondante, per un vino di festa per tutta la casa. Adesso il suo cuore è unificato: per imposizione nessuno potrà mai lavorare bene o amare bene.
Al centro, la domanda di Gesù: chi ha compiuto la volontà del padre? In che cosa consiste la sua volontà? Avere figli rispettosi e obbedienti? No, il suo sogno di padre è una casa abitata non da servi ossequienti, ma da figli liberi e adulti, alleati con lui per la maturazione del mondo, per la fecondità della terra.
La morale evangelica non è quella dell’obbedienza, ma quella della fecondità, dei frutti buoni, dei grappoli gonfi di mosto: volontà del Padre è che voi portiate molto frutto e il vostro frutto rimanga…
A conclusione: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti. Dura frase, rivolta a noi, che a parole diciamo “sì”, che ci vantiamo credenti, ma siamo sterili di opere buone, cristiani di facciata e non di sostanza. Ma anche consolante, perché in Dio non c’è condanna, ma la promessa di una vita buona, per gli uni e per gli altri.
Dio ha fiducia sempre, in ogni uomo, nelle prostitute e anche in noi, nonostante i nostri errori e ritardi nel dire sì. Dio crede in noi, sempre. Allora posso anch’io cominciare la mia conversione verso un Dio che non è dovere, ma amore e libertà. Con lui matureremo grappoli, dolci di terra e di sole.

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 26 septembre, 2020 |Pas de commentaires »

XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (20/09/2020)

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XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (20/09/2020)

Amico, io non ti faccio torto
Movimento Apostolico – rito romano

Comprendiamo la parabola degli operai mandati a lavorare nella vigna, se partiamo dalla verità del nostro Dio. Lui ha dato per la nostra salvezza non un denaro, ma il suo Figlio Unigenito: “Infatti, quando eravamo ancora deboli, nel tempo stabilito Cristo morì per gli empi. Ora, a stento qualcuno è disposto a morire per un giusto; forse qualcuno oserebbe morire per una persona buona. Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi. A maggior ragione ora, giustificati nel suo sangue, saremo salvati dall’ira per mezzo di lui. Se infatti, quand’eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del Figlio suo, molto più, ora che siamo riconciliati, saremo salvati mediante la sua vita. Non solo, ma ci gloriamo pure in Dio, per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo, grazie al quale ora abbiamo ricevuto la riconciliazione” (Rm 5,6-11). Il Figlio di Dio non è nel patto. Nel patto è la benedizione. Dio è andato infinitamente oltre nel suo amore. Dinanzi al dono di Cristo ci potrà essere un qualche uomo che pretende di più? Sarebbe solo stoltezza pensarlo. Nessuno si può lamentare, se Cristo è dato a tutti. Cristo è dono per gli Ebrei ed è dono per i Gentili. È Dono per chi è chiamato alla prima ora ed è dono per chi è chiamato all’ultima ora. Ricevere la salvezza è dono.
Insegna ancora San Paolo che Cristo Gesù è sempre dono. Vi aggiunge che in Cristo dono il Padre concederà ogni altra cosa: “Che diremo dunque di queste cose? Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? Egli, che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi, non ci donerà forse ogni cosa insieme a lui? Chi muoverà accuse contro coloro che Dio ha scelto? Dio è colui che giustifica! Chi condannerà? Cristo Gesù è morto, anzi è risorto, sta alla destra di Dio e intercede per noi! Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? Come sta scritto: Per causa tua siamo messi a morte tutto il giorno, siamo considerati come pecore da macello. Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori grazie a colui che ci ha amati. Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore” (Rm 8,31-39). Non solo Gesù è dono, ma anche la chiamata a credere in Lui è dono del Padre, nello Spirito Santo. Il Paradiso è promessa, grazia, dono del Padre, per Cristo, nello Spirito Santo. Il grado di beatitudine eterna è dato però in relazione alla nostra obbedienza alla Parola di Gesù. Più noi cresciamo in obbedienza, più sulla terra ci rivestiamo di luce, e più luce porteremo in Paradiso. Vale anche per le tenebre. Più ci ricopriremo di tenebre e più triste sarà il nostro inferno. Nella carità del nostro Dio mai vi sarà ingiustizia. È carità.

Madre di Dio, Angeli, Santi, fateci obbedienti in ogni Parola di Gesù Signore.

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 19 septembre, 2020 |Pas de commentaires »

OMELIA (13-09-2020)

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OMELIA (13-09-2020)

diac. Vito Calella
Ti perdono per due motivi

Invito a perdonare il prossimo.
La parabola che il Cristo risuscitato propone per noi oggi è una autorevole commento alla petizione della preghiera del «Padre nostro» e all’ammonizione che segue subito dopo, attestata solamente nel Vangelo secondo Matteo: «Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori» (Mt 6, 11); «Se voi infatti perdonerete agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli uomini, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe» (Mt 6, 15-16). Fanno da eco altri passaggi della Parola di Dio, a partire dalla prima lettura ascoltata oggi: «Perdona l’offesa al tuo prossimo e per la tua preghiera ti saranno rimessi i peccati. Un uomo che resta in collera verso un altro uomo, come può chiedere la guarigione al Signore? Lui che non ha misericordia per l’uomo suo simile, come può supplicare per i propri peccati? Se lui, che è soltanto carne, conserva rancore, come può ottenere il perdono di Dio?» (Sir 28,2-4); «Parlate e agite come persone che devono essere giudicate secondo una legge di libertà, perché il giudizio sarà senza misericordia contro chi non avrà avuto misericordia. La misericordia ha sempre la meglio sul giudizio» (Gc 2,12-13).
Perdonare è difficile!
Viene spontaneo affermare che è difficilissimo perdonare, soprattutto quando le azioni malvagie rasentano l’assurdità e l’orrore. Addirittura ci viene da contestare l’idea che perdonare significa dimenticare gli orrori del male subito, come abbiamo ascoltato dal libro del Siracide: «Ricorda i precetti e non odiare il prossimo, l’alleanza dell’Altissimo e dimentica gli errori altrui» (Sir 28, 9). Bisogna cancellare la ?memoria? dell’olocausto degli ebrei, delle foibe, dei genocidi commessi nella storia umana in nome del perdono? È ingiusto. La mia dignità umana può essere annichilita dalla violenza e dall’abuso sfrenato del piacere egoistico dell’altro; per uno sbaglio da me commesso può ricevere il contraccambio con l’aggressività vendicativa di chi ha subito il torto; può essere violata dalla paura che l’altro ha di perdere le proprie sicurezze divenute idolatrie.
L’essere umano, unica specie capace di pensare e di controllare valutando coscientemente delle proprie azioni, rimane allibito di fronte alla potenza delle reazioni emotive e demoniache di chi serba rancore e medita vendetta per i danni subiti, di chi è schiavo dei propri impulsi di soddisfazione immediata dei suoi piaceri egoistici e di chi è disposto a tutto pur di non perdere le sicurezze materiali e terrene a cui ha inesorabilmente legato il suo cuore, soprattutto il patrimonio finanziario e materiale.
Ti perdono per due motivi.
Per superare lo scoglio della difficoltà di perdonare il nostro prossimo dovrebbero bastare due motivi, deducibili dalla nostra esperienza di vita.
Il primo: siamo più debitori che creditori.
Dopo il racconto del diluvio universale lo scrittore biblico mette in bocca a Dio le seguenti parole: «Non maledirò più il suolo a causa dell’uomo, perché ogni intento del cuore umano è incline al male fin dall’adolescenza» (Gen 8,21b).
Tutti siamo peccatori. Siamo più debitori che creditori perché ci lasciamo condizionare dalle nostre reazioni istintive e da comportamenti determinati da motivazioni inconsce, piuttosto che dalla nostra coscienza pensante.
Siamo più debitori che creditori perché quando ci sentiamo giusti e nel diritto di esigere dagli altri, in verità non ci rendiamo contro del male che provochiamo, assumendo stili di vita conformati ad una cultura dominante non rispettosa della dignità degli altri e del valore della natura.
Ciascuno di noi può accumulare un debito immenso di fronte al Padre unito al Figlio nello Spirito Santo a causa delle sue azioni contro la dignità dell’altro, soprattutto nella tessitura delle proprie relazioni umane, ma anche nella tessitura delle relazioni con specie animali, vegetali e con le cose stupende del creato.
Siamo più debitori che creditori.
Pensando alle nostre relazioni umane siamo consapevoli che la forza brutale della rabbia e del rancore è davvero pericolosa. Essa oggi viene smascherata dall’insegnamento divino della sapienza di Ben Sira. Da buon padre spirituale ci invita a riflettere: «Rancore e ira sono cose orribili, e il peccatore le porta dentro» (Sir 27,30).
Nel nostro cuore si annida il demonio della collera, può covare lo spirito di vendetta.
Dopo la morte di Caino, attestata nel libro di Genesi, troviamo due passaggi drammatici che ci mettono in guardia di fronte al pericolo della vendetta che può subire una escalation e superare ogni limite di equità e ragionevolezza della legge ?occhio per occhio, dente per dente?: «Ma il Signore gli disse: « Ebbene, chiunque ucciderà Caino subirà la vendetta sette volte! ». Il Signore impose a Caino un segno, perché nessuno, incontrandolo, lo colpisse» (Gen 4,15). Continuando la lettura del testo, Lamech, discendente di Caino, dice: «Sette volte sarà vendicato Caino, ma Lamec settantasette» (Gn 4,24). Siamo più debitori che creditori.
Pensando alle nostre relazioni umane: quante discordie nascono a causa del possesso dei beni materiali, per la divisione di un’eredità familiare, per la difesa del patrimonio e del proprio capitale finanziario?
La parabola raccontata da Gesù ha per oggetto la questione economica del debito. Il creditore rivendica al debitore il suo capitale. Per giuste questioni di soldi si rompono facilmente relazioni di comunione radicate da anni.
Siamo più debitori che creditori.
Il secondo motivo per perdonare il prossimo: siamo peccatori (debitori) già perdonati dal Padre!
La parola di Dio oggi ci chiede di fermarci e considerare quale debba veramente essere il vero possesso e investimento del nostro cuore: Cristo Signore! Egli è morto e risuscitato per comunicarci e donarci l’immensità della misericordia del Padre, per la sua eterna fedeltà all’ alleanza di comunione con noi. Gesù è morto in croce ed risuscitato per noi e per la nostra salvezza. L’eucaristia è memoriale di questo incalcolabile dono di salvezza. Conoscere lui e il Padre che lo ha mandato è la vita eterna (Gv 17,3), che possiamo già pregustare nella tessitura delle nostre relazioni quotidiane di ogni giorno investendo il capitale di «diecimila talenti» che sta in noi, cioè l’amore divino dello Spirito Santo, effuso gratuitamente nei nostri cuori. Non sperperiamo l’immenso dono che il Padre ci ha fatto del suo Figlio, il Cristo risuscitato, per mezzo del quale abbiamo ricevuto i «diecimila talenti» dello Spirito Santo! Viviamo di gratitudine ricordando le parole del salmo che abbiamo pregato: «Misericordioso e pietoso è il Signore, lento all’ira e grande nell’amore» (Sal 103,8). Non lasciamo passare invano le parole ispirate dell’apostolo Paolo: «Fratelli, nessuno di noi vive per se stesso e nessuno muore per se stesso, perché se noi viviamo, viviamo per il Signore, se noi moriamo, moriamo per il Signore. Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo del Signore» (Rm 14, 7-8). Solo quando avremo fatto esperienza di essere peccatori già perdonati dal Padre unito al Figlio nello Spirito Santo avremo la forza di deciderci sinceramente per la scelta di perdonare i nostri debitori, nonostante la gravità del male subito, confidando che solo Dio può scrivere diritto sulle linee storte della storia umana contrassegnata da tante ingiustizie. Possiamo imparare a perdonare sempre: «settanta volte sette».
Accogliamo dunque le esortazioni che ci vengono da altri testi della Parola di Dio, illuminanti in questo giorno in cui siamo invitati a perdonare il nostro prossimo:
«Siate benevoli gli uni verso gli altri, misericordiosi, perdonandovi a vicenda come Dio ha perdonato a voi in Cristo» (Ef 4,32); «Scelti da Dio, santi e amati, rivestitevi dunque di sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di magnanimità, sopportandovi a vicenda e perdonandovi gli uni gli altri, se qualcuno avesse di che lamentarsi nei riguardi di un altro. Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi» (Col 3,12-13).

 

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 12 septembre, 2020 |Pas de commentaires »

XXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (06/09/2020)

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XXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (06/09/2020)

Se amiamo siamo capaci di correggere senza ferire
padre Ermes Ronchi

Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro. In mezzo a loro, come collante delle vite. Essere riuniti nel suo nome è parola che scavalca la liturgia, sconfina nella vita, Quando due o tre si guardano con verità, lì c’è Dio. Quando gli amanti si dichiarano: tu sei la mia vita, osso delle mie ossa, lì c’è Dio, nodo dell’amore, legame saldo e incandescente. Quando l’amico paga all’amico il debito dell’affetto, lì c’è Cristo, uomo perfetto, fine ultimo della storia, energia per ripartire verso il fratello, che se commette una colpa, tu vai, esci, prendi il sentiero e bussi alla sua porta. Forte della tua pienezza.
Ciò che legherete sulla terra, ciò che scioglierete… Legare non è il potere giuridico di imprigionare con giudizi o sentenze; sciogliere non significa assolvere da qualche colpa o rimorso. Indica molto di più: il potere di creare comunione e di liberare. Come mostra Gesù, alle volte mano forte che afferra Pietro quando affonda e lo stringe a sé; alle volte gesto tenero che scioglie la lingua al muto, disfa i nodi che tenevano curva una donna da diciotto anni (Luca 13,11) e la restituisce a una vita verticale. Ogni volta che fai germogliare comunione o liberi qualcuno da qualche patibolo interiore, lì sta lo Spirito di Gesù. In mezzo: non semplicemente nell’io, non soltanto nel tu, ma nel legame, nel “tra-i-due”. Non in un luogo statico, ma nel cammino da percorrere per l’incontro.
Dio è un vento di libertà e di alleanza. E noi, fatti a sua immagine. Appena prima di queste dinamiche, Matteo ha messo in fila una serie di verbi di dialogo e di incontro. Se il tuo fratello sbaglia con te, va’ e ammoniscilo: fai tu il primo passo, non chiuderti in un silenzio rancoroso, allaccia il dialogo. E ammoniscilo. Cosa significa ammonire? Alzare la voce e puntare il dito? Era venuto Giovanni, profeta drammatico, che brandiva parole come lame (la scure è posta alla radice…). Poi è venuto Gesù ed ha capovolto il dito puntato, in carezza. Lui ammonisce i peccatori (in casa di Zaccheo, in casa di Levi) mangiando con loro; non con prediche dall’alto del pulpito, ma stando ad altezza di occhi, a millimetro di sguardi. Ammonisce senza averne l’aria, con la sorpresa dell’amicizia, che ricompatta quelle vite in frantumi. Chi ci ama ci sa rimproverare, chi non ci ama sa solo ferire o adulare.
Se ti ascolta, avrai guadagnato tuo fratello. Il fratello è un guadagno, un tesoro per te e per il mondo, ogni persona un talento per la chiesa e per la storia. Investire in questo modo, investire in legami di fraternità e libertà, di cura e di custodia, è l’unica economia che produrrà vera crescita del bene comune.

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 5 septembre, 2020 |Pas de commentaires »
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