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OMELIA III DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO A) (19/03/2017)

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Una sorgente intera in cambio di un sorso d’acqua

padre Ermes Ronchi

OMELIA III DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO A) (19/03/2017)

Vuoi riannodare i fili di un amore? Gesù, maestro del cuore, ci mostra il metodo di Dio, in uno dei racconti più ricchi e generativi del Vangelo.
Gesù siede stanco al pozzo di Sicar; giunge una donna senza nome e dalla vita fragile. È l’umanità, la sposa che se n’è andata dietro ad altri amori, e che Dio, lo sposo, vuole riconquistare. Perché il suo amore non è stanco, e non gli importano gli errori ma quanta sete abbiamo nel cuore, quanto desiderio.
Questo rapporto sponsale, la trama nuziale tra Dio e l’umanità è la chiave di volta della Bibbia, dal primo all’ultimo dei suoi 73 libri: dal momento che ti mette in vita, Dio ti invita alle nozze con lui. Ognuno a suo modo sposo.
Dammi da bere. Lo sposo ha sete, ma non di acqua, ha sete di essere amato.
Gesù inizia il suo corteggiamento (la fede è la risposta al corteggiamento di Dio) non rimproverando ma offrendo: se tu sapessi il dono…
Il dono è il tornante di questa storia d’amore, la parola portante della storia sacra. Dio non chiede, dona; non pretende, offre: Ti darò un’acqua che diventa sorgente. Una sorgente intera in cambio di un sorso d’acqua. Un simbolo bellissimo: la fonte è molto più di ciò che serve alla tua sete; è senza misura, senza fine, senza calcolo. Esuberante ed eccessiva. Immagine di Dio: il dono di Dio è Dio stesso che si dona. Con una finalità precisa: che torniamo tutti ad amarlo da innamorati, non da servi; da innamorati, non da sottomessi.
Vai a chiamare colui che ami. Gesù quando parla con le donne va diritto al centro, al pozzo del cuore; il suo è il loro stesso linguaggio, quello dei sentimenti, del desiderio, della ricerca di ragioni forti per vivere. Solo fra le donne Gesù non ha avuto nemici.
Il suo sguardo creatore cerca il positivo di quella donna, lo trova e lo mette in luce per due volte: hai detto bene; e alla fine della frase: in questo hai detto il vero. Trova verità e bene, il buono e il vero anche in quella vita accidentata. Vede la sincerità di un cuore vivo ed è su questo frammento d’oro che si appoggia il resto del dialogo.
Non ci sono rimproveri, non giudizi, non consigli, Gesù invece fa di quella donna un tempio. Mi domandi dove adorare Dio, su quale monte? Ma sei tu, in spirito e verità, il monte; tu il tempio in cui Dio viene.
E la donna lasciata la sua anfora, corre in città: c’è uno che mi ha detto tutto di me… La sua debolezza diventa la sua forza, le ferite di ieri feritoie di futuro. Sopra di esse costruisce la sua testimonianza di Dio.
Un racconto che vale per ciascuno di noi: non temere le tue debolezze, ma costruiscici sopra. Possono diventare la pietra d’angolo della tua casa, del tempio santo che è il tuo cuore.

II DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO A) (12/03/2017)

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Collocati come ponti tra due monti

padre Antonio Rungi

II DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO A) (12/03/2017)

La liturgia della parola di Dio della seconda domenica di Quaresima ci offre l’occasione e l’opportunità di riflettere su due temi portanti della spiritualità cristiana: la vocazione e la trasfigurazione. Nella prima lettura, infatti, si parla della vocazione di Abramo, nella seconda di quella dell’Apostolo Paolo e nel Vangelo ci viene narrato il racconto della trasfigurazione del Signore sul Monte Tabor. La Quaresima è d’altra parte tempo favorevole per trasfigurarci ad immagine e somiglianza di Cristo crocifisso e glorioso. Nella preghiera iniziale della santa messa di oggi ci rivolgiamo al Padre con queste umili parole: « O Padre, che ci chiami ad ascoltare il tuo amato Figlio, nutri la nostra fede con la tua parola e purifica gli occhi del nostro spirito, perché possiamo godere la visione della tua gloria ». La Quaresima che è tempo privilegiato per ascoltare meglio e più intensamente la parola di Dio ci aiuti a porre al centro della nostra giornata e della nostra vita ciò che davvero conta davanti a Dio e agli uomini.
Per realizzare questo sogno è necessario avere la stessa disponibilità e la stessa fede di Abramo che accolse la parola del Signore e lasciò ogni cosa, compresa la sua terra, per seguire la chiamata di Dio: « «Vàttene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò…. Allora Abram partì, come gli aveva ordinato il Signore ».
Lasciare tutto e partire. Quando il Signore chiama e si comprende esattamente la sua voce, non c’è cosa, persona e legame che ti possa costringere a rimanere piuttosto che andare. Abramo ascolta la voce del Signore e parte, senza alcuna meta, seguendo l’itinerario che Dio gli indicherà. Non la strada di Abramo, ma la strada di Dio si apre davanti al suo cammino e lui sempre più sicuro non va verso l’incognito e il buio, ma verso il certo e la luce, perché è la luce di Dio che lo guida, è la luce della fede. Perciò egli è nostro padre nella fede. Nella vocazione di Abramo, padre del popolo di Dio, troviamo il prototipo di ogni chiamata alla fede. Le nostre umane decisioni vanno costruite sulla parola di Dio che, come ci ricorda il Salmo 32, è retta e fedele ed ama la giustizia e il diritto.
Anche san Paolo nel brano di oggi, tratto dalla sua lettera all’amico Tito, parla della vocazione e della missione che è per la propria santificazione e per annunciare il Vangelo della salvezza e della redenzione. « Egli infatti ci ha salvati e ci ha chiamati con una vocazione santa. Egli ha vinto la morte e ha fatto risplendere la vita e l’incorruttibilità per mezzo del Vangelo. Per portare avanti la causa del vangelo bisogna avere un grande spirito di sacrificio, di rinuncia e di patimenti. Per il Vangelo si soffre frequentemente in ogni angolo della terra, dove la testimonianza della vita cristiana rappresenta un forte appello, per tutti, alla rettitudine morale. Solo con la grazia di Dio e della Sua vicinanza a noi è possibile portare avanti progetti di evangelizzazione, soprattutto in quei luoghi, dove maggiori sono le resistente e gli ostacoli. Il Signore doni lo stesso coraggio e zelo apostolico di Paolo Apostolo, maestro nel campo missionario, anche nell’oggi della Chiesa e del mondo contemporanei.
Nel Vangelo di oggi, tratto da San Matteo, leggiamo il testo della trasfigurazione. Gesù e tre apostoli salgono sul monte Tabor. Gesù all’improvviso cambia il suo volto che diventa luminoso, raggiante ed anche il vestito assume un colore bianco che più di quello non poteva essere. Gesù si trasfigura e con lui appaiono anche due testimoni dell’Antico Testamento, Mosè ed Elia che discorrevano con Lui. I tre apostoli, Pietro, Giacomo e Giovanni, rimangono estasiati da quella visione di paradiso e chiedono al Signore di rimanere lì.
Intanto una voce dal cielo dichiara senza ombra di dubbio che Gesù è il Figlio di Dio, il prediletto del Padre, nel quale il Padre stesso ha posto il suo compiacimento; per cui dobbiamo ascoltare la voce di Cristo, perché è la stessa voce di Dio che ci insegna a seguire il bene e ad evitare il male. All’udire la voce di Dio, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Rimangono nel paura di cosa poteva mai accedere di lì a poco. Ed infatti, Gesù si avvicinò a loro, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete». In questo contatto rassicurante, gli apostoli riprendono consapevolezza di chi sono e dove si trovano e con chi stanno. E allora alzano gli occhi verso l’alto, ma non videro più nessuno. Con loro era rimasto Gesù solo, con il Quale erano saliti sul monte della trasfigurazione. Ma si trattava, ora, di riprendere il cammino, di ridiscendere, di ritornale alla normalità. E nel cammin facendo verso la valle delle umane quotidianità e sofferenze è Gesù che parla e raccomanda loro di non parlare a nessuno di quello che avevano visto, lassù, sul monte della gloria «prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti». Gesù stesso prepara così gli apostoli all’imminente scandalo della croce ed invita i tre prescelti a seguirlo anche sull’altro monte, quella più difficile da scalare per tutti ed è il Monte Calvario, il Golgota, dove Gesù verrà crocifisso e morirà per la redenzione dell’umanità.
E’ interessante in questa seconda domenica di Quaresima, pensare che noi siamo collocati come ponti tra due monti: il monte Tabor e il monte Calvario. Nella vita che si svolge nel tempo noi dobbiamo realizzare questo raccordo stradale o viadotto della grazia e dell’abbandono fiduciale a un Dio che nel suo Figlio prediletto ci dona la gioia del suo perdono, facendoci toccare con mano la bellezza della grazia. Il tutto però passa necessariamente attraverso quel monte del Calvario che è il monte dell’amore misericordioso di Dio nei confronti dell’umanità, perché su quel monte è stato crocifisso l’Amore per ricominciare a vivere nell’amore proprio partendo dalla passione e morte in croce di nostro Signore. Salendo il monte del Calvario con Gesù che va al patibolo della croce, possiamo capire dove sta il vero Tabor della nostra vita. Sta proprio nell’essere vicino al Cristo e vederlo trasfigurato dall’amore che si fa dono nella croce e con la croce.
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I DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO A) – QUANDO IL DIAVOLO SI AVVICINA E SUSSURA: SEGUIMI..

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I DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO A) – QUANDO IL DIAVOLO SI AVVICINA E SUSSURA: SEGUIMI..

padre Ermes Ronchi

Se Gesù avesse risposto in un altro modo alle tre proposte, non avremmo avuto né la croce né il cristianesimo. Ma che cosa proponeva il diavolo di così decisivo? Non le tentazioni che ci saremmo aspettati, non quelle su cui si è concentrata, e ossessionata, una certa spiritualità cristiana: la sessualità o le osservanze religiose. Si tratta invece di scegliere che tipo di Messia diventare, che tipo di uomo. Le tre tentazioni ridisegnano il mondo delle relazioni: il rapporto con me stesso e con le cose (pietre o pane?); con Dio, attraverso una sfida aperta alla fede (cercare un Dio magico a nostro servizio); con gli altri (il potere e il dominio).
Dì che queste pietre diventino pane! Il pane è un bene, un valore indubitabile, ma Gesù non ha mai cercato il pane a suo vantaggio, si è fatto pane a vantaggio di tutti. E risponde giocando al rialzo, offrendo più vita: «Non di solo pane vivrà l’uomo». Il pane è buono, il pane dà vita ma più vita viene dalla bocca di Dio. Dalla sua bocca è venuta la luce, il cosmo, la creazione. È venuto il soffio che ci fa vivi, sei venuto tu fratello, amico, amore, che sei parola pronunciata dalla bocca di Dio per me. E anche di te io vivo.
Seconda tentazione: Buttati, così potremo vedere uno stormo di angeli in volo… Un bel miracolo, la gente ama i miracoli, e ti verranno dietro. Il diavolo è seduttivo, si presenta come un amico, come chi vuole aiutare Gesù a fare meglio il Messia. E in più la tentazione è fatta con la Bibbia in mano (sta scritto…). Buttati, provoca un miracolo! La risposta: non tentare Dio, attraverso ciò che sembra il massimo della fiducia nella Provvidenza e invece ne è la caricatura, perché è solo ricerca del proprio vantaggio. Tu non ti fidi di Dio, vuoi solo sfruttarlo, vuoi un Dio a tuo servizio.
Nella terza tentazione il diavolo alza ancora la posta: adorami e ti darò tutto il potere del mondo. Adorami, cioè segui la mia logica, la mia politica. Prendi il potere, occupa i posti chiave, cambia le leggi. Così risolverai i problemi, e non con la croce; con rapporti di forza e d’inganno, non con l’amore. Vuoi avere gli uomini dalla tua parte? Assicuragli pane, miracoli e un leader e li avrai in mano. Ma Gesù non cerca uomini da dominare, vuole figli liberi e amanti, a servizio di tutti e senza padrone alcuno. Per Gesù ogni potere è idolatria.
«Ed ecco angeli si avvicinarono e lo servivano». Avvicinarsi e servire, verbi da angeli. Se in questa Quaresima io fossi capace di avvicinarmi e prendermi cura di qualcuno, regalando un po’ di tempo e un po’ di cuore, inventando una nuova carezza, per quel qualcuno sarei la scoperta che «le mani di chi ama terminano in angeli».

VIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (26/02/2017)

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Nella prospettiva della Promessa

don Luciano Cantini

VIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (26/02/2017)

Dio e la ricchezza
La nostra traduzione usa la parola ricchezza per spiegare il termine aramaico « mammona » riportato tale e quale nel testo greco. Il significato di mammona è più pregnante della semplice ricchezza perché esprime il senso di sicurezza che il denaro offre. Non è questione di quantità quanto di relazione.
Il denaro corrompe. Non c’è via d’uscita. Se tu scegli questa via del denaro alla fine sarai un corrotto. Il denaro ha questa seduzione di portarti, di farti scivolare lentamente nella tua perdizione. E per questo Gesù è tanto deciso: non puoi servire Dio e il denaro, non si può: o l’uno o l’altro. E questo non è comunismo, questo è Vangelo puro. Queste cose sono parola di Gesù (papa Francesco 20.9.13)
È sotto gli occhi di tutti il potere di corruzione del denaro, quanti imprenditori, politici e semplici cittadini sono corrotti dal denaro. Un tempo avevamo preso le banche come simbolo del nuovo tempio al dio denaro, mammona… in fondo il denaro è uno strumento di utilità, anche le banche sono utili, gli investimenti sono utili perché creano opportunità di lavoro, ma nel cuore dell’uomo degenerano, corrompono. Se osserviamo i sistemi economici di oggi vediamo quanta importanza è data al sistema finanziario, alla borsa più che al lavoro: mettere il gioco il denaro perché moltiplichi se stesso. La stessa cosa è vissuta tutti i giorni quando ci affidiamo a un « gratta e vinci » o ai pulsanti di una slot. È angosciante che in un quartiere come il nostro si trovino tre farmacie e otto sale di scommesse senza contare le salette dei bar e tabaccai. Sono queste i nuovi templi al Dio denaro.
Quando dunque abbiamo di che mangiare e di che coprirci, accontentiamoci. Quelli invece che vogliono arricchirsi, cadono nella tentazione, nell’inganno di molti desideri insensati e dannosi, che fanno affogare gli uomini nella rovina e nella perdizione. L’avidità del denaro infatti è la radice di tutti i mali; presi da questo desiderio, alcuni hanno deviato dalla fede e si sono procurati molti tormenti (1Tim 6,8-10)
Non preoccupatevi
Chi governa allora? Il denaro. Come governa? Con la frusta della paura, della disuguaglianza, della violenza economica, sociale, culturale e militare che genera sempre più violenza in una spirale discendente che sembra non finire mai. Quanto dolore e quanta paura! C’è un terrorismo di base che deriva dal controllo globale del denaro sulla terra e minaccia l’intera umanità (Papa Francesco 8.11.16)
Per ben sei volte è coniugato il verbo preoccuparsi. Non è questione di cibo o vestiti, è questione di libertà. Se ci lasciamo occupare prima (pre-occuparsi) dalle cose non c’è spazio per altro. Se le cose entrano nei nostri desideri perdiamo la libertà e il senso stesso della vita. I nostri nonni vivevano con la chiave di casa infilata nella porta, oggi abbiamo bisogno di porte di sicurezza e sistemi di allarme; per custodire le nostre « cose »: ci siamo separati dalle persone. Per non far rubare le nostre cose ci siamo rubati a noi stessi. Non è forse sintomatico della paura verso l’altro il surrogato che viene richiesto agli animali da compagnia?
Cosa succede al mondo di oggi che, quando avviene la bancarotta di una banca, immediatamente appaiono somme scandalose per salvarla, ma quando avviene questa bancarotta dell’umanità non c’è quasi una millesima parte per salvare quei fratelli che soffrono tanto? E così il Mediterraneo è diventato un cimitero, e non solo il Mediterraneo… molti cimiteri vicino ai muri, muri macchiati di sangue innocente (Papa Francesco 8.11.16).
Non valete forse più di loro?
Il rischio più grosso è il compromesso, il tenere il piede in due staffe, nascondendo con atteggiamenti religiosi la staffa su cui crediamo di avere maggiore sicurezza. Sembra invece che viviamo le molte cose della vita mettendo al centro noi stessi, o peggio i nostri interessi, come se Dio non ci fosse, come se non fossimo eredi di una Promessa a cui Dio si mantiene fedele (giustizia).
Osservate come crescono i gigli del campo: non è questione di contemplare la bellezza piuttosto la relazione con Dio, se osserviamo la complessità della natura, il tessuto sottile delle relazioni che inducono alla vita non possiamo che essere richiamati dall’Amore di Dio che a tutto provvede. Se guardiamo gli uccelli del cielo e i fiori di campo e poi contempliamo l’uomo e la sua storia, i suoi progressi, pur in mezzo a contraddizioni e peccati, non scopriamo le ricchezze del dono di Dio? E come non guardare al dono supremo del Figlio che condivide la nostra natura umana? Non farà molto di più per voi, gente di poca fede?
Non possiamo però fraintendere, Dio non è un parafulmine che fa scudo a ogni problema, non è una polizza di assicurazione. Quello che Dio fa per noi non è evitare le realtà e le angosce della vita piuttosto ci accompagna e sostiene; questa è l’esperienza di Cristo nella quotidianità della storia.
Cercare anzitutto il Regno è mettere noi, le nostre cose, la storia stessa nella prospettiva della Promessa.
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Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 24 février, 2017 |Pas de commentaires »

TUTTO È VOSTRO – OMELIA VII DOMENICA T.O. A

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TUTTO È VOSTRO – OMELIA VII DOMENICA T.O. A

don Luciano Cantini

VII Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) (19/02/2017)

Che siete voi
La povera comunità di Corinto deve ancora crescere – ma domandiamoci se quella lontana esperienza non trova radici anche tra noi – perché la dimensione umana « carnale » ha il sopravvento nelle relazioni tra cristiani: Dal momento che vi sono tra voi invidia e discordia, non siete forse carnali e non vi comportate in maniera umana? (1Cor 3,3). Paolo propone una idea semplice, quella di una costruzione fatta di materiali diversissimi tra loro – si costruisce con oro, argento, pietre preziose, legno, fieno, paglia (1 Cor 3,12) – realizzata da persone diverse ma con un unico fondamento che è Gesù Cristo (1 Cor 3,11). Cristo Crocifisso non è un personaggio da venerare, una idea da custodire o una figura mitologica da difendere, ma il dono di un Dio che si è fatto prossimo all’uomo il cui insegnamento sta nel fallimento umano; su quel fallimento Dio ha costruito la sua Chiesa: la parola della croce infatti è stoltezza per quelli che si perdono, ma per quelli che si salvano, ossia per noi, è potenza di Dio (1 Cor 1,18).
Paolo però non immagina un edificio di qualsiasi genere ma il Tempio di Dio. Così come il Tempio di Gerusalemme è il luogo scelto da Dio per essere segno della Sua presenza (Shekhinàh) così la Comunità dei credenti è l’abitazione dello Spirito di Dio. Quello che Paolo vuole sottolineare è che la presenza di Dio non è determinata da quello o l’altro costruttore, né da quel materiale piuttosto che l’altro ma dalla Comunità in quanto tale che si mantiene ancorata saldamente al mistero della Croce: Infatti ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini (1Cor 1,25).
Nessuno si illuda
Non c’è da farsi illusioni il Vangelo non ha bisogno della sapienza di parola, perché non venga resa vana la croce di Cristo (1 Cor 1,17); Dio non lo troviamo alla fine di bel ragionamento teologico, neppure dopo una accurata esegesi biblica, neanche al termine di una conferenza sulla filosofia, nemmeno dopo una argomentata disquisizione sulla morale. Se vogliamo incontrare Dio dobbiamo avvicinarsi al mistero della croce, là dove l’uomo fallisce, nel fallimento della vita sociale, nel fallimento della economia, della medicina, della giustizia, della politica. Dio dal cielo si china sui figli dell’uomo (Sal 53,3), ascolta il grido del povero e si fa talmente vicino dal confondersi con lui «In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me»(Mt 25,40)
Voi siete di Cristo
Nel parlare di Dio nessuno può appropriarsene, nessuno possiede la verità tutti siamo in cammino, mossi dallo Spirito verso la verità tutta intera (Gv 15,12).
Quante volte oggi sentiamo dire: « …la nostra parrocchia, il nostro gruppo…, spesso per contrapporsi alla parrocchia o al gruppo degli altri, ma anche l’altra chiesa o l’altra religione, come se noi possedessimo un qualche certificato di garanzia. Noi non possediamo nessuna garanzia, possiamo solo affermare di essere forti della Fede; lasciamo le certezze agli integralismi religiosi le cui conseguenze purtroppo conosciamo troppo bene e preghiamo per non cadere in quella tentazione.
Paolo ci regala un pensiero che descrive in modo mirabile le nostre ricchezze: tutto è vostro! Perché allora fissarci e lasciarci vincolare da questa o quella proprietà, da quella idea o da quel predicatore. Affermando che Paolo, Apollo, Cefa, il mondo, la vita, la morte, il presente, il futuro: tutto ci appartiene, l’Apostolo ci dice che non possiamo lasciarci condizionare da nulla neppure da lui o dagli altri ministri, a noi appartiene il mondo e la storia. Non è il parroco, o il vescovo, quel teologo o quel movimento, neppure quel santo a cui sono particolarmente devoto che possono condizionare la nostra fede piuttosto è la comunità cristiana che dà senso ai suoi ministri e alle realtà che la circondano.
Non siamo seguaci di un bravo prete o di un biblista o di quel capo spirituale, anzi, sono nostri servi, appartengono a noi, come del resto tutto ciò che costituisce la nostra esistenza, il nostro mondo, compreso il futuro. Ma la condizione esaltante e liberate di tutto questo è che noi apparteniamo a Cristo – Siete stati comprati a caro prezzo: non fatevi schiavi degli uomini! (1Cor 7,23) – e con Lui apparteniamo a Dio. Apparteniamo a Dio non come schiavi, soggiogati, sudditi, noi siamo di Dio per essere pienamente noi stessi: Cristo ci ha liberati per la libertà! (Gal 5,1)

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 17 février, 2017 |Pas de commentaires »

VI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (12/02/2017)

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L’amore vino « perpetuum »

padre Gian Franco Scarpitta

VI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (12/02/2017)

Nella sua Prima Lettera, Giovanni parla della « Legge di Dio » dicendo che essa è sintetizzata in un comandamento « antico » e allo stesso temo « nuovo », che consiste nell’amore ai fratelli come condizione per restare nella luce e diradare le tenebre (1Gv 2, 2 – 8). Il concetto che l’apostolo intende esporre è abbastanza chiaro: possiamo anche conoscere tutti minuziosamente tutta la Legge di Dio come viene interpretata nell’Antico Testamento (la Legge di Mosè, Thorà), possiamo conoscere anche i particolari e le virgole dell’intera Scrittura, come pure dare ottime e convincenti elucubrazioni esegetiche su ogni passo allusivo ai singoli precetti e prescrizioni, ma non saremo mai dotti intorno alla volontà del Signore fin quando non avremo compreso che la Legge consiste fondamentalmente nell’amore verso Dio e verso il prossimo. Potremmo anche avere cognizione di ciascuno dei comandamenti divini, saperne offrire illuminata interpretazione, dimostrare profondità di scienza sullo specifico morale di ciascuno di essi, ma ne saremo sempre ignoranti finché non avremo preso coscienza della loro sintesi: l’amore. E’ appunto l’amore convinto e disinteressato a dare senso a ciascuna delle prescrizioni divine, anche quelle che a prima vista ne sembrerebbero estranee; sempre l’amore è il vero compendio di tutta la Legge, la sua pienezza (Rm 13, 8 – 10), il caposaldo che rende sempre nuova una legge antica. Ciascuno dei comandamenti che noi conosciamo e che più volte abbiamo elencato (?) racchiude in se stesso, anche se nella forma sottesa, sempre l’imperativo etico del donarsi e del concedersi a Dio e agli altri. « Ama e fai tutto ciò che vuoi », afferma una celebre frase di Sant’Agostino e quando si esercita la virtù della carità senza retorica e senza distacco si è davvero certi di essere adempienti su tutto.
E’ questa la logica per la quale Gesù, nelle sue monizioni, concilia il vecchio e il nuovo senza che l’uno smentisca l’altro: « No crediate che sia venuto a abolire la Legge e i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare compimento. » La Legge e i Profeti sono i testi scritturali sui quali si fondava l’etica e la vita dell’antico popolo d’Israele, che si trovava normato dalle disposizioni mosaiche e sollecitato dalle parole ispirate di chi recava il divino annuncio. Erano queste le Scritture che orientavano la vita di tutti gli Israeliti e alle quali lo stesso Gesù si sottometteva con riverenza senza eccezioni e anche i cristiani delle origini seguiteranno ad osservare la Legge di Mosè frequentando il tempio per il culto e seguendo le condotte di preghiera allora in uso. Gesù infatti manifesta la volontà che esse restino sempre le stesse e che neppure ino iota (ebraio jod) venga da esse mutato. Sebbene antiche e datate, le Scritture hanno sempre la loro attualità. Ciò che tuttavia le rende « nuove », rinvigorite nel senso e complete è quell’aggiunta di Gesù « Ma io vi dico », che vuole attribuire ad esse il suo reale significato e fondamento in nome della succitata legge dell’amore. Nessuna norma scritta assume infatti piena validità quando non sia contrassegnata dal trasporto di un cuore puro e rinnovato che si trasformi nella trasparenza dell’amore e del dono di sé e seppure codici e legiferazioni siano riusciti a mantenerci nella legalità, il fatto che siano stati semplicemente scritti su carta non hanno mai contribuito a cambiare lo spirito umano e a guadagnarci la perfezione e la rettitudine di coscienza.
E’ piuttosto l’amore che deve spronarci, la vera legge scritta non su tavole, ma incisa nei nostri cuori (Ger 31, 30 ess) per la quale a ciascuna delle azioni devono corrispondere intenzioni conformi e che richiede una trasparenza che inabiti nella nostra interiorità. Di conseguenza non è sufficiente non mutilare, non percuotere o non uccidere nella prassi, ma occorre anche estinguere qualsiasi perversione e malizia nei confronti del prossimo già nel proprio animo. Non soddisfa astenersi dal furto e dalla rapina, ma occorre anche sgombrare l’animo da sentimenti di rivalsa e di rancore; occorre scongiurare il pericolo di invidia e di gelosia confrontando le nostre risorse con quelle altrui. Come pure è necessario il rispetto dell’onore e della dignità della persona, la tutela dei suoi diritti, la sua buona fama poiché tante volte si può ferire e mutilare anche con le parole oltre che con le armi e le percosse. Non macchiarsi della colpa esteriore di adulterio non è sufficiente qualora nel cuore alberghino concupiscenze e desideri repressi verso la donna altrui. Non basta evitare la vendetta esagerata e sproporzionata, come voleva la legge di Mosè, ma occorre anche estinguere ogni desiderio di rivalsa, di acredine e di asperità verso i nostri avversari perché si può uccidere anche nel proprio animo. Anche se adempiere i giuramenti fatti rende onore a Dio, è meglio astenersi dai giuramenti che possano essere inopportuni, evitando di mettere in gioco Dio Verità su ciò che realmente è menzogna umana. In tutto questo Gesù perfeziona, senza screditarla, la Legge fondamentale che si limitava alla forma scritta e passiva, chiamando in causa la nostra collaborazione voluta dalla buona disposizione interiore; chiama a rapporto il nostro intimo quale vero interprete di qualsiasi legge fatta di prescrizioni e di decreti e l’amore è il comune denominatore che rende sempre nuovo ciò che è antico, attualizzando e portando alla perfezione ogni prescrizione plurisecolare che sotto questa ottica appare odierna e gradevole. L’amore trasforma i « Comandamenti » in Beatitudini ed è paragonabile al vino « perpetuum » che seppure versato nelle botti decenni or sono risulta anche oggi prezioso e gustoso a consumarsi.
L’uomo certamente dispone del libero arbitrio e della gestione della propria volontà ed a lui solo spetta la risoluzione decisionale fra il bene e il male; a lui cioè spetta di decidere se osservare i comandamenti o rigettarli. Il libro del Siracide (I Lettura) osserva che nel primo caso la scelta verte alla realizzazione umana, nel secondo consegue distruzione e autolesionismo. Chi infatti osserva i Comandamenti oltre che adempiere la legge di Dio costruisce per se una prosperosa garanzia di vita e trova nei moniti divini contrassegnati dall’amore la forza e la fiducia per affermare se stesso. Diversamente procura la propria condanna chi deliberatamente disattende quanto Dio comunica a nostro esclusivo vantaggio. La pienezza della legge, cioè l’amore, è infatti la pienezza stessa dell’uomo.

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 10 février, 2017 |Pas de commentaires »

V DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (05/02/2017)

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Sale della terra e luce del mondo. Cosa devono essere i cristiani.

padre Antonio Rungi

V DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (05/02/2017)

La parola di Dio di questa domenica V del tempo ordinario ci invita a ripensare la nostra vita nell’orizzonte della vera religione. Le esteriorità, il formalismo, le buone maniere o sacrifici e rinunce servono a ben poca cosa se non trasformano il nostro cuore e lo indirizzano verso il vero bene.
Oggi ci troviamo spesso di fronte a drammi e a situazioni di estrema delicatezza e con queste situazioni ci dobbiamo confrontare e trovare risposte cristiane adeguate. Lasciamoci guidare dalla parola di Dio di questa domenica per fare propositi di bene e di rinnovamento.
In questa prospettiva biblica domandiamo, sinceramente, quando l’uomo si illumina d’immenso, dei veri ed autentici valore della vita?
La risposta la troviamo nel testo della prima lettura di questa domenica quinta del tempo ordinario.
Quando iniziamo a fare il bene e lo facciamo non con le parole e i discorsi astratti, ma con azioni concrete, come quelle che vengono indicate dal profeta Isaia nel brano di oggi: dividere il pane con l’affamato, ospitare in casa chi non ha abitazione o è straniero, vestire chi non ha panni per coprirsi.
Sono alcune delle opere di misericordia corporale che tutti dobbiamo praticare, senza andare molto lontano dove abitiamo, ma semplicemente guardandoci attorno e vedere chi ha realmente bisogno del nostro aiuto e della nostra solidarietà sul territorio.
Fatto questo primo passo di carità benevole, colui che ha fede ed è docile alla parola del Signore va oltre e non si arresta davanti al progetto di bene che si presenta al suo orizzonte, fatto di vera conversione del cuore e della vita.
Infatti per attuare una vera conversione interiore, bisogna pregare molto ed operare in modo da togliere di mezzo l’oppressione, nell’eliminare ogni forma di calunnia, di condanna ed ogni altra forma di umiliazione e di offesa verso i fratelli.
Sullo stesso tono di invito alla conversione è il Salmo 111, uno dei più significativi da un punto di vista etico e sociale.
Viene ricordato nel testo sacro che è felice l’uomo che dà le sue cose e se stesso con generosità agli altri. Egli sarà una persona forte e non deve temere nessuna notizia brutta, in quanto quello che succede lo legge alla luce della fede; il suo cuore sarà saldo e sicuro e la sua carità verso i poveri abbondantemente ricambiata dal Signore.
La seconda lettura di questa domenica è uno dei testi più belli ed espressivi dell’epistolario paolino, tratta dalla 1 lettera ai corinzi, in cui l’Apostolo presenta il volto più bello della sua missione e della sua predicazione, il volto dell’umiltà, della docilità e della fedeltà al messaggio della salvezza in Gesù Cristo e in Cristo Crocifisso che aveva presentato alla comunità cristiana di Corinto. Nessuna arroganza, presunzione, nessuna fiducia nella mente umana e nella sapienza umana. Piena adesione al messaggio della croce, l’unico capace di capovolgere i sistemi di pensiero e di azione del mondo, in quanto è il linguaggio dell’amore misericordioso di Dio nei confronti dell’umanità.
San Paolo evidenzia di non sapere altro e di non annunciare altro ai cristiani di Corinto se non Gesù Cristo e Cristo Crocifisso. Di questo impegno missionario della croce di Cristo si è fatto carico san Paolo della Croce, il fondatore dei Passionisti che come carisma fondamentale ha proprio questo annuncio missionario della Croce di Gesù, che è la croce non solo della sofferenza, ma del dono, della gioia e della vita.
Nel Vangelo di questa domenica Gesù ci presenta due esempi di vita quotidiana per farci capire di che pasta dobbiamo essere, cioè persone motivate, capaci di dare sapore alle cose e significato ad ogni azione.
Tutti conosciamo l’importanza del sale per dare sapore ad ogni cibo cotto o crudo che sia.
Il sale è indispensabile per la salute, ma può anche diventare pericoloso se è eccessivo.
Ci vuole la giusta dose, rapportando il tutto alle esigenze dietetiche delle persone. Nel vangelo il sale è assunto da Gesù per stimolare l’iniziativa verso il bene da parte di ogni cristiano, seriamente intenzionato a camminare verso la santità, a rinnovare il proprio ambiente e il proprio mondo, donando molto agli altri, piuttosto che attendendo molto dagli altri.
Infatti se non valorizziamo le nostre capacità e non le mettiamo a servizio degli altri, rischiamo di diventare insignificanti, di non dire e non dare più nulla. Fatto estremamente pericoloso in quanto c’è il rischio di isolarsi e di non incidere più sulla vita delle relazioni umane.
Stesso discorso, con l’altro esempio che Gesù porta, riguardante la luce, che come ben sappiamo serve ad illuminare. E per illuminare è necessario collocare qualsiasi fonte di luce in alto. E’ dall’alto che si diradono i raggi per fare luce nella casa o nelle abitazioni, dove sostano le persone, per conoscersi, parlare, comunicare.
Il buio mette sempre preoccupazione e angoscia, la luce invece favorisce la conoscenza e il dialogo tra le persone. Alla fine dei conti, il Signore ci vuole richiamare al nostro precipuo impegno di dare una buona testimonianza nella vita. E se le persone, come è risaputo, hanno doni e carismi, non possono essere messi a tacere o nasconderli, ma devono evidenziarsi per il bene di tutti e per la crescita di tutti.
Il Maestro Gesù ci raccomanda una cosa molto importante da tenere seriamente in considerazione nella nostra vita cristiana:  » dar risplendere la luce della grazia, della misericordia, della bontà di Dio davanti a tutti gli uomini, perché vedano le opere buone dei cristiani e tutti rendano gloria al Padre nostro che è nei cieli ».
In poche parole, si tratta di fare il bene, agire bene, comportarsi bene. E questo, per noi tutti cristiani, è un grande aiuto per far sviluppare la lode di Dio, il ringraziamento verso il Signore e far crescere la fede in quanti sono dubbiosi, critici e contestatori della Chiesa o dei singoli membri di essa, specialmente se sono sacerdoti, religiosi o vescovi. Il buon esempio trascina tutti verso il bene, credenti e non credenti. E tutti dobbiamo lavorare per far crescere bene e far conoscere il bene, in mondo segnato dal male di tutti i generi.

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 4 février, 2017 |Pas de commentaires »
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