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XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – OMELIA “COSA VUOI CHE IO FACCIA PER TE?”

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XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – OMELIA “COSA VUOI CHE IO FACCIA PER TE?”

Carissimi fratelli e sorelle,

la Liturgia oggi accosta la guarigione di Bartimeo, il cieco di Gerico, al canto gioioso di Geremia – lui classicamente conosciuto come il profeta delle amare lamentazioni e della sventura – che profetizza il ritorno di un piccolo resto di esuli a Gerusalemme, resto formato da persone umili, povere, malate per le quali la bontà di Dio, a loro gioia, apre una strada nel deserto perché possano ritornare nella loro patria,.
La lettura continua che stiamo facendo in queste domeniche della Lettera agli Ebrei oggi ci regala questo passo in cui l’Autore, riflettendo sull’essenzialità del sacerdozio del Vecchio Testamento, ci parla della compassione che doveva avere il sacerdote verso il popolo perché rivestito lui stesso di debolezza in quanto povero uomo come tutti bisognoso anche lui della misericordia di Dio.
La compassione di Dio dunque che si manifesta oggi anche attraverso il miracolo di Bartimeo.
Quella di Bartimeo è una pagina importante di Marco, per comprenderla in pieno e nella sua giusta luce dobbiamo inquadrarla bene nell’insieme di tutto il suo Vangelo. Marco ha raccolto tutto il materiale riguardante la vita di Gesù e poi lo struttura, l’organizza in base a una sua idea teologica che sta alla base stessa di tutta la sua opera evangelica. Vedete, è come se ogni evangelista volesse comunicarci una foto di Gesù scattata da un’angolazione diversa, la visione globale delle quattro foto dei quattro evangelisti ci darà poi una visione piena, completa di Gesù. Ora, per comprendere questo miracolo di Bartimeo, dobbiamo entrare bene nell’angolo di visuale di Marco, nel suo intento teologico con cui tenta di comunicarci il mistero di Gesù, il Figlio di Dio.
Marco distende il suo Vangelo su un “viaggio”, un solo viaggio di Gesù da Nazareth a Gerusalemme, si tratta di una struttura letteraria più che storica in quanto ben sappiamo da Giovanni che Gesù fece più viaggi a Gerusalemme. Questo viaggio rappresenta anche il “viaggio della fede”, cioè attraverso le tappe fondamentali di questo viaggio siamo messi davanti al cammino di fede che Marco propone ai suoi lettori. Ora, in esso ci sono tre tappe fondamentali che segnano il cammino del credente. L’episodio di Bartimeo segna la conclusione della seconda tappa del cammino di fede del credente, per questo è un episodio molto importante, episodio chiave e simbolico, nel senso che il fatto storico del miracolo viene ad assumere anche altri significati nel quadro complessivo di questo Vangelo.
Vediamo insieme, velocemente, queste tappe. La prima parte di svolge dalla predicazione di Giovanni il Battista alla guarigione del cieco di Betsaida (Mc 1,1- 8,26), in essa assistiamo al racconto di come questo Gesù di Nazareth si fa conoscere, si manifesti come Messia forte e potente: parla con autorità, caccia i demoni, guarisce i malati, comanda alle forze della natura e fa risorgere anche i morti. Emerge qui quello che gli esegeti chiamano “il segreto messianico”: Gesù opera tutti questi portenti, ma c’è come un suo ritornello alquanto misterioso: “State zitti… non parlate di quello che ho fatto… non ditelo a nessuno…”. Perché se da una parte si manifesta con potenza di miracoli, dall’altra impone un silenzio che poi nessuno osserva? La risposta dovreste ormai saperla perché ne abbiamo già parlato in altre omelie (vedi omelie della IV e XXIV domenica del tempo ordinario). Gesù, infatti, è il Messia, sì, ma non quel Messia che tutti attendevano, glorioso e potente liberatore sociale e politico. Imponendo il silenzio dopo i suoi prodigi Gesù cerca di non incoraggiare quella visione sbagliata che avevano di Lui.
Dunque nella prima parte del Vangelo di Marco, Lui si fa conoscere, si manifesta e questa sua manifestazione si chiude con il racconto di uno strano miracolo, quello del cieco di Betsaida (Mc 8,22-26), vi ricordate? Quel cieco che viene guarito con due successivi tocchi di Gesù perché dopo il primo tocco non vedeva ancora bene: vedeva gli uomini come alberi che camminavano… di questo miracolato non si sa nulla oltre il fatto della guarigione difficoltosa: non si dice il suo nome, ma si dice che Gesù “lo rimandò a casa”, non seguì Gesù, se ne tornò a casa…Questo cieco guarito, ha un valore simbolico, egli rappresenta il cammino di fede del discepolo di Gesù che dopo averlo incontrato e conosciuto incomincia a vederci, cioè a credere, ma questa fede è ancora iniziale, incipiente, non è ancora una fede matura e forte: è la prima tappa del cammino di fede.
La seconda parte inizia con l’inchiesta che Gesù fa ai suoi discepoli (Mc 8,27), ricordate: “Chi dice la gente che io sia… e voi chi dite che io sia?” Da quel momento Gesù inizia a rivelarsi ai suoi più intimi, gli Apostoli, come il Messia sofferente. Questa parte viene scandita dai suoi tre annunci della prossima passione, ad ogni annuncio segue un atteggiamento negativo degli Apostoli che non capiscono questo linguaggio di Gesù perché sono tutti presi dalla loro idea di Messia glorioso e potente.
Bartimeo entra in scena subito dopo il terzo annunzio della Passione e chiude la seconda parte di questo Vangelo, come il cieco di Betsaida aveva chiuso la prima parte. Bartimeo rappresenta la controparte degli Apostoli che non capiscono e continuano a fare brutte figure. Egli rappresenta il discepolo che ha capito, il discepolo che di fronte ai tre annunci della passione del suo Signore ha capito che Lui è un Messia umile e mansueto e che seguirLo significa andare a morire con Lui! Quanta ricchezza nasconde questo Bartimeo, cerchiamo di entrarvi dentro.
Innanzi tutto il fatto che Marco dica il suo nome, è importante che venga ricordato per nome, del cieco di Betsaida invece non si diceva il nome, qui sì. Il nome della persona racchiude tutta la sua dignità e vocazione.
Il cieco di Betsaida fu condotto a Gesù da altre persone che pregarono Questi di guarirlo. Bartimeo, no, tutt’altro, nessuno lo porta da Gesù: è lui che grida a Gesù e quando lo vogliono zittire, lui grida più forte. Il discepolo di Gesù è una persona che ha con Gesù un rapporto personale, intimo: è chiamato per nome da Gesù e chiama per nome Gesù: “Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!” Non possiamo dirci discepoli di Gesù senza questo intimo e personale rapporto, non possiamo essere solo persone portate da Gesù e non coinvolte in questo intimo e personale rapporto con Gesù, portate da una certa cultura, portate da un certo ambiente in cui si fanno cose scontate che però scontate non dovrebbero essere, come è scontato che quando il bimbo nasce lo si battezza, quando cresce gli si fa fare la Prima Comunione e la Cresima, quando è ora un bel matrimonio in Chiesa e quando è un’altra ora si cerca il parroco per il suo funerale…
Bartimeo è li a terra lungo la strada, cieco, senza nessuno che possa aiutarlo a vederci. Ecco la condizione fondamentale per diventare discepoli del Salvatore: essere qualcuno che sa di essere bisognoso di salvezza, bisognoso di redenzione. Bartimeo si mise a gridare aiuto a Gesù perché lo salvasse, l’esperienza di essere salvati nasce dall’esperienza del bisogno di un Salvatore. Quante volte mi sono chiesto perché aspettare di essere sul fondo, perché aspettare di naufragare, perché aspettare di essere travolto dagli eventi della vita per capire che abbiamo bisogno di “Uno” che ci salvi? Perché quando stiamo bene e tutto ci va bene ci dimentichiamo di gridare a Gesù e di dirgli: “Gesù, salvami”? Ci sentiamo autosufficienti, autonomi, crediamo di non aver bisogno di nessuno, perché ci sentiamo forti, sani, belli e tutto ci va bene…, ma poi basta un piccolo male al pancino e ci ricordiamo che non siamo noi a darci la forza, la salute e la bellezza e ci mettiamo a gridare aiuto…mentre basterebbe un pizzico di buon senso per capire che sempre abbiamo bisogno di Lui, non solo quando stiamo male!
Bartimeo grida e vorrebbero farlo tacere perché disturba, ma Lui grida più forte… Cosa vorrà mai dire questo? Mi sembra di leggere un rimando alle nostre vite ordinarie di comunità cristiana, quanti alle volte vorrebbero avvicinarsi alla comunità, a Gesù, ma sono proprio quelle persone più vicine a Gesù ad impedirglielo? Alle volte noi di Chiesa formiamo come una muraglia cinese che impedisce a tanti ad avvicinarsi a Gesù perché con la nostra persona nascondiamo Gesù agli altri e li allontaniamo da Gesù, mentre Gesù li vorrebbe vicino, noi li allontaniamo. Questo con tutte le buone intenzioni, senza malizia, senza cattiveria, con buona coscienza ma con effetti deleteri.
Non erano forse in buona coscienza quelli che volevano far star zitto Bartimeo? “Sta disturbando il Maestro, facciamolo star zitto, così non lo disturberà più!” Ma Gesù desiderava essere disturbato, questo non l’avevano capito. Alle volte le nostre pastorali sono tranquille e serenamente chiuse, non prevedono dei disturbi, non prevedono dei fuori programma, chi segue veramente Gesù non può mai mettersi un programma in tasca, Gesù infatti è tutto un Fuori Programma e un Fuori Schema, perché Lui è essenzialmente Amore e l’Amore non si fa chiudere da niente perché trascende tutto.
Ma se il rapporto con Gesù è intimo e personale, non è mai intimistico, esso matura e cresce nella comunità, l’incontro personale con Gesù, il rapporto personale con Gesù si realizza nella comunità, e attraverso la comunità, Gesù infatti manda a chiamare Bartimeo: “Chiamatelo!” Ecco il compito della comunità cristiana, aiutare le persone a sentire la voce di Gesù che chiama, non portarle o trascinarle da Gesù, ma invitarle ad alzarsi dalle proprie situazioni di miseria per andare da Gesù.
Perché l’incontro con Gesù sia salvifico occorre però lasciare il mantello, cos’era il mantello per un povero al tempo di Gesù? Era la sua casa e il suo rifugio, era la sua unica sicurezza. Gesù non ci salva se abbiamo nascosti dei mantelli… Gesù non ci salva dal naufragio della nostra vita se noi stiamo attaccati a qualche spezzone di barca o a qualche salvagente… Gesù non ci salva se noi pensiamo di poter nuotare con le nostre forze…Gesù mi salva solo quando io ho ben capito che non so nuotare e che non ho salvagente, allora e solo allora, appena sentirà il mio grido di aiuto – “Signore salvami!” (Mt 14,30) – Lui mi afferrerà la mano e mi tirerà fuori da qualunque mare che voglia sommergermi, ma la sua mano non si stenderà verso di me se vedrà che io faccio affidamento – anche minimo – a qualcos’altro o a qualcun altro a cui aggrapparmi!
Lasciato il mantello, Bartimeo, si presenta da Gesù e questi gli chiede: “Cosa vuoi che io faccia per te?”
Poche righe prima di questa domanda a Bartimeo, Marco, ci aveva riportato la stessa identica domanda di Gesù fatta a Giovanni e Giacomo: “Cosa volete che io faccia per voi?” (Mc 10,36) – conosciamo la risposta: Sedere uno a destra e uno a sinistra nel suo regno. Bartimeo dà invece la risposta giusta: “Fa’ ch’io veda, Signore!” Ma – voi direte – che cosa avrebbe dovuto chiedere un cieco se non di vedere? Carissimi fratelli e sorelle quante volte nell’incontro sacramentale con le persone, il sacerdote si accorge, percepisce come non è proprio scontata questa risposta! Quante volte si va da Gesù nel sacramento della confessione a chiedere perdono per cose insignificanti che ci creano però enormi sensi di colpa e non si chiede perdono invece per enormi peccati che si son fatti e facciamo senza alcun senso di colpa o scrupolo?
Saper entrare dentro noi stessi con sincerità per scoprire qual è il nostro vero male, qual è la nostra cecità più profonda e presentarla a Gesù perché io ci veda! Gesù non guarisce se non quello che noi chiediamo che ci guarisca, Egli infatti è discreto e ci lascia nelle nostre cecità se a noi ci piacciono tanto, non ci forza, non ci viòla, Lui è sempre lì che ci invita a lasciare il mantello e ad andare da Lui per essere guariti da tutti i nostri mali, ma dobbiamo presentarglieli con fiducia e con consapevolezza.
“La tua fede ti ha salvato!” Bartimeo ha avuto fiducia in Gesù, Gli ha presentato la propria cecità ed è stato guarito, e – cosa importantissima! – ora “segue Gesù lungo la via”. Il cieco di Betsaida fu rimandato a casa, non seguì Gesù, Bartimeo sì, segue Gesù lungo la via. Ma dove porta quella via? A Gerusalemme, al Calvario a una Croce, ecco dove porterà quella via.
Ecco perché Bartimeo è una grande figura, un grande personaggio, perché lui ha capito quello che non avevano capito gli Apostoli e diventa quindi il simbolo d’ogni persona che capisce il linguaggio di Gesù, il cuore di Gesù, l’animo di Gesù e accetta nella propria esistenza l’Amore misterioso del Padre che c’invita ad entrare con Gesù nel mistero della sua Croce morendo con Lui per poter risorgere con Lui.
Bartimeo rappresenta quindi la figura del cristiano adulto, del discepolo fedele e maturo che è tale perché ha creduto in Gesù e si è lasciato guarire da Lui, ora Bartimeo non può riprendere la vecchia strada, ora ha capito qual è la sua strada: seguire Gesù “lungo la via”, la sua via è quella della Croce. Bartimeo è il fedele maturo che ha ben capito gli insegnamenti del Maestro, che non chiede di sedere con Lui nella gloria, ma di morire con Lui sulla Croce perché solo morendo con Lui si vive con Lui. Bartimeo quindi ci introduce alla terza definitiva tappa del “viaggio della fede” che Marco ci propone: Gesù che si rivela come Figlio di Dio sul trono della Croce, trono ben diverso di quello che si attendevano gli Apostoli per sedervici accanto! E sarà poi un centurione romano, non un Apostolo, a cogliere per primo come “Costui veramente era figlio di Dio!” (Mc 15,39)
La Vergine Maria ci aiuti in questa settimana a seguire Gesù come tanti Bartimei che hanno avuto la gioia di essere stati chiamati e salvati dal suo Figlio Divino.

Amen. j.m.

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 26 octobre, 2018 |Pas de commentaires »

XXIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO GESÙ, OVVERO UN ALTRO MODO DI ESSERE LEADER

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XXIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO GESÙ, OVVERO UN ALTRO MODO DI ESSERE LEADER

don Giacomo Falco Brini

Ho appena finito di leggere il vangelo. Nasce spontaneo parafrasare quello di domenica scorsa: quanto è difficile vivere cercando di fare la volontà di Dio invece che la propria! E’ più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che qualcuno viva facendo la volontà di Dio invece che la propria. E gli apostoli incamminati da tempo alla sequela di Gesù ne sono la prova: vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo (Mc 10,35), gli sussurrano i due figli di Zebedeo. Sono stati già apostrofati per bene più di una volta, ma eccoli qui avanzare ancora pretese. Riemerge quella smisurata voglia di primeggiare (Mc 10,37), quel virus diabolico che spesso infetta le nostre intenzioni e le nostre opere, ergo il nostro seguire il Signore. Cosa fare? C’è qualcosa che può immunizzarci? Come verificare se la nostra sequela è mossa da questa segreta ambizione, oppure da amore vero per Gesù?
La cosa sorprendente è che il Signore ascolti mite e paziente questo tipo di richieste. Non si indigna come gli altri (Mc 10,41) anzi, sembra inizialmente accordarle (Mc 10,36). Poi la precisazione: voi non sapete quello che chiedete (Mc 10,38). Non lo sanno semplicemente perché non sanno ancora chi è il Maestro che li guida. Pensateci bene. Vivere gomito a gomito da tempo con qualcuno e non conoscerlo, qualcosa che può avvenire e avviene di fatto nelle umane relazioni. Gesù allora parla di un calice e di un battesimo, e chiede ai suoi discepoli se siano in grado di assumerli. I due discepoli annuiscono convinti di sapere (Mc 10,39). Il Maestro non gli rinfaccia l’ignoranza, conferma che in futuro faranno esperienza del suo calice e del suo battesimo (quando avranno compreso di cosa si tratta!…); invita i due a non voler penetrare con la propria richiesta la conoscenza di cose che sono riservate ai disegni misteriosi di Dio (Mc 10,40). Però gli altri apostoli stavano origliando: ed ecco impennarsi l’indignazione con Giacomo e Giovanni (Mc 10,41).
Una lezione da portare a casa come cristiani ma non solo: riconoscere che se ci si indigna troppo quando nella chiesa si vedono fratelli occupati ansiosamente in una arrampicata ai vertici (qualsiasi sia il vertice cui si aspira), vuol dire che si soffre dello stesso problema: la smania di essere tra i primi di cui abbiamo già accennato. Lo dico tante volte a quelli che si lamentano del tale o della tale perché li si vede intenti a primeggiare in parrocchia. La nostra norma è sempre Gesù: nel suo atteggiamento scopriamo che Egli non si sente affatto scavalcato e che il fatto che qualcuno vuole arrivare tra i primi non gli fa temere di perdere il primato. Lezione di autentica leadership umana: una denuncia indiretta alla razza di presunti leader da cui oggi siamo guidati, e non parlo solo a livello politico! Qualche giorno fa ricordavo ad alcuni collaboratori un pensiero espresso da Alcide De Gasperi pochi giorni prima di morire, lo lessi molti anni fa ma non ricordo dove. Non potei fare a meno di trascriverlo: “ho fatto tutto ciò ch’era in mio potere, la mia coscienza è in pace. Il Signore ti fa lavorare, ti permette di fare progetti, ti dà energia e vita. Poi, quando credi di essere necessario e indispensabile, ti toglie tutto improvvisamente. Ti fa capire che sei soltanto prezioso e utile, ma poi ti dice: ‹‹ora basta, puoi andare››. E tu non vuoi, vorresti presentarti al di là col tuo compito ben finito e preciso. La nostra piccola mente umana non si rassegna a lasciare ad altri l’oggetto della propria passione incompiuto”. Siamo in un altro mondo, un altro spessore spirituale della vita!
Ci vuole un’altra chiamata (Mc 10,41a). Perché in fondo il cammino della vita nuova in Cristo è un susseguirsi di nuove chiamate da parte del Signore, vista la caparbietà del nostro udito interiore. Voi sapete che coloro che governano le nazioni dominano su di esse…le opprimono (Mc 10,42b). Questo sì che lo sappiamo bene. Lo sappiamo fare bene tutti, anche se poi normalmente ce la prendiamo solo con i capi. Dominare e opprimere. Un verbo segue l’altro, come allo scoccare dell’arco parte una freccia. Se la logica delle tue relazioni è quella di dominare, ovvero controllare gli altri, alla fine opprimerai la loro vita oltre che la tua. Se invece si frequentano spesso le parole di nostro Signore Gesù Cristo, la logica delle tue relazioni poco a poco diventa un’altra. Ci si avvia a scoprire un nuovo modo di vivere che ci fa veramente liberi, veramente umani, veramente grandi. Vuoi essere il primo tra tutti? Benissimo, ma colui che si è deciso per Gesù lo sarà solo servendo gli altri, guardando ogni giorno Lui, che finisce i suoi giorni lavando i piedi dei suoi! Non c’è un altro modo di essere primi davanti a Dio.

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 19 octobre, 2018 |Pas de commentaires »

XXVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B) INVESTIRE PER L’ETERNITÀ

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XXVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B) INVESTIRE PER L’ETERNITÀ

padre Antonio Rungi

La parola di Dio di questa XXVIII domenica del tempo ordinario ci pone di fronte a delle scelte coraggiose che tutti siamo chiamati a compiere e a fare in vista dei beni che contano, per chi crede, e che non riguardano investimenti terreni, ma quelli eterni. E’ il Vangelo di oggi a spingere la nostra riflessione in quella direzione.
Un ricco si rivolge a Gesù, visto che possedeva tutto ed era contento di quella che aveva e faceva, al punto tale che di fronte ad una serie di domande che Gesù gli pone, lui, questo uomo desideroso di possedere qualcosa più importante, dice di aver osservato tutte le norme morali, i vari comandamenti e di averlo fatto dalla giovinezza.
Evidentemente si trattava di una persona, adulta e matura, che incomincia a fare i conti non soltanto con le sue tasche piene di ogni bene materiale, ma con la sua anima. E’ quello che succede a tutti ad una certa età, quando incomincia a farsi strada l’idea della fine della propria vita. E magari se da giovane si era trascurato qualcosa della vita morale e religiosa, poi incomincia ad affiorare la moralità e la coscienza di fare di più e meglio.
Ci si pone la stessa domanda che oggi questa persona desiderosa di perfezionarsi rivolge a Gesù: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?».
Ebbene Gesù prende atto dell’onestà intellettuale e della bontà di quell’uomo, ma a questo punto, visto che voleva salire più su nel grado della perfezione dell’amore verso Dio e verso i fratelli, gli propone una scelta di vita radicale per mettersi sulla vera strada che porta all’eternità. E la proposta di Gesù, davanti a questo uomo ricco, attaccato ai beni della terra e alla sua agiatezza, è chiara: «Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!». Ma a queste parole egli si fece scuro in volto e se ne andò rattristato; possedeva infatti molti beni.
Di fronte a questo inatteso comportamento dell’uomo Gesù sviluppa la sua riflessione sul tema della ricchezza e sulla difficoltà di abbondonare uno stile di vita agiata per donarsi totalmente alla causa della salvezza della propria anima. Il contrasto tra ricchezza e salvezza eterna è ben evidenziato dal Maestro. E Gesù lo dice apertamente agli apostoli che chiedono spiegazione al riguardo: «Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio!».
I discepoli erano sconcertati dalle sue parole; ma Gesù riprese e disse loro: «Figli, quanto è difficile entrare nel regno di Dio! È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio».
L’immagine e il paradosso che Gesù utilizza per dimostrare l’impossibilità di salvarsi da parte coloro che rimangono per tutta la vita attaccati alla ricchezza, non ammette ridimensionamenti. Gesù usa esattamente l’espressione del cammello per riferirsi ad un animale così enorme da non poter entrare nella cruna di un ago, cioè nel piccolo foro che ha l’ago dove si infila il cotone o al tempo di Gesù lo spago. Gesù vuole ribadire questa difficoltà, ma lascia spazio alla salvezza anche per i ricchi se si convertano. Tanto è vero che di fronte alla meraviglia generale di chi ascoltava il discorso di Gesù, la gente e gli apostoli più stupiti di prima dicevano tra loro: «E chi può essere salvato?». Ma Gesù, guardandoli in faccia, disse: «Impossibile agli uomini, ma non a Dio! Perché tutto è possibile a Dio».
Chiaro riferimento che la salvezza venuta a porta da Cristo sulla terra non esclude nessuno e tutti possono salvarsi se si lasciano toccare il cuore dalla generosità verso gli altri. Di fronte a questa prospettiva di salvezza assicurata a chi lascia ogni cosa, gli Apostoli chiedono vogliono avere una conferma diretta dal loro insegnante. E Pietro, come sempre, prese a dirgli: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito». Gesù gli rispose: «In verità io vi dico: non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi per causa mia e per causa del Vangelo, che non riceva già ora, in questo tempo, cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e la vita eterna nel tempo che verrà».
Dalla risposta che il Signore dà ai discepoli si comprende che la sequela di Cristo non sono solo riserva gioie, ma anche croci e dolori. Infatti, da sempre la chiesa è perseguita in tutto il mondo e in tutti i secoli, a partire dalla sua nascita e a tutt’oggi. Questa capacità di sacrificarsi per il Vangelo, apre la prospettiva a chi si dona per questa causa quella della vita eterna.
Gesù risponde così alla domanda fondamentale dell’inizio del brano evangelico. Il ricco non la condivide e va via, ma il discepoli che vogliono camminare con il Maestro e dietro di Lui, non possono non accogliere il messaggio e farne tesoro per metterlo in partica. D’altra parte, la parola di Dio, pronunciata dallo stesso Figlio di Dio, ha, come ci ricorda la seconda lettura di oggi, un duplice effetto, quell’ascolto e dell’accoglienza concreta di essa nella propria vita.
Abbiamo, infatti, ascoltato espressioni forti, attinenti all’incidenza della parola di Dio nella vita di chi l’accoglie e la fa davvero sua. Essa è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, fino alle giunture e alle midolla, e discernere i sentimenti e i pensieri del cuore.
Il confronto sistematico con la parola di Dio, diventa così giudizio autentico di come agiamo ora e cosa ci attenderà un domani: “Non vi è creatura che possa nascondersi davanti a Dio, ma tutto è nudo e scoperto agli occhi di colui al quale noi dobbiamo rendere conto”. Il Signore conosce tutto e a Lui dobbiamo rendere conto, senza pensare che sarà un giudice terribile che non comprenderà le debolezze dei propri figli, come ogni padre e madre della terra.
Perciò, a conclusione di queste considerazioni sulla nostra vita da cristiani e di cristiani, chiediamo al Signore, mediante il grande mezzo della preghiera, quella sapienza di cui ci parla la prima lettura dei testi biblici di oggi e quella prudenza necessaria per agire bene: “Pregai e mi fu elargita la prudenza, implorai e venne in me lo spirito di sapienza. La preferii a scettri e a troni, stimai un nulla la ricchezza al suo confronto, non la paragonai neppure a una gemma inestimabile, perché tutto l’oro al suo confronto è come un po’ di sabbia e come fango sarà valutato di fronte a lei l’argento. L’ho amata più della salute e della bellezza, ho preferito avere lei piuttosto che la luce, perché lo splendore che viene da lei non tramonta. Insieme a lei mi sono venuti tutti i beni; nelle sue mani è una ricchezza incalcolabile”.
Sulle parole armoniose di questo bellissimo inno dedicato alla sapienza vogliamo concludere la nostra riflessione con la preghiera della colletta di questa domenica: O Dio, nostro Padre, che scruti i sentimenti e i pensieri dell’uomo, non c’è creatura che possa nascondersi davanti a te; penetra nei nostri cuori con la spada della tua parola, perché alla luce della tua sapienza possiamo valutare le cose terrene ed eterne, e diventare liberi e poveri per il tuo regno”. Amen.
padre Antonio Rungi

 

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 12 octobre, 2018 |Pas de commentaires »

XXVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B) (07/10/2018)

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L’essere per la comunione e per un amore puro e innocente

padre Antonio Rungi

XXVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B) (07/10/2018)

La parola di Dio di questa XXVII domenica del tempo ordinario ci fa riflettere sulla dignità della coppia umana e del matrimonio, come espressione di autentico amore, tra uomo e donna, secondo quanto stabilito dal Creatore, nell’atto della creazione.
Il libro della Genesi, che leggiamo come prima lettura oggi, ci riporta a questo momento della creazione della donna, successiva a quello dell’uomo, in quanto Dio stesso, che aveva già creato l’uomo si accorse che non era giusto che l’uomo fosse solo; per cui decise, per amore, di dargli un aiuto che gli corrispondesse. E così fece. Il racconto biblico è molto significativo ed ogni parola e gesto ha una sua valenza di amore e di attenzione per la donna e verso la coppia, che così si costituisce nella pienezza di un amore vicendevole e di complementarietà.“
“Allora il Signore Dio plasmò dal suolo ogni sorta di animali selvatici e tutti gli uccelli del cielo e li condusse all’uomo, per vedere come li avrebbe chiamati: in qualunque modo l’uomo avesse chiamato ognuno degli esseri viventi, quello doveva essere il suo nome. Così l’uomo impose nomi a tutto il bestiame, a tutti gli uccelli del cielo e a tutti gli animali selvatici, ma per l’uomo non trovò un aiuto che gli corrispondesse. Allora il Signore Dio fece scendere un torpore sull’uomo, che si addormentò; gli tolse una delle costole e richiuse la carne al suo posto. Il Signore Dio formò con la costola, che aveva tolta all’uomo, una donna e la condusse all’uomo”.
A questo punto l’uomo prende consapevolezza e coscienza che si trova di fronte ad un essere uguale a lui, anche se con una struttura biologica e fisica diversa. Allora l’uomo disse: «Questa volta è osso dalle mie ossa, carne dalla mia carne. La si chiamerà donna, perché dall’uomo è stata tolta».
Due individualità singole, anche se uguali nella dignità e nel valore creazionale, non fanno coppia, né costituiscono di per sé la base di un amore reciproco. Bisogna quindi lavorare in quella prospettiva. Il superamento della solitudine individuale porta le due soggettività a prendere la decisione di fare coppia, in poche parole di mettersi insieme e fare famiglia. Tanto è vero che il matrimonio naturale nasce da questo bisogno di superare l’individualità per formare una famiglia e costituire in comunione di vita due persone, due esseri umani con la stessa dignità e lo stesso peso rispetto alla vita e alla società: “Per questo l’uomo – leggiamo nel brano- lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e i due saranno un’unica carne”.
Questa espressione finale “un’unica carne” significa esattamente un unico progetto di vita per la vita e per l’amore.
Un progetto che si deve costruire e realizzare giorno per giorno, in quanto nulla è dato per scontato tra gli esseri viventi ed umani, al punto tale che le decisioni assunte, vanno vissute nella quotidianità, superando i limiti e le difficoltà, insite nella relazione di coppia, soprattutto ai nostri giorni.
Ecco perché nel Vangelo di oggi, di fronte a delle richieste di alcuni farisei che lo vogliono mettere alla prova Gesù, circa la questione del divorzio, il Maestro replica con quanto è scritto nella legge mosaica, ma, nello stesso tempo, potenzia il discorso sulla dignità del matrimonio affermando i due principi basilari del matrimonio stesso: unità e indissolubilità, ovvero fedeltà e coerenza per tutta la vita. Quindi è chiaro che non è lecito ripudiare la moglie o il marito, anche se Mosè aveva permesso di sottoscrivere l’atto di ripudio per la durezza del cuore di chi aveva deciso liberamente di vivere da sposato. Ma il volere di Dio è diverso. Infatti nella Genesi è scritto esattamente che l’uomo una volta che decide di mettere su famiglia deve camminare per questa strada, in quanto l’uomo non ha potere ed autorità di dividere quello che Dio ha unito.
Chiaro riferimento alla sacralità del matrimonio cristiano che è unico ed indissolubile. Discorso molto dedicato ai nostri giorni, che deve confrontarsi con la pluralità delle culture, delle fedi, del modo di intendere e vivere la scelta coniugale nella società e nella chiesa di ieri, di oggi e di sempre. Possono cambiare alcune forme esteriori, ma la sostanza del discorso e dell’argomentazione di Gesù rimane inalterata. Infatti è Gesù stesso che ribadisce ai discepoli il suo pensiero e il suo insegnamento in merito.
Leggiamo nel brano del Vangelo che una volta rientrati a casa, i discepoli interrogarono di nuovo Gesù su questo argomento del matrimonio, del divorzio, dell’infedeltà coniugale. Ed Egli disse loro: «Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio verso di lei; e se lei, ripudiato il marito, ne sposa un altro, commette adulterio».
In poche parole, rompere il vincolo o patto coniugale è frantumare la famiglia, che è la base della società e della stessa comunità cristiana. Si ribadisce il totale rifiuto del divorzio nella prospettiva cattolica, anche se, oggi, si va verso un’accoglienza pastorale dei divorziati come cammino spirituale necessariamente da farsi, perché la Chiesa, come scrive Papa Francesco, non deve chiudere le porte in faccia a nessuno.
Per essere accogliente, anche nella pastorale familiare, la Chiesa deve assumere come modello di comportamento quello dei bambini, citati nella parte finale del Vangelo di oggi.
Gesù a chi rifiuta una visione di chiesa dell’innocenza e della semplicità ribadisce che lo stile vero di una chiesa vera è quella rappresentata iconograficamente dai bambini: «Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite: a chi è come loro infatti appartiene il regno di Dio. In verità io vi dico: chi non accoglie il regno di Dio come lo accoglie un bambino, non entrerà in esso. E, prendendoli tra le braccia, li benediceva, imponendo le mani su di loro».
E allora quale deve essere lo stile di ogni cristiano? E’ abbracciare la semplicità, l’innocenza, la purezza, è benedire e sanare.
Concetti che troviamo espressi nel secondo brano della parola di Dio di oggi, tratto dalla lettera agli Ebrei.
Gesù Redentore e Salvatore, coronato di gloria e che è vicino ad ogni uomo della terra. Quel Gesù che non si vergogna di chiamarci fratelli, anche se degli esseri umani sono stati a condannarlo ad una morte infamante.
Dalla croce e con la croce, Gesù ha riportato nel solco dell’amore, del perdono e della fratellanza universale tutto il genere umano. Egli è davvero l’unico punto di convergenza e di unificazione di tutte le genti e di tutti i rapporti umani, a partire da quelli familiari.
Sia questa la nostra comune preghiera, oggi, domenica, giorno del Signore: “Dio, che hai creato l’uomo e la donna, perché i due siano una vita sola, principio dell’armonia libera e necessaria che si realizza nell’amore; per opera del tuo Spirito riporta i figli di Adamo alla santità delle prime origini, e dona loro un cuore fedele, perché nessun potere umano osi dividere ciò che tu stesso hai unito”. Amen.

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 5 octobre, 2018 |Pas de commentaires »

XXVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – CONSACRATI PER EVANGELIZZARE

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XXVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – CONSACRATI PER EVANGELIZZARE

padre Antonio Rungi

La parola di Dio di questa domenica 26esima è incentrata sul significato e valore della profezia, sia nell’Antico Testamento che nel Nuovo Testamento.
La prima lettura di oggi, tratta dal Libro dei Numeri e il Vangelo di Marco ci fanno riflettere, infatti, su questo aspetto dell’essere credenti e cristiani. Nel Battesimo siamo stati consacrati a Cristo Re, Sacerdote e Profeta e in quanto tali siamo chiamati ad evangelizzare, a parlare di Dio con la nostra bocca, ma soprattutto con la nostra vita.
Il testo della prima lettura ci presenta Dio che scende dalle nubi e parla Mosè, dal quale “tolse parte dello spirito che era su di lui e lo pose sopra i settanta uomini anziani”. Questo trasferimento avviene subito, al punto tale che “quando lo spirito si fu posato su di loro, quelli profetizzarono, ma non lo fecero più in seguito”. Potremmo dire una missione a termine, limitata e rapportata alla necessità del momento.
La distribuzione dei compiti e della missione è assegnata direttamente da Dio. Dei settanta scelti, alla fine, ne rimasero solo due “uno chiamato Eldad e l’altro Medad. E lo spirito si posò su di loro; erano fra gli iscritti, ma non erano usciti per andare alla tenda. Si misero a profetizzare nell’accampamento”. Questi due nuovi designati per la missione di profetizzare suscitarono subito invidia e gelosia tra la gente e avvenne che un giovane corse ad avvisare Mosè, al quale riferì che «Eldad e Medad profetizzavano nell’accampamento». Nel frattempo, un servitore di Mosè, fin dalla sua giovinezza, di nome Giosuè, figlio di Nun, chiese al suo padrone di impedire a Eldad e Medad di continuare a profetizzare. Ma Mosè gli disse: «Sei tu geloso per me?” Quanta è terribile la gelosia anche nel campo della chiesa e della missione. Si può essere gelosi se un fratello di fede o un confratello sacerdote, missionario, laico o vescovo svolga con successo la sua missione? Purtroppo questo succede, anche oggi. La conclusione e l’appello conclusivo del patriarca fu chiara: “Fossero tutti profeti nel popolo del Signore e volesse il Signore porre su di loro il suo spirito!». Mosè è contento che altri svolgono il servizio della profezia e addirittura si auspica che tutti diventino profeti, ovvero testimoni di Dio, nel suo popolo.

Stessa scena, ma in un contesto storico, religioso e sociale diverso, la troviamo espressa nel Vangelo di Marco, il quale ci racconta del dialogo intercorso tra Giovanni e Gesù in merito alla liberazione dai demoni operata da alcuni, non appartenenti al gruppo dei Dodici.
«Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demòni nel tuo nome e volevamo impedirglielo, perché non ci seguiva». Ma Gesù disse: «Non glielo impedite, perché non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito possa parlare male di me: chi non è contro di noi è per noi”.
Quindi a nessuno è preclusa la strada di fare il bene e di operare per la salvezza dei fratelli. Nessuno deve mettere limiti e paletti all’azione dello Spirito del Signore, che agisce ed opera con chi vuole e quando vuole. E Gesù lo sottolinea non solo per il consenso indiretto che dà a chi libera dal demonio, ma soprattutto nell’evidenziare l’importanza della carità, del servizio disinteressato verso gli altri: “Chiunque infatti vi darà da bere un bicchiere d’acqua nel mio nome perché siete di Cristo, in verità io vi dico, non perderà la sua ricompensa”. Oltre a fare sempre il bene, Gesù ci riporta alla responsabilità personale e comunitaria di non scandalizzare nessuno, perché “Chi scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, è molto meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare”.
La condanna esplicita i ogni scandalo soprattutto quando sono coinvolti i bambini, i piccoli Gesù l’afferma con forza e coraggio al punto tale che, attraverso delle immagini metaforiche o paradossi, dice: “Se la tua mano ti è motivo di scandalo, tagliala: è meglio per te entrare nella vita con una mano sola, anziché con le due mani andare nella Geènna, nel fuoco inestinguibile. E se il tuo piede ti è motivo di scandalo, taglialo: è meglio per te entrare nella vita con un piede solo, anziché con i due piedi essere gettato nella Geènna. E se il tuo occhio ti è motivo di scandalo, gettalo via: è meglio per te entrare nel regno di Dio con un occhio solo, anziché con due occhi essere gettato nella Geènna, dove il loro verme non muore e il fuoco non si estingue».
Mano, piede ed occhio, ovvero tatto, vista e sensi vari possono diventare strumenti di scandalo per motivi vari. Per cui Gesù, in caso di scandali che possano interessare questi sensi umani è meglio eliminarsi per non perdersi l’anima e non andare nel fuoco eterno.
Quanti scandali nel mondo di oggi e nella stessa chiesa che ci fanno pensare in modo più puntuale a ciò che dobbiamo tutti evitare per non scandalizzare nessuno, specialmente se sono fragile creature. Recidere e mutilarsi delle cose che sono motivi di scandalo, non vuol dire fare questo da un punto di vista fisica, ma interiore, spirituale. Avere il coraggio di camminare a testa alta, per non essere additati come soggetti pericolosi e poco affidabili da un punto di vista morale e dottrinale.

Il forte ammonimento dell’Apostolo Giacomo nel brano della seconda lettura di oggi, riguarda i ricchi di soldi e di benessere economico e i presuntuosi che si ritengono ricchi, quando sono poveri in tutti i sensi.
Parole dure che sono espresse in questi termini inequivocabili: “Ora a voi, ricchi: piangete e gridate per le sciagure che cadranno su di voi! Le vostre ricchezze sono marce, i vostri vestiti sono mangiati dalle tarme. Il vostro oro e il vostro argento sono consumati dalla ruggine, la loro ruggine si alzerà ad accusarvi e divorerà le vostre carni come un fuoco. Avete accumulato tesori per gli ultimi giorni! Ecco, il salario dei lavoratori che hanno mietuto sulle vostre terre, e che voi non avete pagato, grida, e le proteste dei mietitori sono giunte alle orecchie del Signore onnipotente. Sulla terra avete vissuto in mezzo a piaceri e delizie, e vi siete ingrassati per il giorno della strage. Avete condannato e ucciso il giusto ed egli non vi ha opposto resistenza.
Quante ingiustizie sulla terra, quanti approfittatori in questo mondo che pensano solo al loro ventre e si dimenticano di Dio e dei fratelli. Per tutti costoro scatterà il giudizio severo di Dio che non tollera maltrattamenti e profitti di nessun genere.
Sia questa la preghiera che rivolgiamo tutti insieme al Signore: “O Dio, tu non privasti mai il tuo popolo della voce dei profeti; effondi il tuo Spirito sul nuovo Israele, perché ogni uomo sia ricco del tuo dono, e a tutti i popoli della terra siano annunziate le meraviglie del tuo amore”.

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 28 septembre, 2018 |Pas de commentaires »

XXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B) (16/09/2018)

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XXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B) (16/09/2018)

La croce e la gloria

padre Gian Franco Scarpitta

La croce è lo strumento dell’estrema umiliazione, della sottomissione e dell’autoconsegna all’umanità, che diventa però la tappa necessaria all’innalzamento L’esaltazione della croce cade liturgicamente in questi giorni (14 Settembre) e non è fuori luogo oggi un riferimento allo strumento di supplizio sul quale Gesù, Figlio di Dio fattosi uomo per noi, ostenta il sacrificio del suo Corpo per guadagnarci tutti alla salvezza. Sempre la croce sarà conseguentemente la condizione per ottenere l’innalzamento e la glorificazione, poiché la croce e l’umiliazione si trasformano nella gloria definitiva e nell’Innalzamento.. E’ il luogo del sacrificio dell’Agnello, che sulla scia di Isaia (capp 52 – 53) è “votato al macello”, esile vittima di carnefici efferati ai quali non oppone resistenza, ma dal Sangue di questo Agnello
scaturirà la gloria definitiva e nel frattempo sempre lo stesso sangue apporta per tutti la salvezza. Sulla croce Cristo è partecipe del Padre sia nella prospettiva sacrificale di salvezza sia in quella più esaltante della glorificazione: “La salvezza appartiene al nostro Dio assiso sul trono e all’Agnello”(Ap 7, 9); tuttavia “a Colui che siede sul trono e all’Agnello lode, onore, gloria, potenza nei secoli dei secoli”(5, 13) perché l’Agnello di Dio Gesù Cristo merita di essere innalzato ed esaltato (5, 10) e l’innalzamento e la gloria gli appartengono, come inevitabili per Lui sono stati immolazione e morte. Cristo infatti è l’Agnello vittima di espiazione dei nostri peccati e di quelli del mondo intero (1Gv 2, 2), che non si si sottrae all’immolazione e non fugge alla morte, ma accetta deliberatamente di soffrire nell’estrema umiltà e nell’abbassamento. Non ricorre alle prerogative di onnipotenza che la sua Divinità gli conferisce, combatte la tentazione di schiodarsi dalla croce peraltro foraggiata dagli scherni e dalle esecrazioni altrui, lesina su tutto ciò che possa comportare per lui sicurezza e vantaggio e fugge ogni soluzione di scongiurare il pericolo che lo attende. Vi si sottopone senza riserve, nonostante il parere contrario di Pietro che gli usa una benevolenza in fin dei conti solo filantropica, alla quale risponde con quelle fredde parole rivolte al vero artefice di questa amicizia labile e impertinente: il Maligno. “Vai dietro a me, Satana”; “non occupare il mio posto, non mi prevaricare e soprattutto non tentare di deviare il disegno di salvezza impostato dal Padre, per il quale il Figlio dell’Uomo non può sottrarsi alla morte. Risusciterà e sarà innalzato, dopo essersi addossato tutti i peccati dell’umanità e aver pagato egli stesso per le nostre colpe. Conseguirà la vittoria definitiva e la pace. La vera forza di Gesù consiste in tutto ciò che noi consideriamo debole e vulnerabile; la sua vera sapienza consiste in ciò che consideriamo stoltezza e aberrazione, e cosa può esservi di più stolto e scandaloso (umanamente parlando) della prospettiva della morte di croce? In essa Dio realizza l’assurdo e l’inimmaginabile per noi, per il solo motivo che l’uomo necessita di un amore inimmaginabile.
Se ne deduce che la croce e la risurrezione sono tappe irrinunciabili. Non solamente nel senso che per risorgere è necessario crocifiggersi, ma anche in quello più impegnativo per il quale la risurrezione spiega il fondamento della croce. In parole povere il conseguimento della gloria e i suoi benefici ci educano a saper cogliere il valore della sofferenza, a considerare questa come una tappa certamente assillante e opprimente e tuttavia valida, esaltante, foriera di benefici. Anche considerata in se stessa, la croce assume valore per la nostra formazione umana, per l’accrescimento della virtù e per la promozione dell’umiltà. Essa non soltanto è destinata a trasformarsi in gloria di resurrezione, ma contiene essa stessa il germe della gloria: ogni sofferenza è sempre un’opportunità per cogliere al di la’ delle apparenze il seme della vittoria.
Il dolore del resto è un campanello d’allarme utilissimo a scongiurare possibili pericoli. Se fossimo esentati dal soffrire, in taluni casi non ci accorgeremmo delle fiamme che avvolgono i nostri abiti fino a consumare le nostre carni o di oggetti contundenti che ci hanno fatto sanguinare fino a debilitarci. In assenza di angoscia e di sofferenza, mancherebbero le disposizioni essenziali per crescere e precipiteremmo nell’appiattimento, perché tutto sarebbe fin troppo semplice e sbrigativo.
Assumere la croce per stessa alla maniera di masochismo non ha certamente utilità alcuna e anzi sarebbe asservimento gratuito a un piacere del tutto effimero. Assumerla invece nella prospettiva dell’edificazione di se stessi in vista di un nobile obiettivo è sempre edificante e raggiunge in ogni caso l’obiettivo quanto mai esaltante della resurrezione. Il criterio al quale conformarci è uno solo: Gesù Cristo crocifisso e risorto che continua a vivere in noi egli stesso l’esperienza della croce per risuscitare ogni volta con noi.

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 15 septembre, 2018 |Pas de commentaires »

XXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – LA RIVOLUZIONE DELL’AMORE TENERO E GENEROSO DI DIO

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XXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – LA RIVOLUZIONE DELL’AMORE TENERO E GENEROSO DI DIO

padre Antonio Rungi

La liturgia della parola di Dio della XXIII domenica del tempo ordinario ci immerge nel mistero dell’amore di Dio che è in grado di cambiare le sorti delle singole persone e dell’umanità intera. Nel testo della prima lettura, tratta dal profeta Isaia, c’è questo forte appello a non temere rispetto alle sorti negative che possono affiorare dal mondo, perché c’è vicino a noi il Signore che non abbandona l’essere umano al suo destino, ma lo risolleva e lo porta sempre più in alto nel grado della sua dignità di persona e di popolo. Una forte parola di incoraggiamento per tutti, nelle prove della vita e della sofferenza della quotidianità che riguarda ogni persona umana: “Dite agli smarriti di cuore: «Coraggio, non temete!”. Il Signore viene a salvarci, viene a dare il sollievo e il conforto, al punto tale che “si apriranno gli occhi dei ciechi e si schiuderanno gli orecchi dei sordi… lo zoppo salterà come un cervo, griderà di gioia la lingua del muto. Anche la natura cambia volto e fisionomia davanti al Dio che viene a salvarci, al punto tale che scaturiranno acque nel deserto, scorreranno torrenti nella steppa, la terra bruciata diventerà una palude e il suolo riarso sorgenti d’acqua”. Questa modificazione sostanziale delle persone e delle cose ci conferma la bontà di un Dio che ama le creature e la creazione, che non è distante da esse, ma gli è sempre vicino con la benedizione e la protezione, con la salvaguardia di quello che è il creato.
Anche l’apostolo Giacomo, nel brano della seconda lettura di oggi, ci chiede un profondo cambiamento di mentalità e di atteggiamento, rispetto ai ricchi e ai poveri, ai potenti e ai deboli. Il cristiano non deve favorire e parteggiare per nessuno, per lui tutti sono uguali e tutti sono fratelli, senza distinzioni di tasca, vestiti, anelli e segni esteriori di potenza economica, militare e politica. Tutti siamo uguali davanti a Dio. E per farci comprendere esattamente questo discorso, l’Apostolo porta un esempio di vita sociale ed ipotizza una situazione reale e abbastanza ricorrente al suo tempo, come ai nostri giorni: “Fratelli miei, la vostra fede nel Signore nostro Gesù Cristo, Signore della gloria, sia immune da favoritismi personali. Supponiamo che, in una delle vostre riunioni, entri qualcuno con un anello d’oro al dito, vestito lussuosamente, ed entri anche un povero con un vestito logoro. Se guardate colui che è vestito lussuosamente e gli dite: «Tu siediti qui, comodamente», e al povero dite: «Tu mettiti là, in piedi», oppure: «Siediti qui ai piedi del mio sgabello», non fate forse discriminazioni e non siete giudici dai giudizi perversi?”.
Quante volte si verificano queste cose, anche nelle nostre assemblee liturgiche, con i posti riservati, con il cerimoniale da osservare, permessi e autorizzazioni da ottenere, anche per un breve saluto o un incontro con un’autorità religiosa. Ci si trincerà dietro a motivi di sicurezza e poi alla fine chi ha protezioni e raccomandazioni ottiene ciò che agli altri non è concesso. Di queste cose se ne vedono molte in tutti gli ambienti sociali, compresi quelli ecclesiastici.
Perciò l’apostolo ammonisce alla fine di questo brano: “Ascoltate, fratelli miei carissimi: Dio non ha forse scelto i poveri agli occhi del mondo, che sono ricchi nella fede ed eredi del Regno, promesso a quelli che lo amano?”. La scelta dei poveri è la scelta preferenziale dell’amore di Dio verso l’uomo.
Questo amore immenso e tenero di Dio, che Gesù, Figlio di Dio, manifesta in tutte quelle circostanze in cui la vita è stata severa con la persona, rendendola invalida o inabile. Gesù non chiude gli occhi davanti alla sofferenza dei fratelli e sana le ferita del cuore e del corpo, ridando alla persona la dignità che merita e il posto che le spetta nel consesso sociale. Sappiamo benissimo come i limiti umani, le inabilità fisiche erano emarginanti al tempo di Gesù e come escludevano dalla vita chi era affetto da una limitazione. Solo negli ultimi decenni si è fatta strada, nel nostro tempo, la cultura dell’accoglienza, della valorizzazione e integrazione del diversamente abile, che oltre ad avere una sua dignità ha anche doni e pregi da mettere a servizio della comunità.
Nel Vangelo di oggi è riportato, infatti, uno dei miracoli operati da Gesù, quella della guarigione di un sordomuto. E’ interessante seguire tutto l’iter che porta alla guarigione dell’infermo: Gesù “lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: «Effatà», cioè: «Apriti!». E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente”.
Il rito della guarigione, così come descritto nel vangelo di oggi, è stato inserito nella liturgia del sacramento del battesimo. Al fine della celebrazione, il sacerdote o diacono svolge il significativo rito dell’Effatà. Il celebrante tocca, con il pollice, le orecchie e le labbra dei singoli battezzati, dicendo: “Il Signore Gesù, che fece udire i sordi e parlare i muti, ti conceda di ascoltare presto la sua parola, e di professare la tua fede, a lode e gloria di Dio Padre. Amen”.
Esattamente quello che fede il malato guarito, dopo aver ottenuto il miracolo da Gesù, il quale “comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo proibiva, più essi lo proclamavano e, pieni di stupore, dicevano: «Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!”. Ecco il miracolo dell’amore di Dio che fa udire i sordi nella mente e i muti nei sentimenti per aprirci tutti alla comunione con lui e con i fratelli.
Sia questa la nostra preghiera, oggi, giorno del Signore, giorno in cui cui Cristo in modo particolare ci vuole comunicare il suo amore, mediante il dono dell’eucaristia: “O Padre, che scegli i piccoli e i poveri per farli ricchi nella fede ed eredi del tuo regno, aiutaci a dire la tua parola di coraggio a tutti gli smarriti di cuore, perché si sciolgano le loro lingue e tanta umanità malata, incapace perfino di pregarti, canti con noi le tue meraviglie. Amen.

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 7 septembre, 2018 |Pas de commentaires »
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