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EPIFANIA DEL SIGNORE (06/01/2018)

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Siamo in cammino custodi della rivelazione del mistero di Dio

Vito Calella

EPIFANIA DEL SIGNORE (06/01/2018)

Andiamo al di là del ricordo e la tradizione

La solennità dell’Epifania rischia di essere vissuta da noi come il ricordo della scenetta dei re Magi che arrivano a Betlemme, guidati dalla stella cometa, e fecero un grande viaggio per adorare il bambino Gesù. Nei nostri presepi i bambini mettono le statuette dei Magi, viviamo una dolce emozione e poi tutto finisce li.
Come per il Natale con Babbo Natale, così la Befana viene a imporsi come un parallelo festivo alla solennità religiosa, con la gioia di tutti i bambini, che in Italia, ricevono la calza delle caramelle. Finita l’epifania, sono finite le feste natalizie, si consumeranno gli ultimi pandori e panettoni e si ritornerà al duro ritmo di vita di ogni giorno.
Andiamo oltre il ricordo e la tradizione! La parola “Epifania” significa “rivelazione”, “manifestazione”. Siamo qui per celebrare una misteriosa manifestazione, puntando il nostro sguardo al bambino Gesù.
Siamo in cammino e custodiamo i misteri più profondi della rivelazione di Dio nella nostra storia.
I magi rappresentano tutti i popoli stranieri, che non appartengono al popolo di Israele. Il popolo di Israele invece è rappresentato (nel Vangelo e nella 1° lettura) attraverso l’immagine della città di Gerusalemme. Nella 1° lettura Gerusalemme è avvolta di luce e per questa luce tutti i popoli, immersi nelle tenebre, fanno una processione verso di essa.
Nel Vangelo Gerusalemme appare avvolta nelle tenebre di un turbamento: «Il re Erode, all’annuncio dei magi che cercavano il re dei Giudei che è nato, rimase turbato e con lui tutta Gerusalemme» I magi non appartengono al popolo di Israele, vengono da oriente. Noi ci identifichiamo in loro, perché non siamo del popolo di Israele. Rappresentano tutti i popoli e quindi anche noi.
Nella seconda lettura l’apostolo Paolo ci aiuta ad andare più in profondità. Paolo parla di una misteriosa rivelazione (Epifania), non manifestata agli uomini delle precedenti generazioni, ma rivelata a tutti i cristiani (i santi) nel presente per mezzo dello Spirito Santo. In cosa consiste questa misteriosa rivelazione? «I pagani (gentili) sono chiamati in Cristo Gesù, a partecipare alla stessa eredità, a formare lo stesso corpo, ad essere partecipi della promessa per mezzo del vangelo”.
Guardando allora alla figura dei magi, ci domandiamo: chi siamo noi cristiani?
Siamo persone in cammino, in costante atteggiamento di ricerca e di conversione. Sentiamoci camminanti, pellegrini, ricercatori della verità come lo furono i magi! Non rinunciamo al nostro camminare, non accontentiamoci di quattro nozioni di catechismo, di una partecipazione tradizionale ai sacramenti, di un senso di appartenenza liquido nei confronti della nostra comunità, di una preghiera superficiale.
Siamo in cammino come i magi, custodi di due grandiosi misteri che sono simbolizzati nei tre doni: la mirra, l’incenso e l’oro. Li abbiamo ricevuti per tradizione, ma sono preziosissimi e li vogliamo offrire a Gesù in adorazione tutte le volte che veniamo in chiesa per celebrare l’Eucarestia. Si perché Maria, senza la figura di Giuseppe, nel Vangelo, rappresenta la Chiesa che genera oggi il Figlio al mondo.
Siamo custodi del mistero della morte, sepoltura e risurrezione di Gesù e del mistero della cristificazione di tutte le situazioni del mondo.
La mirra ci ricorda il mistero della morte di Gesù, perché quello era l’unguento usato per imbalsamare i morti e dare degna sepoltura ai corpi. Nel dono della mirra rendiamoci conto che siamo custodi del mistero della morte di Gesù.
L’incenso ci ricorda il profumo della risurrezione, il profumo del giardino dove sta la tomba vuota. Nel dono dell’incenso profumato rendiamoci conto che siamo custodi del mistero della risurrezione di Gesù.
L’oro ci ricorda la regalità del Cristo risorto, ci ricorda che tutto si ricapitola in Cristo, tutto è cristificato, tutto è stato creato per mezzo di Lui e in vista di Lui. La risurrezione di Gesù non è un ricordo, non è un far rinascere nel nostro cuore gli insegnamenti di Gesù per poi tentare di applicarli nella vita. La risurrezione di Gesù è reale. Gesù vive, è il signore della nostra storia e della storia dell’umanità, e noi viviamo per lui, con lui, in lui.
Siamo custodi del mistero della Santa Trinità che si rivela al mondo.
Attraverso la morte e risurrezione di Gesù, si svela tutta la grandezza del mistero della Santa Trinità. La mirra ci ricorda il mistero della morte di Gesù..
L’incenso ci ricorda anche la nube dello Spirito Santo che copre con la sua ombra la Vergine Maria e genera il Verbo di Dio nel suo grembo con tutta la sua potenza. La stessa potenza dello Spirito dà la vita eterna al corpo martirizzato di Gesù, che era stato messo nel sepolcro.
L’oro ci ricorda la gloria del Padre, che si rivela tutta nel mistero della venuta del Verbo di Dio fatto carne, morto e risorto per noi, e si riversa, con il dono dello Spirito Santo, nella vita di ciascuno di noi, perché la gloria di Dio sia anche l’uomo vivente, l’uomo riscattato e rispettato nella sua dignità di figlio amato del Padre.
Siamo coscienti di questa “custodia”?
Siamo coscienti di questa custodia?
Se il mistero della morte e risurrezione di Gesù non incide affatto nella nostra vita quotidiana, non siamo come i magi, non siamo più in ricerca, in cammino e non abbiamo nulla da offrire al Signore Gesù quando veniamo ad adorarlo.
Facciamo ancora fatica a comprendere che tutto è cristificato, che Gesù risorto è vivo e presente anche nelle situazioni di dolore, di sofferenza, di guerra, nelle disgrazie. Ma continuiamo a camminare e sperare che la luce risplenda all’orizzonte, quando siamo nelle tenebre e nei turbamenti della vita.
Se il mistero della Santa Trinità non ci attrae e non facciamo nulla per contemplarlo con la preghiera orante della Parola di Dio, non abbiamo nulla da offrire al Signore Gesù quando veniamo ad adorarlo. Facciamo ancora tanta fatica a comprendere che ogni essere umano è figlio amato del Padre, che la gloria di Dio è l’uomo vivente. Ma da questa comunione con il mistero della Trinità Santa che si rivela a noi per mezzo di Cristo, fondiamo tutte le nostre azioni di carità, di condivisione, di accoglienza, di rispetto dei poveri di questo mondo.

MARIA SANTISSIMA MADRE DI DIO (01/01/2018)

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Nel nome della Beata Vergine Maria, iniziamo questo nuovo anno del Signore

padre Antonio Rungi

MARIA SANTISSIMA MADRE DI DIO (01/01/2018)

Un nuovo anno solare che inizia oggi è sempre un motivo per guardare avanti nel segno della gioia, della pace e della speranza.
E ciò lo facciamo affidando questo nuovo itinerario temporale alla Beata Vergine Maria, che oggi celebriamo con il titolo di “Madre di Dio”, perché Madre di Gesù, nato da lei per opera dello Spirito Santo e della cui natività stiamo celebrando l’annuale ricorrenza con la solennità del Santo Natale che abbiamo ricordato una settimana fa.
Inizia un nuovo anno e l’augurio più bello che possiamo scambiarci, noi cristiani, noi che guardiamo il mondo ed il tempo con gli occhi di Dio e aperti all’eterno, con quanto ci offre la parola di Dio di questo giorno santo e tanto atteso, ma non sempre nel modo migliore, come capita a volte.
Il Capodanno con la Giornata mondiale della pace che noi cattolici celebriamo in questo primo giorno del nuovo anno è sempre qualcosa di stimolante a livello spirituale, umano, sociale, politico, economico.
La benedizione di Mosè a tutto il popolo d’Israele che costituisce il brano della prima lettura di oggi, tratto dal Libro dei Numeri ci può aiutare nel sano e saggio discernimento di come programmare il nuovo anno, alla luce di quanto il Signore opera per noi e si attende da noi: “Ti benedica il Signore e ti custodisca. Il Signore faccia risplendere per te il suo volto e ti faccia grazia. Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace”.
Benedizione e custodia di Dio nei confronti dell’umanità è quanto assicurato dall’alto, in quanto Dio rispetta i patti ed è fedele per sempre.
Essere in sintonia con Dio e costruire ponti di pace è quanto spetta all’essere umano che cerca la benedizione del cielo e agisce guardando continuamente il cielo, ove è la sua patria per sempre, pur nella consapevolezza che opera nella storia e sulla terra come pellegrino e viandante verso mete celesti.
Non a caso la preghiera iniziale della celebrazione di questo primo giorno dell’anno solare recita così: “Padre buono, che in Maria, vergine e madre, benedetta fra tutte le donne, hai stabilito la dimora del tuo Verbo fatto uomo tra noi, donaci il tuo Spirito, perché tutta la nostra vita nel segno della tua benedizione si renda disponibile ad accogliere il tuo dono”.
E nel salmo 66 ci rivolgiamo a Dio chiedendo misericordia e pace per tutti i giorni che stanno a noi davanti: “Dio abbia pietà di noi e ci benedica, su di noi faccia splendere il suo volto; perché si conosca sulla terra la tua via, la tua salvezza fra tutte le genti”.
Abbiamo bisogno della misericordia di Dio per tutti i nostri errori della vita passata e dell’anno appena trascorso, con la promessa e la buona intenzione e volontà di non continuare a fare gli stessi sbagli, ma ricominciare una vita nuova, nella grazia e nella bontà del Signore.
Questo è possibile nella misura in cui accogliamo nella nostra mente e nel nostro cuore la venuta di Dio tra noi, come ci ricorda il testo della Lettera ai Galati di San Paolo Apostolo.
Con il mistero dell’incarnazione del Figlio di Dio e l’elevazione, mediante Gesù Cristo, dell’uomo alla dignità di figlio adottivo di Dio, noi abbiamo il dovere di riflettere nel nostro comportamento quello che realmente siamo: non più schiavi, ma figli e in quanto figli, eredi della gloria futura per grazia ricevuta.
Nella riscoperta della nostra dignità di figli di Dio ci aiuta la Vergine Maria che è Madre di Dio e Madre nostra.
Il Vangelo di oggi, lo stesso del giorno di Natale, ci invita a ritornare con gioia, fede e coraggio alla grotta del Bambinello Gesù, per ascoltare, con il silenzio, la luce, l’armonia e la bellezza della strada che stiamo percorrendo la voce di Dio che parte proprio da lì.
Ritrovare Maria, Giuseppe e il Bambino a distanza di otto giorni dal Natale, che abbiamo appena festeggiato, significherà per noi, come è stato per Gesù, procedere alla circoncisione del nostro cuore con gli strumenti dell’amore e della misericordia. Anche per noi, in questo giorno, riprendiamo il nome che abbiamo ricevuto nel giorno del battesimo e che spesso abbiamo dimenticato nel corso dei nostri anni. Anni che si accavallano e ci fanno camminare verso la meta ultima del nostro itinerario terreno.
Dopo aver incontrato Gesù dobbiamo avere il coraggio e la forza della testimonianza, annunciando agli altri ciò che il Figlio di Dio ci ha dettato nel cuore e nella mente in questi giorni santi, che saranno sempre più santi, se li santifichiamo vivendo nella grazia e lontani dal peccato.
La vera schiavitù per ogni battezzato è quella di vivere lontano dalla grazia di Dio e farsi affascinare da ciò che mondanità e soddisfazione delle nostre più basse passioni, compresa quell’odio insanabile che porta un uomo ad essere lupo ad altro uomo e farsi guerra, perché non si è gente di pace e bontà.
E con questa umile e semplice preghiera di tutti noi, fedeli alla Chiesa, chiediamo a Dio in questo giorno, quello che più ci sta a cuore: “O Signore, che in Maria hai mostrato che il tuo amore supera ogni nostro sogno e speranza, donaci la forza di non arrenderci mai di fronte alle ingiustizie e ai dolori del mondo, per impegnarci giorno per giorno a costruire nel mondo la tua pace. Amen.

Buon anno a tutti, che sia ricco di ogni bene e di soddisfazioni di ogni genere.

SANTA FAMIGLIA DI GESÙ, MARIA E GIUSEPPE (ANNO B)

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Una famiglia unita intorno a Gesù Cristo

padre Antonio Rungi

SANTA FAMIGLIA DI GESÙ, MARIA E GIUSEPPE (ANNO B) 

A leggere i pochi brani del Vangelo che parlano della santa famiglia di Nazaret, si resta meravigliati di quel clima di pace e serenità che si respira in essa. Certo è una famiglia del tutto speciale quella che noi consideriamo in questa domenica, all’indomani della solennità del Natale: è la famiglia terrena di Gesù, dove c’è una Madre, tutta speciale, preservata dal peccato originale, e c’è un padre adottivo tutto speciale, con un cuore grande ed una giustizia costante, a portata di mano. Il perno principale, il pilastro dove si poggia questa famiglia, il punto cardine è proprio Lui, Gesù bambino. Intorno a Lui ruotano, non come pupazzi Maria e Giuseppe, che stanno al gioco delle parti, ma due persone sagge, comprensive e pienamente inserite nel progetto di Dio, che con il loro rispettivo sì, a diverso titolo e collaborazione, hanno permesso al Signore di entrare nella storia di questo mondo. Dio che chiede aiuto a due persone per entrare in questo mondo, nascendo in una famiglia storicamente individuata in quella coppia di giovani sposi che sono Maria e Giuseppe. La nascita straordinaria e prodigiosa di Gesù nel grembo verginale di Maria, per opera dello Spirito Santo, non esautora Giuseppe, lo sposo castissimo di Maria e il padre putativo di Gesù dai suoi obblighi giuridici e religiosi nei confronti del loro figlio. Tanto è vero che oggi, nella liturgia della parola di Dio di questa domenica successiva al solennità del Natale, dedicata alla santa famiglia, troviamo Maria e Giuseppe che presentano il loro Figlio, primogenito ed unigenito, a tempio di Gerusalemme per consacrarlo a Dio, come ci attesta l’evangelista Luca nel brano che ascoltiamo.
Prima icona di questa famiglia: l’unità. Maria e Giuseppe portarono il bambino a Gerusalemme. Né la madre delega il padre, né il padre delega la madre a questo rito. Entrambi vanno verso Gerusalemme con il Bambino. Una famiglia quindi che si attiene alla legge, non contravviene alle norme religiose. E qui c’è l’altro aspetto importante di questa icona della santa famiglia che vale la pena sottolineare. Rispettare le leggi religiose e civili è un dovere di tutte le famiglie. Potremmo dire, oggi, educare alla legalità, rispettare quelle leggi che rendono libero il cuore e la vita di ogni uomo, di ogni popolo e di ogni culturale. Maria e Giuseppe sono su questa scia ed osservano le prescrizioni della legge ebraica. Quante famiglie che si dicono cristiane sono in linea e sono osservanti e praticanti della legge del Vangelo?
Cosa avvenne in quel momento, quando Maria e Giuseppe si presentarono al tempio, lo sappiamo dal racconto che di questo evento ne fa l’evangelista Luca. Qui entra in gioco un’altra straordinaria figura e persona che il santo vecchio Simeone. Seguiamo il racconto del Vangelo per gustare la bellezza di questo momento, di questo incontro tra un santo sacerdote e il Salvatore. Immaginiamo solo per un attimo cosa ha provato questo uomo pio sapendo di trovarsi al cospetto di Dio, davanti al Messia atteso dai secoli. Il suo cuore e la sua lingua sono esplosi in un canto di gioia e di ringraziamento, al punto tale, che la gioia più grande della sua vita, ora arrivata, può mettere fine alla sua esistenza terrena. Non ha più nulla di positivo da attendere, nessun’altra speranza da coltivare, nessun’altra attesa da alimentare: tutta la sua vita sta in quel bambino che prende tra le braccia, ricevendolo dalle braccia di Maria, per elevare a Dio l’inno di lode e di ringraziamento per sempre. E’ il celebre canto del Nunc dimittis, del «Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli: luce per rivelarti alle genti, e gloria del tuo popolo, Israele ». La gioia e la felicità del vecchio Simeone sia la nostra gioia ogni volta che incontriamo Cristo nell’eucaristia, non prendendolo tra le braccia, ma ricevendolo nel nostro cuore, in corpo, sangue, anima e divinità. Noi più fortunati del vecchio Simeone, ma non so fino a che punto con la stessa gioia e con le stese aspettative di vera vita.
Questo momento così intimo della santa famiglia, è poi contrassegnato da una considerazione molto bella che viene attribuita da Luca alla Vergine Maria e a Giuseppe: « Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui ». Lo stupore della bellezza. Il bello ci affascina e ci attrae, la notizia buona ci incoraggia e ci sostiene nella nostra vita quotidiana. Le cose brutte ci deprimono e ci scoraggiano, al punto tale che le evitiamo, per quanto è possibile in tutti i modi.
Non è stato possibile per Maria, in questo momento di gioia della presentazione di Gesù al tempio. Dalla bocca del saggio Simeone, che già ha capito tutto su quel Bambino che sta lì tra le sue braccia, escono parole profetiche che indicano chiaramente anche il dolore e la sofferenza, preannunciando, di fatto, la passione di Cristo, in quel bambino che sta lì e che è proprio Lui, l’atteso Messia, il Servo sofferente di Javhè: «Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione – e anche a te una spada trafiggerà l’anima -, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori».
Un’altra bellissima figura che completa il quadro di una famiglia ben inserita nel contesto dei rapporti religiosi e sociali del tempo è la figura della profetessa Anna, vedova, 84 anni. Il testo del Vangelo ci dice con esattezza che era « figlia di Fanuèle, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto con il marito sette anni dopo il suo matrimonio, era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme ». Una donna di preghiera quindi che nella preghiera attende il Messia. E nella preghiera che riconosce in Gesù il Salvatore. Come dire che la preghiera del cuore fa incontrare Cristo in ogni momento della nostra vita, all’inizio come alla fine della nostra esistenza terrena. Esempio di come alimentare nella famiglia un vero clima di amore e collaborazione: con la preghiera sentita e vera si superano tutte le difficoltà dell’esistenza personale e familiare.
Il resto del racconto della presentazione al tempio di Gesù Bambino, è fissato in poche parole conclusive, nelle quali l’evangelista della santa famiglia che « quando ebbero adempiuto ogni cosa secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nàzaret. Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui ». Ritroviamo una famiglia in cammino, che ritorna alle sue origini, che si stabilizza nei luoghi della memoria storica delle loro origini: Giuseppe e Maria di Nazaret e Gesù il Nazareno. Un Gesù sottomesso ai suoi genitori. Un Dio che obbedisce alll’uomo, che segue le indicazioni dei suoi genitori terreni e che non si contrappone a loro, non li ostacola nella loro responsabilità educativa, tranne il caso del rimanere a Gerusalemme, a 12 anni, senza aver avvisato Maria e Giuseppe che sarebbe rimasto lì con uno scopo bene preciso: quello di formare alla esatta interpretazione delle sacre scritture i dottori della legge che pensavano di sapere tutto, quando in realtà non sapevano nulla o non lo sapevano nella giusta misura e nel giusto significato. Gesù è esempio di sottomissione ai genitori e come tale è esempio di obbedienza ai genitori per tutti i figli di tutto il mondo. Purché ci siano genitori che amino i figli e che non li uccidono, come spesso capita ai nostro giorni. I figli sono dono di Dio e quando arrivano vanno amati e protetti, con cuori di madri e padri, come ci ricorda il brano della prima lettura di oggi, tratto dal libro della Genesi, riguardante la figura di Abramo, il nostro padre nella fede. Dio darà una lunga e grande discendenza a questo uomo desideroso di essere padre e padre di un figlio che fosse il frutto dell’amore coniugale e non della trasgressione: «Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle» e soggiunse: «Tale sarà la tua discendenza». E così è stato. Dio ha mantenuto la promessa fatta ad Abramo e alla sua discendenza. Questa straordinaria figura di padre, patriarca e uomo di fede, quale fu Abramo, viene richiamata anche nel testo della seconda lettura di oggi, tratta dalla lettera di San Paolo Apostolo ai Romani, a conferma di una linea interpretativa della figura del patriarca dei patriarchi, che Abramo e in Isacco suo figlio l’anticipazione e prefigurazione del grande mistero della salvezza del genere umano, che verrà portata a compimento da Gesù Cristo, nella sua Pasqua di morte e risurrezione. Il Figlio di Dio sacrificato sul monte Calvario. Il Figlio di Abramo risparmiato sul monte Oreb.
Sia questa la nostra preghiera nel giorno in cui al centro delle nostre orazioni c’è appunta la famiglia, che nella famiglia di Nazaret trova il modello più consono per realizzare il grande sogno dell’amore per tutta la vita e tra tutti i membri della famiglia:

Gesù Bambino, ancora una volta sei sceso tra noi,
nell’annuale ricorrenza della tua nascita,
per portare a tutti noi il tuo messaggio d’amore.
Ancora una volta, ai piedi della tua umile grotta,
ti chiediamo di vegliare sulle nostre famiglie
segnate da tante prove e situazioni dolorose,

assistite, come per Te, dalle amorevoli cure di Giuseppe e Maria.

Tu che hai parlato al cuore delle persone semplici,
come i pastori e da loro hai avuto una risposta
generosa di amore e di socializzazione,
fa’ che nelle nostre famiglie
si viva con semplicità ed accoglienza reciproca

l’avventura spirituale dell’amore coniugale e familiare.

Tu che hai accolto benevolmente i sapienti del tuo tempo
anch’essi alla ricerca di una stella e di un orientamento,
fa’ che le persone che governano i popoli e le nazioni,
e impegnate nella politica, nell’economia e nella cultura,
facciano l’opzione fondamentale per la famiglia,

fondata sul matrimonio, unico ed indissolubile, tra uomo e donna,

e aperta all’amore per tutta la vita.

Tu che sei sfuggito alla strage degli innocenti
decretata da un Erode assettato di sangue e di potere,
difendi le nostre famiglie dalle stragi quotidiane,
sempre più ricorrenti ed aberranti,
di piccoli, giovani, anziani, padri, madri,
conseguenza di una cultura violenta
che stenta ad essere debellata
in un mondo dominato dall’odio,

dalla superbia e dal risentimento.

Solo Tu dalla Grotta di Betlemme,
con la potente mano di Dio quale sei,
puoi fermare quanti usano le loro mani,
per offendere e distruggere la famiglia,
per ammazzare e rubare nelle case,
per imbrogliare e corrompere i nuclei familiari,
per delinquere e alimentare il malaffare

distruggendo le famiglie con condizionamenti di ogni tipo.

Poni nel cuore delle persone oneste,
che sono la maggior parte sulla terra,
la forza necessaria per lottare
contro i mali dell’era contemporanea,
e sostieni il cammino di pace e di giustizia sociale,
che sono i valori maggiormente in grado

di ridare dignità alla famiglia naturale ed umana.

L’intercessione di Maria, Tua e nostra dolcissima Madre,
e di San Giuseppe, custode attento e giusto di Te, Gesù,
Redentore dell’uomo, possano ottenere dal Padre Celeste,
con la salutare illuminazione dello Spirito Santo,

di ridonare alle nostre famiglie italiane e di tutto il mondo
la gioia di vivere unite in pace e in armonia con Dio,
con il creato e con tutti gli esseri umani. Amen.

NATALE DEL SIGNORE – MESSA DEL GIORNO (25/12/2017)

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Pazienza nel guardare

dom Luigi Gioia

NATALE DEL SIGNORE – MESSA DEL GIORNO (25/12/2017)

L’atmosfera che avvolge la celebrazione eucaristica del giorno di Natale è quella di un calmo stupore dopo le tante emozioni della notte, una lenta ruminazione di quello che è avvenuto. Nella liturgia della notte tutto ruota intorno a un bambino, in quella del giorno le letture ci propongono una meditazione sulla identità del messia con termini che ci possono sembrare astratti: irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza (Eb 1,3), verbo, luce, vita. Ci sono voluti secoli di discernimento perché la comunità dei credenti penetrasse il senso di queste espressioni. Siamo giustificati dunque se ci sentiamo sprovveduti di fronte ad esse, se preferiamo l’immagine dei vangeli dell’infanzia rispetto a quella proposta dal prologo di Giovanni e dalla lettera agli Ebrei.
Eppure, la fede non può fare a meno di questo approfondimento, bisogna che gli occhi si aprano per vedere il ritorno del Signore a Sion (Is 52,7-8), per capire quale sia la pienezza dalla quale tutti abbiamo ricevuto, per contemplare la sua gloria (Gv 1,16).
Attraverso il suo silenzio, la sua vulnerabilità, questo bambino ci parla: è un messaggero che annuncia la pace (Is 52,7). Dio conversava con Adamo ed Eva nel giardino prima della loro trasgressione, ma non cessa di farlo anche dopo che si sono allontanati da lui. Tutto l’Antico Testamento testimonia della straordinaria inventiva dispiegata dal Signore per continuare a mantenere il dialogo con noi anche nel paese lontano nel quale ci eravamo smarriti: molte volte e in diversi modi nei tempi antichi Dio ha parlato ai padri per mezzo dei profeti (Eb 1,1). Come un amante respinto ha continuato a credere alla possibilità di risvegliare il nostro primo amore per lui, ha cercato in tutti i modi di parlare al nostro cuore (Os 2,16).
Ha dovuto cominciare con l’incuterci timore, parlandoci da un roveto ardente (Es 3,4) o nel tuono e nel fulmine, al punto che abbiamo avuto paura di lui: Tutto il popolo percepiva i tuoni e i lampi, il suono del corno e il monte fumante. Il popolo vide, fu preso da tremore e si tenne lontano. Allora dissero a Mosè: «Parla tu a noi e noi ascolteremo; ma non ci parli Dio, altrimenti moriremo!» (Es 20,18-19). Usava un linguaggio così terrificante perché era il solo che eravamo in grado di percepire allora. Ma senza che ce ne rendessimo conto, lentamente il Signore ci educava a percepire il vero suono della sua voce, come quando incontra Elia non nell’uragano, nel terremoto o nel fuoco, ma nel mormorio di una brezza leggera (1Re 19,12). Il senso di questa rivelazione era che per distinguere la vera voce di Dio occorre fermarsi, tacere e contemplare, come lo afferma Giovanni: E il Verbo si fece carne?e venne ad abitare in mezzo a noi;?e noi abbiamo contemplato la sua gloria (Gv 1,14). ‘Verbo’ qui vuol dire ‘parola’, ‘Dio che ci parla’ e potremmo dunque parafrasare questa frase affermando: “Nel suo desiderio di parlarci, di farci udire la sua voce Dio si è fatto uno di noi, è venuto da abitare in mezzo a noi e progressivamente ci ha insegnato a riconoscere la sua vera identità, a contemplare la sua bellezza”. Gesù è chiamato ‘verbo’ perché è colui che ‘dice’ il Padre, che lo fa conoscere, lo rivela: Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre,?è lui che lo ha rivelato (Gv 1,18).
Giovanni e l’autore della lettera agli Ebrei concordano poi nel parlare di Gesù usando l’immagine biblica della ‘gloria’. La lettera agli Ebrei paragona Dio al sole e Gesù ai raggi che scaturiscono da esso e ci raggiungono per riscaldarci ed illuminarci quando dice: Gesù è l’irradiazione della gloria del Padre (Eb 1,3). Questa gloria, questa bellezza, questa grandezza vanno ‘contemplate’ dice Giovanni: noi abbiamo contemplato la sua gloria (Gv 1,14), esattamente come va contemplato il sole: se lo guardessimo direttamente saremmo accecati. Occorrono filtri, un lento adattamento degli occhi alla intensità della sua luminosità. Giovanni usa la parola ‘contemplazione’ per indicare una maniera di guardare che richiede tempo, pazienza, amorevole e perseverante applicazione.
Il solo modo di accogliere Dio che ci parla, ci visita, pianta la sua tenda tra di noi è dunque ascoltarlo e contemplarlo. Solo lasciandoci istruire da lui, solo tenendo lo sguardo fisso su di lui, siamo trasformati a sua immagine, diventiamo simili a lui, come lui, figli di Dio: A quanti lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio (Gv 1,12). Per questo la liturgia di Natale ci fa percorrere prima i racconti dell’infanzia e poi l’elaborazione teologica della lettera agli Ebrei e di Giovanni. In questo modo, progressivamente, impariamo a riconoscere la grazia e la verità che il Figlio è venuto a condividere con noi: viene dal Padre pieno di grazia e di verità e la grazia e la verità vengono per mezzo di Gesù (Gv 1,14). Il Padre ci fa grazia non solo perdonandoci, ma rivelandosi e, di riflesso, facendoci conoscere la verità su noi stessi, sul senso della nostra esistenza e della storia. Per accedere a questa rivelazione basta continuare a contemplare il bambino nato per noi: il suo silenzio parla, la sua debolezza diventa pienezza dalla quale tutti riceviamo (Gv 1,16), in lui Dio compie la sua promessa di restare per sempre con noi.

IV DOMENICA DI AVVENTO (ANNO B) (24/12/2017)

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Una casa

don Luciano Cantini

IV DOMENICA DI AVVENTO (ANNO B) (24/12/2017)

Quando si fu stabilito
Bisogna distinguere tra realtà storica e racconto; il secondo Libro di Samuele ci parla di un Re Davide idealizzato, il cui regno assume – ne secoli a venire – l’immagine del regno messianico, del regno ideale.
La realtà è molto diversa, è vero che ebbe riposo da tutti i suoi nemici all’intorno, ma è anche vero che il suo regno era lontano dall’essere consolidato, lo si deduce dal testo biblico che testimonia diverse consacrazioni come re in ambiti diversi (2Sam 2,1-4; 5,1 -3;5,6-8) lontani da essere un’unica realtà. Davide aveva conquistato la città di Gerusalemme dai Gebusei e ne aveva fatto la capitale. L’arca della Alleanza e la tenda del Convegno era ancora in Samaria, là dove era il pozzo di Giacobbe. Davide progetta il suo trasferimento a Gerusalemme: una mossa politica, un sussulto religioso? È molto difficile poterlo dire in un’epoca in cui non c’era distinzione tra sacro e profano (siamo appena nell’età del ferro).
Quello che colpisce è la forza del progetto assecondato da Natan, profeta di corte.

Ma quella stessa notte
L’uomo progetta ma, come dice il proverbio, l’uomo propone e Dio dispone. Davide non ricorda quando fu consacrato re da Samuele, ultimo dei fratelli, dimenticato al pascolo: non era il più imponente né il più bello perché io (Dio)non guardo ciò che guarda l’uomo (1Sam 16,7). Adesso cosa sta guardando Davide? Davvero è in ansia perché l’arca di Dio sta sotto i teli di una tenda? Quanti dei nostri progetti, anche religiosi, nascondono una aspirazione alla grandezza e al prestigio. Cosa fanno i nostri politici se non assecondare i desiderata della gente senza neanche cercare di capire. La politica è un grande applausometro (Jovanotti, Lorenzo Cherubini). Oggi abbiamo coniato il termine populismo ma è una realtà vecchia come il genere umano. La notizia dell’ordinanza del sindaco di Como di impedire di aiutare i poveri nel periodo natalizio a motivo del decoro della città sta facendo il giro di tutti i giornali. Si danno disposizioni, si fanno leggi, costruiamo fili spinati ma intanto la storia va avanti per il suo corso, inderogabilmente, lontano dalle aspettative degli uomini e dalle prospettive dei politici. Si possono cancellare dal vocabolario parole sgradite ma non modificare la realtà delle cose. Dio ha il suo progetto di salvezza mentre noi annaspiamo tra i nostri progetti destinati a travolgerci.

Forse tu mi costruirai una casa
La parola che irrompe nella notte è forte, Dio non si lascia chiudere in una costruzione umana secondo un modello di potere. Il Dio d’Israele è Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe (cfr Es 3,6 e Mc 12,26), Dio degli uomini non dei territori o dei luoghi. Davide è costretto a confrontarsi con un Dio che cammina in mezzo al suo popolo, nella precarietà dell’uomo, tenda tra le tende. In questo contesto nasce anche la promessa. Non sarà il re a costruire una casa a Dio, ma sarà Dio stesso a donare una discendenza, una casa a Davide. La presenza di Dio è da ricercare nel volto di qualcuno, nel cuore nascosto del divenire della storia, che non è mai come appare. Se guardiamo bene la vita di Davide è impastata di peccato ma Dio non lo abbandona; anche dopo Salomone la storia del regno sarà un disastro, ma Dio non smette di accompagnare il suo popolo.

Un tuo discendente dopo di te
Luca rilegge questo capovolgimento dei progetti di Davide, vede in Gesù la realizzazione della promessa: il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine (Lc 1,32-33). Colui che nascerà sarà re, ma non secondo i criteri di potere degli uomini, lontano dalle logiche di consenso, piuttosto come colui che serve (Lc 22,26), nato da una serva (Lc 1, 38), in modo precario, solidale, vicino a chi dei poteri umani sono le vittime.
Maria è davvero il Tempio vivo della nuova alleanza, casa per Dio, custode della sua presenza: Lo Spirito santo verrà su di te, e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra; e perciò quello che nascerà santo sarà chiamato figlio di Dio (Lc 1,35).

 

 

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 21 décembre, 2017 |Pas de commentaires »

IV DOMENICA DI AVVENTO (ANNO B) (24/12/2017)

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Una casa

don Luciano Cantini

IV DOMENICA DI AVVENTO (ANNO B) (24/12/2017)

Quando si fu stabilito
Bisogna distinguere tra realtà storica e racconto; il secondo Libro di Samuele ci parla di un Re Davide idealizzato, il cui regno assume – ne secoli a venire – l’immagine del regno messianico, del regno ideale.
La realtà è molto diversa, è vero che ebbe riposo da tutti i suoi nemici all’intorno, ma è anche vero che il suo regno era lontano dall’essere consolidato, lo si deduce dal testo biblico che testimonia diverse consacrazioni come re in ambiti diversi (2Sam 2,1-4; 5,1 -3;5,6-8) lontani da essere un’unica realtà. Davide aveva conquistato la città di Gerusalemme dai Gebusei e ne aveva fatto la capitale. L’arca della Alleanza e la tenda del Convegno era ancora in Samaria, là dove era il pozzo di Giacobbe. Davide progetta il suo trasferimento a Gerusalemme: una mossa politica, un sussulto religioso? È molto difficile poterlo dire in un’epoca in cui non c’era distinzione tra sacro e profano (siamo appena nell’età del ferro).
Quello che colpisce è la forza del progetto assecondato da Natan, profeta di corte.

Ma quella stessa notte
L’uomo progetta ma, come dice il proverbio, l’uomo propone e Dio dispone. Davide non ricorda quando fu consacrato re da Samuele, ultimo dei fratelli, dimenticato al pascolo: non era il più imponente né il più bello perché io (Dio)non guardo ciò che guarda l’uomo (1Sam 16,7). Adesso cosa sta guardando Davide? Davvero è in ansia perché l’arca di Dio sta sotto i teli di una tenda? Quanti dei nostri progetti, anche religiosi, nascondono una aspirazione alla grandezza e al prestigio. Cosa fanno i nostri politici se non assecondare i desiderata della gente senza neanche cercare di capire. La politica è un grande applausometro (Jovanotti, Lorenzo Cherubini). Oggi abbiamo coniato il termine populismo ma è una realtà vecchia come il genere umano. La notizia dell’ordinanza del sindaco di Como di impedire di aiutare i poveri nel periodo natalizio a motivo del decoro della città sta facendo il giro di tutti i giornali. Si danno disposizioni, si fanno leggi, costruiamo fili spinati ma intanto la storia va avanti per il suo corso, inderogabilmente, lontano dalle aspettative degli uomini e dalle prospettive dei politici. Si possono cancellare dal vocabolario parole sgradite ma non modificare la realtà delle cose. Dio ha il suo progetto di salvezza mentre noi annaspiamo tra i nostri progetti destinati a travolgerci.

Forse tu mi costruirai una casa
La parola che irrompe nella notte è forte, Dio non si lascia chiudere in una costruzione umana secondo un modello di potere. Il Dio d’Israele è Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe (cfr Es 3,6 e Mc 12,26), Dio degli uomini non dei territori o dei luoghi. Davide è costretto a confrontarsi con un Dio che cammina in mezzo al suo popolo, nella precarietà dell’uomo, tenda tra le tende. In questo contesto nasce anche la promessa. Non sarà il re a costruire una casa a Dio, ma sarà Dio stesso a donare una discendenza, una casa a Davide. La presenza di Dio è da ricercare nel volto di qualcuno, nel cuore nascosto del divenire della storia, che non è mai come appare. Se guardiamo bene la vita di Davide è impastata di peccato ma Dio non lo abbandona; anche dopo Salomone la storia del regno sarà un disastro, ma Dio non smette di accompagnare il suo popolo.

Un tuo discendente dopo di te
Luca rilegge questo capovolgimento dei progetti di Davide, vede in Gesù la realizzazione della promessa: il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine (Lc 1,32-33). Colui che nascerà sarà re, ma non secondo i criteri di potere degli uomini, lontano dalle logiche di consenso, piuttosto come colui che serve (Lc 22,26), nato da una serva (Lc 1, 38), in modo precario, solidale, vicino a chi dei poteri umani sono le vittime.
Maria è davvero il Tempio vivo della nuova alleanza, casa per Dio, custode della sua presenza: Lo Spirito santo verrà su di te, e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra; e perciò quello che nascerà santo sarà chiamato figlio di Dio (Lc 1,35).

 

III DOMENICA DI AVVENTO (ANNO B) – GAUDETE (17/12/2017)

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Cercare e conoscere – don Luciano Cantini

III DOMENICA DI AVVENTO (ANNO B) – GAUDETE (17/12/2017)

Giovanni rispose loro
Sono estremamente forti le parole del Battista che afferma: In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete. Possiamo limitarle al racconto del dialogo con i sacerdoti e leviti, come risposta contingente alla domanda dei suoi interlocutori: Quelli che erano stati inviati venivano dai farisei. Più tardi Gesù sarà perentorio nei confronti dei farisei: «Voi non conoscete né me né il Padre mio; se conosceste me, conoscereste anche il Padre mio» (Gv 8,19).
Forse però dobbiamo accoglierle come un messaggio universale che arriva fino a noi, oggi.
Questa affermazione non è una condanna senza via di uscita piuttosto un invito a cercare e conoscere.
Se noi andiamo verso la fine del Vangelo secondo Giovanni ritroviamo la stessa realtà affermata dal Battista che riguarda non un gruppo di ignoti farisei ma proprio gli apostoli, i suoi discepoli.

In mezzo a voi
Lo stesso giorno della risurrezione, Giovanni racconta dei discepoli rinchiusi nel Cenacolo pieni di paura mentre venne Gesù, stette in mezzo (Gv 20,19). Le parole utilizzate sono le stesse dell’affermazione del Battista. Nel divenire incerto dell’uomo l’evangelista racconta del cenacolo con una certa forza verbale – lo ripete due volte – la stabilità di Gesù che si pone “in mezzo”. Davvero Gesù è l’Emmanuele, il Dio con noi profetizzato da Isaia (7,14).
Questa affermazione diventa un invito a cercare in mezzo alle persone, siamo chiamati a mescolarci con la gente se vogliamo incontrare Gesù; se guardiamo bene è il contrario di quello che facciamo quando lo cerchiamo nell’oscurità di un santuario o nel chiuso della propria casa. Il ritirarci nella propria famiglia, nel proprio gruppo sociale, tra i nostri simili, nel circolo che ci siamo costruiti è limitante e privo di prospettiva. L’affermazione del Battista è un invito a guardare a coloro che stava battezzando: una folla variegata di peccatori, emarginati, cercatori di futuro. Siamo chiamati a mischiarci, metaforicamente, con il popolo lungo il Giordano per condividere da vicino le sofferenze di tanti.

Che voi non conoscete
Conoscere il Signore e Maestro è un cammino lungo che sembra non compiersi mai: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo?» (Gv 14,9); averlo frequentato, ascoltato, aver mangiato con lui, osservato i suoi segni (miracoli) sembra non bastare. Nel cenacolo i discepoli fanno fatica a riconoscerlo, come lungo le rive del lago: E nessuno dei discepoli osava domandargli: «Chi sei?», perché sapevano bene che era il Signore (Gv 21,12).
Gli apostoli sono meravigliati e sconcertati allo stesso tempo, vedono colui che hanno sempre visto come un uomo nuovo pur sapendo che è lo stesso di prima.
C’è in colui che sta in mezzo a noi qualcosa che conosciamo e che dobbiamo scoprire, c’è qualcosa che desideriamo imparare se vogliamo riconoscerlo. La ricerca che facciamo di Gesù molto spesso è dovuta a situazioni particolari; raramente è il frutto di una scelta per un cammino di fede fondato sulla conoscenza del Vangelo.

A lui io non sono degno
Il Battista sa bene qual è la differenza tra lui e Gesù: Io non sono… il Cristo, Elia, il profeta, ha preso coscienza di se stesso tanto da affermare a lui io non sono degno di slegare il laccio del sandalo.
Nonostante il progredire della scienza e della conoscenza sembra che continuiamo a brancolare nel buio sulla nostra realtà umana malata di onnipotenza. Ma questa non è vita, verità, giustizia, sapienza, neppure umanità. Conoscere chi non si è ci permette di riconoscere colui che è via, verità e vita (Gv 14,6).

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