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II DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO A) (08/03/2020)

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II DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO A) (08/03/2020)

Dio semina la bellezza in ogni sua creatura
padre Ermes Ronchi

La Quaresima ci sorprende: la subiamo come un tempo penitenziale, mortificante, e invece ci spiazza con questo vangelo vivificante, pieno di sole e di luce. Dal deserto di pietre (prima domenica) al monte della luce (seconda domenica); da polvere e cenere, ai volti vestiti di sole. Per dire a tutti noi: coraggio, il deserto non vincerà, ce la faremo, troveremo il bandolo della matassa. Gesù prese con sé tre discepoli e salì su di un alto monte. I monti sono come indici puntati verso il mistero e le profondità del cosmo, raccontano che la vita è ascensione, con dentro una fame di verticalità, come se fosse incalzata o aspirata da una forza di gravità celeste: e là si trasfigurò davanti a loro, il suo volto brillò come il sole e le vesti come la luce.
Tutto si illumina: le vesti di Gesù, le mani, il volto sono la trascrizione del cuore di Dio. I tre guardano, si emozionano, sono storditi: davanti a loro si è aperta la rivelazione stupenda di un Dio luminoso, bello, solare. Un Dio da godere, finalmente, un Dio da stupirsene. E che in ogni figlio ha seminato la sua grande bellezza.
Che bello qui, non andiamo via… lo stupore di Pietro nasce dalla sorpresa di chi ha potuto sbirciare per un attimo dentro il Regno e non lo dimenticherà più. Vorrei per me la fede di ripetere queste parole: è bello stare qui, su questa terra, su questo pianeta minuscolo e bellissimo; è bello starci in questo nostro tempo, che è unico e pieno di potenzialità. È bello essere creature: non è la tristezza, non è la delusione la nostra verità.
San Paolo nella seconda lettura consegna a Timoteo una frase straordinaria: Cristo è venuto ed ha fatto risplendere la vita. È venuto nella vita, la mia e del mondo, e non se n’è più andato. È venuto come luce nelle tenebre, e le tenebre non l’hanno vinta (Gv 1,5). In lui abitava la vita e la vita era la luce degli uomini (Gv 1,4), la vita era la prima Parola di Dio, bibbia scritta prima della bibbia scritta.
Allora perdonate «se non sono del tutto e sempre / innamorata del mondo, della vita / sedotta e vinta dalla rivelazione / d’esserci d’ogni cosa (….)/ Questo più d’ogni altra cosa perdonate / la mia disattenzione» (Mariangela Gualtieri). A tutte le meraviglie quotidiane.
La condizione definitiva non è monte, c’è un cammino da percorrere, talvolta un deserto, certamente una pianura alla quale ritornare. Dalla nube viene una voce che traccia la strada: «questi è il figlio mio, l’amato. Ascoltatelo ». I tre sono saliti per vedere e sono rimandati all’ascolto. La voce del Padre si spegne e diventa volto, il volto di Gesù, «che brillò come il sole». Ma una goccia della sua luce è nascosta nel cuore vivo di tutte le cose.

VI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (A) Enzo Bianchi

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VI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (A) Enzo Bianchi

Dopo le beatitudini (cf. Mt 5,1-12) e la definizione di chi le vive come sale della terra e luce del mondo (cf. Mt 5,13-16), ecco il corpo del “discorso della montagna”: tre capitoli nei quali Matteo ha innanzitutto raccolto parole di Gesù riguardanti la Legge data a Dio attraverso Mosè e il discepolo che vuole veramente viverla secondo l’intenzione del Legislatore, Dio. Nella parte restante del capitolo 5 Gesù crea sei contrapposizioni tra lo “sta scritto” tramandato di generazione in generazione e ciò che egli vuole annunciare, come un’interpretazione della Torah più autorevole e autentica di quella fornita dalla tradizione dei maestri.
Gesù comincia con l’assicurazione di non essere venuto ad abrogare la Torah, a toglierle autorità, bensì a “compierla”, a svelarne il senso racchiuso, realizzandolo in primo luogo nella sua persona e rivelandone il pieno significato. Anche per Gesù resta vero che “Mosè ricevette la Torah sul Sinai, la trasmise a Giosuè, Giosuè la trasmise agli anziani e gli anziani ai profeti (Mishnah, Avot I,1); ma proprio in nome della sua autorità messianica egli ne dà l’interpretazione ultima e definitiva, dopo la quale non ce ne saranno altre. Matteo è stato molto intrigato dal rapporto fra tradizione e novità del Vangelo, perché si indirizzava a comunità cristiane di Siria e Palestina, nelle quali erano presenti numerosi giudeo-cristiani, che si interrogavano su cosa potesse essere tralasciato delle minuziose prescrizioni rabbiniche. Vi erano allora, come ancora oggi, conflitti fra tradizionalisti e innovatori, fra zelanti della Legge fino al legalismo e cristiani più sensibili al mutamento dei tempi e della cultura.
Secondo il primo vangelo, Gesù resta fedele alla Torah, non la sostituisce con un insegnamento altro, ma con exousía, con autorevolezza, rivela, alza il velo sulla Legge e ne svela la giustizia profonda, perché sia possibile al discepolo una sua osservanza autentica. Per Gesù non è sufficiente l’osservanza indicata dai teologi del tempo, interpreti ufficiali delle Scritture (gli scribi), né quella propria dei credenti impegnati e osservanti, associati nei movimenti (i farisei): vuole una giustizia superiore, più abbondante (verbo perisseúo), che superi quella indicata dalle scuole rabbiniche e fissate nella casistica. Gesù vuole inoltre che quella giustizia predicata sia osservata, vissuta da parte di chi la indica agli altri, perché proprio da questo vissuto dipendono lo stile e il contenuto di ciò che si predica agli altri.
Ecco allora la prima delle quattro antitesi proposte dal brano liturgico: “Avete inteso che fu detto agli antichi: ‘Non ucciderai’ (Es 20,13; Dt 5,17) … Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio. Chi poi dice al fratello: ‘Stupido’, dovrà essere sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: ‘Pazzo’, sarà destinato al fuoco della Geenna”. Innanzitutto, cosa chiede veramente Dio al credente in alleanza con lui? Solo di non uccidere? Questo il detto tramandato, ma il non-detto è svelato da Gesù: in tutte le relazioni umane occorre frenare l’aggressività, spegnere la collera prima che diventi violenza, fermare la lingua che può uccidere con la parola. Prima di diventare azione, la violenza cova nel cuore umano, e a questo istinto occorre fare resistenza. L’astenersi dalla violenza è più decisivo di un’azione di culto fatta a Dio, il quale vuole la riconciliazione tra noi fratelli prima della riconciliazione con lui; anche perché la riconciliazione con lui che nessuno vede è possibile solo per chi sa riconciliarsi con il fratello che ciascuno vede (cf. 1Gv 4,20).
Eppure noi sentiamo il bisogno di scaricare il male che ci abita, dicendo poco o tanto male di qualcuno. Usiamo la parola come una pietra scagliata, dicendo: “Quello è uno stupido, uno scemo!”, e così autorizziamo chi ci ascolta a ritenere una persona da evitare colui che abbiamo definito tale. Del resto, già i rabbini dicevano che “chi odia il suo prossimo è un omicida”. Ecco dunque svelata la profondità del comandamento: “Non ucciderai”, che significa anche “Sii mite, dolce, e sarai beato” (cf. Mt 5,5).
Dopo la violenza viene la sessualità, materia della seconda e della terza antitesi. Si comincia con: “Non commetterai adulterio” (Es 20,14; Dt 5,18). Ma per Gesù questo non è sufficiente. Occorre fare i conti con il desiderio che abita il cuore umano: se infatti uno desidera il possesso, se con il suo sguardo cerca di possedere l’altro, se con la sua brama non vede più la persona, ma solo una cosa di cui impadronirsi, allora anche se non arriva a consumare il peccato è già adultero nel suo cuore. Se si fa attenzione, qui Gesù sposta la colpa dalla donna sedotta, giudicata sempre lei come peccatrice e causa di peccato, a chi seduce e non sa resistere al desiderio. Tutto il corpo, e soprattutto i sensi attraverso i quali viviamo le relazioni con gli altri, devono essere dominati, ordinati e anche accesi dalla potenza dell’amore, non dall’eccitazione delle passioni. Certamente non è facile questa vigilanza e questa disciplina del cuore, ma non è possibile scindere la mente, il cuore e i sensi dalla sessualità. Proprio per questo Gesù ribadisce (e lo farà più ampiamente in Mt 19,1-9) che Dio non vuole il ripudio, l’infrazione dell’alleanza nuziale, non vuole la contraddizione alla storia d’amore sigillata nella pur faticosa avventura della vita.
La quarta antitesi riguarda la verità nei rapporti tra le persone. È l’ottavo comandamento dato al Sinai: “Non dirai falsa testimonianza” (Es 20,16; Dt 5,20). Gesù conosce bene quello che gli esseri umani vivono: incapaci di vivere la fiducia nelle relazioni reciproche, giungono a giurare, a chiamare Dio come testimone (cf. Es 20,7; Lv 19,12; Dt 23,22). Così avviene nel mondo, così fan tutti, ma ecco la radicalità di Gesù: “Io vi dico di non giurare mai, né per il cielo, perché è il trono di Dio, né per la terra, perché è lo sgabello dei suoi piedi, né per Gerusalemme, perché è la città del grande Re”. Alla casistica della tradizione Gesù oppone la semplicità del linguaggio, la verità delle parole: Gesù invita alla responsabilità della parola. Il parlare di ciascuno dev’essere talmente limpido da non aver bisogno di chiamare Dio o le realtà sante a testimone di ciò che si esprime. Non sono necessari garanti della verità che si esprime, e invocare il castigo, la sanzione di Dio per ciò che si è detto come non vero o per ciò che non si è realizzato, è temerario. Dio non è al nostro servizio e non interviene certo a punire le nostre menzogne, almeno durante la nostra vita.
E allora quando uno dice sia “sì”, sia “sì”, e quando dice “no”, sia “no”, perché il di più viene dal Maligno”, che “è menzognero e padre della menzogna” (Gv 8,44). Nessun “cuore doppio” (Sal 12,3), nessuna possibilità di simulazione per il discepolo di Gesù, nessun tentativo di dire insieme “sì” e “no”. Non è forse Gesù stesso “l’Amen di Dio” (cf. Ap 3,14), il “Sì” di Dio alle sue promesse, come predica Paolo (cf. 2Cor 1,19-20)? L’essere umano rispetto agli animali ha il privilegio della parola, ma questo mezzo così umanizzante per sé e per gli altri è uno strumento fragile… Il dominio della parola è davvero alla base della sapienza umana.
Quella di Gesù non è dunque una “nuova legge”, una “nuova morale”, ma è l’insegnamento di Dio dato a Mosè, interpretato con autorità, risalendo all’intenzione del Legislatore stesso. Solo Gesù, il Figlio di Dio, poteva fare questo.

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Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 14 février, 2020 |Pas de commentaires »

V DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (05/02/2017)

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V DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (05/02/2017)

Passami il sale. Accendi la luce
don Marco Pozza

Venuti al mondo per dare l’assalto: avventurieri, esploratori, pionieri. Nati, certi giorni, per calare le reti in mare, altri per riparare le reti sulla riva, altri a poggiare lo sguardo sul destino del mondo. Avranno il sale cucito addosso tutti gli amici del Maestro: «Voi siete il sale della terra». Nel loro volto brillerà la luce: «Voi siete la luce del mondo». Sono arnesi – il sale e la luce – che non hanno la veemenza tipica dell’assalto ma tengono la delicatezza di chi si poggia sul bordo delle cose, sul limite del mistero: sul cibo per dare sapore, sulla superficie delle cose per darle fisionomia, spessore. Elementi primi di una vita feriale che a Dio stette tremendamente più a cuore delle vite-esagerate allora in voga. Il sale non forza la carne: le si appoggia sopra, quasi chiedendole il permesso d’ingresso. La luce non calca la superficie: le bussa tutt’intorno per chiederle se è gradita. Il sale e la luce, come l’uva del vigneto nella stagione del sole: il sole non la tocca nemmeno, eppure guardandosi il grappolo si scopre vino buono. La ricetta-del-gusto è trasparente nei Vangeli: evangelizzare non è aggiungere qualcosa che la creatura non possiede, armati di paura e forza. Parlare di Dio sarà una sfida di tutt’altra fattezza: permettere all’uomo di scoprire ciò che è già dentro di lui. Poggiarsi sull’uomo, lambire la ferita che sanguina, palpare la carne sofferente. Stare sulla soglia, pronti a tutto, capaci d’amare il tutto che accadrà: il massimo del rifiuto, l’inimmaginabile dell’accoglienza. Dio, in breve.
Nella realtà, cum grano salis. Dentro quel dramma-della-carne che per i poveri è l’unico dogma che esista: tutto il resto, anche la più fine teoria, non ha sapore se la carne non ne avverte l’urto di ciò che significa per lei. La vita vera, la vita più misera, è sempre più fascinosa della vita immaginata: dentro la storia Dio si manifesta, sulle nuvole ama dare appuntamento l’Avversario. Forse per questo Cristo, agli amici che volevano andargli dietro, ha detto d’essere luce e sale: si specializzeranno nel fare emergere ciò che già esiste, nel risvegliare il gusto delle cose, nel dare una forma all’amore-ottenebrato, nel prestare voce a chi voce non ha. Con quel modo di fare modesto che è della madre: in attesa, bussando. Come ha fatto Lui, così faranno loro: «La luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie» (Gv 3,19). Luce-negata, bellezza-ferita, Dio-rifiutato: la luce, però, non per questo si è fatta oscura, è diventata oscurità. Ha accettato d’essere luce-negata, tanto «non può restare nascosta una città che sta sopra un monte». Non può, dice Cristo: che ognuno rimanga desto al suo posto, che ciascuno s’attacchi alla missione per la quale è nato: il sale per insaporire, la luce per illuminare, la barca per non addormentarsi nel porto. Che ognuno, nel giorno decisivo, si faccia trovare pronto nella sua postazione-d’attacco: esserci sarà salvarsi, distrarsi perdersi. Con l’amarezza d’aver sprecato un’avventura: «A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente».
Sopra un monte, sul candelabro, bene in vista: saporiti. Che s’accorgano tutti cos’è l’amicizia con Dio. Felice destino quello dei cristiani: combattuti, arsi, minacciati. Crocifissi e derisi: beati voi! Gli infelici saranno tutti gli altri: quelli che nessuno contesta, coloro dei quali nessuno s’accorge, i volti di cerca degli amici occasionali. I primi arsi vivi sulle graticole, i secondi ignorati: mentre la carne dei primi arderà, i secondi s’intestardiranno a domandarsi come mai loro, invece, non danno problemi a nessuno. Non infastidiscono il principe-fastidioso: il che, a ben pensarci, rattrista assai dal momento che il vivere non è mai costato così tanto come il vivere-male. Il morire accorgendosi di non aver vissuto: lampade sotto il moggio, sale senza sapore. Infedeli a Dio: «Che vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli». Vi guardino per scrutare Lui da vicino: il Creatore nella creatura, il Tutto nel frammento, Dio nell’uomo. Il sale e la luce: il primo, per dare sapore, brucia. La seconda, per far luce, smaschera: nella ferita «si nasconde, clandestinamente, la perla della nostra salvezza» (P. d’Ors). Anche della differenza cristiana: diversamente-uomini.

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 7 février, 2020 |Pas de commentaires »

PRESENTAZIONE DEL SIGNORE (02/02/2020)

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PRESENTAZIONE DEL SIGNORE (02/02/2020)

Vedere l’invisibile, toccare l’intangibile

don Luciano Cantini

Per presentarlo al Signore
Gerusalemme, non è soltanto una città, è un simbolo, un luogo di incontro fra diverse civiltà, diversi modi di pensare, città santa per eccellenza, per tanti popoli e di diverse fedi dove le tre religioni del ceppo biblico ritrovano le proprie origini e le proprie verità. Con la sua unicità, oggi, ci dice che le diverse religioni possono, anzi debbano poter convivere una a fianco dell’altra. La sua storia si perde nelle radici dell’umanità e si proietta nella eternità oltre la fine della storia nella Gerusalemme celeste (Ap 21, 1-22), la nuova città, descritta da Ezechiele (dal capitolo 40 al 48), che è senza tempio, meglio è tutta tempio, tutta dimora di Dio. Al tempo di Gesù la città era dominata dall’altura del tempio, brulicava quotidianamente di pellegrini, sacerdoti, addetti, mercanti. Una folla chiassosa e indaffarata. Quasi nascosti e anonimi, Maria e Giuseppe portano il loro piccolo per adempiere le prescrizioni e compiere l’offerta alla porta detta di Nicanore che metteva in comunicazione il cortile con quello più interno dedicato agli uomini, era un luogo di passaggio fondamentale per il culto, da lì passavano gli uomini che assistevano ai sacrifici, i sacerdoti, i leviti addetti a ricevere le offerte e riconsegnarle, un viavai di persone e cose; quella porta era raggiungibile dalle donne, il punto più vicino al santuario per concludere il periodo di purificazione dopo il parto come chiesto dalla Legge. Nella confusione di quel luogo emerge con evidenza l’azione dello Spirito Santo che fa incontrare i tre pellegrini con Simeone e Anna.
C’era un uomo
Simeone è raffigurato spesso come anziano con indosso abiti sacerdotali, ma Luca lo descrive come uomo giusto e pio, non un sacerdote ma semplicemente un uomo di Gerusalemme che si lasciava guidare dallo Spirito Santo. Luca lo dice ben per tre volte: era su di lui, gli aveva preannunciato, lo ha mosso. È incredibile come la docilità dell’uomo permetta di andare oltre il visibile e diventare strumento di manifestazione del progetto di Dio. La vita e` una tensione verso il futuro, l’uomo e` aspettativa che nel presente lancia i suoi barlumi. Di Simeone, dice san Luca che «aspettava la consolazione d’Israele», sapeva di poter vedere ciò che ora ha visto e afferma: i miei occhi hanno visto la tua salvezza. Quel bambino non era molto diverso dagli altri portati al tempio e quella giovane coppia non era differente dalle altre ma gli occhi di Simeone hanno visto ciò che il suo cuore aveva visto in precedenza. Lui ha visto il Cristo “prima” nella dimensione dell’attesa e gli ha permesso di riconoscerlo il quel bambino portato al tempio dai suoi genitori e di vederlo “dopo” splendente di luce per le Genti e di gloria per il suo popolo.
C’era anche una profetessa
Anna sopraggiunta in quel momento si unisce a Simeone, vede il bambino, e si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme. I loro occhi potevano essere velati dalla sofferenza, dalla solitudine, dalla rassegnazione, dalla delusione della speranza; quegli occhi potevano guardare altrove, cercare barlumi di felicità, potevano affievolirsi, limitandosi a vedere solo da vicino. Invece, Simeone e Anna sanno attendere per una vita intera, hanno la certezza che la “Promessa” non è vuota e conservano così uno sguardo di speranza, i loro occhi sono capaci di vedere oltre. Sono gli occhi della Fede che vedono oltre ciò che gli altri vedono.
Fecero ritorno in Galilea
L’incontro con Simeone e Anna sembra, nel racconto di Luca, precedere l’azione rituale prevista dalla Legge. Siamo tentati di comprendere il giudaismo come espressione degli Scribi e dei Farisei, dei sacerdoti e degli anziani del popolo; la fede e la speranza di Simeone e Anna testimoniano da dimensione della fedeltà alla Alleanza del popolo d’Israele che precede ogni azione rituale. Non hanno una dottrina da insegnare o una teologia da manifestare, neanche una liturgia da celebrare, sono soltanto testimoni che Dio ancora opera la sua salvezza. Il tempio è frequentato ogni giorno da tante persone, che si avvicendano tra preghiere e liturgie. Eppure, solo Simeone e Anna hanno fede, occhi che vedono, senza appartenere alla gerarchia, o a qualche gruppo o movimento. Luca non spende una parola per raccontare quanto aveva annunciato offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore; lo Spirito Santo aveva già mostrato il compimento e la prospettiva, così l’autore del vangelo sorvola dicendo quando ebbero adempiuto ogni cosa secondo la legge del Signore.
Ancora oggi possiamo immergerci in solenni liturgie, preghiere e devozioni senza scorgere la presenza luminosa di Dio; avere occhi solo per le cose ovvie, abbagliati dall’abitudine o dall’indifferenza, attenti solo a se stessi e i propri bisogni. La fede cambia gli occhi: ci permette di vigilare nell’attesa, senza smettere di cercare e di sognare l’infinito di Dio in ogni cosa e riconoscerlo negli anfratti nascosti della storia e del mondo.

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 31 janvier, 2020 |Pas de commentaires »

Convertitevi perché il regno dei cieli è vicino!

pens e paolo

III DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (A) COMMENTO – Enzo Bianchi

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III DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (A) COMMENTO – Enzo Bianchi

Convertitevi!

Brevi note su Isaia 8,23-9,3
La prima lettura, tratta dal profeta Isaia – dai capitoli 7-12 definiti “Libro del Dio-con-noi (’Immanuel) –, ci annuncia l’azione di un uomo chiamato appunto Emmanuele, un bambino nato come dono di Dio (cf. Is 7,10-14), il quale regnerà portando liberazione e pace. La sua azione inizia proprio a partire dalle regioni più a nord della terra santa, quelle di Zabulon e di Neftali, che erano state umiliate dagli Assiri con l’invasione del 722 a.C. Proprio questa terra divenuta impura, chiamata Galilea delle genti pagane, precipitata nelle tenebre di morte, vedrà per prima la luce della liberazione. In essa, infatti, risuonerà il primo annuncio della buona notizia da parte di Gesù, come testimonia il vangelo secondo Matteo.

Matteo 4,12-23
Matteo è l’evangelista “scriba”, che costantemente mette in risalto il compimento delle Scritture dell’Antico Testamento nella vita di Gesù. Ciò che avviene nella vicenda di Gesù è compimento della parola di Dio contenuta nelle Legge, nei Profeti e nei Salmi (cf. Lc 24,44). Anche l’inizio del ministero pubblico di Gesù deve essere letto in questa prospettiva, perché non il caso, né il destino, la necessità, determinano gli eventi, ma la libera volontà di Gesù, che desidera essere obbediente al Padre in conformità alle sante Scritture.
Quando Gesù ebbe notizia che Giovanni il Battista, il maestro che egli seguiva come un discepolo (opíso mou: Mt 3,11), era stato arrestato e imprigionato da Erode, allora “si ritirò (verbo anachoréo) in Galilea”, lasciando la Giudea e soprattutto la regione tra Giordano e mar Morto dove Giovanni aveva predicato e battezzato. Questo ritirarsi, che è un allontanarsi, si ripeterà altre volte nella vita di Gesù (cf. Mt 9,24; 12,15; 14,13; 15,21), come già era avvenuto quando Giuseppe, suo padre secondo la Legge, si era ritirato in Galilea per fuggire da Archelao (cf. Mt 2,22-23). In questo caso non è però Nazaret, la borgata in cui Gesù era cresciuto, il luogo del suo ritirarsi, bensì Cafarnao, città sul lago di Tiberiade, città di frontiera, luogo di transito e tappa importante sulla via del mare che metteva in comunicazione Damasco e Cesarea, il porto sul Mediterraneo. Qui a Cafarnao Gesù sceglie una casa come dimora sua e del gruppo che lo seguirà nella sua avventura profetica.
Matteo non dimentica la promessa del profeta Isaia su questa terra periferica che era stata la prima regione umiliata e oppressa dall’invasore assiro nell’VIII secolo a.C., quando le tribù di Zabulon e di Neftali qui residenti furono vinte, deportate ed esiliate. Il profeta aveva osato guardare al futuro lontano, quando Dio avrebbe dato inizio alla redenzione e al raduno del suo popolo, a partire da questa regione diventata terra impura popolata di pagani, crocicchio delle genti. Ecco dove viene ad abitare Gesù, ecco la compagnia che sceglie, questa frontiera disprezzata dai giudei: proprio da qui Gesù inizia la sua predicazione. Questa regione vede dunque “sorgere” una grande luce, la luce di Cristo e del suo Vangelo.
Da quel momento Gesù inizia a predicare, in piena continuità con la predicazione del Battista: “Convertitevi (metanoeîte), perché il regno dei cieli si è avvicinato” (= Mt 3,2). La chiamata è alla conversione, al cambiamento di mentalità, di atteggiamento e di stile nel vivere quotidiano: non un gesto isolato, estemporaneo, ma l’assunzione di un “altro” modo di vivere, segno concreto del “ritorno” a Dio. Da un lato la conversione richiede un lasciare e un assumere, è dunque un’ora che scandisce un prima e un dopo. D’altro lato, essa diventa un’istanza continua, una dinamica da imprimere nella propria vita giorno dopo giorno, perché non si è mai convertiti una volta per sempre. Questa conversione ha un solo scopo: permettere che Dio regni, che sia l’unico Signore nella vita del credente. “Convertitevi!” è stata una parola di Giovanni, di Gesù, di Pietro (cf. At 2,38), ed è la prima parola che la chiesa deve rivolgere a quanti incontra. Il Regno avviene là dove uomini e donne permettono a Dio di regnare in loro attraverso la conversione. Per costoro il regno dei cieli (o regno di Dio, secondo Marco e Luca) si è avvicinato, può essere realtà già qui sulla terra, dove Dio regna.
Così viene sintetizzata da Matteo l’attività di Gesù in Galilea, un’attività profetica sulla scia di quella del Battista, un’attività che chiama, attira discepoli capaci di conversione. Per questo segue il racconto di due chiamate, quelle dei primi quattro discepoli. Il racconto è semplice, sobrio, non indugia su particolari e soprattutto non presta attenzione ai processi psicologici che pure devono essere stati vissuti in questo evento. Anche in questo caso il racconto è plasmato sul modello della chiamata profetica (cf. 1Re 19,19-21) e vuole essere una testimonianza esemplare per ogni lettore del vangelo. Gesù passa lungo il mare di Galilea, cioè il lago di Gennesaret, dove si trovano pescatori e barche. Gesù innanzitutto “vede”, con il suo sguardo penetrante e capace di discernimento, “due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettano le reti in mare”. Mentre sono intenti al loro lavoro e fanno il loro mestiere, sono raggiunti dalla parola di Gesù che è parola efficace, già in questo racconto è parola del Kýrios, del Signore: “Venite dietro a me (opíso mou), vi farò pescatori di uomini”.
Vi è qui indubbiamente una lettura dossologica della vocazione, un racconto che non può dimenticare il ruolo futuro di Simon Pietro: ecco perché la parola di Gesù come una promessa cambia il lavoro di Pietro, pescare pesci, in quello che sarà il suo ministero, pescare uomini, cioè radunare i destinatari del Vangelo nella rete della chiesa. A questa parola i due fratelli rispondono senza dilazione, prontamente, abbandonando la loro professione (le reti) per seguire Gesù. Certo, Luca colloca in un altro contesto la vocazione di Pietro, dopo una pesca miracolosa (cf. Lc 5,4-11) e il quarto vangelo fornisce un resoconto diverso del primo incontro tra Pietro e Gesù (cf. Gv 1,40-42); ma ciò che è essenziale in questi diversi racconti è la scelta libera, sovrana di Gesù, che chiama, e la pronta obbedienza alla sua parola da parte dei futuri discepoli. E così segue il racconto della vocazione dell’altra coppia di fratelli, Giacomo e Giovanni, figli di Zebedeo. Stessa dinamica, con l’aggiunta della precisazione che i due fratelli non lasciano solo la barca, ma anche il padre; c’è dunque una rinuncia alla professione e alla famiglia, c’è una reale rottura tra ciò che si era e ciò che si diventa alla sequela di Gesù. La risposta del chiamato (nessuna auto-candidatura al discepolato!) è incondizionata e senza dilazioni, ieri come oggi.
Ma in questi racconti dobbiamo anche percepire il “non detto” riguardo a questa sequela che è diversa dal rapporto maestro (rabbino)-discepolo ai tempi di Gesù. Normalmente era il discepolo che sceglieva il maestro, che si faceva servo del rabbino o lo retribuiva per l’insegnamento ricevuto. Gesù invece precede sempre il discepolo, eleggendolo, chiamandolo, poi si mette al suo servizio, fino a lavargli i piedi (cf. Mt 13,1-15). Gesù è davvero un rabbi paradossale!
Il nostro brano è concluso da un “sommario” che riassume tutta l’attività di Gesù:
percorreva la Galilea, in una predicazione itinerante,
insegnava nelle sinagoghe dove si radunavano i credenti di Israele,
proclamava a tutti la buona notizia del regno di Dio ormai avvicinatosi
e curava ogni sorta di malattie e di infermità in quelli che incontrava.
Subito il potere di Gesù si manifesta con la sua forza di attrazione: molti vanno da lui, peccatori sui quali regna il demonio e malati di varie infermità, mentre le folle cominciano ad ascoltarlo e a seguirlo (cf. Mt 4,24-25). Così il Regno è annunciato, anzi offerto da Gesù come una realtà che il credente può accogliere: basta che lasci regnare Dio su di sé, ed ecco che il regno di Dio è inaugurato.

 

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 24 janvier, 2020 |Pas de commentaires »

II Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) (19/01/2020)

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II Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) (19/01/2020)

Ecco colui che toglie il peccato del mondo!
don Luciano Cantini

L’agnello di Dio
Ci è familiare l’espressione agnello di Dio – molto raffigurata in diverse forme – perché è entrata nella liturgia. C’è però da domandarsi cosa l’autore del vangelo intendesse, alcuni commentatori mettono in dubbio che il Battista l’abbia effettivamente usata ipotizzando l’espressione servo di Dio, più facilmente comprensibile a chi ha assistito alla scena; oltretutto la parola aramaica talià è ambigua e potrebbe indicare sia agnello che servo. Per gli israeliti l’immagine richiama l’agnello pasquale ucciso all’inizio dell’Esodo il cui sangue ha segnato le case degli ebrei (Es 12,1-14) salvandoli dallo sterminio; Isaia parla del Servo, mite come l’agnello mandato al macello (Is 53,7). Nel corso del quarto Vangelo l’immagine di Gesù come agnello pasquale è più volte richiamata, la morte è posta all’ora stessa in cui venivano sacrificati gli agnelli per la Pasqua (Gv 19,14), l’issopo e il sangue (Gv 19,29.34) fanno riferimento all’aspersione col sangue dell’agnello pasquale (Es 12,7.22ss), chiara è la citazione del libro dell’Esodo non gli sarà spezzato alcun osso (Es 12,46; Gv 19,36).
Il peccato del mondo
Nella espressione utilizzata nella liturgia però è usato il plurale (i peccati del mondo) mentre il testo evangelico è al singolare: il rischio è la frammentazione dell’idea stessa di peccato, sottolineando la molteplicità delle sue manifestazioni, le implicazioni morali, la multiformità dei casi. Giovanni Battista parla del peccato del mondo, il peccato che opprime l’umanità intera, che tiene l’umanità lontana da Dio.
Il termine greco hamartia, usato nel vangelo, ha il significato di errore fatale, fallimento, bersaglio mancato. In ebraico, che appartiene alla cultura dell’evangelista, è usato il termine khata che significa smarrirsi, perdere la strada che conduce a Dio. La parola italiana peccato deriva dal latino peccatum, significa violazione, trasgressione, infrazione di una norma stabilita; è facile immaginare come la lingua possa aver condizionato il pensiero. Nel linguaggio comune la parola peccato assume diversi significati come colpa, mancanza, errore, inconveniente, non sempre dipendenti dalla nostra volontà come un apparecchio che non funziona più o una giornata rovinata dalla pioggia; nella categoria del peccato è entrato di tutto: dimenticanze, distrazioni, debolezze, disattenzioni, superficialità, si perde così la forza della espressione di Giovanni che parla di Gesù come colui che toglie il peccato del mondo!
Il mondo, nel quarto vangelo, rappresenta una mentalità, un modo di vivere che rifiuta la vita e la luce di Dio (Gv1,4-5). È l’uomo che si chiude alla relazione con Dio e si oppone all’amore. Il mondo ama ciò che è suo (Gv 15,19) perché si è chiuso nella autoreferenzialità e nella autosufficienza. Il mondo si sostituisce a Dio, prende il posto del Padre, il peccato del mondo quindi è la vita che l’uomo si ritrova a vivere dopo la rottura del rapporto di amore con Dio. Il peccato aderisce a una ideologia di morte, quello che sopprime la libertà degli uomini, lo priva della dignità di figlio di Dio; ci siamo persi in mille rivoli in cui il peccato si manifesta, nel tentativo di arginarne alcuni, deviarne altri, senza preoccuparci di risalire alla fonte. Il Servo di Dio prefigurato da Isaia si fa carico (cfr. Is 53,4 egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori) subendone le conseguenze fino alla morte, rispondendo però con un amore talmente pieno da far fallire la morte nel suo intento.
Ho visto e ho testimoniato
Nel quarto vangelo Giovanni Battista non ha più il ruolo di profeta che richiama alla conversione, piuttosto quello di chi ha fatto un’esperienza nuova, imprevedibile per lui stesso: io non lo conoscevo. Per lui si spalanca un orizzonte nuovo: Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui.
Il mistero di Dio si manifesta a lui totalmente inatteso. Quello che credeva di sapere e di conoscere, tutta la sua vita dedicata all’attesa, si trova difronte a un uomo che è avanti a me, perché era prima di me. Finché era chiuso nella sua idea di Dio e di salvezza, non poteva “conoscere” Dio che in Gesù si fa ultimo, che sta con i peccatori; l’agnello che toglie, cancella, elimina il peccato del mondo. L’esperienza di fede si concretizza nella « non-conoscenza » che dà senso alla vita nella sua quotidianità, ma aperta all’inaspettata azione dello Spirito. Giovanni lascia alle spalle la sua non conoscenza, guarda lontano, contempla lo Spirito, diventa testimone oltre il suo limite umano; la sua testimonianza offre in chi la accoglie il potere di diventare figli di Dio (Gv 1,18).

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 17 janvier, 2020 |Pas de commentaires »
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