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VII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) I VERBI DEL VOCABOLARIO CRISTIANO

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VII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) I VERBI DEL VOCABOLARIO CRISTIANO

padre Antonio Rungi

La parola di Dio della settima domenica del tempo ordinario ci invita a fare un po’ di esercizio della lingua italiana, coniugando vari verbi, che si trovano nella religione cristiana e soprattutto nel vangelo. Prendiamo in mano il testo del Vangelo di Luca e troviamo messe in bocca a Gesù espressioni di rilevanza religiosa di grande portata: amare i nemici, fare del bene a quelli che ci odiano; benedire coloro che ci maledicono; pregare per coloro che vi trattano male.
Un bell’impegno spirituale, una vera ascesi nella carità verso Dio e verso i fratelli. A ciò si aggiunga anche il resto che ci chiede il Signore: a chi ci percuote sulla guancia, dobbiamo presentare per l’offesa anche l’altra; a chi ci strappa il mantello, non dobbiamo rifiutare di cedere anche la tunica.
Bisogna dare a tutti e non richiedere nulla di quanto dato o prestato. Alcuni altri comportamenti sono indispensabili per una vita autenticamente cristiana, quali l’essere misericordiosi, il non giudicare, il non condannare, il perdonare, il dare abbondantemente.
Una proposta di vita in positivo, che spazia dall’amore alla misericordia, dal dono al prestito senza restituzioni. In poche parole a fare sempre il bene e a tenersi le offese ricevute, perdonando di cuore a quanti ci hanno crocifisso.
Progetto ambizioso, quello che il Signore ha buttato giù nel parlare ai suoi discepoli e soprattutto a quanti erano disponibili interiormente ad ascoltarlo. Si tratta di discorsi forti, in contrasto con lo stile umano del vivere di ieri e di oggi, che è improntato all’odio, alla violenza, al prestare chiedendo grossi interessi e quanto di peggio si trova nel cuore delle persone e nelle stesse istituzioni legalizzate.
Regola fondamentale e fare agli altri ciò che vorremmo che gli altri facessero a noi ed evitare di fare agli altri ciò che ci dispiace e che gli altri ci possono fare come espressione di male. Bisogna assumere comportamenti dirompenti, rompere schemi e modi di pensare che attingono ad una visione conflittuale, di lotta e concorrenziale, che è patrimonio di tutte le culture e di tutte le realtà geografiche, politiche, sociali ed umane.
Rompere schemi significa andare controcorrente e fare ciò che gli altri non fanno.
E cosa in particolare ci viene raccomandato da Gesù? Esattamente quello che troviamo scritto nel brano del Vangelo di oggi, con termini molto chiari e non opinabili: se amiamo quelli che ci amano, quale gratitudine ci è dovuta? Nessuna, in quanto è un dare e ricevere. C’è quindi una compensazione nei sentimenti e nell’amore che non dovrebbe esserci. Ti amo per ricevere amore. Invece bisogna amare e basta. E se facciamo del bene a coloro che ci fanno del bene, quale gratitudine ci è dovuta? Nessuna, in quanto anche in questo caso i peccatori agiscono allo stesso modo.
Sono i santi, invece, che rompono gli schemi comportamentali e agiscono nella logica del vangelo della carità e della misericordia.
La stessa cosa deve essere attuata nel caso del prestito: se prestiamo a coloro da cui speriamo ricevere molto di più di quello prestato, quale gratitudine ci è dovuta? Nessuna, in quanto anche i peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto.
Conclusione di tutto questo discorso fatto da Gesù è che bisogna amare i propri nemici, fare del bene e prestate senza sperarne nulla, in quanto la vera ricompensa soprassa il tempo e il contingente e diventa ricompensa eterna, perché Dio premia i buoni e castiga in malvagi. Se comprendessimo tutti queste lezioni di vita che ci vengono dal vangelo, certamente il mondo andrebbe meglio su tanti versi, in particolare nella lotta, molto spesso fratricida, che vige all’interno delle famiglie, dei poteri più o meno legali, delle nazioni, dell’economia. In questi ambiti non si ama, né si perdona, ma si odia e si uccide e spesso lo si fa anche in nome di Dio e di false religioni che predicano l’odio e non l’amore o certe ideologie che escludono e non includo gli altri, soprattutto se diversi.
Il discorso di Gesù è chiaro e non ammette eccezioni: amare tutti e in particolare proprio coloro che non ci amano e non ci rispettano.
Un esempio di perdono e di pacificazione ci viene dal Re Davide, nel brano della prima lettura di oggi, tratto dal Libro di Samuele, nel quale è raccontato ciò che avvenne nel deserto di Zif. Saul condusse qui tremila uomini scelti d’Israele, per ricercare Davide per ucciderlo. Da parte sua Davide e Abisài scesero tra quella gente di notte ed ecco mentre Saul dormiva profondamente poteva ucciderlo con facilità. In poche parole, era l’occasione buona per eliminarlo; ma Davide disse ad Abisài: «Non ucciderlo! Chi mai ha messo la mano sul consacrato del Signore ed è rimasto impunito?». Un gesto di perdono e di misericordia compiuto e rimasto segreto, in quanto nessuno si accorse di quello che era successo in quella notte. Tuttavia nessuno seppe poi ciò che poteva succedere quella notte, qualora Davide ed Abisai avessero ucciso Saul. Come dire che il Signore a tutti dà la possibilità di perdonare e non massacrare i nemici. A noi spetta il compito di non procedere nello sterminio o nella distruzione dei nostri avversari di qualsiasi genere. Per cui, accogliamo l’invito a superare tutte le tentazioni che ci portano a farci del male reciprocamente, specie all’interno di certe istituzioni naturali, politiche, economiche e religiose, in cui dovrebbe regnare sovrana la pace, il rispetto, la tolleranza e l’accoglienza degli altri.
Un messaggio di riconciliazione e di pace universale che trova le sue ragioni profonde da un punto di vista cristiano e religioso nell’attuare un cambiamento sostanziale del nostro modo di pensare ed agire, come ci ricorda l’Apostolo Paolo nel brano della seconda lettura di oggi, tratta dalla sua prima lettera ai Corinzi, in cui c’è questo confronto tra il primo e l’ultimo Adamo: il primo uomo, Adamo, divenne un essere vivente, ma l’ultimo Adamo, divenne spirito datore di vita…Il primo uomo, tratto dalla terra, è fatto di terra; il secondo uomo viene dal cielo. Come è l’uomo terreno, così sono quelli di terra; e come è l’uomo celeste, così anche i celesti. E come eravamo simili all’uomo terreno, così saremo simili all’uomo celeste. E’ evidente che bisogna attuare un radicale cambiamento della propria vita in ragione della morte e risurrezione di Cristo, il Salvatore dell’umanità. Lui ci ha riconciliati con Dio, per farci vivere in pace con il cielo e vivere in pace tra di noi sulla terra, senza odi e risentimenti, ma perdonandoci dal profondo del nostro cuore, anche nei nostri errori e sbagli. Sia questa la nostra orazione che eleviamo al Signore con fede e devozione sincera: “Padre clementissimo, che nel tuo unico Figlio ci riveli l’amore gratuito e universale, donaci un cuore nuovo, perché diventiamo capaci di amare anche i nostri nemici e di benedire chi ci ha fatto del male”. Questa è religione gradita a Dio e questa è fede vera, non fatta di odi e risentimenti, ma solo di misericordia e perdono verso tutti e verso ogni situazione nella quale è richiesto amore. Il nostro modello rimane sempre ed unicamente Lui, il Signore, Gesù Cristo Crocifisso, che ha perdonato il ladrone pentito e dalla croce ha perdonato i suoi crocifissori, scusandoli, in quanto non sapevano quello che stavano facendo. Solo un vero ed autentico amore sa capire, comprendere, soffrire e perdonare, mettendo una pietra sopra a tutte le sofferenze subite, ingiustamente a causa degli altri.

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 22 février, 2019 |Pas de commentaires »

VI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) (17/02/2019)

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VI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) (17/02/2019)

Rallegratevi ed esultate
don Luciano Cantini

Rallegratevi in quel giorno
Papa Francesco ha preso spunto proprio dalle “beatitudini” per dare un titolo alla sua Esortazione sulla chiamata alla santità nel mondo contemporaneo, sostenendo che il Signore ci vuole santi e non si aspetta che ci accontentiamo di un’esistenza mediocre, annacquata, inconsistente.
Troppo spesso abbiamo dato alla santità connotati scontati, immagini prevedibili, contorni definiti; siamo propensi a buttare l’occhio sull’eroismo del martirio, la sofferenza della malattia, l’elevazione della preghiera… quando non accompagniamo l’idea di santità a visioni mistiche o fatti che superano la naturalità delle cose. Molto meno presente, nell’idea comune della santità, l’immagine della festa, della gioia, della allegria.
Papa Francesco, invece, ci aiuta a riflettere sul cammino della santità che è alla portata di tutti: I santi della porta accanto.
Mi piace vedere la santità nel popolo di Dio paziente: nei genitori che crescono con tanto amore i loro figli, negli uomini e nelle donne che lavorano per portare il pane a casa, nei malati, nelle religiose anziane che continuano a sorridere. In questa costanza per andare avanti giorno dopo giorno vedo la santità della Chiesa militante. Questa è tante volte la santità “della porta accanto”, di quelli che vivono vicino a noi e sono un riflesso della presenza di Dio, o, per usare un’altra espressione, “la classe media della santità” (EeG n.7).
Beati voi
La chiamata alla santità è espressa, in questa pagina del vangelo, con le “Beatitudini”. Mentre in Matteo il “discorso della montagna” occupa una parte centrale del suo vangelo, Luca ne fa una occasione di passaggio tra il discorso programmatico nella sinagoga di Nazareth e la lenta salita al calvario. In Luca le parole si fanno dirette, coinvolgenti, non sono generiche affermazioni, in linea di principio ma dirette a ciascuno di noi che oggi ascoltiamo questa parola. Il “voi” al plurale ci libera da una idea individualistica di santità che è lontanissima dal pensiero di Dio; infatti Dio ha costituito un popolo che fosse custode della Alleanza e si incamminasse sulla via della santità. Non possiamo scoprire l’identità cristiana senza l’appartenenza a un popolo.
Luca non parla di una povertà “di spirito” ma di essere «poveri» e basta (cfr Lc 6,20), e così ci invita anche a un’esistenza austera e spoglia. In questo modo, ci chiama a condividere la vita dei più bisognosi, la vita che hanno condotto gli Apostoli e in definitiva a conformarci a Gesù, che «da ricco che era, si è fatto povero» (2 Cor 8,9). Essere poveri nel cuore, questo è santità (EeG n.70).
Gesù non loda la situazione di indigenza conseguenza dell’egoismo di altri contro cui bisogna agire, non condanna le gioie di cui possiamo godere nella nostra vita, neppure dirci che la beatitudine sarà qualcosa di cui godremo solo in cielo o qualcosa di solamente spirituale. La beatitudine sfugge alle logiche umane; se si ritiene di essere felici quando si ha tutto ciò che si desidera, al contrario la gioia risiede nel donare tutto. Gesù si mette dalla parte di coloro che lasciarono tutto e lo seguirono (Lc 5,11).
Beati voi, quando gli uomini vi odieranno
Il cristianesimo non si vive quando tutt’intorno ci sono le condizioni favorevoli, la fede non va nella stessa direzione delle cose umane.
In una società alienata, intrappolata in una trama politica, mediatica, economica, culturale e persino religiosa che ostacola l’autentico sviluppo umano e sociale, vivere le Beatitudini diventa difficile e può essere addirittura una cosa malvista, sospetta, ridicolizzata (EeG n.91).
Siamo testimoni, ancora oggi, delle persecuzioni contro i cristiani: ci sono fatti di sangue che in tante parti del mondo si manifestano contro i cristiani, siano essi cattolici, o evangelici o copti… Coloro che perseguitano Cristo nei suoi fedeli non fanno differenze di confessioni: li perseguitano semplicemente perché sono cristiani (papa Francesco 20.11.14). Non è un problema che deriva dall’Islam né alcun’altra religione: cercano di giustificare con la religione i loro atti criminali, ma in realtà è l’infelicità personale a dare le mosse a tale nefandezza.
C’è anche un modo più sottile quando metteranno al bando e vi insulteranno e disprezzeranno il vostro nome come infame. Passare da persone ridicole, fuori del tempo e della storia è esperienza comune nella nostra società, che magari si è appropriata dei simboli cristiani riducendone la portata. Invettive e parole d’odio sono diventate virali, in una irrazionale crescita del populismo pur sbandierando simboli di amore.
Contro l’individualismo di questa epoca postmoderna che tende a isolarci dagli altri dobbiamo essere gelosi custodi dei piccoli gesti di amore, delle parole capaci di costruire legami, occorre imparare a conoscersi meglio per poter così prendersi cura gli uni degli altri.

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 15 février, 2019 |Pas de commentaires »

V DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) (10/02/2019)

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V DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) (10/02/2019)

Rinunciare per il Signore significa fiorire riempie la vita
padre Ermes Ronchi

La nostra vita si mette in cammino, avanza, cammina, corre dietro a un desiderio forte che nasce da una assenza o da un vuoto che chiedono di essere colmati. Che cosa mancava ai quattro pescatori del lago per convincerli ad abbandonare barche e reti e a mettersi in cammino dietro a quello sconosciuto, senza neppure domandarsi dove li avrebbe condotti?
Avevano il lavoro e la salute, una casa, una famiglia, la fede, tutto il necessario per vivere, eppure qualcosa mancava. E non era un’etica migliore, non un sistema di pensiero più evoluto. Mancava un sogno. Gesù è il custode dei sogni dell’umanità: ha sognato per tutti cieli nuovi e terra nuova.
I pescatori sapevano a memoria la mappa delle rotte del lago, del quotidiano piccolo cabotaggio tra Betsaida, Cafarnao e Magdala, dietro agli spostamenti dei pesci. Ma sentivano in sé il morso del più, il richiamo di una vita dal respiro più ampio. Gesù offre loro la mappa del mondo, anzi un altro mondo possibile; offre un’altra navigazione: quella che porta al cuore dell’umanità «vi farò pescatori di uomini», li tirerete fuori dal fondo dove credono di vivere e non vivono, li raccoglierete per la vita, e mostrerete loro che sono fatti per un altro respiro, un’altra luce, un altro orizzonte. Sarete nella vita donatori di più vita.
Gesù si rivolge per tre volte a Simone:
- lo pregò di scostarsi da riva: lo prega, chiede un favore, lui è il Signore che non si impone mai, non invade le vite;
- getta le reti: Simone dentro di sé forse voleva solo ritornare a riva e riposare, ma qualcosa gli fa dire: va bene, sulla tua parola getterò le reti. Che cosa spinge Pietro a fidarsi? Non ci sono discorsi sulla barca, solo sguardi, ma per Gesù guardare una persona e amarla erano la stessa cosa. Simone si sente amato.
- non temere, tu sarai: ed è il futuro che si apre; Gesù vede me oltre me, vede primavere nei nostri inverni e futuro che già germoglia.
E le reti si riempiono. Simone davanti al prodigio si sente stordito: Signore, allontanati da me, perché sono un peccatore. Gesù risponde con una reazione bellissima che m’incanta: non nega questo, ma lui non si lascia impressionare dai difetti di nessuno, dentro il presente lui crea futuro. E abbandonate le barche cariche del loro piccolo tesoro, proprio nel momento in cui avrebbe più senso restare, seguono il Maestro verso un altro mare. Sono i “futuri di cuore”. Vanno dietro a lui e vanno verso l’uomo, quella doppia direzione che sola conduce al cuore della vita.
Chi come loro lo ha fatto, ha sperimentato che Dio riempie le reti, riempie la vita, moltiplica libertà, coraggio, fecondità, non ruba niente e dona tutto. Che rinunciare per lui è uguale a fiorire.

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 8 février, 2019 |Pas de commentaires »

IV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) (03/02/2019)

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IV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) (03/02/2019)

Niente barriere tra i figli di Dio
mons. Roberto Brunelli

Tra le letture di oggi spicca il giustamente celebre, fonte perenne di ispirazione per chiunque voglia dirsi cristiano, « Inno alla carità », cioè all’amore (Prima lettera ai Corinti 12,31-13,13): una pagina da imparare a memoria, o da stamparsi sul dorso della mano. Se si cominciasse a parlarne, non si finirebbe più; ma questa rubrica è fatta per presentare il vangelo: ed ecco allora (Luca 4,21-30) il passo odierno. La frase iniziale, “Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato », riprende l’ultima della scorsa domenica: continua l’episodio di Gesù nella sinagoga di Nazaret, con l’annuncio-shock che il Messia atteso da secoli era finalmente arrivato, era lui. La reazione dei suoi compaesani, superato il primo stupore, fu di incredulità: come può essere il Messia, l’inviato da Dio a compiere grandi cose, quest’uomo vissuto sempre qui tra noi, senza mai dare segni di essere diverso da noi? Come può riscattare il nostro popolo, questo figlio di Giuseppe, falegname come suo padre? Si è sentito dire che abbia fatto miracoli a Cafarnao: ebbene, se vuole che gli crediamo li faccia anche qui, nel suo paese, davanti a noi!
Nessuno è un eroe, per il suo cameriere: questo celebre detto di Michel de Montaigne coglie bene il fatto che la familiarità, la consuetudine di vita con una persona dà solo l’illusione di conoscerla, facendo dimenticare che ogni persona è un mondo mai completamente esplorato; ognuno in realtà si porta dentro pensieri, sentimenti e risorse insospettabili, che se hanno occasione di manifestarsi lasciano gli altri quanto meno sconcertati. Tanto più se si manifestano fuori dal consueto ambito di vita, dove spesso sono bloccati proprio dai pregiudizi altrui.
Ai suoi compaesani increduli, in certo modo anticipando Montaigne, Gesù rispose con una frase lapidaria divenuta proverbiale: « Nessuno è profeta in patria », e a dimostrarlo citò due esempi tratti dalla storia d’Israele, non nuova a episodi di incomprensione e rifiuto dei profeti, proprio da parte del popolo cui Dio li aveva inviati. Elia, osteggiato e perseguitato in patria, compì prodigi a favore di una straniera, una povera vedova libanese che invece si era fidata di lui, così come un altro straniero, un generale siriano, aveva dato retta al profeta Eliseo (i due episodi sono narrati rispettivamente nel Primo libro dei Re 17,8-16 e nel Secondo libro dei Re 5,1-14). Ma il monito di Gesù non ebbe effetto: « All’udire queste cose, tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno. Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù ».
Quella volta i connazionali di Gesù non riuscirono nel loro intento; ma il racconto dell’evangelista suona come un preannuncio di quanto sarebbe accaduto in seguito: rifiutato proprio dai suoi sino alla condanna a morte, egli trovò larga accoglienza ed elargì i suoi benefici di là dai confini del suo popolo, tra gli stranieri, cioè proprio tra coloro che Israele riteneva esclusi dalle amorose sollecitudini di Dio. Perciò l’episodio di Nazaret è anche un invito a considerare che nessuno, a qualunque popolo appartenga, è escluso dalla divina misericordia; si capisce allora quanto artificiose (e perciò ingiuste, e pericolose in quanto fonte di conflitti) siano le barriere che gli uomini si affannano ad erigere tra loro: i muri, i ghetti, i fili spinati, le reciproche esclusioni basate sulla razza, sulla religione, sul censo, sul grado d’istruzione e così via. E al confronto, quanto brilla la Chiesa voluta da Gesù, dove ai vertici, cioè alla santità, possono giungere lo scapestrato e il giusto, l’analfabeta e il sapiente, il re e il popolano, uomini e donne, giovani e vecchi; la Chiesa, che non conosce confini, e nel suo universalismo indica un sicuro cammino verso un mondo pacificato; la Chiesa, dove nessuno è straniero, perché tutti sono figli di Dio.

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 31 janvier, 2019 |Pas de commentaires »

III DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) (27/01/2019)

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III DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) (27/01/2019)

Rivolto a chiunque voglia essere Teòfilo
mons. Roberto Brunelli

Il brano evangelico della Messa odierna si compone di due parti distinte. La prima (Luca 1,1-4) è data dall’esordio del vangelo prevalente quest’anno. Prima di mettersi a riferire della vita terrena di Gesù, l’evangelista Luca professa il suo scrupolo di storico: quanto scrive è frutto di « ricerche accurate su ogni circostanza, fin dagli inizi » riguardo agli « avvenimenti che si sono compiuti in mezzo a noi, come ce li hanno trasmessi coloro che ne furono testimoni oculari ». Segue la dedica e lo scopo del suo scritto: « per te, illustre Teòfilo, in modo che tu possa renderti conto della solidità degli insegnamenti che hai ricevuto ».
Chi sia il personaggio per il quale Luca ha composto il suo vangelo non ci è dato sapere; ma considerando il suo nome (Teòfilo significa « amico di Dio ») non è escluso che esso indichi chiunque voglia essere appunto amico di Dio e perciò si preoccupi di conoscerlo meglio, per dare fondamento alla fede che professa. Questo è anche il senso in cui sin dagli inizi i cristiani hanno inteso lo scritto di Luca, accostandolo agli altri tre vangeli che espongono i fatti e gli insegnamenti del loro Signore.
La seconda parte della lettura odierna (Luca 4,14-21) narra un episodio avvenuto nella fase iniziale della vita pubblica di Gesù. A circa trent’anni, trascorsi nell’anonimato dell’insignificante villaggio di Nazaret, egli si era trasferito nella città di Cafarnao, e qui, come poi nei villaggi vicini, egli aveva parlato alle folle e risanato gran numero di malati, guadagnandosi grande notorietà e stima. Un giorno, per la prima volta egli fece ritorno al suo villaggio e, da buon ebreo rispettoso della legge, secondo l’usanza il sabato intervenne all’assemblea comunitaria nella sinagoga. Il momento centrale del rito consisteva nella lettura e relativo commento di un passo della Scrittura. Quella volta si alzò a leggere lui: e possiamo facilmente immaginare con quanta curiosità i presenti attendessero di vedere, quel loro compaesano divenuto famoso, quale brano avrebbe scelto e come l’avrebbe spiegato. Ma tutto potevano aspettarsi, i nazaretani, tranne quello che invece avvenne.
Gli fu dato lo scritto del profeta Isaia, ed egli vi cercò un passo ben noto a tutti, uno di quelli in cui meglio si delineavano i tratti del futuro Messia: « Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio », eccetera. Il passo era di primaria importanza: il popolo d’Israele viveva dell’attesa del Messia; la promessa di un liberatore inviato da Dio accomunava tutti i discendenti di Abramo nella speranza di un riscatto dalle umiliazioni subite nei secoli ad opera di dominatori stranieri e tuttora in corso, con la dura soggezione all’imperatore di Roma. E tuttavia, i presenti a quell’ennesima lettura del profeta si saranno aspettati un commento simile ad altri già sentiti: il nostro Dio non ci ha dimenticato, secondo la sua promessa manderà il suo Inviato, del quale dobbiamo restare in fiduciosa attesa. E invece, mentre « nella sinagoga gli occhi di tutti erano fissi su di lui », il commento di Gesù risuonò come una bomba. Disse infatti: « Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato »; vale a dire: la profezia sul Messia si realizza oggi, adesso, perché il Messia annunciato sono io!
Come si leggerà domenica prossima, gli abitanti di Nazaret non gli credettero, e anzi lo cacciarono dal paese. In qualche misura li si può capire; non era facile riconoscere il Messia in uno, vissuto sino ad allora in mezzo a loro come un uomo « qualunque ». E anche oggi non è facile, riconoscere nell’umile operaio di Nazaret il « consacrato con l’unzione » (o, per dirla all’ebraica, il Messia, e alla greca, il Cristo). Non è facile; ma è necessario, è vitale, per chiunque voglia essere Teòfilo, cioè amico di Dio.

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 24 janvier, 2019 |Pas de commentaires »

II DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) (20/01/2019)

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II DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) (20/01/2019)

L’acqua della nostra umanità trasformata in vino di gratuità
Vito Calella

Il miracolo di Gesù compiuto a Cana di Galilea è una testimonianza custodita soltanto nel vangelo di Giovanni.
Quel miracolo della trasformazione di acqua in vino avvenne e forse gli fu raccontato da Maria, la madre, che abitava insieme a lui. L’evangelista, guidato e ispirato dallo Spirito Santo, interpreta quell’episodio alla luce dell’evento della morte, sepoltura e risurrezione di Gesù, facendolo diventare un episodio che rivela la gloria del Signore risorto.
La sua gloria risplende nell’evento della sua risurrezione, nell’ospitalità, per sempre, della nostra umanità nell’eternità della vita divina. Per questo motivo tutta la gloria della risurrezione si rivela nella sovrabbondanza inesauribile del dono dello Spirito Santo trasformante (segno del vino) messo a disposizione di tutta l’umanità. La sua gloria diventa la festa della gioia della nostra vita umana, perché le nostre azioni sono veramente trasformate dalla forza dello Spirito Santo e diventano relazioni di gratuità, tessitrici di comunione tra noi. Uniti nella carità siamo la sposa del vero sposo: Gesù Cristo, morto e risuscitato, fulcro centrale di tutta la nostra esistenza.
Nel racconto delle nozze di Cana appaiono due gruppi: il primo è costituito da Maria, dai discepoli e da Gesù, invitati alle nozze. Il secondo gruppo è fatto dai servi della casa e dal maestro di sala. Lo sposo appare di sfuggita, senza nome: non dice nulla. La sposa non è nemmeno nominata.
Alla luce dell’evento pasquale il vero sposo è Gesù.
La sposa siamo tutti noi cristiani, che ci siamo lasciati trasformare e convertire dall’annuncio e dalla forza salvifica della morte e risurrezione di Gesù e abbiamo scoperto il dono dello Spirito Santo. Ci possiamo identificare in quei «discepoli che credettero in Lui» (Gv 2,11c).
La festa delle nozze di Cana diventa per noi la festa della nuova ed eterna alleanza tra Dio e tutti noi, inaugurata con la morte e risurrezione di Gesù, eventi centrali per la nostra esistenza e per la storia di tutta l’umanità e di tutta la creazione, ricordati implicitamente dall’evangelista con linguaggio dell’ora: «Non è ancora giunta la mia ora» (Gv 2,4b): ciò che avvenne a Cana è segno anticipato della «manifestazione della gloria di Gesù» (Gv 2, 11b) che noi contempliamo nel crocifisso risuscitato e nella realizzazione della comunione di alleanza eterna tra noi e Dio.
Per mezzo dell’evento pasquale di Cristo si realizza la profezia del profeta Isaia su Gerusalemme, per noi ora simbolo della nostra comunità cristiana contemplata dal profeta come una sposa che celebra nozze eterne con il suo Dio Creatore e Redentore.
Nel gruppo della madre e dei discepoli, invitati alle nozze, si distacca la figura della madre di Gesù: la donna. Lei è la piena di grazia, è l’arca di questa nuova alleanza tra Dio e l’umanità, è colei che vive abitata dalla presenza dello Spirito Santo. Rappresenta, nella comunità dei credenti, quei cristiani che hanno veramente imparato a lasciar spazio d’azione alla Presenza viva del Risorto in loro, perché consapevoli del tesoro immenso che custodiscono nel vaso della loro umanità. Come Maria sono un piccolo resto di credenti, nella moltitudine dei battezzati, che si lasciano veramente guidare dalla presenza viva dello Spirito Santo; per questo diventano particolarmente sensibili alla «mancanza di vino», cioè a tutte quelle situazioni di ingiustizia, di non rispetto della dignità umana, di conflitto, di separazione, di depressione, di schiavitù che rovinano la festa della nuova ed eterna alleanza, perché il dono dello Spirito Santo, già donato e disponibile, è soffocato nei cuori di molta gente. Come Maria, non si lasciano scoraggiare dalla desolazione della «mancanza di vino» perché lo Spirito Santo, vivo in loro, li ha resi forti e fiduciosi nel potere trasformante della Parola del Cristo risorto e si ostinano a dire a tutti quelli che incontrano: «Fate quello che vi dirà» (Gv 2,5).
Il gruppo dei servi e del maestro di sala rappresenta il popolo Ebreo, custode di tutta la promessa dell’Antico Testamento.
I servi potrebbero rappresentare i profeti che avevano obbedito alla Parola di Dio.
Il maestro di sala potrebbe rappresentare il più grande dei profeti, colui che ha preparato la festa della venuta del Messia: Giovanni Battista. Non si sa se quei servi si annoverarono tra i discepoli che credettero in Gesù. Le sei giare di pietra rappresentano la tradizione religiosa di Israele, fortemente incentrata sull’obbedienza alle leggi contenute nelle Sacre Scritture, tra le quali, anche le pesanti prescrizioni di purificazione, che rendevano la vita di fede dipendente dai meriti accumulati, eccessivamente dipendente dall’iniziativa umana. La religione giudaica al tempo di Gesù era diventata come quelle giare di pietra: pesanti obblighi da assolvere mediante i numerosissimi precetti scritti nei libri sacri. La scarsità di acqua, presente in quelle giare di pietra rappresenta l’infedeltà, lo sconforto, la difficoltà a corrispondere alla volontà di Dio confidando solo ed esclusivamente nelle capacità dell’iniziativa umana. Per noi cristiani quelle giare di pietra possono rappresentare la nostra comunità cristiana, a volte vista da noi e da tanta gente di fuori come una istituzione pesante, una agenzia di servizi religiosi o una azienda di molteplici gruppi e attività pastorali, malati di attivismo senza l’anima essenziale della gratuità. Oppure possono rappresentare tutte quelle istituzioni sociali che appesantiscono le nostre relazioni umane con il peso di tanta burocrazia, smorzando ogni slancio di dono. I servi possono rappresentare oggi tutti quei cristiani battezzati che svolgono servizi nella nostra comunità, sotto la guida dei loro pastori, i maestri di sala. Identifichiamoci con essi e riconosciamo con umiltà le nostre inconsistenze e difficoltà di corrispondere umanamente alla volontà del Padre. Nell’umiltà del riconoscimento della scarsità dell’acqua delle nostre buone azioni e della pesantezza delle nostre istituzioni comunitarie, ci stupiamo della fiducia che Gesù accorda verso di noi. Il nostro Signore, il risorto, chiede a noi ora di riempire quelle giare di acqua, confida nelle nostre potenzialità. L’acqua delle giare, riempita fino all’orlo, rappresenta tutta la nostra buona volontà, tutte le nostre capacità umane, tutta la nostra intelligenza, tutti i nostri sentimenti, tutte le nostre qualità umane, tutta la nostra iniziativa umana. Gesù risorto, vivo in noi, realizza il miracolo di trasformare tutta «l’acqua» delle nostre iniziative umane e delle nostre relazioni in «vino» gioioso e inesauribile di gratuità. Il nostro modo di agire, radicato nella difesa degli interessi del nostro “io” viene allora trasformato per diventare materia di irradiazione, donazione della forza vitale dell’amore divino per tutta l’umanità e così la festa delle nozze di Cana diventa per noi oggi la gioia delle nostre relazioni umane glorificate dalla carità che ci rende tutti insieme, nel mondo, la sposa dello Sposo.

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 18 janvier, 2019 |Pas de commentaires »

BATTESIMO DEL SIGNORE (ANNO C) (13/01/2019)

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BATTESIMO DEL SIGNORE (ANNO C) (13/01/2019)

Lo «stare in preghiera» fa la differenza
Vito Calella

Custodendo nel cuore e nella mente il racconto del Vangelo di Luca, scopriamo che il fatto in sé del battesimo di Gesù nel fiume Giordano è un dettaglio secondario. Giovanni Battista non è nemmeno nominato nella descrizione dell’evento. Gesù è mescolato tra la gente, ma anche quella scelta di stare in mezzo ai peccatori è secondaria. Lo stare inpreghiera fa la differenza. Grazie al suo stare in preghiera si realizzò una magnifica manifestazione divina: l’aprirsi dei cieli, il discendere corporeo dello Spirito Santo come colomba e l’ascolto della voce dal cielo, che rivelò l’identità di Gesù e il compiacimento del Padre: «Ed ecco, mentre tutto il popolo veniva battezzato e Gesù, ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì e discese sopra di lui lo Spirito Santo in forma corporea, come una colomba, e venne una voce dal cielo: « Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento »» (Lc 3, 21-22).
All’evangelista Luca sta a cuore contemplare Gesù in atteggiamento costante di preghiera. Lo ripeterà per altre otto volte nel suo Vangelo (Lc 5,16; 6, 12; 9,18.28-29; 11,1; 22,41; 23,46). Praticare la preghiera fu la cura constante di Gesù di Nazareth, per perseverare in sintonia con la volontà del Padre e compiere la sua missione fino al compimento finale della sua morte di croce. Il tempo dedicato a pregare permetteva a Gesù di essere costantemente guidato dallo Spirito Santo nell’esercizio della sua missione a servizio del Regno di Dio.
Scegliere di pregare ogni giorno sia dunque la chiave essenziale per mantenere sempre vivo in noi il dono dello Spirito Santo, effuso nei nostri cuori, per non soffocare l’efficacia del dono del nostro battesimo. Tra tutte le attività programmate e cronometrate, di cui è piena la nostra giornata, la sacra scelta del nostro stare in preghiera, per vivere il l’incontro orante con la Parola di Dio, è il segreto per la buona riuscita di tutte le molteplici attività quotidiane.
Lo «stare in preghiera» apre i cieli liberandoli dalle nuvole dell’egoismo e del peccato.
La preghiera di Gesù nel giorno del suo battesimo inaugurò l’apertura dei cieli a favore di tutta l’umanità, cioè il dono della liberazione dai nostri peccati e dalle forze del male che offuscano l’orizzonte della vita. In quel giorno si realizzò la supplica che troviamo espressa nel libro del profeta Isaia: «Se tu squarciassi i cieli e scendessi!» (Is 63, 19a). Il profeta Isaia vedeva solo il cielo coperto della ribellione del popolo, del suo vagare lontano dalle vie del Signore. La manifestazione pubblica di Gesù, iniziata nel giorno del suo battesimo, fu paragonata all’aprirsi dei cieli per far irrompere la luce dell’iniziativa d’amore di Dio, che in Gesù veniva a riscattare il popolo dalla chiusura del peccato e dell’egoismo. Quella luce scende ancora oggi per liberarci dalla schiavitù del nostro peccato e delle conseguenze su di noi dell’egoismo di tutta l’umanità. I cieli squarciati nel giorno del battesimo di Gesù sono il riflesso della consolazione del popolo ascoltata nella prima lettura: «Consolate il mio popolo, parlate al cuore di Gerusalemme e ditele: è finita la tua schiavitù, è stata scontata la tua iniquità» (Is 40,1). Gesù è il Dio buon pastore che viene con la potenza della misericordia del Padre per condurci e radunarci, noi suo gregge, ai pascoli della pace.
La preghiera personale ravviva in noi la forza trasformante del nostro battesimo.
La nostra preghiera squarcia le nubi grigie delle nostre inconsistenze, infedeltà e pessimismi, come abbiamo ascoltato per mezzo dell’apostolo Paolo: «È apparsa infatti la grazia di Dio, che porta salvezza a tutti gli uomini e ci insegna a rinnegare l’empietà e i desideri mondani e a vivere in questo mondo con sobrietà, con giustizia e con pietà, nell’attesa della beata speranza e della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e salvatore Gesù Cristo» (Tt 2, 11-13).
Lo «stare in preghiera» rende possibili relazioni di gratuità.
La preghiera di Gesù nel giorno del suo battesimo permise alla sua umanità di accogliere liberamente il dono dello Spirito Santo, posato su di lui in forma «corporea» di colomba, in modo che tutte le sue relazioni con la gente, nello svolgersi della sua missione pubblica, fossero caratterizzate dalla pratica concreta della gratuità dell’amore. E così noi possiamo contemplare l’agire di Gesù di Nazareth, documentato nei racconti evangelici, che si rivela in vere e autentiche relazioni di accoglienza, di perdono, di tenerezza, di servizio.
La nostra preghiera ci allena e ci abilita ad essere artefici di opere buone di gratuità in tutte le nostre relazioni quotidiane perché Gesù «ha dato se stesso per noi, per riscattarci da ogni iniquità e formare per sé un popolo puro che gli appartenga, pieno di zelo per le opere buone» (Tt 2,14).
Lo «stare in preghiera» ci fa vivere centralizzati nel mistero pasquale di Cristo.
La preghiera di Gesù nel giorno del suo battesimo rivelò quanto Gesù amava la Parola di Dio e in essa si rispecchiava per comprendere e confermare la sua missione. Quella voce del Padre, venuta dal cielo celebra la consapevolezza di Gesù, maturata nella preghiera alla luce delle Sacre Scritture, della sua identità messianica nella linea del servo sofferente, preannunciata dai testi del servo di JHWH del profeta Isaia e dal salmo 2. E Gesù fu fedele fino in fondo alla sua vocazione e missione, compiendola con l’offerta del suo corpo e del suo sangue per tutti noi e per la nostra salvezza.
La nostra preghiera rende sempre viva in noi la voce della Parola di Dio. La Parola (voce) di Dio pregata ci orienta a centrare la nostra esistenza nel mistero della morte e risurrezione di Gesù e ci fa sentire fortemente la gioia di essere peccatori già perdonati, figli amati del Padre, già giustificati prima ancora di aver dato prova delle opere giuste da noi compiute. E questo è uno degli annunci più belli che possiamo offrire nel nostro essere missionari della Parola del Signore, come abbiamo ascoltato: «Ma quando apparvero la bontà di Dio, salvatore nostro, e il suo amore per gli uomini, egli ci ha salvati, non per opere giuste da noi compiute, ma per la sua misericordia, con un’acqua che rigenera e rinnova nello Spirito Santo, che Dio ha effuso su di noi in abbondanza per mezzo di Gesù Cristo, salvatore nostro, affinché, giustificati per la sua grazia, diventassimo, nella speranza, eredi della vita eterna» (Tt 3, 4-7).

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 11 janvier, 2019 |Pas de commentaires »
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