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PRESENTAZIONE DEL SIGNORE (02/02/2020)

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PRESENTAZIONE DEL SIGNORE (02/02/2020)

Vedere l’invisibile, toccare l’intangibile

don Luciano Cantini

Per presentarlo al Signore
Gerusalemme, non è soltanto una città, è un simbolo, un luogo di incontro fra diverse civiltà, diversi modi di pensare, città santa per eccellenza, per tanti popoli e di diverse fedi dove le tre religioni del ceppo biblico ritrovano le proprie origini e le proprie verità. Con la sua unicità, oggi, ci dice che le diverse religioni possono, anzi debbano poter convivere una a fianco dell’altra. La sua storia si perde nelle radici dell’umanità e si proietta nella eternità oltre la fine della storia nella Gerusalemme celeste (Ap 21, 1-22), la nuova città, descritta da Ezechiele (dal capitolo 40 al 48), che è senza tempio, meglio è tutta tempio, tutta dimora di Dio. Al tempo di Gesù la città era dominata dall’altura del tempio, brulicava quotidianamente di pellegrini, sacerdoti, addetti, mercanti. Una folla chiassosa e indaffarata. Quasi nascosti e anonimi, Maria e Giuseppe portano il loro piccolo per adempiere le prescrizioni e compiere l’offerta alla porta detta di Nicanore che metteva in comunicazione il cortile con quello più interno dedicato agli uomini, era un luogo di passaggio fondamentale per il culto, da lì passavano gli uomini che assistevano ai sacrifici, i sacerdoti, i leviti addetti a ricevere le offerte e riconsegnarle, un viavai di persone e cose; quella porta era raggiungibile dalle donne, il punto più vicino al santuario per concludere il periodo di purificazione dopo il parto come chiesto dalla Legge. Nella confusione di quel luogo emerge con evidenza l’azione dello Spirito Santo che fa incontrare i tre pellegrini con Simeone e Anna.
C’era un uomo
Simeone è raffigurato spesso come anziano con indosso abiti sacerdotali, ma Luca lo descrive come uomo giusto e pio, non un sacerdote ma semplicemente un uomo di Gerusalemme che si lasciava guidare dallo Spirito Santo. Luca lo dice ben per tre volte: era su di lui, gli aveva preannunciato, lo ha mosso. È incredibile come la docilità dell’uomo permetta di andare oltre il visibile e diventare strumento di manifestazione del progetto di Dio. La vita e` una tensione verso il futuro, l’uomo e` aspettativa che nel presente lancia i suoi barlumi. Di Simeone, dice san Luca che «aspettava la consolazione d’Israele», sapeva di poter vedere ciò che ora ha visto e afferma: i miei occhi hanno visto la tua salvezza. Quel bambino non era molto diverso dagli altri portati al tempio e quella giovane coppia non era differente dalle altre ma gli occhi di Simeone hanno visto ciò che il suo cuore aveva visto in precedenza. Lui ha visto il Cristo “prima” nella dimensione dell’attesa e gli ha permesso di riconoscerlo il quel bambino portato al tempio dai suoi genitori e di vederlo “dopo” splendente di luce per le Genti e di gloria per il suo popolo.
C’era anche una profetessa
Anna sopraggiunta in quel momento si unisce a Simeone, vede il bambino, e si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme. I loro occhi potevano essere velati dalla sofferenza, dalla solitudine, dalla rassegnazione, dalla delusione della speranza; quegli occhi potevano guardare altrove, cercare barlumi di felicità, potevano affievolirsi, limitandosi a vedere solo da vicino. Invece, Simeone e Anna sanno attendere per una vita intera, hanno la certezza che la “Promessa” non è vuota e conservano così uno sguardo di speranza, i loro occhi sono capaci di vedere oltre. Sono gli occhi della Fede che vedono oltre ciò che gli altri vedono.
Fecero ritorno in Galilea
L’incontro con Simeone e Anna sembra, nel racconto di Luca, precedere l’azione rituale prevista dalla Legge. Siamo tentati di comprendere il giudaismo come espressione degli Scribi e dei Farisei, dei sacerdoti e degli anziani del popolo; la fede e la speranza di Simeone e Anna testimoniano da dimensione della fedeltà alla Alleanza del popolo d’Israele che precede ogni azione rituale. Non hanno una dottrina da insegnare o una teologia da manifestare, neanche una liturgia da celebrare, sono soltanto testimoni che Dio ancora opera la sua salvezza. Il tempio è frequentato ogni giorno da tante persone, che si avvicendano tra preghiere e liturgie. Eppure, solo Simeone e Anna hanno fede, occhi che vedono, senza appartenere alla gerarchia, o a qualche gruppo o movimento. Luca non spende una parola per raccontare quanto aveva annunciato offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore; lo Spirito Santo aveva già mostrato il compimento e la prospettiva, così l’autore del vangelo sorvola dicendo quando ebbero adempiuto ogni cosa secondo la legge del Signore.
Ancora oggi possiamo immergerci in solenni liturgie, preghiere e devozioni senza scorgere la presenza luminosa di Dio; avere occhi solo per le cose ovvie, abbagliati dall’abitudine o dall’indifferenza, attenti solo a se stessi e i propri bisogni. La fede cambia gli occhi: ci permette di vigilare nell’attesa, senza smettere di cercare e di sognare l’infinito di Dio in ogni cosa e riconoscerlo negli anfratti nascosti della storia e del mondo.

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 31 janvier, 2020 |Pas de commentaires »

Convertitevi perché il regno dei cieli è vicino!

pens e paolo

III DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (A) COMMENTO – Enzo Bianchi

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III DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (A) COMMENTO – Enzo Bianchi

Convertitevi!

Brevi note su Isaia 8,23-9,3
La prima lettura, tratta dal profeta Isaia – dai capitoli 7-12 definiti “Libro del Dio-con-noi (’Immanuel) –, ci annuncia l’azione di un uomo chiamato appunto Emmanuele, un bambino nato come dono di Dio (cf. Is 7,10-14), il quale regnerà portando liberazione e pace. La sua azione inizia proprio a partire dalle regioni più a nord della terra santa, quelle di Zabulon e di Neftali, che erano state umiliate dagli Assiri con l’invasione del 722 a.C. Proprio questa terra divenuta impura, chiamata Galilea delle genti pagane, precipitata nelle tenebre di morte, vedrà per prima la luce della liberazione. In essa, infatti, risuonerà il primo annuncio della buona notizia da parte di Gesù, come testimonia il vangelo secondo Matteo.

Matteo 4,12-23
Matteo è l’evangelista “scriba”, che costantemente mette in risalto il compimento delle Scritture dell’Antico Testamento nella vita di Gesù. Ciò che avviene nella vicenda di Gesù è compimento della parola di Dio contenuta nelle Legge, nei Profeti e nei Salmi (cf. Lc 24,44). Anche l’inizio del ministero pubblico di Gesù deve essere letto in questa prospettiva, perché non il caso, né il destino, la necessità, determinano gli eventi, ma la libera volontà di Gesù, che desidera essere obbediente al Padre in conformità alle sante Scritture.
Quando Gesù ebbe notizia che Giovanni il Battista, il maestro che egli seguiva come un discepolo (opíso mou: Mt 3,11), era stato arrestato e imprigionato da Erode, allora “si ritirò (verbo anachoréo) in Galilea”, lasciando la Giudea e soprattutto la regione tra Giordano e mar Morto dove Giovanni aveva predicato e battezzato. Questo ritirarsi, che è un allontanarsi, si ripeterà altre volte nella vita di Gesù (cf. Mt 9,24; 12,15; 14,13; 15,21), come già era avvenuto quando Giuseppe, suo padre secondo la Legge, si era ritirato in Galilea per fuggire da Archelao (cf. Mt 2,22-23). In questo caso non è però Nazaret, la borgata in cui Gesù era cresciuto, il luogo del suo ritirarsi, bensì Cafarnao, città sul lago di Tiberiade, città di frontiera, luogo di transito e tappa importante sulla via del mare che metteva in comunicazione Damasco e Cesarea, il porto sul Mediterraneo. Qui a Cafarnao Gesù sceglie una casa come dimora sua e del gruppo che lo seguirà nella sua avventura profetica.
Matteo non dimentica la promessa del profeta Isaia su questa terra periferica che era stata la prima regione umiliata e oppressa dall’invasore assiro nell’VIII secolo a.C., quando le tribù di Zabulon e di Neftali qui residenti furono vinte, deportate ed esiliate. Il profeta aveva osato guardare al futuro lontano, quando Dio avrebbe dato inizio alla redenzione e al raduno del suo popolo, a partire da questa regione diventata terra impura popolata di pagani, crocicchio delle genti. Ecco dove viene ad abitare Gesù, ecco la compagnia che sceglie, questa frontiera disprezzata dai giudei: proprio da qui Gesù inizia la sua predicazione. Questa regione vede dunque “sorgere” una grande luce, la luce di Cristo e del suo Vangelo.
Da quel momento Gesù inizia a predicare, in piena continuità con la predicazione del Battista: “Convertitevi (metanoeîte), perché il regno dei cieli si è avvicinato” (= Mt 3,2). La chiamata è alla conversione, al cambiamento di mentalità, di atteggiamento e di stile nel vivere quotidiano: non un gesto isolato, estemporaneo, ma l’assunzione di un “altro” modo di vivere, segno concreto del “ritorno” a Dio. Da un lato la conversione richiede un lasciare e un assumere, è dunque un’ora che scandisce un prima e un dopo. D’altro lato, essa diventa un’istanza continua, una dinamica da imprimere nella propria vita giorno dopo giorno, perché non si è mai convertiti una volta per sempre. Questa conversione ha un solo scopo: permettere che Dio regni, che sia l’unico Signore nella vita del credente. “Convertitevi!” è stata una parola di Giovanni, di Gesù, di Pietro (cf. At 2,38), ed è la prima parola che la chiesa deve rivolgere a quanti incontra. Il Regno avviene là dove uomini e donne permettono a Dio di regnare in loro attraverso la conversione. Per costoro il regno dei cieli (o regno di Dio, secondo Marco e Luca) si è avvicinato, può essere realtà già qui sulla terra, dove Dio regna.
Così viene sintetizzata da Matteo l’attività di Gesù in Galilea, un’attività profetica sulla scia di quella del Battista, un’attività che chiama, attira discepoli capaci di conversione. Per questo segue il racconto di due chiamate, quelle dei primi quattro discepoli. Il racconto è semplice, sobrio, non indugia su particolari e soprattutto non presta attenzione ai processi psicologici che pure devono essere stati vissuti in questo evento. Anche in questo caso il racconto è plasmato sul modello della chiamata profetica (cf. 1Re 19,19-21) e vuole essere una testimonianza esemplare per ogni lettore del vangelo. Gesù passa lungo il mare di Galilea, cioè il lago di Gennesaret, dove si trovano pescatori e barche. Gesù innanzitutto “vede”, con il suo sguardo penetrante e capace di discernimento, “due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettano le reti in mare”. Mentre sono intenti al loro lavoro e fanno il loro mestiere, sono raggiunti dalla parola di Gesù che è parola efficace, già in questo racconto è parola del Kýrios, del Signore: “Venite dietro a me (opíso mou), vi farò pescatori di uomini”.
Vi è qui indubbiamente una lettura dossologica della vocazione, un racconto che non può dimenticare il ruolo futuro di Simon Pietro: ecco perché la parola di Gesù come una promessa cambia il lavoro di Pietro, pescare pesci, in quello che sarà il suo ministero, pescare uomini, cioè radunare i destinatari del Vangelo nella rete della chiesa. A questa parola i due fratelli rispondono senza dilazione, prontamente, abbandonando la loro professione (le reti) per seguire Gesù. Certo, Luca colloca in un altro contesto la vocazione di Pietro, dopo una pesca miracolosa (cf. Lc 5,4-11) e il quarto vangelo fornisce un resoconto diverso del primo incontro tra Pietro e Gesù (cf. Gv 1,40-42); ma ciò che è essenziale in questi diversi racconti è la scelta libera, sovrana di Gesù, che chiama, e la pronta obbedienza alla sua parola da parte dei futuri discepoli. E così segue il racconto della vocazione dell’altra coppia di fratelli, Giacomo e Giovanni, figli di Zebedeo. Stessa dinamica, con l’aggiunta della precisazione che i due fratelli non lasciano solo la barca, ma anche il padre; c’è dunque una rinuncia alla professione e alla famiglia, c’è una reale rottura tra ciò che si era e ciò che si diventa alla sequela di Gesù. La risposta del chiamato (nessuna auto-candidatura al discepolato!) è incondizionata e senza dilazioni, ieri come oggi.
Ma in questi racconti dobbiamo anche percepire il “non detto” riguardo a questa sequela che è diversa dal rapporto maestro (rabbino)-discepolo ai tempi di Gesù. Normalmente era il discepolo che sceglieva il maestro, che si faceva servo del rabbino o lo retribuiva per l’insegnamento ricevuto. Gesù invece precede sempre il discepolo, eleggendolo, chiamandolo, poi si mette al suo servizio, fino a lavargli i piedi (cf. Mt 13,1-15). Gesù è davvero un rabbi paradossale!
Il nostro brano è concluso da un “sommario” che riassume tutta l’attività di Gesù:
percorreva la Galilea, in una predicazione itinerante,
insegnava nelle sinagoghe dove si radunavano i credenti di Israele,
proclamava a tutti la buona notizia del regno di Dio ormai avvicinatosi
e curava ogni sorta di malattie e di infermità in quelli che incontrava.
Subito il potere di Gesù si manifesta con la sua forza di attrazione: molti vanno da lui, peccatori sui quali regna il demonio e malati di varie infermità, mentre le folle cominciano ad ascoltarlo e a seguirlo (cf. Mt 4,24-25). Così il Regno è annunciato, anzi offerto da Gesù come una realtà che il credente può accogliere: basta che lasci regnare Dio su di sé, ed ecco che il regno di Dio è inaugurato.

 

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 24 janvier, 2020 |Pas de commentaires »

II Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) (19/01/2020)

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II Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) (19/01/2020)

Ecco colui che toglie il peccato del mondo!
don Luciano Cantini

L’agnello di Dio
Ci è familiare l’espressione agnello di Dio – molto raffigurata in diverse forme – perché è entrata nella liturgia. C’è però da domandarsi cosa l’autore del vangelo intendesse, alcuni commentatori mettono in dubbio che il Battista l’abbia effettivamente usata ipotizzando l’espressione servo di Dio, più facilmente comprensibile a chi ha assistito alla scena; oltretutto la parola aramaica talià è ambigua e potrebbe indicare sia agnello che servo. Per gli israeliti l’immagine richiama l’agnello pasquale ucciso all’inizio dell’Esodo il cui sangue ha segnato le case degli ebrei (Es 12,1-14) salvandoli dallo sterminio; Isaia parla del Servo, mite come l’agnello mandato al macello (Is 53,7). Nel corso del quarto Vangelo l’immagine di Gesù come agnello pasquale è più volte richiamata, la morte è posta all’ora stessa in cui venivano sacrificati gli agnelli per la Pasqua (Gv 19,14), l’issopo e il sangue (Gv 19,29.34) fanno riferimento all’aspersione col sangue dell’agnello pasquale (Es 12,7.22ss), chiara è la citazione del libro dell’Esodo non gli sarà spezzato alcun osso (Es 12,46; Gv 19,36).
Il peccato del mondo
Nella espressione utilizzata nella liturgia però è usato il plurale (i peccati del mondo) mentre il testo evangelico è al singolare: il rischio è la frammentazione dell’idea stessa di peccato, sottolineando la molteplicità delle sue manifestazioni, le implicazioni morali, la multiformità dei casi. Giovanni Battista parla del peccato del mondo, il peccato che opprime l’umanità intera, che tiene l’umanità lontana da Dio.
Il termine greco hamartia, usato nel vangelo, ha il significato di errore fatale, fallimento, bersaglio mancato. In ebraico, che appartiene alla cultura dell’evangelista, è usato il termine khata che significa smarrirsi, perdere la strada che conduce a Dio. La parola italiana peccato deriva dal latino peccatum, significa violazione, trasgressione, infrazione di una norma stabilita; è facile immaginare come la lingua possa aver condizionato il pensiero. Nel linguaggio comune la parola peccato assume diversi significati come colpa, mancanza, errore, inconveniente, non sempre dipendenti dalla nostra volontà come un apparecchio che non funziona più o una giornata rovinata dalla pioggia; nella categoria del peccato è entrato di tutto: dimenticanze, distrazioni, debolezze, disattenzioni, superficialità, si perde così la forza della espressione di Giovanni che parla di Gesù come colui che toglie il peccato del mondo!
Il mondo, nel quarto vangelo, rappresenta una mentalità, un modo di vivere che rifiuta la vita e la luce di Dio (Gv1,4-5). È l’uomo che si chiude alla relazione con Dio e si oppone all’amore. Il mondo ama ciò che è suo (Gv 15,19) perché si è chiuso nella autoreferenzialità e nella autosufficienza. Il mondo si sostituisce a Dio, prende il posto del Padre, il peccato del mondo quindi è la vita che l’uomo si ritrova a vivere dopo la rottura del rapporto di amore con Dio. Il peccato aderisce a una ideologia di morte, quello che sopprime la libertà degli uomini, lo priva della dignità di figlio di Dio; ci siamo persi in mille rivoli in cui il peccato si manifesta, nel tentativo di arginarne alcuni, deviarne altri, senza preoccuparci di risalire alla fonte. Il Servo di Dio prefigurato da Isaia si fa carico (cfr. Is 53,4 egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori) subendone le conseguenze fino alla morte, rispondendo però con un amore talmente pieno da far fallire la morte nel suo intento.
Ho visto e ho testimoniato
Nel quarto vangelo Giovanni Battista non ha più il ruolo di profeta che richiama alla conversione, piuttosto quello di chi ha fatto un’esperienza nuova, imprevedibile per lui stesso: io non lo conoscevo. Per lui si spalanca un orizzonte nuovo: Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui.
Il mistero di Dio si manifesta a lui totalmente inatteso. Quello che credeva di sapere e di conoscere, tutta la sua vita dedicata all’attesa, si trova difronte a un uomo che è avanti a me, perché era prima di me. Finché era chiuso nella sua idea di Dio e di salvezza, non poteva “conoscere” Dio che in Gesù si fa ultimo, che sta con i peccatori; l’agnello che toglie, cancella, elimina il peccato del mondo. L’esperienza di fede si concretizza nella « non-conoscenza » che dà senso alla vita nella sua quotidianità, ma aperta all’inaspettata azione dello Spirito. Giovanni lascia alle spalle la sua non conoscenza, guarda lontano, contempla lo Spirito, diventa testimone oltre il suo limite umano; la sua testimonianza offre in chi la accoglie il potere di diventare figli di Dio (Gv 1,18).

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 17 janvier, 2020 |Pas de commentaires »

BATTESIMO DEL SIGNORE (ANNO A) (12/01/2020)

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BATTESIMO DEL SIGNORE (ANNO A) (12/01/2020)

“Immersi” nella tenerezza di Dio
don Alberto Brignoli

A quanto pare, alle prime comunità cristiane il battesimo di Gesù poneva qualche difficoltà. Come testimonia il dialogo tra Gesù stesso e il Battista riportato dal Vangelo di Matteo, ci si interrogava sul senso di un battesimo come “perdono dei peccati” amministrato al Figlio di Dio, colui che la prossima domenica lo stesso Giovanni Battista ci presenterà come “l’agnello di Dio che toglie i peccati del mondo”. Ma ancor più, faceva specie la modalità con cui veniva amministrato il battesimo, dal valore fortemente simbolico. Per noi, oggi, il battesimo ha valenza in quanto sacramento iniziale della nostra fede, ma da un punto di vista puramente rituale si è ridotto a poco più che un’infusione di poca acqua benedetta sul capo del bambino, rigorosamente riscaldata nei mesi freddi dell’anno, per evitare – giustamente – che il bimbo si ammali. Ma all’inizio, le cose erano ben diverse, a partire proprio dall’etimologia della parola “battezzare”, che in greco significa “immergere”, quasi nel senso di affondare. E infatti, Giovanni amministrava il battesimo in un punto in cui l’acqua del fiume Giordano era abbastanza profonda da consentire che una persona adulta risultasse totalmente immersa; e nelle prime chiese cristiane, i battisteri altro non erano se non vasche a terra nelle quali il battezzando entrava in piedi fino appunto a immergersi totalmente nell’acqua, il più delle volte acqua corrente. Solo dal X secolo iniziano a farsi presenti nelle chiese i battisteri come arredo monumentale nella forma in cui li abbiamo ancora oggi, e questo a motivo del fatto che – raggiunto ormai il regime di cristianità con il Sacro Romano Impero – il battesimo divenne un fenomeno di massa identitario da amministrare ai bambini sin dai primi giorni di vita, mentre in precedenza veniva amministrato solo agli adulti.
C’erano ovviamente delle motivazioni teologiche, a sostegno del battesimo dei bambini, legate soprattutto alla cancellazione del peccato originale, mentre nei primi secoli, il battesimo amministrato solo agli adulti aveva la valenza anche di cancellazione dei peccati puntuali, quelli della vita di ogni giorno. E se teniamo conto che non esisteva ancora il sacramento della riconciliazione, è facile intuire come la maggior parte dei cristiani scegliesse di farsi battezzare in età molto adulta, se non quasi nella fase terminale della vita, proprio per dare al battesimo il significato di gesto purificatore, con il quale si voltava pagina e si metteva fine a una vita di peccato per abbracciare definitivamente la vita nuova in Cristo (simboleggiata dalla veste bianca con cui i neofiti rimanevano rivestiti dalla Veglia Pasquale – momento del Battesimo – sino alla domenica successiva, detta “in Albis” proprio perché si tornava in chiesa a deporre la “alba”, il camice bianco). In questo senso, si comprende come mai il battesimo per immersione avesse il significato di “morte” al peccato e alla vita passata, all’interno di un’acqua che più che rappresentare la vita nuova rappresentava la morte di quella vecchia (l’immagine più ricorrente a livello iconografico per spiegare il battesimo era, infatti, quella del Diluvio Universale): e allora, ancora di più, si comprende lo stupore della Chiesa primitiva di fronte a un battesimo che portava Gesù alla “morte” prima ancora che egli la soffrisse sul Calvario. Come può ricevere la cancellazione dei peccati colui che ha condiviso con gli uomini tutto, tranne propriamente il peccato? Come può morire colui che è il simbolo per eccellenza della vita, al punto che raffigurarlo in croce risultava addirittura scandaloso, nei primi secoli del cristianesimo? Sono cose per noi superate e assodate, dopo duemila anni di teologia del battesimo e dei sacramenti in generale, ma non lo erano per Matteo e la sua comunità. Come far capire, allora, ai primi seguaci di Cristo, il gesto compiuto da lui e dal Battista nel Giordano?
Riusciamo a capire qualcosa di più innanzitutto dalla costruzione del Vangelo stesso di Matteo (che tra l’altro ci accompagnerà lungo tutto quest’anno liturgico): l’entrata in scena di Gesù nella vita pubblica avviene proprio al momento del battesimo – il brano che stiamo leggendo -, mentre le sue ultime parole ai discepoli dopo la resurrezione contengono l’invito a battezzare tutte le genti “nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”. Ciò vuol dire che la missione di Gesù può essere compresa appieno solo alla luce del battesimo, che diviene così un gesto fondamentale per la vita della comunità cristiana. In pratica, se vuoi dirti discepolo di Gesù, non puoi prescindere dal battesimo. Ma cosa significa per il cristiano il battesimo, se non può di certo avere lo stesso significato che aveva con il Battista, ovvero quello di morte a se stessi e alla propria vita di peccato? Ci aiutano i dialoghi che abbiamo ascoltato oggi.
Di fronte al rifiuto del Battista, Gesù gli chiede di agire perché “conviene che adempiamo ogni giustizia”. Nell’Antico Testamento (alla cui mentalità Giovanni Battista ancora appartiene), il concetto di “giustizia” stava a indicare la fedeltà all’Alleanza, ovvero alla volontà di Dio: Gesù pertanto invita il Battista a rimanere fedele a quel Dio che lo ha voluto ultimo dei profeti e primo dei testimoni della nuova Alleanza. Questo significa che si sta aprendo un percorso nuovo, una strada nuova: e allora, occorre anche una mentalità nuova, un nuovo modo di vedere Dio. Dio non è più il padrone e il giudice da venerare attraverso un’osservanza stretta e obbediente della Legge, ma un padre da amare che ci dà prova della sua paternità con quella voce che “apre i cieli”, rimette in contatto Dio con l’umanità, e proclama Gesù “il figlio amato”, nel quale tutti diveniamo figli di Dio attraverso il battesimo. In lui e in ognuno di noi, Dio è disposto a porre il suo “compiacimento”, ovvero a dimostrare la sua tenerezza di padre verso ogni creatura. Il gesto incomprensibile di Gesù che si immerge nelle acque del Giordano significa tutto questo.
E allora, ripensiamo anche al nostro modo di vivere e di intendere il battesimo: non un gesto tradizionale (“Battezziamo nostro figlio perché siamo tutti battezzati”), né una sorta di vitamina per l’anima (“Ma sì, dai, battezziamolo: male non gli fa”), né tantomeno un sigillo sulla nostra identità culturale cristiana (“Dobbiamo ribadire con forza le nostre radici cristiane”), ma l’impegno a vivere il nostro rapporto con Dio nel segno della figliolanza, dell’amore a lui e ai fratelli, di una tenerezza ricevuta e restituita.

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 11 janvier, 2020 |Pas de commentaires »

II DOMENICA DOPO NATALE (COMMENTO)

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II DOMENICA DOPO NATALE (COMMENTO)

Gesù Cristo, Dio fatto uomo
Enzo Bianchi

Il mistero dell’incarnazione di Dio, del Dio che si è fatto uomo, è così ricco da richiedere la lettura di molti brani dei vangeli, i quali con prospettive diverse ci testimoniano il grande evento della nostra salvezza. Il tempo di Natale è il tempo delle manifestazioni (epifanie) del Signore, e in esso feste e domeniche ci testimoniano alcune di queste “rivelazioni” avvenute per i poveri, per le genti, per l’umanità intera. Cerchiamo dunque di comprendere, per quanto ci è concesso, questo mistero plurale.
Nel tempo, nei giorni della storia umana, Gesù è nato a Betlemme da Maria e per l’efficacia della forza dello Spirito santo. C’è stato un concepimento, una gravidanza, un parto, e a “Betlemme di Efrata” (Mi 5,1), Betlemme la feconda, in una stalla è nato un bambino, dono di Dio, è nato colui che era stato promesso dai profeti, il Messia, uomo discendente della stirpe di David (cf. 2Sam 7,1-17). Quando la parola di Dio si è fatta sentire su questa nascita, ha svelato che l’infante deposto in una mangiatoia era il Salvatore, il Messia, il Kýrios-Signore (cf. Lc 2,11).
Questo bambino, nato solo perché Dio l’aveva voluto, ha un’identità profonda che non appare, che non è visibile nella sua carne fragile e mortale, ma un’identità che non poteva essere taciuta. È il quarto vangelo, il vangelo secondo Giovanni, a spiegarcela, nel suo prologo. Nell’in-principio (cf. Gen 1,1), prima della creazione del mondo, era realtà vivente la Parola, la Parola di Dio, la Parola che era Dio. Una Parola certamente generata da Dio nella sua qualità di Padre, una Parola che era “Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio”, come professiamo nel Credo. Siamo così ammessi e immersi nella contemplazione della vita più intima e segreta di Dio. In Dio c’è una comunicazione, c’è una vita condivisa, c’è un dialogo: il Padre genera costantemente il Figlio nella forza dello Spirito divino. Potremmo dire che in “Dio” che “è amore” (1Gv 4,8.16) c’è costantemente un flusso d’amore, per cui il Padre ama il Figlio che è l’amato, e l’amore tra i due è lo Spirito santo.
Prima che il mondo fosse, c’era dunque la Parola di Dio, viva, operante, per mezzo della quale Dio ha creato l’universo. Proprio guardando a questa Parola che era suo Figlio, Dio ha plasmato l’uomo: l’immagine del Figlio nella vita divina ha definito l’immagine dell’uomo nella creazione (cf. Col 1,15-17). Ma questa Parola di Dio eterna, celeste, immortale, è uscita – per così dire – da Dio “molte volte e in diversi modi” (Eb 1,1) per tentare un dialogo con l’umanità: da Abramo fino a Mosè e ai profeti questa Parola di Dio si è fatta parola umana, proclamata, predicata, detta e ridetta dai servi di Dio i quali, per la missione ricevuta da Dio stesso, proponevano un dialogo, cercavano di instaurare la comunione di vita tra Dio e gli uomini.
Infine, “venuta la pienezza del tempo” (Gal 4,4), questa Parola che era in Dio ed era Dio “ha parlato a noi per mezzo del Figlio” (Eb 1,2), ha voluto farsi carne, diventare essa stessa carne d’uomo in Gesù di Nazaret. La Parola eterna si è fatta mortale, la Parola celeste si è fatta terrestre, la Parola potente si è fatta debole, povera. Le prerogative divine di questa Parola di Dio sono state come “messe tra parentesi”, non perdute ma tralasciate, perché la Parola ha voluto la kénosis, la spogliazione dalle qualità divine, per essere in tutto come noi, pienamente solidale con l’umanità peccatrice (cf. Fil 2,6-8). Vi è dunque una nascita eterna del Figlio di Dio e vi è una nascita terrena, nel mondo, del Figlio, e noi non possiamo contemplare l’una senza l’altra, perché questa è la fede cristiana: non un Dio solo trascendente, non un uomo divino, ma un Dio fatto uomo, Gesù Cristo.
Allora possiamo solo ascoltare il solenne prologo di Giovanni e adorare: “La Parola si è fatta carne e ha posto la sua tenda tra di noi, e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria che riceve dal Padre come Figlio unico, pieno di grazia e di verità”. Se abbiamo un fratello che è il Figlio di Dio, anche noi siamo fatti figli di Dio, e soprattutto lui, nostro fratello nella carne ma Figlio di Dio, venuto da Dio, ci “racconta” (exeghésato) Dio, il Dio invisibile che nessuno ha mai visto né può vedere (cf. 1Tm 6,16). Chi guarda a lui, a Gesù, alla sua umanità, vede e contempla il vero Dio vivente (cf. Gv 14,6.9).

 

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 3 janvier, 2020 |Pas de commentaires »

SANTA FAMIGLIA – FIGLI CHIAMATI DALL’EGITTO

http://www.monasterodiruviano.it/vangelo-mt/santa-famiglia-figli-chiamati-dallegitto/

SANTA FAMIGLIA – FIGLI CHIAMATI DALL’EGITTO

NON C’E’ EGITTO CHE DURI PER SEMPRE

– Sir 3,2-6.12-14; Sal 127; Col 3, 12-21; Mt 2,13-15.19-23 –

Contemplare con gioia il mistero dell’Incarnazione è attitudine necessaria e vitale, ma è un’attitudine che subito si scontra con la storia di peccato in cui il nostro Dio si è voluto immergere proprio con l’Incarnazione. La storia non è un’oasi di pace; la storia rigurgita sangue e dolore ed il Figlio di Dio vi si immerge senza sconti e senza privilegi.
E’ nato nel grembo caldo di una famiglia umana, una famiglia contemporaneamente ordinaria e straordinaria. La sua ordinarietà, coniugata con la sua straordinarietà, fa sì che oggi la Chiesa guardi a quella famiglia come modello per le nostre famiglie; siamo convinti che questa esemplarità è un po’ azzardata in quanto troppo straordinaria è quella Famiglia, ma è pur vero comunque che quella Famiglia ci dice una verità per la nostra vicenda di uomini concreti, segnati dal dono della fede: non c’è nessuna esenzione per chi crede! Quanto è meschina quell’idea (madre di tanti “delusi” da Dio!) per la quale chi crede, e compie le opere della giustizia, dovrebbe essere esentato dal dolore, dai patimenti fisici e morali, dall’emarginazione! Quanto è misera e calcolatrice questa concezione di una fede che metta al riparo dalla vita!
Il racconto evangelico di oggi ci dice perfettamente il contrario, e ci ricorda che il solo giusto è stato minacciato da una spada assassina dal principio della sua vicenda umana fino al concretarsi di quell’antica minaccia di Erode sulla croce piantata sul Golgotha. Nessuna esenzione al Figlio di Dio nella carne degli uomini, nessuna esenzione per colei che fu madre e vergine dell’Emmanuele, nessuna esenzione per Giuseppe, figlio di Davide e uomo giusto!
La vicenda, che Matteo si compiace di narrarci per motivi più teologici che strettamente storici (Luca ignora questa fuga in Egitto!), contiene nel suo svolgersi l’indicazione di ciò che davvero occorre al credente per percorrere le strade della storia.
Ancora Giuseppe ne è umile maestro: ascolta e obbedisce! Nell’ultima domenica d’Avvento l’abbiamo visto in quell’obbedienza che lo ha trasformato, dicevamo, da ragazzo innamorato con un suo progetto, in ultimo dei Patriarchi della Prima Alleanza; da custode di un piccolo sogno con confini precisi segnati da una bottega, una casa come le altre, e una sposa feconda a custode del più grande sogno di Dio: essere per sempre, per noi uomini, l’Emmanuele, il Dio-con-noi.
Quell’obbedienza consegna a Gesù la discendenza davidica, quell’obbedienza permette a Dio di chiamare “figlio” quel bambino, e permette a Israele di chiamarlo “Nazoreo”. Giuseppe, come già dicevamo domenica scorsa, è sempre connesso con i nomi di Gesù: lui lo chiama Gesù (cfr Mt 1,21), andando in Egitto permette a Dio di chiamarlo mio figlio (“Dall’Egitto ho chiamato il mio figlio”) e, stabilendosi a Nazareth, permette al popolo di Israele di chiamarlo Nazoreo e quindi riconoscerlo come colui che Dio aveva promesso. Nazareth ha la stessa radice di “neser”, che significa “germoglio” (“Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse” – cfr Is 11,1; “Da sempre germoglio è il suo nome” – cfr Sal 72,17). A Giuseppe tocca questa obbedienza che dà il nome al Verbo eterno di Dio: Gesù, Figlio, Nazoreo; il suo nome proprio, la sua qualità di Figlio di Dio, il suo essere adempimento delle attese di Israele.
L’Evangelo di oggi, mostrandoci l’opera di obbedienza di Giuseppe, ci fa guardare all’Incarnazione con tutta la sua crudezza; oggi ci è detto il perché profondo dell’Incarnazione di Dio: il Verbo divenne carne (cfr Gv 1,14) per seguirci negli esili e nelle miserie, per fare strada con noi in un nuovo e continuo esodo in cui desidera che anche noi tutti siamo figli chiamati dall’Egitto… L’esilio per la Scrittura fu esperienza dell’Egitto e di Babilonia, due esperienze diverse: l’Egitto fu un esilio diventato schiavitù a causa del peccato degli altri (il Faraone, gli aguzzini…), Babilonia fu esilio causato invece dall’infedeltà di Israele; il Figlio di Dio vivendo l’esilio comincia quella ricerca dell’uomo negli inferi subiti o creati dalla propria iniquità…Nel tornare dall’esilio, Gesù giunge a Nazareth e lì riceve il nome di germoglio, perché inizio di una nuova storia di libertà… Isaia aveva cantato: Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse; la stirpe di Iesse (padre del re Davide) pareva secca per sempre, ed il Messia sembrava un sogno impossibile, ma ecco che quel tronco secco è fiorito per la Grazia di Dio e per l’obbedienza di Giuseppe figlio di Davide…ma non è solo quel tronco secco di Iesse che in Gesù fiorisce, ma in Lui fiorisce il ceppo di tutta l’umanità che è infecondo di pace, di bene, di amore perché asservito dal peccato; fiorisce di una santità che non si può dare da sola! La salvezza infatti viene dal grembo di una Madre vergine per dirci che l’uomo nuovo, Gesù, solo Dio poteva darcelo! L’uomo nuovo può essere solo accolto come dono, proprio come fecero Maria con il suo grembo e Giuseppe con la sua obbedienza.
A Nazareth il Figlio di Dio entra nell’umile quotidiano; il Dio-con-noi è davvero con noi, e santifica ogni ferialità, ogni riposo e fatica, ogni gioia ed ogni dolore, ogni amore ed ogni timore…l’esodo di Dio verso l’uomo ed il suo mondo è iniziato perché si compia l’esodo dell’uomo verso il mondo di Dio.
Maria e Giuseppe compagni di questo esodo e di quella quotidianità sono davvero primizia di una nuova storia in cui Cristo è cuore dei giorni. In tal senso ogni comunità umana, a partire da quella familiare, scopre nell’Evangelo un segreto che è fonte di vera pace e di senso: la presenza di Cristo che è presenza di Dio, perché Lui è l’Emmanuele.
Il germoglio (“neser” cfr Is 11,1) è il consacrato di Dio (“nazir” cfr Gdc 13,5.7) che fa fiorire l’umanità nuova rendendola santa con la sua santità.
Lo straordinario di tutto questo è che ci vien detto che questa nostra povera carne può essere davvero luogo di santità! E se il peccato fa scorrere sangue innocente e costringe i giusti all’esilio non dobbiamo temere, perché Dio compie ogni sua parola e promessa, e l’Emmanuele è Dio-con-noi anche negli esili, nelle ingiuste fughe e nel non-senso dell’odio del mondo.
Non c’è “Egitto” che duri per sempre!

p. Fabrizio Cristarella Orestano

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 27 décembre, 2019 |Pas de commentaires »
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