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III DOMENICA DI AVVENTO (ANNO C) – GAUDETE (16/12/2018)

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III DOMENICA DI AVVENTO (ANNO C) – GAUDETE (16/12/2018)

Il segreto di Dio
don Mario Simula

Il cuore di Dio è immerso nella gioia. Da sempre. Per sempre. Non conosce il dolore e l’amarezza se non per condividere il nostro dolore e la nostra amarezza. Quando ci attira a sé e ci fa entrare dentro il vulcano della sua infinita bellezza, lo fa per guarirci.
Dio sa che di gioie fallaci, inutili, illusorie, pericolose, fuorvianti, né sperimentiamo tante. Se in lui c’è un desiderio è quello di farci entrare dentro la sua gioia. Lui mi dice: “Rallegrati figlio mio, grida di gioia figlio mio, esulta, acclama con tutto il cuore figlio mio”. Questa dichiarazione d’amore tante volte cade nel vuoto, perché non ci fidiamo di lui. Ci fidiamo dei cortocircuiti delle nostre fantasie.
Forse ci sentiremo allegri, ma siamo fantasmi; forse ci sentiremo euforici, ma siamo uomini grigi; forse ci sentiremo appagati, ma domani dovremo combattere nuovamente alla ricerca di un altro inutile appagamento.
Dobbiamo scegliere di stare alla scuola di un uomo di Dio, Paolo di Tarso, che scrivendo a noi, Cristiani di questo tempo, ci dice: “Siate sempre lieti nel Signore, ve lo ripeto: siate lieti”.
Questa è la gioia che sazia, ma che continua a suscitarmi sempre tanta fame di Dio perché è la letizia del Signore, nel Signore, non nei funambuli che ci incantano con le loro magie. Non nei vacui appagamenti che si chiamano dominio, potere, ingiustizia, supremazia sugli altri, corruzione. Tutto questo può suscitare invidia, può scatenare competizione, ma non da gioia, né letizia al cuore. Non da la gioia nel Signore.
Colui che crede in Gesù, e lo sperimenta vicino, non soltanto è ricolmo lui dell’allegrezza incontenibile che viene dall’amore autentico, ma diventa amabile per tutti, davanti a tutti. Sa commuoversi per un povero, sa patire con un ammalato, sa giocare con un bambino, sa amare la propria sposa, sa abbracciare il proprio sposo, si lascia incantare dai figli anche nella scoppiettante stagione dell’adolescenza.
Se sappiamo che il Signore è vicino che motivo abbiamo per angustiarci? Piuttosto, pieghiamo le ginocchia e in ogni situazione della nostra vita, anche quando siamo a pezzi, distrutti, schiacciati, parliamo col Signore. Cuore a cuore, per dirgli le nostre richieste. Dirgliele a modo nostro, magari rasentando l’irriverenza. Non solo Dio capisce ma Dio è felice perché davanti a Lui abbiamo messo le preghiere, le suppliche, e quando avremo capito, i ringraziamenti.
La gioia è figlia della pace, della pace di Dio. Niente come la pace di Dio, può custodire i nostri cuori accanto a Gesù e i nostri pensieri in sintonia con i suoi.
Andiamo per un attimo nel deserto del nostro cuore, nel silenzio, mettendoci in fila davanti a Giovanni, il solitario del deserto, l’uomo dall’amore austero, ma incontenibile, per fargli la domanda, quella che tanto brucia nel nostro cuore: “Sei tu colui che dobbiamo attendere, colui che attendiamo?”. E lui ci dirà: “Io sono un piccolo strumento per preparare la strada, attraverso la conversione del cuore, in attesa che quando il Signore verrà, trasformi questo cuore nel fuoco e nella fornace dello Spirito Santo”.
Se Giovanni non è il Messia, cerchiamo colui che viene. Vivendo l’esperienza del suo volto rimarremo folgorati, talmente affascinati che ci scopriremo indegni di sciogliere i lacci dei suoi calzari.
Questo è il nostro limite: non essere degni di sciogliere i suoi calzari. In questa consapevole certezza del limite troveremo un’altra ragione di gioia. Non è una stranezza, il limite ci può dare tanta gioia perché ci fa subito pensare a colui, Gesù, che ci colmerà della Sua pienezza. Della Sua umanità dolcissima, al di sopra di ogni nostra attesa. Della sua benevolenza che non ha né confini né steccati. Ci colmerà della sua straordinaria dolcezza.
La gioia ci fa gustare il Signore, e il Signore dandoci la gioia, ci fa sentire il sapore indescrivibile della sua presenza.
Mi sto facendo un augurio, vi sto facendo un augurio: Siate sempre lieti nel Signore. Vi ripeto l’augurio: Siate lieti. Il Signore è vicino e noi non possiamo scegliere le tenebre.
Gesù, verrà un giorno nel quale apprenderemo l’arte di gioire per l’attesa della TUA venuta? La donna del Cantico rimane sconvolta quando apre la porta per lo Sposo e lo Sposo se ne è andato.
E’ sconvolta, ma non rassegnata. Corre di vicolo in vicolo chiedendo ai passanti magari rischiando la propria vita: “Avete visto l’Amato del mio cuore? E’ bello, profuma di tenerezza, inebria con i suoi occhi. Avete incontrato questo Amato del mio cuore?” Finalmente trova l’Amato del suo cuore, prova una gioia incontenibile e gli dice:
“Vieni nella stanza di mia madre fammi gustare la Tua intimità”.
Gesù, quando il mio cuore brucerà di desiderio? Quando i miei occhi diventeranno fiammeggianti per la felicità? Quando il mio corpo saprà attendere l’inebriante profumo degli aromi per essere attratto da TE?
Gesù a volte mi capita di dire: “Oggi sono felice perché mi sono tanto divertito. Oggi sono felice perché ho potuto godere fuori di ogni misura e di ogni controllo. Oggi sono felice perché ho usurpato lo spazio di un altro per far strada a me stesso”. Ma questa, Gesù, è la gioia di chi vuole incontrarsi con te che sei già dietro la porta e bussi, e aspetti che io ti apra il varco per entrare dentro la mia vita e trasformarla nell’amore? Insegnami Gesù a godere di TE, per TE, con TE. E’ possibile! E’ possibile!
La tua parola ci invita, ci esorta: Rallegratevi nel Signore. Gioite nel Signore. Fatte festa col Signore che viene. Provate l’ebbrezza di un’attesa d’amore. Chi la può descrivere se non colui che guardando TE la prova?
Liberami Gesù da tutto ciò che ostacola: il bisogno di vederti, di toccarti, di abbracciarti.
I miei occhi sono appannati, non sanno indagare la bellezza del tuo cuore.
La mia bocca è balbettante e non sa dirti con insistenza: “Vieni Signore, ti aspetto con ansia. Ti voglio con me, per restare sempre con me e io con TE”.
Le mie mani e le mie braccia sono cadenti e non sanno stringere la TUA presenza in un’ abbraccio dolce e silenzioso.
Le mie orecchie hanno perso la melodia del TUO passaggio, il canto della TUA premura per me.
Le mie narici non cercano i segnali del TUO passaggio: hanno perso l’euforia di ogni profumo.
Gesù, oggi, tutti coloro che ci siamo dichiarati per TE, dovremmo gioire fuori di senno per l’enormità del dono che ricevono da TE.
Ho perso il canto. Ho perso l’amabilità che viene dalla tua vicinanza. Tante cose mi schiacciano, eppure non riesco a sostare in preghiera davanti a TE per implorare la convivialità con TE, la familiarità con TE, l’intimità con TE. Io lo so Gesù che TU sei colui che deve venire. Immergimi nell’attesa. Non tardare, Gesù. Non esitare, Gesù. Non guardare il mio cuore piccolo, Gesù.
Spalancami il TUO. Immergimi nel TUO. Fammi sentire il calore del TUO cuore. Sarò pronto giorno e notte, anche al freddo, anche dentro la tempesta, rimanendo accovacciato lungo il ciglio della strada, perché non perda i tuoi passi, il tuo profumo, il tuo passaggio. Gesù vieni. Gesù suscita la mia attesa di TE. Gesù appaga il mio desiderio insaziabile di TE.a

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 14 décembre, 2018 |Pas de commentaires »

I DOMENICA DI AVVENTO (ANNO C) – NONOSTANTE TUTTO, LA STORIA È UN ITINERARIO DI SALVEZZA

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I DOMENICA DI AVVENTO (ANNO C) – NONOSTANTE TUTTO, LA STORIA È UN ITINERARIO DI SALVEZZA

padre Ermes Ronchi

Ci saranno segni nel sole, nella luna, nelle stelle. Il vangelo di Luca oggi non vuole raccontare la fine del mondo, ma il mistero del mondo; ci prende per mano, ci porta fuori dalla porta di casa, a guardare in alto, a percepire il cosmo pulsare attorno a noi, immensa vita che patisce, soffre, si contorce come una partoriente (Is13,8), ma per produrre vita.
Ad ogni descrizione drammatica, segue un punto di rottura, un tornante che apre l’orizzonte, lo sfondamento della speranza e tutto cambia: ma voi risollevatevi e alzate il capo, la liberazione è vicina. Anche nel caos della storia e nelle tempeste dell’esistenza, il vento di Dio è sopra il mio veliero.
State attenti a voi stessi, che il cuore non diventi pesante! Verrà un momento in cui ci sentiremo col cuore pesante. Ho provato anch’io il morso dello sconforto, per me e per il mondo, ma non gli permetterò più di sedersi alla mia tavola e di mangiare nel mio piatto. Perché fin dentro i muscoli e le ossa io so una cosa: che non può esserci disperazione finché custodisco la testarda fedeltà all’idea che la storia è, nonostante tutte le smentite, un processo di salvezza.
Il dono dell’Avvento è un cuore leggero come la fiducia, quanto la speranza; non la leggerezza della piuma sbattuta dal vento, ma quella dell’uccello che fende l’aria e si serve del vento per andare più lontano.
E poi un cuore attento, che legga la storia come un grembo di nascite: questo mondo porta un altro mondo nel grembo, un sogno da trasformare in vita, perché non si ammali. Vivete con attenzione, state attenti alle piccole enormi cose della vita. Scrive Etty Hillesum dal campo di sterminio: «Esisterà pur sempre anche qui un pezzetto di cielo che si potrà guardare, e abbastanza spazio dentro di me per poter congiungere le mani nella preghiera».
I Vangeli d’Avvento usano questo doppio registro: fanno levare il capo verso le cose ultime, verso Colui-che-si-fa-vicino, e poi abbassare gli occhi verso le cose di qui, dentro e attorno a noi. Lo fanno per aiutarci a vivere attenti, ad abitare la terra con passo leggero, custodi dei giorni e pellegrini dell’eterno, guardando negli occhi le creature e fissando gli abissi del cosmo, attenti al venire di Dio e al cuore che si fa stanco. Pronti ad un abbraccio che lo alleggerisca di nuovo, e lo renda potente e leggero come un germoglio.
Avvento: la vita è non è una costruzione solida, precisa, finita, ma è una realtà germinante (R. Guardini), fatta anche e soprattutto di germogli, a cui non ti puoi aggrappare, che non ti possono dare sicurezze, ma che regalano un sapore di nascite e di primavera, il profumo della bambina speranza (Péguy).

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 30 novembre, 2018 |Pas de commentaires »

Cristo Re dell’Universo

imm en paolo - Copia

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 23 novembre, 2018 |Pas de commentaires »

XXXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B) – CRISTO RE (25/11/2018) LA REGALITÀ DI CRISTO, MODELLO DI DONO E DI SERVIZIO

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XXXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B) – CRISTO RE (25/11/2018) LA REGALITÀ DI CRISTO, MODELLO DI DONO E DI SERVIZIO

padre Antonio Rungi

Oggi si conclude l’anno liturgico e questa XXXIV domenica del tempo ordinario pone alla nostra riflessione la regalità di Cristo, quale modello di servizio per ogni discepolo del Signore. La solennità di oggi, infatti, può considerarsi la sintesi di un cammino spirituale che abbiamo sicuramente svolto nel corso di quest’anno liturgico che volge al termine.
Tutta la liturgia della parola ci indirizza a guardare alla Croce di Gesù, da cui trova origine e si spiega, da un punto di vista cristiano, il vero concetto della regalità, espressa nel dono e nel sacrificio di se stesso.
Già nel testo della prima lettura, il profeta Daniele, guarda al Cristo, in una visione notturna, assiso alla destra di Dio, quale giudice della storia e dell’universo. Il profeta, infatti, descrive con parole semplici e comprensibili la figura di Cristo, definito qui “uno simile a un figlio d’uomo” che “giunse fino al vegliardo e fu presentato a lui”. Figlio dell’uomo è lo stesso che dire Figlio di Dio e il Vegliardo in questo caso specifico si riferisce a Dio-Padre. Gesù quindi, mediante la risurrezione e l’ascensione al Cielo, ritorna nella sua sede naturale e una volta giunto in questa sua sede “Gli furono dati potere, gloria e regno”. Per fare cosa e per esercitare quale potere verso tutti i popoli, le nazioni e le lingue? Un potere che si fa servizio e chiede servizio e non imposizione o limitazione della libertà delle persone. Il potere di Cristo si configura, quindi, come un potere di amore e di dono e in quanto tale non è passeggero, ma duraturo e quindi è eterno, cioè che non finirà mai. Tanto è vero che il suo regno non sarà mai distrutto. Visione biblica del profeta Daniele, ma affermazione teologica di significato preciso riferito alla persona di Cristo. Egli è il Re di sempre e per sempre e il suo Regno è da sempre e per sempre. Lo tiene a precisare lo stesso Gesù davanti a Pilato, nel corso di quel processo farsa e inscenato per condannarlo a morte, come era nei programmi e nei progetti degli avversari religiosi e politici del Signore. Il Governatore romano che comanda in Palestina al tempo di Gesù, chiede infatti a Lui, che è stato accusato di farsi Re, se davvero lo sia. Gesù risponde ponendo a Pilato una sua domanda: «Dici questo da te, oppure altri ti hanno parlato di me?». Pilato dice che non è Giudeo e quindi non conosce Gesù. Egli si trova in quella situazione di giudicare una persona, cioè Cristo, perché la gente e i capi dei sacerdoti glielo avevano consegnato ed avevano prodotta l’accusa di farsi Re.
Pilato cerca di capire il reato commesso dal Cristo per esprime il suo giudizio inappellabile. E Chiede a Gesù ma che cosa ha fatto. Gesù conosceva il motivo perché lo avevano consegnato a Pilato e il suo primo atto di giustifica, fu quello di dire che la gente aveva frainteso e non lo aveva capito per niente, circa il suo insegnamento in merito al suo Regno. E precisa: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù».
La parola Re, lo aveva toccato a Pilato, aveva minato la sua autorità. La stessa parola di Re non si poteva usare perché il Re, anzi l’imperatore era quello di Roma e nessuno poteva prendere il suo posto. Ecco perché Pilato chiede a Gesù: «Dunque tu sei re?». Gesù dice di sì, ma precisando il tipo di regalità che egli aveva assunto e che non aveva nulla a che fare con il regno e i poteri degli uomini della terra. Perciò conferma quello che Pilato aveva detto in quel momento: «Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce».
Gesù quindi afferma la sua regalità davanti al potere politico, ma la sua regalità riguarda la verità, la giustizia, la pace, l’amore, il dono di se stesso e il sacrificio della sua vita. Cose che vengono ribadite dall’evangelista Giovanni nel brano dell’Apocalisse che costituisce la seconda lettura di questa solennità e dal quale è possibile attingere più ampiamente il significato della regalità di Cristo. Egli è il testimone fedele, il primogenito dei morti e il sovrano dei re della terra. A Lui che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue, che ha fatto di noi un regno, sacerdoti per il suo Dio e Padre, spetta la gloria e la potenza nei secoli dei secoli.
Come ha raggiunto Cristo questo potere? Non certo con le armi, né con i compromessi politici, né opprimendo i popoli e limitando la libertà di pensiero, azione e movimento della gente, ma mediante il sacrificio di se stesso, della sua vita, come leggiamo nei versetti seguenti: “Ecco, viene con le nubi e ogni occhio lo vedrà, anche quelli che lo trafissero, e per lui tutte le tribù della terra si batteranno il petto”.
Di fronte a Cristo Re dell’Universo che con la Croce, per la Croce e dalla Croce ci insegna quale tipologia di regalità Egli, Figlio di Dio, ha esercitato, non c’è altro da fare che prendere esempio e se siamo fuori seminato, perché pensiamo di governare sugli altri, senza servire, ma facendosi servire, dobbiamo cambiare rotta e direzione. Per cui, è doveroso mettersi in ginocchio davanti a questo Re Crocifisso per amore e per dono e chiedere perdono, iniziando tutti un vero servizio di autorità nel nome di Cristo, salendo anche noi il Calvario, portando le nostre croci e mettendoci sulle spalle le croci degli altri.
Chiediamo al Signore con l’umiltà del cuore ciò che davvero è importante per noi cristiani, se vogliamo seguire il nostro Maestro e lo facciamo con la preghiera della colletta di questo giorno solenne: “O Dio, fonte di ogni paternità, che hai mandato il tuo Figlio per farci partecipi del suo sacerdozio regale, illumina il nostro spirito, perché comprendiamo che servire è regnare, e con la vita donata ai fratelli confessiamo la nostra fedeltà al Cristo, primogenito dei morti e dominatore di tutti i potenti della terra. E con il Salmista, ci rivolgiamo a Dio con queste meravigliose espressioni di lode e di ringraziamento a Colui che è il Re dei Re: Il Signore regna, si riveste di maestà: si riveste il Signore, si cinge di forza. È stabile il mondo, non potrà vacillare. Stabile è il tuo trono da sempre, dall’eternità tu sei. Davvero degni di fede i tuoi insegnamenti! La santità si addice alla tua casa per la durata dei giorni, Signore.
Cristo giudice è un è il Cristo della misericordia e del perdono, perché per dono si è incarnato nel grembo verginale di Maria e si è fatto per noi servo per amore e d’amore. Amen.

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 23 novembre, 2018 |Pas de commentaires »

XXXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – LA NOSTRA VIGILANZA: DESIDERIO E ATTESA (ANNO B)

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XXXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – LA NOSTRA VIGILANZA: DESIDERIO E ATTESA (ANNO B)

don Mario Simula

Il tempo della chiamata di Dio è sempre alle porte. La conclusione della nostra vita è sempre una sorpresa.
Anche quando è annunciata da una lunga sofferenza. L’attimo nel quale si chiude un tratto di strada e se ne apre un altro definitivo, rappresenta inevitabilmente un terremoto esistenziale. Ogni legame affettivo si spezza. Il sole si oscura. La luna non dà più la sua luce. Le stelle cadono dal cielo. Lo sconvolgimento della separazione sarà inevitabile e ci segnerà per sempre.
Fino a suscitare in noi interrogativi dolorosi: che senso ha la nostra vita? Quale destinazione tiene accesa la nostra speranza? Ho visto persone agonizzare, incapaci ormai di comunicare, che avevano fortemente incisi su tutto il corpo i segni di queste domande.
Gesù ci invita ad avere gli occhi aperti e il cuore vigilante. Ci chiede di apprendere l’arte della lettura di tutti i segnali della sua venuta. Il tenero albero del fico primaverile diventa il nostro simbolo. Quando le prime foglie si affacciano sui rami, sappiamo che l’estate è vicina.
La vita un po’ gli rassomiglia.
Quando vediamo passare i giorni, le ore e gli attimi, è sempre il “momento”.
E’ il tempo che appartiene al Signore. Alla sua Venuta. All’incontro con Lui. All’inizio di una festa senza fine. Così ci ha promesso Gesù. Ma quanto è difficile comprenderlo e crederlo, per la nostra fragilità e debolezza mortale. Corpi dilaniati, corpi consumati dalla malattia, corpi stroncati da avvenimenti tragici e improvvisi stanno davanti agli occhi e ci indicano una direzione senza luce e senza fiducia.
Ma Gesù ci parla di “festa senza fine”. Ci chiama a vedere più lontano. Ci chiede un occhio di fede più profondo. Ci domanda un atto di fiducia immenso nei suoi confronti.
Che cosa è vero, allora? La nostra miseria o la sua promessa?
Gesù ci dà una risposta piena di tenerezza. Ci invita ad un incontro di amore col Padre e con Lui. Un incontro possibile, anzi certo, se abbiamo vissuto una vita di amore. Se la nostra piccola e fragile esistenza si è resa feconda e meravigliosa di frutti: la misericordia, la pace, la povertà del cuore, la dedizione incondizionata alla causa della giustizia, l’attenzione alla sofferenza e ai sofferenti, la forza di affrontare la persecuzione per amore di Gesù il Maestro, la mitezza del cuore.
Se questi frutti, insieme alla benevolenza, al dominio di noi stessi, alla gioia, all’amore, alla pazienza, alla bontà, alla fedeltà hanno caratterizzato le nostre scelte, la nostra vita e i nostri rapporti, che paura dobbiamo avere della venuta del Signore? L’incontro con Lui, benché segni, per un istante, un distacco terribile e doloroso da ogni affetto umano, appaga tutti i desideri e ci fa entrare in quel Regno di felicità nel quale capiremo ogni cosa, e ogni persona rimarrà per sempre nella nostra vita, trasfigurata e nuova. Come lo saremo noi, trasfigurati e nuovi, in modo definitivo.
Abbracciati per sempre dall’amore di Dio.
Quale bisogno c’è di sapere il giorno e l’ora della venuta del Signore, se viviamo uniti a Lui in ogni respiro della nostra vita?
Quando Lui busserà alla nostra porta, capiremo che non è stata la prima volta. Già innumerevoli volte Gesù era venuto a farci visita, desideroso che noi gli aprissimo perché potesse stare con noi.
Basta pensare ad ogni visita del Signore quando abbiamo sofferto, quando siamo stati fatti oggetto di ingiustizia e quindi sottoposti ad una sofferenza peggiore della malattia, quando abbiamo sperimentato la gioia inestimabile dell’amore con il nostro sposo e la nostra sposa, quando abbiamo ascoltato una persona in difficoltà e le abbiamo spalancato i cancelli della speranza, quando abbiamo donato senza ricevere e senza aspettarci risposta, quando abbiamo sofferto l’emarginazione, l’arroganza, il lento stillicidio del rifiuto, quando nella preghiera abbiamo potuto fissare negli occhi il Signore.
Stiamo camminando verso la conclusione dell’Anno Liturgico. Siamo presi dal pensiero dell’Avvento.
La Parola di Dio diventa maestra e guida. Ci illumina, domenica dopo domenica, lungo i sentieri di una conversione alla misericordia. Affannarci per organizzare, fino all’esasperazione, ciò che proporremo alla comunità del Popolo di Dio, non è necessario. L’atteggiamento liberante, misericordioso, lungimirante ci chiede, in maniera più vera ed efficace, di cercare l’incontro con Gesù, Colui che salva, e di lasciarci cercare da Lui.
Signore, liberami dall’ansia del tempo che mi scivola tra le mani. Liberami dalla paura dell’incontro con Te. Insegnami, invece, a riempire il tempo di attesa di Te, nostra unica e certa Speranza. Come farebbe un fidanzato pazzamente innamorato della sua fidanzata.
Aiutami a cercarti e desiderarti di notte, quando non sono capace di riconoscerti se bussi alla mia porta; quando non sono fedele agli appuntamenti con te e sono costretto a camminare, a rincorrerti, ad implorare e rischiare lungo le strade, domandando se per caso qualcuno ti ha visto.
Aiutami a cercarti quando mi allontano e mi lascio portare fuori dietro desideri malati, inseguendo i miei peccati, le mie insulse voglie di comandare e di godere.
Aiutami a cercarti quando la prova mi accartoccia in me stesso e non mi lascia vedere oltre e non mi dà tregua e mi tenta facendomi apparire la vita senza futuro.
Aiutami a cercarti e desiderarti quando la solitudine mi fa vedere gli spettri di una vita misera, lamentosa e povera.
Gesù desidero vivere oggi, questo tempo, questa storia, questa mia vicenda umana, senza perderti mai di vista, ma tenendo lo sguardo sempre proteso, come fa un uccello notturno che scruta la notte e vede in lontananza ciò che il buio sembra nascondere a me.
Gesù amo la vita debole e semplice di oggi. Amo, ancora di più, la vita che mi attende e che verrà.
Quando? Attraverso quali vicoli? Per quali asperità? Non lo so. Forse non lo voglio sapere. Forse è bene che non lo sappia, perché ogni attimo ti appartiene e in ogni attimo ti appartengo e puoi rivolgermi la tua dolcissima chiamata: “Vieni. Vieni, benedetto, nel Regno. E’ preparato per te.
Impara, già da adesso, che il mio Regno è in mezzo a voi, ne puoi già sentire la gioia e la dolcezza. Io ho comunque e infinitamente nostalgia di Te”.
Gesù, ti cerco. Ti desidero. Non ho paura della tua venuta. Non temo di smarrirti perché sono certo che tu mi cercherai e ti farai ritrovare. Io, sempre con Te, fino ad essere una sola cosa con Te

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XXXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B) – UN POVERO « SOVRABBONDANTE »

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XXXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B) – UN POVERO « SOVRABBONDANTE »

don Mario Simula

L’umanità che popola il mondo della Parola di Dio in questa domenica, è racchiusa nella meravigliosa semplicità di due vedove straordinarie e luminose come una luce riflessa che non offende gli occhi.
Il Libro dei Re racconta di una vedova che si mette a disposizione del profeta Elia e impasta acqua e farina per offrirgli pane profumato e povero. E’ il cibo per il cammino del messaggero di Dio. La donna che, su quella piccola risorsa contava per sopravvivere assieme al figlio ancora per qualche giorno, si abbandona alla provvidenza del Signore. Il profeta le chiede quel pane. E lei si fida, senza paura. Con la sua generosità incondizionata e con la sua povertà dignitosa, garantisce il nutrimento a Elia e favorisce il compimento della sua missione.
L’amore non fa ragionamenti appesantiti dalla paura. Ama. E dona. Sa che donandosi trova.
Sperimenta le madie colme quando per benevolenza le svuota.
Da quell’istante, caratterizzato dall’amore incondizionato, il pane inizia a moltiplicarsi, giorno dopo giorno. E’ la riserva miracolosa che sfama tutti: Elia, la vedova e il figlio. Stiamo contemplando, con i nostri occhi, i “miracoli speciali” di Dio, che scaturiscono dalla “fede speciale” di una “povera”, la quale non possiede niente eppure dà tutto in sovrabbondanza.
Il povero di Dio è intagliato così dall’Artista Divino. E’ una creatura umile che si abbandona come l’argilla nelle mani dell’artigiano, come il tronco di olivastro nella mani di chi, dalla durezza di quel legno, sa trarre figure in sembianze umane, affascinanti e misteriose.
La vedova che incontra Elia è un’anticipatrice del “centuplo” promesso da Gesù. Tu dai tutto? Dio ti dà il centuplo. Anche la beatitudine della sua visione.
Probabilmente stiamo vivendo il tempo sbagliato per prendere alla lettera il Vangelo. Noi cerchiamo tutte le garanzie, le firme autenticate col sigillo, i tempi della restituzione. Assicuriamo prima di tutto la nostra stabilità, le nostre sicurezze.
Per essere del Vangelo, anche oggi occorre buttare via il mantello come il cieco Bartimeo, spendere la vita come Paolo, buttare la propria esistenza come Gesù che non considera la sua uguaglianza con Dio come una credenziale, come un’assicurazione ferrea e sostanziosa sulla vita.
Gesù “si spreca” nel dono di amore. Per questo Dio gli dà il centuplo della esaltazione e della gloria.
Quando il Maestro vuole coinvolgere anche noi nell’amore che si dona, nella carità che si spende, si rifà al più sublime dei modelli: un’altra vedova. Le persone insignificanti, quelle che non valgono a nulla, gli scarti diventano modelli.
Nella sua estrema povertà, questa donna “invisibile” depone nella cassetta delle offerte del Tempio, tutto quello che ha. Si tratta di pochi centesimi. Un nulla. Ma è tutto quello che possiede, la centesima parte di una pensione sociale. Al contrario di coloro che ostentano la loro irritante ricchezza e mettono, in prima pagina, l’abbondanza della loro donazione: un miserabile superfluo, per nulla compromettente nel bilancio dell’azienda di famiglia.
Gesù rimane colpito dal gesto silenzioso e impercettibile della vedova. Ed elogia la semplicità di una persona che si ritiene poco generosa e ne rimane confusa perché non può dare di più. Non evita, però, di stigmatizzare l’ipocrisia dei benestanti, considerati tali per il conto in banca senza che lo siano nel conto dell’anima. Nel conto di Dio. Quello è sempre, tragicamente in rosso.
Queste ultime domeniche del tempo ordinario ci stanno allenando ad una riflessione decisiva. La si può sintetizzare in una sola domanda: cosa conta veramente agli occhi di Dio?
La vita diventa la nostra scuola.
“Signora Carmela, non avere paura ad essere generosa nel poco. Dio guarda il molto del tuo cuore. Quello conta ai suoi occhi.
Antonio non sentirti persona di poco valore, perché consideri i dieci euro che ti sono rimasti come una benedizione del cielo, pensando che già da qualche giorno non sai come fare la spesa per sfamarti. Hai mai pensato alla predilezione di Dio che guarda il tuo cuore capace di accontentarsi di poco ma pronto a condividere quel poco perché tu lo ritieni sovrabbondante? Dio stesso ti farà pubblicità considerandoti “beato”, anche se tu arrossisci nella tua modestia.
Margherita tu non hai portamonete. A mala pena racimoli a fine settimana qualche euro che i tuoi genitori ti regalano per non farti fare brutta figura. L’altro giorno, però, ti sei esposta davanti ai tuoi amici di classe, per difendere Marcello che tutti prendevano in giro con violenza e cattiveria.
Ti sei mai chiesta quale valore immenso ha davanti a Gesù il tuo gesto?
Cosa deve dire Giuliana sempre pronta a dare tutto il suo tempo, la genialità delle sue doti, la generosità del suo cuore e nonostante questo si sente sempre giudicata dai “buoni” che di Gesù non conoscono nemmeno una sagoma nebulosa?
Giuliana sai quanto sei cara al Signore? Il suo amore è il dono più ambito per te. L’unico che resta sempre. Tutto il resto ha la vuotaggine delle cose che passano, la stupidità della presunzione, la divertente comicità di chi vuole soltanto “farsi vedere. Non si comprende da chi!”. Certo non da Dio!
Gesù, non so come leggere, oggi, la Parola di Dio. Non trova posto nelle cartelle della mia testa, non riesce a convivere nella freddezza del mio cuore, non riesco ad interpretarla nella mia vita.
Io, Signore, amo le sicurezze. Preferisco le garanzie. So stipulare assicurazioni sulla vita. Cerco gli investimenti più sicuri.
Gesù, la povertà materiale mi inorridisce, la vita austera mi sembra una stoltezza, considero la povertà di cuore un’ingenuità imperdonabile.
Ogni giorno dedico un tempo riservato e lontano dagli occhi di tutti, per fare i miei conti e centellinare i miei guadagni. Non ti riconosco quando scegli una pietra per cuscino, se la trovi.
Quando ti affidi all’ospitalità per trovare un tetto e un piatto caldo. Quando ti fai “mia carne” debole, fragile, vulnerabile, senza provare vergogna. Quando non consideri un tesoro da tenere gelosamente l’essere come Dio.
Non ti capisco, Gesù. Non condivido la tua vita. Ma se tu l’hai scelta, sei tu lo stolto o lo sono io?

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 9 novembre, 2018 |Pas de commentaires »

XXXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B) SCAVANDO NEL POZZO DELL’AMORE

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XXXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B) SCAVANDO NEL POZZO DELL’AMORE

don Mario Simula

Vorrei trovare il segreto della felicità che ha la forza di appagare il cuore e ogni desiderio che accende brama e ricerca, nella mia vita. Sarà scritto in qualche libro, in qualche racconto di anziani saggi. Sarà impresso nelle profondità degli oceani o nelle distese di sabbia del deserto. In qualche bosco fitto di alberi. Forse lo trovo negli antichi scaffali grondanti di saggezza e smarriti nelle biblioteche che profumano di polvere.
Mi tufferò nel divertimento sfrenato, interminabile. Nella frenesia delle passioni. Cercherò affermazione e successo. Sognerò a occhi aperti ogni bene possibile. Desidererò anche l’impossibile.
Quanti uomini e donne, quanti giovani hanno voluto percorrere strade come queste! Il più delle volte rimanendo delusi, scottati, insoddisfatti.
Esiste un segreto vitale che restituisca all’uomo e alla donna di oggi, forse come all’uomo e alla donna di ieri, un codice di vita buona, talmente buona e semplice da colmare ogni angolo dell’esistenza con il vino inebriante della felicità?
Ascoltiamo cosa dice il Libro del Deuteronomio: “Ascolta innanzitutto, figlio delle mie mani. Osserva tutte le mie leggi e tutti i miei comandi. Mettili in pratica e tu sarai felice. Avrai una lunga discendenza e una vita sazia di giorni. Come ho promesso ai tuoi padri”.
Come è il messaggio che genera felicità e che occorre mettere come gioiello prezioso davanti agli occhi e sul cuore?
Ce lo dice Gesù ricordando e perfezionando la Legge dei Padri: “Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza”. Il secondo è questo: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Non c’è altro comandamento più grande di questi”.
Qui sta tutto il segreto di una vita semplice e felice. Scrutiamo, dunque, questo comandamento, “il più grande”.
Ascoltare. Se non ascolti il Signore, non conoscerai mai il Signore. Non ne scruterai mai le profondità. Ti rimarrà un estraneo, un condomino del quale vedi la faccia e nient’altro. L’ascolto chiede il silenzio del cuore perché sia libero per far entrare nelle midolla la Parola di Dio, la Parola che ci salva, la Parola che spezza le catene e ci illumina. Ascoltare è il primo indispensabile comandamento. La porta di ingresso nel Vangelo della Vita. Diamo tempo all’ascolto, con gioia, come se andessimo ad un appuntamento desiderato con tanta impazienza.
Riconoscere Dio come unico Signore. Il ginepraio dei nostri idoli ci impedisce l’ascolto di Dio e l’incontro con Dio. I falsi dei che popolano il nostro cielo sono zavorra. Hanno nomi familiari: gelosia, invidia, sfrenatezza nei desideri, presunzione, appariscienza, tendenza a dividere, preferenze odiose, scarto di chi non ci sta a cuore, attaccamento ad ogni bene compreso il denaro.
Dio è l’unico Signore, è l’unico padrone amabile e misericordioso della nostra esistenza. Non accetta concorrenti. Non tollera mezzadrie.
Amare il Signore nostro Dio con tutto il nostro cuore. Il nostro cuore tutto: affetti, sentimenti, passione. Indiviso. Sempre. Nonostante le infedeltà o gli smarrimenti. Con gli inevitabili momenti di lontananza. Il Cuore tutto, con la sua capacità di ritornare al “primo amore”. Sanguinante, forse, ma sempre desideroso di amare.
Con tutta la nostra anima. Pensieri, motivazioni, creatività. Tutto quanto in noi favorisce il modo di pensare e la mentalità diventa una strada dell’amore radicale a Dio.
Con tutta la tua mente. La mente ragiona, intuisce. La mente ci rende persone in tutta la loro dignità. Se non elabora intuizioni di amore verso Dio, come sottofondo della nostra vita rischia di portarci in percorsi tortuosi, in giustificazioni che accettano tutto. Anche il male.
Con tutta la tua forza. Decisione, determinazione, coraggio sono la nostra forza che mettiamo al servizio dell’amore assoluto per Dio. Anche la corporeità è coinvolta in questo cammino. Il corpo dà espressione ai sentimenti, impreziosisce con i suoi gesti l’amore, è al servizio della preghiera e dell’intimità con Dio. Amare Dio con tutta la nostra forza significa amare potentemente, con convinzione, con tutta la passione, con tutto l’entusiasmo, sapendo che stiamo compiendo la scommessa più alta, quella che dà senso alla nostra esistenza.
Amare il nostro prossimo come noi stessi. Amore per Dio e amore del prossimo si intrecciano come i fili di un ricamo perfetto. Il prossimo, il vicino, senza etichette e definizioni che bollano, il diseredato, l’emarginato, i vicini di ogni giorno nella nostra casa, al lavoro, nei luoghi del tempo libero, dove si gioisce e dove si soffre, nei luoghi della violenza e della più assurda disumanità, questo prossimo è “nostro” e dobbiamo amarlo come amiamo Dio. Come amiamo noi stessi. Con una dedizione e con un dono generosi e gratuiti. Anche se ci costa. Anche se ci chiede passi difficili. Partendo dall’amore per noi stessi. Perché non amarci? Perché non sentire la gioia di stare bene con noi stessi? Perché non interpretare la nostra vita come una grazia e un regalo preziosissimi?
Adesso possiamo comprendere la strada e il segreto della vera felicità.
Se la scegliamo, sentiremo l’elogio di Gesù: “Non sei lontano dal regno di Dio”.
Gesù, mi fa paura l’amore. E’ un rischio che non vorrei correre mai. Mi compromette. Mi esalta e mi spoglia. Eppure Tu, Signore, non sai indicarmi altra strada per trovare la felicità. E’ la strada che hai percorso Tu. A prezzo altissimo. Esaltato e condannato a mordere la polvere. Trasfigurato e sfigurato. L’amore ha tutte queste facce del prisma. Non c’è altra strada. Lo capisco, Gesù. Voglio percorrerla, Gesù, con la mia fragilità, con le mie infedeltà, con le mie inconsistenze. Ma anche con tutta la mia passione del cuore. Un cuore che tu rafforzi, purifichi, rimodelli, rendi simile al Tuo.
Perché temere ad amare, Gesù?
Tu sei “mio Dio, mia rupe, mia forza, mia roccia, mia fortezza, mio liberatore, mio rifugio, mio scudo, mio baluardo, mia potente salvezza”.
Per questo, Gesù, ti amo e ti amo. Anche quando non ti sento, ti amo. Anche quando non ti vedo, ti amo. Anche quando mi allontano e ti tradisco, nel profondo del mio cuore, ti amo. Con tutto me stesso.

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 2 novembre, 2018 |Pas de commentaires »
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