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III DOMENICA DI AVVENTO (ANNO B) – GAUDETE (13/12/2020)

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III DOMENICA DI AVVENTO (ANNO B) – GAUDETE (13/12/2020)

Camminiamo insieme sui sentieri della gioia
padre Antonio Rungi

La terza domenica d’Avvento è chiamata della gioia, perché il Natale del Signore si avvicina e tutta la parola di Dio di questo giorno è incentrata su questo aspetto essenziale della vita del cristiano: la gioia, che è uno dei doni e frutti dello Spirito Santo.
Spesso ci priviamo o ci privano di questo dono nella nostra vita, per diversi motivi, ma il Signore mai ci priva di se stesso, per cui Lui è davvero la nostra gioia, Ce lo ricorda l’apostolo Paolo all’inizio della liturgia eucaristica di questa domenica, nell’Antifona d’ingresso: “Rallegratevi sempre nel Signore, ve lo ripeto: rallegratevi. Il Signore è vicino. (Cfr. Fil 4,4.5).
Anche la prima lettura di questa terza domenica di Avvento, tratta dal profeta Isaia è un forte appello a recuperare gioia e speranza in noi e nel mondo, perché viene il Signore per portare il lieto annuncio ai miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri, a promulgare l’anno di grazia del Signore.
Quanto siano importanti oggi queste parole, lo si comprende benissimo alla luce dell’esperienza della pandemia. Quello sta volgendo a termine, il 2020, non è stato un anno giubilare, ma un anno della sofferenza, della croce e del dolore universale.
Il nuovo anno che ci apprestiamo a vivere ce lo auguriamo possa portare quella gioia che abbiamo tutti persa e smarrita per paura del coronavirus.
Una gioia vera, quella del Signore e nel Signore, come ci dice il profeta: “Io gioisco pienamente nel Signore, la mia anima esulta nel mio Dio, perché mi ha rivestito delle vesti della salvezza, mi ha avvolto con il mantello della giustizia, come uno sposo si mette il diadema e come una sposa si adorna di gioielli.
Ecco perché questo Natale 2020 pur segnato da tante limitazioni, da tutti è atteso come un tempo di rinascita e di ripresa, poiché, “come la terra produce i suoi germogli e come un giardino fa germogliare i suoi semi, così il Signore Dio farà germogliare la giustizia e la lode davanti a tutte le genti”.
Sempre per sollecitare la gioia nella nostra vita, ci viene proposta come seconda lettura di oggi, un brano della prima lettera di San Paolo Apostolo ai Tessalonicési, in cui ci viene raccomandato di essere sempre lieti, di pregare ininterrottamente, e in ogni cosa rendere grazie a Dio, per mezzo di Gesù.
Non dobbiamo spegnere lo Spirito che è in noi e non dobbiamo disprezzare le profezie, ma vagliare ogni cosa e tenete per se solo ciò che è buono.
La gioia cristiana consiste, infatti, nell’astenersi da ogni specie di male e cercare la pace sempre, perché Cristo è venuto sulla terra a portare pace, come ci ricorda il brano del vangelo di oggi, tratto da San Giovanni, che ci presenta la figura del precursore di Cristo, Giovanni Battista, come un uomo mandato da Dio per dare testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui.
Giovanni non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce, cioè a Cristo salvatore del mondo.
Giovanni sapeva benissimo che non era lui il Cristo, il Messia. Non si arroga un ruolo ed una missione che non le è propria, né tantomeno una falsa identità, come capita spesso ai nostri tempi.
Egli è la voce di uno che grida nel deserto: Rendete diritta la via del Signore”.
Dove sta allora la nostra vera gioia? Sta proprio nel raddrizzare ciò che è storto e non va nella nostra vita di uomini e cristiani.
Spesso conviviamo con il male, con l’ipocrisia e le apparenze, come i farisei che inviarono i loro discepoli da Giovanni per sapere dalla sua voce se era lui il messia. Cosa poteva mai interessare loro se lo fosse o meno il messia? Niente.
Come non interessò loro quando Gesù si presentò per quello che era davvero il Messia, il Salvatore e il Figlio di Dio.
Perciò quanti fingono con se stessi e con gli altri non potranno mai assaporare la gioia della luce e della verità, che viene da Dio e che illumina la vita di ogni anima che ama camminare sui sentieri dritti e non storti della vita di ogni giorno. Chiediamo al Signore la grazia di assaporare la vera gioia, oggi e sempre.

 

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 11 décembre, 2020 |Pas de commentaires »

II DOMENICA DI AVVENTO (ANNO B) (06/12/2020)

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II DOMENICA DI AVVENTO (ANNO B) (06/12/2020)

Con e come il Precursore prepariamo la strada al Signore
padre Antonio Rungi

Alla seconda tappa del cammino verso il Natale 2020, il vangelo di Marco di questo giorno ci pome all’inizio del cammino che l’evangelista ha fissato nel testo del suo racconto sulla vita di nostro Signore.
Marco non faceva parte del gruppo dei dodici apostoli di Gesù, ma dei “70 discepoli” inviati da Gesù a due a due per predicare la Buona Novella. Accompagnò San Paolo nel suo primo viaggio a Roma (cfr. Col 4, 10), e gli rimase vicino durante la sua prigionia nella città. In seguito divenne discepolo di San Pietro, la cui predicazione fu la base per la redazione del Vangelo che scrisse, considerato il più antico dei quattro.
Oggi leggiamo appunto l’inizio di questo vangelo. Un inizio indicato come la chiave di lettura di quanto il credente è chiamato a comprendere e che consiste nel riconosce in Gesù Cristo, il Figlio di Dio.
Marco si aggancia all’Antico Testamento citando l’autorevole personalità profeta Isaia. Costui parla, sette secoli prima della venuta di Cristo, di un messaggero che verrà a preparare la strada al Signore, come si può cogliere nel brano della prima lettura di questa seconda domenica di Avvento. «Consolate, consolate il mio popolo – dice il vostro Dio -. Parlate al cuore di Gerusalemme e gridatele che la sua tribolazione è compiuta, la sua colpa è scontata, perché ha ricevuto dalla mano del Signore il doppio per tutti i suoi peccati». Una voce grida: «Nel deserto preparate la via al Signore, spianate nella steppa la strada per il nostro Dio. Ogni valle sia innalzata, ogni monte e ogni colle siano abbassati; il terreno accidentato si trasformi in piano e quello scosceso in vallata. Allora si rivelerà la gloria del Signore e tutti gli uomini insieme la vedranno, perché la bocca del Signore ha parlato». Sali su un alto monte, tu che annunci liete notizie a Sion! Alza la tua voce con forza, tu che annunci liete notizie a Gerusalemme. Alza la voce, non temere; annuncia alle città di Giuda: Ecco il vostro Dio!
La correlazione di questa voce citata da Isaia con la voce di Giovanni Battista è subito evidenziata nel testo del Vangelo. Leggiamo infatti «Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero: egli preparerà la tua via. Ma si tratta di una voce che grida nel deserto ed invita a preparare la via del Signore e raddrizzare i suoi sentieri».
La figura emblematica di Giovanni è messa in evidenza anche con il dire che battezzava nel fiume Giordano e proclamava un battesimo di conversione per il perdono dei peccati”. Siccome era noto, conosciuto, apprezzato ed amato dalla gente, accorrevano a lui da tutta la regione della Giudea e tutti gli abitanti di Gerusalemme e ben volentieri si immergevano nelle acque purificatrici del fiume sacro ad Israele.
Parimenti è messo in risalto il fatto che Giovanni era un uomo forte, coraggioso, tutto di un pezzo che aveva improntato la sua vita sull’essenziale, a su ciò che conta davvero agli occhi di Dio. Vestiva poveramente con di peli di cammello, con una cintura di pelle attorno ai fianchi, e faceva una vita penitenziale consumando come cibo quotidiano cavallette e miele selvatico.
Uomini di altri tempi, improponibili oggi ad una cultura, come la nostra, basata sul benessere e sul consumismo, del facile scoraggiamento, dell’inattività e passività.
Giovanni invece è tutto l’opposto di una mentalità materialistica e si concentra su un stile penitenziale, molto adatto ed adeguato ad un Natale, a cui ci prepariamo, in questo difficile anno della pandemia.
Rispetto a Giovanni, che scelse di andare incontro a Cristo con la penitenza, il digiuno, il deserto e la privazione di ogni bene materiale, noi facciamo difficoltà ad accettare prove e privazioni, come quella attuale, che non dipendono da noi e non riguardano solo noi.
Vorremo evitare tutto ciò che è sofferenza, rinuncia, dolore e morte. Ma la vita è fatta di bonacce e tempeste, di inverni e primavere, di caldo e freddo, di gioie e amarezze.
Giovanni Battista ci insegna a valorizzare ogni cosa della nostra vita, dando peso a quelle che contano davvero davanti a Dio.
Ma il precursore non si limita soltanto al sacrificio, si impegna anche nell’evangelizzare e trasmettere agli altri la fede in Gesù Cristo.
Proclama con insistenza che la venuta del Signore porterà la liberazione del mondo da ogni forma di schiavitù e asservimento morale al principe del male.
Dice, infatti, il Battista: «Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo».
E’ indicato, così, il riferimento unico ed esclusivo della meta di ogni credente che è nostro Signore Gesù Cristo. Giovanni Battista propone anche un modo semplice per incontrare Gesù nel corso della nostra esistenza: liberarci dai tanti ostacoli che si frappongono tra noi e il Signore. Se riusciamo a fare subito tutto questo ci prepariamo a festeggiare un buon Natale anche quest’anno. E gli ostacoli hanno solo un nome: peccati. Dai peccati bisogna purificarsi per ricominciare a camminare liberi per incontrare Dio purificati nello spirito.
Da questo punto di vista in particolare un modello di vita per noi è Maria, che festeggeremo martedì prossimo, 8 dicembre, sotto il titolo dell’Immacolata concezione. Proprio lei che è stata preservata da ogni macchia peccato possa sostenerci nel cammino della vera liberazione e purificazione in vista del Natale 2020 e dell’eternità. In considerazione anche di questo annuale appuntamento con la solennità dell’Immacolata, ci venga in nostro aiuto spirituale quello che ci riferisce la seconda lettera di san Pietro apostolo, che non dobbiamo perdere di vista una precarietà del tempo, al punto tale che davanti al Signore un solo giorno è come mille anni e mille anni come un solo giorno. Da parte sua il Signore non ritarda nel compiere la sua promessa, anche se alcuni parlano di lentezza. Quante volte pensiamo esattamente queste cose riguardo a Dio, anche in questo momento difficile per le sorti dell’umanità. In realtà Dio è magnanimo con tutti, perché non vuole che alcuno si perda, ma che tutti abbiano modo di pentirsi. Siamo in avvento è la conversione è un fatto risaputo e scontato, ma non sempre è preso con serietà questo impegno di convertirsi e rinnovarsi. E se San Pietro paragona il giorno del Signore ad un ladro, ciò vuol dire che dobbiamo essere attenti e vigilanti. In ragione di questi fatti che avverranno di certo, quale deve essere la nostra condotta? Deve essere basata sulla preghiera con il cuore aperto alle attese più belle che il giorno del Signore realizzerà. Noi infatti, secondo la sua promessa, aspettiamo nuovi cieli e una terra nuova, nei quali abita la giustizia. Di conseguenza nell’attesa di questi eventi, dobbiamo fare di tutto perché Dio ci trovi in pace, senza colpa e senza macchia. Ecco perché la Madonna Immacolata deve essere l’ispiratrice del nostro operare per la sua gloria e per la nostra santificazione. Con questo atteggiamento di fondo ci rivolgiamo al Signore con la preghiera della Colletta: O Dio, Padre di ogni consolazione, che all’umanita` pellegrina nel tempo hai promesso nuovi cieli e terra nuova, parla oggi al cuore del tuo popolo, perché, in purezza di fede e santità di vita, possa camminare verso il giorno in cui ti manifesterai pienamente e ogni uomo vedrà la tua salvezza. Amen.

 

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 4 décembre, 2020 |Pas de commentaires »

I DOMENICA DI AVVENTO (ANNO B) (29/11/2020)

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I DOMENICA DI AVVENTO (ANNO B) (29/11/2020)

L’Avvento è come un orizzonte che si allarga
padre Ermes Ronchi

L’Avvento è come una porta che si apre, un orizzonte che si allarga, una breccia nelle mura, un buco nella rete, una fessura nel soffitto, una manciata di luce che la liturgia ci getta in faccia. Non per abbagliarci, ma per svegliarci. Per aiutarci a spingere verso l’alto, con tutte le forze, ogni cielo nero che incontriamo. «Al di là della notte ci aspetterà spero il sapore di un nuovo azzurro» (N. Hikmet). Il Vangelo oggi racconta di una notte, stende l’elenco faticoso delle sue tappe: «non sapete quando arriverà, se alla sera, a mezzanotte, al canto del gallo, o al mattino» (Mc 13,35). Una cosa è certa: che arriverà. Ma intanto Isaia lotta, a nome nostro, contro il ritardo di Dio: ritorna per amore dei tuoi servi… se tu squarciassi i cieli e discendessi.
Non è l’essere umano che dà la scalata al cielo, è il Signore delle Alleanze che discende, in cammino su tutte le strade, pellegrino senza casa, che cerca casa, e la cerca proprio in me. Isaia capovolge la nostra idea di conversione, che è il girarsi della creatura verso il Creatore. Ha la sfrontatezza di invocare la conversione di Dio, gli chiede di girarsi verso di noi,
ritornare, squarciare i cieli, scendere: di convertirsi alle sue creature.
Profezia del nome nuovo di Dio. Finisce la ricerca di Dio e inizia il tempo dell’accoglienza: ecco, io sto alla porta e busso…
«Le cose più importanti non vanno cercate, vanno attese» (S. Weil). Anche un essere umano va sempre atteso. Ci sembra poca cosa, perché noi vogliamo essere attivi, fare, costruire, determinare le cose e gli eventi. Invece Dio non si merita, si accoglie; non si conquista, si attende. Gesù nel Vangelo di questa domenica non si stanca di ripetere il ritornello di due atteggiamenti, nostro equipaggiamento spirituale per il percorso dell’attesa: state attenti e vegliate (Mc 13,33.35.37). L’attenzione ha la stessa radice di attesa: è un tendere a… Tutti abbiamo conosciuto giorni in cui la vita non tendeva a niente; sappiamo tutti cos’è una vita distratta, fare una cosa ed avere la testa da un’altra parte; incontrare una persona e non ricordare il colore dei suoi occhi; camminare sulla terra e calpestare tesori di bellezza. Distratti. L’amore è attenzione. L’attenzione è già una forma di preghiera, ed è la grammatica elementare che salva la mia vita interiore.
Il secondo atteggiamento: vegliate. Non permettete a nessuno di addormentarvi o di comprarvi. Vegliate sui primi passi della pace, della luce dell’alba che si posa sul muro della notte, o in fondo al tunnel di questa pandemia. Vegliate e custodite tutti i germogli, tutto ciò che nasce e spunta porta una carezza e una sillaba di Dio.

Libri di pa

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 27 novembre, 2020 |Pas de commentaires »

OMELIA (22-11-2020) – PADRE ERMES RONCHI – LA VERITÀ ULTIMA DEL VIVERE: L’AMORE

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OMELIA (22-11-2020) – PADRE ERMES RONCHI – LA VERITÀ ULTIMA DEL VIVERE: L’AMORE

Una scena potente, drammatica, quel ?giudizio universale? che in realtà è lo svelamento della verità ultima del vivere, rivelazione di ciò che rimane quando non rimane più niente: l’amore. Il Vangelo risponde alla più seria delle domande: che cosa hai fatto di tuo fratello? Lo fa elencando sei opere, ma poi sconfina: ciò che avete fatto a uno dei miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me! Straordinario: Gesù stabilisce un legame così stretto tra sé e gli uomini, da arrivare a identificarsi con loro: l’avete fatto a me! Il povero è come Dio, corpo e carne di Dio. Il cielo dove il Padre abita sono i suoi figli.
Evidenzio tre parole del brano:
1) Dio è colui che tende la mano, perché gli manca qualcosa. Rivelazione che rovescia ogni precedente idea sul divino. C’è da innamorarsi di questo Dio innamorato e bisognoso, mendicante di pane e di casa, che non cerca venerazione per sé, ma per i suoi amati. Li vuole tutti dissetati, saziati, vestiti, guariti, liberati. E finché uno solo sarà sofferente, lo sarà anche lui. Davanti a questo Dio mi incanto, lo accolgo, entro nel suo mondo.
2) L’argomento del giudizio non è il male, ma il bene. Misura dell’uomo e di Dio, misura ultima della storia non è il negativo o l’ombra, ma il positivo e la luce. Le bilance di Dio non sono tarate sui peccati, ma sulla bontà; non pesano tutta la mia vita, ma solo la parte buona di essa. Parola di Vangelo: verità dell’uomo non sono le sue debolezze, ma la bellezza del cuore. Giudizio divinamente truccato, sulle cui bilance un po’ di buon grano pesa di più di tutta la zizzania del campo.
3) Alla sera della vita saremo giudicati solo sull’amore (San Giovanni della Croce), non su devozioni o riti religiosi, ma sul laico addossarci il dolore dell’uomo. Il Signore non guarderà a me, ma attorno a me, a quelli di cui mi son preso cura. «Se mi chiudo nel mio io, pur adorno di tutte le virtù, e non partecipo all’esistenza degli altri, se non sono sensibile e non mi impegno, posso anche essere privo di peccati ma vivo in una situazione di peccato» (G. Vannucci).
La fede non si riduce però a compiere buone azioni, deve restare scandalosa: il povero come Dio! Un Dio innamorato che ripete su ogni figlio il canto esultante di Adamo: «Veramente tu sei carne della mia carne, respiro del mio respiro, corpo del mio corpo». Poi ci sono quelli mandati via. La loro colpa? Hanno scelto la lontananza: lontano da me, voi che siete stati lontani dai fratelli. Non hanno fatto del male ai poveri, non li hanno umiliati, semplicemente non hanno fatto nulla. Indifferenti, lontani, cuori assenti che non sanno né piangere né abbracciare, vivi e già morti (C. Péguy).

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 20 novembre, 2020 |Pas de commentaires »

XXXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (15/11/2020)

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XXXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (15/11/2020)

Talenti da mettere a frutto per i granai del cielo
padre Antonio Rungi

In queste ultime domeniche dell’anno liturgico stiamo ascoltato continuamente le cosiddette parabole del Regno che Gesù illustrava ai suoi discepoli o ascoltatori per coinvolgerli a livello personale e comunitario nel discorso della salvezza dell’anima. Anche in questa penultima domenica di un anno liturgico vissuto nella sofferenza più totale a causa del coronavirus ritorna il tema che più volte abbiamo trattato, con sfaccettature diverse, commentando il Vangelo della domenica.
Oggi ci viene presentato un uomo che intraprende un lungo viaggio e prima di partire chiama a se i suoi servitori e consegna a ciascuno di loro tre una parte del suo patrimonio, in percentuale e consistenza diversa: 5,2 e 1 talenti. Lo scopo è che si facessero moltiplicare in sua assenza, dal momento che ne avevano le possibilità, le capacità ed una cera creatività ed inventiva.
Durante questo lungo permanere fuori del padrone, il primo servo che aveva ricevuto cinque talenti, al ritorno del padrone ne consegna dieci, avendo raddoppiato il patrimonio ricevuto; la stessa cosa riuscì a fare il servo che aveva ricevuto solo due talenti e quindi una parte meno consistente del patrimonio.
L’ultimo che aveva ricevuto un solo talento non si impegnò per nulla a farlo fruttificare e siccome aveva paura di perdere quello che aveva ricevuto e temeva il padrone, invece di investirlo in qualche modo lo sotterrò. Al ritorno del padrone lo riconsegnò pulito, pulito pensando di aver agito bene. Invece ebbe il rimprovero e la condanna del padrone, che da lui si aspettava almeno che avesse affidato ai banchieri e così, ritornando, avrebbe potuto ritirato quanto consegnato con il minimo d’interesse. Niente di tutto questo.
E allora il padrone lo rimproverò severamente con parole pesanti che devono farci riflettere anche a noi se non produciamo quanto è previsto per la nostra salvezza: “Servo malvagio e pigro, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso, dovevi impegnarti a fare qualcosa. Ma nulla dell’impegno e nulla per fra produrre ciò che aveva ricevuto a titolo gratuito.
La conseguenza è nota e l’evangelista Matteo la fa risaltare con parole dure, messe in bocca a Gesù, che racconta la parabola a si suoi: “Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha. E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti». Condanna per l’eternità del servo inutile che non ha realizzato neppure il mimino indispensabile per raggiungere il Regno di Dio.
Cosa ci voglia insegnare Gesù con questo ulteriore racconto sul concetto di Regno di Dio che Egli è venuto a instaurare sulla terra, nell’attesa della completa realizzazione di esso con il suo secondo e definitivo avvento è presto detto. Non possiamo essere inoperosi in ordine ai doni ricevuti, a volte sono tantissimi, a volte molti, a volte abbastanza da parte del Signore per realizzare il nostro bene e quello degli altri. Se questi talenti non li facciamo fruttificare è solo ed esclusivamente colpa nostra. E il Signore ci chiederà conto di quello che abbiamo ricevuto da lui. La vita: come l’abbiamo vissuta e valorizzata? La fede, come l’abbiamo accolta e testimoniata; il doni personali e le qualità soggettive con tutti i carismi individuali che pure abbiamo, dove li abbiamo messi. Quale servizio per il bene della comunità, della chiesa, dell’umanità e di noi stessi abbiamo realizzato con essi?
Questo è il tempo della verifica, soprattutto in questo tempo di pandemia. Dobbiamo avere la coscienza e l’onestà intellettuale di confessare a noi stessi e se è il caso anche al confessore le nostre inadempienze, lo scarso coraggio e inventiva nel far fruttificare i doni che abbiamo avuto dal Signore, sia su questa terra soprattutto in vista dell’eternità. La salvezza della nostra anima dipende da noi, se davvero prendiamo a cuore ciò che è necessario fare per camminare in santità di vita, vivendo il vangelo e non sotterrando il desiderio di santità e di perfezione nella carità che è insito nel cuore di ogni essere umano capaci di volare alto e non fermarsi alla terra, nella quale spesso sotterriamo i grandi doni dello spirito che non si liberano dalle maglie del materialismo e delle apparenti sicurezze di varie scienze e conoscenze. Essere servi, buoni, fedeli e produttivi va a vantaggio dell’economia della salvezza di tutto il genere umano, perché noi siamo parte di un Tutto, che ci ha redenti e salvati nell’amore.
Sempre attingendo dall’epistolario di San Paolo Apostolo anche oggi ci viene proposto un testo, come seconda lettura, della sua lettera ai Tessalonicesi, nel quale è espresso il pensiero teologico e dottrinale di Paolo riguardo ai tempi e ai momenti del giorno del Signore, che verrà come un ladro di notte, senza avvisarci, quindi improvvisamente. Per cui quando siamo certi apparentemente che «C’è pace e sicurezza!», allora d’improvviso la rovina ci colpirà, come le doglie una donna incinta; e non potranno sfuggire. Mi sembra quello che stiamo vivendo da un anno, con la pandemia, è proprio una concretizzazione di quanto è detto nella Parola di Dio. Tuttavia, nonostante questa consapevolezza, è pur vero che i credenti non sono nelle tenebre, cosicché quel giorno possa sorprenderli come un ladro. Infatti siamo tutti figli della luce e figli del giorno. Se siamo espressione della luminosità di Dio, che è grazia e amore, noi non apparteniamo alla notte, né alle tenebre, ma a Dio che è Luce. Di conseguenza non possiamo dormire sulle cose che passano e scorrono davanti alla storia e a noi, ma dobbiamo vigilare ed essere sobri.
Da questo punto di vista dobbiamo imparare dallo stile di vita e di azione della donna, così come viene ricordata nel brano della prima lettura di questa domenica XXXIII del tempo ordinario, tratta dal libro dei Proverbi, questa raccolta sapienziale dell’AT che molto ha da dirci ed insegnarci anche in merito alla condizione femminile nella Bibbia: “Una donna forte chi potrà trovarla?
Non è facile trovarla, soprattutto di questi tempi, tuttavia ci sono persone buone e sante in giro per il mondo e che sono donne in tutti i sensi.Una donna ben superiore alle perle è il suo valore. In lei confida il cuore del marito e non verrà a mancargli il profitto. Contare sulla collaborazione della donna è fondamentale per la sopravvivenza della vita familiare. Gli dà felicità e non dispiacere per tutti i giorni della sua vita. Si procura lana e lino e li lavora volentieri con le mani. Stende la sua mano alla conocchia e le sue dita tengono il fuso. Apre le sue palme al misero, stende la mano al povero. Illusorio è il fascino e fugace la bellezza, ma la donna che teme Dio è da lodare. Siatele riconoscenti per il frutto delle sue mani e le sue opere la lodino alle porte della città. Bisogna prendere atto che senza le donne il mondo non cresce e non migliora affatto, al contrario decresce e perde di afflato e consistenza di ogni genere. Con la preghiera della colletta chiudiamo, a modo di sintesi, la nostra riflessione sulla parola di Dio di questa domenica: Il tuo aiuto, Signore, ci renda sempre lieti nel tuo servizio, perché solo nella dedizione a te, fonte di ogni bene, possiamo avere felicità piena e duratura. Per il nostro Signore Gesù Cristo… Amen.

 

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XXXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (08/11/2020)

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XXXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (08/11/2020)

Una serena e fiduciosa attesa del Signore
padre Antonio Rungi

Ci avviamo verso la conclusione dell’anno liturgico, un anno vissuto in termini di partecipazione in modo più virtuale che reale a causa della pandemia, e la parola di Dio di queste ultime domenica cis sollecita una maggiore attenzione alla tematica dell’avvento del Regno di Dio, che in questo contesto, fa’ chiaro rifiemnto alla parusia. A partire dal testo del vangelo di Matteo di questa domenica XXXII del tempo ordinario, che ci offre un’altra parabola di Gesù riguardante il modo di attendere e vivere l’arrivo del Regno di Dio, si va avanti in questa riflessione e meditazione sui novissimi.
Nel brano del Vangelo, questa volta Gesù utilizza un’icona del’AT molto significativa ed è quella delle vergini. Nel caso specifico sono 10 le vergini pronte per lo sposo, ma 5 sono classificate come stolte e 5 come sagge.
Una percentuale del 50% in positivo e altrettanta consistenza in negativo. Il racconto che Gesù ne fa è molto preciso e ben coordinato alla scopo finale di tutta l’economia del messaggio stesso: quello della conversione e della disponibilità interiore, quello di essere pronti e vigilanti nell’attesa della venuta del Signore.
Ma ci chiediamo perché queste 10 vergini sono in attesa dello sposo? Perché devono entrare con lui al banchetto nuziale e fare festa?
Uno si chiede perché queste vergini in attesa e che vanno incontro con le lampade accese allo sposo?
Quale era la prassi al tempo di Gesù? Cerchiamo di capirne anche il contesto in cui è stata inquadrata questa parabola sul Regno di Dio.
Rivediamo in dettaglio il testo del Vangelo di Matteo. “In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: « Il regno dei cieli è simile a dieci vergini che, prese le loro lampade, uscirono incontro allo sposo. Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; le stolte presero le lampade, ma non presero con sé olio; le sagge invece, insieme alle lampade, presero anche dell’olio in piccoli vasi. Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e dormirono. A mezzanotte si levò un grido: « Ecco lo sposo, andategli incontro! ». Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. E le stolte dissero alle sagge: « Dateci del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono ». Ma le sagge risposero: « No, che non abbia a mancare per noi e per voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene ».
Ora, mentre quelle andavano per comprare l’olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa.
Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: « Signore, signore, aprici! ». Ma egli rispose: « In verità vi dico: non vi conosco ».
Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora ».
Le vergini che vanno incontro allo sposo era usanza presso gli antichi popoli di fare due cortei. Tutte portano le lampade che erano alimentate ad olio. Le sagge si attrezzano con piccoli contenitori di olio per alimentare le lampade; le stolte invece non ci pensano affatto.
Il ritardo dello sposo determinato il problema di fondo in questo racconto, perché chi si era attrezzato come le cinque vergini sagge quel ritardo non incide più di tanto; mentre per chi non si era affatto premunito per 5 vergini stolte il ritardo costituisce un problema, questo evento non permette alle cinque vergini stolte poi di entrare, una volta chiusa la porta. Il tentativo delle stolte di chiedere aiuto, che viene a loro rifiutato dalle sagge ha una motivazione precisa: rischiavano tutte e dieci di restare al buio all’arrivo dello sposo. E’ singolare il fatto che contrariamente a quanto avviene oggi che è quasi sempre la sposa a fare ritardo, nel vangelo invece è lo sposo a portare ritardo, chiaro riferimento a Cristo che verrà alla fine dei tempi, per giudicare i vivi e i morti.
Infine l’arrivo dello sposo l’ingresso al banchetto nuziale delle vergini prudenti e sagge in attesa di lui con le lampade accese. A questo punto la porta viene chiusa e quando arrivano le altre cinque che avevano cercato di ricuperare l’olio all’ultimo momento pur bussando insistentemente alla porta per farsi aprire, non fu permesso loro di entrare. Era troppo tardi. Non erano state previdenti né avevano provveduto prima a correre ai ripari. Chiara denuncia del disimpegno personale nel conquistarsi un posto nel Regno dei cieli, al quale far riferimento il brano del vangelo.
La conclusione della parabola sta nell’invito del Signore a vigilare sulla nostra condotta perché non sappiamo quando egli verrà.
Spetta a noi di stare sempre pronti e preparati per entrare nel banchetto eucaristico terreno, quello che ci fa partecipare in grazia di Dio all’eucaristia e poi a quello celeste ed eterno, al termine della nostra vita, in quanto abbiamo operato bene e ci siamo guadagnati l’ingresso e il posto al pranzo eterno dell’Agnello, perché siamo stati attenti e vigilanti ed abbiamo messo in pratica il vangelo della carità, sul quale verremo tutti giudicati.
L’attesa della venuta del Signore ci viene ricordata dal testo della lettera di san Paolo Apostolo ai Tessalonicesi, nella quale San Paolo ha a cuore di parlare ai cristiani di Tessalonica del futuro regno di Dio ed usa espressioni di grande sensibilità umana, ma anche di speranza cristiana, che tutti dobbiamo alimentare nel nostro animo, specialmente in questo momento difficile per l’intera umanità, con la pandemia ancora in corso e non in soluzione. Scrive infatti “non vogliamo lasciarvi nell’ignoranza circa quelli che sono morti, perché non continuiate ad affliggervi come gli altri che non hanno speranza”. Quanta afflizione ha invaso il nostro animo e il nostro cuore in questi mesi per i tanti morti Dio coronavirus ai quali non abbiamo potuto dare neppure l’estremo saluto. La prospettiva cristiana di fronte alla morte è quella della fede nella risurrezione. “Noi crediamo infatti che Gesù è morto e risuscitato; così anche quelli che sono morti, Dio li radunerà per mezzo di Gesù insieme con lui”. Quello che è scritto nella Bibbia è verità assoluta, in quanto è parola di Dio. Ecco perché l’Apostolo ci tiene a sottolineare che quello che sta dicendo è basato sulla parola del Signore. Quale verità di fede sta egli ribadendo? Eccola espressa sinteticamente e dottrinalmente in poche parole ed espressioni: “Noi che viviamo e saremo ancora in vita per la venuta del Signore, non avremo alcun vantaggio su quelli che sono morti. Perché il Signore stesso, a un ordine, alla voce dell’arcangelo e al suono della tromba di Dio, discenderà dal cielo. E prima risorgeranno i morti in Cristo; quindi noi, i vivi, i superstiti, saremo rapiti insieme con loro tra le nubi, per andare incontro al Signore nell’aria, e così saremo sempre con il Signore”. Queste verità di fede non solo devono aumentare ed accrescere in noi la fiducia nel Signore, morto e risorta, ma devono essere motivi per confortarci a vicenda per non abbatterci spiritualmente e moralmente di fronte alla morte e al giudizio di Dio.
Per poter concretamente realizzare questa prospettiva personale e universale di salvezza è necessario valorizzare tutto il patrimonio sapienziale che ci porta a discernere il bene dal male, il tempo dall’eternità, il provvisorio per il definitivo, il contingente per l’essenziale anche nella vita cristiana. La sapienza è radiosa e indefettibile, facilmente è contemplata da chi l’ama e trovata da chiunque la ricerca. Previene, per farsi conoscere, quanti la desiderano. Chi si leva per essa di buon mattino non faticherà, la troverà seduta alla sua porta. Riflettere su di essa è perfezione di saggezza, chi veglia per lei sarà presto senza affanni. Essa medesima va in cerca di quanti sono degni di lei, appare loro ben disposta per le strade, va loro incontro con ogni benevolenza”. Essere cercatori di sapienza vera ed eterna è quello che è richiesto ad ogni credente, specialmente quando i tempi sono più difficili, drammatici e indecifrabili come quello che stiamo vivendo da un anno.
Sia questa la nostra umile preghiera nel giorno in cui facciamo memoria della pasqua settimanale di nostro Signore: “O Dio, la tua sapienza va in cerca di quanti ne ascoltano la voce, rendici degni di partecipare al tuo banchetto e fa’ che alimentiamo l’olio delle nostre lampade, perché non si estinguano nell’attesa, ma quando tu verrai siamo pronti a correrti incontro, per entrare con te alla festa nuziale”. Amen

 

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 6 novembre, 2020 |Pas de commentaires »

OMELIA (01-11-2020) QUEL DIO CHE HA SCELTO COME BEATI GLI ULTIMI

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OMELIA (01-11-2020) QUEL DIO CHE HA SCELTO COME BEATI GLI ULTIMI

padre Ermes Ronchi

Beato l’uomo, prima parola del primo salmo. Cui fa eco la prima parola del primo discorso di Gesù, sulla montagna: Beati i poveri. Cosa significa beato, questo termine un po’ desueto e scolorito? La mente corre subito a sinonimi quali: felice, contento, fortunato. Ma il termine non può essere compresso solo nel mondo delle emozioni, impoverito a uno stato d’animo aleatorio. Indica invece uno stato di vita, consolida la certezza più umana che abbiamo e che tutti ci compone in unità: l’aspirazione alla gioia, all’amore, alla vita.
Beati, ed è come dire: in piedi, in cammino, avanti, voi poveri (A. Chouraqui), Dio cammina con voi; su, a schiena dritta, non arrendetevi, voi non violenti, siete il futuro della terra; coraggio, alzati e getta via il mantello del lutto, tu che piangi; non lasciarti cadere le braccia, tu che produci amore. Profondità alla quale non arriverò mai, Vangelo che continua a stupirmi e a sfuggirmi, eppure da salvare a tutti i costi; nostalgia prepotente di un mondo fatto di pace e sincerità, di giustizia e cuori puri, un tutt’altro modo di essere vivi.
Le beatitudini non sono un precetto in più o un nuovo comandamento, ma la bella notizia che Dio regala gioia a chi produce amore, che se uno si fa carico della felicità di qualcuno, il Padre si farà carico della sua felicità. Vostro è il regno: il Regno è dei poveri perché il Re si è fatto povero. La terra è dei miti perché il potente si è fatto mite e umile. A questa terra, imbevuta di sangue (il sangue di tuo fratello grida a me dal suolo), pianeta di tombe, chi regala futuro? Chi è più armato, più forte, più spietato? O non invece il tessitore di pace, il non violento, il misericordioso, chi si prende cura?
La seconda dice: Beati quelli che sono nel pianto. La beatitudine più paradossale: lacrime e felicità mescolate assieme, ma non perché Dio ami il dolore, ma nel dolore egli è con te. Un angelo misterioso annuncia a chiunque piange: il Signore è con te. Dio è con te, nel riflesso più profondo delle tue lacrime per moltiplicare il coraggio; in ogni tempesta è al tuo fianco, forza della tua forza, argine alle tue paure.
Come per i discepoli colti di notte dalla burrasca sul lago, Lui è lì nella forza dei rematori che non si arrendono, nelle braccia salde sulla barra del timone, negli occhi della vedetta che cercano l’aurora.
Gesù annuncia un Dio che non è imparziale, ha le mani impigliate nel folto della vita, ha un debole per i deboli, incomincia dagli ultimi della fila, dai sotterranei della storia, ha scelto gli scarti del mondo per creare con loro una storia che non avanzi per le vittorie dei più forti, ma per semine di giustizia e per raccolti di pace.

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 31 octobre, 2020 |Pas de commentaires »
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