Archive pour la catégorie ''

III DOMENICA DI PASQUA (ANNO C) (05/05/2019)

https://www.qumran2.net/parolenuove/commenti.php?mostra_id=45740

III DOMENICA DI PASQUA (ANNO C) (05/05/2019)

La pesca e Pietro
padre Gian Franco Scarpitta

I discepoli hanno appena trascorso una normalissima nottata di pesca che non si distingue dalle altre se non per un particolare: nonostante avessero gettato le reti e avessero atteso che si colmassero durante le ore notturne la pesca era stata infruttuosa. Cosa inverosimile per un tratto di mare pescosissimo come quello di Tiberiade, che offriva nella pesca forse la più grande risorsa economica per la popolazione. Pietro si era adoperato con tutti i mezzi del mestiere e non era certo alle prime armi sulla predisposizione della pesca: la sua esperienza e abilità avrebbero potuto fare in modo che almeno si conseguisse qualcosa. Invece nulla. Il lavoro era andato a vuoto, forse perché il vero pescatore doveva essere il Signore e non altri. Lui solo infatti, una volta identificatosi, indica il punto esatto nel quale la rete deve immergersi: la parte destra. Dopo aver gettato non senza perplessità nuovamente la rete nella zona indicata, avviene esattamente l’opposto di quanto prima avevano sperimentato: il quantitativo di pesce che recano le reti è abnorme e la rete rimane intatta, anche quando la si porta a riva dopo un percorso di cento metri poco o più. Qualsiasi operazione di pesca giunge a buon fine solo quando il vero pescatore è il Signore e del resto questo lo si evinceva anche a proposito di un’altra pesca, quella raccontata da Luca, che trasforma umili uomini di mare in « pescatori di uomini »(Lc 5, 1 – 11).
Ovviamente però si tratta di Gesù risorto che dona la vita a tutti e che coinvolge nella sua “rete” quanta più gente possibile, tutti coloro che a lui vogliono aderire e in lui vogliono sperare. La rete che non si infrange e non sdrucisce nonostante il grosso pescato che deve caricare è infatti la Chiesa, il mistero di salvezza attraverso la quale egli opera per la salvezza e la redenzione, che in forza dello Spirito non può decadere perché in essa lo stesso Gesù deve continuare ad adempiere la sua missione. La Chiesa purtroppo ha conosciuto parentesi oscure e non di rado ancora adesso non sempre brilla diafana del Signore risorto per l’incresciosità di determinati episodi; ciò nonostante resta l’unica istituzione di salvezza Sacramento del Risorto che raduna in sé la molteplicità dei pesci, cioè degli uomini di ogni nazione. Grandi o piccoli, di qualsiasi cultura o estrazione sociale, lontani o vicini, tutti gli uomini sono destinati ad essere “pescati” dal Signore in quella rete avvincente e infrangibile che non manca di coinvolgere tutti. La Chiesa è universale come Cristo in quanto Dio è eterno, universale e infinito e in quanto Uomo si configura con i nostri limiti senza farli propri.
E c’è di più: Gesù ha già cotto del pesce, manovra il fuoco per arrostirne altro di quello appena pescato e invita tutti a mangiare avendo provveduto perfino al pane. Gesù trasforma quell’occasione di pranzo nel dono che fa’ di se stesso ai suoi discepoli, come dimostra quel versetto giovanneo tanto somigliante ai racconti della Cena: « prese il pane e lo diede loro; così pure il pesce ». Distribuendo pane e pesce il Signore (così ormai viene riconosciuto dai suoi) offre se stesso e crea in quel banchetto comunione e gioia e questo diventa occasione per estinguere ogni perplessità sul caro Pietro, colpevole del precedente tradimento. Terminato il pasto, gli domanda infatti « Mi ami tu particolarmente, in modo speciale, più profondamente di costoro? » La triplice domanda verte a ristabilire rapporti infranti dalla vigliaccheria precedente di Pietro, i quali devono fondarsi sull’amore esclusivo verso Gesù. Effettivamente, che Pietro volesse bene a Gesù è consolidato, anche se il suo amore si limitava prima alla forma filantropica ed escludeva il fatto dell’opera della salvezza: la sua amicizia franca e sincera voleva impedirgli di recarsi a Gerusalemme per evitargli la morte di croce, voleva impedirgli di lavargli i piedi durante la Cena, si riprometteva di essergli sempre fedele amico nonostante il triplice famoso rinnegamento. Non era stato però un amore configurato nell’ottica della volontà del Padre, orientato cioè a interpretare in Gesù non solo l’amico carissimo di tutti i giorni, ma il Redentore e Salvatore che apporta la vita e la novità nel Regno. Ora Gesù richiama Pietro all’attenzione, soffermandosi sul fatto che il suo amore nei suoi confronti dev’ essere straordinario, atto anche all’eroismo alla particolare abnegazione al di sopra di tutti i suoi compagni. In forza di questo amore, Pietro dovrà confermare i fratelli nella fede, pascere il gregge di Cristo nella persona di pecore e di agnelli, cioè dei fratelli di ogni ordine e grado. A Pietro verrà affidata infatti la guida visibile dell’intera Istituzione di salvezza che comunque sarà invisibilmente guidata dallo stesso Cristo; lui dovrà farsi carico della comunione fra i fedeli e dell’evangelizzazione e dell’accoglienza di nuovi fratelli nella Chiesa. Pietro subirà volentieri il flagello e le percosse del sommo sacerdote e del Sinedrio pur di « obbedire a Dio e non agli uomini » parlando e operando nel nome di Gesù (I lettura) e testimoniando ciò che i suoi occhi hanno visto della sua morte e Resurrezione e prima ancora sul monte Tabor (2Pt 3, 16 – 18). Annuncerà con franchezza e coraggio che il Cristo che i Giudei avevano fatto morire graziando un assassino è l’autore della vita, del quale parlavano i profeti e le Scritture; dimostrerà che nel suo nome è possibile ancora operare prodigi come la guarigione di uno storpio mendicante; inviterà tutti alla conversione e al battesimo nel nome stesso di Gesù e anche quando verrà incarcerato sarà assistito e guidato dallo stesso Signore (At 2 – 4). Godrà insomma la munifica vicinanza del Cristo Risorto che appare nella vita ordinaria entrando nelle nostre case senza violare il nostro domicilio, sedendosi alla nostra tavola senza mangiare a sbafo e facendosi anzi egli stesso nostro pane di vita. E solo in Lui ogni cosa gli sarà possibile.

II DOMENICA DI PASQUA (ANNO C)

https://www.qumran2.net/parolenuove/commenti.php?mostra_id=36978

II DOMENICA DI PASQUA (ANNO C) 

Il suo amore è per sempre
don Giacomo Falco Brini

La parte del salmo 117 che la Chiesa prega nella 2a domenica di Pasqua esprime tutto lo stupore credente per le meraviglie che Dio opera. Giustamente lo si applica per l’opera di tutte le opere di Dio, la Resurrezione di Cristo che celebriamo in questo tempo pasquale. Vorrei evidenziare quel versetto che recita: dicano quelli che temono il Signore « il suo amore è per sempre ». E’ interessante notare come il salmista ritenga timorato di Dio l’uomo convinto del suo amore fedele e incondizionato, nonché della eternità e irremovibilità dello stesso. Temere Dio allora non vuol dire che si deve avere paura di Dio: al contrario, questo sarebbe piuttosto come darla vinta a satana che generò questa paura nel peccato di Adamo. Un altro salmo, il 129, gli fa eco dicendo: se consideri le colpe Signore, chi potrà sussistere davanti a te? Ma presso di te è il perdono, perciò avremo il tuo timore (Sal 129,3-4). La misericordia divina è il fondamento del timore che Gli si deve. Il timore di Dio è dunque quel dono dello Spirito che, ricordandoci cosa e quanto siamo costati a Lui, ci aiuta a riconoscere, rispettare e rispondere all’amore che Egli ha dichiarato per sempre a ogni uomo in Cristo: non ti ho amato per scherzo disse il Signore in locuzione interiore a S.Angela da Foligno (Angela da Foligno, Istruzioni, 22,1-11).
Deve essere successo qualcosa del genere a S.Tommaso otto giorni dopo (Gv 20,26) che il Signore era apparso risorto ai suoi amici. Aveva vissuto dolorosamente come gli altri lo scandalo della Croce e l’incomprensione della vicenda del suo Maestro: perché era apparso agli altri e a lui no? Oppure, perché in quella prima apparizione Tommaso non era con gli altri nel Cenacolo? L’incredulo Tommaso formula agli altri senza troppi preamboli le sue richieste (Gv 20,25) per poter credere a quanto da loro raccontato. In fondo, che cosa sto chiedendo? A voi ha mostrato mani e costato, o no? Beh, lo voglio vedere anch’io in carne e ossa, voglio vedere se costui è lo stesso che era appeso sulla croce, anzi, ci voglio pure mettere le mani! Gesù viene incontro alla sua debolezza e Tommaso finalmente si convince non solo che Egli è risorto, ma anche dell’amore misericordioso del Signore per lui (Gv 20,28): ha visto e toccato le sue piaghe su esplicito invito di Gesù. Le brevi parole esprimono la nuova fede, l’adorazione del mistero, il santo timore davanti alla Misericordia di Dio fattasi visibile e tangibile in Gesù. In questo modo Dio ha vinto il nostro male antico: l’aver creduto che Egli fosse il falso personaggio presentato dal serpente maledetto (cfr. Gn 3).
Questa 2a domenica di Pasqua è anche detta della « Divina Misericordia » da quando S.Giovanni Paolo II ha decretato di intitolarla così per rispondere al desiderio che il Signore in persona espresse a S. Faustina Kowalska. Come Tommaso, anche noi siamo chiamati ad adorare il Signore Gesù perché il suo amore è per sempre. Non c’è un altro modo per onorarLo e ringraziarLo. Alla santa mistica polacca il Signore rivela che alla sua misericordia non si possono mettere limiti e che l’unico modo per onorarLo e ringraziarLo è appunto riconoscerlo e adorarlo nel suo amore misericordioso e incondizionato verso l’uomo. Nei giorni scorsi, molto impegnato ad ascoltare le confessioni nel sacramento della riconciliazione, ho riflettuto a lungo su alcune espressioni dei fedeli. Uno di loro ha espresso il suo disagio perché « recidivo » nel peccato. Ho pensato in quel momento che in realtà tutti lo siamo. Ho detto a quell’uomo che fortunatamente per noi anche Dio è « recidivo », ma nell’amore ostinato verso gli uomini. Quell’uomo è tornato sorridente e visibilmente sollevato dal confessionale ma, quando qualche giorno dopo, durante un incontro, ho raccontato di questo scambio di parole tra confessore e penitente, sono rimasto colpito dalla incredulità espressiva di tanti fratelli: davvero il Signore è così con noi? Davvero mi perdona anche se sono recidivo nel peccato? Possibile che a un certo punto non ne possa più di me? Mi sembra impossibile che non si stanchi di perdonarmi!… A costoro e a tutti quei fratelli che leggendo questo commento si riconoscono in questi ricorrenti dubbiosi pensieri, invito a recarsi nel luogo che più gli aggrada dove ci sia un crocifisso. Anche se non apparisse loro risorto come quel giorno a Tommaso, consideriamo la beatitudine di cui il Signore ci parla (Gv 20,29) e guardiamo lo stesso alle sue piaghe in Lui ancora crocifisso: da lì Gesù non si muove per rassicurarci che il suo amore è per sempre, anche se noi ricadiamo nel peccato. Tocca a noi credergli oppure chiamarlo, come Tommaso, ad aiutarci nella nostra fragile fede affinché crediamo che il suo amore è più grande del mio peccato?

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 26 avril, 2019 |Pas de commentaires »

LA VITA È IL MANTELLO DI DIO (è un omelia non di questo tempo liturgico)

https://it.zenit.org/articles/la-vita-e-il-mantello-di-dio/

LA VITA È IL MANTELLO DI DIO

XIII Domenica del Tempo Ordinario, 27 giugno 2010

di padre Angelo del Favero*

ROMA, venerdì, 25 giugno 2010 (ZENIT.org).- “Partito di lì, Elia trovò Eliseo, figlio di Safat. Costui arava con dodici paia di buoi davanti a sé, mentre egli stesso guidava il dodicesimo. Elia, passandogli vicino, gli gettò addosso il suo mantello. Quello lasciò i buoi e corse dietro ad Elia, dicendogli: “Andrò a baciare mio padre e mia madre, poi ti seguirò”. Elia disse: “Va’ e torna, poiché sai che cosa ho fatto per te”. Allontanatosi da lui, Eliseo prese un paio di buoi e li uccise; con la legna del giogo dei buoi fece cuocere la carne e la diede al popolo perché la mangiasse. Quindi si alzò e seguì Elia, entrando al suo servizio” (1Re 19,16b.19-21).
“Cristo ci ha liberati per la libertà! State dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù. Voi infatti, fratelli, siete stati chiamati a libertà. Che questa libertà non divenga però un pretesto per la carne; mediante l’amore siate invece a servizio gli uni degli altri.(…) Vi dico dunque: camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare i desideri della carne” (Gal 5,1.13-18).
“(…) Mentre camminavano per la strada, un tale gli disse: “Ti seguirò dovunque tu vada”. E Gesù gli rispose: “Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo”. A un altro disse: “Seguimi”. E costui rispose: “Signore, permettimi di andare prima a seppellire mio padre”. Gli replicò: “Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu invece va’ e annuncia il regno di Dio”. Un altro disse: “Ti seguirò, Signore, prima però lascia che io mi congedi da quelli di casa mia”. Ma Gesù gli rispose: “Nessuno che mette mano all’aratro e poi si volge indietro è adatto per il regno di Dio” (Lc 9,51-62).
La liturgia di questa XIII Domenica del T. O. ci fa subito incontrare una parola alquanto comune, una parola chiave, un filo conduttore con cui lo Spirito Santo ha ricamato il tessuto dei testi proposti: la parola “mantello” (1Re 19,19). Il suo significato biblico è illustrato dal racconto della vocazione di Eliseo, nella prima Lettura.
La storia di Eliseo, infatti, comincia con un mantello gettato a sorpresa su di lui da parte del profeta Elia, in cammino lungo la strada che costeggia il campo che egli sta arando con ben ventiquattro buoi (il numero esagerato indica che Eliseo è un contadino benestante).
Quello di Elia è un gesto simbolico che sta a significare l’irreversibile chiamata di Dio:“Il mantello è simbolo del carisma profetico; esso è gettato sulle spalle dell’eletto in una specie di investitura divina” (G. Ravasi).
Ha così inizio la nuova vita di Eliseo al servizio del Signore e del profeta Elia.
Salutati parenti ed amici con un banchetto d’addio, Eliseo segue fedelmente Elia fino al giorno della sua misteriosa dipartita da questa vita, quando sarà trasportato in alto da un carro di fuoco. A questo punto, caduto per terra dal carro, ricompare il mantello, che Eliseo raccoglie subito gridando “Padre mio, padre mio..” (2Re 2,11-13). Lo spirito del Maestro prende allora definitivo possesso del discepolo, come da padre a figlio primogenito.
La brusca investitura profetica di Eliseo è così commentata dal card. Martini: “nessuna parola, nessun tentativo di convinzione, ma solo un gesto violento dal significato chiarissimo. Il mantello è simbolo della persona e, in qualche modo, anche dei suoi diritti. Gettare il mantello su qualcuno costituisce un segno di acquisto, di desiderio di alleanza” (C.M.M., “Il Dio vivente, riflessioni sul profeta Elia”, p.118).
Simbolo della persona, il mantello fa pensare anche al dono-chiamata della vita, che ognuno riceve da Dio senza venire interpellato. Ciò non toglie che, come il mantello di Elia, anche la vita sia un dono fatto alla libertà dell’uomo, un dono “gettato” su di lui per essere accolto e custodito come il più prezioso di tutti i doni ed il più necessario ed impegnativo dei compiti, se davvero l’uomo vuole vivere felice e realizzare se stesso nell’amore. E’ quanto suggerisce oggi Paolo: “Voi infatti, fratelli, siete stati chiamati a libertà. Che questa libertà non divenga però un pretesto per la carne; mediante l’amore siate invece a servizio gli uni degli altri.(…) Ma se vi mordete e vi divorate a vicenda, badate almeno di non distruggervi del tutto gli uni gli altri!” (Gal 5,13).
L’ironia fin troppo realistica di Paolo non suona esagerata, se pensiamo non solo alla nostra situazione sociale e politica, ma anche alle tristissime incomprensioni e divisioni tra coloro che un unico carisma o una comune vocazione (un solo mantello!) ha costituito fratelli ed operai del regno di Dio. Occorre precisare che nel vocabolario dell’Apostolo, “carne” significa genericamente ogni comportamento dettato da un sentire egocentrico e disordinato. Atteggiamento, questo, che non scaturisce da quella vera libertà che è la capacità di amare nella verità al modo di uno stile di accoglienza, di ascolto senza pregiudizi e nel dominio di sè.
Un esempio “carnale” di essere e di agire, lo da’ oggi la reazione istintiva di Giacomo e Giovanni, contrariati dal rifiuto opposto a Gesù dai Samaritani: “Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?” (Lc 9,54). I due discepoli avevano oggettivamente ragione, ma Gesù “si voltò e li rimproverò” (Lc 9,55).
La ricetta di Paolo per discernere e dominare ogni genere di passione disordinata, è semplice ed efficace: “Vi dico, dunque: camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare il desiderio della carne. (…) Se vi lasciate guidare dallo Spirito, non siete sotto la Legge” (Gal 5,16.18).
“La forza del peccato è la Legge”, scrive altrove Paolo (1Cor 15,56); ed egli per primo sperimenta quanto doloroso sia il peccato di divisione dai suoi fratelli ebrei, tanto zelanti per l’osservanza della Legge da voler uccidere lui che ne va proclamando il compimento in Gesù Cristo.
Ma che significa camminare “secondo lo Spirito”? Vuol dire “al passo” dello Spirito, seguendo umilmente il cammino e gli esempi del Signore per entrare nello spazio immenso della sua dolce e trasformante amicizia. Una chiamata assoluta, tanto affascinante quanto esigente, a giudicare dalle parole di Gesù a colui che chiedeva solo di congedarsi da quelli di casa propria: “Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu invece va’ e annuncia il regno di Dio” (Lc 9,60).
Una simile radicalità non è disumana, ma intrinseca e necessaria alla missione profetica. Questa, per altro, gode della legge pedagogica della gradualità, come fa intendere la vicenda stessa di Eliseo con la dinamica misteriosa del mantello, in un primo tempo gettatogli sulle spalle da Elia, ma poi “recuperato” a terra dallo stesso Eliseo nel momento del congedo definitivo da lui, come se in precedenza glielo avesse restituito.
Infatti, “si ha l’impressione, pur se il testo non lo dice, che Eliseo abbia ridato il mantello al grande maestro, per indicare che deve prima imparare, deve prima assimilare i suoi insegnamenti di vita. Di fatto, questo mantello sarà consegnato definitivamente ad Eliseo nel momento del rapimento in cielo di Elia.” (C.M.M., id., p. 120).
E’ quest’ultima spiegazione pedagogica che ci consente di tornare al mantello come simbolo della persona e della vita, per osservare che la pienezza della verità sulla vita umana, da comunicare gradualmente al passo di chi ascolta, è comunque e per tutti solo quella rivelata dalla Parola di Gesù. Ne farà esperienza certa chiunque voglia avvicinarsi a Lui con la fede umile ed audace di quella donna malata, che “udito parlare di Gesù, venne tra la folla e da dietro toccò il suo mantello. Diceva infatti: “Se riuscirò anche solo a toccare le sue vesti, sarò salvata”. E subito le si fermò il flusso di sangue e sentì nel suo corpo che era guarita dal male” (Mc 5,25-29).

——-
* Padre Angelo del Favero, cardiologo, nel 1978 ha co-fondato uno dei primi Centri di Aiuto alla Vita nei pressi del Duomo di Trento. E’ diventato carmelitano nel 1987. E’ stato ordinato sacerdote nel 1991 ed è stato Consigliere spirituale nel santuario di Tombetta, vicino a Verona. Attualmente si dedica alla spiritualità della vita nel convento Carmelitano di Bolzano, presso la parrocchia Madonna del Carmine.

V DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO C) (07/04/2019)

https://www.qumran2.net/parolenuove/commenti.php?mostra_id=45527

V DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO C) (07/04/2019)

Non ti lascio nel peccato
don Giacomo Falco Brini

Un uomo religioso e “tutto d’un pezzo” come Paolo di Tarso, nella 2a lettura di oggi, ci dice che reputa tutto una perdita a motivo della sublimità della conoscenza di Cristo Gesù. Per Lui ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero spazzatura, al fine di guadagnare Cristo ed essere trovato in Lui (Fil 3,8-9). Peccato che a volte, come in questo caso, sarebbe prezioso, per cogliere meglio il senso di un testo, riportare qualche versetto in più. Infatti, cos’è che ha lasciato perdere S. Paolo fino a considerarla “spazzatura”? Cos’è questo “tutto” di cui parla? Sentitelo nei versetti precedenti: se qualcuno ritiene di poter confidare nella carne, io più di lui. Circonciso l’ottavo giorno, della stirpe di Israele, della tribù di Beniamino, ebreo da ebrei, fariseo quanto alla legge, irreprensibile quanto alla giustizia che deriva dall’osservanza della legge (Fil 3,4-6). Ecco cosa ha lasciato perdere. Prima di Cristo, pare che vivesse nello status del figlio maggiore della parabola, il quale, viveva certamente in casa, ma non alla presenza del padre della casa. Si sentiva religiosamente sicuro come quel figlio, pronto a rinfacciargli la sua integrità morale, quella giusta reputazione che si meritava ben altro trattamento di fronte all’operato così diverso del padre verso suo fratello (Lc 15,29-30). Ma chi coltiva la propria fede così, non può entrare nella festa di Dio, né potrà mai “gustare” la sua gioia.
Contrariamente a quanto un’abbondante predicazione ha costruito nelle coscienze, la parabola di domenica scorsa Gesù non l’ha raccontata per i peccatori. L’ha raccontata principalmente per i giusti, cioè per chi vive nel peccato del giusto. Il vangelo di oggi, come tanti altri episodi della vita di Gesù, ne è la controprova. Anche qui mi allaccio a versi precedenti che illuminano meglio il brano odierno. Siamo al cap. 7 di Gv, il Signore si trova a Gerusalemme per la festa delle capanne, frequenta il Tempio e ne approfitta per insegnare. All’udire il suo insegnamento, nascono ripetute discussioni sulla conoscenza della sua persona, sulle sue origini e persino sul suo sapere: non ha studiato nelle scuole dei nostri rabbini, come fa a sapere qualcosa se non può vantare i titoli di studio necessari? Il problema è che molti lo seguono e credono in lui; allora farisei, scribi e sacerdoti combattono e cercano di farlo arrestare, ma per il momento non ci riescono. Il ripetuto dibattito in Gv 7 si conclude così: e tornarono ciascuno a casa propria (Gv 7,53). Il vangelo di oggi si apre con una mattina avviatasi sulla falsariga del giorno precedente (Gv 8,1-2). Solo che i detrattori di Gesù arrivano con una bella sorpresa. Hanno beccato una donna in flagrante adulterio e vogliono usarla per metterlo alla prova e avere di che accusarlo (Gv 8,6).
E qui ci sarebbe già molto da dire. E’ credibile una fede che denigra gli altri, che specula su quanto fanno gli altri fino a manipolare il peccato altrui? E’ credibile la fede di chi, nella chiesa, oggi è tutto intento a screditare il papa e il suo operato, solo perché non riesce a comprenderne la novità? Nicodemo non fece così con Gesù (cfr. Gv 3,1ss.); però è vero, fu tra i pochissimi. Ma andiamo avanti. A me piace tanto quel “prolungato” silenzio di Gesù davanti agli scribi e i farisei che, nel nome di Mosè e della Legge, lo interrogano sulla adultera (Gv 8,3-5). Mi piace tanto perché fa tanto contrasto a quella tipica situazione umana in cui emerge il piacere di trovare un capro espiatorio, insomma qualcuno con cui prendersela. Che fosse stato un silenzio “prolungato” me lo suggerisce il v.7, nel quale leggiamo che essi insistevano nell’interrogarlo. Dunque scribi e farisei vogliono trascinare Gesù nel tribunale che hanno imbastito nel Tempio, dando in pasto la donna adultera a tutta la piazza: postala nel mezzo (Gv 8,3). L’obiettivo è incastrarlo: nella disobbedienza della Legge, oppure nel contraddirsi obbedendo al comando di Mosè. In questo ultimo caso, avrebbe perso consenso presso il popolo che lo seguiva.
Il Signore Gesù si alza in piedi (Gv 8,7a). Dalla sua bocca una sentenza che costringe a interrogarsi (Gv 8,7b). Senza che gli uditori se ne accorgano, capovolge il tribunale tirato su frettolosamente davanti a lui. Così l’interrogato diventa interrogante, gli accusatori divengono imputati interrogati, l’accusata che fino ad ora non ha aperto bocca per difendersi, scopre che c’è un avvocato a sua difesa! E chinatosi di nuovo, scriveva per terra: Gesù riprende maestosamente il suo posto: chinato davanti alla sua creatura. Riprende a scrivere per terra (chissà cosa scriveva!). Il silenzio si riprende la scena, cala il sipario sul tribunale (Gv 8,8): nessuna replica, nessuna pietra viene lanciata, se ne vanno proprio tutti, ciascuno a casa sua (Gv 7,53). Mi viene da accompagnare questo lento ritorno sussurrando a me e ad essi una parola. Andate, e imparate che cosa significhi: misericordia io voglio e non sacrificio (Mt 9,13). Un momento, che succede? Si alza di nuovo dal suo posto: il sipario si tira su di nuovo, si riapre il tribunale. La donna è stata lasciata lì in mezzo, da sola, con il suo grave peccato. Gesù no, non l’ha lasciata: è il solo che la degna di uno sguardo (Gv 8,10).
Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata? – Ed essa rispose: nessuno Signore – E Gesù le disse: nemmeno io ti condanno; va e d’ora in poi non peccare più (Gv 8,11). Il peccato e gli uomini ti hanno lasciato sola con te stessa, nella condanna, nella paura, senza speranza. Ora invece, sai che c’è uno che non ti lascerà mai, c’è uno che non ti userà mai per il suo tornaconto. C’è uno che del tuo peccato non ne farà mai motivo per accusarti, ma per incontrarti e ridarti quello che il peccato ti toglie. Ora tu sai cosa significhi avere addosso un paio di occhi che ti rivestono, ti mettono l’anello al dito e i calzari ai piedi (Lc 15,22). Sono gli occhi che hanno il potere di rigenerare il tuo essere donna, persona libera, capace di riscrivere una nuova pagina di storia: ecco io faccio una cosa nuova, proprio ora germoglia: non ve ne accorgete? (Is 43,19) Sono gli occhi di Gesù, gli occhi in cui puoi sempre sentirti a casa. Per questi occhi, S.Paolo ha buttato via tutto il suo sapere e la “sua” religione. All’approssimarsi della settimana santa, chiediamo a Dio, in preghiera, di essere pronti a buttare via tutto davanti alla incommensurabile grazia di sentirsi amati da Gesù Cristo. Solo così si entra nella sua conoscenza. A meno che non si preferisca la “propria” religione, rischiando di perdere il biglietto di entrata per la festa (Lc 15,28).

 

IV DOMENICA DI QUARESIMA – LAETARE (ANNO C)

https://www.qumran2.net/parolenuove/commenti.php?mostra_id=45485

IV DOMENICA DI QUARESIMA – LAETARE (ANNO C) (31/03/2019)

Con l’umiltà del cuore chiediamo perdono e ricominciamo
padre Antonio Rungi

Con la quarta domenica di Quaresima, detta della letizia entriamo nel vivo del cammino di conversione verso l’annuale Pasqua di morte e risurrezione di Cristo, ma anche della nostra risurrezione spirituale in Cristo, mediante la gioia di ritornare al Lui con tutto il cuore, pentiti, come il figliol prodigo del Vangelo di questa domenica. Si tratta di un cammino spirituale ed interiore al quale nessuno di noi può sottrarsi. Ci obbliga il nostro essere battezzati e il nostro essere consacrati alla passione, morte e risurrezione di Cristo.
Questo cammino, spero, che ognuno di voi l’abbia intrapreso da tempo. Siccome i avvicina la Pasqua 2019, se questo cammino di ritorno non è neppure iniziato, sia questo il momento favorevole per farlo, in quanto Dio ci attende a braccia aperte, fin quando non ritorniamo a Lui, come ci ricorda sant’Agostino, in una delle sue più celebri aforismi: O Signore, il mio cuore è inquieto, finché non riposa in Te”. Facciamo riposare questo nostro travagliato, agitato ed afflitto cuore nella bontà e nella tenerezza di Dio, che si fa misericordia e si fa dono per tutti noi, peccatori sinceramente pentiti e riconoscenti a Dio. Prendiamo ad esempio il pentimento del figlio prodigo che ritorna al Padre e chiede di essere nuovamente accolto nel suo cuore e nella sua casa, cioè nella sua misericordia e nella sua chiesa.
Il figliol prodigo che va via dalla casa del Padre è il peccatore che esce dalla comunione con Dio e rompe ogni legame con il Signore, in attesa del ripensamento e del ritorno.
Dio non si stanca di aspettare, fino all’ultimo istante questo ritorno al piena comunione con lui nella grazia nell’amicizia.
E lui ci attende non solo sull’uscio della chiesa, per dargli il perdono qui su questa terra, mediante il sacramento della confessione; ma lo attende sull’ingresso del paradiso, per donargli la felicità senza fine. E’ tempo di ritorno e non possiamo più attendere per convertirci tutti a Dio,
Sta a noi entrare in questo cammino di ritorno a Dio da celebrare continuamente con una forte comunione di grazia e in grazia con Lui.
Il modo per farlo è mettersi nella condizione di quel che realmente siamo: peccatori e perciò bisognosi di perdono e di misericordia di Dio.
Non illudiamo noi stessi e gli altri: siamo tutti peccatori e perciò stesso abbiamo bisogno del suo perdono.
Quel Padre attende con pazienza, ma spera sempre che il ritorno inizi davvero e lo fa scrutando l’orizzonte della storia e del mondo, scrutando l’orizzonte del nostro cuore, spesso privo di quel rosso di sera, che fa ben sperare per l’alba e l’inizio di un nuovo giorno pieno di sole e di grazia del Signore.
Facciamo nostre le parole del figlio pentito: « Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati ». Si alzò e tornò da suo padre ».
Ci vogliamo rialzare dalla nostra debolezza interiore, frutto di una mancato assorbimento dei nutrienti essenziali alla vita dello spirito, che sono la preghiera, la penitenza e la carità sincera.
Non bisogna crogiolarsi nei peccati; anzi bisogna riemergere da essi prima che sia troppo tardi, prima che si abbia toccato il fondo del disastro morale più grave.
Non dobbiamo attendere i tempi del figliol prodigo per rinsavire dalle nostre condotte non buone e immorali, oltre che malvagie. Sia ricorrente questa preghiera del cuore, che ci sprona alla conversione: “O Padre, che per mezzo del tuo Figlio operi mirabilmente la nostra redenzione, concedi al popolo cristiano di affrettarsi con fede viva e generoso impegno verso la Pasqua ormai vicina”.
E non diciamo mai, e poi mai: io sono senza peccato. Che peccato faccio o posso fare? Non dimentichiamo che nessuno di noi è senza peccato e come tali non possiamo giudicare gli altri o scagliare la pietra della condanna che uccide anche i sinceramente pentiti.
Nel cammino verso la Pasqua, ci incoraggi quanto scrive Giosuè nel suo Libro, in merito al popolo eletto: «Oggi ho allontanato da voi l’infamia dell’Egitto». La celebrazione della Pasqua a Gàlgala al quattordici del mese, alla sera, nelle steppe di Gerico fu motivo per andare avanti nel cammino dell’esodo. Infatti, il giorno dopo la Pasqua mangiarono i prodotti della terra, àzzimi e frumento abbrustolito in quello stesso giorno. E a partire dal giorno seguente, come ebbero mangiato i prodotti della terra, la manna cessò. Gli Israeliti non ebbero più manna; quell’anno mangiarono i frutti della terra di Canaan”. Dio premia sempre la buona volontà di ogni uomo della terra. D’altra parte nel brano della seconda lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi, ci vengono ricordati alcuni concetti teologici di base: se uno è in Cristo, è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate; ecco, ne sono nate di nuove. Dio ci ha riconciliati con sé mediante Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione. Siamo, dunque, ambasciatori: per mezzo nostro è Dio stesso che esorta. Noi siamo i portavoce di Dio, i trombettieri dell’Altissimo, i maestri di musica divina che fanno cantare perfettamente i coristi di quanti credono in Dio. Facciamo sì che questa gioia di vivere e testimoniare il vangelo arrivi attraverso di noi ai nostri fratelli vicini e lontani.

 

III DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO C) (24/03/2019)

https://www.qumran2.net/parolenuove/commenti.php?mostra_id=45438

III DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO C) (24/03/2019)

Tagliare gli alberi improduttivi della casa di Dio
padre Antonio Rungi

La parola di Dio di questa terza domenica di Quaresima ci impone una seria riflessione sulla nostra capacità di portare frutti abbondanti nella vigna del Signore con il nostro modo di agire ed operare per il bene nostro e degli altri. La nostra resistenza alla grazia di Dio all’invito alla conversione che il Signore ci rivolge continuamente mediante tanti segnali e circostanza, cade frequentemente nel vuoto al punto tale che non cambiamo mai e facciamo sempre le stesse cose. Gesù, nel brano del Vangelo di Luca, nel quale porta l’esempio di un albero improduttivo, invita a reciderlo se effettivamente sta li solo a fruttare il terreno senza dare segni di vitalità e produttività materiale. Spostando il ragionamento a livello spirituale ed ecclesiale ne viene da se la conclusione che chi in ambito spirituale ed ecclesiale non dice nulla e non produce nulla, è bene per lui che si faccia da parte e dopo un sincero e autentico ripensamento della propria vita, riprendere un cammino positivo e propositivo, uscendo dalle secche dell’aridità ed improduttività spirituale. Gesù mette in guardia chi come al suo tempo, ma anche quanti del nostro tempo, si ritengono più giusti degli altri per una sorta di osservanza esteriore della legge di Dio, che non dà garanzia e protezione alla longevità della vita, all’assenza di sofferenza o al rischio di una morte improvvisa e violenta. Non si può collegare, è questo il chiaro messaggio che viene dal vangelo, la morte, il dolore e la malattia come una punizione di Dio, perché si è più peccatori o meno degli altri, che non subiscono la morte improvvisa o violenta come è ricordato nel brano del vangelo in riferimento al fatto di quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici o quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise. Gesù risponde senza mezzi termini, precisando la questione nella sua sostanza e affermando che non bisogna credere al fatto che queste persone, secondo una falsa interpretazione della morte violenta, fossero più colpevole di tutti gli abitanti di Gerusalemme. Questi drammi dell’umanità sono inviti espliciti alla conversione, perché se non ci convertiamo periremo tutti allo stesso modo, cioè moriremo in peccato e lontani da Dio. Chi non li recepisce e soprattutto non li mette in atto e come l’albero che non produce frutto, anche aspettando più anni. Va reciso, perché non sfrutti il terreno inutilmente.
Su questa lunghezza d’onda spirituale e di rinnovamento si pone la prima lettura, dove è raccontata la visione del roveto ardente da parte di Mosè. Il Signore, nel brano di oggi del libro dell’Esodo si rivolge a Mosè dal Roveto, con queste parole di invito a conversione lui e il popolo al quale lo invia, perché scoprano qual è il vero nome di Dio e chi è il loro vero Dio: Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è suolo santo!». E disse: «Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe». Mosè allora si coprì il volto, perché aveva paura di guardare verso Dio. Il Signore disse: «Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sovrintendenti: conosco le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo dal potere dell’Egitto e per farlo salire da questa terra verso una terra bella e spaziosa, verso una terra dove scorrono latte e miele». Mosè disse a Dio: «Ecco, io vado dagli Israeliti e dico loro: “Il Dio dei vostri padri mi ha mandato a voi”. Mi diranno: “Qual è il suo nome?”. E io che cosa risponderò loro?». Dio disse a Mosè: «Io sono colui che sono!». E aggiunse: «Così dirai agli Israeliti: “Io Sono mi ha mandato a voi”». Dio disse ancora a Mosè: «Dirai agli Israeliti: “Il Signore, Dio dei vostri padri, Dio di Abramo, Dio di Isacco, Dio di Giacobbe mi ha mandato a voi”. Questo è il mio nome per sempre; questo è il titolo con cui sarò ricordato di generazione in generazione».
Accogliere Dio nella vita è il primo atto di fede e di conversione che va attuato nella nostra vita. Spesso crediamo di credere, ma non crediamo affatto, perché la nostra fede è senza contenuti, è scialba e senza ossatura. La nostra cultura e il mondo di oggi ci distrae da Dio, ci porta lontano con la mente ed il cuore da Lui. La nostra conversione riparte dall’avvicinarsi al fuoco dell’amore di Dio, per attingere da esso la forza interiore per cambiare noi e il mondo in cui siamo.
Su questo tema ci fa riflettere anche Paolo Apostolo nel brano della seconda lettura di oggi, tratto dalla sua prima lettera ai corinzi nella quale cita l’esperienza negativa dei padri d’Israele che con il loro modo di agire non furono graditi a Dio, al punto tale che la maggior parte di loro non fu gradita a Dio e perciò furono sterminati nel deserto. Ciò avvenne come esempio per noi, perché non desiderassimo cose cattive, come essi le desiderarono”. Considerato il cattivo esempio dei loro antenati, Paolo raccomanda di non mormorare, come mormorarono alcuni di loro, e caddero vittime dello sterminatore. Ed aggiunge che tutte queste cose accaddero a loro come esempio, e sono state scritte per nostro ammonimento, di noi per i quali è arrivata la fine dei tempi. Quindi, chi crede di stare in piedi, guardi di non cadere”. In poche parole, bisogna fortificarsi nella fede per non cadere sotto il peso dei peccati e delle proprie debolezze umane che allontano da Dio e ci fanno diventare nemici della croce di Cristo.
Chiediamo al Signore, in questa santa quaresima, in fase inoltrata, che converta il nostro cuore e diciamoGli dal profondo del nostro cuore: “Dio misericordioso, fonte di ogni bene, tu ci hai proposto a rimedio del peccato il digiuno, la preghiera e le opere di carità fraterna; guarda a noi che riconosciamo la nostra miseria e, poiché ci opprime il peso delle nostre colpe, ci sollevi la tua misericordia.

 

II DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO C) (17/03/2019)

https://www.qumran2.net/parolenuove/commenti.php?mostra_id=45389

II DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO C) (17/03/2019)

Il volto « altro » di Dio
don Luciano Cantini

Salì sul monte a pregare
Il taglio liturgico della lettura del vangelo ha omesso una indicazione di Luca che, se facciamo il confronto con i testi paralleli di Matteo (17,1) e Marco (9,2), ci offe una chiave di lettura dell’intero episodio. Gli altri due sinottici, infatti, parlano di “sei” giorni facendo riferimento al giorno della creazione dell’uomo (Gen 1,26-31) che Dio fece a sua immagine; Luca, invece, parla di otto giorni dopo, facendo riferimento al primo giorno dopo il sabato, il giorno della resurrezione, anticipando così l’evento pasquale.
Pietro, Giovanni e Giacomo sono portati in disparte, mentre Gesù si ritira a pregare; anche questo fatto anticipa il Getsemani: ora come allora gli apostoli sono gravati dal sonno (Lc 22,45) che non riescono a vincere.
Nel vangelo di Luca, la preghiera di Gesù è tema ritornante, un mistero a cui l’evangelista si accosta nel tentativo di coglierne il senso; appare talmente particolare e alternativa rispetto alle abitudini religiose che i discepoli chiedono: « insegnaci a pregare » (Lc. 11,1-4).
Mentre pregava
Nella preghiera esprimiamo la “lode”, il “ringraziamento”, la “intercessione”, la “richiesta”, la “contemplazione”, ci mettiamo in “comunicazione” con Dio; quello che Gesù sembra esprimere nella preghiera è la profonda “comunione” col Padre. È nella comunione col Padre che il suo volto cambiò d’aspetto – letteralmente diventò “altro” [èteron] – cosa questo significhi è difficile immaginarlo ma possiamo intuirlo dalla veste di Gesù che divenne candida e sfolgorante; anche Mosè e Elìa apparsi nella gloria sono una indicazione preziosa.
Nella comunione con il Padre il volto di Gesù diventò “altro” così da mostrare l’alterità di Dio. Luca non parla come i sinottici di metamorfosi, ma sicuramente ha in mente la gloria di Dio che traspare dal volto di Cristo e non trova parola migliore che “altro”. Dio è “altro” e Gesù rivela così il volto “altro” di Dio.
È un invito semplice quello che questa espressione del vangelo rivolge a noi: scoprire oggi quel volto “altro” di cui parla Luca. Non per essere riduttivi, né per estraniarsi dall’evento pasquale, neppure dalla preghiera che ci permettono, allora come oggi, la rivelazione dell’alterità di Dio, ma non possiamo esimerci dal cercare nel volto “altro” dell’uomo, in quello che meno ci rassomiglia, nel diverso da me quel volto “altro” di Dio… non lo troveremo sul monte, non sarà contornato dalla gloria di Mosè e Elìa, non avrà una veste Zcandida e sfolgorante ma assomiglierà di più al volto del povero, del sofferente o dello straniero.
“Nel semplice incontro di un uomo con l’altro si gioca l’essenziale, l’assoluto: nella manifestazione, nell’«epifania» del volto dell’altro scopro che il mondo è mio nella misura in cui lo posso condividere con l’altro. E l’assoluto si gioca nella prossimità, alla portata del mio sguardo, alla portata di un gesto di complicità o di aggressività, di accoglienza o di rifiuto” (Emmanuel Lèvinas).
Erano oppressi dal sonno
Su questo monte, come nel Getsemani, Pietro, Giovanni e Giacomo sono invitati a pregare con il Signore ma erano oppressi dal sonno. Anche nel Getsemani i discepoli « dormivano per la tristezza » (Lc 22,45) e mentre Gesù pregava, il suo volto cambiò d’aspetto: il suo sudore diventò come gocce di sangue (22,44).
Il sonno fa’ chiudere gli occhi; per vedere occorre fare la fatica del vegliare; nella loro fragilità umana Pietro e gli altri fanno fatica a condividere quella preghiera così coinvolgente, impegnativa e trasformante che solo Gesù affronta in pienezza così che davanti a lui l’orizzonte si allarga per entrare nella dimensione “altra” di Dio

12345...189

Une Paroisse virtuelle en F... |
VIENS ECOUTE ET VOIS |
A TOI DE VOIR ... |
Unblog.fr | Créer un blog | Annuaire | Signaler un abus | De Heilige Koran ... makkel...
| L'IsLaM pOuR tOuS
| islam01