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LA SANA INQUIETUDINE – OMELIA PER LE CENERI (22-02-2012)

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LA SANA INQUIETUDINE – OMELIA PER LE CENERI (22-02-2012)

Gaetano Salvati

L’itinerario quaresimale si offre ogni anno come un’occasione per rientrare al proprio cuore, e, dopo essere rientrati in se stessi, fare ritorno al Padre. La Quaresima, quindi, è il tempo della purificazione, della preparazione in vista dell’incontro con Cristo risorto. Lo sforzo che la Chiesa propone al credente sta proprio nel rendere possibile la compenetrazione fra il mistero del Signore Gesù e il mistero dell’uomo. Per concretizzare l’incontro con Cristo è necessario trasformare l’intimo, convertirsi. La Quaresima rinnova la possibilità di riandare alle sorgenti della nostra vita di fede e di estirpare, mediante la preghiera e il digiuno, tutto ciò che occlude i pozzi della grazia (Gen 26,15).
La Chiesa, oggi, ci introduce in questo cammino mediante parole e gesti particolari.
La liturgia della Parola ci illumina sul senso e sul modo di vivere la Quaresima. Il profeta Gioele, anticipando il messaggio evangelico, invita il credente a lacerarsi il cuore, più che le vesti (Gl 2,13); a prendere coscienza che Dio è misericordioso e perdona il peccatore pentito. È l’esperienza saggiata dal salmista: « pietà di me, o Dio, nel tuo amore… cancella la mia iniquità » (Sal 50,3); vale a dire, provato dalle delusioni dell’esistenza, Davide si è reso conto che solo Dio desidera ardentemente il suo bene; ma, per tornare a Lui, ha bisogno di cambiare vita (convertirsi), di mutare le abitudini, di volgere lo sguardo verso alti orizzonti. Questo procedimento di fede, che porta il cuore ad unirsi con il Creatore, è illuminato da san Paolo. Egli, pur rivolgendosi ai corinzi, esorta ciascuno di noi a lasciarsi « riconciliare » (2Cor 5,20) con Dio. Non dice « ritornate a lui con le vostre forze »; bensì, affidatevi a Cristo Signore: « perché in lui possiamo diventare giustizia di Dio » (v.21), otteniamo la salvezza. Egli è la ragione per cui è possibile iniziare il percorso di ritorno a Dio. Il Maestro, infatti, desidera che noi apriamo il cuore alla speranza, alla gioia offerta dal suo sacrificio. Dunque, il nostro impegno a crescere, a maturare e a migliorare, non avviene mediante rinunce, ma attraverso la riqualificazione della persona: nel suo nome, l’uomo è capace di riflettere sulle proprie azioni e di ritornare sui suoi passi. In questo senso, il rinnovamento del cuore, portato avanti con la preghiera (Mt 6,5), la pratica della giustizia (v.1), il digiuno (v.16), le opere di carità (v.2), va compiuto nella forma della sana inquietudine (v.17), che ci fa stare distanti dal peccato e in ascolto della verità.
La liturgia odierna ci mostra anche un gesto significativo per il nostro cammino quaresimale: l’imposizione delle ceneri. Tale azione non vuole richiamare la morte, o la tristezza del tempo che scorre inesorabile. Piuttosto, è il simbolo dell’unica realtà che non viene dispersa da alcun vento: la misericordia del Padre. La Chiesa impone le ceneri per ricordare all’uomo che, se vuole vedere Dio, è necessario non ricercare se stessi, ma, con il capo piegato e deterso dall’amore infinito della Trinità, vivere in comunione con tutti i fratelli e sorelle.
Sentiamo, allora, la quaresima come una questione di cuore: il Signore vuole salvarci e cerca la nostra collaborazione. Affidandoci a Colui che solo può mutare l’esistenza, riusciremo a mettere in questione il nostro intimo: chi amo? Chi da senso e letizia alla mia esistenza? Solo se chiudiamo la « porta della stanza », cioè senza farci distrarre dal frastuono del mondo, riusciremo ad ascoltare il Signore: io ti amo, io do senso e letizia al tuo cuore, a tutta la tua persona. In quest’amore, iniziamo la Quaresima. Amen.

OMELIA VI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B) (11/02/2018)

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Il segno visibile e la realtà interiore

mons. Roberto Brunelli

VI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B) (11/02/2018)

“Il lebbroso porterà vesti strappate e il capo scoperto; velato fino al labbro superiore, andrà gridando: ‘Impuro! Impuro!’ Sarà impuro finché durerà in lui il male; e impuro, se ne starà solo, abiterà fuori dell’accampamento ».
Queste parole angoscianti, comprese nella prima lettura di oggi (Levitico 13,45-46), fanno parte delle disposizioni date da Mosè agli ebrei in viaggio verso la terra promessa, e rimaste in vigore anche ai tempi di Gesù. Più volte i vangeli riferiscono di incontri di lui con i lebbrosi, forse i più sventurati tra gli uomini: come se non bastasse l’essere colpiti da una malattia terribile che consuma, letteralmente, le carni, essi erano esclusi dalla vita comune, costretti a starsene fuori dai villaggi, vestiti di stracci, con l’obbligo di non avvicinare nessuno e anzi di gridare la loro condizione a chiunque inavvertitamente stesse per passare loro accanto.
Simili condizioni erano in vigore anche presso altri popoli, lo furono anche dopo Gesù e in fondo non sono tanto cambiate tuttora, per i milioni di uomini che nel mondo patiscono questo male. L’isolamento, l’emarginazione sociale, è la sorte riservata ai portatori di malattie contagiose, che solo da relativamente poco tempo sono oggetto di cure (è doveroso, in proposito, ricordare quanto per i lebbrosi si prodighino i missionari).
Ma nell’antico popolo ebraico il ribrezzo per i lebbrosi non era motivato soltanto dalla paura del contagio; la formula dell’avvertimento cui erano tenuti, « Io sono impuro », e il fatto che i rarissimi guariti spontaneamente dovessero offrire un sacrificio di espiazione, lasciano intendere che il male fisico, qualunque malattia o menomazione, era considerato il segno visibile del male spirituale, il peccato. Un esempio esplicito di tale convinzione: quando Gesù incontra il cieco nato (Giovanni 9), gli astanti gli chiedono: « Maestro, se quest’uomo è nato cieco, è perché ha peccato lui, o i suoi genitori? ».
Il brano evangelico di oggi (Marco 1,40-45) descrive l’incontro di Gesù con un lebbroso, il quale lo supplica in ginocchio con parole (« Se vuoi, puoi purificarmi! ») che manifestano la sua fiducia in quest’uomo di cui ha sentito parlare per le guarigioni che va compiendo, ma nel contempo le sue parole sottintendono la convinzione allora corrente, del male fisico come manifestazione visibile dell’impurità davanti a Dio.
Al cospetto del lebbroso Gesù non solo non si è allontanato precipitosamente da lui, come avrebbe fatto chiunque altro all’epoca, ma anzi « ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò »: gesto inaudito, quel toccare volutamente un lebbroso; un gesto che basterebbe da solo ad esprimere i sentimenti con cui egli guardava agli sventurati. Ma c’è di più: accoglie la supplica, e gli comanda di adempiere quanto la legge allora prescriveva: « Va’ a mostrarti al sacerdote e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto ». Si legge in trasparenza quello che in altri episodi sarà esplicito, il potere e la volontà di Gesù di perdonare i peccati.
Commentando questo e analoghi episodi del vangelo, già i Padri della Chiesa ne hanno tratto un insegnamento: la lebbra non è causata dal peccato, ma ne è un chiaro quanto terribile simbolo. Il peccato produce sul piano spirituale effetti simili a quelli della lebbra sul piano fisico: consuma l’uomo « dentro » e, anche se non si vede, lo esclude dalla comunità, lo priva dei benefici di chi vive in comunione con Dio e con i fratelli riuniti nella Chiesa.
Con una considerazione: mentre la lebbra si contrae per disgrazia, non certo di proposito, quello che la lebbra simboleggia è sempre volontario, è derivato da una libera scelta. E però, a comune conforto, possiamo ricordare che i sentimenti di Gesù non sono cambiati; egli non respinge inorridito i peccatori, anzi ha compassione di loro e risana prontamente quanti con fiducia si rivolgono a lui.

 

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 9 février, 2018 |Pas de commentaires »

V DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B) (08/02/2015)

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La vita? Un racconto al Padre

don Maurizio Prandi

V DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B) (08/02/2015)

Anche questa domenica Gesù non si tira indietro rispetto alla malattia dell’uomo: il vangelo ce lo presenta completamente immerso nel fare il bene di chi incontra… non solo: ci dice anche che il desiderio di annunciare il vangelo (desiderio fortissimo che dà impulso anche alla vita di san Paolo come sottolinea la seconda lettura…) non lo rinchiude in un facile appagamento da successo è ai discepoli che gli dicono: tutti ti cercano lui risponde che è necessario andare altrove per incontrare, predicare, annunciare; infine coloro che Gesù incontra vengono portati nel cuore del suo incontro con il Padre. In pochi versetti Marco ci regala una sintesi rapida, ma ricchissima, che ci offre i tratti decisivi del volto di Gesù come di un uomo che si muove tra l’annuncio della Parola di Dio (« per questo sono venuto! »), il farsi vicino a chi soffre, e il continuo ritorno alla fonte delle sue attività, Dio Padre, ritrovato nella solitudine della preghiera. E’ stato bello vedere i ragazzi delle comunità dei discepoli ripercorrere, nell’incontro di catechismo, la giornata tipo di Gesù tra guarigioni, preghiera e predicazione… ripercorrerla cercando di entrarci dentro e viverla, guarendo i propri amici con gesti di bene, pregando attraverso l’Eucaristia e annunciando il vangelo con la presenza, la testimonianza, una partecipazione nuova e diversa alla vita quotidiana. Oppure quel cercare di capire quali sono le tracce che noi seguiamo giorno per giorno… chi sono i nostri modelli, le persone alle quali ci riferiamo, che lasciano un segno nella nostra vita.
La pagina che oggi ascoltiamo ha anche una forte valenza ecclesiale… Gesù entra in una casa, che per Marco simboleggia appunto la chiesa. La casa è il luogo dell’ospitalità, è il luogo che permette a Gesù un’intimità con i suoi discepoli al di là degli incontri con le folle che rischiano di disperderli un po’… la casa è il luogo dove ti formi, impari come centrare la tua vita, ti prepari ad affrontare le avversità. E’ importante che avvenga li questo miracolo, che lega fortemente la potenza di Gesù al servizio… il miracolo è per il servizio, non è per dimostrare qualcosa, non è per convincere, per far credere… mi pare bello allora poter pensare che al centro delle preoccupazioni dei discepoli e della chiesa ci possano essere tutte quelle persone o realtà che dovrebbero proiettarsi al servizio degli altri ma ne sono incapaci. Grazie al gesto di Gesù si può ricominciare a servire, si possono mettere a disposizione degli altri le energie ritrovate, la propria creatività. La chiesa non sono solo i discepoli che parlano a Gesù di una donna malata. La chiesa sono tutti coloro i quali portano a Gesù gli ammalati al tramonto del sole… il tramonto del sole, ovvero il momento in cui termina il riposo del sabato (per cui è possibile il trasporto dei malati in barella…) e comincia un giorno nuovo. Bello questo gruppo indefinito… l’anonimato di chi ne fa parte aiuta la nostra identificazione in chi si spende in favore di tutti quelli che si ritrovano ammalati. Bello anche che sia distante da Gesù l’idea di catturare, di sedurre, di comprare l’altro con un miracolo. Vuole semplicemente annunciare il farsi prossimo di Dio ad ogni umano soffrire, il suo impegno ed amicizia per chi, dalla vita, è stato messo a margine (Servizio della Parola).
La prima lettura è tratta dal libro di Giobbe e anticipa bene i temi del vangelo: la preghiera e la condizione dell’uomo malato. C’è un bellissimo commento di don Daniele Simonazzi che credo ci possa aiutare molto. Parte da una mancanza, da un taglio che la liturgia fa non facendoci leggere il versetto 5 del cap. 7: la mia carne è ricoperta di vermi e di croste, la mia pelle è raggrinzita e va disfacendosi. Certamente fa un po’ di senso e si potrebbe anche capire il perché sia stata omessa la lettura di particolari così crudi; la parola di Dio che ci chiede tanto coraggio nel campo della giustizia e dell’etica, ci chiede altrettanto coraggio nell’ascoltare tutto quello che ci vuole dire, raccontare, circa la condizione degli uomini e delle donne. Non si fa problemi Giobbe, parlando al Signore: gli racconta la sua condizione. Forse io mi impressionerei a vedere una carne ricoperta di vermi, forse tanti di noi si impressionerebbero, ma il Signore, con tutto il bene che ci vuole, può impressionarsi? Può provare ribrezzo? Ci sono persone ridotte in condizioni estreme e so che corro il rischio di tagliarle fuori dalla mia vita in modo facile, così come è facile tagliare dalla lettura parole che possono risultare scomode o troppo forti, pesanti…
E’ un libro prezioso quello di Giobbe, perché non parla solamente di un uomo, ma dell’umanità intera. Giobbe non è un israelita e quindi ogni uomo può ed è chiamato a riconoscersi in lui. Le sue parole prendono due direzioni: Dio (e le sue parole diventano preghiera) e gli uomini, i suoi amici, dai quali ascolta solo risposte « facili » su Dio e sulle ragioni della sua malattia e delle sue sventure è le sofferenze che colpiscono l’uomo sono una conseguenza dei suoi peccati, dei quali, deve innanzitutto cominciare a pentirsi. Giobbe sa di essere un giusto e sa che chi soffre non è automaticamente un peccatore, sa che Dio non colpevolizza il povero, non colpevolizza l’ammalato… lo sa, anche se Dio, di fronte al suo dramma e alle sue domande rimane muto. E’ un cammino straordinario quello che fa Giobbe, il quale, affrontando la notte del dolore arriva ad amare Dio per se stesso, per quello che è e non per quello lui vorrebbe che fosse. Giobbe ci dice che Dio non si può afferrare, non lo si può ricondurre a schemi o formule teologiche umane. Mi rendo conto che il tema è delicato soprattutto perché rischio di non essere rispettoso del dolore di altri, ma credo che sia qualcosa di inspiegabile… resta un mistero, va vissuto e attraversato è Barth: il dolore, per il credente ed il non credente è una porta: aprendola puoi trovare Dio o il diavolo, la vita o la disperazione. La prima lettura di questa domenica allora, presa nella sua interezza, vuole darci il coraggio dei poveri; io vivo nella « paura » dei poveri… Dio no, e in Gesù, nella sua vita così bella, tutto quello che io preferisco non vedere, lo fa suo, lo recepisce come proprio, a cominciare dai poveri, dai piagati, da quelli il cui corpo è ricoperto di vermi.
Giobbe parla di sé a Dio, gli dice la sua verità, la sua condizione descrivendosi senza omettere nulla… don Daniele Simonazzi scrive che non prega se non a partire da quello che lui è!. E nel vangelo troviamo un bel collegamento: Gesù entra nella casa di Simone e subito gli parlano di una persona malata.; c’è già un bel volto di chiesa qui… una chiesa che intercede per chi è malato. Che bello quando la vicenda di chi soffre diventa un racconto… un racconto così importante per noi che non possiamo non farlo a Dio. C’è qualcosa di importantissimo qui per quello che riguarda la nostra preghiera personale: non si può lasciar fuori la vicenda di chi è povero, di chi è malato, di chi soffre… è come se la preghiera non fosse vera. Per questo è importantissimo quel versetto che invece la liturgia taglia. Se si tratta di qualcuno che amiamo, non vogliamo perdere niente della sua vita. Amiamo qualcuno? Non vogliamo perdere niente, nemmeno un respiro, nemmeno l’ultimo respiro di chi sta congedando da noi.
Cosa facciamo durante la messa? Durante la preghiera eucaristica? scrive don Daniele. Qualcosa di estremamente decisivo per la nostra fede: la preghiera eucaristica è il racconto che facciamo a Dio, di quella che è stata la morte di suo Figlio… lui lo sa, ma, come ogni padre, non si stanca di sentirsi raccontare le cose di suo Figlio. Forse questo ci può aiutare a pregare meglio, a sentire meno come formula certe preghiere e a sentirle più come un racconto, un qualcosa che piano piano viviamo sempre di più. Quando preghiamo, bisogna che la nostra preghiera abbia lo spessore delle vicende della povera gente… se manca questo coinvolgimento nelle vicende dei nostri fratelli, è come se raccontassimo al Padre di un Figlio che non conosciamo. Ecco cosa può diventare la preghiera Eucaristica: un ripetere/ascoltare stanco, svogliato, muto perché privato della conoscenza del Figlio. E poi una cosa bellissima ancora: perché è così difficile pregare? Perché la preghiera è l’appuntamento che diamo a tutta la povera gente nel nostro raccontarla al Padre. Nella preghiera trovo tutti, davanti al Signore; trovo anche quelli che vivono una condizione così disperata che vale la pena togliere un versetto. Ma (e forse è un’esperienza che tanti potrebbero sottoscrivere), se proviamo a togliere un versetto nella vita e nella condizione di coloro che ci hanno lasciato a causa di una malattia, togliamo tanto… forse troppo…
Bella anche l’immagine di Gesù che toglie alla notte, al riposo il tempo per la preghiera, che viene descritta come solitaria, prolungata… bello che Gesù, come accennavo, dalla preghiera venga confermato nella sua missione e a quella missione richiami anche Pietro e i suoi discepoli, troppo preoccupati di sfruttare il momento favorevole che stanno vivendo: tutti ti cercano! Come dire: bisogna approfittare di questo momento… a questa popolarità della quale sarebbe facile approfittare, Gesù risponde dilatando l’orizzonte e aprendo piste nuove. Ci lasciamo, su suggerimento di don Daniele, con una domanda: i discepoli, per cercare Gesù, si mettono sulle sue tracce… ma che tracce lascia uno che prega? Si mettono sulle sue tracce, e per quelle, lo trovano! Come facciamo a cercare uno che prega?

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 2 février, 2018 |Pas de commentaires »

Marco, 1.21-28

imm ciottoli e paolo - Copia

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 26 janvier, 2018 |Pas de commentaires »

IV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B) (28/01/2018)

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Lo stupore e la sicurezza che suscita il divino Maestro Gesù, padre Antonio Rungi

IV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B) (28/01/2018)

Il Vangelo di questa quarta domenica del tempo ordinario ci porta all’interno della Sinagoga di Cafarnao, dove Gesù si pone ad insegnare nel giorno di sabato.
Cosa abbia detto e quali insegnamenti abbia trasmesso non è detto nel brano del Vangelo di Marco.
Il contenuto del suo insegnamento non è esplicitato nel testo. Tuttavia, due aspetti importanti fa notare san Marco nel descrive questo momento. Era un maestro, Gesù, che affascinava quando parlava e nel trasmettere quello che affermava lo faceva con l’autorità che gli derivava dal fatto che era il Figlio di Dio.
Nel fare un tentativo di ricostruzione, a posteriore, di quanto diceva Gesù in quel contesto, possiamo con una certa attendibilità pensare che parlasse degli spiriti immondi, del male e del modo di comportarsi rettamente. Possiamo dire che tenne una lezione di sacra scrittura e di teologia morale.
Tanto è vero che di fronte alle sue parole toccanti e suscettibili di immediate risposte, tra il pubblico presente, in quel sabato, nella sinagoga di Carfanao, c’era un uomo posseduto da uno spirito impuro che cominciò a gridare, dicendo: «Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? Io so chi tu sei: il santo di Dio!».
La professione di fede nella divinità del Cristo è fatta da un uomo posseduto da uno spirito impuro.
Una dichiarazione pubblica della natura divina del Maestro Gesù che in quel momento istruiva nella sinagoga di Carfanao. Ma Gesù prova a far stare zitto quell’uomo che alza la voce per proclamare la sua vera identità, imponendo allo spirito impuro di lasciare subito quell’uomo, e così successe: “Taci! Esci da lui!». E lo spirito impuro, straziandolo e gridando forte, uscì da lui”.
Di fronte a questo ennesimo miracolo dimostrativo della potenza di Cristo, tutti furono presi da timore, tanto che si chiedevano a vicenda: «Che è mai questo? Un insegnamento nuovo, dato con autorità. Comanda persino agli spiriti impuri e gli obbediscono!».
Il riconoscimento da parte dei presenti dalla singolare missione di Gesù è affermata tra la gente che aveva visto con i propri occhi ciò che era successo. Il miracolo era chiaro e non ammetteva false interpretazioni o possibili manipolazioni. Al punto tale, che dopo questo fatto straordinario, la notorietà di Gesù si diffuse subito dovunque, in tutta la regione della Galilea. Gesù estende la conoscenza della sua missione a gente e luoghi diversi e nuovi. Un modo concreto per evangelizzare e proporre un cammino nuovo per coloro che volevano e vogliono seguire la strada di Cristo.
Di profezia e di annuncio si parla nella prima lettura di questa domenica. E il profeta, maestro che sale in cattedra in questo caso è Mosè che parlò al popolo dicendo: «Il Signore, tuo Dio, susciterà per te, in mezzo a te, tra i tuoi fratelli, un profeta pari a me. A lui darete ascolto”.
Chiaro riferimento alla venuta del Salvatore, nostro Signore Gesù Cristo che è prefigurato in questo testo del Deuteronomio. E infatti, l’umanità, attraverso Gesù, unico mediatore tra Dio e l’uomo, otterrà quando chiederà al Signore. La conferma di questa esplicita volontà di Dio di inviare il profeta per eccellenza è espressa nei versetti successivi, nei quali leggiamo che il Signore susciterà loro un profeta in mezzo ai loro fratelli e porrà sulla sua bocca le parole del cielo, comunicando al popolo i precetti del Signore. Il monito successivo, fa riflettere molto a quanti non sono attenti alla voce di Dio: “Se qualcuno non ascolterà le parole che egli dirà in mio nome, io gliene domanderò conto”.
Quante volte questa parola è giunta ai nostri orecchi e pur avendola ascoltata bene e compresa perfettamente poi non l’abbiamo messa in pratica, non ha prodotto il frutto sperato? Parimenti bisogna fare attenzione ai falsi profeti, a quanti si illudono e presumono di essere Dio, quando in realtà sono fragili creature umane che hanno la presunzione di parlare nel nome di Dio, quando in realtà parlano in nome proprio o addirittura di comandare di fare cose non comandate dall’alto.
Questi profeti arroganti e presuntuosi, dovranno morire, nel senso che ne scomparirà la semente, perché fanno solo danni in tutti i tempi e in tutti gli ambienti.
Ascoltare, praticare, raggiungere la santità, mediante uno stile di vita conforme al vangelo di Cristo, che Paolo Apostolo sintetizza in alcune raccomandazioni che fa nella sua prima lettera ai Corinti. Infatti, l’Apostolo sottolinea che le cose che scrive e dice sono finalizzate al bene dei cristiani di Corinto.
E quali sono queste cose richiamate come etica persona e familiare? Esse sono indicate chiaramente. Vuole che i cristiani vivano senza preoccupazioni. In altri termini chi non è sposato si deve preoccupare delle cose del Signore, come possa piacere al Signore; chi è sposato invece si deve preoccupare delle cose del mondo, come possa piacere alla moglie, e si trova diviso! Così la donna non sposata, come la vergine, si deve concentrare sulle cose del Signore, per essere santa nel corpo e nello spirito; la donna sposata invece si deve preoccupare delle cose del mondo, come possa piacere al marito”.
Categorie di persone e soggetti diverse con vocazioni e modalità di vivere a secondo della propria condizione personale e sociale. Questo criterio operativo aiuta a crescere nella santità della vita, senza confusione del cuore, della mente e delle azioni che si pongono in essere, come sposato o non sposato e per tutte le altre condizioni di vita.
Concludiamo la nostra riflessione con la preghiera iniziale della santa messa di questa domenica: “O Padre, che nel Cristo tuo Figlio ci hai dato l’unico maestro di sapienza e il liberatore dalle potenze del male, rendici forti nella professione della fede, perché in parole e opere proclamiamo la verità e testimoniamo la beatitudine
di coloro che a te si affidano”. Amen.

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 26 janvier, 2018 |Pas de commentaires »

III DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B) (21/01/2018)

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Il tempo è compiuto

don Luciano Cantini

III DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B) (21/01/2018)

Nella Galilea
Gesù andò nella Galilea, da lì inizia la sua predicazione, in una terra di confine, incrocio di popoli, alla periferia di Israele lontano dai poteri religiosi, ai margini dell’impero in cui Roma esercitava il dominio economico, politico e militare. Nella insignificanza di una periferia umana, come in ogni periferia Dio si manifesta nella storia degli uomini per portare a loro la “buona Notizia”. Non entra nelle stanze dei bottoni dove si decidono le sorti del mondo, non sfiora l’agitazione delle “borse” capaci di movimentare le finanze, neppure si lascia coinvolgere dai riti e dai fumi d’incenso del Tempio. La storia di Dio si compie tra la gente semplice, quella che non conta, i cui nomi non vanno sui giornali ma porta su di sé la fatica della storia umana nella quotidianità del lavoro, nella dinamica delle relazioni. La vita che a noi sembra banale, a volte lontana dalla religione e da Dio è invece il luogo che Dio predilige per annunciare il suo Vangelo. Nessuno è troppo lontano da Dio da non essere toccato dal suo amore.

Il tempo è compiuto
Che significa che il tempo è compiuto? Quando diciamo che una cosa è compiuta intendiamo che è terminata, è finita, non c’è altro da fare. Ma come possiamo intenderlo per il tempo che ancora scorre con le mille cose che abbiamo fatto ma con altrettante che rimangono da fare. La storia manifesta le sue inquietudini: popoli che si combattono, gente che trasmigra, la miseria e la fame convivono con la ricchezza e l’opulenza, gli uomini sono in continua ricerca di qualcosa senza neppure aver chiaro cosa stia cercando davvero; anche la Terra manifesta instabilità: i cambiamenti climatici, i movimenti tellurici, i continenti che si allontanano e si avvicinano, l’acqua che scroscia, il vento che sgretola; nulla dà il senso del finito, del compimento.
Il tempo di cui parliamo di solito, quello in cui siamo immersi e di cui facciamo esperienza è il chronos che segna il susseguirsi degli avvenimenti; Gesù però parla del kairos, il tempo di Dio, il momento in cui si manifesta l’azione di Dio, non è il tempo che scorre ma quello che ci interpella, non si misura in ore e giorni che passano ma nella efficacia di ciò che porta, non si manifesta quantitativamente ma nella qualità del suo dono. È un tempo nascosto che difficilmente si scorge, è l’attimo fuggente che non siamo capaci a cogliere. Siamo così immersi nel susseguirsi delle cose che ci sfugge quella pienezza dei tempi di cui parla il vangelo: ma quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna (Gal 4,4); ciò che sfugge all’uomo non sfugge a Dio; quando lui ha deciso Dio è entrato nella storia degli uomini, non era necessario che noi fossimo capaci di accoglierlo, è stato necessario che fosse pronto lui a manifestare il suo amore per noi. Cristo ha vissuto su questa terra come uomo per renderci capaci di diventare Figlio di Dio, da allora non ha mai cessato di essere l’Emmanuele, il Dio con noi. Il tempo è compiuto, non c’è altro da attendere.

Il regno di Dio è vicino
C’è da domandarsi dove sia Dio nella nostra vita, o peggio nella nostra storia che sembra essere così lontana dagli ideali religiosi. Negli anni sessanta si è arrivati a teorizzare la “morte di Dio” sostenendo che la cultura secolare moderna aveva perso tutto il senso del sacro, di ogni significato sacramentale, e non comprende la tensione trascendentale o senso della Provvidenza. L’olocausto era stata la manifestazione evidente della morte di Dio nel cuore dell’uomo.
Eppure Gesù ha annunciato che il regno di Dio è vicino, si è fatto prossimo all’uomo, alla sua storia, alle sue dimenticanze, alle sue cattiverie. Non c’è da inerpicarsi nei sentieri impervi della ascetica, né districarsi nei labirinti dei pensieri teologici, Dio è talmente vicino all’uomo che è riconoscibile nelle pieghe di una vita che è troppo normale da sembrare banale. Nella fatica quotidiana per guadagnarsi onestamente di che vivere, nella serenità dei tempi di svago, nel bisogno di amare e di donare amore.
Gesù Cristo ci ha portato la salvezza nel Regno che è già in mezzo a noi, che già opera nella nostra vita, senza che noi ce ne avvediamo.
Intendiamo annunciare che Dio non è lontano, che nessuno è orfano in questo angosciato tempo, che non siamo vagabondi senza meta, che la solitudine non è il nostro destino, che l’ingiustizia non è l’ultima parola, perché tutti abbiamo una casa che ci aspetta. Questa casa, più che un luogo, è un cuore, il cuore di Cristo. (card. Bagnasco 15 settembre 2016)

 

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 19 janvier, 2018 |Pas de commentaires »

II DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B) (14/01/2018)

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Rabbì, dove dimori?

don Luciano Cantini

II DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B) (14/01/2018)

Fissando lo sguardo
Uno dei problemi del nostro tempo è il telefono cellulare su cui troppo spesso fissiamo lo sguardo assentandoci dal mondo che ci circonda; succede camminando sul marciapiede e anche attraversando la strada, andando in bicicletta e in motorino, quando si è fermi al semaforo e purtroppo anche guidando. Quando uno sguardo si fa fisso, concentrato si rischia di perdere una attenzione diffusa che invece ci è necessaria per percepire i pericoli o anche per mantenere le relazioni con gli altri.
Fanno tenerezza gli innamorati che guardandosi sono talmente concentrati l’uno all’altro ignari della vita che gli scorre accanto.
Quando si fa relazione lo sguardo è più loquace di tanti concetti espressi con le parole: con lo sguardo si cerca, si comunica affetto e simpatia, dolore e dispiacere, si rimprovera…
Questa pagina del vangelo sembra essere condotta da un susseguirsi e intrecciarsi di sguardi.
Il primo è di Giovanni che fissa lo sguardo su Gesù che passava. C’è quasi un contrasto tra la fissità dello sguardo e la mobilità del Signore, tra Giovanni che stava con due dei suoi discepoli, quasi immobile e il camminare sfuggente di Gesù, inseguito prima dallo sguardo del battista e poi da quello di suoi due discepoli.
Il secondo sguardo è di Gesù che, sentitosi pedinare, si voltò e osservò chi lo stava seguendo. È uno sguardo questo che chiede reciprocità: «Venite e vedrete»; così andarono con lui e videro dove egli dimorava.
È incredibile come questo scambio di sguardi abbia segnato la vita di questi uomini, tanto da cambiarla totalmente. È con lo sguardo della Fede che è necessario, ancora oggi, scoprire dove il Signore sta dimorando.
Di questo incontro non si dice nulla, non una parola, un insegnamento, un invito. Sembra che l’evangelista non sia interessato a ciò che è stato detto quanto al fatto di essere stati col Maestro, di aver condiviso con lui un tratto pur breve della vita.
Non stupisce che la Fede non abbia bisogno di dottrine annunciate con sapienza: Anch’io, fratelli, quando venni tra voi, non mi presentai ad annunciarvi il mistero di Dio con l’eccellenza della parola o della sapienza. Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e Cristo crocifisso (1 Cor 2,1-2). Piuttosto è necessario fare esperienza del Suo sguardo di amore.

Erano circa le quattro del pomeriggio
Non è del tutto incredibile questa annotazione dell’orario, non si dice dove è avvenuto l’incontro, neppure con chi – l’evangelista parla di due discepoli, uno è Andrea, l’altro rimane nascosto nell’anonimato – non si racconta di quanto è accaduto mentre si dice che erano circa le quattro del pomeriggio (l’ora decima secondo il computo romano).
Non è raro incontrando una coppia di fidanzati chiedendo loro da quanto tempo “stanno insieme” di ricevere una risposta dalla precisione cronometrica. È la dimensione dell’amore che segna e dà corpo al tempo.
Questa indicazione d’orario messa lì, quasi un inciso, ci dice molto di più di qualsiasi dettaglio di quell’incontro, ci parla di una esperienza di profonda intimità e di comunione con quel Rabbì.
Anche l’espressione videro dove egli dimorava assumerà nel racconto evangelico tutte le sfumature che hanno origine in quell’ora pomeridiana e che troveranno pienezza in Dimorate in me e io in voi (Gv 15,4).
Cristo è il Verbo fatto carne che ha posto la sua dimora in mezzo a noi (cfr. Gv 1,14) perché la sua parola dimori in noi (Gv 8,31); lui è la dimora di ogni discepolo.

Lo condusse da Gesù
Se le indicazioni geografiche sono totalmente assenti da sembrare non soddisfatta la richiesta di partenza: «Rabbì, dove dimori?», il testo diventa ricco di nuovi incontri e di nuove dimore del Maestro, da Andrea a Simone, da Filippo a Natanaele (Gv 1,43-51). Il vangelo di oggi ci mostra una realtà dinamica in costante ricerca, ma ci dice anche che non c’è nessun luogo fisico un cui sia possibile stabilire una propria dimora, contrariamente ad una visione statica della vita che aspira a un posto fisso, ad una casa stabile. L’uomo si muove nel tempo e nello spazio nella instancabile ricerca di qualche cosa di meglio e concretizza la ricchezza degli incontri; dovremmo guardare con simpatia all’esperienza della migrazione perché ci aiuta a scoprire luoghi altri di incontro, a rimettere in moto la dinamica della fede.
L’unica vera dimora è Cristo Gesù.

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 12 janvier, 2018 |Pas de commentaires »
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