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DOMENICA DI PASQUA – RISURREZIONE DEL SIGNORE (ANNO B) (01/04/2018)

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PASQUA: UN PASSAGGIO A VARI LIVELLI, DALL’ESODO EBRAICO ALLA RISURREZIONE FINALE

padre Antonio Rungi

Domenica di Pasqua – Risurrezione del Signore (Anno B) (01/04/2018)

Pasqua si sa, significa passaggio ed indica storicamente e biblicamente il passaggio da parte del popolo d’Israele dalla schiavitù dell’Egitto, alla Terra Promessa, la Palestina, meditante un lungo viaggio di 40 anni di gioie e travagli, per giungere alla meta indicata e scelta per la sua stabilità geografica e territoriale.
Per un cristiano, la Pasqua è la celebrazione della risurrezione del Signore, che passa dalla morte alla vita, dalla croce, alla gioia.
Per tutti la Pasqua è la festa della rinascita e della vita, di tutto ciò che ci indica la strada di un risveglio dopo il sonno dell’inverno e dopo il gelo dei giorni tristi del freddo.
La festa della Primavera, che è la Pasqua, ci pone di fronte a questo triplice passaggio di carattere biblico, teologico e naturale. E tutti questi tre passaggi sono indicati nella liturgia, a partire dalla veglia pasquale che si celebra in tutte le chiese nel sabato santo, a tarda ora, per preparare la festa della Domenica che è poi una Domenica speciale in quanto ricorda la risurrezione dai morti di nostro Signore Gesù Cristo.
Il significato di questo triplice esodo, uscita e passaggio lo troviamo sintetizzato nei testi biblici che fanno da supporto alla liturgia di questo giorno importantissimo e centrale nella religione cristiana.
Nella prima lettura della liturgia del giorno di Pasqua, tratta dagli Atti degli Apostoli è Pietro che sale in cattedra e da buon maestro, dopo l’esperienza della passione di Cristo, fortificato nella fede, si rivolge alla gente che lo stava per ascoltare con queste parole: “Dio ha risuscitato Gesù Cristo al terzo giorno e volle che si manifestasse, non a tutto il popolo, ma a testimoni prescelti da Dio, a noi che abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione dai morti”. Ed aggiunge: Egli ci ha ordinato di annunciare al popolo e di testimoniare che egli è il giudice dei vivi e dei morti, costituito da Dio. A lui tutti i profeti danno questa testimonianza: chiunque crede in lui riceve il perdono dei peccati per mezzo del suo nome». Sono questi i pilastri della fede nella risurrezione di Cristo: annunciare, testimoniare e perdonare.
Cristo va accolto nella fede partendo proprio da quel sepolcro vuoto. Una volta accolto va testimoniato con una vita degna di essere risorti con Lui a vita nuova. Ed infine questa risurrezione personale parte dalla consapevolezza che alla base del mistero del Cristo Morto e Risorto, c’è la misericordia di Dio nei confronti dell’umanità e da questa misericordia ripartire per portare amore e gioia, pace e riconciliazione in ogni luogo.
In fondo, è quello che scrive l’Apostolo Paolo nel breve brano della seconda lettura di oggi, tratta dalla sua Lettera ai Colossesi: essere risorti con Cristo, significa centrarsi sull’eternità, sulle cose che contano davvero, che hanno un valore eterno. Le cose di lassù non sono altre che la ricerca della vera gioia che viene da Dio e che parte dal cielo e ritorno al cielo. Le cose di quaggiù, quel del mondo della materia, che non ha cuore e vita, non possono dare vita e gioia per l’eternità. Magari possono soddisfare il cuore avaro di qualcuno, ma non certamente trasformare quel cuore freddo e gelido, in un cuore che palpita d’amore verso Dio e attaccamento alla vita. Infatti “quando Cristo, nostra vita, sarà manifestato, allora anche noi fare parte con lui nella gloria”. La dimensione eterna della risurrezione di Cristo e della nostra risurrezione finale è detta con chiarezza dal grande teologo dell’eterno, che è Paolo di Tarso.
Nel Vangelo di Giovanni è espressa con un linguaggio chiaro e accessibile a tutti la risurrezione di Gesù. Dalle donne che vanno a sepolcro e non trovono il corpo di Gesù, all’allarme lanciato di fronte a quel corpo non più trovato, all’arrivo del primo gruppo degli apostoli fino alla professione della fede in Cristo Risorto che appare e conferma quello che aveva detto prima della sua passione e morte in croce. Il discernimento interiore per arrivare all’ammissione di questo dono e mistero avviene in pochi attimi e Pietro, anche questa volta, al centro della verità che va affermata e che riguarda appunto la risurrezione di Cristo, che è primizia della nuova creazione e della risurrezione finale di tutti gli uomini.
Questo triplice passaggio a cui accennavo all’inizio della riflessione per questo giorno santissimo di Pasqua, è chiarito nella preghiera della colletta di Pasqua: “O Padre, che in questo giorno, per mezzo del tuo unico Figlio hai vinto la morte e ci hai aperto il passaggio alla vita eterna, concedi a noi, che celebriamo la Pasqua di risurrezione, di essere rinnovati nel tuo Spirito, per rinascere nella luce del Signore risorto”.
Nel testo della sequenza che è la sintesi della teologia pasquale, espressa in canto e preghiera, noi eleviamo “alla vittima pasquale, il sacrificio di lode”, perché l’Agnello, mite ed umile, che è Cristo Signore, ha redento il suo gregge. Lui il vero Innocente di sempre e per sempre ha riconciliato noi peccatori col Padre.
Ecco il grande mistero della nostra Pasqua e il significato più vero della Pasqua di Cristo.
Nella lotta tra morte e vita, è prevalsa la vita, la vita di Cristo, in quanto il Signore della vita era morto; ma ora, vivo trionfa. Cristo, nostra speranza, è risorto e ci precede in tutte le Galilee di questo mondo, per annunciare a tutti, che Egli è davvero risorto e in Lui possiamo, sperare, amare e perdonarci, possiamo guardare alla vita con il sorriso di Dio e con la gioia pasquale, che è rinascita e risurrezione per tutti, anche quando il dolore e la prova sembra bloccare il nostro passo sul calvario ai piedi della croce e del Crocifisso.

OMELIA DOMENICA DELLE PALME (ANNO B) (25/03/2018)

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Palme e croce i segni distintivi della Domenica di Passione

padre Antonio Rungi

DOMENICA DELLE PALME (ANNO B) (25/03/2018)

La domenica delle Palme è un giorno speciale per tutti i cristiani, per quanti credono ancora nel valore del perdono, nella riconciliazione e in Colui questa riconciliazione l’ha operata con la sua morte in croce: Gesù Cristo.
Due i simboli di questo giorno: la palma e la croce. Per un certo verso sono strettamente legati tra loro, in quanto indicano la stessa cosa: il martirio e la pace di Cristo e in Cristo.
Con il simbolo della palma, noi cristiani, quale segno di pace, vogliamo esprimere il nostro sincero desiderio di riconciliarci con quanti non sono in pace con noi ed hanno qualche conto sospeso con la nostra persona.
Questa è la giornata giusta per fare quel passo verso la comunione, che è richiesto per celebrare degnamente la Pasqua di quest’anno e di ogni altro anno.Con questo segno Gesù viene accolto in Gerusalemme, prima della sua passione, morte e risurrezione, cioè prima della Pasqua, dalla gente che lo proclama Messia e il Benedetto da Dio, Colui che viene nel nome del Signore per portare pace e giustizia nel mondo.
Nel rito della Commemorazione dell’ingresso di Gesù in Gerusalemme, che precede la santa messa, con la lettura del racconto della passione di Gesù, il sacerdote rivolge al popolo una breve esortazione, per illustrare il significato del rito e per invitarlo a una partecipazione attiva e consapevole: “questa assemblea liturgica è preludio alla Pasqua del Signore, alla quale ci stiamo preparando con la penitenza e con le opere di carità fin dall’inizio della Quaresima. Gesù entra in Gerusalemme per dare compimento al mistero della sua morte e risurrezione. Accompagniamo con fede e devozione il nostro Salvatore nel suo ingresso nella città santa, e chiediamo la grazia di seguirlo fino alla croce, per essere partecipi della sua risurrezione”.
Siamo invitati ad accompagnare Cristo lungo le vie di Gerusalemme nel momento della festa e dell’accoglienza, ma anche nel momento della tristezza e del rifiuto.
Gioia e dolore, palma e croce camminano insieme sulle strade della vita di ogni vero cristiano che si pone alla sequela di Cristo, con la perfetta convinzione di fare cosa saggia, se ascolta la voce autorevole del Maestro, che sale in cattedra in questo tempo di Passione, per parlarci di amore e riconciliazione.
Questo cammino di sequela è espresso, oggi, dalla breve o lunga processione che si fa dal luogo dove si benedicono le palme fino alla Chiesa. Qui, una volta giunti nel luogo sacro la liturgia prosegue con la proclamazione della parola di Dio, particolarmente adatta al contesto della celebrazione della domenica di Passione, con il testo del profeta Isaia, del terzo carme del servo sofferente di Javhè, con il Salmo 21, con la lettura dell’inno Cristologico di San Paolo Apostolo, tratto dalla sua lettera agli Efesini e con la lettura del racconto della passione tratto dall’Evangelista Marco.
Il profeta ci mette davanti a noi l’immagine del messia sofferente e crocifisso, facendo risaltare il coraggio e la determinazione del Figlio di Dio nell’andare incontro alla sua passione e morte in croce: “Non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi, sapendo di non restare deluso”.
Da parte sua l’Apostolo Paolo ci ricorda, come esempio di vita e come testimonianza di un amore infinito, che “Cristo umiliò se stesso, per questo Dio l’ha esaltato”.
Questa umiliazione si identifica con l’accettazione della Passione e della morte in croce.
Mentre l’evangelista Marco ci fa immergere con il suo racconto nell’esperienza della sofferenza del nostro amatissimo Gesù Lui, che, come ascolteremo nel Prefazione “era senza peccato accettò la passione per noi peccatori e, consegnandosi a un’ingiusta condanna, portò il peso dei nostri peccati. Con la sua morte lavò le nostre colpe e con la sua risurrezione ci acquistò la salvezza”.
Di questa missione portata a compimento da Gesù, siamo tutti perfettamente coscienti e consapevoli e nel celebrare anche quest’anno la domenica della riconciliazione, vogliamo rinnovare il nostro impegno, davanti a Cristo Crocifisso, di vivere in pace con tutti e portare pace ovunque.
La palma e la croce, simboli di questa domenica di passione sono impegni di vita e per tutta la vita, per tutti coloro che con i fatti seguono davvero Cristo, dal suo ingresso festoso in Gerusalemme, all’apparente sconfitta della croce, perché la sua croce non è stoltezza né follia, ma sapienza e saggezza, in quanto la croce di Gesù è amore e soprattutto vita e risurrezione.

Buona domenica delle Palme a tutti.

V DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO B) (18/03/2018)

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La lezione del chicco di grano

mons. Roberto Brunelli

V DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO B) (18/03/2018)

L’episodio del vangelo odierno (Giovanni 12,20-33) si colloca a Gerusalemme, nei giorni appena precedenti la Pasqua: quella che per Gesù sarebbe stata l’ultima. Come d’abitudine, per la festa la città si va affollando di ebrei devoti, venuti anche di lontano, dalla diaspora, cioè dalle comunità ebraiche da tempo stanziatesi fuori dalla terra d’Israele, tra popoli pagani dei quali hanno finito per adottare qualche tratto, come la lingua (si capirà bene nell’episodio della Pentecoste) o i nomi propri.
Alcuni devoti ebrei di lingua greca hanno sentito parlare di Gesù, forse hanno assistito poco prima al suo trionfale ingresso a Gerusalemme (quello che la liturgia celebrerà domenica prossima) e vorrebbero incontrarlo personalmente. Allo scopo si rivolgono.non a caso a Filippo, il quale probabilmente aveva rapporti con loro (questo apostolo porta un nome greco e, precisa l’evangelista, era di Betsaida di Galilea, regione abitata da numerosi non-ebrei). Filippo si consulta con Andrea (altro apostolo dal nome greco) e i due insieme presentano la richiesta al destinatario. L’evangelista non riferisce l’andamento dell’incontro con quei forestieri; ma riporta una sintesi di quanto Gesù ha detto loro, e in particolare il preannuncio di quanto gli sta per accadere.
“E’ giunta l’ora”, esordisce Gesù: affermazione solenne, da collegare con quelle che l’hanno preannunciata (già all’inizio della sua vita pubblica, alle nozze di Cana, alla madre che gli chiedeva di intervenire nella situazione imbarazzante degli sposi rimasti senza vino, prima del miracolo egli aveva precisato che non era ancora giunta la sua “ora”).
Adesso l’ora è giunta, col suo mistero, la sua grandezza, le sue conseguenze; l’ora in cui egli sarà “innalzato da terra”, dopo aver subìto tormenti indicibili. Egli ne è pienamente consapevole; a quella prospettiva non nasconde la sua umana sofferenza, ma insieme ribadisce la volontà di compiere la sua missione fino in fondo: “Adesso l’anima mia è turbata; che cosa dirò? Padre, salvami da quest’ora? Ma proprio per questo sono giunto a quest’ora!”
Va oltre ogni umana prospettiva, che egli sia consapevole di quanto l’aspetta, possa sottrarvisi, e non lo faccia. Qui davvero si tocca con mano la sublimità di un amore, che si esprime con mezzi umani ma è tanto grande da travalicare i limiti dell’umano, specie se si pensa chi sono, che meriti abbiano, coloro per i quali egli accetta di patire.
L’umanità in genere, e i suoi singoli componenti in particolare, non avevano e non hanno alcun titolo per aspettarsi che Dio si degni di volgere verso di loro lo sguardo, dunque ancor meno che addirittura per loro doni la vita. E non per qualcuno soltanto, magari per i migliori: “Io” dice, “quando sarò innalzato da terra attirerò tutti a me”. Tutti! Generosi e malvagi, ricchi e poveri, bianchi neri e gialli, uomini e donne, umili e potenti: per tutti egli è stato “innalzato da terra”, e a tutti offre la possibilità di raggiungerlo, e così realizzare la propria vita.
Il modo, l’ha spiegato lui stesso con un esempio eloquente, seguito da una dichiarazione esplicita: “Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna”.
Come il chicco di grano che volesse ostinatamente restare integro non servirebbe a nulla, così chi ama la propria vita, nel senso egoistico di chi pensa solo a se stesso senza curarsi degli altri, condanna la propria vita alla sterilità, all’inutilità; può credersi furbo, mentre in realtà è un perdente. Solo il chicco disposto a disfarsi produce frutto; così chi “odia” la propria vita (l’espressione è un esempio dei paradossi propri del linguaggio orientale), cioè in certo modo se ne priva perché ne fa dono agli altri, arricchisce il mondo di nuovi frutti, che gli valgono la vita eterna.

CRISTO È LA NOSTRA GIOIA, SEMPRE E ASSOLUTAMENTE

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CRISTO È LA NOSTRA GIOIA, SEMPRE E ASSOLUTAMENTE

padre Antonio Rungi

IV Domenica di Quaresima – Laetare (Anno B) (11/03/2018)

Cristo è la nostra gioia, sempre e assolutamente. E’ questo in sintesi il messaggio che ci arriva dalla parola di Dio della quarta domenica di Quaresima, chiamata “Laetare”, cioè della gioia, della letizia.
Dove troviamo, noi cristiani questa gioia vera, sempre ed in termini assoluti? Leggendo i testi della Sacra Scrittura di questa domenica, questa gioia la possiamo sperimentare, prima di tutto, nella misericordia di Dio nei confronti dell’umanità.
La prima lettura di oggi, tratta dal libro delle Cronache ci riporta al tempo dell’esilio babilonese del popolo d’Israele e del suo susseguente tempo della liberazione e del ritorno in patria. Le cause di questa triste esperienza, sono individuate nel fatto che “tutti i capi di Giuda, i sacerdoti e il popolo moltiplicarono le loro infedeltà, imitando in tutto gli abomini degli altri popoli, e contaminarono il tempio, che il Signore si era consacrato a Gerusalemme”.
Per richiamare il popolo sulla retta via ed un comportamento consono alla legge di Dio, “il Signore, Dio dei loro padri, mandò premurosamente e incessantemente i suoi messaggeri ad ammonirli, perché aveva compassione del suo popolo e della sua dimora”.
Cosa successe? Invece di accogliere i messaggeri di Dio e di cambiare vita, essi si beffarono di loro, “disprezzarono le sue parole e schernirono i suoi profeti al punto che l’ira del Signore contro il suo popolo raggiunse il culmine, senza più rimedio”.
Le conseguenze furono disastrose per Israele. Infatti “[i suoi nemici] incendiarono il tempio del Signore, demolirono le mura di Gerusalemme e diedero alle fiamme tutti i suoi palazzi e distrussero tutti i suoi oggetti preziosi”. La gente scampata alla spada fu portata in esilio in Babilonia.
La liberazione da questa schiavitù avvenne per opera di Dio che suscitò il Re persiano, Ciro, i quale emanò questo editto: «Il Signore, Dio del cielo, mi ha concesso tutti i regni della terra. Egli mi ha incaricato di costruirgli un tempio a Gerusalemme, che è in Giuda. Chiunque di voi appartiene al suo popolo, il Signore, suo Dio, sia con lui e salga!”». La gioia del ritorno in patria viene così a realizzarsi per intervento divino ed Israele ritorna, anche questa volta, a casa.
L’altro motivo di gioia ci è ricordato dall’apostolo Paolo, nel brano della seconda lettura di oggi, tratto dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesìni, ed è la grazia della fede che ci è stata donata e che dobbiamo alimentare. Non tutti sanno apprezzare questo dono e questa gioia che ci portiamo nel profondo del nostro cuore e del nostro essere salvati in Cristo. Per grazia infatti siamo stati salvati “mediante la fede; e ciò non viene da voi, ma è dono di Dio; né viene dalle opere, perché nessuno possa vantarsene. Siamo infatti opera sua, creati in Cristo Gesù per le opere buone, che Dio ha preparato perché in esse camminassimo”.
Il terzo motivo della nostra gioia cristiana è messo alla nostra attenzione e valutazione spirituale dal brano del Vangelo di Giovanni di questa quarta domenica di Quaresima ed è il Cristo Crocifisso, il Cristo innalzato sulla Croce per noi, richiamando alla nostra mente ciò che avvenne nell’Esodo, quando Mosè innalzò il serpente nel deserto e gli israeliti in cammino verso la Terra promessa furono salvati. Infatti, il morso dei serpenti velenosi, che si annidavano tra le pietraie, era stata una delle tante insidie durante la marcia di Israele nel deserto del Sinai. Il racconto del libro dei Numeri (21,4-9) ha come sbocco l’“innalzamento” di un serpente di bronzo da parte di Mosè, quasi come una sorta di antidoto e di ex voto. Il racconto biblico sottolinea che la liberazione dalla morte per avvelenamento avveniva solo se si “guardava” il serpente innalzato, cioè se si aveva uno sguardo di fede nei confronti di quel “simbolo di salvezza”, come lo definisce il libro della Sapienza. Gesù, nel dialogo notturno con Nicodemo, di cui ci occupiamo oggi, nel brano giovanneo, stabilisce un parallelo tra quel segno di salvezza e «il Figlio dell’uomo innalzato», cioè se stesso crocifisso.
La nostra gioia piena sta nel fatto che Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna”.
Qui c’è la certezza non del pena, ma della salvezza per tutti, a patto che, ogni persona che si incammina sulla via del Cristo, poi agisca di conseguenza, accogliendo la luce ed allontanandosi dalle tenebre, facendo il bene e distaccandosi da ogni struttura di peccato: “Chiunque fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio».
Una verità assoluta emerge da tutta la parola di Dio di questo giorno di festa e di gioia che “Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio”.
La fede in Dio ci spinge ad agire per il bene e alla fine il bene viene fuori in ogni circostanza, se accolgono Cristo, vera luce del mondo, vera luce della mente e del cuore di ogni buono che buono, che non conosce la malvagità. Mi piace concludere questa riflessione con una bellissima preghiera del prossimo Santo, Papa Paolo VI, che ho avuto la fortuna di incontrare nella mia vita:
Signore, ti ringrazio che mi hai chiamato alla vita, e ancora di più che facendomi cristiano, mi hai generato e destinato alla pienezza della vita.
Tutto è dono, tutto è grazia. Come è bello il panorama attraverso il quale passiamo; troppo bello, tanto che ci lasciamo attrarre e incantare, mentre deve apparire segno e invito.
Questa vita mortale, nonostante i suoi travagli, i suoi oscuri misteri, le sue sofferenze, la sua fatale caducità, è un fatto bellissimo, un prodigio sempre originale e commovente, un avvenimento degno d’essere cantato in gaudio e in gloria.
Dietro la vita, dietro la natura, l’universo, tu ce lo hai rivelato, sta l’Amore.
Grazie, o Dio, grazie e gloria a te, o Padre. Amen.

TERZA DOMENICA DEL TEMPO DI QUARESIMA – ANNO “B” – OMELIA

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TERZA DOMENICA DEL TEMPO DI QUARESIMA – ANNO “B” – OMELIA

“DISTRUGGETE QUESTO TEMPIO E IN TRE GIORNI LO FARÒ RISORGERE”

Carissimi fratelli e sorelle, siamo giunti più o meno a metà del nostro cammino quaresimale.

Il Signore Gesù dopo averci introdotto con Lui nell’esperienza del deserto e averci fatto gustare la vittoria sui nostri istinti e sul demonio, ci ha condotto in alto – domenica scorsa – per mostrarci qualcosa di Sé e quindi qualcosa di ciò che ognuno di noi è chiamato a realizzare in sé per opera di quello Spirito che ci è stato donato nel santo Battesimo e che incessantemente lavora in noi per trasformarci sempre più profondamente in veri e autentici figli e figlie di Dio ricolmi di bellezza, splendore, gloria e santità. Lavoro che non avviene magicamente ma nella continua nostra adesione e collaborazione in un intimo dialogo d’amore della nostra libertà e della Sua. Lo Spirito – infatti – poiché è Spirito di libertà non opera se noi non Gli permettiamo di agire.
Ecco, detto questo, oggi partecipiamo ad una scena che ci dà fastidio. Eh, sì talvolta i gesti o le parole di Gesù ci suonano male, ci danno fastidio. Bisognerebbe che facessimo maggior attenzione a questi momenti di fastidio, di turbamento, di perplessità perché sono i momenti di maggior rivelazione di Dio. Infatti, se tutto fosse scontato e pacifico dove sarebbe la novità? Che necessità ci sarebbe di una rivelazione se fosse tutto liscio e umanamente logico? Non è così perché i pensieri e le vie di Dio non sono le nostre (cfr Is 5,8) e una autentica conversione implica necessariamente uno sconvolgimento nei nostri schemi mentali e criteri di umano giudizio.
Convertirsi al vero Dio che risplende nell’Uomo-Dio Gesù Cristo significa anche correggere le immagini distorte di Dio che ciascuna persona si costruisce con la propria fantasia e con la proiezione dei propri desideri e dei propri pregiudizi e così Paolo ci ha detto nella seconda lettura che “i giudei chiedono miracoli e i greci cercano la sapienza” , cioè i giudei desiderano un Dio che si mostri glorioso e portentoso, i greci un Dio che soddisfi il loro modo di pensare e i loro gusti. Mentre Dio si mostra in Gesù come un Dio impotente e scandalosamente debole, un Dio che muore in croce beffeggiato e fallito che non realizza certamente i desiderata di giudei e greci, ma proprio in quella sua impotenza e suo fallimento c’è tutta la novità di Dio che si vuol far conoscere nella verità di Sé e cioè di un’essenza di amore talmente grande e immensa che travolge ogni nostra sua precomprensione.
Ebbene, proprio quando qualcosa di Gesù ci sembra strana e ci lascia alquanto perplessi, lì dobbiamo scavare per cercare di entrare nella comprensione della Rivelazione di Dio che non sarebbe tale se non ci superasse nella logica, nella mentalità, nei modi di vedere…
Oggi il Vangelo infatti ci mostra un Gesù che ribolle dentro, che esplode, che prende delle corde le unisce a mo’ di sferza e la usa con violenza per cacciare i mercanti dalla casa del Padre suo. Perché tutto questo? non poteva Gesù – semplicemente – mettersi a discutere con quella gente, non poteva semplicemente cercare di appianare gli eccessi?
Non è infatti questo suo modo di fare in contrasto con quell’immagine che talvolta ci siamo creati di un Gesù tutto dolce, tutto buono, tutto mite, tutto sorridente? Dov’è quel Gesù qui? Attenzione a non pensare di poter inscatolare ed etichettare Gesù a nostro gusto…!
Carissimi fratelli e sorelle, io credo che una chiave di comprensione di questa furia di Gesù la possiamo leggere nel versetto 19, quando Gesù risponde a chi gli chiede “giustamente” spiegazioni del gesto, gli chiedono un segno, un qualcosa che possa giustificarlo. E, – attenzione! – giustamente – giustamente! – gli chiedono spiegazioni di quel gesto, giustamente gli chiedono un qualcosa che possa provare l’autorità che Lui aveva per poter spaccare tutto. Infatti hanno visto un uomo tutto furioso che spacca tutto, spazza via tutto, che prende a frustate la gente: un vero pazzoide! Ebbene in quello che Gesù dice loro come risposta vi possiamo trovare una preziosa chiave di comprensione: “Distruggete questo Tempio e io in tre giorni lo farò risorgere”.
Giovanni spiega nei versetti seguenti che Lui parlava del Tempio del suo corpo. Qui c’è una grande luce di novità, qui c’è qualcosa di molto, molto importante. Gesù pone il suo gesto subito ad un livello che trascende la sua fisicità, in quel suo cacciare i mercanti c’è qualcosa di più profondo di quanto appariva agli occhi della gente che assisteva al fatto: il suo era un segno di un’altra realtà più profonda, cerchiamo insieme di scavare questo segno. Quello che voglio dirvi è che Gesù vedendo quella gente che aveva fatto di quel luogo sacro un mercato non si è adirato per il fatto in sé, quanto per quello che esso significava, rimandava, simboleggiava, rappresentava ai suoi occhi. Quella vista ha fatto scattare nel Cuore umano-divino di Gesù una furia, una passione d’amore sconvolgente, un’ira divina tremenda, un’amarezza profondissima e lacerante il Suo animo. Per capire cosa ha provocato tanta irruenza d’amore dobbiamo riflettere sulla Sua risposta: “Distruggete questo Tempio…”.
Cos’era il Tempio? Era il luogo d’incontro con Dio, segno della presenza di Dio in mezzo al suo popolo. Aveva avuto la sua origine in quella piccola cassettina di legno di acacia, l’ARCA DELL’ALLEANZA, che Mosè, su indicazione di Dio stesso, fece costruire durante il viaggio della liberazione e che conteneva le Tavole della Legge. Quella Legge che abbiamo ascoltato come nostra odierna prima lettura: i Dieci Comandamenti ritenuti dal popolo ebraico dono prezioso di Dio, la cui osservanza diventa segno di appartenenza a Lui.
L’Arca contenente i Dieci Comandamenti era portata a spalla dai membri della tribù di Mosè, i Leviti, le varie famiglie di questa tribù si preoccupavano di portare anche gli elementi della tenda o tabernacolo dove la cassettina dell’Arca dell’Alleanza veniva riposta quando il popolo si fermava nelle varie tappe nel deserto. Lì, in quella tenda il Signore scendeva nella nube e parlava “faccia a faccia” (Es 33,11) con Mosè. E quando Mosè usciva da quella tenda dopo aver parlato con Dio, doveva coprirsi il volto con un velo perché aveva il volto splendente di luce (cf Es 34,33-35).
Quando Giosuè introdusse il popolo nella terra promessa l’Arca vagava di tribù in tribù con grande gioia del popolo in mezzo al quale passava. Poi quando fu re Davide, questi voleva costruire un edificio stabile, un tempio per intronizzarvici l’Arca, ma Dio non volle che fosse lui a costrurGli un tempio perché le sue mani erano troppo sporche di sangue (cfr. 1Cr 22,8). Davide passò tutta la sua vita accumulando tesori e materiali che trasmise a suo figlio Salomone (cfr. 1Cr 22,1ss), questi costruirà finalmente il TEMPIO. Lo splendido, maestoso, ricco Tempio di Gerusalemme…
Nell’ATRIO del Tempio, al suo centro, vi era l’ALTARE DEGLI OLOCAUSTI, dove venivano immolate le vittime sacrificali, più avanti vi era poi il “MARE DI BRONZO”, una immensa vasca contenente l’acqua per i riti di purificazione. Poi all’interno, c’era il “SANTO” con un altare ricoperto d’oro dove veniva bruciato l’incenso e una mensa dove venivano appoggiati dei pani, i pani della proposizione, cioè offerti a Dio che potevano mangiare solo i sacerdoti. All’interno del “SANTO” separato da una spessa tenda vi era la parte più sacra del Tempio, “IL SANTO DEI SANTI”, luogo sempre buio che conteneva l’Arca dell’alleanza che poggiava su due cherubini a mo’ di trono. Lì entrava il sommo sacerdote, attraverso la tenda, solo una volta all’anno portando il sangue del capro espiatorio nel giorno dell’espiazione (Kippur)
Di questo Tempio non rimarrà pietra quando il paese verrà occupato e distrutto dai Babilonesi e il popolo deportato in Babilonia: 50 anni di schiavitù tremenda… Tempo però prezioso dove il popolo senza più il suo Tempio, le sue liturgie, il suo altare, in quel mare di umiliazione e di dolore comincia a capire che la vera liturgia si svolge nel cuore e che il cuore contrito e umiliato, il cuore umile e confidente è il vero altare dove si offre il vero sacrificio a Dio.
“Ora non abbiamo più né principe, né capo, né profeta, né olocausto, né sacrificio, né oblazione, né incenso, né luogo per presentarti le primizie e trovar misericordia. Potessimo esser accolti con il cuore contrito e con lo spirito umiliato, come olocausti di montoni e di tori, come migliaia di grassi agnelli. Tale sia oggi il nostro sacrificio davanti a te e ti sia gradito, perché non c’è confusione per coloro che confidano in te. Ora ti seguiamo con tutto il cuore, ti temiamo e cerchiamo il tuo volto”. – Dn 3,38-41
Poi ci sarà il ritorno e la ricostruzione del Tempio, non più grandioso e sfarzoso, ma ben modesto e umile Tempio di povera gente. Ormai l’Arca non c’è più, è andata distrutta, persa, nel luogo più sacro di esso non c’è più l’Arca, attraversata la spessa tenda che separa il “Santo” dal “Santo dei Santi”, ci sarà solo una piccola stanza buia e vuota.
I greci intorno al 150 a.C. dominavano la Palestina e fecero qualcosa che passò alla storia come “L’ABOMINIO DELLA DESOLAZIONE” mettendo la statua di Giove sull’altare degli olocausti all’interno dell’Atrio del Tempio, fu una profanazione terribile, umiliante, dissacrante. Quando poi in seguito alla rivolta dei Maccabei il Tempio fu purificato e riconsacrato nascerà la grande festa della Dedicazione del Tempio.
Intorno al 19 – 20 a.C. Erode il Grande fa iniziare la ricostruzione grandiosa di questo Tempio, la sua costruzione durerà – come abbiamo sentito nel Vangelo – 46 anni. Sarà in questo Tempio inaugurato da pochi anni che Gesù scaccerà i mercanti e insegnerà alle folle tra la gelosia e l’odio degli scribi, dei farisei, dei dottori della legge e dei sacerdoti.
Ora, dicendo Giovanni che Gesù “parlava del Tempio del suo corpo” ci fa capire come tutta quella lunga storia che abbiamo sintetizzato era tutta orientata verso Lui, verso Gesù e quello che Lui avrebbe realizzato: il nuovo splendente e bellissimo Tempio del Padre. Parlava del “suo corpo” – dice Giovanni – parlava cioè di Lui e di noi in Lui, perché noi in Lui e Lui in noi siamo il nuovo Tempio di Dio. Non a caso quando Gesù si immolò sulla croce, il velo del Tempio, quella tenda che separava il “Santo” dal “Santo dei Santi”, si squarciò in due (cfr. Mc 15,38)! Si squarciò perché Egli, Gesù, con la sua immolazione è entrato una volta per tutte nel santuario del cielo a presentare non sangue di agnelli e di tori, ma il suo sangue (cfr. Eb 6,19-20) per la nostra salvezza e santificazione.
Ma, perché dunque quella sfuriata di Gesù con la frusta? È tutta l’esplosione dell’AMORE GELOSO DI DIO VERSO IL SUO POPOLO, (cfr. Nm 4,23-24) quel popolo sempre tentato di soppiantare l’adorazione e l’amore verso il vero Dio per costruirsi i suoi idoli, falsi ed effimeri: “Io sono il tuo Dio, l’unico Dio… non ti costruirai immagine di altri déi… non ti prosterai davanti a quelle cose… io sono un Dio geloso, io sono geloso di te!” (cfr. Dt 5,6ss)
È tutta la gelosia di Dio che esplode oggi in Gesù che caccia i mercanti! No, non si tratta di una semplice purificazione esteriore del tempio contaminato dalla presenza di quei commercianti, no, è qualcosa di più: è l’esplosione dell’amore geloso di Dio, di Dio che ci ama appassionatamente e che vedendo quei mercanti in quel Tempio vedeva i nostri cuori creati per Lui, per amare Lui per vivere per Lui, per adorare Lui, per essere la Sua dimora di grazia, di luce, di santità… vedeva l’Amore di Dio non riconosciuto…, vedeva l’Amore non amato!… Vedeva la profanazione in atto in tanti cuori dove Lui viene sostituito dagli idoli dell’AVERE, DEL POTERE, DEL GODERE che asservono buona parte dell’umanità e quanto spesso anche noi cristiani diciamo di credere in Lui, ma poi – di fatto – viviamo adorando il denaro…, adorando il successo…, il potere…, adorando le comodità e il piacere… dimenticandoci completamente di Lui e del Suo Vangelo.
Ecco il suo fu un gesto altamente profetico e simbolico straripante di amore, di tutto l’amore geloso di Dio che ci ama follemente, talmente follemente da aver voluto morire miseramente per ciascuno di noi di una morte ignominiosa e tremenda. Un amore così appassionato che non può sopportare la vista della profanazione dei nostri cuori.
La GELOSIA DI DIO…! Ecco, a metà Quaresima la Chiesa mi ricorda quest’amore geloso e appassionato di Dio per me, per te, per ciascuno di noi e ci invita ad una risposta di amore.
Quale risposta diamo oggi a Gesù di fronte a questo suo gesto? L’unica risposta valida è quella di permettere al suo Santo Spirito di purificare il nostro cuore……, il nostro cuore che è il “Santo dei Santi” dove Lui vuole abitare da Dio e non sopporta di condividere questa Sua dimora con altri ospiti. Permettiamo allo Spirito Santo di spazzare via dal nostro cuore tutto ciò che lo ingombra, perché lì, nel “Santo dei Santi”, può starci solo Lui, Dio Trinità di cui siamo dimora, dimora del Padre, dimora del Figlio, dimora dello Spirito Santo.
L’“Abominio della desolazione” di cui si fecero colpevoli i greci è solo un lontano segno di quell’abominio della desolazione che avviene nel santuario delle nostre persone quando in essa sono presenti quegli idoli che ci svuotano e ci rendono schiavi di ciò che non vale. Permettiamo allo Spirito del Signore di fare piazza pulita dei piccoli o grandi idoli che profanano il Tempio delle nostre persone.
Il “Santo dei Santi” era una stanza vuota e buia: ecco cosa deve diventare il nostro cuore: una stanza vuota che risucchi la presenza di Dio, una stanza buia, senza luci: è l’oscurità della Fede, di quella fede che mi fa vedere Dio senza vederLo, mi fa sentire Dio senza sentirLo, mi fa toccare Dio senza toccarLo: “Beati coloro che pur non vedendo crederanno” (Gv 20,29)
Nel centro del nostro cuore, in questo santuario delle nostre persone, nell’intimità del nostro “Santo dei Santi” ci sia solo il buio luminoso della FEDE e LUI, Dio, in essa creduto, conosciuto e amato.
La Vergine Maria che continua ad accompagnarci nel nostro itinerario d’amore ci aiuti a dare in ogni momento della nostra vita una degna accoglienza all’Ospite Divino che ci inabita, il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo

Amen.

j.m.j.

 

II DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO B)

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Nello splendore di Dio

don Roberto Rossi

II DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO B) 

E’ la domenica quaresimale della trasfigurazione di Gesù sul monte: un fatto straordinario con un significato particolare nell’esperienza dei tre apostoli che sono stati ammessi a contemplare il volto glorioso di Cristo. Lo stesso significato entra nella vita delle persone: dei credenti, della Chiesa, dell’intera umanità, nello svolgersi della loro esistenza concreta, dove si sperimentano, oltre le gioie, tanti problemi, difficoltà, drammi, morte… Come Cristo, il cristiano sa che il dolore e la morte non sono l’ultima parola, ma la penultima; l’ultima parola, che ritorna ad essere la prima, la vera, la definitiva, è la vita. Occorre illuminare l’esistenza con la luce della fede, con la luce di Cristo che è il Figlio di Dio onnipotente e Salvatore, anche quando passa attraverso la sua umile esistenza terrena, anche quando è sofferente e muore crocifisso. Non solo Dio è con noi, « l’Emmanuele », ma Dio è per noi, è il salvatore, l’avvocato, il redentore.
E’ S. Paolo che ci aiuta con una sua parola chiara e profonda. « Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? Egli che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi; cioè lo ha offerto per tutti, come non ci donerà ogni cosa insieme con Lui »?.
Ecco la certezza della nostra fede, che diventa esperienza continua ogni giorno: Sì, Dio è per noi. Lui non ha risparmiato il proprio Figlio: suo Figlio è venuto sulla terra, ha vissuto nella povertà e nel servizio, ha sofferto la passione, è morto sulla croce. Dio ci ha dato tutto: ci ha « dato » il suo Figlio! Allora possiamo essere certi e aperti a una fiducia unica: Dio ci darà ogni cosa assieme a suo Figlio. Ogni cosa! Nella nostra esistenza, nelle nostre necessità, nei problemi o difficoltà, in vita e in morte e per l’eternità: Dio ci darà ogni cosa, come espressione del suo amore e perché possiamo vivere nella gioia vera del suo amore.
Per farci comprendere l’amore di Dio, infinito e drammatico, la liturgia ci riporta l’esperienza del sacrificio di Abramo che offre Isacco in olocausto sul monte. Abramo e Isacco sono « figure » anticipatrici e rivelatrici dell’amore del Padre dei cieli e del sacrificio del Figlio innocente e mansueto.
Ma il Signore ad Abramo, che pur aveva provato nella fede tutta la sofferenza del sacrificio del figlio, ad un certo punto risparmia Isacco. A se stesso Dio non ha risparmiato il Figlio, ma Egli lo ha offerto pienamente e totalmente fino alla fine, fino alla morte e alla morte di croce! Guardando Gesù crocifisso possiamo contemplare l’amore e la passione di Dio Padre, l’amore e la passione di Gesù salvatore. In quel supremo sacrificio c’è solo amore, offerta suprema di amore: quindi c’è vita, premessa di vita, inizio di vita. Dal seme che muore si svilupperà vita abbondante per tutti. Come per la fede di Abramo verrà una discendenza numerosa, così per il sacrificio di Cristo tutti potranno ottenere salvezza.
Ma poteva essere facile e possibile per gli apostoli capire questo, non scandalizzarsi, non abbandonare? No certo, come per noi non è per nulla facile e scontato. Ecco l’esperienza della trasfigurazione sul monte.
Gesù invita alcuni apostoli a salire su « un monte alto, in luogo appartato, loro soli ». E’ la ricerca di Dio, della contemplazione, E sul monte Tabor Gesù si trasfigura, cioè si fa vedere nella sua gloria di Figlio di Dio! Pietro esprime tutta la gioia di questa esperienza che vorrebbe non finisse più:  » E’ bello per noi stare qui… ». Ma Gesù li invita a scendere dal monte, a tornare alla vita ordinaria, addirittura li prepara alla sua passione e morte. Gli apostoli devono tornare alla vita di ogni giorno, devono affrontare anche i momenti più difficili, ma nella certezza che Gesù è il Signore, il Salvatore. Dice uno scrittore. »Dobbiamo portare nei giorni delle tenebre ciò che abbiamo sperimentato nei giorni della luce. » La fede è questo: la luce e la forza di Dio in ogni situazione della nostra vita.
Anche la nostra vita può incontrare dolori e sofferenze, tentazioni e sconfitte. Gesù oggi dice a ciascuno di noi: « non scoraggiarti, non arrenderti al male, non pensare che ti ho abbandonato, Dio ti vuole bene ed è sempre al tuo fianco, anche quando sembra assente ». La presenza di Dio è misteriosa ma reale, come quella di Gesù nella Trasfigurazione: ad occhi umani Gesù sembrava uomo come gli altri. Invece sul monte appare in tutta la sua gloria, per preparare gli apostoli ad essere forti di fronte al dolore della passione e alla morte.
La tentazione più grande di fronte alle sofferenze e a quelle del mondo è di ribellarci, perché non riusciamo a trovare una spiegazione razionale al dolore. Se Dio esiste e ci vuole bene, perché dobbiamo soffrire? Il dolore o la morte di una persona cara sono all’origine di tante crisi di fede. No, ribadiamolo continuamente: Dio ci darà ogni cosa! Dio ci porterà sempre nel suo amore!

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 24 février, 2018 |Pas de commentaires »

I DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO B) (18/02/2018)

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Quaresima: acqua, deserto e penitenza

padre Antonio Rungi

I DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO B) (18/02/2018)

La parola di Dio di questa prima domenica di Quaresima 2018 è incentrata nel presentarci il significato della Quaresima, attingendo da due testi biblici, il primo dal Libro della Genesi, relativo al diluvio universale, il secondo dal Vangelo di Marco, riguardante il periodo di isolamento di Cristo nel deserto. Acqua, deserto e penitenza sono le tre parole che ci accompagnano in questo inizio di Quaresima.
Nel brano della Genesi ci viene raccontato il primo diluvio universale che fu di selezione e purificazione per tutta la terra, segno del Battesimo, in cui l’acqua è l’elemento di purificazione versato sulla nostra terra per lavarci dal peccato originale e purificarci per una vita nuova nella grazia santificante. Dopo il diluvio Dio stabilisce una precisa alleanza con l’uomo: “non sarà più distrutta alcuna carne dalle acque del diluvio, né il diluvio devasterà più la terra. La pace è entrata nella storia dell’umanità e Dio si fa garante da parte sua di questa pace, a condizione che l’uomo rispetti le leggi di Dio che danno pace e sicurezza. Dio, infatti, disse a Noè e ai suoi figli con lui: «Quanto a me, ecco io stabilisco la mia alleanza con voi e con i vostri discendenti dopo di voi, con ogni essere vivente che è con voi, uccelli, bestiame e animali selvatici, con tutti gli animali che sono usciti dall’arca, con tutti gli animali della terra”. Il segno visibile di questa alleanza sarà l’arcobaleno della pace universale, tra il il Creatore, il Creato e le Creature: «Questo è il segno dell’alleanza, che io pongo tra me e voi e ogni essere vivente che è con voi, per tutte le generazioni future. Pongo il mio arco sulle nubi, perché sia il segno dell’alleanza tra me e la terra”.
San Pietro Apostolo rifacendosi proprio al testo della Genesi del diluvio e del post-diluvio con l’alleanza tra Dio e Noè, nel brano della seconda lettura di oggi, tratto dalla sua prima lettera, parla del significato dell’acqua, del battesimo e della redenzione operata da Cristo con la sua morte e risurrezione, in cui tutti noi cristiani siamo immersi mediante il battesimo. Leggiamo, infatti, “Quest’acqua, come immagine del battesimo, ora salva anche voi; non porta via la sporcizia del corpo, ma è invocazione di salvezza rivolta a Dio da parte di una buona coscienza, in virtù della risurrezione di Gesù Cristo”.
Il significato più vero della Quaresima che abbiamo iniziato a celebrare, mercoledì scorso, con il rito dell’imposizione delle ceneri, è questo tempo di grazia per rivivere il nostro battesimo in profondità. E sull’esempio di Cristo che si ritirò nel deserto, per 40 giorni, a pregare, a digiunare a ritagliarsi un tempo tutto per sé prima di iniziare il ministero pubblico, anche noi siamo chiamati a valorizzare la Quaresima come tempo di riflessione, preghiera e progettazione per il nostro prossimo futuro, che è la celebrazione della nostra Pasqua del cuore e nel cuore.
Possiamo assumere come personali impegni per la Quaresima queste cose possibili da farsi per ogni buon cristiano: il rito della Via Crucis; i ritiri spirituali, la Lectio divina quotidiana, la meditazione personale quotidiana, il silenzio e il raccoglimento constanti, il deserto, come spazio di riflessione e purificazione, la penitenza personale, quale volontà di conversione, la carità vissuta.
La sintesi e la progettualità di questa Quaresima 2018 sta nell’orazione iniziale della messa di oggi; “O Dio, nostro Padre, con la celebrazione di questa Quaresima, segno sacramentale della nostra conversione, concedi a noi tuoi fedeli di crescere nella conoscenza del mistero di Cristo e di testimoniarlo con una degna condotta di vita”.
E come completamento del nostro bisogno di pregare con maggiore intensità e convinzione, aggiungiamo questa preghiera della Quaresima:
Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio vivente, che Ti sei ritirato nel deserto, per quaranta giorni, a pregare e a fare penitenza, in vista dell’annuncio del tuo Regno e dell’invito alla conversione della gente, fa’ che questo tempo di Quaresima che Tu ci doni, porti nel nostro cuore il rinnovamento spirituale di cui abbiamo tutti quanti bisogno.
Allontana da noi ogni male e donaci la forza di superare ogni tentazione che l’antico e sempre nuovo accusatore provoca in noi per allontanarci dal tuo amore.
Dona a noi, in questi santi giorni di preghiera, conversione e carità sincera, di essere coerenti con il santo vangelo della misericordia e dell’amore, senza offendere la dignità di nessuno, ma tutti protesi verso il bene assoluto, che sei Tu.
Sostienici nella nostra sincera volontà di pentirci da tutti i nostri peccati della vita presente e dei tempi passati, perché nulla possa ostacolare il nostro cuore e la nostra mente nello sperimentare la vera gioia del pentimento, della riconciliazione con Dio e con i fratelli.
Fa di questo tempo di penitenza il momento favorevole, per vivere la solidarietà fraterna come segno distintivo di ogni buon cristiano, incamminato sulla via della santità.
Nulla e nessuno turbi il nostro cuore ed i nostri propositi di bene che intendiamo mantenere non solo in questo tempo, ma per tutta la nostra esistenza terrena.
Maria, la Madre della vera e perpetua Quaresima, con il suo esempio ed il suo insegnamento di silenzio, ascolto e penitenza, ci indichi la strada per incontrare Gesù nel cammino verso il doloroso Calvario e il Cristo Risorto nella gioia della Santa Pasqua. Amen.

il significato della Quaresima, attingendo da due testi biblici, il primo dal Libro della Genesi, relativo al diluvio universale, il secondo dal Vangelo di Marco, riguardante il periodo di isolamento di Cristo nel deserto. Acqua, deserto e penitenza sono le tre parole che ci accompagnano in questo inizio di Quaresima. Nel brano della Genesi ci viene raccontato il primo diluvio universale che fu di selezione e purificazione per tutta la terra, segno del Battesimo, in cui l’acqua è l’elemento di purificazione versato sulla nostra terra per lavarci dal peccato originale e purificarci per una vita nuova nella grazia santificante. Dopo il diluvio Dio stabilisce una precisa alleanza con l’uomo: “non sarà più distrutta alcuna carne dalle acque del diluvio, né il diluvio devasterà più la terra. La pace è entrata nella storia dell’umanità e Dio si fa garante da parte sua di questa pace, a condizione che l’uomo rispetti le leggi di Dio che danno pace e sicurezza. Dio, infatti, disse a Noè e ai suoi figli con lui: «Quanto a me, ecco io stabilisco la mia alleanza con voi e con i vostri discendenti dopo di voi, con ogni essere vivente che è con voi, uccelli, bestiame e animali selvatici, con tutti gli animali che sono usciti dall’arca, con tutti gli animali della terra”. Il segno visibile di questa alleanza sarà l’arcobaleno della pace universale, tra il il Creatore, il Creato e le Creature: «Questo è il segno dell’alleanza, che io pongo tra me e voi e ogni essere vivente che è con voi, per tutte le generazioni future. Pongo il mio arco sulle nubi, perché sia il segno dell’alleanza tra me e la terra”. San Pietro Apostolo rifacendosi proprio al testo della Genesi del diluvio e del post-diluvio con l’alleanza tra Dio e Noè, nel brano della seconda lettura di oggi, tratto dalla sua prima lettera, parla del significato dell’acqua, del battesimo e della redenzione operata da Cristo con la sua morte e risurrezione, in cui tutti noi cristiani siamo immersi mediante il battesimo. Leggiamo, infatti, “Quest’acqua, come immagine del battesimo, ora salva anche voi; non porta via la sporcizia del corpo, ma è invocazione di salvezza rivolta a Dio da parte di una buona coscienza, in virtù della risurrezione di Gesù Cristo”. Il significato più vero della Quaresima che abbiamo iniziato a celebrare, mercoledì scorso, con il rito dell’imposizione delle ceneri, è questo tempo di grazia per rivivere il nostro battesimo in profondità. E sull’esempio di Cristo che si ritirò nel deserto, per 40 giorni, a pregare, a digiunare a ritagliarsi un tempo tutto per sé prima di iniziare il ministero pubblico, anche noi siamo chiamati a valorizzare la Quaresima come tempo di riflessione, preghiera e progettazione per il nostro prossimo futuro, che è la celebrazione della nostra Pasqua del cuore e nel cuore. Possiamo assumere come personali impegni per la Quaresima queste cose possibili da farsi per ogni buon cristiano: il rito della Via Crucis; i ritiri spirituali, la Lectio divina quotidiana, la meditazione personale quotidiana, il silenzio e il raccoglimento constanti, il deserto, come spazio di riflessione e purificazione, la penitenza personale, quale volontà di conversione, la carità vissuta. La sintesi e la progettualità di questa Quaresima 2018 sta nell’orazione iniziale della messa di oggi; “O Dio, nostro Padre, con la celebrazione di questa Quaresima, segno sacramentale della nostra conversione, concedi a noi tuoi fedeli di crescere nella conoscenza del mistero di Cristo e di testimoniarlo con una degna condotta di vita”. E come completamento del nostro bisogno di pregare con maggiore intensità e convinzione, aggiungiamo questa preghiera della Quaresima: Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio vivente, che Ti sei ritirato nel deserto, per quaranta giorni, a pregare e a fare penitenza, in vista dell’annuncio del tuo Regno e dell’invito alla conversione della gente, fa’ che questo tempo di Quaresima che Tu ci doni, porti nel nostro cuore il rinnovamento spirituale di cui abbiamo tutti quanti bisogno. Allontana da noi ogni male e donaci la forza di superare ogni tentazione che l’antico e sempre nuovo accusatore provoca in noi per allontanarci dal tuo amore. Dona a noi, in questi santi giorni di preghiera, conversione e carità sincera, di essere coerenti con il santo vangelo della misericordia e dell’amore, senza offendere la dignità di nessuno, ma tutti protesi verso il bene assoluto, che sei Tu. Sostienici nella nostra sincera volontà di pentirci da tutti i nostri peccati della vita presente e dei tempi passati, perché nulla possa ostacolare il nostro cuore e la nostra mente nello sperimentare la vera gioia del pentimento, della riconciliazione con Dio e con i fratelli. Fa di questo tempo di penitenza il momento favorevole, per vivere la solidarietà fraterna come segno distintivo di ogni buon cristiano, incamminato sulla via della santità. Nulla e nessuno turbi il nostro cuore ed i nostri propositi di bene che intendiamo mantenere non solo in questo tempo, ma per tutta la nostra esistenza terrena. Maria, la Madre della vera e perpetua Quaresima, con il suo esempio ed il suo insegnamento di silenzio, ascolto e penitenza, ci indichi la strada per incontrare Gesù nel cammino verso il doloroso Calvario e il Cristo Risorto nella gioia della Santa Pasqua. Amen.

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