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ASCENSIONE DEL SIGNORE – VIVERE DEL CIELO, DOVE CRISTO È ASCESO PER SEMPRE

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ASCENSIONE DEL SIGNORE – VIVERE DEL CIELO, DOVE CRISTO È ASCESO PER SEMPRE

padre Antonio Rungi

La solennità dell’Ascensione di Gesù al Cielo, che celebriamo oggi nella liturgia della prima domenica di Giugno 2019, è un chiaro invito a tutti i cristiani e credenti di guardare al cielo, dove Cristo si è assiso alla destra del Padre, ma soprattutto di vivere del cielo. Se, infatti, siamo risorti con Cristo e se siamo convinti di una vita oltre questa vita, noi dobbiamo vivere del cielo, cioè cercare continuamente le cose di lassù, quelle eterne ed intramontabili che ci danno la vera felicità. Tutta la liturgia di questo giorno di festa, dal racconto che se ne fa del momento in cui Gesù lascia definitivamente la terra, per non lasciarci soli, ma per inviare a noi lo Spirito consolatore, al mandato missionario che Cristo assegna agli apostoli e a tutta la chiesa è un costante richiamo alla salvezza eterna: andate in tutto il mondo e predicate il vangelo. Chi crederà si salverà, chi non crederà prenderà altre viene che non sono le vere strade che portano a Dio e alla gioia senza fine. Non senza significato biblico e teologico noi professiamo la fede in Cristo, morto, risorto e asceso al cielo. Illustrando questa verità di fede, il Catechismo della Chiesa cattolica, spiega questo mistero glorioso della nostra fede, partendo dal testo del vangelo «Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu assunto in cielo e sedette alla destra di Dio» (Mc 16,19), in questi termini: “Il corpo di Cristo è stato glorificato fin dall’istante della sua risurrezione, come lo provano le proprietà nuove e soprannaturali di cui ormai gode in permanenza. Ma durante i quaranta giorni nei quali egli mangia e beve familiarmente con i suoi discepoli e li istruisce sul Regno, la sua gloria resta ancora velata sotto i tratti di una umanità ordinaria. L’ultima apparizione di Gesù termina con l’entrata irreversibile della sua umanità nella gloria divina simbolizzata dalla nube e dal cielo ove egli siede ormai alla destra di Dio”. Alla Maddalena Gesù raccomanda di riferire agli apostoli: «Non sono ancora salito al Padre: ma va’ dai miei fratelli e di’ loro: Io salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro» (Gv 20,17). Questo indica una differenza di manifestazione tra la gloria di Cristo risorto e quella di Cristo esaltato alla destra del Padre. L’avvenimento ad un tempo storico e trascendente dell’ascensione segna il passaggio dall’una all’altra.
L’Ascensione di Gesù al Cielo, ultima tappa del suo itinerario terreno, rimane strettamente unita alla prima, cioè alla discesa dal cielo realizzata nell’incarnazione. Solo colui che è «uscito dal Padre» può far ritorno al Padre: Cristo. «Nessuno è mai salito al cielo fuorché il Figlio dell’uomo che è disceso dal cielo» (Gv 3,13). Lasciata alle sue forze naturali, l’umanità non ha accesso alla «casa del Padre», alla vita e alla felicità di Dio. Soltanto Cristo ha potuto aprire all’uomo questo accesso «per darci la serena fiducia che dove è lui, Capo e Primogenito, saremo anche noi, sue membra, uniti nella stessa gloria». L’Ascensione al Cielo è strettamente legata al mistero della croce: «Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me» (Gv 12,32). L’elevazione sulla croce significa e annunzia l’elevazione dell’ascensione al cielo. Essa ne è l’inizio. Gesù Cristo, l’unico Sacerdote della nuova ed eterna Alleanza, «non è entrato in un santuario fatto da mani d’uomo [...], ma nel cielo stesso, per comparire ora al cospetto di Dio in nostro favore» (Eb 9,24).
Potremmo giustamente domandarci cosa fa Cristo in cielo e come si vive in cielo?
In cielo Cristo esercita il suo sacerdozio in permanenza, «essendo egli sempre vivo per intercedere» a favore di «quelli che per mezzo di lui si accostano a Dio» (Eb 7,25). Come «sommo Sacerdote dei beni futuri» (Eb 9,11), egli è il centro e l’attore principale della liturgia che onora il Padre nei cieli.
Come pure, una domanda spontanea viene da questa espressione che è inserita nella professione di fede: Cristo siede alla destra del Padre.
«Per destra del Padre intendiamo la gloria e l’onore della divinità, ove colui che esisteva come Figlio di Dio prima di tutti i secoli, come Dio e consostanziale al Padre, s’è assiso corporalmente dopo che si è incarnato e la sua carne è stata glorificata». Per cui “l’essere assiso alla destra del Padre significa l’inaugurazione del regno del Messia, compimento della visione del profeta Daniele riguardante il Figlio dell’uomo: «[Il Vegliardo] gli diede potere, gloria e regno; tutti i popoli, nazioni e lingue lo servivano; il suo potere è un potere eterno, che non tramonta mai, e il suo regno è tale che non sarà mai distrutto» (Dn 7,14). A partire da questo momento, gli Apostoli sono divenuti i testimoni del «regno che non avrà fine».
Da qui la missione della Chiesa di annunciare a tutte le creature l’infinito amore di Dio che vuole la salvezza di tutti gli uomini, i quali che avere sempre più uno sguardo, un pensiero e la mente rivolti al cielo, ma devono vivere di cielo, ovvero nella comunione con Dio, con il fratelli e con il creato intero.
Chiudo questa mia riflessione con quanto ha scritto Papa Benedetto XVI, commentando l’Ascensione al cielo di Gesù: “Gesù parte benedicendo. Benedicendo se ne va e nella benedizione Egli rimane. Le sue mani restano stese su questo mondo. Le mani benedicenti di Cristo sono come un tetto che ci protegge. Ma sono al contempo un gesto di apertura che squarcia il mondo affinché il cielo penetri in esso e possa diventarvi una presenza. Nel gesto delle mani benedicenti si esprime il rapporto duraturo di Gesù con i suoi discepoli, con il mondo. Nell’andarsene Egli viene per sollevarci al di sopra di noi stessi ed aprire il mondo a Dio. Per questo i discepoli poterono gioire, quando da Betania tornarono a casa. Nella fede sappiamo che Gesù, benedicendo, tiene le sue mani stese su di noi. È questa la ragione permanente della gioia cristiana”. Guardare il cielo e vivere di cielo è stare perennemente nella gioia vera.

IL MANTELLO DI ELÌA – BRANO BIBLICO: 1RE 19,16.19-21 (è una Omelia)

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IL MANTELLO DI ELÌA – BRANO BIBLICO: 1RE 19,16.19-21 (è una Omelia)

don Marco Pratesi

XIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno C) (01/07/2007)

La missione di Elia, che si svolge nel regno di Israele (il regno del nord) nel IX sec. a. C., è ricondurre Israele al Signore distogliendolo dal culto degl’idoli. Duramente perseguitato, la sua attività riprende slancio dopo una forte esperienza di Dio sul monte Oreb (1Re 19,9-14). Tra le altre cose, Dio gli mostra chi dovrà continuare la sua missione: Eliseo.
Questi è un agricoltore benestante, ara « con dodici paia di buoi ». In questo particolare è probabilmente da ravvisare un messaggio. Egli ara, prepara la terra a ricevere il seme: la sua nuova missione consisterà nell’arare una nuova terra, che è Israele, disponendola a ricevere un nuovo seme, che è la Parola. È come se Elia gli dicesse: « seguimi, ti farò aratore del popolo ». Le dodici paia di buoi esprimono la sua condizione di abbondanza, ma probabilmente alludono anche alla ricchezza della sua futura azione profetica.
La sua chiamata non avviene mediante visioni o teofanie, passa attraverso il semplice ma potente gesto di Elia, che gli butta addosso il mantello.
Con questo mantello Elia si era coperto il volto al passaggio del Signore sull’Oreb (1Re 19,13). Con esso Elia avrebbe più tardi aperto le acque del Giordano (2Re 2,8). Giunto il momento della sua misteriosa ascensione al cielo, lo lascia ad Eliseo, che a sua volta ripeterà subito dopo il prodigio del passaggio del fiume (2Re 2,13-14). Il mantello simboleggia dunque il ruolo, la missione e la forza di Elia, che diventano di Eliseo. Gettandogli addosso il mantello, Elia investe Eliseo della propria missione. In effetti non si parla qui di « unzione », come invece voleva il comando divino del v. 16: questo gesto ne tiene il posto. Per una qualche analogia, si può pensare al gesto profetico col quale Paolo VI nel 1972, durante una visita a Venezia, impose la propria stola sulle spalle del patriarca Luciani, il futuro Giovanni Paolo I.
Mentre Elia getta il mantello non si ferma nemmeno, quasi a sottolineare l’urgenza della sequela. Eliseo risponde prontamente correndo dietro a Elia, lo rincorre, chiedendogli solo di potersi congedare dai suoi.
La risposta di Elia non è del tutto chiara; ribadisce comunque l’importanza della chiamata e accorda il permesso.
Oramai Eliseo è pienamente volto verso la sua nuova strada, taglia i ponti, non arerà più, seguirà Elia: due buoi e l’aratro servono per la festa del congedo. Quello che era la sua vita è offerto a Dio (si tratta probabilmente di un sacrificio) e diventa per gli altri: è la sua nuova vita.
Il racconto è scarno ma dice molte cose. La chiamata (che il vangelo di oggi ci invita a leggere come chiamata al discepolato) vi appare come un essere rivestiti di un nuovo abito, assumere una nuova identità. Ma Eliseo non va nel guardaroba a scegliere: non solo non sceglie lui cosa indossare, ma mette addirittura il vestito di un altro. Non sembra una spersonalizzazione alienante? Eppure la struttura della vita cristiana (e ancor prima della vita umana) è questa. La scelta di essere discepoli è primariamente di Dio, la nostra scelta viene solo in seconda battuta, è una risposta: « non voi avete scelto me, io ho scelto voi » (Gv 15,16). Noi siamo « eletti da Dio » (1Ts 1,4). Del resto, questo vale anche per il semplice fatto di esistere: non ci siamo chiamati all’esistenza da soli, la nostra risposta alla vita viene dopo.
Noi non stabiliamo neanche che cosa questo discepolato debba essere, non siamo noi a deciderne la struttura e le leggi. Esso è qualcosa che è dato, e che dobbiamo semplicemente assumere, accogliere, di cui dobbiamo rivestirci. Anche qui, la cosa vale per la semplice esistenza umana, che non possiamo strutturare a nostro arbitrio: non è vero che « il mondo è quello che uno pensa che sia », come oggi si pretende.
Qui, però, emerge una differenza tra il discepolo di Elia e quello di Cristo. Eliseo indosserà il mantello del suo maestro, il cristiano indosserà il suo stesso maestro (Gal 3,27). La sequela cristiana è cioè adesione piena alla persona del maestro, e non solo alla sua missione o al suo insegnamento, secondo quella pretesa scandalizzante che è caratteristica del Cristo: « Io sono la via, la verità e la vita » (Gv 14,6); per cui alla fine il discepolo ben riuscito potrà dire: « non vivo più io, ma Cristo in me » (Gal 2,20).
È questa alienazione, mortificazione della propria identità, avvilimento della persona umana, follia? Non sono in pochi a pensarlo. Eppure l’uomo non può vivere che così, centrato non su se stesso, ma su un Altro: « Rivestitevi del Signore Gesù Cristo e non seguite la carne nei suoi desideri » (Rm 13,14). È questa la via della vita.

V DOMENICA DI PASQUA (ANNO C) (19/05/2019)

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V DOMENICA DI PASQUA (ANNO C) (19/05/2019)

Come io ho amato voi
don Luciano Cantini

Un comandamento nuovo
Sul Sinai Mosè riceve le “dieci parole”, i comandamenti, come fondamento della Alleanza con Dio, meglio ancora come atto fondativo del popolo d’Israele; Gesù, nel cenacolo, dona un solo Comandamento come atto fondativo della sua Chiesa: Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli.
Leggendo bene Gesù non ci lascia un comandamento nel senso di legge (in greco si direbbe nòmos), ma nel senso di patto (entolè). È una alleanza che Gesù ci sta offrendo: nuova, non perché segue un’altra più vecchia (in senso cronologico in greco si sarebbe detto neòs), piuttosto perché diversa, altra (come il termine kainòs suggerisce), porta cioè una novità rispetto al passato, la sua qualità è tale che supera e sostituisce i patti e le alleanze precedenti. Se Gesù chiama la sua affermazione comandamento è per contrapporlo a quelli di Mosè: “la legge fu data per mezzo di Mosè, ma la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù” (Gv 1,17).
Che vi amiate gli uni gli altri
Nella alleanza sinaitica le prime tre “parole” delle Tavole riguardano Dio e la relazione con lui; nell’unico nuovo comandamento che Gesù lascia come costitutivo per la comunità dei credenti non c’è nulla che riguardi Dio ma comanda l’unica cosa che non può essere comandata ad un uomo: l’impegno di amore per gli uomini e tra gli uomini. Si può comandare di tutto, di obbedire, di servire, ma non di amare. L’amore è talmente connaturale all’uomo che parlarne può sembrare facile, ma è una realtà così complessa che è difficile analizzarne motivazioni e conseguenze. Una coppia è in difficoltà se si domanda il perché del loro amore; potranno raccontare la loro storia, ricordare attimi, esprimere sentimenti ma non dire il perché!
L’essere umano è dominato da istinti primordiali come la sopravvivenza o la continuità della specie eppure è la forza dell’amore che dà il contenuto alla storia e lo spessore della vita, eleva gli istinti alla sublimità spirituale.
Come io ho amato voi
Gesù pone l’amore tra gli uomini in relazione al suo: come io ho amato voi; non usa il futuro “amerò”, quindi sembra non intendere il dono totale e supremo che poi manifesterà sulla croce, piuttosto richiamare l’esperienza di lui che i discepoli hanno già fatto. Nel contesto della cena come non fare riferimento a Gesù che, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine (Gv 13,1), si è spogliato e come un servo si è messo a lavare i piedi.
È l‘amore che si esprime nel servizio, che diventa visibile attraverso il servizio: per mezzo dell’amore siate a servizio gli uni agli altri (Gal 5,13).
Quel come (kathòs) può anche essere tradotto perché: Amatevi perché io vi ho amati. Si tratta di restituire l’amore che abbiamo ricevuto da Cristo facendolo passare attraverso la nostra vita, la nostra esperienza; è indispensabile permettere all’amore di circolare tra noi: amare Dio attraverso il nostro prossimo, nel nostro prossimo (cfr Mt 25,35).
Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli
Il discepolo di Cristo è riconoscibile soltanto da come agisce verso gli altri: da questo tutti sapranno che siete miei discepoli.
L’amore è il segno distintivo, l’agàpe, l’amore fraterno, vicendevole, un amore accogliente, coinvolgente, contagioso! [Dall'inizio della cena troviamo usato il verbo agapaô (amare), e il sostantivo agapê (amore), che nel greco classico è piuttosto raro, nel NT, invece, è molto usato per esprimere l'amore gratuito e disinteressato di Dio, e conseguentemente la risposta dell'uomo].
Altro che sputarsi addosso, insultarsi con epiteti volgari, discriminare, additare chi è diverso, ferire, usare violenza, uccidere! Invece viviamo in una società intollerante, fatta di esclusione anziché di accoglienza, di odio anziché di amore: Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede (1Gv 4,20). Amare non è una astrazione, neppure contemplazione, ma la concretezza del sanare le ferite dell’anima di chi ci sta accanto, nel soccorre i deboli, confortare gli scoraggiati, a prescindere dalla condizione sociale, credo religioso, nazionalità, orientamento sessuale, amare incondizionatamente tutte e tutti perché siamo sorelle e fratelli fin quanto figlie e figli dello stesso Padre.

OMELIA IV DOMENICA DI PASQUA – DEL BUON PASTORE

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OMELIA IV DOMENICA DI PASQUA – DEL BUON PASTORE

padre Antonio Rungi
Un pastore vigile e misericordioso

La quarta domenica di Pasqua è dedicata al Buon Pastore e, di conseguenza, al tema delle vocazioni.
Una domenica speciale per pregare per tutti coloro che sono impegnati nella pastorale, di qualsiasi genere, e nei vari uffici e ruoli sia a livello parrocchiale, che Diocesano e più in generale nella Chiesa universale.
Il primo pensiero, va al primo pastore della Chiesa cattolica di oggi, che è il Santo Padre, Papa Francesco, e poi a seguire a tutti i Vescovi del mondo, a tutti i sacerdoti impegnati nella cura delle anime e a tutti i diaconi.
Partendo da testo del Vangelo di questa domenica, in cui ci viene presentata la figura del Pastore che comunica con le sue pecorelle e interagisce con loro mediante la grazia, possiamo comprende l’importanza di tale figura biblica del pastore che viene offerta a noi come chiave di lettura della missione del vero ed unico pastore della Chiesa e dell’umanità che è Gesù Cristo.
Cosa fa questo pastore attento, premuroso, vigilante e misericordioso? L’evangelista Giovanni, nel suo vangelo, ne traccia un identikit preciso. Un pastore che parla alle sue pecore; un pastore che conosce le pecore, perché mediante il dialogo d’amore è facile capirsi tra pastore e pecore; un pastore che si fa guida, si pone a capo del gregge per pascolare, pascere e camminare. Egli è il primo a camminare verso la meta, che è il Calvario ed è la Gloria. E’ un pastore che dà la sua vita per ognuna delle sue pecore e nessuna del gregge va perduta o si disperde, perché questo pastore, vigile, attento, premuroso e misercordioso, non lascia allo sbando il gregge, ma si pone alla guida di esso con coraggio, passione e dedizione.
Ecco perché nessuna delle pecore, se segue il suo pastore, si perderà, in quanto chi segue Cristo, in modo pieno e totale, ha la certezza di approdare ad una meta di vera ed eterna felicità. Anche le forze del male, il diavolo, che tende di strapparle al possesso di Dio, con la possessione diabolica, potrà vincere nei confronti del Signore, se quell’anima, quella persona ascolta la voce del suo padrone e Signore. Infatti, l’attività della grazia che opera nella vita delle persone, ben disposte alla fede, produce i suoi frutti spirituali su questa terra e soprattutto per l’eternità.
Tali frutti di conversione e di vera spiritualità sono evidenziati nel brano della prima lettura di questa quarta domenica di Pasqua con la predicazione di Paolo e Barnaba, impegnati ad evangelizzare i popoli pagani. Infatti leggiamo negli Atti degli Apostoli gli straordinari segni compiti da quali apostoli nel nome del Signore.
Un’azione apostolica quella di Paolo e di Barnaba a largo raggio, senza aver paura di nessuno, anzi potenziando l’annuncio in alcune parti dove si recavano sistematicamente mediante la predicazione itinerante, modello di ogni predicazione cristiana, che dovrebbe essere a cuore di tutti i pastori, non sempre zelanti e non sempre aperti alle necessità spirituali e materiali di tanti uomini e donne in cerca di felicità.
La diffusione del vangelo, nei primi tempi del cristianesimo, fu merito del grande converito della storia cristiana, quel Paolo di Tarso che, da persecutore, divenne per grazia di Dio, il più grande apostolo di tutti i tempi, modello di predicatore per tanti apostoli e missionari di oggi e di sempre che con fervore e zelo trasmettono ai fedeli, la parola di Dio e la parola della salvezza in ogni angolo della terra, spesso perdendo la vita a causa del vangelo, come sono i tanti martiri dei nostri giorni.
Il salmo responsoriale, tratto dal salmo 99, ci aiuta a capire il senso di questa giornata della Pasqua settimanale, durante la quale siamo chiamati a rinnovare la nostra fede in Cristo, nostro pastore, dicendo con entusiasmo: Acclamate il Signore, voi tutti della terra, servite il Signore nella gioia, presentatevi a lui con esultanza. Riconoscete che solo il Signore è Dio: egli ci ha fatti e noi siamo suoi, suo popolo e gregge del suo pascolo. Perché buono è il Signore, il suo amore è per sempre, la sua fedeltà di generazione in generazione.
San Giovanni nel bellissimo ed intenso brano dell’Apocalisse, parla di questa sua visione del mondo dell’eternità con parole di conforto, speranza e gioia, la cui centro della sscna c’è Gesù, l’Agnello immolato sulla croce per la salvezza del mondo, lo esso Agnello che siede alla destra Dio e che giudicherà il mondo, con la sua sentenza inappellabile al termine dell’esistenza personale e della storia del mondo.

apparizione al Tiberiade

per paolo pesca-miracolosa

III DOMENICA DI PASQUA (ANNO C) (05/05/2019)

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III DOMENICA DI PASQUA (ANNO C) (05/05/2019)

La pesca e Pietro
padre Gian Franco Scarpitta

I discepoli hanno appena trascorso una normalissima nottata di pesca che non si distingue dalle altre se non per un particolare: nonostante avessero gettato le reti e avessero atteso che si colmassero durante le ore notturne la pesca era stata infruttuosa. Cosa inverosimile per un tratto di mare pescosissimo come quello di Tiberiade, che offriva nella pesca forse la più grande risorsa economica per la popolazione. Pietro si era adoperato con tutti i mezzi del mestiere e non era certo alle prime armi sulla predisposizione della pesca: la sua esperienza e abilità avrebbero potuto fare in modo che almeno si conseguisse qualcosa. Invece nulla. Il lavoro era andato a vuoto, forse perché il vero pescatore doveva essere il Signore e non altri. Lui solo infatti, una volta identificatosi, indica il punto esatto nel quale la rete deve immergersi: la parte destra. Dopo aver gettato non senza perplessità nuovamente la rete nella zona indicata, avviene esattamente l’opposto di quanto prima avevano sperimentato: il quantitativo di pesce che recano le reti è abnorme e la rete rimane intatta, anche quando la si porta a riva dopo un percorso di cento metri poco o più. Qualsiasi operazione di pesca giunge a buon fine solo quando il vero pescatore è il Signore e del resto questo lo si evinceva anche a proposito di un’altra pesca, quella raccontata da Luca, che trasforma umili uomini di mare in « pescatori di uomini »(Lc 5, 1 – 11).
Ovviamente però si tratta di Gesù risorto che dona la vita a tutti e che coinvolge nella sua “rete” quanta più gente possibile, tutti coloro che a lui vogliono aderire e in lui vogliono sperare. La rete che non si infrange e non sdrucisce nonostante il grosso pescato che deve caricare è infatti la Chiesa, il mistero di salvezza attraverso la quale egli opera per la salvezza e la redenzione, che in forza dello Spirito non può decadere perché in essa lo stesso Gesù deve continuare ad adempiere la sua missione. La Chiesa purtroppo ha conosciuto parentesi oscure e non di rado ancora adesso non sempre brilla diafana del Signore risorto per l’incresciosità di determinati episodi; ciò nonostante resta l’unica istituzione di salvezza Sacramento del Risorto che raduna in sé la molteplicità dei pesci, cioè degli uomini di ogni nazione. Grandi o piccoli, di qualsiasi cultura o estrazione sociale, lontani o vicini, tutti gli uomini sono destinati ad essere “pescati” dal Signore in quella rete avvincente e infrangibile che non manca di coinvolgere tutti. La Chiesa è universale come Cristo in quanto Dio è eterno, universale e infinito e in quanto Uomo si configura con i nostri limiti senza farli propri.
E c’è di più: Gesù ha già cotto del pesce, manovra il fuoco per arrostirne altro di quello appena pescato e invita tutti a mangiare avendo provveduto perfino al pane. Gesù trasforma quell’occasione di pranzo nel dono che fa’ di se stesso ai suoi discepoli, come dimostra quel versetto giovanneo tanto somigliante ai racconti della Cena: « prese il pane e lo diede loro; così pure il pesce ». Distribuendo pane e pesce il Signore (così ormai viene riconosciuto dai suoi) offre se stesso e crea in quel banchetto comunione e gioia e questo diventa occasione per estinguere ogni perplessità sul caro Pietro, colpevole del precedente tradimento. Terminato il pasto, gli domanda infatti « Mi ami tu particolarmente, in modo speciale, più profondamente di costoro? » La triplice domanda verte a ristabilire rapporti infranti dalla vigliaccheria precedente di Pietro, i quali devono fondarsi sull’amore esclusivo verso Gesù. Effettivamente, che Pietro volesse bene a Gesù è consolidato, anche se il suo amore si limitava prima alla forma filantropica ed escludeva il fatto dell’opera della salvezza: la sua amicizia franca e sincera voleva impedirgli di recarsi a Gerusalemme per evitargli la morte di croce, voleva impedirgli di lavargli i piedi durante la Cena, si riprometteva di essergli sempre fedele amico nonostante il triplice famoso rinnegamento. Non era stato però un amore configurato nell’ottica della volontà del Padre, orientato cioè a interpretare in Gesù non solo l’amico carissimo di tutti i giorni, ma il Redentore e Salvatore che apporta la vita e la novità nel Regno. Ora Gesù richiama Pietro all’attenzione, soffermandosi sul fatto che il suo amore nei suoi confronti dev’ essere straordinario, atto anche all’eroismo alla particolare abnegazione al di sopra di tutti i suoi compagni. In forza di questo amore, Pietro dovrà confermare i fratelli nella fede, pascere il gregge di Cristo nella persona di pecore e di agnelli, cioè dei fratelli di ogni ordine e grado. A Pietro verrà affidata infatti la guida visibile dell’intera Istituzione di salvezza che comunque sarà invisibilmente guidata dallo stesso Cristo; lui dovrà farsi carico della comunione fra i fedeli e dell’evangelizzazione e dell’accoglienza di nuovi fratelli nella Chiesa. Pietro subirà volentieri il flagello e le percosse del sommo sacerdote e del Sinedrio pur di « obbedire a Dio e non agli uomini » parlando e operando nel nome di Gesù (I lettura) e testimoniando ciò che i suoi occhi hanno visto della sua morte e Resurrezione e prima ancora sul monte Tabor (2Pt 3, 16 – 18). Annuncerà con franchezza e coraggio che il Cristo che i Giudei avevano fatto morire graziando un assassino è l’autore della vita, del quale parlavano i profeti e le Scritture; dimostrerà che nel suo nome è possibile ancora operare prodigi come la guarigione di uno storpio mendicante; inviterà tutti alla conversione e al battesimo nel nome stesso di Gesù e anche quando verrà incarcerato sarà assistito e guidato dallo stesso Signore (At 2 – 4). Godrà insomma la munifica vicinanza del Cristo Risorto che appare nella vita ordinaria entrando nelle nostre case senza violare il nostro domicilio, sedendosi alla nostra tavola senza mangiare a sbafo e facendosi anzi egli stesso nostro pane di vita. E solo in Lui ogni cosa gli sarà possibile.

II DOMENICA DI PASQUA (ANNO C)

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II DOMENICA DI PASQUA (ANNO C) 

Il suo amore è per sempre
don Giacomo Falco Brini

La parte del salmo 117 che la Chiesa prega nella 2a domenica di Pasqua esprime tutto lo stupore credente per le meraviglie che Dio opera. Giustamente lo si applica per l’opera di tutte le opere di Dio, la Resurrezione di Cristo che celebriamo in questo tempo pasquale. Vorrei evidenziare quel versetto che recita: dicano quelli che temono il Signore « il suo amore è per sempre ». E’ interessante notare come il salmista ritenga timorato di Dio l’uomo convinto del suo amore fedele e incondizionato, nonché della eternità e irremovibilità dello stesso. Temere Dio allora non vuol dire che si deve avere paura di Dio: al contrario, questo sarebbe piuttosto come darla vinta a satana che generò questa paura nel peccato di Adamo. Un altro salmo, il 129, gli fa eco dicendo: se consideri le colpe Signore, chi potrà sussistere davanti a te? Ma presso di te è il perdono, perciò avremo il tuo timore (Sal 129,3-4). La misericordia divina è il fondamento del timore che Gli si deve. Il timore di Dio è dunque quel dono dello Spirito che, ricordandoci cosa e quanto siamo costati a Lui, ci aiuta a riconoscere, rispettare e rispondere all’amore che Egli ha dichiarato per sempre a ogni uomo in Cristo: non ti ho amato per scherzo disse il Signore in locuzione interiore a S.Angela da Foligno (Angela da Foligno, Istruzioni, 22,1-11).
Deve essere successo qualcosa del genere a S.Tommaso otto giorni dopo (Gv 20,26) che il Signore era apparso risorto ai suoi amici. Aveva vissuto dolorosamente come gli altri lo scandalo della Croce e l’incomprensione della vicenda del suo Maestro: perché era apparso agli altri e a lui no? Oppure, perché in quella prima apparizione Tommaso non era con gli altri nel Cenacolo? L’incredulo Tommaso formula agli altri senza troppi preamboli le sue richieste (Gv 20,25) per poter credere a quanto da loro raccontato. In fondo, che cosa sto chiedendo? A voi ha mostrato mani e costato, o no? Beh, lo voglio vedere anch’io in carne e ossa, voglio vedere se costui è lo stesso che era appeso sulla croce, anzi, ci voglio pure mettere le mani! Gesù viene incontro alla sua debolezza e Tommaso finalmente si convince non solo che Egli è risorto, ma anche dell’amore misericordioso del Signore per lui (Gv 20,28): ha visto e toccato le sue piaghe su esplicito invito di Gesù. Le brevi parole esprimono la nuova fede, l’adorazione del mistero, il santo timore davanti alla Misericordia di Dio fattasi visibile e tangibile in Gesù. In questo modo Dio ha vinto il nostro male antico: l’aver creduto che Egli fosse il falso personaggio presentato dal serpente maledetto (cfr. Gn 3).
Questa 2a domenica di Pasqua è anche detta della « Divina Misericordia » da quando S.Giovanni Paolo II ha decretato di intitolarla così per rispondere al desiderio che il Signore in persona espresse a S. Faustina Kowalska. Come Tommaso, anche noi siamo chiamati ad adorare il Signore Gesù perché il suo amore è per sempre. Non c’è un altro modo per onorarLo e ringraziarLo. Alla santa mistica polacca il Signore rivela che alla sua misericordia non si possono mettere limiti e che l’unico modo per onorarLo e ringraziarLo è appunto riconoscerlo e adorarlo nel suo amore misericordioso e incondizionato verso l’uomo. Nei giorni scorsi, molto impegnato ad ascoltare le confessioni nel sacramento della riconciliazione, ho riflettuto a lungo su alcune espressioni dei fedeli. Uno di loro ha espresso il suo disagio perché « recidivo » nel peccato. Ho pensato in quel momento che in realtà tutti lo siamo. Ho detto a quell’uomo che fortunatamente per noi anche Dio è « recidivo », ma nell’amore ostinato verso gli uomini. Quell’uomo è tornato sorridente e visibilmente sollevato dal confessionale ma, quando qualche giorno dopo, durante un incontro, ho raccontato di questo scambio di parole tra confessore e penitente, sono rimasto colpito dalla incredulità espressiva di tanti fratelli: davvero il Signore è così con noi? Davvero mi perdona anche se sono recidivo nel peccato? Possibile che a un certo punto non ne possa più di me? Mi sembra impossibile che non si stanchi di perdonarmi!… A costoro e a tutti quei fratelli che leggendo questo commento si riconoscono in questi ricorrenti dubbiosi pensieri, invito a recarsi nel luogo che più gli aggrada dove ci sia un crocifisso. Anche se non apparisse loro risorto come quel giorno a Tommaso, consideriamo la beatitudine di cui il Signore ci parla (Gv 20,29) e guardiamo lo stesso alle sue piaghe in Lui ancora crocifisso: da lì Gesù non si muove per rassicurarci che il suo amore è per sempre, anche se noi ricadiamo nel peccato. Tocca a noi credergli oppure chiamarlo, come Tommaso, ad aiutarci nella nostra fragile fede affinché crediamo che il suo amore è più grande del mio peccato?

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 26 avril, 2019 |Pas de commentaires »
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