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XII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (21/06/2020)

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XII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (21/06/2020)

Due passeri…
don Luciano Cantini

Non abbiate paura

In tutta la scrittura, questo invito è ripetuto e ripetuto più volte, in mille occasioni, espresso in tutte le declinazioni per ben 365 volte; lo stesso invito lo ripete nei secoli la Chiesa… risuona ancora forte il grido, dal balcone di san Pietro, che Papa Giovanni Paolo II rivolse al mondo in occasione della sua elezione a Pontefice: «Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo! Alla sua salvatrice potestà aprite i confini degli Stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti campi di cultura, di civiltà, di sviluppo. Non abbiate paura! Cristo sa « cosa è dentro l’uomo ». Solo lui lo sa!»
Nonostante questo, l’uomo continua ad avere paura, ancor di più in questo periodo in cui l’altro è visto come un potenziale portatore di contagio. La corsa alle mascherine, la difficoltà a trovare guanti e disinfettanti ha acuito ancor più il senso della paura ma anche l’approfitto; non si può negare che sia la paura a generare un certo business tra porte blindate e sistemi di allarme o strumenti di controllo. Periodicamente si individuano categorie di persone stimolano le nostre inquietudini e i nostri presentimenti e verso cui mostrare diffidenza e ostilità senza un reale fondamento. C’è da domandarsi come la prudenza sfoci nella paura e quanto questa sia fomentata da chi ha interessi. Tra le espressioni di Martin Luther King leggiamo: “Un giorno la paura bussò alla porta. Il coraggio andò ad aprire e non trovò nessuno”.
Voi valete più di molti passeri!
È sempre più urgente in questi nostri giorni alimentare la fiducia, la nostra e quella degli altri. Abbiamo la consapevolezza che siamo pensati in continuazione, guardati con amore e vegliati con cura da Dio. L’immagine dei passerotti come quella dei capelli del nostro capo, proprio perché fissano l’attenzione su cose di poco conto, ci dicono quanto siamo considerati e amati dal Padre. L’impossibilità umana di tener conto dei capelli ci costringe a riconoscere la sovrabbondanza con cui Dio risponde al nostro bisogno e al nostro desiderio di lui. Abbiamo la certezza che il male per quanto sia appariscente e potente, è tanto inferiore al bene, perché Dio è Amore. È la stessa immagine di Abramo invitato a contare le stelle del cielo e i granelli di sabbia per immaginare la grandezza a cui Dio lo ha chiamato. Dall’inizio del suo pontificato che Papa Francesco ci ricorda che tutti siamo preziosi agli occhi di Dio e quanto abbia in odio lo scarto. Non è ingenuità ma la consapevolezza che sono proprio la fragilità e la debolezza a manifestare la nostra forza: è il mistero della Croce che siamo chiamati ad abbracciare. Dice san Paolo: “abbiamo questo tesoro in vasi di creta perché appaia che questa straordinaria potenza appartiene a Dio, e non viene da noi” (2Cor 4,7).
Non è nel volere di Dio la caduta di chicchessia (come la proverbiale foglia) ma è certo che nulla e nessuno è abbandonato da Dio, il suo è uno sguardo di Padre a meno che non siamo noi stessi a sottrarci al suo sguardo.
Chiunque mi riconoscerà
Troppo spesso diamo tutto per scontato, semplice, quasi automatico… di fronte alla vita che nasce, alla bellezza della natura è facile riconoscere la presenza e l’azione del creatore, è una realtà ovvia, assodata la fede sgorga insieme ai sentimenti ma davanti alla morte, alla forza dirompente della natura, alla perversione dell’uomo o, come in questi giorni, l’incombenza di una pandemia, quando il cuore si ribella e l’intelligenza è come frenata come possiamo coniugare la nostra Fede? Come riconoscere l’azione di Dio e la sua potenza?
Non a caso Gesù ha affermato: “nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto”. L’esperienza dei discepoli di Gesù è dominata dal mistero e dalla incomprensione finché la sua morte sulla croce non rivelerà la grandezza della paternità di Dio, finché la debolezza di Gesù non mostrerà l’onnipotenza del Padre. Riconoscere il Signore ha proprio questa esigenza di lasciarci coinvolgere dal mistero della croce. La contrapposizione tra vita e morte, fragilità e forza, perdita e vittoria spaventa quando ci sfiora da vicino; è così incredibile da diventare non annunciabile. Riconoscere non significa semplicemente “sapere che…” ma lasciarsi coinvolgere, avere lo stesso pensiero; il verbo greco indica soprattutto « comunione » di vita, di storia, di prospettiva.
Dobbiamo fare i conti con le nostre paure e le nostre reticenze, con le tenebre che avvolgono i nostri pensieri. La piccolezza ci scandalizza, l’insignificanza, la rovina suonano come disfatta, riconoscere il Signore significa invece entrare nella dinamica del suo progetto, entrare nella complessità storica del mondo, nella fatica e nella tribolazione quotidiana percependone la provvisorietà e la relatività per vivere nel presente la vittoria di Dio sul mondo.

 

OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO – « Pregare è andare con Gesù al Padre che ci darà tutto »

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DALLA CAPPELLA DI CASA SANTA MARTA

OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO – « Pregare è andare con Gesù al Padre che ci darà tutto »

Domenica, 10 maggio 2020

Omelia
In questo passo del Vangelo (cfr Gv 14,1-14), il discorso di congedo di Gesù, Gesù dice che va dal Padre. E dice che sarà con il Padre e che anche chi crede in Lui «compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre. E qualunque cosa chiederete nel mio nome, la farò, perché il Padre sia glorificato nel Figlio. Se mi chiederete qualche cosa nel mio nome, io la farò» (vv. 12-14). Possiamo dire che questo passo del Vangelo di Giovanni è la dichiarazione dell’ascesa al Padre.
Il Padre sempre è stato presente nella vita di Gesù, e Gesù ne parlava. Gesù pregava il Padre. E tante volte, parlava del Padre che ha cura di noi, come ha cura degli uccelli, dei gigli del campo… Il Padre. E quando i discepoli gli chiesero di imparare a pregare, Gesù insegnò a pregare il Padre: «Padre nostro» (Mt 6,9). Sempre va [si rivolge] al Padre. Ma in questo passo è molto forte; e anche è come se aprisse le porte della onnipotenza della preghiera. “Perché io sono con il Padre: voi chiedete e io farò tutto. Ma perché il Padre lo farà con me” (cfr Gv 14,11). Questa fiducia nel Padre, fiducia nel Padre che è capace di fare tutto. Questo coraggio di pregare, perché per pregare ci vuole coraggio! Ci vuole lo stesso coraggio, la stessa franchezza che per predicare: la stessa. Pensiamo al nostro padre Abramo, quando lui – credo che si dica – “mercanteggiava” con Dio per salvare Sodoma (cfr Gen 18,20-33): “E se fossero di meno? E di meno? E di meno?…”. Davvero, sapeva “negoziare”. Ma sempre con questo coraggio: “Scusami, Signore, ma fammi uno sconto: un po’ di meno, un po’ di meno…”. Sempre il coraggio della lotta nella preghiera, perché pregare è lottare: lottare con Dio. E poi, Mosè: le due volte che il Signore avrebbe voluto distruggere il popolo (cfr Es 32,1-35 e cfr Nm 11,1-3) e fare lui capo di un altro popolo, Mosè ha detto “No!”. E ha detto “no” al Padre! Con coraggio! Ma se tu vai a pregare così – [bisbiglia una preghiera timida] – questa è una mancanza di rispetto! Pregare è andare con Gesù al Padre che ti darà tutto. Coraggio nella preghiera, franchezza nella preghiera. La stessa che ci vuole per la predica.
E abbiamo sentito nella prima Lettura quel conflitto nei primi tempi della Chiesa (cfr At 6,1-7), perché i cristiani di origine greca mormoravano – mormoravano, già a quel tempo si faceva questo: si vede che è un’abitudine della Chiesa… – mormoravano perché le loro vedove, i loro orfani non erano ben curati; gli apostoli non avevano tempo di fare tante cose. E Pietro [con gli apostoli], illuminato dallo Spirito Santo, “inventò”, diciamo così, i diaconi. “Facciamo una cosa: cerchiamo sette persone che siano brave e che questi uomini si prendano cura del servizio” (cfr At 6,2-4). Il diacono è il custode del servizio, nella Chiesa. “E così questa gente, che ha ragione di lamentarsi, sia curata bene nei suoi bisogni e noi – dice Pietro, l’abbiamo sentito – e noi ci dedicheremo alla preghiera e all’annuncio della Parola” (cfr v. 5). Questo è il compito del vescovo: pregare e predicare. Con questa forza che abbiamo sentito nel Vangelo: il vescovo è il primo che va dal Padre, con la fiducia che ha dato Gesù, con il coraggio, con la parresìa, a lottare per il suo popolo. Il primo compito di un vescovo è pregare. Lo disse Pietro: “E a noi, la preghiera e l’annuncio della Parola”.
Io ho conosciuto un sacerdote, un santo parroco, buono, che quando trovava un vescovo lo salutava, bene, molto amabile, e sempre faceva la domanda: “Eccellenza, quante ore al giorno Lei prega?”, e sempre diceva: “Perché il primo compito è pregare”. Perché è la preghiera del capo della comunità per la comunità, l’intercessione al Padre perché custodisca il popolo.
La preghiera del vescovo, il primo compito: pregare. E il popolo, vedendo il vescovo pregare, impara a pregare. Perché lo Spirito Santo ci insegna che è Dio che “fa la cosa”. Noi facciamo un pochettino, ma è Lui che “fa le cose” della Chiesa, e la preghiera è quella che porta avanti la Chiesa. E per questo i capi della Chiesa, per dire così, i vescovi, devono andare avanti con la preghiera.
Quella parola di Pietro è profetica: “Che i diaconi facciano tutto questo, così la gente è ben curata e ha risolto i problemi e anche i suoi bisogni. Ma a noi, vescovi, la preghiera e l’annuncio della Parola”.
È triste vedere bravi vescovi, bravi, gente buona, ma indaffarati in tante cose, l’economia, e questo e quell’altro e quell’altro… La preghiera al primo posto. Poi, le altre cose. Ma quando le altre cose tolgono spazio alla preghiera, qualcosa non funziona. E la preghiera è forte per questo che abbiamo sentito nel Vangelo di Gesù: «Io vado al Padre. E qualunque cosa chiederete nel mio nome al Padre, la farò, perché il Padre sia glorificato» (Gv 14,12-13) Così va avanti la Chiesa, con la preghiera, il coraggio della preghiera, perché la Chiesa sa che senza questa ascesa al Padre non può sopravvivere.

Preghiera per fare la comunione spirituale
Le persone che non si comunicano fanno adesso la comunione spirituale:
Ai tuoi piedi o mio Gesù mi prostro e ti offro il pentimento del mio cuore contrito, che si abissa nel suo nulla e nella tua santa presenza. Ti adoro nel Sacramento del tuo amore, l’ineffabile Eucaristia. Desidero riceverti nella povera dimora che ti offre il mio cuore. In attesa della felicità della comunione sacramentale, voglio possederti in spirito. Vieni a me o mio Gesù, che io vengo da te. Possa il tuo amore infiammare tutto il mio essere per la vita e per la morte. Credo in te, spero in te, ti amo.

PENTECOSTE (ANNO A) – MESSA DEL GIORNO (31/05/2020)

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PENTECOSTE (ANNO A) – MESSA DEL GIORNO (31/05/2020)

Il linguaggio dell’amore unisce il mondo
padre Antonio Rungi

Celebriamo oggi la solennità della Pentecoste, una ricorrenza nella vita cristiana e nella liturgia cattolica molto importante, perché ricorda a tutti noi battezzati e cresimati e consacrati, a vario titolo, nel servizio alla comunità dei credenti, che sugli apostoli e Maria, a 50 giorni della risurrezione di Cristo, discese lo Spirito Santo che li confermò nella loro missione.
E’ significativo che i testi biblici facciano riferimento a questo momento dell’ufficializzazione della Chiesa, già nata dal costato di Cristo, ci sia presente la Beata Vergine Maria. A conferma che Maria è davvero la Madre di Cristo e come tale è Madre di Do e della Chiesa.
Lo Spirito Santo che scende sugli Apostoli per confermarli nella fede e per inviarli nel mondo quali messaggeri di amore, speranza e gioia. Il testo del Vangelo di Giovanni che abbiamo appena ascoltato, non riguarda il momento della Pentecoste, ma il momento del Pasqua di risurrezione.
E’ il primo discorso del Risorto, una sorta di saluto che il Signore fa ai suoi discepoli prima della sua ascensione. E’ il discorso, appunto, dell’arrivederci e non dell’addio, ma comune di saluto che il Maestro rivolge ai suoi discepoli, dopo aver completato il suo insegnamento e la sua esperienza di didattica, non a distanza, a stretto contatto che egli ha portato avanti nel corso del suo triennio di insegnamento, educazione, preparazione alla vita e alla missione. E cosa dice ai suoi discepoli.
Giovanni lo sintetizza in alcune espressioni: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati». Questo brano del Vangelo lo si comprende nella sua giusta portata teologica e pastorale rapportandolo con il testo della prima lettura di questa solennità, tratta dagli Atti degli Apostoli, nel quale si racconta proprio il momento della discesa dello Spirito Santo: “Mentre stava compiendosi il giorno della Pentecoste, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano. Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro, e tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi. Abitavano allora a Gerusalemme Giudei osservanti, di ogni nazione che è sotto il cielo. A quel rumore, la folla si radunò e rimase turbata, perché ciascuno li udiva parlare nella propria lingua”. I frutti della discesa dello Spirito Santo sono immediati e anche riconoscibili.
Gli Apostoli si rendono comprensibili a chi parlava altre lingue. Il linguaggio dello Spirito Santo, che è quello dell’amore, unisce e non separa, fa comunione e non divisione. Ecco perché gli Apostoli pur parlando nella loro lingua che avevano appreso, l’aramaico, in realtà, quanti parlavano altre lingue li comprendevano. Si sa che Gesù parlava Aramaico, perché la lingua parlata in Galilea e Palestina all’epoca di Gesù era l’aramaico giudaico palestinese, e probabilmente l’aramaico parlato da Gesù per comunicare con i suoi discepoli era un dialetto galileo caratterizzato dalla presenza di alcune parole in ebraico e in greco, anche se non tutti sono d’accordo riguardo a ciò.
Nel giorno della Pentecoste c’erano cittadini di varie località, regioni e provenienza linguistica e culturale: Parti, Medi, Elamìti; abitanti della Mesopotàmia, della Giudea e della Cappadòcia, del Ponto e dell’Asia, della Frìgia e della Panfìlia, dell’Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirène, Romani residenti a Geursalemme, Giudei e prosèliti, Cretesi e Arabi. Gerusalemme che era il centro della spiritualità, accoglieva tanti popolo, la città della pace era di fatto la città plurietnica e pluriculturale come lo è oggi per altre ragioni, ed in primo luogo perché è la città della morte e della risurrezione del Redentore.
Possiamo dire che la globalizzazione della comunicazione aveva la sua origine proprio nel giorno della Pentecoste, anticipando i tempi odierni. Ma chi erano tutti costoro che stavano a Gerusalemme?
I parti appartenevano ad un’antica popolazione iranica, stanziatasi dal 3° sec. a.C. in una regione dell’altopiano iranico fra Oxus, il Caspio e il deserto centrale, denominata Partia; mentre i Medi appartenevano sempre ad un’antica popolazione iranica, stanziata almeno dal 9° sec. a.C. nella regione nord-occidentale della Persia e dai persiani chiamata Media; gli Elamiti, invece, erano gli abitanti dell’Elam, una regione situata ad ovest del corso inferiore del Tigri, che ebbe per capitale Susa. Gli abitanti della Mesopotamia venivano, invece, dalla regione dell’Asia anteriore compresa tra i fiumi Tigri ed Eufrate; la Giudea, ben nota ai tempi di Gesù, era la zona meridionale e più elevata dell’altopiano della Palestina, situata fra il Mar Morto e il Mar di Levante; la Cappadocia faceva parte dell’Asia Minore; mentre il Ponto era una regione della Turchia. La Frigia era una regione interna dell’Anatolia; mentre la Panfilia era una regione costiera dell’Anatolia meridionale.
Possiamo dire che il mondo era ben rappresentato in quel momento come evidenziano gli Atti degli Apostoli: Abitavano allora a Gerusalemme Giudei osservanti, di ogni nazione che è sotto il cielo” A queste persone, provenienti da varie regioni e località, si rivolsero gli apostoli e fecero capire perfettamente ciò che dicevano di Cristo e su Cristo.
Noi sul loro esempio dobbiamo capire chi è Cristo per noi e farlo capire agli altri, mediante la testimonianza, l’annuncio e la diffusione del vangelo in ogni parte del mondo. Ed oggi è facile arrivare con i potenti mezzi che si hanno, che pure loro hanno dovuto arrendersi di fronte all’emergenza della pandemia, che sta parlando di altro e non certo di Dio. Ricominciare a parlare di fede penso che sia importante a partire proprio da questo giorno dedicato alla discesa dello Spirito Santo sugli Apostoli e Maria, riuniti in preghiera nel cenacolo, dal quale parte la missione della Chiesa per tutti i popoli della terra.

 

ASCENSIONE DEL SIGNORE (ANNO A) (24/05/2020)

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ASCENSIONE DEL SIGNORE (ANNO A) (24/05/2020)

Egli ascende e noi scendiamo
don Giacomo Falco Brini

Nella solennità dell’Ascensione, anche se nella 1a lettura leggiamo che, dopo aver parlato ai discepoli, Gesù fu elevato in alto sotto i loro occhi e una nube lo sottrasse ai loro sguardi (At 1,9), noi non celebriamo la partenza di Gesù, bensì la sua diversa presenza nel mondo. L’epilogo del vangelo di Matteo è la dichiarazione solenne di questa verità: ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo (Mt 28,20). Dunque non esiste giorno in cui Egli sia assente. Ma che significa “una sua presenza diversa” nel mondo? In genere siamo abituati a parlare di presenza o di assenza di una persona in termini corporali. Cioè, diciamo che il tale è presente o assente a seconda che cada o meno sotto il raggio della mia capacità di vederne il corpo. Ma le cose, dopo la morte e resurrezione di Cristo, stanno proprio così?
Già nei racconti degli incontri con il Risorto notiamo che la sua presenza non è più come quella di prima. Gesù approccia ai suoi discepoli anche fisicamente, ma non c’è un immediato riconoscimento della sua persona; segno che l’evento della resurrezione esprime qualcosa di più che non la sola continuità storica con la persona del Signore. La resurrezione ha fatto “esplodere”, all’interno della storia, una nuova capacità di essere presente nelle relazioni umane. Pensate ad es. quando troviamo Gesù risorto in alcuni brani che passeggia e mangia ancora con i suoi amici, o come quando lo troviamo in carne e ossa capace di fare qualcosa che noi non possiamo fare: entrare a porte chiuse in una casa (Gv 20,19), oppure sparire improvvisamente da un banchetto amichevole (Lc 24,31).
La 1a lettura ci ricorda che anche gli apostoli si aspettavano un clamoroso ritorno del Signore e in un tempo imminente, per cui, mentre si congedavano da Lui, cercarono di carpirgli il momento esatto della sua venuta (At 1,6). Gesù smentisce questa attesa con parole che non lasciano adito ad alcuna pretesa di conoscenza di date, scadenze e decisioni storiche che Dio ha riservato alla sua decisione. No, non è di queste cose che si devono occupare i discepoli. Eppure nella storia della chiesa, come anche oggi, ci sono state e ci sono ancora frange ecclesiali, talvolta piuttosto numerose, che continuano ad agitarsi e ad agitare il popolo di Dio sul tema del suo ritorno. Basterebbe la lettura del solo testo degli Atti per recuperare un po’ di igiene mentale e rendersi conto che Gesù chiede solo ai suoi, mentre ascende al cielo, di assumere la sua missione: compito del discepolo è lasciarsi coinvolgere in una nuova tappa della storia della salvezza, dove il protagonista è lo Spirito Santo con la sua chiesa. Dio nella sua misteriosa bontà, vuol contare su di noi per salvare gli uomini.
Tiriamo le somme di queste considerazioni: la festa dell’Ascensione al cielo di Cristo, non è festeggiare il Signore in un altro posto che chiamiamo “cielo”. Il cielo nelle Scritture è simbolo della comunione con Dio. Celebriamo piuttosto la festa dell’unità tra cielo e terra, un’unità indistruttibile dopo che Dio, fattosi uomo, ha operato la salvezza dell’umanità attraversando/superando la nostra condizione mortale. Altra conclusione. Al momento di affidare la propria missione agli apostoli Gesù dice: mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra (Mt 28,28). Questa espressione non sia fraintesa e non illuda il discepolo di oggi. Non significa che Gesù, costituito Signore del cielo e della terra, risolve i problemi umani con la bacchetta magica, né dona una bacchetta magica a coloro che devono proseguire la sua missione. Il potere di Gesù è uno solo: quello di amare fino alla fine per salvare l’uomo. Noi crediamo ancora poco a questo potere illimitato, il potere dell’amore. Ma è l’unico potere che Dio ha. Dunque la sua chiesa scenda per le strade impervie del mondo per agire e annunciare il vangelo con il potere di Cristo. Si faccia carico del peso storico che grava sugli uomini, sia sempre presente su ogni frontiera di dolore, laddove l’uomo ha bisogno di ritrovare speranza. Se la chiesa non è impegnata nella sua missione, vuol dire che sta buttando via la sua vocazione. Se il discepolo ha risposto alla chiamata di Cristo, è una persona lanciata verso i fratelli che fa leva sulla promessa di Gesù: voi avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni (At 1,8).
Per questo Papa Francesco, sin dall’inizio del suo pontificato, ci sta ricordando ripetutamente che la chiesa di Cristo è geneticamente missionaria. La chiesa che ha posto come centro sé stessa invece di Gesù, è invece una chiesa di-missionaria e autosufficiente, cerca qualcos’altro, come osserva mirabilmente questo passaggio del suo messaggio alle PPOM uscito ieri: Gesù, prima di andar via, ha detto ai suoi che avrebbe mandato loro lo Spirito. E così ha consegnato allo Spirito anche l’opera apostolica della Chiesa, per tutta la storia, fino al suo ritorno. Il mistero dell’Ascensione, insieme all’effusione dello Spirito nella Pentecoste, imprime e trasmette per sempre alla missione della Chiesa il suo tratto genetico più intimo: quello di essere opera dello Spirito Santo e non conseguenza delle nostre riflessioni e intenzioni. È questo il tratto che può rendere feconda la missione e preservarla da ogni presunta autosufficienza, dalla tentazione di prendere in ostaggio la carne di Cristo – asceso al Cielo – per i propri progetti clericali di potere. Quando nella missione della Chiesa non si coglie e riconosce l’opera attuale ed efficace dello Spirito Santo, vuol dire che perfino le parole della missione – anche le più esatte, anche le più pensate – sono diventate “discorsi di umana sapienza”, usati per dar gloria a sé stessi o rimuovere e mascherare i propri deserti interiori (Papa Francesco, Messaggio alle Pontificie Opere Missionarie, Roma, presso S. Giovanni in Laterano, durante la solennità dell’Ascensione, 21.05.2020)
Papa Giovanni XXIII disse un giorno al suo segretario, poco prima di convocare il Concilio Vaticano II, che aveva compreso una cosa importante: la sua preghiera doveva cambiare. Ammise infatti che prima chiedeva sempre a Dio il suo Spirito perché facesse questo o quello e perché lo aiutasse nelle decisioni del suo delicato incarico. Ora invece pregava lo Spirito chiedendogli cosa Lui voleva fare, perché aveva capito di essere solo un suo aiutante. Pochi giorni dopo, ci fu l’annuncio di un nuovo Concilio Ecumenico della chiesa cattolica. Gesù è asceso al cielo, il suo Spirito scenderà a Pentecoste, affinché anche noi possiamo scendere per continuare la sua missione in mezzo agli uomini. Scendiamo dunque anche noi, perché solo così si ascende al cielo.

 

il Paraclito

paolo

OMELIA (17-05-2020) – CONOSCERE E AMARE GESÙ, FARLO CONOSCERE E FARLO AMARE, ABITATI DAL PARÀCLITO

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OMELIA (17-05-2020) – CONOSCERE E AMARE GESÙ, FARLO CONOSCERE E FARLO AMARE, ABITATI DAL PARÀCLITO

diac. Vito Calella

Il grande ideale di vivere con Cristo nel cuore, nella famiglia, nel lavoro, nella comnunità.
Il cristiano autentico dovrebbe domandarsi: «Invocando incessantemente ogni giorno lo Spirito Santo, qual’ è il mio grande ideale?» Si può rispondere con due frasi che riassumono la vita di santità di don Ottorino Zanon, fondatore della Pia società san Gaetano: «Con Cristo nel cuore, nella famiglia, nel lavoro, nella comunità», «Conoscere e amare Gesù, farlo conoscere e farlo amare».
Fanno eco alla parola di Dio ascoltata oggi per mezzo della testimonianza dell’apostolo Pietro: «Carissimi, adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi» (1Pt 3,15). Fanno eco anche alla richiesta esplicita di Gesù di ?essere amato?.
Raramente Gesù ha chiesto esplicitamente ai suoi discepoli di amarlo. Lo chiede solo quattro volte. Lo fa nel suo testamento proprio nel capitolo 14 del Vangelo di Giovanni. Due volte ce lo ripete con le parole rivolte a noi in questa domenica: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti» (Gv 14,15a); «Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama» (Gv 14,21a). Più avanti dirà: «Se uno mi ama osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama non osserva le mie parole» (Gv 14,23-24a).
Ascoltare le Parole del Signore e custodirle.
Per vivere «con Gesù nel cuore, nella famiglia, nel lavoro e nella comunità» la prima scelta da fare è invocare lo Spirito Santo e pregare ogni giorno con la bibbia aperta, lasciando penetrare in noi, nella mente e nel cuore, le parole di Gesù, diventandone custodi.
Amiamo la Parola di Dio e lasciamoci stupire dal suo potere di conversione, come abbiamo potuto contemplare grazie alla testimonianza del diacono Filippo, evangelizzatore di Samaria (At 8,5-8)! Le parole custodite nel cuore e nella mente ci accompagnano nel corso della giornata, tra una azione e l’altra della frenetica vita quotidiana.
Vivere in comunione.
Lo Spirito Santo in noi e la Parola di Dio custodita ci fanno avere uno sguardo diverso, più profondo, più contemplativo su tutte le relazioni che intessiamo con gli altri e con l’ambiente circostante. Familiarizzando soprattutto con l’inesauribile ricchezza dei quattro Vangeli, ci rendiamo conto che sono pochi i comandi che Gesù ci ha lasciato.
Il primo è quello della diaconia o del servizio: «Chi vuol essere grande tra voi si farà vostro servitore e chi vuol essere il primo tra voi sarà il servo di tutti. Il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la vita in riscatto per molti» (Mc 10,43-45) che corrisponde al comando lasciato dopo il gesto della lavanda dei piedi: «Se io, il Signore e il Maestro ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri» (Gv 14,23-24a).
Il secondo è il comandamento nuovo: «Che vi amiate gli uni gli altri come io vi ho amati» (Gv 15,12b).
L’unica maniera di «amare Gesù, farlo conoscere e farlo amare» è l’amore fraterno come lui ci ha amati, è l’unità nella carità tra di noi come lui è unito al Padre nell’opzione fondamentale dell’ obbedienza alla sua volontà, è quella comunione in cui circola il reciproco rispetto e la reciproca consegna della propria povertà e vulnerabilità: «Amerai il prossimo tuo come te stesso» (Mc 12, 31). Lo Spirito Santo in noi, che unisce in unità il Figlio al Padre, ci unisce in unità con la stessa forza di gratuità rispettosa della dignità di ciascuno. L’essere uniti nella carità tra di noi rende autentico il nostro amore verso il Padre unito al Figlio. Così possiamo dire, con gioia, di amare Dio «con tutto il nostro cuore, con tutta la nostra mente e con tutta la nostra forza» (Mc 12, 29).
Sentirsi in comunione con tutti.
Il mio ideale personale di «conoscere e amare Gesù, farlo conoscere e farlo amare» non è mai vissuto individualmente, è piuttosto una gioia condivisa «nella comunità» con chi, come me, ha scelto di avere «Gesù nel cuore», per portarselo «nella famiglia, nel lavoro», rispondendo all’appello del Padre di santificare la vita quotidiana. Allora sprizziamo di gioia per sentirci uniti nella carità tra di noi esseri umani e sentirci in comunione con le cose, le piante, gli animali, cioè con l’esuberante bellezza della natura, perché tutto è dono e nulla ci appartiene.
È questo il senso delle parole di Gesù, quando ci comunica che «l’altro Paràclito, lo Spirito di verità, rimane presso di noi e abita in noi per sempre» (Gv 14, 17). Il rimanere «presso di noi», vicino, a lato, attorno a noi significa saper cogliere con il nostro sguardo di fede gli altri, fratelli e sorelle con la loro corporeità vivente, come altrettanti templi dello stesso Spirito Santo, abitante in ciascuno di noi. Significa anche saper cogliere con il nostro sguardo contemplativo ogni cosa ed ogni essere vivente della natura come espressione dell’eccedenza di dono dello stesso Spirito Santo, rivelando a noi la bellezza della provvidenza divina per la pienezza del nostro vivere. Lo Spirito Santo è in noi e ci circonda di gratuità.
Uniti in Cristo tra le avversità dell’egoismo umano.
Ma questa eccedenza di gratuità è soffocata dall’egoismo umano: «il mondo non può ricevere lo Spirito di verità perché non lo vede e non lo conosce» (Gv 14,17). Viviamo in mezzo a tanta gente col cuore di pietra, illusa di poter bastare a se stessa, pronta a deridere chi si dichiara gioiosamente per Cristo. Gesù parlò ai suoi discepoli prima di affrontare l’opposizione del mondo, cioè la potenza dell’egoismo umano che si sarebbe scagliata contro di lui, il giusto, e gli avrebbe fatto patire la morte di croce. Gesù, fino a quel momento era stato il primo Paràclito dei suoi discepoli: presenza sicura, come un avvocato a fianco di chi affronta un processo, sia perché è perseguitato per essere giusto, ma soprattutto perché riconosce di essere reo, imputato, peccatore. Dio ci parla per mezzo dell’apostolo Giovanni, che nella sua prima lettera scrive: «Figlioli miei, vi scrivo queste cose perché non pecchiate; ma se qualcuno ha peccato, abbiamo un Paràclito presso il Padre: Gesù Cristo, il giusto» (1Gv 2,1).
Dio ci parla per mezzo dell’apostolo Pietro, il quale era presente quella notte in cui Gesù promise l’altro Paràclito. L’unità nella carità, che ci rende uno in Cristo, diventi anche testimonianza di rispetto e pazienza verso i nostri nemici, verso coloro che ci perseguitano, verso la gente ancora schiava del suo egoismo, incapace di scoprire nel profondo della sua anima il tesoro nascosto dello Spirito Santo. Diamo allora ragione della speranza che è in noi facendolo «con dolcezza e rispetto, con una retta coscienza, perché, nel momento stesso in cui si parla male di noi, rimangano svergognati quelli che malignano sulla nostra buona condotta in Cristo» (1Pt 3, 16).
Abitati dal Paràclito avvocato, consolatore e consigliere.
Non siamo orfani di Cristo. Lo sentiamo nel nostro cuore, lo percepiamo vicino a noi in ogni nostra attività domestica, nel nostro impegno educativo di genitori o nella nostra fatica di rispondere, come figli, alla vocazione che il Padre ha riservato per noi, nella sfida di essere cristiani nel nostro ambiente di lavoro. Amiamo Gesù e vogliamo farlo conoscere e farlo amare. Lo ringraziamo continuamente perché lui «è morto una volta per sempre per i nostri peccati, giusto per gli ingiusti, per ricondurci a Dio; è stato messo a morte nel corpo, ma reso vivo nello spirito» (1Pt 3,18). Siamo consapevoli, come ci insegna la parola di Dio, per mezzo dell’apostolo Paolo, che «nessuno può dire ?Gesù è Signore? se non sotto l’azione dello Spirito Santo» (1Cor 12,3b). Prepariamoci allora alle prossime feste dell’Ascensione e della Pentecoste fortificandoci con l’invocazione dello Spirito di verità, chiedendo il Paràclito, già presente in noi, riconoscendolo con gratitudine come nostro avvocato e difensore, consolatore e amico sicuro, consigliere e suggeritore.

Omelia (03-05-2020) Gesù Buon Pastore

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/48760.html

paolo

Omelia (03-05-2020)

padre Antonio Rungi
Pastori senza gregge e senza pecore

La quarta domenica di Pasqua liturgicamente è dedicata alla figura del Buon Pastore, con evidente invito a quanti il Signore ha chiamato nella vita sacerdotale a mettersi a servizio del popolo di Dio con la generosità, la dedizione e il sacrificio della propria vita. Mai, nella storia della cristianità, come in questo periodo della pandemia i pastori per norme di carattere sanitario sono stati privati del gregge e delle pecorelle affidate alla loro cura pastorale.
Da due mesi in Italia i pastori sono apostoli ed evangelizzati mediatici e virtuali, tamponando solo in parte quella esigenza fondamentale di ogni gregge e di ogni pecora nel senso evangelico di farsi guidare dal proprio pastore ed ascoltarne la voce e il richiamo.
Speriamo che questa drammatica situazione possa essere sanata per due ragioni fondamentali: la prima perché l’epidemia è scomparsa del tutto e seconda perché tutti i credenti di tutte le religioni hanno diritto di esprimere in privato e in pubblico la loro fede, senza limitazioni, ma nel rispetto delle norme sanitarie e di quella saggia gestione dei luoghi di culto, che sempre hanno segnato la storia del popolo italiano. Pastori senza gregge, ma comunque vicini e accompagnati dall’unico vero pastore che è Cristo Signore.
Nel vangelo di Giovanni, domenica ancora senza messe con i fedeli e con le chiese chiuse, risulta di grande conforto quello che Gesù dice di se stesso, evidenziando la sua missione del buon pastore che si prende cura delle sue pecore, che le conosce ad una una e le chiama per nome. Gesù mette in guardia da quanti sono ladri e briganti perché si approfittano del gregge, se ne servono di esso, ma non lo servono affatto. Infatti, ricorda Gesù che ?chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante?.
Il vero pastore entra dalla porta, non si approfitta del gregge, ma si mette a suo servizio con la collaborazione anche di altre figure, che qui vengono indicate nel ?guardiano?. Questi al pastore legittimo gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce?.
In netta opposizione a questa figura rassicurante e rasserenante nel legittimo pastore fa da contrasto l’estraneo, che non verrà seguito, anzi le pecore fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei.
La parabola detta da Gesù non fu capita dai suoi ascoltatori. E siccome le cose ripetute giovano alla comprensione del testo, del linguaggio, del pensiero e anche delle norme, Gesù disse loro di nuovo a loro: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, e si riferisce ai falsi profeti e salvatori, quelli che avevano promesso mari e monti, sono ladri e briganti. Il popolo che è saggio non li hanno ascoltati. La scena cambia proprio con Gesù che si definisce la porta di ingresso in questo meraviglioso gregge che è la Chiesa, è il popolo dei redenti e dei salvati. Se uno, allora, entra attraverso di Cristo in questo gregge, sarà salvato. Da questo incontro con Cristo nella fede, ogni persona che aderisce a Cristo entra nel Regno, esce per evangelizzare e diffonderlo e troverà anche il pascolo per seminare e per raccogliere i frutto. Al di fuori di Cristo si è ladri nel vero senso del termine del gregge. E Gesù ricorda a tutti chi è un ladro. Egli non viene se non per rubare, uccidere e distruggere. E si riferisce a quanti nella storia del popolo eletto e dell’umanità hanno approfittato dei loro ruoli e delle loro funzioni per sfruttare e approfittare. Gesù, invece è venuto perché tutti abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza. Quella vita della grazia al gaudio della felicità eterna.
Per comunicare questa vita è necessario essere operativi nel campo dell’evangelizzazione, come ci ricorda la prima lettura di oggi, tratta dagli Atti degli Apostoli che nel giorno di Pentecoste, il capo degli apostoli, Pietro, con gli Undici si alzò in piedi e a voce alta parlò così: «Sappia con certezza tutta la casa d’Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso». Il primo fondamentale annuncio è che Cristo è il Salvatore. La risposta alla predicazione di Pietro è che le persone che lo ascoltavano si sentirono trafiggere il cuore e dissero a Pietro e agli altri apostoli: «Che cosa dobbiamo fare, fratelli?». E Pietro entra nel vivo della trasmissione del messaggio cristiano di sempre e disse senza mezzi termini: «Convertitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo, per il perdono dei vostri peccati, e riceverete il dono dello Spirito Santo?. Conversione, Battesimo e Cresima sono i sacramenti della vita iniziazione cristiana che in questo tempo di pandemia non vengono ammaestrati per disposizione dell’autorità sanitaria. Pietro non si limita nel suo parlare, anzi con molte altre parole rendeva testimonianza ed esortava la gente a seguire la strada del Vangelo, mettendo in risalto la situazione del mondo di allora, come quello di oggi: «Salvatevi da questa generazione perversa!». Salvarsi dalla perversione e dalla corruzione, dal degrado morale e dai forma di peccato, accogliendo la parola di Dio e facendosi battezzare. E per chi è già battezzato rivitalizzare il battesimo alla luce del mistero della Pasqua Cristo.
Cosa che ci viene ricordata e ripetuta ancora una volta nel brano della seconda lettura di oggi, tratta dalla prima lettera di san Pietro apostolo: Gesù portò i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce, perché, non vivendo più per il peccato, vivessimo per la giustizia; dalle sue piaghe siete stati guariti. Eravate erranti come pecore, ma ora siete stati ricondotti al pastore e custode delle vostre anime?.
Ricordare e fare memoria di chi si è nella sostanza, cioè figli di Dio se, ci porta alla consapevolezza che facendo il bene, sopporteremo con pazienza la sofferenza. E ciò sarà gradito davanti a Dio. A questo siamo stati chiamati, perché anche Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme: egli non commise peccato e non si trovò inganno sulla sua bocca; insultato, non rispondeva con insulti, maltrattato, non minacciava vendetta, ma si affidava a colui che giudica con giustizia.
Quale messaggio migliore può venire oggi, nel contesto dell’epidemia, a noi cristiani: Cristo maltrattato ed ucciso, i cristiani maltrattati e non rispettati nelle loro legittime esigenze di pregare e di celebrare. Il Signore sa, il Signore può, il Signore prima o poi arriverà a giudicare con giustizia questo generazione perversa e cattiva, lontana da Dio, lontana della fede e lontana soprattutto dal rispetto di ogni fratello. Sia questa la nostra preghiera oggi:

Gesù Buon Pastore

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