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OMELIA XIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (09/07/2017)

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L’illusione della perfezione

dom Luigi Gioia

OMELIA XIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (09/07/2017)

Paolo afferma: Fratelli, voi non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi. Nel linguaggio paolino, ‘carne’ non indica prima di tutto la sessualità, ma invidie, gelosie, tristezze, risentimenti, cioè tutta la negatività che prolifera in noi quando ci ritroviamo in balia di forze interiori che non controlliamo e vittime di circostanze esteriori che ci soffocano e ci stritolano. Per Paolo, i cristiani, pur subendola, non sono sotto il dominio di questa negatività interiore ed esteriore, ma sotto l’influenza dello Spirito – e i frutti dello Spirito, i segni della presenza dello Spirito, sono l’amore, la gioia, la pace, la pazienza, la benevolenza, la bontà, la fedeltà, la mitezza, il dominio di sé – come si legge nella lettera ai Galati.
Perché allora, invece di questi sentimenti positivi, perdurano in noi quelli negativi, prevale il dominio della ‘carne’? Perché continuiamo a fare la dolorosa esperienza della nostra vulnerabilità nei confronti della negatività che è in noi e di quella che ci condiziona dall’esterno? Vuol forse dire che non siamo dei buoni cristiani, che non corrispondiamo veramente alla grazia, alla vita dello Spirito in noi?
Il dramma della condizione umana non è tanto né prima di tutto quello di fare cose sbagliate, di peccare, ma la divisione interiore, la presenza in noi di una parte di tenebra che sfuggirà sempre al nostro controllo, fino alla fine, e contro la quale non possiamo nulla. Nella stessa lettera ai Romani Paolo parla della drammatica esperienza di questa divisione interiore quando afferma: Non riesco a capire ciò che faccio, infatti io faccio non quello che voglio, ma quello che detesto…. In me c’è il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo, infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio.
Dobbiamo lasciarci ricordare queste cose da Paolo non per autogiustificarci, non per compiacerci nel peccato, ma perché si tratta di una verità di cui non cessiamo di fare l’esperienza. Chi di noi non desidera diventare migliore? Chi di noi non ha cercato di lottare contro aspetti della propria negatività interiore per superarla, sperimentando però la propria impotenza? Questo non vuol dire che la santità sia impossibile, ma che è necessario farsene una idea giusta. Santità infatti non vuol dire perfezione, cioè totale eliminazione della parte di ombra che c’è in noi. Questa non solo non sarebbe santità, ma potrebbe diventare una forma di orgoglio che invece di migliorarci ci renderebbe più ipocriti, alimenterebbe in noi l’illusione di essere autosufficienti, superiori agli altri, di non avere più bisogno di nessuno, nemmeno del Signore. Sarebbe insomma una caricatura della santità che ci farebbe rientrare nella categoria dei sapienti e dei dotti di cui parla Gesù nel vangelo di oggi: Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti. I ‘sapienti’ e i ‘dotti’ rappresentano coloro i quali, per la loro scienza o la loro presunta perfezione morale, si considerano superiori agli altri e autosufficienti. Riguardo a costoro Gesù dice che le cose del regno dei cieli sono loro nascoste, cioè che la loro perfezione li fa resi impermeabili alla possibilità di conversione.
Invece a chi è promessa questa rivelazione? Chi Gesù chiama a sé? Chi vuole consolare? A chi vuole dare ristoro? Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. È ai ‘piccoli’, a coloro che sono affaticati e oppressi, a coloro che, nella quotidiana esperienza della loro povertà, della loro miseria, della loro incapacità, della loro tristezza, gridano con Paolo: me infelice, chi mi libererà da questo corpo di morte.
Il segreto della vita cristiana è che questa divisione interiore, questa parte di tenebra che è in noi, questa quotidiana esperienza della nostra debolezza non solo non ci allontanano dal Signore, non solo non sono un ostacolo per la vita dello Spirito in noi, ma anzi sono la condizione per una vita spirituale sana, per accedere ad una santità autentica.
Per questo Paolo può affermare io mi compiaccio nelle mie debolezze, infatti è quando sono debole che sono forte. Solo se siamo deboli, o piuttosto, solo se siamo coscienti della nostra debolezza, della nostra povertà, della nostra miseria, possiamo lasciarci raggiungere dall’appello, dalla chiamata di Gesù che risuona nel vangelo di oggi: Venite a me voi tutti che siete stanchi e oppressi e io vi darò ristoro.
Chi non è stanco, chi non è oppresso, non percepisce questa chiamata di Gesù, non ha bisogno di lui, va per la propria strada. Gesù non ci promette la perfezione in questa vita, né che non ci saranno più sofferenze interiori ed esteriori, non ci libera neanche dalla dolorosa esperienza di non riuscire a corrispondere al suo amore per noi, ma ci chiama a sé: Venite a me! Nella nostra quotidiana esperienza di fatica e oppressione ci offre la condivisione, prende il nostro peso su di sé, non per dispensarci dal portarlo noi, ma per portarlo con noi.
Il nostro vero peccato, infatti, non è in questa miseria che ci portiamo dentro, anche quando ci conduce a fare dei gesti di cui poi ci pentiamo. Il vero peccato è nell’orgoglio, nel credere di non aver bisogno del Signore. Per questo, allora, ben venga l’esperienza della nostra debolezza e della nostra miseria, se con essa viene anche la possibilità di sentire il Signore che ci chiama e se con questa chiamata viene il ristoro che Gesù vuole offrirci con la sua misericordia, con il suo amore e con il suo perdono.
L’illusione della perfezione dom Luigi Gioia XIV Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) (09/07/2017) Vangelo: Zc 9,9-10; Sal 145; Rm 8,9,11-13; Mt 11,25-30 Visualizza Mt 11,25-30 Paolo afferma: Fratelli, voi non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi. Nel linguaggio paolino, ‘carne’ non indica prima di tutto la sessualità, ma invidie, gelosie, tristezze, risentimenti, cioè tutta la negatività che prolifera in noi quando ci ritroviamo in balia di forze interiori che non controlliamo e vittime di circostanze esteriori che ci soffocano e ci stritolano. Per Paolo, i cristiani, pur subendola, non sono sotto il dominio di questa negatività interiore ed esteriore, ma sotto l’influenza dello Spirito – e i frutti dello Spirito, i segni della presenza dello Spirito, sono l’amore, la gioia, la pace, la pazienza, la benevolenza, la bontà, la fedeltà, la mitezza, il dominio di sé – come si legge nella lettera ai Galati. Perché allora, invece di questi sentimenti positivi, perdurano in noi quelli negativi, prevale il dominio della ‘carne’? Perché continuiamo a fare la dolorosa esperienza della nostra vulnerabilità nei confronti della negatività che è in noi e di quella che ci condiziona dall’esterno? Vuol forse dire che non siamo dei buoni cristiani, che non corrispondiamo veramente alla grazia, alla vita dello Spirito in noi? Il dramma della condizione umana non è tanto né prima di tutto quello di fare cose sbagliate, di peccare, ma la divisione interiore, la presenza in noi di una parte di tenebra che sfuggirà sempre al nostro controllo, fino alla fine, e contro la quale non possiamo nulla. Nella stessa lettera ai Romani Paolo parla della drammatica esperienza di questa divisione interiore quando afferma: Non riesco a capire ciò che faccio, infatti io faccio non quello che voglio, ma quello che detesto…. In me c’è il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo, infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio. Dobbiamo lasciarci ricordare queste cose da Paolo non per autogiustificarci, non per compiacerci nel peccato, ma perché si tratta di una verità di cui non cessiamo di fare l’esperienza. Chi di noi non desidera diventare migliore? Chi di noi non ha cercato di lottare contro aspetti della propria negatività interiore per superarla, sperimentando però la propria impotenza? Questo non vuol dire che la santità sia impossibile, ma che è necessario farsene una idea giusta. Santità infatti non vuol dire perfezione, cioè totale eliminazione della parte di ombra che c’è in noi. Questa non solo non sarebbe santità, ma potrebbe diventare una forma di orgoglio che invece di migliorarci ci renderebbe più ipocriti, alimenterebbe in noi l’illusione di essere autosufficienti, superiori agli altri, di non avere più bisogno di nessuno, nemmeno del Signore. Sarebbe insomma una caricatura della santità che ci farebbe rientrare nella categoria dei sapienti e dei dotti di cui parla Gesù nel vangelo di oggi: Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti. I ‘sapienti’ e i ‘dotti’ rappresentano coloro i quali, per la loro scienza o la loro presunta perfezione morale, si considerano superiori agli altri e autosufficienti. Riguardo a costoro Gesù dice che le cose del regno dei cieli sono loro nascoste, cioè che la loro perfezione li fa resi impermeabili alla possibilità di conversione. Invece a chi è promessa questa rivelazione? Chi Gesù chiama a sé? Chi vuole consolare? A chi vuole dare ristoro? Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. È ai ‘piccoli’, a coloro che sono affaticati e oppressi, a coloro che, nella quotidiana esperienza della loro povertà, della loro miseria, della loro incapacità, della loro tristezza, gridano con Paolo: me infelice, chi mi libererà da questo corpo di morte. Il segreto della vita cristiana è che questa divisione interiore, questa parte di tenebra che è in noi, questa quotidiana esperienza della nostra debolezza non solo non ci allontanano dal Signore, non solo non sono un ostacolo per la vita dello Spirito in noi, ma anzi sono la condizione per una vita spirituale sana, per accedere ad una santità autentica. Per questo Paolo può affermare io mi compiaccio nelle mie debolezze, infatti è quando sono debole che sono forte. Solo se siamo deboli, o piuttosto, solo se siamo coscienti della nostra debolezza, della nostra povertà, della nostra miseria, possiamo lasciarci raggiungere dall’appello, dalla chiamata di Gesù che risuona nel vangelo di oggi: Venite a me voi tutti che siete stanchi e oppressi e io vi darò ristoro. Chi non è stanco, chi non è oppresso, non percepisce questa chiamata di Gesù, non ha bisogno di lui, va per la propria strada. Gesù non ci promette la perfezione in questa vita, né che non ci saranno più sofferenze interiori ed esteriori, non ci libera neanche dalla dolorosa esperienza di non riuscire a corrispondere al suo amore per noi, ma ci chiama a sé: Venite a me! Nella nostra quotidiana esperienza di fatica e oppressione ci offre la condivisione, prende il nostro peso su di sé, non per dispensarci dal portarlo noi, ma per portarlo con noi. Il nostro vero peccato, infatti, non è in questa miseria che ci portiamo dentro, anche quando ci conduce a fare dei gesti di cui poi ci pentiamo. Il vero peccato è nell’orgoglio, nel credere di non aver bisogno del Signore. Per questo, allora, ben venga l’esperienza della nostra debolezza e della nostra miseria, se con essa viene anche la possibilità di sentire il Signore che ci chiama e se con questa chiamata viene il ristoro che Gesù vuole offrirci con la sua misericordia, con il suo amore e con il suo perdono.

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 7 juillet, 2017 |Pas de commentaires »

XIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – BICCHIERE

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XIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – BICCHIERE

don Luciano Cantini

Chi ama padre o madre
Il primo dei comandamenti che riguardano l’uomo, prima di una lunga lista di proibizioni, chiede di onorare il padre e la madre; la famiglia è nucleo portante del popolo d’Israele, centro di ogni attività anche quella religiosa, almeno finché non è il tempio di Gerusalemme a imporsi su una più modesta liturgia di tipo familiare. Il Vangelo non è una sommatoria di regole o norme da seguire, c’è un solo comando non troppo perentorio che ha le sue conseguenze: seguimi (Mt 8,22; 9,9; 19,21).
Nella sequela proposta dal Signore echeggia l’assoluto di Dio tanto da creare un nuovo tipo di parentela: stendendo la mano verso i suoi discepoli disse: «Ecco mia madre ed ecco i miei fratelli; perché chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, questi è per me fratello, sorella e madre»(Mt 12,49-50).
La sapienza degli affetti che non si comprano e non si vendono è la dote migliore del genio famigliare. Proprio in famiglia impariamo a crescere in quell’atmosfera di sapienza degli affetti. La loro « grammatica » si impara lì, altrimenti è ben difficile impararla. Ed è proprio questo il linguaggio attraverso il quale Dio si fa comprendere da tutti (Papa Francesco, 02.09.15).
La famiglia è talmente essenziale che ci permette, nell’esperienza di relazioni intense, di comprendere il senso della relazione trinitaria e ci fa scoprire la dimensione della paternità di Dio.
Gesù non squalifica o deprezza la relazione umana all’interno della famiglia per privilegiare la relazione con Dio, tutt’altro; ci dice, invece, che la relazione dei suoi discepoli tra loro e con lui dev’essere più intensa di quella che sperimentiamo in famiglia.
La forte affettività che lega tra di loro i membri di una famiglia diventa il termine di paragone, per quanto sia elevato è il punto più basso da cui salire per scoprire il senso profondo dell’essere Chiesa e diventare quello che siamo: siamo un solo corpo in Cristo (Rm 12,5)
Chi avrà tenuto per sé la propria vita
Gesù è vissuto per gli altri, tutta la sua esistenza è stato un dono, ha donato parole, gesti, dignità, futuro, ha vissuto per coloro che ha incontrato, per coloro che ha scelto, per coloro che lo hanno conosciuto e per quelli che non lo conosceranno mai. Gesù ha lasciato che la sua vita andasse allo sbaraglio, rimanesse esposta, offerta, messa a repentaglio, fino a dono totale della vita sulla croce. Seguire Gesù coincide col prendere la croce su di sé. Non si tratta di sopportare le vicissitudini avverse della vita ma condividere il Suo progetto affinché penetri la storia dell’umanità attraverso la nostra esperienza e il nostro dono. La croce più che essere il luogo del patimento e della sofferenza è simbolo di amore incondizionato. Prendere la propria croce ha il significato di amare incondizionatamente .
La vita cristiana non è una vita autoreferenziale; è una vita che esce da se stessa per darsi agli altri. È un dono, è amore, e l’amore non torna su se stesso, non è egoista: si dà (Papa Francesco 11.09.14)
un solo bicchiere d’acqua fresca
Chiedere di prendere su di sé, di scegliere la croce e poi portare ad esempio l’offerta di un solo bicchiere di acqua fresca sembra un ossimoro, prima si chiede il tutto e poi si fa l’esempio del nulla o quasi. Eppure ambedue i gesti appartengono allo stesso movimento nella medesima direzione. Il dono totale della vita non è un gesto eroico, estremo, straordinario ma la sommatoria di tanti bicchieri di acqua fresca offerti con amore. L’acqua fresca non è quella del supermercato tenuta in frigo, è quella attinta al pozzo di buon mattino e conservata in otri di terracotta che trasudando mantiene una temperatura fresca, è un’acqua impreziosita dalla fatica, dalla cura, dalla attenzione. È un’acqua col cuore.
Gesù ci offre la pedagogia dei piccoli gesti, quelli che sembrano insignificanti che invece sono pieni di significati; quelli che non chiedono l’eroismo del tutto e subito, ma la fatica della quotidianità che mi educa e mi fa crescere nelle relazioni, che sposta il baricentro delle mie attenzioni da me verso l’altro, proprio come l’offerta di un bicchiere di acqua fresca o lo spezzare il pane.

XII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) – COGLIERE IL FUTURO

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XII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) – COGLIERE IL FUTURO

don Luciano Cantini

Non abbiate paura degli uomini
Per tre volte Gesù invita i suoi discepoli a non aver paura, è un invito costante in tutta la Scrittura espresso in tutte le declinazioni possibili proprio perché la paura, il timore, la preoccupazione, il sospetto sono connaturali all’uomo, uno strumento di difesa dall’inconoscibile, un allarme di pericolo. Se la paura è spesso indispensabile per la sopravvivenza non lo è per l’Amore. Ci sono due forze motrici fondamentali: la paura e l’amore. Quando abbiamo paura, ci ritraiamo indietro dalla vita. Quando siamo innamorati, ci apriamo a tutto ciò che la vita ha da offrire con passione, entusiasmo, e l’accettazione (John Lennon).
Eppure se dovessimo caratterizzare il tempo presente, nonostante la raffinatezza tecnologica, l’alto livello culturale, l’ampiezza relazionale, è proprio la paura degli uomini l’elemento identificante la nostra epoca. Finiti gli anni di piombo, caduto il muro di Berlino, dileguata la cortina di ferro come quella di bambù abbiamo individuato altre categorie a cui affidare le nostre inquietudini e i nostri presentimenti, verso cui mostrare diffidenza e ostilità (dai vaccini ai rifugiati, dal consumo di alcuni alimenti ai Rom,…). Se la paura era determinata da ciò che era sconosciuto e lontano, nel tempo d’oggi è il vicino e ciò che è troppo conosciuto a provocare timore (Marc Augé).
Nulla vi è di nascosto
Si ha l’impressione che i discepoli fossero depositari di qualche dottrina tenuta nascosta, detta nelle tenebre o sussurrata all’orecchio; piuttosto che indicare il passaggio da una rivelazione privata ad una pubblica quello che appare nasce dalla incapacità dei discepoli di capire fino in fondo ciò che hanno ricevuto. La loro esperienza col Signore è ancora dominata dal mistero e dalla incomprensione finché la sua morte sulla croce non rivela la grandezza della paternità di Dio, finché la debolezza di Gesù non mostra l’onnipotenza del Padre. È la contrapposizione tra vita e morte, fragilità e forza, perdita e vittoria che spaventa, è così incredibile da diventare inannunciabile; nel processo tra l’ascolto e l’annuncio dobbiamo fare i conti con le nostre paure e le nostre reticenze, con le tenebre che avvolgono i nostri pensieri, con le intuizioni che ci paiono appena appena sussurrate. La piccolezza ci scandalizza, l’insignificanza, la rovina suonano come disfatta da tenere nascosta altro che essere sbandierata alla luce del giorno o proclamata dalla terrazza della storia.
Quelli che uccidono
Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? (Rm 8,35). La storia ci insegna che il rifiuto del Vangelo e dei cristiani è inevitabile, cambiano le ragioni, le modalità, la violenza, l’intensità, gli obiettivi, anche l’atteggiamento di chi del mondo cristiano dice di far parte, ma resta la realtà di fondo.
Il vangelo ci chiede di mantenere un atteggiamento di fiducia in Dio Padre, se Dio ha cura di due passerotti e persino di un insignificante capello, dobbiamo sentire la certezza e la sicurezza del suo progetto di amore.
Non è nel volere di Dio la caduta di chicchessia (come la proverbiale foglia) ma è certo che nulla e nessuno è abbandonato da Dio, il suo è uno sguardo di Padre a meno che non siamo noi stessi a sottrarci al suo sguardo.
Anch’io lo riconoscerò
È interessante il verbo greco òmologhesei che è tradotto con riconoscere: è formato dal termine « medesimo » con « parola » nonostante la somiglianza il significato è assai diverso dal nostro omologare. Il riconoscere è soprattutto espressione di « comunione », di vita, di storia, di prospettiva. Tra le righe possiamo leggerci la necessita di cogliere il futuro in questo nostro tempo presente. Nella « medesima parola » che ci esprime la comunione col Signore è contenuto il progetto di salvezza. Cogliere il futuro significa entrare nella dinamica di questo progetto, entrare nella complessità storica del mondo, nella fatica e nella tribolazione quotidiana percependone la provvisorietà e la relatività perché nel presente si vive il futuro di Dio.

OMELIA SS. TRINITÀ

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IL NOSTRO DIO È IMMENO NELL’AMORE ED INFINITO NELLA MISERICORDIA

padre Antonio Rungi

Santissima Trinità (Anno A) (11/06/2017)

Il mistero della Santissima Trinità che celebriamo oggi con un’apposita liturgia della parola e dell’Eucaristia, ci sostiene nella profonda convinzione della nostra fede, nel Dio Uno e Trino, che il nostro Dio è grande nell’amore ed immenso nella sua misericordia.
Padre, Figlio e Spirito Santo è la grande rivelazione che Gesù Cristo, nostro Salvatore, fa all’uomo nella sua venuta sulla terra, quale redentore, inviato dal Padre, la cui missione, una volta completata con la sua ascensione al cielo, viene continuata dall’azione dello Spirito Santo che « procede dal Padre e dal Figlio e con il Padre ed il Figlio è adorato e glorificato e ha parlato per mezzo dei profeti » (Credo). Questo Dio Uno e Trino, è vicino a noi e vive dentro di noi. Questo Dio che è Uno nella natura, Trino nelle persone, forte ed immenso nell’amore, generoso nel concedere il perdono.
Nella preghiera della colletta di questa festività, noi, infatti, ci rivolgiamo con queste bellissime espressioni di fede: « O Dio Padre, che hai mandato nel mondo il tuo Figlio, Parola di verità, e lo Spirito santificatore per rivelare agli uomini il mistero della tua vita, fa’ che nella professione della vera fede riconosciamo la gloria della Trinità e adoriamo l’unico Dio in tre persone.
Dal brano della prima lettura di questa festa, ci vengono indicati alcuni attribuiti essenziali di Dio, così come sono descritti nel testo dell’Esodo, che narra la liberazione del popolo d’Israele dalla schiavitù dell’Egitto, del passaggio del Mar Rosso e della comunicazione di Dio della sua fondamentale volontà, scritta e fissata nei Dieci Comandamenti, dati a Mosè sul Monte Sinai, dove Egli stipula con l’uomo una prima fondamentale alleanza, quella appunto sinaitica. Infatti leggiamo che « in quei giorni, Mosè si alzò di buon mattino e salì sul monte Sinai, come il Signore gli aveva comandato, con le due tavole di pietra in mano. Allora il Signore scese nella nube, si fermò là presso di lui e proclamò il nome del Signore. Il Signore passò davanti a lui, proclamando: «Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà».
Dio si autorivela, si dichiara per quello che Egli è sostanzialmente: un Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà ».
Come si vede, è un Dio che prende l’iniziativa per farsi conoscere e per dire all’uomo, che non è solo, ma oltre di Lui che un Essere superiore che lo sostiene nel cammino della vita e della storia e che cammina al suo fianco non con le armi e le frecce in mano, né con la potenza del governo di ogni genere umano e terreno, ma con l’amore, la tenerezza e la bontà di un Padre, che guarda davvero nel cuore di ogni suo figlio, comprendendolo e rassicurandolo nelle sue fragilità.
Lo stesso salmo responsoriale, tratto da libro di Daniele è un inno di lode e di riconoscenza al nostro Dio, il cui nome è glorioso e santo. Egli che penetra con lo sguardo gli abissi siede sui cherubini.
Nel brano della seconda lettura di questa festa, Paolo Apostolo, scrivendo ai Corinzi, ci raccomanda di essere gioiosi, di tendere alla perfezione, di farci coraggio a vicenda nella prova, di avere gli stessi sentimenti e di vivere in pace con se stessi, con gli altri e soprattutto con Dio.
Nel testo di questo brano viene riportato il noto saluto iniziale della celebrazione eucaristica o di apertura di varie liturgia, che ben conosciamo e che ci riporta nel mistero della Santissima Trinità: « La grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi ».
Ebbene, davvero facciamo sì che la santissima Trinità inabiti in noi e ci dia tutta quella forza che ci serve per camminare nella vita di tutti i giorni, verso il traguardo finale dell’eternità, dove vedremo Dio faccia a faccia, così come Egli è, e sapremo la verità di tutto quello che abbiamo creduto, amato e sperato nel tempo, non senza dubbi e problemi. In questa fede nella santissima Trinità, siamo cresciuti e siamo stati allattati con il latte spirituale dei nostri genitori e di quanti ci hanno educati ad alzarci al mattino e farci il segno della Croce, per iniziare il nuovo giorno sotto la protezione di Dio e così, man mano per tutta la giornata, nelle varie attività e celebrazione, nei vari spostamenti, passando davanti ad una chiesa o un cimitero o fermandosi in sosta davanti ad una icona della Vergine Santissima, la Madre di Dio e Madre di nostro Signore Gesù Cristo. Quel Dio che, come ci ricorda San Giovanni nel brano del Vangelo di questa festa che «ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna.
Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio». Il mistero della santissima Trinità è un mistero d’amore infinito e di misericordia senza limiti. Egli da cielo sa e conosce ogni nostra esigenze e bisogno e con autorevolezza di Padre ci sostiene nel cammino del pellegrinaggio terreno, indicando nel suo Figlio, morto e risorto, la strada maestra per andare in cielo e lasciandoci guidare dallo Spirito Santo, consolatore perfetto e dolce ospite della nostra vita di credenti.
Sia questa la nostra preghiera in onore della Santissima Trinità: « Padre della vita, che con infinito amore guardi e custodisci coloro che hai creato, ti ringraziamo per tutti i tuoi doni. Ascoltaci quando ti invochiamo, sostienici quando vacilliamo, perdona ogni nostro peccato. Signore Gesù, Salvatore del mondo, che hai preso su di te i pesi e i dolori dell’umanità, ti affidiamo ogni nostra sofferenza. Quando non siamo compresi, consolaci, nell’inquietudine donaci la pace, se siamo considerati ultimi, tu rendici primi. Spirito Santo, consolatore degli afflitti e forza di coloro che sono nella debolezza, ti imploriamo: scendi su di noi. Con il tuo conforto, il pellegrinaggio della nostra vita sia un cammino di speranza verso l’eternità beata del tuo Regno. Amen » (Card Dionigi Tettamanzi).

PENTECOSTE (ANNO A) – MESSA DEL GIORNO (04/06/2017) OMELIA

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Eppure soffia ancora!

don Alberto Brignoli 

PENTECOSTE (ANNO A) – MESSA DEL GIORNO (04/06/2017) OMELIA

Quasi agli inizi della sua storia, l’umanità si sentiva già numerosa e forte. Voleva evitare di disgregarsi, voleva « farsi un nome », voleva contare qualcosa in faccia a un Dio comodamente e beatamente seduto lassù nei cieli che si divertiva a giocare con le sue stesse creature, con leggi e doveri difficili da rispettare. E come se non bastasse, quando l’umanità provava a divertirsi un po’, il Dio dei cieli apriva le sue riserve e scaricava sulla terra una quantità tale d’acqua da annegare ogni forma vivente in pochi istanti. E allora, dopo un po’, risistemate le cose e perfettamente riasciugatasi la terra dai quaranta giorni di diluvio, gli uomini iniziarono a parlare tra di sé, e a dirsi l’un l’altro: « Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo e facciamoci un nome, per non disperderci su tutta la terra » (cfr. Gen 11). Ossia: « Forza, tiriamoci insieme. L’unione fa la forza! Diamoci un nome, facciamo vedere a Dio chi siamo, arriviamo fin lassù e avanziamo delle pretese! ». E non era uno scherzo. Dio stesso, che conosce bene l’uomo, sapeva che ce l’avrebbe potuta fare: « Ecco, essi sono un solo popolo e hanno tutti una lingua sola; questo è l’inizio della loro opera e ora quanto avranno in progetto di fare non sarà loro impossibile ». E poiché Dio ci vuole bene, e usa mille modi per dirci continuamente che la nostra fortuna è quella di essere mortali, risistema le cose: capovolge la punta di quella torre, fatta di un solo popolo e una sola lingua, e la scaraventa sulla terra, creando molti popoli e molte lingue, e gli uomini non si compresero più. E questo perdura fino ad oggi, secondo la logica umana: siamo tanti, siamo diversi, abbiamo costumi diversi, usanze diverse, stili di vita diversi, lingue diverse…è davvero difficile andare d’accordo! Se poi ci si trova a vivere insieme, sullo stesso fazzoletto di terra, intorno allo stesso lembo di mare, le incomprensioni diventano tremende, e addirittura pericolose, violente, assassine… Meglio allora che si torni ognuno a parlare la propria lingua, nel proprio territorio, con i propri usi e costumi, e… alla larga chi cerca di invadere quel poco che abbiamo! È tutto perfettamente logico, secondo la logica umana. Ma non secondo la logica di Dio. Il quale, un giorno, anzi, una sera di un giorno di festa, « mentre il giorno di Pentecoste stava compiendosi », decide di riprendere in mano il discorso di molto tempo prima, e getta sulla terra qualcosa di fragoroso, simile alla punta di quella torre fatta di un solo popolo e di una sola lingua, e accade lo stesso di tanto tempo prima, ovvero gli uomini « parlano in altre lingue ». Ma accade anche l’esatto opposto: attraverso molte lingue la nuova umanità « annuncia a tutti le grandi opere di Dio ». Ciò che a Babele – perché idea dell’uomo – fu causa di divisione, a Gerusalemme, la sera di Pentecoste diventa motivo di unità, perché idea di Dio. Ecco il paradosso di Dio: quando l’uomo vuole unirsi per fare guerra a lui, Dio lo divide per creare unità. E per di più, fa questo attraverso un gruppo di Galilei: pescatori, esattori delle tasse, politici eversivi, forse anche qualche terrorista…questo era, quel gruppo di Galilei. È proprio il caso di dire che Dio scrive dritto sulle righe storte della nostra storia. E la storia della salvezza è piena di queste vicende. Quando l’uomo pensa di una persona « questo è un bambinetto », Dio lo riempie del suo Spirito e lo fa Re d’Israele. Quando uno pensa a sé come a « l’ultimo degli apostoli, l’infimo, quasi un aborto », Dio lo riempie del suo Spirito e lo fa Apostolo delle Genti. Quando uno chiede a Dio di essere « allontanato da lui, perché è un peccatore », Dio lo fa Principe degli Apostoli. Quando una donna viene additata da tutti come « una peccatrice », Dio le affida l’annuncio della Resurrezione di suo Figlio. Quando i muratori gettano via una pietra perché non serve a nulla, Dio la riempie del suo Spirito, e la fa testata d’angolo. Quando noi pensiamo che la diversità sia segno di frammentazione, di debolezza e di contrasto, Dio manda il suo Spirito, e fa dell’umanità « un solo corpo ». Quando noi (soprattutto noi preti) pensiamo che mettere insieme molti « carismi », molti « ministeri », molte « operazioni » rappresenta una perdita di tempo nell’attuazione delle nostre proposte pastorali – che tra l’altro poche volte coincidono con le proposte di Dio – egli ci fa capire che la diversità è il luogo in cui si manifesta lui stesso, che è « un solo Spirito », « un solo Signore », « un solo Dio ». « Eppure il vento soffia ancora », diceva un noto cantautore italiano. E menomale! Perché quando lo Spirito soffia sulla Chiesa, anche se in apparenza sembra che venga a scompigliare le cose, così come un « vento che si abbatte impetuoso » scompiglia la messa in piega di chi si era da poco fatta bella, in realtà porta freschezza, porta voglia di vivere, porta voglia di fare, ma soprattutto porta pace. « La sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato », Gesù sarebbe potuto entrare in quel luogo che aveva le porte chiuse « per timore », e rimproverare i discepoli che non volevano credere all’annuncio della sua Resurrezione da parte di quella peccatrice della Maddalena. Invece, dona loro il suo Spirito, dà loro il potere di perdonare, li manda in missione, ma soprattutto dice loro: « Pace a voi ». Certo, lo Spirito non ti lascerà in pace, ma di sicuro ti dona la pace. Come un cuore che batte, che a volte va in tachicardia e non lascia in pace il corpo, ma proprio per questo gli dà vita. Che Dio ci liberi da una vita di fede fatta di certezze statiche e acquisite, e che, sia pur balbettanti e insicuri, bruci le nostre teste dure ancora una volta, come allora, con quelle « lingue come di fuoco », e ci sbatta per strada a « annunziare nelle nostre lingue le grandi opere di Dio ».

SUL MONTE – ASCENSIONE DEL SIGNORE OMELIA (ANNO A) (28/05/2017)

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SUL MONTE – ASCENSIONE DEL SIGNORE (ANNO A) (28/05/2017)

don Luciano Cantini

Il Monte che Gesù aveva indicato loro, pur indicato in modo determinativo è lasciato nella indeterminatezza proprio per richiamare le Beatitudini: Vedendo le folle, Gesù salì sul monte (Mt 5,1), come il tempo che Gesù dedicò alla preghiera: Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare (Mt 14,23), anche la forza della guarigione: salito sul monte, lì si fermò. Attorno a lui si radunò molta folla, recando con sé zoppi, storpi, ciechi, sordi e molti altri malati; li deposero ai suoi piedi, ed egli li guarì (Mt 15,29-30), né si può tralasciare la rivelazione del suo volto trasfigurato: li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro (Mt 17,1-2). Anche il monte altissimo della tentazione (Mt 4,8) è lasciato nella indeterminazione. C’è un Monte per ciascuno di noi in cui si realizza l’incontro col Signore e che dobbiamo raggiungere, un monte senza nome, un luogo segnato dalla provvisorietà, un posto in cui arrivare e da cui partire.
Gesù si avvicinò
Gesù di fa vicino a quel gruppo di discepoli, – undici, dice il vangelo quasi a sottolineare la lacerazione e la povertà di quel piccolo gruppo segnato dal tradimento – un gruppo fragile nella sua umanità, prostrato davanti al Risorto ma contaminato dal dubbio. Matteo non nasconde la realtà, solo lui ci racconta l’epilogo del tradimento (Mt 27,5), ecco la chiesa di allora e la chiesa di sempre, la chiesa di oggi. Una chiesa povera di umanità, lacerata dal peccato e dal tradimento, che annaspa, prostata davanti al suo Signore, galleggiando in un mare di dubbi.
Il Vangelo, nella sua semplicità, non ci mette di mezzo nascondendo la verità dietro falsi trionfalismi, la Liturgia che ci racconta non ha bisogno di paramenti né di dorature, ma ci dice che attraverso la lettura attenta della realtà è possibile scoprire il dono di Dio trovare le indicazioni per vivere oggi quel mistero dell’Incarnazione per cui Dio si è fatto vicino all’uomo inabissandosi nella sua miseria per portare a tutti la salvezza.
Gesù non si preoccupa di sciogliere i dubbi, sembra neppure interessalo. Sa bene che il credente non può esprimere la sua fede se questa non è costantemente trascinata dal dubbio in una ricerca che sembra non aver mai fine. La fede non vive di certezze acquisite ma della ricerca perenne. L’uomo di fede è viaggiatore dell’altrove, nomade per natura, alla ricerca di un luogo mai definitivo dove piantare la sua tenda. Gesù si fa vicino a quest’uomo, compagno del suo viaggio tutti i giorni, fino alla fine del mondo. A questo uomo Gesù affida il suo Mistero.
Andate
Il Mistero, quel Progetto che, nascosto dai secoli, è adesso rivelato (Rm 16,25-26) di far discepoli tutti i popoli, Gesù lo affida a quel misero gruppo di discepoli. Gesù li manda per far entrare tutti nella loro stessa condizione, a condividere la stessa esperienza di amore ricevuto, a condividere lo stesso dono di Dio. Gesù manda questi uomini ad un umile servizio di condivisione chiedendo loro di battezzare. Non si tratta di compiere un rito ma di condividere un evento che è di tutta la vita e che trova il suo principio nella Incarnazione del Signore (cfr. Fil 2,6-11): essere immersi nella profondità di Dio. Il Figlio di Dio si è fatto uomo per immergere l’umanità nel seno stesso di Dio. Essere battezzati, tuffati, immersi, affondati nel « nome », nella essenza stessa di quel Dio che è Padre, Figlio e Spirito Santo; in questo « nome » ha termine il lungo viaggio della fede dell’uomo.
Insegnando loro
Battezzare trova continuità nell’insegnare (in-segnare) consegnare il segno: la Parola che salva.
Il « popolo immerso nelle tenebre e ombra di morte » (Mt 4,16) è adesso immerso in Dio e nella Salvezza della Parola. È necessario prima fare l’esperienza di essere immersi nell’amore di Dio per poi sperimentare la vita illuminata dalla Parola.
Tutti i giorni
Per tre volte è ripetuta la parola « tutto »: tutti i popoli, tutto ciò che vi ho comandato, tutti i giorni; è una parola assoluta che niente esclude e nulla tralascia, comprende ogni realtà; Matteo ci dona una prospettiva universale verso ogni uomo, ci chiede di lasciarci prendere da ogni parola del Signore come vivere in pienezza ogni giorno della storia, fino alla fine del mondo.

VI DOMENICA DI PASQUA (ANNO A) (21/05/2017) OMELIA

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Non vi lascerò orfani

don Luciano Cantini

VI DOMENICA DI PASQUA (ANNO A) (21/05/2017) OMELIA

Se mi amate, osserverete i miei comandamenti
Amare Dio e osservare i suoi comandamenti è punto nodale di tutta l’Alleanza: egli è Dio, il Dio fedele, che mantiene l’alleanza e la bontà per mille generazioni con coloro che lo amano e osservano i suoi comandamenti (Deut 7,9). L’osservanza dei comandamenti non è disgiungibile dall’amore, il problema è capire cosa intendiamo per amore [la lingua italiana consegna alla parola amore significati assai diversi] troppo spesso confuso con una forma di sentimentalismo, tutto zucchero e cuoricini, molto egocentrico. Sono io che « mi sento bene con… », « mi piace stare con… », quello che conta è il mio sentire, la mia percezione. Nella Scrittura il termine amore è piuttosto legato all’agire, al fare ciò che Dio desidera: Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama.
Amare Dio non significa stare bene la domenica mattina in chiesa, o sentirsi in pace durante la visita a quel santuario, neppure addormentarsi tranquilli dopo aver recitato le preghiere. Non dobbiamo considerare la fede e l’amore disposizioni dell’animo o nozioni teoriche separate dalle scelte quotidiane della vita. Giovanni è estremamente chiaro quando afferma: Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e nella verità (1Gv 3,18).
Il verbo tradotto con « osservare » è in greco Tereo che ha anche il significato di custodire (cfr Gv 17, 11-15), conservare (cfr Gv 12,7); dunque non siamo nella prospettiva di una mera ubbidienza o dello stare alle regole quanto nell’ottica della comunione col Padre, capaci di custodire la sua Parola come dono prezioso d’amore che ci « comanda » e orienta la nostra vita.
Io pregherò il Padre
Gesù ci chiede concretezza nell’amore che non può essere condizionata da precetti moralistici, né trasformata in adempimenti formali quanto dettata da una esigenza di comunione: lui stesso prega il Padre perché ci dia un altro Paràclito, la presenza di colui che è « chiamato accanto » (para-kaleo, in latino ad-vocatus); la preghiera del Signore ci immette nella dinamica trinitaria di Dio.
La tendenza dell’uomo è quella dell’autosufficienza, di bastare a se stesso mentre ha bisogno di comunione per vivere, ha bisogno di amare e di essere amato, di perdonare ed essere perdonato, ha bisogno di salvezza. Avere qualcuno « accanto » non risolve i problemi della vita, non ci deresponsabilizza, non si sostituisce alle nostre relazioni ma ci riempie del suo amore, ci sostiene, non ci fa sentire orfani. Non supplisce alle nostre fragilità, non colma le debolezze, rispetta i nostri errori, non ci ripara dai fulmini che si abbattono nella nostra storia, la sua è una presenza delicata, nascosta, tutta da scoprire, non balza immediatamente agli occhi, non travolge come un messaggio pubblicitario, né si lascia condizionare da una liturgia pomposa e solenne, semplicemente sta « accanto ».
Non vi lascerò orfani
Gesù sa bene che le prospettive, le speranze dei suoi discepoli dovranno attraversare un uragano di contrarietà, dal tradimento al passaggio attraverso la sua morte, dal rinnegamento alla persecuzione; allora come oggi ci rassicura: non vi lascerò orfani. Abbiamo surrogato le relazioni umane con ogni mezzo tecnologico, sostituito con un affetto spropositato per gli animali, curiamo il nostro benessere e il nostro aspetto, senza permettere a noi stessi e agli altri di entrare nel profondo. Tutto questo Giovanni lo chiama « mondo » che non può ricevere lo Spirito della verità, perché non lo vede e non lo conosce. Il mondo tende essenzialmente alla funzionalità, non ha prospettive se non quella di far girare la storia così come è, purché io ne rimanga al centro, per questo non c’è nulla da salvare.
Per chi crede e si lascia abitare dallo Spirito, scopre che il centro della vita è fuori di lui: voi saprete che Io-Sono nel Padre mio e voi in me e io in voi. Non è un gioco di parole, un ricorrersi di termini quanto scoprire che il senso della propria vita non è in se stessi ma nell’altro. La vita cristiana sta nel non rimanere orfani ma nella capacità di generare fraternità.

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