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XXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (03/09/2017)

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Perdere e trovare, debolezza e forza

don Luciano Cantini

XXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (03/09/2017)

Se qualcuno vuole venire dietro a me
Quello che appare da subito, che promana da tutto il Vangelo e dalla persona stessa di Gesù è la “libertà”. Gesù sembra lottare contro l’«uomo religioso», amante delle regole e della sicurezza, colui che tenta di comprare la salvezza ubbidendo a norme comportamentali anche faticose pur di avere la certezza della salvezza. Nel mondo le persone vivono di regole senza senso se non nell’ottica religiosa come certe limitazioni alimentari o un certo abbigliamento pur di piacere a Dio, sacrificando anche la ragionevolezza.
Gesù invece ci chiede [il “se” lascia aperta ogni prospettiva] di vivere la libertà nell’incertezza della vita, la precarietà delle relazioni nell’unica prospettiva di seguire Lui. Vivere l’avventura della vita cercando di capire il “dove” e il “come” dal “perché”.
Gesù domanda di scegliere coraggiosamente la sua stessa via; di sceglierla anzitutto « nel cuore », perché l’avere questa o quella situazione esterna non dipende da noi. Da noi dipende la volontà di essere, in quanto è possibile, obbedienti come Lui al Padre e pronti ad accettare fino in fondo il progetto che Egli ha per ciascuno (Giovanni Paolo II, messaggio XVI GMG).
Rinneghi se stesso
Ciascuno ha le proprie prospettive, sa come dovrebbe essere la realizzazione piena della vita, sogna il suo futuro, come Pietro che ha una idea chiara del Messia, lo si evince dalle sue stesse affermazioni «questo non ti accadrà mai». Pietro si è lasciato dominare dal pensiero secondo gli uomini.
Rinnegare se stessi non è una sorta di castrazione della vita, un appiattimento delle prospettive, anzi nei discepoli di Cristo nulla Vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore (Concilio Vaticano II, GS1).
Rinnegare se stessi significa liberarci dalla visione egocentrica della storia, superare un “io” ingombrante – oggi c’è una esplosione dell’idea di un “io collettivo” fatto di coloro che sono nati nello stesso luogo, parlano la stessa lingua, hanno le stesse caratteristiche fisiche. Occorre allargare l’orizzonte in una visione ampia in cui fare spazio agli altri, fare un passo indietro per accogliere le esigenze dell’altro, rinunciare a qualche nostro preteso bisogno per incontrare il bisogno altrui. La nostra libertà non finisce là dove inizia la libertà dell’altro, secondo il pensiero liberale; la libertà, per un cristiano, termina dove inizia il bisogno altrui.
Prenda la sua croce
Le “croci” nei modi di dire sono i guai della vita che possono capitare e che in qualche modo siamo costretti a sopportare, ma la “croce” di Cristo è un’altra cosa. Gesù si fa carico della Croce per la nostra salvezza, Gesù prende su di sé il nostro peso, le nostre pesantezze per liberarcene.
Prendere ciascuno la propria croce ha lo stesso significato nel farsi carico delle pesantezze, delle fatiche, dei disagi altrui, come Cirenei.
Chi vuole salvare la propria vita
Gesù non promette alcuna vittoria, nessun successo, dietro di lui non si fa carriera, con ci abbaglia con prospettive future come siamo abituati a sentire dai politici che per una manciata di voti promettono mare e monti. Dio è irrazionale: La parola della croce infatti è stoltezza per quelli che si perdono, ma per quelli che si salvano, ossia per noi, è potenza di Dio. Infatti ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini (1 Cor 1,18.28).
La sola dimensione di Dio è quella dell’amore, colui che segue Gesù sa che la sua vita dev’essere spesa tutta, fino all’ultimo per amare.

 

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 1 septembre, 2017 |Pas de commentaires »

XXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (27/08/2017)

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Il Figlio del Dio vivente

don Luciano Cantini

XXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (27/08/2017)

Domandò ai suoi discepoli
Gesù si è interrogato su se stesso, si è messo totalmente nelle mani del Padre e percepisce che la sua vita sta avendo una svolta sostanziale. Purtroppo il testo della liturgia si ferma prima dell’annuncio della sua passione, dell’intervento a gamba tesa di Pietro, e il rimprovero del Signore, che è molto più di un rimprovero: Da allora Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno. Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo dicendo: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai». Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: «Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!». (Mt 16, 21-23)
Privati di questi versetti non si percepisce che proprio quando tutto sembra diventato “certo”, è invece vero l’opposto e si coglie il senso profondo della fragilità e della incertezza. Nella totalità del racconto è la dinamica del passaggio dalle certezze della religione, che l’idea della roccia e della pietra richiamano, alla debolezza dell’uomo e del cammino, ancora lungo, da compiersi dietro al Signore! Simone è prima chiamato beato e poco dopo identificato con Satana, prima sembra cogliere il pensiero del Padre, poi si lascia dominare dal pensiero umano, prima è chiamato Pietro, solidamente posto sul Fondamento, poi è scandalo, capace cioè di ostacolare il cammino verso il Regno.
«Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente»
Gesù non aveva bisogno di conoscere l’opinione che la gente si era fatta su di lui quanto capire cosa i suoi discepoli avevano avvertito, quale fosse la loro percezione dell’evento che stavano vivendo con lui e con le folle che avevano incontrato.
Le risposte sono tutte di tipo religioso, da catechismo codificato, si va a pescare nel passato, nella propria esperienza, nella consuetudine di ciò che è conosciuto e consolidato, non emerge una opinione personale, la forza di un convincimento, il frutto di una frequentazione, neppure una prospettiva che sappia guardare oltre.
Interpellati personalmente, il racconto sembra nascondere un certo imbarazzo tra i discepoli, rotto dall’intervento di Simone. Anche lui pesca nella religione, tutto Israele era in attesa del Messia e inserisce Gesù in quella ottica che di fatto era già strettamente codificata negli insegnamenti religiosi. C’è però una nota che fa dire a Gesù che non è frutto della sua crescita umana ma segno della rivelazione del Padre, quando dice: il Figlio del Dio vivente. Tutti siamo figli di Dio ma solo in Gesù si incarna la vita del Padre.
E su questa pietra
per capire bene il senso della frase di Gesù, gli studiosi dei testi biblici hanno sottolineato le differenze dei termini usati «Pètros» e «pètra», il primo indica la pietra come materiale da costruzione, il secondo la pietra come roccia e fondamento. Che la persona di Simone sia stato indicato come fondamento della chiesa è abbastanza improbabile ed è ben difficile che Gesù abbia usato in quella occasione la parola Chiesa, termine che prende forma successivamente nell’indicare la comunità cristiana.
Il commento che ci lascia S. Agostino è abbastanza esplicito: «Il salvatore dice: tu sei Pietro e su questa pietra che tu hai confessata, su questa Pietra che tu hai riconosciuta esclamando tu sei il Cristo, il figlio dell’Iddio vivente, io edificherò la mia chiesa, vale a dire su me stesso, che sono il figlio dell’Iddio vivente» (Serm. 76)
Quando il vangelo è stato scritto le comunità cristiane erano appena in formazione ed è impensabile qualsiasi idea di struttura organizzativa, dunque occorre entrare più profondamente nel senso delle parole che il vangelo fa giungere a noi: «Pietro… ottenne un primato, ma un primato di confessione e non d’onore, un primato di fede e non di ordine» (S. Ambrogio De incarnationis dominicae sacramento, IV, 32)
Il popolo d’Israele era troppo incentrato su Gerusalemme, il tempio, i poteri della casta sacerdotale da aver perso il senso della fede, la relazione personale con Dio era diventata una relazione funzionale e rituale. C’è un altro tempio da costruire che abbia come fondamento la persona di Gesù: «il Figlio del Dio vivente». Simone aveva intuito qualcosa, docile in quel momento all’azione di Dio, quella fede è pietra con cui si costruisce la chiesa.
«Infatti nessuno può porre un fondamento diverso da quello che già vi si trova, che è Gesù Cristo» (1Cor 3,11)

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 24 août, 2017 |Pas de commentaires »

XX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) – L’ESPERIENZA DEL RIFIUTO

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XX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) – L’ESPERIENZA DEL RIFIUTO

dom Luigi Gioia

Vangelo: Is 56,1, 6-7; Sal 67; Rm 11,13-15,29-32; Mt 15,21-28

Non si può non essere sorpresi di fronte alla durezza incomprensibile di Gesù con la cananea. Se quello che la donna mendicava fosse stato impossibile, Gesù avrebbe almeno potuto offrirle una parola di conforto, mostrare comprensione per la sua sofferenza. Sentiamo invece increduli venire per ben due volte dalla bocca di Gesù parole di noncuranza e di esclusione: prima non le rivolge neanche la parola, poi si limita ad affermare di non essere stato mandato per lei e infine la paragona ad un cane: Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini.
Non dobbiamo edulcorare queste asperità. Esse fanno parte della nostra esperienza nella relazione con il Signore e con la Chiesa. Anche oggi ci sono categorie di persone che la Chiesa fa fatica ad accogliere e che per questo si credono indegne di avvicinarsi al Signore e sono tentate di mettere da parte la fede. Basti pensare ai divorziati risposati o ai gay. Nei confronti di entrambe queste categorie di persone, la Chiesa ha un messaggio che emargina e colpevolizza. Da una parte essa dice che non sono escluse dalla sua sollecitudine pastorale, dall’altra, però, non permette loro di accedere alla comunione eucaristica e non sa fare altro che ridurle a quanto, nella loro situazione, essa dichiara essere moralmente non conforme al progetto di Dio sull’umanità. Queste persone, dunque, fanno la stessa esperienza della Cananea: a loro sembra che il Signore, che la Chiesa non rivolga neppure la parola o che, quando si esprime, sia solo per giudicarle. Escluse dalla comunione eucaristica, si sentono ripetere la stessa frase di Gesù: Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini.. Tale atteggiamento è fonte di scandalo e suscita incomprensione in fasce sempre più larghe della nostra società.
Sappiamo tutti che un divorzio è sempre una realtà molto dolorosa. Spesso solo ricostruendo una relazione con un’altra persona si sfugge all’abisso di solitudine nel quale la separazione fa sprofondare. Anzi, in molti casi, forti proprio della prima esperienza negativa, la nuova vita coniugale è più responsabile e matura. Allo stesso modo, quanti gay, proprio attraverso lo sforzo di costruire una relazione stabile, sono usciti dalla spirale di colpevolezza e di solitudine nella quale si sentivano rinchiusi. Una relazione, quando è vera, fa sempre crescere, perché è sempre una sfida, richiede sempre rinuncia a sé stessi per amore dell’altro. Paradossalmente, infine, è proprio tra queste categorie di persone che si incontra spesso la fede più profonda, il desiderio più vivo di una relazione con il Signore e di una vita di preghiera più autentica.
Il vangelo di oggi, preso in tutta la sua durezza, la sua contraddizione, forse non dà una soluzione a questi problemi, ma certamente offre un messaggio di speranza.
Quale che sia l’esperienza di rifiuto alla quale siamo esposti, siamo invitati a non rinunciare mai ad una fede che deve sapersi fare audace e caparbia. La fede che il vangelo ci offre come esempio supera tutti gli ostacoli, tutte le incomprensioni, tutti i rifiuti. Tutti, prima o poi, faremo l’esperienza della donna cananea. Avremo ad un certo punto l’impressione che il Signore non ci ascolta, che la Chiesa non ci capisce o che non riusciamo noi a capire cosa faccia il Signore, o cosa faccia la Chiesa. Un giorno o l’altro potrebbe succedere che il Signore, o la Chiesa, non ci rivolgano neanche la parola, rifiutino anche di guardarci o di ascoltarci e trattino noi o persone che ci sono care con disprezzo apparente, come fa Gesù nel vangelo di oggi con la cananea. Tanti sono i santi che hanno fatto questa esperienza nella storia della Chiesa.
Saremo allora invitati ad imitare il coraggio e l’audacia della cananea. Contro ogni incomprensione, contro ogni apparenza di rifiuto, ostinatamente, caparbiamente, dobbiamo continuare a credere e a sperare. Questo loda Gesù alla fine, quando dice alla cananea con ammirazione: Donna, grande è la tua fede. Questa stessa donna che aveva ignorato e umiliato, ecco che Gesù la loda.
In cosa risiede la grandezza di questa fede? Gesù ha ignorato la cananea. Poi ha affermato di non poter fare nulla per lei. Poi l’ha addirittura umiliata, trattata come un cane, esclusa dal numero dei figli. Eppure la nostra cananea ha saputo sperare contro ogni speranza perché aveva intuito la verità sul cuore di Gesù, aveva capito che Dio è amore, che è fedele, che non poteva abbandonarla, non poteva non esaudirla.
A questo coraggio siamo convocati: sperare contro ogni speranza, credere contro ogni evidenza contraria. Laddove tutti, compresa la Chiesa, compreso Gesù stesso, possono sembrare a volte incapaci di offrire speranza, la fede invece persevera nella preghiera, continua a supplicare il Signore sicura di raggiungere il cuore di Dio, sicura dell’esito che alla lode aggiunge il miracolo: Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri. E da quell’istante sua figlia fu guarita.

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 18 août, 2017 |Pas de commentaires »

ASSUNZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA – OMELIA

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Maria il volto della Verità

padre Gian Franco Scarpitta

ASSUNZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA – OMELIA

Da tanti secoli la Chiesa ci parla di Maria designandola con milioni di titoli ed esaltando di Lei molteplici aspetti, caratteristiche e virtù. Ci sono parecchie usanze locali che esaltano la Vergine, pratiche religiose e devozionali, iniziative catechetiche e oratoriane, celebrazioni mariane che variano di luogo in luogo e numerosissimi Santuari, di cui solo una parte è conosciuta a livello mondiale o nazionale. Tantissimi altri infatti godono di minor prestigio o sono frequentati solamente dalla gente del posto in cui sono sorti. Sulla Madre del Signore la Chiesa da sempre ci trasmette un patrimonio inestimabile di valori che si esprimono attraverso le varie usanze e devozioni dei singoli popoli e che ci aiutano a comprendere, difendendola e arricchendola costantemente, la Verità su di lei. La Chiesa infatti sin dalle origini ci ha anche edotti su quanto della Vergine è veritiero e fondato, senza che mai ingannarsi e senza disorientare il popolo di Dio, nella certezza che ancor prima di costumi e usanze vi è una verità da tenere inalterata e da trasmettere al popolo di Dio e che lo stesso patrimonio di costumi e di tradizioni sia sempre stato utile a veicolare quanto da sempre noi siamo tenuti a sapere sulla Vergine.
Da dove attinge la Chiesa questa Verità così inestimabile? I protestanti risponderebbero: solo dalla Scrittura. La Chiesa Cattolica, pur coltivando la massima riverenza verso la Parola di Dio scritta per ispirazione (la Bibbia) afferma invece che questa verità su Maria (e su ogni altro contenuto della nostra fede) è tratta dal Deposito della fede (1Tm 6, 20), formato dalla Scrittura e dalla « Tradizione. » La rivelazione di Dio infatti ci è pervenuta non solamente attraverso la Parola scritta, ma anche per mezzo di insegnamenti non scritti che gli apostoli appresero dalle parole e dall’esempio di Gesù Cristo e che trasmisero oralmente ai loro successori (i Vescovi) e che sono giunti nel tempo fino a noi. Per Tradizione si intende infatti la trasmissione orale delle verità e dei contenuti della fede. Essa è parola umana che tramette la Parola di Dio e assieme alla Scrittura costituisce quindi il tesoro della verità. Mancando la Tradizione la Verità stessa non sussisterebbe per intero. Sulla Scrittura e sulla Tradizione vigila il Magistero della Chiesa, che da essa trae gli insegnamenti che inequivocabilmente impartisce a tutti i fedeli. Tutto quello che Dio ha comunicato all’uomo non può trovarsi nei soli testi scritti perché  » il mondo stesso non basterebbe a contenere i libri che si dovrebbero scrivere » (Gv 20, 25). Deve necessariamente trovarsi in altre forme non redatte inizialmente per iscritto, trascurando le quali si trascura la verità. Per il semplice fatto che si misconosce volutamente buona parte di quanto il Signore ci ha insegnato. Di conseguenza è davvero certo che la Chiesa su Maria ci abbia adeguatamente istruiti: la Scrittura e la Tradizione contengono tutto il tesoro di verità su di lei e ogni singolo dogma, dottrina e insegnamento ci proviene da codesta eredità autorevole e necessaria.
Intorno alla liturgia di oggi, facendo riferimento a questa duplice fonte suddetta, la Chiesa ci insegna come verità fondata il fatto che Maria è stata assunta in cielo in anima e corpo. Questo raccontano alcuni dati della Tradizione commentati poi da Padri teologi come Epifanio di Salamina e Germano di Costantinopoli, quest’ultimo il più attendibile e accreditato. Come pure determinati racconti sulla « Dormitio Mariae » di antichissime origini.
Nella lettura attenta della Bibbia si riscontra poi che il corpo mortale di Maria non poteva essere sottoposto al disfacimento e alla putrefazione come avviene al cadavere di qualsiasi altro mortale, perché se così fosse avvenuto, Dio non sarebbe stato davvero il Signore dell’amore e della misericordia. O almeno, non sarebbe un Dio munifico nel modo più appropriato e proporzionato. Quale ricompensa infatti il Signore poteva concedere a Maria, lei che aveva rinunciato alla spensieratezza giovanile tipica delle fanciulle per diventare la Madre del Signore, se non quella che anche il suo corpo venisse poi preservato dalla corruzione? Come poteva Dio lasciare che venisse corroso dai vermi il cadavere di Colei che lo aveva ospitato nel mistero dell’Incarnazione? Non sarebbe stato forse irriverente da parte del Signore abbandonare alla terra il corpo di Colei che espressamente è definita sua Madre nel vangelo di Luca (Lc 1, 48)? Maria è sempre stata associata poi al suo Figlio nella lotta per la salvezza dell’uomo, ha condiviso con lui ogni cosa pur essendo stata anch’essa sua discepola, ha seguito il suo Figlio fin sulla croce, insomma è sempre stata associata a lui; era ben giusto che guadagnasse gli stessi meriti di ricompensa del Cristo suo Figlio. E così è stata portata al cielo, elevata, sottratta alla vista sensoriale degli uomini e introdotta nella gloria piena verso la quale ora siamo orientati anche noi. L’Assunzione di Maria al Cielo ci incoraggia infatti ad aspirare alla nostra patria che è nei Cieli pur restando costantemente impegnati e vigili nella vicenda di questo mondo; ci è di sprone affinché anche noi conosciamo la grande munificenza di Dio proporzionata alle nostre fedeltà e alla nostra perseveranza nel bene perché quanto più siamo costanti nella fede e nella carità tanto più potremo contare sul dono di grazia che ci è stato riservato dal Dio munificentissimo e misericordioso, anche se non saremo mai in grado di essere glorificati in anima e corpo, nella forma assolutamente pari a quella di Maria.

XIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (13/08/2017)

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I cristiani e i loro “fratelli maggiori”

mons. Roberto Brunelli

XIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (13/08/2017)

Se non fosse stata la festa della Trasfigurazione, domenica scorsa avremmo sentito il racconto della moltiplicazione dei pani e dei pesci. Dopo quell’episodio, il vangelo di oggi (Matteo 14,22-33) presenta ancora Gesù all’opera: « Costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, finché non avesse congedato la folla. Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava lassù, da solo. La barca intanto distava già molte miglia da terra ed era agitata dalle onde: il vento infatti era contrario. Sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare. Vedendolo camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti e dissero: E’ un fantasma! E gridarono dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro dicendo: Coraggio, sono io, non abbiate paura! »
Segue la prova: se sei tu, chiede Pietro, fammi venire a te sull’acqua. Vieni, è la risposta, e così accade; ma poco dopo l’apostolo si impaurisce e comincia ad affondare; invoca aiuto, Gesù lo afferra e lo sostiene, ma non rinuncia a rimproverarlo: « Uomo di poca fede, perché hai dubitato? » E’ un perenne monito, ai singoli e alla Chiesa intera che Pietro rappresenta: la forza dei cristiani sta nella fede. Senza di me non potete fare niente di buono, disse Gesù in un’altra occasione.
? Ci sarebbe molto su cui riflettere, in proposito. Inoltre l’episodio forse ricorderà, ai meno giovani tra i lettori di queste righe, l’amata figura di Giovanni Paolo II, e la frase forte da lui pronunciata nei primi giorni di pontificato: « Non abbiate paura! Aprite, anzi spalancate le porte a Cristo! » Quel « non abbiate paura », che allora colpì molto, il papa non se lo inventò: lo prese pari pari dal vangelo, manifestando il valore perenne dell’esortazione rivolta ai discepoli da Colui di cui egli era il vicario in terra.
? Il suo ricordo è suggerito anche dalla seconda lettura, costituita dal passo in cui l’apostolo Paolo, scrivendo ai Romani (9,1-5), manifesta la propria pena (« Ho nel cuore un grande dolore e una sofferenza continua ») per quella parte del popolo ebraico che non aveva riconosciuto in Cristo il Messia annunciato dai profeti. L’apostolo arriva a dire che, se servisse a farli ricredere, sarebbe disposto persino a rinunciare lui alla fede: « Vorrei essere io stesso anàtema, separato da Cristo, a vantaggio dei miei fratelli, miei consanguinei secondo la carne ». Egli è consapevole della loro importanza nel piano salvifico di Dio, predisposto attraverso di loro per dare al mondo il Salvatore: « Essi sono Israeliti e hanno l’adozione a figli, la gloria, le alleanze, la legislazione, il culto, le promesse; a loro appartengono i patriarchi e da loro proviene Cristo secondo la carne, egli che è sopra ogni cosa, Dio benedetto nei secoli ».
Il dolore dell’apostolo per il mancato passo del riconoscimento di Gesù da parte del popolo ebraico si accompagna al dolore per le sue conseguenze: la tanto nefasta incomprensione, per non dire ostilità, che lungo i secoli ha accompagnato i rapporti tra cristiani ed ebrei. I cristiani ne hanno una loro copiosa parte di responsabilità; ma fortunatamente da qualche tempo i rapporti sono molto migliorati, soprattutto da quando l’ultimo Concilio (con la dichiarazione « Nostra aetate ») ha ricordato che gli Israeliti “rimangono ancora carissimi a Dio, i cui doni e la cui vocazione sono senza pentimento », ed essendo tanto grande il patrimonio spirituale comune raccomanda « la mutua conoscenza e stima ».
Giovanni Paolo II ha concorso assai a dare corpo a queste parole, sia con la sua indimenticabile preghiera nel luogo oggi più sacro agli ebrei, il cosiddetto « muro del pianto », sia, prima ancora, quando visitando la sinagoga di Roma riconobbe che la fede cristiana deriva da quella d’Israele, e pertanto li chiamò « i nostri fratelli maggiori ». Basterebbero gesti come questi per motivare, verso quel grande papa, la riconoscenza dei cristiani, degli ebrei e del mondo intero.
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Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 11 août, 2017 |Pas de commentaires »

Trasfigurazione del Signore

trasfiguration of the lord - Copia

TRASFIGURAZIONE DEL SIGNORE (ANNO A) (06/08/2017) OMELIA

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Una stella che brilla nel cuore

dom Luigi Gioia

TRASFIGURAZIONE DEL SIGNORE (ANNO A) (06/08/2017)

Vangelo: Dn 7,9-10.13-14; Sal 96; 2Pt 1,16-19; Mt 17,1.9

Non si è dovuto attendere l’epoca moderna perché emergessero dubbi sull’autenticità della predicazione evangelica. Come lo lascia intravedere la seconda lettera di Pietro, fin dall’inizio vi furono persone che consideravano le vicende legate alla vita e alla missione di Gesù, alla sua risurrezione, alla sua trasfigurazione, come “favole artificiosamente inventate” (2Pt 1,16). E in effetti, come credere alla storia raccontata nella pagina del vangelo di oggi? Della luce che emana da un corpo umano, personaggi deceduti da secoli che ritornano in vita, voci che si odono dal cielo. Se qualcuno ci raccontasse di essere stato testimone di eventi di questo genere difficilmente gli crederemmo. E ciò che ci appare incredibile oggi lo era altrettanto due mila anni fa. I discepoli di Gesù ne erano consapevoli. Avrebbero potuto scegliere di riportare il messaggio di Gesù ma di omettere dettagli che avrebbero sollevato dubbi riguardo all’equilibrio mentale di chi li riportava.
Invece, della trasfigurazione ci parlano non solo i vangeli, ma anche la seconda lettera di Pietro. Nel primo caso potremmo essere tentati di interpretare questo racconto in senso metaforico visto che i vangeli integrano molto materiale di carattere simbolico. Ma quando Pietro ne parla anche lui insiste sul fatto che non è un racconto simbolico, non è una favola della quale basta conservare il messaggio. Insiste anzi sulla veracità di questa esperienza, rivendica di esserne stato “testimone oculare” (2Pt 1,16) e insiste aggiungendo “noi questa voce l’abbiamo udita discendere dal cielo mentre eravamo con lui” (1 Pt 1, 18).
La trasfigurazione non fu un miracolo destinato a impressionare le folle. Il vangelo afferma che si svolse in un luogo “in disparte, su un alto monte”, davanti a soli quattro discepoli, ai quali del resto alla fine Gesù ordina di non parlarne a nessuno (Mt 17,1.9). Per capirne la natura possiamo associarla ad un altro episodio misterioso riportato dall’evangelista Luca, nel quale Gesù risorto appare ai discepoli di Emmaus, non si fa riconoscere immediatamente, ma spiega loro le Scritture e li illumina progressivamente fino a che ci è detto che finalmente “i loro occhi si aprirono e lo riconobbero” (Lc 24,18). La trasfigurazione ha anche essa come motivo quello di aprire gli occhi di coloro che dovranno annunciare al mondo l’identità e il messaggio di Gesù e gli occhi dei discepoli si aprono non quando vedono “vesti candide come la luce” (Mt 17,2), ma quando imparano ad ascoltare Gesù nel modo giusto. Non è per caso che la voce dal cielo non ingiunga ai discepoli di guardare Gesù nella sua gloria, ma di ascoltarlo: “Ascoltatelo” (Mt 17,5).
A questo riguardo, il dettaglio più significativo della scena della trasfigurazione è quello relativo a Mosè e ad Elia “che conversavano con lui” (Mt 17,3). Mosè era considerato l’autore dei primi cinque libri della bibbia o della legge, mentre Elia rappresentava i profeti. Mosè ed Elia rappresentano dunque la Scrittura, quello che noi chiamiamo Antico Testamento, ed il fatto che Gesù dialoghi con loro come se fossero ancora vivi vuol dire che solo lui vivifica la Scrittura, le permette di parlarci, la fa diventare Parola che Dio pronuncia adesso e attraverso la quale ci istruisce, ci consola, ci edifica, ci guida, ci conferma. Gesù va ascoltato in questo modo: conversando con la Legge e i Profeti, attraverso la Scrittura.
Questo ci è confermato dal racconto parallelo della trasfigurazione della seconda lettera di Pietro. Subito dopo aver assicurato che non è una favola, che i discepoli ne sono stati testimoni, sembra che ci sia un cambiamento di argomento. Pietro prima si riferisce alla voce udita dal cielo e subito dopo ci invita a “volgere attenzione” alla “parola dei profeti”, vale a dire alla Scrittura: “E abbiamo anche, solidissima, la parola dei profeti, alla quale fate bene a volgere l’attenzione come a lampada che brilla in un luogo oscuro, finché non spunti il giorno e non sorga nei vostri cuori la stella del mattino” (2Pt 1,19). La luce che dobbiamo cercare non è esteriore a noi, ma deve sorgere nei nostri cuori, come la stella del mattino, quella cioè che guida i marinai verso la loro meta. I nostri occhi si aprono quando si schiude una certezza interiore, quella della fede: essa non ci fa vedere nulla, ma la luce che ci conferisce è assoluta, irremovibile. Questa fede diventa una lampada perché illumina il nostro cammino. Non è un faro, non ha la luminosità del sole, ma ci offre luce abbastanza per permetterci di avanzare un passo dopo l’altro sapendo dove mettiamo i piedi – esattamente come Gesù chiedeva ai suoi discepoli di seguirlo un passo dopo l’altro, lasciando a lui l’onere di essere per loro la via: “Io sono la via, la verità e la vita” (Gv 14,6).
Anche noi, come i discepoli, dobbiamo allora lasciarci condurre in disparte da Gesù, su un alto monte, vale a dire in un luogo dove essere liberi per poterlo ascoltare senza che fretta, rovi, spine, incostanza o distrazioni ce lo rendano difficile. Saremo anche noi testimoni della sua trasfigurazione quando aprirà i nostri occhi per riconoscerlo presente in mezzo a noi, in cammino con ognuno di noi: “Io sono con voi” (Mt 28.20). Lo riconosceremo conversando anche noi con Mosè ed Elia, cioè meditando pazientemente la Scrittura fino a che non faremo anche noi la stessa esperienza dei discepoli di Emmaus: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?» (Lc 24,32).

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