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III DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B) (24/01/2021)

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III DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B) (24/01/2021)

Conversione e chiamata per potenziare il Regno di Dio
padre Antonio Rungi

La terza domenica del tempo ordinario ci offre l’opportunità di riflettere sui temi della conversione e della chiamata, strettamente legati tra loro.
Tutta la liturgia della parola è appunto incentrata su questi argomenti, che rappresenta la parte dominante dell’annuncio messianico e della prima comunità cristiana.
Il tempo è compiuto e proprio perché non abbiamo altro a disposizione per pensare a tempi migliori, si fa urgente cambiare strada, convertirsi e rinnovarsi nel profondo del proprio cuore e della nostra vita, a partire dalla risposta personale alla chiamata di Dio. San Paolo Apostolo nella prima lettura di oggi, tratta dalla sua lettera ai Corinzi mette in evidenza proprio questa urgenza di cambiamento, perché non abbiamo molto tempo per rinnovarci e cambiare vita. Scrivendo ai cristiani di Corinto, nella sua prima lettera inviata a questa problematica comunità cristiana da lui fondata, dice che il tempo si è fatto breve. Per cui, d’ora innanzi, quelli che hanno moglie, vivano come se non l’avessero; (invito ad una vita pura e casta, distaccata dagli affetti e dagli amori più sinceri); quelli che piangono, come se non piangessero (invito a dimenticare le sofferenze e a metterle da parte); quelli che gioiscono, come se non gioissero (invito a distaccarsi dalle gioie della vita); quelli che comprano, come se non possedessero (invito a distaccarsi dai beni della terra e dalla bramosia del possesso); quelli che usano i beni del mondo, come se non li usassero pienamente (invita al discreto utilizzo delle cose per raggiungere fini precisi). Tutto questo va inquadrato in una verità assoluta da cui nessuno può prescindere nella sua vita quotidiana e della sua breve o lunga esistenza: “passa infatti la figura di questo mondo”. In poche parole siamo di passaggio su questa terra e nulla ci deve legare alla terra, ma solo al cielo.
L’invito alla conversione è richiamato anche nella prima lettura della liturgia di questa domenica con la predicazione di Giona, al quale fu rivolta dal Signore questa parola: «Àlzati, va’ a Nìnive, la grande città, e annuncia loro quanto ti dico». Giona obbedisce alla voce del Signore si alzò e andò a Nìnive. Qui viene descritta anche la città, per capire di che cosa si parla. E infatti, si dice che Nìnive era una città molto grande, larga tre giornate di cammino. Diciamo una città di abitazione media. Per cui Giona cominciò a percorrere la città per il giorno e man mano che andava avanti nel suo cammino presentava il rischio imminente per quella popolazione: «Ancora quaranta giorni e Nìnive sarà distrutta». Quaranta indica un numero ben preciso nella sacra scrittura e ricorre spesso per indicare il tempo minimo necessario per un’opportuna purificazione. Da qui il termine quaresima, quarantena. Termini molto usati in questi anni per indicare quello che bisogna fare a livello sanitario quando c’è in atto un’infezione, come quella da coronavirus che ha causato la pandemia. Probabilmente ci troviamo in questo testo di fronte ad un’epidemia di quel tempo, di cui si può ipotizzare varie sfaccettature. Di fronte alla parola forte del profeta, i cittadini di Nìnive si convertirono. Infatti, credettero a Dio e bandirono un digiuno, vestirono il sacco, grandi e piccoli. Erano questi i segni esteriori che si usavano per fare penitenza e che nel corso dei millenni hanno segnato la storia del cristianesimo, il culto, la liturgia e la pratica penitenziale personale e comunitaria. Di fronte alla concreta volontà di cambiare strada da parte dei niniviti, Dio vide le loro opere, che cioè si erano convertiti dalla loro condotta malvagia, e Dio si ravvide riguardo al male che aveva minacciato di fare loro e non lo fece. Il male era la distruzione della città. In che modo? A Dio tutto è possibile, ma più che vedere in questo brano le minacce, bisogna capire la misericordia di Dio e il suo perdono. Il brano va letto sotto questa ottica e sotto questo aspetto, dalla minaccia al perdono, ma la minaccia è propedeutica al perdono divino.
In questa prospettiva si comprende l’opera evangelizzatrice dello stesso Gesù che inizia il suo ministero pubblico e predica la conversione. Infatti, a chiedercelo è direttamente Gesù nel brano del Vangelo di Marco che è molto esplicito e diretto su questo argomento. Il riferimento è chiaro ed è attinente alla sua venuta come Messia e Salvatore, ma non tutti capirono ed accolsero il messaggio e l’invito di Gesù a cambiare registro e ritmo nella loro vita. L’invito alla conversione da parte di Gesù è rivolto a quanti lo voglio seguire davvero e da vicino dopo che Giovanni Battista era stato arrestato e quindi tenuto in carcere, per le note vicende relative all’immoralità del Re Erode.
Lo smarrimento provocato dall’arresto di Giovanni Battista presso i suoi discepoli e la gente, fu un motivo in più da parte del Signore di incentivare la sua attività di evangelizzazione, al punto tale si trasferì nella Galilea, e proclamava il vangelo di Dio. La sua predicazione in che cosa consisteva, quali erano i contenuti del suo annuncio. Al suo tempo non c’erano le tecniche di registrazione audio e video che ci sono oggi, perché si potevano avere tutti i discorsi di Gesù in modo preciso e con la sua diretta voce. Invece abbiamo una sintesi, i cosiddetti loghia, espressioni sintetiche che in pochi termini racchiudeva tutto quello che il maestro aveva detto. Una sintesi operata a posteriori, cioè dopo la risurrezione di Cristo e l’invio dello Santo sul gruppo degli Apostoli i quali incominciarono a scrivere i ricordi della vita vissuta vicino al Maestro. Marco nel suo Vangelo mette in risalto proprio il tema della conversione e attribuisce al Signore queste parole: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo».
La cronaca della sua itineranza non si ferma solo all’invito alla conversione, va oltre in senso geografico ed anche contenutistico del suo messaggio. Infatti, Gesù, passando lungo il mare di Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro: «Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini». E subito lasciarono le reti e lo seguirono.
Perché tanta prontezza da parte dei discepoli del Signore a mettersi alla sua sequela? Una domanda alla quale possiamo rispondere approfondendo il brano del vangelo appena ascoltato.
Il racconto della chiamata dei quattro si radica nel profondo della tradizione apostolica ed è collocato in un contesto di evangelizzazione alla cui base c’è l’invito alla conversione.
Gli apostoli sentono la necessità di cambiare, di rinnovarsi, di ricominciare una vita nuova e diversa, rispetto a quella finora svolta, forse neanche senza grosse soddisfazioni.
Un lavoro di pescatori quali soddisfazioni può mai dare? «Il mare di Galilea», in realtà, è solo un “lago” formato dal fiume Giordano, lungo km 21 e largo km 12, ma era molto pescoso e costituiva una provvidenza per le città che sorgevano nelle sue vicinanze. Per quei giovani pescatori era l’unica fonte di lavoro e di guadagno. Altro motivo non c’era, né poteva esserci. Allora non c’era la pesca per hobbies o per divertimento, ma solo la pesca, come anche oggi, per reperire il cibo per alimentarsi e poi distribuirlo sui mercati al fine di un onesto guadagno. Sono mestieri antichi come il mondo e nascono con l’uomo che è pescatore per struttura mentale primaria.
Pertanto, Marco in questo sintetico brano del suo vangelo ci offre un esempio di radicale conversione e fede: nell’accogliere la chiamata di Cristo, nel lasciarsi conquistare da Cristo. Tale chiamata è una chiamata all’amore, al servizio, alla carità e non alle armi o a farci guerra gli contro gli altri.
Questo vangelo si colloca perfettamente in questo ottavario di preghiera per l’unità dei cristiani che si conclude lunedì 25 gennaio 2021, in occasione della festa della conversione di San Paolo Apostolo che parla spesso nel suo epistolario della sua chiamata alla missione per la costruzione di una sola comunità ecclesiale e dell’unità del popolo santo di Dio, redento dal sangue prezioso di nostro Signore Gesù Cristo. Ma tutta la parola di Dio ha un suo peso in questo giorno del Signore dedicato proprio alla Domenica della Parola, che è vita per la nostra vita, è gioia e speranza per noi pellegrini e viandanti in cammino verso l’eternità, guidati da questa stella luminosa che è la parola del Signore.

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 22 janvier, 2021 |Pas de commentaires »

II DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B) (17/01/2021)

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II DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B) (17/01/2021)

Lo sguardo del Maestro è il primo annuncio
padre Ermes Ronchi

I personaggi del racconto: un Giovanni dagli occhi penetranti; due discepoli meravigliosi, che non se ne stanno comodi e appagati, all’ombra del più grande profeta del tempo, ma si incamminano per sentieri sconosciuti, dietro a un giovane rabbi di cui ignorano tutto, salvo un’immagine folgorante: ecco l’agnello di Dio! Un racconto che profuma di libertà e di coraggio, dove sono incastonate le prime parole di Gesù: che cosa cercate? Così lungo il fiume; così, tre anni dopo, nel giardino: donna, chi cerchi? Sempre lo stesso verbo, quello che ci definisce: noi siamo cercatori d’oro nati dal soffio dello Spirito (G. Vannucci).
Cosa cercate? Il Maestro inizia ponendosi in ascolto, non vuole né imporsi né indottrinare, saranno i due ragazzi a dettare l’agenda. La domanda è come un amo da pesca calato in loro (la forma del punto di domanda ricorda quella di un amo rovesciato), che scende nell’intimo ad agganciare, a tirare alla luce cose nascoste. Gesù con questa domanda pone le sue mani sante nel tessuto profondo e vivo della persona, che è il desiderio: cosa desiderate davvero? qual è il vostro desiderio più forte? Parole che sono «come una mano che prende le viscere e ti fa partorire» (A. Merini): Gesù, maestro del desiderio, esegeta e interprete del cuore, domanda a ciascuno: quale fame fa viva la tua vita? dietro quale sogno cammini? E non chiede rinunce o sacrifici, non di immolarsi sull’altare del dovere, ma di rientrare in sé, ritornare al cuore (reditus ad cor, dei maestri spirituali), guardare a ciò che accade nello spazio vitale, custodire ciò che si muove e germoglia nell’intimo. Chiede a ciascuno, sono parole di san Bernardo, «accosta le labbra alla sorgente del cuore e bevi». Rabbì, dove dimori? Venite e vedrete. Il maestro ci mostra che l’annuncio cristiano, prima che di parole, è fatto di sguardi, testimonianze, esperienze, incontri, vicinanza. In una parola, vita.
Ed è quello che Gesù è venuto a portare, non teorie ma vita in pienezza (Gv 10,10). E vanno con lui: la conversione è lasciare la sicurezza di ieri per il futuro aperto di Gesù; passare da Dio come dovere a Dio come desiderio e stupore. Milioni di persone vorrebbero, sognano di poter passare il resto della vita in pigiama, sul divano di casa. Forse questo il peggio che ci possa capitare: sentirci arrivati, restare immobili. All’opposto i due discepoli, quelli dei primi passi cristiani, sono stati formati, allenati, addestrati dal Battista, il profeta roccioso e selvatico, a non fermarsi, ad andare e ancora andare, a muovere in cerca dell’esodo di Dio, ancora più in là. Come loro, «felice l’uomo, beata la donna che ha sentieri nel cuore» (Salmo 83,6).

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 15 janvier, 2021 |Pas de commentaires »

BATTESIMO DEL SIGNORE – UN AMORE COSÌ GRANDE CHE SQUARCIA ANCHE I CIELI

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BATTESIMO DEL SIGNORE – UN AMORE COSÌ GRANDE CHE SQUARCIA ANCHE I CIELI

padre Ermes Ronchi

Sulle rive del Giordano, il Padre presenta Gesù al mondo, lo strappa all’anonimato dei trent’anni. Gesù non aveva alcun bisogno di farsi battezzare, è come se avesse lui invece battezzato il Giordano, santificato per contatto la creatura dell’acqua. Lo sa e lo ripete il celebrante nella preghiera eucaristica terza: «Tu che fai vivere e santifichi l’universo». Straordinaria teologia della creazione: Tu che non solo dai vita all’uomo ma all’universo intero; non solo dai vita alle cose, ma le rendi sante! Santità del cielo, dell’acqua, della terra, delle stelle, del filo d’erba, del creato… «E subito, uscendo dall’acqua vide squarciarsi i cieli e lo Spirito discendere verso di lui come una colomba». Sento tutta la bellezza e la potenza del verbo: si squarciano i cieli, come per un amore incontenibile; si lacerano, si strappano sotto la pressione di Dio, sotto l’urgenza di Adamo e dei poveri. Si spalancano come le braccia dell’amata per l’amato. Da questo cielo aperto e sonante di vita viene, come colomba, il respiro di Dio.
Una danza dello Spirito sull’acqua è il primo movimento della Bibbia (Gen 1,2). Una danza nelle acque del grembo materno è il primo movimento di ogni figlio della terra. Una colomba che danza sul fiume è l’inizio della vita pubblica di Gesù. Venne una voce dal cielo e disse: “Tu sei il Figlio mio, l’amato, il mio compiacimento”.
Tre parole potenti, ma primo viene il tu, la parola più importante del cosmo. Un io si rivolge a un tu. Il cielo non è vuoto, non è muto. E parla con le parole proprie di una nascita. Figlio è la prima parola, un termine potente per il cuore. E per la fede. Vertice della storia umana. Dio genera figli di Dio, genera figli secondo la propria specie. E i generati, io e tu, tutti abbiamo una sorgente nel cielo, il cromosoma divino in noi.
Seconda parola: il mio nome non è solo figlio, ma amato. Lo sono da subito, da prima che io faccia qualsiasi cosa, prima che io risponda. Per quello che sono, così come sono, io sono amato. E che io sia amato dipende da lui, non dipende da me.

La terza parola: in te ho posto il mio compiacimento. La Voce grida dall’alto del cielo, grida sul mondo e in mezzo al cuore, la gioia di Dio: è bello stare con te. Ti amo, figlio, e mi piaci. Sono contento di te. Prima che tu mi dica sì, prima ancora che tu apra il cuore, tu mi dai gioia, sei bello, un prodigio che guarda e respira e ama e si incanta. Ma che gioia posso dare a Dio, io con la mia vita accidentata e distratta, io che ho così poco da restituire? Con tutte le volte che mi dimentico di Lui? Eppure quelle tre parole sono per me, lampada ai miei passi, lume acceso sul mio sentiero: figlio, amato, gioia mia.

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 8 janvier, 2021 |Pas de commentaires »

OMELIA (03-01-2021) – SIAMO FILI DELL’UNICO ARAZZO DELL’ESSERE

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OMELIA (03-01-2021) – SIAMO FILI DELL’UNICO ARAZZO DELL’ESSERE

padre Ermes Ronchi

Un Vangelo che toglie il fiato, che impedisce piccoli pensieri e spalanca su di noi le porte dell’infinito e dell’eterno. Giovanni non inizia raccontando un episodio, ma componendo un poema, un volo d’aquila che proietta Gesù di Nazaret verso i confini del cosmo e del tempo. In principio era il Verbo… e il Verbo era Dio. In principio: prima parola della Bibbia. Non solo un lontano cominciamento temporale, ma architettura profonda delle cose, forma e senso delle creature: «Nel principio e nel profondo, nel tempo e fuori del tempo, tu, o Verbo di Dio, sei e sarai anima e vita di ciò che esiste» (G. Vannucci).
Un avvio di Vangelo grandioso che poi plana fra le tende dello sterminato accampamento umano: e venne ad abitare in mezzo a noi. Poi Giovanni apre di nuovo le ali e si lancia verso l’origine delle cose che sono: tutto è stato fatto per mezzo di Lui. Nulla di nulla, senza di lui. «In principio», «tutto», «nulla», «Dio», parole assolute, che ci mettono in rapporto con la totalità e con l’eternità, con Dio e con tutte le creature del cosmo, tutti connessi insieme, nell’unico meraviglioso arazzo dell’essere. Senza di lui, nulla di nulla. Non solo gli esseri umani, ma il filo d’erba e la pietra e il passero intirizzito sul ramo, tutto riceve senso ed è plasmato da lui, suo messaggio e sua carezza, sua lettera d’amore. In lui era la vita. Cristo non è venuto a portarci un sistema di pensiero o una nuova teoria religiosa, ci ha comunicato vita, e ha acceso in noi il desiderio di ulteriore più grande vita: «Sono venuto perché abbiano la vita, e l’abbiano in abbondanza» (Gv 10,10).
E la vita era la luce degli uomini. Cerchi luce? Contempla la vita: è una grande parabola intrisa d’ombra e di luce, imbevuta di Dio. Il Vangelo ci insegna a sorprendere perfino nelle pozzanghere della vita il riflesso del cielo, a intuire gli ultimi tempi già in un piccolo germoglio di fico a primavera. Cerchi luce? Ama la vita, amala come l’ama Dio, con i suoi turbini e le sue tempeste, ma anche con il suo sole e le sue primule appena nate. Sii amico e abbine cura, perché è la tenda immensa del Verbo, le vene per le quali scorre nel mondo. A quanti l’hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio. L’abbiamo sentito dire così tante volte, che non ci pensiamo più. Ma cosa significhi l’ha spiegato benissimo papa Francesco nell’omelia di Natale: «Dio viene nel mondo come figlio per renderci figli. Oggi Dio ci meraviglia. Dice a ciascuno di noi: tu sei una meraviglia». Non sei inadeguato, non sei sbagliato; no, sei figlio di Dio. Sentirsi figlio vuol dire sentire la sua voce che ti sussurra nel cuore: ?tu sei una meraviglia?! Figlio diventi quando spingi gli altri alla vita, come fa Dio. E la domanda ultima sarà: dopo di te, dove sei passato, è rimasta più vita o meno vita?

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 2 janvier, 2021 |Pas de commentaires »

SANTA MESSA NELLA SOLENNITÀ DELL’EPIFANIA DEL SIGNORE – OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO – 6 gennaio 2020

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SANTA MESSA NELLA SOLENNITÀ DELL’EPIFANIA DEL SIGNORE – OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO – 6 gennaio 2020

CAPPELLA PAPALE

Basilica Vaticana

Nel Vangelo (Mt 2,1-12) abbiamo sentito che i Magi esordiscono manifestando le loro intenzioni: «Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo» (v. 2). Adorare è il traguardo del loro percorso, la meta del loro cammino. Infatti, quando, giunti a Betlemme, «videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono» (v. 11). Se perdiamo il senso dell’adorazione, perdiamo il senso di marcia della vita cristiana, che è un cammino verso il Signore, non verso di noi. È il rischio da cui ci mette in guardia il Vangelo, presentando, accanto ai Magi, dei personaggi che non riescono ad adorare.
C’è anzitutto il re Erode, che utilizza il verbo adorare, ma in modo ingannevole. Chiede infatti ai Magi che lo informino sul luogo dove si trovava il Bambino «perché – dice – anch’io venga ad adorarlo» (v. 8). In realtà, Erode adorava solo sé stesso e perciò voleva liberarsi del Bambino con la menzogna. Che cosa ci insegna questo? Che l’uomo, quando non adora Dio, è portato ad adorare il suo io. E anche la vita cristiana, senza adorare il Signore, può diventare un modo educato per approvare sé stessi e la propria bravura: cristiani che non sanno adorare, che non sanno pregare adorando. È un rischio serio: servirci di Dio anziché servire Dio. Quante volte abbiamo scambiato gli interessi del Vangelo con i nostri, quante volte abbiamo ammantato di religiosità quel che ci faceva comodo, quante volte abbiamo confuso il potere secondo Dio, che è servire gli altri, col potere secondo il mondo, che è servire sé stessi!
Oltre a Erode, ci sono altre persone nel Vangelo che non riescono ad adorare: sono i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo. Essi indicano a Erode con estrema precisione dove sarebbe nato il Messia: a Betlemme di Giudea (cfr v. 5). Conoscono le profezie, le citano esattamente. Sanno dove andare – grandi teologi, grandi! –, ma non vanno. Anche da questo possiamo trarre un insegnamento. Nella vita cristiana non basta sapere: senza uscire da sé stessi, senza incontrare, senza adorare non si conosce Dio. La teologia e l’efficienza pastorale servono a poco o nulla se non si piegano le ginocchia; se non si fa come i Magi, che non furono solo sapienti organizzatori di un viaggio, ma camminarono e adorarono. Quando si adora ci si rende conto che la fede non si riduce a un insieme di belle dottrine, ma è il rapporto con una Persona viva da amare. È stando faccia a faccia con Gesù che ne conosciamo il volto. Adorando, scopriamo che la vita cristiana è una storia d’amore con Dio, dove non bastano le buone idee, ma bisogna mettere Lui al primo posto, come fa un innamorato con la persona che ama. Così dev’essere la Chiesa, un’adoratrice innamorata di Gesù suo sposo.
All’inizio dell’anno riscopriamo l’adorazione come esigenza della fede. Se sapremo inginocchiarci davanti a Gesù, vinceremo la tentazione di tirare dritto ognuno per la sua strada. Adorare, infatti, è compiere un esodo dalla schiavitù più grande, quella di sé stessi. Adorare è mettere il Signore al centro per non essere più centrati su noi stessi. È dare il giusto ordine alle cose, lasciando a Dio il primo posto. Adorare è mettere i piani di Dio prima del mio tempo, dei miei diritti, dei miei spazi. È accogliere l’insegnamento della Scrittura: «Il Signore, Dio tuo, adorerai» (Mt 4,10). Dio tuo: adorare è sentire di appartenersi a vicenda con Dio. È dargli del “tu” nell’intimità, è portargli la vita permettendo a Lui di entrare nelle nostre vite. È far discendere la sua consolazione sul mondo. Adorare è scoprire che per pregare basta dire: «Mio Signore e mio Dio!» (Gv 20,28), e lasciarci pervadere dalla sua tenerezza.
Adorare è incontrare Gesù senza la lista delle richieste, ma con l’unica richiesta di stare con Lui. È scoprire che la gioia e la pace crescono con la lode e il rendimento di grazie. Quando adoriamo permettiamo a Gesù di guarirci e cambiarci. Adorando diamo al Signore la possibilità di trasformarci col suo amore, di illuminare le nostre oscurità, di darci forza nella debolezza e coraggio nelle prove. Adorare è andare all’essenziale: è la via per disintossicarsi da tante cose inutili, da dipendenze che anestetizzano il cuore e intontiscono la mente. Adorando, infatti, si impara a rifiutare quello che non va adorato: il dio denaro, il dio consumo, il dio piacere, il dio successo, il nostro io eretto a dio. Adorare è farsi piccoli al cospetto dell’Altissimo, per scoprire davanti a Lui che la grandezza della vita non consiste nell’avere, ma nell’amare. Adorare è riscoprirci fratelli e sorelle davanti al mistero dell’amore che supera ogni distanza: è attingere il bene alla sorgente, è trovare nel Dio vicino il coraggio di avvicinare gli altri. Adorare è saper tacere davanti al Verbo divino, per imparare a dire parole che non feriscono, ma consolano.
Adorare è un gesto d’amore che cambia la vita. È fare come i Magi: è portare al Signore l’oro, per dirgli che niente è più prezioso di Lui; è offrirgli l’incenso, per dirgli che solo con Lui la nostra vita si eleva verso l’alto; è presentargli la mirra, con cui si ungevano i corpi feriti e straziati, per promettere a Gesù di soccorrere il nostro prossimo emarginato e sofferente, perché lì c’è Lui. Di solito noi sappiamo pregare – chiediamo, ringraziamo il Signore –, ma la Chiesa deve andare ancora più avanti con la preghiera di adorazione, dobbiamo crescere nell’adorazione. È una saggezza che dobbiamo imparare ogni giorno. Pregare adorando: la preghiera di adorazione.
Cari fratelli e sorelle, oggi ciascuno di noi può chiedersi: “Sono un cristiano adoratore?”. Tanti cristiani che pregano non sanno adorare. Facciamoci questa domanda. Troviamo tempi per l’adorazione nelle nostre giornate e creiamo spazi per l’adorazione nelle nostre comunità. Sta a noi, come Chiesa, mettere in pratica le parole che abbiamo pregato oggi al Salmo: “Ti adoreranno, Signore, tutti i popoli della terra”. Adorando, scopriremo anche noi, come i Magi, il senso del nostro cammino. E, come i Magi, proveremo «una gioia grandissima» (Mt 2,10).

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 28 décembre, 2020 |Pas de commentaires »

SANTA FAMIGLIA DI GESÙ, MARIA E GIUSEPPE (ANNO B) (27/12/2020)

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SANTA FAMIGLIA DI GESÙ, MARIA E GIUSEPPE (ANNO B) (27/12/2020)

Tra Legge e Profezia
don Alberto Brignoli

C’è qualcosa che colpisce subito l’uditore attento del brano di vangelo della Liturgia di oggi, nella quale celebriamo la Santa Famiglia di Nazareth: per ben cinque volte, infatti, viene ripetuto che Giuseppe e Maria si trovavano a Gerusalemme per compiere con “ciò che era prescritto nella Legge”.
I genitori di Gesù vengono presentati da Luca come degli israeliti pienamente osservanti che portano il bambino al tempio quaranta giorni dopo la sua nascita, per essere “riscattato” come ogni primogenito pagando un’offerta di cinque sicli d’argento (era circa una mensilità lavorativa): di Giuseppe non si dice che l’abbia fatto (già questo ci dice che forse non riusciva a lavorare con regolarità), e allora si preoccupa almeno della purificazione della madre. Secondo la legge di Mosè presente nel libro del Levitico, la donna che aveva partorito un figlio veniva considerata impura e doveva stare confinata in casa per quaranta giorni: al termine di questo periodo doveva presentarsi al tempio per essere purificata offrendo un agnello in olocausto, ma se la famiglia era povera e non si poteva permettere l’agnello, poteva offrire due piccioni o due tortore. Questa pratica non era più diffusa tra i Giudei ai tempi di Gesù, e non era più necessario portare il bambino fino al tempio: il padre poteva pagare la propria offerta consegnandola a un sacerdote del villaggio. Giuseppe e Maria, invece, forse per il fatto di trovarsi a Betlemme, abbastanza vicina a Gerusalemme, vogliono rispettare la tradizione alla lettera.
Insieme a questo accenno alla stretta osservanza della tradizione da parte dei due coniugi di Nazareth, l’evangelista inserisce un altro elemento, che spesso nell’Antico Testamento aveva assunto un carattere antitetico a quello della Legge, vale a dire la Profezia. Due anziani profeti, Simeone e Anna, mossi dallo Spirito (come sempre, il vero motore della Profezia, nel mondo e nella Chiesa), senza alcun accenno a elementi legati alla legge e alla tradizione, prendono in braccio il bambino e lo proclamano “salvezza, luce, gloria, redenzione di Gerusalemme e dell’intero Israele”: senza, peraltro, esimersi dal ribadire ai suoi genitori, con tanto sano realismo, che ciò avverrà “con lacrime e sangue”, e quindi che non si facciano illusioni sui sogni di gloria legati a questo bambino.
Ora, pensando a questi “quadretti di famiglia” e cercando di attualizzarli un po’, mi viene da pensare che spesso, nelle nostre famiglie, ci si barcamena tra questi due aspetti: da una parte, la fedeltà alla tradizione, alle leggi, alle norme e alle consuetudini ricevute dai nostri genitori, dai nostri avi e predecessori, e giunte fino a noi perché tramandate di padre in figlio, a volte attualizzate e rilette alla luce dell’oggi, altre volte mantenute in una integrità che rischia di non dire più nulla all’uomo contemporaneo; dall’altra parte, l’elemento “profetico”, ovvero quello della novità, del rinnovamento, dell’innovazione, del cambio di mentalità, della rivoluzione delle idee, spesso legato ai cambiamenti generazionali, anche se non sempre è così. Infatti, quello che vediamo narrato da Luca nel brano di Vangelo va un po’ fuori dallo schema “giovani = innovazione e profezia”, “anziani = tradizione e immobilismo”.
Nella vicenda del tempio di Gerusalemme, chi si dimostra profetico e aperto alla voce dello Spirito non sono certo i due giovani sposini di Nazareth, bensì i due vegliardi abitanti del tempio, ai quali invece ci verrebbe di applicare, data l’età e l’esperienza, l’etichetta di tradizionalisti e veterotestamentari. E invece no: sono proprio loro quelli profetici, quelli aperti alla novità, quelli che hanno lo sguardo proiettato in avanti, quelli che non si fissano sulle regole imposte dalla tradizione e guardano al futuro con fiducia, speranza, gloria, senza tuttavia tralasciare di tenere i piedi ben fissi a terra, consapevoli che le profezie e le novità si realizzano con la fatica, la sofferenza e il dolore, anche a costo – a volte – che “una spada ci trafigga l’anima”, perché chiamati a essere “caduta e resurrezione per molti”, “segni di contraddizione per svelare i segreti dei cuori”.
È fantastico vedere famiglie in cui ci sono persone anziane che con la loro saggezza e la loro lungimiranza sono capaci ancora di sognare, di far sognare, di desiderare cose nuove, di stimolare le giovani generazioni a prendere in mano la loro vita e guardare al futuro con speranza, attraverso quella fatica e quel sacrificio che ha contraddistinto le loro generazioni, passate attraverso una o addirittura due guerre, attraverso decine di crisi economiche (allora si chiamavano “austerity”), attraverso gli anni di piombo, senza mai piangersi addosso né dare la colpa al sistema; non è altrettanto fantastico, anzi è spesso deprimente, vedere giovani generazioni anche all’interno delle nostre famiglie ragionare con schemi vecchi, legati al passato, con mentalità fatte di un tradizionalismo capace solo di stereotipare e omologare le persone in base al colore della pelle o al credo religioso, alla cultura o all’orientamento sessuale; capaci solo di piangersi addosso perché il futuro non offre loro opportunità, invece di rimboccarsi le maniche e di lasciarsi prendere per mano dallo Spirito di profezia, che potrebbe veramente rivoluzionare le loro vite, se solo si lasciassero stimolare da qualcosa. Ci sono in giro giovani che hanno la vitalità da ultracentenari, lo spirito adatto a una RSA per anziani e la forza d’animo di un’ameba; per contro ci sono anziani avanti negli anni, ma ancor più avanti nella mentalità e nel desiderio di cercare strade nuove per il futuro di questo pianeta.
E questo perché? Perché sono donne e uomini mossi dallo Spirito. Forse l’incontro della giovane coppia di Nazareth con Simeone e Anna, quel giorno, rappresentò una svolta nella loro osservanza delle tradizioni: possiamo ancora sperare che accada lo stesso per le nostre cosiddette “giovani generazioni”?

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 26 décembre, 2020 |Pas de commentaires »

IV DOMENICA DI AVVENTO (ANNO B) (20/12/2020)

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IV DOMENICA DI AVVENTO (ANNO B) (20/12/2020)

La Madonna è la radice di carne del Vangelo
padre Ermes Ronchi

In apertura, un elenco di sette nomi affolla la pagina: Gabriele, Dio, Galilea, Nazaret, Giuseppe, Davide, Maria. Sette, il numero appunto della totalità, perché ciò che sta per accadere coinvolgerà tutta la storia, le profondità del cielo e tutto il brulichio perenne della vita. Un Vangelo controcorrente: per la prima volta nella Bibbia un angelo si rivolge a una donna; in una casa qualunque e non nel santuario; nella sua cucina e non fra i candelabri d’oro del tempio. In un giorno ordinario, segnato però sul calendario della vita (nel sesto mese…). Gioia è la prima parola: rallegrati! Vangelo nel Vangelo! E subito ecco il perché: Maria, sei piena di grazia. Sei riempita di cielo, non perché hai risposto “sì” a Dio, ma perché Dio per primo ha detto “sì” a te. E dice “sì” a ciascuno di noi, prima di ogni nostra risposta. Perché la grazia sia grazia e non merito o calcolo. Dio non si merita, si accoglie. L’Altissimo si è innamorato di te e ora il tuo nome è: amata per sempre; come lei anch’io amato per sempre. Tutti, teneramente, gratuitamente amati per sempre. Amore è passione di unirsi: il Signore è con te. Espressione che avrebbe dovuto mettere in guardia la ragazza, perché quando si esprime così Dio sta affidando un compito bellissimo ma arduo (R. Virgili): chiama Maria a una storia di brividi e di coraggio. Maria, avrai un figlio, tuo e di Dio, un figlio di terra e di cielo. Gli darai nome Gesù (prima volta: solo il padre aveva il potere di dare il nome). E la ragazza, pronta, intelligente e matura, dopo il primo turbamento non ha paura, dialoga, obietta, argomenta. Sta davanti a Dio con tutta la dignità di donna, con maturità e consapevolezza, pone domande: spiegami, dimmi come avverrà. Zaccaria ha chiesto un segno, Maria chiede il senso e il come. E l’angelo: viene l’infinito nel tuo sangue, l’immenso diventa piccolo in te, che importa il come? La luce che ha generato gli universi si aggrappa al buio del tuo grembo. Che importa come avverrà? E tuttavia Gabriele si ferma a spiegare l’inspiegabile, a rassicurarla: parla di Spirito sulle acque come all’origine, di ombra sulla tenda come al Sinai, la invita a pensare in grande, più in grande che può: fìdati, sarà Lui a trovare il come. L’ha trovato anche per Elisabetta. Lo sentirai nel tuo corpo, come lei. Lo Spirito poteva scegliere altre strade, certo, ma senza il corpo di Maria il Vangelo perde corpo, diventa ideologia o etica. Adesso ancora Dio cerca madri. Sta a noi, come madri amorevoli, aiutare il Signore a incarnarsi in questo mondo, in queste case e strade, prendendoci cura della sua parola, dei suoi sogni, del suo vangelo. Dio vivrà per il nostro amore.

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 18 décembre, 2020 |Pas de commentaires »
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