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Omelia alla prima lettura di domani: Nm 11, 25-29

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/16174.html

Omelia (27-09-2009) 
don Marco Pratesi
Lo Spirito di Mosè

L’episodio narrato nella prima lettura si colloca in un momento di difficoltà di Mosè, che si sente impari a svolgere la missione di guidare un popolo così turbolento in una situazione così difficile. Il contesto immediato è la richiesta di carne da mangiare, all’origine dell’episodio delle quaglie (11,4-6). Nel frattempo Mosè si è sfogato con il Signore, fino a concludere: « Io non posso, da solo, portare tutto questo popolo; è troppo grave per me. Se mi vuoi trattare così, piuttosto fammi morire » (vv. 14-15). Dio risponde: scegli settanta anziani e portali alla mia presenza; farò scendere su di essi il mio spirito, e loro ti aiuteranno a « portare » il popolo (vv. 16-17). Il che viene descritto nella odierna pericope liturgica.
Il dato centrale è che sui settanta riposa lo stesso Spirito di Mosè. In questo caso lo Spirito è dato per la guida del popolo. Per la sua azione, come Mosè ha saputo guidare Israele sulla base della volontà di Dio, gli anziani sapranno fare lo stesso, ovviamente in sottordine rispetto a Mosè. Qui evidentemente si ha presente la situazione posteriore ai fatti dell’Esodo: il consiglio degli anziani era infatti una istituzione, di cui si parla ancora ai tempi di Gesù, insieme al gruppo dei sacerdoti (cf. Mt 21,23; 26,3.47; 27,1.3.12.20.41 etc.). Il testo intende affermare l’origine mosaica dell’istituto: dotate dello stesso spirito di Mosè, le guide del popolo sapranno portarne avanti la missione, sulla base della legge che egli ha lasciato a Israele. In questo senso, e non tanto nel senso stretto del termine, essi sono « profeti »: l’episodio profetico di cui sono protagonisti rimane isolato (« non lo fecero più dopo »), perché non è quello il loro compito, ciò di cui lo Spirito ricevuto li rende capaci. Essi svolgono il servizio dell’autorità, non quello della proclamazione della Parola.
Il secondo elemento è dato dall’episodio dei due assenti, che ricevono lo stesso spirito essendo del gruppo ma non essendo presenti alla tenda del convegno. Mi pare che il senso dell’episodio sia essenzialmente questo: l’azione dello Spirito supera le distanze. Non è necessario essere fisicamente presenti a questa « pentecoste mosaica ». Non occorre una prossimità fisica con Mosè per avere il suo Spirito. Questo va nella stessa direzione di quanto abbiamo detto: lo Spirito di Mosè può continuare la sua azione nella storia del popolo tramite il servizio dell’autorità affidato agli anziani, anche se essi sono « fisicamente » lontani da Mosè, dalla tenda del convegno e dall’esperienza dell’Esodo. Di questo appunto si rallegra Mosè: che lo Spirito di Dio possa superare i limiti della sua esperienza e della sua storia, per « debordare » nell’esperienza del popolo. La fase mosaica è certamente costitutiva, ma il resto della storia non è inaccessibile allo Spirito che quell’esperienza ha guidato. 

Omelia del giorno 27 Settembre 2009 (Vescovo Riboldi)

dal sito:

http://www.vescovoriboldi.it/Omelie/2009/set/270909.htm

Omelia del giorno 27 Settembre 2009

XXVI Domenica del Tempo Ordinario (Anno B)

Guai a chi dà scandalo!

Le parole, che oggi Gesù ci offre, sono un serio motivo di riflessione.

Pesa quel ‘Guai a chi dà scandalo’. È un male che colpisce e può lasciare il suo marchio per la vita.

Leggiamo subito il Vangelo di Marco:

« In quel tempo, Giovanni rispose a Gesù dicendo: ‘Maestro abbiamo visto uno che scacciava i demoni nel tuo nome e glielo abbiamo vietato, perché non era dei nostri. Ma Gesù disse: `Non glielo proibite, perché non vi è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito dopo possa parlare male di me. Chi non è contro di noi, è per noi. Chiunque vi darà da bere un bicchiere d’acqua nel nome mio, perché siete di Cristo, vi dico in verità che non perderà la sua ricompensa’.

E dopo avere fatte queste meravigliose affermazioni, che aprono tanto spazio a chi fa il bene – e ce ne sono tanti anche oggi, per fortuna – Gesù irrompe con un discorso duro, ma di grande attualità: un richiamo che mette rende tutti noi vigili e ci impone di interrogarci se per caso abbiamo comportamenti che meritano ‘Guai! ‘.

« Chi scandalizza uno di questi piccoli che credono, è meglio per lui che gli si metta una macina da asino al collo e venga gettato in mare. Se la tua mano ti scandalizza, tagliala: è meglio per te entrare nella vita monco, che con due mani nella Geenna, nel fuoco inestinguibile. Se il tuo piede ti scandalizza, taglialo, è meglio per te entrare nella vita zoppo, che essere gettato con due piedi nella Geenna. Se il tuo occhio ti scandalizza, càvalo: è meglio per te entrare nel regno di Dio con un occhio solo che essere gettato con due occhi ‘nella Geenna, dove il loro verme non muore e il fuoco non si estingue ». (Mc. 9, 37-47)

La Parola di Dio davvero scombina le nostre posizioni, in un tempo, oggi, in cui – è incredibile ed assurdo – ‘fare scandalo è di moda’, è diventato come un modo di affermarsi.

Ognuno di noi, venendo alla vita, in fondo – anche se si crede autonomo ed autosufficiente – è `quel’ bambino, di cui parla l’evangelista Marco: un piccolo essere, fragile, povero, inesperto, condizionabile, esposto alla tempesta dello scandalo che può abbattere in lui, a volte precocemente, ogni desiderio di ‘grandi prospettive’, come ci offre il Maestro, così come può essere aiutato ad aprirsi al bene che, lentamente, può fare crescere in lui e rassodare grandi virtù, che è poi l’abito della santità con cui Dio adorna i suoi figli che tanto ama.

E suscita grande tenerezza il Vangelo, quando ci presenta ‘Gesù, che prende un bambino tra le sue braccia, – come a difenderlo – , lo mette in mezzo alla gente ed afferma: ‘Chi accoglie uno di questi bambini nel mio nome accoglie me’.

E suscita grande tenerezza il Vangelo, quando ci presenta ‘Gesù, che prende un bambino tra le sue braccia, – come a difenderlo – , lo mette in mezzo alla gente ed afferma: ‘Chi accoglie uno di questi bambini nel mio nome accoglie me’.

È come se Gesù volesse trattenere tra le sue braccia la debolezza di chi desidera essere difeso dalle tentazioni dello scandalo.

La realtà è che oggi, tutti, senza distinzioni, viviamo in questo mondo che pare non abbia più alcun pudore nello sfasciare ciò che è veramente bello agli occhi di Dio, per imporre le mostruosità del vizio, dell’egoismo, che sono la triste immagine del dominio del male che vuole imporsi e si impone con gli scandali sempre più numerosi.

Scriveva il caro Paolo VI, nel settembre 1964:

« Innanzitutto voi non troverete più nel linguaggio della gente perbene di oggi, nei libri, nelle cose che parlano degli uomini, la tremenda parola che invece è tanto frequente nel mondo religioso, la parola ‘peccato’. Gli uomini nei giudizi odierni, non sono più chiamati peccatori. Vengono catalogati come sani, malati, bravi, buoni, forti, deboli, ricchi, poveri, sapienti, ignoranti, ma la parola ‘peccato’ non si incontra mai. E non torna perché, distaccato l’intelletto umano dalla sapienza divina, si è perduto il concetto di peccato. Pio XII affermava: ‘Il mondo moderno ha perduto il senso del peccato’, che cosa sia, cioè, la rottura dei propri rapporti con Dio. Il mondo non intende più soffermarsi su tali rapporti. Cosa dice a volte la nostra pedagogia: `L’uomo è buono: sarà la società a renderlo cattivo’. Viene adottata, come nonna, una indulgenza molto liberale, molto facile, che spiana le vie ad ogni esperienza, come se il male non esistesse. Ma come a contraddire tutto questo, guardate se c’è un filo ottimista nella produzione moderna; guardate se nei premi letterari, c’è un solo libro presentabile, che dichiari essere l’uomo buono, che esistono ancora delle virtù. Dilaga, al contrario, l’analisi del tanfo, della perversione umana, con la tacita, ma inesorabile sentenza che l’uomo è inguaribile. Ma Gesù vede e guarda a noi, che siamo povera gente, con tanti malanni, pronto a guarirci e ridarci quella veste del ‘bambino’ che è la vera grandezza nostra ».

Eppure lo scandalo è un vero trauma dell’anima di chi lo riceve: un trauma che a volte incide nel profondo del cuore, dando un corso diverso e sbagliato ad un’intera esistenza. Un vero attentato all’anima.

Chiunque di noi abbia conservato un retto giudizio della vita, sa che è sopportabile e meno dannoso un incidente, che in qualche modo mutila il nostro corpo, di uno scandalo che intacchi l’integrità del cuore.

Oggi, anche S. Giacomo usa toni duri, come a darci la sveglia, se abbiamo permesso che ‘le mode’ ci addormentassero la coscienza.

« Ora a voi ricchi: piangete e gridate per le sciagure che vi sovrastano! Le vostre ricchezze sono imputridite, le vostre vesti sono state divorate dalle tarme, il vostro oro e argento sono consumati dalla ruggine; la loro ruggine si leverà a testimonianza contro di voi e divorerà le vostre carni come un fuoco. Avete accumulato tesori per gli ultimi giorni!

Ecco il salario da voi defraudato ai lavoratori che hanno mietuto le vostre terre grida e le proteste dei mietitori sono giunte alle orecchie del Signore degli eserciti.

Avete gozzovigliato sulla terra e vi siete saziati di piaceri, vi siete ingrassati per il giorno della strage. Avete condannato e ucciso il giusto ed egli non può opporre resistenza ». (Gc. 5, 1-6) Davvero viene voglia di uscire da questo ‘mondo’, per assaporare la bellezza della virtù, della bontà. E c’è, per grazia di Dio, tanta, ma tanta gente semplice, che sa ancora conservare la bellezza e la dignità dell’anima e della vita, come un tesoro che dà felicità.

Ricordo, un giorno, parlando in cattedrale proprio su questo tema: Guai a voi, ricchi!, al termine dell’omelia verme una signora, che aveva sul volto, sfatto dalla fatica, una luce, come un riflesso del cielo. Conservava, per la sua vecchiaia, un gruzzolo, che teneva gelosamente custodito. Volle a tutti i costi privarsi di quel poco che aveva risparmiato.

E a me, che cercavo di far capire che il suo non era uno scandalo, ma una necessità, rispose: `Voglio avere un cuore libero da tutto e così assaporare la gioia di avere in cambio due ali che mi facciano volare verso Dio’.

Ce n’è, più di quanto pensiamo, di questa brava gente. Proprio vero il proverbio che afferma: ‘Fa molto rumore l’albero che cade: è silenziosa la foresta che cresce’.

Se è vero che lo scandalo tiene banco nella comunicazione e nel mondo, è altrettanto vero che è `la foresta’ a farci sentire cittadini del Cielo.

Ci rattrista che nella mentalità di oggi non faccia meraviglia che ci sia chi offre scandalo, ma, proprio per questa tendenza, purtroppo generalizzata, suscita ancor più profondo stupore, chi vive con coerenza la propria vocazione alla santità: è il salutare ‘scandalo evangelico’, inteso come verità di vita.

Quanta gente buona incontro ed ogni volta è sentire che Dio è con noi meravigliosamente.

Per la mentalità del mondo – stupidamente – fa scandalo la ragazza intelligente, che non si piega alla moda senza pudore, l’imprenditore onesto che rispetta l’operaio, come fosse un fratello e non una cosa, il giovane retto che non ci sta ai compromessi con il vizio.

Credo proprio che oggi, forse più di un tempo, si avverta in tanti il desiderio di svincolarsi da una mentalità disonesta, che brucia ogni dignità e bellezza del cuore, cercando ‘l’aria pulita di una condotta intelligente ed onesta’.

Quando si ha un cuore tanto aperto, Dio sa immediatamente trovare la strada per accostarsi e ci attende l’abbraccio di Gesù, che ci vede tornare ‘bambini’ ….da Regno dei Cieli!

Scrive Mario Luzi in Nostalgia di Te:

« Padre mio, mi sono affezionato alla terra quanto non avrei creduto.

È bella e terribile la terra: ci sono nato quasi di nascosto, ci sono cresciuto,

tra gente povera, amabile e tante volte esecrabile. Il cuore umano è pieno di contraddizioni, ma neppure un istante mi sono allontanato da Te. La vita sulla terra è dolorosa, ma è anche gioiosa…

Sono stato troppo uomo tra gli uomini oppure troppo poco? Il terrestre l’ho fatto troppo mio o troppo poco?

Sono venuto sulla terra per fare la Tua volontà eppure talvolta l’ho discussa.

Sii indulgente, Ti prego, con la mia debolezza.

Ma da questo stato umano d’abiezione, vengo a Te, nella mia debolezza. Comprendimi!

Quando saremo in Cielo ricongiunti, sarà stata grande prova ed essa non si perde nella memoria dell’eternità ».

Antonio Riboldi – Vescovo

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 26 septembre, 2009 |Pas de commentaires »

Omelia 21 settembre 2009, Eremo San Biagio

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/8058.html

Omelia (21-09-2002) 
Eremo San Biagio

Dalla Parola del giorno
Vi esorto [...] a comportarvi in maniera degna della vocazione che avete ricevuto: con ogni umiltà, mansuetudine e pazienza, sopportandovi a vicenda con amore.

Come vivere questa Parola?
Nel vangelo di oggi è Matteo stesso che racconta la sua vocazione. S.Girolamo, appassionato studioso della Parola di Dio, fa’ un’osservazione che illumina anche le parole di S.Paolo qui riportate. Dice che gli altri evangelisti, narrando la chiamata di Matteo, lo chiamano Levi, suo secondo nome (forse meno conosciuto) quasi a velare la sua identità di pubblicano: disprezzato come disonesto e collaborazionista dei Romani occupanti. Al contrario Matteo non teme di manifestarsi per quello che è: pubblicano e dunque peccatore, ma perdonato e chiamato da Dio-Amore. Ecco perché il comportarsi in modo degno della meravigliosa chiamata a essere cristiano (=seguace di Gesù) significa anzitutto avere un atteggiamento di umiltà. Si tratta non certo di un antipatico modo esteriore, ma di un profondo e ben radicato atteggiamento del cuore: la consapevolezza della propria povertà accettata e amata come « luogo » in cui Dio manifesta la sua onnipotenza che è « fare misericordia » con infinito amore.

Oggi, nella mia pausa contemplativa, chiedo al Signore di vivere con gioia la mia chiamata a seguirlo sulla strada del vangelo vissuto. Sarà dunque la gioia di chi, come Matteo-Levi, è cosciente che la sua storia comincia dal perdono di Dio, mai dalla sua bravura.Per questo, in concreto, chiedo di poter avere con tutti un tratto umile, mansueto, paziente, perché io per primo, ho esperienza di quanta umiltà, mansuetudine e pazienza ha riversato Dio in me amandomi con amore di misericordia.

La voce del Papa del sorriso
L’umiltà va di pari passo con la magnanimità. Essere buoni è cosa grande e bella, ma difficile e ardua. Perché l’animo non aspiri a cose grandi in maniera esagerata, ecco l’umiltà; perché non prenda paura davanti alle difficoltà, ecco la magnanimità. L’umiltà non sfocia mai nella pusillanimità ma nel coraggio, nel lavoro intraprendente e nell’abbandono in Dio!
Giovanni Paolo I 

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 20 septembre, 2009 |Pas de commentaires »

XXV domenica del T.O., Omelia del Vescovo Paglia

dal sito:

http://www.terninarniamelia.it/omelia_dett.asp?ID=48

XXV Domenica del Tempo Ordinario  

Marco (9, 30-37)

“Gesù e i discepoli partirono di là e attraversarono tutta la Galilea”. Queste parole del Vangelo di Marco ci introducono nel viaggio appena intrapreso da Gesù dalla Galilea verso Gerusalemme; un viaggio che più volte l’evangelista ricorderà nei capitoli seguenti.
La scena che ci viene presentata dal Vangelo è semplice: Gesù prende con sé i discepoli e “cammina davanti a loro” – è così del pastore che guida il suo gregge – dirigendosi verso Gerusalemme. Potremmo vedere in questa bella immagine evangelica il ritrovarsi dei cristiani ogni domenica attorno al loro Maestro e Pastore. Lungo la strada, com’è suo solito, Gesù parla con i suoi discepoli. Ma questa volta non appare anzitutto come maestro bensì come l’amico che apre il suo cuore ai suoi amici più intimi.
Sì, Gesù, che non è un eroe freddo e solitario che può fare a meno di tutti, sente invece il bisogno di confidare ai discepoli i pensieri più segreti che agitano in quel momento il suo cuore. E dice loro: “Il figlio dell’uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno”. E’ la seconda volta che ne parla. Quando lo disse la prima volta, Pietro, che aveva cercato di dissuadere Gesù dal suo cammino, fu aspramente rimproverato. Gesù sente il bisogno di confidarsi di nuovo. Evidentemente è oppresso da una grande angoscia. La stessa che sentirà nell’orto del Getsemani e che lo farà sudare sangue. Tuttavia, ancora una volta, nonostante la familiarità che pure si era creata, nessuno dei discepoli comprende il cuore e i pensieri di Gesù. Eppure non era difficile ricordare qualcuno dei brani della Scrittura dove la vita del giusto è descritta come piena di tribolazioni. Il libro della Sapienza narra, appunto, di una congiura che uomini empi e potenti tramano, con disinvoltura e sicurezza, contro il giusto: “tendiamo insidie al giusto, perché ci è d’imbarazzo e contrario alle nostre azioni; ci rimprovera le trasgressioni della legge e ci rinfaccia le mancanze contro l’educazione da noi ricevuta… Condanniamolo ad una morte infame, perché secondo le sue parole, il soccorso gli verrà” (2, 17-20). Forse i discepoli ricorderanno queste parole solo al termine del viaggio, a Gerusalemme, quando esse si realizzeranno quasi alla lettera sulla croce. Ora, nessuno comprende. Eppure, le parole sono drammaticamente chiare.
Ma perché i discepoli non le comprendono? La risposta è semplice. Non comprendono quel che Gesù dice perché il loro cuore e la loro mente sono lontani dal cuore e dalla mente del Maestro; le loro ansie sono altre rispetto a quelle di Gesù, e il loro cuore batte per ben diverse preoccupazioni. Come possono capire stando così distanti? Gesù è angustiato per la sua morte, mentre loro sono preoccupati per il posto, per chi di loro è il primo. E’ un’esperienza che ci è molto familiare: in questo non siamo dissimili da loro, e continuiamo a comportarci come loro. Il seguito del racconto evangelico, potremmo dire, è davvero disarmante. L’evangelista fa supporre che Gesù, durante il cammino, sia restato solo davanti al gruppo dei discepoli, i quali, rimasti appunto indietro senza tener conto delle drammatiche parole confidategli dal Maestro, si sono messi a discutere su chi tra loro dovesse prendere il primo posto. E’ davvero disarmante il loro atteggiamento e incredibile la distanza da Gesù e dalle sue preoccupazioni! Arrivati in casa a Cafarnao Gesù chiede loro di cosa stessero discutendo lungo la via. Ma “essi tacevano”, nota l’evangelista. Finalmente provavano almeno un po’ di vergogna per quello di cui avevano discusso. E fecero bene. La vergogna è il primo passo della conversione, essa nasce, infatti, dal riconoscersi distanti da Gesù e dal Vangelo. Il peccato è la distanza da Gesù, prima ancora che un gesto cattivo in particolare. E se la vergogna per tale distanza non c’è, dobbiamo preoccuparci. Quando non c’è vergogna del proprio peccato, quando si attutisce la coscienza del male che si compie, quando non si dà il peso al proprio peccato, ci si esclude di fatto dal perdono. E il vero dramma della nostra vita è quando non c’è nessuno che ci chiede, che ci interpella, come fece Gesù con i discepoli: “di cosa stavate discutendo?” Resteremmo prigionieri di noi stessi e delle nostre ben misere sicurezze.
La domenica è il giorno del perdono, perché possiamo accostarci ancora al Signore che ci parla, che ci interpella, che ci permette di prendere coscienza della nostra povertà e del nostro peccato. Scrive l’evangelista: “Gesù sedutosi, chiama i dodici attorno a sé” e si mette a spiegare loro ancora una volta il Vangelo e a correggere la stortura del loro cuore e dei loro atteggiamenti. E’ una scena emblematica per la comunità cristiana, potremmo dire che ne è come l’icona. Ognuno di noi, ogni comunità cristiana, deve radunarsi, e con frequenza, attorno al Vangelo per ascoltare l’insegnamento del Signore, per nutrirsi del pane disceso dal cielo, per correggere il proprio comportamento, per riempire il cuore e la mente dei sentimenti e dei pensieri del Signore. Gesù, guardando con speranza quel piccolo gruppo di discepoli, iniziò a parlare ribaltando completamente le loro concezioni: “Se uno vuol essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti”. Anche a Giacomo e Giovanni risponderà nello stesso modo: “Chi vuol essere grande tra di voi sia vostro servitore e chi vuol essere il primo tra voi sia il servo di tutti” (Mc l0, 43-44). Gesù sembra non contestare la ricerca di un primato da parte dei discepoli. Ne rovescia però la concezione: è primo chi serve, non chi comanda. E perché comprendano bene quello che vuol dire, prende un bambino, lo abbraccia e lo mette in mezzo al gruppo dei discepoli, è un centro non è solo fisico, ma di attenzione, di preoccupazione, di cuore.
Quel bambino – vuol dire il Signore ai discepoli – deve stare al centro delle preoccupazioni delle comunità cristiane. E ne spiega immediatamente il motivo: “Chi accoglie uno di questi bambini, accoglie me”. L’affermazione è sconvolgente: nei piccoli, negli indifesi, dei deboli, nei poveri, nei malati, in coloro che la società rifiuta e allontana, è presente Gesù, anzi il Padre stesso. Tale insegnamento percorre trasversalmente ogni pagina evangelica e fa parte essenziale della spiritualità di ogni discepolo, di ogni credente. “Farsi piccoli” non significa assumere un atteggiamento umilista e remissivo (spesso questo vuol dire disinteresse, rassegnazione o fuga da responsabilità), bensì accogliere dentro le nostre preoccupazioni e dentro i nostri pensieri (il che non significa trovare sempre soluzioni) tutti i piccoli e gli indifesi. Essi continuano ad essere posti da Gesù stesso al centro di ogni comunità cristiana. Beati noi se li accogliamo e li abbracciamo come fece Gesù con quel bambino!

Il Vescovo Paglia
 

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 19 septembre, 2009 |Pas de commentaires »

Omelia per la XXV domenica del Tempo ordinario: La croce del Figlio, l’unico giusto

dal sito:

http://www.pddm.it/vita/vita_03/n_07/6agosto.htm

di  DONATELLA SCAIOLA

 25a del tempo ordinario 21 settembre 2003 – anno B

Prima lettura: Sap 2,12.17-20
Salmo responsoriale: Sal 53,3-6.8
Seconda lettura: Gc 3,16-4,3
Vangelo: Mc 9,30-37

La croce del Figlio, l’unico giusto

La prima lettura sembra una predizione diretta della passione di Cristo, e probabilmente, infatti, gli evangelisti hanno utilizzato questo testo come chiave di lettura dell’evento della croce. Sullo sfondo del discorso si può intravvedere l’esperienza del martirio, entrato nella storia del popolo di Dio nel II sec. a.C., con i Maccabei. A partire da questa persecuzione, gli Ebrei si sono domandati: com’è possibile che Dio, onnipotente e pieno di amore verso i suoi, li abbandoni ai persecutori, permetta che vengano uccisi solo perché sono fedeli a Lui e non accorra a salvarli?
Questo interrogativo sul mistero di un Dio apparentemente impassibile di fronte alla morte dei giusti, ne provoca un altro: cosa pensare della morte e di una morte prematura, sofferta per Dio? Il problema è serio perché nel testo del libro della Sapienza gli empi che perseguitano il giusto sono esponenti e sostenitori di una concezione puramente materialistica dell’esistenza umana che nega qualsiasi tipo di sopravvivenza oltre la morte e qualunque intervento di Dio nella vita dell’uomo. Di conseguenza, la scala di valori che queste persone hanno corrisponde alla loro concezione della vita, unico bene di cui si possa godere, senza che esista una norma estrinseca che vada rispettata e ponga un limite alla brama del piacere.
Vittime di tale concezione della vita sono i deboli e chiunque sia rispettoso degli altri, vale a dire, il giusto. Gli empi negano qualunque intervento di Dio nel mondo; senza ragione o prove hanno sostituito Dio con il caso; cadono così nella mani di un automatismo impersonale e crudele che segna con fatalità, disperazione e tristezza la condizione umana. L’autore, invece, afferma che l’uomo non è un essere scagliato nel vuoto dell’esistenza, ma vuole che egli viva (Sap 2,23).
I testi biblici a cui l’autore di Sap 2 ha potuto ispirarsi nella sua descrizione dell’opposizione tra gli empi e il giusto, sono tre: innanzitutto, si ricordi il quarto canto del servo (Is 52,13-53,12). In comune con Isaia c’è la determinazione del giusto come pais (figlio o servo) del Signore e il fatto che, sia al giusto perseguitato che al servo sofferente, è riservato uno stesso destino, cioè una morte infame. Vi è anche, però, una differenza importante tra le due figure: il servo di Isaia porta su di sé le colpe di tutti (Is 53,4-8.11-12) e offre la sua vita in espiazione per queste colpe (53,10), elementi assenti dalla figura del giusto di Sap 2.
Il secondo testo è il salmo 22, che pure mette in scena un giusto oppresso e perseguitato, però quello che è caratteristico del giusto di Sap 2 è la sua fede nella felicità finale dei giusti, un elemento che manca  nel salmo 22, secondo il quale il giusto soffre pure del silenzio di Dio. Si potrebbe infine fare riferimento anche al salmo 2 perché il giusto, secondo gli empi (Sap 2,18), si proclama figlio di Dio, anche se nel salmo 2 siamo di fronte ad una figura esplicitamente regale.
Si può forse concludere dicendo che sullo sfondo di Sap 2 si intravvedono altri testi e figure che presentano elementi di contatto con il giusto descritto nel testo, e tutta questa tradizione precipita, per così dire, o viene raccolta dai Vangeli che la utilizzano per interpretare la passione di Gesù.
Nella pagina evangelica odierna il secondo annunzio della passione-risurrezione esprime un contrasto tra il Figlio dell’uomo, la cui gloria si è manifestata, e il suo triste destino che lo consegna « nelle mani degli uomini ». Nel viaggio attraverso la Galilea (9,30) assistiamo ad una fermata: come all’inizio del Vangelo, Gesù sceglie Cafarnao come luogo di pausa, e i discepoli si ritrovano con Lui « nella casa ». Nel Vangelo di Marco, la casa è il luogo privilegiato dell’insegnamento privato. Gesù li interroga sull’oggetto della loro discussione « per strada ». I discepoli però tacciono, perché avevano discusso sul diritto di precedenza. Gesù si siede (v 35), nella posizione del maestro che insegna. È una lezione importante. In 3,13 li chiamò e costituì i Dodici perché stessero con Lui; in 6,7 li chiamò per inviarli; ora li chiama di nuovo per mostrare la loro vera identità, che dovranno vivere e annunciare.
Alla domanda « chi è il più grande? », Marco risponde mettendo l’accento sull’ultimo posto e sul servizio di tutti (9,35). Prendendo in braccio un bambino, poi, Gesù indica in che modo servire. Il bambino non era tenuto in particolare considerazione nella società del suo tempo. Il bambino è l’uomo non realizzato, ultimo di tutti. Insufficiente a sé e bisognoso degli altri, è ciò che gli altri ne fanno. Riceve tutto ciò che ha e che è, vivendo di dono e di accoglienza gratuita. E lo fa con semplicità, perché si sente amato. Diversamente non può neanche vivere. In questo rappresenta la condizione creaturale, comune a tutti.
Essere servo di tutti significa accogliere con amore coloro che la società trascura. Questa accoglienza implica un capovolgimento di valori: non avviene perché si è buoni, ma « in nome di Gesù », per la sua persona.
Gesù è talmente legato all’umanità che vive nel più profondo di ogni uomo, anche il più disprezzato: servire significa allora accogliere il piccolo col quale Dio si identifica. La minorità e il servizio sono il segno dello spirito di Cristo. Egli offre ai suoi discepoli questo criterio di realizzazione come guarigione dalla sete di protagonismo, principio di distruzione. Gesù sa che ognuno vuole e deve realizzarsi, per questo dà i veri criteri. Alla brama di primeggiare nell’avere, nel potere e nell’apparire, egli sostituisce il desiderio di servire e accogliere il piccolo. Questa è la grandezza di Dio. Essendo amore, non afferma se stesso a spese dell’altro, ma lo promuove a sue spese; non si serve dell’altro, ma lo serve; non lo spoglia di ciò che ha, ma si spoglia, a suo favore, di tutto, anche di sé. Essere povero, umile e piccolo, è la caratteristica propria di Dio che si è fatto ultimo di tutti e servo di tutti. Per questo, il modello a cui il discepolo deve ispirarsi non è quello mondano della lotta per il dominio. Al centro della comunità nuova Gesù pone se stesso e un bambino col quale si identifica. Alla concorrenza per essere più grande, si sostituisce il gareggiare nella piccolezza (Rom 12,10; Fil 2,3) e nell’accoglienza del piccolo.

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 19 septembre, 2009 |Pas de commentaires »

FRANCIA, LOURDES 12-15 SETTEMBRE 2008, PAPA BENEDETTO, OMELIA, PER LA FESTA DELLA ESALTAZIONE DELLA SANTA CROCE

dal sito:

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/homilies/2008/documents/hf_ben-xvi_hom_20080914_lourdes-apparizioni_it.html  
 
VIAGGIO APOSTOLICO
IN FRANCIA IN OCCASIONE DEL 150° ANNIVERSARIO
DELLE APPARIZIONI DI LOURDES
(12 – 15 SETTEMBRE 2008) 

SANTA MESSA PER IL 150° ANNIVERSARIO DELLE APPARIZIONI
(E PER LA FESTA DELLA ESALTAZIONE DELLA SANTA CROCE)

OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

Prairie, Lourdes
Domenica, 14 settembre 2008

Signori Cardinali, caro Mons. Perrier,
cari Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio,
cari pellegrini, fratelli e sorelle,

“Andate a dire ai sacerdoti che si venga qui in processione e che si costruisca una cappella”. È il messaggio che Bernadette ricevette dalla “bella Signora” nell’apparizione del 2 marzo 1858. Da 150 anni i pellegrini non hanno mai cessato di venire alla grotta di Massabielle per ascoltare il messaggio di conversione e di speranza che è loro rivolto. Ed anche noi, eccoci qui stamane ai piedi di Maria, la Vergine Immacolata, per metterci alla sua scuola con la piccola Bernadette.

Ringrazio in modo particolare Mons. Jacques Perrier, Vescovo di Tarbes e Lourdes, per la calorosa accoglienza che mi ha riservato e per le parole gentili che mi ha rivolto. Saluto i Cardinali, i Vescovi, i sacerdoti, i diaconi, i religiosi e le religiose, così come tutti voi, cari pellegrini di Lourdes, in special modo i malati. Siete venuti in grande numero a compiere questo pellegrinaggio giubilare con me e ad affidare le vostre famiglie, i vostri parenti ed amici, e tutte le vostre intenzioni a Nostra Signora. La mia riconoscenza va anche alle Autorità civili e militari, che hanno voluto essere presenti a questa Celebrazione eucaristica.

“Quale mirabile cosa è mai il possedere la Croce! Chi la possiede, possiede un tesoro! (Sant’Andrea di Creta, Omelia X per l’Esaltazione della Croce: PG 97, 1020). In questo giorno in cui la liturgia della Chiesa celebra la festa dell’Esaltazione della santa Croce, il Vangelo che avete appena inteso ci ricorda il significato di questo grande mistero: Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché gli uomini siano salvati (cfr Gv 3,16). Il Figlio di Dio s’è reso vulnerabile, prendendo la condizione di servo, obbedendo fino alla morte e alla morte di croce (cfr Fil 2,8). E’ per la sua Croce che siamo salvati. Lo strumento di supplizio che, il Venerdì Santo, aveva manifestato il giudizio di Dio sul mondo, è divenuto sorgente di vita, di perdono, di misericordia, segno di riconciliazione e di pace. “Per essere guariti dal peccato, guardiamo il Cristo crocifisso!” diceva sant’Agostino (Tract. in Johan.,XII,11). Sollevando gli occhi verso il Crocifisso, adoriamo Colui che è venuto per prendere su di sé il peccato del mondo e donarci la vita eterna. E la Chiesa ci invita ad elevare con fierezza questa Croce gloriosa affinché il mondo possa vedere fin dove è arrivato l’amore del Crocifisso per gli uomini, per tutti gli uomini. Essa ci invita a rendere grazie a Dio, perché da un albero che aveva portato la morte è scaturita nuovamente la vita. È su questo legno che Gesù ci rivela la sua sovrana maestà, ci rivela che Egli è esaltato nella gloria. Sì, “Venite, adoriamolo!”. In mezzo a noi si trova Colui che ci ha amati fino a donare la sua vita per noi, Colui che invita ogni essere umano ad avvicinarsi a Lui con fiducia.

E’ questo grande mistero che Maria ci affida anche stamane, invitandoci a volgerci verso il Figlio suo. In effetti, è significativo che, al momento della prima apparizione a Bernadette, Maria introduca il suo incontro col segno della Croce. Più che un semplice segno, è un’iniziazione ai misteri della fede che Bernadette riceve da Maria. Il segno della Croce è in qualche modo la sintesi della nostra fede, perché ci dice quanto Dio ci ha amati; ci dice che, nel mondo, c’è un amore più forte della morte, più forte delle nostre debolezze e dei nostri peccati. La potenza dell’amore è più forte del male che ci minaccia. E’ questo mistero dell’universalità dell’amore di Dio per gli uomini che Maria è venuta a rivelare qui, a Lourdes. Essa invita tutti gli uomini di buona volontà, tutti coloro che soffrono nel cuore o nel corpo, ad alzare gli occhi verso la Croce di Gesù per trovarvi la sorgente della vita, la sorgente della salvezza.

La Chiesa ha ricevuto la missione di mostrare a tutti questo viso di un Dio che ama, manifestato in Gesù Cristo. Sapremo noi comprendere che nel Crocifisso del Golgota è la nostra dignità di figli di Dio, offuscata dal peccato, che ci è resa? Volgiamo i nostri sguardi verso il Cristo. È Lui che ci renderà liberi per amare come Egli ci ama e per costruire un mondo riconciliato. Perché, su questa Croce, Gesù ha preso su di sé il peso di tutte le sofferenze e le ingiustizie della nostra umanità. Egli ha portato le umiliazioni e le discriminazioni, le torture subite in tante regioni del mondo da innumerevoli nostri fratelli e nostre sorelle per amore di Cristo. Noi li affidiamo a Maria, Madre di Gesù e Madre nostra, presente ai piedi della Croce.

Per accogliere nelle nostre vite questa Croce gloriosa, la celebrazione del Giubileo delle apparizioni di Nostra Signora di Lourdes ci fa entrare in un cammino di fede e di conversione. Oggi Maria viene incontro a noi per indicarci le vie d’un rinnovamento della vita delle nostre comunità e di ciascuno di noi. Accogliendo il Figlio suo, che Ella ci presenta, siamo immersi in una sorgente viva in cui la fede può ritrovare un vigore nuovo, in cui la Chiesa può fortificarsi per proclamare con sempre maggior audacia il mistero di Cristo. Gesù, nato da Maria, è Figlio di Dio, unico salvatore di tutti gli uomini, che vive ed agisce nella sua Chiesa e nel mondo. La Chiesa è inviata dappertutto nel mondo per proclamare quest’unico messaggio ed invitare gli uomini ad accoglierlo mediante un’autentica conversione del cuore. Questa missione, che è stata affidata da Gesù ai suoi discepoli, riceve qui, in occasione di questo Giubileo, un soffio nuovo. Che al seguito dei grandi evangelizzatori del vostro Paese, lo spirito missionario, che ha animato tanti uomini e donne di Francia nel corso dei secoli, sia ancora la vostra fierezza e il vostro impegno!

Seguendo il percorso giubilare sulle orme di Bernadette, l’essenziale del messaggio di Lourdes ci è ricordato. Bernadette è la maggiore di una famiglia molto povera, che non possiede né sapere né potere, è debole di salute. Maria la sceglie per trasmettere il suo messaggio di conversione, di preghiera e di penitenza, in piena sintonia con la parola di Gesù: “Hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli” (Mt 11,25). Nel loro cammino spirituale i cristiani sono chiamati essi pure a far fruttificare la grazia del loro Battesimo, a nutrirsi di Eucaristia, ad attingere nella preghiera la forza per testimoniare ed essere solidali con tutti i loro fratelli in umanità (cfr Omaggio alla Vergine Maria, Piazza di Spagna, 8 dicembre 2007). E’ dunque una vera catechesi che ci è proposta sotto lo sguardo di Maria. Lasciamo che la Vergine istruisca pure noi e ci guidi sul cammino che conduce al Regno del Figlio suo!

Proseguendo nella sua catechesi la “bella Signora”rivela il suo nome a Bernadette: “Io sono l’Immacolata Concezione”. Maria le rivela così la grazia straordinaria che ha ricevuto da Dio, quella di essere stata concepita senza peccato, perché “ha guardato l’umiltà della sua serva” (Lc 1,48).  Maria è questa donna della nostra terra che s’è rimessa interamente a Dio e ha ricevuto da Lui il privilegio di dare la vita umana al suo eterno Figlio. “Sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto” (Lc 1,38). Essa è la bellezza trasfigurata, l’immagine dell’umanità nuova. Presentandosi così in una dipendenza totale da Dio, Maria esprime in realtà un atteggiamento di piena libertà, fondata sul pieno riconoscimento della sua vera dignità. Questo privilegio riguarda anche noi, perché ci svela la nostra dignità di uomini e di donne, segnati certo dal peccato, ma salvati nella speranza, una speranza che ci consente di affrontare la nostra vita quotidiana. E’ la strada che Maria apre anche all’uomo. Rimettersi completamente a Dio è trovare il cammino della libertà vera. Perché volgendosi a Dio, l’uomo diventa se stesso. Ritrova la sua vocazione originaria di persona creata a sua immagine e somiglianza.

Cari fratelli e sorelle, la vocazione primaria del santuario di Lourdes è di essere un luogo di incontro con Dio nella preghiera, e un luogo di servizio ai fratelli, soprattutto per l’accoglienza dei malati, dei poveri e di tutte le persone che soffrono. In questo luogo Maria viene a noi come la madre, sempre disponibile ai bisogni dei suoi figli. Attraverso la luce che emana dal suo volto, è la misericordia di Dio che traspare. Lasciamoci toccare dal suo sguardo: esso ci dice che siamo tutti amati da Dio, mai da Lui abbandonati! Maria viene a ricordarci che la preghiera, intensa e umile, confidente e perseverante, deve avere un posto centrale nella nostra vita cristiana. La preghiera è indispensabile per accogliere la forza di Cristo. “Chi prega non spreca il suo tempo, anche se la situazione ha tutte le caratteristiche dell’emergenza e sembra spingere unicamente all’azione” (Enc. Deus caritas est, n. 36). Lasciarsi assorbire dalle attività rischia di far perdere alla preghiera la sua specificità cristiana e la sua vera efficacia. La preghiera del Rosario, così cara a Bernadette e ai pellegrini di Lourdes, concentra in sé la profondità del messaggio evangelico. Ci introduce alla contemplazione del volto di Cristo. In questa preghiera degli umili noi possiamo attingere grazie abbondanti.  

La presenza dei giovani a Lourdes è anche una realtà importante. Cari amici, qui presenti stamattina intorno alla Croce della Giornata Mondiale della Gioventù, quando Maria ricevette la visita dell’Angelo, era una giovane ragazza di Nazaret che conduceva la vita semplice e coraggiosa delle donne del suo villaggio. E se lo sguardo di Dio si posò in modo particolare su di lei, fidandosi di lei, Maria vuole dirvi ancora che nessuno di voi è indifferente per Dio. Egli posa il suo sguardo amoroso su ciascuno di voi e vi chiama ad una vita felice e piena di senso. Non lasciatevi scoraggiare davanti alle difficoltà! Maria fu turbata all’annuncio dell’angelo venuto a dirle che sarebbe diventata la Madre del Salvatore. Essa sentiva quanto era debole di fronte alla onnipotenza di Dio. Tuttavia disse “sì” senza esitare. Grazie al suo “sì” la salvezza è entrata nel mondo, cambiando così la storia dell’umanità. A vostra volta, cari giovani, non abbiate paura di dire “sì” alle chiamate del Signore, quando Egli vi invita a seguirlo. Rispondete generosamente al Signore! Egli solo può appagare le aspirazioni più profonde del vostro cuore. Siete in molti a venire a Lourdes per un servizio attento e generoso accanto ai malati o ad altri pellegrini, mettendovi così sulle orme di Cristo servo. Il servizio reso ai fratelli e alle sorelle apre il cuore e rende disponibili. Nel silenzio della preghiera, sia Maria la vostra confidente, lei che ha saputo parlare a Bernadette rispettandola e fidandosi di lei. Maria aiuti coloro che sono chiamati al matrimonio a scoprire la bellezza di un amore vero e profondo, vissuto come dono reciproco e fedele! A coloro tra voi che Egli chiama a seguirlo nella vocazione sacerdotale o religiosa, vorrei ridire tutta la felicità che vi è nel donare totalmente la propria vita a servizio di Dio e degli uomini. Siano le famiglie e le comunità cristiane luoghi nei quali possano nascere e maturare solide vocazioni a servizio della Chiesa e del mondo!

Il messaggio di Maria è un messaggio di speranza per tutti gli uomini e per tutte le donne del nostro tempo, di qualunque Paese siano. Amo invocare Maria come Stella della speranza (Enc. Spe salvi, n.50). Sulle strade delle nostre vite, così spesso buie, lei è una luce di speranza che ci rischiara e ci orienta nel nostro cammino. Mediante il suo “sì”, mediante il dono generoso di se stessa, ha aperto a Dio le porte del nostro mondo e della nostra storia. E ci invita a vivere come lei in una speranza invincibile, rifiutando di ascoltare coloro che pretendono che noi siamo prigionieri del fato. Essa ci accompagna con la sua presenza materna in mezzo agli avvenimenti della vita delle persone, delle famiglie e delle nazioni. Felici gli uomini e le donne che ripongono la loro fiducia in Colui che, nel momento di offrire la sua vita per la nostra salvezza, ci ha donato sua Madre perché fosse nostra Madre!

Cari fratelli e sorelle, in questa terra di Francia, la Madre del Signore è venerata in innumerevoli santuari, che manifestano così la fede trasmessa di generazione in generazione. Celebrata nella sua Assunzione, essa è la Patrona amata del vostro Paese. Sia sempre onorata con fervore in ciascuna della vostra famiglie, nelle vostre comunità religiose e nelle parrocchie! Vegli Maria su tutti gli abitanti del vostro bel Paese e sui pellegrini venuti numerosi da altri Paesi per celebrare questo Giubileo! Sia per tutti la Madre che circonda d’attenzione i suoi figli nelle gioie come nelle prove! Santa Maria, Madre di Dio e Madre nostra, insegnaci a credere, a sperare e ad amare con te. Indicaci la via verso il regno del tuo Figlio Gesù! Stella del mare, brilla su di noi e guidaci nel nostro cammino! (cfr Enc. Spe salvi, n.50). Amen.

Festa dell’Esaltazione della Santa Croce (2008) – Custodia di Terra Santa

dal sito:

http://www.custodia.org/spip.php?article3875

CUSTODIA DI TERRA SANTA

Festa dell’Esaltazione della Santa Croce (2008)

PEREGRINAZIONE AL SANTO CALVARIO – 14 Settembre 2008
Messo on line il domenica 14 settembre 2008 a 15h33
da  Mab
 
 Fratelli e sorelle:

Celebriamo oggi la festa dell’Esaltazione della Santa Croce. La sua origine è la solennità liturgica con la quale il 14 settembre del 335 furono inaugurati a Gerusalemme i grandiosi edifici sacri fatti costruire dall’Imperatore Costantino nei luoghi stessi del Calvario e del Sepolcro glorioso di Cristo. Questa festa celebrata sempre con grande solennità e con numerose manifestazioni di gioia, sostituiva nella mente cristiana la festa ebraica dei Tabernacoli, che si celebra appunto in questa epoca. Molti degli elementi di questa festa ebraica sono passati alla liturgia cristiana della Dedicazione della Chiesa. Questa era la festa della Dedicazione della Chiesa per eccellenza: la Basilica del Santo Sepolcro. I testi biblici che abbiamo ascoltato ci parlano del valore salvifico della Croce. Gesù, per la sua umiliazione fino alla morte e alla morte di croce, è stato esaltato fino al diventare il Signore del cielo e della terra. Tutti coloro che guardano e seguono la Croce di Cristo saranno guariti e avranno la vita eterna.

La croce, centro della nostra fede

Oggi celebriamo festa dell’Esaltazione della Santa Croce; tutti i giorni orniamo la croce, la baciamo, la portiamo al collo, la esaltiamo… Noi cristiani, siamo matti? Lo aveva annunciato Paolo: la croce è “scandalo per i giudei e stoltezza per i greci”. Il “Vangelo della Croce” era, e continua ad essere, un assurdo totale per il mondo (cf. 1Cor 1,18-25). E, tuttavia, noi celebriamo la festa della croce di Cristo, cantiamo il “Vexilla Regis”. Lo stesso Padre nostro San Francesco, diceva a chi lo vedeva piangere: “Piango la Passione del mio Signore. Per amore di lui non dovrei vergognarmi di andare gemendo ad alta voce per tutto il mondo” (Leggenda dei Tre Compagni, V,14: FF 1413). Perché questo? Perché per noi la croce di Gesù è il centro e il fondamento della nostra fede, perché Cristo è morto per il nostro amore e per la nostra salvezza. Cristo, dice Paolo, “mi ha amato e ha consegnato se stesso per me » (Gal 2,20). Cristo è morto perché noi abbiamo la vita: « Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna » (GV 3,16). “Per riscattare lo schiavo – cantiamo nell’Exultet, nel Annuncio Pasquale, – hai consegnato il Figlio”.

Gesù regna dalla Croce

“Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me” (Gv 12,32), giacché con la sua morte Gesù ha iniziato a “riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi” (Gv 11,52). Cristo, nel Calvario, fu crocifisso per la salvezza di tutti, per la tua salvezza, per la mia salvezza, e questa è la sua gloria, il suo trionfo: è stato crocifisso come uomo, è stato glorificato come Dio”, diceva San Gerolamo. E’ quello che dicono le parole scritte in greco sull’altare della Crocifissione: “hai realizzato la salvezza dal centro della terra” (Sal 44,12), giacché dalla croce ha riunito a tutte le nazioni (cf. Gv 12,32). Il Golgota è quindi così importante che ancora oggi, come succedeva nel passato, il sacerdote incaricato di custodire il Luogo Santo del Calvario viene chiamato “Presbitero del Golgota” oppure “Custode della Croce”. La Croce ci fa conoscere Dio: “Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto” (Gv 19,37), giacché la croce è la rivelazione più evidente dell’amore di Dio. E così si capiscono le parole che cantiamo il Venerdì Santo: “Ecco il legno della Croce, al quale fu appeso il Cristo, Salvatore del mondo” (“Ecce lingum crucis…”).

Onorare il Crocifisso

Sulla Croce del Calvario non c’è un malfattore, ma “Gesù il Nazareno, il Re dei giudei” (Gv 19,19). Pilato, senza volerlo, proclama la regalità di Cristo. Egli è il Re del mondo. “E’ giunta l’ora che sia glorificato il Figlio dell’uomo” (Gv 12,23), diceva Gesù. E oggi tutti i cristiani adoriamo il legno santo, il legno della croce dove è stato appeso il Figlio di Dio. “Vexilla Regis prodeunt”, canteremo, “le insigne del Re avanzano”; diremmo ancora: “l’albero decorato e radiante, ornato con la porpora reale”, cioè il sangue prezioso di Cristo. Ripetiamo le parole che San Cirillo di Gerusalemme diceva ai suoi ascoltatori, precisamente qui: “Non ci vergogniamo di confessare la nostra fede nel Crocifisso”. Facciamo sempre il segno della croce. “è un gran mezzo di difesa”. Perché il Re crocifisso qui, sul Calvario, è il nostro Re, diceva Sant’Agostino; “Al suo trono vengono gli uomini di tutte le classi e stati. A Lui vengono i poveri e i ricchi, analfabete e saggi, uomini e donne, signori e servi, adulti e bambini, A lui vengo giudei e greci, romani e barbari. Egli non dominò il mondo con il ferro, ma con il legno della croce”. Perciò, continua San Cirillo di Gerusalemme: celebriamo “la vittoria che il Signore ha riportato qui, soprattutto in questo Santo Golgota, che noi vediamo e tocchiamo con la mano… Non ti vergognare di confessare la Croce…perché la Croce non è causa infamia ma coronata di Gloria”. Non nascondere la croce, giacché, continua il Santo, “colui che è stato crocifisso è adesso sopra in cielo! Forse ci potevamo vergognare se, una volta crocifisso e posto nel sepolcro, fosse rimasto rinchiuso in esso; ma Egli, dopo essere stato crocifisso qui, sul Golgota, è salito al cielo”.

“Salve, o Croce, unica nostra speranza”

Soltanto così cominceremo a capire che croce eretta sul Calvario non è l’annuncio di un fallimento, di una vita di sofferenza e di morte, ma essa è un messaggio trionfale di vita. E potremo dire con Paolo: “Quanto a me invece non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo” (Gal 6,14), perché “tutto posso in colui che mi da la forza” (Fil 4,13). Cantiamo: “Rifulge il mistero della croce” (“Fulget crucis mysterium!”). E con più forza: “Salve, o Croce, unica nostra speranza”.

Gesù, crocifisso, modello del discepolo

“Chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me”, dice Gesù (Mt 10,38). Ci chiede che gli imitiamo, che lo seguiamo, prendendo ogni giorno la nostra croce. In questo possiamo gloriarci, diceva Francesco, se portiamo “alle nostre spalle ogni giorno la santa croce del nostro Signore Gesù Cristo”, giacché, dice Pietro, “Cristo patì per voi lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme” (1Pt 2,21). Sappiamo che non è facile essere cristiano. Lo aveva predetto Gesù stesso: “Voi avrete tribolazioni nel mondo” (Gv 16,33), giacché “se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me” (Gv 15,18). Ma siate sicuri: “chi perde la sua vita” “la salverà” (cf. Mc 7,35). Non dobbiamo avere paura delle opposizioni, delle persecuzioni, di niente. Lo ha detto Gesù a ciascuno di noi: “abbiate fiducia: io ho vinto il mondo” (Gv 16,33). Arriveremo alla santità, dice il Concilio, se seguiamo “Cristo povero, umile e caricato con la croce, per meritare la partecipazione alla sua gloria” (LG 41).

Scendere dal Golgota al mondo

Oggi, qui, sul Golgota, abbiamo capito il valore della morte di Cristo in Croce: il suo amore crocifisso è stato la nostra salvezza. Non è il momento di mettersi a ridere di Gesù, come quelli personaggi del Vangelo, che gridavano: “scenda adesso dalla croce, perché vediamo e crediamo” (Mc 15, 32). Noi non possiamo fare altro che, in ginocchio, ripetere le parole di San Francesco: “Ti adoriamo, Signore Gesù Cristo,… e ti benediciamo, perché per la tua Santa Croce hai redento il mondo”. Amen. Ed esclamare col Centurione: “Veramente, quest’uomo era Figlio di Dio!” (Mc 15,39). E dopo, bisogna ritornare al mondo partendo da questo Calvario. Nel 1207, Francesco, – racconta San Bonaventura -, nella Chiesetta di San Damiano, “pregando inginocchiato davanti all’immagine del Crocifisso, si sentì invadere di una grande consolazione spirituale e, mentre fissava gli occhi pieni di lacrime nella croce del Signore, udì con le orecchi del corpo una voce scendere verso di lui dalla croce e dirgli per tre volte: “Francesco, va e ripara la mia chiesa che, come vedi, è tutta in rovina!” (FF 1038). Si trattava della Chiesa che “Cristo acquistò col suo sangue”, dice il testo. E così Francesco, “munendosi col segno della croce”, incominciò la sua missione. Egli poté ripetere con Paolo: “Sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi e completo nella mia carne quello che manca i patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa” (Col 1,24). Così hanno fatto i cristiani; così hanno fatto i francescani quando, arrivati in Terra Santa, hanno visto che non c’erano Santuari, non c’erano cristiani e non c’erano le campane del Santo Sepolcro: la Chiesa di Terra Santa era completamente in rovina! Tutti hanno avuto davanti ai loro occhi, come noi, Maria, la Madonna Addolorata. La Madre stava qui, presso la Croce. Non è arrivata al Calvario per caso, ma ha percorso, passo a passo, il cammino del suo Figlio. E adesso è qui, come Madre e discepola. La Madre di Gesù e la Madre di tutti i suoi discepoli è sempre al nostro servizio.

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