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per la festa di San Giuseppe un’omelia di Papa Giovanni Paolo II in Polonia (1997)

oggi per la festa di San Giuseppe vi propongo un’omelia di Papa Giovanni Paolo II, non l’ha pronunciata in occasione di una delle feste del Patriarca, ma in un santuario in Polonia, ci sono alcuni riferimenti a San Paolo, tuttavia, come molte omelie di Papa Giovanni Paolo II, essa è a « tutto tondo » se posso esprimermi così, dopo questa, se volete leggerlo, c’è: « Il saluto di Giovanni Paolo II al termine della Celebrazione Eucaristica dinanzi al santuario di san Giuseppe, a Kalisz », dal sito:

http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/homilies/1997/documents/hf_jp-ii_hom_19970604_kalisz_it.html

VIAGGIO APOSTOLICO IN POLONIA (31 MAGGIO – 10 GIUGNO 1997)

CONCELEBRAZIONE EUCARISTICA DAVANTI
AL SANTUARIO DI SAN GIUSEPPE

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

 Kalisz – Mercoledì, 4 Giugno 1997
 

Cari Fratelli e Sorelle!

1. Rendo grazie alla divina Provvidenza perchè mi viene dato oggi di visitare la vostra città, questa Kalisz che le antichissime cronache segnano sulle loro carte geografiche molto prima delle origini dello Stato polacco. Sono stato qui già alcune volte. Ho nella memoria quegli incontri e gli uomini che vi prendevano parte. Saluto cordialmente tutti voi qui riuniti. Saluto la vostra giovane Diocesi e il suo primo Vescovo ordinario, il Vescovo ausiliare, il clero, le persone consacrate e tutto il popolo di Dio della terra di Kalisz. Ti saluto, terra di Kalisz, con tutta la tua ricchezza racchiusa nel passato e nel presente. Desidero che tutto questo si ravvivi in qualche modo nell’odierna Eucaristia.

« O uomo felice, san Giuseppe! ». Come sono lieto di celebrare questo Sacrificio eucaristico nel Santuario di san Giuseppe! Esso, infatti, ha un posto particolare nella storia della Chiesa e della Nazione. Mentre ascoltiamo il Vangelo, che ci ricorda la fuga in Egitto, vengono in mente le parole contenute nella preparazione liturgica per la santa Messa: « O uomo felice, san Giuseppe, a cui è stato dato non soltanto di vedere e udire Dio, che molti re volevano vedere e non videro, udire e non udirono (cfr Mt 13, 17), ma di portarlo in braccio, baciarlo, vestirlo e custodirlo! ». In questa preghiera san Giuseppe appare come il protettore del Figlio di Dio. Essa continua con la seguente domanda: « Dio, tu che ci hai concesso il sacerdozio regale, fa, ti preghiamo, che, come san Giuseppe, il quale meritò di toccare e con rispetto portare nelle sue braccia il tuo Figlio unigenito, nato da Maria Vergine, possiamo ottenere la grazia di servire presso i tuoi altari nella purezza del cuore e nell’innocenza delle opere, per ricevere oggi degnamente il sacratissimo Corpo e Sangue del tuo Figlio e meritare l’eterno premio nel mondo futuro ».

E’ una bella preghiera! La recito ogni giorno prima della santa Messa e certamente lo fanno molti sacerdoti nel mondo. Giuseppe, sposo di Maria Vergine, padre adottivo del Figlio di Dio, non era un sacerdote, ma ebbe parte al sacerdozio comune dei fedeli. E poiché come padre e protettore di Gesù poté tenerlo e portarlo nelle sue braccia, i sacerdoti si rivolgono a san Giuseppe con l’ardente domanda di poter celebrare il Sacrificio eucaristico con la stessa venerazione e con lo stesso amore con cui egli adempiva la sua missione di padre putativo del Figlio di Dio. Queste parole sono molto eloquenti. Le mani del sacerdote che toccano il Corpo eucaristico di Cristo vogliono impetrare da san Giuseppe la grazia di una castità e di una venerazione pari a quella che il santo falegname di Nazaret dimostrava nei riguardi del suo Figlio adottivo. E perciò è una cosa giusta che, nell’itinerario del pellegrinaggio unito al Congresso Eucaristico di Wroclaw, si trovi anche la visita al Santuario di san Giuseppe di Kalisz.

2. « Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e fuggi in Egitto » (Mt 2, 13).

Giuseppe udì queste parole nel sonno. L’angelo l’aveva avvertito di fuggire con il Bambino, perchè era minacciato da un pericolo mortale. Dal Vangelo appena letto veniamo a sapere di coloro che attentavano alla vita del Bambino. In primo luogo Erode, ma poi anche tutti i suoi seguaci. In questo modo la liturgia della parola guida il nostro pensiero verso il problema della vita e della sua difesa. Giuseppe di Nazaret, che salvò Gesù dalla crudeltà di Erode, ci si presenta in questo istante come un grande sostenitore della causa della difesa della vita umana, dal primo istante del concepimento sino alla morte naturale. Vogliamo, dunque, in questo luogo raccomandare alla divina Provvidenza e a san Giuseppe la vita umana, specialmente quella dei bambini non ancora nati, nella nostra Patria e nel mondo intero. La vita ha un valore intoccabile e una dignità irripetibile, specialmente perchè – come leggiamo oggi nella liturgia – ogni uomo è chiamato a partecipare alla vita di Dio. San Giovanni scrive: « Quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente! » (1 Gv 3, 1).

Con lo sguardo della fede possiamo rilevare con una particolare chiarezza l’infinito valore di ogni essere umano. Il Vangelo, annunziando la buona novella di Gesù, reca anche la buona novella dell’uomo, della sua grande dignità, insegna la sensibilità nei riguardi dell’uomo. Di ogni uomo che, in quanto dotato di un’anima spirituale, è « capace di Dio ». La Chiesa difendendo il diritto alla vita si richiama ad un livello più ampio, ad un livello universale che obbliga tutti gli uomini. Il diritto alla vita non è una questione di ideologia, non è solo un diritto religioso; è un diritto dell’uomo. Il più fondamentale diritto dell’uomo! Dio dice: « Non uccidere »! (Es 20, 13). Questo comandamento è al contempo un fondamentale principio e una norma del codice morale, iscritto nella coscienza di ogni uomo.

La misura della civiltà, una misura universale, perenne, comprendente tutte le culture, è il suo rapporto con la vita. Una civiltà che rifiutasse gli indifesi, meriterebbe il nome di civiltà barbara, anche se riportasse grandi successi nel campo dell’economia, della tecnica, dell’arte e della scienza. La Chiesa, fedele alla missione ricevuta da Cristo, nonostante le debolezze e le infedeltà di molti suoi figli e di molte sue figlie, ha portato con coerenza nella storia dell’umanità la grande verità sull’amore del prossimo, ha attenuato le divisioni sociali, ha superato le differenze etniche e razziali, si è chinata sugli infermi e sugli orfani, sugli anziani, sugli handicappati e sui senza casa. Ha insegnato con le parole e con i fatti che nessuno può essere escluso dalla grande famiglia umana, che nessuno può essere spinto al margine della società. Se la Chiesa difende la vita non nata è perchè essa guarda anche con amore e sollecitudine ogni donna che deve partorire.

Qui, a Kalisz, dove san Giuseppe, questo grande difensore e premuroso protettore della vita di Gesù, è venerato in modo particolare, voglio ricordarvi le parole che Madre Teresa di Calcutta rivolse ai partecipanti alla Conferenza Internazionale su « Popolazione e Sviluppo », convocata dall’Organizzazione delle Nazioni Unite al Cairo nel 1994: « Vi parlo dal profondo del cuore, parlo ad ogni uomo in tutti i paesi del mondo . . . alle madri, ai padri e ai figli nelle città, nelle cittadine e nei villaggi. Ognuno di noi oggi è qui grazie all’amore di Dio che ci ha creati, e ai nostri genitori, che ci hanno accolti e hanno voluto darci la vita. La vita è il più grande dono di Dio. E’ per questo che è penoso vedere cosa accade oggi in tante parti del mondo: la vita viene deliberatamente distrutta dalla guerra, dalla violenza, dall’aborto. E noi siamo stati creati da Dio per cose più grandi: amare ed essere amati. Ho spesso affermato, e io ne sono sicura, che il più grande distruttore di pace nel mondo di oggi è l’aborto. Se una madre può uccidere il suo proprio figlio, che cosa potrà fermare te e me dall’ucciderci reciprocamente? Il solo che ha il diritto di togliere la vita è Colui che l’ha creata. Nessun altro ha quel diritto; né la madre, né il padre, né il dottore, né un’agenzia, né una conferenza, né un governo . . . Mi terrorizza il pensiero di tutti coloro che uccidono la propria coscienza, per poter compiere l’aborto. Dopo la morte ci troveremo faccia a faccia con Dio, Datore della vita. Chi si assumerà la responsabilità davanti a Dio per milioni e milioni di bambini ai quali non è stata data la possibilità di vivere, di amare e di essere amati? . . . Un bambino è il dono più grande per la famiglia. Per la nazione. Non rifiutiamo mai questo dono di Dio ». Questa lunga citazione appartiene a Madre Teresa di Calcutta. Sono contento che Madre Teresa abbia potuto parlare a Kalisz.

3. Cari Fratelli e Sorelle, siate solidali con la vita. Rivolgo questo appello a tutti i miei connazionali, indipendentemente dalle convinzioni religiose di ciascuno. Lo rivolgo a tutti gli uomini, senza escluderne alcuno. Da questo luogo, ripeto ancora una volta quanto ho detto nell’ottobre dello scorso anno: « Una nazione che uccide i propri figli è una nazione senza futuro ». Dovete credere che non mi è stato facile dire queste cose pensando alla mia Nazione, ma io desidero per essa un futuro, un futuro meraviglioso. E’ necessaria, dunque, una generale mobilitazione delle coscienze e un comune sforzo etico, per mettere in atto la grande strategia della difesa della vita. Oggi il mondo è diventato l’arena della lotta per la vita. Continua la lotta tra la civiltà della vita e la civiltà della morte. Perciò è così importante l’edificazione della « cultura della vita »: la creazione di opere e di modelli culturali, che sottolineino la grandezza e la dignità della vita umana; la fondazione di istituzioni scientifiche ed educative che promuovano una giusta visione della persona umana, della vita coniugale e familiare: la creazione di ambienti che incarnino nella pratica della vita quotidiana l’amore misericordioso che Dio elargisce ad ogni uomo, specialmente all’uomo che soffre, che è debole e povero non nato.

So che in Polonia si fa molto per la questione della difesa della vita. Sono molto grato a tutti coloro che, in varie forme, si prodigano in quest’opera di edificazione della « cultura della vita ». In modo particolare esprimo la mia gratitudine e il mio apprezzamento a quanti nella nostra Patria, con grande senso di responsabilità davanti a Dio, davanti alla propria coscienza e alla nazione, difendono la vita umana e sostengono la dignità del matrimonio e della famiglia. Ringrazio di tutto cuore la Federazione dei Movimenti per la Difesa della Vita, le Associazioni delle Famiglie Cattoliche e tutte le altre organizzazioni ed istituzioni, sorte molto numerose negli ultimi anni nel nostro Paese. Ringrazio i medici, le infermiere e le persone che difendono la vita dei non nati. E chiedo a tutti: vegliate sulla vita! Continuate a difendere la vita! Questo è il vostro grande contributo alla costruzione della civiltà dell’amore. Possano le schiere dei difensori della vita aumentare progressivamente! Non vi perdete d’animo! Questa è una grande missione affidatavi dalla Provvidenza.

Vi benedica Dio da cui prende origine ogni vita. Fin dai tempi in cui ero Pastore, Vescovo, Cardinale, in Polonia sono in debito nei confronti di alcune persone che hanno collaborato con me con generosità e con coraggio nella difesa della vita. Oggi desidero di nuovo ringraziarli di cuore per tutto ciò. Dio ve ne renda merito!

4. Il dovere del servizio grava su tutti e su ciascuno, ma tale responsabilità grava in modo particolare sulla famiglia che è una « comunità di vita e d’amore » (Gaudium et spes, 48).

Fratelli e Sorelle, non dimenticate neanche per un istante quale grande valore costituisca in se stessa la famiglia. Grazie alla presenza sacramentale di Cristo, grazie al patto liberamente stipulato, con cui i coniugi si donano reciprocamente, la famiglia è una comunità sacra. E’ una comunione di persone unite dall’amore, di cui san Paolo scrive così: « L’amore si compiace della verità. Tutto copre tutto crede, tutto spera, tutto sopporta e non avrà mai fine » (cfr 1 Cor 13, 6-8). Ogni famiglia può costruire un tale amore. Ma esso è raggiungibile nel matrimonio soltanto ed esclusivamente se i coniugi diventano « un dono sincero di sé » (Gaudium et spes, 24), incondizionatamente e per sempre, senza porre alcun limite. Quest’amore coniugale e familiare viene costantemente nobilitato, perfezionato da comuni preoccupazioni e gioie, dal sostenersi nei momenti difficili. Ciascuno dimentica se stesso per il bene dell’amato. Un vero amore non si estingue mai. Diventa fonte di forza e di fedeltà coniugale. La famiglia cristiana, fedele alla sua alleanza sacramentale, diventa un autentico segno del gratuito e universale amore di Dio per gli uomini. Quest’amore di Dio costituisce il centro spirituale della famiglia e il suo fondamento. Attraverso questo amore la famiglia nasce, si sviluppa, matura ed è fonte di pace e di felicità per i genitori e per i figli. E’ un vero nido di vita e di unità.

Cari Fratelli e Sorelle, coniugi e genitori, il sacramento che vi unisce tra voi, vi unisce in Cristo! Vi unisce con Cristo! « Questo mistero è grande »! (Ef 5, 32). Dio « vi ha donato il suo amore ». Egli viene da voi ed è presente in mezzo a voi e dimora nelle vostre anime. Nelle vostre famiglie! Nelle vostre case! Lo sapeva bene san Giuseppe. Per questo non esitò ad affidare a Dio se stesso e la sua Famiglia. In virtù di tale abbandono compì fino in fondo la sua missione, affidatagli da Dio nei riguardi di Maria e del suo Figlio. Sostenuti dall’esempio e dalla protezione di san Giuseppe, offrite una costante testimonianza di dedizione e di generosità. Proteggete e circondate di premura la vita di ogni vostro figlio, di ogni persona, specialmente dei malati, dei deboli e degli handicappati. Date testimonianza dell’amore per la vita e condividetela con generosità.

Scrive san Giovanni: « Quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente » (1 Gv 3, 1). L’uomo adottato in Cristo come figlio di Dio, è veramente partecipe della figliolanza del Figlio di Dio. E perciò san Giovanni, sviluppando il suo pensiero, continua così: « Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perchè lo vedremo così come egli è » (1 Gv 3, 2). Ecco l’uomo! Ecco la sua piena, indicibile dignità! L’uomo è chiamato ad essere partecipe della vita di Dio; a conoscere, illuminato dalla fede, e ad amare il suo Creatore e Padre, prima mediante tutte le sue creature qui sulla terra, e poi nella beatifica visione della sua divinità nei secoli.

Ecco l’uomo! Nell’itinerario del Congresso Eucaristico quest’uomo si rivela ad ogni passo.

L’uomo nella comunità della famiglia e della nazione!

L’uomo, partecipe della vita di Dio!


 

III domenica di Pasqua B (2003 anno B) omelia

vi propongo questa omelia, Padre Corrado Maggioni credo che sia un monfortiano, il collegamento con San Paolo non c’è, tuttavia questa omelia appare nei siti della famiglia paolina (è qualcosa no?), dal sito:

http://www.pddm.it/vita/vita_03/n_05/1maggio.htm

Testimoni della Pasqua di Cristo

3a domenica di Pasqua B
4 maggio 2003

 CORRADO MAGGIONI 

At 3,13,15.17-19: Avete ucciso l’autore della vita; ma Dio l’ha risuscitato.
Salmo 4,2.4.6-7.9: Risplenda su di noi, Signore, la luce del tuo volto.
1Gv 2,1-5a: Cristo è vittima di espiazione per i nostri peccati.
Lc 24,35-48: Il Cristo doveva patire e risuscitare dai morti.
 

Nel Vangelo di Luca, l’annuncio della risurrezione alle donne è seguito, nel medesimo primo giorno della settimana, da una duplice apparizione del Risorto: ai discepoli di Emmaus e quindi – è l’odierno Vangelo – alla comunità riunita. La domenica è infatti memoria della risurrezione del Signore, ma anche delle apparizioni, avvenute tutte il « primo giorno dopo il sabato » (cf Vangelo 2ª domenica di Pasqua).

Il racconto della presenza del Risorto tra i suoi ci aiuta a cogliere la portata della celebrazione eucaristica, nella quale egli continua ad « apparire » tra noi per aprirci la mente all’intelligenza delle Scritture e trasfondere in noi il proprio mistero pasquale, affinché ne diventiamo testimoni nel mondo.
Merita attenzione il versetto dell’acclamazione al Vangelo: « Signore Gesù, facci comprendere le Scritture: arde il nostro cuore mentre ci parli ». Ispirata all’esperienza dei discepoli di Emmaus, l’invocazione esprime l’atteggiamento con cui metterci in ascolto del Signore che parla, ora-qui-a noi, nella proclamazione del Vangelo (cf SC 7). Come non fu immediato per gli apostoli distinguere il Risorto da un fantasma e abbisognarono della sua spiegazione della Pasqua, così noi invochiamo da Lui la luce per comprenderne il messaggio: nella liturgia il suo Spirito ci guida a rivivere quanto vissuto dai discepoli quel primo giorno dopo il sabato.

 Veramente apparso

Gesù in persona appare tra i suoi. Si è già mostrato a Simone e ai due di Emmaus (cf Lc 24,34-35), ma è la comunità la depositaria dell’incontro con il Risorto e del mandato di testimoniarlo.
Le prime parole proferite dall’Apparso sono: « Pace a voi! » (come in Giovanni). Non è un semplice saluto né un augurio formale, quanto l’offerta ai discepoli del dono messianico per eccellenza, da sempre invocato e atteso dai giusti d’Israele. La parola di Gesù – come quella di Dio – ha potere creativo: ciò che dice, si compie! E la « pace » non è soltanto « assenza » del peccato (con quanto porta con sé: divisioni, guerra, violenza), quanto « presenza » della comunione con Dio, sorgente di armonia nelle relazioni umane e con il creato. La signoria di Cristo, instaurata nel mondo con la Pasqua, reca il sigillo della pacificazione elargita a chi ha il cuore pronto ad accoglierla. Perdonando il peccato del mondo (aspetto negativo), il Risorto rigenera alla vita l’intera creazione (aspetto positivo).
La reazione degli apostoli è lo stupore e lo spavento, come davanti a un fantasma. E’ salutare sapere che anche i primi discepoli furono attraversati dal dubbio. Gesù li rasserena, rivolgendo ad essi l’interrogativo: « Perché siete turbati e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? ». Tante volte, davanti ai prodigi compiuti, Gesù rivolgeva agli apostoli la stessa domanda per risvegliarli alla coscienza dei fatti che stavano vivendo. Quindi, li rassicura mostrando loro le mani e i piedi feriti dalla crocifissione: « Sono proprio io! Toccatemi e guardate ».
La seconda reazione dei discepoli è la « grande gioia » che lascia increduli e stupefatti: non aprono bocca, poiché non credono ai propri occhi! Il Risorto dà allora un ulteriore segno della sua non fantastica identità: mangia davanti a loro una porzione di pesce arrostito. Il veramente apparso è Gesù veramente risorto!

 L’omelia del Risorto

Dopo i gesti e i segni che provano la verità dell’accaduto, il Risorto apre la mente dei discepoli all’intelligenza delle Scritture (Legge di Mosè, Profeti e Salmi). Spiega il proprio mistero, culmine della rivelazione divina: « Così sta scritto: il Cristo dovrà patire e risuscitare il terzo giorno e nel suo nome saranno predicate a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme ». La conclusione dell’omelia del Risorto è la chiamata rivolta ai discepoli: « Di questo voi siete testimoni ».
Oltre che illustrativo dell’agire liturgico (il mistero è dischiuso agli apostoli – come oggi a noi – mediante parole ed azioni), il brano di Luca fa trasparire un racconto di vocazione, secondo lo schema: apparizione divina, turbamento, rassicurazione, segno, spiegazione del mistero, chiamata.
Testimoni della Pasqua, nel nome di Gesù i discepoli predicano la conversione e il perdono dei peccati. E’ ciò che fa Pietro (cf prima lettura). Il contenuto del suo discorso è la morte e risurrezione di Gesù, qualificato come il Servo, il Santo, il Giusto, l’Autore della vita, messo a morte per ignoranza dei disegni divini. In tal modo, paradossalmente, si è compiuta la promessa preannunciata da Dio per bocca dei profeti riguardo al Cristo. Per chi ascolta non resta molto da fare, conclude l’apostolo: « Pentitevi e cambiate vita, perché siano cancellati i vostri peccati ». Così facendo, Pietro asseconda la vocazione ricevuta dal Risorto di predicare la conversione e il perdono dei peccati.
Dall’annuncio della Pasqua nasce la fede e dalla fede principia la conversione della vita: « Risplenda su di noi la luce del tuo volto » invoca il ritornello del salmo responsoriale. L’ombra della morte brama il chiarore della grazia pasquale: siamo perdonati da Cristo per vivere da risorti con Lui, in Lui e per Lui. Lo richiama nella seconda lettura l’apostolo Giovanni, il quale esorta chi ha peccato ad affidare la propria causa all’Avvocato che abbiamo presso il Padre. Non è l’invito a sottovalutare la gravità del peccato, ma a conoscere la misericordia di Gesù Cristo, « vittima di espiazione per i peccati di tutto il mondo ». La conoscenza-esperienza di Cristo è provata dall’osservanza fedele, sincera e amorosa, della sua parola: « Chi dice «lo conosco» e non osserva i comandamenti è un bugiardo; ma chi osserva la sua parola, in lui l’amore di Dio è veramente perfetto ».

 La gioia della Chiesa in preghiera

A far sì che la domenica sia davvero il giorno del Signore è dunque l’incontro con Lui, « toccabile » mediante i santi segni. La sua presenza viva e reale rallegra la celebrazione ecclesiale, come sottolinea la letizia che connota il tempo pasquale. Basta considerare l’odierna antifona d’ingresso, costituita dal quadruplice invito che dà il tono al convenire dei credenti: « acclamate al Signore, cantate, rendetegli gloria, elevate la lode ».
L’Eucaristia domenicale concentra, infatti, il rendimento di grazie a Dio dei rigenerati in Cristo, nell’attesa della gioia eterna, come ricorda la colletta: « Esulti sempre il tuo popolo, o Padre, per la rinnovata giovinezza dello spirito, e come oggi si allieta per il dono della dignità filiale, così pregusti nella speranza il giorno glorioso della risurrezione ». Dalla memoria del giorno della risurrezione, celebrata nel pellegrinaggio terreno, alla piena partecipazione alla risurrezione nella gloria del cielo. Su questo tema ritorna anche l’orazione sulle offerte: « Accogli, Signore, i doni della tua Chiesa in festa, e poiché le hai dato il motivo di tanta gioia, donale anche il frutto di una perenne letizia ».
Il mistero della Pasqua non è fantasia agitata da un fantasma, ma comunione con Colui che cambia la vita di chi crede, coinvolgendola in una conversione incessante: « Irradia sulla tua Chiesa la gioia pasquale, o Signore; unisci alla tua vittoria i rinati nel battesimo » (Liturgia delle Ore). L’Eucaristia aggiorna nei nostri cuori l’adesione battesimale al Cristo: « in lui morto è redenta la nostra morte, in lui risorto tutta la vita risorge » (prefazio). Nell’accostarci al convito eucaristico del Risorto deve accompagnarci la coscienza che se, da una parte, siamo i destinatari della predicazione apostolica della Pasqua, dall’altra siamo chiamati ad esserne i testimoni (cf antifona alla comunione).

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 25 avril, 2009 |Pas de commentaires »

Omelia del Papa per la Santa Messa « nella Cena del Signore »

dal sito:

http://www.zenit.org/article-17872?l=italian

Omelia del Papa per la Santa Messa « nella Cena del Signore »

CITTA’ DEL VATICANO, giovedì, 9 aprile 2009 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito l’omelia pronunciata da Benedetto XVI nel presiedere questo giovedì, nella Basilica di San Giovanni in Laterano, la concelebrazione della Santa Messa « nella Cena del Signore ».
Venerdì Santo « In Passione Domini »

Libro di Isaia 52,13-15.53,1-12.

Ecco, il mio servo avrà successo, sarà onorato, esaltato e molto innalzato.
Come molti si stupirono di lui – tanto era sfigurato per essere d’uomo il suo aspetto e diversa la sua forma da quella dei figli dell’uomo -
così si meraviglieranno di lui molte genti; i re davanti a lui si chiuderanno la bocca, poiché vedranno un fatto mai ad essi raccontato e comprenderanno ciò che mai avevano udito.
Chi avrebbe creduto alla nostra rivelazione? A chi sarebbe stato manifestato il braccio del Signore?
È cresciuto come un virgulto davanti a lui e come una radice in terra arida. Non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per provare in lui diletto.
Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia, era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima.
Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori e noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato.
Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità. Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe noi siamo stati guariti.
Noi tutti eravamo sperduti come un gregge, ognuno di noi seguiva la sua strada; il Signore fece ricadere su di lui l’iniquità di noi tutti.
Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca; era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, e non aprì la sua bocca.
Con oppressione e ingiusta sentenza fu tolto di mezzo; chi si affligge per la sua sorte? Sì, fu eliminato dalla terra dei viventi, per l’iniquità del mio popolo fu percosso a morte.
Gli si diede sepoltura con gli empi, con il ricco fu il suo tumulo, sebbene non avesse commesso violenza né vi fosse inganno nella sua bocca.
Ma al Signore è piaciuto prostrarlo con dolori. Quando offrirà se stesso in espiazione, vedrà una discendenza, vivrà a lungo, si compirà per mezzo suo la volontà del Signore.
Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce e si sazierà della sua conoscenza; il giusto mio servo giustificherà molti, egli si addosserà la loro iniquità.
Perciò io gli darò in premio le moltitudini, dei potenti egli farà bottino, perché ha consegnato se stesso alla morte ed è stato annoverato fra gli empi, mentre egli portava il peccato di molti e intercedeva per i peccatori.

Salmi 31,2.6.12-13.15-16.17.25.

In te, Signore, mi sono rifugiato, mai sarò deluso; per la tua giustizia salvami.
Mi affido alle tue mani; tu mi riscatti, Signore, Dio fedele.
Sono l’obbrobrio dei miei nemici, il disgusto dei miei vicini, l’orrore dei miei conoscenti; chi mi vede per strada mi sfugge.
Sono caduto in oblio come un morto, sono divenuto un rifiuto.
Ma io confido in te, Signore; dico: « Tu sei il mio Dio,
nelle tue mani sono i miei giorni ». Liberami dalla mano dei miei nemici, dalla stretta dei miei persecutori:
fà splendere il tuo volto sul tuo servo, salvami per la tua misericordia.
Siate forti, riprendete coraggio, o voi tutti che sperate nel Signore.

Lettera agli Ebrei 4,14-16.5,7-9.

Poiché dunque abbiamo un grande sommo sacerdote, che ha attraversato i cieli, Gesù, Figlio di Dio, manteniamo ferma la professione della nostra fede.
Infatti non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia compatire le nostre infermità, essendo stato lui stesso provato in ogni cosa, a somiglianza di noi, escluso il peccato.
Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia, per ricevere misericordia e trovare grazia ed essere aiutati al momento opportuno.
Proprio per questo nei giorni della sua vita terrena egli offrì preghiere e suppliche con forti grida e lacrime a colui che poteva liberarlo da morte e fu esaudito per la sua pietà;
pur essendo Figlio, imparò tuttavia l’obbedienza dalle cose che patì
e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono,

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Giovanni 18,1-40.19,1-42.

Detto questo, Gesù uscì con i suoi discepoli e andò di là dal torrente Cèdron, dove c’era un giardino nel quale entrò con i suoi discepoli.
Anche Giuda, il traditore, conosceva quel posto, perché Gesù vi si ritirava spesso con i suoi discepoli.
Giuda dunque, preso un distaccamento di soldati e delle guardie fornite dai sommi sacerdoti e dai farisei, si recò là con lanterne, torce e armi.
Gesù allora, conoscendo tutto quello che gli doveva accadere, si fece innanzi e disse loro: «Chi cercate?».
Gli risposero: «Gesù, il Nazareno». Disse loro Gesù: «Sono io!». Vi era là con loro anche Giuda, il traditore.
Appena disse «Sono io», indietreggiarono e caddero a terra.
Domandò loro di nuovo: «Chi cercate?». Risposero: «Gesù, il Nazareno».
Gesù replicò: «Vi ho detto che sono io. Se dunque cercate me, lasciate che questi se ne vadano».
Perché s’adempisse la parola che egli aveva detto: «Non ho perduto nessuno di quelli che mi hai dato».
Allora Simon Pietro, che aveva una spada, la trasse fuori e colpì il servo del sommo sacerdote e gli tagliò l’orecchio destro. Quel servo si chiamava Malco.
Gesù allora disse a Pietro: «Rimetti la tua spada nel fodero; non devo forse bere il calice che il Padre mi ha dato?».
Allora il distaccamento con il comandante e le guardie dei Giudei afferrarono Gesù, lo legarono
e lo condussero prima da Anna: egli era infatti suocero di Caifa, che era sommo sacerdote in quell’anno.
Caifa poi era quello che aveva consigliato ai Giudei: «E’ meglio che un uomo solo muoia per il popolo».
Intanto Simon Pietro seguiva Gesù insieme con un altro discepolo. Questo discepolo era conosciuto dal sommo sacerdote e perciò entrò con Gesù nel cortile del sommo sacerdote;
Pietro invece si fermò fuori, vicino alla porta. Allora quell’altro discepolo, noto al sommo sacerdote, tornò fuori, parlò alla portinaia e fece entrare anche Pietro.
E la giovane portinaia disse a Pietro: «Forse anche tu sei dei discepoli di quest’uomo?». Egli rispose: «Non lo sono».
Intanto i servi e le guardie avevano acceso un fuoco, perché faceva freddo, e si scaldavano; anche Pietro stava con loro e si scaldava.
Allora il sommo sacerdote interrogò Gesù riguardo ai suoi discepoli e alla sua dottrina.
Gesù gli rispose: «Io ho parlato al mondo apertamente; ho sempre insegnato nella sinagoga e nel tempio, dove tutti i Giudei si riuniscono, e non ho mai detto nulla di nascosto.
Perché interroghi me? Interroga quelli che hanno udito ciò che ho detto loro; ecco, essi sanno che cosa ho detto».
Aveva appena detto questo, che una delle guardie presenti diede uno schiaffo a Gesù, dicendo: «Così rispondi al sommo sacerdote?».
Gli rispose Gesù: «Se ho parlato male, dimostrami dov’è il male; ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?».
Allora Anna lo mandò legato a Caifa, sommo sacerdote.
Intanto Simon Pietro stava là a scaldarsi. Gli dissero: «Non sei anche tu dei suoi discepoli?». Egli lo negò e disse: «Non lo sono».
Ma uno dei servi del sommo sacerdote, parente di quello a cui Pietro aveva tagliato l’orecchio, disse: «Non ti ho forse visto con lui nel giardino?».
Pietro negò di nuovo, e subito un gallo cantò.
Allora condussero Gesù dalla casa di Caifa nel pretorio. Era l’alba ed essi non vollero entrare nel pretorio per non contaminarsi e poter mangiare la Pasqua.
Uscì dunque Pilato verso di loro e domandò: «Che accusa portate contro quest’uomo?».
Gli risposero: «Se non fosse un malfattore, non te l’avremmo consegnato».
Allora Pilato disse loro: «Prendetelo voi e giudicatelo secondo la vostra legge!». Gli risposero i Giudei: «A noi non è consentito mettere a morte nessuno».
Così si adempivano le parole che Gesù aveva detto indicando di quale morte doveva morire.
Pilato allora rientrò nel pretorio, fece chiamare Gesù e gli disse: «Tu sei il re dei Giudei?».
Gesù rispose: «Dici questo da te oppure altri te l’hanno detto sul mio conto?».
Pilato rispose: «Sono io forse Giudeo? La tua gente e i sommi sacerdoti ti hanno consegnato a me; che cosa hai fatto?».
Rispose Gesù: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù».
Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici; io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce».
Gli dice Pilato: «Che cos’è la verità?». E detto questo uscì di nuovo verso i Giudei e disse loro: «Io non trovo in lui nessuna colpa.
Vi è tra voi l’usanza che io vi liberi uno per la Pasqua: volete dunque che io vi liberi il re dei Giudei?».
Allora essi gridarono di nuovo: «Non costui, ma Barabba!». Barabba era un brigante.
Allora Pilato fece prendere Gesù e lo fece flagellare.
E i soldati, intrecciata una corona di spine, gliela posero sul capo e gli misero addosso un mantello di porpora; quindi gli venivano davanti e gli dicevano:
«Salve, re dei Giudei!». E gli davano schiaffi.
Pilato intanto uscì di nuovo e disse loro: «Ecco, io ve lo conduco fuori, perché sappiate che non trovo in lui nessuna colpa».
Allora Gesù uscì, portando la corona di spine e il mantello di porpora. E Pilato disse loro: «Ecco l’uomo!».
Al vederlo i sommi sacerdoti e le guardie gridarono: «Crocifiggilo, crocifiggilo!». Disse loro Pilato: «Prendetelo voi e crocifiggetelo; io non trovo in lui nessuna colpa».
Gli risposero i Giudei: «Noi abbiamo una legge e secondo questa legge deve morire, perché si è fatto Figlio di Dio».
All’udire queste parole, Pilato ebbe ancor più paura
ed entrato di nuovo nel pretorio disse a Gesù: «Di dove sei?». Ma Gesù non gli diede risposta.
Gli disse allora Pilato: «Non mi parli? Non sai che ho il potere di metterti in libertà e il potere di metterti in croce?».
Rispose Gesù: «Tu non avresti nessun potere su di me, se non ti fosse stato dato dall’alto. Per questo chi mi ha consegnato nelle tue mani ha una colpa più grande».
Da quel momento Pilato cercava di liberarlo; ma i Giudei gridarono: «Se liberi costui, non sei amico di Cesare! Chiunque infatti si fa re si mette contro Cesare».
Udite queste parole, Pilato fece condurre fuori Gesù e sedette nel tribunale, nel luogo chiamato Litòstroto, in ebraico Gabbatà.
Era la Preparazione della Pasqua, verso mezzogiorno. Pilato disse ai Giudei: «Ecco il vostro re!».
Ma quelli gridarono: «Via, via, crocifiggilo!». Disse loro Pilato: «Metterò in croce il vostro re?». Risposero i sommi sacerdoti: «Non abbiamo altro re all’infuori di Cesare».
Allora lo consegnò loro perché fosse crocifisso.
Essi allora presero Gesù ed egli, portando la croce, si avviò verso il luogo del Cranio, detto in ebraico Gòlgota,
dove lo crocifissero e con lui altri due, uno da una parte e uno dall’altra, e Gesù nel mezzo.
Pilato compose anche l’iscrizione e la fece porre sulla croce; vi era scritto: «Gesù il Nazareno, il re dei Giudei».
Molti Giudei lessero questa iscrizione, perché il luogo dove fu crocifisso Gesù era vicino alla città; era scritta in ebraico, in latino e in greco.
I sommi sacerdoti dei Giudei dissero allora a Pilato: «Non scrivere: il re dei Giudei, ma che egli ha detto: Io sono il re dei Giudei».
Rispose Pilato: «Ciò che ho scritto, ho scritto».
I soldati poi, quando ebbero crocifisso Gesù, presero le sue vesti e ne fecero quattro parti, una per ciascun soldato, e la tunica. Ora quella tunica era senza cuciture, tessuta tutta d’un pezzo da cima a fondo.
Perciò dissero tra loro: Non stracciamola, ma tiriamo a sorte a chi tocca. Così si adempiva la Scrittura: Si son divise tra loro le mie vesti e sulla mia tunica han gettato la sorte. E i soldati fecero proprio così.
Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Clèofa e Maria di Màgdala.
Gesù allora, vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco il tuo figlio!».
Poi disse al discepolo: «Ecco la tua madre!». E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa.
Dopo questo, Gesù, sapendo che ogni cosa era stata ormai compiuta, disse per adempiere la Scrittura: «Ho sete».
Vi era lì un vaso pieno d’aceto; posero perciò una spugna imbevuta di aceto in cima a una canna e gliela accostarono alla bocca.
E dopo aver ricevuto l’aceto, Gesù disse: «Tutto è compiuto!». E, chinato il capo, spirò.
Era il giorno della Preparazione e i Giudei, perché i corpi non rimanessero in croce durante il sabato (era infatti un giorno solenne quel sabato), chiesero a Pilato che fossero loro spezzate le gambe e fossero portati via.
Vennero dunque i soldati e spezzarono le gambe al primo e poi all’altro che era stato crocifisso insieme con lui.
Venuti però da Gesù e vedendo che era gia morto, non gli spezzarono le gambe,
ma uno dei soldati gli colpì il fianco con la lancia e subito ne uscì sangue e acqua.
Chi ha visto ne dà testimonianza e la sua testimonianza è vera e egli sa che dice il vero, perché anche voi crediate.
Questo infatti avvenne perché si adempisse la Scrittura: Non gli sarà spezzato alcun osso.
E un altro passo della Scrittura dice ancora: Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto.
Dopo questi fatti, Giuseppe d’Arimatèa, che era discepolo di Gesù, ma di nascosto per timore dei Giudei, chiese a Pilato di prendere il corpo di Gesù. Pilato lo concesse. Allora egli andò e prese il corpo di Gesù.
Vi andò anche Nicodèmo, quello che in precedenza era andato da lui di notte, e portò una mistura di mirra e di aloe di circa cento libbre.
Essi presero allora il corpo di Gesù, e lo avvolsero in bende insieme con oli aromatici, com’è usanza seppellire per i Giudei.
Ora, nel luogo dove era stato crocifisso, vi era un giardino e nel giardino un sepolcro nuovo, nel quale nessuno era stato ancora deposto.
Là dunque deposero Gesù, a motivo della Preparazione dei Giudei, poiché quel sepolcro era vicino.

* * *

Cari fratelli e sorelle!

Qui, pridie quam pro nostra omniumque salute pateretur, hoc est hodie, accepit panem: così diremo oggi nel Canone della Santa Messa. « Hoc est hodie » – la Liturgia del Giovedì Santo inserisce nel testo della preghiera la parola « oggi », sottolineando con ciò la dignità particolare di questa giornata. È stato « oggi » che Egli l’ha fatto: per sempre ha donato se stesso a noi nel Sacramento del suo Corpo e del suo Sangue. Questo « oggi » è anzitutto il memoriale della Pasqua di allora. Tuttavia è di più. Con il Canone entriamo in questo « oggi ». Il nostro oggi viene a contatto con il suo oggi. Egli fa questo adesso. Con la parola « oggi », la Liturgia della Chiesa vuole indurci a porre grande attenzione interiore al mistero di questa giornata, alle parole in cui esso si esprime. Cerchiamo dunque di ascoltare in modo nuovo il racconto dell’istituzione così come la Chiesa, in base alla Scrittura e contemplando il Signore stesso, lo ha formulato.

Come prima cosa ci colpirà che il racconto dell’istituzione non è una frase autonoma, ma comincia con un pronome relativo: qui pridie. Questo « qui » aggancia l’intero racconto alla precedente parola della preghiera, « … diventi per noi il corpo e il sangue del tuo amatissimo Figlio, il Signore nostro Gesù Cristo ». In questo modo, il racconto dell’istituzione è connesso con la preghiera precedente, con l’intero Canone, e reso esso stesso preghiera. Non è affatto semplicemente un racconto qui inserito, e non si tratta neppure di parole autoritative a sé stanti, che magari interromperebbero la preghiera. È preghiera. E soltanto nella preghiera si realizza l’atto sacerdotale della consacrazione che diventa trasformazione, transustanziazione dei nostri doni di pane e vino in Corpo e Sangue di Cristo. Pregando in questo momento centrale, la Chiesa è in totale accordo con l’avvenimento nel Cenacolo, poiché l’agire di Gesù viene descritto con le parole: « gratias agens benedixit – rese grazie con la preghiera di benedizione ». Con questa espressione, la Liturgia romana ha diviso in due parole ciò, che nell’ebraico berakha è una parola sola, nel greco invece appare nei due termini eucharistía ed eulogía. Il Signore ringrazia. Ringraziando riconosciamo che una certa cosa è dono che proviene da un altro. Il Signore ringrazia e con ciò restituisce a Dio il pane, « frutto della terra e del lavoro dell’uomo », per riceverlo nuovamente da Lui. Ringraziare diventa benedire. Ciò che è stato dato nelle mani di Dio, ritorna da Lui benedetto e trasformato. La Liturgia romana ha ragione nell’interpretare il nostro pregare in questo momento sacro mediante le parole: « offriamo », « supplichiamo », « chiediamo di accettare », « di benedire queste offerte ». Tutto questo si nasconde nella parola « eucaristia »

C’è un’altra particolarità nel racconto dell’istituzione riportato nel Canone Romano, che vogliamo meditare in quest’ora. La Chiesa orante guarda alle mani e agli occhi del Signore. Vuole quasi osservarlo, vuole percepire il gesto del suo pregare e del suo agire in quell’ora singolare, incontrare la figura di Gesù, per così dire, anche attraverso i sensi. « Egli prese il pane nelle sue mani sante e venerabili… ». Guardiamo a quelle mani con cui Egli ha guarito gli uomini; alle mani con cui ha benedetto i bambini; alle mani, che ha imposto agli uomini; alle mani, che sono state inchiodate alla Croce e che per sempre porteranno le stimmate come segni del suo amore pronto a morire. Ora siamo incaricati noi di fare ciò che Egli ha fatto: prendere nelle mani il pane perché mediante la preghiera eucaristica sia trasformato. Nell’Ordinazione sacerdotale, le nostre mani sono state unte, affinché diventino mani di benedizione. Preghiamo il Signore che le nostre mani servano sempre di più a portare la salvezza, a portare la benedizione, a rendere presente la sua bontà!

Dall’introduzione alla Preghiera sacerdotale di Gesù (cfr Gv 17, 1), il Canone prende le parole: « Alzando gli occhi al cielo a te, Dio Padre suo onnipotente… » Il Signore ci insegna ad alzare gli occhi e soprattutto il cuore. A sollevare lo sguardo, distogliendolo dalle cose del mondo, ad orientarci nella preghiera verso Dio e così a risollevarci. In un inno della preghiera delle ore chiediamo al Signore di custodire i nostri occhi, affinché non accolgano e lascino entrare in noi le « vanitates » – le vanità, le nullità, ciò che è solo apparenza. Preghiamo che attraverso gli occhi non entri in noi il male, falsificando e sporcando così il nostro essere. Ma vogliamo pregare soprattutto per avere occhi che vedano tutto ciò che è vero, luminoso e buono; affinché diventiamo capaci di vedere la presenza di Dio nel mondo. Preghiamo, affinché guardiamo il mondo con occhi di amore, con gli occhi di Gesù, riconoscendo così i fratelli e le sorelle, che hanno bisogno di noi, che sono in attesa della nostra parola e della nostra azione.

Benedicendo, il Signore spezza poi il pane e lo distribuisce ai discepoli. Lo spezzare il pane è il gesto del padre di famiglia che si preoccupa dei suoi e dà loro ciò di cui hanno bisogno per la vita. Ma è anche il gesto dell’ospitalità con cui lo straniero, l’ospite viene accolto nella famiglia e gli viene concessa una partecipazione alla sua vita. Dividere – con-dividere è unire. Mediante il condividere si crea comunione. Nel pane spezzato, il Signore distribuisce se stesso. Il gesto dello spezzare allude misteriosamente anche alla sua morte, all’amore sino alla morte. Egli distribuisce se stesso, il vero « pane per la vita del mondo » (cfr Gv 6, 51). Il nutrimento di cui l’uomo nel più profondo ha bisogno è la comunione con Dio stesso. Ringraziando e benedicendo, Gesù trasforma il pane, non dà più pane terreno, ma la comunione con se stesso. Questa trasformazione, però, vuol essere l’inizio della trasformazione del mondo. Affinché diventi un mondo di risurrezione, un mondo di Dio. Sì, si tratta di trasformazione. Dell’uomo nuovo e del mondo nuovo che prendono inizio nel pane consacrato, trasformato, transustanziato.

Abbiamo detto che lo spezzare il pane è un gesto di comunione, dell’unire attraverso il condividere. Così, nel gesto stesso è già accennata l’intima natura dell’Eucaristia: essa è agape, è amore reso corporeo. Nella parola « agape » i significati di Eucaristia e amore si compènetrano. Nel gesto di Gesù che spezza il pane, l’amore che si partecipa ha raggiunto la sua radicalità estrema: Gesù si lascia spezzare come pane vivo. Nel pane distribuito riconosciamo il mistero del chicco di grano, che muore e così porta frutto. Riconosciamo la nuova moltiplicazione dei pani, che deriva dal morire del chicco di grano e proseguirà sino alla fine del mondo. Allo stesso tempo vediamo che l’Eucaristia non può mai essere solo un’azione liturgica. È completa solo, se l’agape liturgica diventa amore nel quotidiano. Nel culto cristiano le due cose diventano una – l’essere gratificati dal Signore nell’atto cultuale e il culto dell’amore nei confronti del prossimo. Chiediamo in quest’ora al Signore la grazia di imparare a vivere sempre meglio il mistero dell’Eucaristia così che in questo modo prenda inizio la trasformazione del mondo. Dopo il pane, Gesù prende il calice del vino. Il Canone romano qualifica il calice, che il Signore dà ai discepoli, come « praeclarus calix » (come calice glorioso), alludendo con ciò al Salmo 23 [22], quel Salmo che parla di Dio come del Pastore potente e buono. Lì si legge: « Davanti a me tu prepari una mensa, sotto gli occhi dei miei nemici … Il mio calice trabocca » – calix praeclarus. Il Canone romano interpreta questa parola del Salmo come una profezia, che si adempie nell’Eucaristia: Sì, il Signore ci prepara la mensa in mezzo alle minacce di questo mondo, e ci dona il calice glorioso – il calice della grande gioia, della vera festa, alla quale tutti aneliamo – il calice colmo del vino del suo amore. Il calice significa le nozze: adesso è arrivata l’ »ora », alla quale le nozze di Cana avevano alluso in modo misterioso. Sì, l’Eucaristia è più di un convito, è una festa di nozze. E queste nozze si fondono nell’autodonazione di Dio sino alla morte. Nelle parole dell’Ultima Cena di Gesù e nel Canone della Chiesa, il mistero solenne delle nozze si cela sotto l’espressione « novum Testamentum ». Questo calice è il nuovo Testamento – « la nuova Alleanza nel mio sangue », come Paolo riferisce la parola di Gesù sul calice nella seconda lettura di oggi (1 Cor 11, 25). Il Canone romano aggiunge: « per la nuova ed eterna alleanza », per esprimere l’indissolubilità del legame nuziale di Dio con l’umanità. Il motivo per cui le antiche traduzioni della Bibbia non parlano di Alleanza, ma di Testamento, sta nel fatto che non sono due contraenti alla pari che qui si incontrano, ma entra in azione l’infinita distanza tra Dio e l’uomo. Ciò che noi chiamiamo nuova ed antica Alleanza non è un atto di intesa tra due parti uguali, ma mero dono di Dio che ci lascia in eredità il suo amore – se stesso. Certo, mediante questo dono del suo amore Egli, superando ogni distanza, ci rende poi veramente « partner » e si realizza il mistero nuziale dell’amore.

Per poter comprendere che cosa in profondità lì avviene, dobbiamo ascoltare ancora più attentamente le parole della Bibbia e il loro significato originario. Gli studiosi ci dicono che, nei tempi remoti di cui parlano le storie dei Padri di Israele, « ratificare un’alleanza » significa « entrare con altri in un legame basato sul sangue, ovvero accogliere l’altro nella propria federazione ed entrare così in una comunione di diritti l’uno con l’altro ». In questo modo si crea una consanguineità reale benché non materiale. I partner diventano in qualche modo « fratelli della stessa carne e delle stesse ossa ». L’alleanza opera un’insieme che significa pace (cfr ThWNT II 105 – 137). Possiamo adesso farci almeno un’idea di ciò che avvenne nell’ora dell’Ultima Cena e che, da allora, si rinnova ogni volta che celebriamo l’Eucaristia? Dio, il Dio vivente stabilisce con noi una comunione di pace, anzi, Egli crea una « consanguineità » tra sé e noi. Mediante l’incarnazione di Gesù, mediante il suo sangue versato siamo stati tirati dentro una consanguineità molto reale con Gesù e quindi con Dio stesso. Il sangue di Gesù è il suo amore, nel quale la vita divina e quella umana sono divenute una cosa sola. Preghiamo il Signore, affinché comprendiamo sempre di più la grandezza di questo mistero! Affinché esso sviluppi la sua forza trasformatrice nel nostro intimo, in modo che diventiamo veramente consanguinei di Gesù, pervasi dalla sua pace e così anche in comunione gli uni con gli altri.

Ora, però, emerge ancora un’altra domanda. Nel Cenacolo, Cristo dona ai discepoli il suo Corpo e il suo Sangue, cioè se stesso nella totalità della sua persona. Ma può farlo? È ancora fisicamente presente in mezzo a loro, sta di fronte a loro! La risposta è: in quell’ora Gesù realizza ciò che aveva annunciato precedentemente nel discorso sul Buon Pastore: « Nessuno mi toglie la mia vita: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo… » (Gv 10, 18). Nessuno può toglierGli la vita: Egli la dà per libera decisione. In quell’ora anticipa la crocifissione e la risurrezione. Ciò che là si realizzerà, per così dire, fisicamente in Lui, Egli lo compie già in anticipo nella libertà del suo amore. Egli dona la sua vita e la riprende nella risurrezione per poterla condividere per sempre.

Signore, oggi Tu ci doni la tua vita, ci doni te stesso. Pènetraci con il tuo amore. Facci vivere nel tuo « oggi ». Rendici strumenti della tua pace! Amen.

11 APRILE 2009 – SABATO SANTO – VEGLIA PASQUALE DELLA NOTTE SANTA

11 APRILE 2009 - SABATO SANTO - VEGLIA PASQUALE DELLA NOTTE SANTA dans Lettera agli Ebrei

http://santiebeati.it/

11 APRILE 2009 – SABATO SANTO

VEGLIA PASQUALE DELLA NOTTE SANTA

LINK:

http://www.maranatha.it/Festiv2/triduo/VegliaPage.htm

UFFICIO DELLE LETTURE

Prima Lettura
Dalla lettera agli Ebrei 4, 1-16

Affrettiamoci ad entrare nel riposo del Signore
Fratelli, dobbiamo temere che, mentre ancora rimane in vigore la promessa di entrare nel suo riposo, qualcuno di voi ne sia giudicato escluso. Poiché anche a noi, al pari di quelli, è stata annunziata una buona novella: purtroppo però ad essi la parola udita non giovò in nulla, non essendo rimasti uniti nella fede a quelli che avevano ascoltato. Infatti noi che abbiamo creduto possiamo entrare in quel riposo, secondo ciò che egli ha detto:
Sicché ho giurato nella mia ira:
Non entreranno nel mio riposo! (Sal 94, 11).
Questo, benché le opere di Dio fossero compiute fin dalla fondazione del mondo. Si dice infatti in qualche luogo a proposito del settimo giorno: E Dio si riposò nel settimo giorno da tutte le opere sue (Gen 2, 2). E ancora in questo passo: Non entreranno nel mio riposo! Poiché dunque risulta che alcuni debbono ancora entrare in quel riposo e quelli che per primi ricevettero la buona novella non entrarono a causa della loro disobbedienza, egli fissa di nuovo un giorno, oggi, dicendo in Davide dopo tanto tempo, come è stato già riferito:
Oggi, se udite la sua voce,
non indurite i vostri cuori! (Sal 94, 8).
Se Giosuè infatti li avesse introdotti in quel riposo, Dio non avrebbe parlato, in seguito, di un altro giorno. E’ dunque riservato ancora un riposo sabbatico per il popolo di Dio. Chi è entrato infatti nel suo riposo, riposa anch’egli dalle sue opere, come Dio dalle proprie.
Affrettiamoci dunque ad entrare in quel riposo, perché nessuno cada nello stesso tipo di disobbedienza. Infatti la parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore. Non v’è creatura che possa nascondersi davanti a lui, ma tutto è nudo e scoperto agli occhi suoi e a lui noi dobbiamo rendere conto.
Poiché dunque abbiamo un grande sommo sacerdote, che ha attraversato i cieli, Gesù, Figlio di Dio, manteniamo ferma la professione della nostra fede. Infatti non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia compatire le nostre infermità, essendo stato lui stesso provato in ogni cosa, a somiglianza di noi, escluso il peccato. Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia, per ricevere misericordia e trovare grazia ed essere aiutati al momento opportuno.

Responsorio   Cfr. Mt 27, 60. 66. 62
R. Deposero il Signore nella tomba, e rotolata una gran pietra sulla porta del sepolcro, la sigillarono, * e misero guardie a custodire il sepolcro.
V. Si riunirono presso Pilato i sommi sacerdoti,
R. e misero guardie a custodire il sepolcro.

Seconda Lettura

non c’è San Paolo, ma è una Omelia antichissima e bella

Da un’antica «Omelia sul Sabato santo». (Pg 43, 439. 451. 462-463)

La discesa agli inferi del Signore
Che cosa è avvenuto? Oggi sulla terra c’è grande silenzio, grande silenzio e solitudine. Grande silenzio perché il Re dorme: la terra è rimasta sbigottita e tace perché il Dio fatto carne si è addormentato e ha svegliato coloro che da secoli dormivano. Dio è morto nella carne ed è sceso a scuotere il regno degli inferi.
Certo egli va a cercare il primo padre, come la pecorella smarrita. Egli vuole scendere a visitare quelli che siedono nelle tenebre e nell’ombra di morte. Dio e il Figlio suo vanno a liberare dalle sofferenze Adamo ed Eva che si trovano in prigione.
Il Signore entrò da loro portando le armi vittoriose della croce. Appena Adamo, il progenitore, lo vide, percuotendosi il petto per la meraviglia, gridò a tutti e disse: «Sia con tutti il mio Signore». E Cristo rispondendo disse ad Adamo: «E con il tuo spirito». E, presolo per mano, lo scosse, dicendo: «Svegliati, tu che dormi, e risorgi dai morti, e Cristo ti illuminerà.
Io sono il tuo Dio, che per te sono diventato tuo figlio; che per te e per questi, che da te hanno avuto origine, ora parlo e nella mia potenza ordino a coloro che erano in carcere: Uscite! A coloro che erano nelle tenebre: Siate illuminati! A coloro che erano morti: Risorgete! A te comando: Svegliati, tu che dormi! Infatti non ti ho creato perché rimanessi prigioniero nell’inferno. Risorgi dai morti. Io sono la vita dei morti. Risorgi, opera delle mie mani! Risorgi mia effige, fatta a mia immagine! Risorgi, usciamo di qui! Tu in me e io in te siamo infatti un’unica e indivisa natura.
Per te io, tuo Dio, mi sono fatto tuo figlio. Per te io, il Signore, ho rivestito la tua natura di servo. Per te, io che sto al di sopra dei cieli, sono venuto sulla terra e al di sotto della terra. Per te uomo ho condiviso la debolezza umana, ma poi son diventato libero tra i morti. Per te, che sei uscito dal giardino del paradiso terrestre, sono stato tradito in un giardino e dato in mano ai Giudei, e in un giardino sono stato messo in croce. Guarda sulla mia faccia gli sputi che io ricevetti per te, per poterti restituire a quel primo soffio vitale. Guarda sulle mie guance gli schiaffi, sopportati per rifare a mia immagine la tua bellezza perduta.
Guarda sul mio dorso la flagellazione subita per liberare le tue spalle dal peso dei tuoi peccati. Guarda le mie mani inchiodate al legno per te, che un tempo avevi malamente allungato la tua mano all’albero. Morii sulla croce e la lancia penetrò nel mio costato, per te che ti addormentasti nel paradiso e facesti uscire. Eva dal tuo fianco. Il mio costato sanò il dolore del tuo fianco. Il mio sonno ti libererà dal sonno dell’inferno. La mia lancia trattenne la lancia che si era rivolta contro di te.
Sorgi, allontaniamoci di qui. Il nemico ti fece uscire dalla terra del paradiso. Io invece non ti rimetto più in quel giardino, ma ti colloco sul trono celeste. Ti fu proibito di toccare la pianta simbolica della vita, ma io, che sono la vita, ti comunico quello che sono. Ho posto dei cherubini che come servi ti custodissero. Ora faccio sì che i cherubini ti adorino quasi come Dio, anche se non sei Dio.
Il trono celeste è pronto, pronti e agli ordini sono i portatori, la sala è allestita, la mensa apparecchiata, l’eterna dimora è addobbata, i forzieri aperti. In altre parole, è preparato per te dai secoli eterni il regno dei cieli».

un’altra bella omelia per domani, V domenica di quaresima

ho trovato, per l’altro mio Blog italiano: « In cammino verso Gesù Cristo » questa omelia, poiché mi è piaciuta, mi sembra bella, la propongo anche su questo Blog, dal sito:

http://www.scourmont.be/homilies/1999-2000/b-lent-5-2000-ita.htm

9 aprile 2000 –Vª domenica di Quaresima « B »
Jr 31,31-34; He 5,7-9; Jn 12,20-33


O M E L I A
           

Il testo di Geremia che abbiamo ascoltato nella prima lettura della Messa è uno dei più belli della Bibbia sulla conversione.  Prima di tutto egli la descrive non come un semplice cambiamento di comportamento, o come la sostituzione di un “ego” con un altro “ego”, ma come un cambiamento profondo del cuore. E per questo cambiamento del cuore bisogna intendere non soltanto un cuore più puro, un cuore che desidera cose migliori, bensì un cuore che sia tanto profondamente impregnato dello Spirito di Dio da desiderare spontaneamente tutto ciò che Dio stesso desidera. “ Porrò la mia Legge  nel più profondo del loro animo; la scriverò nel loro cuore… Essi non avranno più bisogno di istruirsi reciprocamente…Tutti infatti mi conosceranno, dai più piccoli ai più grandi.”

Si tratta di una obbedienza “radicale” a Dio. Radicale, perché radicale è l’obbedienza che parte dalla radice (radix)  stessa del nostro essere.

Ma come Dio realizza questo cambiamento?  Come ci insegna la sua legge? Come impariamo noi l’obbedienza? – Non vi è altra via che quella che Cristo ci ha insegnato, quella che lui stesso ha utilizzato.

La Lettera agli Ebrei ci parla delle sue preghiere “con forti grida e lacrime”, aggiungendo che “imparò…l’obbedienza  dalle cose che patì”. Non abbiamo fatto tutti l’esperienza che le cose più importanti della vita si apprendono dalla sofferenza molto più che da una vita di studio? Il testo aggiunge anche che il Cristo è divenuto una fonte di salvezza per tutti coloro che gli obbediscono. Noi siamo dunque chiamati a obbedirgli, come egli stesso ha obbedito al Padre, con la stessa obbedienza radicale, cioè mediante la consegna radicale di tutto il nostro essere nelle sue mani. E come possiamo noi apprendere l’obbedienza, se non come lo ha fatto lui stesso, cioè  attraverso la sofferenza?

Per questo ci dice nel Vangelo: “Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo;  se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la sua vita la perde; e chi la perde in questo mondo, la conserverà per la vita eterna.”

Qual è il senso di questa piccola frase enigmatica che ritroviamo un certo numero di volte nel Vangelo (sotto forme leggermente differenti): “chi ama la sua vita la perde; chi perde la sua vita in questo mondo la salva per la vita eterna?” Salvare la propria vita significa tenere ad essa,  aggrapparvisi per paura della morte: perdere la vita vuol dire: mollare la presa, distaccarsi, accettare di morire. Il paradosso è che colui che teme la morte è già morto, mentre colui che non ha più paura della morte, ha già cominciato a vivere in pienezza. Ma perché mai qualcuno dovrebbe essere pronto a soffrire e a morire? Forse questo ha un senso? La parola-chiave qui è “compassione” (soffrire con). La cosa che Gesù voleva assolutamente eliminare era la sofferenza e la morte: la sofferenza del povero e dell’oppresso, la sofferenza dell’ammalato, la sofferenza e la morte di tutte le vittime dell’ingiustizia.  Il solo modo di distruggere la sofferenza è  di rinunciare a tutti i valori di questo mondo e di soffrirne le conseguenze. Solo l’accettazione della sofferenza può vincere nel mondo la sofferenza. La compassione può distruggere la sofferenza soffrendo con coloro che soffrono e al posto loro. Una simpatia per il povero che non fosse pronta a condividere le sue sofferenze, sarebbe una sterile emozione. Non si può avere parte alle benedizioni dei poveri, senza essere pronti a condividere le loro sofferenze. Si può dire la stessa cosa della morte.

E’ precisamente questo che Gesù ha fatto per noi. E’ ciò di cui faremo memoria nelle prossime settimane. Attingiamo nell’Eucaristia la forza di seguire i suoi passi. 

Armand VEILLEUX

(traduzione di Anna Bozzo)

DOMENICA 29 MARZO 2009 – V DI QUARESIMA

DOMENICA 29 MARZO 2009 - V DI QUARESIMA dans BIBLE SERVICE (sito francese) 08-18%20IVORY%20CRUCIFIX

Ivory Crucifix Images of Religious and Theological Iconography

http://www.artbible.net/3JC/-Mat-27,32_Crucifixion/index.html

DOMENICA 29 MARZO 2009 – V DI QUARESIMA

MESSA DEL GIORNO

LINK ALLE LETTURE:

http://www.maranatha.it/Festiv2/quaresB/QuarB5Page.htm

Seconda Lettura  Eb 5,7-9

Imparò l’obbedienza e divenne causa di salvezza eterna.

Dalla lettera agli Ebrei

Cristo, nei giorni della sua vita terrena, offrì preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime, a Dio che poteva salvarlo da morte e, per il suo pieno abbandono a lui, venne esaudito. Pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza da ciò che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono.

DAL SITO BIBLE-SERVICE:

http://www.bible-service.net/site/179.html

Hébreux 5,7-9

Dans un registre de vocabulaire sacerdotal, l’épître aux Hébreux médite sur la mort-résurrection du Christ, grand prêtre parfait dans l’offrande de sa vie. Ce court extrait est un commentaire de sa prière  » Père, délivre-moi de cette heure « , dans l’Évangile qui suit.

En évoquant le grand cri, les larmes, la prière et la supplication de Jésus, l’auteur redit à sa manière ce que les Synoptiques avaient retenu de la scène de Gethsémani. La prière de Jésus a été exaucée en raison de  » sa soumission « , c’est-à-dire de son abandon à la volonté du Père. Nous entraînant sur ce chemin, il est alors pour nous  » cause du salut éternel « .

Ebrei 5, 7-9

In un registro di vocabolario sacerdotale la Lettera agli Ebrei medita sulla morte-resurrezione di Cristo, gran sacerdote, perfetto, nella offerta della sua vita. Questo breve estratto è un commento della preghiera di Gesù: « Padre, salvami da quest’ora » nel vangelo che segue.

Evocando il grande grido, le lacrime, la preghiera e la supplica di Gesù, l’autore ripete a suo modo quello che i sinottici avevano conservato della scena del Getsemani. La preghiera di Gesù è stata esaudita in ragione della « sua obbedienza » ossia del suo abbandono alla volontà del Padre. Ci persuade su questo cammino, esso è allora per noi « causa di salvezza eterna ».

OMELIA (29-03-2009) 
Monaci Benedettini Silvestrini:

http://www.lachiesa.it/calendario/Detailed/20090329.shtml

Il chicco di grano

Il messaggio centrale dell’odierna liturgia potrebbe essere quello dell’avvenuta nostra riconciliazione con Dio. Già nella prima lettura, il profeta Geremia ci annuncia una nuova alleanza, un nuovo patto di amicizia tra Dio e il suo popolo. Nuova alleanza o patto di amicizia, che sarà fondato non più su una legge esteriore, ma interiore, sulla legge dello Spirito. Questa nuova alleanza sarà caratterizzata dalla misericordia e della longanimità di Dio. Tutto questo si realizza pienamente in virtù del sacrificio di Cristo. Cristo stesso lo ricorderà esplicitamente nell’istituzione dell’Eucaristia, sacramento e memoriale perenne del suo sacrificio. La lettera agli Ebrei descrive tutto il dramma dell’umanità di Cristo, con estrema chiarezza, il destino della passione e della morte in croce. E’ toccante questo aspetto dell’umanità di Gesù, e ce lo fa sentire così vicino e simile a noi, quando siamo stretti del dolore e delle prove della vita. E nello stesso tempo ci appare immensamente lontano da noi per la sua perfetta obbedienza al Padre e totale abbandono alla sua volontà. Ciò che sostiene Gesù e lo conforta nell’affrontare la prova suprema, da un lato è la chiara consapevolezza che la croce è la via segnata dal Padre, via che condurrà alla glorificazione sua e del Padre stesso; d’altro lato, è la chiara consapevolezza che il suo sacrificio non sarà vano, anzi sarà ricco di frutti per l’umanità. A ragione l’autore della lettera agli Ebrei a dire che “Cristo divenne causa di salvezza per tutti coloro che gli obbediscono”. E poi Gesù stesso nel Vangelo ce lo dice: “se il chicco di grano no muore, rimane solo, se invece muore porta molto frutto”. Gesù è il chicco di grano che muore e porterà molto frutto. E attirerà tutti a sé. Nel suo discorso, c’è una parte che riguarda anche il discepolo, e quindi ciascuno di noi che lo seguiamo. “Se uno mi vuole servire mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servo”. Il discepolo deve seguire le orme di Cristo, la via del Calvario, per portare con Cristo la sua croce e giungere poi alla gloria. Ma deve essere anche accanto ad ogni fratello che soffre. Il discepolo di Gesù di conseguenza, è colui che crede nel valore e nella fecondità del sacrificio, del donarsi per amore, del perdersi per ritrovarsi, del morire per vivere e comunicare la vita. La croce è il vero volto di Cristo; non esiste un Cristo senza la croce. La croce è un cammino, certamente, non una mèta; ma un cammino che ci porta alla vita eterna. Del resto questa è anche l’esperienza che fa ciascuno di noi nel suo piccolo mondo: in famiglia, nel lavoro, nella vita civile. Non dobbiamo seguire la strada dell’orgoglio, della superbia, del successo, dell’egoismo, bensì seguire la strada contraria, aspra ma feconda, del sacrificio e della rinuncia, del rinnegamento di sé, del donarsi e di spendersi per amore. Ognuno di noi, cioè ogni discepolo di Cristo, deve farsi come chicco di grano che muore per portare frutto; muore o cerca di far morire in sé tutto ciò che è disordinato e tutto ciò che non piace al Signore. Inoltre il cristiano deve saper anteporre e preferire innanzitutto la gloria di Dio e il bene dei fratelli. 


UFFICIO DELLE LETTURE

Prima Lettura
Dalla lettera agli Ebrei 1, 1 – 2, 4

Il Figlio erede dell’universo, esaltato al di sopra degli angeli
Dio, che aveva già parlato nei tempi antichi molte volte e in diversi modi ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha costituito erede di tutte le cose e per mezzo del quale ha fatto anche il mondo. Questo Figlio, che è irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza e sostiene tutto con la potenza della sua parola, dopo aver compiuto la purificazione dei peccati si è assiso alla destra della maestà nell’alto dei cieli, ed è diventato tanto superiore agli angeli quanto più eccellente del loro è il nome che ha ereditato.
Infatti a quale degli angeli Dio ha mai detto: Tu sei mio figlio; oggi ti ho generato? (Sal 2,7).
E ancora:
Io sarò per lui padre
ed egli sarà per me figlio? (2 Sam 7, 14).
E di nuovo, quando introduce il primogenito nel mondo, dice:
Lo adorino tutti gli angeli di Dio (Sal 96, 7).
E mentre degli angeli dice:
Egli fa i suoi angeli pari ai venti,
e i suoi ministri come fiamma di fuoco (Sal 103, 4),
del Figlio invece afferma:
Il tuo trono, Dio, sta in eterno
e:
Scettro d’equità è lo scettro del tuo regno;
hai amato la giustizia e odiato l’iniquità,
perciò ti unse Dio, il tuo Dio,
con olio di esultanza più dei tuoi compagni (Sal 44, 7-8).
E ancora:
Tu, Signore, da principio hai fondato la terra
e opera delle tue mani sono i cieli.
Essi periranno, ma tu rimani;
invecchieranno tutti come un vestito.
Come un mantello li avvolgerai,
come un abito,
e saranno cambiati;
ma tu rimarrai lo stesso,
e gli anni tuoi non avranno fine (Sal 101, 26-28).
A quale degli angeli poi ha mai detto:
Siedi alla mia destra,
finché io non abbia posto i tuoi nemici
come sgabello dei tuoi piedi? (Sal 109, 1).
Non sono essi tutti spiriti incaricati di un ministero, inviati per servire coloro che devono ereditare la salvezza?
Proprio per questo bisogna che ci applichiamo con maggiore impegno a quelle cose che abbiamo udito, per non andare fuori strada. Se, infatti, la parola trasmessa per mezzo degli angeli si è dimostrata salda, e ogni trasgressione e disobbedienza ha ricevuto giusta punizione, come potremo scampare noi se trascuriamo una salvezza così grande? Questa infatti, dopo essere stata promulgata all’inizio dal Signore, è stata confermata in mezzo a noi da quelli che l’avevano udita, mentre Dio testimoniava nello stesso tempo con segni e prodigi e miracoli d’ogni genere e doni dello Spirito Santo, distribuiti secondo la sua volontà.

Responsorio    Cfr. Eb 1, 3; 12, 2
R. Cristo Gesù, che è irradiazione della gloria del Padre e impronta della sua sostanza, sostiene tutto con la potenza della sua parola, dopo aver compiuto la purificazione dei peccati, * ora siede alla destra di Dio nell’alto dei cieli.
V. Autore e perfezionatore della fede, egli in cambio della gioia che gli era posta innanzi, si sottopose alla croce;
R. ora siede alla destra di Dio nell’alto dei cieli.

Seconda Lettura
Dalle «Lettere pasquali» di sant’Atanasio, vescovo
(Lett. 14, 1-2; PG 26, 1419-1420)

Celebriamo la vicina festa del Signore con autenticità di fede
Il Verbo, Cristo Signore, datosi a noi interamente ci fa dono della sua visita. Egli promette di restarci ininterrottamente vicino. Per questo dice: «Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28, 20).
Egli è pastore, sommo sacerdote, via e porta e come tale si rende presente nella celebrazione della solennità. Viene fra noi colui che era
atteso, colui del quale san Paolo dice: «Cristo, nostra Pasqua, è stato immolato» (1 Cor 5, 7). Si verifica anche ciò che dice il salmista: O mia esultanza, liberami da coloro che mi circondano (cfr. Sal 31, 7). Vera esultanza e vera solennità è quella che libera dai mali. Per conseguire questo bene ognuno si comporti santamente e dentro di sé mediti nella pace e nel timore di Dio.
Così facevano anche i santi. Mentre erano in vita si sentivano nella gioia come in una continua festa. Uno di essi, il beato Davide, si alzava di notte non una volta sola ma sette volte e con la preghiera si rendeva propizio Dio. Un altro, il grande Mosè, esultava con inni, cantava lodi per la vittoria riportata sul faraone e su coloro che avevano oppresso gli Ebrei. E altri ancora, con gioia incessante attendevano al culto sacro, come Samuele ed il profeta Elia.
Per questo loro stile di vita essi raggiunsero la libertà e ora fanno festa in cielo. Ripensano con gioia al loro pellegrinaggio terreno, capaci ormai di distinguere ciò che era figura e ciò che è divenuto finalmente realtà.
Per prepararci, come si conviene, alla grande solennità che cosa dobbiamo fare? Chi dobbiamo seguire come guida? Nessun altro certamente, o miei cari, se non colui che voi stessi chiamate, come me, «Nostro Signore Gesù Cristo». Egli per l’appunto dice: «Io sono la via» (Gv 14, 6). Egli è colui che, al dire di san Giovanni, «toglie il peccato del mondo «(Gv 1, 29). Egli purifica le nostre anime, come afferma il profeta Geremia: «Fermatevi nelle strade e guardate, e state attenti a quale sia la via buona, e in essa troverete la rigenerazione delle vostre anime» (cfr. Ger 6, 16).
Un tempo era il sangue dei capri e la cenere di un vitello ad aspergere quanti erano immondi. Serviva però solo a purificare il corpo. Ora invece, per la grazia del Verbo di Dio, ognuno viene purificato in modo completo nello spirito.
Se seguiremo Cristo potremo sentirci già ora negli altri della Gerusalemme celeste e anticipare e pregustare anche la festa eterna. Così fecero gli
apostoli, costituiti maestri della grazia per i loro coetanei ed anche per noi. Essi non fecero che seguire il Salvatore: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito» (Mt 19, 27).
Seguiamo anche noi il Signore, cioè imitiamolo, e così avremo trovato il modo di celebrare la festa non soltanto esteriormente, ma nella maniera più fattiva, cioè non solo con le parole, ma anche con le opere.

Responsorio    Cfr. Eb 6, 20; Gv 1, 29
R. L’agnello senza macchia è entrato per noi come precursore, * divenuto sommo sacerdote per sempre al modo di Melchisedek, rimane sacerdote in eterno.

SECONDI VESPRI

Lettura Breve   At 13, 26-30a
Fratelli, a noi è stata mandata questa parola di salvezza. Gli abitanti di Gerusalemme infatti e i loro capi non l’hanno riconosciuto e condannandolo hanno adempiuto le parole dei profeti che si leggono ogni sabato; e, pur non avendo trovato in lui nessun motivo di condanna a morte, chiesero a Pilato che fosse ucciso. Dopo aver compiuto tutto quanto era stato scritto di lui, lo deposero dalla croce e lo misero nel sepolcro. Ma Dio lo ha risuscitato dai morti.

Omelia per mercoledì delle ceneri: Teshuva! Il ritorno

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/Detailed/20090225.shtml

Omelia (25-02-2009) 

padre Mimmo Castiglione
Teshuva! (Il ritorno!)

Ritornare al Benevolo,
lacerandosi l’orgoglio della mente,
infrangendo le ostilità del cuore: rifiuti, rancori, livori.
Tempo a disposizione: quaranta giorni!
Il tempo che ci vuole!
Ritornare al Pietoso, a chi prova fitte nelle viscere
per quanti sono lontani ed impediti
nel cammino del ritorno!
Rincasare nella dimora cara
dove non si patisce fame e non si teme sete.
Rientrare a casa nudi
e dopo l’immersione riprendere vesti note.
E banchettare! Dopo tanta fatica e pena, spasimo ed abbandono!
Partecipare al pranzo dello Sposo per tanti dì, per sette giorni,
per recuperare quanto nel tempo passato fu strazio e assai dolore.

Nella buona e bella notizia di oggi, Gesù invita i suoi discepoli
a vivere nella verità e senza ipocrisia le opere buone,
in particolare la preghiera, il digiuno e l’elemosina.

Liberi dalla preoccupazione di non riuscire ad essere i primi della classe.
Liberi dall’ansia di dimostrare d’essere buoni e bravi.

Fare l’elemosina per condividere e non per vanagloria.
Pregare perché ne abbiamo bisogno e non per ostentare.
Digiunare per mantenerci sobri e non per dimagrire.

Mi ascolto.
Penso a quante volte ho strumentalizzato queste opere,
praticandole per essere ammirato dagli altri,
per ottenere consenso e stima.
Quale ricompensa aspettarmi?! Altro che segreto!
Ho fatto sfoggio, non superando la giustizia degli ipocriti,
che ho sempre giudicato con disprezzo.

PREGHIERA

Benedetto Gesù Maestro, che m’indichi il Volto del Padre nell’indigente,
e m’insegni a rendergli il vero culto nel servizio ai bisognosi.

Pietà di me o Padre, incapace di scorgere il tuo Volto nel povero,
nell’orfano e nella vedova, nell’oppresso e nel forestiero,
nel debole e nel perseguitato, nell’afflitto e nell’abbandonato,
nel disperato e nell’emarginato, nel misero e nel peccatore.

Egoista rivolgo il mio sguardo altrove, quasi sempre al cielo,
illudendomi di vederti, e dove invece incontro solo aria, la mia vanità.

Educami tu o Dio compassionevole e buono alla gratuità.
Abbi pietà di me, per tutte quelle volte che
ho pregato, digiunato e fatto l’elemosina (del mio superfluo)
per propiziarmi la tua benevolenza,
per tenerti a bada e carpire i tuoi favori.

Pietà di me o Dio, ho fatto di te “il Faraone d’Egitto”:
un esattore di tangenti da temere ed un tiranno di cui avere paura.

Possa la consapevolezza della fragilità della mia condizione umana,
farmi prendere coscienza del tuo essere diverso da me,
e riconoscere che tu sei fatto di un’altra pasta,
della quale non posso astenermi facendone beneficenza.

O Dio Benevolo e Pietoso, compatisci!
Al vituperio ed alla derisione non espormi. 

Publié dans:FESTE, OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 24 février, 2009 |Pas de commentaires »
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