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La domenica “del giovane ricco”: La preghiera, via sapiente verso il discernimento di ciò che è impossibile agli uomini

dal sito:

http://www.pddm.it/vita/vita_03/n_08/2ottobre.htm

La domenica “del giovane ricco”

28a del t.o. – 12 ottobre 2003 – anno B

DONATELLA SCAIOLA

Prima lettura: Sap 7,7-11
Salmo responsoriale: Sal 89,12-17
Seconda lettura: Eb 4,12-13
Vangelo: Mc 10,17-30
 

La preghiera, via sapiente verso il discernimento di ciò che è impossibile agli uomini

La prima lettura ci propone un brano tratto dalla parte centrale del libro della Sapienza (capp 7-9). Questi capitoli sono fittiziamente messi in bocca al re sapiente per eccellenza, Salomone, il quale tuttavia non deve a se stesso la sapienza, in quanto egli nacque come ogni altro uomo e quindi la sua sapienza regale gli fu accordata da Dio in risposta alla sua preghiera.

I capitoli centrali del libro della Sapienza riprendono l’episodio inaugurale della storia di Salomone, raccontato in 1Re 3,4-15 (e 2Cr 1,1-13). In quell’episodio Salomone ha domandato a Dio la sapienza, che gli è stata concessa, e tutti i doni tipici di un re gli sono stati attribuiti in aggiunta. Questo episodio costituisce la base a partire dalla quale l’autore del libro della Sapienza costruisce la sua riflessione.

Come avvenne per Salomone, così a fortiori si può affermare per ogni altro uomo, che non è sapiente per nascita. La sapienza non è un dono congenito, bisogna chiederla a Dio: « Pregai e mi fu elargita la prudenza; implorai e venne in me lo spirito della sapienza ». Il tema della preghiera per ottenere la sapienza ritorna con insistenza nella parte centrale del libro (Sap 8,21). All’uomo, indigente per natura, spetta di domandare. A Dio, misericordioso per natura, spetta di esaudirlo. Questa preghiera nasce da una valutazione che l’uomo fa. Nei versetti successivi (8-10) si fa riferimento ad una gerarchia di valori, ad una preferenza espressa dopo una lunga riflessione. Normalmente l’uomo dà importanza ad alcuni valori, come la salute, una vita lunga, il potere, la ricchezza, mentre l’autore ricostruisce la sua scala di valori, attribuendo la preminenza alla sapienza. Inevitabilmente sorge la domanda relativa al perché della preferenza accordata a qualcosa che immediatamente non appare tanto significativo a fronte di beni ben più appetibili. Si potrebbe dire che dalla preghiera viene una luce che illumina l’esistenza e consente all’uomo di andare al di là delle apparenze, scoprendo una realtà profonda che diventa come una sorgente dalla quale zampilla la vita, per cui è meglio abbeverarsi ad essa piuttosto che cercare ristoro in altri beni che appaiono non come cattivi, ma non altrettanto rilevanti. Saremmo qui di fronte alla problematica, tipicamente sapienziale, della scelta non tra bene e male, perché questa, secondo gli autori antichi e certi maestri moderni di spiritualità, come sant’Ignazio di Loyola, sarebbe semplice, elementare, da fare, ma tra ciò che è bene e ciò che è meglio, un discernimento che si può fare appunto nella preghiera.

Questo testo ci richiama al primato dei beni interiori, anzi, annuncia, come fa la liturgia odierna, l’episodio del giovane ricco nel Vangelo.

Pronunciando la sua chiamata: « Vieni e seguimi », Gesù propone al discepolo di costruire la sua vita sulla rinuncia a tutti i legami della terra. D’altra parte, la sapienza porta con sé tutti i beni ai quali l’uomo l’ha preferita; anche Cristo promette « Già ora cento volte tanto, insieme a persecuzioni, e nel futuro la vita eterna ». Rilevati questi evidenti punti di contatto, vediamo più da vicino il brano evangelico.

I tre Vangeli sinottici ci offrono la narrazione di un incontro di Gesù. Un uomo lo avvicina chiamandolo « maestro buono » e gli domanda come avere accesso alla « vita eterna ». La domanda rivolta a Gesù dall’uomo non è sorprendente. La rivolgevano i discepoli ai loro maestri. Si legge, per esempio, che quando rabbi Eliezer si ammalò, vennero a fargli visita i suoi discepoli e gli dissero: « Rabbi, insegnaci le vie della vita, perché possiamo ottenere la vita del mondo futuro ». Rispose: « Abbiate attenzione per l’onore dei vostri compagni, ammonite i vostri figli dal (puro) leggere (la Scrittura) e fateli sedere fra le ginocchia dei discepoli dei dotti, e quando pregate sappiate di fronte a chi state! Così voi otterrete la vita del mondo futuro ».

L’uomo formula la domanda sul fare per avere la vita, mentre Gesù lo rimanda al rapporto globale con il prossimo. Gesù cioè lo rimanda ai comandamenti del Decalogo, la via che il Dio buono ha tracciato nella sua misericordiosa bontà. Gesù lo rimanda a quello che l’uomo già sa: « Tu conosci ». Che cosa? Non tanto la Legge, ma Colui al quale la legge rinvia. Marco riporta cinque comandamenti del Decalogo mosaico, ai quali aggiunge « non frodare », secondo la linea generale delle prescrizioni concernenti il prossimo. L’uomo sembra alla ricerca di qualcosa di speciale, di una indicazione nuova, mentre Gesù lo rinvia ad una risposta nota.

Perché Gesù non richiama i doveri verso Dio? Si può pensare che essi siano evocati dalle parole di Gesù : « Dio solo è buono ». Con il rinvio a Dio solo, ha messo in atto di fronte a noi i comandamenti riguardanti Dio, in una maniera più radicale e diretta che non recitandoli.

L’uomo ha ascoltato già la legge di Dio, anzi, l’ha messa in pratica fin dalla sua gioventù, ma resta ancora disponibile a fare qualcosa di più. Questa ulteriorità gli viene indicata da Gesù che lo invita ad essere discepolo. In quanto adesione ad una persona, la condizione del discepolo va oltre la fedeltà alla legge. Chi ha osservato i comandamenti è un buon giudeo, ma non è ancora entrato in comunione con Gesù, non è diventato cristiano. Il segno distintivo dell’identità del discepolo è di seguire Gesù in modo esclusivo, perché come si dice altrove nel Vangelo, « non si può seguire Dio e mammona ». Seguire Gesù richiede un atteggiamento netto, senza compromessi.

Da un dialogo particolare si passa ad un insegnamento generale che coinvolge i discepoli. Gesù parla della difficoltà di chi è ricco e sorprendentemente, i discepoli, che avevano effettivamente lasciato tutto per seguire Gesù, si sentono toccati dalle sue parole (« I discepoli rimasero stupefatti…e ancora più sbigottiti… »). Evidentemente hanno compreso che il discorso di Gesù non riguarda solo alcune categorie di persone, ma potenzialmente tutti, dal momento che ci sono molti tipi di ricchezza.

Il confronto che Gesù stabilisce (« è più facile a un cammello attraversare la cruna di un ago che a un ricco entrare nel regno di Dio ») non deve essere avvertito come una minaccia, ma intende solo sottolineare il carattere del tutto gratuito della salvezza. La domanda dei discepoli è più generale del caso della ricchezza: « Chi si potrà dunque salvare? ». È una domanda che riguarda la debolezza dell’uomo di fronte alle esigenze di Dio, non soltanto la difficoltà del ricco di fronte alla necessità del distacco. Tuttavia è una domanda posta male perché suppone che sia l’uomo, con le sue forze, con le sue opere, a salvarsi, mentre invece la salvezza è dono di Dio, da calcolare dunque sulla sua potenza più che sulle proprie forze. L’uomo, povero o ricco che sia, non può salvare se stesso. Solo l’amore di Dio può salvarlo, come ricorda la risposta ultima di Gesù alla perplessità umana espressa dai discepoli; in essa si richiama l’autentico atteggiamento dell’uomo: « Tutto è possibile a Dio ». È una citazione delle parole che il Signore rivolse ad Abramo quando Sara si mise a ridere al pensiero di diventare madre nella sua vecchiaia (Gn 18,4).

Dio, che può « suscitare figli di Abramo dalle pietre », è anche capace di salvare coloro che hanno resistito ai suoi inviti, perché la grazia della salvezza si apre una strada attraverso le reazioni degli uomini: tristezza, stupore, reticenza, ecc.

La reazione di Pietro permette a Gesù di approfondire ulteriormente questo punto: la vita eterna è una grazia; non c’è dunque bisogno di fare cose straordinarie, ma di ricevere e accettare tutto ciò che viene dato, a condizione di spogliarsi da ogni presunta ricchezza e sufficienza.

In questo brano evangelico si noti che per tre volte si menziona lo sguardo di Gesù. Al v 21 Gesù fissa l’uomo con uno sguardo creatore, capace di rispondere al suo desiderio di vita. Di nuovo Gesù guarda i discepoli (23 e 27) sbigottiti, e di nuovo il suo sguardo è preannunzio di parola creatrice, è l’annuncio della signoria assoluta e unica di Dio che equivale alla liberazione completa dell’uomo dalle sue tristezze e impotenze.

Riflessi dorati che lusingano e abbagliano…

Celebrare nella bellezza

* Il nostro incontro con Cristo Maestro nella liturgia avviene in maniera simbolica cioè reale, attraverso l’esperienza rituale. Il rito ci accoglie, ci accompagna, ci conduce a realizzare quest’incontro; di qui usciamo inviati in missione, ad operare la carità che dona contenuto e verità alla nostra celebrazione rituale. La carità ci fa somiglianti a Dio, tutto carità: è carità prendersi cura dei propri figli, lavare, stirare, preparare la tavola… è carità consumarsi nel lavoro della terra o altro, studiare per migliorare le condizioni dei fratelli, insegnare, scrivere… In tutto questo siamo segno per i fratelli di come Dio si prende cura di ciascuno di loro e, spendendo concretamente la vita professiamo che è stata realmente donata come quella di Gesù, proprio come abbiamo detto nel rito liturgico, che diversamente è vuoto e menzogna.

* Per affrontare bene l’anno liturgicopastorale, occorre ricomporre un buon gruppo liturgico (GL), vario, ricco di diverse competenze, entusiasta e generoso, pieno di carità. Dovranno far parte di questo gruppo: – un responsabile fisso, magari per due o tre anni; – il presbitero che presiederà l’assemblea liturgica; – rappresentanti della comunità di età diverse, di diversa estrazione sociale, movimenti… – chi si prende cura della musica e del canto; – della lettura e redazione di eventuali testi di monizioni e preghiere; – chi ha cura della chiesa edificio, del suo decoro e della sua pulizia, della manutenzione dei microfoni, illuminazione ecc… – il sacrista; – alcuni bambini o almeno i loro catechisti; – un membro del gruppo poi verrà incaricato di trasmettere agli animatori assenti le conclusioni e scelte dell’incontro.

* Quando e quante volte si dovrà radunare il GL? Si dovrà stilare un programma a lungo termine: per esempio circa la formazione dei membri, le scadenze principali dell’anno liturgico, ecc..; un programma a medio termine preparando in concreto un segmento dell’anno; infine si radunerà nell’immediatezza delle scadenze, avvenimenti e feste che riguardano la comunità. I punti di riferimento per il GL sono la Pasqua, gli altri tempi liturgici, la domenica.

* Confluiscono, nelle competenze del GL, tre ambiti principali: la Parola di Dio con tutte le conseguenze (studio delle Scritture, lectio divina, formazione dei lettori che diverranno i catechisti migliori, ricordiamo che un ministero liturgico deve avere sempre un risvolto di carità e servizio!). La musica e il canto è il secondo grosso ambito di impegno; il canto e la musica non solo danno solennità alle feste ma aiutano a cogliere il mistero celebrato e a farne l’esperienza coinvolgente. Un terzo ambito è la cura e l’attenzione allo spazio liturgico celebrativo dove possono entrare tutte le espressioni dell’arte: architettura, scultura, pittura, scrittura delle icone, decoro floreale, arredo…

* Non abbiate paura a divenire povere, disse tempo fa una signora a delle suore! Quanto difficilmente coloro che hanno ricchezze entreranno nel regno di Dio (cf Vangelo). La ricchezza non consiste soltanto nel denaro, questa è certo quella che tenta di più e la più facile, ma ci sono tante ricchezze fatte a volte di nulla ma a cui si è molto, molto attaccati; sono le proprie idee, cultura, potere, talenti, ceto sociale, istruzione… Per essere discepoli di Gesù occorre farsi poveri anzi, lasciarsi fare poveri! lasciare tutto, tutto! Come Gesù che spogliò se stesso e si fece piccolo nel seno di Maria come piccolo era da sempre nel seno del Padre suo.

* La liturgia educa ad essere poveri, in essa infatti offriamo a Dio ciò che abbiamo di proprio nostro e abbiamo ricevuto da lui: il nostro corpo, quello che siamo, le nostre persone. Quando usciamo dall’Eucaristia domenicale noi non ci apparteniamo.

* Quanti di noi animatori e quante nostre assemblee sono consapevoli di ciò? Va da sé che s’impone con urgenza un serio lavoro anche su noi stessi, un serio confronto con Gesù. Nel cuore del cristiano i vizi capitali: superbia, avarizia, lussuria, ira, gola, invidia, accidia, ci sono proprio tutti, nessuno ne è risparmiato. Occorre pertanto la preghiera, il lavoro su se stessi con una guida spirituale, l’obbedienza allo Spirito, il confrontare la nostra coscienza con quella filiale di Gesù, la fede nella forza salvifica dei sacramenti e il ricorso ad essi. Questo è vero culto, non i riti perfetti che pure ci vogliono perché sono segno-simbolo di tali atteggiamenti!

* Il GL ha pertanto un’intensa vita spirituale (= secondo lo Spirito, condotti dallo Spirito, nell’obbedienza allo Spirito Santo… una vita filiale come quella del Figlio…). Fa questo per sé e poi aiuta i fratelli. Se ci si abbandona alla liturgia Cristo si forma gradatamente in noi, anno dopo anno, domenica dopo domenica. Chi si abbandona alla liturgia davvero non può più fare come vuole, si impone per lui di essere vero con coerenza e di fare la verità. Al termine della vita allora, Cristo, giudice misericordioso, guardandoci, vede se stesso in noi e il Padre vede la Trinità, ed entreremo nella gloria sua.

* Chi è povero è libero e possiede tutto, senza contare poi che ogni cosa che serve e ci è necessaria ci è data come un regalo in sovrappiù. In quella casa si vive da poveri e la Provvidenza non manca mai, arriva quanto serve anche per aiutare i fratelli! Dio vuole che ci si attivi ma non vuole l’affanno: qui sta la sapienza: per quale realtà vale la pena angustiarsi? Per il Regno di Dio! che ha da venire in noi e nel mondo come la vera ricchezza; esso consiste nella comunione e familiarità con Dio, nella grazia, nello Spirito Santo. C.C.

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 11 octobre, 2009 |Pas de commentaires »

Commento su Gn 3,1-2 (omelia per il 6 ottobre 2009)

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/16328.html

Omelia (06-10-2009) 
Eremo San Biagio
Commento su Gn 3,1-2

Dalla Parola del giorno
Fu rivolta a Giona una seconda volta questa parola del Signore: «Alzati, va’ a Ninive, la grande città, e annuncia loro quanto ti dico».

Come vivere questa Parola?
Giona, raggiunto da una chiamata di Dio che lo scomoda, sceglie la via della fuga. Non oppone un rifiuto verbale, ma volta le spalle imbarcandosi per non vedere, chiude l’orecchio rifugiandosi nell’angolo più riparato della nave per non sentire, consegna la mente all’intorpidimento del sonno per non capire. Un atteggiamento che potrebbe far sorridere, ma in cui, se letto in profondità, potremmo riconoscere alcuni comportamenti che, almeno in certe occasioni, si cade anche oggi.
Il nostro Dio è un Dio-Parola, un Dio-dialogo. Così lo presenta la Bibbia fin dalle prime pagine. Egli tratta l’uomo da partner e lo coinvolge nel suo progetto di salvezza, ne vuole fare un corredentore sia per quanto riguarda se stesso, con la corrispondenza alla grazia, sia per quanto riguarda gli altri, con la testimonianza verbale e vitale. Un compito non privo di difficoltà ma che dimostra l’infinita fiducia di Dio che non viene meno neppure di fronte alle nostre cadute e meschinità.
È la Sacra Scrittura stessa a documentarlo, come in questo caso. Dio mette Giona nella condizione di riflettere, di riconoscere il suo sbaglio facendolo passare per la penosa prova del buio, in cui il silenzio di Dio lo getta (di cui è immagine l’episodio del cetaceo che lo ingoia), ma poi rilancia la sua chiamata. È a quel “sì” rifiutato che bisogna tornare per riallacciare il dialogo interrotto. E allora la luce tornerà a inondare il cuore, rischiarando la via, così che si ritrovi il colore della gioia.

Oggi, nel mio rientro al cuore, mi porrò in ascolto del Signore con piena disponibilità, certo che Lui mi contatta quotidianamente e mi chiede di rendermi nelle sue mani strumento di salvezza.

Ti ringrazio, Signore, per l’immensa fiducia che continui a nutrire nei miei riguardi, nonostante la fragilità di cui ho più volte dato prova. Come il “Servo di YHWH”, ti chiedo di fare ogni giorno attento il mio orecchio e di sostenermi perché non opponga mai resistenza.

La voce della santa patrona d’Italia
Ogni gran peso diventa leggero, sotto questo santissimo giogo della volontà di Dio.
S.Caterina da Siena 

Omelia 03-10-2009: Commento su Sl 68,33-34

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/16307.html

Omelia (03-10-2009) 
Eremo San Biagio
Commento su Sl 68,33-34

Dalla Parola del giorno
“Vedano gli umili e si rallegrino, si ravvivi il cuore di chi cerca Dio perché il Signore ascolta i poveri.”

Come vivere questa Parola?
Questa è un’espressione del salmo responsoriale collocato tra la prima lettura che è un brano del profeta Baruc e il vangelo di Luca.
Baruc incoraggia gli Israeliti a credere con cuore saldo che il Signore, dopo averli provati, è lì a volere per loro “una gioia perenne”.
Luca riporta la parola di Gesù che assicura i suoi di un’allegrezza interiore data loro a misura della semplicità di cuore con cui, come bambini, si fidano del Padre Celeste. Così, in tale cornice preziosa, acquista rilievo il senso di questa parola salmica.
Sì, gli occhi del cuore sono essi a vedere. Ma si aprono se ci sono due condizioni: umiltà e povertà come un continuo spossessarsi dagli averi di ogni genere.
Gli occhi di un cuore umile e povero possono ben rallegrarsi perché, avendo abbandonata qualsiasi pretesa, sono liberi. E la libertà vera è quella di percepirsi vivi, anzi continuamente ravvivati interiormente, nella sincera continua unione di Dio, in pratica del compimento della sua volontà.
Certo, il Signore “ascolta i poveri” perché è Lui e non altri il loro appoggio e tutta la loro speranza-ricchezza vera.

Oggi, nella mia pausa contemplativa, passo del tempo a consegnarmi a Dio con tutto quello che sono e che ho. Rallegrarmi, dentro il ravvivarsi del cuore, dipende proprio da questo non trattenere nulla con avide mani. Tutto dare a Lui. Di tutto servirsi per servire i fratelli. E cercarlo ad ogni attimo, in ogni respiro.

Signore, vita del mio vivere, che io sia rivolto a te sempre. Come il navigante alla stella polare. E nella tua luce io veda la luce del bene da compiere in mezzo ai fratelli.

La voce di una beata
Sorridere e gioire sempre! Poiché in verità tutto è buono per un’anima che vuole ciò che Dio vuole

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 3 octobre, 2009 |Pas de commentaires »

Omelia alla prima lettura di domani: Nm 11, 25-29

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/16174.html

Omelia (27-09-2009) 
don Marco Pratesi
Lo Spirito di Mosè

L’episodio narrato nella prima lettura si colloca in un momento di difficoltà di Mosè, che si sente impari a svolgere la missione di guidare un popolo così turbolento in una situazione così difficile. Il contesto immediato è la richiesta di carne da mangiare, all’origine dell’episodio delle quaglie (11,4-6). Nel frattempo Mosè si è sfogato con il Signore, fino a concludere: « Io non posso, da solo, portare tutto questo popolo; è troppo grave per me. Se mi vuoi trattare così, piuttosto fammi morire » (vv. 14-15). Dio risponde: scegli settanta anziani e portali alla mia presenza; farò scendere su di essi il mio spirito, e loro ti aiuteranno a « portare » il popolo (vv. 16-17). Il che viene descritto nella odierna pericope liturgica.
Il dato centrale è che sui settanta riposa lo stesso Spirito di Mosè. In questo caso lo Spirito è dato per la guida del popolo. Per la sua azione, come Mosè ha saputo guidare Israele sulla base della volontà di Dio, gli anziani sapranno fare lo stesso, ovviamente in sottordine rispetto a Mosè. Qui evidentemente si ha presente la situazione posteriore ai fatti dell’Esodo: il consiglio degli anziani era infatti una istituzione, di cui si parla ancora ai tempi di Gesù, insieme al gruppo dei sacerdoti (cf. Mt 21,23; 26,3.47; 27,1.3.12.20.41 etc.). Il testo intende affermare l’origine mosaica dell’istituto: dotate dello stesso spirito di Mosè, le guide del popolo sapranno portarne avanti la missione, sulla base della legge che egli ha lasciato a Israele. In questo senso, e non tanto nel senso stretto del termine, essi sono « profeti »: l’episodio profetico di cui sono protagonisti rimane isolato (« non lo fecero più dopo »), perché non è quello il loro compito, ciò di cui lo Spirito ricevuto li rende capaci. Essi svolgono il servizio dell’autorità, non quello della proclamazione della Parola.
Il secondo elemento è dato dall’episodio dei due assenti, che ricevono lo stesso spirito essendo del gruppo ma non essendo presenti alla tenda del convegno. Mi pare che il senso dell’episodio sia essenzialmente questo: l’azione dello Spirito supera le distanze. Non è necessario essere fisicamente presenti a questa « pentecoste mosaica ». Non occorre una prossimità fisica con Mosè per avere il suo Spirito. Questo va nella stessa direzione di quanto abbiamo detto: lo Spirito di Mosè può continuare la sua azione nella storia del popolo tramite il servizio dell’autorità affidato agli anziani, anche se essi sono « fisicamente » lontani da Mosè, dalla tenda del convegno e dall’esperienza dell’Esodo. Di questo appunto si rallegra Mosè: che lo Spirito di Dio possa superare i limiti della sua esperienza e della sua storia, per « debordare » nell’esperienza del popolo. La fase mosaica è certamente costitutiva, ma il resto della storia non è inaccessibile allo Spirito che quell’esperienza ha guidato. 

Omelia del giorno 27 Settembre 2009 (Vescovo Riboldi)

dal sito:

http://www.vescovoriboldi.it/Omelie/2009/set/270909.htm

Omelia del giorno 27 Settembre 2009

XXVI Domenica del Tempo Ordinario (Anno B)

Guai a chi dà scandalo!

Le parole, che oggi Gesù ci offre, sono un serio motivo di riflessione.

Pesa quel ‘Guai a chi dà scandalo’. È un male che colpisce e può lasciare il suo marchio per la vita.

Leggiamo subito il Vangelo di Marco:

« In quel tempo, Giovanni rispose a Gesù dicendo: ‘Maestro abbiamo visto uno che scacciava i demoni nel tuo nome e glielo abbiamo vietato, perché non era dei nostri. Ma Gesù disse: `Non glielo proibite, perché non vi è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito dopo possa parlare male di me. Chi non è contro di noi, è per noi. Chiunque vi darà da bere un bicchiere d’acqua nel nome mio, perché siete di Cristo, vi dico in verità che non perderà la sua ricompensa’.

E dopo avere fatte queste meravigliose affermazioni, che aprono tanto spazio a chi fa il bene – e ce ne sono tanti anche oggi, per fortuna – Gesù irrompe con un discorso duro, ma di grande attualità: un richiamo che mette rende tutti noi vigili e ci impone di interrogarci se per caso abbiamo comportamenti che meritano ‘Guai! ‘.

« Chi scandalizza uno di questi piccoli che credono, è meglio per lui che gli si metta una macina da asino al collo e venga gettato in mare. Se la tua mano ti scandalizza, tagliala: è meglio per te entrare nella vita monco, che con due mani nella Geenna, nel fuoco inestinguibile. Se il tuo piede ti scandalizza, taglialo, è meglio per te entrare nella vita zoppo, che essere gettato con due piedi nella Geenna. Se il tuo occhio ti scandalizza, càvalo: è meglio per te entrare nel regno di Dio con un occhio solo che essere gettato con due occhi ‘nella Geenna, dove il loro verme non muore e il fuoco non si estingue ». (Mc. 9, 37-47)

La Parola di Dio davvero scombina le nostre posizioni, in un tempo, oggi, in cui – è incredibile ed assurdo – ‘fare scandalo è di moda’, è diventato come un modo di affermarsi.

Ognuno di noi, venendo alla vita, in fondo – anche se si crede autonomo ed autosufficiente – è `quel’ bambino, di cui parla l’evangelista Marco: un piccolo essere, fragile, povero, inesperto, condizionabile, esposto alla tempesta dello scandalo che può abbattere in lui, a volte precocemente, ogni desiderio di ‘grandi prospettive’, come ci offre il Maestro, così come può essere aiutato ad aprirsi al bene che, lentamente, può fare crescere in lui e rassodare grandi virtù, che è poi l’abito della santità con cui Dio adorna i suoi figli che tanto ama.

E suscita grande tenerezza il Vangelo, quando ci presenta ‘Gesù, che prende un bambino tra le sue braccia, – come a difenderlo – , lo mette in mezzo alla gente ed afferma: ‘Chi accoglie uno di questi bambini nel mio nome accoglie me’.

E suscita grande tenerezza il Vangelo, quando ci presenta ‘Gesù, che prende un bambino tra le sue braccia, – come a difenderlo – , lo mette in mezzo alla gente ed afferma: ‘Chi accoglie uno di questi bambini nel mio nome accoglie me’.

È come se Gesù volesse trattenere tra le sue braccia la debolezza di chi desidera essere difeso dalle tentazioni dello scandalo.

La realtà è che oggi, tutti, senza distinzioni, viviamo in questo mondo che pare non abbia più alcun pudore nello sfasciare ciò che è veramente bello agli occhi di Dio, per imporre le mostruosità del vizio, dell’egoismo, che sono la triste immagine del dominio del male che vuole imporsi e si impone con gli scandali sempre più numerosi.

Scriveva il caro Paolo VI, nel settembre 1964:

« Innanzitutto voi non troverete più nel linguaggio della gente perbene di oggi, nei libri, nelle cose che parlano degli uomini, la tremenda parola che invece è tanto frequente nel mondo religioso, la parola ‘peccato’. Gli uomini nei giudizi odierni, non sono più chiamati peccatori. Vengono catalogati come sani, malati, bravi, buoni, forti, deboli, ricchi, poveri, sapienti, ignoranti, ma la parola ‘peccato’ non si incontra mai. E non torna perché, distaccato l’intelletto umano dalla sapienza divina, si è perduto il concetto di peccato. Pio XII affermava: ‘Il mondo moderno ha perduto il senso del peccato’, che cosa sia, cioè, la rottura dei propri rapporti con Dio. Il mondo non intende più soffermarsi su tali rapporti. Cosa dice a volte la nostra pedagogia: `L’uomo è buono: sarà la società a renderlo cattivo’. Viene adottata, come nonna, una indulgenza molto liberale, molto facile, che spiana le vie ad ogni esperienza, come se il male non esistesse. Ma come a contraddire tutto questo, guardate se c’è un filo ottimista nella produzione moderna; guardate se nei premi letterari, c’è un solo libro presentabile, che dichiari essere l’uomo buono, che esistono ancora delle virtù. Dilaga, al contrario, l’analisi del tanfo, della perversione umana, con la tacita, ma inesorabile sentenza che l’uomo è inguaribile. Ma Gesù vede e guarda a noi, che siamo povera gente, con tanti malanni, pronto a guarirci e ridarci quella veste del ‘bambino’ che è la vera grandezza nostra ».

Eppure lo scandalo è un vero trauma dell’anima di chi lo riceve: un trauma che a volte incide nel profondo del cuore, dando un corso diverso e sbagliato ad un’intera esistenza. Un vero attentato all’anima.

Chiunque di noi abbia conservato un retto giudizio della vita, sa che è sopportabile e meno dannoso un incidente, che in qualche modo mutila il nostro corpo, di uno scandalo che intacchi l’integrità del cuore.

Oggi, anche S. Giacomo usa toni duri, come a darci la sveglia, se abbiamo permesso che ‘le mode’ ci addormentassero la coscienza.

« Ora a voi ricchi: piangete e gridate per le sciagure che vi sovrastano! Le vostre ricchezze sono imputridite, le vostre vesti sono state divorate dalle tarme, il vostro oro e argento sono consumati dalla ruggine; la loro ruggine si leverà a testimonianza contro di voi e divorerà le vostre carni come un fuoco. Avete accumulato tesori per gli ultimi giorni!

Ecco il salario da voi defraudato ai lavoratori che hanno mietuto le vostre terre grida e le proteste dei mietitori sono giunte alle orecchie del Signore degli eserciti.

Avete gozzovigliato sulla terra e vi siete saziati di piaceri, vi siete ingrassati per il giorno della strage. Avete condannato e ucciso il giusto ed egli non può opporre resistenza ». (Gc. 5, 1-6) Davvero viene voglia di uscire da questo ‘mondo’, per assaporare la bellezza della virtù, della bontà. E c’è, per grazia di Dio, tanta, ma tanta gente semplice, che sa ancora conservare la bellezza e la dignità dell’anima e della vita, come un tesoro che dà felicità.

Ricordo, un giorno, parlando in cattedrale proprio su questo tema: Guai a voi, ricchi!, al termine dell’omelia verme una signora, che aveva sul volto, sfatto dalla fatica, una luce, come un riflesso del cielo. Conservava, per la sua vecchiaia, un gruzzolo, che teneva gelosamente custodito. Volle a tutti i costi privarsi di quel poco che aveva risparmiato.

E a me, che cercavo di far capire che il suo non era uno scandalo, ma una necessità, rispose: `Voglio avere un cuore libero da tutto e così assaporare la gioia di avere in cambio due ali che mi facciano volare verso Dio’.

Ce n’è, più di quanto pensiamo, di questa brava gente. Proprio vero il proverbio che afferma: ‘Fa molto rumore l’albero che cade: è silenziosa la foresta che cresce’.

Se è vero che lo scandalo tiene banco nella comunicazione e nel mondo, è altrettanto vero che è `la foresta’ a farci sentire cittadini del Cielo.

Ci rattrista che nella mentalità di oggi non faccia meraviglia che ci sia chi offre scandalo, ma, proprio per questa tendenza, purtroppo generalizzata, suscita ancor più profondo stupore, chi vive con coerenza la propria vocazione alla santità: è il salutare ‘scandalo evangelico’, inteso come verità di vita.

Quanta gente buona incontro ed ogni volta è sentire che Dio è con noi meravigliosamente.

Per la mentalità del mondo – stupidamente – fa scandalo la ragazza intelligente, che non si piega alla moda senza pudore, l’imprenditore onesto che rispetta l’operaio, come fosse un fratello e non una cosa, il giovane retto che non ci sta ai compromessi con il vizio.

Credo proprio che oggi, forse più di un tempo, si avverta in tanti il desiderio di svincolarsi da una mentalità disonesta, che brucia ogni dignità e bellezza del cuore, cercando ‘l’aria pulita di una condotta intelligente ed onesta’.

Quando si ha un cuore tanto aperto, Dio sa immediatamente trovare la strada per accostarsi e ci attende l’abbraccio di Gesù, che ci vede tornare ‘bambini’ ….da Regno dei Cieli!

Scrive Mario Luzi in Nostalgia di Te:

« Padre mio, mi sono affezionato alla terra quanto non avrei creduto.

È bella e terribile la terra: ci sono nato quasi di nascosto, ci sono cresciuto,

tra gente povera, amabile e tante volte esecrabile. Il cuore umano è pieno di contraddizioni, ma neppure un istante mi sono allontanato da Te. La vita sulla terra è dolorosa, ma è anche gioiosa…

Sono stato troppo uomo tra gli uomini oppure troppo poco? Il terrestre l’ho fatto troppo mio o troppo poco?

Sono venuto sulla terra per fare la Tua volontà eppure talvolta l’ho discussa.

Sii indulgente, Ti prego, con la mia debolezza.

Ma da questo stato umano d’abiezione, vengo a Te, nella mia debolezza. Comprendimi!

Quando saremo in Cielo ricongiunti, sarà stata grande prova ed essa non si perde nella memoria dell’eternità ».

Antonio Riboldi – Vescovo

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 26 septembre, 2009 |Pas de commentaires »

Omelia 21 settembre 2009, Eremo San Biagio

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/8058.html

Omelia (21-09-2002) 
Eremo San Biagio

Dalla Parola del giorno
Vi esorto [...] a comportarvi in maniera degna della vocazione che avete ricevuto: con ogni umiltà, mansuetudine e pazienza, sopportandovi a vicenda con amore.

Come vivere questa Parola?
Nel vangelo di oggi è Matteo stesso che racconta la sua vocazione. S.Girolamo, appassionato studioso della Parola di Dio, fa’ un’osservazione che illumina anche le parole di S.Paolo qui riportate. Dice che gli altri evangelisti, narrando la chiamata di Matteo, lo chiamano Levi, suo secondo nome (forse meno conosciuto) quasi a velare la sua identità di pubblicano: disprezzato come disonesto e collaborazionista dei Romani occupanti. Al contrario Matteo non teme di manifestarsi per quello che è: pubblicano e dunque peccatore, ma perdonato e chiamato da Dio-Amore. Ecco perché il comportarsi in modo degno della meravigliosa chiamata a essere cristiano (=seguace di Gesù) significa anzitutto avere un atteggiamento di umiltà. Si tratta non certo di un antipatico modo esteriore, ma di un profondo e ben radicato atteggiamento del cuore: la consapevolezza della propria povertà accettata e amata come « luogo » in cui Dio manifesta la sua onnipotenza che è « fare misericordia » con infinito amore.

Oggi, nella mia pausa contemplativa, chiedo al Signore di vivere con gioia la mia chiamata a seguirlo sulla strada del vangelo vissuto. Sarà dunque la gioia di chi, come Matteo-Levi, è cosciente che la sua storia comincia dal perdono di Dio, mai dalla sua bravura.Per questo, in concreto, chiedo di poter avere con tutti un tratto umile, mansueto, paziente, perché io per primo, ho esperienza di quanta umiltà, mansuetudine e pazienza ha riversato Dio in me amandomi con amore di misericordia.

La voce del Papa del sorriso
L’umiltà va di pari passo con la magnanimità. Essere buoni è cosa grande e bella, ma difficile e ardua. Perché l’animo non aspiri a cose grandi in maniera esagerata, ecco l’umiltà; perché non prenda paura davanti alle difficoltà, ecco la magnanimità. L’umiltà non sfocia mai nella pusillanimità ma nel coraggio, nel lavoro intraprendente e nell’abbandono in Dio!
Giovanni Paolo I 

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 20 septembre, 2009 |Pas de commentaires »

XXV domenica del T.O., Omelia del Vescovo Paglia

dal sito:

http://www.terninarniamelia.it/omelia_dett.asp?ID=48

XXV Domenica del Tempo Ordinario  

Marco (9, 30-37)

“Gesù e i discepoli partirono di là e attraversarono tutta la Galilea”. Queste parole del Vangelo di Marco ci introducono nel viaggio appena intrapreso da Gesù dalla Galilea verso Gerusalemme; un viaggio che più volte l’evangelista ricorderà nei capitoli seguenti.
La scena che ci viene presentata dal Vangelo è semplice: Gesù prende con sé i discepoli e “cammina davanti a loro” – è così del pastore che guida il suo gregge – dirigendosi verso Gerusalemme. Potremmo vedere in questa bella immagine evangelica il ritrovarsi dei cristiani ogni domenica attorno al loro Maestro e Pastore. Lungo la strada, com’è suo solito, Gesù parla con i suoi discepoli. Ma questa volta non appare anzitutto come maestro bensì come l’amico che apre il suo cuore ai suoi amici più intimi.
Sì, Gesù, che non è un eroe freddo e solitario che può fare a meno di tutti, sente invece il bisogno di confidare ai discepoli i pensieri più segreti che agitano in quel momento il suo cuore. E dice loro: “Il figlio dell’uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno”. E’ la seconda volta che ne parla. Quando lo disse la prima volta, Pietro, che aveva cercato di dissuadere Gesù dal suo cammino, fu aspramente rimproverato. Gesù sente il bisogno di confidarsi di nuovo. Evidentemente è oppresso da una grande angoscia. La stessa che sentirà nell’orto del Getsemani e che lo farà sudare sangue. Tuttavia, ancora una volta, nonostante la familiarità che pure si era creata, nessuno dei discepoli comprende il cuore e i pensieri di Gesù. Eppure non era difficile ricordare qualcuno dei brani della Scrittura dove la vita del giusto è descritta come piena di tribolazioni. Il libro della Sapienza narra, appunto, di una congiura che uomini empi e potenti tramano, con disinvoltura e sicurezza, contro il giusto: “tendiamo insidie al giusto, perché ci è d’imbarazzo e contrario alle nostre azioni; ci rimprovera le trasgressioni della legge e ci rinfaccia le mancanze contro l’educazione da noi ricevuta… Condanniamolo ad una morte infame, perché secondo le sue parole, il soccorso gli verrà” (2, 17-20). Forse i discepoli ricorderanno queste parole solo al termine del viaggio, a Gerusalemme, quando esse si realizzeranno quasi alla lettera sulla croce. Ora, nessuno comprende. Eppure, le parole sono drammaticamente chiare.
Ma perché i discepoli non le comprendono? La risposta è semplice. Non comprendono quel che Gesù dice perché il loro cuore e la loro mente sono lontani dal cuore e dalla mente del Maestro; le loro ansie sono altre rispetto a quelle di Gesù, e il loro cuore batte per ben diverse preoccupazioni. Come possono capire stando così distanti? Gesù è angustiato per la sua morte, mentre loro sono preoccupati per il posto, per chi di loro è il primo. E’ un’esperienza che ci è molto familiare: in questo non siamo dissimili da loro, e continuiamo a comportarci come loro. Il seguito del racconto evangelico, potremmo dire, è davvero disarmante. L’evangelista fa supporre che Gesù, durante il cammino, sia restato solo davanti al gruppo dei discepoli, i quali, rimasti appunto indietro senza tener conto delle drammatiche parole confidategli dal Maestro, si sono messi a discutere su chi tra loro dovesse prendere il primo posto. E’ davvero disarmante il loro atteggiamento e incredibile la distanza da Gesù e dalle sue preoccupazioni! Arrivati in casa a Cafarnao Gesù chiede loro di cosa stessero discutendo lungo la via. Ma “essi tacevano”, nota l’evangelista. Finalmente provavano almeno un po’ di vergogna per quello di cui avevano discusso. E fecero bene. La vergogna è il primo passo della conversione, essa nasce, infatti, dal riconoscersi distanti da Gesù e dal Vangelo. Il peccato è la distanza da Gesù, prima ancora che un gesto cattivo in particolare. E se la vergogna per tale distanza non c’è, dobbiamo preoccuparci. Quando non c’è vergogna del proprio peccato, quando si attutisce la coscienza del male che si compie, quando non si dà il peso al proprio peccato, ci si esclude di fatto dal perdono. E il vero dramma della nostra vita è quando non c’è nessuno che ci chiede, che ci interpella, come fece Gesù con i discepoli: “di cosa stavate discutendo?” Resteremmo prigionieri di noi stessi e delle nostre ben misere sicurezze.
La domenica è il giorno del perdono, perché possiamo accostarci ancora al Signore che ci parla, che ci interpella, che ci permette di prendere coscienza della nostra povertà e del nostro peccato. Scrive l’evangelista: “Gesù sedutosi, chiama i dodici attorno a sé” e si mette a spiegare loro ancora una volta il Vangelo e a correggere la stortura del loro cuore e dei loro atteggiamenti. E’ una scena emblematica per la comunità cristiana, potremmo dire che ne è come l’icona. Ognuno di noi, ogni comunità cristiana, deve radunarsi, e con frequenza, attorno al Vangelo per ascoltare l’insegnamento del Signore, per nutrirsi del pane disceso dal cielo, per correggere il proprio comportamento, per riempire il cuore e la mente dei sentimenti e dei pensieri del Signore. Gesù, guardando con speranza quel piccolo gruppo di discepoli, iniziò a parlare ribaltando completamente le loro concezioni: “Se uno vuol essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti”. Anche a Giacomo e Giovanni risponderà nello stesso modo: “Chi vuol essere grande tra di voi sia vostro servitore e chi vuol essere il primo tra voi sia il servo di tutti” (Mc l0, 43-44). Gesù sembra non contestare la ricerca di un primato da parte dei discepoli. Ne rovescia però la concezione: è primo chi serve, non chi comanda. E perché comprendano bene quello che vuol dire, prende un bambino, lo abbraccia e lo mette in mezzo al gruppo dei discepoli, è un centro non è solo fisico, ma di attenzione, di preoccupazione, di cuore.
Quel bambino – vuol dire il Signore ai discepoli – deve stare al centro delle preoccupazioni delle comunità cristiane. E ne spiega immediatamente il motivo: “Chi accoglie uno di questi bambini, accoglie me”. L’affermazione è sconvolgente: nei piccoli, negli indifesi, dei deboli, nei poveri, nei malati, in coloro che la società rifiuta e allontana, è presente Gesù, anzi il Padre stesso. Tale insegnamento percorre trasversalmente ogni pagina evangelica e fa parte essenziale della spiritualità di ogni discepolo, di ogni credente. “Farsi piccoli” non significa assumere un atteggiamento umilista e remissivo (spesso questo vuol dire disinteresse, rassegnazione o fuga da responsabilità), bensì accogliere dentro le nostre preoccupazioni e dentro i nostri pensieri (il che non significa trovare sempre soluzioni) tutti i piccoli e gli indifesi. Essi continuano ad essere posti da Gesù stesso al centro di ogni comunità cristiana. Beati noi se li accogliamo e li abbracciamo come fece Gesù con quel bambino!

Il Vescovo Paglia
 

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 19 septembre, 2009 |Pas de commentaires »
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