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Omelia (06-09-2009) – Commento su Is 35,4

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/16040.html

Omelia (06-09-2009)
 
Eremo San Biagio

Commento su Is 35,4

Dalla Parola del giorno
Dite agli smarriti di cuore: “Coraggio! Non temete; ecco il vostro Dio, giunge la vendetta, la ricompensa divina. Egli viene a salvarvi”.

Come vivere questa Parola?
Il secondo Isaia celebra qui l’esodo degli Ebrei da Babilonia. Morivano lungo il deserto e rischiavano lo scoraggiamento! Ma la Parola di Dio li sostiene. Il profeta li assicura che il Signore, proprio Lui farà vendetta di tutto quello che, nella prigionia e nell’inospitale deserto, hanno dovuto soffrire .
La “ricompensa divina” è diversa da ogni ricompensa umana sempre così limitata, in genere inferiore alle attese del cuore. Ma l’assicurazione più confortante è questa: “Egli viene a salvarci”. Questa promessa è stata scritta tanti secoli prima di Cristo ma proprio con la sua venuta si è pienamente avverata.
“Coraggio, non temete!” dice Isaia e i testi biblici ripetono queste parole fino a 366 volte! Una volta per ogni giorno di ogni tuo anno di vita. Perfino dell’anno bisestile! E ciò che esorcizza la nostra paura è proprio sapere che Uno, vero uomo e vero Dio, è venuto a salvarci.
“Dio ha talmente amato il mondo da mandare il suo figlio unigenito perché chiunque crede in Lui sia salvato” ( Gv 3,16).
Ecco; la chiave che apre la porta della salvezza è nelle tue, nelle mie, nelle nostre mani.
L’ineffabile amore di Dio va oltre le nostre misure di comprensione. Non è proprio per questo che prendiamo coraggio e fiducia?

Mi soffermo per una pausa che mi permetta di prendere coscienza di questa chiave che è la mia libera volontà di aprire a tutto il flusso di salvezza che il Signore vuole veicolare in me.

Signore, fidarmi di te pienamente e con gioia, vincere ogni paura mi è possibile se tu aumenti la mia fede e ravvivi in me l’amore. Grazie!

Le parole di un grande teologo
Il tuo Figlio unigenito è venuto incontro a tutti gli esseri umani, agli abbandonati, e tutti lo siamo. Egli per tutti è nato in una stalla ed è morto in croce per tutti. Signore, destaci tutti e fa’ che siamo svegli per riconoscerlo e testimoniarlo.
Karl Barth 

Omelia per venerdì 4 settembre – Col 1, 15-16

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/10519.html

OMELIA PER VENERDÌ 4 SETTEMBRE 2009 – Col, 1,15-16

Omelia (07-09-2007) 

Eremo San Biagio

Commento su Col 1,15-16

Dalla Parola del giorno
Cristo è immagine del Dio invisibile, generato prima di ogni creatura; perché per mezzo di Lui sono state create tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili: Troni, Dominazioni, Principati e Potestà. Tutte le cose sono estate create per mezzo di Lui e in vista di Lui.

Come vivere questa Parola?
Leggere e rileggere con respiro contemplativo questa pericope significa attingere, in qualche misura, a una sorgiva di infinito. Si tratta del mistero di Gesù che non è solo il Gesù di Nazaret, che ha calpestato, come ogni uomo, le strade di questo mondo. E’ il mistero di quel Figlio, da sempre generato dal Padre, Dio da Dio, Sapienza increata che ha progettato ogni creatura. Tutto ciò che esiste: dalle gerarchie angeliche (Troni, Dominazioni, Principati, Potestà ecc) alle più piccole creature. Dalle galassie, grappoli di innumeri stelle, alla scheggia di roccia, ai fotoni e agli adoni: particelle dell’atomo invisibile a occhio nudo: tutto è stato ideato da Lui, tutto per mezzo di Lui, è stato creato.
Il Logos, cioè il pensiero e la sapienza di Dio, è venuto in questo mondo, si è fatto uomo, assumendo tutti i limiti della nostra condizione umana.
Da neonato inerme nella estrema povertà della nascita alla passione e morte di croce, Lui, Dio ha condiviso l’esperienza di un inserimento pieno e sofferto nella nostra condizione umana. Ma è rimasto Dio! Per questo ha potuto salvarci. San Paolo dice che Egli è « il principio, il primogenito di coloro che risorgono ».
Davvero « Ogni pienezza abita in Lui », Ed è entusiasmante la finalità focalizzata dall’apostolo: « per mezzo di Lui riconciliare le cose, rappacificando tutto ciò che esiste, in cielo e in terra per mezzo di Lui crocifisso e morto » Sì, la pace e la gioia possono abitare i nostri orizzonti. Sono afferrabili, purché noi ci lasciamo afferrare da Lui.

Oggi nella mia pausa contemplativa mi prendo del tempo per leggere, rileggere, possibilmente memorizzare con gioia questa pericope, in cui l’immensa grandezza di Dio amore è una cosa sola col suo progetto di salvarci, operando pace su tutti i fronti. E’ attraverso il Logos, un Dio che si fa carne e sangue e dono estremo d’amore in croce, che io sono salvato.

Signore Gesù, sapienza infinita del padre, dono dammi di contattatati qui dove vivo, nello Spirito Santo, di diventare pace in te, strumento di pace per tutti, quelli che incontro.

La voce di un Padre del deserto
Se cerchi Dio nei cieli, si trova là, nei pensieri degli angeli; se lo cerchi sulla terra si trova anche qui, nel cuore degli uomini.
Pseudo Macario 

San Paolo e Maria

sono alla ricerca di studi su San Paolo e Maria, ossia Maria negli scritti di Paolo, c’è abbastanza, ma bisogna cercare, qualche libro ce l’ho a casa, devo copiare, appena posso perché ho molti altri bei testi da PDF o da tradurre dal francese, questa è un’omelia che ho trovato sul ricco sito « Qumran », ve la propongo:

http://www.qumran2.net/parolenuove/commenti.pax?mostra_id=15337

San Paolo e Maria

don Daniele Muraro 
Mercoledì della V settimana di Pasqua (13/05/2009)
Vangelo: Gv 15,1-8  

Quello che è stato proclamato come prima lettura è l’unico brano in san Paolo in cui si parla di Maria santissima. Le tredici lettere di san Paolo contano 2029 versetti, di essi solo uno è dedicato alla persona della Madre di Gesù, questo, il numero 4 del capitolo quarto della lettera ai Galati: “Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge”. La madre del Signore non viene nemmeno chiamata per nome, ma solo menzionata come di passaggio.
Stando così le cose, sembra che a san Paolo la figura di Maria interessi minimamente e che dunque sia inutile interrogarci sull’apporto dell’Apostolo delle genti alla nostra devozione per la Madre del Signore.
Prima però di abbandonare delusi la nostra ricerca e di tirare della conclusioni indebite soffermiamoci un attimo almeno su questo frammento. Potremmo scoprirvi delle ricchezze inaspettate e rivalutare anche il messaggio di san Paolo a riguardo dell’umanità di Gesù e del mistero della sua venuta nel mondo.
Anzitutto la frase citata del versetto quattro si conclude solo nel versetto seguente, il cinque: ”Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge, per riscattare coloro che erano sotto la legge, perché ricevessimo l’adozione a figli.”
Notiamo subito che ci sono alcuni termini che ritornano. Si può stabilire un collegamento tra la prima parte della frase e l’ultima: “Dio mandò il suo Figlio… perché ricevessimo l’adozione a figli.” Similmente sono parallele le due espressioni centrali: “(il Figlio di Dio…) nato sotto la legge, per riscattare coloro che erano sotto la legge”. Resta in sospeso proprio l’espressione “nato da donna” che viene ad interrompere il collegamento fra figliolanza e sottomissione alla legge.
In sintesi il ragionamento di san Paolo si può schematizzare così: nascendo in un mondo segnato dalla corruzione del peccato anche se frenato nella sua decadenza verso il male dalla legge ricevuta sul Sinai, il Figlio di Dio si sottopose volontariamente alle dure esigenze della legge di Mosè perché noi avessimo anche la gioia di sentirci figli di Dio.
San Paolo aveva appena finito di dire che la Legge, anche la migliore possibile come quella dell’Antico Testamento, non è sufficiente per dare la salvezza. La funzione della legge è quella di un argine o di un paracarro: segnala un limite da non superare, ma non conduce alla mèta. Rende più difficile la trasgressione, ma non aiuta con nessuna spinta in avanti né attira con la forza della persuasione.
Solo la fede in Gesù salva. La legge di Mosè dunque è servita come una preparazione e una guida in vista dell’incontro con Cristo. Riprendendo un esempio dei suoi tempi san Paolo dice anche che quando si entra nella maggiore età non si ha più bisogno di precettori e pedadoghi. Tutori e amministratori esercitano il loro ufficio finché uno non entra nel pieno possesso dei suoi diritti, poi essi devono cedere il campo. Alla stessa maniera non è più necessario seguire alla lettera le norme contenute nella legge di Mosè perché Gesù ci ha elevati alla dignità di figli di Dio con tutti i privilegi conseguenti.
È un tema centrale nella predicazione di san Paolo, che egli svilupperà qualche anno più tardi nella lettera ai Romani. Per intanto ne traccia come un abbozzo, indotto a questo dal cambiamento di condotta intervenuto presso i Galati.
Essi avevano aderito con entusiasmo al Vangelo di Gesù Cristo, ma dopo qualche tempo avevano lasciato spazio ad alcuni predicatori Giudei. Pensando di far bene si erano convinti così della necessità di osservare tutte le norme in uso presso gli Ebrei.
San Paolo reagisce e ricorda ai Galati che la fede è immensamente superiore alle opere: “Questo solo io vorrei sapere da voi: è per le opere della legge che avete ricevuto lo Spirito o per aver creduto alla predicazione? Siete così privi d’intelligenza che, dopo aver incominciato con lo Spirito, ora volete finire con la carne (cioè con la materialità delle opere)? Tante esperienze le avete fatte invano? Se almeno fosse invano! Colui che dunque vi concede lo Spirito e opera portenti in mezzo a voi, lo fa grazie alle opere della legge o perché avete creduto alla predicazione?”
È dunque in un contesto polemico che san Paolo cita la madre di Gesù, come un’oasi di pace, in mezzo a tante angustie. Anche se l’espressione “nato da donna” sembra qualcosa in più che interrompe la linearità del ragionamento, san Paolo inserisce lo stesso questo inciso a cui evidentemente attribuisce un valore particolare.
Non c’è stata solo la Legge che ha accolto Gesù nel mondo, quella legge in nome della quale ad un certo punto sarebbe stato condannato. Gesù, il Figlio di Dio, è venuto nel mondo, nascendo da una donna. Il solo fatto di essere la Madre del Figlio di Dio rende questa donna particolare.
Non ci dobbiamo meravigliare che san Paolo non approfondisca il punto e non aggiunga dettagli alla sua perentoria affermazione. Non dobbiamo cercare nelle lettere di san Paolo quello che troviamo contenuto così ampiamente nei Vangeli, ossia la descrizione della vita di Gesù. Non solo san Paolo omette il nome di Maria, ma non racconta di nessuna parabola, né miracolo del Signore. Se la nostra conoscenza fosse limitata a quello che ci ha lasciato per iscritto Paolo, ignoreremmo le beatitudini e quasi ogni altro detto del Signore.
San Paolo non fu spettatore degli avvenimenti capitati nei tre anni della vita pubblica del Signore e perciò ne lascia il compito del resoconto ad altri, primi fra tutti al suo discepolo Luca.
È interessante questa cosa, perché nel terzo Vangelo noi troviamo le informazioni più ampie che abbiamo nel Nuovo Testamento sulla figura di Maria; ma, come dice lui stesso, san Luca si decise a scrivere un racconto della vita di Gesù solo dopo avere fatto accurate ricerche in proposito e avere interrogato i testimoni diretti.
L’espressione “nato da donna” dunque è come un concentrato di tutto quello che san Paolo ha da dire su Maria. Vale la pena di spiegarla seppure brevemente.
Anzitutto l’attribuzione a Gesù della qualifica “nato da donna” serve a ribadire la concretezza dell’incarnazione del Figlio di Dio, che attraverso Maria diventa veramente compartecipe della nostra condizione umana, compresa la sua peculiare fragilità. Giobbe si esprime così: “L’uomo nato da donna, breve di giorni e sazio di inquietudine, come un fiore spunta e avvizzisce”.
L’assenza di un padre umano per Gesù viene appena accennata, l’importante per san Paolo è che vi sia stata una madre. In quanto figlio di Maria Gesù appartiene al popolo eletto e alla discendenza del Re Davide. Essa assicura quindi il compimento delle promesse sul Messia salvatore.
Non solo ma sviluppando l’intuizione contenuta nella lettera ai Romani in cui san Paolo stabilisce un confronto fra Adamo e Gesù è possibile stabilire un paragone fra Eva e Maria. La dicitura “donna” quindi richiamerebbe anche la prima donna. Come Eva fu la madre di tutti i viventi, così Maria a motivo del suo Figlio diventa la Madre di tutti i rendenti.
Scrive san Paolo: “Come la disobbedienza di un solo uomo (Adamo) ha reso tutti peccatori, così l’obbedienza di uno solo (Gesù Cristo) renderà tutti giusti » e sant’Ireneo fa eco: « Ciò che la vergine Eva legò con la sua incredulità, la vergine Maria sciolse con la sua fede » Eva si lasciò sedurre e disobbedì, questa si lasciò persuadere e ubbidì. In tal modo la vergine Maria poté divenire avvocata della vergine Eva.
“Il nemico infatti” dice ancora sant’Ireneo “non sarebbe stato sconfitto secondo giustizia, se il vittorioso non fosse stato un uomo nato da donna, poiché fin dall’inizio della storia il demonio ha dominato sull »uomo per mezzo di una donna, opponendosi a lui col suo potere.
Per questo si proclama Figlio dell’uomo, egli che ricapitola in sé l’uomo primordiale, dal quale venne la prima donna e, attraverso questa, l’umanità. Il genere umano era sprofondato nella morte causa dell’uomo sconfitto. Ora risaliva alla vita a causa dell’uomo vittorioso.”
Da San Paolo dunque possiamo imparare che la devozione a Maria è strettamente collegata alla fede nel suo Figlio e nostro Salvatore e che al contrario di essere una pratica confinata ai margini del nostro credo la nostra preghiera a Maria abbraccia l’intera storia del mondo, come anche la Madonna stessa apparendo a Fatima ci ha fatto capire…

Omelia domenica XVII del T.O. – mons Riboldi (2006 anno B)

dal sito:

http://www.vescovoriboldi.it/Omelie/2006/lug/300706.htm

Omelia del giorno 30 Luglio 2006

XVII Domenica del Tempo Ordinario (Anno B)

Una umanità che ha fame

C’è una realtà davanti a cui vorremmo chiudere gli occhi per non vedere, le orecchie per non sentire, è quella di milioni di fratelli e sorelle che in ogni parte della terra pare si rivolgano a noi per chiedere un pezzo di pane. E per pane intendiamo tutto quello che è vita: dalla possibilità di mangiare e bere, alla possibilità di esercitare il diritto dovere del lavoro e quindi conoscere la bellezza di una famiglia, ancora di più scoprire il vero senso della vita, perché tante volte si ha tutto e si “ha fame” della felicità, dell’amore.

E nessuno, davanti alla giustizia e a Dio può chiudere porte e finestre a questa moltitudine che ci interpella.

Chi di noi non ha incontrato un fratello o una sorella che tende la mano o bussa allo nostra porta per conoscere almeno la pietà?

E ancora di più, chi non ha incontrato fratelli, sorelle, amici magari, che non cercano il pane materiale, ma quel pane dell’anima che solo Dio può darci e dà tante volte attraverso la nostra bontà?

“Non chiedo nulla a nessuno, mi diceva un giorno una giovane, riesco a tirare avanti i miei giorni, anche se con tanta difficoltà. Non tutti nascono con la fortuna di avere tutto e non tutti hanno la possibilità di farti partecipare al bene che hanno: ma cerco chi mi ascolti e mi accolga e mi offra un pezzo di pane che è l’affetto, tante volte più necessario del pane fatto di farina. Ma come è difficile trovare queste persone. E la vera bontà è qui”.

Rovistando nei ricordi della mia vita, ci fu un lungo tempo in cui, dopo il terremoto, si era tutti costretti a vivere in anguste baracche che sembravano fatte per negare la speranza. Era difficile per me, loro padre, parlare di Pane del cielo. Ci provavo tante volte, recandomi frequentemente nelle loro baracche, dove si radunavano in attesa di parole di speranza. Facevo loro catechesi: parlavo dell’amore di Dio, della Provvidenza. Mi ascoltavano attenti. Ma alla fine, congedandosi, mi rivolgevano la domanda che era il “solo pane che credevano necessario”: “Ma quando si ricostruiranno le nostre case?” Capivo che quella povertà impediva di guardare in Alto.

Venne il momento della ricostruzione: sorsero le prime case e quindi sembrava avessero raggiunto il tutto della vita. Ma presto si rivelò che la casa non era il tutto. C’era un di più che andava oltre la casa, oltre questa nostra vita, ossia la gioia di Dio. Racconta Giovanni l’apostolo, nel Vangelo: “Gesù andò dall’altra parte del mare di Galilea, cioè di Tiberiade, e una grande folla lo seguiva vedendo i segni che faceva sugli infermi. Gesù salì sulla montagna e là si pose a sedere con i suoi discepoli…Alzati quindi gli occhi, Gesù vide che una grande folla veniva da Lui e disse a Filippo: “Dove possiamo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?. Diceva questo per metterlo alla prova: egli infatti sapeva bene quello che stava per fare”. In soccorso alla povertà di Gesù e dei suoi discepoli viene Andrea con una frase che svela la povertà di tutto il mondo ieri, oggi e il poco che possiamo fare. “C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci: ma cos’è questo per tanta gente?” E Gesù disse: “Fateli sedere”. “C’era molta erba in quel luogo. Si sedettero dunque ed erano circa cinquemila uomini. Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li distribuì a quelli che si erano seduti e lo stesso fece dei pesci, finché ne vollero. E quando furono saziati, disse ai discepoli: Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto. Li raccolsero e riempirono dodici canestri, con i cinque pani d’orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato. Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, cominciò a dire: Questi è davvero il profeta che deve venire nel mondo! Ma Gesù, sapendo che stavano per venire a prenderlo per farlo re, si ritirò sul monte, tutto solo” (Gv 6, 1-15).

Gesù non aveva voluto sottrarsi alla carità, che in quel momento gli suggeriva quella moltitudine che era accorsa per sentirlo, certamente per vedere i grandi segni di guarigione che operava, ma non andava oltre.

Lo cercavano forse per ragioni che stavano a cuore a Gesù, che non si sottraeva alla compassione della gente, ma non era “la ragione” del suo essere tra di loro. Dio va sempre oltre i segni di amore, che si fermano a questa vita: i suoi sono come l’invito a seguirLo oltre, dove non ci sarà più fame, il Cielo. E proprio partendo da questo prodigio, verrà il momento in cui farà il discorso stupendo, il discorso che “va oltre”, dicendo: “Io sono il pane della vita”. E’ allora che la mentalità dell’uomo, davvero terrena, sarà incapace a seguirLo e Lo abbandonerà. Il discorso della Eucarestia.

Come è uguale la gente di oggi e di sempre a quella folla, che forse vede in Dio solo uno che fa segni risolvendo problemi della terra, ma è incapace di accogliere il grande discorso della santità.

Certo è stata una meravigliosa lezione, che va bene per tutti noi, quello di preoccuparsi o di occuparsi dei “poveri”, ossia di una moltitudine che manca del necessario. La carità temporale è una realtà che continuamente bussa alla porta di tutti. Guai a fare finta di non vedere. Faremmo la figura del sacerdote e del levita che sulla strada che, da Gerusalemme conduce a Gerico, incontrano l’uomo semivivo, derubato, maltrattato e abbandonato. La morte di quel povero uomo, che poteva venire salvato dalla carità, sarebbe stata la condanna che Gesù pronuncerà nel giudizio universale. Occorre essere capaci di interrompere il ritmo della nostra quotidianità e fermarsi, scendere dalla nostra tranquillità, per riportare a vita il semivivo.

E di poveri che vivono sotto la soglia della sopravvivenza ce n’è dappertutto. Il mio pensiero corre, con il vostro, ai tanti che fuggono dai loro paesi, e cercano sicurezza tra di noi, ossia gli immigrati. E non sempre trovano accoglienza.

Quando ero parroco, d’estate, mi recavo a visitare i tanti nostri fratelli che cercavano lavoro e quindi sostentamento alle famiglie in Germania, Svizzera. Stavo con loro per giorni, condividendo la misera provvisorietà, in attesa di riuscire a dare serenità ai loro cari. E quante volte più che di sdegno, mi sono sentito il cuore colmo di lacrime, nel vedere come venivano questi emigrati sopportati, usati, ma non considerati. E mai dimenticherò che un giorno di festa volendo seguirli in una serata presso un meraviglioso parco, mi vidi respinto con loro da un cartello che diceva: “Vietato ai cani e agli italiani”. Se questa è civiltà…non certamente carità!

Che non succeda a nessuno lo stesso. Saremmo davvero lontani dall’esempio di Gesù che ebbe compassione dei cinquemila che erano accorsi a Lui e li sfamò.

Ma c’è un mondo di poveri di cuore, poveri di serenità, poveri di gioia. Una moltitudine che si sente sola, come non esistesse o non ci fosse posto nel cuore di chi è vicino. Vivono in un mondo popoloso come non esistessero e cercano disperatamente qualcuno che si accorga almeno che esistono e doni il pane del sorriso e della amicizia. E’ anche a questa moltitudine che Gesù ci invita a “dare da mangiare”.

Ripenso al cuore dei santi della carità, cominciando se volete da Madre Teresa di Calcutta. Sembrava avesse due braccia immense che sapevano accogliere tutti i poveri del mondo. Non aveva paura del come dare da mangiare. Sapeva che Dio riempiva i cesti. “Un giorno, mi raccontò, avevo bisogno a Calcutta di un medicinale che si poteva trovare solo in America. Non sapevo che fare. Il mattino aprendo la porta trovai un cesto pieno di tante cose e bene in vista, sopra tutte, vi era il medicinale che cercavo”. Se questo non è “collaborazione della bontà di Dio” con quella dell’uomo, non saprei proprio come definire Dio amore.

E Dio lo fa sempre quando si incontra con la povertà di chi vorrebbe donare. Manda sempre chi sa riempire le mani per riempire mani di altri. Come sarebbe bello fare sentire che Dio è così vicino.

Vorrei dirlo in questo momento, a chi si sente “povero di cuore”, che occorre alzare gli occhi al Padre e incontreremo anche colui di cui Dio si serve per comunicare quella gioia che il pane del mondo non sa dare.

Scriveva Quoist: “Non ci siamo ancora adeguati al modo di agire del Padre. E’ umiliante avere continuamente bisogno degli altri, è esaltante scoprire che gli altri hanno bisogno di noi. Non dobbiamo metterci in condizione di chi possiede dei beni, e “si occupa” di chi non ne ha, ma di chi desidera spartire da pari a pari. Non dobbiamo essere sempre coloro di cui si ha sempre bisogno, ma coloro che a volte hanno bisogno degli altri. Non dobbiamo essere coloro che danno sempre senza tregua, ma coloro che guidano e inducono altri a donare. Quando aiutiamo qualcuno a superarsi, lo facciamo diventare maggiormente uomo e persona, figlio libero e generoso come lo desidera il Padre. Cosa possiamo dare di più bello all’uomo che “l’essere uomo?”

Signore aiutaci a prodigarci di meno, ma non ad amare di meno. Aiutaci a rendere grandi gli altri, mentre noi diventeremo piccoli, a dare di meno e a chiedere a loro di più, a renderli atti a salvare invece che a salvarli. Allora, Signore, noi saremo non benefattori, non dei padri, ma dei fratelli per i nostri fratelli” (Appuntamento con Cristo).

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 25 juillet, 2009 |Pas de commentaires »

Omelia per la festa di San Giacomo apostolo (25 luglio) (citazione 2Corinzi)

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/Detailed/20090725.shtml

Omelia (25-07-2007)
 
Monaci Benedettini Silvestrini
Servizio e martirio

Il colloquio che si svolge nel brano evangelico, scelto per la festa dell’apostolo Giacomo, è fin troppo chiaro nell’indicarci lo spirito con cui ci si deve mettere al servizio del Vangelo. Le categorie del pensare e dell’agire comuni sono rovesciate, così come lo sono nella seconda lettera ai Corinzi. Provate a considerare quale messaggio radicale e in controtendenza ci viene da questi passi. Si parla di croce, di morte, di sofferenza, e tutto questo vissuto nella speranza che « colui che ha risuscitato il Signore Gesù, risusciterà anche noi con Gesù », ed ancora si dice che se si vuole comandare bisogna servire, che i primi posti da ricercare sono quelli che ci mettono a servizio dell’altro. Tentiamo di rileggere la nostra vita cristiana alla luce di questa parola e a pensare all’incidenza che termini quali quelli proposti hanno nei nostri comportamenti quotidiani: nel rapporto con la mia comunità parrocchiale, con la mia famiglia, nell’ambito del mio lavoro e in fondo con me stesso. Sì perché il ricercare spasmodicamente il primo posto, in ordine al potere e non al servizio, potrebbe anche voler dire non sentirsi capaci di « habitare secum », espressione dei Dialoghi di Gregorio Magno e cara alla tradizione benedettina, con cui si vuole indicare la possibilità di un animo pacificato di stare solo e di non dover provare necessariamente qualcosa a qualcuno. Scoprire i propri punti deboli è già un passo per poterli gestire e per conviverci. Forse anche Giacomo, dalla risposta di Gesù, si sarà sentito infastidito ed anche mortificato, ma il suo martirio ci dimostra che quell’insegnamento di Gesù è stato recepito e vissuto fino alle estreme conseguenze. 

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 24 juillet, 2009 |Pas de commentaires »

Omelia per la XVI domenica del Tempo 0rdinario (2003 anno B)

dal sito:

http://users.skynet.be/bs775533/Armand/2002-2003/b16-2003-ita.htm

20 luglio 2003 – XVI domenica « B »
Ger 23, 1-6; Ef 2, 13-18; Mc 6, 30-34

O M E L I A

            Nel Vangelo di domenica scorsa  Gesù aveva inviato i suoi discepoli a due a due: Aveva dato loro autorità sugli spiriti impuri, vale a dire il potere di guarire. Ma non aveva dato loro ordine di insegnare. Ricordiamo che ciò accadeva agli inizi della vita pubblica di Gesù, e che egli aveva appena cominciato a formare i suoi discepoli.  Questi tuttavia fecero molto più di quanto Gesù aveva chiesto loro di fare. Non solo insegnarono, ma guarirono, facendo delle unzioni di olio e imponendo le mani.  Questi simboli, che rinviavano alla regalità davidica, generarono evidentemente nel popolo la speranza di una restaurazione nazionale, con la venuta di un messia-re.

            Non sorprende dunque che, allorché i discepoli tornano e riferiscono tutto quanto hanno fatto e insegnato, ciò non susciti da parte di Gesù alcuna reazione di gioia né alcuna felicitazione. Essi hanno usurpato un ruolo che non appartiene a loro. Occorre ricordare infatti che, in tutto il Vangelo di Marco,  l’attività di insegnare è rigorosamente riservata a Gesù, il quale non la esercita  se non nei confronti dei Giudei.

            Poiché  i discepoli hanno risvegliato nel popolo la speranza in un messia nazionalista che li libererà dall’oppressore, non sorprende che la folla li segua. Sono loro che la folla cerca, e non Gesù. Gesù deve dunque distoglierli da questo falso successo e inizio ambiguo e ricondurli al deserto  per riprendere – o piuttosto per cominciare – la loro formazione. “Venite in disparte in un luogo deserto e riposatevi un po’ ”. Il verbo “Venite” è un’allusione alla loro prima vocazione (Venite, seguitemi) e l’invito al riposo è un’allusione a Isaia 14,3 (si veda specialmente il testo greco dei Settanta) in cui la parola “riposo” designa la liberazione dalla schiavitù di Babilonia. I discepoli hanno ancora bisogno di essere liberati  dalla loro visione, ormai superata, del Messia atteso.

            Quando, sull’altra riva, Gesù ritrova la stessa folla che corre appresso ai discepoli e al loro insegnamento, è preso da pietà, perché vede quella gente come pecore senza pastori. E allora si mette ad insegnare loro, ciò che lui solo può fare.

            Nel Popolo d’Israele la figura del capo come pastore si era imposta a partire dall’epoca di Davide, che da pastore era stato fatto re. Ma i peccati dei re (che consideravano il popolo come loro proprietà) e del popolo stesso, avevano condotto all’esilio.  Nella prima lettura che abbiamo ascoltato, Geremia annuncia che Dio libererà il suo popolo dall’esilio, e che non soltanto gli darà dei pastori secondo il suo cuore, ma che gli susciterà un discendente di Davide che sarà il vero pastore, che condurrà il popolo verso la sicurezza sulla sua terra e che sarà lui stesso “giustizia”.

            Forse dovremmo leggere alla luce di questo testo del Vangelo la situazione attuale della Chiesa in quelle parti del mondo in cui essa era in altri tempi forte e potente e dove ora è di nuovo ridotta a un “resto”. Forse i cristiani – compresi i loro pastori – hanno annunciato troppo se stessi ? Forse hanno annunciato troppo la Chiesa con la sua missione e i suoi privilegi, e non hanno annunciato abbastanza Cristo ? Forse hanno troppo attratto le folle a loro stessi, insegnando loro ciò di cui sentivano allora il bisogno ? Ed è forse per questo che ora noi conosciamo un deserto.  E’ forse Gesù che chiama tutta la sua Chiesa al deserto, per formarla o ri-formarla lui stesso.

            Nel frattempo, Gesù resta pieno di misericordia e di tenerezza per le folle senza pastori e le istruisce lui stesso in mille modi, parlando al cuore  di ogni persona di buona volontà. Mettiamoci tutti all’ascolto del suo insegnamento, ascoltando ciò che dice al cuore di ogni uomo e di ogni donna.

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omelia per la stessa domenica dell’anno 2000 : in francese  e in italiano sul sito.

Armand VEILLEUX

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 19 juillet, 2009 |Pas de commentaires »

Omelia per il 5 luglio (XIV T.O.)

questo bel commento, almeno per me, il sito lo propone per la messa di domani, XIV T.O.:

http://www.lachiesa.it/calendario/Detailed/20090705.shtml

Omelia (06-07-2003) 
Eremo San Biagio

Dalla Parola del giorno
Uno spirito entrò in me, mi fece alzare in piedi, e io ascoltai colui che mi parlava. Mi disse: « io ti mando agli israeliti, a un popolo di ribelli, che si sono rivoltati contro di me »…Ascoltino o non ascoltino – perché sono una genia di ribelli – sapranno almeno che un profeta si trova in mezzo a loro».

Come vivere questa Parola?
Solitudine debolezza e ostilità sono il prezzo che il profeta deve pagare per rendere testimonianza alla Parola del Signore, come ci annuncia la liturgia odierna. Così è per Ezechiele inviato da Dio ad una genia di ribelli, così per l’apostolo Paolo segnato da « una spina nella carne » e « schiaffeggiato da un inviato di satana » affinché la potenza di Dio si manifesti nella sua debolezza, così infine anche per Gesù, avversato « nella sua patria » e disprezzato dai nazaretani sconvolti e scandalizzati per il suo insegnamento.
L’esperienza sofferta di Ezechiele, l’umiliazione di Paolo e il disprezzo riservato allo stesso Signore Gesù ci fanno ben comprendere come la vita cristiana, in se stessa missione profetica, non è esente da « oltraggi, infermità, persecuzioni, angosce ». Anzi, garanzia di autenticità è proprio il sigillo della sofferenza. Ma non fine a se stessa, perché sarebbe masochismo. Il testo paolino ci segnala quel compiacimento nel dolore sofferto « per Cristo », che ci rende addirittura beati. Non è forse Gesù che nel Discorso della montagna ha proclamato: « Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia »?
Per Cristo, per causa sua! Inutile sarebbe la fatica del nostro correre se la meta non fosse il Cristo, dal quale siamo stati conquistati. Sterile la vita stessa se i tralci delle nostre vicende fossero recisi dalla Vite-Gesù. Lasciamo dunque che dimori nella nostra debolezza la Sua potenza, consentendo allo Spirito di entrare in noi per essere abilitati ad ascoltare la Parola del Signore, ritti in piedi come Ezechiele, nella dignità di essere, per grazia, profeti di Dio tra la gente.

Oggi, concedendomi una sosta contemplativa più prolungata, mi acquieterò nelle profondità del cuore per stare con il Signore e percepirmi profeta tra la gente, inviato da Lui in qualità di testimone della sua potenza, perché il mondo creda. Questa la mia preghiera:

Consensi o disprezzi lascino in me, o Signore, la serena consapevolezza di essere semplicemente uno strumento nelle tue mani, scevro da esaltazione e piagnistei. Mia gloria sia l’accogliere la debolezza come forza misteriosa che manifesta la potenza del Tuo amore provvido.

La voce di una sconcertante mistica del XX° secolo
Non cercare di non soffrire né di soffrire di meno, ma di non essere sconvolto dalla sofferenza. La suprema grandezza del cristianesimo viene dal fatto che esso non cerca un rimedio soprannaturale contro la sofferenza, ma un uso soprannaturale della sofferenza.
Simone Weil 

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 4 juillet, 2009 |Pas de commentaires »
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