Archive pour la catégorie ''

Omelia per la VI domenica di Pasqua b

vi propongo l’omelia del Vescovo Antonio Riboldi, dal sito:

http://www.vescovoriboldi.it/Omelie/2006/mag/210506.htm

Omelia del giorno 21 Maggio 2006

VI Domenica di Pasqua (Anno B)

di DON ANTONIO RIBOLDI

Voi siete miei amici
 

Ci sono pagine del Vangelo in cui Gesù svela quel meraviglioso e a volte misterioso santuario che è il nostro cuore. E’ lì che l’uomo, tutti noi, davvero narriamo ogni giorno le nostre gioie e le nostre speranze, le nostre angosce e le nostre sofferenze. E’ lì che domina su tutto, come “impronta del Padre che ci ha creati a Sua immagine e somiglianza”, la nostra vera natura, ossia un amore ricevuto e donato.

Direbbe Paolo, l’apostolo, nella sua lettera ai Corinzi: tutto passa, ma la carità resta per l’eternità. L’amore, possiamo dirlo con franchezza, non solo è il “sigillo” di Dio, ma dovrebbe essere il “sigillo di ogni uomo”.

Chi di noi infatti non sente il bisogno, come l’aria dell’anima, di amare ed essere amato?

Purtroppo l’egoismo è capace a volte di mettere al posto della amicizia, di questo immenso bisogno di amore, le cose che non hanno anima, e quindi sono mute…come l’ambizione, il danaro, il piacere.

Ero stato invitato un giorno a cena da una famiglia. Aveva una bella villa circondata da un meraviglioso parco, il tutto protetto da un muro di cinta con tanto di telecamere per la sicurezza. Un uomo che, diremmo oggi, aveva tutto…ma nella nostra meraviglia per tutto questo, l’amico che mi aveva invitato, improvvisamente ebbe come un sussulto d’anima e con infinita amarezza, che non riusciva a trattenere, disse: “E’ vero, oggi ho tutto quello che un uomo può desiderare: casa, danaro famiglia. Ho sudato una vita per costruire tutto questo, sacrificando amicizie, a volte persino ho come sfrattato Dio, pensando che non c’era posto per Lui nella mia corsa a questo benessere. Ora mi sento come uno cui manca tutto. Uno che passa le notti fissando le telecamere per la paura che qualcuno venga a distruggere con la rapina questo stupido, inutile paradiso. E quello che più mi manca è l’amicizia”.

Aveva ragione. Se c’era un meraviglioso tesoro quando le nostre famiglie erano “povere” di cose, ma ricche di figli e di fede, era il tanto, ma tanto posto, per la fede, l’accoglienza, la gioia. Si viveva in una comunità, dove tutti ci si conosceva e si era amici, pronti gli uni gli altri a farsi in quattro perché a nessuno mancasse almeno la certezza che non era solo nella gioia e nel dolore.

La Parola di Dio oggi, sia nella lettera di Giovanni sia nel discorso di Gesù nell’ultima cena, è una solenne dichiarazione di amore che non è fondata sulla sabbia, come sono tante nostre affermazioni, ma sulla roccia del Cuore di Dio.

Possiamo facilmente immaginare il clima dell’Ultima Cena di Gesù con i suoi, prima di avviarsi verso la dimostrazione di cosa voglia dire “essere amico”, ossia dare la propria vita per renderci felici: e Gesù era atteso di lì a poco a iniziare il durissimo cammino verso il Calvario e quindi la crocifissione. Certamente davanti al suo Cuore, angosciato (lo dirà nella agonia del Getsemani) sfilavano le cattiverie, fino al disumano, di cui siamo capaci quando in noi viene meno l’amore. Ogni parola in quella Cena pesa come un testamento prezioso, affidato ad ognuno di noi: un testamento in cui si scriveva ciò che siamo chiamati ad essere e tante volte non siamo.

Così parla Gesù agli apostoli ieri, e oggi a noi. “Come il Padre ha amato me, così anch’io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena. Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io ho amato voi. Nessuno ha un amore più grande di questo, dare la vita per i propri amici. VOI SIETE MIEI AMICI, se farete ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone: ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio, l’ho fatto conoscere a voi. Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga: perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. Questo io vi comando: amatevi gli uni gli altri” (Gv 15,9-17).

Mentre scrivo queste parole, mi sento come uno dei discepoli seduti a tavola nel cenacolo con Gesù, maestro di amore, dono di amore, fonte di amicizia. Sento con voi la povertà dell’uomo che “ha sete del Dio vivente” ossia dell’amore, e lo cerca con passione.

Le parole “amatevi come il Padre vi ama”. Come posso misurare l’immensità dell’amore del Padre? Ci credo almeno che Lui mi vuole un bene che nulla e nessuno può dare…nemmeno una briciola?

E parla non di un amore che conosce la fragilità nostra, ma di un amore che contiene tutto il bene possibile per noi: un amore che va oltre i confini di questa vita: un amore che non si spaventa se a volte deve condividere “la passione di Gesù” nel dare la vita.

“Mi sento talmente nel Cuore di Dio – mi confidava un giorno un mio caro amico missionario, la cui vita era uno specchio di cosa voglia dire “rimanere nell’amore di Dio” – che non ho alcuna paura. A volte contemplando questo amore mi sento sollevare da terra. E’ bello, troppo bello, avere per amico Gesù”. E quel carissimo amico, mandato in missione, , si diede totalmente alla difesa dei poveri che venne, dopo pochi mesi, ucciso ed ora gode dell’amicizia fissando il volto di Dio.

Sempre immaginando di essere a tavola con Gesù, e questo avviene nella Eucarestia, le nostre parole sembrano fastidioso rumore, nel sentire Gesù ripetermi: “Voi siete miei amici…se fate ciò che vi comando…” Ed ancora, come a sottolineare le parole: “Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone, ma vi ho chiamato amici, perché tutto quello che ho udito dal Padre mio, l’ho fatto conoscere a voi”.

Non so cosa dicano a voi, carissimi, queste parole che oggi, dico oggi, rivolge a noi Gesù: “Vi chiamo amici…siete miei amici”.

So quello che vuol dire la vera amicizia, anche sul piano umano: vuol dire condividere tutto con l’amico, gioie e dolori; vuol dire non essere soli, ma contare sull’amore di chi sarà sempre vicino fino all’eternità.

Sappiamo tutti che l’amicizia di Gesù è camminare con Lui, fino a salire sulla croce sua, ossia conoscere la prova dell’amore capace di offrire la vita.

A volte forse si vorrebbe che l’amore di Dio ci risparmi quelle prove che sono “la valle oscura” che tutti a volte siamo chiamati ad attraversare. Quei momenti in cui sembra che Dio ti abbia voltato le spalle e non si interessi più di te. Quanta gente, davanti alla sofferenza, si è ribellata a Dio, rinunciando al suo amore…senza sapere che quella sofferenza fa parte di un piano di salvezza, duro se vogliamo, ma in cui Lui si fa nostro Cireneo, o prende il posto di Maria sotto la croce, la nostra croce.

Ho conosciuto, sul piano umano, persone che hanno voluto bene a qualche persona: il marito, la moglie, un figlio, un amico, da non fuggire nella loro sofferenza, ma condividendola fino in fondo. Oltre la stessa morte. Una fedeltà che è la natura della amicizia, come quella di Dio per noi.

Giovanni l’Evangelista, quella sera era vicino a Gesù a tavola e fu lui che poggiò il suo capo sul petto di Gesù per sapere chi lo avrebbe tradito. E’ lo stesso discepolo che visse l’amicizia fin sotto la croce. Lui, educato alla amicizia alla scuola del Maestro, così scrive nella sua prima lettera: “Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio: chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama, non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore. In questo si è manifestato l’amore di Dio per noi: ha mandato il suo unigenito Figlio nel mondo, perché noi avessimo la vita per lui. In questo sta l’Amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è Lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio unigenito come espiazione per i nostri peccati” (1 Giov. 4,7-10).

Carissimi, che mi seguite da tempo nella riflessione, e vi considero tutti legati a me dal dolce vincolo dell’amicizia, questa sera voglio dirvi come Gesù: “Voi siete miei amici perché tutto quello che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi”. Mi resta l’augurio fatto da Gesù ai suoi: “Rimanete nella nostra amicizia”. Fa davvero bene.

Prego con Madre Teresa di Calcutta, grande esperta di questo amore:

Signore, insegnami a non parlare come un metallo squillante o come uno strumento che suona a vuoto, ma con amore. Dammi la fede che muove le montagne, ma con amore. L’amore che è paziente e sempre premuroso, mai presuntuoso o permaloso. L’amore che gode nella verità, che sempre perdona, ama, perdona, sopporta.

Fa’ che alla fine dei giorni, quando tutto apparirà chiaro, io possa essere stata un umile riflesso del tuo amore”. 

Antonio Riboldi – Vescovo –

OMELIA PER LA V DOMENICA DI PASQUA

dal sito:

http://www.qumran2.net/parolenuove/commenti.pax?mostra_id=2425

OMELIA PER LA V DOMENICA DI PASQUA

Commento Giovanni 15,1-8

mons. Vincenzo Paglia 

V Domenica di Pasqua (Anno B) (18/05/2003)

E’ la quinta domenica « di » Pasqua; ossia la quinta volta che torna lo stesso ed unico giorno di Pasqua. Ed è così per tutte le domeniche. Esse tornano fedelmente, quasi segno della fedeltà di Dio; tornano anche se tante volte siamo noi ad essere assenti; tornano perché possiamo restare nel giorno di Pasqua e incontrare Gesù risorto.
Per questo gli antichi cristiani ripetevano: « non possiamo vivere senza la domenica », ossia « non possiamo vivere senza incontrare Gesù risorto ». Potremmo, allora, applicare anche alla domenica e ai giorni della settimana la parabola odierna della vite e i tralci, somigliando la vite alla domenica e i tralci agli altri giorni. Quest’ultimi restano senza frutto se non sono vivificati dallo spirito che riceviamo nella santa liturgia della domenica. Restare nella domenica, ossia conservare nel cuore quello che vediamo, ascoltiamo e viviamo nella santa liturgia, vuol dire rendere più fruttuosi i giorni della settimana.
La liturgia di questa domenica sottolinea la necessità di « rimanere » in Gesù, un tema particolarmente caro all’apostolo Giovanni. Nella sua prima lettera afferma: « Chi osserva i suoi comandamenti dimora in Dio ed egli in lui ». E nella parabola della vite i tralci i termini « rimanere » e « dimorare » ne sono il cuore. L’immagine della vigna, nel suo simbolismo religioso, era molto nota ai discepoli di Gesù. Uno degli ornamenti più vistosi del tempio eretto a Gerusalemme da Erode e che Gesù frequentò era appunto una vite d’oro con grappoli alti come un uomo. Ma soprattutto nelle Scritture il tema della vigna era tra i più significativi per esprimere il rapporto tra Dio e il suo popolo. Isaia, nel mirabile « canto della Vigna » descrive la delusione di Dio nei confronti di Israele, sua vigna, che aveva curato, piantato, vangato, difeso, ma dalla quale non ha avuto altro che frutti amari. Geremia rimprovera il popolo d’lsraele: « Io ti avevo piantata come vite feconda e tutta genuina. Come mai sei diventata una vite aspra, selvatica e bastarda? » (2, 21).
Nelle parole di Gesù, c’è un cambiamento piuttosto singolare, la vite non è più Israele, ma lui stesso: « Io sono la vera vite ». Nessuno l’aveva mai detto prima. Per comprendere appieno queste parole è necessario collocarle nel contesto dell’ultima cena, quando Gesù le pronunciò.
Quella sera il discorso ai discepoli fu lungo, complesso e con i toni di gravità propri degli ultimi momenti della vita: un vero e proprio testamento. Nel primo discorso chiarisce chi è la vera guida del popolo del Signore; e dice: « Io sono il buon pastore ». Subito dopo, iniziando il secondo discorso, afferma: « Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiolo ». Gesù si identifica con la vite, specificando che è la « vera » vite; ovviamente per distinguersi dalla « falsa ».
Ma non è una vite isolata. Gesù aggiunge: « io sono la vite e voi i tralci ». I discepoli sono legati al Maestro e sono parte integrante della vite: non c’è vite senza tralci, e viceversa. Potremmo dire che il legame dei discepoli con Gesù è appunto come quello della vite con i tralci, essenziale e forte. E’ un legame che va ben oltre i nostri alti e bassi psicologici le nostre buone o cattive condizioni. L’antico segno biblico della vigna riappare qui in tutta la sua forza. Con Gesù nasce una vigna più larga e più estesa della precedente e soprattutto percorsa da una nuova linfa’, l’agape, l’amore stesso di Dio. La forza di questo amore è dirompente: permette di produrre molto frutto. Dice Gesù: « In questo è glorificato il padre mio: che portiate molto frutto ».
Il Vangelo prosegue: « Ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto ». Sì, proprio quelli che « portano frutto », conoscono anche il momento della potatura. Sono quei tagli che di tempo in tempo, appunto come accade nella vita naturale, è necessario operare perché possiamo essere « senza macchia » (Ef 5, 27). Il testo evangelico non vuol dire che Dio manda dolori e sofferenze ai suoi figli migliori per provarli o purificarli. No, non è in questo che va intesa la potatura, il Signore non ha bisogno di intervenire con le sofferenze per migliorare i figli. La verità è molto più piana. La vita spirituale è sempre un itinerario o, se si vuole, una crescita. Ma non è mai né scontata né naturale, e non è un progresso univoco.
Ognuno di noi ha l’esperienza della crescita in se stesso di frutti buoni assieme a sentimenti cattivi, ad abitudini egoistiche, ad atteggiamenti freddi e violenti, a pensieri malevoli, a spinte di invidia e di orgoglio.:. E’ qui che si deve potare, e non una volta sola, perché sempre si ripresentano questi sentimenti, seppure in modi e con manifestazioni diverse. Non c’è età della vita che non esiga cambiamenti e correzioni, e quindi potature.
E’ la condizione per portare frutto per non seccarsi ed essere quindi tagliati e bruciati. Forse quella sera i discepoli non capirono, magari, si saranno chiesti: « ma che vuol dire rimanere con lui se sta per andarsene? » In verità, Gesù indicava una via semplice per restare con lui; si rimane in lui se le « sue parole rimangono in noi ». E’ la via che intraprese Maria, sua madre, la quale « conservava nel suo cuore tutte queste cose ». E’ la via che scelse Maria la sorella di Lazzaro, che restava ai piedi di Gesù.
E’ la via tracciata per ogni discepolo. Nella tradizione bizantina c’è una splendida icona che riproduce plasticamente questa parabola evangelica. Al centro è dipinto il tronco della vite su cui è seduto Gesù con la Scrittura aperta. Dal tronco partono dodici rami su ognuno dei quali è seduto un apostolo, con la Scrittura aperta tra le mani.
E’ l’icona della nuova vigna, l’immagine della nuova comunità che ha origine da Gesù, vera vite. Quel libro aperto che sta nelle mani di Gesu è lo stesso che hanno gli apostoli: è la vera linfa’ che permette di « non amare a parole né con la lingua. ma coi fatti e nella verità ».

Omelia pronunciata da fra Frédéric Manns al funerale di fra Michele Picirillo ofm (spiego perché), dal sito:

come ho scritto sotto « news » i discorsi del Papa li sto postando sul Blog « In cammino verso », se volete li potete leggere li oppure sulsito della Custodia di Terra Santa, ho messo il link, poi lo metto anche sotto link perché è molto interessante, secondo me, su questo Blog, invece, desidero mettere l’ « Omelia pronunciata da fra Frédéric Manns al funerale di fra Michele Picirillo ofm », conoscete un poco Padre Manns, perché ho messo alcuni sui studi, non tutti perché alcuni non riguardano San Paolo – altri, che non riguardano San Paolo potete trovarli sull’altro Blog sotto la categoria « Padre Manns » – se avete visto già la vista del Papa al monte Nebo, o leggerete il discorso vedrete che parla di Padre Piccirillo, io personalmente non l’ho conosciuto,
ho ascoltato qualche lezione (poche) di Padre Manns, ma il pensiero di questo grande studioso e Padre francescano mi ritorna alla mente, così come altri, alcuni già morti, alcuni che ho conosciuto, altri no, che hanno fatto tanto per recuperare la storia, l’archeologia, gli studi sull Terra Santa;

« comunque » vi metto la:

Omelia pronunciata da fra Frédéric Manns al funerale di fra Michele Picirillo ofm, dal sito:

http://www.custodia.org/spip.php?article4136

Basilica di Sant’Antonio, Via merulana – Roma – 29 ottobre 2008

“Poi Mosè salì dalle steppe di Moab sul monte Nebo, cima del Pisga, che è di fronte a Gerico. Il Signore gli mostrò tutto il paese: Gàlaad fino a Dan, tutto Nèftali, il paese di Efraim e di Manàsse, tutto il paese di Giuda fino al Mar Mediterraneo e il Negheb, il distretto della valle di Gerico, città delle palme, fino a Zoar. Il Signore gli disse: «Questo è il paese per il quale io ho giurato ad Abramo, a Isacco e a Giacobbe: Io lo darò alla tua discendenza. Te l’ho fatto vedere con i tuoi occhi, ma tu non vi entrerai!».?Mosè, servo del Signore, morì in quel luogo, nel paese di Moab, secondo l’ordine del Signore. Fu sepolto nella valle, nel paese di Moab, di fronte a Bet-Peor; nessuno fino ad oggi ha saputo dove sia la sua tomba. Mosè aveva centoventi anni quando morì; gli occhi non gli si erano spenti e il vigore non gli era venuto meno. Gli Israeliti lo piansero nelle steppe di Moab per trenta giorni; dopo, furono compiuti i giorni di pianto per il lutto di Mosè.”

Questo passaggio del libro del Deuteronomio Padre Michele lo ha meditato tante volte mentre lavorava al Monte Nebo in Giordania. La figura di Mosè gli era familiare a tal punto che ha marcato il suo carattere. La sua forza, il suo dinamismo, la sua fede somigliavano a quelle di Mosè.

Padre Michele quando si presentava ai giornalisti ripeteva volentieri: sono un padre francescano di Gerusalemme. Essere professore ed archeologo era per lui secondario. La sua vocazione era di essere un francescano a Gerusalemme. In questa definizione era contenuta la sua fede, la sua visione del mondo e la sua teologia.
 Sabato scorso il sinodo dei vescovi che trattava il tema della Bibbia finiva i suoi lavori. La notte tra sabato e domenica, Padre Piccirillo, che aveva finito da alcuni mesi il suo ultimo libro sulla Nova Gerusalemme partiva per la Gerusalemme celeste.
 Ho voluto ricordare questo legame tra il sinodo sulla Bibbia e la Pasqua di Padre Michele perché egli stesso era un innamorato della Bibbia. In una conferenza fatta a Torino nel 2004 egli scriveva: “Esistono molti modi per accostarsi alla Bibbia e per ricavarne il messaggio; oggi vi parlerò di un modo tutto particolare: è quello di chi, come me, svolge la professione di geografo – archeologo.
 Secondo il punto di vista di chi si occupa di queste discipline, la Bibbia è un libro dell’antichità di cui si può dare una « lettura materiale », che accantona per un momento il racconto e dà la priorità allo studio dei luoghi e dei fatti storici: la raccolta dei dati inerenti luoghi e fatti permetterà poi di intendere con maggiore esattezza il significato del testo biblico.
 Il testo biblico può essere studiato come storia della salvezza, ma anche come « storia », e la storia per essere tale deve essere legata a un territorio e a tempi precisi. Certamente questa è la parte iniziale del discorso biblico, sul quale poi l’esegeta lavorerà per capire correttamente il testo”.
 Il sinodo dei vescovi ha trattato lo stesso problema, quello delle diverse letture della Bibbia.

C’è di più: Padre Michele era innamorato di Gerusalemme. Con il Salmista ripeteva: “E’ mia madre, la’ sono nato”. Nonostante le difficoltà politiche e le tensioni che esistono in quella parte del mondo che tutti voi conoscete, Padre Michele nel dialogo quotidiano faceva tutto quello che poteva per essere uno strumento di pace, come lo voleva San Francesco. Dialogo con i musulmani e dialogo con gli archeologi ebrei che conosceva e con i quali discuteva spesso. La vocazione di Gerusalemme è di fare di due popoli un solo popolo di figli di Dio. Essere figli di Dio significa rispettare l’altro, la sua cultura, le sue tradizioni. Essere figli di Dio significa ricordare che tutti saremo giudicati sull’amore concreto e quotidiano che avremo dimostrato.

Dal 1960 Padre Michele viveva in Medio Oriente fra Gerusalemme presso il Convento della Flagellazione, dove insegnava la storia e la geografia biblica nello Studio Biblico, e il Monte Nebo in Giordania. Era direttore del Museo archeologico nel quale sono conservati importanti materiali ritrovati negli scavi archeologici effettuati in Terra Santa. Al Monte Nebo, dove ogni anno arrivano migliaia di pellegrini padre Michele dirigeva le opere di scavo ed i progetti di recupero del Memoriale di Mosè. Dal Monte Nebo prendevano avvio le campagne di scavi nel deserto della Giordania dove egli aveva fatto importanti scoperte quali i monumenti bizantini dell’antica città cristiana di Madaba e le rovine di Umm al-Rasas identificata con l’antica città di Mefàa (fortezze moabita citata nella Bibbia nei libri di Geremia e Giosuè) dove nel complesso delle chiese di S. Stefano sono stati riportati alla luce alcuni splendidi mosaici risalenti ad un periodo compreso fra il sesto e l’ottavo secolo. In Giordania padre Michele aveva anche contribuito a far nascere  una scuola per il restauro del mosaico antico.
 Per queste sue conoscenze padre Michele veniva chiamato a tenere conferenze in tutto il mondo; partecipava a numerosi congressi sull’archeologia cristiana e bizantina della quale era uno dei massimi esperti mondiali.
 Padre Michele era autore di numerosi volumi dove vengono pubblicati i risultati dei suoi lavori di scavo. Libri preziosi per la comunità scientifica internazionale in quanto riportano scoperte che spesso costringono a riscrivere la storia o confermano documentalmente fatti solo intuiti.
 Nella presentazione del libro Abuna Michele francescano di Gerusalemme di Franco Scaglia si legge: “Figura affascinante come la terra in cui ha scelto di vivere per esplorarne i molteplici enigmi e contribuire a trasformarla in un luogo universale di vera pace, Abuna Michele, francescano di Gerusalemme, è la massima autorità archeologica della Terra Santa”.

Padre Michele, da esperto archeologo, criticava spesso la falsa archeologia che cerca solo scoop televisivi:
 “Ogni anno – scriveva – siamo di fronte a qualche falso ritrovamento importante: prima la tomba di Caifa, poi quella di Giacomo, adesso quella di Gesù. Il fatto è che quando arrivano notizie di questo tenore dalla Terra Santa vengono subito gonfiate dai giornali. Ma sono solo cose commerciali senza nessun fondamento scientifico”.

Duemila anni fa, un uomo, Gesù di Nazareth, figlio di un falegname, professò “parole” di pace, dialogo, fratellanza, tolleranza… e venne riconosciuto da molti come il messia, da altri come profeta, da altri ancora venne messo in croce perché “rivoluzionario”. Oggi, i luoghi della sua predicazione sono teatro di guerra, incomprensione, ostilità, chiusura. Luoghi sacri alle tre religioni monoteiste unite e al tempo stesso divise da quel lembo di terra così “arido” e così spirituale. In questo contesto Padre Michele ha voluto seminare la pace di Cristo.
 “Laudato si, mi Signore, per sora nostra Morte corporale,?Da la quale nullo omo vivente po’ scampare.?Guai a quelli che morranno ne le peccata mortali!?Beati quelli che troverà ne le tue sanctissime voluntati, ca la morte seconda no li farrà male.?? Laudate e benedicite mi Signore, e rengraziate e serviteli cun grande umiliate”.
 Mi permetterete di concludere con un altra preghiera: a Gerusalemme, quando il Signore richiama a se un suo servo, si dice questa benedizione:
  »Sia innalzato e santificato il nome del Signore, nel mondo da lui creato secondo la sua volontà. Faccia regnare il suo regno nella vostra vita e nei vostri giorni, e nella vita di tutta la stirpe di Giacobbe, ora e sempre. Benedetto il nome del Signore, sulla terra e nell’eternità. Sia benedetto, lodato, onorato, esaltato, magnificato e glorificato il Nome del Santo, sia egli benedetto, oltre ogni benedizione e ogni canto, oltre ogni lode e ogni consolazione che si pronunciano in questo mondo ».
 Grazie, Padre Michele, per tutto quello che hai fatto per lo Studio Biblico di Gerusalemme e per la Chiesa madre della città santa.

MERCOLEDÌ 6 MAGGIO 2009 – IV DI PASQUA

MERCOLEDÌ 6 MAGGIO 2009 – IV DI PASQUA

MESSA DEL GIORNO

Prima Lettura   At 12,24-13,5a
Riservate per me Bàrnaba e Sàulo.

Dagli Atti degli Apostoli
In quei giorni, la parola di Dio cresceva e si diffondeva. Bàrnaba e Saulo poi, compiuta la loro missione, tornarono da Gerusalemme prendendo con loro Giovanni, detto anche Marco.
C’erano nella comunità di Antiòchia profeti e dottori: Bàrnaba, Simeone soprannominato Niger, Lucio di Cirène, Manaen, compagno d’infanzia di Erode tetrarca, e Sàulo.
Mentre essi stavano celebrando il culto del Signore e digiunando, lo Spirito Santo disse: «Riservate per me Bàrnaba e Sàulo per l’opera alla quale li ho chiamati». Allora, dopo aver digiunato e pregato, imposero loro le mani e li accomiatarono.
Essi dunque, inviati dallo Spirito Santo, discesero a Selèucia e di qui salparono verso Cipro. Giunti a Salamìna cominciarono ad annunziare la parola di Dio nelle sinagòghe dei Giudei.

UN OMELIA BREVE DALL’EREMO DI SAN BIAGIO:


http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/7108.html

Omelia (05-05-2004) 
Eremo San Biagio

Dalla Parola del giorno
C’erano nella comunità di Antiochia profeti e dottori…Mentre essi stavano celebrando il culto del Signore e digiunando, lo Spirito Santo disse: «Riservate per me Barnaba e Saulo per l’opera alla quale li ho chiamati.

Come vivere questa parola?
E’ dalla vivace e fervente comunità cristiana di Antiochia che parte la prima missione affidata a Barnaba e Paolo, diretta alle regioni meridionali della Penisola Anatolica. Interessante il contesto in cui ciò avviene. C’è una comunità che prega e digiuna, cosciente che l’evangelizzazione non è un’impresa umana pianificata a tavolino, ma un’azione dello Spirito che « suscita il volere e l’operare secondo i suoi benevoli disegni » (Cfr. Fil 2,13). Ed è altrettanto bello notare come anche nel congedare i due missionari, la comunità locale li accompagni con la preghiera, il digiuno e l’imposizione delle mani, ultimo gesto benedicente per accomiatarli nel nome del Signore.
Tutto dunque avviene in un’atmosfera di forte tensione spirituale, che certo non s’improvvisa. Anzi, lascia intendere come la comunità si allenasse quotidianamente all’ascolto dello Spirito vivendo sobriamente, in comunione fraterna, attorno al fuoco della Parola pregata, per introdursi adeguatamente nel progetto di Dio, sempre attenta a coglierne i segni, nella perseveranza del cuore risoluto.

Per noi, che oscilliamo sempre tra due atteggiamenti: l’ascolto e la sordità rispetto alla Parola che c’interpella, è salutare oggi più che mai fare una sosta contemplativa per imparare dalla comunità antiochena lo stile più autentico d’essere Chiesa. Invocando luce di Spirito Santo, staniamo in noi quelle sacche di resistenza che c’impediscono di ascoltare la voce del Signore, consapevoli che esse sono lì dove alligna l’opulenza dell’avere e si professa una fede parolaia; lì dove si tessono relazioni sul canovaccio della superficialità e del tornaconto, mentre si respira il vuoto di preghiere senz’anima. Perciò pregherò:

Donami, Signore, d’entrare limpido e puro nel tuo modo semplice d’essere amore, cercando vie sempre nuove di comunione, attingendo luce dalla preghiera incessante e forza spirituale dal sobrio porsi rispetto alle cose.

La voce di un profeta del nostro tempo
La testimonianza viva della Chiesa primitiva che ci raggiunge e viene interiorizzata nella preghiera, ci permette d’essere anche oggi testimoni della risurrezione… E’ stato detto che il cristiano del terzo millennio o sarà mistico o non sarà più cristiano. Si possono intendere queste parole come un invito alla preghiera, all’interiorità, alla carità.
Card. Carlo Maria Martini 

MARTEDÌ 5 MAGGIO 2009 – IV SETTIMANA DI PASQUA

MARTEDÌ 5 MAGGIO 2009 – IV SETTIMANA DI PASQUA

MESSA DEL GIORNO

Prima Lettura   At 11, 19-26
Cominciarono a parlare anche ai Greci, predicando la buona novella del Signore Gesù.

Dagli Atti degli Apostoli
In quei giorni, i discepoli che erano stati dispersi dopo la persecuzione scoppiata al tempo di Stefano, erano arrivati fin nella Fenìcia, a Cipro e ad Antiòchia e non predicavano la parola a nessuno fuorché ai Giudei. Ma alcuni fra loro, cittadini di Cipro e di Cirène, giunti ad Antiòchia, cominciarono a parlare anche ai Greci, predicando la buona novella del Signore Gesù. E la mano del Signore era con loro e così un gran numero credette e si convertì al Signore.
La notizia giunse agli orecchi della Chiesa di Gerusalemme, la quale mandò Bàrnaba ad Antiòchia.
Quando questi giunse e vide la grazia del Signore, si rallegrò e, da uomo virtuoso qual era e pieno di Spirito Santo e di fede, esortava tutti a perseverare con cuore risoluto nel Signore. E una folla considerevole fu condotta al Signore.
Bàrnaba poi partì alla volta di Tarso per cercare Sàulo e trovatolo lo condusse ad Antiòchia. Rimasero insieme un anno intero in quella comunità e istruirono molta gente; ad Antiòchia per la prima volta i discepoli furono chiamati Cristiani.

UFFICIO DELLE LETTURE

Seconda Lettura
Dai «Discorsi» di san Pietro Crisologo, vescovo
(Disc. 108; PL 52, 499-500)

Sii sacrificio e sacerdote di Dio
«Vi prego per la misericordia di Dio» (Rm 12, 1). E’ Paolo che chiede, anzi è Dio per mezzo di Paolo che chiede, perché vuole essere più amato che temuto. Dio chiede perché vuol essere non tanto Signore, quanto Padre. Il Signore chiede per misericordia, per non punire nel rigore.
Ascolta il Signore che chiede: vedete, vedete in me il vostro corpo, le vostre membra, il vostro cuore, le vostre ossa, il vostro sangue. E se temete ciò che è di Dio, perché non amate almeno ciò che è vostro? Se rifuggite dal padrone, perché non ricorrete al congiunto?
Ma forse vi copre di confusione la gravità della passione che mi avete inflitto. Non abbiate timore. Questa croce non è un pungiglione per me, ma per la morte. Questi chiodi non mi procurano tanto dolore, quanto imprimono più profondamente in me l’amore verso di voi. Queste ferite non mi fanno gemere, ma piuttosto introducono voi nel mio interno. Il mio corpo disteso anziché accrescere la pena, allarga gli spazi del cuore per accogliervi. Il mio sangue non è perduto per me, ma è donato in riscatto per voi.
Venite, dunque, ritornate. Sperimentate almeno la mia tenerezza paterna, che ricambia il male col bene, le ingiurie con l’amore, ferite tanto grandi con una carità così immensa.
Ma ascoltiamo adesso l’Apostolo: «Vi esorto», dice, «ad offrire i vostri corpi» (Rm 12, 1). L’Apostolo così vede tutti gli uomini innalzati alla dignità sacerdotale per offrire i propri corpi come sacrificio vivente.
O immensa dignità del sacerdozio cristiano! L’uomo è divenuto vittima e sacerdote per se stesso. L’uomo non cerca fuori di sé ciò che deve immolare a Dio, ma porta con sé e in sé ciò che sacrifica a Dio per sé. La vittima permane, senza mutarsi, e rimane uguale a se stesso il sacerdote, poiché la vittima viene immolata ma vive, e il sacerdote non può dare la morte a chi compie il sacrificio.
Mirabile sacrificio, quello dove si offre il corpo senza ferimento del corpo e il sangue senza versamento di sangue. «Vi esorto per la misericordia di Dio ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente».
Fratelli, questo sacrificio è modellato su quello di Cristo e risponde al disegno che egli si prefisse, perché, per dare vita al mondo, egli immolò e rese vivo il suo corpo; e davvero egli fece il suo corpo ostia viva perché, ucciso, esso vive. In questa vittima, dunque, è corrisposto alla morte il suo prezzo. Ma la vittima rimane, la vittima vive e la morte è punita. Da qui viene che i martiri nascono quando muoiono, cominciano a vivere con la fine, vivono quando sono uccisi, brillano nel cielo essi che sulla terra erano creduti estinti.
«Vi esorto, dice, o fratelli, per la misericordia di Dio, ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo». Questo è quanto il profeta ha predetto: Non hai voluto sacrificio né offerta, ma mi hai dato un corpo (cfr. Sal 39, 7 volg.) . Sii, o uomo, sii sacrificio e sacerdote di Dio; non perdere ciò che la divina volontà ti ha dato e concesso. Rivesti la stola della santità. Cingi la fascia della castità. Cristo sia la protezione del tuo capo. La croce permanga a difesa della tua fronte. Accosta al tuo petto il sacramento della scienza divina. Fa’ salire sempre l’incenso della preghiera, come odore soave. Afferra la spada dello spirito, fà del tuo cuore un altare, e così presenta con ferma fiducia il tuo corpo quale vittima a Dio.
Dio cerca la fede, non la morte. Ha sete della tua preghiera, non del tuo sangue. Viene placato dalla volontà, non dalla morte.

UN’OMELIA DELL’EREMO DI SAN BIAGIO:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/4196.html

Omelia (23-04-2002) 
Eremo San Biagio

Dalla liturgia del giorno
Ad Antiochia per la prima volta i discepoli furono chiamati cristiani.

Come vivere questa Parola?
La prima lettura di oggi offre una bella descrizione della primitiva diffusione del cristianesimo. In primo luogo, essa avviene grazie alla persecuzione (v.19): in quanto perseguitati, infatti, i discepoli vengono dispersi tutto intorno e possono portare il vangelo fino agli estremi confini della terra. La persecuzione ha gli effetti di una semina: proprio in quanto sparso e gettato, il seme porta frutto in tutto il campo, in tutto il mondo. In secondo luogo, l’evangelizzazione supera le intenzioni dei discepoli (vv.19-20): essi infatti volevano rivolgersi solo ai giudei, ma poi per caso si rivolgono anche ai pagani. Proprio là dove non se l’aspettavano, ottengono maggiore successo: perché l’evangelizzazione è opera del Signore e non nostra. Quel che conta è che i nostri progetti, pur necessari, non diventino ostacolo all’operare dello Spirito. Infine, il frutto dell’evangelizzazione è di ricevere il nome di « cristiani » (v.26), e cioè di essere riconosciuti solo dall’appartenenza a Cristo. Non importano titoli, onorificenze, cognomi illustri: quel che solo abbiamo da dire di noi è che siamo di Cristo.

Oggi guarderò al nome che tanti santi si sono dati: S.Teresa di Gesù Bambino, S.Giovanni della croce ecc. Chiederò al Signore che anche di me, alla mia morte, si possa dire semplicemente: era cristiano, era di Gesù.

La voce di un poeta mistico persiano
Sono solo dell’Amato! Uno cerco, Uno conosco, Uno canto, Uno contemplo! Se ho passato in vita mia un sol giorno senza te, io mi pento della vita, per quel giorno e per quell’ora!
Rûmî 

ho scelto un’omelia per domani domenica IV di Pasqua, a cura dei Carmelitani…

dal sito:

http://www.qumran2.net/parolenuove/commenti.pax?mostra_id=7047

OMELIA IV DOMENICA DI PASQUA

(Anno B) (03/05/2009)

« Perche’ tutti abbiano vita e vita in abbondanza »

a cura dei Carmelitani 

Vangelo: Gv 10,11-18  

1. Orazione iniziale

Signore Gesù, invia il tuo Spirito, perché ci aiuti a leggere la Scrittura con lo stesso sguardo, con il quale l’hai letta Tu per i discepoli sulla strada di Emmaus. Con la luce della Parola, scritta nella Bibbia, Tu li aiutasti a scoprire la presenza di Dio negli avvenimenti sconvolgenti della tua condanna e della tua morte. Così, la croce che sembrava essere la fine di ogni speranza, è apparsa loro come sorgente di vita e di risurrezione.
Crea in noi il silenzio per ascoltare la tua voce nella creazione e nella Scrittura, negli avvenimenti e nelle persone, soprattutto nei poveri e sofferenti. La tua Parola ci orienti, affinché anche noi, come i due discepoli di Emmaus, possiamo sperimentare la forza della tua risurrezione e testimoniare agli altri che Tu sei vivo in mezzo a noi come fonte di fraternità, di giustizia e di pace. Questo noi chiediamo a Te, Gesù, figlio di Maria, che ci hai rivelato il Padre e inviato lo Spirito. Amen.

2. Lettura

a) Chiave di lettura:
Il Vangelo di questa 4ª Domenica di Pasqua ci riporta la parabola del Buon Pastore. Per questo, a volte, è chiamata Domenica del Buon Pastore. In alcune parrocchie si celebra la festa del parroco, pastore del gregge. Nel vangelo di oggi, Gesù si presenta come il Buon Pastore che venuto « perché tutti abbiano vita e vita in abbondanza » (Gv 10,10). In quel tempo, il pastore era l’immagine del leader. Gesù dice che molti si presentavano come pastori, ma in realtà erano « ladri e briganti ». Oggi succede la stessa cosa. Ci sono persone che si presentano come leaders, ma in realtà, invece di servire, cercano i loro propri interessi. Alcuni di loro hanno un modo di parlare così mansueto, e fanno una propaganda così intelligente da riuscire ad ingannare la gente.
Hai mai fatto l’esperienza di essere stato ingannato? Quali sono i criteri per valutare una leadership sia a livello di comunità che di paese? Chi è, e come deve essere un buon pastore? Con queste domande nella mente cerchiamo di meditare il testo del vangelo di oggi. Nel corso della lettura cerchiamo di essere attenti alle immagini che Gesù usa per presentarsi alla gente come un vero e buon pastore.

b) Una divisione del testo per aiutarne la lettura:
Gv 10,11: Gesù si presenta come il Buon Pastore che dà la sua vita per le pecore
Gv 10,12-13: Gesù definisce l’atteggiamento del mercenario
Gv 10,14-15: Gesù si presenta come il Buon Pastore che conosce le sue pecore
Gv 10,16: Gesù definisce la meta da raggiungere: un solo gregge ed un solo pastore
Gv 10,17-18: Gesù e il Padre

c) Il testo:
Io sono il buon pastore. Il buon pastore offre la vita per le pecore. Il mercenario invece, che non è pastore e al quale le pecore non appartengono, vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge e il lupo le rapisce e le disperde; egli è un mercenario e non gli importa delle pecore. Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, come il Padre conosce me e io conosco il Padre; e offro la vita per le pecore. E ho altre pecore che non sono di quest’ovile; anche queste io devo condurre; ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore. Per questo il Padre mi ama: perché io offro la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso, poiché ho il potere di offrirla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo comando ho ricevuto dal Padre mio».

3. Momento di silenzio orante

perché la Parola di Dio possa entrare in noi ed illuminare la nostra vita.

4. Alcune domande

per aiutarci nella meditazione e nella orazione.
a) Cosa ti ha maggiormente colpito nel testo del Buon Pastore? Perché?
b) Quali sono le immagini che Gesù applica a se stesso, come le applica e cosa significano?
c) Quante volte in questo testo, Gesù usa la parola vita e cosa afferma sulla vita?
d) Cosa dice il testo sulle pecore che siamo noi? Quali sono le qualità ed i compiti delle pecore?
e) Pastore-Pastorale. Sarà che le nostre pastorali continuano la missione di Gesù-Pastore?

5. Per coloro che desiderano approfondire maggiormente il testo

a) Contesto:
i) Il discorso di Gesù sul Buon Pastore (Gv 10,1-18) è come un mattone inserito in una parete già pronta. Con questo mattone la parete è più forte e più bella. Immediatamente prima, in Gv 9,40-41, il vangelo parlava della guarigione di un cieco nato (Gv 9,1-38) e della discussione di Gesù con i farisei sulla cecità (Gv 9,39-41). Immediatamente dopo in Gv 10,19-21, Giovanni colloca la conclusione della discussione di Gesù con i farisei sulla cecità. I farisei si presentavano al popolo in qualità di leaders e pensavano di essere in grado di poter discernere ed insegnare le cose di Dio. In realtà, loro erano ciechi (Gv 9,40-41) e disprezzavano l’opinione della gente rappresentata dal cieco fin dalla nascita che era stato guarito da Gesù (Gv 9,34). Il discorso sul Buon Pastore è stato inserito qui allo scopo di offrire alcuni criteri per saper discernere chi è il leader, il pastore che merita credito. La parabola realizza una parola che Gesù aveva appena detto ai farisei: « Gesù allora disse: «Io sono venuto in questo mondo per giudicare, perché coloro che non vedono vedano e quelli che vedono diventino ciechi! » (Gv 9,39)
ii) Il discorso di Gesù sul « Buon Pastore » presenta tre paragoni, legati tra di essi dall’immagine delle pecore, che offrono criteri per discernere chi è il vero pastore:
1° paragone (Gv 10,1-5): « Entrare per la porta ». Gesù distingue tra il pastore delle pecore e colui che assalta per rubare. Ciò che rivela chi è il pastore è il fatto che lui entra per la porta. Il brigante da un’altra parte.
2° paragone (Gv 10,6-10): « Io sono la porta ». Entrare per la porta significa agire come Gesù, la cui preoccupazione maggiore è la vita in abbondanza delle pecore. Ciò che rivela il pastore è la difesa della vita delle pecore.
3° paragone (Gv 10,11-18): « Io sono il buon pastore ». Gesù non è semplicemente un pastore. Lui è il Buon Pastore. Ciò che rivela chi è il Buon Pastore è (1) la conoscenza reciproca tra la pecora ed il pastore e (2) dare la vita per le pecore.
iii) In che modo la parabola del Buon Pastore può togliere la cecità ed aprire gli occhi delle persone? In quel tempo, l’immagine del pastore era il simbolo del leader. Ma non per il semplice fatto che qualcuno si occupi delle pecore può costui essere definito un pastore. Anche i mercenari contano. I farisei erano persone leaders. Ma erano anche pastori? Come vedremo, secondo la parabola, per discernere chi è pastore e chi è mercenario, bisogna fare attenzione a due cose: (a) All’atteggiamento delle pecore davanti al pastore che le conduce, per vedere se riconoscono la sua voce. (b) All’atteggiamento del pastore davanti alle pecore per vedere se il suo interesse è la vita delle pecore e se è capace di dare la vita per loro (Gv 10,11-18).
iv) Il testo del Vangelo di questa 4a domenica di Pasqua (Gv 10,11-18) è l’ultima parte del discorso sul Buon Pastore (Gv 10,1-18). Per questo vogliamo commentare tutto il testo. Osserviamo da vicino le diverse immagini di cui Gesù si serve per presentarsi a noi come il vero e buon pastore.

b) Commento del testo:
i) Gv 10,1-5: 1ª Immagine: il pastore « entra per la porta »
Gesù inizia il discorso con un paragone sulla porta: « Chi non entra per la porta, ma sale da un’altra parte, è un ladro e assaltante! Chi invece entra per la porta, è il pastore delle pecore! » Per capire questo paragone, è bene ricordare quanto segue. In quel tempo, i pastori curavano il gregge durante il giorno. Quando giungeva la notte, loro portavano le pecore in un grande recinto comunitario, ben protetto contro ladroni e lupi. Tutti i pastori di una stessa regione portavano lì il loro gregge. Un guardiano se ne occupava durante la notte. Il giorno dopo, al mattino presto, giungeva il pastore, batteva le mani sulla porta ed il guardiano apriva. Le pecore riconoscevano la voce del loro pastore, si alzavano e uscivano dietro a lui a pasteggiare. Le pecore degli altri pastori udivano la voce, ma non si movevano, poiché per loro era una voce sconosciuta. La pecora riconosce la voce del suo pastore. Ogni tanto, appariva il pericolo dell’assalto. Per rubare le pecore, i ladri non si presentavano al guardiano dalla porta, ma entravano da un altro lato o distruggevano il recinto, fatto di pietre una sull’altra.
ii) Gv. 10,6-10: 2ª Immagine: spiega cosa significa « entrare per la porta »: Gesù è la porta.
Coloro che stavano ascoltando Gesù, i farisei (cf. Gv 9,40-41), non capirono il paragone. Allora Gesù spiegò: « Io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti ». Di chi sta parlando Gesù in questa frase così dura? Probabilmente, si sta riferendo ai leaders religiosi che trascinavano la gente dietro di loro, ma che non rispondevano alla speranza della gente. Ingannavano la gente, lasciandola peggio di prima. Non interessava loro il bene della gente, bensì il loro proprio interesse ed il proprio portafoglio. Gesù spiega che il criterio fondamentale per discernere chi è il pastore e chi è assaltante è la preoccupazione per la vita delle pecore. Chiede alla gente di non seguire colui che si presenta in qualità di pastore, ma non desidera la vita della gente. E’ qui che Gesù pronunciò quella frase che cantiamo fino ad oggi: « Sono venuto perché abbiano vita, e vita in abbondanza! » Questo è il primo criterio!
iii) Gv 10,11-16: 3ª Immagine: spiega ciò che significa « sono venuto perché abbiano vita in abbondanza » (Qui inizia il testo di questa quarta domenica di Pasqua)
* Gv 10,11: Gesù si presenta come il Buon Pastore che dà la sua vita per le pecore.
Gesù cambia il paragone. Prima, lui era la porta delle pecore. Ora dice che è il pastore delle pecore. Non un pastore qualsiasi, bensì: « Io sono il buon pastore! » L’immagine del buon pastore viene dal Vecchio Testamento. Tutti sapevano ciò che era un pastore e come viveva e lavorava. Nel dire che è un Buon Pastore, Gesù si presenta come colui che viene a compiere le promesse dei profeti e le speranze della gente. Insiste su due punti: (a) la difesa della vita delle pecore; il buon pastore dà la sua vita (Gv 10,11.15.17.18); (b) nella reciproca comprensione tra il pastore e le pecore; il Pastore conosce le sue pecore e loro conoscono il pastore (Gv 10,4.14.16).
* Gv 10,12-13: Gesù definisce l’atteggiamento del mercenario che non è pastore.
« Il mercenario che non è pastore ». Guardando dal di fuori, non si percepisce la differenza tra il mercenario ed il pastore. Tutti e due si occupano delle pecore. Oggi ci sono molte persone che si occupano di altre persone negli ospedali, nelle comunità, negli asili per anziani, nei collegi, nei servizi pubblici, nelle parrocchie. Alcuni lo fanno per amore, altri, appena per uno stipendio, per poter sopravvivere. A queste persone gli altri non interessano. Hanno un atteggiamento da funzionari, da stipendiati, da mercenari. Nel momento del pericolo, loro non si interessano, perché « le pecore non sono loro », i bambini non sono loro, gli alunni non sono loro, i vicini non sono loro, i fedeli non sono loro, i malati non sono loro, i membri della comunità non sono loro.
Ora, invece di giudicare il comportamento degli altri, mettiamoci davanti alla nostra propria coscienza e chiediamoci: « Nel mio rapporto con gli altri, sono mercenario o pastore? » Guarda che Gesù non ti condanna perché l’operaio ha diritto al suo stipendio (Lc 10,7), ma ti chiedi di dare un passo in più e diventare pastore.
* Gv 10,14-15: Gesù si presenta come il Buon Pastore che conosce le sue pecore.
Due cose caratterizzano il buon pastore: a) conosce le pecore ed è conosciuto da loro. Nella lingua di Gesù, « conoscere » non è una questione di conoscere il nome o il volto della persona, ma di rapportarsi alla persona per amicizia, e per affetto. b) dare la vita per le pecore. Ciò significa essere disposti a sacrificarsi per amore. Le pecore sentono e percepiscono, quando una persona le difende e le protegge. Questo vale per tutti noi: per i parroci e per coloro che hanno qualche responsabilità verso altre persone. Per un parroco sapere se è buon pastore non basta con l’essere nominato parroco ed obbedire alle norme del diritto canonico. E’ necessario essere riconosciuto come buon pastore dalle pecore. A volte ciò viene dimenticato nell’attuale politica della Chiesa. Gesù dice che non solo il pastore riconosce le pecore, ma che anche le pecore riconoscono il pastore. Loro hanno criteri per questo. Perché se loro non lo riconoscono, pur anche se lui è nominato secondo il diritto canonico, lui non è pastore secondo il cuore di Gesù. Non sono solo le pecore che devono obbedire a chi le conduce. Anche colui che conduce deve essere molto attento alla reazione delle pecore per sapere se agisce come pastore o come mercenario.
* Gv 10,16: Gesù definisce la meta da raggiungere; un solo gregge, un solo pastore
Gesù apre l’orizzonte e dice che ha altre pecore che non sono di questo gregge. Ancora non hanno udito la voce di Gesù, ma quando l’udranno, si renderanno conto che lui è il pastore e lo seguiranno. Chi farà ciò, e quando avverrà? Siamo noi, imitando in tutto il comportamento di Gesù, Buon Pastore!
* Gv 10,17-18: Gesù è il Padre
In questi due versetti finali Gesù si apre e ci lascia capire qualcosa che c’è nel più profondo del suo cuore: il suo rapporto con il Padre. Qui si percepisce la verità di quanto dice in un altro momento: « Non vi chiamo più servi, ma vi ho chiamati amici perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi » (Gv 15,15). Gesù è per noi un libro aperto.

c) Ampliando l’informazione:
L’immagine del Pastore nel VT che si realizza in Gesù
i) In Palestina, la sopravvivenza della gente dipendeva dall’allevamento del bestiame: capre e pecore. L’immagine del pastore che guida le sue pecore nei pascoli era da tutti conosciuta, come oggi conosciamo l’immagine del conducente di autobus. Era normale usare l’immagine del pastore per indicare la funzione di colui che governava e conduceva il popolo. I profeti criticavano i re perché erano pastori che non si occupavano del loro gregge e non lo conducevano a pascolare (Jr 2,8; 10,21; 23,1-2). Questa critica dei cattivi pastori aumentò e giunse a un punto culminante quando per colpa dei re il popolo fu deportato in esilio (Ez 34,1-10; Zc 11,4-17).
ii) Di fronte alla frustrazione sofferta a causa dell’attuazione dei cattivi pastori, sorge il desiderio di avere Dio come pastore, desiderio così ben espresso nel salmo: « Il Signore è l mio pastore, non manco di nulla (Sl 23,1-6; Gn 48,15). I profeti sperano che, nel futuro, Dio stesso venga a guidare il suo gregge, come un pastore (Is 40,11; Ez 34,11-16). E sperano che questa volta la gente sappia riconoscere la voce del suo pastore: « Ascoltate oggi la sua voce! » (Sl 95,7). Sperano che Dio venga in qualità di Giudice che pronuncerà il giudizio tra le pecore del gregge (Ez 34,17). Sorgono il desiderio e la speranza che un giorno, Dio susciti buoni pastori e che il messia sia un buon pastore per il popolo di Dio (Jr 3,15; 23,4).
iii) Gesù realizza questa speranza e si presenta come il buon pastore, diverso dagli assaltanti che, prima di lui, avevano rubato al popolo. Si presenta anche come il Giudice del popolo che, alla fine, emetterà la sentenza come il pastore che separa le pecore dai capri (Mt 25,31-46). In Gesù si realizza la profezia di Zaccaria che dice che il buon pastore sarà perseguitato dai cattivi pastori, infastiditi dalla sua denuncia: « Percuoti il pastore e sia disperso il gregge! » (Zc 13,7).
iv) Al termine del vangelo di Giovanni, l’immagine si estende e Gesù finisce con essere tutto allo stesso tempo: porta (Gv 10,7), pastore (Gv 10,11) agnello e pecora (Gv 1,36)!

Una chiave per il vangelo di Giovanni
Tutti percepiscono la differenza che c’è tra il vangelo di Giovanni e gli altri tre vangeli di Matteo, Marco e Luca. Qualcuno la definisce così: Gli altri tre fanno una fotografia, Giovanni fa una radiografia. Ossia, Giovanni aiuta i suoi lettori a scoprire la dimensione più profonda che c’è in ciò che Gesù dice e fa. Rivela le cose nascoste che solamente i raggi X della fede riescono a scoprire e rivelare. Giovanni insegna a leggere gli altri vangeli con lo sguardo della fede ed a scoprire il significato più profondo. Gesù stesso aveva già detto che avrebbe mandato il dono del suo Spirito affinché potessimo capire tutta la pienezza delle sue parole (Gv 14,24-25; 16,12-13). Gli antichi Padri della Chiesa dicevano: il Vangelo di Giovanni è « spirituale » e « simbolico ».
Alcuni esempi: (a) Gesù cura il cieco nato (Gv 9,6-7). Per Giovanni questo miracolo ha un significato più profondo. Rivela che Gesù è la Luce del Mondo che ci fa comprendere e contemplare meglio le cose di Dio nella vita (Gv 9,39). (b) Gesù risuscita Lazzaro (Gv 11,43-44) non solo per aiutare Lazzaro e consolare le due sorelle, Marta e Maria, ma anche per rivelare che lui è la Risurrezione e la vita (Gv 11,25-26). (c) Gesù cambia 600 litri di acqua in vino nelle nozze di Cana (Gv 2,1-13). E lo fa non solo per salvare l’allegria della festa, ma anche e soprattutto per rivelare che la nuova Legge del Vangelo è come vino paragonato all’acqua della Legge precedente. E lo fa con tale abbondanza (600 litri!), proprio per significare che non mancherà per nessuno, fino ad oggi! (d) Gesù moltiplica il pane ed alimenta gli affamati (Gv 6,11) non solo per saziare la fame di quella gente povera che stava con lui nel deserto, ma anche per rivelare che lui stesso è il pane di vita che alimenta tutti lungo la vita (Gv 6,34-58). (e) Gesù conversa con la Samaritana sull’acqua (Gv 4,7.10), ma lui voleva che lei giungesse a scoprire l’acqua del dono di Dio che già portava dentro (Gv 4,13-14). In una parola, è lo Spirito di Gesù che dà vita (Gv 6,63). La carne o solo la lettera non bastano e possono perfino uccidere il senso e la vita (2 Cor 3,6).

6. Preghiera di un Salmo: Salmo 23 (22)

Il Signore è il mio pastore!
Il Signore è il mio pastore:
non manco di nulla;
su pascoli erbosi mi fa riposare
ad acque tranquille mi conduce.
Mi rinfranca, mi guida per il giusto cammino,
per amore del suo nome.
Se dovessi camminare in una valle oscura,
non temerei alcun male, perché tu sei con me.
Il tuo bastone e il tuo vincastro
mi danno sicurezza.
Davanti a me tu prepari una mensa
sotto gli occhi dei miei nemici;
cospargi di olio il mio capo.
Il mio calice trabocca.
Felicità e grazia mi saranno compagne
tutti i giorni della mia vita,
e abiterò nella casa del Signore
per lunghissimi anni.

7. Orazione finale

Signore Gesù, ti ringraziamo per la tua Parola che ci ha fatto vedere meglio la volontà del Padre. Fa’ che il tuo Spirito illumini le nostre azioni e ci comunichi la forza per eseguire quello che la Tua Parola ci ha fatto vedere. Fa’ che noi, come Maria, tua Madre, possiamo non solo ascoltare ma anche praticare la Parola. Tu che vivi e regni con il Padre nell’unità dello Spirito Santo, nei secoli dei secoli. Amen.

per la festa di San Giuseppe un’omelia di Papa Giovanni Paolo II in Polonia (1997)

oggi per la festa di San Giuseppe vi propongo un’omelia di Papa Giovanni Paolo II, non l’ha pronunciata in occasione di una delle feste del Patriarca, ma in un santuario in Polonia, ci sono alcuni riferimenti a San Paolo, tuttavia, come molte omelie di Papa Giovanni Paolo II, essa è a « tutto tondo » se posso esprimermi così, dopo questa, se volete leggerlo, c’è: « Il saluto di Giovanni Paolo II al termine della Celebrazione Eucaristica dinanzi al santuario di san Giuseppe, a Kalisz », dal sito:

http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/homilies/1997/documents/hf_jp-ii_hom_19970604_kalisz_it.html

VIAGGIO APOSTOLICO IN POLONIA (31 MAGGIO – 10 GIUGNO 1997)

CONCELEBRAZIONE EUCARISTICA DAVANTI
AL SANTUARIO DI SAN GIUSEPPE

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

 Kalisz – Mercoledì, 4 Giugno 1997
 

Cari Fratelli e Sorelle!

1. Rendo grazie alla divina Provvidenza perchè mi viene dato oggi di visitare la vostra città, questa Kalisz che le antichissime cronache segnano sulle loro carte geografiche molto prima delle origini dello Stato polacco. Sono stato qui già alcune volte. Ho nella memoria quegli incontri e gli uomini che vi prendevano parte. Saluto cordialmente tutti voi qui riuniti. Saluto la vostra giovane Diocesi e il suo primo Vescovo ordinario, il Vescovo ausiliare, il clero, le persone consacrate e tutto il popolo di Dio della terra di Kalisz. Ti saluto, terra di Kalisz, con tutta la tua ricchezza racchiusa nel passato e nel presente. Desidero che tutto questo si ravvivi in qualche modo nell’odierna Eucaristia.

« O uomo felice, san Giuseppe! ». Come sono lieto di celebrare questo Sacrificio eucaristico nel Santuario di san Giuseppe! Esso, infatti, ha un posto particolare nella storia della Chiesa e della Nazione. Mentre ascoltiamo il Vangelo, che ci ricorda la fuga in Egitto, vengono in mente le parole contenute nella preparazione liturgica per la santa Messa: « O uomo felice, san Giuseppe, a cui è stato dato non soltanto di vedere e udire Dio, che molti re volevano vedere e non videro, udire e non udirono (cfr Mt 13, 17), ma di portarlo in braccio, baciarlo, vestirlo e custodirlo! ». In questa preghiera san Giuseppe appare come il protettore del Figlio di Dio. Essa continua con la seguente domanda: « Dio, tu che ci hai concesso il sacerdozio regale, fa, ti preghiamo, che, come san Giuseppe, il quale meritò di toccare e con rispetto portare nelle sue braccia il tuo Figlio unigenito, nato da Maria Vergine, possiamo ottenere la grazia di servire presso i tuoi altari nella purezza del cuore e nell’innocenza delle opere, per ricevere oggi degnamente il sacratissimo Corpo e Sangue del tuo Figlio e meritare l’eterno premio nel mondo futuro ».

E’ una bella preghiera! La recito ogni giorno prima della santa Messa e certamente lo fanno molti sacerdoti nel mondo. Giuseppe, sposo di Maria Vergine, padre adottivo del Figlio di Dio, non era un sacerdote, ma ebbe parte al sacerdozio comune dei fedeli. E poiché come padre e protettore di Gesù poté tenerlo e portarlo nelle sue braccia, i sacerdoti si rivolgono a san Giuseppe con l’ardente domanda di poter celebrare il Sacrificio eucaristico con la stessa venerazione e con lo stesso amore con cui egli adempiva la sua missione di padre putativo del Figlio di Dio. Queste parole sono molto eloquenti. Le mani del sacerdote che toccano il Corpo eucaristico di Cristo vogliono impetrare da san Giuseppe la grazia di una castità e di una venerazione pari a quella che il santo falegname di Nazaret dimostrava nei riguardi del suo Figlio adottivo. E perciò è una cosa giusta che, nell’itinerario del pellegrinaggio unito al Congresso Eucaristico di Wroclaw, si trovi anche la visita al Santuario di san Giuseppe di Kalisz.

2. « Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e fuggi in Egitto » (Mt 2, 13).

Giuseppe udì queste parole nel sonno. L’angelo l’aveva avvertito di fuggire con il Bambino, perchè era minacciato da un pericolo mortale. Dal Vangelo appena letto veniamo a sapere di coloro che attentavano alla vita del Bambino. In primo luogo Erode, ma poi anche tutti i suoi seguaci. In questo modo la liturgia della parola guida il nostro pensiero verso il problema della vita e della sua difesa. Giuseppe di Nazaret, che salvò Gesù dalla crudeltà di Erode, ci si presenta in questo istante come un grande sostenitore della causa della difesa della vita umana, dal primo istante del concepimento sino alla morte naturale. Vogliamo, dunque, in questo luogo raccomandare alla divina Provvidenza e a san Giuseppe la vita umana, specialmente quella dei bambini non ancora nati, nella nostra Patria e nel mondo intero. La vita ha un valore intoccabile e una dignità irripetibile, specialmente perchè – come leggiamo oggi nella liturgia – ogni uomo è chiamato a partecipare alla vita di Dio. San Giovanni scrive: « Quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente! » (1 Gv 3, 1).

Con lo sguardo della fede possiamo rilevare con una particolare chiarezza l’infinito valore di ogni essere umano. Il Vangelo, annunziando la buona novella di Gesù, reca anche la buona novella dell’uomo, della sua grande dignità, insegna la sensibilità nei riguardi dell’uomo. Di ogni uomo che, in quanto dotato di un’anima spirituale, è « capace di Dio ». La Chiesa difendendo il diritto alla vita si richiama ad un livello più ampio, ad un livello universale che obbliga tutti gli uomini. Il diritto alla vita non è una questione di ideologia, non è solo un diritto religioso; è un diritto dell’uomo. Il più fondamentale diritto dell’uomo! Dio dice: « Non uccidere »! (Es 20, 13). Questo comandamento è al contempo un fondamentale principio e una norma del codice morale, iscritto nella coscienza di ogni uomo.

La misura della civiltà, una misura universale, perenne, comprendente tutte le culture, è il suo rapporto con la vita. Una civiltà che rifiutasse gli indifesi, meriterebbe il nome di civiltà barbara, anche se riportasse grandi successi nel campo dell’economia, della tecnica, dell’arte e della scienza. La Chiesa, fedele alla missione ricevuta da Cristo, nonostante le debolezze e le infedeltà di molti suoi figli e di molte sue figlie, ha portato con coerenza nella storia dell’umanità la grande verità sull’amore del prossimo, ha attenuato le divisioni sociali, ha superato le differenze etniche e razziali, si è chinata sugli infermi e sugli orfani, sugli anziani, sugli handicappati e sui senza casa. Ha insegnato con le parole e con i fatti che nessuno può essere escluso dalla grande famiglia umana, che nessuno può essere spinto al margine della società. Se la Chiesa difende la vita non nata è perchè essa guarda anche con amore e sollecitudine ogni donna che deve partorire.

Qui, a Kalisz, dove san Giuseppe, questo grande difensore e premuroso protettore della vita di Gesù, è venerato in modo particolare, voglio ricordarvi le parole che Madre Teresa di Calcutta rivolse ai partecipanti alla Conferenza Internazionale su « Popolazione e Sviluppo », convocata dall’Organizzazione delle Nazioni Unite al Cairo nel 1994: « Vi parlo dal profondo del cuore, parlo ad ogni uomo in tutti i paesi del mondo . . . alle madri, ai padri e ai figli nelle città, nelle cittadine e nei villaggi. Ognuno di noi oggi è qui grazie all’amore di Dio che ci ha creati, e ai nostri genitori, che ci hanno accolti e hanno voluto darci la vita. La vita è il più grande dono di Dio. E’ per questo che è penoso vedere cosa accade oggi in tante parti del mondo: la vita viene deliberatamente distrutta dalla guerra, dalla violenza, dall’aborto. E noi siamo stati creati da Dio per cose più grandi: amare ed essere amati. Ho spesso affermato, e io ne sono sicura, che il più grande distruttore di pace nel mondo di oggi è l’aborto. Se una madre può uccidere il suo proprio figlio, che cosa potrà fermare te e me dall’ucciderci reciprocamente? Il solo che ha il diritto di togliere la vita è Colui che l’ha creata. Nessun altro ha quel diritto; né la madre, né il padre, né il dottore, né un’agenzia, né una conferenza, né un governo . . . Mi terrorizza il pensiero di tutti coloro che uccidono la propria coscienza, per poter compiere l’aborto. Dopo la morte ci troveremo faccia a faccia con Dio, Datore della vita. Chi si assumerà la responsabilità davanti a Dio per milioni e milioni di bambini ai quali non è stata data la possibilità di vivere, di amare e di essere amati? . . . Un bambino è il dono più grande per la famiglia. Per la nazione. Non rifiutiamo mai questo dono di Dio ». Questa lunga citazione appartiene a Madre Teresa di Calcutta. Sono contento che Madre Teresa abbia potuto parlare a Kalisz.

3. Cari Fratelli e Sorelle, siate solidali con la vita. Rivolgo questo appello a tutti i miei connazionali, indipendentemente dalle convinzioni religiose di ciascuno. Lo rivolgo a tutti gli uomini, senza escluderne alcuno. Da questo luogo, ripeto ancora una volta quanto ho detto nell’ottobre dello scorso anno: « Una nazione che uccide i propri figli è una nazione senza futuro ». Dovete credere che non mi è stato facile dire queste cose pensando alla mia Nazione, ma io desidero per essa un futuro, un futuro meraviglioso. E’ necessaria, dunque, una generale mobilitazione delle coscienze e un comune sforzo etico, per mettere in atto la grande strategia della difesa della vita. Oggi il mondo è diventato l’arena della lotta per la vita. Continua la lotta tra la civiltà della vita e la civiltà della morte. Perciò è così importante l’edificazione della « cultura della vita »: la creazione di opere e di modelli culturali, che sottolineino la grandezza e la dignità della vita umana; la fondazione di istituzioni scientifiche ed educative che promuovano una giusta visione della persona umana, della vita coniugale e familiare: la creazione di ambienti che incarnino nella pratica della vita quotidiana l’amore misericordioso che Dio elargisce ad ogni uomo, specialmente all’uomo che soffre, che è debole e povero non nato.

So che in Polonia si fa molto per la questione della difesa della vita. Sono molto grato a tutti coloro che, in varie forme, si prodigano in quest’opera di edificazione della « cultura della vita ». In modo particolare esprimo la mia gratitudine e il mio apprezzamento a quanti nella nostra Patria, con grande senso di responsabilità davanti a Dio, davanti alla propria coscienza e alla nazione, difendono la vita umana e sostengono la dignità del matrimonio e della famiglia. Ringrazio di tutto cuore la Federazione dei Movimenti per la Difesa della Vita, le Associazioni delle Famiglie Cattoliche e tutte le altre organizzazioni ed istituzioni, sorte molto numerose negli ultimi anni nel nostro Paese. Ringrazio i medici, le infermiere e le persone che difendono la vita dei non nati. E chiedo a tutti: vegliate sulla vita! Continuate a difendere la vita! Questo è il vostro grande contributo alla costruzione della civiltà dell’amore. Possano le schiere dei difensori della vita aumentare progressivamente! Non vi perdete d’animo! Questa è una grande missione affidatavi dalla Provvidenza.

Vi benedica Dio da cui prende origine ogni vita. Fin dai tempi in cui ero Pastore, Vescovo, Cardinale, in Polonia sono in debito nei confronti di alcune persone che hanno collaborato con me con generosità e con coraggio nella difesa della vita. Oggi desidero di nuovo ringraziarli di cuore per tutto ciò. Dio ve ne renda merito!

4. Il dovere del servizio grava su tutti e su ciascuno, ma tale responsabilità grava in modo particolare sulla famiglia che è una « comunità di vita e d’amore » (Gaudium et spes, 48).

Fratelli e Sorelle, non dimenticate neanche per un istante quale grande valore costituisca in se stessa la famiglia. Grazie alla presenza sacramentale di Cristo, grazie al patto liberamente stipulato, con cui i coniugi si donano reciprocamente, la famiglia è una comunità sacra. E’ una comunione di persone unite dall’amore, di cui san Paolo scrive così: « L’amore si compiace della verità. Tutto copre tutto crede, tutto spera, tutto sopporta e non avrà mai fine » (cfr 1 Cor 13, 6-8). Ogni famiglia può costruire un tale amore. Ma esso è raggiungibile nel matrimonio soltanto ed esclusivamente se i coniugi diventano « un dono sincero di sé » (Gaudium et spes, 24), incondizionatamente e per sempre, senza porre alcun limite. Quest’amore coniugale e familiare viene costantemente nobilitato, perfezionato da comuni preoccupazioni e gioie, dal sostenersi nei momenti difficili. Ciascuno dimentica se stesso per il bene dell’amato. Un vero amore non si estingue mai. Diventa fonte di forza e di fedeltà coniugale. La famiglia cristiana, fedele alla sua alleanza sacramentale, diventa un autentico segno del gratuito e universale amore di Dio per gli uomini. Quest’amore di Dio costituisce il centro spirituale della famiglia e il suo fondamento. Attraverso questo amore la famiglia nasce, si sviluppa, matura ed è fonte di pace e di felicità per i genitori e per i figli. E’ un vero nido di vita e di unità.

Cari Fratelli e Sorelle, coniugi e genitori, il sacramento che vi unisce tra voi, vi unisce in Cristo! Vi unisce con Cristo! « Questo mistero è grande »! (Ef 5, 32). Dio « vi ha donato il suo amore ». Egli viene da voi ed è presente in mezzo a voi e dimora nelle vostre anime. Nelle vostre famiglie! Nelle vostre case! Lo sapeva bene san Giuseppe. Per questo non esitò ad affidare a Dio se stesso e la sua Famiglia. In virtù di tale abbandono compì fino in fondo la sua missione, affidatagli da Dio nei riguardi di Maria e del suo Figlio. Sostenuti dall’esempio e dalla protezione di san Giuseppe, offrite una costante testimonianza di dedizione e di generosità. Proteggete e circondate di premura la vita di ogni vostro figlio, di ogni persona, specialmente dei malati, dei deboli e degli handicappati. Date testimonianza dell’amore per la vita e condividetela con generosità.

Scrive san Giovanni: « Quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente » (1 Gv 3, 1). L’uomo adottato in Cristo come figlio di Dio, è veramente partecipe della figliolanza del Figlio di Dio. E perciò san Giovanni, sviluppando il suo pensiero, continua così: « Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perchè lo vedremo così come egli è » (1 Gv 3, 2). Ecco l’uomo! Ecco la sua piena, indicibile dignità! L’uomo è chiamato ad essere partecipe della vita di Dio; a conoscere, illuminato dalla fede, e ad amare il suo Creatore e Padre, prima mediante tutte le sue creature qui sulla terra, e poi nella beatifica visione della sua divinità nei secoli.

Ecco l’uomo! Nell’itinerario del Congresso Eucaristico quest’uomo si rivela ad ogni passo.

L’uomo nella comunità della famiglia e della nazione!

L’uomo, partecipe della vita di Dio!


 

1...172173174175176

Une Paroisse virtuelle en F... |
VIENS ECOUTE ET VOIS |
A TOI DE VOIR ... |
Unblog.fr | Créer un blog | Annuaire | Signaler un abus | De Heilige Koran ... makkel...
| L'IsLaM pOuR tOuS
| islam01