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un’altra bella omelia per domani, V domenica di quaresima

ho trovato, per l’altro mio Blog italiano: « In cammino verso Gesù Cristo » questa omelia, poiché mi è piaciuta, mi sembra bella, la propongo anche su questo Blog, dal sito:

http://www.scourmont.be/homilies/1999-2000/b-lent-5-2000-ita.htm

9 aprile 2000 –Vª domenica di Quaresima « B »
Jr 31,31-34; He 5,7-9; Jn 12,20-33


O M E L I A
           

Il testo di Geremia che abbiamo ascoltato nella prima lettura della Messa è uno dei più belli della Bibbia sulla conversione.  Prima di tutto egli la descrive non come un semplice cambiamento di comportamento, o come la sostituzione di un “ego” con un altro “ego”, ma come un cambiamento profondo del cuore. E per questo cambiamento del cuore bisogna intendere non soltanto un cuore più puro, un cuore che desidera cose migliori, bensì un cuore che sia tanto profondamente impregnato dello Spirito di Dio da desiderare spontaneamente tutto ciò che Dio stesso desidera. “ Porrò la mia Legge  nel più profondo del loro animo; la scriverò nel loro cuore… Essi non avranno più bisogno di istruirsi reciprocamente…Tutti infatti mi conosceranno, dai più piccoli ai più grandi.”

Si tratta di una obbedienza “radicale” a Dio. Radicale, perché radicale è l’obbedienza che parte dalla radice (radix)  stessa del nostro essere.

Ma come Dio realizza questo cambiamento?  Come ci insegna la sua legge? Come impariamo noi l’obbedienza? – Non vi è altra via che quella che Cristo ci ha insegnato, quella che lui stesso ha utilizzato.

La Lettera agli Ebrei ci parla delle sue preghiere “con forti grida e lacrime”, aggiungendo che “imparò…l’obbedienza  dalle cose che patì”. Non abbiamo fatto tutti l’esperienza che le cose più importanti della vita si apprendono dalla sofferenza molto più che da una vita di studio? Il testo aggiunge anche che il Cristo è divenuto una fonte di salvezza per tutti coloro che gli obbediscono. Noi siamo dunque chiamati a obbedirgli, come egli stesso ha obbedito al Padre, con la stessa obbedienza radicale, cioè mediante la consegna radicale di tutto il nostro essere nelle sue mani. E come possiamo noi apprendere l’obbedienza, se non come lo ha fatto lui stesso, cioè  attraverso la sofferenza?

Per questo ci dice nel Vangelo: “Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo;  se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la sua vita la perde; e chi la perde in questo mondo, la conserverà per la vita eterna.”

Qual è il senso di questa piccola frase enigmatica che ritroviamo un certo numero di volte nel Vangelo (sotto forme leggermente differenti): “chi ama la sua vita la perde; chi perde la sua vita in questo mondo la salva per la vita eterna?” Salvare la propria vita significa tenere ad essa,  aggrapparvisi per paura della morte: perdere la vita vuol dire: mollare la presa, distaccarsi, accettare di morire. Il paradosso è che colui che teme la morte è già morto, mentre colui che non ha più paura della morte, ha già cominciato a vivere in pienezza. Ma perché mai qualcuno dovrebbe essere pronto a soffrire e a morire? Forse questo ha un senso? La parola-chiave qui è “compassione” (soffrire con). La cosa che Gesù voleva assolutamente eliminare era la sofferenza e la morte: la sofferenza del povero e dell’oppresso, la sofferenza dell’ammalato, la sofferenza e la morte di tutte le vittime dell’ingiustizia.  Il solo modo di distruggere la sofferenza è  di rinunciare a tutti i valori di questo mondo e di soffrirne le conseguenze. Solo l’accettazione della sofferenza può vincere nel mondo la sofferenza. La compassione può distruggere la sofferenza soffrendo con coloro che soffrono e al posto loro. Una simpatia per il povero che non fosse pronta a condividere le sue sofferenze, sarebbe una sterile emozione. Non si può avere parte alle benedizioni dei poveri, senza essere pronti a condividere le loro sofferenze. Si può dire la stessa cosa della morte.

E’ precisamente questo che Gesù ha fatto per noi. E’ ciò di cui faremo memoria nelle prossime settimane. Attingiamo nell’Eucaristia la forza di seguire i suoi passi. 

Armand VEILLEUX

(traduzione di Anna Bozzo)

DOMENICA 29 MARZO 2009 – V DI QUARESIMA

DOMENICA 29 MARZO 2009 - V DI QUARESIMA dans BIBLE SERVICE (sito francese) 08-18%20IVORY%20CRUCIFIX

Ivory Crucifix Images of Religious and Theological Iconography

http://www.artbible.net/3JC/-Mat-27,32_Crucifixion/index.html

DOMENICA 29 MARZO 2009 – V DI QUARESIMA

MESSA DEL GIORNO

LINK ALLE LETTURE:

http://www.maranatha.it/Festiv2/quaresB/QuarB5Page.htm

Seconda Lettura  Eb 5,7-9

Imparò l’obbedienza e divenne causa di salvezza eterna.

Dalla lettera agli Ebrei

Cristo, nei giorni della sua vita terrena, offrì preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime, a Dio che poteva salvarlo da morte e, per il suo pieno abbandono a lui, venne esaudito. Pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza da ciò che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono.

DAL SITO BIBLE-SERVICE:

http://www.bible-service.net/site/179.html

Hébreux 5,7-9

Dans un registre de vocabulaire sacerdotal, l’épître aux Hébreux médite sur la mort-résurrection du Christ, grand prêtre parfait dans l’offrande de sa vie. Ce court extrait est un commentaire de sa prière  » Père, délivre-moi de cette heure « , dans l’Évangile qui suit.

En évoquant le grand cri, les larmes, la prière et la supplication de Jésus, l’auteur redit à sa manière ce que les Synoptiques avaient retenu de la scène de Gethsémani. La prière de Jésus a été exaucée en raison de  » sa soumission « , c’est-à-dire de son abandon à la volonté du Père. Nous entraînant sur ce chemin, il est alors pour nous  » cause du salut éternel « .

Ebrei 5, 7-9

In un registro di vocabolario sacerdotale la Lettera agli Ebrei medita sulla morte-resurrezione di Cristo, gran sacerdote, perfetto, nella offerta della sua vita. Questo breve estratto è un commento della preghiera di Gesù: « Padre, salvami da quest’ora » nel vangelo che segue.

Evocando il grande grido, le lacrime, la preghiera e la supplica di Gesù, l’autore ripete a suo modo quello che i sinottici avevano conservato della scena del Getsemani. La preghiera di Gesù è stata esaudita in ragione della « sua obbedienza » ossia del suo abbandono alla volontà del Padre. Ci persuade su questo cammino, esso è allora per noi « causa di salvezza eterna ».

OMELIA (29-03-2009) 
Monaci Benedettini Silvestrini:

http://www.lachiesa.it/calendario/Detailed/20090329.shtml

Il chicco di grano

Il messaggio centrale dell’odierna liturgia potrebbe essere quello dell’avvenuta nostra riconciliazione con Dio. Già nella prima lettura, il profeta Geremia ci annuncia una nuova alleanza, un nuovo patto di amicizia tra Dio e il suo popolo. Nuova alleanza o patto di amicizia, che sarà fondato non più su una legge esteriore, ma interiore, sulla legge dello Spirito. Questa nuova alleanza sarà caratterizzata dalla misericordia e della longanimità di Dio. Tutto questo si realizza pienamente in virtù del sacrificio di Cristo. Cristo stesso lo ricorderà esplicitamente nell’istituzione dell’Eucaristia, sacramento e memoriale perenne del suo sacrificio. La lettera agli Ebrei descrive tutto il dramma dell’umanità di Cristo, con estrema chiarezza, il destino della passione e della morte in croce. E’ toccante questo aspetto dell’umanità di Gesù, e ce lo fa sentire così vicino e simile a noi, quando siamo stretti del dolore e delle prove della vita. E nello stesso tempo ci appare immensamente lontano da noi per la sua perfetta obbedienza al Padre e totale abbandono alla sua volontà. Ciò che sostiene Gesù e lo conforta nell’affrontare la prova suprema, da un lato è la chiara consapevolezza che la croce è la via segnata dal Padre, via che condurrà alla glorificazione sua e del Padre stesso; d’altro lato, è la chiara consapevolezza che il suo sacrificio non sarà vano, anzi sarà ricco di frutti per l’umanità. A ragione l’autore della lettera agli Ebrei a dire che “Cristo divenne causa di salvezza per tutti coloro che gli obbediscono”. E poi Gesù stesso nel Vangelo ce lo dice: “se il chicco di grano no muore, rimane solo, se invece muore porta molto frutto”. Gesù è il chicco di grano che muore e porterà molto frutto. E attirerà tutti a sé. Nel suo discorso, c’è una parte che riguarda anche il discepolo, e quindi ciascuno di noi che lo seguiamo. “Se uno mi vuole servire mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servo”. Il discepolo deve seguire le orme di Cristo, la via del Calvario, per portare con Cristo la sua croce e giungere poi alla gloria. Ma deve essere anche accanto ad ogni fratello che soffre. Il discepolo di Gesù di conseguenza, è colui che crede nel valore e nella fecondità del sacrificio, del donarsi per amore, del perdersi per ritrovarsi, del morire per vivere e comunicare la vita. La croce è il vero volto di Cristo; non esiste un Cristo senza la croce. La croce è un cammino, certamente, non una mèta; ma un cammino che ci porta alla vita eterna. Del resto questa è anche l’esperienza che fa ciascuno di noi nel suo piccolo mondo: in famiglia, nel lavoro, nella vita civile. Non dobbiamo seguire la strada dell’orgoglio, della superbia, del successo, dell’egoismo, bensì seguire la strada contraria, aspra ma feconda, del sacrificio e della rinuncia, del rinnegamento di sé, del donarsi e di spendersi per amore. Ognuno di noi, cioè ogni discepolo di Cristo, deve farsi come chicco di grano che muore per portare frutto; muore o cerca di far morire in sé tutto ciò che è disordinato e tutto ciò che non piace al Signore. Inoltre il cristiano deve saper anteporre e preferire innanzitutto la gloria di Dio e il bene dei fratelli. 


UFFICIO DELLE LETTURE

Prima Lettura
Dalla lettera agli Ebrei 1, 1 – 2, 4

Il Figlio erede dell’universo, esaltato al di sopra degli angeli
Dio, che aveva già parlato nei tempi antichi molte volte e in diversi modi ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha costituito erede di tutte le cose e per mezzo del quale ha fatto anche il mondo. Questo Figlio, che è irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza e sostiene tutto con la potenza della sua parola, dopo aver compiuto la purificazione dei peccati si è assiso alla destra della maestà nell’alto dei cieli, ed è diventato tanto superiore agli angeli quanto più eccellente del loro è il nome che ha ereditato.
Infatti a quale degli angeli Dio ha mai detto: Tu sei mio figlio; oggi ti ho generato? (Sal 2,7).
E ancora:
Io sarò per lui padre
ed egli sarà per me figlio? (2 Sam 7, 14).
E di nuovo, quando introduce il primogenito nel mondo, dice:
Lo adorino tutti gli angeli di Dio (Sal 96, 7).
E mentre degli angeli dice:
Egli fa i suoi angeli pari ai venti,
e i suoi ministri come fiamma di fuoco (Sal 103, 4),
del Figlio invece afferma:
Il tuo trono, Dio, sta in eterno
e:
Scettro d’equità è lo scettro del tuo regno;
hai amato la giustizia e odiato l’iniquità,
perciò ti unse Dio, il tuo Dio,
con olio di esultanza più dei tuoi compagni (Sal 44, 7-8).
E ancora:
Tu, Signore, da principio hai fondato la terra
e opera delle tue mani sono i cieli.
Essi periranno, ma tu rimani;
invecchieranno tutti come un vestito.
Come un mantello li avvolgerai,
come un abito,
e saranno cambiati;
ma tu rimarrai lo stesso,
e gli anni tuoi non avranno fine (Sal 101, 26-28).
A quale degli angeli poi ha mai detto:
Siedi alla mia destra,
finché io non abbia posto i tuoi nemici
come sgabello dei tuoi piedi? (Sal 109, 1).
Non sono essi tutti spiriti incaricati di un ministero, inviati per servire coloro che devono ereditare la salvezza?
Proprio per questo bisogna che ci applichiamo con maggiore impegno a quelle cose che abbiamo udito, per non andare fuori strada. Se, infatti, la parola trasmessa per mezzo degli angeli si è dimostrata salda, e ogni trasgressione e disobbedienza ha ricevuto giusta punizione, come potremo scampare noi se trascuriamo una salvezza così grande? Questa infatti, dopo essere stata promulgata all’inizio dal Signore, è stata confermata in mezzo a noi da quelli che l’avevano udita, mentre Dio testimoniava nello stesso tempo con segni e prodigi e miracoli d’ogni genere e doni dello Spirito Santo, distribuiti secondo la sua volontà.

Responsorio    Cfr. Eb 1, 3; 12, 2
R. Cristo Gesù, che è irradiazione della gloria del Padre e impronta della sua sostanza, sostiene tutto con la potenza della sua parola, dopo aver compiuto la purificazione dei peccati, * ora siede alla destra di Dio nell’alto dei cieli.
V. Autore e perfezionatore della fede, egli in cambio della gioia che gli era posta innanzi, si sottopose alla croce;
R. ora siede alla destra di Dio nell’alto dei cieli.

Seconda Lettura
Dalle «Lettere pasquali» di sant’Atanasio, vescovo
(Lett. 14, 1-2; PG 26, 1419-1420)

Celebriamo la vicina festa del Signore con autenticità di fede
Il Verbo, Cristo Signore, datosi a noi interamente ci fa dono della sua visita. Egli promette di restarci ininterrottamente vicino. Per questo dice: «Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28, 20).
Egli è pastore, sommo sacerdote, via e porta e come tale si rende presente nella celebrazione della solennità. Viene fra noi colui che era
atteso, colui del quale san Paolo dice: «Cristo, nostra Pasqua, è stato immolato» (1 Cor 5, 7). Si verifica anche ciò che dice il salmista: O mia esultanza, liberami da coloro che mi circondano (cfr. Sal 31, 7). Vera esultanza e vera solennità è quella che libera dai mali. Per conseguire questo bene ognuno si comporti santamente e dentro di sé mediti nella pace e nel timore di Dio.
Così facevano anche i santi. Mentre erano in vita si sentivano nella gioia come in una continua festa. Uno di essi, il beato Davide, si alzava di notte non una volta sola ma sette volte e con la preghiera si rendeva propizio Dio. Un altro, il grande Mosè, esultava con inni, cantava lodi per la vittoria riportata sul faraone e su coloro che avevano oppresso gli Ebrei. E altri ancora, con gioia incessante attendevano al culto sacro, come Samuele ed il profeta Elia.
Per questo loro stile di vita essi raggiunsero la libertà e ora fanno festa in cielo. Ripensano con gioia al loro pellegrinaggio terreno, capaci ormai di distinguere ciò che era figura e ciò che è divenuto finalmente realtà.
Per prepararci, come si conviene, alla grande solennità che cosa dobbiamo fare? Chi dobbiamo seguire come guida? Nessun altro certamente, o miei cari, se non colui che voi stessi chiamate, come me, «Nostro Signore Gesù Cristo». Egli per l’appunto dice: «Io sono la via» (Gv 14, 6). Egli è colui che, al dire di san Giovanni, «toglie il peccato del mondo «(Gv 1, 29). Egli purifica le nostre anime, come afferma il profeta Geremia: «Fermatevi nelle strade e guardate, e state attenti a quale sia la via buona, e in essa troverete la rigenerazione delle vostre anime» (cfr. Ger 6, 16).
Un tempo era il sangue dei capri e la cenere di un vitello ad aspergere quanti erano immondi. Serviva però solo a purificare il corpo. Ora invece, per la grazia del Verbo di Dio, ognuno viene purificato in modo completo nello spirito.
Se seguiremo Cristo potremo sentirci già ora negli altri della Gerusalemme celeste e anticipare e pregustare anche la festa eterna. Così fecero gli
apostoli, costituiti maestri della grazia per i loro coetanei ed anche per noi. Essi non fecero che seguire il Salvatore: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito» (Mt 19, 27).
Seguiamo anche noi il Signore, cioè imitiamolo, e così avremo trovato il modo di celebrare la festa non soltanto esteriormente, ma nella maniera più fattiva, cioè non solo con le parole, ma anche con le opere.

Responsorio    Cfr. Eb 6, 20; Gv 1, 29
R. L’agnello senza macchia è entrato per noi come precursore, * divenuto sommo sacerdote per sempre al modo di Melchisedek, rimane sacerdote in eterno.

SECONDI VESPRI

Lettura Breve   At 13, 26-30a
Fratelli, a noi è stata mandata questa parola di salvezza. Gli abitanti di Gerusalemme infatti e i loro capi non l’hanno riconosciuto e condannandolo hanno adempiuto le parole dei profeti che si leggono ogni sabato; e, pur non avendo trovato in lui nessun motivo di condanna a morte, chiesero a Pilato che fosse ucciso. Dopo aver compiuto tutto quanto era stato scritto di lui, lo deposero dalla croce e lo misero nel sepolcro. Ma Dio lo ha risuscitato dai morti.

Omelia per mercoledì delle ceneri: Teshuva! Il ritorno

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/Detailed/20090225.shtml

Omelia (25-02-2009) 

padre Mimmo Castiglione
Teshuva! (Il ritorno!)

Ritornare al Benevolo,
lacerandosi l’orgoglio della mente,
infrangendo le ostilità del cuore: rifiuti, rancori, livori.
Tempo a disposizione: quaranta giorni!
Il tempo che ci vuole!
Ritornare al Pietoso, a chi prova fitte nelle viscere
per quanti sono lontani ed impediti
nel cammino del ritorno!
Rincasare nella dimora cara
dove non si patisce fame e non si teme sete.
Rientrare a casa nudi
e dopo l’immersione riprendere vesti note.
E banchettare! Dopo tanta fatica e pena, spasimo ed abbandono!
Partecipare al pranzo dello Sposo per tanti dì, per sette giorni,
per recuperare quanto nel tempo passato fu strazio e assai dolore.

Nella buona e bella notizia di oggi, Gesù invita i suoi discepoli
a vivere nella verità e senza ipocrisia le opere buone,
in particolare la preghiera, il digiuno e l’elemosina.

Liberi dalla preoccupazione di non riuscire ad essere i primi della classe.
Liberi dall’ansia di dimostrare d’essere buoni e bravi.

Fare l’elemosina per condividere e non per vanagloria.
Pregare perché ne abbiamo bisogno e non per ostentare.
Digiunare per mantenerci sobri e non per dimagrire.

Mi ascolto.
Penso a quante volte ho strumentalizzato queste opere,
praticandole per essere ammirato dagli altri,
per ottenere consenso e stima.
Quale ricompensa aspettarmi?! Altro che segreto!
Ho fatto sfoggio, non superando la giustizia degli ipocriti,
che ho sempre giudicato con disprezzo.

PREGHIERA

Benedetto Gesù Maestro, che m’indichi il Volto del Padre nell’indigente,
e m’insegni a rendergli il vero culto nel servizio ai bisognosi.

Pietà di me o Padre, incapace di scorgere il tuo Volto nel povero,
nell’orfano e nella vedova, nell’oppresso e nel forestiero,
nel debole e nel perseguitato, nell’afflitto e nell’abbandonato,
nel disperato e nell’emarginato, nel misero e nel peccatore.

Egoista rivolgo il mio sguardo altrove, quasi sempre al cielo,
illudendomi di vederti, e dove invece incontro solo aria, la mia vanità.

Educami tu o Dio compassionevole e buono alla gratuità.
Abbi pietà di me, per tutte quelle volte che
ho pregato, digiunato e fatto l’elemosina (del mio superfluo)
per propiziarmi la tua benevolenza,
per tenerti a bada e carpire i tuoi favori.

Pietà di me o Dio, ho fatto di te “il Faraone d’Egitto”:
un esattore di tangenti da temere ed un tiranno di cui avere paura.

Possa la consapevolezza della fragilità della mia condizione umana,
farmi prendere coscienza del tuo essere diverso da me,
e riconoscere che tu sei fatto di un’altra pasta,
della quale non posso astenermi facendone beneficenza.

O Dio Benevolo e Pietoso, compatisci!
Al vituperio ed alla derisione non espormi. 

Publié dans:FESTE, OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 24 février, 2009 |Pas de commentaires »

mercoledì delle ceneri 2004 – omelia del Card. Jozef Tomko

dal sito:

http://www.vatican.edu/roman_curia/secretariat_state/2004/documents/rc_seg-st_20040225_ash-wednesday-tomko_it.html

STAZIONE QUARESIMALE
NELLA BASILICA DI SANTA SABINA ALL’AVENTINO

OMELIA DEL CARDINALE JOZEF TOMKO

Mercoledì delle Ceneri, 25 febbraio 2004 

Oggi, Mercoledì delle Ceneri, entriamo nella Quaresima, durante la quale ricorderemo la Passione e la morte del nostro Signore Gesù Cristo e ci prepareremo alla festa della sua Risurrezione. Entriamo nella Quaresima con decisione, da credenti che intendono seguire seriamente il Signore nel suo cammino di sofferenza nella speranza di risorgere con lui nella gloria.

La Chiesa ci guida su questa strada per mezzo della sua liturgia che oggi è particolarmente austera nei simboli e nella Parola di Dio che ci istruisce. L’imposizione delle ceneri non è un gesto teatrale, né una formalità anche se sacra. È un sacramentale che ci aiuta a raggiungere la salvezza. Dalla ricchezza dei testi e dei gesti scegliamo le parole della Scrittura che accompagnano il rito più significativo dell’odierna liturgia e cioè due possibili frasi con le quali il sacerdote rende ancor più espressiva la imposizione delle ceneri. Sono due frasi che si possono usare una o l’altra, ma ambedue dense di significato.

« Ricordati che sei polvere e in polvere tornerai! »

Queste parole sono risuonate per la prima volta nel paradiso. Le ha rivolte il Creatore ad Adamo, il nostro progenitore, come conseguenza del suo peccato. Il Padre lo aveva creato dalla polvere, gli ha donato una vita senza fine nella felicità del paradiso, ma l’uomo ha voluto sostituirsi a Dio, gli ha disubbidito ed ha autodistrutto la propria dignità e felicità. Così ha introdotto il peccato nel mondo e con il peccato, come conseguenza, la morte. L’uomo non può autosalvarsi, non può liberarsi da solo da questa situazione. L’uomo ha bisogno di un Salvatore.

Oggi la Chiesa ricorda ad ogni cristiano queste verità e queste realtà. Le ceneri, che sono la polvere, sono un segno molto eloquente della fragilità, del peccato e della mortalità dell’uomo.

Ricevendole sul nostro capo riconosciamo che il nostro corpo tornerà in polvere, che siamo creature fragili, limitate, e non solo per la lunghezza (o meglio, per brevità) della nostra esistenza terrena. Basta un nulla e noi partiamo e a nulla ci giovano la nostra ricchezza, scienza, gloria, potere, titoli, dignità, orgoglio. Dobbiamo riconoscere in umiltà con il salmista: « Signore, la mia esistenza è come un nulla davanti a te » (Salmo 38, 6).

Come Adamo, così anche noi abbiamo alzato la testa contro Dio. Abbiamo peccato e continuiamo a peccare. L’orgoglio, l’egoismo, la tentazione di voler decidere noi stessi che cosa è il bene e il male, l’esaltazione della nostra voglia di libertà al di sopra della volontà del Creatore vivono sempre nel nostro cuore, anche se non arriviamo a voler creare l’uomo – ma poco ci manca -, e neppure a negare Iddio con il filosofo che ha affermato: Se Dio esiste, io non sono libero. I nostri peccati sono più quotidiani, più concreti, più sottili, ma esistono. Sì, noi siamo peccatori e lo riconosciamo chinando il capo e ricevendo le ceneri in segno di umiltà e di espiazione per noi stessi e per i nostri fratelli attorno a noi. Come i peccatori dell’Antico Testamento, come Niniviti, come Davide ed altri.

« Sei polvere, e in polvere ritornerai ». Solo la storia sacra e la fede ci dicono che la morte è la conseguenza del peccato. Noi sappiamo che Dio ci ha creati per la gioia e per la vita eterna. Il peccato e la morte ci rattristano perché ci possono impedire il raggiungimento di questa gioia.

Tuttavia, se è vero che la disobbedienza del primo Adamo ha introdotto nel mondo il peccato e la morte, è anche vero che Gesù Cristo, il nuovo Adamo, con la sua passione e morte ha vinto il peccato e la morte e ci ha portato la salvezza e la vita eterna. La morte corporale rimane come passaggio cruciale nella vita eterna e come il momento del nostro personale giudizio davanti al tribunale di Dio. Come momento di rischio essa ci può fare paura. Ma ricordare questo momento, con cui si chiude l’esistenza terrena di ciascuno di noi, può essere salutare perché ci porta al pentimento dei nostri peccati e alla ricerca della salvezza nel Dio, ricco di misericordia. Così il simbolo della polvere ci fa rinnovare la nostra speranza di poter partecipare, per meriti della passione e morte di Gesù Cristo, alla sua gloriosa risurrezione.

La strada, tuttavia, è quella indicata dalla liturgia: è la via della penitenza, come c’insegna la seconda formula:

« Convertitevi, e credete al Vangelo »

Infatti, il sacerdote che impone le ceneri, può accompagnare il significativo gesto, a scelta, anche con quest’altra esortazione che è presa dal Vangelo. Si tratta delle prime parole con le quali Gesù stesso comincia, secondo l’evangelista Marco, la sua predicazione (Mc 1, 15). Esse sono un invito che ha due parti strettamente legate fra di loro: convertirsi e credere.

La conversione, la metànoia, è il cambiamento di rotta, cambiamento di cuore di mente. È un ritorno a Dio, al quale ci invita la prima lettura odierna con le parole del profeta Gioèle: « Ritornate a me con tutto il cuore, con digiuni, con pianti e lamenti. Laceratevi i cuori e non le vesti, ritornate al Signore, vostro Dio » (Gioè 2, 12-13). Ed è anche l’atto di riconciliazione con Dio, proposta con insistenza dall’Apostolo Paolo nella seconda Lettera ai Corinzi (2 Cor 5, 20-21): « Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio. Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo trattò da peccato in nostro favore, perché noi potessimo diventare per mezzo di lui giustizia di Dio ». Con questa densa frase l’Apostolo delle genti traccia in sintesi tutta la teologia della nostra salvezza e ci dà il motivo per la nostra conversione o riconciliazione con Dio.

La conversione può essere intesa in vari sensi. Vi è conversione alla fede che qui si suppone già. Vi è la conversione di carattere morale, cioè il ritorno del figliol prodigo alla casa del Padre, la riconciliazione di un peccatore con Dio. Ciò che è importante nella conversione è il pentimento, la contrizione del cuore che si manifesta nel cambiamento effettivo della vita secondo i dettami del Signore espressi particolarmente nel suo Vangelo.

Ora, anche abbracciando la fede, il credente rimane un uomo debole e fragile. Ogni giorno gli si attacca la polvere della strada e il suo cuore cede a varie debolezze del suo egoismo, orgoglio, mancanza di carità, di fedeltà ai propri doveri, di generosità, alle tentazioni dei sensi, alle varie imperfezioni. Ogni giorno anche il giusto pecca più volte, come dice la Scrittura, e pecca con le parole, con le opere, con le omissioni. Ciascuno ha bisogno di convertirsi, di pentirsi e di riconciliarsi pienamente con Dio di mettere a fuoco il suo orientamento verso Dio.

Accogliendo le ceneri sul capo, noi riconosciamo questa nostra fondamentale debolezza e necessità di perdono. Accogliamo l’invito dell’Apostolo Paolo: « Vi esortiamo a non accogliere invano la grazia di Dio… Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza » (2 Cor 6, 1). Perciò volgiamo il nostro sguardo verso il Vangelo e verso chi lo annuncia, il nostro Salvatore che ci invita tutti: « Convertitevi, e credete al Vangelo ».

Mezzi per la conversione continua

Il Vangelo odierno ci mostra la strada per mantenere il nostro spirito in stato di continua conversione, di perseverante e vigilante disponibilità alla piena riconciliazione con l’amore infinito del Padre. Gesù ci chiede particolarmente in questo tempo forte dell’anno liturgico le tre cose della classica triade quaresimale, l’elemosina, la preghiera, il digiuno. L’elemosina come espressione di una più attenta generosità e di quella carità che « copre la moltitudine dei peccati ». La preghiera che sgorga dal cuore più che dalle labbra. Il digiuno che è sacrificio talvolta del corpo ma che oggi può assumere tante altre forme moderne di rinuncia alle cose non necessarie o persino nocive, tale può essere il digiuno da alcuni programmi televisivi, da qualche piacere, da una amicizia dannosa o rischiosa e simili. Osservando il volto di Gesù crocifisso, la nostra coscienza ci dirà in ogni momento, come dobbiamo credere al suo amore e come amarlo nei fratelli.

Cari fratelli e sorelle, ricevendo oggi l’austero segno delle ceneri, noi iniziamo a seguito di Gesù Cristo il nostro itinerario quaresimale, con il quale vogliamo arrivare completamente rinnovati a celebrare con gioia la Pasqua del Signore.

Papa Paolo VI – Festa della Presentazione del Signore 1975 (il pensiero del Papa si porta in continuazione a San Paolo)

dal sito:

http://www.vatican.va/holy_father/paul_vi/homilies/1975/documents/hf_p-vi_hom_19750202_it.html

FESTA DELLA PRESENTAZIONE DEL SIGNORE

OMELIA DEL SANTO PADRE PAOLO VI

2 febbraio 1975   

Venerati Fratelli e Sorelle in Cristo,

Figli tutti carissimi,

Una festa antica, che ha nel Vangelo ora ascoltato la sua lontana e sempre viva radice, una festa in cui Cristo figura protagonista nell’offerta che di Lui è fatta, Figlio dell’uomo al Padre celeste, ed in cui la Madonna, velata e splendente nel manto d’un rito biblico, quello della purificazione superflua alla sua divina maternità, ma irradiante la sua sublime verginità, appare per la prima volta nella storia ufficiale della liturgia romana (Cfr. DUCHESNE, Liber Pont. 1, 376), ci riunisce quest’oggi, in questo tempio grandioso e misterioso che, custode delle spoglie mortali dell’apostolo Pietro, glorifica il volto della Chiesa immortale: una, santa, cattolica ed apostolica, da Gesù Signore fondata sull’umile e debole discepolo, ma divenuto solida roccia, posto a fondamento centrale del nuovo Popolo di Dio (Cfr. Lumen Gentium, 18 et 22), una festa antica, diciamo, si fa attuale in questa nostra celebrazione, che raccogliendo i vari motivi della sua preghiera, ne ricava, con le tradizionali espressioni, questa nuovissima, che aggiunge al fervore spirituale dell’Anno Santo un suo originale colore, e tramuta in vento pentecostale la tempesta stessa del tempo nostro non poco minacciante d’intorno a noi.

Mettiamo ordine nei nostri pensieri. La scena evangelica si ricomponga davanti al nostro spirito. Gesù bambino è portato al Tempio, anzi offerto a Dio, con un atto esplicito di riconoscimento del diritto divino sulla vita dell’uomo. La vita dell’uomo, del primogenito (Cfr. Ex. 13, 12 ss.), come suo simbolo, appartiene a Dio. La gerarchia religiosa delle cause e dei valori è nella natura delle cose; la religione è una esigenza ontologica, che nessun ateismo, nessun secolarismo può annullare; negare, dimenticare, trascurare l’uomo potrà, a suo torto e a suo danno; confutare essenzialmente, razionalmente, senza violenza al suo pensiero e al suo essere non gli è alla fine possibile; riconoscerla, la religione, al principio d’una concezione autentica, esistenziale delle cose e della vita, è necessità, è sapienza; il cristianesimo, senza farne una teocrazia politica, lo conferma. Dice ad esempio, San Paolo: «Nessuno inganni se stesso: . . . sì, tutte le cose sono vostre, ma voi siete di Cristo, e Cristo di Dio» (1 Cor. 3, 18, 22-23). Non è forse così che voi, Religiosi e Religiose, voi tutti Fedeli, concepite la vita? Dio è il primo, Dio è tutto; l’atto primario, costituzionale della nostra esistenza è l’atto religioso, l’adorazione, l’ossequio, e noi beati che siamo invitati a fare della nostra religione una professione d’amore.

Gesù ci appare, fin dalla sua origine nel tempo, come l’interprete e l’esecutore della volontà del Padre. «Entrando nel mondo, leggiamo nella lettera agli Ebrei, . . . Io dissi: ecco, Io vengo, . . . per compiere, o Dio, la tua volontà!» (Hebr. 10, 7); «mio cibo, Egli dirà nel Vangelo, consiste nel compiere la volontà di Colui che mi ha mandato» (Io. 4, 34); «per questo Io sono disceso dal cielo, non per fare la mia volontà, ma la volontà di Colui che mi ha mandato» (Io. 6, 38); tutta la vita di Cristo è dominata infatti da questo collegamento con la volontà divina, fino al Gethsemani, dove l’uomo Gesù tre volte dirà: «Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice (dell’imminente passione), ma però non ciò che voglio Io, ma come vuoi Tu» (Matth. 26, 39); così che l’epigrafe della sua esistenza temporale sarà riassunta da S. Paolo così: «Umiliò Se stesso, fattosi obbediente fino alla morte, e alla morte di croce» (Phil.2, 8). Dalla semplice scena, quasi puramente episodica, della presentazione di Gesù bambino al Tempio, noi intravediamo per iscorcio il tragico dramma messianico che incombe su di Lui.

Noi riviviamo in questo momento non soltanto la memoria del fatto evangelico, ma il suo mistero redentore che si proietta sopra di noi, e da noi reclama la celebre adesione dell’Apostolo: anch’io «compio nella mia carne quello che manca alle sofferenze di Cristo» (Col. 1, 24). Difatti, Fratelli e Sorelle votate a Cristo, per voi questo rito propone una domanda, la cui risposta qualifica e impegna la vostra vita; la domanda della rinnovazione dei vostri voti religiosi. E da codesta risposta, a cui fa eco certamente quella che in cuor loro ripeteranno i Fedeli presenti, memori delle loro promesse battesimali, noi confidiamo che scaturisca, integra e nuova, totale e felice, la vostra offerta, unita a quella di Gesù: «Eccomi, manda me»! (Is. 6, 8) Grandeggia così con quello di Cristo il vostro destino. Volete? Osservate ancora. Maria è presente, nella memoria del rito a cui Ella, la purissima, l’immacolata, umilmente si uniformò, quello della purificazione prescritta dalla Legge mosaica (Lev. 12, 6), silenziosa custode del suo segreto prodigio: la divina maternità aveva lasciato intatta la sua verginità, dando a questa il privilegio d’essere di quella l’angelico santuario. Qui il fatto si fa mistero, e il mistero poesia, e la poesia amore, ineffabile amore. Non già un risultato sterile e vacuo; non sorte inumana, ma sovrumana quando la carne sia sacrificata allo spirito, e lo spirito sia inebriato d’amore più vivo, più forte, più assorbente di Dio, «contento ne’ pensier contemplativi» (DANTE, La Divina Commedia, III, 21, 127).

E nell’incontro odierno con Maria, la Vergine Madre di Cristo, s’illumina nella nostra coscienza la scelta, libera e sovrana, del nostro celibato, della nostra verginità; anch’essa, nella sua ispiratrice origine, più carisma che virtù; possiamo dire con Cristo: «Non tutti comprendono questa parola, ma solo coloro a cui è concesso» (Matth. 19, 11). «Vi sono nell’uomo, insegna S. Tommaso, delle attitudini superiori, per le quali egli è mosso da un influsso divino», sono i «doni», i carismi, che lo guidano mediante un interiore istinto di ispirazione divina (Cfr. S. THOMAE Summa theologiae, I-II, 68, 1). È la vocazione! la vocazione alla verginità consacrata al celibato sacro, la quale vocazione, una volta compresa ed accolta, così alimenta d’amore lo spirito, che questo tanto ne è sovrabbondante da essere, con sacrificio, si ma un sacrificio facile e felice, affrancato dall’amore naturale, dalla passione sensibile e da fare della sua verginità una «inesauribile contemplazione» (Cfr. Ibid. I-II, 152, 1), una religiosa sazietà, sempre superiormente tesa e affamata, e capace, come nessun altro amore, di effondersi nel dono, nel servizio, nel sacrificio di sé per fratelli ignoti, e bisognosi appunto d’un ministero di carità che imiti, e, per quanto possibile, eguagli, quello di Cristo per gli uomini.

Questo più si vive, che non si esprima. Voi, Fratelli e Sorelle, a Cristo immolati, ben lo sapete. E se oggi qui siete convenuti per esprimere in preghiera ed in simboli questo superlativo programma di vita in Cristo, con l’espressione incisiva di San Paolo: «mihi vivere Christus est» la mia vita è Cristo (Phil. 1, 21), noi, noi stessi, invece che riceverlo, come di solito in questa occasione, dalle vostre mani, lo daremo a voi il cero benedetto, simbolo d’un’immolazione che consumandosi effonde luce d’intorno a sé. Lo daremo appunto per Onorare la vostra oblazione al Signore e alla sua Chiesa, per confermare la vostra gioiosa promessa, per accendere in voi quella carità, che nemmeno la morte può spegnere (Cfr. 1 Cor. 13, 13).

Con la nostra Apostolica Benedizione.

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