Archive pour la catégorie ''

XV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (12/07/2020)

https://www.qumran2.net/parolenuove/commenti.php?mostra_id=49708

XV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (12/07/2020)

Seme fecondo, raccolto traboccante
don Luca Garbinetto

Ormai è risaputo: Gesù non parla in parabole per rendere le cose più semplici. Certamente, lo comprendono i semplici, che però non sono quelli che si accontentano di poco, bensì coloro che osano le alte cime e rischiano le quote da vertigine. A loro si aprono le orecchie, dopo che sono rimaste tappate nella fatica della salita, per la pressione dell’aria o della folla, e per loro si spalancano orizzonti impensabili, che fanno dilatare gli occhi di stupore e di commozione. Per loro sono le parabole, meravigliosa alchimia di simbolo e realtà, toccante immersione nei “misteri del regno dei cieli” (v. 11), che invece rimangono oscuri a chi si accontenta dei calcoli e delle misure ovvie della vita.
Perché di questo, in fondo, si tratta: di misure… smisurate! A partire dalla parabola del seminatore, anzi, del seme sparso per ogni dove. Si tratta infatti di una delle rare parabole che Gesù stesso spiega ai suoi discepoli – perché tutti odono le parole di Gesù, ma non tutti ascoltano. I discepoli sono coloro che ascoltano, cioè comprendono e provano a mettere in pratica. La parabola spiegata si trasforma quasi in una analogia, un parallelismo tra l’agire di Dio, che semina la Parola nei cuori degli uomini, vari e differenti come i diversi terreni raggiunti dall’agricoltore, e l’operato del contadino. E tuttavia, ci si chiede giustamente: ma se Gesù spiega la parabola, che cosa rimane ancora da capire, da intendere, da scoprire? Dove sta lo stupore?
Sta proprio in fondo. Nell’ultimo versetto, ripetuto praticamente identico due volte: “dà frutto, il cento, il sessanta, il trenta per uno” (v. 8 e v. 23). Espressione che Gesù applica al campo e all’uomo, ma che non spiega. Perché è inspiegabile. È un dato smisurato, è un accumulo di cifre senza misura. Pur in scalare, vi è una sovrabbondanza da restare esterrefatti.
Un buon terreno agricolo, infatti, nel sistema produttivo palestinese dell’epoca di Gesù, quando andava alla grande poteva produrre fino a sei volte tanto quello che era stato seminato. Era un raccolto da far tornare a casa tra i canti di gioia, con i covoni sulle spalle a ricordare antichi salmi di liberazione dall’esilio. Una mietitura abbondante era sempre festa che non si limitava a garanzia di cibo, ma richiamava la fedeltà del Dio liberatore e provvidente. Come una manna nel deserto, insomma.
Ma qui siamo all’eccesso! Gesù parla di un frutto, quando va male, trenta volte maggiore del seminato. E se va tutto per il meglio, arriviamo perfino a cento. Che poi, lo sappiamo, il centuplo non è nemmeno tutto di quanto Egli ha promesso a coloro che si lasciano arare e preparare per la semina della Parola. Insomma, il terreno buono produce a dismisura, in maniera traboccante. È questa l’esuberanza del dono, la meraviglia del regno che si compie, incontenibile. C’è un di più, perfino esagerato, c’è un avanzo che rende inutili nuovi granai, incapaci di contenere lo straripare della grazia. Esce dal tempio e dalla casa, supera le barriere dei cuori. Un cuore buono, come un terreno fecondo, irrompe nella vita di altri cuori, a condividere e a spandere nuovamente ciò che è rimasto, come ceste di pane buono, senza trattenere nulla per sé.
È la logica dell’amore: chi più ne ha, più ne dona, e in questo modo si moltiplica. La ricchezza contenuta nel seme dell’Alleanza antica, fatto di premura e pazienza da parte del Dio della storia verso il proprio popolo, si moltiplica nel nuovo Patto, perché si trasforma in relazione intima, personale, penetrante. La Legge che metteva misure di passi lungo le strade, o limitava il raccolto risparmiando qualcosa per le spigolatrici povere, diventa ora solco scavato nell’interiorità di ciascuno dei discepoli che si lasciano trafiggere dalla lancia della passione. È Lui, infatti, il seme sparso, il Verbo innestato nella terra, e così pure nella ferita della nostra solitudine. Gesù entra dentro le piaghe toccando la profondità della nostra debolezza, e mette radici impossibili da sradicare. È il mistero della Nuova Alleanza, promessa dai profeti, intuita e desiderata dai giusti (cfr. v. 17; cfr. Ger 31,31-33) e finalmente compiuta in noi.
Eccoci, allora, colmi di stupore. Alla fine, l’ultima Parola illumina le restanti. Possiamo restare a lungo a verificare quali siano le magagne dei nostri terreni incolti o duri da lavorare; possiamo spendere tempi infiniti a lamentarci per le nostre miserie e l’incapacità di accogliere fedelmente il dono. Chissà, però, che così facendo non rendiamo ancor più arida la nostra anima, perché troppo preoccupati di sminuzzare da soli erbe buone e zizzania, dimenticandoci del seme gravido di vita che ci è stato riversato gratuitamente nel grembo.
Varrebbe la pena, probabilmente, partire dall’esuberanza del frutto. Che è promessa, che si compie in noi, per opera Sua, per la potenza insita nel seme stesso, per l’efficacia della Parola. Ma, sia chiaro, solo per la nostra coraggiosa ed attiva disponibilità a farci arare continuamente e ad accogliere la semina. Così il nostro terreno, misto e variegato, viene raggiunto nell’immancabile zolla di humus fertile e si trasforma irrimediabilmente in feconda e sovrabbondante produzione di amore.

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 10 juillet, 2020 |Pas de commentaires »

OMELIA XIV DOMENICA DEL T.O.

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/49618.html

OMELIA XIV DOMENICA DEL T.O.

Un maestro che parla con il cuore ed insegna l’umiltà e l’amore

La 14° domenica del tempo ordinario della liturgia cattolica ci invita a metterci alla scuola di un grande Maestro, unico nella storia e nel suo genere, che è Cristo Signore. E lo fa mediante testi biblici di grande spessore spirituale e morale, ai quali bisogna attingere tutti per essere veri discepoli di Gesù. Egli parla con il cuore ed insegna l’umiltà e l’amore. Valori difficili da coniugare con cuori di ghiaccio e di pietra che ci portiamo spesso nelle nostre povere esistenze terrene.
Il testo del Vangelo di Matteo che oggi ci accompagna nella nostra riflessione è una lezione di vita per tutti, specialmente per chi si ritiene più sapiente e saggio degli altri e disprezzo il semplice, il povero e chi non ha un alto casato o, peggio, non ha la disponibilità economica per sentirsi ricchi di tasca e non certamente di amore e di cuore. Ecco perché Gesù esordisce nel brano del vangelo di oggi con parole che devono cambiare la mente e il cuore di chi si ritiene superiore, a tutti i livelli, anche non ne avendone le qualità e le doti spirituali e morali: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza». I piccoli del vangelo non sono gli ignoranti o gli analfabeti, che non hanno titolo di studio o che hanno frequentato le scuole di alto livello, sono le persone semplici ed umili, aperti, con la loro vera sapienza ed intelligenza, ad un dialogo con Dio e con i fratelli. L’umiltà genera comunione condivisione, la superbia e l’orgoglio rompono qualsiasi schema di relazione umana, improntato ad autenticità. Dio si volge e si rivolge agli umili ed abbatte l’orgoglio dei superbi?.
Nel suo discorso di farsi capire chi era davvero Gesù, egli accentua questo rapporto unico ed esclusivo con il Padre suo: ?Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo?. Gesù quindi è il mediatore tra Dio e l’uomo ed Eli ci apre gli spazi e gli orizzonti di vera rivelazione e comunicazione con il Divino e di comprensione vera dell’umano.éerciò con sicurezza dei suoi poteri divini ed umani, può dire, rivolgendosi a quanti sono stanchi ed oppressi ?Venite a me, io vi darò ristoro?.
Non è un ristoro di carattere economico o alimentare o di genere similare, ma è la consolazione dello spirito, dell’anima, perché Cristo porta pace e serenità nel cuore umano.olui che dà spessore e senso vero ad ogni vita, che brulica sulla terra, a partire dall’essere umano, fatto ad immagine e somiglianza di Dio, che ha un’ intelligenza, un cuore e una passione per quanto è sacro ed eterno.
Gesù, oltre ad essere forte di gioia è anche il modello di come affrontare con coraggio la vita, la sofferenza e soprattutto la morte. Ecco perché ci consiglia di prendere il suo giogo sopra di noi e imparare da lui, che è mite e umile di cuore. In questo modello di riferimento spirituale morale che è Cristo Crocifisso noi troviamo il ristoro per la nostra vita. E Gesù ci rassicura pure su quello che ci attende se noi seguiamo le sue orme, in quanto il suo giogo è dolce e il su peso è leggero.
Di che giogo parla Gesù?
Egli fa riferimento alla sbarra portata sulle spalle, alle cui estremità era appeso il carico, oppure alla sbarra o arnese di legno posto sul collo di due animali da tiro (di solito buoi) per attaccarli a un attrezzo agricolo o a un carro. Dato che in genere erano gli schiavi a usarlo per trasportare carichi pesanti, rappresentava schiavitù o sottomissione a un’altra persona, come pure oppressione e sofferenza. Togliere, rompere o spezzare il giogo era sinonimo di liberazione da schiavitù, oppressione e sfruttamento (Le 26:13; Mt 11:29, 30).
Il peso di Cristo è leggero. Il peso è unità di misurazione della consistenza di un qualcosa, sia a livello fisico, che spirituale. Gesù facendo riferimento proprio a ciò che normalmente viene utilizzato nella vita quotidiana per pesare quantità, oggetti, corpi ed altro, afferma che il suo peso è leggero, non appesantisce, rende liberi, in quanto non costringe, non obbliga, non schiavizza nessuno, bensì rende leggeri mente, cuore ed esistenze. Facciamo nostro questo peso di Cristo e portiamo con la gioia nel cuore e del cuore, ben sapendo che non arriveremo affaticati e stanchi, oppressi alla meta finale o al traguardo che ci siamo dati, come esseri umani e come cristiani.
Il profeta Zaccarìa nel brano della prima lettura riporta alla nostra attenzione le parole che egli ha udito dal Signore e che rappresentano per noi un richiamo e un progetto di vita come singoli e come popolo di Dio: «Esulta grandemente, figlia di Sion, giubila, figlia di Gerusalemme! Ecco, a te viene il tuo re?. Un re umile, che cavalca un’asina e non un cavallo, che viene nella semplicità.
L’invito alla gioia per la venuta del Messia deve essere accolto anche oggi da noi. Non siamo nel tempo di Avvento in preparazione al Natale, per cui la preparazione liturgica all’annuale festa della nascita del Redentore, ma siamo nella continua preparazione all’incontro definitivo con il Signore. Il che non ci deve rattristare, ma ci deve trasmettere gioia e serenità. Forti delle parole del profeta che ci descrive, con poche espressioni chi è il Messia atteso, possiamo prendere sempre più coscienza che davvero ?Egli è giusto e vittorioso, umile, cavalca un asino, un puledro figlio d’asina?. L’ingresso di Cristo in Gerusalemme è qui anticipato di molti secoli, come un’anteprima di un film che si vedrà, nel momento in cui Gesù arriverà nella città Santa e dal vivo verranno riprese le immagini e girate per realizzare un video che ha una storia di 2000 anni.
Questo Messia e Re, che è Cristo, farà sparire il carro da guerra da Èfraim e il cavallo da Gerusalemme, l’arco di guerra sarà spezzato, annuncerà la pace alle nazioni, il suo dominio sarà da mare a mare e dal Fiume fino ai confini della terra?. E’ la bellissima visione della riconciliazione, della pace, dell’assenza ogni lotta che il profeta elaborata come progetto messianico in vista della venuta di Gesù.
Nella seconda Lettura di questa domenica, San Paolo ci rammenta quelli che siamo davanti a Dio e agli uomini. Noi, con il dono del battesimo, non siamo più sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi?. Di conseguenza ?se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, non gli appartiene?.
Noi apparteniamo a Cristo se ci lasciamo guidare dal suo spirito. Uno spirito di docilità e di servizio e non di superbia o di egoismo. Infatti, ?lo Spirito di Dio, che ha risuscitato Gesù dai morti, abita in noi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai nostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in noi?. Consapevoli di essere abitati dallo Spirito di Cristo ?noi siamo debitori non verso la carne, per vivere secondo i desideri carnali, perché, se viviamo secondo la carne, moriremo. Se, invece, mediante lo Spirito facciamo morire le opere del corpo, allora sì che vivremo?.
Quali sono questi desideri carnali che ci allontana da Dio? San Paolo ne dà un dettagliato elenco, nel suo vasto epistolario e basta rileggere le sue lettere per capire dove sbagliamo e in che cosa sbagliamo e soprattutto con chi sbagliamo. Il cristiano va quindi alla ricerca di una sua personale valorizzazione e armonizzazione con l’assoluto e l’eterno. Sia questa la nostra preghiera, oggi, in cui la parola di Dio ci mette davanti a noi l’esempio mirabile di Cristo, mite ed umile di cuore.

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 3 juillet, 2020 |Pas de commentaires »

XIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (28/06/2020)

https://www.qumran2.net/parolenuove/commenti.php?mostra_id=49555

XIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (28/06/2020)

Mi ami tu più di chiunque altro?
don Luca Garbinetto

“Chi ama padre e madre,…figlio e figlia più di me, non è degno di me” (v. 37). Pare un esordio disastroso, quello di Gesù, se volesse guadagnarsi la simpatia dei suoi ascoltatori. In realtà, non si tratta di esordio: nei versetti precedenti egli stesso aveva annunciato di essere venuto a portare dissensi e spada, per nulla pace in famiglia (cfr. vv. 34-36). Peggio ancora! Niente da fare: questo messia non è certo uno che rivendichi approvazione o che ricerchi compiacenza. È duro il suo parlare!
E tuttavia non va dimenticato che nei paragrafi ancora precedenti, il Maestro si era premunito di assicurare la cura fedele e perseverante del Padre, con il suo amore privilegiato per i piccoli, soprattutto se perseguitati e oppressi (cfr. vv. 19.29-30). Dunque l’orizzonte di riferimento è quello di un paterno abbraccio, di smisurata benevolenza, che non si esaurisce anche di fronte al pericolo della morte dell’anima e del corpo (cfr. v. 28b).
Ecco perché sarebbe un errore imperdonabile considerare l’affermazione drastica da cui siamo partiti come una formale espressione di competitività tra Gesù e i parenti più stretti, i propri cari ai quali si deve la gratitudine per la vita ricevuta o lo stupore per avergliela donata. Nessuna competizione: qui non si tratta di paragoni e di alternative, ma di gerarchie. Gesù non sta mettendo in discussione il bene racchiuso nell’amare i genitori e i figli, bensì l’intenzione e la modalità con cui si vive tale amore. O meglio, le maschere spesso indossate per camuffare gli scivolamenti dell’amore in possessività. Perché il criterio di valutazione, per mettere in ordine le cose, viene espresso da quanto viene dopo: è il criterio della croce, manifestazione massima dell’amore che Gesù stesso ha vissuto e portato su di sé, perché prima ce l’aveva dentro di sé.
Che cos’è la croce? Nella logica matteana, è la capacità di cedere le armi, è la sconfitta della pretesa di guadagnarsi la vita da soli. Insomma, il vero antagonismo non sta tra parenti e amici da una parte, e Gesù dall’altra. Sta piuttosto tra la centralità dell’io o la centralità di Dio. Detto con chiarezza: al primo posto, sempre e per chiunque, deve starci Dio, il Padre. E Gesù è il volto del Padre che si rivela a noi, fino alla fine, sulla croce. Rivendicando per sé, rispetto a chiunque altro, un amore ‘di più’, Gesù sta rivendicando di essere Dio. E Dio merita – sì, a onor del vero, se lo merita proprio – di stare al vertice della gerarchia dei nostri amori.
L’alternativa, dicevamo, non sono i parenti stretti, ma il proprio io, elevato alla stregua di idolo. “Chi avrà tenuto per sé la propria vita” (v. 39)…è espressione riconducibile alla presunzione del guadagno e della conquista. “Tenere per sé” è il verbo di chi raccoglie dove lui ha seminato (cfr. Gen 26,12). È l’azione di chi trattiene i frutti del proprio lavoro, come salario del sudore della fronte, come merito della propria fatica. Niente di male, verrebbe da dire, specialmente in tempi in cui si rischia di vedere troppi imbroglioni che rubano e cercano il guadagno facile (ma sarà un tratto solo dell’umanità di oggi?). Ma andando più a fondo, siamo davanti al paradosso di chi pensa di essersi procurato da solo la vita, e di non dover dire grazie nemmeno ai propri genitori, oppure di poter vantare il diritto di proprietà verso i propri figli. I “nostri cari” diventano, senza accorgersene – almeno non subito -, alla stregua di oggetti con cui compensare il bisogno di sentirsi padrona di se stessi. Così si degenera, piano piano, fino a manipolare e ad abusare della vita stessa.
Ma la vita non ci appartiene! Verità tanto evidente, quanto dura da mandar giù. E chi si attacca alla propria vita come fosse un premio ottenuto per bravura o per talento, inesorabilmente è destinato a perderla, perché semplicemente non la vive più. Attaccarsi alla vita significa trattenere i corpi e le anime dei propri congiunti solo per averne gratificazione, fosse anche da un ritorno di gratitudine e di riconoscenza. Così si perde il gusto della gratuità, e si consolidano atteggiamenti difensivi e paranoici nel disperato tentativo di difendere quello che in realtà è destinato a darsi.
Perché la vita è per definizione un dono. Come tale, rimane vita se è dono anche nell’esperienza. Si tratta quindi proprio di perderla per lasciarla essere se stessa. Nessuno può rivendicare di essersi dato la vita, nemmeno di essersela procurata da sé: c’è sempre qualcuno a cui essere debitori. Quindi la vita può essere vissuta bene solo nel continuare a farne un dono, nel rispettarne cioè l’essenza. Si vive bene se si vive da debitori.
Se poi ci si rende conto che anche coloro che sono stati strumenti perché noi avessimo la vita, in realtà ne devono dare merito a loro volta ad altri, e a un Altro, ecco la pienezza dell’amore vero. Lì si scardina l’inevitabile senso di insicurezza che invoca un atto di fiduciosa consegna. Accogliere la vita è in fatti consegnarsi, ma alla Fonte.
Sarebbe come un frutto buono che, potendo parlare, non si accontenta di ringraziare né il ramo né l’albero per essere stati strumenti della sua nascita e maturazione, ma innalza una lode alla terra e al cielo che hanno reso possibile l’esistenza di tutti. Perdere la propria vita “per causa mia” (v. 39b) è quindi invito delicato e vigoroso di Gesù per non accontentarci delle gioie di questa terra e alzare gli occhi fino al Cielo, fino alla Fonte prima della vita intera: quel Padre che ha fatto di Gesù per primo un dono totale di sé sulla croce, così da consegnare a noi la Vita in pienezza. Quella dello Spirito, oltre a quella della carne.
Siamo entrati così nella logica dell’amore divino. Un amore che diventa necessariamente famigliare e comunitario. Garantendo la gerarchia che mette ordine ed evita gli sprechi di energie. Anche nei rapporti all’interno della Chiesa, che Matteo rivela nei versetti successivi. Dagli apostoli (guide della comunità), ai profeti che insegnano la Parola, ai giusti che testimoniano una vita di santità, fino ai piccoli che sono discepoli nel loro costante contatto con il debito della vita: queste relazioni, custodite e rispettate nella loro necessità, permettono di recuperare la meraviglia degli amori terreni impregnati di Spirito di Dio.

No, Gesù non ce l’ha con la famiglia, anzi. E se prima della sua mamma, già a 12 anni ha imparato a porre la ricerca della volontà del Padre (cfr. Lc 2,29), è stato soltanto per aiutarla ad essere madre universale, in una Famiglia ancora più grande (cfr. Gv 19,27). Anche per noi è così: amare Gesù sopra ogni cosa, per divenire membri, nella Chiesa, dell’unica Famiglia dei figli di Dio. Figli e fratelli: esperti, dunque, di amore e di vita donata.

XII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (21/06/2020)

https://www.qumran2.net/parolenuove/commenti.php?mostra_id=49465

XII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (21/06/2020)

Due passeri…
don Luciano Cantini

Non abbiate paura

In tutta la scrittura, questo invito è ripetuto e ripetuto più volte, in mille occasioni, espresso in tutte le declinazioni per ben 365 volte; lo stesso invito lo ripete nei secoli la Chiesa… risuona ancora forte il grido, dal balcone di san Pietro, che Papa Giovanni Paolo II rivolse al mondo in occasione della sua elezione a Pontefice: «Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo! Alla sua salvatrice potestà aprite i confini degli Stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti campi di cultura, di civiltà, di sviluppo. Non abbiate paura! Cristo sa « cosa è dentro l’uomo ». Solo lui lo sa!»
Nonostante questo, l’uomo continua ad avere paura, ancor di più in questo periodo in cui l’altro è visto come un potenziale portatore di contagio. La corsa alle mascherine, la difficoltà a trovare guanti e disinfettanti ha acuito ancor più il senso della paura ma anche l’approfitto; non si può negare che sia la paura a generare un certo business tra porte blindate e sistemi di allarme o strumenti di controllo. Periodicamente si individuano categorie di persone stimolano le nostre inquietudini e i nostri presentimenti e verso cui mostrare diffidenza e ostilità senza un reale fondamento. C’è da domandarsi come la prudenza sfoci nella paura e quanto questa sia fomentata da chi ha interessi. Tra le espressioni di Martin Luther King leggiamo: “Un giorno la paura bussò alla porta. Il coraggio andò ad aprire e non trovò nessuno”.
Voi valete più di molti passeri!
È sempre più urgente in questi nostri giorni alimentare la fiducia, la nostra e quella degli altri. Abbiamo la consapevolezza che siamo pensati in continuazione, guardati con amore e vegliati con cura da Dio. L’immagine dei passerotti come quella dei capelli del nostro capo, proprio perché fissano l’attenzione su cose di poco conto, ci dicono quanto siamo considerati e amati dal Padre. L’impossibilità umana di tener conto dei capelli ci costringe a riconoscere la sovrabbondanza con cui Dio risponde al nostro bisogno e al nostro desiderio di lui. Abbiamo la certezza che il male per quanto sia appariscente e potente, è tanto inferiore al bene, perché Dio è Amore. È la stessa immagine di Abramo invitato a contare le stelle del cielo e i granelli di sabbia per immaginare la grandezza a cui Dio lo ha chiamato. Dall’inizio del suo pontificato che Papa Francesco ci ricorda che tutti siamo preziosi agli occhi di Dio e quanto abbia in odio lo scarto. Non è ingenuità ma la consapevolezza che sono proprio la fragilità e la debolezza a manifestare la nostra forza: è il mistero della Croce che siamo chiamati ad abbracciare. Dice san Paolo: “abbiamo questo tesoro in vasi di creta perché appaia che questa straordinaria potenza appartiene a Dio, e non viene da noi” (2Cor 4,7).
Non è nel volere di Dio la caduta di chicchessia (come la proverbiale foglia) ma è certo che nulla e nessuno è abbandonato da Dio, il suo è uno sguardo di Padre a meno che non siamo noi stessi a sottrarci al suo sguardo.
Chiunque mi riconoscerà
Troppo spesso diamo tutto per scontato, semplice, quasi automatico… di fronte alla vita che nasce, alla bellezza della natura è facile riconoscere la presenza e l’azione del creatore, è una realtà ovvia, assodata la fede sgorga insieme ai sentimenti ma davanti alla morte, alla forza dirompente della natura, alla perversione dell’uomo o, come in questi giorni, l’incombenza di una pandemia, quando il cuore si ribella e l’intelligenza è come frenata come possiamo coniugare la nostra Fede? Come riconoscere l’azione di Dio e la sua potenza?
Non a caso Gesù ha affermato: “nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto”. L’esperienza dei discepoli di Gesù è dominata dal mistero e dalla incomprensione finché la sua morte sulla croce non rivelerà la grandezza della paternità di Dio, finché la debolezza di Gesù non mostrerà l’onnipotenza del Padre. Riconoscere il Signore ha proprio questa esigenza di lasciarci coinvolgere dal mistero della croce. La contrapposizione tra vita e morte, fragilità e forza, perdita e vittoria spaventa quando ci sfiora da vicino; è così incredibile da diventare non annunciabile. Riconoscere non significa semplicemente “sapere che…” ma lasciarsi coinvolgere, avere lo stesso pensiero; il verbo greco indica soprattutto « comunione » di vita, di storia, di prospettiva.
Dobbiamo fare i conti con le nostre paure e le nostre reticenze, con le tenebre che avvolgono i nostri pensieri. La piccolezza ci scandalizza, l’insignificanza, la rovina suonano come disfatta, riconoscere il Signore significa invece entrare nella dinamica del suo progetto, entrare nella complessità storica del mondo, nella fatica e nella tribolazione quotidiana percependone la provvisorietà e la relatività per vivere nel presente la vittoria di Dio sul mondo.

 

OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO – « Pregare è andare con Gesù al Padre che ci darà tutto »

http://www.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2020/documents/papa-francesco-cotidie_20200510_pregare-lottando-con-dio.html

DALLA CAPPELLA DI CASA SANTA MARTA

OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO – « Pregare è andare con Gesù al Padre che ci darà tutto »

Domenica, 10 maggio 2020

Omelia
In questo passo del Vangelo (cfr Gv 14,1-14), il discorso di congedo di Gesù, Gesù dice che va dal Padre. E dice che sarà con il Padre e che anche chi crede in Lui «compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre. E qualunque cosa chiederete nel mio nome, la farò, perché il Padre sia glorificato nel Figlio. Se mi chiederete qualche cosa nel mio nome, io la farò» (vv. 12-14). Possiamo dire che questo passo del Vangelo di Giovanni è la dichiarazione dell’ascesa al Padre.
Il Padre sempre è stato presente nella vita di Gesù, e Gesù ne parlava. Gesù pregava il Padre. E tante volte, parlava del Padre che ha cura di noi, come ha cura degli uccelli, dei gigli del campo… Il Padre. E quando i discepoli gli chiesero di imparare a pregare, Gesù insegnò a pregare il Padre: «Padre nostro» (Mt 6,9). Sempre va [si rivolge] al Padre. Ma in questo passo è molto forte; e anche è come se aprisse le porte della onnipotenza della preghiera. “Perché io sono con il Padre: voi chiedete e io farò tutto. Ma perché il Padre lo farà con me” (cfr Gv 14,11). Questa fiducia nel Padre, fiducia nel Padre che è capace di fare tutto. Questo coraggio di pregare, perché per pregare ci vuole coraggio! Ci vuole lo stesso coraggio, la stessa franchezza che per predicare: la stessa. Pensiamo al nostro padre Abramo, quando lui – credo che si dica – “mercanteggiava” con Dio per salvare Sodoma (cfr Gen 18,20-33): “E se fossero di meno? E di meno? E di meno?…”. Davvero, sapeva “negoziare”. Ma sempre con questo coraggio: “Scusami, Signore, ma fammi uno sconto: un po’ di meno, un po’ di meno…”. Sempre il coraggio della lotta nella preghiera, perché pregare è lottare: lottare con Dio. E poi, Mosè: le due volte che il Signore avrebbe voluto distruggere il popolo (cfr Es 32,1-35 e cfr Nm 11,1-3) e fare lui capo di un altro popolo, Mosè ha detto “No!”. E ha detto “no” al Padre! Con coraggio! Ma se tu vai a pregare così – [bisbiglia una preghiera timida] – questa è una mancanza di rispetto! Pregare è andare con Gesù al Padre che ti darà tutto. Coraggio nella preghiera, franchezza nella preghiera. La stessa che ci vuole per la predica.
E abbiamo sentito nella prima Lettura quel conflitto nei primi tempi della Chiesa (cfr At 6,1-7), perché i cristiani di origine greca mormoravano – mormoravano, già a quel tempo si faceva questo: si vede che è un’abitudine della Chiesa… – mormoravano perché le loro vedove, i loro orfani non erano ben curati; gli apostoli non avevano tempo di fare tante cose. E Pietro [con gli apostoli], illuminato dallo Spirito Santo, “inventò”, diciamo così, i diaconi. “Facciamo una cosa: cerchiamo sette persone che siano brave e che questi uomini si prendano cura del servizio” (cfr At 6,2-4). Il diacono è il custode del servizio, nella Chiesa. “E così questa gente, che ha ragione di lamentarsi, sia curata bene nei suoi bisogni e noi – dice Pietro, l’abbiamo sentito – e noi ci dedicheremo alla preghiera e all’annuncio della Parola” (cfr v. 5). Questo è il compito del vescovo: pregare e predicare. Con questa forza che abbiamo sentito nel Vangelo: il vescovo è il primo che va dal Padre, con la fiducia che ha dato Gesù, con il coraggio, con la parresìa, a lottare per il suo popolo. Il primo compito di un vescovo è pregare. Lo disse Pietro: “E a noi, la preghiera e l’annuncio della Parola”.
Io ho conosciuto un sacerdote, un santo parroco, buono, che quando trovava un vescovo lo salutava, bene, molto amabile, e sempre faceva la domanda: “Eccellenza, quante ore al giorno Lei prega?”, e sempre diceva: “Perché il primo compito è pregare”. Perché è la preghiera del capo della comunità per la comunità, l’intercessione al Padre perché custodisca il popolo.
La preghiera del vescovo, il primo compito: pregare. E il popolo, vedendo il vescovo pregare, impara a pregare. Perché lo Spirito Santo ci insegna che è Dio che “fa la cosa”. Noi facciamo un pochettino, ma è Lui che “fa le cose” della Chiesa, e la preghiera è quella che porta avanti la Chiesa. E per questo i capi della Chiesa, per dire così, i vescovi, devono andare avanti con la preghiera.
Quella parola di Pietro è profetica: “Che i diaconi facciano tutto questo, così la gente è ben curata e ha risolto i problemi e anche i suoi bisogni. Ma a noi, vescovi, la preghiera e l’annuncio della Parola”.
È triste vedere bravi vescovi, bravi, gente buona, ma indaffarati in tante cose, l’economia, e questo e quell’altro e quell’altro… La preghiera al primo posto. Poi, le altre cose. Ma quando le altre cose tolgono spazio alla preghiera, qualcosa non funziona. E la preghiera è forte per questo che abbiamo sentito nel Vangelo di Gesù: «Io vado al Padre. E qualunque cosa chiederete nel mio nome al Padre, la farò, perché il Padre sia glorificato» (Gv 14,12-13) Così va avanti la Chiesa, con la preghiera, il coraggio della preghiera, perché la Chiesa sa che senza questa ascesa al Padre non può sopravvivere.

Preghiera per fare la comunione spirituale
Le persone che non si comunicano fanno adesso la comunione spirituale:
Ai tuoi piedi o mio Gesù mi prostro e ti offro il pentimento del mio cuore contrito, che si abissa nel suo nulla e nella tua santa presenza. Ti adoro nel Sacramento del tuo amore, l’ineffabile Eucaristia. Desidero riceverti nella povera dimora che ti offre il mio cuore. In attesa della felicità della comunione sacramentale, voglio possederti in spirito. Vieni a me o mio Gesù, che io vengo da te. Possa il tuo amore infiammare tutto il mio essere per la vita e per la morte. Credo in te, spero in te, ti amo.

PENTECOSTE (ANNO A) – MESSA DEL GIORNO (31/05/2020)

https://www.qumran2.net/parolenuove/commenti.php?mostra_id=49199

PENTECOSTE (ANNO A) – MESSA DEL GIORNO (31/05/2020)

Il linguaggio dell’amore unisce il mondo
padre Antonio Rungi

Celebriamo oggi la solennità della Pentecoste, una ricorrenza nella vita cristiana e nella liturgia cattolica molto importante, perché ricorda a tutti noi battezzati e cresimati e consacrati, a vario titolo, nel servizio alla comunità dei credenti, che sugli apostoli e Maria, a 50 giorni della risurrezione di Cristo, discese lo Spirito Santo che li confermò nella loro missione.
E’ significativo che i testi biblici facciano riferimento a questo momento dell’ufficializzazione della Chiesa, già nata dal costato di Cristo, ci sia presente la Beata Vergine Maria. A conferma che Maria è davvero la Madre di Cristo e come tale è Madre di Do e della Chiesa.
Lo Spirito Santo che scende sugli Apostoli per confermarli nella fede e per inviarli nel mondo quali messaggeri di amore, speranza e gioia. Il testo del Vangelo di Giovanni che abbiamo appena ascoltato, non riguarda il momento della Pentecoste, ma il momento del Pasqua di risurrezione.
E’ il primo discorso del Risorto, una sorta di saluto che il Signore fa ai suoi discepoli prima della sua ascensione. E’ il discorso, appunto, dell’arrivederci e non dell’addio, ma comune di saluto che il Maestro rivolge ai suoi discepoli, dopo aver completato il suo insegnamento e la sua esperienza di didattica, non a distanza, a stretto contatto che egli ha portato avanti nel corso del suo triennio di insegnamento, educazione, preparazione alla vita e alla missione. E cosa dice ai suoi discepoli.
Giovanni lo sintetizza in alcune espressioni: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati». Questo brano del Vangelo lo si comprende nella sua giusta portata teologica e pastorale rapportandolo con il testo della prima lettura di questa solennità, tratta dagli Atti degli Apostoli, nel quale si racconta proprio il momento della discesa dello Spirito Santo: “Mentre stava compiendosi il giorno della Pentecoste, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano. Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro, e tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi. Abitavano allora a Gerusalemme Giudei osservanti, di ogni nazione che è sotto il cielo. A quel rumore, la folla si radunò e rimase turbata, perché ciascuno li udiva parlare nella propria lingua”. I frutti della discesa dello Spirito Santo sono immediati e anche riconoscibili.
Gli Apostoli si rendono comprensibili a chi parlava altre lingue. Il linguaggio dello Spirito Santo, che è quello dell’amore, unisce e non separa, fa comunione e non divisione. Ecco perché gli Apostoli pur parlando nella loro lingua che avevano appreso, l’aramaico, in realtà, quanti parlavano altre lingue li comprendevano. Si sa che Gesù parlava Aramaico, perché la lingua parlata in Galilea e Palestina all’epoca di Gesù era l’aramaico giudaico palestinese, e probabilmente l’aramaico parlato da Gesù per comunicare con i suoi discepoli era un dialetto galileo caratterizzato dalla presenza di alcune parole in ebraico e in greco, anche se non tutti sono d’accordo riguardo a ciò.
Nel giorno della Pentecoste c’erano cittadini di varie località, regioni e provenienza linguistica e culturale: Parti, Medi, Elamìti; abitanti della Mesopotàmia, della Giudea e della Cappadòcia, del Ponto e dell’Asia, della Frìgia e della Panfìlia, dell’Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirène, Romani residenti a Geursalemme, Giudei e prosèliti, Cretesi e Arabi. Gerusalemme che era il centro della spiritualità, accoglieva tanti popolo, la città della pace era di fatto la città plurietnica e pluriculturale come lo è oggi per altre ragioni, ed in primo luogo perché è la città della morte e della risurrezione del Redentore.
Possiamo dire che la globalizzazione della comunicazione aveva la sua origine proprio nel giorno della Pentecoste, anticipando i tempi odierni. Ma chi erano tutti costoro che stavano a Gerusalemme?
I parti appartenevano ad un’antica popolazione iranica, stanziatasi dal 3° sec. a.C. in una regione dell’altopiano iranico fra Oxus, il Caspio e il deserto centrale, denominata Partia; mentre i Medi appartenevano sempre ad un’antica popolazione iranica, stanziata almeno dal 9° sec. a.C. nella regione nord-occidentale della Persia e dai persiani chiamata Media; gli Elamiti, invece, erano gli abitanti dell’Elam, una regione situata ad ovest del corso inferiore del Tigri, che ebbe per capitale Susa. Gli abitanti della Mesopotamia venivano, invece, dalla regione dell’Asia anteriore compresa tra i fiumi Tigri ed Eufrate; la Giudea, ben nota ai tempi di Gesù, era la zona meridionale e più elevata dell’altopiano della Palestina, situata fra il Mar Morto e il Mar di Levante; la Cappadocia faceva parte dell’Asia Minore; mentre il Ponto era una regione della Turchia. La Frigia era una regione interna dell’Anatolia; mentre la Panfilia era una regione costiera dell’Anatolia meridionale.
Possiamo dire che il mondo era ben rappresentato in quel momento come evidenziano gli Atti degli Apostoli: Abitavano allora a Gerusalemme Giudei osservanti, di ogni nazione che è sotto il cielo” A queste persone, provenienti da varie regioni e località, si rivolsero gli apostoli e fecero capire perfettamente ciò che dicevano di Cristo e su Cristo.
Noi sul loro esempio dobbiamo capire chi è Cristo per noi e farlo capire agli altri, mediante la testimonianza, l’annuncio e la diffusione del vangelo in ogni parte del mondo. Ed oggi è facile arrivare con i potenti mezzi che si hanno, che pure loro hanno dovuto arrendersi di fronte all’emergenza della pandemia, che sta parlando di altro e non certo di Dio. Ricominciare a parlare di fede penso che sia importante a partire proprio da questo giorno dedicato alla discesa dello Spirito Santo sugli Apostoli e Maria, riuniti in preghiera nel cenacolo, dal quale parte la missione della Chiesa per tutti i popoli della terra.

 

ASCENSIONE DEL SIGNORE (ANNO A) (24/05/2020)

https://www.qumran2.net/parolenuove/commenti.php?mostra_id=49113

ASCENSIONE DEL SIGNORE (ANNO A) (24/05/2020)

Egli ascende e noi scendiamo
don Giacomo Falco Brini

Nella solennità dell’Ascensione, anche se nella 1a lettura leggiamo che, dopo aver parlato ai discepoli, Gesù fu elevato in alto sotto i loro occhi e una nube lo sottrasse ai loro sguardi (At 1,9), noi non celebriamo la partenza di Gesù, bensì la sua diversa presenza nel mondo. L’epilogo del vangelo di Matteo è la dichiarazione solenne di questa verità: ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo (Mt 28,20). Dunque non esiste giorno in cui Egli sia assente. Ma che significa “una sua presenza diversa” nel mondo? In genere siamo abituati a parlare di presenza o di assenza di una persona in termini corporali. Cioè, diciamo che il tale è presente o assente a seconda che cada o meno sotto il raggio della mia capacità di vederne il corpo. Ma le cose, dopo la morte e resurrezione di Cristo, stanno proprio così?
Già nei racconti degli incontri con il Risorto notiamo che la sua presenza non è più come quella di prima. Gesù approccia ai suoi discepoli anche fisicamente, ma non c’è un immediato riconoscimento della sua persona; segno che l’evento della resurrezione esprime qualcosa di più che non la sola continuità storica con la persona del Signore. La resurrezione ha fatto “esplodere”, all’interno della storia, una nuova capacità di essere presente nelle relazioni umane. Pensate ad es. quando troviamo Gesù risorto in alcuni brani che passeggia e mangia ancora con i suoi amici, o come quando lo troviamo in carne e ossa capace di fare qualcosa che noi non possiamo fare: entrare a porte chiuse in una casa (Gv 20,19), oppure sparire improvvisamente da un banchetto amichevole (Lc 24,31).
La 1a lettura ci ricorda che anche gli apostoli si aspettavano un clamoroso ritorno del Signore e in un tempo imminente, per cui, mentre si congedavano da Lui, cercarono di carpirgli il momento esatto della sua venuta (At 1,6). Gesù smentisce questa attesa con parole che non lasciano adito ad alcuna pretesa di conoscenza di date, scadenze e decisioni storiche che Dio ha riservato alla sua decisione. No, non è di queste cose che si devono occupare i discepoli. Eppure nella storia della chiesa, come anche oggi, ci sono state e ci sono ancora frange ecclesiali, talvolta piuttosto numerose, che continuano ad agitarsi e ad agitare il popolo di Dio sul tema del suo ritorno. Basterebbe la lettura del solo testo degli Atti per recuperare un po’ di igiene mentale e rendersi conto che Gesù chiede solo ai suoi, mentre ascende al cielo, di assumere la sua missione: compito del discepolo è lasciarsi coinvolgere in una nuova tappa della storia della salvezza, dove il protagonista è lo Spirito Santo con la sua chiesa. Dio nella sua misteriosa bontà, vuol contare su di noi per salvare gli uomini.
Tiriamo le somme di queste considerazioni: la festa dell’Ascensione al cielo di Cristo, non è festeggiare il Signore in un altro posto che chiamiamo “cielo”. Il cielo nelle Scritture è simbolo della comunione con Dio. Celebriamo piuttosto la festa dell’unità tra cielo e terra, un’unità indistruttibile dopo che Dio, fattosi uomo, ha operato la salvezza dell’umanità attraversando/superando la nostra condizione mortale. Altra conclusione. Al momento di affidare la propria missione agli apostoli Gesù dice: mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra (Mt 28,28). Questa espressione non sia fraintesa e non illuda il discepolo di oggi. Non significa che Gesù, costituito Signore del cielo e della terra, risolve i problemi umani con la bacchetta magica, né dona una bacchetta magica a coloro che devono proseguire la sua missione. Il potere di Gesù è uno solo: quello di amare fino alla fine per salvare l’uomo. Noi crediamo ancora poco a questo potere illimitato, il potere dell’amore. Ma è l’unico potere che Dio ha. Dunque la sua chiesa scenda per le strade impervie del mondo per agire e annunciare il vangelo con il potere di Cristo. Si faccia carico del peso storico che grava sugli uomini, sia sempre presente su ogni frontiera di dolore, laddove l’uomo ha bisogno di ritrovare speranza. Se la chiesa non è impegnata nella sua missione, vuol dire che sta buttando via la sua vocazione. Se il discepolo ha risposto alla chiamata di Cristo, è una persona lanciata verso i fratelli che fa leva sulla promessa di Gesù: voi avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni (At 1,8).
Per questo Papa Francesco, sin dall’inizio del suo pontificato, ci sta ricordando ripetutamente che la chiesa di Cristo è geneticamente missionaria. La chiesa che ha posto come centro sé stessa invece di Gesù, è invece una chiesa di-missionaria e autosufficiente, cerca qualcos’altro, come osserva mirabilmente questo passaggio del suo messaggio alle PPOM uscito ieri: Gesù, prima di andar via, ha detto ai suoi che avrebbe mandato loro lo Spirito. E così ha consegnato allo Spirito anche l’opera apostolica della Chiesa, per tutta la storia, fino al suo ritorno. Il mistero dell’Ascensione, insieme all’effusione dello Spirito nella Pentecoste, imprime e trasmette per sempre alla missione della Chiesa il suo tratto genetico più intimo: quello di essere opera dello Spirito Santo e non conseguenza delle nostre riflessioni e intenzioni. È questo il tratto che può rendere feconda la missione e preservarla da ogni presunta autosufficienza, dalla tentazione di prendere in ostaggio la carne di Cristo – asceso al Cielo – per i propri progetti clericali di potere. Quando nella missione della Chiesa non si coglie e riconosce l’opera attuale ed efficace dello Spirito Santo, vuol dire che perfino le parole della missione – anche le più esatte, anche le più pensate – sono diventate “discorsi di umana sapienza”, usati per dar gloria a sé stessi o rimuovere e mascherare i propri deserti interiori (Papa Francesco, Messaggio alle Pontificie Opere Missionarie, Roma, presso S. Giovanni in Laterano, durante la solennità dell’Ascensione, 21.05.2020)
Papa Giovanni XXIII disse un giorno al suo segretario, poco prima di convocare il Concilio Vaticano II, che aveva compreso una cosa importante: la sua preghiera doveva cambiare. Ammise infatti che prima chiedeva sempre a Dio il suo Spirito perché facesse questo o quello e perché lo aiutasse nelle decisioni del suo delicato incarico. Ora invece pregava lo Spirito chiedendogli cosa Lui voleva fare, perché aveva capito di essere solo un suo aiutante. Pochi giorni dopo, ci fu l’annuncio di un nuovo Concilio Ecumenico della chiesa cattolica. Gesù è asceso al cielo, il suo Spirito scenderà a Pentecoste, affinché anche noi possiamo scendere per continuare la sua missione in mezzo agli uomini. Scendiamo dunque anche noi, perché solo così si ascende al cielo.

 

12345...195

Une Paroisse virtuelle en F... |
VIENS ECOUTE ET VOIS |
A TOI DE VOIR ... |
Unblog.fr | Créer un blog | Annuaire | Signaler un abus | De Heilige Koran ... makkel...
| L'IsLaM pOuR tOuS
| islam01