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12 NOVEMBRE 2017 | 32A DOMENICA T. ORDINARIO- A | OMELIA

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12 NOVEMBRE 2017 | 32A DOMENICA T. ORDINARIO- A | OMELIA

VIGILE ATTESA
Il tema delle Letture di oggi corrisponde al nostro stato d’animo di questi giorni di novembre, mese dedicato al pio ricordo dei Defunti: l’incontro con Gesù, che ci apre le porte della vita eterna.
Il cristiano vive la tensione del possesso e dell’attesa, della certezza e della speranza. Mentre San Paolo c’invita ad eliminare ogni tristezza, Gesù – con la parabola delle dieci vergini – ci esorta ad essere vigilanti.
Dice infatti Gesù: « Vegliate, poiché non sapete né il giorno né l’ora ».
Il Regno dei Cieli e la sua attuazione sono un fatto certo, nella fede e nella speranza, tuttavia il tempo di attuazione è nella mente di Dio e sfugge ai nostri calcoli: per cui resta in gioco la nostra libertà.
Ma è una libertà tragica: potremmo essere sorpresi ed esclusi dal Regno e avere la porta sbattuta in faccia, perché non abbiamo vegliato e accumulato l’olio delle buone opere e della carità operosa.
Esiste dunque un giudizio finale di Gesù: la salvezza viene offerta a tutti, ma non tutti la ottengono. « Vegliate », insiste Gesù. Chi veglia con la fede e le opere buone è sempre pronto a comparire davanti al Giudice divino.
Il significato della parabola è questo: lo Sposo è Gesù; le vergini sono i fedeli; la lampada è la fede; la luce sono le opere buone; il sonno delle vergini, è la morte; la festa nuziale, è la vita del Cielo.

1. Gesù verrà certamente
Il battezzato è sicuro che il Signore verrà nell’ultimo giorno, come affermiamo nel Credo: « E di nuovo verrà nella gloria per giudicare i vivi e i morti » e verrà anche al momento della nostra morte, termine del nostro pellegrinaggio terreno.
( Antonio Gramsci, il Fondatore del Partito Comunista Italiano (= P.C.I.), rivolgendosi ai milioni di militanti, li ammoniva così: « Porsi domande sulla morte non è moderno ».
Sono ormai passati molti decenni da quel appello, e la gente continua ancora a … non essere moderna, perché pensa alla morte e la vede sempre più crudele).
San Paolo nella seconda lettura ci esorta a eliminare la tristezza della morte con questi pensieri: dice:
a) Di fronte alla morte il cristiano non può essere come i pagani che non hanno speranza (v. 13)
Per sfuggire all’oppressione dell’ universale minaccia della morte, gli uomini hanno davanti a sé due vie: non pensarci mai o pensarci spesso.
Scelgono la prima via i mediocri, i vili e gl’incoscienti.
Scelgono la seconda: i forti, gli asceti e i santi.
Il pensiero della morte diventa così regola per vivere onestamente.
Si chiedeva ad un moribondo: « Che cosa si dovrà incidere sulla vostra tomba? ».
Scrivete: « Qui giace un insensato, che uscì da questo mondo, senza sapere come mai vi fosse entrato ».
« E ci sono tanti che escono da questo mondo, senza sapere che cosa vi siano venuti a fare, e senza curarsi di conoscerlo. Non imitiamoli! » (S. Curato d’Ars).
(Titina De Filippo alla domanda: quale pensiero l’avesse portata a un’intensa pratica della Fede, rispose: « Il pensiero della morte: il pensare che oltre il tempo c’è una città di eterna gioia o di eterno dolore; il costatare che sovente si vive con tanta incoscienza, mentre la morte è sempre in agguato »).
b) San Paolo poi ci ricorda che Gesù
è risorto: così i morti risorgeranno e saranno per sempre col Signore. Nel Credo c’è un articolo che illumina di luce immortale il nostro tramonto: « Credo nella risurrezione della carne ».
Giulio Salvadori, poco prima di morire, diceva a suo fratello: « Domani mi vestirai con gli abiti più belli, perché incomincia la mia festa ». Questa è vera fede!
c) Alla venuta di Gesù, ci troveremo tutti insieme (vv. 15-17)
Questa era la ferma speranza della madre dei Maccabei che confortava il più giovane dei suoi sette figli con queste parole: « Ti scongiuro figlio mio, di guardare il cielo. Non temere questo carnefice, ma mostrandoti degno dei tuoi fratelli, accetta la morte, affinché, nel tempo della misericordia, io ti abbia insieme con loro ».

2. Le condizioni per non essere esclusi dalla presenza di Gesù, sono quelle delle vergini sagge, cioè: vigilanza e perseveranza.
Il cristiano aspetta Qualcuno, in attesa viva e operosa.
a) Vigilanza significa lotta contro il torpore e la negligenza
per giungere alla meta ed essere pronti ad accogliere Gesù quando viene (Vangelo).
Due giovanotti buontemponi un giorno si presentarono ad un vecchio eremita e gli domandarono per ischerzo:
- E noi, quando ci dobbiamo convertire?
- Un’ora prima di morire.
- Ma non sappiamo mica quando morremo…
- Allora convertitevi subito, perché domani potrebbe essere troppo tardi…
Mozart, il celebre musico austriaco (+ 1791), in una lettera al padre (4.4.1787) scriveva: « Da qualche anno mi sono familiarizzato con la morte – la migliore amica dell’uomo – : la sua immagine non mi fa paura, anzi è calmante e consolante. Eppure nessuno di quanti mi conoscono potrà dire che io sia afflitto o triste ».
Fortunato lui che viveva con simili sentimenti, perché gli capitò proprio l’imprevisto.
Infatti un giorno fu avvicinato da uno sconosciuto, che gli disse: – Maestro, c’è un signore che vorrebbe da voi, il più presto possibile, una Messa funebre, ma che sia bella, e degna del vostro grande talento musicale.
Mozart si mise subito all’opera; lavorò giorno e notte, finché portò a termine la Messa funebre. Ma ne sentì tale danno alla salute, da ammalarsi gravemente e da soccombere alla verde età di 36 anni!
E la Messa funebre? Quella persona che l’aveva ordinata non comparve più. Gli amici del grande artista fecero eseguire quella stessa Messa ai suoi funerali, non trovando musica più degna, per onorare il grande Maestro.
Mozart avrebbe pensato che quell’opera musicale sarebbe servita la prima volta per lui defunto?
b) Vigilanza è saper discernere le « visite » del Signore: è andare incontro a Gesù che viene e ci passa accanto nelle persone e negli avvenimenti.
Una sera Madre Teresa di Calcutta incontrò a Roma un uomo tutto solo. Racconta ella stessa: « Mi sembrava abbandonato da tutti. Lo salutai, stringendogli la mano ed egli mi disse che era tanto tempo che non sentiva più il calore di una mano umana! ».
Nel povero e nell’abbandonato abituiamoci anche noi a scoprire il volto di Gesù e ci sarà più facile riconoscerlo nell’istante della nostra morte.
Cari Fratelli e Sorelle, ci sono tanti modi di morire: c’è la morte improvvisa, la morte del disperato, la morte del santo, la morte violenta, quella serena nel proprio letto assistiti dai nostri cari.
Tutti desidereremmo quest’ultima, ma non sappiamo. Tuttavia una cosa è certa: la morte non ci farà paura, se non ci coglierà impreparati, ma ricchi di opere buone e con la coscienza tranquilla di aver fatto sempre il nostro dovere.
Il Calvario ci presenta tre « casi » di morte: quella del giusto, Gesù; quella del peccatore pentito, il buon ladrone; quella dell’impenitente, del disperato.
Questi casi si ripetono ogni giorno. A noi la scelta!
Persino la morte di un bimbo può essere… gioiosa per i suoi genitori.
Emilio era davvero un caro bambino quando, all’età di 9 anni, fu colpito da tifo che poi si complicò in bronco polmonite.
Poco prima di morire, apre gli occhi per niente stralunati, ma luminosi come uno specchio.
« Oh, che cosa io vedo!… La Madonna!… il Paradiso!… ».
Poi si solleva per sedersi, e fissa il padre, poi la mamma, il nonno, la nonna… Infine grida: « Gioia!… ».
Ricade sul guanciale e muore. Quando suo padre – un professore ateo – andò dal sacerdote ad annunziare la morte del suo unico figlio, il suo Millo, ripeté tra le lacrime quell’espressione del bimbo morente: « Gioia!.. ».
Ormai era certo che esisteva il Paradiso e che suo figlio vi era entrato e… lui era convertito…
Cari Fratelli e Sorelle, l’amore alla Madonna trasforma la morte in gioia e apre le porte del Paradiso. Teniamolo quindi sempre presente!.

Don Severino GALLO SDB (+)

 

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 10 novembre, 2017 |Pas de commentaires »

OMELIA NELLA SOLENNITÀ DI TUTTI I SANTI

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OMELIA NELLA SOLENNITÀ DI TUTTI I SANTI

«La santità, vocazione fondamentale dell’uomo»

La celebrazione eucaristica della solennità di tutti i Santi si apre con l’esortazione « Rallegriamoci tutti nel Signore ». La liturgia invita a condividere il gaudio celeste dei Santi e ad assaporarne la gioia. I Santi non sono una esigua casta di eletti, ma una folla senza numero, verso la quale la liturgia esorta oggi a levare lo sguardo. In tale moltitudine non vi sono soltanto i santi ufficialmente riconosciuti, ma i battezzati di ogni epoca e nazione, che hanno cercato di compiere con amore e fedeltà la volontà divina.
La festa di Tutti i Santi è una delle più care al popolo cristiano. Essa si diffuse nell’Europa latina nei secoli VIII-IX. Dal secolo IX si iniziò a celebrarla anche a Roma, dove questa solennità era chiamata Pasqua di Ognissanti. Occorreva, infatti, far festa a Cristo vittorioso e risorto nella storia dei suoi Santi.
La festa dei santi è la festa del nostro destino, la festa della nostra chiamata. È una bella festa in cui celebriamo la fedeltà di Dio nei confronti degli uomini e quella degli uomini verso Dio; da questo felice connubio nasce e sgorga la santità. Festeggiare tutti i Santi significa guardare a coloro che già posseggono l’eredità della gloria dell’Eterno. I santi contemplano il volto di Dio e gioiscono appieno di questa visione.
La Chiesa ci invita a levare in alto lo sguardo fino a raggiungere il punto in cui si intravede la Gerusalemme celeste, dove “l’assemblea dei nostri fratelli glorifica in eterno” il Signore (cf. Prefazio della Solennità). Tutta la storia della Chiesa è segnata da questi uomini e donne che con la loro fede, con la loro carità, con la loro vita sono stati dei fari per tante generazioni, e lo sono anche per noi. I Santi manifestano in diversi modi la presenza potente e trasformante del Risorto; hanno lasciato che Cristo afferrasse così pienamente la loro vita da poter affermare con san Paolo “non vivo più io, ma Cristo vive in me” (Gal 2,20).
La Solennità di Tutti i Santi apre uno spiraglio sulla città del cielo, la patria comune verso cui siamo incamminati e che tanti nostri fratelli hanno già raggiunto; la casa paterna dove si celebra in eterno la festa di Dio con i suoi amici (Ap 7,9-14).
All’inizio della Preghiera Eucaristica contempleremo la gloria dei Santi proclamando che essi ci sono stati dati “come amici e modelli di vita”. Spronati dal loro esempio, “verso la patria comune noi, pellegrini sulla terra, affrettiamo nella speranza il nostro cammino, lieti per la sorte gloriosa di questi membri eletti della Chiesa”.
Sono i Santi che la Chiesa oggi ricorda, senza necessità di farne i nomi. I santi sono uomini e donne che hanno cercato e amato intensamente Dio; persone, delle quali, forse, non conosciamo nulla, ma che nel lungo corso dei secoli hanno accolto la parola di Cristo che disse: « Vi ho dato l’esempio, perché, come ho fatto io facciate anche voi. » (Gv 13,15). E ne hanno fatto il loro programma di vita, con una esistenza profondamente radicata in Lui, il Figlio di Dio, il Redentore, che amarono con tutte le loro forze, rendendolo presente tra gli uomini.
Il discorso della montagna (Mt 5-7) è una delle pagine più rivelative la verità cristiana e anche tra le più coinvolgenti di tutto il Nuovo Testamento in quanto traccia la via del discepolo sulle orme del Regno. Il vangelo delle Beatitudini costituisce la prima parte del “discorso della montagna”. Il monte è il luogo della rivelazione sia per la trasfigurazione gloriosa di Gesù sia per la sua parola. Il monte ha, inoltre, un significato più specifico: esso vuol ricordarci il Sinai, il monte della promulgazione della legge e della conclusione dell’alleanza.
Le Beatitudini sono certamente la sintesi più significativa di tutto il « lieto annuncio » di Gesù e la dichiarazione più espressiva della novità cristiana e ricordano con forza qual è la logica di Dio. Le Beatitudini sono il cuore del vangelo del Regno. Le Beatitudine sono il codice della santità, la vera carta di identità della santità cristiana. Le beatitudini non possono essere lette solo come un testo poetico o dai forti contenuti morali, o ancora come un brano sapienziale: esse sono buona notizia, Vangelo, in quanto atteggiamenti vissuti radicalmente da Gesù e, come tali, devono diventare lo stile di vita del cristiano. Siamo dunque chiamati ad accoglierle quale interrogativo e pungolo che mette in questione la nostra fede, la nostra sequela del Signore Gesù e, più precisamente, la nostra gioia e felicità nel vivere il Vangelo. Sì, perché le beatitudini riguardano il rapporto tra fede e felicità!
Per nove volte Gesù proclama beati quanti vivono alcune precise situazioni in grado di facilitare il loro cammino verso la piena comunione con Dio. Egli rivela che la beatitudine non viene da condizioni esterne, non viene dal benessere, dal piacere, dal successo, dalla ricchezza; essa nasce invece da precisi comportamenti destinatari di una promessa di felicità da parte di Dio, comportamenti che vanno assunti nel cuore e manifestati nella vita quotidiana. La novità che Gesù immette nelle Beatitudini è Lui stesso: è Lui che partecipa della debolezza umana, compatisce la fragilità e la salva amandola. Egli è il povero, il mite, l’operatore di pace, il perseguitato per la giustizia. Le Beatitudini sono un programma di vita sicuramente difficile eppure hanno un grande fascino. Esse indicano la strada della libertà mediante il distacco dai beni, mediante l’esercizio della misericordia e della mitezza, mediante la solidarietà all’uomo, mediante l’amore e la convivenza nella pace. Il « beati! » che Gesù ripete nove volte sono, quelli che vivono fin d’ora la felicità, sono i miti, i pacifici, i puri, quelli che vivono con intensità e dono la propria vita, come i santi.
Le Beatitudini mostrano la fisionomia spirituale di Gesù e così esprimono il suo mistero, il mistero di Morte e Risurrezione, di Passione e di gioia della Risurrezione. Questo mistero, che è mistero della vera beatitudine, ci invita alla sequela di Gesù e così al cammino verso di essa.
Parlando della santità, è necessario precisare un fatto: la canonizzazione di un testimone della fede non aggiunge nulla alla sua vita; nulla che non fosse già parte della sua vicenda terrena. La Chiesa, infatti, non costituisce i Santi; la Chiesa li riconosce conformi alla santità di Cristo incarnata e manifestata nei giorni della loro vita mortale. Oggi veneriamo proprio questa innumerevole comunità di Tutti i Santi, i quali, attraverso i loro differenti percorsi di vita, ci indicano diverse strade di santità, accomunate da un unico denominatore: seguire Cristo e conformarsi a Lui, fine ultimo della nostra vicenda umana. Tutti gli stati di vita, infatti, possono diventare, con l’azione della grazia e con l’impegno e la perseveranza di ciascuno, vie di santificazione.
Cari Amici.
Che cosa vuol dire essere santi?
Chi è chiamato ad essere santo?
Come possiamo divenire santi, amici di Dio?
Spesso si è portati ancora a pensare che la santità sia una meta riservata a pochi eletti. All’interrogativo si può rispondere anzitutto in negativo: per essere santi non occorre compiere azioni e opere straordinarie, né possedere carismi eccezionali. Viene poi la risposta in positivo: è necessario innanzitutto ascoltare Gesù e poi seguirlo senza perdersi d’animo di fronte alle difficoltà.
Tutti siamo chiamati alla santità: è la misura stessa della vita cristiana.
La Chiesa oggi ci ricorda che la santità è la vocazione fondamentale dell’uomo chiamato ad essa a motivo della santità stessa di Dio, che in ognuno ha impresso la sua immagine, e, nella pienezza dei tempi, ad ogni uomo ha inviato il Figlio, Gesù di Nazareth, il Cristo come redentore, maestro e modello. La Liturgia odierna ci invita a volgere il nostro sguardo verso Dio, il tre volte « Santo », per contemplare la bellezza della Sua Santità e il riflesso della stessa Santità in noi. Dio è il « Santo »; ma Egli, nel Suo ineffabile Mistero d’Amore non ha esitato a donarci la Sua Santità perché il creato sia sempre più ricco della Sua presenza e perché anche qui sulla terra si potesse conoscere la gloria a cui Egli ci chiama.
In ciascuno di noi esiste la nostalgia alla santità poiché a essa siamo chiamati.
Il santo non è uno nato predestinato; uomini e donne come noi, si sono fidati e lasciati fare da Dio. Santo è chi lascia che il Signore riempia la sua vita fino a farla diventare dono per gli altri. I santi sono persone comuni, o persone dotate di un carisma particolare; i santi sono modelli che la Chiesa indica a tutti, cristiani e non, perché tutti, nessuno escluso, siamo chiamati alla santità che è pienezza della comunione con Dio nella visione svelata di Lui. I Santi di cui oggi facciamo memoria, pur senza invocarne il nome, sono quella schiera, veramente infinita, di uomini e donne che hanno risposto generosamente alla chiamata di Cristo sulla via delle beatitudini, quella « via stretta », che conduce alla salvezza, che è pienezza di vita in Dio, felicità indistruttibile e inalterata comunione d’amore.
La festa di Tutti i Santi è la celebrazione di una storia di speranza, di una storia trasformata da coloro che credono e seguono Gesù. È la celebrazione di una storia che culmina nella lode, non nella disperazione, pur passando dalla grande tribolazione. Il programma delle beatitudini non prevede situazioni impossibili, né è destinato a poche persone, ma ha varcato i secoli, trovando in ogni tempo cristiani che hanno realizzato la loro vita a partire da questa carta d’identità della santità cristiana. Una carta che assicura beatitudine e felicità. Tutti siamo chiamati alla santità; o saremo santi o non saremo affatto. Per aiutarci a questo la Chiesa ci propone il vangelo delle beatitudini come guida alla santità. Dio chiama ciascuno a essere santo. Educati alla scuola della Sua Parola, vivificati dal Suo Spirito, inseriti in Lui con il Battesimo e la vita sacramentale ci è dato di vivere dello spirito delle beatitudini, che ci rende già ora cittadini del regno.
Ognuno di noi è chiamato a farsi santo; ognuno è chiamato a lasciare che il Signore prenda possesso della sua vita. Dio, infatti, continua a renderci santi ogni volta che noi ci riconosciamo e viviamo da « figli »; ogni volta che il seme della Parola trova dimora in noi e porta frutto, ogni volta che la grazia dei Sacramenti ravviva in noi il Suo Mistero di salvezza, ogni volta che noi nel fratello sappiamo riconoscere la Sua presenza. Pellegrini nella fede, cercatori del volto di Dio, camminiamo con speranza lungo le strade della vita, coltivando il dono della santità che Dio ci ha offerto e testimoniando con coraggio il Vangelo dell’Amore che santifica e salva il mondo.
Nella festa di tutti i Santi noi intravvediamo il nostro destino finale: la ragione per cui siamo stati creati. Oggi «sappiamo … che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a Lui perché lo vedremo così come Egli è» (1Gv 3,2). La nostra visione di Dio, la vita in comunione con Lui è la ragione per cui siamo stati chiamati all’esistenza: è l’eredità che ci aspetta. E quando diciamo « visione di Dio » intendiamo lo sguardo amoroso nel volto del Padre. E’ comunione di vita fra Dio e l’uomo nella vita eterna del Paradiso. E’ stato scritto « La visione di Dio è un atto d’amore illuminato dall’intelletto e un atto dell’intelletto infiammato dall’amore ».
Ci affidiamo alla protezione di tutti i Santi e particolarmente dei nostri santi Protettori perché si facciano interpreti delle nostre attese e desideri di santità presso il trono dell’Altissimo. L’esempio dei santi è per noi un incoraggiamento a seguire le stesse orme, a sperimentare la gioia di chi si fida di Dio, perché l’unica vera causa di tristezza e di infelicità per l’uomo è vivere lontano da Lui.
Affidiamo la santità della nostra vita e del nostro mondo anche alla Regina di tutti i Santi, la Vergine Maria, che «brilla innanzi al popolo di Dio peregrinante come segno di sicura speranza e di consolazione, fino a quando verrà il giorno del Signore», e «con la sua materna carità si prende cura dei fratelli del Figlio suo ancora peregrinanti e posti in mezzo ai pericoli e affanni del mondo, fino a che non siano condotti alla patria beata» (LG 68, 62).

Dio onnipotente ed eterno, che doni alla tua Chiesa
la gioia di celebrare in un’unica festa
i meriti e la gloria di tutti i Santi,
concedi al tuo popolo,
per la comune intercessione di tanti nostri fratelli,
l’abbondanza della tua misericordia.

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 31 octobre, 2017 |Pas de commentaires »

XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (29/10/2017)

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Il segreto della fecondità

dom Luigi Gioia

XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (29/10/2017)

La lettera di Paolo apostolo ai Tessalonicesi che la liturgia ci propone come seconda lettura in queste ultime domeniche del tempo ordinario è relativamente corta, ma molto suggestiva. Si apre con un sentito elogio della fede, della speranza e della carità di questa comunità che si traduce in uno straordinario slancio missionario: Per mezzo vostro la parola del Signore risuona non soltanto in Macedonia e in Acaia, ma la vostra fede in Dio si è diffusa dappertutto, tanto che non abbiamo bisogno di parlarne .
Il capitolo 17 degli Atti degli Apostoli ci offre un breve resoconto della evangelizzazione di questa comunità da parte di Paolo. Ci è detto che Paolo per tre sabati discusse con [i giudei] sulla base delle Scritture, spiegando e sostenendo che Cristo doveva morire e risuscitare dai morti e diceva che il Cristo è quel Gesù che vi annuncio. Questo primo passaggio è particolarmente significativo, perché – come di consueto – Paolo evangelizza predicando prima di tutto ai Giudei, a partire dalla Parola di Dio, per tre sabati di seguito. La sua predicazione consiste nello spiegare come Gesù Cristo sia la chiave di lettura della Scrittura. Ci è detto allora che alcuni furono convinti e aderirono a Paolo e a Sila, come anche un gran numero di Greci credenti in Dio e non e anche alcune donne della nobiltà. Questa evangelizzazione però risveglia anche una violenta ed improvvisa opposizione. Paolo è costretto a fuggire dopo aver appena cominciato l’evangelizzazione di questa comunità, senza aver potuto approfondirla.
Non è sorprendente allora costatare, nella prima lettera ai Tessalonicesi, che Paolo è molto preoccupato riguardo alla sorte di questa comunità. Teme che essa sia ancora troppo fragile per poter sussistere da sola dopo la sua partenza. Invia allora alcuni dei suoi collaboratori a verificare la situazione di questa Chiesa e sorprendentemente scopre che essa non solo non è scomparsa, ma che addirittura è diventata a sua volta evangelizzatrice e che la fede, la speranza e la carità regnano in essa.
Quale fu – ci si chiede allora – il segreto di questa comunità? Cosa le permise così rapidamente di sviluppare una fede, una speranza e una carità tali da poter resistere a tutte le persecuzioni e da poter, autonomamente, anche senza l’aiuto di Paolo o di altri ministri, vivere una vita cristiana così solida?
Tale segreto è svelato in questa prima lettera ai Tessalonicesi al capitolo 2, quando Paolo afferma: Noi continuamente rendiamo grazie a Dio perché ricevendo la parola di Dio che noi vi abbiamo fatto udire, l’avete accolta non come parola di uomini, ma quale è veramente, come parola di Dio, che opera in voi che credete .
Ecco svelato il segreto! Ecco spiegata la fecondità di questa comunità, malgrado la precarietà estrema nella quale si era ritrovata immediatamente dopo la sua prima evangelizzazione. La risposta è nella serietà con la quale hanno accolto la parola di Dio come essa è veramente, cioè come parola che agisce nel cuore dei credenti.
La parola di Dio agisce, è viva, efficace e più tagliente di una spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla e discerne i sentimenti e i pensieri del cuore. A questa parola non vi è creatura che possa nascondersi, ma tutto è nudo e scoperto agli occhi di colui al quale noi dobbiamo rendere conto, dice la lettera agli Ebrei.
Leggere la parola di Dio ci mette in contatto con una realtà viva, che opera, che cambia il cuore, che alimenta la fede, la speranza, la carità. Isaia così ne spiega la fecondità: Come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza aver irrigato la terra, senza averla fecondata e farla germogliare perché dia il seme a chi semina e il pane a chi mangia, così sarà della mia parola, uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero, senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata .
Il Signore ci manda la sua Parola e ci chiede di esporci ad essa, di lasciarci mettere a nudo da essa. È vero che la Parola giudica i sentimenti del nostro cuore e mette in luce tutte le nostre contraddizioni, ma lo può fare perché porta con essa la certezza della misericordia di Dio, del suo amore per noi. In questa Parola ci è elargito il senso del disegno di salvezza di Dio su di noi, è rinnovata la nostra consolazione, rafforzata la nostra fede. La parola risveglia la carità nei nostri cuori, nutre la speranza anche nel mezzo dell’oscurità del momento presente, ci assicura che Dio mai ci abbandona.
Il segreto per accedere alla stessa fecondità della comunità di Tessalonica dipende dunque dalla qualità della nostra relazione con la Parola di Dio. Basta aprire anche solo per pochi minuti il Vangelo, cercare una o due frasi che ci parlino in modo particolare e, come si dice di Maria nel Vangelo, serbarle nel nostro cuore. Costateremo meravigliati che queste parole agiranno nel nostro cuore, lo feconderanno, faranno germinare in esso la pace
Il testo dell’omelia si trova in Luigi Gioia, « Mi guida la tua mano. Omelie sui vangeli domenicali. Anno A », ed. Dehoniane. Clicca qui

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 27 octobre, 2017 |Pas de commentaires »

22 OTTOBRE 2017 | 29A DOMENICA T. ORDINARIO – A | OMELIA

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22 OTTOBRE 2017 | 29A DOMENICA T. ORDINARIO – A | OMELIA

« Il mio Regno non è di questo mondo »

Ai Farisei ed a quelli del partito di Erode, che lo mettono alla prova con la domanda-tranello: è lecito o no pagare il tributo a Cesare?. Gesù risponde: date a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio. In altre parole, Gesù vuole indicare che il Regno di Dio è superiore a qualsiasi potere terreno; è Dio che dirige la vita degli uomini.
Il brano del Profeta Isaia, riportato nella 1a lettura, ci aiuta a comprendere, nel modo esatto, la risposta di Gesù.
Dio si serve di Ciro, di un re pagano di Persia, per realizzare il suo progetto, la liberazione cioè del popolo di Israele, deportato schiavo in Babilonia. Siamo nel 500 a. C. quando Ciro sconfigge i Babilonesi e, nella sua astuta politica, fa rimpatriare gli ebrei esiliati, e li aiuta a ricostruire le mura ed il Tempio di Gerusalemme.
Non si tratta certo di un atto di magnanimità o di particolare umanità; a Ciro è maggiormente utile che gli ebrei ricostituiscano il loro stato nella Palestina, anziché rimangano deportati in Babilonia. Potranno essere così una testa di ponte del suo potere tra i popoli che li circondano.
Ma al di là di queste motivazioni, sta il fatto che Ciro è divenuto strumento, sia pure inconsapevole, nelle mani di Dio, per realizzare il progetto della liberazione del suo popolo dalla schiavitù.
« Per amore di Giacobbe, mio servo, e di Israele mio eletto, io ti ho chiamato per nome, ti ho dato un titolo, sebbene tu non mi conosca ». Sono le parole che il Signore pronuncia nei riguardi del re Ciro.
Dio può servirsi di tutti, anche di un re pagano, per realizzare i suoi piani; dietro agli avvenimenti umani c’è sempre una Provvidenza divina che guida e governa.
Ai tempi di Gesù, il tributo o la tassa da pagare all’Imperatore di Roma costituiva per molti abitanti della Giudea, unita alla Provincia romana di Siria, un vero e proprio problema di coscienza: pagare le tasse con moneta recante la figura dell’Imperatore pagano, non significava implicitamente riconoscere la sua sovranità su Israele? Per loro l’unico re di Israele era Dio, od un suo rappresentante, e non un Imperatore pagano. Ecco quindi giustificata la domanda posta a Gesù.
In realtà però, il vero motivo della domanda, per i farisei, contrari all’Imperatore di Roma, e per quelli del partito di Erode, favorevoli invece all’attuale potere, era quello di tendere un tranello a Gesù, per coglierlo in fallo e poterlo comunque deferire all’autorità ed eliminarlo. Se risponde « è lecito » scontenta la gran parte del popolo contrario a Roma, se risponde « non è lecito », si pone contro il potere e rischia la morte.
Gesù non dà solo una risposta intelligente che lo toglie di imbarazzo, ma pone in chiaro l’ordine delle cose.
Si fa mostrare la moneta del tributo: « Di chi è questa immagine e l’iscrizione? « Di Cesare » « Rendete a Cesare quello che è di Cesare ». In altre parole vuole dire: « voi utilizzate per i vostri scambi, i vostri commerci, la moneta di Cesare; ricevete dei servizi da parte di Cesare, rendetegli quello che gli è dovuto », ma « Rendete a Dio, quello che è di Dio » riconoscete cioè anche i diritti di Dio, del Regno di Dio che si presenta a voi nella mia persona.
L’invito fondamentale che viene dalla risposta di Gesù è quindi quello di accogliere il Regno di Dio che egli è venuto ad inaugurare: un Regno che non è di carattere politico, come essi pensano, ma essenzialmente spirituale: « il mio Regno non è di questo mondo »; un regno che non mira direttamente alla liberazione politica, come essi invece si attendono, ma mira a cambiare l’uomo dall’interno, a renderlo più buono, più giusto; un invito a riconoscere lui Gesù come Messia, come l’inviato del Padre, per salvare l’umanità.
L’invito di Gesù è rivolto naturalmente anche a noi, a non confondere le cose materiali e le cose dello spirito, dando la precedenza, secondo l’inclinazione nostra, alle cose che piacciono, dimenticando quelle che fanno parte dei nostri doveri di uomini e di cristiani. Non lasciamoci dominare dagli istinti e dai sensi; non dimentichiamoci che abbiamo un’anima spirituale, da salvare per l’eternità.
Oggi è la 91a Giornata Missionaria Mondiale. Il Papa nel suo messaggio ci ricorda ancora una volta: « Il mondo ha essenzialmente bisogno del Vangelo di Gesù Cristo. Egli, attraverso la Chiesa, continua la sua missione di Buon Samaritano, curando le ferite sanguinanti dell’umanità, e di Buon Pastore, cercando senza sosta chi si è smarrito per sentieri contorti e senza meta. E grazie a Dio non mancano esperienze significative che testimoniano la forza trasformatrice del Vangelo. Penso al gesto di quello studente Dinka che, a costo della propria vita, protegge uno studente della tribù Nuer destinato ad essere ucciso. Penso a quella celebrazione eucaristica a Kitgum, nel Nord Uganda, allora insanguinato dalla ferocia di un gruppo di ribelli, quando un missionario fece ripetere alla gente le parole di Gesù sulla croce: « Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? », come espressione del grido disperato dei fratelli e delle sorelle del Signore crocifisso. Quella celebrazione fu per la gente fonte di grande consolazione e tanto coraggio. E possiamo pensare a tante, innumerevoli testimonianze di come il Vangelo aiuta a superare le chiusure, i conflitti, il razzismo, il tribalismo, promuovendo dovunque e tra tutti, la riconciliazione, la fraternità e la condivisione ».
Sentiamoci anche noi missionari, con la vita e con la preghiera; sosteniamo quelli che sono in prima linea con la nostra collaborazione, ma soprattutto con la nostra testimonianza di vita.

Don Mario MORRA SDB

 

 

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 20 octobre, 2017 |Pas de commentaires »

XXVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (15/10/2017)

 Tutti siamo invitati alle nozze dell’amore di Dio nel tempo e nell’eternità

padre Antonio Rungi

XXVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (15/10/2017)

La parola di Dio di questa domenica XXVIII ci invita, nel Vangelo, a prendere parte alle nozze dell’Agnello, alle quali siamo tutti invitati, in modo degno, ben preparati, con le vesti spirituali ed interiori idonee, quelle che veramente contano per entrare a far parte di coloro che amano Dio e lo vogliono seguire sulla strada della carità.
Possiamo ben dire che tutti siamo invitati alle nozze dell’amore di Dio per l’umanità, intorno a quel banchetto che ha preparato il Signore per noi, rivolgendo il suo invito a determinate categorie di persone, quelle che più degli altri hanno bisogno di prenderne parte.
La parabola del Vangelo di Matteo di questa Domenica ci aiuta a comprende se siamo preparati o meno ad entrare nella sala delle nozze, dove Gesù ci aspetta per condividere con noi la sua festa, che è anche la nostra festa.
Tale banchetto nuziale può indicare tante cose spirituali, ma a mio avviso ne indica una precisa, ed è il banchetto eucaristico, al quale possiamo partecipare se abbiamo quella veste nuziale che è la grazia santificante.
Grazia che ha origine nel Battesimo e che coltiviamo nel tempo vivendo una vita cristiana, soprattutto al livello sacramentale, degna di essere chiamata tale. L’immagine delle nozze che Gesù usa per presentare ai capi dei sacerdoti e ai farisei la natura del suo regno è emblematica.
Dio, il Re della parabola, organizza la festa nuziale per il suo figlio, Gesù Cristo, ed invita chi ha scelto di far partecipare a questo convito e succede che nessuno si presenta.
Ci riprova una seconda volta e gli invitati non accolgono l’invito e, addirittura, ognuno va per la propria strada e cura i suoi affari o addirittura uccidono i servitore del Re. Alla fine visto la poca disponibilità degli invitati scelti, manda i suoi servi per le strade e invita tutta la gente a prendere parte al banchetto, buoni e cattivi e la sala si riempì.
Vi entrano, quindi, tutti i degni e i meno degni, tanto è vero che “il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l’abito nuziale. Gli disse: “Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?”. Quello ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: “Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”. Si comprende questa dura decisione del Signore, il Re, di escludere dalla partecipazione al banchetto del regno, che è il banchetto dell’amore chi non ha la veste della purezza, della santità, dell’innocenza, della conversione.
Il riferimento alla condanna eterna di chi non si converte all’amore di Dio è qui chiaro. La persona che entra senza l’abito nuziale, senza la veste distintiva dell’appartenenza a Dio non è solo il battesimo, ma il battesimo vissuto e concretizzato con una vita di fede, speranza e carità.
La conclusione e il messaggio finale della parabola, diremo la morale della favola, è comunicata direttamente da Gesù che presenta questo racconto: “Molti sono chiamati, ma pochi eletti”. Per confermare che la salvezza eterna è rivolta a tutti, nessuno è escluso preventivamente dal banchetto eucaristico ed eterno, ma alcuni o molti si autoescludono perché non vivono nell’amore di Dio, non fanno comunione con i fratelli e vivono nell’odio più pieno, nell’egoismo più totale, concentrati sui beni materiali, sugli interessi e soddisfazioni terreni.
Chi vive in questo modo non potrà mai capire pienamente, quanto scrive il profeta Isaia, nel brano della prima lettura di questa XXVIII domenica del tempo ordinario dell’anno liturgico. Uno dei testi, a mio avviso, tra i più belli, tra i più rasserenanti, tra i più significativi che aprono il cuore alla speranza in questo mondo e soprattutto nell’eternità: “Preparerà il Signore degli eserciti per tutti i popoli, su questo monte, un banchetto di grasse vivande, un banchetto di vini eccellenti, di cibi succulenti, di vini raffinati. Egli strapperà su questo monte il velo che copriva la faccia di tutti i popoli e la coltre distesa su tutte le nazioni. Eliminerà la morte per sempre. Il Signore Dio asciugherà le lacrime su ogni volto, l’ignominia del suo popolo farà scomparire da tutta la terra”.
Un testo che ben conosciamo in quanto è inserito nella liturgia esequiale e soprattutto nella commemorazione annuale dei fedeli defunti, quando ricordiamo a noi stessi che siamo pellegrini sulla terra e che ci aspetta la nostra sorella morte, che non è l’ultima parola della vita dell’uomo. Infatti, il mistero della risurrezione di Gesù ci aiuta ad entrare nel mistero della nostra definitiva risurrezione finale. E anche se oggi soffriamo per la morte dei cari e se abbiamo paura e preoccupazione per la nostra sorte finale, ci serva di aiuto quello che abbiamo letto del profeta Isaia: “Il Signore Dio asciugherà le lacrime su ogni volto”.
Quante volte il nostro volte si è bagnato di lagrime per il dolore e la sofferenza personale, per la sofferenza che emerge da tante situazioni di questo mondo e soprattutto in occasione della perdita dei nostri cari? Non per consolarci, ma semplicemente per prendere atto della nostra vita che è fatta di gioie e di croci, penso che questa parola possa davvero aprire il nostro cuore alla speranza e alla serenità, quella che sarà piena nell’eternità.
Ci aiuta in questo discorso il significativo brano della lettera di san Paolo apostolo ai Filippesi, nel quale troviamo espressioni di conforto e di maturazione spirituale, difficilmente riscontrabile in altri santi: “Fratelli, so vivere nella povertà come so vivere nell’abbondanza; sono allenato a tutto e per tutto, alla sazietà e alla fame, all’abbondanza e all’indigenza. Tutto posso in colui che mi dà la forza”. Gesù è la sua forza spirituale interiore per affrontare ogni prova della sua vita, così difficile per tanti aspetti, ma pure vissuta totalmente a servizio del Vangelo. Perciò conclude con queste meravigliose espressioni: “Avete fatto bene tuttavia a prendere parte alle mie tribolazioni. Il mio Dio, a sua volta, colmerà ogni vostro bisogno secondo la sua ricchezza con magnificenza, in Cristo Gesù”. Sentire Dio come suo è davvero qualcosa di importante per Paolo e per tutti i cristiani.
Quanti sentono Dio davvero come unica vera gioia, felicità e ricchezza della propria vita? C’è molto da chiedersi e domandare e con il salmo 22, possiamo dire, con sincerità del cuore e corrispondenza di vita: “Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla. Su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce. Rinfranca l’anima mia. Mi guida per il giusto cammino a motivo del suo nome. Anche se vado per una valle oscura, non temo alcun male, perché tu sei con me. Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza. Davanti a me tu prepari una mensa sotto gli occhi dei miei nemici. Ungi di olio il mio capo; il mio calice trabocca. Sì, bontà e fedeltà mi saranno compagne tutti i giorni della mia vita, abiterò ancora nella casa del Signore per lunghi giorni”.
Impegno di vita per tutti noi cristiani è proprio questo inno di lode al Signore che abbiamo elevato con il salmo responsoriale e che completiamo con la colletta di questa domenica: “O Padre, che inviti il mondo intero alle nozze del tuo Figlio, donaci la sapienza del tuo Spirito, perché possiamo testimoniare qual è la speranza della nostra chiamata, e nessun uomo abbia mai a rifiutare il banchetto della vita eterna o a entrarvi senza l’abito nuziale. Amen.

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 13 octobre, 2017 |Pas de commentaires »

08 OTTOBRE 2017 | 27A DOMENICA T. ORDINARIO – A | OMELIA

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/01-annoA/2017-Anno_A/05-Ordinario_A/Omelie/27-Domenica/12-27a-Domenica_A_2017-MM.htm

08 OTTOBRE 2017 | 27A DOMENICA T. ORDINARIO – A | OMELIA

La pace di Dio, che sorpassa ogni intelligenza,
custodirà i vostri cuori ed i vostri pensieri in Cristo Gesù

La parabola dei vignaioli omicidi, che il vangelo ci presenta nella liturgia di questa domenica, va inquadrata nell’ultima fase della vita di Gesù, a pochi giorni dalla sua passione e morte.
Gesù è in Gerusalemme, e lancia ancora un forte, estremo richiamo al popolo di Israele perché prenda coscienza della grande responsabilità che si assume, rifiutando la salvezza che Dio gli offre, attraverso Gesù stesso.
La parabola ci ricollega alle parole del profeta Isaia, riportate nella prima lettura. Ma mentre il profeta, cantando l’amore e le premure che Dio ha per la sua vigna prediletta (il Popolo di Israele), mette in primo piano la vigna, ben arata e coltivata, che invece di uva buona produce uva selvatica, Gesù nel vangelo mette come protagonisti della vicenda i vignaioli, ai quali viene affidata la vigna, e che a tempo opportuno, non consegnano il raccolto; anzi uccidono gli inviati del padrone, i profeti, e lo stesso figlio.
La conseguenza è ovvia: il padrone « Farà morire miseramente quei malvagi e darà la vigna ad altri vignaioli che gli consegneranno i frutti a suo tempo ».
Il taglio storico della parabola è chiaro: i vignaioli omicidi rappresentano il popolo di Israele, che, avendo respinto tutti gli inviati di Dio, i profeti, ed apprestandosi ad uccidere il figlio stesso, Gesù, ha attirato su di sé il castigo di Dio: « la vigna sarà presa e data ad altri vignaioli ». Sarà data cioè al nuovo popolo messianico, al vero popolo di Dio, formato da tutti coloro che obbediscono realmente a Dio, che fanno la sua volontà e accolgono il Figlio suo.
I primi vignaioli hanno deluso, perché non hanno osservato il tempo dei frutti. Ma anche i nuovi vignaioli devono « consegnare i frutti a suo tempo ».
Queste parole del Vangelo ci ricordano che vi è un termine preciso entro il quale tutti noi dobbiamo presentare i frutti; ci ricordano che siamo tutti incamminati verso un termine, verso il giudizio, in cui ci verrà richiesto il rendiconto della vita, di come cioè abbiamo fatto fruttificare i doni ricevuti, e soprattutto di come abbiamo vissuto la legge della carità: « avevo fame e mi avete dato da mangiare, avevo sete e mi avete dato da bere, ero malato, forestiero…e mi avete visitato ed ospitato. Quando? Quando lo avete fatto al più piccolo dei miei fratelli lo avete fatto a me ».

S. Paolo, nella lettera ai cristiani di Filippi (2a lettura), ci esorta a vivere nella gioia e nella pace, nonostante le difficoltà e le sofferenze, che possiamo incontrare, forti della fiducia in Dio.
Ricordiamo che S. Paolo scrive questa lettera mentre è in prigione, in un periodo cioè di particolare difficoltà e di strettezze a causa del vangelo; e scrive alla comunità cristiana di Filippi, che anch’essa ha avuto difficoltà e sofferenze a causa degli avversari del Vangelo: « a voi è stata data la grazia non solo di credere in Cristo, ma anche di soffrire per Lui », riconosce Paolo.
Però, nonostante le catene che porta per il vangelo, Paolo è nella gioia, ed esorta i cristiani di Filippi ad essere anch’essi nella gioia: « fratelli miei state lieti nel Signore… Rallegratevi nel Signore, ve lo ripeto, rallegratevi ». Non in una gioia spensierata ed incosciente, ma in una gioia fondata in Cristo, nella fede e nella certezza della continua sua presenza: « il Signore è vicino ».

Conserviamo anche noi, nel nostro cuore, e meditiamo, le parole di S. Paolo: « Fratelli, non angustiatevi per nulla, ma in ogni necessità esponete a Dio le vostre richieste, con preghiere, suppliche e ringraziamenti, e la pace di Dio, che sorpassa ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori ed i vostri pensieri in Cristo Gesù ».
Don Bosco ha vissuto profondamente queste parole di S. Paolo, e su di esse ha fondato tutta la sua fede, la sua fiducia ed il suo ottimismo, ed ha fatto cose grandi.
Eppure al termine della sua vita ha confessato: « Se avessi avuto più fede, avrei fatto molto di più ».
Ci aiuti allora Don Bosco ad avere anche noi più fede nel Signore; avremo più coraggio, più ottimismo, più fiducia; sperimenteremo maggiormente quella « pace di Dio, che supera ogni intelligenza ».
Ci aiuti la Madonna che abbiamo onorato sotto il bel titolo di Regina del Santo Rosario.

Don Mario MORRA SDB

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 6 octobre, 2017 |Pas de commentaires »

XXVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (01/10/2017)

http://www.qumran2.net/parolenuove/commenti.php?mostra_id=40867

Voi, al contrario

don Luciano Cantini

XXVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (01/10/2017)

Che ve ne pare?
Più che una richiesta di parere, Gesù chiede di entrare nella parabola che sta per raccontare, lasciarsi coinvolgere dal racconto, scoprire le somiglianze con la nostra vita. Al termine del racconto la prima domanda: che ve ne pare, si esplicita in una seconda richiesta più puntuale: Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?
Non si tratta di un racconto astratto, lontano dall’esperienza di ciascuno, ognuno vi può trovare tratti della propria esperienza, momenti del proprio vivere che ci ha portato a formulare il proverbio: tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare.
La volontà del padre
Tutti i giorni preghiamo dicendo sia fatta la tua volontà, eppure il modo con cui preghiamo queste parole sembra simile a colui che sta alla finestra a guardare come e chi compie quella volontà, senza un coinvolgimento, una assunzione di responsabilità.
“Io prego, perché il Signore mi dia la voglia di fare la sua volontà, o cerco i compromessi perché ho paura della volontà di Dio? Un’altra cosa: pregare per conoscere la volontà di Dio su di me e sulla mia vita, sulla decisione che devo prendere adesso… tante cose. Sul modo di gestire le cose… La preghiera per voler fare la volontà di Dio, e preghiera per conoscere la volontà di Dio. E quando conosco la volontà di Dio, anche la preghiera, per la terza volta: per farla. Per compiere quella volontà, che non è la mia, è quella di Lui. E non è facile” (Papa Francesco 27.01.2015).
“Non ne ho voglia”
La risposta iniziale alla richiesta del Padre è quella più facile; è facile dire sì come è facile dire no. Il sì mette subito la coscienza a posto qualsiasi sia la decisione successiva di fare o non fare; il no, proprio per la sua caratteristica negativa, è inquietante lascia agitati, si ripropone più volte finché non trova ragione nell’azione.
Non chiunque mi dice: «Signore, Signore», entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli (Mt 7,21).
Il primo figlio, quello che aveva detto “Non ne ho voglia”, ha la caratteristica di ripensarci; è proprio questo ripensamento, che è centrale nella parabola, ad aprire al cambiamento. Ciò che da principio appare negativo si tramuta in positività, e viceversa. Chi nella considerazione altrui fa la brutta figura di essere negativo trova la forza del cambiamento.
I pubblicani e le prostitute
Non possiamo prendere a cuor leggero le parole del Signore sulla “precedenza”: l’evidenza del peccato non è discriminante. Gesù porta ad esempio coloro che peccano pubblicamente o le donne straniere che si prostituiscono (le figlie d’Israele erano lapidate), celebra la rottura tra il pensiero di Dio e quello degli uomini che si lasciano abbagliare dalle belle intenzioni che rimangono tali. Infatti l’uomo vede l’apparenza, ma il Signore vede il cuore (1Sam 16,7)
Non conta la cultura, i soldi o il potere politico o religioso, neppure la provenienza o la posizione sociale, a queste cose tiene l’uomo e diventano discriminanti, Dio non rifiuta nessuno, ma mette al primo posto coloro che normalmente sono scartati dal mondo. Nell’affermazione di Gesù, vi passano avanti nel regno di Dio, sono messi sotto accusa tutti gli equilibri su cui si basa la società umana. Gesù ristabilisce la dignità umana agli ultimi che ne sono stati privati dal modo comune di considerare la vita. Quanti no pratici sono nascosti agli occhi dell’opinione pubblica, quanti delitti e infamie si nascondono dietro il perbenismo.
Voi, al contrario
Abbiamo bisogno, nella Chiesa e nel nella nostra società, di cristiani che non nicchiano, che non si trastullino tra il sì e no, che non delegano, che non lasciano fare agli altri, che non si interessano, che non stanno sulla soglia della loro casa lasciando passare la storia davanti. A volte dobbiamo avere l’umiltà di guardare all’impegno di chi si dichiara non credente ma ha a cuore la vita degli altri. Domandiamoci a cosa serve una etichetta religiosa appiccicata alla nostra vita se ne manca l’impegno.
Quando al termine dell’Eucarestia si invita andate in pace, non significa che possiamo stare tranquilli perché abbiamo già fatto tutto. La pace nasce dall’inquietudine per il mondo che ci circonda che ha trovato nel Vangelo e nella Eucarestia la forza ispiratrice dell’agire quotidiano.

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 29 septembre, 2017 |Pas de commentaires »
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