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XV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) (14/07/2019)

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XV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) (14/07/2019)

Lo stesso identico: allora e oggi
don Luciano Cantini

«Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?».
Davanti a Gesù e al dottore della Legge c’è la Thorà, i primi cinque libri della scrittura, non si smette mai di scrutarli nella ricerca della volontà di Dio. Una ricerca meticolosa, accurata, spesso pedante nel desiderio di individuare ogni singola norma, ogni precetto per poi metterlo in fila e cercare quello più importante: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?» (Mc 12,28). Una domanda simile, oggi, all’uomo moderno sarebbe impensabile; come districarsi tra Costituzione, codici, leggi, decreto-legge, decreti applicativi, circolari che si adattano ad ogni nuova presunta necessità?
Con la Rivoluzione francese e l’indipendenza americana siamo arrivati a comprendere che la Legge è uguale per tutti, ma bisogna arrivare al dicembre del 1948 per leggere la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, sembrava un passo in avanti dell’umanità ma non è così nella maggior parte del mondo ed è questa una delle cause principali che spinge l’emigrazione nel perseguimento di migliori condizioni di vita.
“Tutti gli uomini sono creati eguali; che essi sono dal Creatore dotati di certi inalienabili diritti, che tra questi diritti sono la Vita, la Libertà, e il perseguimento della Felicità” (Dichiarazione d’indipendenza 4 luglio 1776).
Oggi i movimenti sovranisti, capaci di condizionale la politica, affermano un principio contrario “prima… gli italiani, gli americani, gli ungheresi, gli austriaci…e così via”: tutti hanno gli stessi diritti ma per alcuni c’è una precedenza, un maggior diritto, un privilegio, una distinzione.

Cadde nelle mani dei briganti
Ecco allora Gesù racconta una parabola.
Un uomo… anzi degli uomini, donne, bambini… stavano faticosamente salendo sulla strada della loro vita, ma sin dal loro nascere si imbatterono in una guerra civile… nella ingiustizia, nella sopraffazione, nella povertà, nella siccità… ché spogliatili di tutto, privatili dei loro affetti, li lasciarono mezzi morti.
A fatica scapparono dalla loro terra per buttarsi sul ciglio di un’altra strada… « forse qualcuno passerà di qua. Forse qualcuno timorato di Dio… quello stesso Dio che noi preghiamo… »
Si trovarono in mezzo al mare proprio sul ciglio di un altro mare (non il « mare nostro »… ma come un mare privato che chiamano acque territoriali) e lì vicino passarono i governi dei paesi ricchi ma il primo disse che non spettava a lui e passò oltre, l’altro disse che era una questione di principio, l’altro ancora pensò che c’era una invasione in atto… così tutti passarono oltre…
Ma come succede in ogni paese civile si aprì un dibattito: « bisogna prima pensare agli italiani che muoiono di fame!!! » poi si guardò intorno e non ne vide, ma il principio era sacrosanto.
« non si può aprire le porte a tutti!!! », ma erano solo poche centinaia di fronte ai 60 milioni d’italiani, senza pensare agli europei, ma lì per lì sembrarono troppi.
« Bisogna salvaguardare la nostra cultura » e verificarono che nelle aule delle scuole ci fossero ancora i crocifissi e non si accorsero che i crocifissi veri (e non di plastica) erano piantati in mezzo al mare. Quando la religione è “il sentimento di un mondo senza cuore” (C.Marx) allora sopravanzano le regole del Levita e del Sacerdote del tempio, come un bel paramento finemente decorato, l’angelica armonia di canti antichi o il mistero di una lingua che non parla più nessuno.
Nel dibattito parteciparono le Nazioni ognuna con i propri diritti sacrosanti, si smossero Televisioni e giornali… sui social è apparso di tutto dal presunto smalto alle unghie delle migranti, ai telefonini ultimo modello, per mascherare e non vedere, nessuno controlla o verifica la verità dei messaggi ma tanto basta. Le leggi e i decreto-legge si susseguirono per salvaguardare i diritti di alcuni a spese di altri.

«Va’ e anche tu fa’ così».
La parabola che Gesù racconta, di un realismo incredibile, non solo ci dice chi è il mio prossimo ma sottolinea piuttosto la prossimità degli emarginati: il disgraziato per un verso e il samaritano per l’altro sono due emarginati eppure ci raccontano la prossimità: il bisogno dell’uno si fa prossimo al cuore dell’altro.
Potremo domandarci a cosa servono i barconi che sbarcano a Lampedusa, o i barboni che dormono nelle stazioni, o la marea di umanità emarginata, siano immigranti o emigrati, nomadi o naviganti. Ecco sono un “segno dei tempi”, forse un dono di Dio al nostro cuore, perché si svegli in noi la Fede, quella che, più che i profumi d’incenso, cerca di concretizzarsi nel farsi prossimo e amarlo come se stessi.

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 12 juillet, 2019 |Pas de commentaires »

XIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) (30/06/2019)

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XIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) (30/06/2019)

Gesù, il fuoco e il discepolo
don Giacomo Falco Brini

Il vangelo di Luca è concepito come la narrazione del cammino del Figlio di Dio che, uscito da Dio e divenuto uno di noi, deve compiersi a Gerusalemme. Lì avverrà il suo nuovo esodo. Il Figlio infatti ritorna da dove è venuto (il Cielo) insieme ai suoi trofei: gli uomini, fratelli salvati dal suo amore. Nella pagina di oggi la svolta capitale del suo cammino: da questo momento Gesù “indurisce” il suo volto guardando in direzione di Gerusalemme, ma non nel senso che diventa più severo, rigido o impassibile nei nostri confronti (Lc 9,51). Tutt’altro. La sua determinazione sta tutta nella consapevolezza della sua missione che, per Luca, è quella di manifestare a tutti gli uomini, nel suo volto, il vero volto e il cuore del Padre: cioè, duro nella sua incondizionata tenerezza, assolutamente diverso nella sua mitezza, fermo nella sua volontà di salvare tutti, tenace nella sua misericordia senza limiti.
Gesù manda messaggeri davanti a sé (Lc 9,52). E’ un’immagine semplice della chiesa anche oggi inviata all’umanità per annunciare il Signore che viene. Ma nel vangelo è un luogo di Samaria dove i messaggeri si recano. L’invito a far passare Gesù è declinato. Se uno vuole andare in Giudea, non è una buona premessa per entrare in relazione con i samaritani (Lc 9,53). E allora cosa fa la chiesa ancora in gestazione? Signore, vuoi che facciamo scendere un fuoco dal cielo e li consumi? (Lc 9,54) Bisogna intervenire, bisogna reprimere sul nascere un rifiuto simile! Ma chi credono di imbrogliare ‘sti samaritani? Sono solo dei maledetti, bruciamoli tutti! Non posso fare a meno di vedere, tra le righe di tante manifestazioni odierne, una chiesa molto zelante che magari non invoca un fuoco dal cielo apertamente, ma che di fatto lo auspica, anche per l’attuale papa e la “sua” chiesa (perché ce ne sarebbe un’altra più fedele!…). Ma Gesù, voltatosi, li sgridò (Lc 9,55). Non sgridò i samaritani, ma i suoi messaggeri. Infatti non hanno discernimento, perché non hanno ancora conosciuto il suo volto, cioè non ne conoscono la vera identità. Da notare che il verbo “sgridare”, nel greco utilizzato dal vangelo, è lo stesso verbo riferito a Gesù quando esorcizza minacciando i demoni! Quanto è facile essere dalla parte del diavolo mentre si è tanto zelanti verso il Signore e la sua chiesa, e non lo si sospetta minimamente!
Comunque un fuoco Gesù è venuto a portarlo sulla terra (cfr. Lc 12,49). Ma non è quello che vorrebbero molti zelanti cristiani di oggi. Se poi andate a leggere cosa dice il Signore al cap.12 subito dopo questa affermazione, capirete perché, dopo la prima parte del vangelo di oggi, Luca ci riporta 3 casi di chiamata alla sequela. Gesù infatti ha acceso un fuoco davanti al quale non ci si può nascondere e che “co-stringe” a compiere scelte. Diamogli un’occhiata. Il primo caso è quello di un aspirante discepolo che sembra abbia compreso che in Gesù c’è tutto il senso della vita e desidera seguirlo. Ma il suo modo di esprimersi tradisce un atteggiamento “alla Pietro”: seguire Gesù non è né frutto, né pretesa di un’umana iniziativa. Il Signore lo scuote dalle sue illusioni (Lc 9,57-58). Chi vuole seguirlo sappia che non c’è niente di sicuro né di accomodante per i propri bisogni. Nel secondo caso si fa ordine su cosa sia la sequela per il discepolo. E’ Lui a proporre, a noi rispondere. Infatti, nel primo caso di chiamata, alla nostra proposta è Gesù che obietta. Qui invece, alla sua iniziativa, partono le nostre obiezioni. Non si tratta di obiezioni su tana e nido (sicurezze materiali), ma riguarda un permesso che si chiede con dilazione di tempo: c’è un “prima” da fare che viene prima del Signore! C’è qualcosa che sta più a cuore di Lui. Eppure si tratta di un dovere di pietà filiale: può un dovere, un affetto familiare, una persona, esser posto/a “prima”, e quindi allontanare dal regno di Dio? La risposta di Gesù non da adito a dubbi (Lc 9,59-60).
Il terzo caso unisce i primi due: costui si fa avanti come il primo e promette la sequela (in futuro), mentre Gesù chiama nel presente (seguimi). E non è diverso dal secondo caso, perché mette avanti ancora una priorità. In che cosa è diverso dagli altri due? Bisogna ricordare che qui c’è un richiamo evidente alla vocazione di Eliseo profeta, dove invece Elia concede il tempo di salutare i genitori (1a lettura). Ma la sequela di Gesù, non è come la sequela di Elia: infatti, c’è qui ben più che Elia! Perciò Gesù dice che “nessuno che abbia messo mano all’aratro e poi si volge indietro è adatto (lett. “è ben posizionato”) per il regno di Dio” (Lc 9,61-62). Chi può capire, capisca! E allora chi potrà veramente seguirlo? Qual è il problema di ogni aspirante discepolo di sempre? Nessuno che si è incamminato dietro Gesù conosce e vuole subito percorrere la sua via, a meno che non sia il Signore stesso che glielo conceda. Bisogna prima scoprire di ignorare la parola della Croce (Lc 9,45). Bisogna prima inciampare su questa parola (Lc 24,25-27). Poi, sarà essa stessa che, poco a poco, accenderà un fuoco dolcissimo che lo riporterà sulla vera via di Gesù, abilitando a seguirlo (Lc 24,32-33).

SOLENNITÀ DEL CORPO E SANGUE DI CRISTO (C) COMMENTO

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SOLENNITÀ DEL CORPO E SANGUE DI CRISTO (C) COMMENTO

La condivisione del pane
Commento di Enzo Bianchi

Dopo la festa della Triunità di Dio, celebriamo oggi un’altra festa “dogmatica”, sorta a difesa della dottrina, per ricordare la verità dell’eucaristia voluta da Gesù come memoriale nella vita della chiesa fino alla sua venuta gloriosa. Ogni domenica celebriamo l’eucaristia, ma la chiesa ci chiede anche di confessare e adorare questo mistero inesauribile in un giorno particolare (il giovedì della II settimana dopo Pentecoste per la chiesa universale, la II domenica dopo Pentecoste in Italia). Facciamo dunque obbedienza e commentiamo mediante un’esegesi liturgica il brano evangelico proposto dal Messale italiano.
Il cosiddetto racconto della “moltiplicazione dei pani” è attestato per ben sei volte nei vangeli (due in Marco e in Matteo, una in Luca e in Giovanni), il che ci dice come quell’evento fosse ritenuto di particolare importanza nella vita di Gesù. Nel vangelo secondo Luca, Gesù invia i suoi discepoli ad annunciare la venuta del regno di Dio e a guarire i malati (cf. Lc 9,2), mostrando che la missione affidatagli da Dio con la discesa su di lui dello Spirito santo (cf. Lc 3,21-22), rivelata nella sinagoga di Nazaret (cf. Lc 4,18-19), era da lui estesa anche alla sua comunità. Compiuta questa missione, i discepoli fanno ritorno da Gesù e gli raccontano la loro esperienza, quanto cioè avevano fatto e detto in obbedienza al suo comando.
Gesù allora li prende con sé, portandoli in disparte per un ritiro, in un luogo vicino alla città di Betsaida (cf. Lc 9,10). Ma le folle, saputo dove Gesù si era ritirato, lo seguono ostinatamente (cf. Lc 9,11). Ed ecco che Gesù le accoglie: aveva cercato un luogo di silenzio, solitudine e riposo per i discepoli tornati dalla missione e per sé, ma di fronte a quella gente che lo cerca, che viene a lui e lo segue, Gesù con grande capacità di misericordia la accoglie. È lo stile di Gesù, stile ospitale, stile che non allontana né dichiara estraneo nessuno. Queste persone vogliono ascoltarlo, sentono che egli può dare loro fiducia e liberarle, guarirle dai loro mali e dai pesi che gravano sulle loro vite, e Gesù senza risparmiarsi annuncia loro il regno di Dio, le cura e le guarisce. Questa è la sua vita, la vita di un servo di Dio, di un annunciatore di una parola affidagli da Dio.
Giunge però la sera, il sole tramonta, la luce declina, e i Dodici discepoli entrano in ansia. Dicono dunque a Gesù: “Congeda la folla perché vada nei villaggi e nelle campagne dei dintorni, per alloggiare e trovare cibo: qui siamo in una zona deserta!”. La loro richiesta è all’insegna della saggezza umana, nasce da uno sguardo realistico, eppure Gesù non approva quella possibilità razionale, ma chiede loro: “Voi stessi date loro da mangiare”. Con questo comando li esorta a entrare nella dinamica della fede, che è avere fiducia, mettere in movimento quella fiducia che è presente in ogni cuore e che Gesù sa ravvivare. Ma i discepoli non comprendono e insistono nel porre di fronte a Gesù la loro povertà: hanno solo cinque pani e due pesci, un cibo sufficiente solo per loro!
Ecco allora che Gesù prende l’iniziativa: ordina di far sedere tutta quella gente ad aiuola, a gruppi di cinquanta, perché non si tratta solo di sfamarsi, ma di vivere un banchetto, una vera e propria cena, nell’ora in cui il sole tramonta. Poi davanti a tutti prende i pani e i pesci, alza gli occhi al cielo, come azione di preghiera al Padre, benedice Dio e spezza i pani, presentandoli ai discepoli perché li servano, come a tavola, a quella gente. È un banchetto, il cibo è abbondante e viene condiviso da tutti. Quelli che conoscono la profezia di Israele, si accorgono che è accaduto ciò che già il profeta Eliseo aveva fatto in tempo di carestia, nutrendo il popolo affamato a partire dalla condivisione di pochi pani d’orzo (cf. 2Re 4,42-44). Lo stesso compie Gesù, e dopo il suo gesto avanza una quantità di cibo ancora maggiore: dodici ceste. Nel cuore dei discepoli e di alcuni dei presenti sorge così la convinzione che Gesù è profeta ben più di Elia e di Eliseo, è profeta anche più di Mosè, che nel deserto aveva dato da mangiare manna al popolo uscito dall’Egitto (cf. Es 16).
Ma qui viene spontaneo chiedersi: cosa significa questo evento? Normalmente si parla di “moltiplicazione” dei pani, ma nel racconto non c’è questo termine. Dunque? Dovremmo dire che c’è stata condivisione del pane, c’è stato lo spezzare il pane, e questo gesto è fonte di cibo abbondante per tutti. In tal modo comprendiamo come ci sia qui una prefigurazione di ciò che Gesù farà a Gerusalemme la sera dell’ultima cena: “Prese il pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo: ‘Questo è il mio corpo, che è dato per voi; fate questo in memoria di me’” (Lc 22,19). Lo stesso gesto è ripetuto da Gesù risorto sulla strada verso Emmaus, di fronte ai due discepoli. Anche in quel caso, al declinare del giorno, invitato dai due a restare con loro (cf. Lc 24,29), “quando fu a tavola, prese il pane, pronunciò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro” (Lc 24,30). Tre episodi che recano lo stesso messaggio: le folle, la gente, il mondo ha fame del regno di Dio, e Gesù, che ne è il messaggero e lo incarna, sazia questa fame con la condivisione del cibo, con lo spezzare il suo corpo, la sua vita, offerta a tutti.
Ecco il mistero eucaristico nella sua essenza: non lasciamoci abbagliare da tante e varie dottrine eucaristiche, ma accogliamo il mistero nella sua semplicità. Cristo si dà a noi ed è cibo abbondante per tutti; una volta spezzato (sulla croce), può essere offerto dalla chiesa, da noi, a tutti coloro che lo cercano e tentano di seguirlo. Se è vero che la dinamica dello spezzare il pane e del condividerlo trova nella celebrazione della santa cena eucaristica un adempimento, essa però è anche paradigma di condivisione del nostro cibo materiale, il pane di ogni giorno. L’eucaristia non è solo banchetto del cielo, ma vuole essere esemplare per le nostre tavole quotidiane, dove il cibo è abbondante ma non è condiviso con quanti hanno fame e ne sono privi. Per questo, se alla nostra eucaristia non partecipano i poveri, se non c’è condivisione del cibo con chi non ne ha, allora anche la celebrazione eucaristica è vuota, perché le manca l’essenziale. Non è più la cena del Signore, bensì una scena rituale che soddisfa le anime dei devoti, ma in profondità è una grave menomazione del segno voluto da Gesù per la sua chiesa!
Con la condivisone dei pani e dei pesci insieme alle folle Gesù inaugura un nuovo spazio relazionale tra gli umani: quello della comunione nella differenza, perché le differenze non solo abolite ma affermate senza che, d’altra parte, ne patisca la relazione segnata da fraternità, solidarietà, condivisione. Sì, dobbiamo confessarlo: nella chiesa si è persa quest’intelligenza eucaristica propria dei primi cristiani e dei padri della chiesa, vi è stato un divorzio tra la messa e la condivisione del pane! E se se nel mondo esiste la fame, se i poveri sono accanto a noi e l’eucaristia non ha per loro conseguenze concrete, allora la nostra eucaristia è scena religiosa e – come direbbe Paolo – “il nostro non è più un mangiare la cena del Signore” (cf. 1Cor 11,20). Proprio davanti all’eucaristia cantiamo l’inno che afferma: “Et antiquum documentum novo cedat ritui” (“l’antico rito ceda il posto alla nuova liturgia”), ma in realtà restiamo ingabbiati nei riti e non riusciamo a fare dell’eucaristia la vita cristiana.

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SANTISSIMA TRINITÀ (ANNO C) (16/06/2019)

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SANTISSIMA TRINITÀ (ANNO C) (16/06/2019)

Uno in tre, tre per tutti
don Giacomo Falco Brini

Sono in tre a condividere il nome e la natura di Dio. E questo lo sappiamo perché ce lo ha raccontato con la sua vita uno di loro, che è diventato uno di noi. In ciò, il cristianesimo, pur rimanendo in dialogo con le altre religioni, si “stacca” da esse. Ma anche per noi, che poniamo sempre con un segno di croce sulle nostre liturgie il sigillo della ss.ma Trinità, resta un mistero inesauribile. Per questo il Signore Gesù dice che deve parlarci ancora di tante altre cose (Gv 16,12a). Non che non ci abbia detto tutto quello che dovevamo sapere su Dio, tutt’altro: vi ho chiamato amici perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi (Gv 15,15). Il fatto è che l’uomo non può contenere tutta la realtà di Dio in una volta sola; non è in grado di accoglierlo in tutta la sua portata: per il momento non siete capaci di portarne il peso (Gv 16,12b).
Ma non è tutto. Ci vuole lo Spirito affinché le cose che Gesù ci ha detto vengano comprese per quello che dicono. Le sue parole parlano di futuro: vi annuncerà le cose future (Gv 16,13b). Gesù è il nostro futuro, perché Egli viene dal futuro! Lo Spirito attualizza la sua parola nella nostra storia (se glielo permettiamo) perché è in questo modo che ci prepara a tornare verso il nostro destino: Dio. Per chi se lo ricorda, il titolo di un celebre “cult” cinematografico di anni fa, può rendere l’idea di questa realtà: “Ritorno al futuro”. Ecco, il credente in Cristo è un uomo che cammina per ritornare al futuro.
Inoltre, in questo compito, lo Spirito glorifica Gesù, perché sappiamo che le cose che ci spiega sono le parole e i gesti che Gesù ha detto/fatto: prenderà del mio e ve lo annuncerà (Gv 16,14). Ma noi, pregando diciamo giustamente: “Gloria al Padre, al Figlio, e allo Spirito Santo”, perché sappiamo che non c’è niente che uno di loro possiede che non sia anche degli altri (Gv 16,15). Nel vangelo di oggi c’è questo ultimo, implicito messaggio. Nel seno della Trinità si vive per dar gloria all’altro, non per cercare la propria. Per questo anche noi, la chiesa, se viviamo da credenti, prima o poi diventiamo davvero luce del mondo e sacramento di Dio: amandoci gli uni gli altri, manifestiamo una gloria che non ci appartiene, ma che ci è donata senza alcuna riserva: e la gloria che tu hai dato a me, io l’ho data a loro perché siano anch’essi, come noi, un cosa sola (Gv 17,22).

ASCENSIONE DEL SIGNORE – VIVERE DEL CIELO, DOVE CRISTO È ASCESO PER SEMPRE

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ASCENSIONE DEL SIGNORE – VIVERE DEL CIELO, DOVE CRISTO È ASCESO PER SEMPRE

padre Antonio Rungi

La solennità dell’Ascensione di Gesù al Cielo, che celebriamo oggi nella liturgia della prima domenica di Giugno 2019, è un chiaro invito a tutti i cristiani e credenti di guardare al cielo, dove Cristo si è assiso alla destra del Padre, ma soprattutto di vivere del cielo. Se, infatti, siamo risorti con Cristo e se siamo convinti di una vita oltre questa vita, noi dobbiamo vivere del cielo, cioè cercare continuamente le cose di lassù, quelle eterne ed intramontabili che ci danno la vera felicità. Tutta la liturgia di questo giorno di festa, dal racconto che se ne fa del momento in cui Gesù lascia definitivamente la terra, per non lasciarci soli, ma per inviare a noi lo Spirito consolatore, al mandato missionario che Cristo assegna agli apostoli e a tutta la chiesa è un costante richiamo alla salvezza eterna: andate in tutto il mondo e predicate il vangelo. Chi crederà si salverà, chi non crederà prenderà altre viene che non sono le vere strade che portano a Dio e alla gioia senza fine. Non senza significato biblico e teologico noi professiamo la fede in Cristo, morto, risorto e asceso al cielo. Illustrando questa verità di fede, il Catechismo della Chiesa cattolica, spiega questo mistero glorioso della nostra fede, partendo dal testo del vangelo «Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu assunto in cielo e sedette alla destra di Dio» (Mc 16,19), in questi termini: “Il corpo di Cristo è stato glorificato fin dall’istante della sua risurrezione, come lo provano le proprietà nuove e soprannaturali di cui ormai gode in permanenza. Ma durante i quaranta giorni nei quali egli mangia e beve familiarmente con i suoi discepoli e li istruisce sul Regno, la sua gloria resta ancora velata sotto i tratti di una umanità ordinaria. L’ultima apparizione di Gesù termina con l’entrata irreversibile della sua umanità nella gloria divina simbolizzata dalla nube e dal cielo ove egli siede ormai alla destra di Dio”. Alla Maddalena Gesù raccomanda di riferire agli apostoli: «Non sono ancora salito al Padre: ma va’ dai miei fratelli e di’ loro: Io salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro» (Gv 20,17). Questo indica una differenza di manifestazione tra la gloria di Cristo risorto e quella di Cristo esaltato alla destra del Padre. L’avvenimento ad un tempo storico e trascendente dell’ascensione segna il passaggio dall’una all’altra.
L’Ascensione di Gesù al Cielo, ultima tappa del suo itinerario terreno, rimane strettamente unita alla prima, cioè alla discesa dal cielo realizzata nell’incarnazione. Solo colui che è «uscito dal Padre» può far ritorno al Padre: Cristo. «Nessuno è mai salito al cielo fuorché il Figlio dell’uomo che è disceso dal cielo» (Gv 3,13). Lasciata alle sue forze naturali, l’umanità non ha accesso alla «casa del Padre», alla vita e alla felicità di Dio. Soltanto Cristo ha potuto aprire all’uomo questo accesso «per darci la serena fiducia che dove è lui, Capo e Primogenito, saremo anche noi, sue membra, uniti nella stessa gloria». L’Ascensione al Cielo è strettamente legata al mistero della croce: «Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me» (Gv 12,32). L’elevazione sulla croce significa e annunzia l’elevazione dell’ascensione al cielo. Essa ne è l’inizio. Gesù Cristo, l’unico Sacerdote della nuova ed eterna Alleanza, «non è entrato in un santuario fatto da mani d’uomo [...], ma nel cielo stesso, per comparire ora al cospetto di Dio in nostro favore» (Eb 9,24).
Potremmo giustamente domandarci cosa fa Cristo in cielo e come si vive in cielo?
In cielo Cristo esercita il suo sacerdozio in permanenza, «essendo egli sempre vivo per intercedere» a favore di «quelli che per mezzo di lui si accostano a Dio» (Eb 7,25). Come «sommo Sacerdote dei beni futuri» (Eb 9,11), egli è il centro e l’attore principale della liturgia che onora il Padre nei cieli.
Come pure, una domanda spontanea viene da questa espressione che è inserita nella professione di fede: Cristo siede alla destra del Padre.
«Per destra del Padre intendiamo la gloria e l’onore della divinità, ove colui che esisteva come Figlio di Dio prima di tutti i secoli, come Dio e consostanziale al Padre, s’è assiso corporalmente dopo che si è incarnato e la sua carne è stata glorificata». Per cui “l’essere assiso alla destra del Padre significa l’inaugurazione del regno del Messia, compimento della visione del profeta Daniele riguardante il Figlio dell’uomo: «[Il Vegliardo] gli diede potere, gloria e regno; tutti i popoli, nazioni e lingue lo servivano; il suo potere è un potere eterno, che non tramonta mai, e il suo regno è tale che non sarà mai distrutto» (Dn 7,14). A partire da questo momento, gli Apostoli sono divenuti i testimoni del «regno che non avrà fine».
Da qui la missione della Chiesa di annunciare a tutte le creature l’infinito amore di Dio che vuole la salvezza di tutti gli uomini, i quali che avere sempre più uno sguardo, un pensiero e la mente rivolti al cielo, ma devono vivere di cielo, ovvero nella comunione con Dio, con il fratelli e con il creato intero.
Chiudo questa mia riflessione con quanto ha scritto Papa Benedetto XVI, commentando l’Ascensione al cielo di Gesù: “Gesù parte benedicendo. Benedicendo se ne va e nella benedizione Egli rimane. Le sue mani restano stese su questo mondo. Le mani benedicenti di Cristo sono come un tetto che ci protegge. Ma sono al contempo un gesto di apertura che squarcia il mondo affinché il cielo penetri in esso e possa diventarvi una presenza. Nel gesto delle mani benedicenti si esprime il rapporto duraturo di Gesù con i suoi discepoli, con il mondo. Nell’andarsene Egli viene per sollevarci al di sopra di noi stessi ed aprire il mondo a Dio. Per questo i discepoli poterono gioire, quando da Betania tornarono a casa. Nella fede sappiamo che Gesù, benedicendo, tiene le sue mani stese su di noi. È questa la ragione permanente della gioia cristiana”. Guardare il cielo e vivere di cielo è stare perennemente nella gioia vera.

IL MANTELLO DI ELÌA – BRANO BIBLICO: 1RE 19,16.19-21 (è una Omelia)

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IL MANTELLO DI ELÌA – BRANO BIBLICO: 1RE 19,16.19-21 (è una Omelia)

don Marco Pratesi

XIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno C) (01/07/2007)

La missione di Elia, che si svolge nel regno di Israele (il regno del nord) nel IX sec. a. C., è ricondurre Israele al Signore distogliendolo dal culto degl’idoli. Duramente perseguitato, la sua attività riprende slancio dopo una forte esperienza di Dio sul monte Oreb (1Re 19,9-14). Tra le altre cose, Dio gli mostra chi dovrà continuare la sua missione: Eliseo.
Questi è un agricoltore benestante, ara « con dodici paia di buoi ». In questo particolare è probabilmente da ravvisare un messaggio. Egli ara, prepara la terra a ricevere il seme: la sua nuova missione consisterà nell’arare una nuova terra, che è Israele, disponendola a ricevere un nuovo seme, che è la Parola. È come se Elia gli dicesse: « seguimi, ti farò aratore del popolo ». Le dodici paia di buoi esprimono la sua condizione di abbondanza, ma probabilmente alludono anche alla ricchezza della sua futura azione profetica.
La sua chiamata non avviene mediante visioni o teofanie, passa attraverso il semplice ma potente gesto di Elia, che gli butta addosso il mantello.
Con questo mantello Elia si era coperto il volto al passaggio del Signore sull’Oreb (1Re 19,13). Con esso Elia avrebbe più tardi aperto le acque del Giordano (2Re 2,8). Giunto il momento della sua misteriosa ascensione al cielo, lo lascia ad Eliseo, che a sua volta ripeterà subito dopo il prodigio del passaggio del fiume (2Re 2,13-14). Il mantello simboleggia dunque il ruolo, la missione e la forza di Elia, che diventano di Eliseo. Gettandogli addosso il mantello, Elia investe Eliseo della propria missione. In effetti non si parla qui di « unzione », come invece voleva il comando divino del v. 16: questo gesto ne tiene il posto. Per una qualche analogia, si può pensare al gesto profetico col quale Paolo VI nel 1972, durante una visita a Venezia, impose la propria stola sulle spalle del patriarca Luciani, il futuro Giovanni Paolo I.
Mentre Elia getta il mantello non si ferma nemmeno, quasi a sottolineare l’urgenza della sequela. Eliseo risponde prontamente correndo dietro a Elia, lo rincorre, chiedendogli solo di potersi congedare dai suoi.
La risposta di Elia non è del tutto chiara; ribadisce comunque l’importanza della chiamata e accorda il permesso.
Oramai Eliseo è pienamente volto verso la sua nuova strada, taglia i ponti, non arerà più, seguirà Elia: due buoi e l’aratro servono per la festa del congedo. Quello che era la sua vita è offerto a Dio (si tratta probabilmente di un sacrificio) e diventa per gli altri: è la sua nuova vita.
Il racconto è scarno ma dice molte cose. La chiamata (che il vangelo di oggi ci invita a leggere come chiamata al discepolato) vi appare come un essere rivestiti di un nuovo abito, assumere una nuova identità. Ma Eliseo non va nel guardaroba a scegliere: non solo non sceglie lui cosa indossare, ma mette addirittura il vestito di un altro. Non sembra una spersonalizzazione alienante? Eppure la struttura della vita cristiana (e ancor prima della vita umana) è questa. La scelta di essere discepoli è primariamente di Dio, la nostra scelta viene solo in seconda battuta, è una risposta: « non voi avete scelto me, io ho scelto voi » (Gv 15,16). Noi siamo « eletti da Dio » (1Ts 1,4). Del resto, questo vale anche per il semplice fatto di esistere: non ci siamo chiamati all’esistenza da soli, la nostra risposta alla vita viene dopo.
Noi non stabiliamo neanche che cosa questo discepolato debba essere, non siamo noi a deciderne la struttura e le leggi. Esso è qualcosa che è dato, e che dobbiamo semplicemente assumere, accogliere, di cui dobbiamo rivestirci. Anche qui, la cosa vale per la semplice esistenza umana, che non possiamo strutturare a nostro arbitrio: non è vero che « il mondo è quello che uno pensa che sia », come oggi si pretende.
Qui, però, emerge una differenza tra il discepolo di Elia e quello di Cristo. Eliseo indosserà il mantello del suo maestro, il cristiano indosserà il suo stesso maestro (Gal 3,27). La sequela cristiana è cioè adesione piena alla persona del maestro, e non solo alla sua missione o al suo insegnamento, secondo quella pretesa scandalizzante che è caratteristica del Cristo: « Io sono la via, la verità e la vita » (Gv 14,6); per cui alla fine il discepolo ben riuscito potrà dire: « non vivo più io, ma Cristo in me » (Gal 2,20).
È questa alienazione, mortificazione della propria identità, avvilimento della persona umana, follia? Non sono in pochi a pensarlo. Eppure l’uomo non può vivere che così, centrato non su se stesso, ma su un Altro: « Rivestitevi del Signore Gesù Cristo e non seguite la carne nei suoi desideri » (Rm 13,14). È questa la via della vita.

V DOMENICA DI PASQUA (ANNO C) (19/05/2019)

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V DOMENICA DI PASQUA (ANNO C) (19/05/2019)

Come io ho amato voi
don Luciano Cantini

Un comandamento nuovo
Sul Sinai Mosè riceve le “dieci parole”, i comandamenti, come fondamento della Alleanza con Dio, meglio ancora come atto fondativo del popolo d’Israele; Gesù, nel cenacolo, dona un solo Comandamento come atto fondativo della sua Chiesa: Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli.
Leggendo bene Gesù non ci lascia un comandamento nel senso di legge (in greco si direbbe nòmos), ma nel senso di patto (entolè). È una alleanza che Gesù ci sta offrendo: nuova, non perché segue un’altra più vecchia (in senso cronologico in greco si sarebbe detto neòs), piuttosto perché diversa, altra (come il termine kainòs suggerisce), porta cioè una novità rispetto al passato, la sua qualità è tale che supera e sostituisce i patti e le alleanze precedenti. Se Gesù chiama la sua affermazione comandamento è per contrapporlo a quelli di Mosè: “la legge fu data per mezzo di Mosè, ma la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù” (Gv 1,17).
Che vi amiate gli uni gli altri
Nella alleanza sinaitica le prime tre “parole” delle Tavole riguardano Dio e la relazione con lui; nell’unico nuovo comandamento che Gesù lascia come costitutivo per la comunità dei credenti non c’è nulla che riguardi Dio ma comanda l’unica cosa che non può essere comandata ad un uomo: l’impegno di amore per gli uomini e tra gli uomini. Si può comandare di tutto, di obbedire, di servire, ma non di amare. L’amore è talmente connaturale all’uomo che parlarne può sembrare facile, ma è una realtà così complessa che è difficile analizzarne motivazioni e conseguenze. Una coppia è in difficoltà se si domanda il perché del loro amore; potranno raccontare la loro storia, ricordare attimi, esprimere sentimenti ma non dire il perché!
L’essere umano è dominato da istinti primordiali come la sopravvivenza o la continuità della specie eppure è la forza dell’amore che dà il contenuto alla storia e lo spessore della vita, eleva gli istinti alla sublimità spirituale.
Come io ho amato voi
Gesù pone l’amore tra gli uomini in relazione al suo: come io ho amato voi; non usa il futuro “amerò”, quindi sembra non intendere il dono totale e supremo che poi manifesterà sulla croce, piuttosto richiamare l’esperienza di lui che i discepoli hanno già fatto. Nel contesto della cena come non fare riferimento a Gesù che, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine (Gv 13,1), si è spogliato e come un servo si è messo a lavare i piedi.
È l‘amore che si esprime nel servizio, che diventa visibile attraverso il servizio: per mezzo dell’amore siate a servizio gli uni agli altri (Gal 5,13).
Quel come (kathòs) può anche essere tradotto perché: Amatevi perché io vi ho amati. Si tratta di restituire l’amore che abbiamo ricevuto da Cristo facendolo passare attraverso la nostra vita, la nostra esperienza; è indispensabile permettere all’amore di circolare tra noi: amare Dio attraverso il nostro prossimo, nel nostro prossimo (cfr Mt 25,35).
Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli
Il discepolo di Cristo è riconoscibile soltanto da come agisce verso gli altri: da questo tutti sapranno che siete miei discepoli.
L’amore è il segno distintivo, l’agàpe, l’amore fraterno, vicendevole, un amore accogliente, coinvolgente, contagioso! [Dall'inizio della cena troviamo usato il verbo agapaô (amare), e il sostantivo agapê (amore), che nel greco classico è piuttosto raro, nel NT, invece, è molto usato per esprimere l'amore gratuito e disinteressato di Dio, e conseguentemente la risposta dell'uomo].
Altro che sputarsi addosso, insultarsi con epiteti volgari, discriminare, additare chi è diverso, ferire, usare violenza, uccidere! Invece viviamo in una società intollerante, fatta di esclusione anziché di accoglienza, di odio anziché di amore: Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede (1Gv 4,20). Amare non è una astrazione, neppure contemplazione, ma la concretezza del sanare le ferite dell’anima di chi ci sta accanto, nel soccorre i deboli, confortare gli scoraggiati, a prescindere dalla condizione sociale, credo religioso, nazionalità, orientamento sessuale, amare incondizionatamente tutte e tutti perché siamo sorelle e fratelli fin quanto figlie e figli dello stesso Padre.

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