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XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (C) COMMENTO

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XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (C) COMMENTO

L’amministratore infedele
Papa Benedetto XVI

“Se non siete stati fedeli nei beni che vi sono estranei, chi vi darà ciò che è vostro?” (Lc 16,12). Le ricchezze ci sono estranee, perché esse sono fuori della nostra natura: non nascono con noi, né trapassano con noi. Cristo, invece, è nostro, perché è la vita. “Così egli venne nella sua casa, e i suoi non lo ricevettero” (Gv 1,11). Ebbene, nessuno vi darà ciò che è vostro, perché voi non avete creduto a ciò che è vostro, non l`avete ricevuto.
Cerchiamo dunque di non essere schiavi dei beni che ci sono estranei, dato che non dobbiamo conoscere altro Signore che Cristo; “infatti uno è Dio Padre, da cui tutto deriva e in cui noi siamo, e uno è il Signore Gesù, per cui mezzo tutte le cose sono” (1Cor 8,6).
Ma allora? Il Padre non è Signore e il Figlio non è Dio? Certo, il Padre è anche il Signore, perché “per mezzo della Parola del Signore i cieli sono stati creati” (Sal 32,6). E il Figlio è anche Dio, “che è sopra ogni cosa, Dio benedetto nei secoli” (Rm 9,5).
In qual modo allora, nessuno «può servire a due padroni»? E` perché non c`è che un solo Signore, dato che non c`è che un solo Dio. (Ambrogio, In Luc., 7, 246-248)
[…] Nelle passate domeniche, san Luca, l’evangelista che più degli altri si preoccupa di mostrare l’amore che Gesù ha per i poveri, ci ha offerto diversi spunti di riflessione circa i pericoli di un attaccamento eccessivo al denaro, ai beni materiali e a tutto ciò che ci impedisce di vivere in pienezza la nostra vocazione ad amare Dio e i fratelli. Anche quest’oggi, attraverso una parabola che provoca in noi una certa meraviglia perché si parla di un amministratore disonesto che viene lodato (cfr Lc 16,1-13), a ben vedere il Signore ci riserva un serio e quanto mai salutare insegnamento. Come sempre il Signore trae spunto da fatti di cronaca quotidiana: narra di un amministratore che sta sul punto di essere licenziato per disonesta gestione degli affari del suo padrone e, per assicurarsi il futuro, cerca con furbizia di accordarsi con i debitori. E’ certamente un disonesto, ma astuto: il Vangelo non ce lo presenta come modello da seguire nella sua disonestà, ma come esempio da imitare per la sua previdente scaltrezza. La breve parabola si conclude infatti con queste parole: “Il padrone lodò quell’amministratore disonesto perché aveva agito con scaltrezza” (Lc 16,8).
Ma che cosa vuole dirci Gesù con questa parabola? Con questa conclusione sorprendente? Alla parabola del fattore infedele, l’evangelista fa seguire una breve serie di detti e di ammonimenti circa il rapporto che dobbiamo avere con il denaro e i beni di questa terra. Sono piccole frasi che invitano ad una scelta che presuppone una decisione radicale, una costante tensione interiore. La vita è in verità sempre una scelta: tra onestà e disonestà, tra fedeltà e infedeltà, tra egoismo e altruismo, tra bene e male. Incisiva e perentoria la conclusione del brano evangelico: “Nessun servo può servire a due padroni: o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro”. In definitiva, dice Gesù, occorre decidersi: “Non potete servire a Dio e a mammona” (Lc 16,13). Mammona è un termine di origine fenicia che evoca sicurezza economica e successo negli affari; potremmo dire che nella ricchezza viene indicato l’idolo a cui si sacrifica tutto pur di raggiungere il proprio successo materiale e così questo successo economico diventa il vero dio di una persona. È necessaria quindi una decisione fondamentale tra Dio e mammona, è necessaria la scelta tra la logica del profitto come criterio ultimo nel nostro agire e la logica della condivisione e della solidarietà. La logica del profitto, se prevalente, incrementa la sproporzione tra poveri e ricchi, come pure un rovinoso sfruttamento del pianeta. Quando invece prevale la logica della condivisione e della solidarietà, è possibile correggere la rotta e orientarla verso uno sviluppo equo, per il bene comune di tutti. In fondo si tratta della decisione tra l’egoismo e l’amore, tra la giustizia e la disonestà, in definitiva tra Dio e Satana. Se amare Cristo e i fratelli non va considerato come qualcosa di accessorio e di superficiale, ma piuttosto lo scopo vero ed ultimo di tutta la nostra esistenza, occorre saper operare scelte di fondo, essere disposti a radicali rinunce, se necessario sino al martirio. Oggi, come ieri, la vita del cristiano esige il coraggio di andare contro corrente, di amare come Gesù, che è giunto sino al sacrificio di sé sulla croce.
Potremmo allora dire, parafrasando una considerazione di sant’Agostino, che per mezzo delle ricchezze terrene dobbiamo procurarci quelle vere ed eterne: se infatti si trova gente pronta ad ogni tipo di disonestà pur di assicurarsi un benessere materiale sempre aleatorio, quanto più noi cristiani dovremmo preoccuparci di provvedere alla nostra eterna felicità con i beni di questa terra (cfr Discorsi 359,10). Ora, l’unica maniera di far fruttificare per l’eternità le nostre doti e capacità personali come pure le ricchezze che possediamo è di condividerle con i fratelli, mostrandoci in tal modo buoni amministratori di quanto Iddio ci affida. Dice Gesù: “Chi è fedele nel poco, è fedele nel molto; e chi è disonesto nel poco, è disonesto anche nel molto” (Lc 16,10-11).
Della stessa scelta fondamentale da compiere giorno per giorno parla oggi nella prima lettura il profeta Amos. Con parole forti, egli stigmatizza uno stile di vita tipico di chi si lascia assorbire da un’egoistica ricerca del profitto in tutti i modi possibili e che si traduce in una sete di guadagno, in un disprezzo dei poveri e in uno sfruttamento della loro situazione a proprio vantaggio (cfr Am 4,5). Il cristiano deve respingere con energia tutto questo, aprendo il cuore, al contrario, a sentimenti di autentica generosità. Una generosità che, come esorta l’apostolo Paolo nella seconda Lettura, si esprime in un amore sincero per tutti e si manifesta nella preghiera. In realtà, grande gesto di carità è pregare per gli altri. L’Apostolo invita in primo luogo a pregare per quelli che rivestono compiti di responsabilità nella comunità civile, perché – egli spiega – dalle loro decisioni, se tese a realizzare il bene, derivano conseguenze positive, assicurando la pace e “una vita calma e tranquilla con tutta pietà e dignità” per tutti (1 Tm 2,2). Non venga pertanto mai meno la nostra preghiera, apporto spirituale all’edificazione di una Comunità ecclesiale fedele a Cristo e alla costruzione d’una società più giusta e solidale. […]

(Papa Benedetto XVI, dall’Omelia del 23 settembre 2007)

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 20 septembre, 2019 |Pas de commentaires »

XXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B) (08/09/2019)

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XXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B) (08/09/2019)

Storia di uno schiavo e del suo padrone
mons. Roberto Brunelli

Gesù parla alla folla che lo segue, ma a differenza dei tanti demagoghi di ogni tempo, pronti a promettere anche la luna pur di trovare seguaci, egli non nasconde le difficoltà che comporta l’essere suoi amici. Nel vangelo di oggi (Luca 14, 25-33) dice: « Chi vuol essere mio discepolo, deve amarmi più di quanto ami il padre, la madre, la moglie, i figli e persino se stesso; chi vuol essere mio discepolo, porti la sua croce dietro di me ». Parole drastiche, si direbbe fatte apposta per scoraggiare quanti gli andavano appresso. Chi pensasse che vivere da cristiani sia una passeggiata tra prati in fiore, è avvertito: in realtà significa non pensare soltanto ai propri vantaggi, ma mettere sempre Lui al primo posto, costi quel che costi.?
Del resto, essere cristiani è una scelta, non un obbligo, e come tutte le scelte va compiuta dopo averci ragionato. Lo stesso Gesù invita a farlo; alle parole riportate aggiunge: « Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolarne la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? » Così, sottintende, chi vuole dirsi cristiano deve essere consapevole di che cosa comporta, deve valutare come si configurerebbe la sua vita, presente e futura, con o senza di lui.
? Senza di lui, tutto appare più facile e comodo: vivo come mi pare, spremendo da ogni giornata tutto il succo di vantaggi e piaceri che ne posso trarre, avvalendomi di quanto dispongo e servendomi degli altri per realizzare i miei intendimenti; se poi gli altri ne patiscono, che importa a me?
La realtà però è diversa: la mia presunta libertà mi lascia spesso insoddisfatto; le cose non vanno sempre come vorrei, e quand’anche riescono mi lasciano quel retrogusto amaro che si chiama rimorso. Con lui, invece, devo rinunciare a tante cose, devo farmi carico di chi mi sta intorno per dargli attenzione e aiuto; ma alla sera non fatico a prender sonno, perché non ho nulla di cui vergognarmi, so di avere speso la mia giornata al meglio delle mie possibilità, so che sto dando alla mia vita un senso e uno scopo, di cui un giorno raccoglierò pienamente i frutti. Non è preferibile?
Particolare attenzione va oggi anche alla seconda lettura, che offre i passi essenziali del più breve tra gli scritti di Paolo, la lettera a Filemone. L’apostolo ha fatto la conoscenza di Onesimo, uno schiavo fuggito dal suo padrone; gli ha parlato, l’ha convertito alla fede cristiana, dopo di che compie un gesto inaudito: malgrado la legge romana punisse severamente gli schiavi fuggitivi, Paolo rimanda Onesimo dal padrone, con una lettera per lui, da cui si apprende che il padrone è Filemone, anche lui cristiano. Per l’autorità di cui è investito, e che Filemone riconosce, l’apostolo potrebbe ordinarglielo, e invece non glielo comanda: lo prega di riaccoglierlo, « non più però come schiavo, ma come fratello carissimo, sia come uomo, sia come fratello nel Signore ».
Uno scritto illuminante. Paolo compie un coraggioso atto di fiducia nei protagonisti dell’episodio: Filemone, anziché seguire il precetto della carità e riconoscere in Onesimo un fratello, potrebbe appellarsi alle leggi dello stato e punirlo; anche Onesimo lo sa, eppure senza essere costretto torna da lui. La felice conclusione della vicenda è un magnifico attestato dei nuovi rapporti tra gli uomini che la fede cristiana ha introdotto nel mondo. Proprio questi nuovi rapporti sono alla base delle trasformazioni sociali originate dal cristianesimo e recepite poi anche dalla legislazione civile. Paolo non contesta le leggi sulla schiavitù, ma le svuota di valore insegnando che tutti gli uomini sono fratelli di pari dignità. Il vangelo non invita alle rivoluzioni armate: è più efficace e duraturo esortare tutti a vivere come il Signore insegna.?

 

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 5 septembre, 2019 |Pas de commentaires »

XX DOMENICA TEMPO ORDINARIO – ANNO C

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XX DOMENICA TEMPO ORDINARIO – ANNO C

Fuoco, immersione, divisione
Enzo Bianchi

Il brano evangelico di questa domenica, che contiene alcune parole “dure” di Gesù, è stato ed è tra i testi più incompresi, sovente manipolato dai predicatori, strumentalizzato e citato a favore della propria ideologia cristiana. Lo leggiamo cercando di non glossarlo, di non commentarlo troppo, per riconoscergli quell’autorità che è propria soltanto della parola del Signore e quindi spiegarlo con altre parole di Gesù, convinti del principio secondo cui “Scriptura sui ipsius interpres”, “la Scrittura è l’interprete di se stessa”.
Gesù sta salendo a Gerusalemme con i suoi discepoli e le sue discepole, tenendo ben presente che la meta di quel viaggio è la città santa che uccide i profeti e li rigetta (cf. Lc 13,33-34), dunque il luogo del suo esodo da questo mondo al Padre (cf. Lc 9,31; Gv 13,1) attraverso la morte in croce. Tra i suoi insegnamenti e le sue parole Luca testimonia alcune convinzioni di Gesù espresse a voce alta: confessione e profezia! Innanzitutto Gesù dichiara: “Sono venuto a gettare un fuoco sulla terra, e come vorrei che fosse già divampato!”. Questa la ragione della sua “venuta” da Dio sulla terra: è venuto a gettare fuoco! È evidente che qui il linguaggio di Gesù è parabolico, che non parla del fuoco divorante che brucia e terrorizza ma di un altro fuoco, di una forza divina che egli è venuto a portare tra gli umani e che desidera si manifesti e agisca. L’esperienza della presenza e dell’azione di Dio è sentita da Gesù come fuoco che brucia, illumina e riscalda, ed egli deve essere ricorso più volte a questo linguaggio simbolico.
Nel vangelo apocrifo di Tommaso questa parola è riportata quasi uguale: “Ho gettato il fuoco sul mondo, ed ecco lo custodisco fino a che divampi” (10). Un altro ágraphon, una parola non scritta nei vangeli canonici ma ricordata da Origene, da Didimo il cieco e dallo stesso vangelo di Tommaso (82), è accostabile a questo detto: “Chi è vicino a me, è vicino al fuoco; chi è lontano da me, è lontano dal Regno”. Da queste diverse testimonianze comprendiamo che Gesù era un uomo divorato da un fuoco, un uomo passionale, che la sua missione era quella di spargere come fuoco la presenza efficace di Dio nel mondo, che lui stesso era fuoco ardente, amore bruciante come “la fiamma di Jah” (Ct 8,6), del Signore. Nel vangelo secondo Luca il fuoco è soprattutto segno, simbolo dello Spirito santo, già annunciato da Giovanni il Battista come forza, presenza divina nella quale il Veniente immergerà chi si converte, cioè “battesimo in Spirito santo e fuoco” (cf. Lc 3,16); è quel fuoco che negli Atti degli apostoli scende come presenza bruciante del Risorto sulla chiesa nascente, radunata in sua attesa (cf. At 2,1-11).
Gesù è un uomo di desiderio grande e profondo, un uomo di passione e qui all’improvviso confessa questa passione che lo abita. Quel fuoco dello Spirito che egli ha portato dal Padre sulla terra, fuoco di amore, dovrebbe incendiare il mondo, ardere nel cuore di ogni essere umano: questo lui desiderava fortemente! Lo desiderava nei suoi giorni terreni e lo desidera ancora oggi, perché quel fuoco da lui portato spesso è coperto dalle ceneri che la chiesa stessa gli mette sopra, impedendogli di ardere. È così, lo sappiamo: basta leggere tutta la storia della fede cristiana per rendersi conto che il fuoco del Vangelo divampa qua e là, di tanto in tanto, in persone e comunità che lo fanno riapparire smuovendo la brace, ma poi presto, troppo presto, è nuovamente coperto dalla cenere. Riscalda sempre un po’, viene tenuto vivo e conservato, ma certo non arde… Gesù invece desiderava che ardesse nei cuori dei credenti come ardeva nel cuore dei due discepoli sul cammino di Emmaus (cf. Lc 24,32), quando prendevano fuoco le Scritture spiegate dal Risorto; come ardeva nella chiesa nata dalla Pentecoste.
Segue poi un altro pensiero di Gesù strettamente collegato al primo: “Io devo ricevere un’immersione, e come sono angustiato finché non sia compiuta!”. Ecco un altro desiderio di Gesù, desiderio sofferente! È un annuncio della sua passione e morte, quando sarà immerso nella prova, nella sofferenza e nella morte di croce. Questo evento lo attende, ed egli deve entrare nell’acqua della sofferenza ed esservi immerso come in un battesimo. Non perché le sofferenze abbiano valore in sé, ma perché, se lui continua a essere fedele, obbediente all’amore, alla volontà del Padre che conosce solo l’amore, allora dovrà pagarne il prezzo: rifiuto, rigetto da parte dei potenti religiosi e politici, da parte del popolo stesso, perché Gesù è un “giusto” – come il centurione proclama sotto la croce dopo la sua morte (cf. Lc 23,47) – e se il giusto rimane tale non solo è di imbarazzo, ma va tolto di mezzo (cf. Sap 2,10-20).
Siamo sempre nello spazio del linguaggio simbolico: il battesimo per Gesù non è un rito, ma è un reale bagno di sangue e di morte. Egli è certamente angosciato di fronte a tale prospettiva, ma è ansia che si compia presto, che sia cosa fatta per sempre. Non che desideri la morte e la sofferenza, nessuna volontà “dolorista” da parte sua, ma volontà che si acceleri il cammino verso il compimento pieno della volontà di Dio, che è anche la sua volontà.
Vi è infine un terzo pensiero di Gesù, che consegue ai primi due, un pensiero che riguarda i discepoli, dunque anche noi oggi. Quale pensiamo sia l’esito della venuta di Gesù, dell’apparire del “segno del Figlio dell’uomo” (Mt 24,30), cioè della croce di Cristo, del Vangelo che si mostra come epifania nella vita delle persone? Pensiamo che tutto andrà meglio? Ecco l’inganno presente nei nostri cuori, pur colmi di desiderio e di passione. Confesso che, grazie all’insegnamento ricevuto, sono sempre stato lucido al riguardo: anche durante il Vaticano II e subito dopo, seppur giovanissimo, osai oppormi agli entusiasmi dei miei amici, peraltro più autorevoli di me, i quali guardavano al concilio come a una nuova fase, una fase più “bella” nella vita della chiesa. Io invece ricordavo loro che nel mondo, più emerge il Vangelo, più divampa il fuoco dello Spirito, peggio si sta! Perché la buona notizia scatena “le potenze dell’aria” (Ef 2,2; cf. 6,12) e quelle della terra che, di fronte all’emergere del Vangelo, fanno una guerra più sfrenata. È così, è così! Più la chiesa si riforma, più nella chiesa non si sta quieti, ma emergono la divisione e la contrapposizione…
Ecco perché Gesù dice: “Non crediate che io sia venuto a portare la pace sulla terra, ma la divisione!”. Attenzione, non che Gesù desiderasse la divisione tra gli umani e nella sua comunità, non che amasse vedere le contrapposizioni alla pace, ma sapeva bene che questa è la necessitas, “il necessario” nell’ordine di questo mondo. Appare un giusto, ed ecco che tutti si scatenano contro di lui; appare una possibilità di pace, e quelli che sono armati reagiscono; appare Gesù, e subito, fin dalla sua nascita, si scatena il potere omicida. Mentre gli angeli a Betlemme annunciano “pace in terra agli uomini che Dio ama” (Lc 2,14), il potente tiranno di turno, allora Erode, fa una strage di bambini innocenti e ignari (cf. Mt 2,16-18). Sono i falsi profeti a dire e a cantare sempre che “tutto va bene!” (cf. Ger 6,13-14; Ez 13,8; Mi 3,5), mentre invece bisogna essere avveduti. Ripeto, più il Vangelo è vissuto da uomini e donne, più appaiono la divisione e la contraddizione, anche all’interno della stessa famiglia, della stessa comunità. Fino al manifestarsi dell’indicibile: padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre…
Gesù è e resta “Principe di pace” (Is 9,5), e la sua vittoria è assicurata, ma al Regno si accede attraverso molte tribolazioni (cf. At 14,22), prove, divisioni. Così è accaduto per lui, Gesù; così deve accadere per noi suoi discepoli, se gli siamo fedeli e non abbiamo paura del fuoco ardente del Vangelo e dello Spirito di Gesù.

 

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 16 août, 2019 |Pas de commentaires »

XV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) (14/07/2019)

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XV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) (14/07/2019)

Lo stesso identico: allora e oggi
don Luciano Cantini

«Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?».
Davanti a Gesù e al dottore della Legge c’è la Thorà, i primi cinque libri della scrittura, non si smette mai di scrutarli nella ricerca della volontà di Dio. Una ricerca meticolosa, accurata, spesso pedante nel desiderio di individuare ogni singola norma, ogni precetto per poi metterlo in fila e cercare quello più importante: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?» (Mc 12,28). Una domanda simile, oggi, all’uomo moderno sarebbe impensabile; come districarsi tra Costituzione, codici, leggi, decreto-legge, decreti applicativi, circolari che si adattano ad ogni nuova presunta necessità?
Con la Rivoluzione francese e l’indipendenza americana siamo arrivati a comprendere che la Legge è uguale per tutti, ma bisogna arrivare al dicembre del 1948 per leggere la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, sembrava un passo in avanti dell’umanità ma non è così nella maggior parte del mondo ed è questa una delle cause principali che spinge l’emigrazione nel perseguimento di migliori condizioni di vita.
“Tutti gli uomini sono creati eguali; che essi sono dal Creatore dotati di certi inalienabili diritti, che tra questi diritti sono la Vita, la Libertà, e il perseguimento della Felicità” (Dichiarazione d’indipendenza 4 luglio 1776).
Oggi i movimenti sovranisti, capaci di condizionale la politica, affermano un principio contrario “prima… gli italiani, gli americani, gli ungheresi, gli austriaci…e così via”: tutti hanno gli stessi diritti ma per alcuni c’è una precedenza, un maggior diritto, un privilegio, una distinzione.

Cadde nelle mani dei briganti
Ecco allora Gesù racconta una parabola.
Un uomo… anzi degli uomini, donne, bambini… stavano faticosamente salendo sulla strada della loro vita, ma sin dal loro nascere si imbatterono in una guerra civile… nella ingiustizia, nella sopraffazione, nella povertà, nella siccità… ché spogliatili di tutto, privatili dei loro affetti, li lasciarono mezzi morti.
A fatica scapparono dalla loro terra per buttarsi sul ciglio di un’altra strada… « forse qualcuno passerà di qua. Forse qualcuno timorato di Dio… quello stesso Dio che noi preghiamo… »
Si trovarono in mezzo al mare proprio sul ciglio di un altro mare (non il « mare nostro »… ma come un mare privato che chiamano acque territoriali) e lì vicino passarono i governi dei paesi ricchi ma il primo disse che non spettava a lui e passò oltre, l’altro disse che era una questione di principio, l’altro ancora pensò che c’era una invasione in atto… così tutti passarono oltre…
Ma come succede in ogni paese civile si aprì un dibattito: « bisogna prima pensare agli italiani che muoiono di fame!!! » poi si guardò intorno e non ne vide, ma il principio era sacrosanto.
« non si può aprire le porte a tutti!!! », ma erano solo poche centinaia di fronte ai 60 milioni d’italiani, senza pensare agli europei, ma lì per lì sembrarono troppi.
« Bisogna salvaguardare la nostra cultura » e verificarono che nelle aule delle scuole ci fossero ancora i crocifissi e non si accorsero che i crocifissi veri (e non di plastica) erano piantati in mezzo al mare. Quando la religione è “il sentimento di un mondo senza cuore” (C.Marx) allora sopravanzano le regole del Levita e del Sacerdote del tempio, come un bel paramento finemente decorato, l’angelica armonia di canti antichi o il mistero di una lingua che non parla più nessuno.
Nel dibattito parteciparono le Nazioni ognuna con i propri diritti sacrosanti, si smossero Televisioni e giornali… sui social è apparso di tutto dal presunto smalto alle unghie delle migranti, ai telefonini ultimo modello, per mascherare e non vedere, nessuno controlla o verifica la verità dei messaggi ma tanto basta. Le leggi e i decreto-legge si susseguirono per salvaguardare i diritti di alcuni a spese di altri.

«Va’ e anche tu fa’ così».
La parabola che Gesù racconta, di un realismo incredibile, non solo ci dice chi è il mio prossimo ma sottolinea piuttosto la prossimità degli emarginati: il disgraziato per un verso e il samaritano per l’altro sono due emarginati eppure ci raccontano la prossimità: il bisogno dell’uno si fa prossimo al cuore dell’altro.
Potremo domandarci a cosa servono i barconi che sbarcano a Lampedusa, o i barboni che dormono nelle stazioni, o la marea di umanità emarginata, siano immigranti o emigrati, nomadi o naviganti. Ecco sono un “segno dei tempi”, forse un dono di Dio al nostro cuore, perché si svegli in noi la Fede, quella che, più che i profumi d’incenso, cerca di concretizzarsi nel farsi prossimo e amarlo come se stessi.

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 12 juillet, 2019 |Pas de commentaires »

XIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) (30/06/2019)

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XIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) (30/06/2019)

Gesù, il fuoco e il discepolo
don Giacomo Falco Brini

Il vangelo di Luca è concepito come la narrazione del cammino del Figlio di Dio che, uscito da Dio e divenuto uno di noi, deve compiersi a Gerusalemme. Lì avverrà il suo nuovo esodo. Il Figlio infatti ritorna da dove è venuto (il Cielo) insieme ai suoi trofei: gli uomini, fratelli salvati dal suo amore. Nella pagina di oggi la svolta capitale del suo cammino: da questo momento Gesù “indurisce” il suo volto guardando in direzione di Gerusalemme, ma non nel senso che diventa più severo, rigido o impassibile nei nostri confronti (Lc 9,51). Tutt’altro. La sua determinazione sta tutta nella consapevolezza della sua missione che, per Luca, è quella di manifestare a tutti gli uomini, nel suo volto, il vero volto e il cuore del Padre: cioè, duro nella sua incondizionata tenerezza, assolutamente diverso nella sua mitezza, fermo nella sua volontà di salvare tutti, tenace nella sua misericordia senza limiti.
Gesù manda messaggeri davanti a sé (Lc 9,52). E’ un’immagine semplice della chiesa anche oggi inviata all’umanità per annunciare il Signore che viene. Ma nel vangelo è un luogo di Samaria dove i messaggeri si recano. L’invito a far passare Gesù è declinato. Se uno vuole andare in Giudea, non è una buona premessa per entrare in relazione con i samaritani (Lc 9,53). E allora cosa fa la chiesa ancora in gestazione? Signore, vuoi che facciamo scendere un fuoco dal cielo e li consumi? (Lc 9,54) Bisogna intervenire, bisogna reprimere sul nascere un rifiuto simile! Ma chi credono di imbrogliare ‘sti samaritani? Sono solo dei maledetti, bruciamoli tutti! Non posso fare a meno di vedere, tra le righe di tante manifestazioni odierne, una chiesa molto zelante che magari non invoca un fuoco dal cielo apertamente, ma che di fatto lo auspica, anche per l’attuale papa e la “sua” chiesa (perché ce ne sarebbe un’altra più fedele!…). Ma Gesù, voltatosi, li sgridò (Lc 9,55). Non sgridò i samaritani, ma i suoi messaggeri. Infatti non hanno discernimento, perché non hanno ancora conosciuto il suo volto, cioè non ne conoscono la vera identità. Da notare che il verbo “sgridare”, nel greco utilizzato dal vangelo, è lo stesso verbo riferito a Gesù quando esorcizza minacciando i demoni! Quanto è facile essere dalla parte del diavolo mentre si è tanto zelanti verso il Signore e la sua chiesa, e non lo si sospetta minimamente!
Comunque un fuoco Gesù è venuto a portarlo sulla terra (cfr. Lc 12,49). Ma non è quello che vorrebbero molti zelanti cristiani di oggi. Se poi andate a leggere cosa dice il Signore al cap.12 subito dopo questa affermazione, capirete perché, dopo la prima parte del vangelo di oggi, Luca ci riporta 3 casi di chiamata alla sequela. Gesù infatti ha acceso un fuoco davanti al quale non ci si può nascondere e che “co-stringe” a compiere scelte. Diamogli un’occhiata. Il primo caso è quello di un aspirante discepolo che sembra abbia compreso che in Gesù c’è tutto il senso della vita e desidera seguirlo. Ma il suo modo di esprimersi tradisce un atteggiamento “alla Pietro”: seguire Gesù non è né frutto, né pretesa di un’umana iniziativa. Il Signore lo scuote dalle sue illusioni (Lc 9,57-58). Chi vuole seguirlo sappia che non c’è niente di sicuro né di accomodante per i propri bisogni. Nel secondo caso si fa ordine su cosa sia la sequela per il discepolo. E’ Lui a proporre, a noi rispondere. Infatti, nel primo caso di chiamata, alla nostra proposta è Gesù che obietta. Qui invece, alla sua iniziativa, partono le nostre obiezioni. Non si tratta di obiezioni su tana e nido (sicurezze materiali), ma riguarda un permesso che si chiede con dilazione di tempo: c’è un “prima” da fare che viene prima del Signore! C’è qualcosa che sta più a cuore di Lui. Eppure si tratta di un dovere di pietà filiale: può un dovere, un affetto familiare, una persona, esser posto/a “prima”, e quindi allontanare dal regno di Dio? La risposta di Gesù non da adito a dubbi (Lc 9,59-60).
Il terzo caso unisce i primi due: costui si fa avanti come il primo e promette la sequela (in futuro), mentre Gesù chiama nel presente (seguimi). E non è diverso dal secondo caso, perché mette avanti ancora una priorità. In che cosa è diverso dagli altri due? Bisogna ricordare che qui c’è un richiamo evidente alla vocazione di Eliseo profeta, dove invece Elia concede il tempo di salutare i genitori (1a lettura). Ma la sequela di Gesù, non è come la sequela di Elia: infatti, c’è qui ben più che Elia! Perciò Gesù dice che “nessuno che abbia messo mano all’aratro e poi si volge indietro è adatto (lett. “è ben posizionato”) per il regno di Dio” (Lc 9,61-62). Chi può capire, capisca! E allora chi potrà veramente seguirlo? Qual è il problema di ogni aspirante discepolo di sempre? Nessuno che si è incamminato dietro Gesù conosce e vuole subito percorrere la sua via, a meno che non sia il Signore stesso che glielo conceda. Bisogna prima scoprire di ignorare la parola della Croce (Lc 9,45). Bisogna prima inciampare su questa parola (Lc 24,25-27). Poi, sarà essa stessa che, poco a poco, accenderà un fuoco dolcissimo che lo riporterà sulla vera via di Gesù, abilitando a seguirlo (Lc 24,32-33).

SOLENNITÀ DEL CORPO E SANGUE DI CRISTO (C) COMMENTO

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SOLENNITÀ DEL CORPO E SANGUE DI CRISTO (C) COMMENTO

La condivisione del pane
Commento di Enzo Bianchi

Dopo la festa della Triunità di Dio, celebriamo oggi un’altra festa “dogmatica”, sorta a difesa della dottrina, per ricordare la verità dell’eucaristia voluta da Gesù come memoriale nella vita della chiesa fino alla sua venuta gloriosa. Ogni domenica celebriamo l’eucaristia, ma la chiesa ci chiede anche di confessare e adorare questo mistero inesauribile in un giorno particolare (il giovedì della II settimana dopo Pentecoste per la chiesa universale, la II domenica dopo Pentecoste in Italia). Facciamo dunque obbedienza e commentiamo mediante un’esegesi liturgica il brano evangelico proposto dal Messale italiano.
Il cosiddetto racconto della “moltiplicazione dei pani” è attestato per ben sei volte nei vangeli (due in Marco e in Matteo, una in Luca e in Giovanni), il che ci dice come quell’evento fosse ritenuto di particolare importanza nella vita di Gesù. Nel vangelo secondo Luca, Gesù invia i suoi discepoli ad annunciare la venuta del regno di Dio e a guarire i malati (cf. Lc 9,2), mostrando che la missione affidatagli da Dio con la discesa su di lui dello Spirito santo (cf. Lc 3,21-22), rivelata nella sinagoga di Nazaret (cf. Lc 4,18-19), era da lui estesa anche alla sua comunità. Compiuta questa missione, i discepoli fanno ritorno da Gesù e gli raccontano la loro esperienza, quanto cioè avevano fatto e detto in obbedienza al suo comando.
Gesù allora li prende con sé, portandoli in disparte per un ritiro, in un luogo vicino alla città di Betsaida (cf. Lc 9,10). Ma le folle, saputo dove Gesù si era ritirato, lo seguono ostinatamente (cf. Lc 9,11). Ed ecco che Gesù le accoglie: aveva cercato un luogo di silenzio, solitudine e riposo per i discepoli tornati dalla missione e per sé, ma di fronte a quella gente che lo cerca, che viene a lui e lo segue, Gesù con grande capacità di misericordia la accoglie. È lo stile di Gesù, stile ospitale, stile che non allontana né dichiara estraneo nessuno. Queste persone vogliono ascoltarlo, sentono che egli può dare loro fiducia e liberarle, guarirle dai loro mali e dai pesi che gravano sulle loro vite, e Gesù senza risparmiarsi annuncia loro il regno di Dio, le cura e le guarisce. Questa è la sua vita, la vita di un servo di Dio, di un annunciatore di una parola affidagli da Dio.
Giunge però la sera, il sole tramonta, la luce declina, e i Dodici discepoli entrano in ansia. Dicono dunque a Gesù: “Congeda la folla perché vada nei villaggi e nelle campagne dei dintorni, per alloggiare e trovare cibo: qui siamo in una zona deserta!”. La loro richiesta è all’insegna della saggezza umana, nasce da uno sguardo realistico, eppure Gesù non approva quella possibilità razionale, ma chiede loro: “Voi stessi date loro da mangiare”. Con questo comando li esorta a entrare nella dinamica della fede, che è avere fiducia, mettere in movimento quella fiducia che è presente in ogni cuore e che Gesù sa ravvivare. Ma i discepoli non comprendono e insistono nel porre di fronte a Gesù la loro povertà: hanno solo cinque pani e due pesci, un cibo sufficiente solo per loro!
Ecco allora che Gesù prende l’iniziativa: ordina di far sedere tutta quella gente ad aiuola, a gruppi di cinquanta, perché non si tratta solo di sfamarsi, ma di vivere un banchetto, una vera e propria cena, nell’ora in cui il sole tramonta. Poi davanti a tutti prende i pani e i pesci, alza gli occhi al cielo, come azione di preghiera al Padre, benedice Dio e spezza i pani, presentandoli ai discepoli perché li servano, come a tavola, a quella gente. È un banchetto, il cibo è abbondante e viene condiviso da tutti. Quelli che conoscono la profezia di Israele, si accorgono che è accaduto ciò che già il profeta Eliseo aveva fatto in tempo di carestia, nutrendo il popolo affamato a partire dalla condivisione di pochi pani d’orzo (cf. 2Re 4,42-44). Lo stesso compie Gesù, e dopo il suo gesto avanza una quantità di cibo ancora maggiore: dodici ceste. Nel cuore dei discepoli e di alcuni dei presenti sorge così la convinzione che Gesù è profeta ben più di Elia e di Eliseo, è profeta anche più di Mosè, che nel deserto aveva dato da mangiare manna al popolo uscito dall’Egitto (cf. Es 16).
Ma qui viene spontaneo chiedersi: cosa significa questo evento? Normalmente si parla di “moltiplicazione” dei pani, ma nel racconto non c’è questo termine. Dunque? Dovremmo dire che c’è stata condivisione del pane, c’è stato lo spezzare il pane, e questo gesto è fonte di cibo abbondante per tutti. In tal modo comprendiamo come ci sia qui una prefigurazione di ciò che Gesù farà a Gerusalemme la sera dell’ultima cena: “Prese il pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo: ‘Questo è il mio corpo, che è dato per voi; fate questo in memoria di me’” (Lc 22,19). Lo stesso gesto è ripetuto da Gesù risorto sulla strada verso Emmaus, di fronte ai due discepoli. Anche in quel caso, al declinare del giorno, invitato dai due a restare con loro (cf. Lc 24,29), “quando fu a tavola, prese il pane, pronunciò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro” (Lc 24,30). Tre episodi che recano lo stesso messaggio: le folle, la gente, il mondo ha fame del regno di Dio, e Gesù, che ne è il messaggero e lo incarna, sazia questa fame con la condivisione del cibo, con lo spezzare il suo corpo, la sua vita, offerta a tutti.
Ecco il mistero eucaristico nella sua essenza: non lasciamoci abbagliare da tante e varie dottrine eucaristiche, ma accogliamo il mistero nella sua semplicità. Cristo si dà a noi ed è cibo abbondante per tutti; una volta spezzato (sulla croce), può essere offerto dalla chiesa, da noi, a tutti coloro che lo cercano e tentano di seguirlo. Se è vero che la dinamica dello spezzare il pane e del condividerlo trova nella celebrazione della santa cena eucaristica un adempimento, essa però è anche paradigma di condivisione del nostro cibo materiale, il pane di ogni giorno. L’eucaristia non è solo banchetto del cielo, ma vuole essere esemplare per le nostre tavole quotidiane, dove il cibo è abbondante ma non è condiviso con quanti hanno fame e ne sono privi. Per questo, se alla nostra eucaristia non partecipano i poveri, se non c’è condivisione del cibo con chi non ne ha, allora anche la celebrazione eucaristica è vuota, perché le manca l’essenziale. Non è più la cena del Signore, bensì una scena rituale che soddisfa le anime dei devoti, ma in profondità è una grave menomazione del segno voluto da Gesù per la sua chiesa!
Con la condivisone dei pani e dei pesci insieme alle folle Gesù inaugura un nuovo spazio relazionale tra gli umani: quello della comunione nella differenza, perché le differenze non solo abolite ma affermate senza che, d’altra parte, ne patisca la relazione segnata da fraternità, solidarietà, condivisione. Sì, dobbiamo confessarlo: nella chiesa si è persa quest’intelligenza eucaristica propria dei primi cristiani e dei padri della chiesa, vi è stato un divorzio tra la messa e la condivisione del pane! E se se nel mondo esiste la fame, se i poveri sono accanto a noi e l’eucaristia non ha per loro conseguenze concrete, allora la nostra eucaristia è scena religiosa e – come direbbe Paolo – “il nostro non è più un mangiare la cena del Signore” (cf. 1Cor 11,20). Proprio davanti all’eucaristia cantiamo l’inno che afferma: “Et antiquum documentum novo cedat ritui” (“l’antico rito ceda il posto alla nuova liturgia”), ma in realtà restiamo ingabbiati nei riti e non riusciamo a fare dell’eucaristia la vita cristiana.

http://www.monasterodibose.it

SANTISSIMA TRINITÀ (ANNO C) (16/06/2019)

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SANTISSIMA TRINITÀ (ANNO C) (16/06/2019)

Uno in tre, tre per tutti
don Giacomo Falco Brini

Sono in tre a condividere il nome e la natura di Dio. E questo lo sappiamo perché ce lo ha raccontato con la sua vita uno di loro, che è diventato uno di noi. In ciò, il cristianesimo, pur rimanendo in dialogo con le altre religioni, si “stacca” da esse. Ma anche per noi, che poniamo sempre con un segno di croce sulle nostre liturgie il sigillo della ss.ma Trinità, resta un mistero inesauribile. Per questo il Signore Gesù dice che deve parlarci ancora di tante altre cose (Gv 16,12a). Non che non ci abbia detto tutto quello che dovevamo sapere su Dio, tutt’altro: vi ho chiamato amici perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi (Gv 15,15). Il fatto è che l’uomo non può contenere tutta la realtà di Dio in una volta sola; non è in grado di accoglierlo in tutta la sua portata: per il momento non siete capaci di portarne il peso (Gv 16,12b).
Ma non è tutto. Ci vuole lo Spirito affinché le cose che Gesù ci ha detto vengano comprese per quello che dicono. Le sue parole parlano di futuro: vi annuncerà le cose future (Gv 16,13b). Gesù è il nostro futuro, perché Egli viene dal futuro! Lo Spirito attualizza la sua parola nella nostra storia (se glielo permettiamo) perché è in questo modo che ci prepara a tornare verso il nostro destino: Dio. Per chi se lo ricorda, il titolo di un celebre “cult” cinematografico di anni fa, può rendere l’idea di questa realtà: “Ritorno al futuro”. Ecco, il credente in Cristo è un uomo che cammina per ritornare al futuro.
Inoltre, in questo compito, lo Spirito glorifica Gesù, perché sappiamo che le cose che ci spiega sono le parole e i gesti che Gesù ha detto/fatto: prenderà del mio e ve lo annuncerà (Gv 16,14). Ma noi, pregando diciamo giustamente: “Gloria al Padre, al Figlio, e allo Spirito Santo”, perché sappiamo che non c’è niente che uno di loro possiede che non sia anche degli altri (Gv 16,15). Nel vangelo di oggi c’è questo ultimo, implicito messaggio. Nel seno della Trinità si vive per dar gloria all’altro, non per cercare la propria. Per questo anche noi, la chiesa, se viviamo da credenti, prima o poi diventiamo davvero luce del mondo e sacramento di Dio: amandoci gli uni gli altri, manifestiamo una gloria che non ci appartiene, ma che ci è donata senza alcuna riserva: e la gloria che tu hai dato a me, io l’ho data a loro perché siano anch’essi, come noi, un cosa sola (Gv 17,22).

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