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SUL MONTE – ASCENSIONE DEL SIGNORE OMELIA (ANNO A) (28/05/2017)

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SUL MONTE – ASCENSIONE DEL SIGNORE (ANNO A) (28/05/2017)

don Luciano Cantini

Il Monte che Gesù aveva indicato loro, pur indicato in modo determinativo è lasciato nella indeterminatezza proprio per richiamare le Beatitudini: Vedendo le folle, Gesù salì sul monte (Mt 5,1), come il tempo che Gesù dedicò alla preghiera: Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare (Mt 14,23), anche la forza della guarigione: salito sul monte, lì si fermò. Attorno a lui si radunò molta folla, recando con sé zoppi, storpi, ciechi, sordi e molti altri malati; li deposero ai suoi piedi, ed egli li guarì (Mt 15,29-30), né si può tralasciare la rivelazione del suo volto trasfigurato: li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro (Mt 17,1-2). Anche il monte altissimo della tentazione (Mt 4,8) è lasciato nella indeterminazione. C’è un Monte per ciascuno di noi in cui si realizza l’incontro col Signore e che dobbiamo raggiungere, un monte senza nome, un luogo segnato dalla provvisorietà, un posto in cui arrivare e da cui partire.
Gesù si avvicinò
Gesù di fa vicino a quel gruppo di discepoli, – undici, dice il vangelo quasi a sottolineare la lacerazione e la povertà di quel piccolo gruppo segnato dal tradimento – un gruppo fragile nella sua umanità, prostrato davanti al Risorto ma contaminato dal dubbio. Matteo non nasconde la realtà, solo lui ci racconta l’epilogo del tradimento (Mt 27,5), ecco la chiesa di allora e la chiesa di sempre, la chiesa di oggi. Una chiesa povera di umanità, lacerata dal peccato e dal tradimento, che annaspa, prostata davanti al suo Signore, galleggiando in un mare di dubbi.
Il Vangelo, nella sua semplicità, non ci mette di mezzo nascondendo la verità dietro falsi trionfalismi, la Liturgia che ci racconta non ha bisogno di paramenti né di dorature, ma ci dice che attraverso la lettura attenta della realtà è possibile scoprire il dono di Dio trovare le indicazioni per vivere oggi quel mistero dell’Incarnazione per cui Dio si è fatto vicino all’uomo inabissandosi nella sua miseria per portare a tutti la salvezza.
Gesù non si preoccupa di sciogliere i dubbi, sembra neppure interessalo. Sa bene che il credente non può esprimere la sua fede se questa non è costantemente trascinata dal dubbio in una ricerca che sembra non aver mai fine. La fede non vive di certezze acquisite ma della ricerca perenne. L’uomo di fede è viaggiatore dell’altrove, nomade per natura, alla ricerca di un luogo mai definitivo dove piantare la sua tenda. Gesù si fa vicino a quest’uomo, compagno del suo viaggio tutti i giorni, fino alla fine del mondo. A questo uomo Gesù affida il suo Mistero.
Andate
Il Mistero, quel Progetto che, nascosto dai secoli, è adesso rivelato (Rm 16,25-26) di far discepoli tutti i popoli, Gesù lo affida a quel misero gruppo di discepoli. Gesù li manda per far entrare tutti nella loro stessa condizione, a condividere la stessa esperienza di amore ricevuto, a condividere lo stesso dono di Dio. Gesù manda questi uomini ad un umile servizio di condivisione chiedendo loro di battezzare. Non si tratta di compiere un rito ma di condividere un evento che è di tutta la vita e che trova il suo principio nella Incarnazione del Signore (cfr. Fil 2,6-11): essere immersi nella profondità di Dio. Il Figlio di Dio si è fatto uomo per immergere l’umanità nel seno stesso di Dio. Essere battezzati, tuffati, immersi, affondati nel « nome », nella essenza stessa di quel Dio che è Padre, Figlio e Spirito Santo; in questo « nome » ha termine il lungo viaggio della fede dell’uomo.
Insegnando loro
Battezzare trova continuità nell’insegnare (in-segnare) consegnare il segno: la Parola che salva.
Il « popolo immerso nelle tenebre e ombra di morte » (Mt 4,16) è adesso immerso in Dio e nella Salvezza della Parola. È necessario prima fare l’esperienza di essere immersi nell’amore di Dio per poi sperimentare la vita illuminata dalla Parola.
Tutti i giorni
Per tre volte è ripetuta la parola « tutto »: tutti i popoli, tutto ciò che vi ho comandato, tutti i giorni; è una parola assoluta che niente esclude e nulla tralascia, comprende ogni realtà; Matteo ci dona una prospettiva universale verso ogni uomo, ci chiede di lasciarci prendere da ogni parola del Signore come vivere in pienezza ogni giorno della storia, fino alla fine del mondo.

VI DOMENICA DI PASQUA (ANNO A) (21/05/2017) OMELIA

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Non vi lascerò orfani

don Luciano Cantini

VI DOMENICA DI PASQUA (ANNO A) (21/05/2017) OMELIA

Se mi amate, osserverete i miei comandamenti
Amare Dio e osservare i suoi comandamenti è punto nodale di tutta l’Alleanza: egli è Dio, il Dio fedele, che mantiene l’alleanza e la bontà per mille generazioni con coloro che lo amano e osservano i suoi comandamenti (Deut 7,9). L’osservanza dei comandamenti non è disgiungibile dall’amore, il problema è capire cosa intendiamo per amore [la lingua italiana consegna alla parola amore significati assai diversi] troppo spesso confuso con una forma di sentimentalismo, tutto zucchero e cuoricini, molto egocentrico. Sono io che « mi sento bene con… », « mi piace stare con… », quello che conta è il mio sentire, la mia percezione. Nella Scrittura il termine amore è piuttosto legato all’agire, al fare ciò che Dio desidera: Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama.
Amare Dio non significa stare bene la domenica mattina in chiesa, o sentirsi in pace durante la visita a quel santuario, neppure addormentarsi tranquilli dopo aver recitato le preghiere. Non dobbiamo considerare la fede e l’amore disposizioni dell’animo o nozioni teoriche separate dalle scelte quotidiane della vita. Giovanni è estremamente chiaro quando afferma: Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e nella verità (1Gv 3,18).
Il verbo tradotto con « osservare » è in greco Tereo che ha anche il significato di custodire (cfr Gv 17, 11-15), conservare (cfr Gv 12,7); dunque non siamo nella prospettiva di una mera ubbidienza o dello stare alle regole quanto nell’ottica della comunione col Padre, capaci di custodire la sua Parola come dono prezioso d’amore che ci « comanda » e orienta la nostra vita.
Io pregherò il Padre
Gesù ci chiede concretezza nell’amore che non può essere condizionata da precetti moralistici, né trasformata in adempimenti formali quanto dettata da una esigenza di comunione: lui stesso prega il Padre perché ci dia un altro Paràclito, la presenza di colui che è « chiamato accanto » (para-kaleo, in latino ad-vocatus); la preghiera del Signore ci immette nella dinamica trinitaria di Dio.
La tendenza dell’uomo è quella dell’autosufficienza, di bastare a se stesso mentre ha bisogno di comunione per vivere, ha bisogno di amare e di essere amato, di perdonare ed essere perdonato, ha bisogno di salvezza. Avere qualcuno « accanto » non risolve i problemi della vita, non ci deresponsabilizza, non si sostituisce alle nostre relazioni ma ci riempie del suo amore, ci sostiene, non ci fa sentire orfani. Non supplisce alle nostre fragilità, non colma le debolezze, rispetta i nostri errori, non ci ripara dai fulmini che si abbattono nella nostra storia, la sua è una presenza delicata, nascosta, tutta da scoprire, non balza immediatamente agli occhi, non travolge come un messaggio pubblicitario, né si lascia condizionare da una liturgia pomposa e solenne, semplicemente sta « accanto ».
Non vi lascerò orfani
Gesù sa bene che le prospettive, le speranze dei suoi discepoli dovranno attraversare un uragano di contrarietà, dal tradimento al passaggio attraverso la sua morte, dal rinnegamento alla persecuzione; allora come oggi ci rassicura: non vi lascerò orfani. Abbiamo surrogato le relazioni umane con ogni mezzo tecnologico, sostituito con un affetto spropositato per gli animali, curiamo il nostro benessere e il nostro aspetto, senza permettere a noi stessi e agli altri di entrare nel profondo. Tutto questo Giovanni lo chiama « mondo » che non può ricevere lo Spirito della verità, perché non lo vede e non lo conosce. Il mondo tende essenzialmente alla funzionalità, non ha prospettive se non quella di far girare la storia così come è, purché io ne rimanga al centro, per questo non c’è nulla da salvare.
Per chi crede e si lascia abitare dallo Spirito, scopre che il centro della vita è fuori di lui: voi saprete che Io-Sono nel Padre mio e voi in me e io in voi. Non è un gioco di parole, un ricorrersi di termini quanto scoprire che il senso della propria vita non è in se stessi ma nell’altro. La vita cristiana sta nel non rimanere orfani ma nella capacità di generare fraternità.

OMELIA V DOMENICA DI PASQUA (ANNO A) (14/05/2017)

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Vado a prepararvi un posto

don Luciano Cantini

OMELIA V DOMENICA DI PASQUA (ANNO A) (14/05/2017)

Non sia turbato il vostro cuore
Per tentare di capire la straordinarietà della affermazione di Gesù occorre entrare nell’esperienza dei suoi discepoli la cui vita era diventata un viaggio continuo dietro al Figlio dell’uomo che non ha dove posare il capo (Lc 9,58). Pietro aveva affermato «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito» (Mc 10,28). Anche dopo la morte qualcuno dovrà imprestare a Gesù un sepolcro… il senso della provvisorietà era totale.
Gesù aveva appena affermato Figlioli, ancora per poco sono con voi; voi mi cercherete ma, come ho detto ai Giudei, ora lo dico anche a voi: dove vado io, voi non potete venire (Gv 13,33).
Un cuore turbato non riesce a vivere il momento presente e tanto meno avere una speranza nel futuro, difronte al turbamento dei suoi, Gesù li rincuora, chiede loro di trovare in se stessi il modo di difendersi dalla paura: Abbiate fede in Dio. Non si tratta di non avere paura ma di avere la certezza che Dio continua ad operare nella storia degli uomini nonostante ci appaia il contrario: Chi ci separerà dall’amore di Cristo? – afferma san Paolo – Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? (Rm 8,35)
Nella casa del Padre mio
Siamo tentati di immaginare un luogo paradisiaco, lontano dalle difficoltà della storia, dalle brutture dell’umanità, immerso tra mille bellezze, forse neppure troppo lontano da noi, semplicemente nell’aldilà. Ci sarebbe da domandarci se ci troviamo davanti ad un mito o una illusione consolatoria, un futuribile che nulla ha a che fare con la quotidianità. Davvero immaginiamo un Dio che ci aspetta sulla soglia della sua casa mentre noi ci arrabattiamo tra mille difficoltà, soli e abbandonati?
Ma la casa di Dio è la Chiesa del Dio vivente (1Tim 3,15), chiunque ha fede in Dio si trova nella sua «casa», quali pietre vive siete costruiti anche voi come edificio spirituale, per un sacerdozio santo e per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, mediante Gesù Cristo (1 Pt 2,5).
Gesù promette molte dimore: ognuno di noi sente il bisogno di una casa sicura dove poter crescere in armonia, circondati di affetto… il dramma della casa non è quello dei muri ma della vita, non è il camper distrutto dal fuoco, né l’edificio crollato dal terremoto, neppure uno sfratto piuttosto la mancanza di vita, la precarietà degli affetti, l’insufficienza di relazioni, la carenza di dignità. La dimora è il luogo del riposo, dell’indugiare, luogo di relazioni e di affetti dove ognuno può essere se stesso; la dimora esprime il divenire della crescita e della storia, la ricchezza delle generazioni. Nella casa di Dio, là dove Dio sta operando ci sono molte dimore, così che ciascuno possa trovare il suo posto nella storia della salvezza. Per questo ci è chiesto di avere fede, di incamminarci nella stessa direzione del Signore.
Vado a prepararvi un posto
Si ha l’impressione, a volte, di trascinare la vita nella ricerca del nostro posto, non solo un posto di lavoro, nella società, tra gli amici; sogniamo un posto speciale nel cuore di qualcuno o proviamo ad arrampicarci per occupare qualche primo posto (cfr. Lc 14, 7-11): fatica sprecata, speranze malriposte.
Gesù ci precede, si fa carico dell’iniziativa per facilitarci il compito, compie quei passi necessari perché calcando le sue orme scopriamo che quella dimora promessa è già sotto i nostri piedi, è nella esperienza di comunione, è stile di vita, è sintonia dello spirito.
Comprendiamo bene la perplessità di Tommaso «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?» ma la risposta di Gesù «Io sono la via, la verità e la vita» diventa chiara a mano a mano che rispecchiamo la nostra vita nella sua, che facciamo nostra ogni sua parola e la traduciamo in esperienza di vita.

 

IV DOMENICA DI PASQUA (ANNO A) (07/05/2017) – OMELIA

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Il Signore è il buon pastore che assicura a tutti la felicità

padre Antonio Rungi

IV DOMENICA DI PASQUA (ANNO A) (07/05/2017) – OMELIA

La quarta domenica del tempo di Pasqua è detta del Buon Pastore, sia perché ci viene proposto il testo del Vangelo che ci parla di Gesù Cristo, buon pastore e sia perché nel contesto della Pasqua siamo tutti invitati a pregare il Buon pastore che mandi alla sua chiesa pastori buoni, generosi e santi, che vadano alla ricerca della pecorella smarrita e si assumano tutte le responsabilità in ordine al loro ministero a servizio delle anime, della comunità dei credenti e della stessa umanità.
Nella preghiera iniziale delle liturgia eucaristica, noi preghiamo oggi con queste significative parole, che sono la sintesi di quanto sentiremo ed ascolteremo dalla voce del buon Pastore, che è Cristo stesso, che parla a noi attraverso la Chiesa di oggi, a partire dalla figura autorevole di Papa Francesco: « Dio onnipotente e misericordioso, guidaci al possesso della gioia eterna, perché l’umile gregge dei tuoi fedeli giunga con sicurezza accanto a te, dove lo ha preceduto il Cristo, suo pastore ».
Il testo degli Atti degli apostoli di questa quarta domenica ci fa ritornare al giorno della Pentecoste e ai discorsi di Pietro alla gente che si avvicina progressivamente alla nuova religione, quella cristiana, di cui il principe degli apostoli si fa interprete e annunziatore, focalizzando la sua attenzione che « Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso ». Le conseguenze immediate di questo discorso è la disponibilità delle persone a cambiare vita e strada. Ecco perché chiedono a Pietro e agli Apostoli: «Che cosa dobbiamo fare, fratelli?», dal momento che erano stati profondamente toccate nel cuore. Pietro replica invitando alla conversione tutti coloro che vogliono venire alla fede, partendo dal ricevere il battesimo « nel nome di Gesù Cristo, per il perdono dei vostri peccati », e dalla Cresima, dal momento che riceveranno « il dono dello Spirito Santo ».
L’ultimo caloroso appello che Pietro rivolge a presenti fu: «Salvatevi da questa generazione perversa!». I frutti di quella prima catechesi o predicazione di massa si videro subito, al punto tale che negli Atti si annota che « quel giorno furono aggiunte circa tremila persone ». Come è facile capire l’azione pastorale degli apostoli si fa sempre più evidente, attingendo lo stimolo ad ampliare gli spazi di comunicazione dalla sacra scrittura e dalla preghiera dei Salmi, come oggi è ricordato nel Salmo 22, nel quale si riconosce che « Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla. Su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce. Rinfranca l’anima mia. Mi guida per il giusto cammino. Con il Signore non temo alcun male, anche in una condizione di buio totale in tutti i sensi. Un pastore buono ed attento che dà sicurezza al gregge, che cammina sicuro su pascoli erbosi.
Anche nel brano della seconda lettura di oggi, tratto dalla prima lettera di san Pietro apostolo, troviamo un forte appello alla pastorale della pazienza, della sofferenza e della sopportazione. Infatti scrive San Pietro « se, facendo il bene, sopporterete con pazienza la sofferenza, ciò sarà gradito davanti a Dio. A questo infatti siete stati chiamati, perché anche Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme. Gesù non commise peccato, fu una persona sincera, un soggetto di grande sopportazione, in quanto « insultato, non rispondeva con insulti, maltrattato, non minacciava vendetta, ma si affidava a colui che giudica con giustizia. Gesù si è caricato sulla sua persona i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce, perché, non vivendo più per il peccato, vivessimo per la giustizia; dalle sue piaghe siete stati guariti ».
Tutto cambia con la venuta di Gesù e con la sua morte e risurrezione, l’umanità ritrova le ragioni della sua speranza e del suo presente e futuro: « Eravate erranti come pecore, ma ora siete stati ricondotti al pastore e custode delle vostre anime ».
Nel Vangelo di San Giovanni troviamo il passo relativo alla figura del buon pastore, su cui si incentrato il tema e la liturgia di questa quarta domenica di Pasqua: « egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei». Di fronte alla scarsa comprensione del discorso di Gesù, nello stesso brano del Vangelo troviamo la replica e l’ulteriore spiegazione di quanto Gesù andava dicendo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo…io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza».
Avere la vita in abbondanza in Gesù Cristo è incamminarsi sulla strada della santità che passa attraverso una convinta purificazione dei nostri peccati e con il desiderio, vivo e sincero, di iniziare un percorso nuovo di vita vera che non scende a compromesso con nessuno e soprattutto con la propria coscienza. Il modello a cui ispirarci è Gesù stesso e accanto a Lui poniamo in queste mese di maggio anche la sua dolcissima Madre, Maria Santissima, che il 13 maggio 1917, apparendo ai tre pastorelli, a Fatima, chiedeva la conversione del mondo al bene supremo della pace, della giustizia, della verità e della purezza dei sentimenti. Nell’imminenza di questa ricorrenza mariana, chiediamo alla Vergine Santa che ci confermi nel nostro proposito di raggiungere la santità, partendo da questa terra e vivendo da santi in questa misera valle di lacrime.

III DOMENICA DI PASQUA (ANNO A) (30/04/2017) – DAVVERO!

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don Giacomo Falco Brini

III DOMENICA DI PASQUA (ANNO A) (30/04/2017) – DAVVERO!

Vi è mai capitato di aver sognato ad occhi aperti e lavorato per tanto tempo a qualcosa cui avete dedicato tutto voi stessi con sacrificio e affetto, intravedendone poco a poco la graduale realizzazione, per poi assistere al crollo di tutto sotto il vostro sguardo? Se vi è successo, allora possiamo avvicinarci anche noi ai due discepoli che retrocedono mesti da Gerusalemme, conversando su quanto di tragico vi era accaduto. Possiamo immaginare i loro sentimenti, le loro domande, le loro pause, possiamo comprendere il loro discutere che cerca di spiegarsi qualcosa sulle vicende occorse. Sarebbe rimasta una delle solite sterili discussioni umane, se Gesù in persona (Lc 24,15) non li avesse raggiunti in quel cammino fatto di conversazioni senza sbocco. E’ bello pensare che Gesù ci raggiunge nel nostro smarrimento, laddove il nostro cuore non sa darsi risposte, laddove indietreggiamo difronte ai drammi che ci capitano nella vita, è bello sapere che continua a camminare con noi malgrado la nostra persistente cecità: ma i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo (Lc 24,16).
Il viandante risorto provoca una fermata con una domanda circa il loro discutere. Accende un dialogo semplice che fa uscire dai loro cuori la tristezza (Lc 24,17), la personale interpretazione dei fatti, la speranza delusa oramai appartenente al passato: noi speravamo (Lc 24,21); ma, soprattutto, la loro totale incertezza difronte all’annuncio delle donne che hanno trovato la tomba vuota. E’ così che lavora il Signore. Camminando con noi, dapprima ci porta a conoscere tutte le ritrosie e le resistenze che ci abitano. Perché è così che siamo fatti noi, dapprima piuttosto scettici difronte a quanto altri testimoniano di aver visto e udito e a quanto ci comunica la stessa parola di Dio. Stolti e lenti di cuore a credere (Lc 24,25): questa è la nostra carta identità quando è priva dell’aiuto del Pellegrino che mai ci abbandona.
Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria? (Lc 24,26): questa è la parola su cui si infrangono i nostri ragionamenti e le nostre attese errate, le nostre equivoche immagini di Dio e ogni altra ricerca che vogliamo condurre da noi stessi. Perché Signore, bisognava che soffrissi? Perché Signore questa necessità per te e per noi? Il Risorto non dice perché, ma invita i due discepoli a ritornare con Lui sulle Scritture: lì, nel libro sacro della parola di Dio, era già predetta questa storia d’amore sofferta e solo apparentemente sconfitta. Anche oggi Gesù ci invita a ritornare sulle Scritture, perché tutto quanto è stato detto è per Lui e in vista di Lui: esse sono la roccia incrollabile su cui appoggiarci se vogliamo che la nostra fragilissima fede cresca e non venga meno. Così, quando rispondiamo sempre più a questo suo invito, ci ritroviamo a invitare noi stessi il Signore perché continui a parlarci restando insieme a noi (Lc 24,29).
Il cammino della fede è una discesa nell’oscurità del nostro cuore per poi scoprire, più avanti, che il Vivente è capace di stare con noi anche nelle nostre tenebre. La sua parola ci trasmette la luce vittoriosa che guarisce la nostra cecità spirituale e ce lo fa riconoscere sempre presente con noi, soprattutto alla tavola dove facciamo memoria del suo dono d’amore: l’Eucarestia. E anche se a causa della nostra intermittenza ci sembra talvolta di perderlo di vista (Lc 24,31), il fuoco acceso nel nostro cuore dalla sua parola ci rassicura e ci aiuta a confermarci l’un l’altro (Lc 24,32). L’incontro con il Risorto cambia la direzione del nostro cammino, ci converte a ripercorrere la sua stessa strada facendoci superare le nostre paure (Lc 24,33), ci riunisce ai nostri fratelli che condividono con noi la stessa inaudita sorpresa: davvero il Signore è risorto (Lc 24,34). Chi lo ha incontrato non può tacere, perché sente il bisogno di raccontare con gioia quello che il Signore ha fatto nella propria personale storia (Lc 24,35).

 

II DOMENICA DI PASQUA (ANNO A) (23/04/2017) – DAL FATTO ALLA FEDE

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II DOMENICA DI PASQUA (ANNO A) (23/04/2017) – DAL FATTO ALLA FEDE

padre Gian Franco Scarpitta

Dopo la sua risurrezione Gesù esorta i suoi a rendergli testimonianza e a recare a tutti l’annuncio della sua vittoria sulla morte e la novità di salvezza che ne consegue. Sarà particolarmente dopo l’evento di Pentecoste che, animati dallo Spirito Santo, gli apostoli diffonderanno il lieto annuncio della resurrezione di Cristo « fino agli estremi confini della terra », cioè secondo la concezione di allora fino a Roma. E inizierà il cosiddetto Tempo della Chiesa. Anche adesso però, Gesù Risorto invita tutti i suoi alla testimonianza, cioè a recare agli altri la notizia gioiosa del fatto che lui è vivo e presente e non è per niente defunto. La fede e la testimonianza sono quindi lo scopo e la risultante delle apparizioni di Gesù. Giovanni ci racconta di questo duplice aspetto collocando l’episodio nella dimensione temporale del « primo giorno della settimana », lo stesso nel quale era avvenuta, la mattina presto, la visita di Maria di Magdala al sepolcro con la sorpresa della tomba vuota. Appare loro mentre le porte della casa dove erano riuniti erano sprangate per paura dei Giudei. Avviene questo singolare episodio nel quale Gesù compare loro nonostante l’inaccessibilità del locale nel quale sono riuniti. In questa circostanza reca loro la pace, cioè la serenità e la gioia che scaturiscono dall’avvento del Regno di Dio instauratosi dopo la morte e la Resurrezione di Gesù. Quindi, seppure Giovanni non lo mostra immediatamente, convince i suoi discepoli della veridicità della sua resurrezione e da ultimo li invita all’annuncio universale, alla testimonianza dell’evento di salvezza. Cosicché gli apostoli annunceranno in ogni angolo del mondo allora conosciuto, a partire da Gerusalemme, la novità della Resurrezione e del Regno di Dio che si è instaurato in Cristo stesso. Inizia il tempo della Chiesa, quello in cui lo Spirito (lo vedremo il giorno di Pentecoste) rende missionaria la Chiesa. Lo stesso Signore, seppure nella forma invisibile, sarà presente nella loro azione di annuncio secondo la sua promessa: « Io sono con voi fino alla fine del mondo ».
Man mano che la Chiesa è animata nella sua missione, organizza anche se stessa nella comunione e la strutturazione interna: i discepoli si mostrano motivati, zelanti, assidui nella concordia e nella carità e convengono tutti nello spezzare il pane e nelle preghiere. Quanto più la comunità accresce il numero dei suoi membri, tanto più emergono nuove necessità di organizzazione e si impongono nuovi ruoli e nuove suddivisioni di compiti e di ministeri; il tutto però fatto salvo il proposito dell’annuncio salvifico, che viene diffuso con rinnovato zelo e fondata intraprendenza.
Fedele al mandato del Salvatore, la Chiesa si prodiga tuttora nella comunicazione del messaggio di salvezza e della lieta notizia del Cristo Risorto e lo fa’ attraverso tutti i mezzi, adoperando tutti gli strumenti e facendosi forte di ogni espediente atto a realizzare tale apostolato. Anche noi siamo inviati. Non solo i successori degli apostoli (Papa e Vescovi) si incaricano di comunicare la lieta notizia, ma tutti i battezzati, ciascuno nel suo ambito e secondo la propria vocazione specifica, contribuiscono alla comunicazione della lieta notizia del Risorto. La Chiesa non sarebbe tale se non si configurasse come Comunione e Missione, e lo stesso Signore unitamente allo Spirito Santo garantiscono tuttora queste prerogative.
Ma prima ancora di codeste caratteristiche, il Risorto ci chiede la radicalità e la convinzione della fede in lui. Se la fede deriva dall’annuncio (Paolo), siamo invitati in primo luogo all’accettazione in prima persona del messaggio di salvezza che ci è stato annunciato dagli apostoli e che viene promulgato dai loro successori. Occorre pertanto che innanziuttto ci affasciniamo del Risorto e aderiamo incondizionatamente e senza riserve alla sua presenza silente ma operosa, accogliendo l’annuncio che legittimamente altri ci hanno fatto di Lui. La fede si realizza nel pieno coinvolgimento di noi stessi al mistero di Dio e nel fascino dell’adesione all’assoluto. Nella misura in cui si mostra fede nel Risorto, tanto più si accresce in noi la gioia e l’entusiasmo di appartenere a lui e di renderci suoi testimoni.
Fede, comunione e missione costituiscono la Chiesa. Ma il famoso episodio di Tommaso ci ragguaglia sulle side che anche al giorno d’oggi è costretta ad affrontare la nostra fede, a motivo della freddezza, della vacuità e dell’indifferenza del cuore.
L’errore di Tommaso non è poi così unico e singolare se consideriamo che anche Pietro era stato definito da Gesù « uomo di poca fede » e addirittura luogo di tentazione satanica perché pensava secondo gli uomini e non secondo Dio. E del resto neppure lo stesso Pietro e l’altro discepolo, arrivati al sepolcro dalla pietra ribaltata, avevano immediatamente creduto, ma solo dopo aver visto le bende per terra e il sudario piegato Pietro « vide e credette ». E anche le donne, giunte al sepolcro, avevano constatato la sparizione del cadavere di Gesù pensando a un cambiamento di loculo. Piuttosto, assente la sera della prima apparizione di Gesù, Tommaso sbaglia nell’essere refrattario alla testimonianza dei suoi fratelli, che pure non potevano non essere credibili, poiché gli avevano raccontato un evento che certo aveva impresso ulteriormente nella loro vita. Il discepolo incredulo reagisce alle loro parole con l’atteggiamento di ripulsa tipicamente umano, il quale non si accontenta di testimonianze o di racconti, ma pretende verifiche e sottili dimostrazioni. Cosicché oseremmo affermare che il vero colpevole di siffatta mancanza non è Tommaso, ma la concezione sofista ed empirista di cui è vittima, cioè la cultura imperante anche ai nostri giorni per la quale nulla è reale se non è dimostrabile.
La fede è invece la reale prova delle cose che non si vedono (Eb 11, 1 e ss) e consiste nell’affidarsi, nel concedersi e nell’accogliere anziché opporre resistenza e recalcitrare di fronte a qualcosa che siamo chiamati a concepire come Dono. Il Cristo Risorto ad essa ci scuote e verso di essa ci incoraggia.
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OMELIA IN COENA DOMINI

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OMELIA IN COENA DOMINI (24-03-2016)

don Maurizio Prandi

Il Giovedì santo è l’ultimo giorno di Quaresima e allo stesso tempo è l’apertura del triduo Pasquale.
Mai come quest’anno è forte, per me, la sensazione di avere per lo meno tentato di compiere quel cammino che riguarda tutta la nostra persona e che, con le parole di don Tonino Bello sintetizzo così all’inizio di ogni Quaresima: un cammino che va dalla testa a i piedi. Cammino racchiuso dai due gesti che aprono e chiudono questo tempo liturgico: l’imposizione delle ceneri e la lavanda dei piedi.
Perché parlo di « sensazione forte »? Perché abbiamo legato, in ognuna delle domeniche di Quaresima, la liturgia della Parola al nostro corpo e più precisamente ad uno dei cinque sensi:

olfatto = il profumo del Vangelo
vista = per saper andare oltre quello che si vede
tatto = per imparare ad essere sensibili e cogliere nel quotidiano i segni della vicinanza di Dio
gusto = per imparare ad assaporare le relazioni che viviamo
udito = per ascoltare la voce della misericordia.

Mi perdonate vero, se per l’ennesima volta vi ho ripetuto (e lo farò ancora domenica), il cammino fatto insieme ma c’è una cosa che domenica scorsa mi ha detto una chierichetta e allora non posso far altro che seguire il suo consiglio. È piccolina certo, ma mi conosce già molto bene… sa che sono un po’ smemorato e allora, mentre le spiegavo che dovevo raccogliere bene tutte le briciole delle ostie che rimanevano nella patena lei mi ha detto: Certo! Non si deve buttare via niente! Nulla deve essere sprecato…
Nella Domenica delle Palme, giorno della Passione del Signore, sentirsi dire così è stata la più bella omelia che io potessi ascoltare. E per Gesù, vale lo steso discorso! Lui è proprio così, non butta via niente di noi, ma raccoglie tutto e lo custodisce nel suo amore. Non butta via niente di Pietro, non spreca niente: Pietro è il suo rinnegamento, certamente, ma è anche le sue lacrime di dolore e di vergogna. non butta via niente del buon ladrone: egli è i suoi furti e le sue violenze, ma è anche la sua preghiera: non voglio scendere dalla Croce, soltanto portami con te, nel tuo Regno. Non butta via niente di Giuseppe di Arimatea, che essendo membro del Sinedrio non ha saputo dire una parola in difesa di Gesù; egli è la sua vigliaccheria, la sua paura, ma è anche il suo coraggio, quando apertamente era andato a prendere il corpo di Gesù per dargli una sepoltura.
Mi pare bellissimo che il vangelo che abbiamo ascoltato sottolinei tutto questo: dopo tre anni passati ad annunciare l’amore gratuito, Gesù decide che non può perdere nulla, che non può buttare via niente di quei tre anni e, dice il Vangelo, amò sino alla fine, sino al punto più alto, sino al compimento, sino all’estremo, sino alla perfezione dice l’evangelista Giovanni! Tutto questo è da una parte non buttare via niente di quello che sei, ma è anche non buttare via niente delle persone che ti trovi di fronte, delle persone che incontri. Oserei dire che non butta via nemmeno il tradimento di Giuda al quale comunque lava i piedi e ancora una volta non butta via la testardaggine di Pietro che non voleva che Gesù gli lavasse i piedi. Che belli questi versetti del vangelo nei quali Gesù dice a Pietro: guarda che se non accetti il mistero di questo Dio che si fa servo, non condividi la mia vita! E allora Pietro cambia idea, perché sapeva bene che ciò che conta non è l’orgoglio o il successo o il denaro: ciò che conta è poter dire che si vuole vivere come Gesù!
Straordinario poi l’ultimo versetto del vangelo di questa sera: quello che ho fatto, fatelo anche voi… come dire: non buttate via nulla di questa cena… non buttate via nulla di quel pane e di quel vino che abbiamo condiviso e per farlo dovete amarvi, gli uni gli altri… non sprecate quel pane, non sprecate quel vino… scendete, abbassatevi, chinatevi, perché non c’è messa senza servizio, non c’è Corpo di Cristo senza amore gratuito; depongo le mie vesti perché tra poco mi saranno strappate, per l’ultima volta mi chino su di voi perché tra poco sarò innalzato, lavo i vostri piedi perché i miei tra poco saranno trafitti; i piedi…quanto tempo avete impiegato per imparare a camminare da piccoli… allora non preoccupatevi se non sarete subito capaci di seguirmi, se questa sera vi allontanerete o scapperete, se mi rinnegherete, se mi lascerete solo perché questa sera è come una nascita, ci vorrà qualche tempo ma so che porterete il Vangelo laddove ce ne sarà la necessità; non buttate via nulla di questi tre anni che abbiamo vissuto insieme… verso dell’acqua in questo catino per tornare all’inizio, a quando ci siamo conosciuti, perché con alcuni di voi ci siamo visti quel giorno al Giordano, quando Giovanni ci immergeva… vi immergo questa sera nel mistero dell’amore di Dio. Non perdete nulla: come io ho fatto a voi, anche voi fatelo… fate questo, in memoria di me.

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