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XVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (B) – LA MISERICORDIA DI GESÙ – COMMENTO DI ENZO BIANCHI

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XVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (B)LA MISERICORDIA DI GESÙ – COMMENTO DI ENZO BIANCHI

Vangelo di Marco 6,30-34

Gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e quello che avevano insegnato. 31Ed egli disse loro: «Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’». Erano infatti molti quelli che andavano e venivano e non avevano neanche il tempo di mangiare. 32Allora andarono con la barca verso un luogo deserto, in disparte. 33Molti però li videro partire e capirono, e da tutte le città accorsero là a piedi e li precedettero. 34Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose.

I discepoli ritornati dalla missione meritano di essere chiamati “inviati”, “missionari”, per questo Marco li definisce “apostoli” (apóstoloi): discepoli di Gesù diventati suoi inviati.
Tornano dunque da Gesù, colui che li aveva inviati e abilitati alla missione, tornano alla fonte, tornano a colui che li aveva chiamati “perché stessero con lui”, oltre che “per mandarli a predicare” (Mc 3,14). Essi “raccontano a Gesù tutto quello che avevano fatto e insegnato”: azioni e parole che erano state comandate da Gesù, ma che soprattutto gli apostoli avevano imparato a ripetere stando con lui, coinvolti nella sua vita, vivendo con lui come con un fratello. Sappiamo di che cosa era fatto questo loro servizio: l’annuncio del Regno di Dio veniente, della necessaria conversione e una prassi di umanità autentica che si manifestava nell’incontrare le persone, nell’accoglierle, nel dare loro fiducia risvegliando la loro fede, nello sperare insieme a loro, nel liberarle, per quanto possibile, da oppressioni diverse dovute alla presenza del male operante nel mondo. Marco non dice che gli inviati hanno fatto cose straordinarie, miracoli, perché ciò che era sufficiente l’hanno eseguito in obbedienza al mandato di Gesù.
Gli apostoli sono stanchi, e Gesù, che è stato raggiunto dalla notizia della decapitazione di Giovanni, il suo rabbi, nella sua tristezza decide di prendere le distanze dalla predicazione che lo impegnava e lo affaticava. Dice dunque ai Dodici: “Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto (kat’ idian eis éremon tópon), e riposatevi un po’”. Anche per Gesù, come per ciascuno di noi, occorre a volte avere il coraggio e la forza di prendere le distanze da ciò che si fa, occorre uscire dall’agitazione delle moltitudini, dal rumore delle folle, da quel turbinio di occupazioni che rischiano di travolgerci. Lavorare, impegnarsi seriamente con tutta la propria persona è necessario ed è umano, ma lo è altrettanto la dimensione della solitudine, del silenzio, della quiete. Se noi sentissimo nel nostro cuore questa chiamata: “Fuggi, fa’ silenzio, cerca quiete” (Detti dei padri del deserto, Serie alfabetica, Arsenio 2), saremmo certamente più disponibili a trovare un “luogo deserto” in cui pensare, meditare, ascoltando il silenzio, il nostro cuore, le voci diverse con cui Dio tenta di parlarci. Senza ottemperare a questa esigenza, si cade nella superficialità, ci si disperde, si finisce per vivere senza sapere dove si va.
Ma la folla che da giorni segue Gesù lo raggiunge, anzi giunge prima di lui su quella riva deserta del lago. Gesù allora, sbarcando, la vede e la osserva con attenzione: non è preso dalla soddisfazione del successo, del fatto che tanta gente lo cerca e lo trova, ma è mosso a viscerale compassione (verbo splanchnízo). Le sue viscere si commuovono come quelle di Dio nei confronti del suo popolo oppresso (cf. Os 11,8); egli si commuove e soffre con un fremito causato solo dall’amore verso quella gente. Sì, è gente incredula, che cerca Gesù con ambiguità e interessi non trasparenti, ma per Gesù merita compassione. Sono “pecore senza pastore”, non hanno nessuno che dia loro da mangiare cibo, nessuno che si prenda cura di loro, nessuno che rivolga loro la parola per sostenerli nel duro mestiere di vivere e nessuno che li sostenga nei loro dubbi e contraddizioni. Gesù si intenerisce e rivive la compassione di Mosè quando vede il suo popolo senza pastore (cf. Nm 27,17), la compassione dei profeti che soffrono al vedere il popolo di Dio disperso e i cattivi pastori che lo sfruttano (cf. 1Re 22,17; Ez 34,5).
Non resta dunque a Gesù che farsi “buon pastore” (Gv 10,11.14) di quella folla: obbedisce puntualmente e fa ciò che Dio vuole venga fatto a suo nome da lui, il Figlio inviato nel mondo. Per prima cosa Gesù legge la fame di quella gente, fame di cui forse non sono pienamente coscienti, fame della Parola: vogliono che Gesù insegni, cioè “parli loro la Parola”, come Marco dice altrove (cf. Mc 2,2; 4,33). Ciò che è decisivo è che Gesù sia là e parli, perché lui è la Parola di Dio (cf. Gv 1,1.14). Gesù lo fa lungamente, come stando sotto un giogo: il giogo della misericordia che lo spinge a questa compassione, a questa fatica, a questa parola indirizzata a quanti suscitano in lui sentimenti di misericordia. Aveva avuto misericordia degli apostoli ritornati stanchi e li aveva chiamati al riposo, e ora ha misericordia delle folle e interrompe il proprio riposo. Solo la misericordia lo guidava e ne determinava il comportamento e le azioni durante la sua itineranza.
Questo è un grande insegnamento per noi: su ogni nostra decisione, su ogni nostra scelta necessaria e buona, ciò che deve avere il primato è la misericordia. Se ogni nostra scelta e ogni nostra azione non obbediscono innanzitutto alla misericordia, non sono conformi ai “sentimenti che furono in Cristo Gesù” (Fil 2,5): sentimenti umani ma in profondità sentimenti di Dio, colui che è Santo e mostra la sua santità in mezzo al suo popolo con la compassione, scegliendo che nel suo cuore la misericordia regni sulla giustizia (cf. Os 11,7-9). Noi pastori di comunità dovremmo molto interrogarci su questa disponibilità a dare la precedenza alle domande della comunità rispetto alle nostre scelte e alle nostre pur buone iniziative. Dovremmo chiederci se in noi la misericordia, cioè l’amore viscerale di compassione, è sempre immanente alla giustizia che vogliamo vivere e annunciare. Non lo si dimentichi: nel cristianesimo non si danno giustizia e misericordia, ma solo misericordia nella giustizia o giustizia nella misericordia.
Prima di dare il pane Gesù dà la Parola, per saziare gli uomini e le donne che lo seguono. Ma presto darà anche il pane.

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Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 20 juillet, 2018 |Pas de commentaires »

XV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – Il coraggio del profeta e la povertà di ogni apostolo di Cristo

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Il coraggio del profeta e la povertà di ogni apostolo di Cristo

padre Antonio Rungi

XV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B) (15/07/2018)

La liturgia della parola di questa quindicesima domenica del tempo ordinario ci indica, con chiarezza, due temi precisi: il coraggio del profeta e il distacco dall’avere qualcosa di ogni apostolo di Cristo.
Nella prima lettura, infatti, tratta dal profeta Amos, l’uomo di Dio, scelto in mezzo ai campi, risponde alla chiamata del Signore e inizia a svolgere la sua missione, affrontando con coraggio chi vuole ostacolare la sua attività o addirittura gli consiglia di andare altrove. Ma Amos, più che mai convinto che la sua missione va portata a compimento, in quanto è il Signore che lo ha scelto, va avanti per la sua strada e motiva il suo essere per l’annuncio della parola di Dio, con il fatto che è stato scelto e non che si è proposto o ha fatto avanzare le sue richieste di discendenza profetica che non aveva.
Per cui, di fronte ad Amasia, sacerdote di Betel, che, usa espressioni di minaccia nei confronti del profeta, dicendo: «Vattene, veggente, ritìrati nella terra di Giuda; là mangerai il tuo pane e là potrai profetizzare, ma a Betel non profetizzare più, perché questo è il santuario del re ed è il tempio del regno», Amos non indietreggia affatto di fronte a questo ricatto, ma va avanti per la sua strada, e, senza mezzi termini, racconta la storia della sua vocazione e invita a conversione: «Non ero profeta né figlio di profeta; ero un mandriano e coltivavo piante di sicomòro. Il Signore mi prese, mi chiamò mentre seguivo il gregge. Il Signore mi disse: Va’, profetizza al mio popolo Israele».
Amos ed Amasia, chi sono? Dai testi biblici si sa che Amos era un mandriano di quel luogo, molto ricco, dal momento che la mandria era di sua proprietà. Si tenga presente che a quel tempo il mestiere di mandriano era redditizio e collocava su un piano socio-economico abbastanza elevato. Potremmo definirlo, oggi, della classe media, in quanto imprenditore e commerciante.
Amos scendeva di tanto in tanto verso le regioni più calde, nei dintorni del Mar Morto, cibandosi di sicomori, una specie di fichi che non cresce in montagna. Non era, quindi, un profeta di professione, aderente ai circoli profetici, come Eliseo e altri: “Io non sono profeta, né figlio di profeta; sono un mandriano e coltivo i sicomori”.
Come abbiamo letto, fu direttamente e personalmente chiamato da Dio per la sua missione profetica mentre stava pascendo le sue mandrie.
Al tempo di Amos, il regno unito di Davide e Salomone era ormai diviso nei due regni di Israele e di Giuda.
Amos fu incaricato da Dio di profetizzare al Regno di Israele.
Amos esercitò la sua attività al tempo del re Geroboamo II (VIII secolo a.C.) e del re Ozia (stesso secolo), pare iniziando non molto tempo prima della morte di Geroboamo.
Due anni prima dell’inizio della predicazione profetica di Amos ci fu un devastante terremoto nell’area, al punto tale che al tempo di Zaccaria (sesto secolo a. C.), due secoli dopo era ancora ricordato nella sua drammaticità e effetti.
Amos, udita la possente voce divina si sentì afferrato da Dio mentre stava andando dietro alle sue mandrie.
Lasciò quindi le solitudini delle terre giudaiche per incamminarsi risolutamente verso Betel, cittadina posta a quattro ore di cammino a nord di Gerusalemme.
Betel era sede di un antico santuario ebraico e, dopo lo scisma del regno unito nel 933 a.C. era assurta ad importanza capitale.
Lì a Betel Amos predicò il ravvedimento e la riforma morale degli israeliti degeneri.
Affrontò direttamente il sacerdote Amasia in un conflitto molto drammatico, come è riportato nel brano di oggi.
Motivo in più per Amos per non desistere dalla sua missione, che portò al termine, senza allontanarsi dal luogo indicato dal Signore, ove doveva svolgere la sua missione di profeta, scelto al momento.
Il secondo argomento di testi biblici della parola di Dio di oggi è la povertà e il distacco degli apostoli di Gesù dal possedere ed avere cose, di cui ci parla il Vangelo di oggi, tratto da San Marco, nel quale sono indicati dei parametri molto importanti per coloro che sono inviati nel nome di Cristo a portare la buona novella del Regno: andare in compagnia e non portare nulla con sé.
Comunione e povertà camminano insieme ed esprimono il segno più vero della missione.
Leggiamo, infatti, nel brano di oggi che “Gesù chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due e dava loro potere sugli spiriti impuri. E ordinò loro di non prendere per il viaggio nient’altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura; ma di calzare sandali e di non portare due tuniche. E diceva loro: «Dovunque entriate in una casa, rimanetevi finché non sarete partiti di lì. Se in qualche luogo non vi accogliessero e non vi ascoltassero, andatevene e scuotete la polvere sotto i vostri piedi come testimonianza per loro».
Camminare insieme, non avere niente, contentarsi di ciò che si ricevere e passare oltre quando non si viene accolti, per non perdere tempo inutilmente e vanificare l’azione apostolica.
I frutti di questa missione sono precisati, alla fine del brano del Vangelo di questa domenica.
Gli apostoli, una volta partiti “proclamarono che la gente si convertisse, scacciavano molti demòni, ungevano con olio molti infermi e li guarivano”. Conversione, purificazione e guarigione sono gli effetti prodotti dalla predicazione.
Amos predica agli israeliti perché si convertano, gli apostoli predicano al nuovo popolo santo di Dio, la chiesa, perché si converta. E di fatto questo avviene, se poi alla predicazione corrispose il liberare dal demonio, l’unzione degli infermi e la guarigione di questi.
Dio opera, quindi, attraverso le loro azioni missionarie, apostoliche, pastorali, liturgiche e spirituali.
La stessa cosa avviene per Paolo Apostolo che nel brano della sua lettera agli Efesìni, ringrazia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, perché che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo”.
Paolo ricostruisce la nostra storia spirituale, quel cammino che abbiamo fatto dall’eternità e che approderà all’eternità, mediante il passaggio nel tempo.
Dio, infatti, in Gesù Cristo “ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità, predestinandoci a essere per lui figli adottivi mediante Gesù Cristo, secondo il disegno d’amore della sua volontà, a lode dello splendore della sua grazia, di cui ci ha gratificati nel Figlio amato”.
Sempre in Gesù Cristo, con la sua morte in croce, noi “abbiamo la redenzione, il perdono delle colpe, secondo la ricchezza della sua grazia”.
Questa grazia, Gesù “l’ha riversata in abbondanza su di noi con ogni sapienza e intelligenza, facendoci conoscere il mistero della sua volontà, secondo la benevolenza che in lui si era proposto per il governo della pienezza dei tempi. Questo grande progetto di redenzione, pensato ed attuato da Dio, mediante Gesù Cristo è quello di “ricondurre al Cristo, unico capo, tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra”.
Possiamo dire che questo progetto di salvezza e santità riguardi tutti, sempre preclusione di persone, in quanto la salvezza portata da Cristo sulla terra, interessa tutta l’umanità e tutti possono accedere a questo dono e mistero.
Sia questa la nostra umile preghiera che rivolgiamo a Dio con semplicità di cuore: “O Dio, che mostri agli erranti la luce della tua verità, perché possano tornare sulla retta via, concedi a tutti coloro che si professano cristiani di respingere ciò che è contrario a questo nome e di seguire ciò che gli è conforme”. Amen.

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 13 juillet, 2018 |Pas de commentaires »

XIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (B) DIO, FORTE NELLA NOSTRA DEBOLEZZA

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XIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (B) DIO, FORTE NELLA NOSTRA DEBOLEZZA

Alvise Bellinato

È particolarmente suggestivo il tema che viene affrontato dalle letture di questa Domenica. Apparentemente sembra una contraddizione: Dio, il potente, è capace di manifestarsi nell’uomo anche attraverso la sua debolezza.
Nella prima lettura abbiamo ascoltato come il profeta Ezechiele viene mandato agli israeliti per proclamare la parola di Dio. Dio, però, fin dall’inizio, gli preannuncia che la sua parola non verrà accolta. Gli israeliti riserveranno al profeta lo stesso trattamento che hanno riservato al Signore: la non accoglienza della parola. Alla base di questa situazione di non accoglienza della parola di Dio c’è un atteggiamento di ribellione e di “sclerocardia” (indurimento del cuore). Il popolo è composto infatti da “figli testardi e dal cuore indurito”. Contro la testardaggine e l’irrigidimento nemmeno Dio può far nulla.
Verrebbe da domandarsi che senso abbia l’esercizio della funzione profetica, quando già si sa che la parola non verrà accolta. Ha un significato annunziare la volontà di Dio quando si sa già, in anticipo, che essa non verrà accettata? Non è questo un vano esercizio, una perdita di tempo? Il libro del profeta Ezechiele ci dice che anche nel rifiuto della verità, che è logica conseguenza del bene più prezioso che Dio ha donato all’uomo – la libertà – si manifesta un importante elemento della funzione profetica: essere testimoni di Dio.
Il profeta non annuncia la parola di Dio per “vincere” o per “avere ragione”. Il profeta è chiamato a svolgere la sua funzione nella libertà interiore, senza cercare il consenso e l’approvazione, senza puntare alla popolarità e all’accoglienza. La sua funzione è portare un messaggio che non è suo: è di Dio. Ci penserà Dio a realizzarlo. Dio rispetta la libertà dell’uomo, sa che l’uomo può rifiutare di accogliere il suo messaggio, ma lo comunica – attraverso i profeti – ugualmente, con la speranza che un giorno, dopo aver sperimentato le conseguenze della durezza di cuore e della ribellione, gli uomini, ripensando alle sue parole, possano ravvedersi.
Si rileva qui una funzione importante della profezia: il popolo conoscerà che un profeta è in mezzo a loro non tanto perché il profeta sarà potente, rispettato, accolto, ma – al contrario – perché sarà sconfitto e “perdente”. Ciò che conta, agli occhi di Dio, è lo svolgimento della propria vocazione. Dio è capace di conferire al profeta la sua identità, e di far sì che essa venga riconosciuta dal popolo, anche attraverso l’esperienza della debolezza e dell’umano fallimento.
Questa parola ci ricorda come sia importante, per i cristiani, essere testimoni della parola di Dio anche in contesti in cui difficilmente la testimonianza sarà accolta. L’esito della testimonianza non dipende da noi. Siamo servi inutili: quando abbiamo fatto ciò che ci è stato domandato, lasciamo che sia Dio a dare compimento e forza al suo progetto.
Una tematica simile è affrontata nella seconda lettura. Paolo si lamenta per una “spina nella carne” che lo tormenta e dalla quale vorrebbe essere liberato. Non sappiamo esattamente di cosa si tratti: certamente era qualcosa che lo disturbava e gli rendeva difficile la missione profetica. Per ben tre volte – ci dice – ha pregato il Signore che lo liberasse da questa spina. Ma egli si è sentito rispondere dal Signore qualcosa di veramente sorprendente: “La mia potenza si manifesta pienamente nella debolezza”.
Vengono in mente quelle pagine della Bibbia in cui Dio parla in questo modo: “Non vorrei che tu pensassi che grazie alla tua bravura hai vinto la battaglia (oppure: hai ottenuto il successo, ecc.)”. Per evitare che Israele monti in superbia e attribuisca a se stesso il merito di certe imprese, spesso Dio chiede qualcosa di strano: chiede di diminuire il numero di soldati in battaglia, di fare cose incomprensibili (umanamente prive di logica), affinché appaia chiaro che l’opera è di Dio e non dell’uomo.
Anche l’apostolo fa questa esperienza “per non montare in superbia a causa della grandezza delle rivelazioni”. Affinché Paolo non possa pensare che le conversioni suscitate dalla sua predicazione siano frutto della sua eloquenza o della sua capacità comunicativa, Dio gli pone una spina nella carne. In questo modo si realizza ciò che Dio vuole: appare chiaro che l’opera è di Dio e non dell’uomo.
Esiste un legame sottile tra l’esperienza di Ezechiele che, attraverso la sconfitta umana, viene riconosciuto come profeta del Signore, e Paolo, che attraverso l’esperienza del limite, diventa strumento della potenza di Dio. Entrambi sono solo mezzi e, in quanto tali, possono anche fare l’esperienza dell’inadeguatezza e della sconfitta. Paradossalmente, proprio grazie a questa inadeguatezza, saranno riconosciuti come strumenti di un messaggio che non è loro, ma di Dio.
Anche per noi cristiani vale questa regola: la testimonianza che dobbiamo portare al mondo non è nostra. Siamo solo portatori della Parola di un Altro. Dobbiamo farlo con coerenza e carità, facendo del nostro meglio perché questa Parola venga accolta, ma dobbiamo sempre lasciare l’esito a Dio, affinché la sua volontà sia fatta. Così agendo, potremo forse giungere anche noi a riconoscere: “Quando sono debole, è allora che sono forte”, che equivale a dire: quando sono solo uno strumento, Dio può passare in me.
Infine, il Vangelo recupera ancora l’argomento trattato dalle altre due letture. Gesù stesso, il figlio di Dio, fa l’esperienza di Ezechiele e Paolo. Nel suo caso il limite non è costituito da una aperta ribellione del popolo o da un problema o una limitatezza della sua persona, ma dal fatto di trovarsi nella sua patria, tra la sua gente. La gente lo conosce e commenta: “Non è costui il carpentiere, il figlio di Maria?”.
È molto forte l’annotazione presente nel Vangelo odierno: “E si scandalizzavano di lui”. La parola “scandalo” deriva dal greco e significa “inciampo”. L’inciampo – umanamente parlando – per Ezechiele era stato il trovarsi in mezzo a una genia di ribelli, a gente dal cuore indurito. L’inciampo, per Paolo, era stato il constatare la propria limitatezza umana. L’inciampo, per Gesù, è il trovarsi in mezzo a persone che non riescono ad immaginare che proprio lui, il concittadino carpentiere, possa essere il figlio di Dio.
Questo atteggiamento del popolo genera l’incredulità, la scarsa disponibilità ad accogliere il dono presente nella persona Gesù. Contro questa incredulità nemmeno Gesù può intervenire: “E non potè operare nessun prodigio”. L’incredulità dell’uomo ha il potere straordinario di annullare l’onnipotenza di Dio. Come Ezechiele si era arreso davanti alla ribellione di Israele, come Paolo si arrende al proprio limite, così Gesù si ferma davanti all’incredulità.
La libertà, che si manifesti in opposizione, limite o mancanza di fede, è una caratteristica dell’uomo, creato a immagine di Dio. A volte non è proprio usata bene e non vale la pena chiamarla libertà, ma è sempre la capacità delle persone di fare le proprie scelte, anche in opposizione al piano di Dio.
Nell’atteggiamento di Gesù, rifiutato dal suo popolo, possiamo vedere quello di tanti cristiani, che sperimentano la difficoltà a testimoniare la loro identità, proprio all’interno della famiglia o nell’ambiente dove sono ben conosciuti. Anche Gesù ha conosciuto questo limite.
In conclusione, la liturgia odierna ci invita a compiere un atto di umiltà profondo. “Siamo servi inutili, abbiamo fatto solamente ciò che ci è stato chiesto”. Quando ci siamo sforzati di vivere in conformità al Vangelo, lasciamo l’esito nelle mani di Dio.

 

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 6 juillet, 2018 |Pas de commentaires »

TREDICESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – OMELIA

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TREDICESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Sap 1, 13-15;2, 23-24; Sal 29; 2Cor 8, 7.9.13-15; Mc 5, 21-43

Lo sfondo del racconto evangelico di questa domenica è senz’altro quella parola del Libro della Sapienza che oggi la Chiesa ci fa ascoltare nella prima lettura: Dio non gode della rovina dei viventi. Egli ha creato tutto per l’esistenza. È una dichiarazione straordinaria che già “evangelizza” il volto di Dio, mostrando che Dio è una “buona notizia”, togliendo dal suo volto santissimo ogni maschera perversa, a cominciare da quella che lo dichiara amico della morte perché è Lui che “fa morire”! Questa parola della Sapienza (il libro è uno degli ultimo scritti della Prima Alleanza) apre alla rivelazione piena del volto di Dio che Gesù ci donerà con tutta la sua vita, i suoi gesti, le sue parole.
Il racconto di Marco di questa domenica narra un duplice miracolo con il tipico schema a “sandiwich” di cui già dicevamo qualche settimana orsono. Inizia il racconto che riguarda la figlia di Giairo, questo viene interrotto dall’episodio della donna con perdite di sangue e il racconto della figlia di Giairo continua dopo la guarigione della donna. Quello che accomuna i due racconti che Marco sapientemente intreccia è un Gesù come vera narrazione di Dio capace di vincere il potere tenebroso della morte, un Dio che, in Gesù, per questo paga un prezzo altissimo. Qui, infatti, già all’inizio dell’Evangelo, Dio, che ha creato tutto per la vita e non per la morte, lotta, in Gesù suo Figlio, prendendo su di sé la nostra morte.
La perdita di sangue di cui la donna del racconto patisce la rendeva impura in massimo grado secondo la Torah (cfr Lev 15,25) in quanto la perdita di sangue, e inoltre di sangue mestruale, è connessa alla vita e alla perdita della vita; quel sangue è morte e per la donna è una grave menomazione sociale e rituale; una donna così non poteva partecipare né alla vita sociale in quanto assolutamente intoccabile e non poteva partecipare ad alcun atto di culto, né entrare in sinagoga né tantomeno al Tempio. Questa donna però intuisce, nella fede, che toccare anche solo il mantello di Gesù sarà vera possibilità di guarigione, vera possibilità di vita; fa questo gesto nascostamente sapendo di far contrarre impurità al Rabbi Gesù, fa questo gesto senza capire fino in fondo cosa significhi per Gesù quel tocco; infatti marco scrive che Gesù dice di aver avvertito che una “diunamis” (una “potenza”) è uscita da Lui; tante volte questa “diunamis” è stata interpretata come potenza di guarigione, cioè Gesù avrebbe sentito agire la sua potenza taumaturgica senza che Lui lo sapesse … in realtà pare che Marco qui voglia dire tutt’altro; la “diunamis” che esce da Gesù non è potenza guaritrice ma è “potenza” “sic et simpliciter”. Gesù sente cioè che si è fatto più debole, più fragile, ha preso su di sé la nostra impotenza, la nostra impurità, la nostra morte e questo lo svuota della sua potenza divina condividendo la nostra impotenza mortifera.
Si tratta ancora di quel cammino iniziato sì nell’Incarnazione ma continuato coscientemente al Giordano quando, in una fila di peccatori, Gesù si mescola alla nostra impurità e alla nostra miseria, caricandosi, come scriverà il Quarto Evangelista, del peccato del mondo: “Ecco l’agnello di Dio che prende su di sé il peccato del mondo” proclamerà il Battista (cfr Gv 1,29), un cammino che giungerà fino all’obbrobrio della croce.
Lo stesso accade in casa di Giairo; qui, come avverrà poi al Calvario, Gesù è ange deriso: la morte è più forte, dice il buon-senso malato del mondo, la morte non si vince, la morte è atto irreversibile, la morte neanche si tocca. Infatti la Torah avvertiva che toccare un cadavere rende impuro … e Gesù prende per mano la bambina morta … è lo stesso movimento accaduto nell’episodio dell’emorroissa: Gesù si carica dell’impurità … e diventa più “debole”! Il Potente entra nell’infinita fragilità dell’uomo … fino alla morte!
Se è così non possiamo allora temere alcuna valle di morte (cfr Sal 23) perché Dio è più forte della morte perché più forte della morte è l’amore … quel mantello toccato, quella mano
tesa rendono Gesù più debole, debole di una debolezza che nasce dalla condivisione amorosa di una nostra condizione di debolezza, di fragilità, di morte!
Chi assume la verità di questa debolezza e non sogna potenze orgogliose quanto menzognere sa consegnarsi a Colui che è venuto per portare le nostre debolezze e infermità, le nostre impurità e perfino la nostra morte!
Beati i deboli che, conoscendo la propria debolezza, si consegnano a Cristo Gesù venuto per farci risorgere; scriverà San Bernardo di Clairvaux: “Optanda infirmitas quae Christi virtute compensatur!”, cioè “Beata, desiderabile debolezza compensata dalla forza di Cristo!” (Sermoni sul Cantico dei cantici, 25,7).
Alla figlia di Giairo Gesù dice: Talitha kum! E Marco aggiunge Che significa, fanciulla alzati! E subito la fanciulla si levò e camminava. Marco sottilmente usa qui i due verbi che il Nuovo Testamento utilizzerà per parlare della risurrezione di Gesù: “eghéiro” e “anìstemi”. Tutti e due i verbi sono utilizzati per dire del levarsi della bambina dal sonno di morte! Tutta la vita di Gesù, ci dice così Marco, fu lotta costosa contro la grande nemica che è la morte, una nemica che sa paludarsi di infiniti travestimenti; la vita di Gesù, però, fu anche già vittoria su di essa, vittoria che sarà risurrezione! Fu vittoria perché Gesù per amore si caricò di debolezza, depose la sua potenza, si fece debole con i deboli!
“Optanda infirmitas!” Come pensare di percorrere vie diverse dalla sua se siamo suoi discepoli?

P. Fabrizio Cristarella Orestano

XI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B) CRESCERE IN SAPIENZA E SANTITÀ IN VISTA DELL’ETERNITÀ

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XI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B) CRESCERE IN SAPIENZA E SANTITÀ IN VISTA DELL’ETERNITÀ

padre Antonio Rungi

La parola di Dio di questa XI domenica del tempo ordinario ci presenta la necessità e l’urgenza per noi cristiani, sia individualmente che ecclesialmente, di camminare sulla vita della santità e di una fede adulta e matura, sentendo la responsabilità di chi siamo, dove andiamo e da dove veniamo. Noi siamo figli di Dio e come tali dobbiamo agire e comportaarci, in base al battesimo che abbiamo ricevuto e ci ha inserito nel Regno di Dio, come figli credenti e speranti.
D’altra parte, il Regno di Dio a cui fanno riferimento i testi biblici di oggi, nella prima lettura e soprattutto il vangelo, sappiamo che si trova la sua fase incoativa, nel tempo presente, in attesa della piena manifestazione nel secondo e definitivo avvento di Cristo sulla terra.
Noi viviamo tra il già e il non ancora. Il già costituito dalla prima venuta di Cristo con la salvezza portata a termine nella sua Pasqua di morte e risurrezione, e il non ancora, che arriverà con il giudizio universale, quando tutto verrà ricapitolato per sempre in Cristo, Re dell’Universo.
San Paolo, nel brano della seconda lettura di oggi, tratto dalla sua seconda lettera ai Corinzi richiama alla nostra attenzione queste certe verità di fede: “Tutti infatti dobbiamo comparire davanti al tribunale di Cristo, per ricevere ciascuno la ricompensa delle opere compiute quando era nel corpo, sia in bene che in male”.
E nel Vangelo di questa domenica è Gesù stesso ci presenta, con due delle sue parabole, l’identità e la caratteristica del suo Regno, quello che Lui è venuto a instaurare sulla terra.
Egli stesso si pone la domanda: «A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo? Ebbene Gesù utilizza due immagini per presentare il volto vero del suo regno: quella del seme gettato nel terreno e che cresce spontaneamente di giorno e di notte, con o senza la vigilanza dell’uomo, e quella del granello di senape, che da piccolo diventa grande, al punto tale, essendo albero consistente, gli uccelli si riparano sopra di esso.
Due immagini tratte, come sempre da Gesù, dalla vita di ogni giorno, familiari ai suoi ascoltatori che, in base a tali riferimenti di vita agricola, naturale e campestre comprendevano esattamente quello che voleva dire.
Le applicazioni alla vita nostra vita cristiana di questo modo di parlare di Gesù sono tante e possibili in vari campi, ma è opportuno sottolineare due aspetti della parola di Gesù in questi esempi: la crescita del regno per opera di Dio, con la disponibilità certamente dell’uomo di accoglierlo, dentro di se; e la sicurezza che tale regno offre, esclusivamente a livello spirituale e in prospettiva di eternità, nel momento in cui si entra a far parte di esso.
L’immagine degli uccelli che possono fare il loro nido sui vari rami di questo albero della grazia e della santità ci indica il percorso che tutti noi cristiani siamo chiamati a fare accogliendo la parola di Dio e mettendola in pratica e raggiungendo la salvezza per vie diverse. Ecco perché Gesù rivolgendosi alla gente usava “molte parabole dello stesso genere, per annunciare loro la Parola, come potevano intendere. Senza parabole non parlava loro ma, in privato, ai suoi discepoli spiegava ogni cosa”. La parola va annunciata, spiegata e una volta compresa va messa in pratica, altrimenti è un seme gettato in una terra infertile che non produce, non cresce e non fa crescere.
Nel suo modo di rapportarsi in termini comunicativi alla gente che lo ascoltava, Gesù valorizza il suo patrimonio di conoscenza del testo sacro che possedeva ampiamente e che si riferiva all’Antico Testamento. Lo si comprende anche dall’inserimento della prima lettura di oggi, tratta dal profeta Ezechiele, nella liturgia della parola di questa XI Domenica, nel quale si parla di ciò che farà il Signore rispetto al piccolo gregge del suo popolo, utilizzando, in questo caso, anche la pianta del cedro, per far crescere e potenziare il regno di Dio tra gli uomini. Egli, il Signore farà tutto questo e lo farà nella logica divina dell’amore e del dono, contro ogni forma di superbia e arroganza dell’uomo, in quanto “io sono il Signore, che umilio l’albero alto e innalzo l’albero basso, faccio seccare l’albero verde e germogliare l’albero secco”.
Nell’accogliere la parola di Dio con semplicità, consapevolezza delle nostre umane fragilità, ma anche con il proposito di mettere in pratica la parola ascoltata e commentata, ci rivolgiamo a Dio con questa preghiera: “O Padre, che a piene mani semini nel nostro cuore il germe della verità e della grazia, fa’ che lo accogliamo con umile fiducia e lo coltiviamo con pazienza evangelica, ben sapendo che c’è più amore e giustizia ogni volta che la tua parola fruttifica nella nostra vita”. Amen

X DOMENICA DEL T.O. (… parenti di Gesù che si muovono per andarlo a prendere perché lo vogliono far passare per pazzo)

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X DOMENICA DEL T.O. (… parenti di Gesù che si muovono per andarlo a prendere perché lo vogliono far passare per pazzo)

Gn 3,9-15; Sal 129; 2 Cor 4,13-5,1; Mc 3,20-35.

Ricomincia il Tempo ordinario; un tempo che non è un tempo vuoto ma è il tempo in cui vivere davvero ciò che nei cosiddetti tempi forti abbiamo celebrato. La liturgia di queste domeniche ci accompagna dandoci degli imput fecondi per questo quotidiano; il colore verde dei paramenti ci dice che in questo cammino di ogni giorno siamo accompagnati da una grande speranza: tutto sarà possibile perché Gesù è con noi fino alla fine dei secoli (cfr Mt 28, 20).
La pagina di Marco che oggi è il cuore di questa liturgia è pagina complessa ma certo colma di una luce che bisogna saper individuare.
La prima cosa da dire è che qui Marco usa una sua tecnica narrativa, una tecnica che possiamo definire “a sandwich”; il paragone pare un po’ irrispettoso ma ci fa capire il modo di procedere di Marco; è un modo di narrare fatto così: ci sono due elementi simili che racchiudono al centro un alro elemento; esempio chiarissimo o è il racconto della risurrezione della figlia di Giairo (Mc 5) che inizia ad essere narrata, poi è interrotta dall’episodio della donna con perdite di sangue, e si conclude con il seguito del racconto della risurrezione della bambina.
Qui è lo stesso: la pagina inizia con il racconto terribile dei parenti di Gesù che si muovono per andarlo a prendere perché lo vogliono far passare per pazzo e, dopo la polemica con gli scribi, si conclude ancora con dei parenti di Gesù che vanno a cercarlo.
Il cosiddetto schema “a sandwich” rivela dove andare a cercare il cuore della narrazione e questo è dato dall’intima connessione tra cornice e centro (per esempio nel racconto della figlia di Giairo e dell’emorroissa il problema è quello dell’impurità che Gesù è venuto a prendere su di sé). Qui mi pare che lo schema voglia dirci che tutto si deve inquadrare e comprendere all’interno della relazione con Gesù. È il tipo di relazione con Gesù che salva e dona senso. Il rifiuto di una vera relazione di fiducia con Gesù è luogo abissale di morte.
La polemica tra Gesù r gli scribi contiene una di quelle parole di Gesù che sempre ha sollevato interrogativi, che sempre ha impressionato i lettori dell’Evangelo. Perché la bestemmia contro lo Spirito Santo non avrà perdono in eterno? Che cosa è? Marco la risposta ce la dà: poiché dicevano: è posseduto da uno spirito immondo. Se l’Evangelo, come dice di continuo, è annunzio di perdono di tutte le miserie, vergogne e abiezioni dell’uomo, cosa è mai questo peccato che non può essere perdonato? Gesù qui dice che c’è una barriera che si eleva, una barriera che non sta in Dio perché il suo desiderio di perdono è infinito, una barriera che è nell’uomo e nella sua ostinazione. È l’ostinazione a vedere il bene operato da Gesù, è cogliere la via di liberazione dal male che Lui offre, conoscere lo Spirito di salvezza che Lui mette nei cuori degli uomini e, per motivi egoistici, di interesse, di autotutela del proprio potere o per gelosia, si chiama l’opera di Dio male e frutto diabolico e le proprie vie di morte luogo di bene! Il peccato contro lo Spirito Santo è di chi scarta Dio dalla propria vita sapendo di scartare Dio. È un po’ il peccato del Grande Inquisitore nel celbre racconto di Dostoevskij ne “I fratelli Karamazov”. Ivàn Karamàzov espone dunque al fratello Aleksej (Alëša) un racconto allegorico di sua invenzione, ambientato in Spagna ai tempi della Santa Inquisizione.
Dopo quindici secoli dalla morte, Cristo fa ritorno sulla terra. Non viene mai menzionato per nome, ma sempre chiamato indirettamente. Pur comparendo furtivamente, viene misteriosamente riconosciuto da tutti, il popolo lo riconosce e lo acclama come salvatore, tuttavia egli viene subito incarcerato per ordine del Grande Inquisitore, proprio mentre ha appena realizzato la resurrezione di una bambina di sette anni, nella bara bianca ancora aperta, pronunziando le sue uniche parole di tutta la narrazione: “Thalità kum”.
L’Inquisitore « è un vecchio di quasi novant’anni, alto e diritto, con il viso scarno e gli occhi infossati, nei quali però riluce una scintilla di fuoco… »
È lo stesso Inquisitore a fare arrestare Gesù e subito dopo a recarsi presso di lui nella prigione in cui è stato rinchiuso esordendo con queste parole:
« “Sei tu? Sei tu?” Non Ricevendo risposta, aggiunge rapido: “Non Rispondere, taci! E poi, che cosa potresti dire? So anche troppo bene quel che diresti. Ma tu non hai il diritto di aggiungere nulla a quel che già dicesti una volta. Perché sei venuto a infastidirci? Perché sai anche tu che sei venuto a infastidirci. Ma sai cosa accadrà domani? Io non so chi tu sia ne voglio sapere se sia proprio lui o se gli somigli, ma domani ti condannerò ti brucerò sul rogo come il più empio degli eretici…” » È cecità voluta e cosciente, è una menzogna professata sapendo di professare una menzogna, è dire che il giudizio di Dio è errato e il proprio è quello giusto, è dire che il male è bene e che il bene è male; già Isaia (5,20) aveva condannato con veemenza atteggiamenti come questi. Questa polemica, con queste parole durissime di Gesù, come dicevo, è racchiusa tra due scene in cui appaiono dei parenti di Gesù … se nella prima si dice semplicemente che “i suoi” volevano andare a catturarlo perché lo dicevano fuori di sé, nella seconda si dice che a Gesù viene annunziata la visita di sua madre e dei suoi fratelli; Gesù reagisce con fastidio a questa richiesta di incontrare la madre e i fratelli: Chi è mia madre, chi sono i miei fratelli? Ancora parole dure, parole che certo devono aver colpito Maria e il suo amore materno; parole in cui però Gesù desidera delineare l’identità della “vera parentela” con Lui e lo fa con estrema chiarezza: Chi fa la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre. Non bastano titoli di appartenenza, fossero anche di sangue, quello che conta è che tipo di relazione si è instaurata con Lui; è una relazione che passa per la stessa via che Lui persegue? Passa per la via del fare la volontà di Dio? Notiamo che qui Gesù usa il verbo greco “poièo” che ha in sé l’idea di qualcosa di molto fattuale, concreto, di qualcosa da produrre costruendolo, plasmandolo; qualcosa, direi, che si fa “artigianalmente”, sporcandosi le mani! Insomma la vera pietra di paragone è la vita! La parola che Gesù pronunzia – come dicevo – deve aver colpito Maria nella sua maternità carnale ma che certo anche a lei ha insegnato qualcosa … Maria comprende ancora più che ciò che più è importante per lei non è l’averlo generato nella carne ma l’essere sua discepola, il mettersi davvero sulle sue orme … e Maria lo farà fino alla croce … lì ancora farà la volontà del Padre. Una pagina dura dunque questa, una pagina colma di rifiuti e aggressioni, colma dell’incomprensione e dell’ostilità della gente … una pagina in cui Gesù ci fa cogliere che solo nella piena e vera accoglienza di Lui e della sua parola si può fuggire il terribile rischio di mettere noi davanti a Dio, le nostre idee e i nostri desideri davanti all’Evangelo! Solo se si vive in un ascolto mite e obbediente si riesce a cogliere come Lui sia vera libertà da ogni potere demoniaco che vuole inchiodare l’uomo su se stesso e sulle vie meschine dei propri orizzonti ristretti!

P. Fabrizio Cristarella Orestano

SANTISSIMO CORPO E SANGUE DI CRISTO – IL SUO SANGUE NELLE NOSTRE VENE. COSÌ L’EUCARESTIA CI TRASFORMA

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SANTISSIMO CORPO E SANGUE DI CRISTO – IL SUO SANGUE NELLE NOSTRE VENE. COSÌ L’EUCARESTIA CI TRASFORMA

padre Ermes Ronchi

Prendete, questo è il mio corpo. Il verbo è preciso e nitido come un ordine: prendete. Stringente e senza alibi. Gesù non chiede agli Apostoli di adorare, contemplare, venerare quel Pane, dice molto di più: io voglio stare nelle tue mani come dono, nella tua bocca come pane, nell’intimo tuo come sangue, farmi cellula, respiro, pensiero di te. Tua vita. Vi prego, prendete e dentro risuona tutto il bisogno di Dio di realizzare con noi una comunione senza ostacoli, senza paure, senza secondi fini
«Stringiti in me, stringimi in te» (G. Testori): il mio cuore lo assorbe, lui assorbe il mio cuore, e diventiamo una cosa sola. Lo esprime con una celebre formula Leone Magno: partecipare al corpo e al sangue di Cristo non tende ad altro che a trasformarci in quello che riceviamo. Che possiamo tutti diventare ciò che riceviamo: anche noi corpo di Cristo.E allora capiamo che Dio non è venuto nel mondo con il semplice obiettivo di perdonare i nostri peccati. Sarebbe una visione riduttiva, sia di Dio che dell’uomo.Il suo progetto è molto più grande, alto, potente: portare cielo nella terra, Dio nell’uomo, vita immensa in questa vita piccola. Molto più del perdono dei peccati: è venuto a portare se stesso. Siamo abituati a pensare Dio come Padre, portatore di quell’amore che ci è necessario per venire alla vita; ma Dio è anche Madre, che nutre di sé i suoi figli, li nutre al suo petto, con il suo corpo.
Ed è anche Sposo, amore esuberante che cerca risposta. Dice Gesù: i miei discepoli non digiunano finché lo sposo è con loro. E l’incontro con lui è come per gli amanti del Cantico: dono e gioia, intensità e tenerezza, fecondità e fedeltà. Nel suo corpo Gesù ci dà tutta la sua storia, di come amava, come piangeva, come gioiva, ciò che lo univa agli altri: parola, sguardo, gesto, ascolto, cuore.Prendete questo corpo, vuol dire: fate vostro questo mio modo di stare nel mondo, il mio modo libero e regale di avere cura e passione per ogni forma di vita.Con il suo corpo Gesù ci consegna la sua storia: mangiatoia, strade, lago, volti, il duro della Croce, il sepolcro vuoto e la vita che fioriva al suo passaggio.
Con il suo sangue, ci comunica il rosso della passione, la fedeltà fino all’estremo. Vuole che nelle nostre vene scorra il flusso caldo della sua vita, che nel cuore metta radici il suo coraggio. Che si estende fino ad abbracciare tutto ciò che vive quaggiù sotto il sole, i poveri, gli scartati, e poi i nostri fratelli minori, le piccole creature, il filo d’erba, l’insetto con il suo misterioso servizio alla vita, in un rapporto non più alterato dal verbo prendere o possedere, ma illuminato dal più generoso, dal più divino dei verbi: donare.

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