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III DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO C) (24/03/2019)

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III DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO C) (24/03/2019)

Tagliare gli alberi improduttivi della casa di Dio
padre Antonio Rungi

La parola di Dio di questa terza domenica di Quaresima ci impone una seria riflessione sulla nostra capacità di portare frutti abbondanti nella vigna del Signore con il nostro modo di agire ed operare per il bene nostro e degli altri. La nostra resistenza alla grazia di Dio all’invito alla conversione che il Signore ci rivolge continuamente mediante tanti segnali e circostanza, cade frequentemente nel vuoto al punto tale che non cambiamo mai e facciamo sempre le stesse cose. Gesù, nel brano del Vangelo di Luca, nel quale porta l’esempio di un albero improduttivo, invita a reciderlo se effettivamente sta li solo a fruttare il terreno senza dare segni di vitalità e produttività materiale. Spostando il ragionamento a livello spirituale ed ecclesiale ne viene da se la conclusione che chi in ambito spirituale ed ecclesiale non dice nulla e non produce nulla, è bene per lui che si faccia da parte e dopo un sincero e autentico ripensamento della propria vita, riprendere un cammino positivo e propositivo, uscendo dalle secche dell’aridità ed improduttività spirituale. Gesù mette in guardia chi come al suo tempo, ma anche quanti del nostro tempo, si ritengono più giusti degli altri per una sorta di osservanza esteriore della legge di Dio, che non dà garanzia e protezione alla longevità della vita, all’assenza di sofferenza o al rischio di una morte improvvisa e violenta. Non si può collegare, è questo il chiaro messaggio che viene dal vangelo, la morte, il dolore e la malattia come una punizione di Dio, perché si è più peccatori o meno degli altri, che non subiscono la morte improvvisa o violenta come è ricordato nel brano del vangelo in riferimento al fatto di quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici o quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise. Gesù risponde senza mezzi termini, precisando la questione nella sua sostanza e affermando che non bisogna credere al fatto che queste persone, secondo una falsa interpretazione della morte violenta, fossero più colpevole di tutti gli abitanti di Gerusalemme. Questi drammi dell’umanità sono inviti espliciti alla conversione, perché se non ci convertiamo periremo tutti allo stesso modo, cioè moriremo in peccato e lontani da Dio. Chi non li recepisce e soprattutto non li mette in atto e come l’albero che non produce frutto, anche aspettando più anni. Va reciso, perché non sfrutti il terreno inutilmente.
Su questa lunghezza d’onda spirituale e di rinnovamento si pone la prima lettura, dove è raccontata la visione del roveto ardente da parte di Mosè. Il Signore, nel brano di oggi del libro dell’Esodo si rivolge a Mosè dal Roveto, con queste parole di invito a conversione lui e il popolo al quale lo invia, perché scoprano qual è il vero nome di Dio e chi è il loro vero Dio: Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è suolo santo!». E disse: «Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe». Mosè allora si coprì il volto, perché aveva paura di guardare verso Dio. Il Signore disse: «Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sovrintendenti: conosco le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo dal potere dell’Egitto e per farlo salire da questa terra verso una terra bella e spaziosa, verso una terra dove scorrono latte e miele». Mosè disse a Dio: «Ecco, io vado dagli Israeliti e dico loro: “Il Dio dei vostri padri mi ha mandato a voi”. Mi diranno: “Qual è il suo nome?”. E io che cosa risponderò loro?». Dio disse a Mosè: «Io sono colui che sono!». E aggiunse: «Così dirai agli Israeliti: “Io Sono mi ha mandato a voi”». Dio disse ancora a Mosè: «Dirai agli Israeliti: “Il Signore, Dio dei vostri padri, Dio di Abramo, Dio di Isacco, Dio di Giacobbe mi ha mandato a voi”. Questo è il mio nome per sempre; questo è il titolo con cui sarò ricordato di generazione in generazione».
Accogliere Dio nella vita è il primo atto di fede e di conversione che va attuato nella nostra vita. Spesso crediamo di credere, ma non crediamo affatto, perché la nostra fede è senza contenuti, è scialba e senza ossatura. La nostra cultura e il mondo di oggi ci distrae da Dio, ci porta lontano con la mente ed il cuore da Lui. La nostra conversione riparte dall’avvicinarsi al fuoco dell’amore di Dio, per attingere da esso la forza interiore per cambiare noi e il mondo in cui siamo.
Su questo tema ci fa riflettere anche Paolo Apostolo nel brano della seconda lettura di oggi, tratto dalla sua prima lettera ai corinzi nella quale cita l’esperienza negativa dei padri d’Israele che con il loro modo di agire non furono graditi a Dio, al punto tale che la maggior parte di loro non fu gradita a Dio e perciò furono sterminati nel deserto. Ciò avvenne come esempio per noi, perché non desiderassimo cose cattive, come essi le desiderarono”. Considerato il cattivo esempio dei loro antenati, Paolo raccomanda di non mormorare, come mormorarono alcuni di loro, e caddero vittime dello sterminatore. Ed aggiunge che tutte queste cose accaddero a loro come esempio, e sono state scritte per nostro ammonimento, di noi per i quali è arrivata la fine dei tempi. Quindi, chi crede di stare in piedi, guardi di non cadere”. In poche parole, bisogna fortificarsi nella fede per non cadere sotto il peso dei peccati e delle proprie debolezze umane che allontano da Dio e ci fanno diventare nemici della croce di Cristo.
Chiediamo al Signore, in questa santa quaresima, in fase inoltrata, che converta il nostro cuore e diciamoGli dal profondo del nostro cuore: “Dio misericordioso, fonte di ogni bene, tu ci hai proposto a rimedio del peccato il digiuno, la preghiera e le opere di carità fraterna; guarda a noi che riconosciamo la nostra miseria e, poiché ci opprime il peso delle nostre colpe, ci sollevi la tua misericordia.

 

II DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO C) (17/03/2019)

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II DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO C) (17/03/2019)

Il volto « altro » di Dio
don Luciano Cantini

Salì sul monte a pregare
Il taglio liturgico della lettura del vangelo ha omesso una indicazione di Luca che, se facciamo il confronto con i testi paralleli di Matteo (17,1) e Marco (9,2), ci offe una chiave di lettura dell’intero episodio. Gli altri due sinottici, infatti, parlano di “sei” giorni facendo riferimento al giorno della creazione dell’uomo (Gen 1,26-31) che Dio fece a sua immagine; Luca, invece, parla di otto giorni dopo, facendo riferimento al primo giorno dopo il sabato, il giorno della resurrezione, anticipando così l’evento pasquale.
Pietro, Giovanni e Giacomo sono portati in disparte, mentre Gesù si ritira a pregare; anche questo fatto anticipa il Getsemani: ora come allora gli apostoli sono gravati dal sonno (Lc 22,45) che non riescono a vincere.
Nel vangelo di Luca, la preghiera di Gesù è tema ritornante, un mistero a cui l’evangelista si accosta nel tentativo di coglierne il senso; appare talmente particolare e alternativa rispetto alle abitudini religiose che i discepoli chiedono: « insegnaci a pregare » (Lc. 11,1-4).
Mentre pregava
Nella preghiera esprimiamo la “lode”, il “ringraziamento”, la “intercessione”, la “richiesta”, la “contemplazione”, ci mettiamo in “comunicazione” con Dio; quello che Gesù sembra esprimere nella preghiera è la profonda “comunione” col Padre. È nella comunione col Padre che il suo volto cambiò d’aspetto – letteralmente diventò “altro” [èteron] – cosa questo significhi è difficile immaginarlo ma possiamo intuirlo dalla veste di Gesù che divenne candida e sfolgorante; anche Mosè e Elìa apparsi nella gloria sono una indicazione preziosa.
Nella comunione con il Padre il volto di Gesù diventò “altro” così da mostrare l’alterità di Dio. Luca non parla come i sinottici di metamorfosi, ma sicuramente ha in mente la gloria di Dio che traspare dal volto di Cristo e non trova parola migliore che “altro”. Dio è “altro” e Gesù rivela così il volto “altro” di Dio.
È un invito semplice quello che questa espressione del vangelo rivolge a noi: scoprire oggi quel volto “altro” di cui parla Luca. Non per essere riduttivi, né per estraniarsi dall’evento pasquale, neppure dalla preghiera che ci permettono, allora come oggi, la rivelazione dell’alterità di Dio, ma non possiamo esimerci dal cercare nel volto “altro” dell’uomo, in quello che meno ci rassomiglia, nel diverso da me quel volto “altro” di Dio… non lo troveremo sul monte, non sarà contornato dalla gloria di Mosè e Elìa, non avrà una veste Zcandida e sfolgorante ma assomiglierà di più al volto del povero, del sofferente o dello straniero.
“Nel semplice incontro di un uomo con l’altro si gioca l’essenziale, l’assoluto: nella manifestazione, nell’«epifania» del volto dell’altro scopro che il mondo è mio nella misura in cui lo posso condividere con l’altro. E l’assoluto si gioca nella prossimità, alla portata del mio sguardo, alla portata di un gesto di complicità o di aggressività, di accoglienza o di rifiuto” (Emmanuel Lèvinas).
Erano oppressi dal sonno
Su questo monte, come nel Getsemani, Pietro, Giovanni e Giacomo sono invitati a pregare con il Signore ma erano oppressi dal sonno. Anche nel Getsemani i discepoli « dormivano per la tristezza » (Lc 22,45) e mentre Gesù pregava, il suo volto cambiò d’aspetto: il suo sudore diventò come gocce di sangue (22,44).
Il sonno fa’ chiudere gli occhi; per vedere occorre fare la fatica del vegliare; nella loro fragilità umana Pietro e gli altri fanno fatica a condividere quella preghiera così coinvolgente, impegnativa e trasformante che solo Gesù affronta in pienezza così che davanti a lui l’orizzonte si allarga per entrare nella dimensione “altra” di Dio

VIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) (03/03/2019)

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VIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) (03/03/2019)

Guide, maestri e frutti buoni
padre Antonio Rungi

La parola di Dio di questa ottava domenica del tempo ordinario si ci concentra su alcuni concetti: guide, maestri e frutti buoni. Partendo dal Vangelo, tratto da San Luca, questo riporta alcune espressioni di Gesù molto adatte a descrivere questo nostro tempo: « Può forse un cieco guidare un altro cieco?.. Il discepolo non è più del maestro…Togli la trave dal tuo occhio. Non c’è albero buono che faccia frutti cattivi, né albero cattivo che faccia frutti buoni. Si tratta del celebre discorso che Gesù pronuncia in pianura, dopo aver trascorso la notte in preghiera e dopo aver chiamato i Dodici ad essere suoi apostoli. Gran parte delle frasi sono state pronunciate da Gesù in altre circostanze, che però Luca le unificato in un solo gande discorso di nostro Signore. Gesù racconta una parabola ai discepoli: «Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutt’e due in una buca?». Una parabola di una sola riga rivolta agli animatori delle comunità che si considerano padroni della verità, superiori agli altri. Per questo motivo sono guide cieche. Seguono poi alcune considerazioni che Gesù fa sulla figura del maestro e di conseguenza di quella del discepolo. E afferma che «Il discepolo non è da più del maestro; ma ognuno ben preparato sarà come il suo maestro». Gesù è il Maestro che non impartisce lezioni, ma vive con i suoi discepoli. La materia del suo insegnamento è lui stesso, la sua testimonianza di vita, il suo modo di vivere le cose che insegna.
Gesù in questo discorso, fa riferimento poi a riconoscere i propri grandi difetti e non ad evidenziare i piccoli difetti altrui, al punto tale che parla di pagliuzza nell’occhio del fratello che si vede perfettamente e di trave nel proprio occhi che non si vede affatto. Come dire che i difetti minimi degli altri subito si evidenziano; mentre i propri gravi difetti non si vedono. Gesù definisce ipocriti coloro che si comportano così ed invita tali soggetti a togliere prima la trave dal proprio occhio per vederci bene e poi, eventualmente, togliere la pagliuzza dall’occhio del proprio fratello. In altri termini, Gesù chiede un atteggiamento creativo che ci renda capaci di andare incontro all’altro senza giudicarlo, senza preconcetti e razionalizzazioni, accogliendolo da fratello.
Infine, con la parabola dell’albero che dà buoni frutti e quello cattivo frutti pessimi, Gesù vuole indirizzare la riflessione dei suoi ascoltatori sulla coerenza. Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dalle spine, né si vendemmia uva da un rovo». Una persona ben formata alla scuola dell’amore fa crescere dentro di sé una buona indole che la porta a praticare il bene, cioè «trae fuori il bene dal buon tesoro del suo cuore»; mentre la persona che non fa attenzione alla sua formazione avrà difficoltà a produrre cose buone. Anzi, «dal suo cattivo tesoro trae fuori il male, perché la bocca parla dalla pienezza del cuore».
E allora c’è da domandarsi: « Chi sono oggi le guide cieche? ». Chi oggi può essere « un riferimento che sia come un faro della vita da seguire »?
Le guide cieche sono quelle persone che non vedono con gli occhi della fede e di Dio ciò che succede, e che conducono gli altri ad allontanarsi dall’ idea stessa di Dio, della vita oltre la vita, del bene, della giustizia, della rettitudine, della vera morale e non dell’ipocrisia più totale.
Un giusto punto di riferimento, oggi, per seguire la luce del Vangelo, è il Santo Padre, Papa Francesco, ma sono pure tutti quei pastori che hanno a cuore il bene dei fedeli, che vivono santamente e coerentemente la loro fede, che non danno scandalo, come pure tutti i consacrati che si sono votati a Dio con la mente, il cuore e tutta l’esistenza e che seguono la via stretta dei consigli evangelici. Sono soprattutto quei genitori, adulti, educatori, a vario livello, che hanno a cuore il vero bene dei piccoli, dei giovani e dei grandi, bisognosi di essere guidati, mediante un opportuno discernimento della propria vocazione, partendo da una prospettiva di fede, che deve indirizzare le scelte.
In questo discernimento ci aiuta il testo della prima lettura di questa ottava domenica, tratta dal libro del Siràcide, noto come uno dei libri sapienziali dell’Antico Testamento, più seguito ed apprezzato per il suoi contenuti dottrinali ed operativi. Leggiamo, infatti, in esso che quando si scuote il setaccio restano i rifiuti ed è così per l’uomo quando parla e discute. Allora ne appaiono i difetti. Un esempio di come vanno vagliate le persone ci viene dal ceramista che mette a prova il valore della fornace, con la cottura dei vasi. Se essa è buona non rovina il cotto, ma se non è buona brucia il tutto. Così è anche per l’uomo. Se sa ragionare, diventa per lui il banco di prova del suo equilibrio mentale ed interiore. Altro esempio ci viene dalla coltivazione degli alberi. Se esso è coltivato bene, dà frutti adeguati, ma se è trascurato non produce nulla. Così avviene per chi usa la parola e il linguaggio umano. Se esso è coltivato bene esprime giusti pensieri del cuore, ma se non è coltivato, non dice nulla o dice cose assurde. A conclusione di tutta questa esemplificazione c’è un suggerimento molto utile da tenere in dovuta considerazione: “Non lodare nessuno prima che abbia parlato, poiché questa è la prova degli uomini”. Il valore della comunicazione è qui messo in risalto per dire che ogni persona che si relaziona ad altre deve essere accorta al modo di dire e a cosa dire.
Perciò, l’Apostolo Paolo nel testo della seconda lettura di questa domenica, tratto dalla sua prima lettera ai Corìnzi, ci invita a rimanere saldi e irremovibili nella fede, progredendo sempre più nell’opera del Signore, sapendo che la nostra fatica non è vana nel Signore. Ogni lavoro fatto con amore, passione e donazione porta il frutto che ci si aspetta per il proprio bene spirituale.
Una bellissima poesia del poeta romano Trilussa, adattata da me, dice: « Nella notte in cui mi sono perso in mezzo al bosco, incontrai una vecchietta cieca che mi disse: “Se la strada non la conosci ti ci accompagno io, che la conosco. Se hai la forza di venirmi dietro, di tanto in tanto, ti darò una voce, fino arrivare in fondo, dove c’è un cipresso o fino alla cima dove c’è una croce. Io risposi: Sarà, ma la trovo strana una simile proposta da chi non ci vede per niente. La cieca, allora, mi prese la mano e mi disse: guarda avanti e cammina con me accanto. Capii subito momento che si trattava di una cosa importante a tenermi per mano, a guidarmi nel buio della notte e nello smarrimento più totale. Era la fede che mi prese per mano in quel momento e poi mi guidò per sempre.
Con grande senso di responsabilità ci rivolgiamo a Dio con queste parole della colletta di oggi: “La parola che risuona nella tua Chiesa, o Padre, come fonte di saggezza e norma di vita, ci aiuti a comprendere e ad amare i nostri fratelli, perché non diventiamo giudici presuntuosi e cattivi, ma operatori instancabili di bontà e di pace”. Amen.

VII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) I VERBI DEL VOCABOLARIO CRISTIANO

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VII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) I VERBI DEL VOCABOLARIO CRISTIANO

padre Antonio Rungi

La parola di Dio della settima domenica del tempo ordinario ci invita a fare un po’ di esercizio della lingua italiana, coniugando vari verbi, che si trovano nella religione cristiana e soprattutto nel vangelo. Prendiamo in mano il testo del Vangelo di Luca e troviamo messe in bocca a Gesù espressioni di rilevanza religiosa di grande portata: amare i nemici, fare del bene a quelli che ci odiano; benedire coloro che ci maledicono; pregare per coloro che vi trattano male.
Un bell’impegno spirituale, una vera ascesi nella carità verso Dio e verso i fratelli. A ciò si aggiunga anche il resto che ci chiede il Signore: a chi ci percuote sulla guancia, dobbiamo presentare per l’offesa anche l’altra; a chi ci strappa il mantello, non dobbiamo rifiutare di cedere anche la tunica.
Bisogna dare a tutti e non richiedere nulla di quanto dato o prestato. Alcuni altri comportamenti sono indispensabili per una vita autenticamente cristiana, quali l’essere misericordiosi, il non giudicare, il non condannare, il perdonare, il dare abbondantemente.
Una proposta di vita in positivo, che spazia dall’amore alla misericordia, dal dono al prestito senza restituzioni. In poche parole a fare sempre il bene e a tenersi le offese ricevute, perdonando di cuore a quanti ci hanno crocifisso.
Progetto ambizioso, quello che il Signore ha buttato giù nel parlare ai suoi discepoli e soprattutto a quanti erano disponibili interiormente ad ascoltarlo. Si tratta di discorsi forti, in contrasto con lo stile umano del vivere di ieri e di oggi, che è improntato all’odio, alla violenza, al prestare chiedendo grossi interessi e quanto di peggio si trova nel cuore delle persone e nelle stesse istituzioni legalizzate.
Regola fondamentale e fare agli altri ciò che vorremmo che gli altri facessero a noi ed evitare di fare agli altri ciò che ci dispiace e che gli altri ci possono fare come espressione di male. Bisogna assumere comportamenti dirompenti, rompere schemi e modi di pensare che attingono ad una visione conflittuale, di lotta e concorrenziale, che è patrimonio di tutte le culture e di tutte le realtà geografiche, politiche, sociali ed umane.
Rompere schemi significa andare controcorrente e fare ciò che gli altri non fanno.
E cosa in particolare ci viene raccomandato da Gesù? Esattamente quello che troviamo scritto nel brano del Vangelo di oggi, con termini molto chiari e non opinabili: se amiamo quelli che ci amano, quale gratitudine ci è dovuta? Nessuna, in quanto è un dare e ricevere. C’è quindi una compensazione nei sentimenti e nell’amore che non dovrebbe esserci. Ti amo per ricevere amore. Invece bisogna amare e basta. E se facciamo del bene a coloro che ci fanno del bene, quale gratitudine ci è dovuta? Nessuna, in quanto anche in questo caso i peccatori agiscono allo stesso modo.
Sono i santi, invece, che rompono gli schemi comportamentali e agiscono nella logica del vangelo della carità e della misericordia.
La stessa cosa deve essere attuata nel caso del prestito: se prestiamo a coloro da cui speriamo ricevere molto di più di quello prestato, quale gratitudine ci è dovuta? Nessuna, in quanto anche i peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto.
Conclusione di tutto questo discorso fatto da Gesù è che bisogna amare i propri nemici, fare del bene e prestate senza sperarne nulla, in quanto la vera ricompensa soprassa il tempo e il contingente e diventa ricompensa eterna, perché Dio premia i buoni e castiga in malvagi. Se comprendessimo tutti queste lezioni di vita che ci vengono dal vangelo, certamente il mondo andrebbe meglio su tanti versi, in particolare nella lotta, molto spesso fratricida, che vige all’interno delle famiglie, dei poteri più o meno legali, delle nazioni, dell’economia. In questi ambiti non si ama, né si perdona, ma si odia e si uccide e spesso lo si fa anche in nome di Dio e di false religioni che predicano l’odio e non l’amore o certe ideologie che escludono e non includo gli altri, soprattutto se diversi.
Il discorso di Gesù è chiaro e non ammette eccezioni: amare tutti e in particolare proprio coloro che non ci amano e non ci rispettano.
Un esempio di perdono e di pacificazione ci viene dal Re Davide, nel brano della prima lettura di oggi, tratto dal Libro di Samuele, nel quale è raccontato ciò che avvenne nel deserto di Zif. Saul condusse qui tremila uomini scelti d’Israele, per ricercare Davide per ucciderlo. Da parte sua Davide e Abisài scesero tra quella gente di notte ed ecco mentre Saul dormiva profondamente poteva ucciderlo con facilità. In poche parole, era l’occasione buona per eliminarlo; ma Davide disse ad Abisài: «Non ucciderlo! Chi mai ha messo la mano sul consacrato del Signore ed è rimasto impunito?». Un gesto di perdono e di misericordia compiuto e rimasto segreto, in quanto nessuno si accorse di quello che era successo in quella notte. Tuttavia nessuno seppe poi ciò che poteva succedere quella notte, qualora Davide ed Abisai avessero ucciso Saul. Come dire che il Signore a tutti dà la possibilità di perdonare e non massacrare i nemici. A noi spetta il compito di non procedere nello sterminio o nella distruzione dei nostri avversari di qualsiasi genere. Per cui, accogliamo l’invito a superare tutte le tentazioni che ci portano a farci del male reciprocamente, specie all’interno di certe istituzioni naturali, politiche, economiche e religiose, in cui dovrebbe regnare sovrana la pace, il rispetto, la tolleranza e l’accoglienza degli altri.
Un messaggio di riconciliazione e di pace universale che trova le sue ragioni profonde da un punto di vista cristiano e religioso nell’attuare un cambiamento sostanziale del nostro modo di pensare ed agire, come ci ricorda l’Apostolo Paolo nel brano della seconda lettura di oggi, tratta dalla sua prima lettera ai Corinzi, in cui c’è questo confronto tra il primo e l’ultimo Adamo: il primo uomo, Adamo, divenne un essere vivente, ma l’ultimo Adamo, divenne spirito datore di vita…Il primo uomo, tratto dalla terra, è fatto di terra; il secondo uomo viene dal cielo. Come è l’uomo terreno, così sono quelli di terra; e come è l’uomo celeste, così anche i celesti. E come eravamo simili all’uomo terreno, così saremo simili all’uomo celeste. E’ evidente che bisogna attuare un radicale cambiamento della propria vita in ragione della morte e risurrezione di Cristo, il Salvatore dell’umanità. Lui ci ha riconciliati con Dio, per farci vivere in pace con il cielo e vivere in pace tra di noi sulla terra, senza odi e risentimenti, ma perdonandoci dal profondo del nostro cuore, anche nei nostri errori e sbagli. Sia questa la nostra orazione che eleviamo al Signore con fede e devozione sincera: “Padre clementissimo, che nel tuo unico Figlio ci riveli l’amore gratuito e universale, donaci un cuore nuovo, perché diventiamo capaci di amare anche i nostri nemici e di benedire chi ci ha fatto del male”. Questa è religione gradita a Dio e questa è fede vera, non fatta di odi e risentimenti, ma solo di misericordia e perdono verso tutti e verso ogni situazione nella quale è richiesto amore. Il nostro modello rimane sempre ed unicamente Lui, il Signore, Gesù Cristo Crocifisso, che ha perdonato il ladrone pentito e dalla croce ha perdonato i suoi crocifissori, scusandoli, in quanto non sapevano quello che stavano facendo. Solo un vero ed autentico amore sa capire, comprendere, soffrire e perdonare, mettendo una pietra sopra a tutte le sofferenze subite, ingiustamente a causa degli altri.

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 22 février, 2019 |Pas de commentaires »

VI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) (17/02/2019)

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VI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) (17/02/2019)

Rallegratevi ed esultate
don Luciano Cantini

Rallegratevi in quel giorno
Papa Francesco ha preso spunto proprio dalle “beatitudini” per dare un titolo alla sua Esortazione sulla chiamata alla santità nel mondo contemporaneo, sostenendo che il Signore ci vuole santi e non si aspetta che ci accontentiamo di un’esistenza mediocre, annacquata, inconsistente.
Troppo spesso abbiamo dato alla santità connotati scontati, immagini prevedibili, contorni definiti; siamo propensi a buttare l’occhio sull’eroismo del martirio, la sofferenza della malattia, l’elevazione della preghiera… quando non accompagniamo l’idea di santità a visioni mistiche o fatti che superano la naturalità delle cose. Molto meno presente, nell’idea comune della santità, l’immagine della festa, della gioia, della allegria.
Papa Francesco, invece, ci aiuta a riflettere sul cammino della santità che è alla portata di tutti: I santi della porta accanto.
Mi piace vedere la santità nel popolo di Dio paziente: nei genitori che crescono con tanto amore i loro figli, negli uomini e nelle donne che lavorano per portare il pane a casa, nei malati, nelle religiose anziane che continuano a sorridere. In questa costanza per andare avanti giorno dopo giorno vedo la santità della Chiesa militante. Questa è tante volte la santità “della porta accanto”, di quelli che vivono vicino a noi e sono un riflesso della presenza di Dio, o, per usare un’altra espressione, “la classe media della santità” (EeG n.7).
Beati voi
La chiamata alla santità è espressa, in questa pagina del vangelo, con le “Beatitudini”. Mentre in Matteo il “discorso della montagna” occupa una parte centrale del suo vangelo, Luca ne fa una occasione di passaggio tra il discorso programmatico nella sinagoga di Nazareth e la lenta salita al calvario. In Luca le parole si fanno dirette, coinvolgenti, non sono generiche affermazioni, in linea di principio ma dirette a ciascuno di noi che oggi ascoltiamo questa parola. Il “voi” al plurale ci libera da una idea individualistica di santità che è lontanissima dal pensiero di Dio; infatti Dio ha costituito un popolo che fosse custode della Alleanza e si incamminasse sulla via della santità. Non possiamo scoprire l’identità cristiana senza l’appartenenza a un popolo.
Luca non parla di una povertà “di spirito” ma di essere «poveri» e basta (cfr Lc 6,20), e così ci invita anche a un’esistenza austera e spoglia. In questo modo, ci chiama a condividere la vita dei più bisognosi, la vita che hanno condotto gli Apostoli e in definitiva a conformarci a Gesù, che «da ricco che era, si è fatto povero» (2 Cor 8,9). Essere poveri nel cuore, questo è santità (EeG n.70).
Gesù non loda la situazione di indigenza conseguenza dell’egoismo di altri contro cui bisogna agire, non condanna le gioie di cui possiamo godere nella nostra vita, neppure dirci che la beatitudine sarà qualcosa di cui godremo solo in cielo o qualcosa di solamente spirituale. La beatitudine sfugge alle logiche umane; se si ritiene di essere felici quando si ha tutto ciò che si desidera, al contrario la gioia risiede nel donare tutto. Gesù si mette dalla parte di coloro che lasciarono tutto e lo seguirono (Lc 5,11).
Beati voi, quando gli uomini vi odieranno
Il cristianesimo non si vive quando tutt’intorno ci sono le condizioni favorevoli, la fede non va nella stessa direzione delle cose umane.
In una società alienata, intrappolata in una trama politica, mediatica, economica, culturale e persino religiosa che ostacola l’autentico sviluppo umano e sociale, vivere le Beatitudini diventa difficile e può essere addirittura una cosa malvista, sospetta, ridicolizzata (EeG n.91).
Siamo testimoni, ancora oggi, delle persecuzioni contro i cristiani: ci sono fatti di sangue che in tante parti del mondo si manifestano contro i cristiani, siano essi cattolici, o evangelici o copti… Coloro che perseguitano Cristo nei suoi fedeli non fanno differenze di confessioni: li perseguitano semplicemente perché sono cristiani (papa Francesco 20.11.14). Non è un problema che deriva dall’Islam né alcun’altra religione: cercano di giustificare con la religione i loro atti criminali, ma in realtà è l’infelicità personale a dare le mosse a tale nefandezza.
C’è anche un modo più sottile quando metteranno al bando e vi insulteranno e disprezzeranno il vostro nome come infame. Passare da persone ridicole, fuori del tempo e della storia è esperienza comune nella nostra società, che magari si è appropriata dei simboli cristiani riducendone la portata. Invettive e parole d’odio sono diventate virali, in una irrazionale crescita del populismo pur sbandierando simboli di amore.
Contro l’individualismo di questa epoca postmoderna che tende a isolarci dagli altri dobbiamo essere gelosi custodi dei piccoli gesti di amore, delle parole capaci di costruire legami, occorre imparare a conoscersi meglio per poter così prendersi cura gli uni degli altri.

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 15 février, 2019 |Pas de commentaires »

V DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) (10/02/2019)

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V DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) (10/02/2019)

Rinunciare per il Signore significa fiorire riempie la vita
padre Ermes Ronchi

La nostra vita si mette in cammino, avanza, cammina, corre dietro a un desiderio forte che nasce da una assenza o da un vuoto che chiedono di essere colmati. Che cosa mancava ai quattro pescatori del lago per convincerli ad abbandonare barche e reti e a mettersi in cammino dietro a quello sconosciuto, senza neppure domandarsi dove li avrebbe condotti?
Avevano il lavoro e la salute, una casa, una famiglia, la fede, tutto il necessario per vivere, eppure qualcosa mancava. E non era un’etica migliore, non un sistema di pensiero più evoluto. Mancava un sogno. Gesù è il custode dei sogni dell’umanità: ha sognato per tutti cieli nuovi e terra nuova.
I pescatori sapevano a memoria la mappa delle rotte del lago, del quotidiano piccolo cabotaggio tra Betsaida, Cafarnao e Magdala, dietro agli spostamenti dei pesci. Ma sentivano in sé il morso del più, il richiamo di una vita dal respiro più ampio. Gesù offre loro la mappa del mondo, anzi un altro mondo possibile; offre un’altra navigazione: quella che porta al cuore dell’umanità «vi farò pescatori di uomini», li tirerete fuori dal fondo dove credono di vivere e non vivono, li raccoglierete per la vita, e mostrerete loro che sono fatti per un altro respiro, un’altra luce, un altro orizzonte. Sarete nella vita donatori di più vita.
Gesù si rivolge per tre volte a Simone:
- lo pregò di scostarsi da riva: lo prega, chiede un favore, lui è il Signore che non si impone mai, non invade le vite;
- getta le reti: Simone dentro di sé forse voleva solo ritornare a riva e riposare, ma qualcosa gli fa dire: va bene, sulla tua parola getterò le reti. Che cosa spinge Pietro a fidarsi? Non ci sono discorsi sulla barca, solo sguardi, ma per Gesù guardare una persona e amarla erano la stessa cosa. Simone si sente amato.
- non temere, tu sarai: ed è il futuro che si apre; Gesù vede me oltre me, vede primavere nei nostri inverni e futuro che già germoglia.
E le reti si riempiono. Simone davanti al prodigio si sente stordito: Signore, allontanati da me, perché sono un peccatore. Gesù risponde con una reazione bellissima che m’incanta: non nega questo, ma lui non si lascia impressionare dai difetti di nessuno, dentro il presente lui crea futuro. E abbandonate le barche cariche del loro piccolo tesoro, proprio nel momento in cui avrebbe più senso restare, seguono il Maestro verso un altro mare. Sono i “futuri di cuore”. Vanno dietro a lui e vanno verso l’uomo, quella doppia direzione che sola conduce al cuore della vita.
Chi come loro lo ha fatto, ha sperimentato che Dio riempie le reti, riempie la vita, moltiplica libertà, coraggio, fecondità, non ruba niente e dona tutto. Che rinunciare per lui è uguale a fiorire.

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 8 février, 2019 |Pas de commentaires »

IV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) (03/02/2019)

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IV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) (03/02/2019)

Niente barriere tra i figli di Dio
mons. Roberto Brunelli

Tra le letture di oggi spicca il giustamente celebre, fonte perenne di ispirazione per chiunque voglia dirsi cristiano, « Inno alla carità », cioè all’amore (Prima lettera ai Corinti 12,31-13,13): una pagina da imparare a memoria, o da stamparsi sul dorso della mano. Se si cominciasse a parlarne, non si finirebbe più; ma questa rubrica è fatta per presentare il vangelo: ed ecco allora (Luca 4,21-30) il passo odierno. La frase iniziale, “Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato », riprende l’ultima della scorsa domenica: continua l’episodio di Gesù nella sinagoga di Nazaret, con l’annuncio-shock che il Messia atteso da secoli era finalmente arrivato, era lui. La reazione dei suoi compaesani, superato il primo stupore, fu di incredulità: come può essere il Messia, l’inviato da Dio a compiere grandi cose, quest’uomo vissuto sempre qui tra noi, senza mai dare segni di essere diverso da noi? Come può riscattare il nostro popolo, questo figlio di Giuseppe, falegname come suo padre? Si è sentito dire che abbia fatto miracoli a Cafarnao: ebbene, se vuole che gli crediamo li faccia anche qui, nel suo paese, davanti a noi!
Nessuno è un eroe, per il suo cameriere: questo celebre detto di Michel de Montaigne coglie bene il fatto che la familiarità, la consuetudine di vita con una persona dà solo l’illusione di conoscerla, facendo dimenticare che ogni persona è un mondo mai completamente esplorato; ognuno in realtà si porta dentro pensieri, sentimenti e risorse insospettabili, che se hanno occasione di manifestarsi lasciano gli altri quanto meno sconcertati. Tanto più se si manifestano fuori dal consueto ambito di vita, dove spesso sono bloccati proprio dai pregiudizi altrui.
Ai suoi compaesani increduli, in certo modo anticipando Montaigne, Gesù rispose con una frase lapidaria divenuta proverbiale: « Nessuno è profeta in patria », e a dimostrarlo citò due esempi tratti dalla storia d’Israele, non nuova a episodi di incomprensione e rifiuto dei profeti, proprio da parte del popolo cui Dio li aveva inviati. Elia, osteggiato e perseguitato in patria, compì prodigi a favore di una straniera, una povera vedova libanese che invece si era fidata di lui, così come un altro straniero, un generale siriano, aveva dato retta al profeta Eliseo (i due episodi sono narrati rispettivamente nel Primo libro dei Re 17,8-16 e nel Secondo libro dei Re 5,1-14). Ma il monito di Gesù non ebbe effetto: « All’udire queste cose, tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno. Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù ».
Quella volta i connazionali di Gesù non riuscirono nel loro intento; ma il racconto dell’evangelista suona come un preannuncio di quanto sarebbe accaduto in seguito: rifiutato proprio dai suoi sino alla condanna a morte, egli trovò larga accoglienza ed elargì i suoi benefici di là dai confini del suo popolo, tra gli stranieri, cioè proprio tra coloro che Israele riteneva esclusi dalle amorose sollecitudini di Dio. Perciò l’episodio di Nazaret è anche un invito a considerare che nessuno, a qualunque popolo appartenga, è escluso dalla divina misericordia; si capisce allora quanto artificiose (e perciò ingiuste, e pericolose in quanto fonte di conflitti) siano le barriere che gli uomini si affannano ad erigere tra loro: i muri, i ghetti, i fili spinati, le reciproche esclusioni basate sulla razza, sulla religione, sul censo, sul grado d’istruzione e così via. E al confronto, quanto brilla la Chiesa voluta da Gesù, dove ai vertici, cioè alla santità, possono giungere lo scapestrato e il giusto, l’analfabeta e il sapiente, il re e il popolano, uomini e donne, giovani e vecchi; la Chiesa, che non conosce confini, e nel suo universalismo indica un sicuro cammino verso un mondo pacificato; la Chiesa, dove nessuno è straniero, perché tutti sono figli di Dio.

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 31 janvier, 2019 |Pas de commentaires »
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