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OMELIA DOMENICA DELLE PALME (05-04-2020)

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OMELIA DOMENICA DELLE PALME (05-04-2020)

padre Ermes Ronchi
La Croce è l’innesto del cielo nella terra

Entriamo in un tempo che ci fa pensosi. «Tutti gli uomini vanno a Dio nella loro sofferenza, piangono per aiuto, chiedono felicità e pane, salvezza dalla malattia, dalla morte. Così fanno tutti, tutti, cristiani e pagani… Uomini vanno a Dio nella sua sofferenza, lo trovano povero, oltraggiato, senza tetto né pane, consunto… I cristiani stanno vicino a Dio nella sua sofferenza» (D. Bonhoeffer).
Quella sofferenza che allora bruciò nella passione di Gesù e oggi brucia nelle croci innumerevoli dove Cristo è ancora crocifisso nei suoi fratelli. Questa è la settimana della suprema vicinanza, vi entriamo come cercatori d’oro. Anche isolati nelle loro case, i cristiani stanno vicino, sono in empatia vicini alla sofferenza di quanti chiedono vita, salute, pane, conforto; vicini come rabdomanti di dolore e di amore. E dove respirano meglio è la croce. Guardo il Calvario, e vedo un uomo nudo, inchiodato e morente. Un uomo con le braccia spalancate in un abbraccio che non rinnegherà mai. Un uomo che non chiede niente per sé, non grida da lì in cima: ricordatemi, cercate di capire, difendetemi…
Si dimentica, e si preoccupa di chi gli muore a fianco: oggi, con me, sarai nel paradiso. Fondamento della fede cristiana è la cosa più bella del mondo: un atto di amore totale. La suprema bellezza della storia è quella accaduta fuori Gerusalemme, sulla collina, dove il Figlio di Dio si lascia inchiodare, povero e nudo come un verme nel vento, per morire d’amore.
La croce è l’innesto del cielo dentro la terra, il punto dove un amore eterno penetra nel tempo come una goccia di fuoco, e divampa. E scrive il suo racconto con l’alfabeto delle ferite, l’unico che non inganna. Da qui la commozione, lo stupore, l’innamoramento. Dopo duemila anni sentiamo anche noi come le donne, il centurione, il ladro, che nella Croce sta la suprema attrazione di Dio. So anche di non capire. Ma alla fine mi convince non un ragionamento sottile, ma l’eloquenza del cuore:
«Perché la croce/ il sorriso/ la pena inumana?/
Credimi/ è così semplice/
quando si ama» (J. Twardowski).
Tu che hai salvato gli altri, salva te stesso, se sei il Cristo. Lo dicono tutti, capi, soldati, il ladro: fa’ un miracolo, conquistaci, imponiti, scendi dalla croce, e ti crederemo. Qualsiasi uomo, qualsiasi re, potendolo, scenderebbe dalla croce. Lui, no. Solo un Dio non scende dal legno (D.M. Turoldo), il nostro Dio. Perché i suoi figli non ne possono scendere. Io cercatore trovo qui la vicinanza assoluta: di Dio a me, di me a Dio; sulla croce trema quella passione di comunione che ha la forza di far tremare la pietra di ogni nostro sepolcro e di farvi entrare il respiro del mattino.

V DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO A) (29/03/2020)

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V DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO A) (29/03/2020)

La risurrezione di Lazzaro, invito alla nostra rinascita spirituale
padre Antonio Rungi

La parola di Dio della Quinta domenica di Quaresima ci prepara più immediatamente alla Pasqua 2020, che come sappiamo non sarà una Pasqua come le altre, come non lo è stata la Quaresima e tutti questi giorni che hanno segnato la nostra storia personale, quella dell’Italia e del mondo, con l’epidemia da coronavirus, che ha portato dolore, morte, sofferenza, angoscia e prove di ogni genere.

Il Vangelo di Giovanni inserito nella liturgia della parola ci apre alla vita, alla speranza e alla risurrezione.
Ci racconta, infatti, della morte e della risurrezione di Lazzaro, amico di Gesù, il quale viene informato dalle sorelle che Lazzaro, loro fratello, è ammalato. Gesù era amico delle due sorelle e di Lazzaro.
Quando gli giunse la notizia Gesù rivolto ai discepoli disse «Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato».
Poi l’Evangelista Giovanni annota il rapporto tra Gesù e la famiglia di Lazzaro con queste semplici parole: Gesù amava Marta, sua sorella e Lazzaro. Quando sentì che era malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava. Poi disse ai discepoli: «Andiamo di nuovo in Giudea!». Gesù quindi non è indifferente alla notizia del suo amico che stava male e tutto ci fa pensare che pregò per lui e appena gli fu possibile andò a Betania.
Però quando Gesù arrivò, era troppo tardi, in quanto Lazzaro era già morto e sepolto. Cosa che capita tante volte quando una persona muore improvvisamente e i cari non hanno avuto modo di poterla salutare.
Tornando al brano del vangelo, Gesù fu accolto da Marta, appena giunto a Betania nella loro casa. Marta si rivolse a lui con queste parole: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà».
E qui troviamo le espressioni di fiducia nel Signore, di fede che lui può tutto. Infatti Gesù non la scoraggia dicendo ormai è finito tutto, non c’è più nulla da fare, ma richiama l’essenza stessa della sua missione nel mondo, quella della vita e della risurrezione: «Tuo fratello risorgerà», dice subito per non rattristarla.
Marta che conosceva la parola di Dio risponde: «So che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno».
La consapevolezza della risurrezione finale era chiara in certi ambienti religiosi anche prima della stessa risurrezione di Cristo.
Ma a quel punto il Signore va a confermare le convinzioni di Marta, Infatti Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?».
Gesù pone una domanda di fede, alla quale la donna risponde dal profondo del suo cuore: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo».
Di fronte a queste parole toccanti, l’evangelista annota che Gesù si commosse profondamente e, molto turbato, domandò subito dove era stato sepolto Lazzaro.
Lo portarono nel luogo della sepoltura. Appena arrivato Gesù scoppiò in pianto. Gesù esprime, così, il suo dolore con il pianto, come facciamo noi tutte le volte che la sofferenza e la morte tocca la nostra vita.
Tutto questo avviene alla presenza di tante persone, al punto tale che i Giudei fecero subito notare: «Guarda come lo amava!».
E poi subito la critica, la provocazione per vedere la reazione di Gesù: «Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse?».
Gesù incurante di quello che dicevano si avvicinò al sepolcro e notò che era una grotta e contro di essa era posta una pietra.
Stessa scena che Giovanni presenterà nel momento della risurrezione di Gesù. Disse allora Gesù: «Togliete la pietra!». Ma Marta, la sorella del morto, fece subito osservare: “Guarda Gesù che è lì da quattro giorni e quindi manda cattivo odore”.
Gesù ricorda a Marta: «Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?».
E’ richiesto un altro atto di fede da parte di Marta e dei presenti si procede nella direzione indicata da Gesù.
Allora tolsero subito la pietra e Gesù a quel punto, con gli occhi rivolti al cielo, prega con queste espressioni: «Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato».
Finita la preghiera gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!». “Il morto uscì con i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario”.
A quel punto Gesù dice ai presenti: «Liberàtelo e lasciàtelo andare». Lazzaro è così ritornato alla vita e ridonato agli affetti familiari.
Il miracolo della risurrezione di Lazzaro porta alla fede coloro che non credevano. Ci auguriamo che questo miracolo ricordato nel Vangelo di oggi possa portare alla rinascita interiore i credenti e alla conversione i non credenti.
Sullo stesso argomento si strutturano le due letture, la prima tratta dal Libro del profeta Ezechiele e la seconda, tratta dalla Lettera di San Paolo Apostolo ai Romani.
Esplicito il riferimento alla risurrezione finale che troviamo nel testo di Ezechiele: “Così dice il Signore Dio: «Ecco, io apro i vostri sepolcri, vi faccio uscire dalle vostre tombe, o popolo mio, e vi riconduco nella terra d’Israele”.
Dalla condizione di morte a quella della vita e della risurrezione. Anche se ci sono riferimenti alla rinascita anche storica e sociale di Israele, qui in realtà il profeta apre prospettive di fede che il buon israelita deve fare proprie: “Riconoscerete che io sono il Signore, quando aprirò le vostre tombe e vi farò uscire dai vostri sepolcri, o popolo mio”. Rinnovamento sarà di ordine spirituale ed interiore e cambierà la vita dei singoli e del popolo: “Farò entrare in voi il mio spirito e rivivrete; vi farò riposare nella vostra terra”. Il ritorno dall’esilio, dai luoghi cari agli israeliti e la prospettiva di vita e risurrezione per loro. Come dire, oggi, per noi che siamo provati dall’epidemia, ritornare alla vita normale, alla libertà, dopo questo esilio forzato nelle proprie case ed abitazioni per rispettare giustamente le leggi dello Stato e norme sanitarie. Dopo questa esperienza di rimpatrio, allora sapranno Dio è il Signore”. Una visione di speranza di rinascita è qui attestata con parole molto forti e toccanti.
Nella seconda Lettura tratta dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani viene sintetizzato il mistero della redenzione dell’umanità, mediante la morte e risurrezione di Cristo, alla quale fa riferimento esplicito Paolo, indicando anche il percorso morale di liberazione che i cristiani ha compiuto in Cristo o che dovrebbe compiere: “Fratelli, quelli che si lasciano dominare dalla carne non possono piacere a Dio”. E’ evidente che la condizione di peccato in cui spesso si trova l’uomo è dovuta al fatto che prevale nella vita la dimensione materiale di essa e non certamente quella spirituale. Per cui l’apostolo ci tiene a ricordare che noi non siamo sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in noi”. Tuttavia, cosa può capitare: “Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, non gli appartiene”. E qui il riferimento al battesimo è chiaro. Peri battezzati il discorso è diverso. Infatti, con la conversione “se Cristo è in noi, il nostro corpo è morto per il peccato, ma lo Spirito è vita per la giustizia”. Il passaggio successivo è quello il riferimento alla Pasqua Cristo: “E se lo Spirito di Dio, che ha risuscitato Gesù dai morti, abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi”. Siamo quindi equiparati, mediante la risurrezione di Cristo, a Colui che è vita e risurrezione per tutti, cioè Gesù. Vivendo da risorti e con il Risorto, la nostra vita è vita, la nostra vita è gioia, la nostra vita è certezza che le tenebre faranno spazio alla luce, anche in questo momento buio e triste per l’Italia e il mondo intero, a causa dell’epidemia di coronavirus, che ci ha costretti a rinchiuderci nelle chiese e poter celebrare solo noi sacerdoti, senza la presenza fisica dei fedeli nei luoghi di culto. Ecco perché questa Pasqua sarà diversa dalle altre, ma sarà comunque Pasqua nel cuore e nella voglia di rinascere e di ricominciare quanto prima.
Sia questa la nostra preghiera: “Dio Padre, tu che hai manifestato la tua compassione nel pianto di Gesù per l’amico Lazzaro, guarda oggi ognuna di noi, penetra nel nostro profondo. Donaci di riconoscere le nostre malattie interiori, di saperli chiamare per nome. Svegliaci dalle nostre sensazioni di morte, dai nostri « dormiveglia spirituali ». Tu che sei il Dio della vita rendici creature nuove in Te. Amen.

IV DOMENICA DI QUARESIMA – LAETARE (ANNO A) (22/03/2020)

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IV DOMENICA DI QUARESIMA – LAETARE (ANNO A) (22/03/2020)

Un collirio per lunghi orizzonti
don Mario Simula

Il linguaggio dei segni è per Gesù il modo più immediato ed eloquente per comunicare. Ha davanti a sé un cieco dalla nascita. Lo vuole guarire. Fa del fango con la saliva e un po’ di terra, e lo spalma, toccandoli, sugli occhi del cieco. Poi lo invita a lavarsi nell’acqua della piscina di Siloe. E’ detto tutto in un attimo. Gesù è la Luce. E’ venuto per portare la Luce al mondo che spesso preferisce le tenebre. La Luce si rivela quando non c’è la nebbia, quando non c’è la torbidità del cuore. Prima che il cieco ritrovi la vista, deve lavarsi nell’acqua.
Vuoi vedere in faccia Gesù? Permettigli di purificare il tuo cuore. Se questo dono non entra nelle midolla della tua vita, resterai cieco.
La gente che circola per le strade di Gerusalemme, i frequentatori assidui della Sinagoga, non credono ai loro occhi. Sono occhi di persone cieche per le quali ogni visione della fede è preclusa. Sono persone ostinate che non cedono le armi nemmeno davanti all’evidenza.
Il giovane guarito diventa oggetto di attenzione collettiva. Tutti lo interrogano. Tutti vogliono sapere da lui come sono andate le cose. E lui a tutti ripete la narrazione degli avvenimenti. Una narrazione insistente. Una narrazione nella quale l’unico assente è proprio il protagonista Gesù: “Dov’è? Chi è colui che ti ha restituito la vista?”. “Non lo so, so’ soltanto che mi ha guarito”.
I farisei hanno un solo “falso” problema: che Gesù abbia compiuto il segno di sabato. Non può avvenire che chi opera di sabato, anche per il bene, possa venire da Dio. Il cieco non sa balbettare altro, anzi, non sa dire con certezza altro: “Io so soltanto che mi ha ridato la vista”. Gli domandano: “Tu che cosa dici di lui?”, egli risponde: “E’ un profeta!”. Insistono: “Non viene da Dio”. E il cieco: “Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla”. Per i Giudei quel cieco guarito è solo un peccatore, non rimane altro che cacciarlo fuori dalla sinagoga.
Riappare il grande protagonista, riappare la Luce, come la cometa di Betlem.
Gesù riappare proprio perché viene a sapere che lo hanno cacciato fuori. Lo incontra e porta a compimento la grazia dell‘illuminazione.
Immagino i catecumeni della chiesa antica che lungo il loro cammino, gradualmente scoprono Gesù Luce del mondo. Li immagino all’ultimo percorso quaresimale prima della veglia pasquale. Devono dare segnali autentici della loro fede viva in Gesù. Questo percorso fa l’uomo nato cieco, guidato nel cammino della vita nuova dal Maestro: “Tu credi nel figlio dell’uomo?”. Egli risponde “E chi è, Signore perché io creda in lui?”. Gesù gli dice: “Lo hai visto. Per questo ti ho restituito la luce degli occhi. Perché potessi vedermi. Adesso mi vedi: il Cristo sono Io che parlo con te”.
Sarebbe una grande letizia, per le nostre comunità, sperimentare la Luce degli occhi perché hanno incontrato Gesù, e con quella luce continuano a riconoscerlo ogni giorno con gioia. Anche nei momenti della solitudine e della prova. Deve essere chiaro ai nostri cuori che Gesù si può manifestare nel suo splendore, ovunque, in qualsiasi momento della nostra vita. Ciò che conta è avere gli occhi guariti dal suo fango e dal tocco della sua mano.
Il giovane che non vedeva, professa, finalmente, la sua fede: “Credo, Signore!” e si prostra davanti a Gesù.
Ogni credente deve lasciarsi provocare dalle parole conclusive e severe del Signore: “Io sono venuto perché coloro che non vedono, vedano, e quelli che vedono, diventino ciechi”.
Guardo tante comunità: ascoltano la parola di Dio, vedono il Pane di Vita, vedono che Gesù è nei poveri, eppure rischiano di diventare cieche. Abbiamo veramente bisogno del collirio di Dio in modo che, Gesù, la Luce, sfolgori davanti ai nostri occhi e ci aiuti a cogliere in profondità chi siamo, come viviamo, verso quale orizzonte stiamo camminando.
Davanti agli occhi di Samuele passano, ad uno a uno, i figli di Iesse, ma in nessuno di questi figli Dio vede il prescelto finché non arriva il giovanissimo Davide, pastore di pecore. Dio che non guarda il volto ma il cuore dice: “Samuele alzati e ungilo”. Il miracolo della vista ritorna. “Dio dice: è lui!”.
Come si fa ad avere sempre gli occhi trasparenti di luce? Come possiamo guardare nelle profondità del cuore e non le apparenze? Come possiamo raggiungere la luce del Signore?
Paolo ce lo dice con l’affetto di un padre: “Eravate tenebra, prima di incontrare il Signore, ora siete Luce nel Signore, comportatevi perciò come figli della luce”.

La luce produce i suoi frutti: ogni bontà, ogni giustizia, ogni verità. Il frutto della Luce è l’uomo nuovo.
Noi stiamo andando verso quell’orizzonte luminoso che è la Pasqua, l’alba del terzo giorno. Vedremo la Luce. Forse non vedremo le assemblee radunate, vedremo ugualmente la Luce, perché il suo fulgore ha inondato il mondo, ha inondato il cuore di ciascuno di noi. Se nella fede sappiamo accorgerci di questo dono, anche stando lontani sperimenteremo quanto siamo vicini.
Il Signore Risorto ci attende tutti per abbracciarci con la tenerezza dell’amore.

Gesù, non voglio nemmeno pensarlo che, dopo aver conosciuto l’acqua della rigenerazione, la Luce del cero, il candore della veste bianca e dopo aver sentito il profumo del crisma, possa essere ancora nella cecità.
Eppure, Gesù, ci sono giorni, nella mia vita, nei quali tutto è buio, tutto è contrario, tutto mi smarrisce, tutto mi sgomenta.
Tu, ugualmente ci sei, Gesù.
Io sono come uno che non vuole prendere in mano il filo per entrare nel labirinto di se stesso senza smarrirsi. Giro, giro, giro, e non vengo a capo di nulla. Perché sto girando attorno a me stesso. Proprio come un cieco che non conosce l’oltre.
Gesù, ungimi gli occhi col collirio del tuo fango. Forse mi meraviglierò e dirò: “Cosa sta facendo? A che cosa serve tutto questo?”.
Tu, Gesù, non parli, resti lì, rimani finché i miei occhi, un po’ alla volta, si dischiudano e inizino a vedere la tua sagoma, poi i tuoi lineamenti, poi la chiarezza dei tuoi occhi, poi lo splendore del tuo corpo, poi sentano la fragranza del tuo cuore innamorato. Allora capisco che mi restituisci la Luce, Gesù, e tutto si illumina attorno a me e dentro di me.
Ti riconosco negli ultimi. Non mi fanno ribrezzo gli sporchi delle strade. Non temo i lebbrosi.
Soprattutto, Gesù, non temo di guardare me e, nonostante la mia bruttezza interiore, mi accorgo che tu mi sei vicino.
Ti riconosco in questo mondo dolente, disorientato, sgomento, stordito perché le sue certezze vacillano.
Gesù, ti riconosco nella morte che per te è sempre aurora di vita, è seme che muore, è seme che fiorisce, sconfiggendo la morte e facendo brillare la vita.
Gesù, non voglio fare più alcuna dichiarazione su me stesso, né per dire bene né per dire male. Mi è sufficiente, ed è tutto, sentirmi dire da te: “Tu mi vedi, sono proprio Gesù, il tuo Amore”. Mentre io, prostrato per terra oso dirti, dal profondo del cuore: “Credo, Signore!”.
La Luce finalmente dilaga e non mi umilia anche se mette a nudo la mia miseria.

Don Mario Simula

OMELIA (15-03-2020)

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OMELIA (15-03-2020)

COMMENTO ALLE LETTURE
Commento a cura di padre Gianmarco Paris

Viviamo questa quaresima in un modo del tutto diverso da ogni altra, a motivo delle precauzioni da assumere per contenere l’espansione del virus covid-19. In alcune parti del Paese non è possibile celebrare l’Eucaristia comunitaria e ascoltare insieme la Parola di Dio. Ciò può diventare uno stimolo per prenderci del tempo personalmente per leggere e meditare il Vangelo di questa domenica. La scena sembra addirittura adatta a questo esercizio spirituale, perché ci racconta un dialogo personale tra Gesù e una donna di Samaria. I due sono soli e il dialogo si muove dall’esteriorità all’interiorità, dove la persona si incontra con se stessa: è lì che Dio si fa trovare, non come colui che giudica, ma come colui che rinnova il dono della vita.
Gesù sta attraversando con i discepoli la Samaria. Giunto a Sicar e si siede presso il pozzo, verso mezzogiorno, mentre i discepoli vanno in cerca di cibo. Ad un certo punto arriva una donna samaritana ad attingere acqua. Nella ferialità di quella occasione nasce un dialogo straordinario che trasforma la vita di quella donna: Gesù guida l’incontro con estrema calma e determinazione.
Inizia chiedendo dell’acqua alla donna (E Gesù le dice: dammi da bere). A noi sembra una cosa del tutto normale, ma non è così: per le circostanze culturali del tempo e per il significato profondo che Gesù dà alle parole (e che l’evangelista Giovanni ci aiuta a comprendere). Gesù avrebbe dovuto evitare di dialogare con lei: perché era una donna (che va ad attingere acqua da sola, in un orario insolito) davanti ad un ?maestro? e perché era di samaritana e Gesù giudeo (cioè appartengono a due gruppi separati dal modo di interpretare la religiose ebraica). Gesù chiedendo un piacere a quella donna le mostra apertura e accoglienza: da questo suo atteggiamento non politically correct (infatti i discepoli ritornando con la spesa si meravigliano di questo, v. 27) prende il via un dialogo con cui Gesù porta quella donna sulla soglia della fede.
La donna non capisce come è possibile che quell’uomo giudeo parli con lei e addirittura le chieda da bere (chiede: come è possibile?). Più profondamente si meraviglia di essere riconosciuta degna di parola, cioè di essere accolta, si meraviglia che quell’uomo le chieda aiuto. Dalla risposta di Gesù capiamo che egli desidera che questa donna si apra ad un’altra meraviglia più grande, quella per il dono di Dio, di un Dio che si fa piccolo e bisognoso solo perché vuole donare. Gesù offre alla donna (che rimane senza nome per tutto il racconto!) un’altra acqua, che soddisfa un altro tipo di sete.
« Se tu conoscessi il dono di Dio, e chi è colui che ti parla… »: il dono e la sua persona sono in realtà la stessa cosa; è lui che può dare l’acqua viva che sazia la sete. La donna fa fatica a capire quello strano discorso, ma ha il desiderio di comprendere (da dove prendi questa acqua?). Finché arriva a chiedere a Gesù quell’acqua, forse in forma di sfida: ?vediamo se è vero! Mi risolverebbe un bel problema!? Le parti ora si sono invertite, come voleva Gesù, che comincia a chiedere per essere riconosciuto come colui che dona.
Ora Gesù, in modo del tutto inatteso e apparentemente illogico, cambia argomento: « Va a chiamare tuo marito ». La donna non rimane sorpresa da questo brusco cambiamento e risponde subito, come per chiudere il discorso: « Non ho marito ». Gesù invece apre, squaderna davanti alla donna una dimensione così profonda della sua vita che solo lei poteva sapere, lei e Dio. Deve essersi chiesta: ?come può questo sconosciuto giudeo fermo al pozzo conoscere la mia vita?? Allora intuisce che sta parlando con un uomo di Dio, un profeta, e tenta di cambiare argomento: « già che sei un profeta, spiegami chi ha ragione tra giudei, che dicono di adorare Dio in Gerusalemme, e samaritani che adorano Dio sul monte qui vicino?. Gesù la segue, accoglie la sua domanda circa il rapporto con Dio, e annuncia la novità del suo Vangelo, che oltrepassa la discussione tra giudei e samaritani. Occorre andare oltre, perché Dio chiede di essere adorato in modo diverso: « Viene l’ora, ed è questa, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in Spirito e Verità. Sono questi gli adoratori che il Padre cerca ». Adorare indica complessivamente un modo di stare davanti a Dio e davanti alla vita, il modo che Gesù-Verità è venuto a rivelare e che lo Spirito permette ai credenti di assimilare. La donna non pare ancora aver capito granché, e accenna alla venuta del Messia, grazie al quale si potrà finalmente capire il rapporto con Dio. Quando Gesù capisce che il terreno è stato preparato, si manifesta pienamente alla donna: « Sono io, che ti parlo ».
Stranamente l’evangelista non presenta nessuna risposta della donna a questa rivelazione solenne di Gesù; la telecamera inquadra invece i discepoli, che ritornando con la spesa si meravigliano di vedere il maestro dialogare con una donna samaritana, anche se non si azzardano a chiedere spiegazioni. Ma ecco di nuovo la donna: « lasciò dunque la sua anfora la donna e corse in città… ». Il motivo per cui era andata al pozzo, la necessità di bere, ora ha perso la sua importanza. Quella donna ha incontrato qualcosa di più importante e vitale, che ridimensiona quello che prima la occupava. Così avviene l’incontro con Dio: permette di percepire che le altre cose vengono dopo; continui ad averne bisogno (come l’acqua), ma non sono più la ragione della tua vita. Forse questa donna non stava cercando qualcosa di più grande per la sua vita, benché la sua vita parli di insoddisfazioni. L’incontro con Gesù, che l’ha accolta senza giudizi e l’ha portata a guardarsi dentro, le ha aperto un cammino nuovo. A tal punto che corre in città e invita gli altri ad andare a vedere Gesù, descrivendolo con queste parole: « Un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto?. Il potere di quell’uomo di ?vedere dentro di lei? le fa sorgere la domanda: ?Che sia forse il Messia?? Non è certa che lo sia, ma sente con certezza che l’incontro con quell’uomo ha cambiato la sua vita. La strada per riconoscere la vicinanza di Dio non è diversa dalla strada che porta alla verità di se stessi, alla propria interiorità.
Mentre la donna svolge la sua missione in città, ritorniamo al pozzo. I discepoli invitano Gesù a mangiare ma lui sembra non averne voglia: sta pensando ancora all’incontro con la donna di Samaria, assapora la gioia che nasce in lui nel compiere la volontà del Padre, che desidera far sentire a tutti il suo amore, soprattutto a quelli che si sentono esclusi e discriminati. Quell’incontro permette a Gesù di alzare gli occhi e vedere il mondo come una messe pronta per la mietitura; vede l’umanità pronta ad accogliere l’annuncio del Regno. E forma lo sguardo dei discepoli, perché diventino capaci di vedere quello che lui vede.
Infine l’ultima scena. Ritorniamo in città, dove molti samaritani rispondono all’invito della donna (perché è motivato da una vera esperienza personale) e vanno ad incontrare Gesù. E lo invitano a fermarsi da loro un paio di giorni. Il tempo passato con Gesù permette loro di conoscerlo, di ascoltarlo e di credere in Lui per una esperienza personale che a loro volta fanno con Gesù.
Questo lungo e articolato racconto ci permette di comprendere la strada attraverso cui anche noi oggi possiamo rinnovare il nostro incontro con Gesù. Ciò che ci può mettere in cammino verso di lui è qualcuno che ci dice: vieni a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia forse il Messia? Solo chi fa esperienza forte e personale di Gesù può attirare altri a lui; e solo questa attrazione può far nascere la fede. Chi lo ha incontrato porge a noi una domanda: che sia forse il Messia? La domanda rimane aperta, perché la risposta spetta a ciascuno di noi; non è una risposta teorica, da catechismo, ma una risposta data con la vita, con l’incontro, il dialogo, la scoperta di sentirsi conosciuti dentro e accolti, e amati. Ecco il cammino per noi cristiani, che a nostra volta diventiamo un invito e una domanda per gli altri.

II DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO A) (08/03/2020)

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II DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO A) (08/03/2020)

Dio semina la bellezza in ogni sua creatura
padre Ermes Ronchi

La Quaresima ci sorprende: la subiamo come un tempo penitenziale, mortificante, e invece ci spiazza con questo vangelo vivificante, pieno di sole e di luce. Dal deserto di pietre (prima domenica) al monte della luce (seconda domenica); da polvere e cenere, ai volti vestiti di sole. Per dire a tutti noi: coraggio, il deserto non vincerà, ce la faremo, troveremo il bandolo della matassa. Gesù prese con sé tre discepoli e salì su di un alto monte. I monti sono come indici puntati verso il mistero e le profondità del cosmo, raccontano che la vita è ascensione, con dentro una fame di verticalità, come se fosse incalzata o aspirata da una forza di gravità celeste: e là si trasfigurò davanti a loro, il suo volto brillò come il sole e le vesti come la luce.
Tutto si illumina: le vesti di Gesù, le mani, il volto sono la trascrizione del cuore di Dio. I tre guardano, si emozionano, sono storditi: davanti a loro si è aperta la rivelazione stupenda di un Dio luminoso, bello, solare. Un Dio da godere, finalmente, un Dio da stupirsene. E che in ogni figlio ha seminato la sua grande bellezza.
Che bello qui, non andiamo via… lo stupore di Pietro nasce dalla sorpresa di chi ha potuto sbirciare per un attimo dentro il Regno e non lo dimenticherà più. Vorrei per me la fede di ripetere queste parole: è bello stare qui, su questa terra, su questo pianeta minuscolo e bellissimo; è bello starci in questo nostro tempo, che è unico e pieno di potenzialità. È bello essere creature: non è la tristezza, non è la delusione la nostra verità.
San Paolo nella seconda lettura consegna a Timoteo una frase straordinaria: Cristo è venuto ed ha fatto risplendere la vita. È venuto nella vita, la mia e del mondo, e non se n’è più andato. È venuto come luce nelle tenebre, e le tenebre non l’hanno vinta (Gv 1,5). In lui abitava la vita e la vita era la luce degli uomini (Gv 1,4), la vita era la prima Parola di Dio, bibbia scritta prima della bibbia scritta.
Allora perdonate «se non sono del tutto e sempre / innamorata del mondo, della vita / sedotta e vinta dalla rivelazione / d’esserci d’ogni cosa (….)/ Questo più d’ogni altra cosa perdonate / la mia disattenzione» (Mariangela Gualtieri). A tutte le meraviglie quotidiane.
La condizione definitiva non è monte, c’è un cammino da percorrere, talvolta un deserto, certamente una pianura alla quale ritornare. Dalla nube viene una voce che traccia la strada: «questi è il figlio mio, l’amato. Ascoltatelo ». I tre sono saliti per vedere e sono rimandati all’ascolto. La voce del Padre si spegne e diventa volto, il volto di Gesù, «che brillò come il sole». Ma una goccia della sua luce è nascosta nel cuore vivo di tutte le cose.

VI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (A) Enzo Bianchi

https://combonianum.org/2020/02/11/commento-al-vangelo-della-vi-domenica-del-tempo-ordinario-a/

VI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (A) Enzo Bianchi

Dopo le beatitudini (cf. Mt 5,1-12) e la definizione di chi le vive come sale della terra e luce del mondo (cf. Mt 5,13-16), ecco il corpo del “discorso della montagna”: tre capitoli nei quali Matteo ha innanzitutto raccolto parole di Gesù riguardanti la Legge data a Dio attraverso Mosè e il discepolo che vuole veramente viverla secondo l’intenzione del Legislatore, Dio. Nella parte restante del capitolo 5 Gesù crea sei contrapposizioni tra lo “sta scritto” tramandato di generazione in generazione e ciò che egli vuole annunciare, come un’interpretazione della Torah più autorevole e autentica di quella fornita dalla tradizione dei maestri.
Gesù comincia con l’assicurazione di non essere venuto ad abrogare la Torah, a toglierle autorità, bensì a “compierla”, a svelarne il senso racchiuso, realizzandolo in primo luogo nella sua persona e rivelandone il pieno significato. Anche per Gesù resta vero che “Mosè ricevette la Torah sul Sinai, la trasmise a Giosuè, Giosuè la trasmise agli anziani e gli anziani ai profeti (Mishnah, Avot I,1); ma proprio in nome della sua autorità messianica egli ne dà l’interpretazione ultima e definitiva, dopo la quale non ce ne saranno altre. Matteo è stato molto intrigato dal rapporto fra tradizione e novità del Vangelo, perché si indirizzava a comunità cristiane di Siria e Palestina, nelle quali erano presenti numerosi giudeo-cristiani, che si interrogavano su cosa potesse essere tralasciato delle minuziose prescrizioni rabbiniche. Vi erano allora, come ancora oggi, conflitti fra tradizionalisti e innovatori, fra zelanti della Legge fino al legalismo e cristiani più sensibili al mutamento dei tempi e della cultura.
Secondo il primo vangelo, Gesù resta fedele alla Torah, non la sostituisce con un insegnamento altro, ma con exousía, con autorevolezza, rivela, alza il velo sulla Legge e ne svela la giustizia profonda, perché sia possibile al discepolo una sua osservanza autentica. Per Gesù non è sufficiente l’osservanza indicata dai teologi del tempo, interpreti ufficiali delle Scritture (gli scribi), né quella propria dei credenti impegnati e osservanti, associati nei movimenti (i farisei): vuole una giustizia superiore, più abbondante (verbo perisseúo), che superi quella indicata dalle scuole rabbiniche e fissate nella casistica. Gesù vuole inoltre che quella giustizia predicata sia osservata, vissuta da parte di chi la indica agli altri, perché proprio da questo vissuto dipendono lo stile e il contenuto di ciò che si predica agli altri.
Ecco allora la prima delle quattro antitesi proposte dal brano liturgico: “Avete inteso che fu detto agli antichi: ‘Non ucciderai’ (Es 20,13; Dt 5,17) … Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio. Chi poi dice al fratello: ‘Stupido’, dovrà essere sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: ‘Pazzo’, sarà destinato al fuoco della Geenna”. Innanzitutto, cosa chiede veramente Dio al credente in alleanza con lui? Solo di non uccidere? Questo il detto tramandato, ma il non-detto è svelato da Gesù: in tutte le relazioni umane occorre frenare l’aggressività, spegnere la collera prima che diventi violenza, fermare la lingua che può uccidere con la parola. Prima di diventare azione, la violenza cova nel cuore umano, e a questo istinto occorre fare resistenza. L’astenersi dalla violenza è più decisivo di un’azione di culto fatta a Dio, il quale vuole la riconciliazione tra noi fratelli prima della riconciliazione con lui; anche perché la riconciliazione con lui che nessuno vede è possibile solo per chi sa riconciliarsi con il fratello che ciascuno vede (cf. 1Gv 4,20).
Eppure noi sentiamo il bisogno di scaricare il male che ci abita, dicendo poco o tanto male di qualcuno. Usiamo la parola come una pietra scagliata, dicendo: “Quello è uno stupido, uno scemo!”, e così autorizziamo chi ci ascolta a ritenere una persona da evitare colui che abbiamo definito tale. Del resto, già i rabbini dicevano che “chi odia il suo prossimo è un omicida”. Ecco dunque svelata la profondità del comandamento: “Non ucciderai”, che significa anche “Sii mite, dolce, e sarai beato” (cf. Mt 5,5).
Dopo la violenza viene la sessualità, materia della seconda e della terza antitesi. Si comincia con: “Non commetterai adulterio” (Es 20,14; Dt 5,18). Ma per Gesù questo non è sufficiente. Occorre fare i conti con il desiderio che abita il cuore umano: se infatti uno desidera il possesso, se con il suo sguardo cerca di possedere l’altro, se con la sua brama non vede più la persona, ma solo una cosa di cui impadronirsi, allora anche se non arriva a consumare il peccato è già adultero nel suo cuore. Se si fa attenzione, qui Gesù sposta la colpa dalla donna sedotta, giudicata sempre lei come peccatrice e causa di peccato, a chi seduce e non sa resistere al desiderio. Tutto il corpo, e soprattutto i sensi attraverso i quali viviamo le relazioni con gli altri, devono essere dominati, ordinati e anche accesi dalla potenza dell’amore, non dall’eccitazione delle passioni. Certamente non è facile questa vigilanza e questa disciplina del cuore, ma non è possibile scindere la mente, il cuore e i sensi dalla sessualità. Proprio per questo Gesù ribadisce (e lo farà più ampiamente in Mt 19,1-9) che Dio non vuole il ripudio, l’infrazione dell’alleanza nuziale, non vuole la contraddizione alla storia d’amore sigillata nella pur faticosa avventura della vita.
La quarta antitesi riguarda la verità nei rapporti tra le persone. È l’ottavo comandamento dato al Sinai: “Non dirai falsa testimonianza” (Es 20,16; Dt 5,20). Gesù conosce bene quello che gli esseri umani vivono: incapaci di vivere la fiducia nelle relazioni reciproche, giungono a giurare, a chiamare Dio come testimone (cf. Es 20,7; Lv 19,12; Dt 23,22). Così avviene nel mondo, così fan tutti, ma ecco la radicalità di Gesù: “Io vi dico di non giurare mai, né per il cielo, perché è il trono di Dio, né per la terra, perché è lo sgabello dei suoi piedi, né per Gerusalemme, perché è la città del grande Re”. Alla casistica della tradizione Gesù oppone la semplicità del linguaggio, la verità delle parole: Gesù invita alla responsabilità della parola. Il parlare di ciascuno dev’essere talmente limpido da non aver bisogno di chiamare Dio o le realtà sante a testimone di ciò che si esprime. Non sono necessari garanti della verità che si esprime, e invocare il castigo, la sanzione di Dio per ciò che si è detto come non vero o per ciò che non si è realizzato, è temerario. Dio non è al nostro servizio e non interviene certo a punire le nostre menzogne, almeno durante la nostra vita.
E allora quando uno dice sia “sì”, sia “sì”, e quando dice “no”, sia “no”, perché il di più viene dal Maligno”, che “è menzognero e padre della menzogna” (Gv 8,44). Nessun “cuore doppio” (Sal 12,3), nessuna possibilità di simulazione per il discepolo di Gesù, nessun tentativo di dire insieme “sì” e “no”. Non è forse Gesù stesso “l’Amen di Dio” (cf. Ap 3,14), il “Sì” di Dio alle sue promesse, come predica Paolo (cf. 2Cor 1,19-20)? L’essere umano rispetto agli animali ha il privilegio della parola, ma questo mezzo così umanizzante per sé e per gli altri è uno strumento fragile… Il dominio della parola è davvero alla base della sapienza umana.
Quella di Gesù non è dunque una “nuova legge”, una “nuova morale”, ma è l’insegnamento di Dio dato a Mosè, interpretato con autorità, risalendo all’intenzione del Legislatore stesso. Solo Gesù, il Figlio di Dio, poteva fare questo.

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V DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (05/02/2017)

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V DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (05/02/2017)

Passami il sale. Accendi la luce
don Marco Pozza

Venuti al mondo per dare l’assalto: avventurieri, esploratori, pionieri. Nati, certi giorni, per calare le reti in mare, altri per riparare le reti sulla riva, altri a poggiare lo sguardo sul destino del mondo. Avranno il sale cucito addosso tutti gli amici del Maestro: «Voi siete il sale della terra». Nel loro volto brillerà la luce: «Voi siete la luce del mondo». Sono arnesi – il sale e la luce – che non hanno la veemenza tipica dell’assalto ma tengono la delicatezza di chi si poggia sul bordo delle cose, sul limite del mistero: sul cibo per dare sapore, sulla superficie delle cose per darle fisionomia, spessore. Elementi primi di una vita feriale che a Dio stette tremendamente più a cuore delle vite-esagerate allora in voga. Il sale non forza la carne: le si appoggia sopra, quasi chiedendole il permesso d’ingresso. La luce non calca la superficie: le bussa tutt’intorno per chiederle se è gradita. Il sale e la luce, come l’uva del vigneto nella stagione del sole: il sole non la tocca nemmeno, eppure guardandosi il grappolo si scopre vino buono. La ricetta-del-gusto è trasparente nei Vangeli: evangelizzare non è aggiungere qualcosa che la creatura non possiede, armati di paura e forza. Parlare di Dio sarà una sfida di tutt’altra fattezza: permettere all’uomo di scoprire ciò che è già dentro di lui. Poggiarsi sull’uomo, lambire la ferita che sanguina, palpare la carne sofferente. Stare sulla soglia, pronti a tutto, capaci d’amare il tutto che accadrà: il massimo del rifiuto, l’inimmaginabile dell’accoglienza. Dio, in breve.
Nella realtà, cum grano salis. Dentro quel dramma-della-carne che per i poveri è l’unico dogma che esista: tutto il resto, anche la più fine teoria, non ha sapore se la carne non ne avverte l’urto di ciò che significa per lei. La vita vera, la vita più misera, è sempre più fascinosa della vita immaginata: dentro la storia Dio si manifesta, sulle nuvole ama dare appuntamento l’Avversario. Forse per questo Cristo, agli amici che volevano andargli dietro, ha detto d’essere luce e sale: si specializzeranno nel fare emergere ciò che già esiste, nel risvegliare il gusto delle cose, nel dare una forma all’amore-ottenebrato, nel prestare voce a chi voce non ha. Con quel modo di fare modesto che è della madre: in attesa, bussando. Come ha fatto Lui, così faranno loro: «La luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie» (Gv 3,19). Luce-negata, bellezza-ferita, Dio-rifiutato: la luce, però, non per questo si è fatta oscura, è diventata oscurità. Ha accettato d’essere luce-negata, tanto «non può restare nascosta una città che sta sopra un monte». Non può, dice Cristo: che ognuno rimanga desto al suo posto, che ciascuno s’attacchi alla missione per la quale è nato: il sale per insaporire, la luce per illuminare, la barca per non addormentarsi nel porto. Che ognuno, nel giorno decisivo, si faccia trovare pronto nella sua postazione-d’attacco: esserci sarà salvarsi, distrarsi perdersi. Con l’amarezza d’aver sprecato un’avventura: «A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente».
Sopra un monte, sul candelabro, bene in vista: saporiti. Che s’accorgano tutti cos’è l’amicizia con Dio. Felice destino quello dei cristiani: combattuti, arsi, minacciati. Crocifissi e derisi: beati voi! Gli infelici saranno tutti gli altri: quelli che nessuno contesta, coloro dei quali nessuno s’accorge, i volti di cerca degli amici occasionali. I primi arsi vivi sulle graticole, i secondi ignorati: mentre la carne dei primi arderà, i secondi s’intestardiranno a domandarsi come mai loro, invece, non danno problemi a nessuno. Non infastidiscono il principe-fastidioso: il che, a ben pensarci, rattrista assai dal momento che il vivere non è mai costato così tanto come il vivere-male. Il morire accorgendosi di non aver vissuto: lampade sotto il moggio, sale senza sapore. Infedeli a Dio: «Che vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli». Vi guardino per scrutare Lui da vicino: il Creatore nella creatura, il Tutto nel frammento, Dio nell’uomo. Il sale e la luce: il primo, per dare sapore, brucia. La seconda, per far luce, smaschera: nella ferita «si nasconde, clandestinamente, la perla della nostra salvezza» (P. d’Ors). Anche della differenza cristiana: diversamente-uomini.

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 7 février, 2020 |Pas de commentaires »
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