Archive pour la catégorie 'PADRE CANTALAMESSA – OMELIE'

Padre Cantalamessa – Inno alla Carità (1Cor 12, 31 – 13,13) (26.1.2007)

dal sito:
http://www.zenit.org/article-10746?l=italian

Il predicatore del Papa sul più celebre e sublime inno all’amore

Commento di padre Raniero Cantalamessa, OFM Cap., alla liturgia di domenica prossima

ROMA, venerdì, 26 gennaio 2007 (ZENIT.org).- Pubblichiamo il commento di padre Raniero Cantalamessa, OFM Cap. predicatore della Casa Pontificia alla liturgia di domenica prossima, IV del Tempo Ordinario.

* * *

SE NON AVESSI LA CARITA’…

IV Domenica del Tempo Ordinario
Geremia 1, 4-5.17-19; I Corinzi 12, 31-13,13; Luca 4, 21-30

Dedichiamo la nostra riflessione alla seconda lettura, dove troviamo un messaggio importantissimo. Si tratta del celebre inno di san Paolo alla carità. Carità è il termine religioso per dire amore. Questo dunque è un inno allamore, forse il più celebre e sublime che sia mai stato scritto. Quando apparve sulla scena del mondo il cristianesimo, l

amore aveva avuto già diversi cantori. Il più illustre era stato Platone che aveva scritto su di esso un intero trattato. Il nome comune dellamore era allora eros (da cui il nostro erotico ed erotismo). Il cristianesimo sentì che questo amore passionale di ricerca e di desiderio non bastava a esprimere la novità del concetto biblico. Perciò evitò del tutto il termine eros e ad esso sostituì quello di agape, che si dovrebbe tradurre con dilezione o con carità, se questo termine non avesse acquistato ormai un senso troppo ristretto (fare la carità, opere di carità).

La differenza principale tra i due amori è questa. Lamore di desiderio, o erotico, è esclusivo; si consuma tra due persone; lintromissione di una terza persona significherebbe la sua fine, il tradimento. A volte perfino larrivo di un figlio riesce a mettere in crisi questo tipo di amore. Lamore di donazione, o agape, al contrario, abbraccia tutti, non può escludere nessuno, neppure il nemico. La formula classica del primo amore è quella che sentiamo sulle labbra di Violetta nella Traviata di Verdi: Amami Alfredo, amami quantio tamo. La formula classica della carità è quella di Gesù che dice: Come io ho amato voi, così voi amatevi gli uni gli altri. Questo è un amore fatto per circolare, per espandersi. Unaltra differenza è questa. Lamore erotico, nella forma più tipica che è linnamoramento, per sua natura non dura a lungo, o dura soltanto cambiando oggetto, cioè innamorandosi successivamente di diverse persone. Della carità invece S. Paolo dice che rimane, anzi è lunica cosa che rimane in eterno, anche dopo che saranno cessate la fede e la speranza. Tra i due amori però

quello di ricerca e quello di donazione , non c’è separazione netta e contrapposizione, ma piuttosto sviluppo, crescita. Il primo, l’eros, è per noi il punto di partenza, il secondo, la carità, il punto di arrivo. Tra i due c’è tutto lo spazio per una educazione allamore e una crescita in esso. Prendiamo il caso più comune che è lamore di coppia. Nellamore tra due sposi, allinizio prevarrà leros, lattrattiva, il desiderio reciproco, la conquista dellaltro, e quindi un certo egoismo. Se questo amore non si sforza di arricchirsi, cammin facendo, di una dimensione nuova, fatta di gratuità, di tenerezza reciproca, di capacità di dimenticarsi per laltro e proiettarsi nei figli, tutti sappiamo come andrà a finire.

Il messaggio di Paolo è di grande attualità. Tutto il mondo dello spettacolo e della pubblicità sembra impegnato oggi a inculcare ai giovani che lamore si riduce alleros e leros al sesso. Che la vita è un idillio continuo, in un mondo dove tutto è bello, giovane, sano; dove non c’è vecchiaia, malattia, e tutti possono spendere quanto vogliono. Ma questa è una colossale menzogna che genera attese sproporzionate, che, deluse, provocano frustrazione, ribellione contro la famiglia e la società, e aprono spesso la porta al crimine. La parola di Dio ci aiuta a far sì che non si spenga del tutto nella gente il senso critico di fronte a quello che quotidianamente le viene propinato.

P. Cantalamessa: La fede in Cristo in San Paolo (dalle Lettere)

dal sito: 

http://www.cantalamessa.org/it/predicheView.php?id=41

La fede in Cristo in San Paolo

2005-12-16- III Predica di Avvento alla Casa Pontificia

1. Giustificati per la fede in Cristo

La volta scorsa abbiamo cercato di riscaldare la nostra fede in Cristo al contatto con quella dellevangelista Giovanni; questa volta cerchiamo di fare la stessa cosa al contatto con la fede dellapostolo Paolo.
La fede in Cristo, per Paolo,
è tutto. Questa vita che vivo nella carne -scrive a modo di testamento nella Lettera ai Galati- io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me (Gal 2,20) [1]. Su di essa l
Apostolo fonda la propria vita e invita noi a fondare la nostra.Quando si parla di fede in san Paolo il pensiero corre subito al grande tema della giustificazione mediante la fede . Ed è su di esso che vogliamo concentrare lattenzione, non per imbastirvi unennesima discussione, ma per accoglierne il consolante messaggio. Dicevo nella prima meditazione che oggi c’è bisogno di una predicazione kerigmatica, atta a suscitare la fede là dove essa non c’è ancora o è morta. La giustificazione gratuita mediante la fede in Cristo è il cuore di una tale predicazione ed è

un peccato che essa sia invece praticamente assente dalla predicazione ordinaria della Chiesa.
A suo riguardo
è successo una cosa strana. Alle obbiezioni mosse dai riformatori, il concilio di Trento aveva dato una risposta cattolica in cui cera posto per la fede e per le buone opere, ognuna, sintende, nel suo ordine. Non ci si salva per le buone opere, ma non ci si salva senza le buone opere. Di fatto però, dal momento che i protestanti insistevano unilateralmente sulla fede, la predicazione e la spiritualità cattolica finirono per accettare quasi solo lingrato compito di ricordare la necessità delle buone opere e dellapporto personale alla salvezza. Il risultato è che la stragrande maggioranza dei cattolici giungeva alla fine della vita senza aver mai ascoltato un annuncio diretto della giustificazione gratuita mediante la fede, senza troppi ma e però”
.
Dopo l
accordo su questo tema dell’ottobre 1999, tra la Chiesa cattolica e la Federazione mondiale delle Chiese luterane, la situazione è mutata in linea di principio, ma stenta ancora a passare nella pratica. Nel testo di quellaccordo, viene espresso lauspicio che la dottrina comune sulla giustificazione passi ora alla pratica, divenendo esperienza vissuta da parte di tutti i cre denti e non più solo oggetto di dotte dispute tra teologi. È
quello che ci proponiamo di ottenere, almeno in piccola parte, con la presente meditazione. Leggiamo anzitutto il testo:
Tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, in virtù della redenzione realizzata da Cristo Gesù. Dio lo ha prestabilito a servire come strumento di espiazione per mezzo della fede, nel suo sangue, al fine di manifestare la sua giustizia, dopo la tolleranza usata verso i peccati passati nel tempo della divina pazienza. Egli manifesta la sua giustizia nel tempo presente, per essere giusto e giustificare chi ha fede in Gesù”
(Rm 3, 23-26).
Dopo avere, nei precedenti due capitoli e mezzo della Lettera ai Romani, presentato l
umanità intera nel suo universale stato di peccato e di perdizione, lApostolo ha lincredibile coraggio di proclamare che questa situazione è ora radicalmente cambiata per tutti, giudei e greci, in virtù della redenzione realizzata da Cristo, per lobbedienza di un solo uomo
(Rom 3, 24; 5, 19).
Non si capisce nulla per
ò di questa affermazione dellApostolo, e anzi essa finirebbe per incutere spavento più che consolazione (come avvenne di fatto per secoli), se non si interpreta correttamente lespressione giustizia di Dio. Fu Lutero che riscoprì, che giustizia di Dio non indica qui il suo castigo, o peggio la sua vendetta, nei confronti delluomo, ma indica, al contrario, latto mediante il quale Dio rende giusto luomo. (Egli veramente diceva dichiara, non rende, giusto, perché pensava a una giustificazione estrinseca e forense, a una imputazione di giustizia, più
che a un reale essere resi giusti).
Ho detto
riscoprì”, perché ben prima di lui santAgostino aveva scritto: La giustizia di Dio è quella grazie alla quale, per sua grazia, egli fa di noi dei giusti (iustitia Dei, qua iusti eius munere efficimur), esattamente come la salvezza del Signore (Sal 3,9) è quella per la quale Dio fa di noi dei salvati
[2].
Il concetto di
giustizia di Dio è spiegato così nella Lettera a Tito: Quando si sono manifestati la bontà di Dio e il suo amore per gli uomini, egli ci ha salvati, non in virtù di opere di giustizia da noi compiute, ma per sua misericordia (Tt 3, 4-5). Dire: Si è manifestata la giustizia di Dio, equivale dunque a dire: si è manifestata la bontà di Dio, il suo amore, la sua misericordia. Non sono gli uomini che, improvvisamente, hanno mutato vita e costumi e si sono messi a fare il bene; la novità è che Dio ha agito, ha teso per primo la sua mano all
uomo peccatore e la sua azione ha compiuto i tempi.
Qui sta la novit
à del cristianesimo. Ogni altra religione traccia alluomo una via di salvezza, mediante osservanze ascetiche o speculazioni intellettuali, promettendogli, come premio finale, la salvezza o la illuminazione, ma lasciandolo sostanzialmente solo nel realizzare tale compito. Il cristianesimo non comincia con quello che luomo deve fare per salvarsi, ma con quello che Dio ha fatto per salvarlo. Lordine è
rovesciato.
È vero che amare Dio con tutto il cuore è il primo e il più grande dei comandamenti; ma quello dei comandamenti non è il primo ordine, è il secondo. Prima dellordine dei comandamenti c’è lordine del dono. Il cristianesimo, dicono con stupenda espressione gli Atti degli apostoli, è lannuncio, o il vangelo, della grazia di Dio
(At 14,3;20,32).

2. Giustificazione e conversione

Vorrei ora mostrare come la dottrina della giustificazione gratuita per fede non è uninvenzione di Paolo, ma il puro insegnamento di Gesú. Allinizio del suo ministero, Gesù andava proclamando: Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al Vangelo (Mc 1, 15). Quello che Cristo racchiude nellespressione regno di Dio e cioè liniziativa salvifica di Dio, la sua offerta di salvezza allumanità , san Paolo lo chiama giustizia di Dio, ma si tratta della stessa fondamentale realtà. Regno di Dio e giustizia di Dio sono accostati tra di loro da Gesù stesso quando dice: Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia (Mt 6, 33). Gesú, scriveva già san Cirillo di Alessandria, chiama regno di Dio la giustificazione mediante la fede, la purificazione battesimale e la comunione dello Spirito[3].
Quando Ges
ù diceva: Convertitevi e credete al Vangelo, insegnava dunque già la giustificazione mediante la fede. Prima di lui, convertirsi significava sempre tornare indietro (come indica lo stesso termine usato, in ebraico, per questazione e cioè il termine shub); significava tornare all
alleanza violata, mediante una rinnovata osservanza della legge.
Convertirsi, conseguentemente, ha un significato principalmente ascetico, morale e penitenziale e si attua mutando condotta di vita. La conversione
è vista come condizione per la salvezza; il senso è: convertitevi e sarete salvi; convertitevi e la salvezza verrà a voi. Sulla bocca di Gesù, questo significato morale passa in secondo piano (almeno all
inizio della sua predicazione), rispetto a un significato nuovo, finora sconosciuto.
Convertirsi non significa pi
ù tornare indietro, allantica alleanza e allosservanza della legge; significa piuttosto fare un salto in avanti, entrare nella nuova alleanza, afferrare questo Regno che è apparso, entrarvi. Ed entrarvi mediante la fede. Convertitevi e credete non significa due cose diverse e successive, ma la stessa azione: convertitevi, cioè credete; convertitevi credendo! Prima conversio ad Deum fit per fidem, scrive san Tommaso dAquino: La prima conversione a Dio consiste nel credere
[4].
Se ci fosse stato detto: la porta per entrare nella salvezza
è linnocenza, la porta è losservanza esatta dei comandamenti, la porta è la tale o la talaltra virtù, poveri noi! Chi avrebbe potuto sperare di salvarsi? Ma ci viene detto: la porta è la fede e questa possibilità non è troppo alta per te, né troppo lontana da te, non è di là del mare; è sulla tua bocca e nel tuo cuore, dice lApostolo Rm 10, 8). È alla portata di tutti; Dio ci ha creati liberi forse proprio perché potessimo produrre l
atto di fede.

3. La fede-appropriazione

Tutto dunque dipende dalla fede. Ma sappiamo che ci sono diversi tipi di fede: c’è la fede-assenso dellintelletto, la fede-fiducia, la fede-stabilità, come la chiama Isaia (7, 9). Di quale fede si tratta, quando si parla della giustificazione mediante la fede? Si tratta di una fede tutta speciale: la fede-appropriazione. Io non mi stanco di citare a questo proposito un testo di san Bernardo:
Io, quello che non posso ottenere da me stesso, me lo approprio (usurpo!) con fiducia dal costato trafitto del Signore, perché è pieno di misericordia. Mio merito, perciò, è la misericordia di Dio. Non sono certamente povero di meriti, finché lui sarà ricco di misericordia. Che se le misericordie del Signore sono molte (Sal 119, 156), io pure abbonderò di meriti. E che ne è della mia giustizia? O Signore, mi ricorderò soltanto della tua giustizia. Infatti essa è anche la mia, perché tu sei per me giustizia da parte di Dio
[5].
È scritto infatti: Cristo Gesù [...] è diventato per noi, sapienza, giustizia, santificazione e redenzione (1 Cor 1, 30). Per noi, non per se stesso! Poiché noi apparteniamo a Cristo più che a noi stessi, avendoci egli ricomprati a caro prezzo (1 Cor 6, 20), inversamente quello che è di Cristo ci appartiene più che se fosse nostro. Io chiamo questo il colpo di audacia, o il colpo d
ala, nella vita cristiana e non dovremmo rassegnarci a morire senza averlo realizzato.
San Cirillo di Gerusalemme cos
ì esprimeva, in altre parole, la stessa convinzione: O bontà straordinaria di Dio verso gli uomini! I giusti dellAntico Testamento piacquero a Dio nelle fatiche di lunghi anni; ma quello che essi giunsero a ottenere, attraverso un lungo ed eroico servizio accetto a Dio, Gesù te lo dona nel breve spazio di unora. Infatti, se tu credi che Gesù Cristo è il Signore e che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo e sarai introdotto in paradiso da quello stesso che vi introdusse il buon ladrone
[6].

4. Giustificazione e confessione

Dicevo allinizio che la giustificazione gratuita mediante la fede deve diventare esperienza vissuta dal credente. Noi cattolici abbiamo in ciò un vantaggio enorme: i sacramenti e, in particolare, il sacramento della riconciliazione. Esso ci offre un mezzo eccellente e infallibile per fare, ogni volta di nuovo, lesperienza della giustificazione mediante la fede. In essa si rinnova quello che è avvenuto una volta nel battesimo in cui, dice Paolo, il cristiano è stato lavato, santificato e giustificato (cf 1 Cor 6, 11).
Nella confessione avviene ogni volta il
mirabile scambio, ladmirabile commercium. Cristo prende su di sé i miei peccati e io prendo su di me la sua giustizia! A Roma, come in ogni grande città, ci sono purtroppo tanti cosiddetti barboni, poveri fratelli vestiti di luridi stracci che dormono allaperto si trascinano appresso tutte le loro poche cose. Immaginiamo cosa succederebbe se un giorno si diffondesse la voce che in Via Condotti c’è una boutique di lusso dove ognuno di loro può andare, deporre i propri stracci, prendere una bella doccia, scegliersi il vestito che più gli piace e portarselo via così, gratuitamente, senza spesa né denaro, perché per qualche ignoto motivo il proprietario è in vena di generosità
.
È quello che avviene in ogni confessione ben fatta. Gesú ce lha inculcato con la parabola del figliol prodigo: Presto, portate qui il vestito più bello (Lc 15, 22). Rialzandoci dopo ogni confessione possiamo esclamare con le parole di Isaia: Mi ha rivestito delle vesti di salvezza, mi ha avvolto con il manto della giustizia (Is 61, 10). Si ripete ogni volta la storia del pubblicano: O Dio, abbi pietà di me peccatore!. Vi dico: questi tornò a casa sua giustificato
(Lc 18, 13 s.).5. Perché io possa conoscere lui

Da dove ha attinto, san Paolo, il meraviglioso messaggio della giustificazione gratuita per mezzo della fede, cos
ì in sintonia, abbiamo visto, con quello di Gesù? Non lo ha attinto dai libri dei Vangeli che non erano ancora stati scritti, ma semmai dalle tradizioni orali sulla predicazione di Gesù e soprattutto dalla propria esperienza personale, cioè da come Dio aveva agito nella sua vita. Egli stesso lo afferma, dicendo che il Vangelo che predica (questo Vangelo della giustificazione per fede!) non lo ha imparato da uomini, ma per rivelazione di Gesù Cristo e mette in rapporto tale rivelazione con lavvenimento della propria conversione (cf Gal 1, 11 ss). A leggere la descrizione che san Paolo fa della sua conversione, in Filippesi 3, a me viene in mente limmagine di un uomo che avanza, di notte, attraverso un bosco, al fioco lume di una candeletta. Egli fa bene attenzione a che non si spenga, perché è tutto ciò che ha per farsi strada. Ma poi, ecco che, continuando a camminare, viene lalba; allorizzonte sorge il sole, la sua lucetta impallidisce rapidamente, finché non si accorge nemmeno più di averla in mano e la getta via.
La lucetta era per Paolo la sua giustizia, un misero lucignolo fumigante, anche se fondato su titoli tanto altisonanti: circonciso l
ottavo giorno, della stirpe dIsraele, ebreo, fariseo, irreprensibile quanto allosservanza della legge… (cf Fil 3, 5-6). Un bel giorno, anche allorizzonte della sua vita apparve il sole: il sole di giustizia che egli chiama, in questo testo, con sconfinata devozione, Cristo Gesú, mio Signore, e allora la sua giustizia gli apparve perdita, spazzatura, e non volle più
essere trovato con una sua giustizia, ma con quella che deriva dalla fede. Dio gli fece sperimentare prima, drammaticamente, quello che lo chiamava a rivelare alla Chiesa.
In questo testo autobiografico appare chiaro che il centro focale di tutto non
è, per Paolo, una dottrina, fosse pure quella della giustificazione mediante la fede, ma una persona, Cristo. Quello che desidera sopra ogni altra cosa è di essere trovato in lui, di conoscere lui, dove quel semplice pronome personale dice infinite cose. Mostra che per lApostolo Cristo era una persona reale, viva, non un
astrazione, un insieme di titoli e di dottrine.
L
unione mistica con Cristo, mediante la partecipazione al suo Spirito (il vivere in Cristo, o nello Spirito), è per lui il traguardo finale della vita cristiana; la giustificazione mediante la fede è solo linizio e un mezzo per raggiungerla[7]. Questo ci invita a superare le contingenti interpretazioni polemiche del messaggio paolino, centrate sul tema fede-opere, per ritrovare, al di sotto di esse, il genuino pensiero dellApostolo. Quello che al lui preme anzitutto affermare non è che siamo giustificati per la fede, ma che siamo giustificati per la fede in Cristo; non è
tanto che siamo giustificati per la grazia, quanto che siamo giustificati per la grazia di Cristo.
È Cristo il cuore del messaggio, prima ancora che la grazia e la fede. Laffermazione che questa salvezza si riceve per fede, e non per le opere, è presente nel testo ed era forse la cosa più urgente da mettere in luce al tempo della Riforma. Ma essa viene in secondo luogo, non in primo, specie nella lettera ai Romani dove la polemica contro i giudaizzanti è assai meno presente che nella Lettera ai Galati. Si è commesso lerrore di ridurre a un problema di scuole e di correnti, interno al cristianesimo, quello che era, per lApostolo, una affermazione di portata infinitamente più
vasta e universale.
Nella descrizione delle battaglie medievali c
’è sempre un momento in cui, superati gli arcieri, la cavalleria e tutto il resto, la mischia si concentrava intorno al re. Lì si decideva lesito finale della battaglia. Anche per noi la battaglia oggi è intorno al re. Come al tempo di Paolo la persona di Gesù Cristo è la vera posta in gioco, non questa o quella dottrina a suo riguardo, per quanto importante. Il cristianesimo sta o cade con Gesú Cristo, e con nient
altro.

6. Dimentico del passato

Nel seguito del testo autobiografico di Filippesi 3, Paolo ci suggerisce uno spunto pratico con cui concludere la nostra riflessione:
Fratelli, io non ritengo ancora di essere giunto [alla perfezione], questo soltanto so: dimentico del passato e proteso verso il futuro, corro verso la mèta per arrivare al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesú” (Fil 3, 12-14).
Dimentico del passato. Quale passato? Quello di fariseo, di cui ha parlato prima? No, il passato di apostolo, nella Chiesa! Ora il guadagno da considerare perdita è un altro: è proprio laver già una volta considerato tutto una perdita per Cristo. Era naturale pensare: Che coraggio, quel Paolo: abbandonare una carriera di rabbino così ben avviata per una oscura setta di galilei! E che lettere ha scritto! Quanti viaggi ha intrapreso, quante chiese fondato!

L
Apostolo ha avvertito confusamente il pericolo mortale di rimettere tra sé e il Cristo una propria giustizia derivante dalle opere – questa volta le opere compiute per Cristo -, e ha reagito energicamente. Io non ritengo -dice- di essere arrivato alla perfezione. San Francesco dAssisi, verso la fine della vita, tagliava corto a ogni tentazione di autocompiacenza, dicendo: Cominciamo, fratelli, a servire il Signore, perché finora abbiamo fatto poco o niente[8].
Questa
è la conversione più necessaria a coloro che hanno già seguito Cristo e sono vissuti al suo servizio nella Chiesa. Una conversione tutta speciale, che non consiste nellabbandonare il male, ma, in certo senso, nellabbandonare il bene! Cioè nel distaccarsi da tutto ciò che si è fatto, ripetendo a se stessi, secondo il suggerimento di Cristo: Siamo servi inutili; abbiamo fatto quanto dovevamo
(Lc 17,10). E neppure, forse, bene come dovevamo farlo!
Una bella leggenda natalizia ci sprona a giungere a Natale cos
ì, con il cuore povero e vuoto di tutto. Tra i pastori che accorsero la notte di Natale ad adorare il Bambino ce nera uno tanto poverello che non aveva proprio nulla da offrire e si vergognava molto. Giunti alla grotta, tutti facevano a gara a offrire i loro doni. Maria non sapeva come fare per riceverli tutti, dovendo tenere in braccio il Bambino. Allora, vedendo il pastorello con le mani libere, prende e affida a lui Gesù. Avere le mani vuote fu la sua fortuna e, su un altro piano, sarà
anche la nostra.
Un prefazio di Avvento ci ricorda continuamente, in questi giorni, che
la Vergine Madre accolse Gesú e lo portò in grembo con ineffabile amore. Prepariamoci ad accoglierlo anche noi e a portarlo nel nostro cuore con tutta la fede e lamore che Cristo merita da noi.

[1] Vi è oggi chi vorrebbe vedere nellespressione fede del Figlio di Dio, o fede di Cristo, frequente negli scritti paolini (Rom 3,22.26; Gal 2, 16; 2,20; 3, 22; Fil 3,9), un genitivo soggettivo, come se si trattasse della fede propria di Cristo o della fedeltà di cui egli da prova sacrificandosi per noi. Io preferisco attenermi alla interpretazione tradizionale, seguita anche da autorevoli esegeti contemporanei (Cf. Dunn, op. cit., pp. 380-386), che vede in Cristo loggetto, non il soggetto della fede; non dunque la fede di Cristo (supposto che si possa parlare di fede in lui), ma la fede in Cristo.

[2] S. Agostino, Lo Spirito e la lettera, 32, 56 (PL 44, 237).

[3] S. Cirillo Al., Commento al vangelo di Luca, 22,26 (PG 72905).

[4] S. Tommaso, dAquino, S.Th, I-IIae, q.113, a. 4.

[5] Bernardo di Chiaravalle, Sermoni sul Cantico, 61, 4-5 (PL 183, 1072).

[6] Cirillo di Gerusalemme, Catechesi V, 10 ( PG 33, 517).

[7] Cf. J. D.G. Dunn, La teologia dellapostolo Paolo, Brescia, Paideia, 1999, p.421.

[8] Celano, Vita prima, 103 (Fonti Francescane, n. 500).

Padre Cantalamessa: omelia per la solennità del Corpus Domini 25.5.08 – 1 Cor 10, 16-17

dal sito: 

http://www.cantalamessa.org/it/omelieView.php?id=324

solennità del « Corpus Domini » – 25 maggio 2008

Padre Cantalamessa 

Nella seconda lettura san Paolo ci presenta l’Eucaristia come mistero di comunione: « Il calice che benediciamo non è forse comunione con il sangue di Cristo? E il pane che spezziamo non è forse comunione con il corpo di Cristo? » Comunione significa scambio, condivisione. Ora la regola fondamentale della condivisione è questa: quello che è mio è tuo e quello che è tuo è mio. Proviamo ad applicare questa regola alla comunione eucaristica e ci renderemo conto della « enormità » della cosa.

Che cosa ho io di propriamente « mio »? La miseria, il peccato: questo solo è esclusivamente mio. E che cosa ha di « suo » Gesú se non santità, perfezione di tutte le virtù? Allora la comunione consiste nel fatto che io do a Gesú il mio peccato e la mia povertà, e lui mi da la sua santità. Si realizza il « meraviglioso scambio », come lo definisce la liturgia.Conosciamo diversi tipi di comunione. Una comunione assai intima è quella tra noi e il cibo che mangiamo, perché questo diventa carne della nostra carne e sangue del nostro sangue. Ho sentito delle mamme dire alla loro creatura, mentre se la stringevano al petto e la baciavano: « Ti voglio così bene che ti mangerei! ».

È vero che il cibo non è una persona vivente e intelligente con la quale possiamo scambiarci pensieri e affetti, ma supponiamo, per un momento, che il cibo sia esso stesso vivente e intelligente, non si avrebbe, in tal caso, la perfetta comunione? Ma questo è precisamente ciò che avviene nella comunione eucaristica. Gesù, nel brano evangelico, dice: « Io sono il pane vivo disceso dal cielo…La mia carne è vero cibo…Chi mangia la mia carne avrà la vita eterna ». Qui il cibo non è una semplice cosa, ma è una persona vivente. Si ha la più intima, anche se la più misteriosa, delle comunioni.Guardiamo cosa avviene in natura, nell’ambito della nutrizione. È il principio vitale più forte che assimila quello meno forte. È il vegetale che assimila il minerale; è l’animale che assimila il vegetale. Anche nei rapporti tra l’uomo e Cristo si attua questa legge. È Cristo che assimila noi a sé; noi ci trasformiamo in lui, non lui in noi. Un famoso materialista ateo ha detto: « L’uomo è ciò che mangia ». Senza saperlo ha dato un’ottima definizione dell’Eucaristia. Grazie ad essa, l’uomo diventa davvero ciò che mangia, cioè corpo di Cristo! Ma leggiamo il seguito del testo iniziale di S. Paolo: « Poiché c’è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo: tutti infatti partecipiamo dell’unico pane ». È chiaro che in questo secondo caso la parola « corpo » non indica più il corpo di Cristo nato da Maria, ma indica « tutti noi », indica quel corpo di Cristo più grande che è la Chiesa. Questo vuol dire che la comunione eucaristica è sempre anche comunione tra noi. Mangiando tutti dell’unico cibo, noi formiamo un solo corpo.Quale la conseguenza? Che non possiamo fare vera comunione con Cristo, se siamo divisi tra noi, ci odiamo, non siamo pronti a riconciliarci. Se tu hai offeso un tuo fratello, diceva S. Agostino, se hai commesso un’ingiustizia contro di lui, e poi vai a ricevere la comunione come niente fosse, magari pieno di fervore nei confronti di Cristo, tu somigli a una persona che vede venire verso di sé un amico che non vede da molto tempo. Gli corre incontro, gli getta le braccia al collo e si alza in punta di piedi per baciarlo sulla fronte…Ma, nel fare questo, non si accorge che gli sta calpestando i piedi con scarpe chiodate. I fratelli infatti, specie i più poveri e derelitti, sono le membra di Cristo, sono i suoi piedi posati ancora sulla terra. Nel darci l’ostia il sacerdote dice: « Il corpo di Cristo », e noi rispondiamo: « Amen! ». Adesso sappiamo a chi diciamo « Amen », cioè sì, ti accolgo: non solo a Gesù, il Figlio di Dio, ma anche al prossimo. Nella festa del Corpus Domini non posso nascondere una tristezza. Ci sono delle forme di malattia mentale che impediscono di riconoscere le persone che sono accanto. Continuano a gridare per ore: « Dov’è mio figlio? Dove mia moglie? Perché non si fa vivo? » e, magari, il figlio o la moglie sono lì che gli stringono la mano e gli ripetono: « Sono qui, non mi vedi? Sono con te! ». Succede così anche a Dio. Gli uomini nostri contemporanei cercano Dio nel cosmo o nell’atomo; discutono se ci fu o meno un creatore all’inizio del mondo. Continuiamo a domandare: « Dov’è Dio? » e non ci accorgiamo che è con noi e si è fatto cibo e bevanda per essere ancora più intimamente unito a noi.

Giovanni Battista dovrebbe ripetere mestamente: « In mezzo a voi c’è uno che voi non conoscete ». La festa del Corpus Domini è nata proprio per aiutare i cristiani a prendere coscienza di questa presenza di Cristo in mezzo a noi, per tenere desto quello che Giovanni Paolo II chiamava « lo stupore eucaristico ».

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