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DIO PADRE NOSTRO (Mt.6,9-13) lectio

dal sito:

http://www.sanbiagio.org/lectio/vangelo_matteo/dio_padre_nostro_lectio.htm

DIO PADRE NOSTRO

Mt.6,9-13

Approfondire il « Padre Nostro » può sembrare scontato. E’ una preghiera cui siamo abituati fin da bambini. Ed è proprio dall’ « abitudine » che ci deve trar fuori la nostra Lectio Divina, per poter scoprire le inesplorate profondità della preghiera che Gesù stesso ci ha insegnato. Allora e solo allora arriveremo a cogliere la densità del termine « Padre » a cui corrisponde il mistero di Dio come Padre di noi che, in Gesù, siamo suoi figli. Sarà importante confrontare Lc 11, 1-4 e cogliere le differenti modalità della stesura dentro però un’identica sostanza. La formula di Matteo è più solenne e rivela uno stile più liturgico.

Il brano è collocato in quel « discorso della montagna » che è un po’ la « magna-Charta » di tutto l’insegnamento di Gesù. In questo capitolo 6 è puntualizzata soprattutto la necessità di non orientare la propria vita all’ « apparire », ma all’ « essere ». Quell’entrare nella camera (=il cuore) e « chiudere la porta » (= del cuore), quel sapere che il Padre vede nel « segreto » (del cuore), quel credere che non lo spreco di molte parole, ma l’apertura a credere che il Padre sa di che cosa abbiamo bisogno ancor prima che chiediamo: tutto questo è richiamo forte a un cammino di fede-essenzialità che ha radici all’interno del nostro cuore, non fuori. Non a caso poi, immediatamente dopo aver consegnato il Padre Nostro, Gesù scandisce l’inderogabilità del perdono; il Padre perdonerà a noi, solo se noi perdoniamo (cf al riguardo in Mt. 18, 21-35 l’importantissima parabola del servo a cui molto è perdonato, ma che diventa strozzino verso il debitore). E’ dunque evidente che una condizione di fondo per pregare è il sapersi perdonati da Dio e voler perdonare ai fratelli.

Cogliamo nettamente una introduzione invocatoria e sette domande divise in due nuclei di tre con la quarta al centro. Le prime tre domande riguardano direttamente Dio, la quarta il pane, le altre tre il perdono e la vittoria sul male. Sono 7 le domande. E non a caso! Il 7 dice, biblicamente, perfezione.

v. 9 Voi dunque pregate così: Padre nostro che sei nei cieli
L’appellativo « padre » si può trovare in tutte le religioni, ma è il contesto che conta! Nel Vangelo (anche a differenza del Primo Testamento) la parola Padre si coglie come la chiave interpretativa per avvicinarsi al mistero di Dio. Dio è Onnipotente. Certo! Ma la sua onnipotenza è tale per salvarmi, per volermi bene. E’ dominatore. Certo! Ma il suo è il dominio dell’amore in cui come Padre si dona. E’ giudice. Certo! Ma esercita la sua giustizia di Padre che mi sollecita a scelte che mi permettano di essere salvato. Capire questo è di fondamentale importanza. Nostro cioè « Padre di noi che siamo chiamati a riconoscere il mistero di Dio nel volto dei fratelli ». « Che sei nei cieli » sottolinea non la lontananza ma la trascendenza. Questo Dio che è Padre (ma anche Madre, Sposo, Amore senza limiti) è presente in tutto. Non posso però dire che « tutto è Dio ». E la sua è « Presenza-Mistero »; Dio non è catturabile, non è da banalizzare. Nel suo commento San Francesco esclama: « Santissimo Padre nostro: creatore, redentore, consolatore e salvatore nostro ».

v. 9b-10 Sia santificato il tuo nome
Dio è la santità per eccellenza, infinita. Che dunque significa questa petizione? Lo capiamo contemplando Gesù. Il nome è biblicamente « presenza » Gesù ha santificato (=glorificato) il Nome del Padre fino alla Croce e il Nome (=Presenza del Padre) ha santificato Lui (=glorificato) fino alla Resurrezione. Santificare il nome di Dio Padre per noi significa accettare la croce di Gesù nelle nostre giornate e credere che la Presenza di questo Padre-Amore opera continuamente risurrezione in noi, come in Gesù, se gli diamo fiducia. Da questo punto di vista capisco come tutto nel mio quotidiano può essere « santificato »: il dolore e la gioia, il lavoro manuale e intellettuale, la padronanza serena dell’intelligenza incorporata nel computer, in internet, ecc. Proprio tutto. Quel che importa è che io viva intero il mistero di Cristo dentro la mia realtà, sotto lo sguardo del Padre e per la sua gloria.

v. 10a Venga il tuo regno.
Un’antichissima variante in Lc. Diceva: « Venga il tuo Spirito Santo ». In effetti il Padre vuol darci lo Spirito Santo (cfr. Lc 11, )Proprio perché penetrati dalla sua grazia che libera e illimpidisce la vita, noi rifiutiamo il compromesso. Chiediamo in sostanza il Regno di Dio come giustizia, gioia e pace nello Spirito Santo. Già si affermi in noi e nel mondo. Allora, fuori dalle brame del possesso egoistico e dall’avidità di un piacere narcisistico, fuori dall’ingordigia carnale e dall’orgoglio spirituale, il nostro vivere Cristo diventa verità, bellezza, l’emergere del mio e dell’altrui « SE » in cammino verso la comunione. Non c’è più « esteriorità separante », ma la terra intera diventa « sacramento » e fiducia rappacificante e unitiva.

v. 10b Sia fatta la tua volontà come in cielo come in terra
Per volontà di Dio si intende tutto il « progetto » di Dio. Qui chiediamo che il progetto-grazia di Dio (che è salvezza) si realizzi attraverso le nostre scelte di vita. « Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli , ma chi fa la volontà del Padre mio che è nei cieli (Mt 7, 21-23) Ancora una volta Gesù, proprio nell’nsegnarci chi è il Padre e come rivolgerci a Lui, c’insegna a saldare la fede e la preghiera alla vita. Fuori da questa modalità la fede diventa spiritualismo e la preghiera illusione. Non per nulla Lui, nostro modello, ha detto di sé: « Mio cibo è fare la volontà del Padre mio » (Gv.4, ) Come in cielo così in terra. Significa che il progetto di Dio è per tutti e per tutto: cielo, terra, universo. Viene in mente il canto nei cieli di Betlemme: « Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà » La gloria di Dio nei cieli, quando è cercata anche dalla buona volontà umana, produce quello che è desiderabile in terra: la pace del cuore, delle relazioni, della vita.

v. 11 Dacci oggi il nostro pane quotidiano 
Collocata al centro della preghiera, questa petizione ci dice che è fondamentale avere il pane, ogni giorno: è un bisogno materiale ma, se non è soddisfatto, il resto o è devozionalismo o non è realizzabile. Abbiamo però anche fame del Pane « sovrasostanziale » che è la Parola di Dio e l’EUCARISTIA. Bisogna dunque che ci sfamiamo del pane materiale, ma questo bisogno non deve ingigantire al punto da soffocare o sopprimere la fame più profonda, di ordine spirituale. Attenzione poi a quell’aggettivo « nostro »! Non solo il padre è di tutti noi che siamo fratelli, ma anche il « pane » è una realtà di tutti. Non sono cristiano se non vivo la necessità di « spezzare » il pane (non mio, ma « nostro ») con chi non ne ha. Gesù ci insegna la negatività dell’accumulo: « Non potete servire a due padroni: o odierà l’uno e disprezzerà l’altro (…) Non potete servire Dio e mammona (Mt 6,24)

v. 12 E rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori
Se la domanda del pane è al centro, per le ragioni espresse, bisogna però coglierne lo stretto rapporto con questa petizione che è chiaramente la più importante. Avessimo infatti anche tutto il pane del mondo ma non ci sentissimo perdonati, riconciliati, la vita sarebbe un inferno. Qui la verità della domanda esige la verità della convinzione di fondo: siamo veramente peccatori e non è il caso di scivolare in « pura » retorica o vuoto di parole. L’immagine del debito riguarda due realtà: 1) ti ho fatto torto; 2) Non ti ho dato ciò che ti dovevo. Chi infatti può sentirsi « giusto » di fronte a Dio? Eppure Dio è DIO-PADRE NOSTRO perché mi perdona. La parabola del servo a cui è molto perdonato e che non vuol perdonare (Mt 18, 21-35) ci aiuta a « scavare » il senso di queste domande. Scrive O. Clement: « Non è perché io rimetto i debiti ai miei debitori che Dio rimette i miei. Io non condiziono il perdono di Dio. E’ invece perché Dio mi predona, mi riconduce a Sé, libero nella sua grazia, è perché sono invaso dalla gratitudine che estraggo gli altri dalle sabbie mobili del mio egocentrismo e permetto anche a loro di esistere nella libertà della grazia ». (Il Padre nostro – E:Q:igajon. Bose 1988 p. 111)

v. 13 E non ci indurre in tentazione
Dio non ci provoca al male, non gioca a vederci cadere, « Dio non tenta nessuno » (Gc 1,13) Però non vuole risparmiare la tentazione perché è la prova necessaria alla nostra Fede che è una realtà viva e dinamica. La tentazione dunque in se stessa non è un male. Chiediamo però al Padre di ogni bene di opporre alla tentazione la forza della Parola di Dio come fece Gesù, quando fu tentato nel deserto. Gli chiediamo pure di non perdere mai la certezza che il Padre ci sostiene, ci aiuta e ci salva, anche se sembra non intervenire. « Ha salvato gli altri non può salvare se stesso. E’ il re d’Israele, scenda ora dalla croce e gli crederemo » (Mt 27,42) Così fu tentato Gesù. Potremo noi non essere tentati?

v. 13b Ma liberaci dal male – Sostanzialmente significa dal « maligno »
« Il male non è solo assenza di essere: è piuttosto intelligenza perversa che, a forza di cose assurde, vuol farci dubitare di Dio e della sua bontà » (O.Clement, o.c., 116) Il male dunque non è solo « privazione di bene » come dicevano i Padri, ma è il Maligno. Al maligno interessa sostanzialmente una cosa: farci perdere la speranza, farci colpevolizzare Dio dei nostri guai (cf Gn 3), edulcorare, diluire e vanificare la fede nel Dio Padre di Gesù: Dio di amore e di perdono, Dio che si è rivelato a noi, « amandoci talmente da darci il Figlio Gesù (cf Gv3)

SABATO 22 MAGGIO 2010 – VII SETTIMANA DI PASQUA C

SABATO 22 MAGGIO 2010 – VII SETTIMANA DI PASQUA C

MESSA DEL GIORNO

Prima Lettura   At 28,16-20.30-31
Paolo rimase a Roma, annunciando il regno di Dio.

Dagli Atti degli Apostoli
Arrivati a Roma, fu concesso a Paolo di abitare per conto suo con un soldato di guardia.
Dopo tre giorni, egli fece chiamare i notabili dei Giudei e, quando giunsero, disse loro: «Fratelli, senza aver fatto nulla contro il mio popolo o contro le usanze dei padri, sono stato arrestato a Gerusalemme e consegnato nelle mani dei Romani. Questi, dopo avermi interrogato, volevano rimettermi in libertà, non avendo trovato in me alcuna colpa degna di morte. Ma poiché i Giudei si opponevano, sono stato costretto ad appellarmi a Cesare, senza intendere, con questo, muovere accuse contro la mia gente. Ecco perché vi ho chiamati: per vedervi e parlarvi, poiché è a causa della speranza d’Israele che io sono legato da questa catena».
Paolo trascorse due anni interi nella casa che aveva preso in affitto e accoglieva tutti quelli che venivano da lui, annunciando il regno di Dio e insegnando le cose riguardanti il Signore Gesù Cristo, con tutta franchezza e senza impedimento.

UFFICIO DELLE LETTURE

Prima Lettura
Terza lettera di san Giovanni, apostolo

Camminiamo nella verità
Io, il presbitero, al carissimo Gaio, che amo nella verità. Carissimo, faccio voti che tutto vada bene e che tu sia in buona salute, come va bene per la tua anima. Molto infatti mi sono rallegrato quando sono giunti alcuni fratelli e hanno reso testimonianza che tu sei verace in quanto tu cammini nella verità. Non ho gioia più grande di questa, sapere che i miei figli camminano nella verità.
Carissimo, tu ti comporti fedelmente in tutto ciò che fai in favore dei fratelli, benché forestieri. Essi hanno reso testimonianza della tua carità davanti alla Chiesa, e farai bene a provvederli nel viaggio in modo degno di Dio, perché sono partiti per amore del nome di Cristo, senza accettare nulla dai pagani. Noi dobbiamo perciò accogliere tali persone per cooperare alla diffusione della verità.
Ho scritto qualche parola alla Chiesa, ma Diotrefe, che ambisce il primo posto tra loro, non ci vuole accogliere. Per questo, se verrò, gli rinfaccerò le cose che va facendo, sparlando contro di noi con voci maligne. Non contento di questo, non riceve personalmente i fratelli e impedisce di farlo a quelli che lo vorrebbero e li scaccia dalla Chiesa.
Carissimo, non imitare il male, ma il bene. Chi fa il bene è da Dio; chi fa il male non ha veduto Dio.
Quanto a Demetrio, tutti gli rendono testimonianza, anche la stessa verità; anche noi ne diamo testimonianza e tu sai che la nostra testimonianza è veritiera.
Molte cose avrei da scriverti, ma non voglio farlo con inchiostro e penna. Spero però di vederti presto e parleremo a viva voce.
La pace sia con te. Gli amici ti salutano. Saluta gli amici ad uno ad uno.

Responsorio  Cfr. 3 Gv 11; 1 Pt 2, 19
R. Non imitare il male, ma il bene. * Chi fa il bene è da Dio, alleluia.
V. E’ una grazia patire da innocenti anziché da colpevoli.
R. Chi fa il bene è da Dio, alleluia.

Seconda Lettura
Dai «Discorsi» di un autore africano del sec. VI
(Disc. 8, 1-3; PL 65, 743-744)

L’unità della Chiesa parla in tutte le lingue
Gli apostoli hanno parlato in tutte le lingue. Così certamente Dio volle allora manifestare la presenza dello Spirito Santo, in modo che colui che l’avesse ricevuto, potesse parlare in tutte le lingue. Bisogna infatti comprendere bene, fratelli carissimi, che è proprio grazie allo Spirito santo che la carità di Dio si trova nei nostri cuori. E poiché la carità doveva radunare la Chiesa di Dio da ogni parte del mondo, un solo uomo, ricevendo lo Spirito Santo, poté allora parlare tutte le lingue. Così ora la Chiesa, radunata per opera dello Spirito Santo, esprime la sua unità in tutte le lingue.
Perciò se qualcuno dirà a uno di noi: Hai ricevuto lo Spirito Santo, per quale motivo non parli in tutte le lingue? Devi rispondere: Certo che parlo in tutte le lingue, infatti sono inserito in quel corpo di Cristo cioè nella Chiesa, che parla tutte le lingue. Che cosa altro in realtà volle significare Dio per mezzo della presenza dello Spirito Santo, se non che la sua Chiesa avrebbe parlato in tutte le lingue?
Si compì in questo modo ciò che il Signore aveva promesso: Nessuno mette vino nuovo in otri vecchi, ma si mette vino nuovo in otri nuovi e così ambedue si conservano (cfr. Lc 5, 37-38). Perciò quando si udì parlare in tutte le lingue, alcuni a ragione andavano dicendo: «Costoro si sono ubriacati di mosto» (At 2, 13). Infatti erano diventati otri nuovi rinnovati dalla grazia della santità, in modo che ripieni di vino nuovo, cioè dello Spirito Santo, parlando tutte le lingue, erano ferventi, e rappresentavano con quel miracolo evidentissimo che la Chiesa sarebbe diventata cattolica per mezzo delle lingue di tutti i popoli.
Celebrate quindi questo giorno, come membra dell’unico corpo di Cristo. Infatti non lo celebrerete inutilmente se voi sarete quello che celebrate. Se cioè sarete incorporati a quella Chiesa, che il Signore colma di Spirito Santo, estende con la sua forza in tutto il mondo, riconosce come sua, venendo da essa riconosciuto.
Lo Sposo non ha abbandonato la sua Sposa, perciò nessuno gliene può dare un’altra diversa. Solo a voi, infatti, che siete formati dall’unione di tutti i popoli, cioè a voi, Chiesa di Cristo, corpo di Cristo, sposa di Cristo, l’Apostolo dice: Sopportatevi a vicenda con amore e cercate di conservare l’unità dello Spirito per mezzo del vincolo della pace (cfr. Ef 4, 2). Vedete che dove comandò di sopportarci vicendevolmente, là pose l’amore. Dove constatò la speranza dell’unità, là mostrò il vincolo della pace.
Questa è la casa di Dio, edificata con pietre vive, nella quale, egli si compiace di abitare e dove i suoi occhi non debbano essere offesi da nessuna sciagurata divisione.

Responsorio   Cfr. At 15, 8-9; 11, 18
R. Dio che conosce l’uomo, ha dato anche ai pagani lo Spirito Santo, come a noi, purificando i loro cuori con la fede, * e non ha fatto differenze tra noi e loro, alleluia.
V. Dunque anche ai pagani Dio ha concesso che si convertano per avere la vita;
R. e non ha fatto differenze tra noi e loro, alleluia.

VENERDÌ 21 MAGGIO 2010 – VII SETTIMANA DI PASQUA C

VENERDÌ 21 MAGGIO 2010 – VII SETTIMANA DI PASQUA C

MESSA DEL GIORNO

Prima Lettura   At 25,13-21
Si trattava di un certo Gesù, morto, che Paolo sosteneva essere vivo.

Dagli Atti degli Apostoli
In quei giorni, arrivarono a Cesarèa il re Agrippa e Berenìce e vennero a salutare Festo. E poiché si trattennero parecchi giorni, Festo espose al re le accuse contro Paolo, dicendo:
«C’è un uomo, lasciato qui prigioniero da Felice, contro il quale, durante la mia visita a Gerusalemme, si presentarono i capi dei sacerdoti e gli anziani dei Giudei per chiederne la condanna. Risposi loro che i Romani non usano consegnare una persona, prima che l’accusato sia messo a confronto con i suoi accusatori e possa aver modo di difendersi dall’accusa.
Allora essi vennero qui e io, senza indugi, il giorno seguente sedetti in tribunale e ordinai che vi fosse condotto quell’uomo. Quelli che lo incolpavano gli si misero attorno, ma non portarono alcuna accusa di quei crimini che io immaginavo; avevano con lui alcune questioni relative alla loro religione e a un certo Gesù, morto, che Paolo sosteneva essere vivo.
Perplesso di fronte a simili controversie, chiesi se volesse andare a Gerusalemme e là essere giudicato di queste cose. Ma Paolo si appellò perché la sua causa fosse riservata al giudizio di Augusto, e così ordinai che fosse tenuto sotto custodia fino a quando potrò inviarlo a Cesare».

UFFICIO DELLE LETTURE

Prima Lettura
Seconda lettera di san Giovanni, apostolo

Chi rimane nella dottrina possiede il Padre e il Figlio
Io, il presbitero, alla Signora eletta e ai suoi figli che amo nella verità, e non io soltanto, ma tutti quelli che hanno conosciuto la verità, a causa della verità che dimora in noi e dimorerà con noi in eterno: grazia, misericordia e pace siano con noi da parte di Dio Padre e da parte di Gesù Cristo, Figlio del Padre, nella verità e nell’amore.
Mi sono molto rallegrato di aver trovato alcuni tuoi figli che camminano nella verità, secondo il comandamento che abbiamo ricevuto dal Padre. E ora prego te, Signora, non per darti un comandamento nuovo, ma quello che abbiamo avuto fin dal principio, che ci amiamo gli uni gli altri. E in questo sta l’amore: nel camminare secondo i suoi comandamenti. Questo è il comandamento che avete appreso fin dal principio; camminate in esso.
Poiché molti sono i seduttori che sono apparsi nel mondo, i quali non riconoscono Gesù venuto nella carne. Ecco il seduttore e l’anticristo! Fate attenzione a voi stessi, perché non abbiate a perdere quello che avete conseguito, ma possiate ricevere una ricompensa piena. Chi va oltre e non si attiene alla dottrina del Cristo, non possiede Dio. Chi si attiene alla dottrina, possiede il Padre e il Figlio.
Se qualcuno viene a voi e non porta questo insegnamento, non ricevetelo in casa e non salutatelo; poiché chi lo saluta partecipa alle sue opere perverse.
Molte cose avrei da scrivervi, ma non ho voluto farlo per mezzo di carta e di inchiostro; ho speranza di venire da voi e di poter parlare a viva voce, perché la nostra gioia sia piena.
Ti salutano i figli della eletta tua sorella.

Responsorio   Cfr. 2 Gv 5. 4. 3. 6; Dt 5, 33
R. Questo è il comandamento che abbiamo ricevuto dal Padre: non è nuovo, ma l’abbiamo avuto fin dal principio. * Camminate nella verità e nell’amore, alleluia.
V. Seguite la via che il Signore vostro Dio vi ha prescritta, perché viviate.
R. Camminate nella verità e nell’amore, alleluia.

Seconda Lettura
Dal «Trattato sulla Trinità» di sant’Ilario, vescovo
(Lib. 2, 1, 33. 35; PL 10, 50-51. 73-75)

Il dono del Padre in Cristo
Il Signore comandò di battezzare nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Il catecumeno viene battezzato professando perciò la fede nel Creatore, nell’Unigenito, nel Dono.
Unico è il Creatore di tutto. Uno infatti Dio Padre da cui hanno principio tutte le cose. Unico è anche l’Unigenito, il Signore Nostro Gesù Cristo, per mezzo del quale tutte le cose furono create, e unico lo Spirito dato in dono a tutti.
Tutto è ordinato secondo le sue virtù e meriti; una la potenza da cui tutto procede; una la prole per la quale tutto è stato fatto; uno il dono della perfetta speranza.
Non si troverà nulla che manchi ad una perfezione infinita. Nell’ambito della Trinità, Padre, Figlio e Spirito Santo, tutto è perfettissimo: l’immensità nell’eterno, la manifestazione nell’immagine, il godimento nel dono.
Ascoltiamo dalle parole dello stesso Signore quale sia il suo compito nei nostri confronti. Dice: «Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso» (Gv 16, 12). E’ bene per voi che io me ne vada, se me ne vado vi manderò il Consolatore (cfr. Gv 16, 7). Ancora: «Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito di verità» (Gv 14, 16-17). «Egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future. Egli mi glorificherà, perché prenderà del mio» (Gv 16, 13-14).
Insieme a tante altre promesse vi sono queste destinate ad aprire l’intelligenza delle alte cose. In queste parole vengono formulati sia la volontà del donatore, come pure la natura e il modo stesso del dono.
Siccome la nostra limitatezza non ci permette di intendere né il Padre, né il Figlio, il dono dello Spirito Santo stabilisce un certo contatto tra noi e Dio, e così illumina la nostra fede nelle difficoltà relative all’incarnazione di Dio.
Lo si riceve dunque per conoscere. I sensi per il corpo umano sarebbero inutili se venissero meno i requisiti per il loro esercizio. Se non c’è luce o non è giorno, gli occhi non servono a nulla; gli orecchi in assenza di parole o di suono non possono svolgere il loro compito; le narici se non vi sono emanazioni odorifere, non servono a niente. E questo avviene non perché venga loro a mancare la capacità naturale, ma perché la loro funzione è condizionata da particolari elementi. Allo stesso modo l’anima dell’uomo, se non avrà attinto per mezzo della fede il dono dello Spirito Santo, ha sì la capacità di intendere Dio, ma le manca la luce per conoscerlo.
Il dono, che è in Cristo, è dato interamente a tutti. Resta ovunque a nostra disposizione e ci è concesso nella misura in cui vorremo accoglierlo. Dimorerà in noi nella misura in cui ciascuno di noi vorrà meritarlo.
Questo dono resta con noi fino alla fine del mondo, è il conforto della nostra attesa, è il pegno della speranza futura nella realizzazione dei suoi doni, è la luce delle nostre menti, lo splendore delle nostre anime.

GIOVEDÌ 20 MAGGIO 2010 – VII SETTIMANA DI PASQUA C

GIOVEDÌ 20 MAGGIO 2010 – VII SETTIMANA DI PASQUA C

MESSA DEL GIORNO

Prima Lettura    At 22,30; 23,6-11
E’ necessario che tu dia testimonianza anche a Roma.

Dagli Atti degli Apostoli
In quei giorni, [il comandante della coorte,] volendo conoscere la realtà dei fatti, cioè il motivo per cui Paolo veniva accusato dai Giudei, gli fece togliere le catene e ordinò che si riunissero i capi dei sacerdoti e tutto il sinedrio; fece condurre giù Paolo e lo fece comparire davanti a loro.
Paolo, sapendo che una parte era di sadducèi e una parte di farisei, disse a gran voce nel sinedrio: «Fratelli, io sono fariseo, figlio di farisei; sono chiamato in giudizio a motivo della speranza nella risurrezione dei morti».
Appena ebbe detto questo, scoppiò una disputa tra farisei e sadducèi e l’assemblea si divise. I sadducèi infatti affermano che non c’è risurrezione né angeli né spiriti; i farisei invece professano tutte queste cose. Ci fu allora un grande chiasso e alcuni scribi del partito dei farisei si alzarono in piedi e protestavano dicendo: «Non troviamo nulla di male in quest’uomo. Forse uno spirito o un angelo gli ha parlato».
La disputa si accese a tal punto che il comandante, temendo che Paolo venisse linciato da quelli, ordinò alla truppa di scendere, portarlo via e ricondurlo nella fortezza.
La notte seguente gli venne accanto il Signore e gli disse: «Coraggio! Come hai testimoniato a Gerusalemme le cose che mi riguardano, così è necessario che tu dia testimonianza anche a Roma».

UFFICIO DELLE LETTURE

Prima Lettura
Dalla prima lettera di san Giovanni, apostolo 5, 13-21

La preghiera per chi ha peccato
Carissimi, questo vi ho scritto perché sappiate che possedete la vita eterna, voi che credete nel nome del Figlio di Dio.
Questa è la fiducia che abbiamo in lui: qualunque cosa gli chiediamo secondo la sua volontà, egli ci ascolta. E se sappiamo che ci ascolta in quello che gli chiediamo, sappiamo di avere già quello che gli abbiamo chiesto.
Se uno vede il proprio fratello commettere un peccato che non conduce alla morte, preghi, e Dio gli darà la vita; s’intende a coloro che commettono un peccato che non conduce alla morte: c’è infatti un peccato che conduce alla morte; per questo dico di non pregare. Ogni iniquità è peccato, ma c’è il peccato che non conduce alla morte.
Sappiamo che chiunque è nato da Dio non pecca: chi è nato da Dio preserva se stesso e il maligno non lo tocca. Noi sappiamo che siamo da Dio, mentre tutto il mondo giace sotto il potere del maligno. Sappiamo anche che il Figlio di Dio è venuto e ci ha dato l’intelligenza per conoscere il vero Dio. E noi siamo nel vero Dio e nel Figlio suo Gesù Cristo: egli è il vero Dio e la vita eterna.
Figlioli, guardatevi dai falsi dèi!

Responsorio    Cfr. 1 Gv 5, 20; Gv 1, 18
R. Sappiamo che il Figlio di Dio è venuto * e ci ha dato intelligenza per conoscere il vero Dio, alleluia.
V. Dio, nessuno l’ha mai visto: il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lo ha rivelato,
R. e ci ha dato intelligenza per conoscere il vero Dio, alleluia.

Seconda Lettura
Dal «Commento sul vangelo di Giovanni» di san Cirillo di Alessandria, vescovo   (Lib. 10; PG 74, 434)

(ANCHE PAOLO)

Se non me ne vado, non verrà a voi il Consolatore
Cristo aveva compiuto la sua missione sulla terra, e per noi era ormai venuto il momento di entrare in comunione con la natura del Verbo cioè di passare dalla vita naturale di prima a quella che trascende l’esistenza umana. Ma a ciò non potevamo arrivare se non divenendo partecipi dello Spirito Santo.
Il tempo più adatto alla missione dello Spirito e alla sua venuta su di noi era quello che seguì l’ascensione di Cristo al cielo.
Finché Cristo infatti viveva ancora con il suo corpo insieme ai fedeli, egli stesso, a mio parere, dispensava loro ogni bene. Quando invece giunse il momento stabilito di salire al Padre celeste, era necessario che egli fosse presente ai suoi seguaci per mezzo dello Spirito ed abitasse per mezzo della fede nei nostri cuori, perché, avendolo in noi, potessimo dire con fiducia «Abbà, Padre» e praticassimo con facilità ogni virtù e inoltre fossimo trovati forti e invincibili contro le insidie del diavolo e gli attacchi degli uomini, dal momento che possedevamo lo Spirito Santo onnipotente.
Che lo Spirito infatti trasformi in un’altra natura coloro nei quali abita e li rinnovi nella loro vita è facile dimostrarlo con testimonianze sia dell’Antico che del Nuovo Testamento.
Samuele infatti, ispirato, rivolgendo la parola a Saul, dice: Lo Spirito del Signore ti investirà e sarai trasformato in altro uomo (cfr. 1 Sam 10, 6). San Paolo poi dice: E noi tutti, a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito del Signore. Il Signore poi è Spirito (cfr. 2 Cor 3, 17-18).
Vedi come lo Spirito trasforma, per così dire, in un’altra immagine coloro nei quali abita? Infatti porta con facilità dal gusto delle cose terrene a quello delle sole cose celesti e da una imbelle timidezza ad una forza d’animo piena di coraggio e di grande generosità.
I discepoli erano così disposti e così rinfrancati nell’animo dallo Spirito Santo, da non essere per nulla vinti dagli assalti dei persecutori, ma fortemente stretti all’amore di Cristo.
E’ vero dunque quello che dice il Salvatore: E’ meglio per voi che io me ne ritorni in cielo (cfr. Gv 16, 7). Quello infatti era il tempo in cui sarebbe disceso lo Spirito Santo.

MARTEDÌ 18 MAGGIO 2010 – VII SETTIMANA DI PASQUA ANNO C

MARTEDÌ 18 MAGGIO 2010 – VII SETTIMANA DI PASQUA ANNO C

MESSA DEL GIORNO

Prima Lettura   At 20, 17-27
Conduco a termine la mia corsa e il servizio che mi fu affidato dal Signore Gesù.

Dagli Atti degli Apostoli
In quei giorni, da Milèto Paolo mandò a chiamare a Èfeso gli anziani della Chiesa.
Quando essi giunsero presso di lui, disse loro: «Voi sapete come mi sono comportato con voi per tutto questo tempo, fin dal primo giorno in cui arrivai in Asia: ho servito il Signore con tutta umiltà, tra le lacrime e le prove che mi hanno procurato le insidie dei Giudei; non mi sono mai tirato indietro da ciò che poteva essere utile, al fine di predicare a voi e di istruirvi, in pubblico e nelle case, testimoniando a Giudei e Greci la conversione a Dio e la fede nel Signore nostro Gesù.
Ed ecco, dunque, costretto dallo Spirito, io vado a Gerusalemme, senza sapere ciò che là mi accadrà. So soltanto che lo Spirito Santo, di città in città, mi attesta che mi attendono catene e tribolazioni. Non ritengo in nessun modo preziosa la mia vita, purché conduca a termine la mia corsa e il servizio che mi fu affidato dal Signore Gesù, di dare testimonianza al vangelo della grazia di Dio.
E ora, ecco, io so che non vedrete più il mio volto, voi tutti tra i quali sono passato annunciando il Regno. Per questo attesto solennemente oggi, davanti a voi, che io sono innocente del sangue di tutti, perché non mi sono sottratto al dovere di annunciarvi tutta la volontà di Dio». 

UFFICIO DELLE LETTURE

Prima Lettura
Dalla prima lettera di san Giovanni, apostolo 4, 11-21

Dio è amore
Carissimi, se Dio ci ha amato, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri. Nessuno mai ha visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e l’amore di lui è perfetto in noi. Da questo si conosce che noi rimaniamo in lui ed egli in noi: egli ci ha fatto dono del suo Spirito. E noi stessi abbiamo veduto e attestiamo che il Padre ha mandato il suo Figlio come salvatore del mondo. Chiunque riconosce che Gesù è il Figlio di Dio, Dio dimora in lui ed egli in Dio. Noi abbiamo riconosciuto e creduto all’amore che Dio ha per noi. Dio è amore; chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui.
Per questo l’amore ha raggiunto in noi la sua perfezione, perché abbiamo fiducia nel giorno del giudizio; perché come è lui, così siamo anche noi, in questo mondo. Nell’amore non c’è timore, al contrario l’amore perfetto scaccia il timore, perché il timore suppone un castigo e chi teme non è perfetto nell’amore.
Noi amiamo, perché egli ci ha amati per primo. Se uno dicesse: «Io amo Dio», e odiasse il suo fratello, è un mentitore. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. Questo è il comandamento che abbiamo da lui: chi ama Dio, ami anche il suo fratello.

Responsorio   Cfr. 1 Gv 4, 10. 16; Is 63, 8. 9.
R. Dio ci ha amati per primo, e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati. * Abbiamo riconosciuto e creduto all’amore che Dio ha per noi, alleluia.

V. Dio fu per noi un salvatore; con amore e compassione ci ha riscattati.
R. Abbiamo riconosciuto e creduto all’amore che Dio ha per noi, alleluia.

Seconda Lettura
Dal trattato «Su lo Spirito Santo» di san Basilio Magno, vescovo
(Cap. 9, 22-23; PG 32, 107-110)

Le operazioni dello Spirito Santo
Chi è quell’uomo che, udendo gli appellativi dello Spirito Santo, non si solleva con l’animo e non innalza il pensiero alla suprema natura di Dio? Infatti è stato chiamato Spirito di Dio e Spirito di verità, che procede dal Padre: Spirito forte, Spirito retto, Spirito creatore. Spirito Santo è l’appellativo che gli conviene di più e che gli è proprio.
Tutto ciò che ha un carattere sacro è da lui che lo deriva. Di lui hanno bisogno gli esseri che hanno vita e, come irrorati dalla sua rugiada, ricevono vigore e sostegno nel loro esistere ed agire in ordine al fine naturale per il quale sono fatti.
Egli è sorgente di santificazione e luce intelligibile. Offre ad ogni creatura ragionevole se stesso e con se stesso luce e aiuto per la ricerca della verità.
Inaccessibile per natura, può essere percepito per sua bontà. Tutto riempie con la propria forza, ma si rende manifesto solo a quelli che ne sono degni. Ad essi tuttavia egli non si dà in ugual misura, ma si concede in rapporto all’intensità della fede.
Semplice nell’essenza, e molteplice nei poteri, è presente ai singoli nella sua totalità ed è contemporaneamente e tutto dovunque. Egli viene partecipato senza tuttavia subire alcuna alterazione. Di lui tutti sono partecipi, ma egli resta integro, allo stesso modo dei raggi del sole, i cui benefici vengono sentiti da ciascuno come se risplendessero solo per lui e tuttavia illuminano la terra e il mare e si confondono con l’aria. Così anche lo Spirito Santo, pur essendo presente a ciascuno di quanti ne sono capaci come se fosse presente a lui solo, infonde in tutti una grazia sufficiente ed intera. Di lui gode tutto ciò che di lui partecipa, per quanto è permesso alla natura, ma non per quanto egli può.
Per lui i cuori si elevano in alto, i deboli vengono condotti per mano, i forti giungono alla perfezione. Egli risplende su coloro che si sono purificati da ogni bruttura e li rende spirituali per mezzo della comunione che hanno con lui.
E come i corpi molto trasparenti e nitidi al contatto di un raggio diventano anch’essi molto luminosi ed emanano da sé nuovo bagliore, così le anime che hanno in sé lo Spirito e che sono illuminate dallo Spirito diventano anch’esse sante e riflettono la grazia sugli altri.
Dallo Spirito l’anticipata conoscenza delle cose future, l’approfondimento dei misteri, la percezione delle cose occulte, le distribuzioni dei doni, la familiarità delle cose del cielo, il tripudio con gli angeli. Da lui la gioia eterna, da lui l’unione costante e la somiglianza con Dio, e, cosa più sublime d’ogni altra, da lui la possibilità di divenire Dio.

LUNEDÌ 17 MAGGIO 2010 – VII SETTIMANA DI PASQUA C

LUNEDÌ 17 MAGGIO 2010 – VII SETTIMANA DI PASQUA C

MESSA DEL GIORNO

Prima Lettura   At 19, 1-8
Avete ricevuto lo Spirito Santo quando siete venuti alla fede?

Dagli Atti degli Apostoli
Mentre Apollo era a Corìnto, Paolo, attraversate le regioni dell’altopiano, scese a Èfeso.
Qui trovò alcuni discepoli e disse loro: «Avete ricevuto lo Spirito Santo quando siete venuti alla fede?». Gli risposero: «Non abbiamo nemmeno sentito dire che esista uno Spirito Santo». Ed egli disse: «Quale battesimo avete ricevuto?». «Il battesimo di Giovanni», risposero. Disse allora Paolo: «Giovanni battezzò con un battesimo di conversione, dicendo al popolo di credere in colui che sarebbe venuto dopo di lui, cioè in Gesù».
Udito questo, si fecero battezzare nel nome del Signore Gesù e, non appena Paolo ebbe imposto loro le mani, discese su di loro lo Spirito Santo e si misero a parlare in lingue e a profetare. Erano in tutto circa dodici uomini.
Entrato poi nella sinagoga, vi poté parlare liberamente per tre mesi, discutendo e cercando di persuadere gli ascoltatori di ciò che riguarda il regno di Dio.

UFFICIO DELLE LETTURE

Prima Lettura
Dalla prima lettera di san Giovanni, apostolo 4, 1-10

Dio ci ha amati per primo
Carissimi, non prestate fede a ogni ispirazione, ma mettete alla prova le ispirazioni, per saggiare se provengono veramente da Dio, perché molti falsi profeti sono comparsi nel mondo. Da questo potete riconoscere lo spirito di Dio: ogni spirito che riconosce che Gesù Cristo è venuto nella carne, è da Dio; ogni spirito che non riconosce Gesù, non è da Dio. Questo è lo spirito dell’anticristo che, come avete udito, viene, anzi è già nel mondo. Voi siete da Dio, figlioli, e avete vinto questi falsi profeti, perché colui che è in voi è più grande di colui che è nel mondo. Costoro sono del mondo, perciò insegnano cose del mondo e il mondo li ascolta. Noi siamo da Dio. Chi conosce Dio ascolta noi; chi non è da Dio non ci ascolta. Da ciò noi distinguiamo lo spirito della verità e lo spirito dell’errore.
Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio: chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore. In questo si è manifestato l’amore di Dio per noi: Dio ha mandato il suo unigenito Figlio nel mondo, perché noi avessimo la vita per lui. In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati.

Responsorio   Cfr. 1 Gv 4, 9; Gv 3, 16
R. In questo si è manifestato l’amore di Dio per noi: Dio ha mandato il suo unico Figlio nel mondo, * perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna, alleluia.
V. Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito,
R. perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna, alleluia.

Seconda Lettura
Dalle «Catechesi» di san Cirillo di Gerusalemme, vescovo
(Catech. 16, sullo Spirito Santo 1, 11-12. 16; PG 33, 931-935. 939-942)

(anche Paolo)

L’acqua viva dello Spirito Santo
«L’acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna» (Gv 4, 14). Nuova specie di acqua che vive e zampilla, ma zampilla solo per chi ne è degno. Per quale motivo la grazia dello Spirito è chiamata acqua? Certamente perché tutto ha bisogno dell’acqua. L’acqua è generatrice delle erbe e degli animali. L’acqua della pioggia discende dal cielo. Scende sempre allo stesso modo e forma, ma produce effetti multiformi. Altro è l’effetto prodotto nella palma, altro nella vite e così in tutte le cose, pur essendo sempre di un’unica natura e non potendo essere diversa da se stessa. La pioggia infatti non discende diversa, non cambia se stessa, ma si adatta alle esigenze degli esseri che la ricevono e diventa per ognuno di essi quel dono provvidenziale di cui abbisognano.
Allo stesso modo anche lo Spirito Santo, pur essendo unico e di una sola forma e indivisibile, distribuisce ad ognuno la grazia come vuole. E come un albero inaridito, ricevendo l’acqua, torna a germogliare, così l’anima peccatrice, resa degna del dono dello Spirito Santo attraverso la penitenza, porta grappoli di giustizia. Lo Spirito appartiene ad un’unica sostanza, però, per disposizione divina e per i meriti di Cristo, opera effetti molteplici.
Infatti si serve della lingua di uno per la sapienza. Illumina la mente di un altro con la profezia. A uno conferisce il potere di scacciare i demoni, a un altro largisce il dono di interpretare le divine Scritture. Rafforza la temperanza di questo, mentre a quello insegna la misericordia. Ispira a un fedele la pratica del digiuno, ad altri forme ascetiche differenti. C’è chi da lui apprende la saggezza nelle cose temporali e chi perfino riceve da lui la forza di accettare il martirio. Nell’uno lo Spirito produce un effetto, nell’altro ne produce uno diverso, pur rimanendo sempre uguale a se stesso. Si verifica così quanto sta scritto: «A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per l’utilità comune» (1 Cor 12, 7).
Mite e lieve il suo avvento, fragrante e soave la sua presenza, leggerissimo il suo giogo. Il suo arrivo è preceduto dai raggi splendenti della luce e della scienza. Giunge come fratello e protettore. Viene infatti a salvare, a sanare, a insegnare, a esortare, a rafforzare e a consolare. Anzitutto illumina la mente di colui che lo riceve e poi, per mezzo di questi, anche degli altri.
E come colui che prima si trovava nelle tenebre, all’apparire improvviso del sole riceve la luce nell’occhio del corpo e ciò che prima non vedeva, vede ora chiaramente, così anche colui che è stato ritenuto degno del dono dello Spirito Santo, viene illuminato nell’anima e, elevato al di sopra dell’uomo, vede cose che prima non conosceva.

Responsorio    1 Cor 12, 6-7. 27
R. Vi sono diversità di operazioni, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti. * A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per l’utilità comune, alleluia.
V. Voi siete corpo di Cristo e sue membra, ciascuno per la sua parte.
R. A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per l’utilità comune, alleluia.

SABATO 15 MAGGIO 2010 – VI SETTIMANA DI PASQUA

SABATO 15 MAGGIO 2010 – VI SETTIMANA DI PASQUA

MESSA DEL GIORNO

Prima Lettura   At 18, 23-28
Apollo dimostrava attraverso le Scritture che Gesù è il Cristo.

Dagli Atti degli Apostoli
Trascorso ad Antiòchia un po’ di tempo, Paolo partì: percorreva di seguito la regione della Galàzia e la Frìgia, confermando tutti i discepoli.
Arrivò a Èfeso un Giudeo, di nome Apollo, nativo di Alessandria, uomo colto, esperto nelle Scritture. Questi era stato istruito nella via del Signore e, con animo ispirato, parlava e insegnava con accuratezza ciò che si riferiva a Gesù, sebbene conoscesse soltanto il battesimo di Giovanni.
Egli cominciò a parlare con franchezza nella sinagoga. Priscilla e Aquila lo ascoltarono, poi lo presero con sé e gli esposero con maggiore accuratezza la via di Dio.
Poiché egli desiderava passare in Acàia, i fratelli lo incoraggiarono e scrissero ai discepoli di fargli buona accoglienza. Giunto là, fu molto utile a quelli che, per opera della grazia, erano divenuti credenti. Confutava infatti vigorosamente i Giudei, dimostrando pubblicamente attraverso le Scritture che Gesù è il Cristo.

UFFICIO DELLE LETTURE

Prima Lettura
Dalla prima lettera di san Giovanni, apostolo 3,18-24

Il comandamento della fede e dell’amore
Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma coi fatti e nella verità. Da questo conosceremo che siamo nati dalla verità e davanti a lui rassicureremo il nostro cuore qualunque cosa esso ci rimproveri. Dio è più grande del nostro cuore e conosce ogni cosa. Carissimi, se il nostro cuore non ci rimprovera nulla, abbiamo fiducia in Dio; e qualunque cosa chiediamo la riceviamo da lui perché osserviamo i suoi comandamenti e facciamo quel che è gradito a lui.
Questo è il suo comandamento: che crediamo nel nome del Figlio suo Gesù Cristo e ci amiamo gli uni gli altri, secondo il precetto che ci ha dato. Chi osserva i suoi comandamenti dimora in Dio ed egli in lui. E da questo conosciamo che dimora in noi: dallo Spirito che ci ha dato.

Responsorio   Cfr. 1Gv 3,24; Sir 1,7.8
R. Chi osserva i comandamenti di Dio dimora in Dio ed egli in lui, * dallo Spirito che ci ha dato riconosciamo che egli abita in noi, alleluia.
V. Il Signore ha creato la sapienza nello Spirito Santo, l’ha diffusa su ogni mortale,
R. dallo Spirito che ci ha dato riconosciamo che egli abita in noi, alleluia.

Seconda Lettura
Dalle «Omelie sul Cantico dei cantici» di san Gregorio di Nissa, vescovo
(Om. 15; PG 44,1115-1118)

La gloria che hai dato a me l’ho data ad essi
Se davvero l’amore riesce ad eliminare la paura e questa si trasforma in amore, allora si scoprirà che ciò che salva è proprio l’unità. La salvezza sta infatti nel sentirsi tutti fusi nell’amore all’unico e vero bene mediante quella perfezione che si trova nella colomba di cui parla il Cantico dei cantici: «Una sola è la mia colomba, la mia perfetta. L’unica di sua madre, la preferita della sua genitrice» (Ct 6,9).
Tutto ciò lo mostra più chiaramente il Signore nel vangelo.
Gesù benedice i suoi discepoli, conferisce loro ogni potere e concede loro i suoi beni. Fra questi sono da includere anche le sante espressioni che egli rivolge al Padre. Ma fra tutte le parole che dice e le grazie che concede una ce n’è che è la maggiore di tutte e tutte le riassume. Ed è quella con cui Cristo ammonisce i suoi a trovarsi sempre uniti nelle soluzioni delle questioni e nelle valutazioni circa il bene da fare; a sentirsi un Cuor solo e un’anima sola e a stimare questa unione l’unico e solo bene; a stringersi nell’unità dello Spirito con il vincolo della pace; a far un solo corpo e un solo spirito; a corrispondere a un’unica vocazione, animati da una medesima speranza.
Ma più che questi accenni sarebbe meglio riferire testualmente le parole del vangelo: «Perché tutti siano una sola cosa. Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato» (Gv 17,21).
Il vincolo di questa unità è un’autentica gloria. Nessuno infatti può negare che lo Spirito Santo sia chiamato «gloria». Dice infatti il Signore: «La gloria che tu hai dato a me, io l’ho data a loro» (Gv 17,22). Egli possedette tale gloria sempre ancora prima che esistesse questo mondo. Nel tempo poi la ricevette quando assunse la natura umana. Da quando questa natura fu glorificata dallo Spirito Santo, tutto ciò che si connette con questa gloria, diviene partecipazione dello Spirito Santo.
 Per questo dice: «La gloria che tu hai dato a me, io l’ho data a loro, perché siano una cosa sola, come noi siamo una cosa sola: io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità» (Gv 20,22-23). Perciò colui che dalla fanciullezza è cresciuto raggiungendo la piena maturità del Cristo, viene a trovarsi in quello stato tutto speciale, che solo l’intelligenza, illuminata dalla fede, può percepire. Allora diviene capace della gloria dello Spirito Santo attraverso una vita lontana dai vizi e improntata alla santità. Costui dunque è quella perfetta colomba, alla quale guarda lo Sposo, quando dice: «Una sola la mia colomba, la mia perfetta».

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