Archive pour la catégorie 'NATALE 2015'

BENEDETTO XVI – III DOMENICA DI AVVENTO 2009 – IL PRESEPIO

http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/angelus/2009/documents/hf_ben-xvi_ang_20091213.html

BENEDETTO XVI – III DOMENICA DI AVVENTO  2009 – IL PRESEPIO

ANGELUS

III Domenica di Avvento, Piazza San Pietro

Domenica, 13 dicembre 2009

Cari fratelli e sorelle!

Siamo ormai alla terza domenica di Avvento. Oggi nella liturgia riecheggia l’invito dell’apostolo Paolo: “Siate sempre lieti nel Signore, ve lo ripeto: siate lieti … il Signore è vicino!” (Fil 4,4-5). La madre Chiesa, mentre ci accompagna verso il santo Natale, ci aiuta a riscoprire il senso e il gusto della gioia cristiana, così diversa da quella del mondo. In questa domenica, secondo una bella tradizione, i bambini di Roma vengono a far benedire dal Papa le statuine di Gesù Bambino, che porranno nei loro presepi. E, infatti, vedo qui in Piazza San Pietro tanti bambini e ragazzi, insieme con i genitori, gli insegnanti e i catechisti. Carissimi, vi saluto tutti con grande affetto e vi ringrazio di essere venuti. È per me motivo di gioia sapere che nelle vostre famiglie si conserva l’usanza di fare il presepe. Però non basta ripetere un gesto tradizionale, per quanto importante. Bisogna cercare di vivere nella realtà di tutti i giorni quello che il presepe rappresenta, cioè l’amore di Cristo, la sua umiltà, la sua povertà. È ciò che fece san Francesco a Greccio: rappresentò dal vivo la scena della Natività, per poterla contemplare e adorare, ma soprattutto per saper meglio mettere in pratica il messaggio del Figlio di Dio, che per amore nostro si è spogliato di tutto e si è fatto piccolo bambino. La benedizione dei “Bambinelli” – come si dice a Roma – ci ricorda che il presepio è una scuola di vita, dove possiamo imparare il segreto della vera gioia. Questa non consiste nell’avere tante cose, ma nel sentirsi amati dal Signore, nel farsi dono per gli altri e nel volersi bene. Guardiamo il presepe: la Madonna e san Giuseppe non sembrano una famiglia molto fortunata; hanno avuto il loro primo figlio in mezzo a grandi disagi; eppure sono pieni di intima gioia, perché si amano, si aiutano, e soprattutto sono certi che nella loro storia è all’opera Dio, il Quale si è fatto presente nel piccolo Gesù. E i pastori? Che motivo avrebbero di rallegrarsi? Quel Neonato non cambierà certo la loro condizione di povertà e di emarginazione. Ma la fede li aiuta a riconoscere nel “bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia”, il “segno” del compiersi delle promesse di Dio per tutti gli uomini “che egli ama” (Lc 2,12.14), anche per loro! Ecco, cari amici, in che cosa consiste la vera gioia: è il sentire che la nostra esistenza personale e comunitaria viene visitata e riempita da un mistero grande, il mistero dell’amore di Dio. Per gioire abbiamo bisogno non solo di cose, ma di amore e di verità: abbiamo bisogno di un Dio vicino, che riscalda il nostro cuore, e risponde alle nostre attese profonde. Questo Dio si è manifestato in Gesù, nato dalla Vergine Maria. Perciò quel Bambinello, che mettiamo nella capanna o nella grotta, è il centro di tutto, è il cuore del mondo. Preghiamo perché ogni uomo, come la Vergine Maria, possa accogliere quale centro della propria vita il Dio che si è fatto Bambino, fonte della vera gioia.

L’INCARNAZIONE IN SAN PAOLO

http://www.donorione.org/Public/ContentPage/content.asp?hdnIdContent=3832

L’INCARNAZIONE IN SAN PAOLO

23 Ottobre 2008

“ Nato dalla stirpe di Davide secondo la carne ” ( Rom 1,3) “Nato da donna, nato sotto la legge” ( Gal 4,4)   Nel 1960 un piccolo libricino fece molto scalpore nel campo degli studi biblici. Il grande esegeta tedesco Joachim Jeremias affrontò da par suo Il problema del Gesù storico (questo è il titolo del libretto, tradotto e stampato in Italia nel 1964 a cura della Paideia di Brescia). Non è qui il momento per addentrarci in questo tema; a noi interessa riportare una delle sue affermazioni più perentorie e conosciute: “Non possiamo eliminare lo ‘scandalo’ dell’incarnazione” . E poco prima: “L’origine del cristianesimo non è il cherigma, non sono le esperienze pasquali dei discepoli, non è un’ idea del Cristo; l’origine del cristianesimo è un avvenimento storico, e precisamente la comparsa dell’uomo Gesù di Nazareth, il quale fu crocifisso da Ponzio Pilato, e il suo messaggio”. Sembra di leggere le catechesi recenti di Benedetto XVI; basta leggere le catechesi dedicate all’Apostolo Paolo e alle battute iniziali della prima Lettera Enciclica ( Deus caritas est ). Anche Giovanni Paolo II , nel libro-intervista Varcare la soglia della speranza , ha trattato questo tema: “Poteva Dio andare oltre nella Sua condiscendenza, nel Suo avvicinamento all’uomo e alle di lui possibilità conoscitive? In verità sembra che sia andato lontano quanto era possibile. Oltre non sarebbe potuto andare. In un certo senso Dio è andato troppo lontano! Cristo non divenne forse «scandalo per i giudei, stoltezza per i pagani» (1 Cor 1,23)? Proprio perché chiamava Dio Suo Padre, perché Lo rivelava così apertamente in Se stesso, non poteva non suscitare l’impressione che fosse troppo… L’uomo ormai non era più in grado di sopportare tale vicinanza, e cominciarono le proteste. Questa grande protesta ha nomi precisi: prima si chiama Sinagoga , e poi Islam. Entrambi non possono accettare un Dio così umano. «Ciò non si addice a Dio» protestano. «Egli deve rimanere assolutamente trascendente, deve rimanere pura Maestà». Certo, Maestà piena di misericordia, ma non fino al punto di pagare le colpe della Propria creatura, i suoi peccati” [1] . Il giovane Saulo arrivò a Gerusalemme per completare i suoi studi, alla scuola di Gamaliele I, probabilmente nel 15 d.C. Alcuni si chiedono se Saulo a Gerusalemme ha incontrato Gesù; la questione non ha molta importanza. Scrive acutamente Murphy O’ Connor : “E anche nel caso in cui avesse di fatto sentito parlare di Gesù, perché avrebbe dovuto perdere tempo a cercare e ascoltare qualcuno che andava scartato per tre buone ragioni? Gesù veniva dalla Galilea, non aveva i titoli per insegnare e, a quanto pare, credeva di essere il Messia” [2] . Saulo – continua Murphy O’ Connor – “cominciò a pensare seriamente a Gesù quando si scontrò con il cristianesimo” [3] . Saulo intuì che ciò che predicavano i cristiani – la salvezza non dipendeva più dall’osservanza della Legge, ma dalla fede in Gesù – era una pretesa assurda, inconcepibile, scandalosa, e per questo andava combattuta. Può Dio – il “Totalmente Altro” – “sporcarsi le mani” con la nostra umanità? Peggio ancora: può la salvezza venire da un “maledetto” che è stato crocifisso? Questo era veramente troppo! Pertanto “va da sé che Paolo il fariseo non credeva a una sola parola di quello che aveva sentito raccontare su Gesù. La sua risurrezione non poteva essere stata altro che un trucco, perché Dio non avrebbe mai ricompensato qualcuno che si poneva al di sopra della legge, come aveva fatto Gesù” [4] . Poi è successo quello che sappiamo… Benedetto XIV, in una sua catechesi per l’Anno paolino, ha scritto: “San Paolo è stato trasformato non da un pensiero ma da un evento, dalla presenza irresistibile del Risorto… Solo l’avvenimento, l’incontro forte con Cristo, è la chiave per capire che cosa era successo” [5] . Incontro folgorante col Risorto e incontro con la Chiesa : deve farsi battezzare e vivere in comunione con gli apostoli. Così potrà scrivere ai Corinti: “Vi ho trasmesso dunque, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto: che cioè Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture, e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici ( 1 Cor 15,3-5). A Saulo – ormai diventato Paolo – interessa soprattutto l’annuncio che Gesù è il Cristo (l’ Unto, il Messia), Gesù è il Signore. Questo è l’asse portante delle sue lettere. I dati, per così dire biografici relativi a Gesù, sono ridotti all’osso. Tra l’altro, i versetti di Romani e Galati sono generici: Rom 1,3 : “ Nato dalla stirpe di Davide secondo la carne ”. Gal 4,4-5 : “ Ma quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge, perché ricevessimo l’adozione a figli . Più circostanziati, invece, quelli della 1 Timoteo (accenno a Pilato) e 1 Corinti (accenno al tradimento): 1 Cor 11,23 : “ Io, infatti, ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso: il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito prese del pane …”. 1 Tim 6,13 : “… e di Gesù Cristo che ha dato la sua bella testimonianza davanti a Ponzio Pilato . Il testo che si avvicina al celebre “ Et Verbum caro factum est ” di Giovanni 1,14 si trova nell’ inno stupendo della lettera ai Filippesi 2,6-11 . Questo pregevolissimo riassunto di cristologia – che probabilmente è di origine e uso liturgico anteriore alla lettera ai Filippesi – è collocato in un contesto di tenerezza. Ringraziando i fedeli per averlo soccorso con le loro offerte, Paolo li ricambia con auguri e raccomandazioni per la loro vita cristiana e la loro felicità. L’inno esalta il mistero di Gesù, Dio-Uomo. Le diverse tappe del mistero di Cristo storico, Dio e uomo nell’unità della sua persona – che Paolo non divide mai, sebbene ne distingua i diversi stadi di esistenza – sono celebrate in strofe distinte: la preesistenza divina (v. 6); l’abbassamento dell’incarnazione (v. 7); l’ abbassamento ulteriore della morte (v. 8); la glorificazione (v. 9); l’adorazione dell’universo (v. 10); il titolo nuovo (v. 11): Gesù Cristo è il Signore : è la professione di fede essenziale del cristianesimo! [6] . Ecco il testo:

Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù, il quale, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. Per questo Dio l’ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome; perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra; e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre.

In Fil 2,7 Paolo usa il verbo evke,nwsen ( ekénosen – il verbo kenóo ricorre solo 5 volte nel NT e solo nelle lettere paoline: Rm 4,14; 1 Cor 1,17; 9,15; 2 Cor 9,3; Fil 2,7); la Bibbia di Gerusalemme traduce in Fil 2,7 con « spogliò »; il significato è quello di svuotare , annientare. Gesù doveva diventare uno di noi per andare fino in fondo in questa follia dell’abbassamento. “Per riprendere la società umana in decomposizione, così come per una casa che crolla, bisogna scendere fino alle fondamenta, proprio in basso e solo dopo si potrà ricostruire a poco a poco l’edificio. Gesù è venuto a portare un nuovo ordine di comunione, alla luce e a immagine di Dio. Le società umane sono costruite su una gerarchia che scarta e disprezza chi è più in basso, i deboli e gli emarginati. Ecco perché Gesù si rivolge per primo a loro” [7] . È proprio questo scendere così in basso che è il vero «scandalo dell’incarnazione». Ma questa è la logica di Dio!

=============================

Note: [1] GIOVANNI PAOLO II (con Vittorio Messori), Varcare la soglia della speranza , Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1994, p. 43. [2] J . MURPHY O’ CONNOR, Paolo. Un uomo inquieto, un apostolo insuperabile , Paoline, Cinisello Balsamo (MI) 2007, p. 30. [3] Ibidem , p. 31. [4] Ibidem , p. 39. [5] Cit. nella rivista Paulus , Anno I – n. 4 Ottobre 2008, p. 1. [6] Vedi anche Rm 10,9; 1 Cor 12,3; Col 2,6. [7] J. VANIER, Lettera della tenerezza di Dio , Edizioni Dehoniane, Bologna 1995, p. 20.

PAOLO VI – «CONOSCERE GESÙ CRISTO» L’ISPIRATA DECISIONE DI S. FRANCESCO D’ASSISI

https://w2.vatican.va/content/paul-vi/it/audiences/1966/documents/hf_p-vi_aud_19661228.html

PAOLO VI

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 28 dicembre 1966

«CONOSCERE GESÙ CRISTO» L’ISPIRATA DECISIONE DI S. FRANCESCO D’ASSISI

Diletti Figli e Figlie!

Il primo biografo di S. Francesco d’Assisi, fra Tommaso da Celano, in Abruzzo, narra, al capitolo XXX della prima vita da lui scritta del Santo (1228), per ordine di Papa Gregorio IX, l’origine del Presepio, cioè della rappresentazione scenica della nascita di nostro Signore Gesù Cristo, secondo il Vangelo di San Luca, con l’aggiunta convenzionale del bue e dell’asinello (Isaia, 1, 3, vi ha dato occasione, e S. Ambrogio, con altri, la ricorda nella sua Expositio Evang. Luc. 2, 42; PL. 15, 1568). Scrive fra Tommaso che il supremo proposito di S. Francesco era quello di osservare in tutto e sempre il santo Vangelo. «Specialmente, egli scrive, l’umiltà dell’Incarnazione e la carità della Passione gli erano presenti alla memoria, così che raramente voleva pensare ad altro. Va ricordato a questo proposito e celebrato con riverenza quanto egli fece, tre anni prima di morire, presso il paese che si chiama Greccio, per il giorno di Natale del Signor nostro Gesù Cristo (cioè nel 1223). Viveva da quelle parti un certo Giovanni, di buona fama e di vita anche migliore, che il beato Francesco amava particolarmente, poiché, essendo quegli nobile e assai stimato trascurava la nobiltà del sangue e ambiva solo la nobiltà dello spirito. Il beato Francesco, come faceva spesso, circa quindici giorni prima del Natale lo fece chiamare e gli disse: Se hai piacere che celebriamo a Greccio questa festa del Signore, precedimi e prepara quanto ti dico. Voglio infatti celebrare la memoria di quel Bambino, che nacque a Betlem, e in qualche modo vedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si trovava per la mancanza di quanto occorre ad un neonato; come fu adagiato in una greppia e come giaceva sul fieno, vicino al buone e all’asinello. Ciò udito, quell’uomo buono e pio se ne andò in fretta e preparò nel luogo indicato tutto ciò che il Santo aveva detto» (Vita prima, c. 30, Analecta Franciscana, X, p. 63).

Questa è l’origine del nostro presepio. «ANDIAMO A VEDERE». Ed ora che questa popolare rappresentazione della storia evangelica è nella mente di tutti, viene spontaneo riflettere come il Signore volle farsi conoscere e come il primo dovere che noi uomini abbiamo verso questo misterioso Fratello venuto in mezzo a noi è di conoscerlo. La prima conoscenza è quella sensibile, quella che San Francesco volle concedere a sé e agli altri con la composizione del presepio, quella di contemplare in qualche modo con gli occhi del corpo, «utcumque corporis oculis pervidere». Ed è una forma naturalissima di conoscenza, che Cristo volle concedere a quei fortunati, i quali poterono avvicinarlo durante la sua vita temporale, «in illo tempore», in quel tempo, come ci istruisce la lettura evangelica della santa Messa; ed è una forma desideratissima, che tutti vorremmo godere, ed i Santi più di tutti. Ricordate che cosa dicono i pastori, dopo l’annuncio dell’Angelo: «Andiamo a vedere»? (Luc. 2, 15) e il desiderio dei Gentili, presenti all’ingresso trionfale di Gesù in Gerusalemme: «Vogliamo vedere Gesù»? (Io. 12, 21). E la testimonianza degli Apostoli: «. . . quello che abbiamo veduto con gli occhi nostri, quello che abbiamo contemplato e che le nostre mani hanno toccato . . .»? (1 Io. 1, 1). Era il desiderio dell’Apostolo Tommaso: «Se non vedo . . . . se non tocco . . . . io non credo» (Io. 20, 25). Ma questa conoscenza sensibile ha avuto la sua funzione iniziale, parziale e passeggera per dare certezza concreta, positiva, storica a coloro che avrebbero poi avuto la missione di predicare la testimonianza circa la realtà umana e prodigiosa di Gesù, e di suscitare quella nuova forma di conoscenza, sulla quale è fondato tutto l’edificio religioso stabilito da Cristo: la fede. Fu Lui ad ammonirci: «Beati coloro che avranno creduto, senza avere veduto» (Io. 20, 29). «Per fede, scrive S. Paolo, noi camminiamo non per visione» (2 Cor. 5, 7). Ma sta il fatto che la venuta di Cristo nel mondo genera per noi il problema e di dovere di conoscerlo. Come conoscerlo? Ecco la domanda che ciascuno deve porre a se stesso: conosco io Gesù Cristo? Lo conosco davvero? Lo conosco abbastanza? Come posso conoscerlo meglio? Nessuno è in grado di rispondere in modo soddisfacente a questi interrogativi, non solo perché la conoscenza di Cristo pone tali problemi e nasconde tali profondità, che solo l’ignoranza, non l’intelligenza, può dirsi paga d’una qualsiasi nozione su Cristo; ma anche perché ogni nuovo grado di conoscenza che di Lui acquistiamo, invece di calmare il desiderio della conoscenza di Cristo, vieppiù lo risveglia: l’esperienza degli studiosi, e ancor più quella dei Santi, lo dice.

LA DOVEROSA COSTANTE RICERCA DI GESÙ Allora, Figli carissimi, bisogna che ci mettiamo alla ricerca di Gesù, cioè allo studio di quanto possiamo sapere su di Lui; ed ecco che ritorna a noi l’immagine del presepio, cioè il ricordo del racconto evangelico. La prima conoscenza, che dovremo avere di Cristo, è quella documentata dai Vangeli. Se non abbiamo avuto la fortuna della conoscenza diretta e sensibile del Signore, dobbiamo cercar di avere una conoscenza storica, una memoria sicura di Lui, dando la dovuta importanza alla forma umana, con cui il Verbo di Dio si è rivelato. E qui, subito, grandi discussioni, grandi difficoltà, grandi incantesimi di studi e di interpretazioni, che tentano diminuire il valore storico dei Vangeli stessi, specialmente quelli che si riferiscono alla nascita di Gesù e alla sua infanzia. Accenniamo appena a questa svalutazione del contenuto storico delle mirabili pagine evangeliche, affinché sappiate difendere, con lo studio e con la fede, la consolante sicurezza che quelle pagine non sono invenzione della fantasia popolare, ma dicono la verità. «Gli apostoli – scrive chi se ne intende, il Card. Bea – hanno un autentico interesse storico. Non si tratta evidentemente di un interesse storico nel senso della storiografia greco-latina, cioè della storia ragionata e cronologicamente ordinata, che sia fine a se stessa, bensì di un interesse agli avvenimenti passati come tali e dell’intenzione di riferire e tramandare fedelmente fatti e detti passati.

NUTRIRE LA FEDE CON LA LETTURA DEL VANGELO Ne è una riprova il concetto stesso di «testimone», «testimonianza», «testimoniare», che nelle sue varie forme ricorre nel Nuovo Testamento più di 150 volte (La storicità dei Vang. sin., in Civ. Catt., 1964; II, 417-436 e 526-545). Né altrimenti l’autorità del Concilio si è pronunciata: «Gli autori sacri scrissero i quattro Vangeli, scegliendo alcune cose tra le molte che erano tramandate a voce, o anche in iscritto, alcune altre sintetizzando, altre spiegando con riguardo alla situazione delle Chiese, conservando infine il carattere di predicazione, sempre però in modo tale da riferire su Gesù con sincerità e verità» (Dei Verbum, 19). Rassicurati così, i fedeli devono dedicarsi innanzi tutto con devota passione alla lettura e allo studio delle fonti scritturali, che ci parlano di Gesù. La fede dev’essere nutrita di questa sacra dottrina. Se abbiamo bene celebrato il Natale, se ci siamo soffermati anche noi, con sapiente semplicità, davanti al presepio, dobbiamo noi pure desiderare quella «eminente scienza di Gesù Cristo» (Phil. 3, 8), che San Paolo anteponeva ad ogni altra cosa.

Conoscere Gesù Cristo: questa è oggi la Nostra esortazione, Figli carissimi, con la Nostra Apostolica Benedizione.

IL MAGISTERO DEL NATALE – DON ALBERIONE E EDITH STEIN: CONVERGENZE

http://www.stpauls.it/coopera00/1098cp/1098cp04.htm

IL MAGISTERO DEL NATALE – DON ALBERIONE E EDITH STEIN: CONVERGENZE

di ROSARIO F. ESPOSITO

La prima cattedra di Gesù Maestro è la mangiatoia: il nostro fondatore e la filosofa ebreo-tedesca fondamentalmente concordano in questa teoria. G.D.P.H. è una sigla a prima vista complicata: essa è fissata nello stemma originario della Società San Paolo ed appare in testa a molte delle nostre prime pubblicazioni. In latino significa Gloria Deo Pax Hominibus, ed è il coro che gli angeli eseguirono sulla grotta di Betlemme, cioè Gloria a Dio e pace agli uomini. Presenta la dimensione verticale e quella orizzontale della vita e dell’apostolato della Famiglia Paolina in tutte le sue componenti. UN TEMPO la sigla GDPH era familiare nei diversi gruppi della Famiglia Paolina. Chi ha memoria dello stemma tradizionale disegnato negli anni 30 ed accuratamente commentato dal Primo Maestro nel Carissimi in S. Paolo (p. 207) sa che l’iscrizione delle parole di Betlemme nel cartiglio dello stemma è da lui così illustrato: « Gloria a Dio Pace agli uomini: sono le finalità per cui Gesù Cristo venne a salvarci. Per la Famiglia Paolina non vi sono altri fini ». È difficile aspirare ad una maggiore dignità: si tratta del proposito di totale identificazione con il Divin Maestro. Non a caso in molte circostanze don Alberione promosse l’impegno della cristificazione del battezzato, e tanto più del consacrato. Nell’Apostolato dell’edizione (2 ed., 1950, ora in corso di ristampa) alle pp. 15-16 egli nell’abituale stile scheletrico scrive: « Fine: la gloria di Dio e la salvezza delle anime. Ecco il fine specifico dell’apostolato dell’edizione. Quello stesso programma lo cantarono gli angeli sulla capanna di Betlemme: Gloria Deo Pax Hominibus: il programma di Gesù Cristo e della sua vita perenne nella Chiesa. Fine altissimo dunque, fine divino. L’apostolato dell’edizione ha perciò un solo ideale: far regnare Dio nelle anime, ravvivando in esse la fede, se occorre instillandovela: sottomettere a Dio le volontà, portandole all’osservanza della sua legge ». Nell’Ut perfectus sit homo Dei (vol. I, 375) attesta:  » La nostra vita è sempre iniziata in Gesù Cristo e come Gesù Cristo nel presepio: Gloria ecc. Posso accertare tutti che tutto, solo, sempre è stato fatto alla luce del Tabernacolo ed in obbedienza. Le approvazioni sono buone e possono portare alla santità, e sono conformi ai bisogni dei tempi ». Un collegamento spirituale salta agli occhi: Gesù volle nascere a Betlemme, che significa Casa del pane; anche nel Tabernacolo il Cristo è stabilmente presente tra gli uomini sotto la specie del pane consacrato. In questa impostazione della vita e della testimonianza cristiana mi sembra interessante mettere in evidenza la vicinanza del messaggio di don Alberione con quello di santa Edith Stein, la martire di Auschwitz canonizzata lo scorso 11 ottobre. Lei è famosa per l’impostazione della sua teologia sulla scienza della croce, e su questa spiritualità gli studiosi sono molto ricchi di apporti e riflessioni. In questo caso vogliamo invece sostare sulla sua spiritualità natalizia, che è incredibilmente ricca e profonda. Il Natale della filosofa è in intima correlazione con tutto il mistero cristologico, particolarmente col Calvario e col Tabernacolo, e questo mette in evidenza un’intima concordanza col messaggio di don Alberione, il cui pensiero è ben noto nella Famiglia Paolina, della quale i Cooperatori costituiscono una componente essenziale. Intendiamo rinfrescare questa memoria richiamando alcuni testi particolarmente significativi che evidenziano la dimensione magisteriale del Natale. Dedico anzitutto un po’ di spazio a quello di Santa Edith di Auschwitz.

Farsi piccoli per diventare grandi Parecchi anni dopo la morte di Edith Stein fu pubblicato un saggio della martire dedicato al mistero del Natale (Rivista di vita spirituale, novembre 1987, p. 565). Vi si legge: « Il Divino Bambino si è fatto maestro e ci ha detto ciò che dobbiamo fare… Bisogna vivere l’intera vita in quotidiana comunicazione con Dio, ascoltare le sue parole e seguirle ». Nei Cammini verso la tranquillità interiore la martire dice: « L’infanzia spirituale consiste nel farsi piccoli e, nello stesso tempo, nel diventare grandi. La vita eucaristica consiste nell’uscire totalmente dalla meschinità della propria esistenza personale per nascere all’immensità della vita di Cristo… Il cammino di Betlemme ci porta immancabilmente al Golgota. Quando la Vergine ha presentato il Bambino al Tempio, le viene annunciato che una spada le avrebbe trapassato l’anima… È l’annuncio dei dolori e della lotta tra la luce e le tenebre, la quale inizia già nella mangiatoia ». E al momento in cui congedava alcuni amici che le avevano fatto visita mentre era sul punto di salire sul treno che l’avrebbe portata alla camera a gas, disse loro: « Qualunque cosa accada, sono pronta a tutto. Il Bambino Gesù è anche qui in mezzo a noi ». In una lettera del 2 febbraio 1942, santa Edith esprime alcune considerazioni relative al S. Bambino di Praga. Collega il messaggio natalizio con quello del Regno di Dio, che convive felicemente con la dottrina della sua consorella carmelitana S. Teresa di Lisieux, recentemente dichiarata Dottore della Chiesa: la « piccola via » convive ed opera in armonia con la filosofia e l’intellettualità, ed accentua la dimensione « politica » della sequela del Cristo. « Ieri meditavo davanti al quadro del Gesù Bambino di Praga e mi è venuto da pensare che lui porta le insegne imperiali e non a caso avrà voluto agire proprio a Praga, che per secoli è stata la sede degli imperatori tedeschi, cioè del S. R. Impero… Il Bambino Gesù è venuto proprio quando il dominio politico di Praga stava per finire. Non è lui l’Imperatore segreto che un giorno porrà fine a tutte le guerre? È lui che tiene in mano le redini, anche quando sembra che regnino gli uomini ».

Una parentela teologica e ascetica È ben chiaro che tra la filosofa ebrea giunta all’onore degli altari ed il fondatore della Famiglia Paolina non c’è stato nessun contatto diretto, né risulta che don Alberione abbia letto qualche opera della Stein, ma la parentela teologica ed ascetica tra i due personaggi è profonda e ricca di testimonianze. Si tratta solo di esplorarne i cammini e di proporli all’attenzione degli studiosi e degli ammiratori così numerosi nel mondo. In don Alberione il richiamo al magistero di Betlemme si può dire che costituisca un fatto di ordinaria amministrazione. Il riferimento a questo mistero gaudioso però non è isolato in sé stesso, ma è strutturalmente impegnato ad evidenziare l’interazione con tutti gli altri misteri della vita del Cristo, come pure il collegamento tra i vari trattati della teologia, in maniera che non si affermi nemmeno l’ombra della settorializzazione o della frammentazione, ma si pongano le basi della sospirata unificazione delle scienze, cominciando da quelle sacre. Lo stesso impegno di interdisciplinarità è presente nel pensiero della filosofa di Auschwitz. Nelle prime righe dell’Abundantes divitiae gratiae suae (art. 1), tracciando le scaturigini della sua vita spirituale e dello spirito della Famiglia Paolina, don Alberione si riferisce a due testi biblici fondamentali. Il primo è appunto il canto degli angeli, che possiamo permetterci di citare anche solo in sigla: GDPH. L’altro è il salmo 50, cioè il Miserere. In una predica ciclostilata del 1933 egli diceva: « Il presepio per noi è Via, Verità e Vita, come il Crocifisso e l’Ultima Cena. Il Divino Maestro dalla sua cattedra della greppia ci ammaestri, ci renda docili e piccoli discepoli ». Poco più oltre afferma: « Dal presepio parte tutta la luce, quindi tutta la teologia mistica, ascetica, pastorale, morale, dogmatica. Il vero Maestro è Gesù Cristo ». A suo modo di vedere, la predicazione fatta attraverso gli strumenti tecnologici ed elettronici della comunicazione sociale deve modellarsi sullo schema comunicativo di Betlemme. Nella già citata predica del 1933 diceva ancora: « Il regno di Dio incomincia sempre come il granello di senapa. Così pure tutte le opere che sono soprannaturali e che sono destinate a durare. Beato chi parte dal presepio ». Soggiungeva poi: l’umanità brancolava nel buio, ma « è venuto a visitarci un sole dall’alto per illuminare quelli che stanno nelle tenebre e nell’ombra di morte… noi conosciamo la via, è il presepio ». L’argomento di base nella sua riflessione teologica ed apostolica è questo: Gesù prima di parlare, agì. Come dicono i Ss. Padri, cominciò a fare, nei trent’anni della vita nascosta, poi insegnò nei tre anni della via pubblica attraverso la predicazione ed i miracoli.

Una scuola aperta a Betlemme

Il magistero natalizio del Primo Maestro esige di essere illustrato con molto impegno. Dovendo rimanere in limiti ristretti, ricordo che esso trova un’occasione particolarmente favorevole negli auguri natalizi contenuti in tratti rapidi e vigorosi. Essi sono riprodotti nella raccolta Carissimi in San Paolo (p. 1472-1480). Nel 1952 scriveva: « Il Bambino Gesù ci accolga tutti benignamente nella scuola aperta a Betlemme, perché nell’anno liturgico possiamo meglio conoscerlo, amarlo più intimamente e imitarlo nelle virtù religiose ».

La missione di Maria Nel 1955 metteva in relazione questo mistero con l’opera della Madonna, emblema di quella di tutti i comunicatori, che in realtà perpetuano nel tempo la missione della Madre di Dio: « Maria nostra madre e maestra dal presepio compie il suo sublime apostolato offrendo all’umanità Gesù Maestro divino. Che tutti lo accolgano, che tutti siano arricchiti dei frutti dell’incarnazione e della redenzione ». In altra occasione accentuò il fatto che Cristo non volle annunciare direttamente il programma redentivo, ma ne affidò l’incarico agli angeli nella notte della sua nascita. I comunicatori trovano in Maria e in questi celesti messaggeri i loro maestri ed i loro modelli. Devono calcare le loro orme nelle diverse situazioni di spazio e di tempo. Nell’augurio del 1957 la visione magisteriale del Natale è inquadrata in maniera ancora più articolata, nella cornice della vita e della predicazione del Cristo: « La pace tra gli uomini si realizza a misura che l’umanità entra nella scuola di Gesù Maestro, il quale questa scuola l’ha aperta nella grotta di Betlemme, l’ha continuata a Nazareth, nella vita pubblica, nella vita dolorosa, nella vita gloriosa, e la continua nel Tabernacolo. La medesima scuola si perpetua visibilmente nella Chiesa, che è maestra di fede, di morale, di liturgia. Chi fedelmente la segue si trova certamente sulla via della pace e della felicità eterna ».

Publié dans:DON ALBERIONE, EDITH STEIN, NATALE 2015 |on 30 novembre, 2015 |Pas de commentaires »
12

Une Paroisse virtuelle en F... |
VIENS ECOUTE ET VOIS |
A TOI DE VOIR ... |
Unblog.fr | Créer un blog | Annuaire | Signaler un abus | De Heilige Koran ... makkel...
| L'IsLaM pOuR tOuS
| islam01