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Il Tempo Liturgico dell’ Avvento

dal sito:

http://www.pasomv.it/index_file/Page1516.htm

Il Tempo Liturgico dell’ Avvento

1. INTRODUZIONE: SENSO DELL’ANNO LITURGICO

Cos’è l’anno liturgico? È l’azione della Chiesa che nel tempo ricorda e vive quanto il suo Signore ha fatto per lei permettendo a tutti i fedeli un incontro esistenziale con Lui morto e risorto.

Quest’azione celebrativa della Chiesa è essenzialmente celebrazione del mistero pasquale di Gesù Cristo, mistero che essendo troppo denso e ricco per essere da noi compreso e vissuto in maniera immediata e totale, viene – per così dire – spezzettato nel tempo perché possiamo gustarne e assimilarne i diversi aspetti e le diverse dimensioni.

Ogni celebrazione liturgica della Chiesa è celebrazione del mistero pasquale di Gesù, ma nei vari tempi liturgici questa celebrazione viene enfatizzata in alcuni suoi aspetti particolari.

Ogni celebrazione liturgica è celebrazione di fede, speranza, carità e queste tre virtù ci aiutano anche a capire tre dimensioni sempre presenti in ogni celebrazione liturgica.

La fede ci riporta al passato, la speranza al futuro, la carità al presente.

Ogni celebrazione liturgica è ricordo o memoria di un evento storico passato, con la virtù teologale della fede noi crediamo veramente accaduto quanto ricordiamo.

Ogni celebrazione liturgica non è solo ricordo o memoria di un evento passato, ma è anche memoriale, cioè presenza sacramentale dell’evento. Cioè quanto noi crediamo avvenuto un tempo si rende presente nell’oggi della liturgia permettendo così a chi vi partecipa non solo un ricordo psicologico di esso, ma un contatto esistenziale con quanto ricordato che viene reso presente per la forza del sacramento. Questa presenza richiede un’accoglienza amorosa che il fedele opera attraverso la virtù teologale della carità che lo spinge a vivere ciò che celebra nel rito anche con la partecipazione dell’offerta della propria persona.

L’accoglienza amorosa di quanto il Padre ha fatto per l’umanità in Cristo spinge il fedele a vivere in un amore donante e consegnante ciò che celebra, donandosi e consegnandosi con Gesù al Padre.

Ogni celebrazione non è solo ricordo e presenza sacramentale di un evento passato, ma è anche anticipo e pegno di quell’incontro definitivo col Cristo glorioso che faremo quando Lui tornerà a chiudere la storia. Quindi ogni celebrazione è carica di una tensione di speranza dell’incontro definitivo, è tesa verso Gesù che ritorna.

Ogni celebrazione è un rinnovare con forza e amore quel ‘Vieni Signore Gesù – Maranatah (Ap 22,17) con cui si chiude la Bibbia.

2. SENSO DEL TEMPO D’AVVENTO

Quest’ultimo aspetto della tensione verso il futuro, è proprio di tutte le celebrazioni liturgiche e quindi di tutto l’anno liturgico, ma lo è in modo specifico del tempo dell’Avvento che enfatizza proprio questa attesa.

Il tempo d’Avvento è il tempo della speranza, della viva attesa di Gesù. Per ridestare una speranza viva nel ritorno del suo Signore la Chiesa si fa aiutare dal ricordo di quell’attesa che pulsava nel cuore di ogni israelita che attendeva il Messia, la salvezza. E così, ad esempio, la Chiesa rileggendo Isaia e le sue profezie di speranza al popolo ebreo schiavo a Babilonia, rinnova nel cuore del cristiano il suo desiderio che Gesù Signore venga presto a salvare questo mondo e a regnare sull’universo: ‘Se tu squarciassi i cieli e scendessi!’ (Is 63,19)

Per questo è cosa buona rileggersi in questo tempo l’AT, soprattutto quei brani che ci raccontano i periodi più difficili e angosciosi della storia ebraica in cui più esplodeva nel cuore del pio israelita la speranza e il desiderio che si realizzasse quella salvezza promessa dai profeti nell’annuncio di un Salvatore venturo.

La Chiesa in questo tempo contempla e medita dunque quel desiderio di quel popolo che Dio si scelse per preparare la venuta del Salvatore, in particolare in questo tempo siamo chiamati a guardare verso quella figura di quel popolo che condensò nel suo cuore, al massimo grado, tutte le speranze di Israele, questa figura è Maria. Nel tempo d’Avvento guardiamo particolarmente verso di lei, entriamo nel suo cuore così desideroso di vedere quel Salvatore che mirabilmente in Lei aveva preso lineamenti umani e avrebbe partorito nella povertà del presepe.

Celebrando quindi l’attesa del ritorno di Gesù, l’Avvento ci fa rivivere l’attesa della sua nascita a Betlemme e l’ansia di Maria di vedere il suo Figlioletto divino.

L’ansia della salvezza vissuta dal popolo santo di Dio nella sua storia di salvezza mi deve rimandare ad entrare in profondità in due realtà per invocare con più forza e desiderio la salvezza:

· La prima è la realtà della mia personale e soggettiva storia della salvezza che è la storia della mia vita personale. Entriamo in questo Avvento in profondità nella nostra storia personale, entriamo in profondità in quella realtà di tenebre, di malizia, di peccato che ci portiamo dietro come una più o meno pesante zavorra, prendiamo coscienza della nostra personale miseria per poter invocare con più desiderio, con più forza, con più confidenza la mia salvezza e gridare così a Gesù, mio Salvatore, a Gesù mio Redentore: Vieni Signore Gesù! (Ap 22.17.20). Vieni presto a salvarmi! Ho bisogno di Te! Ho bisogno di essere guarito dentro! Ho bisogno di essere toccato, guardato, amato, perdonato da Te! Ecco l’Avvento con il suo grido: MARANATAH: Vieni Signore Gesù!… Vieni a salvarmi!· 

· La seconda realtà che devo approfondire nella fede, speranza e carità, è la realtà del mondo che mi circonda e nel quale vivo, la realtà del mio piccolo mondo nel quale sono inserito esistenzialmente: il mondo della mia famiglia, del mio parentado, delle mie amicizie, del mio lavoro, delle persone che incontro, ecc.; la realtà del grande mondo che mi circonda con i suoi travagli, le sue problematiche, i suoi mali, le sue ingiustizie, le sue guerre, le sue miserie, le sue angosce, ecc. La vista quotidiana di tanti mali e sciagure dovrebbe suscitare nel nostro cuore il desiderio che questo mondo sia salvato, fatto nuovo dalla misericordia di Dio e perciò che venga presto il Signore Gesù a chiudere la storia e presentare questo mondo rifatto nuovo al Padre (cf 1Cor 15,25-28). Ecco l’Avvento con il suo grido: MARANATAH: Vieni Signore Gesù!… Vieni a salvarci!

L’Avvento ci spinge ad “attendere con amore la manifestazione del Signore” (2Tm 4,8), se non L’attendiamo con amore, se non preghiamo perché venga presto, significa chiaramente che non l’amiamo, che preferiamo che il suo regno per ora non ci sia. Che amore è il nostro se da un lato affermiamo di amarLo e d’altra parte siamo ben contenti di non vederLo arrivare! Quanto siamo veramente piccoli nell’amore!

Diversi affermano che loro sarebbero contenti, solo che pensano ai loro cari che vivono lontani da Lui e hanno paura che venendo Lui presto loro sarebbero nei guai… Ma questi sono ragionamenti piccoli piccoli che denotano una poca conoscenza del Signore, del suo amore infinito per noi, per ciascuno di noi. Certamente dobbiamo pregare perché i nostri cari si convertano a Lui prima che venga, ma siamo certi che Lui nel suo amore per noi non mancherà di dare a tutti le grazie sufficienti per convertirsi e che quindi quando verrà avrà ben bussato forte forte al cuore di tutti perché si possano salvare. D’altra parte poi, tutti possono sempre accettare o rifiutare le sue grazie, il suo amore, la sua salvezza. A noi quindi, se L’amiamo, pregare che venga presto, che regni presto, che faccia presto tutto nuovo, cominciando da noi, ci penserà poi Lui al resto, perché Lui ama i nostri cari molto, ma molto più di noi e si è fatto mettere in croce per salvarci, non per dannarci. Per cui tutto quello che Lui può fare perché i nostri cari si salvino, lo fa e lo farà.

3. AVVENTO: CELEBRAZIONE DELLE TRE VENUTE DI GESÙ

L’Avvento è celebrazione liturgica delle due venute di Gesù: quella avvenuta nella povertà del presepe da noi creduta con fede; quella ventura, quando Gesù verrà nella sua gloria, venuta da noi attesa nella speranza. Nello stesso tempo l’Avvento ci spinge a saper scoprire e accogliere nell’amore quella continua venuta del Signore nella nostra personale storia.

Si racconta di un anziano rabbi – un maestro del giudaismo – che una volta, mentre osservata dei ragazzini che si divertivano a giocare a nascondino, improvvisamente si mise a piangere… Uno di loro allora gli si avvicinò e gli chiese perché piangesse. “Anche Dio si nasconde, come nel vostro gioco – rispose – ma non c’è nessuno che si metta a cercarlo”.

Ecco l’Avvento è quel tempo liturgico che ci invita a scoprire la presenza nascosta in mezzo a noi di Gesù Signore che viene in vari modi nel nostro oggi ecclesiale per salvarci.

Gesù viene a noi in modo assolutamente mirabile nell’Eucarestia e si nasconde in essa. Gesù nascosto – così lo chiamava Francesco, uno dei tre fanciulli di Fatima. Gesù nascosto! Gesù si nasconde per darci la gioia di scoprirlo! L’Avvento è tempo di Eucaristia!

Ma Gesù non si nasconde solo nell’Eucarestia, Gesù ha un altro nascondiglio nel quale ama essere scoperto: la sua Parola. L’Avvento è tempo di riscoperta della Parola

Ma sono diversi ancora i nascondigli di Gesù, Gesù si nasconde nei suoi ministri, mirabile nascondiglio! Quanta fede alle volte ci vuole per poterLo scoprire, ma quanta gioia ci riserva questa scoperta! Quanta pace! Quanta luce! Quanta serenità Gesù ci trasmette attraverso quel povero uomo che Lui ha preso come suo nascondiglio: ‘Va in pace, i tuoi peccati ti sono perdonati’ e attraverso le mani di quel povero uomo veniamo toccati da Gesù, guariti da Gesù, perdonati da Gesù.

E poi ci sono quegli altri nascondigli di Gesù di cui Lui stesso ci ha parlato nel suo Vangelo: ‘Avevo fame… avevo sete… ero nudo… forestiero…malato… carcerato… quello che avete fatto ad uno di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me! … L’avete fatto a me!’ (Mt 25,31ss): Gesù nascosto nel povero, nel malato, nel bisognoso… Gesù nascosto nel parente…, nel collega…, dove spesso è così ben nascosto che proprio non riesco umanamente a vederlo… eppure Lui c’è, basta attivare un po’ di fede per scoprirLo e un po’ di amore per accoglierLo.

L’Avvento è dunque tempo di quella carità che ci fa accogliere questa presenza nella mia vita.

Ma, infine, c’è ancora un nascondiglio di Gesù, che vi invito a scoprire per incontrarvi con gioia con Lui in questo tempo d’Avvento. Gesù è lì nascosto così vicino a noi e noi così distratti ce ne accorgiamo così raramente. Ma qual’è quest’ultimo nascondiglio di Gesù? Gesù si nasconde nel tuo cuore, nel mio cuore… Se ci fermassimo un attimo a pensare la grandezza e l’importanza di questo: sono io il nascondiglio preferito di Gesù, sono io! La mia persona è il nascondiglio di Gesù: quanto Gesù ama essere costretto ad uscire da questo nascondiglio! Facciamo uscire fuori Gesù! Facciamolo vedere questo Gesù, facciamolo crescere questo Gesù. L’Avvento è il tempo gioioso di questa rinnovata scoperta di Gesù nel nostro cuore scoperto dalla nostra vita di preghiera: cos’è la preghiera se non un contatto vivo con questo Gesù risorto e vivo presente nel nostro cuore che ci invita a dire nel suo Santo Spirito: ‘Padre nostro’? L’Avvento è dunque, infine, tempo di preghiera fervorosa, intima e amorosa.

Il Signore Gesù dia a ciascuno di noi in questo prossimo Avvento la grazia di una rinnovata scoperta della sua presenza e di un rinnovato desiderio di abbracciarlo nella fede, nella speranza e nell’amore.

4. MARIA NEL TEMPO DI AVVENTO: nn. 3-4 della Marialis Cultus di Paolo VI I

3. Così, nel tempo di avvento, la liturgia, oltre che in occasione della solennità dell’8 dicembre – celebrazione congiunta della concezione immacolata di Maria, della preparazione radicale (cf. Is 11,1,10) alla venuta del Salvatore, e del felice esordio della chiesa senza macchia e senza ruga -, ricorda frequentemente la beata Vergine soprattutto nelle ferie dal 17 al 24 dicembre e, segnatamente, nella domenica che precede il Natale, nella quale fa risuonare antiche voci profetiche sulla Vergine Maria e sul Messia e legge episodi evangelici relativi alla nascita imminente del Cristo e del suo precursore.

4. In tal modo i fedeli, che vivono con la liturgia lo spirito dell’avvento, considerando l’ineffabile amore con cui la vergine Madre attese il Figlio, sono invitati ad assumerla come modello e a prepararsi per andare incontro al Salvatore che viene, « vigilanti nella preghiera, esultanti nella sua lode ». Vogliamo, inoltre, osservare come la liturgia dell’avvento, congiungendo l’attesa messianica e quella del glorioso ritorno di Cristo con l’ammirata memoria della Madre, presenti un felice equilibrio cultuale, che può essere assunto quale norma per impedire ogni tendenza a distaccare – come è accaduto talora in alcune forme di pietà popolare – il culto della Vergine dal suo necessario punto di riferimento, che è Cristo; e faccia sì che questo periodo – come hanno osservato i cultori della liturgia – debba esser considerato un tempo particolarmente adatto per il culto alla Madre del Signore: tale orientamento noi confermiamo, auspicando di vederlo dappertutto accolto e seguito.

Meditazione di Benedetto XVI sul significato del Triduo Pasquale – mercoledì 8 aprile 2009

dal sito:

http://www.zenit.org/article-17853?l=italian

Meditazione di Benedetto XVI sul significato del Triduo Pasquale

In occasione dell’Udienza generale del mercoledì

CITTA’ DEL VATICANO, mercoledì, 8 aprile 2009 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il testo della meditazione pronunciata questo mercoledì da Benedetto XVI in occasione dell’Udienza generale svoltasi in Piazza San Pietro.

Quest’oggi il Papa ha incentrato il suo discorso sul significato del Triduo Pasquale, culmine dell’itinerario quaresimale.

* * *

Cari fratelli e sorelle,

la Settimana Santa, che per noi cristiani è la settimana più importante dell’anno, ci offre l’opportunità di immergerci negli eventi centrali della Redenzione, di rivivere il Mistero pasquale, il grande Mistero della fede. A partire da domani pomeriggio, con la Messa in Coena Domini, i solenni riti liturgici ci aiuteranno a meditare in maniera più viva la passione, la morte e la risurrezione del Signore nei giorni del Santo Triduo pasquale, fulcro dell’intero anno liturgico. Possa la grazia divina aprire i nostri cuori alla comprensione del dono inestimabile che è la salvezza ottenutaci dal sacrificio di Cristo. Questo dono immenso lo troviamo mirabilmente narrato in un celebre inno contenuto nella Lettera ai Filippesi (cfr 2,6-11), che in Quaresima abbiamo più volte meditato. L’apostolo ripercorre, in modo tanto essenziale quanto efficace, tutto il mistero della storia della salvezza accennando alla superbia di Adamo che, pur non essendo Dio, voleva essere come Dio. E contrappone a questa superbia del primo uomo, che tutti noi sentiamo un po’ nel nostro essere, l’umiltà del vero Figlio di Dio che, diventando uomo, non esitò a prendere su di sé tutte le debolezze dell’essere umano, eccetto il peccato, e si spinse fino alla profondità della morte. A questa discesa nell’ultima profondità della passione e della morte segue poi la sua esaltazione, la vera gloria, la gloria dell’amore che è andato fino alla fine. Ed è perciò giusto – come dice Paolo – che «nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra, e ogni lingua proclami: Gesù Cristo è Signore!» (2, 10-11). San Paolo accenna, con queste parole, a una profezia di Isaia dove Dio dice: Io sono il Signore, ogni ginocchio si pieghi davanti a me nei cieli e nella terra (sfr Is 45, 23). Questo – dice Paolo – vale per Gesù Cristo. Lui realmente, nella sua umiltà, nella vera grandezza del suo amore, è il Signore del mondo e davanti a Lui realmente ogni ginocchio si piega.

Quanto meraviglioso, e insieme sorprendente, è questo mistero! Non possiamo mai sufficientemente meditare questa realtà. Gesù, pur essendo Dio, non volle fare delle sue prerogative divine un possesso esclusivo; non volle usare il suo essere Dio, la sua dignità gloriosa e la sua potenza, come strumento di trionfo e segno di distanza da noi. Al contrario, «svuotò se stesso» assumendo la misera e debole condizione umana – Paolo usa, a questo riguardo, un verbo greco assai pregnante per indicare la kénosis, questa discesa di Gesù. La forma (morphé) divina si nascose in Cristo sotto la forma umana, ossia sotto la nostra realtà segnata dalla sofferenza, dalla povertà, dai nostri limiti umani e dalla morte. La condivisione radicale e vera della nostra natura, condivisione in tutto fuorché nel peccato, lo condusse fino a quella frontiera che è il segno della nostra finitezza, la morte. Ma tutto ciò non è stato frutto di un meccanismo oscuro o di una cieca fatalità: fu piuttosto una sua libera scelta, per generosa adesione al disegno salvifico del Padre. E la morte a cui andò incontro – aggiunge Paolo – fu quella di croce, la più umiliante e degradante che si potesse immaginare. Tutto questo il Signore dell’universo lo ha compiuto per amore nostro: per amore ha voluto « svuotare se stesso » e farsi nostro fratello; per amore ha condiviso la nostra condizione, quella di ogni uomo e di ogni donna. Scrive in proposito un grande testimone della tradizione orientale, Teodoreto di Ciro: «Essendo Dio e Dio per natura e avendo l’uguaglianza con Dio, non ha ritenuto questo qualcosa di grande, come fanno coloro che hanno ricevuto qualche onore al di sopra dei loro meriti, ma nascondendo i suoi meriti, ha scelto l’umiltà più profonda e ha preso la forma di un essere umano» (Commento all’epistola ai Filippesi, 2,6-7).

Preludio al Triduo pasquale, che incomincerà domani – come dicevo – con i suggestivi riti pomeridiani del Giovedì Santo, è la solenne Messa Crismale, che nella mattinata il Vescovo celebra con il proprio presbiterio, e nel corso della quale insieme vengono rinnovate le promesse sacerdotali pronunciate il giorno dell’ Ordinazione. E’ un gesto di grande valore, un’occasione quanto mai propizia in cui i sacerdoti ribadiscono la propria fedeltà a Cristo che li ha scelti come suoi ministri. Quest’incontro sacerdotale assume inoltre un significato particolare, perché è quasi una preparazione all’Anno Sacerdotale, che ho indetto in occasione del 150 anniversario della morte del Santo Curato d’Ars e che avrà inizio il prossimo 19 giugno. Sempre nella Messa Crismale verranno poi benedetti l’olio degli infermi e quello dei catecumeni, e sarà consacrato il Crisma. Riti questi con i quali sono simbolicamente significate la pienezza del Sacerdozio di Cristo e quella comunione ecclesiale che deve animare il popolo cristiano, radunato per il sacrificio eucaristico e vivificato nell’unità dal dono dello Spirito Santo.

Nella Messa del pomeriggio, chiamata in Coena Domini, la Chiesa commemora l’istituzione dell’Eucaristia, il Sacerdozio ministeriale ed il Comandamento nuovo della carità, lasciato da Gesù ai suoi discepoli. Di quanto avvenne nel Cenacolo, la vigilia della passione del Signore, san Paolo offre una delle più antiche testimonianze. «Il Signore Gesù, – egli scrive, all’inizio degli anni cinquanta, basandosi su un testo che ha ricevuto dall’ambiente del Signore stesso – nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e , dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: « Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me ». Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: « Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me» (1Cor 11,23-25). Parole cariche di mistero, che manifestano con chiarezza il volere di Cristo: sotto le specie del pane e del vino Egli si rende presente col suo corpo dato e col suo sangue versato. E’ il sacrificio della nuova e definitiva alleanza offerta a tutti, senza distinzione di razza e di cultura. E di questo rito sacramentale, che consegna alla Chiesa come prova suprema del suo amore, Gesù costituisce ministri i suoi discepoli e quanti ne proseguiranno il ministero nel corso dei secoli. Il Giovedì Santo costituisce pertanto un rinnovato invito a rendere grazie a Dio per il sommo dono dell’Eucaristia, da accogliere con devozione e da adorare con viva fede. Per questo, la Chiesa incoraggia, dopo la celebrazione della Santa Messa, a vegliare in presenza del Santissimo Sacramento, ricordando l’ora triste che Gesù passò in solitudine e preghiera nel Getsemani, prima di essere arrestato per poi venire condannato a morte.

E siamo così al Venerdì Santo, giorno della passione e della crocifissione del Signore. Ogni anno, ponendoci in silenzio di fronte a Gesù appeso al legno della croce, avvertiamo quanto siano piene di amore le parole da Lui pronunciate la vigilia, nel corso dell’Ultima Cena. « Questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti » (cfr Mc 14,24). Gesù ha voluto offrire la sua vita in sacrificio per la remissione dei peccati dell’umanità. Come di fronte all’Eucaristia, così di fronte alla passione e morte di Gesù in Croce il mistero si fa insondabile per la ragione. Siamo posti davanti a qualcosa che umanamente potrebbe apparire assurdo: un Dio che non solo si fà uomo, con tutti i bisogni dell’uomo, non solo soffre per salvare l’uomo caricandosi di tutta la tragedia dell’umanità, ma muore per l’uomo.

La morte di Cristo richiama il cumulo di dolore e di mali che grava sull’umanità di ogni tempo: il peso schiacciante del nostro morire, l’odio e la violenza che ancora oggi insanguinano la terra. La passione del Signore continua nella sofferenze degli uomini. Come giustamente scrive Blaise Pascal, « Gesù sarà in agonia fino alla fine del mondo; non bisogna dormire durante questo tempo » (Pensieri, 553). Se il Venerdì Santo è giorno pieno di tristezza, è dunque al tempo stesso, giorno quanto mai propizio per ridestare la nostra fede, per rinsaldare la nostra speranza e il coraggio di portare ciascuno la nostra croce con umiltà, fiducia ed abbandono in Dio, certi del suo sostegno e della sua vittoria. Canta la liturgia di questo giorno: O Crux, ave, spes unica – Ave, o croce, unica speranza! » .

Questa speranza si alimenta nel grande silenzio del Sabato Santo, in attesa della risurrezione di Gesù. In questo giorno le Chiese sono spoglie e non sono previsti particolari riti liturgici. La Chiesa veglia in preghiera come Maria e insieme a Maria, condividendone gli stessi sentimenti di dolore e di fiducia in Dio. Giustamente si raccomanda di conservare durante tutta la giornata un clima orante, favorevole alla meditazione e alla riconciliazione; si incoraggiano i fedeli ad accostarsi al sacramento della Penitenza, per poter partecipare realmente rinnovati alle Feste Pasquali.

Il raccoglimento e il silenzio del Sabato Santo ci condurranno nella notte alla solenne Veglia Pasquale, « madre di tutte le veglie », quando proromperà in tutte le chiese e comunità il canto della gioia per la risurrezione di Cristo. Ancora una volta, verrà proclamata la vittoria della luce sulle tenebre, della vita sulla morte, e la Chiesa gioirà nell’incontro con il suo Signore. Entreremo così nel clima della Pasqua di Risurrezione.

Cari fratelli e sorelle, disponiamoci a vivere intensamente il Triduo Santo, per essere sempre più profondamente partecipi del Mistero di Cristo. Ci accompagna in questo itinerario la Vergine Santa, che ha seguito in silenzio il Figlio Gesù fino al Calvario, prendendo parte con grande pena al suo sacrificio, cooperando così al mistero della Redenzione e divenendo Madre di tutti i credenti (cfr Gv 19,25-27). Insieme a Lei entreremo nel Cenacolo, resteremo ai piedi della Croce, veglieremo idealmente accanto al Cristo morto attendendo con speranza l’alba del giorno radioso della risurrezione. In questa prospettiva, formulo fin d’ora a tutti voi i più cordiali auguri di una lieta e santa Pasqua, insieme con le vostre famiglie, parrocchie e comunità.

Liturgia, tempo liturgico: IN LITURGIA L’ORDINARIO…DIVENTA STRAORDINARIO!

non c’è  la data di questo scritto, presumo l’anno scorso, dal sito:

http://www.parrocchiasantaluciafermo.it/files/Tempo%20Ordinario%201luglio08.pdf

IN LITURGIA L’ORDINARIO…DIVENTA STRAORDINARIO!  

Da qualche settimana stiamo vivendo un tempo liturgico particolare: un tempo che noi chiamiamo Ordinario…ma che è ben più importante di una semplice copertura di una parte dell’anno civile.

Per prima cosa c’è da ricordare che il Tempo Ordinario è scandito dalle Domeniche: celebrazioni settimanali del Mistero di Cristo che si manifesta che appare anche oggi dopo la sua risurrezione nel cenacolo in cui si raduna la comunità cristiana. Poi, sempre nel Tempo Ordinario, la Chiesa fa memoria in alcune date particolari della Beata Vergine Maria e di alcuni Santi.

Per tracciare un profilo storico del Tempo Ordinario, possiamo rifarci a San Paolo e alla sua instancabile opera di ricentramento della vita delle comunità Cristiane sul Mistero di Cristo che esse credono e che celebrano: le feste sono si importanti, ma al di là della festa c’è da salvaguardare l’aspetto di permanenza che il Mistero di Cristo ha per tutta la durata del tempo umano (a questo proposito utile è leggere Gal. 4,10-11 e Col. 2,16).

Potremmo dire che a Paolo sta a cuore che le comunità cristiane siano capaci di fare una esperienza permanente di Cristo, quotidiana, perché il Mistero del Risorto coinvolge l’uomo nella sua interezza e nella totalità di quel tempo in cui egli vive; questo al di là di occasioni particolari, extra-ordinarie.

Dal II secolo possiamo vedere, come prassi abbastanza affermata dalla Didakè (cap. 8), che ci sono giorni particolari in cui si fanno digiuni due volte alla settimana per ricordare il tradimento di Gesù prima della cena pasquale e la Passione del Signore; però il centro della vita del Cristiano, sin dalle origini, è la Domenica.

Fatta salva la Domenica che dà luce a tutta la settimana, ben presto si inizia a conferire valore particolare ai giorni feriali:

o Alcuni (quasi tutti) vengono dedicati alle memorie dei Martiri e dei Santi;
o altri sono considerato importanti per due generi di motivi:
1. in relazione alla Domenica: quindi il Venerdì memoria della Passione,
il Sabato memoria di Maria…
2. in relazione alle devozioni ad alcuni Santi o a particolari aspetti della
fede (non ci dimentichiamo che la Domenica assumerà anch’essa un
aspetto devozionale: non più giorno del Signore Risorto, ma giorno in
cui si venera la Trinità).

Questo nell’antichità.

Oggi non abbiamo più una sistematizzazione devozionale del calendario feriale del Tempo Ordinario: è possibile quindi agire con molta libertà nella scelta dei testi del Lezionario e dell’eucologia (le preghiere della Messa). 

Il Tempo Ordinario oggi comprende 34 o 33 settimane. Comincia il lunedì dopo la domenica che segue il 6 gennaio, e si protrae fino all’inizio della Quaresima; riprende poi il lunedì dopo la domenica di Pentecoste e termina il sabato che precede la prima domenica di Avvento.

Credo che il punto di forza di questo Tempo Ordinario sia quello che inizialmente potrebbe sembrare una debolezza. Non avendo una specificità, una connotazione particolare come i tempi liturgici forti, esso, con maggiore determinazione, esprime quanto la lettera agli Ebrei ci ha tramandato: « Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e sempre! » (Eb. 13,8).

La Chiesa, in esso, celebra gli eventi fondamentali che ci hanno dimostrato la fedeltà di Dio alla nostra vita: primo fra tutti l’evento di salvezza operato dalla risurrezione del Signore…questa salvezza non è qualche cosa di confinato in un angolo del tempo o di astratto, ma nella concretezza della nostra quotidianità, noi possiamo fare esperienza della fedeltà del Signore verso di noi e leggere l’ineluttabile trascorrere del kronos, del tempo cronologico, come l’occasione che Dio coglie di farci esperire la sua misericordia questo è il kairos): in questo senso il tempo assume una connotazione fortemente sacramentale.

Nella Liturgia delle Ore quotidiana, abbiamo continuamente davanti a noi gli eventi di questa salvezza; ogni giorno è pieno del Mistero Pasquale di Gesù:

o Alle Lodi: facciamo memoria della risurrezione del Signore sin dal mattino in
cui i nostri occhi si aprono a contemplare il nuovo giorno: in esso il sole che
sorge ci fa ricordare il nuovo astro che per noi è sorto, Cristo Gesù che
illumina di novità la nostra esistenza per mezzo della luce sfolgorante della
sua risurrezione.
o A Terza: facciamo memoria della Pentecoste.
o A Sesta: facciamo memoria dell’Ascensione
o A Nona: ricordiamo la morte del Signore.
o A Vespro ricordiamo il Sacrificio di Gesù consumatosi sulla Croce per salvare
noi dalla notte del male e del peccato; a lui eleviamo la preghiera dei discepoli
di Emmaus: « Rimani con noi, perché si fa sera… » (Lc. 24,29).
o A Mattutino: I cristiani vegliano in preghiera, perché attendono di essere
introdotti nel giorno senza tramonto, quando l’umanità intera entrerà nel
riposo di Dio (Cfr. Prefazio X delle Domeniche del T.O.).

Per quanto riguarda l’Eucaristia quotidiana essa è il kairos, (il tempo opportuno in cui Dio agisce) per eccellenza: il Mistero Pasquale viene ad illuminare tutta la nostra vita nel nostro quotidiano abbracciare la croce e morire, per risorgere con lui.

In questo senso l’Eucaristia accolta nella ferialità, si fa viatico (pane del viaggio) di noi, popolo pellegrinante sulla terra e ci dona il coraggio della carità del Signore, segno escatologico per l’umanità, che attende da noi il senso del proprio quotidiano pellegrinare. 

Don Osvaldo Riccobelli

Liturgia, il Tempo Ordinario: tempo di maturazione o di consolidamento

dal sito:

http://www.ansdt.it/Testi/CulturaMonastica/Auge/index.html#4

Prof. Matias Augé: Tempo  Ordinario:

tempo  di  maturazione  o  di  consolidamento

Questo tempo, chiamato anche Tempo durante l’anno è il periodo più lungo dell’anno liturgico; è costituito da 33-34 settimane, che trovano posto in due momenti diversi: alcune (da 5 a 9) tra la festa del Battesimo di Gesù e l’inizio della Quaresima, e le altre tra il lunedì dopo Pente- coste e l’inizio dell’Avvento. Il Tempo Ordinario ha una personalità propria, una sua valenza liturgica, riferita al mistero di Cristo e alla vita della Chiesa. Le Norme generali per l’ordinamento dell’anno liturgico e del calendario, al n. 43, al riguardo si esprimono in questi termini: « Oltre i tempi che hanno proprie caratteristiche, ci sono trentatré o trentaquattro settimane durante il corso dell’anno, le quali sono destinate non a celebrare un particolare aspetto del mistero di Cristo, ma nelle quali tale mistero viene piuttosto venerato nella sua globalità, specialmente nelle domeniche. Questo periodo si chiama Tempo Ordinario ».

La chiave di lettura del Tempo Ordinario è quindi il mistero di Cristo nella sua globalità. La lettura semicontinua del vangelo è al centro della spiritualità cristiana perché ci propone la vita stessa di Gesù e le sue parole, non soltanto nella celebrazione dei grandi misteri della vita del Signore, ma anche nella normalità quotidiana dei suoi gesti e dei suoi insegnamenti. Assumere il mistero di Cristo nel Tempo Ordinario significa prendere sul serio l’essere discepoli, ascoltare e seguire il Maestro nel vissuto quotidiano, non per mettere tra parentesi la vita ordinaria ma per sottolinearla come momento salvifico. La stessa lettura semicontinua di altri libri dell’Antico e del Nuovo Testamento ci offre la possibilità di misurare la nostra sequela di Gesù con te grandi attese del popolo di Dio e con la perseverante fedeltà della primitiva comunità cristiana. Il Tempo Ordinario è tempo di continuo raffronto e di innesto tra il mistero di Cristo e la vita dei cristiani, ed esprime uno speciale rapporto con la quotidianità della vita, con le molteplici situazioni dell’esi- stenza, con le diverse attività umane. Abbiamo chiamato questo tempo dell’anno liturgico « tempo di maturazione e di consolidamento » della propria scelta vocazionale, tempo in cui siamo invitati a prendere maggior coscienza della nostra appartenenza ecclesiale per realizzare la missione speci- fica che ci è stata affidata nel mondo. È il tempo della fedeltà quotidiana nel cammino vocazionale intrapreso. Possiamo affermare che il Tempo Ordinario si pone come elemento indispensabile del versante spirituale di quella formazione permanente che si rivela sempre più necessaria per un impegno di rinnovata fedeltà alla propria vocazione.

l’anno liturgico, l’Avvento: rapporto che intercorre tra la celebrazione dell’ anno liturgico e la propria scelta vocazionale

dal sito:

http://www.ansdt.it/Testi/CulturaMonastica/Auge/index.html#1

Prof. Matias  Auge’ 

Anno  liturgico   

rapporto  che  intercorre tra   la  celebrazione  dell’ anno  liturgico e  la  propria  scelta  vocazionale 

Per comprendere e vivere in la sua profondità il rapporto che intercorre tra la celebrazione dell’anno liturgico e la propria scelta vocazionale, bisogna anzitutto riscoprire il « segno dell’anno liturgico » come itinerario di fede e di vita, nonché perno della catechesi permanente dell’intera Comunità cristiana. Da questa riscoperta, la pastorale della vocazioni non può che trarne utili indicazioni operative. 

1.  Anno  liturgico

      e  presa  di  coscienza  vocazionale

L’anno liturgico potrebbe essere descritto come il complesso delle celebrazioni con cui la Chiesa fa memoria annualmente del mistero di Cristo. Questo mistero si manifesta nei « misteri », che sono le « azioni » attraverso le quali in Cristo si è rivelato il disegno salvifico di Dio. Non si tratta però di una semplice riproduzione drammatica della vita terrena di Cristo; l’anno liturgico è invece una struttura rituale in cui la totalità della storia della salvezza, e cioè l’evento Cristo, nelle sue diverse proiezioni temporali di passato-presente-futuro, si attualizza nel tempo determinato di una concreta assemblea ecclesiale e nello spazio di un anno. Infatti, come insegna il Concilio Vaticano II, la Chiesa nel corso dell’anno distribuisce tutto il mistero di Cristo e, « ricordando in tal modo i misteri della redenzione, essa apre ai fedeli i tesori di potenza e di meriti del suo Signore, in modo da renderli presenti a tutti i tempi, perché i fedeli possano venirne a contatto ed essere pieni della grazia della salvezza» (SC n.102). Il ripetersi delle celebrazioni, anno dopo anno, offre alla comunità ecclesiale l’opportunità di un continuo e ininterrotto contatto con i misteri del suo Signore.

Tutto ciò è possibile perché l’evento Cristo, col suo culmine nella Pasqua, dà pienezza al tempo ma non lo chiude, per questo ogni persona che vive nella storia è chiamata ad essere coinvolta nell’evento salvifico. Possiamo quindi affermare che la liturgia fa realmente la storia della salvezza riempiendo tutto il tempo del mistero di Cristo. Come è detto nelle Premesse alle Messe della Beata Vergine Maria, « dopo la gloriosa ascensione di Cristo al cielo, l’opera della salvezza continua attraverso la celebrazione liturgica, la quale, non senza motivo, è ritenuta momento ultimo della storia delta salvezza» (n. 11).

L’anno liturgico è un itinerario di fede e di vita proposto a tutta la comunità ecclesiale e ad ogni singolo componente di essa. Un itinerario quindi univo e diversificato in cui trovano posto tante situazioni personali diverse che sono presenti nel seno della comunità cristiana. L’anno liturgico ha una forte valenza pedagogico-pastorale. Esso infatti nel suo progressivo svolgimento esprime due caratteristiche fondamentali: la « continuità » e la « ciclicità ». E questo è pedagogica- mente efficace, e risponde alle esigenze di crescita nella fede, nel rispetto della legge della ripresa progressiva degli stessi contenuti per età psicologicamente diverse. Pertanto la celebrazione dell’anno liturgico sollecita il credente partecipante ad entrare in un atteggiamento di formazione permanente. In questa cornice, il credente è stimolato a prendere coscienza delle proprie respon- sabilità, della particolare vocazione a cui è chiamato da Dio che lo sceglie e destina ad un’opera particolare nel suo disegno di salvezza. Di questo disegno salvifico, raccontato dai libri della Bibbia dalla Genesi all’Apocalisse, il credente ne prende coscienza progressiva nella partecipa- zione alla liturgia che nel corso dell’anno rinarra, interpreta e annuncia l’unico piano salvifico realizzato nel mistero di Cristo. La celebrazione dei misteri del Signore attraverso il suo svolgi- mento progressivo, diventa così visione globale dell’esperienza cristiana, che sola può generare la possibilità di scelte vocazionali all’insegna dell’impegno definitivo. Infatti, « l’unica vocazione cristiana si attua sempre nella varietà delle vocazioni particolari, fondate su diversi doni dello Spirito. Esse sono modi differenti, ma tuttavia complementari, di realizzare la chiamata alla santità, alla comunione e al servizio del Regno, rivelando ognuna un particolare aspetto della novità cristiana e manifestando nel loro insieme la pienezza del volto e dell’opera di Cristo » (CEI, La formazione deiPresbiteri nella Chiesa italiana, l980, n.21).

Il ciclo delle celebrazioni dell’anno liturgico è la cornice in cui si svolge la preghiera della Chiesa nonché il perno della catechesi permanente dell’intera comunità cristiana. L’anno liturgico è quindi anche l’ambiente ideale in cui può prendere corpo la vocazione del credente: « Momenti essenziali dell’animazione vocazionale sono specialmente la preghiera e la catechesi. La preghiera nasce dalla consapevolezza che ogni chiamata è dono dello Spirito e insieme rappresenta la fedele risposta al comando di Gesù di pregare il Padrone della messe (cf. Mt 9,38; Lc 10,2). La catechesi è orientata a formare una mentalità di fede, per la quale soltanto può nascere la decisione fondamen- tale di cercare la volontà del Padre e di farsi discepoli di Cristo » (CEI, ivi n. 25).

Se prendiamo come prototipo di vocazione quella profetica, vediamo che essa è imperniata su tre costanti: Dio, che ha l’iniziativa, raggiunge il candidato con la sua Parola, il quale è tenuto a rispondere a Dio che lo chiama. La vocazione, quindi, nasce, si sviluppa e consolida nell’ascolto delta Parola che dischiude al credente il piano di Dio e le sue implicanze col proprio progetto esistenziale. Afferma il Card. Carlo M. Martini: « La familiarità con questa Parola, il suo ascolto attento, docile e perseverante, permettono all’uomo di chiarire e riconoscere i veri punti di riferi- mento delle proprie scelte, mettendo così la sua libertà in grado di rispondere all’appello divino » (Martini, 1982, 600). Se nell’ascolto della Parola nasce e matura il proprio progetto vocazionale, l’anno liturgico è il luogo più adatto a tale ascolto. Infatti, l’itinerario celebrativo dell’anno liturgico viene fatto sotto la guida della Parola di Dio, da cui i credenti attingono, soprattutto nella celebra- zione eucaristica e in sintonia con l’interpretazione della Chiesa, il contenuto e il messaggio dei diversi misteri che nel corso dell’anno sono celebrati come espressioni dell’unico mistero che è Cristo, Parola di Dio nella sua espressione definitiva e completa. 

2.  Avvento – Natale :

      tempo  di  annuncio  e  di  ricerca

L’Avvento si presenta come un tempo di attesa del compimento della salvezza: nell’attesa gioiosa della festa del Natale, siamo orientati verso il ritorno glorioso del Signore alla fine dei tempi. La seconda venuta di Cristo, tema ricorrente soprattutto nelle prime settimane di Avvento, è in stretto rapporto con la prima venuta: la certezza della venuta di Cristo nella carne ci rincuora nell’attesa dell’ultima venata gloriosa nella quale le promesse messianiche avranno totale e defi- nitivo compimento. Nel Natale, poi, la nascita di Gesù è vista nel contesto del disegno salvifico di Dio, compiuto da Cristo nel mistero della Pasqua. La liturgia è consapevole che il Natale è ormai presente nella Chiesa, nella luce e nella realtà del mistero pasquale.

L’atteggiamento interiore che ci viene richiesto dai testi liturgici lo si può riassumere nell’attesa vigilante ed operosa in vista della rinnovata comunione con Dio. Avvento-Natale è un tempo di attesa e di ricerca in ordine a stabilire un incontro, una comunione con Dio che viene a noi. Siamo quindi invitati a cercare, scrutare e leggere i « segni » del Signore che viene come Redentore di tutta l’umanità. L’evento del Natale interpella ogni persona che non può far a meno di prendere posizione dinanzi a questo mistero. La liturgia ci propone alcune grandi figure di uomini e donne che hanno atteso con fede vigilante la venuta del Salvatore: il profeta Isaia, Maria madre di Gesù, Giuseppe sposo di Maria, Giovanni il Battista, i suoi genitori Zaccaria ed Elisabetta, i Magi giunti dall’Oriente sotto la guida della stella, il giusto Simeone e la profetessa Anna. Sono personaggi per i quali l’incontro con Cristo è stato l’evento che ha dato senso alla loro vita. Dal « Fiat » della Madonna al « Nunc dimittis » del vecchio Simeone, emerge la centralità dell’incontro con Cristo nella vita di questi uomini e donne che hanno accettato una chiamata e hanno svolto una precisa missione nell’attuazione del disegno salvifico di Dio.

Nel tempo di Avvento-Natale siamo invitati tutti ad avviare o ravvivare l’incontro con Cristo, il solo che può dar senso alla nostra vita. La vocazione nasce e si consolida nell’incontro con Cristo e con il suo progetto sulla persona. A cavallo tra il tempo di Avvento-Natale e la prima parte del Tempo Ordinario, le due prime domeniche di questo tempo si riferiscono ancora alla manifestazione del Signore, celebrata nella solennità dell’Epifania: la prima domenica celebra il Battesimo di Gesù e la seconda ci propone – con sfumature diverse negli anni A, B, e C – la mani- festazione di Gesù ai primi discepoli e la loro vocazione. In questo modo siamo avviati, dopo l’incontro, alla sequela di Gesù, per conoscerlo, stare con lui, e maturare altre eventuali chiamate.

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