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9 marzo 2011 mercoledì delle ceneri: Le ceneri e l’acqua della salvezza

dal sito:

http://www.diocesi.torino.it/pls/diocesitorino/v3_s2ew_consultazione.mostra_pagina?id_pagina=25995

domani 9 marzo 2011 : mercoledì delle ceneri

Le ceneri e l’acqua della salvezza  

Con il rito dell’imposizione delle ceneri inizia il cammino che condurrà le nostre comunità ad una nuova Pasqua. La Quaresima inizia con il gesto sobrio e « opaco » delle ceneri, per terminare nella santa notte di Pasqua, con il rito gioioso e « limpido » dell’acqua.
La cenere parla di morte, di fuoco, di dissoluzione; l’acqua ricorda la vita, la trasparenza, la pulizia, la rigenerazione. La cenere cosparge il capo della Chiesa pellegrina verso il monte di Sion; l’acqua della vita che sarà aspersa sul popolo nella veglia di Pasqua è pegno di risurrezione e segno di vita nuova.
La cenere è immagine di ciò che è fragile, privo di valore, e nella tradizione biblica diventa simbolo della condizione umana: l’uomo e la donna sono plasmati con la polvere del suolo (Gn 2,7) e dopo la loro morte ad essa ritorneranno (Gn 3,19). La cenere cosparsa sul capo è anche simbolo di lutto, dolore e pentimento: così per Davide e per gli abitanti di Ninive; Giobbe siede sulla cenere, in segno del proprio dolore (Gb 2,8); nel libro di Ezechiele, in segno di penitenza, ci si rotola nella cenere; il salmo 102,10, come espressione di dolore, parla di cibarsi di cenere come di pane.
Per questo motivo, nel cristianesimo antico, l’uso delle ceneri è stato legato alla disciplina penitenziale. Nei primi secoli, infatti, i penitenti, si presentavano al vescovo nel primo giorno di quaresima e questi, con un rito solenne, imponeva loro la cenere sul capo e li vestiva con l’abito dei penitenti (cilicium). Verso il secolo X, con il tramonto della penitenza pubblica, tutta la comunità cristiana venne a sostituirsi spontaneamente ai peccatori pubblici, ricevendo l’imposizione delle ceneri e vivendo il tempo quaresimale come tempo di conversione.
La liturgia cattolica ha conservato questo uso e nella celebrazione eucaristia di inizio quaresima propone il rito di benedizione e imposizione delle ceneri. Le ceneri dell’olivo, ricavate dalla combustione dei rami di ulivo benedetti nella domenica delle Palme, hanno anche un significato pasquale: richiamando l’immagine del fuoco (il fuoco della Passione, il fuoco nuovo della veglia Pasquale), sono simbolo di purificazione. Il legno di olivo, poi, brucia lentamente, dà calore producendo una cenere candida che veniva usata dalle donne per fare il bucato. Inoltre, l’imposizione delle ceneri è fatta sul capo: luogo della dignità dell’uomo e della donna, definitivamente rinnovata nella Pasqua di Cristo. Il messaggio della cenere è dunque chiaro: dalla polvere del pentimento rinasce la vita nuova; dalla penitenza, la gioia del perdono.
Quanto alla celebrazione delle ceneri, non è detto che debba per forza avvenire nell’ambito dell’Eucaristia: l’importante è che avvenga all’interno della celebrazione liturgica, per inserire questo gesto all’interno di un serio cammino penitenziale, compiuto nella Chiesa.
A questo proposito, perché non rivisitare in qualche modo l’antica disciplina penitenziale, per cui la confessione delle colpe precedeva il tempo della penitenza e della conversione, sigillato dalla riconciliazione finale? Si potrebbe recuperare il valore di una liturgia penitenziale compiuta non al termine della quaresima, ma all’inizio, con un coinvolgimento concreto ed effettivo delle famiglie, dei gruppi, della comunità intera nella confessione delle colpe (cioè nell’esame di quei punti sui quali urge la conversione) e nel proposito di cambiamento, dove ciascuno si impegna pubblicamente ad aiutare l’altro nel cammino. Così facendo la celebrazione della riconciliazione al termine della quaresima verrebbe a concludere un cammino penitenziale reale ed impegnativo.
Quanto al ministro dell’imposizione delle ceneri, mentre la rubrica del Messale parla del solo sacerdote (p. 66), il Cerimoniale dei vescovi prevede che anche il diacono possa imporre le ceneri.
Circa l’opportunità di coinvolgere altre figure, come i ministri straordinari della comunione, si tenga presente il valore simbolico di un gesto ricevuto da colui che guida la comunità e a nome di Cristo chiama alla conversione. E se l’assemblea è troppo numerosa? Non è la quaresima il « tempo favorevole » nel quale smettere di andare di fretta, anche davanti a Dio?

Il Tempo di Avvento – Attendere Cristo: svegliarsi

dal sito:

http://www.sanpietroapostolopirri.it/tempo_avvento_09.html

Il Tempo di Avvento
 
Attendere Cristo: svegliarsi

 La parola Avvento che indica le quattro settimane con cui la Chiesa si prepara al Natale, deriva dal verbo latino ad-venio, cioè venire, anzi, venire verso… È Dio che ci viene incontro e che si fa bambino per incontrarci sul nostro stesso terreno. È lui che ci viene a cercare nei nostri deserti, nelle nostre vite… Ma chiede a noi di incamminarci verso di Lui, di non lasciarci andare, di non lasciarci cadere le braccia.
Facciamo dunque memoria della venuta di Cristo nella storia, ma ricordiamo anche la sua venuta futura, che attendiamo nella speranza. Egli tornerà per regnare per sempre. La nostra attesa deve essere vigilante al pari della sposa che attende lo Sposo. Solo Dio può dare risposta ai desideri più profondi del cuore.
Tre grandi figure nelle quattro domeniche ci aiuteranno ad entrare nel clima di attesa luminosa e paziente: il profeta Isaia, che sette secoli prima previde la nascita del Salvatore, il profeta Giovanni il Battista, intrepido assertore della verità e della giustizia e la Madre di Gesù, Maria, che ci condurrà nel cuore dell’Avvento a riconoscere suo figlio nell’umiltà di Betlemme. Per vivere bene questo tempo dobbiamo meditare più attentamente la Parola di Dio. Più si conosce, più si ama.
Questo tempo dell’attesa inizia con un invito forte: «Risollevatevi e alzate il capo…». Cioè guarda in avanti, sii sveglio, la «liberazione è vicina». Dio viene. Troppo comodo vivere la vigilanza cristiana stando alla finestra e guardando la storia. Dobbiamo essere nei flutti del fiume. L’Avvento è tempo di risveglio e di scelta. L’umiltà dell’Incarnazione diventa perno della coscienza che si fa certa che Dio ha vinto il mondo. Risorge la speranza di un futuro migliore.

La storia

Nel tempo in cui incomincia a determinarsi l’esigenza di un periodo di preparazione alle feste della manifestazione del Signore, la Chiesa aveva già fissato le modalità di preparazione alle feste pasquali. Nel IV secolo il tempo pasquale e quaresimale avevano già assunto una configurazione vicinissima a quella attuale.
L’origine del tempo di Avvento è più tardiva, infatti viene individuata tra il IV e il VI secolo. La prima celebrazione del Natale a Roma è del 336, ed è proprio verso la fine del IV secolo che si riscontra in Gallia e in Spagna un periodo di preparazione alla festa del Natale.
Per quanto la prima festa di Natale sia stata celebrata a Roma, qui si verifica un tempo di preparazione solo a partire dal VI secolo. Senz’altro non desta meraviglia il fatto che l’Avvento nasca con una configurazione simile alla quaresima, infatti la celebrazione del Natale fin dalle origini venne concepita come la celebrazione della risurrezione di Cristo nel giorno in cui si fa memoria della sua nascita. Nel 380 il concilio di Saragozza impose la partecipazione continua dei fedeli agli incontri comunitari compresi tra il 17 dicembre e il 6 gennaio.
In seguito verranno dedicate sei settimane di preparazione alle celebrazioni natalizie. In questo periodo, come in quaresima, alcuni giorni vengono caratterizzati dal digiuno. Tale arco di tempo fu chiamato « quaresima di s. Martino », poiché il digiuno iniziava l’11 novembre. Di ciò è testimone s. Gregorio di Tours, intorno al VI secolo.

Il significato teologico

La teologia dell’Avvento ruota attorno a due prospettive principali. Da una parte con il termine « adventus » (= venuta, arrivo) si è inteso indicare l’anniversario della prima venuta del Signore; d’altra parte designa la seconda venuta alla fine dei tempi.
Il Tempo di Avvento ha quindi una doppia caratteristica: è tempo di preparazione alla solennità del Natale, in cui si ricorda la prima venuta del Figlio di Dio fra gli uomini, e contemporaneamente è il tempo in cui, attraverso tale ricordo, lo spirito viene guidato all’attesa della seconda venuta del Cristo alla fine dei tempi.

L’attuale celebrazione

Il Tempo di Avvento comincia dai primi Vespri della domenica che capita il 30 novembre o è la più vicina a questa data, e termina prima dei primi Vespri di Natale. E’ caratterizzato da un duplice itinerario – domenicale e feriale – scandito dalla proclamazione della parola di Dio.

1. Le domeniche

Le letture del Vangelo hanno nelle singole domeniche una loro caratteristica propria: si riferiscono alla venuta del Signore alla fine dei tempi (I domenica), a Giovanni Battista (Il e III domenica); agli antefatti immediati della nascita del Signore (IV domenica). Le letture dell’Antico Testamento sono profezie sul Messia e sul tempo messianico, tratte soprattutto dal libro di Isaia. Le letture dell’Apostolo contengono esortazioni e annunzi, in armonia con le caratteristiche di questo tempo.

2. Le ferie

Si ha una duplice serie di letture: una dall’inizio dell’Avvento fino al 16 dicembre, l’altra dal 17 al 24. Nella prima parte dell’Avvento si legge il libro di Isaia, secondo l’ordine del libro stesso, non esclusi i testi di maggior rilievo, che ricorrono anche in domenica. La scelta dei Vangeli di questi giorni è stata fatta in riferimento alla prima lettura. Dal giovedì della seconda settimana cominciano le letture del Vangelo su Giovanni Battista; la prima lettura è invece o continuazione del libro di Isaia, o un altro testo, scelto in riferimento al Vangelo. Nell’ultima settimana prima del Natale, si leggono brani del Vangelo di Matteo (cap. 1) e di Luca (cap. 1) che propongono il racconto degli eventi che precedettero immediatamente la nascita del Signore. Per la prima lettura sono stati scelti, in riferimento al Vangelo, testi vari dell’Antico Testamento, tra cui alcune profezie messianiche di notevole importanza.

La novena di Natale

Come si è appena visto, il tempo di Avvento guida il cristiano attraverso un duplice itinerario: « È tempo di preparazione alla solennità del Natale, in cui si ricorda la prima venuta del Figlio di Dio fra gli uomini, e contemporaneamente è il tempo in cui, attraverso tale ricordo, lo spirito viene guidato all’attesa della seconda venuta del Cristo alla fine dei tempi » (Norme per l’anno liturgico e il calendario, 39: Messale p. LVI). Nella liturgia delle prime tre domeniche e nelle ferie sino al 16 dicembre si può notare l’insistenza sul tema della seconda venuta di Gesù alla fine dei tempi, mentre nei giorni compresi tra il 17 e il 24 tutta la liturgia è ormai tesa verso la celebrazione della nascita del Figlio di Dio. La novena di Natale cade pienamente nel secondo periodo dell’Avvento.
Le novene sono celebrazioni popolari che nell’arco dei secoli hanno affiancato le « liturgie ufficiali ». Esse sono annoverate nel grande elenco dei « pii esercizi ». « I pii esercizi – afferma J. Castellano – si sono sviluppati nella pietà occidentale del medioevo e dell’epoca moderna per coltivare il senso della fede e della devozione verso il Signore, la Vergine, i santi, in un momento in cui il popolo rimaneva lontano dalle sorgenti della bibbia e della liturgia o in cui, comunque, queste sorgenti rimanevano chiuse e non nutrivano la vita del popolo cristiano ».
La novena di Natale, pur non essendo « preghiera ufficiale » della Chiesa, costituisce un momento molto significativo nella vita delle nostre comunità cristiane. Proprio perché non è una preghiera ufficiale essa può essere realizzata secondo diverse usanze, ma un indiscusso « primato » spetta alla novena tradizionale, nella notissima melodia gregoriana nata sul testo latino ma diffusa anche nella versione italiana curata dai monaci benedettini di Subiaco.
La domanda che ogni operatore pastorale dovrebbe porsi di anno in anno è: « come posso valorizzare la novena di Natale per il cammino di fede della mia comunità? ».
Può infatti capitare che tale novena continui a conservare intatta la caratteristica di « popolarità » venendo però a mancare la dimensione ecclesiale, celebrativa e spirituale. Tali dimensioni vanno recuperate e valorizzate per non far scadere la novena in « fervorino pre-natalizio ».

1. Recupero della dimensione ecclesiale-assembleare

Pur non essendo – come si è detto – una preghiera ufficiale della Chiesa, la novena può costituire un momento ecclesiale molto significativo. Molti vi partecipano perché « attratti » dalla « novena in latino » (le chiese in cui la si canta in « lingua ufficiale » sono gremite!) e vi si recano per una forma di godimento personale che pone radici nella nostalgia dei tempi passati e non nel desiderio di condividere un momento di approfondimento della propria fede. È bene che i partecipanti prendano coscienza che sono radunati per una celebrazione che ha lo scopo di preparare il cuore del cristiano a vivere degnamente la celebrazione del Natale.

2. Recupero della dimensione celebrativa

La novena di Natale è molto vicina alla celebrazione dei vespri. Va pertanto realizzata attraverso una saggia utilizzazione dei simboli della preghiera serale: la luce e l’incenso. È bene che vi sia una proclamazione della parola e una breve riflessione. L’intervento in canto dell’assemblea va preparato e guidato. È utile ricordare che l’esposizione del SS. Sacramento col solo scopo di impartire la benedizione eucaristica – usanza frequente nelle novene di Natale – è vietata (Rito del culto eucaristico n. 97).

3. Recupero della dimensione spirituale

La novena di natale è una « antologia biblica » ricca di nutrimento per lo spirito. È quindi l’occasione per proporre non una spiritualità devozionale ma ispirata profondamente dalla Parola di Dio. Non è l’occasione per fare « bel canto » ma per lasciarsi coinvolgere esistenzialmente dalla Parola di Dio cantata.

Enrico Beraudo

Il Papa apre la Quaresima: siamo “polvere, sì, ma amata”

dal sito:

http://www.zenit.org/article-21430?l=italian

Il Papa apre la Quaresima: siamo “polvere, sì, ma amata”

Presiede la Messa di imposizione delle ceneri

ROMA, mercoledì, 17 febbraio 2010 (ZENIT.org).- Benedetto XVI ha ricevuto le ceneri, nella messa per l’inizio della Quaresima, questo mercoledì pomeriggio, e ha ricordato che l’uomo è “polvere, sì, ma amata” da Dio.

Nella Basilica di Santa Sabina di Roma affidata ai Padri Domenicani, il Papa ha presentato il rito di benedizione e di imposizione delle ceneri come “un gesto di umiltà, che significa: mi riconosco per quello che sono, una creatura fragile, fatta di terra e destinata alla terra, ma anche fatta ad immagine di Dio e destinata a Lui”.

Ed ha aggiunto: “Polvere, sì, ma amata, plasmata dal suo amore, animata dal suo soffio vitale, capace di riconoscere la sua voce e di rispondergli; libera e, per questo, capace anche di disobbedirgli, cedendo alla tentazione dell’orgoglio e dell’autosufficienza”.

Come un semplice fedele, il Papa ha ricevuto le ceneri sul capo dal Cardinale slovacco Jozeph Tomko, Prefetto emerito della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli e titolare di Santa Sabina.

A sua volta, il Santo Padre le ha imposte a numerosi Cardinali tra i quali il Segretario di Stato Tarciso Bertone, il Vicario di Roma Agostino Vallini, e il suo predecessore Camillo Ruini.

Prima il Papa aveva presieduto un’assemblea di preghiera nella forma delle « Stazioni » romane, nella Chiesa di Sant’Anselmo all’Aventino, dei Monaci Benedettini. Dopo c’è stata la tradizionale processione penitenziale verso la Basilica di Santa Sabina per la celebrazione del rito.

L’uso di celebrare in Quaresima la Messa “stazionale” risale ai secoli VII-VIII, quando il Papa celebrava l’Eucaristia assistito da tutti i preti delle Chiese di Roma, in una delle 43 Basiliche stazionali della Città.

Dopo una preghiera iniziale si snodava la Processione da una Chiesa ad un’altra al canto delle Litanie dei Santi, che si concludeva con la celebrazione dell’Eucaristia.

Alla fine della Messa i preti prendevano il pane eucaristico (fermentum) e lo portavano ai fedeli che non avevano potuto partecipare, ad indicare la comunione e l’unità fra tutti i membri della Chiesa.

L’imposizione delle ceneri era un rito riservato dapprima ai penitenti pubblici, che avevano chiesto di venir riconciliati durante la Quaresima. Tuttavia, per umiltà e riconoscendosi sempre bisognosi di riconciliazione, il Papa, il clero e poi tutti i fedeli vollero successivamente associarsi a quel rito ricevendo anch’essi le ceneri.

La Stazione Quaresimale indica la dimensione pellegrinante del popolo di Dio che, in preparazione alla Settimana Santa, intensifica il deserto quaresimale e sperimenta la lontananza dalla “Gerusalemme” verso la quale si dirigerà la Domenica delle Palme, perché il Signore possa completare – nella Pasqua – la sua missione terrena e realizzare il disegno del Padre.

Nel’omelia, il Santo Padre ha presentato l’intero itinerario quaresimale, che avrà come culmine la Pasqua, “ponendo a suo fondamento l’onnipotenza d’amore di Dio, la sua assoluta signoria su ogni creatura, che si traduce in indulgenza infinita, animata da costante e universale volontà di vita”.

“In effetti – ha sottolineato –, perdonare qualcuno equivale a dirgli: non voglio che tu muoia, ma che tu viva; voglio sempre e soltanto il tuo bene”.

“La salvezza, infatti, è dono, è grazia di Dio, ma per avere effetto nella mia esistenza richiede il mio assenso, un’accoglienza dimostrata nei fatti, cioè nella volontà di vivere come Gesù, di camminare dietro a Lui”.

“Seguire Gesù nel deserto quaresimale è dunque condizione necessaria per partecipare alla sua Pasqua, al suo ‘esodo’”, ha continuato.

“Adamo fu cacciato dal Paradiso terrestre, simbolo della comunione con Dio – ha sottolineato il Papa –; ora, per ritornare a questa comunione e dunque alla vera vita, la vita eterna, bisogna attraversare il deserto, la prova della fede. Non da soli, ma con Gesù! Lui – come sempre – ci ha preceduto e ha già vinto il combattimento contro lo spirito del male”.

“Ecco il senso della Quaresima – ha quindi concluso –, tempo liturgico che ogni anno ci invita a rinnovare la scelta di seguire Cristo sulla via dell’umiltà per partecipare alla sua vittoria sul peccato e sulla morte”.

Come ogni anno, il Papa ha indirizzato un messaggio ai cattolici di tutto il mondo in vista di questa Quaresima che ha come tema: “La giustizia di Dio si è manifestata per mezzo della fede in Cristo”.

Il Tempo Liturgico di Quaresima

dal sito:

http://www.cmri.org/ital-96prog2.html

Il Tempo Liturgico di Quaresima

di S.E. Mons. Mark A. Pivarunas, CMRI
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Mercoledì delle Ceneri
21 febbraio 1996 (anno A)

Carissimi beneamati in Cristo,

Il Tempo Liturgico di Quaresima fa iniziare la solenne preparazione della Chiesa per la gloriosa festa della Risurrezione del Nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo, e vi sono molti aspetti spirituali e dottrinali della Quaresima che dobbiamo considerare per trarre opportunamente beneficio da questo tempo penitenziale.

Il primo aspetto della Quaresima è principalmente spirituale. Esso si riferisce alla storia della Quaresima, al suo scopo e fine principale. Il secondo aspetto è principalmente dottrinale e ci ricorda le tristi conseguenze del peccato — il peccato originale dei nostri progenitori, Adamo ed Eva, e i peccati attuali che noi stessi commettiamo.

Quando e da chi fu istituito il tempo di Quaresima?

Molti degli antichi Padri della Chiesa, in particolare S. Girolamo, Papa S. Leone Magno, S. Cirillo di Alessandria, e S. Isidoro di Siviglia, confermano che il tempo di Quaresima venne istituito dagli Apostoli stessi, fin dagli albori della Chiesa. Essi decretarono un digiuno universale per il sempre crescente gregge di Cristo, affinchè servisse come preparazione spirituale per la festa della Risurrezione dai morti di Nostro Signore. Gli Apostoli stabilirono che, dato che il numero quaranta (40) è un numero assai ricco di significato sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento, questo solenne tempo penitenziale dovesse anch’esso consistere di 40 giorni.

Quando Iddio Onnipotente ripulì dapprima il mondo dal peccato per mezzo del Diluvio Universale ai giorni di Noè, piovve 40 giorni e 40 notti. Similmente, quando Mosè e gli Israeliti vagarono nel deserto in cammino verso la Terra Promessa, viaggiarono per 40 anni nella selvatica desolazione. Infine, abbiamo il perfetto esempio di Cristo stesso, che digiunò per 40 giorni nel deserto prima di accingersi alla Sua vita pubblica.

Il concetto di digiuno è assai esplicito negli insegnamenti di Nostro Signore. Nel Vangelo di S. Matteo, leggiamo che i discepoli di S. Giovanni Battista un giorno si avvicinarono a Gesù e gli chiesero:

“‘Perché noi ed i Farisei digiuniamo spesso, ma i tuoi discepoli non digiunano?’ E Gesù disse loro: ‘Possono gli amici dello sposo affliggersi, mentre lo sposo è con loro? Ma verranno i giorni, quando lo sposo sarà loro tolto, e allora essi digiuneranno ’” (Matt. 9:14-15).
Molti altri esempi tratti dalla Sacra Scrittura dimostrano il vantaggio spirituale che viene dal digiuno.

In una circostanza, durante la vita di Nostro Signore qui sulla terra, gli Apostoli si trovarono in una situazione molto imbarazzante. Essi cercavano di esorcizzare un posseduto, e non ci riuscivano. Quando Gesù fu giunto sulla scena, subito cacciò fuori il diavolo e più tardi disse agli Apostoli:

“Questo genere di demoni non si può scacciare se non con la preghiera e il digiuno” (Matt. 17:20).
Negli Atti degli Apostoli, troviamo che gli Apostoli combinavano la preghiera col digiuno come preparazione spirituale per l’ordinazione dei preti:

“Quando ebbero loro ordinato dei preti in ogni chiesa, ed ebbero pregato e digiunato, li raccomandarono al Signore, nel quale avevano creduto” (Atti 14:22).

“Mentre stavano ministrando al Signore, e digiunando, lo Spirito Santo disse loro: ‘Separatemi Saulo e Barnaba, per l’opera per la quale li ho scelti.’ Allora essi, digiunando e pregando, ed imposte le mani su di loro, li mandarono via” (Atti 13:2-3).

Nostra Santa Madre, la Chiesa Cattolica, prende seriamente le parole di Nostro Signore:

“Ma verranno i giorni, quando lo Sposo sarà loro tolto, e allora essi digiuneranno ” (Matt. 9:15).
Le leggi della Chiesa riguardo al digiuno ecclesiastico sono le seguenti: in giorno di digiuno, è permesso solo un pasto completo, con due pasti minori senza carni (colazioni), sufficienti per mantenersi in forze, ma le due piccole colazioni insieme non devono eguagliare un altro pasto completo. Queste leggi del digiuno obbligano sotto pena di peccato grave tutti coloro la cui età è compresa tra 21 e 59 anni, e che non sono legittimamente scusati. In questa legislazione, vediamo la grande prudenza della Chiesa Cattolica e come ben equilibrato sia ciò che si richiede ai fedeli. Quando gli anni della crescita fisica importante sono ordinariamente trascorsi, la Chiesa obbliga i suoi giovani adulti all’età di 21 anni a cominciare a digiunare, e quando gli adulti ordinariamente entrano nell’età della salute che declina, la Chiesa fa terminare quest’obbligo all’età di 60 anni. Coloro che sono legittimamente scusati dal digiuno, sono le persone malate o convalescenti che hanno salute delicata, le donne incinte o allattanti, e la gente che compie lavori pesanti che, a causa del digiuno, non sarebbe capace di esercitare la propria occupazione (agricoltori, mugnai, muratori, ecc.) posto che lavorino davvero per gran parte della giornata. Inoltre, professori, insegnanti, studenti, predicatori, confessori, medici, giudici, avvocati, ecc., sono scusati se il digiuno li ostacola nel loro lavoro.

Se sorgesse un qualsiasi dubbio relativo ad un caso particolare riguardo al digiuno, i fedeli possono comunque sempre far ricorso al loro confessore.

Lo scopo del digiuno è ottimamente riassunto da S. Tommaso d’Aquino:

“Si pratica il digiuno per un triplice scopo. In primo luogo, allo scopo di imbrigliare la concupiscenza della carne, come dice l’Apostolo: ‘Nelle angustie, nella prigionia, nelle sommosse, nelle fatiche, nelle veglie, nei digiuni, vivendo nella castità, col sapere, con longanimità, con dolcezza, nello Spirito Santo, nella carità non finta’ (2 Cor. 6:5,6), poichè il digiuno è il guardiano della castità. Perchè, secondo S. Girolamo: ‘Venere è fredda quando Cerere e Bacco sono assenti.’ Il che vale a dire, la concupiscenza viene raffreddata dall’astinenza dalle carni e dal bere. In secondo luogo, dobbiamo far ricorso al digiuno affinchè la mente possa elevarsi più liberamente alla contemplazione delle cose celesti: così viene detto (Dan. 10) di Daniele che ricevette una rivelazione da Dio dopo un digiuno di tre settimane. In terzo luogo, allo scopo di soddisfare per i peccati: come è scritto (Gioele 2:12): ‘Convertitevi a Me con tutto il cuore, nel digiuno, e nel pianto e nell’afflizione.’ Lo stesso dichiara S. Agostino in un sermone (De Oratione et Jejunio): Il digiuno ripulisce l’anima, eleva la mente, assoggetta la carne allo spirito, rende il cuore contrito e umile, disperde le nubi della concupiscenza, spegne il fuoco del desiderio carnale, accende la luce della vera castità’” (Summa Teologica, Questione 147, Articolo 1).
Il secondo aspetto della Quaresima da considerare, è il male del peccato — sia il peccato originale che il peccato attuale. Si definisce peccato qualsiasi pensiero, parola, azione, desiderio, o omissione proibita dalla legge di Dio. Quando i nostri progenitori, Adamo ed Eva, peccarono, essi offesero gravemente Iddio Onnipotente. Perché sebbene il loro atto di mangiare del frutto proibito fosse un atto finito in se stesso, la loro offesa fu contro un Essere Infinito — Dio. Questa offesa, le conseguenze della quale furono l’ignoranza, la sofferenza, la morte ed una forte inclinazione al peccato, non solo privò loro ed i loro discendenti dei doni preternaturali, ma anche, e cosa più importante, privò Adamo ed Eva e la loro discendenza di quel dono più prezioso tra tutti i doni — la grazia santificante — mediante il quale l’uomo partecipa nella propria anima alla vita stessa di Dio. S. Paolo dice:

“A causa d’un uomo il peccato entrò nel mondo, e con il peccato la morte, e così la morte passò a tutti gli uomini, nel quale tutti hanno peccato” (Rom 5:12).
Quando l’uomo commette peccato, specialmente il peccato mortale, offende anche la Divina Maestà e infligge un danno spirituale alla sua anima (la morte spirituale in caso di peccato mortale). Fu proprio per soddisfare per i peccati del genere umano che Gesù Cristo sacrificò la Sua vita sulla Croce.

Se apprezzassimo veramente le sofferenze e la morte di Nostro Signore, avremmo bisogno di meditare seriamente sulla Passione. Uno dei modi per compierlo è di considerare la sacra immagine di Cristo Crocifisso quale si vede sulla Santa Sindone di Torino. Questo lenzuolo macchiato di sangue identifica con precisione le ferite inflitte a Nostro Signore secondo i Santi Vangeli.

Vi possiamo vedere a nostro vantaggio i segni delle molteplici piaghe lungo il Suo Sacro Corpo, le ferite causate dalle spine che circondarono la Sua Testa, i segni dei chiodi nelle Sue Mani e Piedi, e finalmente, l’ampia ferita nel Suo Sacro Costato.

La grande tragedia dei nostri tempi è che la maggioranza del genere umano vive come se non ci fosse Dio, non ci fossero i Comandamenti, né cose come il peccato. Ma non guardiamo alla maggioranza del genere umano — guardiamo a noi stessi. Quando avessimo la sventura di commettere un peccato, noi non potremmo addurre l’ignoranza. Nostro Signore non può dire di noi ciò che disse dei suoi uccisori:

“Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno!” (Luca 23:34).

Nel cominciare la nostra solenne preparazione per la celebrazione della Risurrezione di Nostro Signore — la più grande festa dell’intero anno liturgico — uniamo alle nostre preghiere, meditazioni e letture spirituali, la piena penitenza del digiuno e dell’astinenza. Coloro che non sono obbligati a digiunare dovrebbero compiere qualche speciale sacrificio che mortifichi particolarmente la loro natura umana decaduta, che è così incline al peccato.

Finalmente, nel fare penitenza durante questo tempo di Quaresima, ricordiamoci delle parole di Nostro Signore ai discepoli:

“Quando digiunate, non fate i tristi come gli ipocriti. Che si imbruttiscono la faccia, affinchè possano mostrare agli uomini che essi digiunano. In verità vi dico, che hanno già ricevuto la loro ricompensa. Ma voi, quando digiunate, profumatevi il capo e lavatevi la faccia. In modo che non agli uomini appaia che digiunate, ma al Padre vostro che è nel segreto: e il vostro Padre, che vede nel segreto, vi ricompenserà” (Matt. 6:16-18).
In Christo Jesu et Maria Immaculata,

+ Mark A. Pivarunas, CMRI

Publié dans:LITURGIA, LITURGIA- TEMPI LITURGICI |on 18 février, 2010 |Pas de commentaires »

Meditazione di Benedetto XVI sul significato del tempo quaresimale

dal sito:

http://www.zenit.org/article-21423?l=italian

Meditazione di Benedetto XVI sul significato del tempo quaresimale

In occasione dell’Udienza generale del Mercoledì

CITTA’ DEL VATICANO, mercoledì, 17 febbraio 2010 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il discorso pronunciato mercoledì da Benedetto XVI in occasione dell’Udienza generale nell’aula Paolo VI, dove ha incontrato gruppi di pellegrini e fedeli giunti dall’Italia e da ogni parte del mondo.

Nel discorso in lingua italiana, il Papa ha tenuto una meditazione sul significato del tempo quaresimale e in particolare su questo Mercoledì delle Ceneri.

* * *

Cari fratelli e sorelle!

iniziamo oggi, Mercoledì delle Ceneri, il cammino quaresimale: un cammino che si snoda per quaranta giorni e che ci porta alla gioia della Pasqua del Signore. In questo itinerario spirituale non siamo soli, perché la Chiesa ci accompagna e ci sostiene sin dall’inizio con la Parola di Dio, che racchiude un programma di vita spirituale e di impegno penitenziale, e con la grazia dei Sacramenti.

Sono le parole dell’apostolo Paolo ad offrirci una precisa consegna: « Vi esortiamo a non accogliere invano la grazia di Dio…Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza! » (2Cor 6,1-2). In verità, nella visione cristiana della vita ogni momento deve dirsi favorevole e ogni giorno deve dirsi giorno di salvezza, ma la liturgia della Chiesa riferisce queste parole in un modo del tutto particolare al tempo della Quaresima. E che i quaranta giorni in preparazione della Pasqua siano tempo favorevole e di grazia lo possiamo capire proprio nell’appello che l’austero rito dell’imposizione delle ceneri ci rivolge e che si esprime, nella liturgia, con due formule: « Convertitevi e credete al vangelo! », « Ricordati che sei polvere e in polvere ritornerai ».

Il primo richiamo è alla conversione, parola da prendersi nella sua straordinaria serietà, cogliendo la sorprendente novità che essa sprigiona. L’appello alla conversione, infatti, mette a nudo e denuncia la facile superficialità che caratterizza molto spesso il nostro vivere. Convertirsi significa cambiare direzione nel cammino della vita: non, però, con un piccolo aggiustamento, ma con una vera e propria inversione di marcia. Conversione è andare controcorrente, dove la « corrente » è lo stile di vita superficiale, incoerente ed illusorio, che spesso ci trascina, ci domina e ci rende schiavi del male o comunque prigionieri della mediocrità morale. Con la conversione, invece, si punta alla misura alta della vita cristiana, ci si affida al Vangelo vivente e personale, che è Cristo Gesù. E’ la sua persona la meta finale e il senso profondo della conversione, è lui la via sulla quale tutti sono chiamati a camminare nella vita, lasciandosi illuminare dalla sua luce e sostenere dalla sua forza che muove i nostri passi. In tal modo la conversione manifesta il suo volto più splendido e affascinante: non è una semplice decisione morale, che rettifica la nostra condotta di vita, ma è una scelta di fede, che ci coinvolge interamente nella comunione intima con la persona viva e concreta di Gesù. Convertirsi e credere al Vangelo non sono due cose diverse o in qualche modo soltanto accostate tra loro, ma esprimono la medesima realtà. La conversione è il « sì » totale di chi consegna la propria esistenza al Vangelo, rispondendo liberamente a Cristo che per primo si offre all’uomo come via, verità e vita, come colui che solo lo libera e lo salva. Proprio questo è il senso delle prime parole con cui, secondo l’evangelista Marco, Gesù apre la predicazione del « Vangelo di Dio »: « Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo » (Mc 1,15).

Il « convertitevi e credete al vangelo » non sta solo all’inizio della vita cristiana, ma ne accompagna tutti i passi, permane rinnovandosi e si diffonde ramificandosi in tutte le sue espressioni. Ogni giorno è momento favorevole e di grazia, perché ogni giorno ci sollecita a consegnarci a Gesù, ad avere fiducia in Lui, a rimanere in Lui, a condividerne lo stile di vita, a imparare da Lui l’amore vero, a seguirlo nel compimento quotidiano della volontà del Padre, l’unica grande legge di vita. Ogni giorno, anche quando non mancano le difficoltà e le fatiche, le stanchezze e le cadute, anche quando siamo tentati di abbandonare la strada della sequela di Cristo e di chiuderci in noi stessi, nel nostro egoismo, senza renderci conto della necessità che abbiamo di aprirci all’amore di Dio in Cristo, per vivere la stessa logica di giustizia e di amore. Nel recente Messaggio per la Quaresima ho voluto ricordare che « Occorre umiltà per accettare di aver bisogno che un Altro mi liberi del « mio », per darmi gratuitamente il « suo ». Ciò avviene particolarmente nei sacramenti della Penitenza e dell’Eucaristia. Grazie all’amore di Cristo, noi possiamo entrare nella giustizia « più grande », che è quella dell’amore (cfr Rm 13,8-10), la giustizia di chi si sente in ogni caso sempre più debitore che creditore, perché ha ricevuto più di quanto si possa aspettare » (L’Oss. Rom. 5 febbraio 2010, p. 8).

Il momento favorevole e di grazia della Quaresima ci mostra il proprio significato spirituale anche attraverso l’antica formula: Ricordati che sei polvere e in polvere ritornerai, che il sacerdote pronuncia quando impone sul nostro capo un po’ di cenere. Veniamo così rimandati agli inizi della storia umana, quando il Signore disse ad Adamo dopo la colpa delle origini: « Con il sudore del tuo volto mangerai il pane, finché non ritornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere ritornerai! » (Gen 3,19). Qui, la parola di Dio ci richiama alla nostra fragilità, anzi alla nostra morte, che ne è la forma estrema. Di fronte all’innata paura della fine, e ancor più nel contesto di una cultura che in tanti modi tende a censurare la realtà e l’esperienza umana del morire, la liturgia quaresimale, da un lato, ci ricorda la morte invitandoci al realismo e alla saggezza, ma, dall’altro lato, ci spinge soprattutto a cogliere e a vivere la novità inattesa che la fede cristiana sprigiona nella realtà della stessa morte.

L’uomo è polvere e in polvere ritornerà, ma è polvere preziosa agli occhi di Dio, perché Dio ha creato l’uomo destinandolo all’immortalità. Così la formula liturgica « Ricordati che sei polvere e in polvere ritornerai » trova la pienezza del suo significato in riferimento al nuovo Adamo, Cristo. Anche il Signore Gesù ha liberamente voluto condividere con ogni uomo la sorte della fragilità, in particolare attraverso la sua morte in croce; ma proprio questa morte, colma del suo amore per il Padre e per l’umanità, è stata la via per la gloriosa risurrezione, attraverso la quale Cristo è diventato sorgente di una grazia donata a quanti credono in Lui e vengono resi partecipi della stessa vita divina. Questa vita che non avrà fine è già in atto nella fase terrena della nostra esistenza, ma sarà portata a compimento dopo « la risurrezione della carne ». Il piccolo gesto dell’imposizione delle ceneri ci svela la singolare ricchezza del suo significato: è un invito a percorrere il tempo quaresimale come un’immersione più consapevole e più intensa nel mistero pasquale di Cristo, nella sua morte e risurrezione, mediante la partecipazione all’Eucaristia e alla vita di carità, che dall’Eucaristia nasce e nella quale trova il suo compimento. Con l’imposizione delle ceneri noi rinnoviamo il nostro impegno di seguire Gesù, di lasciarci trasformare dal suo mistero pasquale, per vincere il male e fare il bene, per far morire il nostro « uomo vecchio » legato al peccato e far nascere l’ »uomo nuovo » trasformato dalla grazia di Dio.

Cari amici! Mentre ci apprestiamo ad intraprendere l’austero cammino quaresimale, vogliamo invocare con particolare fiducia la protezione e l’aiuto della Vergine Maria. Sia Lei, la prima credente in Cristo, ad accompagnarci in questi quaranta giorni di intensa preghiera e di sincera penitenza, per arrivare a celebrare, purificati e completamente rinnovati nella mente e nello spirito, il grande mistero della Pasqua del suo Figlio.

Buona Quaresima a tutti!

[Il Papa ha poi salutato i pellegrini in diverse lingue. In Italiano ha detto:]

Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare, saluto i fedeli di Monterotondo, esortandoli e testimoniare generosamente il Vangelo, sull’esempio del loro patrono sant’Antonio abate. Saluto i rappresentanti dell’Unione Cattolica Insegnanti Medi, di Leporano e quelli della Federazione Italiana Hockey. A ciascuno assicuro il mio ricordo nella preghiera, all’inizio di questo tempo quaresimale.

Saluto con affetto, in modo speciale, i giovani, i malati e gli sposi novelli. Cari giovani, vi esorto a vivere la Quaresima con un autentico spirito penitenziale, come un ritorno al Padre, che tutti attende a braccia aperte. Cari malati, vi incoraggio ad offrire le vostre sofferenze insieme con Cristo per la conversione di quanti ancora si trovano lontano da Dio; ed auguro a voi, cari sposi novelli, di costruire con coraggio e generosità la vostra famiglia sulla salda roccia dell’amore divino.

Benedetto XVI, Messaggio per la Quaresima 2010: La giustizia di Dio si è manifestata per mezzo della fede in Cristo (cfr Rm 3,21-22)

dal sito:

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/messages/lent/documents/hf_ben-xvi_mes_20091030_lent-2010_it.html

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE
BENEDETTO XVI
PER LA QUARESIMA 2010

La giustizia di Dio si è manifestata
per mezzo della fede in Cristo (cfr Rm 3,21-22)  

Cari fratelli e sorelle,

ogni anno, in occasione della Quaresima, la Chiesa ci invita a una sincera revisione della nostra vita alla luce degli insegnamenti evangelici. Quest’anno vorrei proporvi alcune riflessioni sul vasto tema della giustizia, partendo dall’affermazione paolina: La giustizia di Dio si è manifestata per mezzo della fede in Cristo (cfr Rm 3,21-22).

Giustizia: “dare cuique suum”

Mi soffermo in primo luogo sul significato del termine “giustizia”, che nel linguaggio comune implica “dare a ciascuno il suo – dare cuique suum”, secondo la nota espressione di Ulpiano, giurista romano del III secolo. In realtà, però, tale classica definizione non precisa in che cosa consista quel “suo” da assicurare a ciascuno. Ciò di cui l’uomo ha più bisogno non può essergli garantito per legge. Per godere di un’esistenza in pienezza, gli è necessario qualcosa di più intimo che può essergli accordato solo gratuitamente: potremmo dire che l’uomo vive di quell’amore che solo Dio può comunicargli avendolo creato a sua immagine e somiglianza. Sono certamente utili e necessari i beni materiali – del resto Gesù stesso si è preoccupato di guarire i malati, di sfamare le folle che lo seguivano e di certo condanna l’indifferenza che anche oggi costringe centinaia di milioni di essere umani alla morte per mancanza di cibo, di acqua e di medicine -, ma la giustizia “distributiva” non rende all’essere umano tutto il “suo” che gli è dovuto. Come e più del pane, egli ha infatti bisogno di Dio. Nota sant’Agostino: se “la giustizia è la virtù che distribuisce a ciascuno il suo… non è giustizia dell’uomo quella che sottrae l’uomo al vero Dio” (De civitate Dei, XIX, 21).

Da dove viene l’ingiustizia?

L’evangelista Marco riporta le seguenti parole di Gesù, che si inseriscono nel dibattito di allora circa ciò che è puro e ciò che è impuro: “Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro… Ciò che esce dall’uomo è quello che rende impuro l’uomo. Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male” (Mc 7,14-15.20-21). Al di là della questione immediata relativa al cibo, possiamo scorgere nella reazione dei farisei una tentazione permanente dell’uomo: quella di individuare l’origine del male in una causa esteriore. Molte delle moderne ideologie hanno, a ben vedere, questo presupposto: poiché l’ingiustizia viene “da fuori”, affinché regni la giustizia è sufficiente rimuovere le cause esteriori che ne impediscono l’attuazione. Questo modo di pensare – ammonisce Gesù – è ingenuo e miope. L’ingiustizia, frutto del male, non ha radici esclusivamente esterne; ha origine nel cuore umano, dove si trovano i germi di una misteriosa connivenza col male. Lo riconosce amaramente il Salmista: “Ecco, nella colpa io sono nato, nel peccato mi ha concepito mia madre” (Sal 51,7). Sì, l’uomo è reso fragile da una spinta profonda, che lo mortifica nella capacità di entrare in comunione con l’altro. Aperto per natura al libero flusso della condivisione, avverte dentro di sé una strana forza di gravità che lo porta a ripiegarsi su se stesso, ad affermarsi sopra e contro gli altri: è l’egoismo, conseguenza della colpa originale. Adamo ed Eva, sedotti dalla menzogna di Satana, afferrando il misterioso frutto contro il comando divino, hanno sostituito alla logica del confidare nell’Amore quella del sospetto e della competizione; alla logica del ricevere, dell’attendere fiducioso dall’Altro, quella ansiosa dell’afferrare e del fare da sé (cfr Gen 3,1-6), sperimentando come risultato un senso di inquietudine e di incertezza. Come può l’uomo liberarsi da questa spinta egoistica e aprirsi all’amore?

Giustizia e Sedaqah

Nel cuore della saggezza di Israele troviamo un legame profondo tra fede nel Dio che “solleva dalla polvere il debole” (Sal 113,7) e giustizia verso il prossimo. La parola stessa con cui in ebraico si indica la virtù della giustizia, sedaqah, ben lo esprime. Sedaqah infatti significa, da una parte, accettazione piena della volontà del Dio di Israele; dall’altra, equità nei confronti del prossimo (cfr Es 20,12-17), in modo speciale del povero, del forestiero, dell’orfano e della vedova (cfr Dt 10,18-19). Ma i due significati sono legati, perché il dare al povero, per l’israelita, non è altro che il contraccambio dovuto a Dio, che ha avuto pietà della miseria del suo popolo. Non a caso il dono delle tavole della Legge a Mosè, sul monte Sinai, avviene dopo il passaggio del Mar Rosso. L’ascolto della Legge, cioè, presuppone la fede nel Dio che per primo ha ‘ascoltato il lamento’ del suo popolo ed è “sceso per liberarlo dal potere dell’Egitto” (cfr Es 3,8). Dio è attento al grido del misero e in risposta chiede di essere ascoltato: chiede giustizia verso il povero (cfr Sir 4,4-5.8-9), il forestiero (cfr Es 22,20), lo schiavo (cfr Dt 15,12-18). Per entrare nella giustizia è pertanto necessario uscire da quell’illusione di auto-sufficienza, da quello stato profondo di chiusura, che è l’origine stessa dell’ingiustizia. Occorre, in altre parole, un “esodo” più profondo di quello che Dio ha operato con Mosè, una liberazione del cuore, che la sola parola della Legge è impotente a realizzare. C’è dunque per l’uomo speranza di giustizia?

Cristo, giustizia di Dio

L’annuncio cristiano risponde positivamente alla sete di giustizia dell’uomo, come afferma l’apostolo Paolo nella Lettera ai Romani: “Ora invece, indipendentemente dalla Legge, si è manifestata la giustizia di Dio… per mezzo della fede in Gesù Cristo, per tutti quelli che credono. Infatti non c’è differenza, perché tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, per mezzo della redenzione che è in Cristo Gesù. E’ lui che Dio ha stabilito apertamente come strumento di espiazione, per mezzo della fede, nel suo sangue” (3,21-25).

Quale è dunque la giustizia di Cristo? E’ anzitutto la giustizia che viene dalla grazia, dove non è l’uomo che ripara, guarisce se stesso e gli altri. Il fatto che l’“espiazione” avvenga nel “sangue” di Gesù significa che non sono i sacrifici dell’uomo a liberarlo dal peso delle colpe, ma il gesto dell’amore di Dio che si apre fino all’estremo, fino a far passare in sé “la maledizione” che spetta all’uomo, per trasmettergli in cambio la “benedizione” che spetta a Dio (cfr Gal 3,13-14). Ma ciò solleva subito un’obiezione: quale giustizia vi è là dove il giusto muore per il colpevole e il colpevole riceve in cambio la benedizione che spetta al giusto? Ciascuno non viene così a ricevere il contrario del “suo”? In realtà, qui si dischiude la giustizia divina, profondamente diversa da quella umana. Dio ha pagato per noi nel suo Figlio il prezzo del riscatto, un prezzo davvero esorbitante. Di fronte alla giustizia della Croce l’uomo si può ribellare, perché essa mette in evidenza che l’uomo non è un essere autarchico, ma ha bisogno di un Altro per essere pienamente se stesso. Convertirsi a Cristo, credere al Vangelo, significa in fondo proprio questo: uscire dall’illusione dell’autosufficienza per scoprire e accettare la propria indigenza – indigenza degli altri e di Dio, esigenza del suo perdono e della sua amicizia.

Si capisce allora come la fede sia tutt’altro che un fatto naturale, comodo, ovvio: occorre umiltà per accettare di aver bisogno che un Altro mi liberi del “mio”, per darmi gratuitamente il “suo”. Ciò avviene particolarmente nei sacramenti della Penitenza e dell’Eucaristia. Grazie all’azione di Cristo, noi possiamo entrare nella giustizia “più grande”, che è quella dell’amore (cfr Rm 13,8-10), la giustizia di chi si sente in ogni caso sempre più debitore che creditore, perché ha ricevuto più di quanto si possa aspettare.

Proprio forte di questa esperienza, il cristiano è spinto a contribuire a formare società giuste, dove tutti ricevono il necessario per vivere secondo la propria dignità di uomini e dove la giustizia è vivificata dall’amore.

Cari fratelli e sorelle, la Quaresima culmina nel Triduo Pasquale, nel quale anche quest’anno celebreremo la giustizia divina, che è pienezza di carità, di dono, di salvezza. Che questo tempo penitenziale sia per ogni cristiano tempo di autentica conversione e d’intensa conoscenza del mistero di Cristo, venuto a compiere ogni giustizia. Con tali sentimenti, imparto di cuore a tutti l’Apostolica Benedizione.

Dal Vaticano, 30 ottobre 2009

BENEDICTUS PP. XVI

Il Tempo Ordinario: La bellezza del quotidiano

dal sito:

http://www.oratoriovalentino.org/spiritualita/t_ordinario/tempo%20ordinario.doc

TEMPO ORDINARIO

La bellezza del quotidiano

Il Tempo ordinario ricorda che la vita cristiana è una continua memoria rinnovata della pasqua. La vita di Cristo, culminata nel mistero pasquale, viene attualizzata ogni domenica. Il legame della chiesa con il Salvatore non genera solo un rapporto di fedeltà al passato, ma apre al futuro. Radicata nel Risorto, la chiesa non ripete un cammino lineare, ma vive un rapporto circolare. La grazia della passione e risurrezione permette alla chiesa di inserirsi in modo vitale nelle situazioni sempre nuove del mondo.
 Il Tempo ordinario richiama all’attenzione al quotidiano. Terminate le grandi festività, con quanto di specifico le accompagna anche nella liturgia, l’evento pasquale di Cristo tende ad entrare nei meandri di ogni esperienza personale e familiare, sociale ed ecclesiale del credente. Nulla può restare fuori dalla grazia trasformante di Cristo: affetti e doti, beni e scelte, lavoro e festa, gioie e fatiche, malattia e morte. Tutto ne viene segnato profondamente. L’adesione al Risorto abbisogna di un percorso costante e progressivo, per arrivare a rivestirsi totalmente di lui (Gal 3,27). Il mistero pasquale è troppo denso per essere assimilato in poche settimane: occorrono tempi lunghi e varie mediazioni per accoglierlo come regola di vita e criterio di giudizio, forza di azione e certezza di futuro.
 Il Tempo ordinario non è irrilevante: è anzi il normale sbocco della celebrazione della pasqua. Nei secoli, la concentrazione dell’attenzione sul compimento del precetto pasquale ha forse ritardato la maturazione della consapevolezza che la pasqua va vissuta tutti i giorni della vita, in qualunque circostanza. La risurrezione di Cristo e il dono del suo Spirito non sono finalizzati solo alla domenica, ma anche ai giorni feriali. Infatti, il cristianesimo non è un insieme di riti o di idee, ma un incontro che cambia tutta la vita. Per la chiesa d’occidente, il martirio può consistere nel cammino di conversione e di fedeltà al Signore nelle piccole realtà e situazioni quotidiane. Ogni domenica i fedeli si fermano attorno a Cristo vittorioso per ritrovare la forza di affrontare cristianamente una nuova settimana di vita. Di qui l’importanza di riscoprire il senso della “festa” cristiana come punto trasformante di un’esistenza che diversamente trascorre nel grigiore e nella banalità.
 Nell’esortazione Sacramentum caritatis il papa afferma: «Il culto a Dio nell’esistenza umana non è relegabile ad un momento particolare e privato, ma per natura sua tende a pervadere tutte le circostanze dell’esistenza in cui ogni particolare viene esaltato, in quanto vissuto dentro il rapporto con Cristo e come offerta a Dio» (n. 71). Al n. 79 il mondo è paragonato al «campo» e i cristiani laici al «buon seme» che il Padre vi semina per far germogliare «la novità radicale portata da Cristo proprio all’interno delle comuni condizioni di vita».
 
L’efficacia del Tempo ordinario

Vivere “da cristiani” il Tempo ordinario equivale ad essere fedeli all’eucaristia, che conferma la natura soprannaturale della vita cristiana e la riscatta dalle «mode del momento» (n. 37). Non si può «vivere secondo la domenica» (Ignazio di Antiochia) senza programmare impegni familiari, lavorativi, ludici ecc., per non mancare all’appuntamento eucaristico, ovunque ci si venga a trovare, anche in vacanza… Con troppa superficialità si omette la partecipazione al memoriale settimanale della pasqua.
 Non si tratta di moralismo, ma del dinamismo dell’amore: «La tensione morale che nasce dall’ospitare Gesù nella propria vita scaturisce dalla gratitudine per aver sperimentato l’immeritata vicinanza del Signore» (n. 82). La coerenza nasce dall’esigenza della pubblica testimonianza della propria fede, soprattutto in relazione ai valori non negoziabili, quali il rispetto e la difesa della vita umana, la famiglia, la libertà di educazione dei figli e la promozione del bene comune» (nn. 83,85). Il Tempo ordinario è la palestra per esercitare il dono ricevuto, con fedeltà e gratitudine.
È sorprendente l’esempio di Gesù, che per trent’anni conduce un’esistenza qualunque tra lavoro e casa, famiglia e amici. Anche il suo ministero è caratterizzato da incontri non eccezionali o eroici, quasi per sottolineare il valore del quotidiano. Ecco la scelta degli apostoli mentre stanno pescando o di Levi che riscuote le tasse; la partecipazione al matrimonio a Cana e la visita alla suocera di Pietro malata; il dialogo con la Samaritana che attinge acqua e la compassione al funerale del figlio della vedova di Nain; il riferimento al mondo agricolo e al vicinato…
 Gesù educa a cogliere la «perla preziosa» insita nella realtà, uscita buona dalle mani del Creatore, e nella persona umana, dotata del sigillo del soffio stesso di Dio: il tutto rigenerato dalla pasqua. Proprio perché non rinchiuso negli orizzonti del tempo, il cristiano è lungimirante, sa intuire ciò che altri non vedono. Sono suggestivi i suggerimenti di Paola Bignardi per intravedere nella propria esistenza quasi un “sacramento”, nel quale Dio si fa presente senza mostrarsi.
Anzitutto, il «lasciarsi stupire dal mistero» nelle molteplici forme in cui esso appare e negli infiniti luoghi che esso abita. La vita è molto più di ciò che le nostre giornate manifestano e questa convinzione va coltivata insieme a un atteggiamento e a un cuore vigili. La presenza di un Dio cui nulla è impossibile è sempre sorprendente e mai scontata.
Secondo, «svelare il mistero» di un’esistenza piena e affascinante, motivata e serena, non appassita nell’abitudine o bruciata dalla banalità. L’amore che “spinge” si fa parola di fiducia, gesto di misericordia e scelta di condivisione con i fratelli. Il Tempo ordinario è la serra delle relazioni semplici, della prossimità.
Terzo, «narrare il mistero» che racchiude il segreto luminoso che le dà senso. [1] Stretta al Signore Gesù, la vita profuma di vangelo e diventa evangelizzazione spontanea nella vicinanza alle persone. Come afferma efficacemente Benedetto XVI: «Diveniamo testimoni quando, attraverso le nostre azioni, parole e modo di essere, un Altro appare e si comunica… Chi non comunica la verità dell’Amore al fratello non ha ancora dato abbastanza» (nn. 85,86).
 Il Tempo ordinario è insieme risorsa, scuola di formazione e banco di prova per il laicato. Come annotava la Bignardi al convegno di Verona, è ora di riconoscere la vocazione dei laici non solo quando operano per sostenere le iniziative pastorali della comunità, ma quando si impegnano nell’azione secolare per mostrare a tutti che Dio ama la vita. È una straordinaria avventura quella dei fedeli laici, il cui cammino spirituale è tutt’uno con la loro responsabilità di trasformare la vita, stando dentro le sue ricchezze e le sue contraddizioni.
 L’esperienza insegna che nelle comunità c’è una certa separazione tra fede e vita, come pure si fatica a tentare il discernimento sulle problematiche emergenti della società in cambiamento. Si pensi alla limitata conoscenza della dottrina sociale della chiesa, ai non facili rapporti tra cristiani che fanno opzioni differenti in campo partitico e sindacale, alla scarsa attenzione alla salvaguardia del creato con uno stile di vita più sobrio, alla difficoltà di impegnarsi in prima persona a favore della pace e della giustizia, alla poca partecipazione alla vita civica, alla passività rassegnata di fronte a comportamenti neganti la salute e la vita propria e altrui (stragi del sabato sera, sfruttamento commerciale delle giovani generazioni, diffusione di alcol e droga), alla ritrosia a collaborare con cattolici di altre parrocchie e movimenti per proposte alternative, costruttive e credibili…
 Eppure, nella sua prima enciclica il papa ribadisce che i fedeli laici «non possono abdicare alla molteplice e svariata azione economica, sociale, amministrativa e culturale, destinata a promuovere organicamente e istituzionalmente il bene comune» (n. 29). Esistono difficoltà oggettive, ma è un segno che forse il Tempo ordinario va meglio valorizzato per mostrare che l’azione dei cristiani può essere un’autentica e rispettosa risorsa per una società plurale come la nostra. Anche l’estate è una moneta preziosa da spendere bene per riposo, preghiera, servizio formativo e caritativo, contatti con altre comunità cristiane, letture spirituali, contemplazione dell’arte cristiana ecc.
 
Per guardare avanti

Parafrasando quanto indicato dal papa nel messaggio per la 22ª Giornata mondiale della gioventù, si possono individuare alcuni ambiti per l’impegno dei laici nel Tempo ordinario.
Il primo è amare realmente la chiesa nella quale si è inseriti, come comunione di persone segnata dalla varietà, dall’unità e dall’universalità. Sono ben appropriate le parole prolusive del card. Tettamanzi a Verona a proposito della comunione secondo una modulazione ecclesiale (rapporto tra vocazioni, doni e ministeri) ma anche antropologica e sociale (relazione tra uomini e donne, giovani e adulti, ricchi e poveri, studenti e maestri, sani e malati, potenti e deboli, vicini e lontani). L’auspicio dell’arcivescovo di Milano è una comunione missionaria tra le diverse categorie di fedeli «più compattata e dinamica, più libera e insieme strutturata, più convinta e convincente, più visibile e credibile. Non si dà testimonianza cristiana al di fuori o contro la comunione ecclesiale!».
 Per maturare nella comunione-collaborazione-corresponsabilità è necessario incontrarsi, dialogare, condividere esperienze: è la via della “sinodalità”. Quanto è importante prevedere, ogni anno, occasioni per conoscere quanto stanno vivendo “altri fratelli” in parrocchia e nella zona pastorale, nella diocesi e nel mondo. Assemblea parrocchiale e consiglio pastorale allargato, apertura e chiusura dell’anno pastorale, programmazione e verifica, incontri informali e formali tra aggregazioni diverse, ascolto riconoscente per l’opera dello Spirito ovunque… È uno stile più che un dovere, una ricchezza più che un problema, un’occasione di grazia.
 Un secondo ambito è cogliere i “segni dei tempi” del presente e prepararsi al futuro, che non sarà la semplice riedizione del passato. Il sociologo Zigmunt Bauman individua tre parole-chiave del 21° secolo: società liquida, politica e città. Il cambiamento socioculturale in atto è caratterizzato dalla globalizzazione dell’economia e dei problemi, dalla compresenza di varie religioni e dall’acuirsi delle domande relative alla vita. Anche il cristiano vive nel proprio territorio e, contemporaneamente, si sente cittadino dell’Europa e del mondo. Questo chiede un cuore attento e una mente desiderosa di documentarsi, senza paure e senza anatemi, ma con lungimiranza e prudenza. Di fronte alla tentazione della semplificazione, dell’integralismo o del ripiegamento su di sé e sul proprio piccolo mondo, per il cristiano è fondamentale acquisire una cultura profonda, ampia, aggiornata alle grandi questioni del tempo: altrimenti la testimonianza risulta sfuocata, povera di ragioni, scarsamente incisiva, incapace di dialogo.
 Il confronto con altre fedi esige di superare l’analfabetismo religioso, molto diffuso tra i cattolici del nostro paese: non è un sintomo di ateismo ma di ignoranza. Per molti la chiesa è un impasto di diritti civili e di carità (o di buonismo, per dirla con Vittorio Messori; o di religione civile, semplice collante di una democrazia affaticata, direbbe il card. A. Scola), mentre la fede sembra risultare muta. Il Tempo ordinario è adatto per una formazione graduale e diversificata sui fondamenti del Credo, tramite varie forme ecclesiali e anche l’“autoformazione” (ben diversa dall’individualismo!). C’è troppa pigrizia di fronte alla secolarizzazione e al relativismo, che relegano la fede cristiana ai margini dell’esistenza, come se essa fosse inutile allo svolgimento concreto della vita degli uomini (n. 77) o che confondono la vita cristiana con le notizie vaticane. È tempo di ricerca per una nuova visione della laicità. [2]
 Terzo, l’audacia di «osare l’amore» sull’esempio dei santi e nella concretezza quotidiana, per evidenziare in “quale” Dio si crede e per rendere convincente la fede. Scrive il papa a proposito della spiritualità cristiana autenticamente eucaristica: «L’offerta della nostra vita, la comunione con tutta la comunità e la solidarietà con ogni uomo sono aspetti imprescindibili del culto spirituale, santo e gradito a Dio, in cui tutta la nostra concreta realtà umana è trasformata a gloria di Dio» (n. 94). Il forte legame con Gesù, unico Salvatore, impedisce di ridurre «in chiave meramente sociologica» la decisiva opera di promozione umana sempre implicata in ogni autentico processo di evangelizzazione (n. 86). Un aspetto dell’unità tra verità e amore è la «saggia misura», come suggerisce il monaco A. Grün: nei nostri tempi in cui non solo si usa il creato senza alcuna misura, ma in cui anche le pretese verso se stessi e la società sono senza misura, proprio la virtù della misura sarebbe un rimedio per le persone e per la convivenza, anche per mantenersi liberi da suggestioni ideologiche e da simpatie partitiche, come richiamava il papa a Verona.
 
Una fede amica dell’uomo
Nella sua prima prolusione da presidente della Cei, mons. A. Bagnasco ha chiesto ai vescovi che «il primato di Dio sia il più possibile “visibile” e “palpabile” nell’esistenza concreta e quotidiana delle nostre persone e delle nostre comunità… Questa è la missione della chiesa, lo scopo del suo esserci e il suo unico desiderio: l’annuncio della speranza che è Cristo». Rivelando il mistero del Padre e del suo amore, Cristo svela anche pienamente l’uomo all’uomo e gli fa nota la sua altissima vocazione (GS 22). Per questo, «la fede è gioia e la vita cristiana, proprio perché alta ed esigente, è gioia. Generare le persone alla vera gioia esprime in modo eminente la maternità della chiesa».[3]
 Il Tempo ordinario è il più adatto a mostrare una fede amica dell’uomo, a testimoniare cioè la bellezza di essere cristiani in un’epoca in cui è diffusa l’opinione che il cristianesimo sia qualcosa di faticoso e di opprimente da vivere. Come amava ripetere mons. L. Giussani, Cristo è la strada verso la realizzazione dei desideri più profondi del cuore dell’uomo, poiché egli non ci salva a dispetto della nostra umanità, ma attraverso di essa. Senza temere il confronto con la cultura odierna, l’avvenimento cristiano è fonte di nuovi valori e capace di orientare l’intera esistenza.
 È così che lo Spirito prepara le “pietre vive” sagomandole e cementandole sulla pietra angolare che è Cristo, per costruire la chiesa corale e sinfonica, popolare e missionaria, gioiosa e pellegrinante.   (Luigi Guglielmoni)
 
 
[1] Bignardi P., “Lasciamoci sorprendere dal mistero”, in Messaggero di Sant’Antonio, aprile 2007, p. 51; cf. la sua relazione al convegno di Verona.
[2] Scola A., Una nuova laicità. Temi per una società plurale, Marsilio 2007.
[3] Avvenire 27 marzo 2007, p. 7.

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