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NATIVITÀ SECONDO LA CARNE DEL SIGNORE, DIO E SALVATORE NOSTRO GESÙ CRISTO….

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NATIVITÀ SECONDO LA CARNE DEL SIGNORE, DIO E SALVATORE NOSTRO GESÙ CRISTO

AI VESPRI, CELEBRATI INSIEME ALLA DIVINA LITURGIA DI SAN BASILIO

Stichirà. Tono II
I
Venite, rallegriamoci nel Signore, inneggiando al mistero presente: la parete di separazione è distrutta, l’arma fiammeggiante retrocede, il cherubino si allontana dall’albero della vita ed io son fatto partecipe delle delizie paradisiache dalle quali ero stato scacciato per la disobbedienza. L’Immagine immutabile del Padre, l’Impronta della sua eternità, prende l’aspetto di servo, venendo, senza subire mutamento, da una Madre che non conobbe le nozze. Ciò che era, lo rimane, Dio vero; ciò che non era lo assume, fatto uomo per il suo amor degli uomini. A Lui cantiamo: Tu che sei nato dalla Vergine, Dio, abbi pietà di noi!

III
Alla nascita del Signore Gesù dalla Vergine santa tutte le cose furono illuminate; mentre i pastori suonavano il flauto, i magi adoravano, gli angeli cantavano. Erode si agitava, perché Dio è apparso nella carne, il Salvatore delle nostre anime.
V
Il tuo regno, Cristo Dio, è regno di tutti i secoli e la tua dominazione si estende di generazione in generazione incarnato per opera del Santo Spirito, fatto uomo dalla Sempre-vergine Maria, la tua venuta quale luce risplende su di noi, Cristo Dio. Luce da Luce, Splendore del Padre, hai illuminato l’intera creazione. Ogni essere animato ti loda, Immagine della paterna gloria. Tu che sei, e che eternamente sei, Tu che risplendi dalla Vergine, Dio, abbi pietà di noi!
VII
Che possiamo offrirti, Cristo, poiché sei apparso sulla terra quale uomo, per noi? Ognuna delle creature da Te create ti offre la sua riconoscenza: gli angeli il canto, il cielo la stella, i magi i doni, i pastori la loro ammirazione, la terra una grotta, il deserto una mangiatoia; ma noi una Madre Vergine! Tu che sei Dio d’avanti i secoli, abbi pietà di noi!
Quando Augusto prese in mano il governo di tutta la terra, cessò tra gli uomini la molteplicità dei sovrani; quando Tu ti incarnasti dalla Pura, fu annientata la moltitudine delle divinità pagane. Le città del mondo furono sotto un unico potere; le nazioni credettero all’unico governo di Dio. I popoli furono iscritti per censimento sull’ordine di Cesare; noi fedeli fummo contrassegnati dal nome della Divinità, perché tu ti sei fatto uomo, nostro Dio. Grande è la tua pietà, Signore, gloria a Te!

Lettura: Genesi 1, 1-13
Tropario
Sei nato misteriosamente nella Grotta: ma il cielo Ti predicò a tutti, parlando per mezzo di una stella a guisa di labbra, Salvatore, e ti condusse i magi che Ti adorarono con fede; con essi, abbi pietà di noi. (si ripete ad ogni stico)
1°. La sua casa sul santo suo monte predilige il Signore; le porte di Sion sopra tutte le dimore di Giacobbe. Grandi cose di te vengon dette, o città di Dio. Io conto anche Rahab e Babele fra coloro che temono il Signore.
2°. Pur Filiste e l’Etiope con Tiro, ognuno là è nato, anche in Sion si dirà di ciascuno: in essa egli è nato. Egli stesso là li afferma l’Eccelso Signore.
3°. Nel censo dei popoli Ei nota: questi è nato colà. Son tutti giulivi e festanti, poiché in Te han dimora.

Lettura: Isaia 9, 5-6
Tropario
Risplendesti, o Cristo, dalla Vergine, animato Sole di giustizia; e la stella ti indicò, contenuto nella Grotta, Te che nulla può contenere. Tu hai insegnato ai magi ad adorarti; con essi ti magnifichiamo: Datore di vita, gloria a Te. (si ripete ad ogni stico)
1°. Dio regna e s’ammanta di gloria; s’ammanta e si cinge di possanza. Egli tien saldo il mondo che non crolli. È saldo il trono tuo sin dal principio. Da ogni evo, o Signore, tu sei.
2°. Levano i fiumi, o Signore, levano i fiumi il loro frastuono, levano i fiumi il loro fragore.
3°. Ma più che il frastuono di molte acque, più forte che i flutti del mare, più forte è il Signore nell’alto. Certissima è la tua legge; la santità s’addice alla tua casa, Signore, nei tempi dei tempi.
Lettura: Isaia 7, 10-16 e 8, 1-4.8-10
Segue la piccola ektenia, il Trisagio e il resto della Liturgia di san Basilio
Prokimeno tono I
Il Signore disse a me: Tu sei mio figlio, oggi ti ho generato.
– Chiedimi, e in sorte ti darò le genti e in tua balia gli estremi della terra.
Apostolo: Ebrei 1, 1-12
Alliluia: Disse il Signore al mio Signore: Siedi alla mia destra finché avrò posto i tuoi nemici a scanno dei tuoi piedi.
– Stenderà lo scettro suo potente il Signore da Sion: domina in mezzo ai tuoi nemici.
Evangelo: Luca 2, 1-20
Megalinario
Di Te si rallegrano, o piena di grazia, tutte le creature, l’assemblea degli angeli ed il genere umano. Tempio consacrato e paradiso animato, lode verginale, dalla quale Dio si è incarnato e fatto bambino, Egli che d’avanti i secoli è il nostro Dio. Del tuo grembo ha fatto un trono e le tue viscere divennero più vaste che i cieli. Di Te si rallegrano, o Piena di Grazia, tutte le creature, gloria a Te!

Kinonikon
Lodate il Signore dai cieli, lodatelo nell’alto dei cieli. Alliluia.
Tropario
La Tua natività, Cristo nostro Dio, ha fatto risplendere sul mondo la luce della conoscenza. In essa, infatti, coloro che adoravano le stelle da una stella impararono ad adorare te, Sole di giustizia ed a riconoscere te, Oriente venuto dall’alto: Signore, gloria a te!
Kontakion
Oggi la Vergine partorisce l’Eterno, la terra offre una grotta all’Eccelso. Angeli e Pastori cantano gloria, la stella conduce i Magi. Per noi un bimbo nasce nel tempo, Lui Dio, Signore del tempo.

VIGILIA – GRANDE APODIPNON
Stichirà alla litia
Il cielo e la terra si rallegrino oggi, al dir del Profeta, gli angeli e gli uomini tripudino spiritualmente; perché Dio è apparso nella carne a coloro che vivono nelle tenebre e dimorano nell’ombra. Nato dalla Vergine, accolto da una grotta e da una mangiatoia; i pastori proclamano la meraviglia, i magi dall’Oriente portano doni a Betlemme. Noi, con labbra indegne, offriamogli la lode degli angeli: Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace sulla terra; è venuto infatti il Desiderato delle genti e con la sua venuta ci ha salvato dalla schiavitù del nemico.
I Magi, re della Persia, avendo saputo con certezza che era nato in terra il Re dei cieli, condotti da una stella luminosa, giunsero a Betlemme portando doni preziosi: oro, incenso e mirra. Prostrandosi, adorarono: videro infatti giacere bambino nella mangiatoia il Signore del tempo.
Danzano in coro tutti gli angeli del cielo e si rallegrano gli uomini oggi; tutta la creazione tripudia per la nascita a Betlemme del Salvatore e Signore; perché è cessata la vanità degli idoli e Cristo regna negli evi.
Apostica (Stihovnja)
Una meraviglia grande e gloriosa si compie oggi; la Vergine partorisce e le sue viscere rimangono incorrotte; il Logos s’incarna senza separarsi dal Padre. Angeli e pastori cantano gloria. Con essi anche noi esclamiamo; Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra.
Il Signore ha detto al mio Signore: siedi alla mia destra.
Oggi la Vergine partorisce il Creatore di tutti; l’Eden offre una grotta, la stella indica Cristo, il Sole a chi è nelle tenebre. Con doni i magi adorano illuminati dalla fede, i pastori vedono la meraviglia, mentre gli angeli cantano e dicono: Gloria a Dio nell’alto dei cieli!
Dal mio grembo ti ho generato prima dell’aurora.
Alla nascita del Signore Gesù a Betlemme di Giudea, i magi, giunti dall’Oriente, adorarono Dio fatto uomo ed avendo aperto con diligenza i loro scrigni, offrirono doni preziosi: oro provato, come al Re dei secoli; incenso, come al Dio universale; all’Immortale come a un morto triduano la mirra. Nazioni tutte, venite, adoriamo Colui ch’è nato per salvare le nostre anime.
Rallegrati Gerusalemme, tripudiate, voi tutti che amate Sion; oggi è stata abrogata la temporale condanna di Adamo, il paradiso ci viene aperto, il serpente è disarmato; colei che aveva anticamente sedotta, la vede adesso divenuta Madre del Creatore! O abisso della sapienza, della ricchezza, della intelligenza di Dio! Colei che fu per il genere umano mediatrice di morte e strumento del peccato, fu anche inizio di salvezza per il mondo intero, nella persona della Madre di Dio. Il Dio di ogni perfezione da lei nasce bambino e con la sua natività ne sigilla la verginità; con le sue fasce scioglie i vincoli del peccato, con la sua infanzia dissipa i dolori e le tristezze di Eva. Danzi dunque in coro tutta la creazione e tripudi: Cristo è venuto per rinnovare e salvare le nostre anime.
Hai stabilito la tua dimora nella grotta, una mangiatoia ti ha accolto, i pastori ed i magi ti hanno adorato. Allora si compì l’oracolo profetico; gli eserciti degli angeli furono colpiti di stupore ed esclamarono: Gloria alla tua condiscendenza, unico Amico degli uomini!

ORTHROS – MATTUTINO
Dopo la prima sticologia del salterio
Catisma poetico: Per noi, sei stato deposto in una mangiatoia di muti animali, Salvatore longanime. Fatto bambino, perché l’hai voluto, i pastori ti celebrarono con gli angeli, cantando: Gloria e lode a Colui che è nato ulla terra ed ha divinizzato la natura umana, Cristo nostro Dio.
Dopo la seconda sticologia del salterio:
Catisma poetico: Hai portato incarnato nel grembo l’Eterno ed Inaccessibile, consustanziale al Padre invisibile, Unica ed inconfusa Divinità nella Trinità. Risplendette nel mondo la tua grazia, o oggetto dei nostri canti, perciò diciamo senza posa: Rallegrati, pura Madre Vergine.
Dopo il Polieleo
Velicanje: Ti magnifichiamo, Cristo, Datore di vita per noi incarnato e nato dalla purissima Vergine Maria, ignara di nozze.
Venite, andiamo a vedere, fedeli, dove è nato Cristo; seguiamo semplicemente il percorso della stella insieme ai magi, i re dell’Oriente; laggiù gli angeli lo cantano senza posa. I pastori vegliano, cantando l’inno degno di Lui e dicendo: Gloria nell’alto dei cieli a Colui che è nato oggi nella grotta dalla Verdine e Madre di Dio, in Betlemme di Giudea.
Perché sei stupita, o Maria? Perché ti meravigli di ciò che avviene in te? Perché – ella dice – ho generato nel tempo un Figlio eterno senza aver sperimentato il matrimonio. Senza conoscere uomo, come posso dare alla luce un Figlio? Chi ha mai visto un concepimento senza seme? Ma quando Dio vuole, è superato l’ordine naturale, come sta scritto. Cristo è nato dalla Vergine in Betlemme di Giudea.
Colui che non può essere contenuto, come mai si racchiude in un grembo? Colui che è nel seno del Padre, come può esser tra le braccia della madre? Tutto è come egli sa, come ha voluto, come ha preferito. Non avendo un corpo, si è incarnato volontariamente. Colui che è, si è fatto per noi ciò che non era, e senza uscire dalla sua natura ha assunto il nostro impasto di terra. Cristo ha una duplice nascita, lui che vuol riempire il mondo dall’alto.
Prokimeno. Tono IV
Dal mio seno prima dell’aurora ti generai. Giurato ha il Signore e non si pente.
Disse il Signore al mio Signore; Siedi alla mia destra finché avrò posto i tuoi nemici a scanno dei tuoi piedi.
Evangelo: Matteo 1, 18-25
Ogni cosa oggi vien colmata di gioia: Cristo è nato dalla Vergine.
Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra; oggi Betlemme accoglie Colui che siede eternamente col Padre; oggi gli angeli esaltano come Dio il piccolo neonato e cantano a lui solennemente il gloria: Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini oggetto di benevolenza.
Canone
1° Irmos
Cristo è nato, cantate gloria. Cristo vien dai cieli, accoglietelo. Cristo è sulla terra, siatene fieri! Canta al Signore, terra tutta e voi popoli entrate con gioia nel canto, perché sì è coperto di gloria!
Gloria a Te, Dio nostro, gloria a Te!
L’uomo, che la trasgressione aveva reso corruttibile allorché era stato creato ad immagine di Dio, diventò tutto corruzione decaduto dall’eccellenza della vita divina, il saggio Artefice lo rinnova come un tempo, coprendosi di gloria.
Sapienza, Logos, Potenza, Figlio del Padre e suo splendore, Cristo Dio, nascostamente dalle potenze celesti e da quelle terrestri si è incarnato, e ha ripreso possesso di noi, perché si è coperto di gloria.
3° Irmos
Prima dei secoli. Figlio generato dal Padre senza corruzione; alla fine dei tempi incarnato dalla Vergine senza il concorso dell’uomo, acclamiamo Cristo Dio: Tu che sollevi la nostra stirpe, Santo sei Signore!
L’Adamo di fango, che era stato partecipe di un soffio divino e che era caduto nella corruzione per un inganno della donna, vedendo Cristo divenuto Figlio di una donna, esclamò: Tu che, per me sei divenuto simile a me, Santo sei Signore!
Rallegrati, Betlemme, regina delle città di Giuda, perché Colui che fa pascere Israele e sta sulle spalle dei Cherubini, Cristo, esce da te manifestandosi, e, rialzate le nostre fronti, diventa re di tutti.
Ipakoì
Il cielo ti ha offerto le primizie delle nazioni, quando giacevi bambino in una mangiatoia, invitando i magi mediante la stella. Furono colpiti non da scettri e troni, ma dalla più estrema miseria. Che c’è di più vile d’una spelonca? Che c’è di più umile delle fasce? ed in essi risplendette la ricchezza della tua divinità: Signore, gloria a Te!
4° Irmos
Stelo della radice di Jesse e Fiore su di esso sbocciato, dalla Vergine sei fiorito; sei venuto dalla montagna gloriosa, coperta dall’ombra, Dio immateriale da Colei che non conobbe le nozze: gloria alla tua forza, Signore!
Desiderato delle nazioni, Cristo, da Giacobbe anticamente predetto, risplendi oggi dalla tribù di Giuda, venuto a rovesciare la forza di Damasco e la venalità di Samaria, trasformando l’antica frode in fede accetta a Dio. Gloria alla tua forza, Signore!
Sei sceso nel grembo verginale, come Cristo, come pioggia sul vello, come la rugiada sulla terra. Gli Etiopi e gli abitanti di Tarsis, le isole dell’Arabia, Saba dei Medi, come i capi di tutta la terra si sono prostrati davanti a te, o Salvatore. Gloria alla tua potenza, Signore!
5° Irmos
Tu che sei il Dio della pace e il Padre delle misericordie, hai inviato a noi l’angelo del tuo gran consiglio, elargitore di pace. Da Lui condotti alla luce della comprensione, prevenendo l’alba, nella notte ti glorifichiamo, Amico degli uomini.
Sottomesso al decreto di Cesare, sei stato recensito tra i suoi sudditi e ci hai liberato, Cristo, allora che eravamo schiavi, dal nemico e dal peccato. Sei divenuto in tutto, povero come noi; e quest’uomo di terra, mediante l’unione e la comunione con Te, l’hai divinizzato.
Ecco che la Vergine, come un tempo predetto, ha concepito nel suo grembo e ha dato alla luce Dio incarnato, rimanendo Vergine. Noi peccatori, riconciliati grazie a lei con Dio, con fede le innalziamo inni perché veramente è Madre di Dio.
6° Irmos
Il mostro marino vomitò dalle viscere Giona, come l’aveva inghiottito; il Logos, essendosi stabilito nella Vergine e incarnatosi, ne usci, conservandola intatta; Colui che non subì la corruzione, conservò incontaminata Colei che lo generò.
Viene, incarnatosi in un grembo, Cristo nostro Dio, che il Padre genera prima dell’aurora; Colui che detiene il governo delle angeliche schiere, giace in una mangiatoia di giumenti, è avvolto di fasce e scioglie i vincoli inestricabili del peccato.
Kontakion
Oggi la Vergine partorisce l’Eterno, la terra offre una grotta all’Eccelso. Angeli e Pastori cantano gloria, la stella conduce i Magi. Per noi un bimbo nasce nel tempo, Lui Dio, Signore del tempo.
Ikos
Betlemme ha aperto l’Eden; venite, contempliamolo; troviamo nel mistero l’Alimento; venite, prendiamo dentro la grotta ciò che era nel paradiso; là è apparsa una radice non irrigata, che germogliò il perdono; là è stata trovata la Fonte, non scavata dall’uomo, della quale una volta Davide assetato desiderò bere. Là una Vergine che ha partorito un Bambino, calmò subito la sete di Adamo e di Davide. Perciò rechiamoci là dove per noi un bimbo è nato nel tempo, Lui Dio, Signore del tempo.
Sinassario
l 25 di questo mese, Natività secondo la carne del Signore, Dio e Salvatore nostro Gesù Cristo. Lo stesso giorno, adorazione dei magi. Lo stesso giorno, memoria dei pastori che hanno contemplato il Signore. A Lui gloria per i secoli dei secoli. Amìn.
7° Irmos
I fanciulli, educati alla pietà, disprezzando l’ordine del malvagio, non temettero la condanna al fuoco; ma eretti in mezzo alle fiamme cantavano: Dio dei padri, sei benedetto!
I pastori, che suonavano i loro strumenti, videro una straordinaria manifestazione di luce: la gloria del Signore li illuminò ed un angelo li invitò, dicendo: Intonate un canto, perché Cristo è nato, Dio benedetto dei padri.
All’improvviso, mentre l’Angelo ancora parlava, le armate celesti esclamarono: Gloria a Dio nel più alto dei cieli, pace sulla terra, e agli uomini benevolenza; Cristo è apparso. Dio dei Padri, tu sei benedetto.
8° Irmos
La fornace che emetteva rugiada fu immagine di una meraviglia soprannaturale. Infatti non consunse i fanciulli che aveva ricevuto, come il fuoco della Divinità non consunse la Vergine, nel cui grembo era entrato. Perciò intonando un canto diciamo: benedica il Signore la creazione tutta e Lo sovraesalti negli evi.
La figlia di Babilonia aveva trascinato prigionieri dietro a sé, da Sion, i figli di Davide; adesso invia carichi di doni i magi suoi figli a pregare la Figlia di Davide che è Dimora di Dio. Perciò intoniamo un canto e diciamo: benedica il Signore la creazione tutta e lo sovraesalti negli evi.
Il lutto aveva fatto abbassare gli strumenti musicali, perché le figlie di Sion non cantavano in mezzo a stranieri, ma Cristo, apparendo in Betlemme, mette fine agli errori di Babilonia e scioglie armonie di musica. Intoniamo perciò un canto dicendo: benedica il Signore la creazione tutta e lo sovraesalti negli evi.
Il Magnificat oggi viene omesso. Si cantano in sua vece i pripievi della Festa.
Magnifica, anima mia, Colei che è più pura e più gloriosa degli eserciti celesti.
9° Irmos
Vedo un mistero inusitato e più che glorioso; la grotta è cielo, la Vergine trono cherubico, la mangiatoia un ricettacolo nel quale giace Cristo Dio, l’Incontenibile; intonandogli un cantico, magnifichiamolo!
Magnifica, anima mia, il Dio incarnato dalla Vergineo e da lei partorito.
I magi videro il percorso straordinario di una stella sconosciuta, nuova, risplendente di nuovo splendore, che illuminava i cieli; era il segno che Cristo Re era sulla terra, nato a Betlemme per la nostra salvezza.
Magnifica, anima mia, il Re nato in una grotta.
Dove si trova il neonato Re di cui abbiam visto la stella e che siam venuti ad adorare? – chiedevano i Magi. Si stupì e si turbò Erode, nemico di Dio, che ebbe l’arroganza di voler far perire Cristo.
Magnifica, anima mia, il Dio adorato dai magi.
Erode si era informato circa il tempo dell’apparizione della stella dalla quale i magi erano stati condotti a Betlemme, per adorare con doni il Cristo; ma da lui ricondotti al loro paese, i magi abbandonarono il crudele uccisore di bambini, prendendosene gioco.
Oggi la Vergine, dentro la grotta, partorisce il Sovrano.
È facile, perché privo di pericolo, accontentarci del silenzio, per timore; mentre è cosa difficile intessere per amore, o Vergine, inni di ardente fervore. Donaci dunque, o Madre, forza adeguata all’intenzione.
Oggi da Madre Vergine, il Sovrano è partorito come piccolo bimbo.
Gloria.
Magnifica, anima mia, la forza della Divinità trisipostatica e indivisibile.
Dopo aver contemplato le immagini oscure e le ombre ormai passate del Logos, o Madre pura, ora che egli é apparso dalla porta chiusa, fatti degni della luce della verità, noi giustamente benediciamo il tuo grembo.
E ora.
Magnifica, anima mia, colei che ci ha riscattati dalla maledizione.
Raggiunto l’oggetto del suo desiderio, e ottenuta la venuta di Dio, il popolo che gode in Cristo implora ora la rigenerazione, perché questa gli dà la vita: tu dunque, o Vergine tuttapura, concedigli la grazia di adorarne la gloria.
Magnifica, anima mia, Colei che è più pura e più gloriosa degli eserciti celesti.
Vedo un mistero inusitato…
Magi e pastori sono venuti ad adorare il Cristo, nato nella città di Betlemme.
È facile, perché privo di pericolo…
Exapostilarion
Ci ha visitato dall’alto il nostro Salvatore, Oriente degli Orienti e noi che eravamo nelle tenebre e nell’ombra, abbiamo trovato la verità: perché da una Vergine è nato il Signore.
Stichirà alle Lodi
Rallegratevi, giusti, cieli esultate, Cristo è nato; la Vergine è assisa e fatta simile ai cherubini, porta in grembo Dio Logos-Incarnato; i pastori si meravigliano del neonato; i magi al Signore portano doni; gli angeli, intonando un canto, dicono: Signore inaccessibile, gloria a Te!
Il Padre l’ha voluto: il Logos si è fatto carne e la Vergine ha dato alla luce Dio incarnato. Una stella lo indica, i Magi l’adorano; i pastori si estasiano e la creazione è in festa.
Madre di Dio, Vergine, mettendo al mondo il Salvatore, hai abolito la prima maledizione di Eva; perché sei stata la Madre della Benevolenza del Padre, allorché portavi in grembo il Logos di Dio incarnato. Il mistero non può essere scrutato. Soltanto con la fede possiamo rendergli gloria, invocando con Te e dicendo: Signore inaccessibile, gloria a Te!
Venite, celebriamo la Madre del Salvatore, rimasta Vergine anche dopo la natività: Rallegrati, città animata del Re Dio, nella quale vivendo Cristo operò la salvezza. Con Gabriele cantiamo, con i pastori glorifichiamo, invocando: Madre di Dio, prega Colui che è nato da Te, di salvarci!
Quando giunse il tempo della Tua venuta in terra si stava facendo il primo censimento dell’universo, allora hai voluto scrivere i nomi degli uomini che credettero alla tua natività. Perciò fu indetto da Cesare tale ordine: il Tuo Regno eterno, o Senza-Principio, fu inaugurato alla tua natività. Perciò anche noi Ti offriamo il dono che sorpassa tutte le ricchezze: il tesoro di una fede ortodossa nel Dio e Salvatore delle nostre anime.
Oggi a Betlemme Cristo nasce dalla Vergine; oggi Colui che è senza principio, comincia ed il Logos s’incarna: le schiere celesti si rallegrano e la terra con gli uomini esultano; i magi portano doni al Sovrano, i pastori si meravigliano del Nuovo-Nato. E noi senza posa esclamiamo: Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra, agli uomini divine compiacenze.

ALLA LITURGIA
I Antifona
Per le preghiere della Madre di Dio, Salvatore, salvaci
– Darò lode a Dio con tutto il cuore, proclamerò tutti i suoi portenti .
– Nell’assemblea dei giusti e nei consessi. Grandiose son le opere del Signore, da scrutarsi in tutti i loro vanti.
– È gloria e maestà l’opera sua e la sua munificenza non ha fine, la sua giustizia dura nei secoli.
II Antifona
Salvaci, Figlio di Dio, nato dalla Vergine, noi che ti cantiamo: Alliluia.
– Beato l’uomo che teme il Signore e nei suoi comandi grandemente si compiace.
– Sarà potente in terra la sua stirpe, la progenie dei giusti è benedetta.
– Nella sua casa l’abbondanza e l’opulenza, e la sua giustizia non ha fine.
– Splenderanno i giusti qual luce, nel buio chi è benigno, misericorde e giusto.
III Antifona
– Disse il Signore al mio Signore: siedi alla mia destra, finche avrò posto i tuoi nemici a scanno dei tuoi piedi.
– Stenderà lo scettro suo potente il Signore da Sion. Regna in mezzo ai tuoi nemici.
– Teco è il principato, dal dì del tuo nascere sul monte mio santo.
Isodikòn
Dal mio seno, prima dell’aurora Ti generai. Giurato ha il Signore e non si pente; Tu sei sacerdote in eterno al modo di Melchisedec.
Tropario
La tua natività, o Cristo Dio nostro, fece spuntare nel mondo la luce della verità; per essa infatti gli adoratori degli astri vennero ammaestrati da una stella ad adorare Te, sole di giustizia, e a riconoscere Te, aurora celeste; o Signore, gloria a te!
Kontakion
Oggi la Vergine dà alla luce l’Eterno e la terra offre una spelonca all’Inaccessibile. Gli angeli con i pastori cantano gloria, i Magi camminano seguendo la guida della stella; poiché per noi è nato un tenero Bambino, il Dio eterno.
Invece del Trisagio
Voi tutti che siete stati battezzati in Cristo, siete rivestiti di Cristo, Alliluia.
Prokimeno
Tutta la terra al tuo cospetto adori e canti il tuo nome dinnanzi a Te.
– Canti lieta a Dio tutta la terra, inneggiate alla gloria del suo nome
Apostolo: Galati 4, 4-7.
Alliluia.
Narrano i cieli la gloria di Dio, le opere sue proclama il firmamento.
– Ciascun dì con l’altro favella, l’una notte con l’altra ne ragiona.
Evangelo: Matteo 2, 1-12.
Megalinario
Esalta, o anima mia, Colei che è più onorabile e più gloriosa delle schiere celesti. Contemplo il mistero meraviglioso ed incredibile: cielo è la spelonca, trono cherubico la Vergine, la mangiatoia culla in cui è adagiato Dio infinito, che inneggiando magnifichiamo
Oppure: Sarebbe facile, perché senza pericolo, mantenere un silenzio pieno di riverenza, o Vergine. Comporre per tuo amore ed in tuo onore armoniosi concenti è opera ardua. Ma Tu sei anche Madre nostra; accordaci l’ispirazione a seconda del nostro proposito!
Kinonikòn
Il Signore inviò al suo popolo la salvezza, stabilì per i secoli il suo patto, alliluia.

LA GRANDE QUARESIMA (ORTODOSSIA)

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LA GRANDE QUARESIMA (ORTODOSSIA)

Definizione, contenuto e senso
Il desiderio principale, fondamentale e permanente di ogni cristiano è il desiderio di Dio, e comporta quanto i Padri denominano con il termine metanoia, ossia un’unione e un ritorno del nostro intelletto e del nostro cuore – con i quali cerchiamo di andare verso Dio –, verso le cose di lassù, verso la Luce Divina che illumina ogni uomo che viene nel mondo (Gv 1, 9), rigettando le opere delle tenebre, il Diavolo e il peccato.
Le prime parole di Cristo, all’inizio della sua vita pubblica, sono un’esortazione alla conversione: Pentitevi, perché il Regno dei Cieli è vicino (Mt 4, 17). Questo pentimento e conversione devono accompagnare la vita cristiana dal momento in cui essa nasce per opera dello Spirito Santo nel battesimo, fino all’ultimo respiro, poiché, senza pentimento, noi ritorniamo verso le tenebre, il nulla e la morte. Il significato è suggerito dal senso stesso del termine metanoia, parola greca formata da due radici : meta, che significa “al di là, cambiamento, trasformazione” e noûs, “spirito, intelletto”. Il termine italiano “pentimento” è a volte utilizzato per tradurre metanoia, ma l’espressione “conversione dello spirito” indica più profondamente il senso spirituale che è supposto dai Padri quando parlano di metanoia.
Per non essere equivocati, è di capitale importanza distinguere il pentimento dalla colpevolezza. Se il vero pentimento è il rivolgimento dello spirito verso Dio, dal momento che Dio è il misericordioso che perdona le cadute umane, la colpevolezza è una chiusura dello spirito su se stesso, sulle sue machevolezze e sui suoi peccati. La colpevolezza dubita della misericordia e del perdono divino; essa porta allo scoraggiamento e alla disperazione. La colpevolezza è una falsa umiltà, essendo un orgoglio mascherato dal Nemico: la vera umiltà significa riconoscere le proprie mancanze e accettare il perdono divino. Il cristiano nel suo cammino esistenziale, conserva il ricordo delle sue mancanze, ossia della sua responsabilità, non della sua colpevolezza. La prima è salutare, la seconda è diabolica.
È, dunque, in un costante spirito di conversione che il cristiano cammina verso Dio. La grazia della conversione è quella del battesimo che ci trasforma in “uomini nuovi”, essendo stati purificati nel Cristo attraverso lo Spirito Santo. Tuttavia in questa via siamo sempre dei pellegrini, siamo sempre in cammino. Fino al termine del nostro viaggio, gli ostacoli, le distrazioni e i turbamenti al di fuori del Cammino che è Cristo (Gv 14, 6), ci assalgono da ogni lato. Prendiamo facilmente strade sbagliate che ci allontanano da Dio; ci perdiamo su vie tortuose che ci portano alla morte, in dispetto delle loro apparenze a volte attraenti; morte non solo del corpo ma pure dell’anima. Infatti l’anima senza Dio è già “morta” poiché è privata della sua Sorgente e Nutrimento.
La Santa Chiesa ci propone in ogni istante, lungo tutto l’anno, dei mezzi per ricordarci il cammino da seguire. Essi consistono nella partecipazione alla vita sacramentale, in particolar modo all’Eucaristia e nella celebrazione della Divina Liturgia in occasione delle domeniche e delle grandi feste. Esiste, tuttavia, un periodo dell’anno liturgico nel quale la Chiesa ci invita in modo speciale a lottare contro le tenebre e il peccato e a purificare l’uomo interiore con una lunga preparazione che ci permette di entrare pienamente nei misteri della Grande Settimana nella quale si vive la Passione di Nostro Signore, si muore con Lui per potere, al mattino di Pasqua, risuscitare con Lui e far parte del Regno preparato per noi prima della creazione del mondo.
Questo periodo è la Grande Quaresima che precede la Pasqua. La Quaresima è caratterizzata da due attitudini fondamentali che trovano una significativa sintesi nell’espressione “radiosa tristezza”. Siamo tristi perché siamo coscienti delle nostre mancanze, della nostra distanza dal percorso che ci conduce a Dio; siamo tristi perché siamo coscienti d’essere lontani dalla perfezione di Cristo, dalla santità alla quale siamo chiamati (Mt 5,48). Ma, allo stesso tempo, la nostra tristezza è illuminata dalla coscienza dell’amore di Dio, “unico amico degli uomini”, dalla misericordia divina nella quale possiamo porre tutta la nostra confidenza. Come il Figlio prodigo, sappiamo che il nostro Dio ci attende per recarci una veste nuova e un anello al dito, appena cercheremo di fare il minimo sforzo per tornare verso Lui e entrare nel pentimento e nella metanoia (cfr. Lc 15, 20-24). La nostra tristezza è radiosa perché è illuminata dalla luce della Resurrezione di Cristo che è segno della nostra futura entrata con Lui nel Regno del Padre.
Questi due moti dell’animo, apparentemente contradditori, devono animare il cristiano lungo tutto l’anno, specialmente in vista della sua partecipazione all’opera della Grande Quaresima, opera contemporaneamente personale e collettiva. Poiché se la metanoia è un gesto profondamente personale, trova la sua espressione nei riti e nei consigli della Chiesa, nella comunità cristiana della quale noi facciamo parte. Nonostante dobbiamo lavorare da soli, portiamo ugualmente la nostra “dolorosa gioia” – altra espressione cara all’Ortodossia – con i nostri fratelli e sorelle che camminano assieme a noi. Possiamo così trarre ispirazione, coraggio e forza da questa condivisione, in particolare dalla condivisione delle ricchezze dei mezzi che la Chiesa ci mette a disposizione durante la Quaresima.
Questi mezzi possono riassumersi in due principali pratiche: la preghiera e il digiuno (Questo genere di demoni non possono essere vinti se non con la preghiera e il digiuno – Mt 17, 21). La preghiera è sia personale, sia comune. La Chiesa ci propone dei periodi di preghiera, delle ufficiature speciali, che ci parlano con una grande eloquenza di parole e gesti simbolici e che ci invitano a entrare nell’esperienza di questa conversione dell’anima, essenziale alla vita cristiana (confronta a tal proposito la Preghiera di Sant’Efrem). Il digiuno che essa ci invita a compiere è allo stesso tempo dagli alimenti e dello spirito, poiché il “digiuno” al quale siamo chiamati è un digiuno dell’anima, una purificazione attraverso l’ascesi dalle passioni, abitudini che ci impediscono d’avanzare verso Dio. È un digiuno contemporaneamente personale e comunitario: la Chiesa tutta intera vive il tempo di Quaresima come un periodo di digiuno. La Grande Quaresima è la Chiesa fintanto che si prepara nell’attesa che l’opera di salvezza si compia.
Per la sua fertile prospettiva, questo periodo è detto la “primavera dell’anima”. Non è per caso che cada proprio nella stagione primaverile, momento in cui la natura si rinnova ed esplode la nuova vita, dopo l’oscurità invernale.

Estensione della Grande Quaresima
La Grande Quaresima dura quaranta giorni. Tuttavia, non è possibile passare da un regime spirituale e alimentare normale ad un regime austero qual’è quello che contraddistingue il periodo quaresimale. Per questo la Chiesa in Occidente e in Oriente ha collocato un periodo intermedio tra il tempo liturgico ordinario e quello quaresimale. È un tempo nel quale si comincia ad abituare dolcemente il corpo e lo spirito ad un regime più esigente. Tale tempo intermedio in Occidente era denominato “Tempo di Settuagesima” e si estendeva nelle tre settimane precedenti la Quaresima. La sua apparizione avvenne a partire dal IV-V secolo in concomitanza con il fiorire del monachesimo. Con il tempo, allentandosi la tensione penitenziale, tale periodo si è sempre più svuotato di significato fino a quando, con la riforma liturgica della Chiesa cattolica-romana (1967), è stato abolito.
L’Ortodossia conserva l’antico ordinamento che contraddistingueva la Cristianità indivisa e fa dunque precedere la Grande Quaresima con alcune domeniche introduttive. Nello schema che segue è visibile in parallelo l’antico ordinamento liturgico latino e quello antico e attuale dell’Ortodossia.

RAPITO IN ESTASI DALLA TERRA AL CIELO – 1Tess

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RAPITO IN ESTASI DALLA TERRA AL CIELO – 1Tess

Siamo nell’anno 51. San Paolo è a Corinto. Alle spalle ha il ricordo delle settimane trascorse a Tessalonica, capitale della Macedonia, dell’accoglienza festosa dei pagani, della dura reazione degli Ebrei là residenti, della sommossa da loro ordita e della fuga a cui è stato costretto, il discepolo Timoteo gli reca ora notizie della neonata Chiesa tessalonicese e delle sue prime incertezze. Paolo decide, allora, di inviare un messaggio a quella comunità, «da leggersi a tutti i fratelli»: è la prima Lettera ai Tessalonicesi, il primo scritto paolino a noi giunto, quasi certamente il primo testo del Nuovo Testamento.

Proponiamo ora questa Lettera anche perché ben s’adatta al clima dell’Avvento che sta iniziando. Serpeggia, infatti, nelle pagine di quest’opera una specie di brivido d’attesa: la Chiesa di quella città sentiva come imminente la nuova e definitiva venuta del Signore per suggellare la storia. L’Apostolo cerca di contrastare questa tensione eccessiva che, come si vedrà, svaluta l’impegno nel presente e, usando un’immagine introdotta da Gesù, elimina ogni tentazione di avere oroscopi sulla fine del mondo: «Il giorno del Signore verrà come un ladro nella notte» (5,2).

È, certo, necessaria la vigilanza e la veglia, senza però fanatismi e ossessioni perché «Dio non ci ha destinati all’ira ma a ottenere la salvezza per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo» (5,9). Anzi, contro l’eccitazione di coloro che si dimettono dalle responsabilità quotidiane per decollare idealmente verso quell’alba eterna di luce, Paolo raccomanda come «punto d’onore quello di vivere in pace, di attendere ai propri impegni, di lavorare con le proprie mani così da condurre una vita dignitosa di fronte agli estranei e da non aver bisogno di nessuno» (4,11-12).

Tuttavia anche l’Apostolo vuole gettare uno sguardo su quell’orizzonte atteso ma ignoto, forse per non sembrare troppo evasivo. Egli cerca, però, di risolvere solo un quesito secondario avanzato dai cristiani di Tessalonica: nell’istante supremo, coloro che saranno ancora in vita alla seconda venuta del Cristo quale sorte avranno? Ecco la risposta paolina intrisa del linguaggio simbolico apocalittico, linguaggio che abbiamo già imparato a conoscere a suo tempo leggendo il libro dell’Apocalisse: «I morti in Cristo risorgeranno. Poi, noi ancor vivi e superstiti, saremo rapiti insieme con loro nella morte per andare incontro al Signore nell’aria; e così saremo sempre con il Signore» (4,16-17).

Scenari cosmici, dunque, per un passaggio indolore dal tempo all’eterno, dallo spazio terreno all’infinito celeste. Una visione che l’Apostolo nella prima Lettera ai Corinzi in qualche modo varierà, introducendo la necessità di una metamorfosi radicale anche dei viventi in quel transito estremo: «Non tutti moriremo, ma tutti saremo trasformati» (15,51). La risposta di Paolo, a quanto pare, non basterà a calmare i Tessalonicesi. Ci sarà una seconda Lettera a loro indirizzata, più tesa e di più ardua lettura, segno comunque di un cristianesimo che non si perde e disperde nelle pieghe della storia, ma che neppure migra verso i cieli mitici e mistici dell’alienazione religiosa.

UNA RACCOLTA DI PENSIERI SUL NATALE – (TRATTE DAGLI SCRITTI DEI PADRI DELLA CHIESA)

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UNA RACCOLTA DI PENSIERI SUL NATALE – (TRATTE DAGLI SCRITTI DEI PADRI DELLA CHIESA)

Roma, 19 dicembre 2011. Offriamo ai nostri lettori una serie di riflessioni sul Natale tratte dagli scritti dei Padri della Chiesa, da leggere una al giorno, come una novena, o tutte insieme nella meditazione del mattino.

Non c´è spazio per la tristezza nel giorno in cui nasce la vita, una vita che distrugge la paura della morte e dona la gioia delle promesse eterne. Nessuno è escluso da questa felicità. Dai Discorsi di san Leone Magno, papa. Se infatti non fosse stato vero Dio, non avrebbe portato a noi rimedio; se non fosse stato uomo vero, non ci avrebbe dato l`esempio. Leone Magno, Sermoni, 21. Riconosci, o cristiano, la tua dignità e, consorte ormai della divina natura, non tornare alla bassezza della tua vita antecedente, depravata. Ricordati di quale capo e di quale corpo tu sei membro. Rammenta che sei stato strappato dal potere delle tenebre e sei stato trasferito nella luce e nel regno di Dio. Col sacramento del battesimo sei diventato tempio dello Spirito Santo (cf. 1Cor 3,16): non cacciare da te con le azioni cattive un ospite tanto degno e non assoggettarti di nuovo alla schiavitù del demonio: il tuo prezzo è il sangue di Cristo. Leone Magno, Sermoni, 21. Mosè desiderò contemplare la gloria di Dio, ma non gli fu possibile vederla come aveva desiderato. Potrebbe oggi venire a vederla, perché giace nella cuna in una grotta. Allora nessun uomo sperava di vedere Dio e restare in vita; oggi tutti coloro che l`hanno visto sono sorti dalla seconda morte alla vita. Mosè non poté vedere Dio come realmente è; i magi invece entrarono e videro il Figlio di Dio fatto uomo. E` grande il prodigio che si è compiuto sulla nostra terra: il Signore di tutto è disceso su di essa, Dio si è fatto uomo, l`Antico è diventato fanciullo; il Signore si è fatto uguale al servo, il figlio del re si è reso come un povero errabondo. Efrem Siro, Inno per la nascita di Cristo, 1. Maria credette, e ciò in cui credette in lei è avvenuto. Crediamo anche noi, perché anche a noi possa giovare ciò che è avvenuto. Certo, anche questa natività è mirabile; tuttavia pensa, o uomo, ciò che per te ha accettato il Dio tuo, il Creatore per la creatura. Restando Dio in Dio, vivendo l`eterno con l`eterno, il Figlio uguale al Padre non ha sdegnato di rivestire la forma del servo per i colpevoli, per gli schiavi peccatori. E ciò non è stato certo ricompensa di meriti umani. Per le nostre iniquità, meritavamo piuttosto le pene; ma, se avesse osservato le nostre iniquità, chi lo avrebbe sostenuto? Per gli empi, dunque, e per gli schiavi peccatori il Signore si è fatto uomo e si è degnato di nascere di Spirito Santo da Maria vergine. Agostino, Predica sulla professione di fede, 215,4. Il Verbo di Dio si è manifestato nella carne una volta per sempre. Ma, in chi lo desidera, egli vuole continuamente rinascere secondo lo spirito, perché ama gli uomini. Così, ridiventa bambino e si forma in loro con il progredire delle virtù. Il Verbo si manifesta nella misura in cui sa di poter essere ricevuto da chi lo accoglie: non limita la manifestazione della sua grandezza per gelosia, ma misura l`intensità del suo dono secondo il desiderio di chi brama vederlo. Il Verbo di Dio si manifesta sempre, secondo le disposizioni di chi lo riceve: tuttavia, data l`immensità del mistero, egli rimane ugualmente invisibile per tutti. Per questo motivo l`apostolo, penetrata con acutezza la potenza del mistero, dice: Gesù Cristo è lo stesso, ieri, oggi e nei secoli (Eb 13,8): egli dimostrava così di avere ben compreso la perenne novità del mistero e intuiva che l`intelligenza non potrà mai possederlo come una cosa invecchiata. Massimo il Confessore, Capitoli teologici, 1,8-13. Per quanto, dunque, lo stato infantile che la maestà del Figlio di Dio non si è sdegnata di assumere abbia poi raggiunto, col succedersi degli anni, l`età adulta e, dopo il trionfo della passione e della risurrezione, si siano succedute tutte le azioni che l`umiltà di Cristo ha accettato per noi, tuttavia l`odierna festività della nascita di Gesù da Maria vergine ne rinnova i sacri inizi; e mentre adoriamo la natività del nostro Salvatore dimostriamo insieme di celebrare il nostro inizio. La generazione di Cristo infatti è l`origine del popolo cristiano, e la nascita del capo è la nascita del corpo. Leone Magno, Sermoni, 26,1-2. Ma il Signore vuole aumentare ancora la tua gloria. Imprime in te la sua immagine, perché questa immagine visibile renda manifesta sulla terra la presenza del Creatore invisibile; ti ha dato il suo posto in questo mondo terrestre perché il grande regno di questo mondo non sia privo di un rappresentante del Signore… E ciò che Dio ha creato in te con la sua potenza, ha avuto la bontà di assumerlo in sé. Ha voluto manifestarsi realmente nell`uomo, nel quale, fino a quel momento, era apparso soltanto in immagine. Ha concesso all`uomo di essere in realtà quello che prima era soltanto per somiglianza… Pietro Crisologo, Sermoni, 148. Sappiamo che il Verbo ha assunto un corpo incarnandosi in una vergine e ha portato il vecchio uomo realizzando in sé la nuova creazione… Sappiamo che egli è veramente uomo, costituito della nostra stessa natura: se non fosse così, invano avrebbe ordinato di imitarlo come maestro. E infatti, se quest`uomo avesse una natura diversa dalla mia, come potrebbe ordinarmi di essere simile a lui, mentre io sono così debole? Dove sarebbero la sua bontà e la sua giustizia? così, per non essere considerato diverso da noi, egli ha sopportato la fatica, ha voluto soffrire la fame e la sete, si è abbandonato al sonno, non si è sottratto al dolore e ha obbedito alla morte manifestando infine la sua risurrezione. In tutto questo egli ha offerto come primizie la propria umanità, perché tu, quando soffri, non ti perda di coraggio, ma, riconoscendoti uomo, aspetti anche tu quello che il Padre ha dato a lui… Ippolito di Roma, Confutazione di tutte le eresie, 10,33-34.

PASTORI AL PRESEPIO – ANALISI DI LC 2, 8-20

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I PASTORI AL PRESEPIO

 NOVEMBRE 2009 – ARGOMENTO: BIBBIA

ANALISI DI LC 2, 8-20

Luca ha consegnato alla chiesa un racconto della natività  denso di teologia. Di questa ricchezza è anche pregna la scena dei pastori che, all’annuncio dell’angelo, si avviano alla culla del neonato Messia. L’approccio a questo testi lo facciamo in tre momenti: – Come l’antica letteratura giudaica rileggeva i brani dell’AT che parlano dei “pastori di greggi” veri e propri; – Come la letteratura cristiana ha interpretato le stesse pagine bibliche con l’aggiunta però dei pastori di Betlemme – Le tradizioni giudaica e cristiana offrono davvero un contributo per comprendere Luca 2, 8-20?

RILETTURE DEL GIUDAISMO ANTICO SUI “PASTORI” D’ISRAELE L’AT parla spesso di Dio “pastore” del suo popolo e dei patriarchi di Israele in quanto “pastori” nel senso reale del termine: – Abele (Gen 4,2) – I pastori di carrai e Giacobbe (Gen 29, 7-8) – I figli di Giacobbe (Gen 37, 13-14) – Mosè (Es 3,1) – Le tende dei pastori (Ct 1,8) Orbene: là dove il testo biblico parla di Dio o dei Patriarchi come “pastori”, i commenti giudaici dei passi tendono a trasformare la loro mansione di “pastori” in quella di “re – capi – guide” del popolo. Questi commenti riguardano soprattutto: Abele, Giacobbe e i suoi figli, Mosè, Davide, i pastori del Cantico. Ma lo stesso Dio è celebrato in Filone come il Pastore supremo che regge l’universo con tutte le sue creature. Le interpretazioni si diramano in due direzioni: – “pastore” diventa sinonimo di “re – capo – guida” dei greggi composti da persone quindi è sinonimo di chi è capo e sa governare saggiamente. Questa equivalenza appare soprattutto in Filone, ma viene attestata anche dal midrash; – “pastore” significa anche “maestro – dottore della Legge di Mosè”: a) Filone indicava anche in Dio lo stesso pastore che pasce l’universo e lo regge mediante la parola della sua Legge che è giusta e retta. b) Il Midrash pone in chiara luce l’equazione simbolica: pastori = dottori della legge, come ad esempio, nel caso di Mosè. c) Il Targum paragona le “tende” dei pastori alle “case di studio” della legge. d) In altre referenze della letteratura giudaica  e cristiana tra il I secolo avanti e dopo Cristo, il titolo “pastore” viene attribuito a persone che “insegnano la legge di Mosè”, come il profeta mandato da Dio ai deportati in Babilonia; o “predicano il Vangelo della Nuova Alleanza”, come Gesù stesso o gli evangelizzatori delle prime comunità cristiane.

TESTIMONIANZE CRISTIANE DEI “PASTORI” DI ISRAELE COME “DOTTORI” DA ORIGENE FINO AL XIV SECOLO I commenti degli autori cristiani fino al XIV secolo quindi Padri e Scrittori ecclesiastici si dividono in commenti su: a) I Patriarchi di Israele b) I “pastori” e “le tende dei pastori” c) I “pastori” di Betlemme

I PATRIARCHI DI ISRAELE Esistono una quindicina di commentari, cernita esigua, ma non priva di significato. Anche per gli autori cristiani, le figure bibliche dei “pastori di gregge” divengono il simbolo dei pastori – maestri che hanno il compito di istruire i fedeli nella legge di Mosè o nella verità di Cristo. Come “falsi pastori” vengono indicati di conseguenza “gli eretici” i “falsi maestri”. I pastori biblici vengono indicati spesso anche come modello dei “veri pastori della chiesa”. (Didimo il Cieco – Cirillo d’Alessandria – Beda il Venerabile – Ruperto di Deutz – Isidoro di Siviglia – Teodoro di Mopsuestia – Gregorio Magno)

I PASTORI E LE TENDE DEI PASTORI Esiste una copiosa fioritura di opere di commento soprattutto al passo del Cantico dei Cantici: “perché io non sia vagabonda dietro i greggi dei tuoi compagni” (Ct 1,7). Il commento lo applica ai movimenti ereticali che frantumano il gregge, guidato dall’unico vero pastore che è Cristo. Di conseguenza le “tende dei pastori” sono le sette dei falsi pastori, degli eretici i quali – da maestri perversi – insegnano dottrine errate. Solo raramente le “tende dei pastori” sono interpretate come la funzione del legittimi pastori, quali sono i profeti, gli Apostoli, la Chiesa ecc. (Origene – Gregorio di Elvira – Beda il Venerabile – Gilberto di Foliot – Giovanni di Halgrin- Tommaso d’Aquino – Filippo di Harveng)

I PASTORI DI BETLEMME La pericope dei pastori di Betlemme, è stata oggetti di preziosi commenti fin dall’antichità cristiana. Le varie esegesi possono essere così sintetizzate: a) Significato letterale – storico di fondo: riguarda i pastori di Betlemme intesi nel senso ovvio del termine, cioè come custodi del loro gregge. Illuminati dallo Spirito essi si recano a visitare il neonato Messia per poi annunciarlo al mondo b) Significato tipico – spirituale – mistico – morale: Questo tipo di commento è presente soprattutto nell’esegesi patristico – medievale. Questa interpretazione viene intesa a due livelli: – ecclesiale: I pastori di Betlemme sono “figura” dei pastori della Chiesa e la loro esperienza vissuta in occasione del Natale di Gesù, è come un preludio che anticipa i compiti di quanti saranno chiamati a presiedere le future comunità cristiane; – pasquale: I gesti e le parole dei pastori di Betlemme sono posti in relazione con la fede e l’attività che i discepoli di Gesù esplicheranno a partire dalla resurrezione del Signore. Si fanno quindi questi parallelismi: 1. Come i pastori annunciarono per primi la nascita di Gesù, anche i pastori della Chiesa furono i primi araldi della rinascita spirituale del mondo; 2. come i pastori accorse a contemplare le sembianze del Verbo divino rivestito di carne, così i pastori della Chiesa contemplarono la gloria del Verbo Incarnato manifestatasi nella Resurrezione

IL TESTO EVANGELICO DI LC 2, 8-20 Dopo quello che abbiamo detto fin’ora ci dobbiamo chiedere: La narrazione lucana conteneva già in se stessa i motivi “ecclesiali – pasquali” enucleati più diffusamente poi dalla tradizione cristiana?  E ancora: le tradizioni elaborate sia dal giudaismo che dal cristianesimo sulle figure bibliche dei pastori ci possono aiutare a comprendere il ruolo dei pastori di Betlemme? La risposta può essere positiva. Esaminiamo sotto tre aspetti la pericope lucana: – A) Motivi pasquali di Lc 2, 8-20 – B) I pastori di Betlemme figura dei pastori della Chiesa – C) Quale storicità ha questa pericope?

 A) MOTIVI PASQUALI Eccome alcuni: 1 “La gloria del Signore” Nel linguaggio di Luca, sia Vangelo che Atti, “la gloria del Signore” è sempre connessa con la glorificazione pasquale di Gesù risorto dai morti (Lc 9, 26.31.32; 21,27; 24,26; At 7,55; 22,11) 2. La resurrezione di Cristo come “nascita” nella ”città di Davide” Il messaggio dell’angelo: “Vi è nato nella città di Davide un Salvatore”, in prima istanza annuncia il parto di Maria, avvenuto nella “città di Davide chiamata Betlemme”, in seconda istanza potrebbe anche alludere alla resurrezione di Cristo avvenuta in “Sion – Gerusalemme” Infatti anche Gerusalemme era chiamata “città di Davide” (2Sam 5,7.9; 1Cr 11,5.7; Is 22,9-10…) Oltre a Is 9,5, sembra che qui echeggi anche il Sal 2,7, anch’esso ambientato in Sion – Gerusalemme: “Mio figlio sei tu, oggi ti ho generato”. Ora è noto che la tradizione lucana, espressa per bocca di Paolo, applica il Sal 2,7 all’azione di Dio che risuscita Gesù dai morti (At 13,33) e considera l’oggi della pasqua, come una nuova “nascita” di Cristo. 3. I titoli di: Salvatore – Cristo – Signore Questi tre appellativi annunciati dall’angelo ai pastori, sono di chiara derivazione pasquale. Stando alla dottrina degli Atti, soltanto a seguito della sua intronizzazione presso il Padre. Gesù sarà proclamato in quanto tale (At 5,31; 13,23; At 2,36) 4. Un filo sottile tra il natale e la pasqua Alcune evidenti analogie tra il natale e la pasqua rendono manifesti gli echi pasquali di Lc 2, 8-20: a) Il segno: – a Betlemme i pastori trovano il bambino e lo vedono; al sepolcro le donne, Pietro e l’altro discepolo non trovano Gesù e non lo vedono; – a Betlemme Maria “lo avvolse in fasce e lo depose nella mangiatoia”; nella sepoltura Giuseppe d’Arimatea “lo avvolse in bende e lo depose nella tomba” – a Betlemme i pastori trovano Gesù avvolto in fasce; a pasqua nella tomba non si trova Gesù ma solo le bende in cui era stato avvolto nella sepoltura; b) La “parola”: -  Il bimbo della mangiatoia faceva porre questa domanda: Chi è quel bambino? La risposta è data dall’angelo: “Oggi vi è nato un Salvatore, che è il Cristo Signore”; Al sepolcro la domanda che sorge è: Dov’è il Signore?  La risposta degli angeli è: “Non è qui, è risuscitato”. Gesù, il bambino di un tempo, avvolto in fasce, è lo stesso Gesù che ha dovuto sopportare le sofferenze e la morte, per entrare nella sua gloria. 5. La struttura e il vocabolario kerigmatico di Lc 2, 8-20 La pericope lucana usa un vocabolario che rimanda all’esperienza della primitiva comunità cristiana, quando annuncia l’evento della risurrezione di Cristo: ciò che fanno i pastori di Betlemme, è in realtà ciò che fanno i pastori della chiesa, come appare soprattutto dagli atti: I Pastori di Betlemme – I pastori sono, antitutto, “evangelizzati”: sono infatti investiti dalla gloria del Signore, il quale, mediante l’angelo, annuncia e fa conoscere loro l’evento del Natale. Per prima cosa, quindi essi odono questa parola di rivelazione e poi vanno a vedere Maria, Giuseppe e il bambino; – I pastori divengono evangelizzatori: Infatti parlano e fanno conoscere a tutti la parola – evento che essi hanno udito e visto da parte del Signore. Essi se ne vanno glorificando e lodando Dio e tutti quelli che li ascoltano si meravigliano  I Pastori della Chiesa – I pastori della Chiesa sono, antitutto, “evangelizzati”: Difatti il Signore si fa vedere, cioè appare ai discepoli  dopo la resurrezione, per cui essi vedono il Signore risorto e la sua gloria. Apparendo ai suoi il Signore risorto rivela ai suoi che il Padre gli ha fatto conoscere le vie della vita. -I pastori della Chiesa sono “evangelizzatori”: Obbedendo al comando del Risorto, essi annunciano e proclamano l’evento cristiano che ha il suo culmine nella resurrezione; fanno conoscere a tutto il popolo, quello che hanno visto e udito. L’annuncio è tanto nuovo ed inatteso che quelli che ascoltano si meravigliano, mentre la Chiesa, perseverando unita nella Parola udita, eleva a Dio un tributo di gloria. Le analogie tra l’azione kerigmatica dei pastori di Betlemme e quella dei pastori della Chiesa sono così profonde che si può affermare che la Comunità ricorda la nascita del Messia pensando alla sua risurrezione. Il popolo credente si raccoglie attorno alla sua culla per celebrare la sua nascita nel tempo ma ha in mente la sua nascita nell’eternità della gloria.

B) I PASTORI DI BETLEMME FIGURA DEI PASTORI DELLA CHIESA Se l’oggetto dell’annuncio diffuso dai pastori di Betlemme è di natura prettamente pasquale, i pastori di Betlemme sono allora, sotto la penna di Luca, sono figura dei pastori della chiesa cristiana primitiva, descritti soprattutto nel libro degli Atti, anch’esso opera di Luca. 1. I pastori del gregge nel libro degli Atti Negli Atti vediamo che Luca definisce pastori del gregge coloro che lo Spirito ha posto come “episcopi” a pascere la Chiesa di Dio (At 20.28). Tali episcopi sono i presbiteri della chiesa di Efeso, che Paolo ha mandato a chiamare (At 20,17). Essi hanno una funzione di guida, di presidenza in seno alla comunità e il compito di insegnare la retta dottrina che lo stesso Paolo ha loro trasmesso. Il tenore contestuale di At20,28-31, mostra chiaramente che i pastori del gregge, cioè della Chiesa, sono capi della comunità e dottori – maestri in tutto quello che riguarda il Regno e la volontà di Dio predicata dagli Apostoli. 2. Le cose viste e udite Se i pastori di Betlemme raffigurano di fatto la missione evangelizzatrice dei pastori della chiesa, quali saranno le cose che essi hanno visto e udito e che fanno conoscere a tutti?La risposta viene dagli Atti (4,20; 22,14-15 ) e dalla stessa pericope di Luca (Lc 2,8-20): a) Per i pastori della Chiesa, secondo gli Atti, le “cose viste e udite” hanno attinenza con la morte e la resurrezione del Signore in connessione col ministero pubblico prepasquale che va dal battesimo di Giovanni in Galilea fino a Gerusalemme. Esse, dunque, durano tutto il tempo in cui il Signore visse in mezzo a loro, dal Battesimo fino all’Ascensione; per i pastori del Betlemme le cose viste e udite cono le parole dell’angelo che annuncia la nascita del Messia e ne chiarisce l’identità, il canto degli angeli che esaltano la gloria di Dio, la visone stessa dell’angelo, il bambino deposto nella mangiatoia, Maria e Giuseppe. I pastori della Chiesa e quelli di Betlemme hanno visto e udito dunque le cose riguardanti il Cristo, contemplato nello splendore della gloria di Dio, dopo averlo visto sotto le sembianze umili e contingenti della carne umana. Secondo Luca dunque la Pasqua spinge verso il Natale: la comunità cristiana professa il bambino di Betlemme, nato da Maria sposa di Giuseppe, che è la stessa persona che, resuscitata dai morti, si rivelerà come Messia divino, come Cristo Signore.

C) QUALE STORICITA’ PER Lc 2, 8-20? Quale può essere il grado di storicità insito nella pericope di Luca? E cioè: l’evangelista intende narrare un fatto realmente accaduto? Qual è la demarcazione tra il fatto storico e i suoi intendimenti dottrinali – interpretativi?

1. Anacronismi pasquali di Lc 2, 8-20 La ricognizione delle risonanze pasquali della pericope è di capitale importanza per valutare i limiti della storicità della pericope stessa. – Nell’annuncio ai pastori e nel loro far conoscere a tutti l’annuncio – evento vi sono inverosimiglianze chiaramente inaccettabili dal punto di vista della cronaca dei fatti. Infatti soltanto dopo l’evento della Pasqua, sarà manifestato che Gesù di Nazaret è il Salvatore – Cristo – Signore. Che cosa avrebbero potuto comprendere gli ignari pastori si un simile messaggio che già conferma il Cristo risorto e la sua divinità? Ma come sarebbe stato possibile all’angelo fare un simile annuncio se gli eventi non erano ancora accaduti? Luca, quindi, antica nel discorso dell’angelo i fulgori della Pasqua trasferendo sui pastori di Betlemme l’attività catechetico – evangelizzatrice che sarà propria dei pastori della Chiesa. L’intento degli anacronismi è chiaramente teologico – dottrinale.

2. Un fondo di cronaca? Scarta la rivelazione pasquale ai pastori di Betlemme che cosa resta di essi? E’ possibile riconoscere nel racconto qualcosa di quanto accadde realmente? Si può rispondere così: In Lc 2, 8-20, possiamo discernere un nucleo esiguo di cronaca: Betlemme, già da antica tradizione, era una zona di gente dedita alla pastorizia. Non stupisce dunque che alla nascita di Gesù, ci fossero intorno dei pastori a guardia del gregge, forse gli stessi proprietari della grotta – stalla. Avvenuta la nascita, non è difficile che alcuni di loro si recarono a rendere visita di omaggio al neonato e ai genitori e diffondono intorno a loro la notizia di questa nascita. Forse illuminati da una speciale grazia divina, compresero in parte la natura messianica, secondo l’attesa diffusa nel popolo, del neonato bambino di Betlemme. Di questa visita rimane un vivo ricordo nelle memorie di Maria che rimase assorta sulle cose che dicevano i pastori.

Conclusione Possiamo concludere che siamo di fronte ad una vera storia, nel senso che l’evangelista non solo narra il fatto della nascita di Gesù, ma ne coglie anche il senso profondo, quale esso si manifesta in seguito alla pasqua. La lettura pasquale della pericope di Luca, quindi, non vanifica l’evento descritto, ma lo fa comprendere meglio. La critica sia linguistica che morfologica del brano permette di ravvisare sotto l’attuale formulazione l’eco sostanziale del ruolo effettivo svolto dai pastori di Betlemme. Alcuni autori parlano di una solida componente della tradizione locale betlemita che non escluderebbe una concomitante testimonianza che risalga alla stessa madre di Gesù. 

DA UNO SCRITTO (DEL 1963) DI THOMAS MERTON SULL’AVVENTO

 http://www.latendadimamre.com/1/upload/3_foglio_informativo_2013.doc.

DA UNO SCRITTO (DEL 1963) DI THOMAS MERTON SULL’AVVENTO

(stralcio da un file doc del sito)

È importante ricordare la profonda e in qualche modo angosciosa serietà dell’Avvento, quando la nostra cultura di mercato si armonizza troppo facilmente con la tendenza a considerare il Natale, consciamente o no, come un ritorno alla nostra infanzia e innocenza. L’Avvento dovrebbe ricordarci che il « re che sta per venire » è ben più di un bambinello grazioso che sorride (o, per chi preferisce una spiritualità dolorosa, che piange) sulla paglia. Non v’è certamente nulla di sbagliato nelle tradizionali gioie di famiglia del Natale, né dobbiamo vergognarci di essere ancora capaci di anticipare tali gioie senza troppe contraddizioni. Infine, tutto questo in sé non è fuori posto. Ma la Chiesa, nel prepararci alla nascita di un « grande profeta », Salvatore e Re della Pace, pensa a qualcosa di più che a un banchetto familiare di stagione. Il mistero dell’Avvento mette a fuoco la luce della fede sul vero significato della storia, dell’uomo, del mondo e della nostra esistenza. Nell’Avvento noi celebriamo la venuta e la presenza di Cristo nel nostro mondo. Noi siamo testimoni della sua presenza anche in mezzo a tutti gli inscrutabili problemi e le profonde tragedie. La nostra fede dell’Avvento non è una fuga dal mondo per rifugiarci in un regno nebuloso di slogan e di conforti che dichiari irreali i nostri problemi d’ogni giorno, inesistenti le nostre tragedie. Il nostro compito è di cercare e trovare Cristo nel nostro mondo così com’è, e non come potrebbe essere. Il fatto che il mondo è diverso da quello che potrebbe essere non altera la verità che Cristo è presente in esso e che il suo piano non è andato frustrato né ha subito modifiche: in verità, tutto si svolgerà secondo il suo volere. Il nostro Avvento è la celebrazione di tale speranza. Quel che è incerto non è tanto la « venuta » del Cristo quanto l’accoglienza che avrà da parte nostra, la nostra risposta a lui, la nostra prontezza e capacità ad « avviarci incontro a Lui ». Il nostro Avvento, quindi, non è una celebrazione di meri valori culturali tradizionali, per quanto grandi e degni di essere perpetuati. L’Avvento non è un puro e semplice ritorno, una ricorrenza, un rinnovo dell’antico. Non può essere certamente un ritorno alla fanciullezza, né personale né sociale. La venuta del Signore, che è lo stesso della sua « presenza », è la venuta del nuovo, non il rinnovo dell’antico. Noi crediamo che colui il quale è venuto e che verrà è già presente qui, ora, e che noi siamo nel suo regno. Non solo, ma noi siamo il suo regno. Il Cristo che si è vuotato prendendo forma di servo, morendo sulla croce per noi, ci ha dato la pienezza dei suoi doni e della sua salvezza. In tal caso l’Avvento del Signore non chiede né più né meno che un ritorno al « vuoto » della fede. Cristo, come dicono i Vangeli è venuto più prontamente e più volentieri per coloro che avevano più bisogno di lui, ossia per gli infelici, i peccatori, i disprezzati: per coloro che erano « vuoti ». Il mistero dell’Avvento è in tal caso un mistero di vuoto, di povertà, di limitazione. Il segreto del mistero dell’Avvento è dunque la consapevolezza che io comincio là dove finisco perché Cristo comincia dove io finisco. In parole più povere: io vivo per Cristo quando muoio per me stesso. 

BENEDETTO XVI- UDIENZA GENERALE 2009 – (OTTAVA DI PASQUA)

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/audiences/2009/documents/hf_ben-xvi_aud_20090415_it.html

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro

Mercoledì, 15 aprile 2009

L’ottava di Pasqua

Cari fratelli e sorelle,

la consueta Udienza Generale del mercoledì è oggi pervasa di gaudio spirituale, quel gaudio che nessuna sofferenza e pena possono cancellare, perché è gioia che scaturisce dalla certezza che Cristo, con la sua morte e risurrezione, ha definitivamente trionfato sul male e sulla morte. “Cristo è risorto! Alleluia! ”, canta la Chiesa in festa. E questo clima festoso, questi sentimenti tipici della Pasqua, si prolungano non soltanto durante questa settimana – l’Ottava di Pasqua – ma si estendono nei cinquanta giorni che vanno fino alla Pentecoste. Anzi, possiamo dire: il mistero della Pasqua abbraccia l’intero arco della nostra esistenza.
In questo tempo liturgico sono davvero tanti i riferimenti biblici e gli stimoli alla meditazione che ci vengono offerti per approfondire il significato e il valore della Pasqua. La “via crucis”, che nel Triduo Santo abbiamo ripercorso con Gesù sino al Calvario rivivendone la dolorosa passione, nella solenne Veglia pasquale è diventata la consolante “via lucis”. Visto dalla risurrezione, possiamo dire che tutta questa via della sofferenza è cammino di luce e di rinascita spirituale, di pace interiore e di salda speranza. Dopo il pianto, dopo lo smarrimento del Venerdì Santo, seguito dal silenzio carico di attesa del Sabato Santo, all’alba del “primo giorno dopo il sabato” è risuonato con vigore l’annuncio della Vita che ha sconfitto la morte: “Dux vitae mortuus/regnat vivus – il Signore della vita era morto; ma ora, vivo, trionfa!” La novità sconvolgente della risurrezione è così importante che la Chiesa non cessa di proclamarla, prolungandone il ricordo specialmente ogni domenica: ogni domenica, infatti, è “giorno del Signore” e Pasqua settimanale del popolo di Dio. I nostri fratelli orientali, quasi a evidenziare questo mistero di salvezza che investe la nostra vita quotidiana, chiamano in lingua russa la domenica “giorno della risurrezione” (voskrescénje).
È pertanto fondamentale per la nostra fede e per la nostra testimonianza cristiana proclamare la risurrezione di Gesù di Nazaret come evento reale, storico, attestato da molti e autorevoli testimoni. Lo affermiamo con forza perché, anche in questi nostri tempi, non manca chi cerca di negarne la storicità riducendo il racconto evangelico a un mito, ad una “visione” degli Apostoli, riprendendo e presentando vecchie e già consumate teorie come nuove e scientifiche. Certamente la risurrezione non è stata per Gesù un semplice ritorno alla vita precedente. In questo caso, infatti, sarebbe stata una cosa del passato: duemila anni fa uno è risorto, è ritornato alla sua vita precedente, come per esempio Lazzaro. La risurrezione si pone in un’altra dimensione: é il passaggio ad una dimensione di vita profondamente nuova, che interessa anche noi, che coinvolge tutta la famiglia umana, la storia e l’universo. Questo evento che ha introdotto una nuova dimensione di vita, un’apertura di questo nostro mondo verso la vita eterna, ha cambiato l’esistenza dei testimoni oculari come dimostrano i racconti evangelici e gli altri scritti neotestamentari; è un annuncio che intere generazioni di uomini e donne lungo i secoli hanno accolto con fede e hanno testimoniato non raramente a prezzo del loro sangue, sapendo che proprio così entravano in questa nuova dimensione della vita. Anche quest’anno, a Pasqua risuona immutata e sempre nuova, in ogni angolo della terra, questa buona notizia: Gesù morto in croce è risuscitato, vive glorioso perché ha sconfitto il potere della morte, ha portato l’essere umano in una nuova comunione di vita con Dio e in Dio. Questa è la vittoria della Pasqua, la nostra salvezza! E quindi possiamo con sant’Agostino cantare: “La risurrezione di Cristo è la nostra speranza”, perché ci introduce in un nuovo futuro.
È vero: la risurrezione di Gesù fonda la nostra salda speranza e illumina l’intero nostro pellegrinaggio terreno, compreso l’enigma umano del dolore e della morte. La fede in Cristo crocifisso e risorto è il cuore dell’intero messaggio evangelico, il nucleo centrale del nostro “Credo”. Di tale “Credo” essenziale possiamo trovare una espressione autorevole in un noto passo paolino, contenuto nella Prima Lettera ai Corinzi (15,3-8) dove, l’Apostolo, per rispondere ad alcuni della comunità di Corinto che paradossalmente proclamavano la risurrezione di Gesù ma negavano quella dei morti – la nostra speranza –, trasmette fedelmente quello che egli – Paolo – aveva ricevuto dalla prima comunità apostolica circa la morte e risurrezione del Signore.
Egli inizia con una affermazione quasi perentoria: “Vi proclamo, fratelli, il Vangelo che vi ho annunciato e che voi avete ricevuto, nel quale restate saldi e dal quale siete salvati, se lo mantenete come ve l’ho annunciato. A meno che non abbiate creduto invano!” (vv. 1-2). Aggiunge subito di aver loro trasmesso quello che lui stesso aveva ricevuto. Segue poi la pericope che abbiamo ascoltato all’inizio di questo nostro incontro. San Paolo presenta innanzitutto la morte di Gesù e pone, in un testo così scarno, due aggiunte alla notizia che «Cristo morì». La prima aggiunta è: morì «per i nostri peccati»; la seconda è: «secondo le Scritture» (v. 3). Questa espressione «secondo le Scritture» pone l’evento della morte del Signore in relazione con la storia dell’alleanza veterotestamentaria di Dio con il suo popolo, e ci fa comprendere che la morte del Figlio di Dio appartiene al tessuto della storia della salvezza, ed anzi ci fa capire che tale storia riceve da essa la sua logica ed il suo vero significato. Fino a quel momento la morte di Cristo era rimasta quasi un enigma, il cui esito era ancora insicuro. Nel mistero pasquale si compiono le parole della Scrittura, cioè, questa morte realizzata “secondo le Scritture” è un avvenimento che porta in sé un logos, una logica: la morte di Cristo testimonia che la Parola di Dio si è fatta sino in fondo “carne”, “storia” umana. Come e perché ciò sia avvenuto lo si comprende dall’altra aggiunta che san Paolo fa: Cristo morì «per i nostri peccati». Con queste parole il testo paolino pare riprendere la profezia di Isaia contenuta nel Quarto Canto del Servo di Dio (cfr Is 53,12). Il Servo di Dio – così dice il Canto – “ha spogliato se stesso fino alla morte”, ha portato “il peccato di molti”, ed intercedendo per i “colpevoli” ha potuto recare il dono della riconciliazione degli uomini tra loro e degli uomini con Dio: la sua è dunque una morte che mette fine alla morte; la via della Croce porta alla Risurrezione.
Nei versetti che seguono, l’Apostolo si sofferma poi sulla risurrezione del Signore. Egli dice che Cristo «è risorto il terzo giorno secondo le Scritture». Di nuovo: “secondo le Scritture”! Non pochi esegeti intravedono nell’espressione: «è risorto il terzo giorno secondo le Scritture» un significativo richiamo di quanto leggiamo nel Salmo 16, dove il Salmista proclama: «Non abbandonerai la mia vita negli inferi, né lascerai che il tuo fedele veda la corruzione» (v.10). È questo uno dei testi dell’Antico Testamento, citati spesso nel cristianesimo primitivo, per provare il carattere messianico di Gesù. Poiché secondo l’interpretazione giudaica la corruzione cominciava dopo il terzo giorno, la parola della Scrittura si adempie in Gesù che risorge il terzo giorno, prima cioè che cominci la corruzione. San Paolo, tramandando fedelmente l’insegnamento degli Apostoli, sottolinea che la vittoria di Cristo sulla morte avviene attraverso la potenza creatrice della Parola di Dio. Questa potenza divina reca speranza e gioia: è questo in definitiva il contenuto liberatore della rivelazione pasquale. Nella Pasqua, Dio rivela se stesso e la potenza dell’amore trinitario che annienta le forze distruttrici del male e della morte.
Cari fratelli e sorelle, lasciamoci illuminare dallo splendore del Signore risorto. Accogliamolo con fede e aderiamo generosamente al suo Vangelo, come fecero i testimoni privilegiati della sua risurrezione; come fece, diversi anni dopo, san Paolo che incontrò il divino Maestro in modo straordinario sulla Via di Damasco. Non possiamo tenere solo per noi l’annuncio di questa Verità che cambia la vita di tutti. E con umile fiducia preghiamo: “Gesù, che risorgendo dai morti hai anticipato la nostra risurrezione, noi crediamo in Te!”. Mi piace concludere con una esclamazione che amava ripetere Silvano del Monte Athos: “Gioisci, anima mia. È sempre Pasqua, perché Cristo risorto è la nostra risurrezione!”. Ci aiuti la Vergine Maria a coltivare in noi, e attorno a noi, questo clima di gioia pasquale, per essere testimoni dell’Amore divino in ogni situazione della nostra esistenza. Ancora una volta, Buona Pasqua a voi tutti!

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