Archive pour la catégorie 'LITURGIA – MUSICA'

DIECI PAROLE PER LA MUSICA LITURGICA: “ECCELLENTE”

dal sito:

http://www.zenit.org/article-24660?l=italian

DIECI PAROLE PER LA MUSICA LITURGICA: “ECCELLENTE”

di Aurelio Porfiri*

ROMA, martedì, 23 novembre 2010 (ZENIT.org).- Eccellente. Qui bisogna fare attenzione al senso che si dà a questa parola. Dire che la musica per la liturgia deve essere buona musica è una cosa scontata. Meno scontata è la risposta quando si domanda a molti musicisti in cosa consiste questa bontà. Infatti, spesso per i nostri cari musicisti questa bontà coincide con la musica che fanno loro. Ora, questo può essere vero in alcuni casi ma non, ovviamente, in tutti.

La parola “eccellente” (dal latino Ex-cellere, spingere fuori) ci dice soprattutto un qualcosa di molto importante: la musica liturgica deve essere frutto di uno sforzo di perfezione, essa deve tendere alla perfezione, come tutto, in funzione della perfezione del Padre Celeste. Per questo la faciloneria non le si addice. Per spingere fuori, o spingere oltre, si deve essere nel luogo da cui si spinge. Questo luogo è la tradizione ecclesiale tramandataci dai millenni di storia. Per spingerla oltre bisogna trovarcisi dentro e per trovarcisi dentro bisogna praticarla e studiarla. Non si può migliorare che dal di dentro. Dal di fuori si fanno solo inutili giri di palazzo. Ecco perché la parola “eccellente” mi sembra molto significativa per la musica liturgica e comprende anche la “bontà di forme” invocata da san Pio X nel suo Motu Proprio come qualità della musica di chiesa:
“Deve essere arte vera, non essendo possibile altrimenti che abbia sull’animo di chi l’ascolta quell’efficacia, che la Chiesa intende ottenere accogliendo nella sua liturgia l’arte dei suoni”.
Certo, ci possono essere diverse opinioni su cosa si intende per arte vera, ma io credo che nessuno può negare che il bagaglio tecnico sia momento necessario ed imprescindibile per raggiungere l’efficacia artistica. Forse dovremmo considerare questo punto in contrasto con alcuni orientamenti moderni, dove il criterio è quello dello spontaneismo. Purtroppo non si considera che la spontaneità, se correttamente intesa, è un grande valore. Quanta musica o arte dei grandi ci sembra spontanea, uscita fuori senza fatica o sforzo alcuno. Ma noi sappiamo anche che per raggiungere questa semplicità ci vogliono anni e anni di lavoro. Viva la spontaneità come approdo finale, ma attenzione allo spontaneismo che sta alla prima come il sentimento al sentimentalismo. Lo studioso Jeremy S. Biegbe, in suo bel libro chiamato “Theology, Music and Time” chiama un capitolo in cui parla di improvvisazione “liberating constraint”, “obbligazione che libera”. Credo che questa frase potrebbe descrivere il processo di cui parlo. Per essere liberi, spontanei, semplici bisogna prima costringersi, proprio perché di partenza siamo limitati, lo studio ci porta ad aprire nuovi spazi rispetto a quelli angusti del nostro piccolo mondo. Quindi non faccio una questione di titoli accademici, non è che chi non ha certi titoli per forza è peggio di chi ce li ha. E’ una questione di metodo che si acquista tramite lo studio accademico con conseguente titolo ma anche senza di questo. Per secoli musicisti e pittori hanno fatto a meno di titoli accademici ma imparavano l’arte facendola.
L’approdo della vita cristiana è la santità. Non c’e’ dubbio che la vita liturgica sia una via alla santità e così lo è la musica per la liturgia. Se pur essa è tecnicamente perfetta, ma non è “per la liturgia”, non serve allo scopo, non ha quella efficacia ricordata da san Pio X. Ricordiamo come il nesso “musica e liturgia” è inscindibile se si vuole veramente capire il ruolo di questa forma espressiva nell’atto di culto. Non mi nascondo che questa relazione non è a due, ma a tre e il terzo polo di questo triangolo è la cultura. Ma su questo si dovrà tornare in seguito perché tema troppo vasto e delicato. Dicevamo che la musica per la liturgia deve essere santa. Questa non è una novità, già san Pio X lo diceva nel famoso Motu Proprio:
“Deve essere santa, e quindi escludere ogni profanita’, non solo in se medesima, ma anche nel modo onde viene proposta da parte degli esecutori”.
Questo, al numero 112, la Costituzione Conciliare Sacrosanctum Concilium, anche lo dice chiaramente:
“La tradizione musicale della Chiesa costituisce un patrimonio d’inestimabile valore, che eccelle tra le altre espressioni dell’arte, specialmente per il fatto che il canto sacro, unito alle parole, è parte necessaria ed integrante della liturgia solenne. Il canto sacro è stato lodato sia dalla sacra Scrittura, sia dai Padri, sia dai romani Pontefici; costoro recentemente, a cominciare da S. Pio X, hanno sottolineato con insistenza il compito ministeriale della musica sacra nel culto divino. Perciò la musica sacra sarà tanto più santa quanto più strettamente sarà unita all’azione liturgica, sia dando alla preghiera un’espressione più soave e favorendo l’unanimità, sia arricchendo di maggiore solennità i riti sacri”.
Questo punto meriterebbe un commento quasi parola per parola, ma per il momento basta soffermarsi sulla frase “la musica sacra sarà tanto più santa quanto più strettamente sarà unita all’azione liturgica”: la qualità della musica viene dalla sua capacità di farsi preghiera liturgica. Ma la preghiera liturgica è il momento più alto della vita cristiana, Culmine e Fonte. Quindi la musica non può che essere eccellente, non puo’ che porsi come momento di superamento del quotidiano pur servendosi degli strumenti del quotidiano. Il liturgista Roberto Tagliaferri dice con efficacia:
“Il linguaggio nasce da uno scarto, da una differenza tra noi e le cose, da una breccia incolmabile, che se da una parte ci impedisce la perfetta identità con noi stessi e col mondo, perché ci sentiamo senza sosta buttati fuori, verso le cose, dall’altra questo compito inesausto di superare il limite ci apre all’illimitato, che intravediamo dietro al limite. Questa è la maledizione, ma anche la grandezza dell’uomo. Egli pensa di colmare definitivamente questa breccia, di poter trasgredire definitivamente il limite e riconquistare la sua origine: questa è la sua dannazione, perché egli rischia di trasformare una mediazione culturale-linguistica in un assoluto. Nel linguaggio però l’uomo può anche sperimentare l’illimitato, la presenza dell’assoluto, perché in ogni acquisizione parziale si trova rilanciato verso un inedito traguardo, secondo un dinamismo senza soluzione di continuità: questa è la sua singolare grandezza” (La Violazione del Mondo. Ricerche di Epistemologia Liturgica. C.L.V. Pag., 214).
Attraverso il limite ci incamminiamo nell’illimitato. Ma, come detto sopra, questo linguaggio deve possedere lo “scarto simbolico”, servirsi dei mezzi del quotidiano ma non facendosi “quotidiano”. Ecco la soluzione a molti dei problemi della musica liturgica, se solo si capisse questo. Nessuno condanna la musica pop o di consumo. Personalmente anche la ascolto e la trovo piacevole. Ma so fare una differenza fra quello che ascolto nella mia vita quotidiana e ciò che devo ascoltare nella liturgia, proprio per la natura particolare e “terribile” di questa azione rituale. Congiungersi alla Tradizione viene spesso solo inteso in senso temporale ma in realtà è un processo spirituale: significa, come detto da don Tagliaferri, “riconquistare l’origine”, significa ristabilire l’ordine sfigurato dal peccato. Ecco perché il quotidiano non suona bene. La musica liturgica, perché liturgica, vive la tensione fra l’origine e il compimento, essa non vuole il presente ma vuole l’eterno. L’essere liturgico “anima” la musica, le dà una vita soprannaturale. Essa, quando unita all’azione liturgica (tanto più santa…) ci rappresenta l’ordine primordiale ferito dal disordine del peccato. Il filosofo Erich Przywara ci dice che l’arte cristiana è “sospesa tra eternita’ e caducita’” (Bello, Sacro, Cristiano in La Filosofia dell’Arte Sacra). Essa è cosmica. Forse un nome nuovo, che mai nessuno ha tentato sarebbe “musica cosmica”. Qui ci dobbiamo abbandonare alla riflessione di Divo Barsotti:
“Nelle religioni asiatiche lo spazio sacro si impone sempre per il culto, ma non necessariamente uno spazio chiuso; nel tantrismo, per esempio, vi è lo spazio in cui viene celebrato un certo culto, riconsacrato dallo sciamano o dal sacerdote; ma questo spazio non è chiuso. Perché, invece, nella religione jahvista, e non soltanto in questa, lo spazio è chiuso, difeso da mura e chiuso in alto? Perché il cosmo stesso è chiuso. Kosmos dice ordine, non dice uno spazio senza confine. C’è un confine preciso. E’ un ambiente, è una casa, è un regno in cui l’uomo deve trovarsi, deve abitare e deve regnare. Anche lo spazio sacro della religione sciamana ha dei confini precisi: lo stregone segna i confini dello spazio sacro, però non ci sono mura a difesa di questo spazio. Questo spazio non è chiuso. L’essere chiuso mi sembra che sia un richiamo all’ordine che è proprio del cosmo – tutto converge verso l’unità. Ma non è soltanto ordine: dice qualcosa di concluso perché perfetto in sé” (La Messa. p. 22-23).
Musica liturgica è ristabilire l’ordine un tempo perduto. Essa ristabilendo l’ordine scompagina il disordine in cui viviamo e che noi pensiamo sia la vita vera. Ecco perché Divo Barsotti sempre ripeteva che la vita vera è Cristo, la nostra non è che apparenza. Ecco il potere dell’arte e della musica: con la materia, smaterializza la materia.

————
*Aurelio Porfiri vive a Macao ed è sposato, con un figlio. E’ professore associato di musica liturgica e direzione di coro e coordinatore per l’intero programma musicale presso la University of Saint Joseph a Macao (Cina). Sempre a Macao collabora con il Polytechnic Institute, la Santa Rosa de Lima e il Fatima School; insegna inoltre allo Shanghai Conservatory of Music (Cina). Da anni scrive per varie riviste tra cui: L’Emanuele, la Nuova Alleanza, Liturgia, La Vita in Cristo e nella Chiesa. E’ socio del Centro Azione Liturgica (CAL) e dell’Associazione Professori di Liturgia (APL). Sta completando un Dottorato in Storia. Come compositore ha al suo attivo Oratori, Messe, Mottetti e canti liturgici in latino, italiano ed inglese. Ha pubblicato al momento quattro libri, l’ultimo edito dalle edizioni san Paolo intitolato “Abisso di Luce”.

Publié dans:LITURGIA, LITURGIA - MUSICA |on 29 novembre, 2010 |Pas de commentaires »

“Cantate con il cuore!”

dal sito:

http://www.zenit.org/article-17032?l=italian

“Cantate con il cuore!”

Musical, concerti e reading teatrali dedicati quest’anno a san Paolo

ROMA, domenica, 1° febbraio 2009 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito una intervista apparsa sull’ottavo numero della rivista « Paulus » (febbraio 2009), dedicato al tema della bellezza.

* * *

di Paolo Pegoraro

San Paolo amava la musica? Certamente sì, se raccomandava a due comunità di intrattenersi «con salmi, inni e cantici spirituali» (Col 3,16; Ef 5,18-20), specificando anche come cantare: «con tutto il cuore», animati da una profonda gratitudine. Paolo stesso doveva avere una voce considerevole se, come ricorda il libro degli Atti (16,25), i carcerati stavano ad ascoltarlo mentre elevava la sua preghiera nel cuore della notte con il compagno di prigionia Sila. E l’Anno Paolino non ha mancato di stimolare compositori estremamente diversi. Mons. Marco Frisina è l’autore del solenne concerto-oratorio Apostolo delle genti per voci recitanti, solisti, coro e orchestra andato in scenza ancora la scorsa primavera, mentre l’Associazione per oratori e circoli giovanili ANSPI – che ha proprio san Paolo come patrono – ha realizzato il musical Sulla via di Damasco.

Un secondo musical è il Paolo di Tarso realizzato dalla compagnia teatrale “Il prezzo dell’Amore” dell’Oratorio San Carlo e San Luigi di Besana in Brianza. Opera dalle sonorità vigorosamente rock quest’ultima, che sta girerà in tournée per la Lombardia fino alla chiusura dell’Anno Paolino e ha recentamente presentato i 25 brani dello spettacolo in un doppio cd. Il terzo musical è Fino al Terzo Cielo, della compagnia teatrale “Piccola Comunità” di Guastalla (http://www.sangiacomo-sanrocco.it/finoalterzocielo_ilmusical.html). Senza dimenticare il reading teatrale ideato da Michele Casella, «giovane attore, giovanissimo regista e ‘neonato’ autore», come si autodefinisce lui stesso, che oltretutto ha scritto e diretto lo spettacolo dell’ANSPI, nonché interpretato san Paolo nella prima dell’oratorio di Frisina a Caserta. Paulus lo ha intervistato poco prima del nuovo debutto teatrale.

Caro Michele, cominciamo raccontando chi sei…

«Sono nato a Caserta nel 1981, dove ho studiato recitazione e regia presso il Teatro, mentre completavo gli studi universitari in Lettere classiche alla Federico II di Napoli. Dopo di che mi sono dedicato totalmente al teatro, incontrando diverse tipologie di teatro: classico, di sperimentazione, musical. Ma la passione iniziale era già sbocciata prima, presso l’oratorio e la parrocchia nel mio paese, Casolla. Abbiamo cominciato a recitare lì, da piccoli, per divertirci … un gruppo di amici. Fondamentale fu poi l’incontro con Claudia Koll nel 2006, che mi ha portato con lei in Africa, e ha generato numerose collaborazioni. È una carissima amica e una bravissima attrice da cui imparo molto».

L’Anno Paolino ti ha visto impegnato in ben tre ruoli-chiave legati all’Apostolo e alla musica…

«Sì, è qualcosa che un po’ ho cercato io e un po’ mi è capitato. In previsione dell’Anno Paolino ho proposto un musical sulla figura di san Paolo all’Associazione Nazionale San Paolo Italia (A.N.S.P.I.). L’idea è piaciuta all’Associazione che ha affidato la composizione delle musiche a Michele Paulicelli, mentre io mi sono occupato dei testi e della regia. Così è nato Sulla via di Damasco. Ma era la prima volta che scrivevo un testo così impegnativo, così com’era la prima volta che scrivevo canzoni. Ho dovuto studiare a fondo la figura di san Paolo e nel mentre è nata anche l’idea, dopo il musical, di realizzare reading teatrali sui testi di Paolo. La ragione è che il musical è una forma di spettacolo con regole precise, che non lasciano sempre spazio all’approfondimento di tematiche complesse. Per questo ho deciso di trattare alcuni punti particolari nei reading, con la forma di teatro sperimentale. Nella Cattedrale di Caserta il reading è unito ad una lectio divina: interpreto passi dalle Lettere di san Paolo che poi vengono spiegati da alcuni biblisti».

Del musical e del reading sei autore, ma c’è un terzo evento, cui hai preso parte come attore…

«Sì, è il concerto-oratorio Apostolo delle Genti di mons. Marco Frisina, nel quale ho interpretato san Paolo. Non senza difficoltà, devo dire: ho 27 anni, mentre il Paolo messo in scena da Frisina è adulto, è un Paolo vicino alla morte che traccia il resoconto della sua vita. Ma ne è valsa la pena; Frisina è un Artista con la “A” maiuscola».

Questi tre spettacoli hanno cambiato il tuo rapporto con san Paolo?

«Certamente. Prima ne avevo una conoscenza non approfondita e non ero affascinato dalla sua figura come quella, ad esempio, di san Francesco. Mi sono laureato sul testo martiriale delle sante Perpetua e Felicita, tanti sono stati i santi che hanno destato la mia attenzione… però non san Paolo. Non so perché. Poi Benedetto XVI ha indetto quest’Anno e ho cominciato la lettura degli Atti degli Apostoli e delle Lettere. È stato un vero e proprio studio che non ho svolto da solo, ma guidato da un biblista molto preparato: da un lato per poter scrivere il musical, dall’altro per poter interpretare bene il san Paolo nell’oratorio di Frisina. Poi lo studio ha lasciato il posto alla voglia di conoscerlo pienamente, anche solo per me stesso. Ora posso dire che la sua è una personalità che mi piace parecchio».

Come mai? quale Paolo hai scoperto?

«È un carattere forte e determinato, non solo prima della conversione. Mi ci riconosco: un ragazzo che segue deciso il suo percorso e non ha paura di cambiare strada, di rivedere se stesso e le sue posizioni. Totalmente. Però non ha perso la sua determinazione – nel dire quello che pensa, nel battersi per le sue idee – e questo mi piace, è eccezionale. Eppure ho scoperto un altro aspetto. Leggendo le sue Lettere, mi sono spesso commosso… c’è in san Paolo una sensibilità speciale… non è un gigante irraggiungibile. Le sue parole mi hanno allontanato da certe raffigurazioni generiche e talvolta fiabesche che lo mostrano imponente, caduto da cavallo, maestoso e accecato. È forte e sincero, ma anche silenzioso e solitario. Debole ma consapevole che proprio nella debolezza risiede la forza».

Come definiresti questa sua “sensibilità”?

«È il piangere, il farsi vicino agli altri. Paolo si rivolge a persone concrete e la lettera li raggiunge dove sono, come se fosse Paolo in persona. Tanto che scrive: “Voi siete una lettera di Cristo composta da noi, scritta non con inchiostro, ma con lo Spirito del Dio vivente, non su tavole di pietra ma sulle tavole di carne dei vostri cuori”. Ne ho tratto spunto per una canzone che s’intitola Scrivo una lettera per te e che dice: non uso inchiostro, ma uso lo Spirito. Non uso pagine, ma uso i cuori. Sono dei passaggi eccezionali.

Leggendo Paolo, noto che è sempre attualissimo. Le sue parole riescono a rompere le barriere dei corsi e ricorsi storici. Non vorrei fare accostamenti troppo audaci, ma… penso alla persecuzione dei cristiani e alla Shoah. Penso a Stefano, che viene lapidato per la propria fede, e a Borsellino o Falcone, assassinati per quello in cui credevano. Ho visto come le sue parole sono vere. “C’è più gioia nel dare che nel ricevere”, ad esempio: quando sono tornato dal Burundi ero molto più contento di qualsiasi altra esperienza».

Veniamo ai tre spettacoli cui hai partecipato, a titolo diverso. Ognuno sottolinea un aspetto differente dell’Apostolo…

«Il concerto-oratorio di Frisina è stato scritto partendo dalle Lettere. Ci presenta un san Paolo veramente maturo, ormai prossimo alla morte, che guarda indietro e racconta alcuni momenti della sua vita, così come i popoli e le regioni che ha incontrato. Le musiche sono emozionanti, così come i testi. Il musical dell’ANSPI è un po’ più frizzante, nel senso che san Paolo canta e balla, parla di sé attraverso momenti riflessivi ma anche momenti più leggeri. E non è da solo: ci sono anche Prisca, Aquila, Lidia, Timoteo, la Legge, la Grazia e altri personaggi. Quindi il profilo di Paolo non è affidato soltanto alle sue parole, ma soprattutto ad un’atmosfera. Inoltre in scena ci sono circa quaranta giovani artisti (ballerini, cantanti, attori, musicisti) di età compresa fra i 14 e i 26 anni: un Paolo molto “giovane”, dunque.

Il reading teatrale, invece, da voce essenzialmente alle parole di Paolo, senza filtri. Ma nello stesso tempo viene fuori l’intimità dell’Apostolo, il suo io più profondo. Paolo persecutore, convertito, apostolo, prigioniero: tutti i passaggi di un’unica grande personalità, di un’unica grande vita».

Gli Inni di Sant’Ambrogio: Il « Te Deum » (presentazione storica, liturgica. musicale)

dal sito:

http://www.examenapium.it/meri/inno.htm

Gli inni di Ambrogio

Come il valoroso vescovo [Sant'Ambrogio], mentre era impegnato in una terribile lotta con l’imperatrice Giustina e i suoi seguaci della setta eretica degli ariani, introducesse a Milano il costume siriaco di cantare inni per tenere alti gli spiriti, dei suoi adepti cattolici, ci è raccontato dal contemporaneo, più giovane di lui, Sant’Agostino:

Era un anno, o non molto di più, dacché Giustina, madre dell’imperatore fanciullo Valentiniano, perseguitava il Tuo servo Ambrogio, per amore della sua eresia, alla quale era stata attirata dagli Ariani. Il popolo accampava nella chiesa, pronto a morire col suo vescovo, e servo Tuo …

In quella occasione si stabilì di cantare degli inni e dei salmi, secondo l’usanza delle regioni orientali, affinché il popolo non si lasciasse prendere da scoraggiamento; da quel tempo l’uso venne mantenuto, fino ai giorni nostri. Molti, quasi tutti i tuoi fedeli lo hanno imitato negli altri paesi della terra. [Confessioni, IX, 7]

Sant’Ambrogio definisce così la natura dell’inno:

Canto con la lode del Signore. Se voi celebrate il Signore, e non cantate voi non proferite un inno. Se voi cantate e non celebrate il Signore, non proferite un inno. Se voi celebrate qualche cosa che non pertiene alla lode del Signore, e se la celebrate col canto, voi non proferite un inno. Un inno, dunque, ha queste tre cose: e canto, e lode, e il Signore.

Dei molti testi di inni la cui paternità è stata attribuita al Santo soltanto quattro sono oggi generalmente accettati come autentici. Essi sono: Aeterne rerum Conditor; Deus Creator omnium; Iam surgit hora tertia; e Veni Redemptor gentium …

Niente di preciso si sa delle melodie che furono in origine applicate agli inni di Sant’Ambrogio, se fossero composte da lui o adattate da musica precedente. Poiché gli inni erano destinati all’uso dei fedeli, sembra logico supporre che la loro melodia fosse semplice e sillabica. Dalla definizione agostiniana del piede giambico apprendiamo che constava di « una breve e una lunga, di tre tempi », e le più moderne trascrizioni degli inni sono basate sull’ipotesi che il ritmo della melodia seguisse il metro del testo. Il metro ambrosiano era retto dalle leggi della quantità, sebbene il graduale passaggio dalla quantità all’accento fosse già iniziato al tempo di Sant’Ambrogio.

Gli inni ambrosiani si diffusero in tutta Europa. Durante il Medio Evo scrittori ecclesiastici di varie regioni cedettero alla moda di ornare le semplici melodie degli inni con brevi melismi …

Il Te deum

Un inno scritto non su un testo metrico, ma prosastico è il Te Deum. La sua struttura, come quella dei salmi, è retta dal principio del parallelismo. Secondo la leggenda fu improvvisato insieme da Sant’Ambrogio e Sant’Agostino, mentre il primo battezzava il secondo. Nel Medio Evo esso è talvolta chiamato «Hymnus Ambrosianus». Tuttavia si crede oggi che il Te Deum sia stato scritto da Niceta di Remesiana (c. 335-414). Sembra che fosse ben noto e largamente diffuso già fin dal VI secolo e che penetrasse in seguito nella liturgia romana. La musica di quest’inno, qual è giunta fino a noi, sembra essere una creazione composita; sembra che la prima parte della melodia abbia carattere pre-gregoriano e che sia di origine milanese, mentre la parte seguente è di carattere gregoriano.

Te Deum laudámus: te Dóminum confitémur.
Te ætérnum Patrem, omnis terra venerátur.
Tibi omnes ángeli, tibi cæli et univérsæ potestátes:
tibi chérubim et séraphim incessábili voce proclamant:
Sanctus, Sanctus, Sanctus Dóminus Deus Sábaoth.
Pleni sunt cæli et terra maiestátis glóriæ tuae.
Te gloriósus Apostolórum chorus,
te prophetárum laudábilis númerus,
te mártyrum candidátus laudat exércitus.
Te per orbem terrárum sancta confitétur Ecclésia,
Patrem imménsæ maiestátis;
venerándum tuum verum et únicum Fílium;
Sanctum quoque Paráclitum Spíritum.
Tu rex glóriæ, Christe.
Tu Patris sempitérnus es Filius.
Tu, ad liberándum susceptúrus hóminem, non horruísti Virginis úterum.
Tu, devícto mortis acúleo, aperuísti credéntibus regna cælórum.
Tu ad déxteram Dei sedes, in glória Patris.
Iudex créderis esse ventúrus.
Te ergo, quæsumus, tuis fámulis súbveni, quos pretióso sánguine redemísti.
Aetérna fac cum sanctis tuis in glória numerári.
Salvum fac pópulum tuum, Dómine, et bénedic hereditáti tuæ.
Et rege eos, et extólle illos usque in ætérnum.
Per síngulos dies benedícimus te;
et laudámus nomen tuum in sæculum, et in sæculum sæculi.
Dignáre, Dómine, die isto sine peccáto nos custodíre.
Miserére nostri, Dómine, miserére nostri.
Fiat misericórdia tua, Dómine, super nos, quemádmodum sperávimus in te.
In te, Dómine, sperávi: non confúndar in ætérnum.

Noi ti lodiamo Dio, ti proclamiamo Signore.
O eterno Padre, tutta la terra ti adora.
A te cantano gli angeli e tutte le potenze dei cieli:
[...]
Santo, Santo, Santo il Signore Dio dell’universo.
I cieli e la terra sono pieni della tua gloria.
Ti acclama il coro degli apostoli
e la candida schiera dei martiri;
le voci dei profeti si uniscono nella tua lode;
la santa Chiesa proclama la tua gloria,
[...]
adora il tuo unico figlio,
e lo Spirito Santo Paraclito.
O Cristo, re della gloria,
eterno Figlio del Padre,
tu nascesti dalla Vergine Madre per la salvezza dell’uomo.
Vincitore della morte, hai aperto ai credenti il regno dei cieli.
Tu siedi alla destra di Dio, nella gloria del Padre.
Verrai a giudicare il mondo alla fine dei tempi.
Soccorri i tuoi figli, Signore, che hai redento col tuo sangue prezioso.
Accoglici nella tua gloria nell’assemblea dei santi.
Salva il tuo popolo, Signore, guida e proteggi i tuoi figli.
[...]
Ogni giorno ti benediciamo,
lodiamo il tuo nome per sempre.
Degnati oggi, Signore, di custodirci senza peccato.
Sia sempre con noi la tua misericordia: in te abbiamo sperato.
Pietà di noi, Signore, pietà di noi.
Tu sei la nostra speranza, non saremo confusi in eterno. 
 

Nel sec. V era già prescritto il canto domenicale del Te Deum nel monastero di Lérins. La Regola di San Benedetto lo vuole cantato al termine dell’Ufficio notturno, nelle domeniche e nelle solennità (eccetto in Quaresima). È usato anche in molte altre occasioni, come canto di lode e di ringraziamento, p.e. nell’ordinazione del vescovo, dopo la Comunione, alla fine dell’anno.

Sono tre le intonazioni del Te Deum accolte dal Vaticano I, solenne semplice e more romanum. Tutte strutturate allo stesso modo, intonano i versetti su uno schema salmodico non canonico (a testimonianza dell’antichità di parte della melodia):

Gli Inni di Sant'Ambrogio: Il

 La prima sezione, qui su fondo chiaro, con tenor su la non è riconducibile a un tono canonico. I due emistichi si rivelano assai indipendenti tanto da riconoscere una doppia intonatio (mi sol la per il primo e sol si la per il secondo). È molto più simile a una mediatio la conclusione del secondo e, al contrario, appare più come terminatio quella del primo. Anche sulla scorta della distribuzione dei versetti sarebbe perciò opportuno invertire la distribuzione degli emistichi nello schema. Tuttavia la presenza di un’intonatio così solenne nel primo e l’uniformità di struttura con la successiva sezione (dal versetto Tu Rex gloriae, su fondo verde) ha fatto preferire questa distribuzione.
 
 Qui il tono sembra più facilmente riconducibile al IV, con la terminazio a mi. Quella che prima era una evidente intonatio del secondo emistichio qui è chiaramente trasformato in mediatio restituendo corrispondenza fra fraseggio del tono e versetto.

La trasformazione melodica, accanto a un apparente nuovo esordio del testo (invocazione di Cristo) fa supporre la combinazione di testi con una loro precisa impronta melodica.
 
 Particolarmente anomalo questo terzo modulo che non solo si riconduce con difficoltà allla stuttura del tono salmodico ma presenta un doppio tenor su fa (con finalis do) e sol (con finalis mi).

Il primo versetto (Aeterna…) sembra quasi preparate la mutazione melodica.
 
 Ricompare con caratteristiche simili la formula più facilmente riconducibile al IV modo.
 
 L’ultimo versetto è intonato su frammenti della terza sezione 

Sandro Magister: Una straordinaria lezione di liturgia dal vivo, scritta dal teologo che fu maestro di Joseph Ratzinger.

questo articolo non riguarda espressamente San Paolo, tuttavia, questo studio di Magister è veramente molto interessante ed approfondito e riflette il pensiero del papa, dal sito:

http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/49404

“Settimana Santa a Monreale”, autore Romano Guardini

Una straordinaria lezione di liturgia dal vivo, scritta dal teologo che fu maestro di Joseph Ratzinger. In una pagina per la prima volta tradotta dall’originale tedesco

di Sandro Magister

ROMA, 12 aprile 2006 – Mentre a Roma, nella basilica di San Pietro, Benedetto XVI celebra la sua prima settimana santa da papa, in un’altra antica e grandiosa basilica, quella di Monreale in Sicilia, i riti pasquali hanno una “guida” a lui idealmente molto vicina: quella di Romano Guardini, il teologo tedesco dal quale il giovane Joseph Ratzinger più imparò in tema di liturgia.

Guardini visitò la basilica di Monreale nel 1929 e ne raccontò nel suo “Viaggio in Sicilia”.

La visitò nei giorni della Settimana Santa: il giovedì durante la messa crismale e il sabato, durante la veglia che all’epoca si celebrava di mattina.

L’attuale arcivescovo di Monreale, Cataldo Naro, ha ripreso quel racconto di Guardini dall’originale tedesco, l’ha tradotto e l’ha riproposto ai fedeli all’interno di una lettera pastorale dal titolo “Amiamo la nostra Chiesa”. Come a far da guida alle celebrazioni liturgiche d’oggi.

In quella pagina, il grande teologo tedesco scrisse tutto il suo stupore per la bellezza della basilica di Monreale e lo splendore dei suoi mosaici.

Ma soprattutto scrisse d’essere stato colpito dai fedeli che assistevano al rito, dal loro “vivere-nello-sguardo”, dalla “compenetrazione” tra questo popolo e le figure dei mosaici, che da esso prendevano vita e movimento.

“Gli sembrò – nota l’arcivescovo Naro nella lettera pastorale – che quel popolo sperimentasse un modo esemplare di celebrare la liturgia: con la visione”.

La basilica di Monreale, capolavoro dell’arte normanna del XII secolo, ha le pareti interamente rivestite da mosaici a fondo d’oro con le storie dell’Antico e del Nuovo Testamento, gli angeli e i santi, i profeti e gli apostoli, i vescovi e i re, e il Cristo “Pantocrator”, reggitore di tutto, che dall’abside avvolge con la sua luce, il suo sguardo, la sua potenza il popolo cristiano.

Ecco qui di seguito il racconto della visita di Guardini a Monreale tradotto dal suo “Reise nach Sizilien [Viaggio in Sicilia]”.

L’originale tedesco è in R. Guardini, “Spiegel und Gleichnis. Bilder und Gedanken [Specchio e parabola. Immagini e pensieri]”, Grünewald-Schöningh, Mainz-Paderbon, 1990, pp. 158-161.

“Allora mi divenne chiaro qual è il fondamento di una vera pietà liturgica…”

di Romano Guardini

Oggi ho visto qualcosa di grandioso: Monreale. Sono colmo di un senso di gratitudine per la sua esistenza. La giornata era piovosa. Quando ci arrivammo – era giovedì santo – la messa solenne era oltre la consacrazione. L’arcivescovo per la benedizione degli olii sacri stava seduto su un posto elevato sotto l’arco trionfale del coro. L’ampio spazio era affollato. Ovunque le persone stavano sedute sulle loro sedie, silenziose, e guardavano.

Che dovrei dire dello splendore di questo luogo? Dapprima lo sguardo del visitatore vede una basilica di proporzioni armoniose. Poi percepisce un movimento nella sua struttura, e questa si arricchisce di qualcosa di nuovo, un desiderio di trascendenza l’attraversa sino a trapassarla; ma tutto ciò procede fino a culminare in quella splendida luminosità.

Un breve istante storico, dunque. Non dura a lungo, gli subentra qualcosa di completamente Altro. Ma questo istante, pur breve, è di un’ineffabile bellezza.

Oro su tutte le pareti. Figure sopra figure, in tutte le volte e in tutte le arcate. Fuoriuscivano dallo sfondo aureo come da un cosmo. Dall’oro irrompevano ovunque colori che hanno in sé qualcosa di radioso.

Tuttavia la luce era attutita. L’oro dormiva, e tutti i colori dormivano. Si vedeva che c’erano e attendevano. E quali sarebbero se rifulgesse il loro splendore! Solo qui o là un bordo luccicava, e un’aura chiaroscura si spalmava sul mantello blu della figura del Cristo nell’abside.

Quando portarono gli olii sacri alla sagrestia, mentre la processione, accompagnata dall’insistente melodia dell’antico inno, si snodava attraverso quella folla di figure del duomo, questo si rianimò.

Le sue forme si mossero. Entrando in relazione con le persone che avanzavano con solennità, nello sfiorarsi delle vesti e dei colori alle pareti e nelle arcate, gli spazi si misero in movimento. Gli spazi vennero incontro alle orecchie tese in ascolto e agli occhi in contemplazione.

La folla stava seduta e guardava. Le donne portavano il velo. Nei loro vestiti e nei loro panni i colori aspettavano il sole per poter risplendere. I volti marcati degli uomini erano belli. Quasi nessuno leggeva. Tutti vivevano nello sguardo, tutti erano protesi a contemplare.

Allora mi divenne chiaro qual è il fondamento di una vera pietà liturgica: la capacità di cogliere il “santo” nell’immagine e nel suo dinamismo.

* * *

Monreale, sabato santo. Al nostro arrivo la cerimonia sacra era alla benedizione del cero pasquale. Subito dopo il diacono avanzò solennemente lungo la navata principale e portò il Lumen Christi.

L’Exsultet fu cantato davanti all’altare maggiore. Il vescovo stava seduto sul suo trono di pietra elevato alla destra dell’altare e ascoltava. Seguirono le letture tratte dai profeti, ed io vi ritrovai il significato sublime di quelle immagini musive.

Poi la benedizione dell’acqua battesimale in mezzo alla chiesa. Intorno al fonte stavano seduti tutti gli assistenti, al centro il vescovo, la gente stava attorno. Portarono dei bambini, si notava la fierezza commossa dei loro genitori, ed il vescovo li battezzò.

Tutto era così familiare. La condotta del popolo era allo stesso tempo disinvolta e devota, e quando uno parlava al vicino, non disturbava. In questo modo la sacra cerimonia continuò il suo corso. Si dislocava un po’ in tutta la grande chiesa: ora si svolgeva nel coro, ora nelle navate, ora sotto l’arco trionfale. L’ampiezza e la maestosità del luogo abbracciarono ogni movimento e ogni figura, li fecero reciprocamente compenetrare sino ad unirsi.

Di tanto in tanto un raggio di sole penetrava nella volta, e allora un sorriso aureo pervadeva lo spazio in alto. E ovunque su un vestito o un velo ci fosse un colore in attesa, esso era richiamato dall’oro che riempiva ogni angolo, veniva condotto alla sua vera forza e assunto in una trama armoniosa che colmava il cuore di felicità.

La cosa più bella però era il popolo. Le donne con i loro fazzoletti, gli uomini con i loro mantelli sulle spalle. Ovunque volti marcati e un comportamento sereno. Quasi nessuno che leggeva, quasi nessuno chino a pregare da solo. Tutti guardavano.

La sacra cerimonia si protrasse per più di quattro ore, eppure sempre ci fu una viva partecipazione. Ci sono modi diversi di partecipazione orante. L’uno si realizza ascoltando, parlando, gesticolando. L’altro invece si svolge guardando. Il primo è buono, e noi del Nord Europa non ne conosciamo altro. Ma abbiamo perso qualcosa che a Monreale ancora c’era: la capacità di vivere-nello-sguardo, di stare nella visione, di accogliere il sacro dalla forma e dall’evento, contemplando.

Me ne stavo per andare, quando improvvisamente scorsi tutti quegli occhi rivolti a me. Quasi spaventato distolsi lo sguardo, come se provassi pudore a scrutare in quegli occhi ch’erano già stati dischiusi sull’altare .

__________

La lettera pastorale dell’arcivescovo di Monreale, Cataldo Naro, che include il brano di Romano Guardini sopra riportato:

> “Amiamo la nostra Chiesa”

E la home page del sito dell’arcidiocesi:

> Arcidiocesi di Monreale

__________

Il legame tra Benedetto XVI e Romano Guardini è evidentissimo fin nel titolo del libro “Introduzione allo spirito della liturgia” pubblicato dall’attuale papa nel 1999.

La prefazione del libro così comincia:

“Una delle mie prime letture dopo l’inizio degli studi teologici, al principio del 1946, fu l’opera prima di Romano Guardini ‘Lo spirito della liturgia’, un piccolo libro pubblicato nella Pasqua del 1918. Quest’opera contribuì in maniera decisiva a far sì che la liturgia, con la sua bellezza, la sua ricchezza nascosta e la sua grandezza che travalica il tempo, venisse nuovamente riscoperta come centro vitale della Chiesa e della vita cristiana. [...] Questo mio libro vorrebbe proprio rappresentare un contributo a tale rinnovata comprensione”.

Lo scorso giovedì 6 aprile, rispondendo in piazza San Pietro alla domanda di un giovane sulla sua vocazione, Benedetto XVI è tornato a sottolineare che essa sbocciò e fiorì, quand’era ragazzo, proprio con la “scoperta della bellezza della liturgia”. Perchè “realmente nella liturgia la bellezza divina ci appare e si apre il cielo”.

Musica per l’Avvento (sul sito vaticano)

 dal sito Vaticano se clikkate sopra i titoli si sentono le musiche:

http://www.vatican.va/roman_curia/institutions_connected/sacmus/documents/rc_ic_sacmus_sound-advent_it.html
Musica per l’Avvento
Formulario per l’Avvento

Introitus: Rorate caeli (Graduale Romanum)
Durata: 2:10 – 2,050 Mb

Mulierum Schola Gregoriana Pontificii Instituti Musicж Sacrж; Nino Albarosa, direttore.
Letizia Butterin (solista), Miriam Cicchitti, Eun-Young Cho, Mun-Joung Park, Hi-Jung Jun, Hye-Jung Son, Akiko Tomita.
Psalmus Responsorius: Veni ad liberandum (Graduale Simplex)
Durata: 0:54 – 850 Kb
Schola Gregoriana del Pontificio Istituto di Musica Sacra; Nino Albarosa e Mons. Alberto Turco, direttori.
Raimundo Pereira solista.
Alleluia: V. Complacuisti (Graduale Simplex)
Durata: 0:46 – 730 Kb
Schola Gregoriana del Pontificio Istituto di Musica Sacra; Nino Albarosa e Mons. Alberto Turco, direttori.
Letizia Butterin solista.
Offertorium: Mottetto Rorate caeli
Musica di Valentino Miserachs Grau
Durata: 3:16 – 3,060 Mb
I Cantori del Pontificio Istituto di Musica Sacra; Walter Marzilli, direttore.
Steingrimmur Thorhallsson, Igor Glushkov (solista), Ugo Patti, Blazenko Juracic.
Communio: Dicite pusillanimes (Graduale Romanum)
Durata: 2:12 – 2,060 Mb
Virum Schola Gregoriana Pontificii Instituti Musicж Sacrж; Mons. Alberto Turco, direttore.
Gennaro Becchimanzi, Igor Glushkov, Blazenko Juracic, Raimundo Pereira (solista), Hubert Siekierka, Djedje Thomas, Jan Velbacky. 

Publié dans:LITURGIA, LITURGIA - MUSICA |on 18 décembre, 2008 |Pas de commentaires »

Canto Mariano del « Tota Pulchra »

il canto « Tota Pulchra es Maria », testo latino testo italiano e canto, link a You Tube:

http://www.youtube.com/watch?v=N-uJEr669ts

Canto Mariano del « Tota Pulchra »
Tota Pulchra es Maria       
Tota pulchra es, María !
Tota pulchra es, María !
Et mácula originális non est in te.
Et mácula originális non est in te.
Tu glória Jerúsalem,
tu laetítia Israël,
tu honorificéntia pópuli nostri,
tu advocáta peccátorum.
O María, o María !
Virgo prudentíssima
mater clementíssima,
ora pro nobis,
intercéde pro nobis
ad Dóminum Jesum Christum !

Sei tutta bella, o Maria !
E il peccato originale non è in te.
Tu sei la gloria di Gerusalemme,
tu sei la letizia di Israele,
tu sei l’onore del nostro popolo,
tu sei l’avvocata dei peccatori.
O Maria, o Maria !
Vergine prudentissima,
Madre clementissima,
prega per noi
e intercedi per noi
presso il Signore nostro Gesù Cristo !  

Publié dans:LITURGIA, LITURGIA - MUSICA |on 8 décembre, 2008 |Pas de commentaires »
123

Une Paroisse virtuelle en F... |
VIENS ECOUTE ET VOIS |
A TOI DE VOIR ... |
Unblog.fr | Créer un blog | Annuaire | Signaler un abus | De Heilige Koran ... makkel...
| L'IsLaM pOuR tOuS
| islam01