Archive pour la catégorie 'LITURGIA – MUSICA'

Arpa e cetra, gli strumenti dell’Antico Testamento

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 Arpa e cetra, gli strumenti dell’Antico Testamento
 
 01/07/2004

DI VALERIA NOVEMBRI

Il primo riferimento alla musica nella Bibbia si trova poco dopo il racconto della creazione: insieme alla pastorizia e all’artigianato essa riveste un ruolo di primo piano come primordiale manifestazione di civiltà. In Genesi 4,21, infatti, Iubal, uno dei discendenti di Caino, ci viene presentato come «il padre di tutti i suonatori di cetra e di flauto», mentre i suoi fratelli Iabal e Tubalkàin incarnano rispettivamente «il padre di quanti abitano sotto le tende accanto al bestiame» e «il fabbro, padre di quanti lavorano il rame e il ferro».
In questa prima menzione degli strumenti musicali appartenenti alla tradizione ebraica, si può facilmente notare una non casuale distinzione fra strumenti a corda (la cetra) e strumenti a fiato (il flauto). Pare che una simile suddivisione non fosse priva di significato: i primi, tra cui la lira, l’arpa e la cetra, che servivano ad accompagnare il servizio liturgico, erano gli strumenti propri dei leviti, incaricati dell’esecuzione musicale all’interno del Tempio, mentre i secondi e in particolare il corno, generalmente di ariete o di capro, mai di bue, e la tromba, realizzata in metallo prezioso, erano destinati ai sacerdoti, a causa della loro notevole componente simbolica.
Con uno strumento a fiato, infatti, lo jobel, o «tromba dell’acclamazione», si dava inizio all’anno giubilare, mentre il corno d’ariete, lo shophar, aveva accompagnato la rivelazione di Dio a Mosè sul monte Sinai (Es 19,19) e, insieme alla tromba, la hazozrah, aveva manifestato la sua potenza devastatrice in contesti di guerra. Durante la presa di Gerico da parte di Giosuè, infatti, sette sacerdoti per sette giorni suonarono questi strumenti, guidando l’esercito in marcia intorno alle mura della città; al settimo giorno, al segnale dello shophar, il popolo di Dio lanciò il grido di guerra e le mura di Gerico crollarono. Le trombe dovevano accompagnare gli olocausti e i sacrifici pacifici, così come era avvenuto al momento dell’ingresso dell’arca dell’alleanza a Gerusalemme (2 Sam 6). La consacrazione del Tempio di Salomone (2 Cr 5,12-13), invece, era stata celebrata da una vera e propria orchestra, in cui i leviti suonavano cembali, arpe e cetre all’unisono con centoventi sacerdoti muniti di trombe.
È da questa lunga tradizione, legata a contesti eccezionali, a momenti di penitenza, ma anche di gioia e di incontro con Dio, che la tromba, nel libro dell’Apocalisse, potrà diventare lo strumento deputato ad annunciare la fine dei tempi e l’imminente arrivo del giorno del Signore.
Per quanto riguarda il culto e la liturgia del Tempio, gli strumenti più usati erano il kinnor e il nebél, che si è soliti identificare con l’arpa e la cetra. Davide era abilissimo nel suonarli, la sua musica aveva addirittura potere terapeutico: soltanto lui riusciva ad alleviare le pene del re Saul «quando lo spirito cattivo lo investiva» (1 Sam 16,23). Davide fu il riorganizzatore della musica cultuale: a lui è attribuita gran parte dei Salmi, ma anche l’invenzione di molti nuovi strumenti musicali (Am 6,5); egli stabilì che 4000 leviti suonassero i suoi strumenti per rendere lode al Signore (1 Cr 23,5) e creò classi di cantori e suonatori addetti alla liturgia (1 Cr 15,16-24).

Oltre che dagli strumenti a corda, «l’orchestra» del Tempio era composta anche da alcuni strumenti a fiato, come l’oboe doppio, e da percussioni: cembali, timpani e sistri, più volte citati nel libro di Samuele e nei Salmi.
Accanto agli strumenti di carattere liturgico il popolo ebraico ne conosceva altri, «laici», usati nelle feste tradizionali, durante i matrimoni o per allietare la mietitura e la vendemmia: vari tipi di flauti, fatti di canna, osso o legno, tamburelli, sistri e timpani, particolarmente adatti ai ritmi sostenuti e allegri delle danze.

Pare che questi strumenti fossero strettamente legati al mondo femminile: dopo il passaggio del mar Rosso, Maria, sorella di Mosè, guidò le danze delle donne al suono dei timpani (Es 15,20), mentre, al ritorno di Davide dalla vittoria su Golia, le donne di Israele cantarono e danzarono incontro al re Saul, accompagnandosi «con i timpani, con grida di gioia e con sistri» (1Sam 18,6).

Manifestazioni di giubilo come queste dovettero apparire assolutamente fuori luogo al popolo ebraico durante la deportazione babilonese, quando le cetre furono appese ai salici (Sal 137,2), ma soprattutto dopo la distruzione del secondo Tempio nel 70 d.C., quando, in segno di lutto, tutta la musica strumentale fu proibita dai rabbini: la liturgia delle sinagoghe al tempo della diaspora fu limitata all’esecuzione vocale.

Nacchere e incenso: lo strano caso di Siviglia
Nella Bibbia si suona, si canta e si balla. Secondo il libro dell’Esodo, dopo il prodigioso attraversamento del Mar Rosso, la profetessa Miriam, sorella di Mosè e di Aronne, formò con le donne cori di danze. Un modo per rendere grazie a Dio, come avveniva ed avviene nella maggior parte delle religioni del mondo. Nel Nuovo Testamento, invece, la danza viene associata ad un contesto negativo: chi balla è la figlia di Erodiade, in un ambiente contaminato dal peccato e la ricompensa per quella esibizione è la testa di Giovanni il Battista. La danza asssume in questo caso connotazione negativa: la sua dimensione di linguaggio del corpo, la sua evidente carica di sensualità fecero sì che essa rimanesse fuori dal rituale cristiano. Tuttavia l’apocrifo Protovangelo di Giacomo racconta che Maria, portata al Tempio a tre anni, ballò con i suoi piedini davanti all’altare e forse, se si interpreta bene un celebre passo di Giovanni Crisostomo, viene il sospetto che nella Costantinopoli del sec. V qualche traccia di un ritmico muoversi in chiesa ci fosse.
Nella splendida cattedrale di Siviglia, invece, ancora oggi avviene qualcosa di assolutamente eccezionale, per la festa del Corpus Domini e dell’Immacolata. Al suono delle nacchere, dieci ragazzini di età non superiore ai dodici anni, data che segna la fine dell’infanzia e l’inizio della maturità fisica, si scatenano in un flamenco. Sono i mitici Los Seises, perché un tempo erano sei.
Tutto inizò nel XIII secolo, quando Urbano IV, nell’istituire la solennità del Corpus Domini, raccomandò a tutti i fedeli di celebrare nella gioia la festa del Signore. A Siviglia non se lo fecero dire due volte e obbedirono con la danza che è parte integrante della civiltà andalusa. Il papa ne prese atto con qualche perplessità e permise che si continuasse la tradizione finché non si fossero consumati i costumi.
Ma i sivigliani furbi, rifacendo orli, sostituendo maniche, rinforzando bottoni, obbedirono a modo loro al pontefice: nella loro cattedrale esprimono da secoli in maniera coerente la loro letizia e la loro fede con nacchere e battito di tacchi.
Elena Giannarelli

Pregare a passo di danza
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Publié dans:LITURGIA - MUSICA |on 14 mai, 2011 |Pas de commentaires »

“SI ABBIA IN GRANDE ONORE L’ORGANO A CANNE”

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http://www.zenit.org/article-26543?l=italian
 
“SI ABBIA IN GRANDE ONORE L’ORGANO A CANNE”

di Aurelio Porfiri*

MACAO, martedì, 3 maggio 2011 (ZENIT.org).- Cominciamo con una citazione dalla Sacrosanctum Concilium: “Nella Chiesa latina si abbia in grande onore l’organo a canne, strumento musicale tradizionale, il cui suono è in grado di aggiungere un notevole splendore alle cerimonie della Chiesa, e di elevare potentemente gli animi a Dio e alle cose celesti. Altri strumenti, poi, si possono ammettere nel culto divino, a giudizio e con il consenso della competente autorità ecclesiastica territoriale, a norma degli articoli 22 § 2, 37 e 40, purchè siano adatti all’uso sacro, o vi si possono adattare, convengano alla dignità del tempio e favoriscano veramente l’edificazione dei fedeli” (n. 120).
Qui tocchiamo un altro dei punti dibattuti nel postconcilio tormentato dei musicisti di chiesa: il problema dell’organo. Come si vede l’indicazione data dalla Sacrosanctum Concilium non sembra lasciare spazio ad interpretazioni contrastanti: si abbia in grande onore l’organo a canne! Certo, dobbiamo stare attenti nel pensare che un’affermazione in favore di qualcosa si deve trasformare automaticamente in una affermazione contro qualche altra cosa. Insomma, sì all’organo ma attenzione anche ad altre opzioni. Qui varrebbe la pena di riflettere se, da un punto di vista meramente pratico, l’organo è ancora uno strumento utile e pratico per le attuali liturgie, o se le stesse possono essere meglio sostenute da altri tipi di strumenti. Allora, per riflettere su questo, farò un piccolo percorso attraverso questo paragrafo (soffermandomi specialmente sulla prima parte e includendo riflessioni sulla seconda), per vagliarne l’aderenza a quanto è poi effettivamente accaduto negli ultimi 40 anni.
“ORGANUM TUBULATUM IN ECCLESIA LATINA MAGNO IN HONORE HABEATUR”
Tenere in grande onore un qualcosa significa dargli un posto importante tra altre cose. Quindi, l’organo sia tenuto in grande onore tra altri possibili strumenti. Ricordiamo che per alcuni secoli la Chiesa latina è andata avanti anche senza l’organo. Nondimeno, lo stesso strumento ha portato dei notevoli vantaggi alle celebrazioni liturgiche (e li vedremo dopo). E’ interessante confrontare questo passo con quanto diceva molti anni fa la Divini Cultus di Pio XI, la quale affermava che:
“c’è uno strumento musicale che è proprio della Chiesa e che viene dagli antenati, l’organo, il quale, per la sua meravigliosa grandiosità e maestà, fu ritenuto degno di associarsi ai riti liturgici, sia accompagnando il canto, sia durante i silenzi del coro, secondo le prescrizioni della Chiesa, diffondendo armonie soavissime…Risuonino nei templi solo quelle armonie di organo che si rapportano alla maestà del luogo e profumano della santità dei riti; soltanto a questa condizione l’arte dei costruttori di organi e dei musicisti che useranno tali strumenti rivivrà quale efficace mezzo della sacra liturgia”.
In quel tempo, l’uso di altri strumenti diversi dall’organo (per il quale non c’è allora neanche l’esigenza di dover aggiungere “a canne”) non era visto favorevolmente, probabilmente per reazione all’uso che si era fatto di questi strumenti nell’esecrata musica chiesastica dell’Ottocento. Pio XI, infatti, condanna in un altro paragrafo “lo smodato uso degli strumenti”. Ora, questa condanna trova ragione nel rapporto vivo che si sentiva allora tra alcuni strumenti e la musica di derivazione operistica. Quindi, è una condanna di tipo temporale e storico ma non ha valore assoluto. Mi sembra di vedere un’apertura diversa nella SC, quando si chiede giustamente per l’organo a canne un posto d’onore tra altri strumenti, ma senza escluderli. Certo, molti potranno fare qui un’opportuna considerazione sul rapporto che c’è tra alcuni strumenti e la contemporaneità culturale e sociale che viviamo. Per esempio la chitarra.
Nessuno può negare che sia uno strumento fortemente condizionato dall’uso che se ne fa in certa cultura giovanile. Ciò non toglie che non la si può condannare in sé, come strumento. Anzi, essa è uno strumento di grande tradizione e in sé nobilissimo e che si presterebbe ad un uso interessante nella liturgia, soprattutto qualora non fosse “grattato” malamente, come spesso accade. E’ interessante quanto dice un noto esperto in materia, oltretutto già organista della Basilica di San Pietro fino ad alcuni anni fa:
“La porta della Chiesa è aperta a tutti gli strumenti musicali: qualunque strumento per sé è idoneo al culto. Esistono attualmente strumenti che per il loro particolare uso extraliturgico possono provocare associazioni psicologiche conturbanti (strumenti contaminati dall’uso profano e libertino). Ma è sempre possibile una redenzione degli stessi strumenti, attraverso il graduale mutamento del gusto e del costume. Lo stesso organo a canne, oggi tanto lodato come strumento liturgico, è un illustre ‘convertito’. Il giudizio, circa la possibilità di ammettere o meno in Chiesa nuovi strumenti musicali, non spetta ai singoli Vescovi, ma alla Conferenza Episcopale Nazionale” (Emidio Papinutti, “La musica sacra dal Concilio Vaticano II° al nuovo ‘Ordo Missae’”, Edizioni Francescane Roma 1971, pag. 199).
Io credo che dovremmo spostare le nostre considerazioni, più che sul “cosa”, sul “come” si affrontano certi strumenti nella liturgia. Suonarli tanto per dire di aver suonato una chitarra, un pianoforte o qualsiasi altro strumento, non significa nulla. Quando sento anche parroci difendere un torturatore di chitarra dicendo che tanto Dio è contento uguale (sono molto fortunato, ho conosciuto molti parroci che sanno sempre quando Dio è contento e quando no…) mi verrebbe da reagire male, ma poi mi domando: ma questo parroco ha avuto la formazione liturgica adeguata, che gli permette di discernere il bianco dal nero? E, mutatis mutandis, le nostre considerazioni sopra esposte possono benissimo adattarsi proprio al nostro organo.
Un’organista che magari mi suona splendidamente un preludio e fuga ma che agisce nella liturgia come un pesce fuor d’acqua ai miei occhi non è molto di più (liturgicamente) di un “grattatore” di chitarra (anche se ammetto che alle mie orecchie è molto più gradito l’organista, ma questa è una considerazione di tipo “estetico”, non liturgico). Non siamo ipocriti: un organista nella liturgia non è lì per fare un concerto ma per esercitare un ministero musicale importante, per cui deve essere preparato. Per esperienza personale so che sono molto pochi coloro che escono diplomati dal conservatorio e hanno poi le carte in regola per dirsi organisti liturgici. Pensiamo bene che c’è una fondamentale differenza tra un organista concertista e un organista liturgico, differenza anche di capacità diverse che vengono richieste (anche se alcune, ovviamente, possono coincidere). Si può non avere una tecnica sopraffina ma essere perfettamente in grado di “essere” nella celebrazione; si può non saper suonare brani di alto livello ma essere in grado di sostenere il canto dell’assemblea. Io se voglio un concerto vado a sentire il concertista, se voglio pregare desidero un organista liturgico. Se le due cose coincidono, meglio così. Ma non è indispensabile. E questo naturalmente non toglie che chi non ha potuto studiare la tecnica organistica in modo approfondito, dovrebbe almeno avere il desiderio di potersi migliorare per quello che è possibile. Ho domandato un opinione tempo fa sull’argomento degli organisti tecnicamente non agguerriti a padre Theo Flury, OSB, organista del monastero svizzero di Einsiedeln e docente al Pontificio Istituto di Musica Sacra:
“Innanzitutto dobbiamo essere molto grati per il loro servizio! Spesso c’è da notare tanta buona volontà, un impegno lodevole. Questo peró non dispensa dalla necessità di uno stimolo costante a imparare e a voler andare oltre i limiti di un saper fare che si è acquisito. Vedo qui una seria responsabilità da parte delle diocesi nel trovare e offrire luoghi e momenti di continua formazione per organisti liturgici di questo tipo. Come succede spesso in altri campi, anche qui un ostacolo puó essere il denaro. Peró anche in questo settore se non si vuole investire c’è poco da sperare. Per ottenere buoni risultati ci vuole sempre un adeguato sacrificio” (In “La Vita in Cristo e nella Chiesa”, Gennaio 2004).
Si torna sempre lì, senza un impegno concreto della Chiesa, anche economico, non c’è molto margine di azione.

[Il secondo articolo su questo tema verrà pubblicato il 17 maggio prossimo]
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*Aurelio Porfiri vive a Macao ed è sposato, con un figlio. E’ professore associato di musica liturgica e direzione di coro e coordinatore per l’intero programma musicale presso la University of Saint Joseph a Macao (Cina). Sempre a Macao collabora con il Polytechnic Institute, la Santa Rosa de Lima e il Fatima School; insegna inoltre allo Shanghai Conservatory of Music (Cina). Da anni scrive per varie riviste tra cui: L’Emanuele, la Nuova Alleanza, Liturgia, La Vita in Cristo e nella Chiesa. E’ socio del Centro Azione Liturgica (CAL) e dell’Associazione Professori di Liturgia (APL). Sta completando un Dottorato in Storia. Come compositore ha al suo attivo Oratori, Messe, Mottetti e canti liturgici in latino, italiano ed inglese. Ha pubblicato al momento quattro libri, l’ultimo edito dalle edizioni san Paolo intitolato “Abisso di Luce”.

Publié dans:LITURGIA, LITURGIA - MUSICA |on 3 mai, 2011 |Pas de commentaires »

LA MUSICA, QUEL GEMITO INEFFABILE CHE GRIDA NEL SILENZIO

dal sito:

http://www.zenit.org/article-25951?l=italian

LA MUSICA, QUEL GEMITO INEFFABILE CHE GRIDA NEL SILENZIO

di Aurelio Porfiri*

MACAO, martedì, 15 marzo 2011 (ZENIT.org).- “Perché contemplando te, tutto viene meno…”. Tempo fa, mi sono impegnato in un commento del bellissimo inno eucaristico medioevale “Adoro Te devote”. Proprio alla fine della prima strofa c’è questo bel verso che abbiamo appena citato. Da musicista e da credente peccatore, mi sono sentito estremamente sollecitato da questo verso, in quanto per me racchiude una verità profonda che va oltre probabilmente l’intenzione dell’autore dell’inno (tradizionalmente attribuito a san Tommaso d’Aquino).
Qui s’incontrano Dio, la musica, le nostre menti, il silenzio…Innanzitutto mettiamo le carte in tavola: chi mi legge non è certo a digiuno di tematiche che trattano il silenzio. In effetti se ne parla sempre molto e lo si nomina a proposito e, spesso, a sproposito. Ma, anche se so di parlare a degli “intenditori”, permettetemi lo stesso di dire due parole su come questo musicista vive il silenzio prima di addentrarmi per quanto possibile nel tema centrale dell’articolo.
Io sono un “cercatore del silenzio”. Come ho scritto da altre parti, ho sempre vissuto con angoscia i silenzi imposti nei ritiri parrocchiali, quando un prete di buona volontà ci intimava improvvisamente: “e ora ognuno per conto suo per due ore a meditare in silenzio!”. Due ore in silenzio!? E che faccio in questo tempo? Perché ho scoperto solo molto più tardi che questo atteggiamento nascondeva un errore di fondo ancora oggi molto vivo nel mondo cattolico e specificamente in quello liturgico. Il silenzio è visto e concepito come assenza di suono: stiamo zitti. E io per molti anni ho creduto che fosse proprio così. Poi la mia formazione musicale mi ha messo in contatto con quel repertorio venerabile della tradizione cattolica che viene chiamato con nome improprio, ma oramai convenzionale, “canto gregoriano”. Qui c’è stata una prima svolta verso una concezione del silenzio più matura. Grazie soprattutto allo “Jubilus”. Cosa è? Negli Alleluia del repertorio classico gregoriano (quello più autentico), sull’ultima sillaba di solito c’è un melisma a volte molto esteso, in cui sembra che la parola perda l’efficacia significante e il testo si perda nel regno dell’afasia. Ecco lo jubilus! È il dire non dicendo. Agostino dedicherà pagine memorabili proprio allo jubilus. Specialmente questa:
“Cantate a Lui un cantico nuovo. Spogliatevi di quanto è in voi vecchio: avete conosciuto il cantico nuovo. Nuovo uomo, Nuovo Testamento, nuovo cantico. Il cantico nuovo non compete a uomini vecchi: lo apprendono solo gli uomini nuovi, rinnovati dalla vecchiaia per mezzo della grazia, che già appartengono al Nuovo Testamento, che è il Regno dei cieli. Ad esso sospira tutto il nostro amore, e canta il nuovo cantico. Lo canti però non con le labbra, ma con la vita. Cantategli un cantico nuovo: bene cantate a Lui. Ognuno chiede in qual modo cantare a Dio. Canta a Lui, ma canta bene. Egli non vuole che le sue orecchie siano offese. Canta bene, fratello.(…) Quando puoi offrirgli una così elegante bravura nel canto da non essere in nulla sgradito ad orecchie così perfette? Ecco che Egli quasi intona per te il canto: non cercare le parole, quasi che tu potessi dare forma a un canto per cui Dio si diletti. Canta nel giubilo. Che significa giubilare? Intendere senza poter spiegare a parole ciò che con il cuore si canta. Infatti coloro che cantano, sia mentre mietono, sia mentre vendemmiano, sia quando sono occupati con ardore in qualche altra attività, incominciano per le parole dei canti ad esultare di gioia, ma poi,quasi pervasi da tanta letizia da non poterla più esprimere a parole, lascian cadere le sillabe delle parole, e si abbandonano al suono del giubilo. Il giubilo è un certo suono che significa che il cuore vuol dare alla luce ciò che non può essere detto. E a chi conviene questo giubilo se non al Dio ineffabile? Ineffabile è ciò che non può essere detto: e se non puoi dirlo, e neppure puoi tacerlo, che ti resta se non giubilare, in modo che il cuore si apra a una gioia senza parole, e la gioia si dilati immensamente ben al di là dei limiti delle sillabe? Bene cantate a Lui nel giubilo”. (Esposizione II sul Salmo 32, Discorso 1, 8).
Non c’è dubbio che si tratti di un testo straordinario da leggere e meditare con attenzione. Ma vorrei soprattutto concentrarmi su una delle ultime frasi, in modo così da collegarmi all’oggetto principale dell’articolo. Sant’Agostino dice che la gioia si dilata immensamente fino ad andare ben al di là del limite delle sillabe. Ma quanto godiamo nel canto possiamo goderlo nella contemplazione orante di Dio. In effetti, il canto è contemplazione orante già di per sé. Si arriva ad un certo limite in cui quello che si può dire, fare, toccare, articolare, viene meno. Ma qual è l’oggetto di questa dilatazione contemplativa? Non so che chiamarlo “silenzio”. Ma allora il silenzio non è più assenza di suono, ma pienezza di senso. Dunque non si “fa silenzio” in modo meccanico, ma il vero silenzio è una scuola di alta mistica che merita ben altra applicazione. Quando le parole perdono efficacia, quando le sillabe vengono dilatate fino alla loro massima capacità fino a disintegrarsi, quando la voce cede il passo all’afasia, ecco che una dimensione altra si impone.. Ecco quel contemplare che crea il “deficit”, la mancanza, il “vuoto pieno”. Anche le parole, seppure ispirate, ad un certo punto falliscono. Bruno Forte:
“Noi accoglieremo la Parola, ed essa sarà per noi la porta e la via, se, ascoltandola, la trascenderemo verso il Silenzio della sua origine. Obbedisce veramente alla Parola chi “tradisce” la Parola, chi non si ferma alla lettera, ma ruminando la Parola, scava in essa per entrare nei sentieri del Silenzio. Perciò è doveroso non pronunciare mai la Parola, senza prima aver lungamente camminato nei sentieri del Silenzio. Questo ci dice la rivelazione cristiana: Dio è Parola, Dio è silenzio. La Parola è e resta l’unico accesso al Silenzio della divinità, l’indispensabile luogo a cui resteremo sospesi, come inchiodati alla Croce” (Confessio Theologi, Cronopio Editore, Napoli 2002, pag. 27-28).
Il fine di ogni musica e, vorrei dire, di ogni vita, è quello di ritrovarsi in questo silenzio originario e originante, questo silenzio che è mistero ma non nel senso di arcano, magico, lontano. È mistero che si svela velandosi, è itinerario della mente a Dio (per citare san Bonaventura), è perdersi per ritrovarsi. Ecco! Lo smarrimento! Perché non invocare lo smarrimento, quello smarrimento che non è vagare nel nulla ma nuotare nella pienezza, nell’oceano di Dio di cui non sappiamo distinguere le rive ma sappiamo appena intravedere l’azzurro che ci sovrasta e circonda. Non è questo smarrimento il dono d’amore della sposa nel Cantico dei Cantici? Dove è il mio amato? Dove lo avete portato? Ne spia i rumori, “è il mio diletto che bussa…”. Questo dialogo d’amore si svolge avvolgendo i protagonisti: più ci sembra di perderci, più ci ritroviamo. Non è il perdersi in se stessi, nei propri vizi, nelle proprie paure, nei propri problemi. È il perdersi nell’altro, quello smarrirsi che fa sembrare inutile dirsi “ti amo”. Già tendiamo sempre a verbalizzare tutto, pensiamo che il debole intelletto possa supplire all’immenso che ci sovrasta. Invece è proprio la musica che ci mette dentro quel gemito ineffabile che grida senza posa dalle profondità più recondite del nostro essere. La musica è memoria di eterno, è ritorno del già perso, è ritrovare per ritrovarsi. Invece di perdersi in beghe parrocchiali, i musicisti di chiesa dovrebbero sempre meditare su questo punto e sulla responsabilità di cui sono investiti. Invece ci si battaglia sulle note e si perde di vista la musica. Certo le note sono importanti, se non ci si ferma lì.
“Totum deficit…” come ci fa paura questa “mancanza”. Il silenzio ha una sua grammatica, un suo stile, un suo modo di parlare, senza di essa abbiamo solo un’assenza di suono. Ritroviamoci alla scuola del silenzio, affinché ogni nota, ogni parola, ogni suono lasci spazio al gemito ineffabile che implora da ciascuno di noi.
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*Aurelio Porfiri vive a Macao ed è sposato, con un figlio. E’ professore associato di musica liturgica e direzione di coro e coordinatore per l’intero programma musicale presso la University of Saint Joseph a Macao (Cina). Sempre a Macao collabora con il Polytechnic Institute, la Santa Rosa de Lima e il Fatima School; insegna inoltre allo Shanghai Conservatory of Music (Cina). Da anni scrive per varie riviste tra cui: L’Emanuele, la Nuova Alleanza, Liturgia, La Vita in Cristo e nella Chiesa. E’ socio del Centro Azione Liturgica (CAL) e dell’Associazione Professori di Liturgia (APL). Sta completando un Dottorato in Storia. Come compositore ha al suo attivo Oratori, Messe, Mottetti e canti liturgici in latino, italiano ed inglese. Ha pubblicato al momento quattro libri, l’ultimo edito dalle edizioni san Paolo intitolato “Abisso di Luce”.

Publié dans:LITURGIA, LITURGIA - MUSICA |on 16 mars, 2011 |Pas de commentaires »

IL CANTO DA CUORE A CUORE (musica liturgica)

dal sito:

http://www.zenit.org/article-25580?l=italian

IL CANTO DA CUORE A CUORE

di Aurelio Porfiri*

ROMA, martedì, 15 febbraio 2011 (ZENIT.org).- Nei dibattiti sulla musica liturgica degli ultimi decenni, ci si sofferma molto su interpretazioni di documenti e su traduzioni più o meno fedeli degli stessi. Ciò è necessario e non sta a me entrare nel merito di questo. Perlomeno, in quest’articolo. In effetti, quest’articolo non ha pretese di spiegare nulla, di chiarire chissà quali arcani, di esemplificare le complessità che sono oggetto di già tanti dibattiti. Vorrei solo dire qualcosa su cosa significa per me cantare e perché la Chiesa Cattolica dovrebbe considerare seriamente questa attività umana e non relegarla, come talvolta succede, alle smanie incontrollabili del dilettantismo (il dilettantismo che si oppone all’aver cura, non al professionismo). Sono molti anni che sono attivo in questo campo, più di venticinque, per la precisione.
Ogni tanto mi sono soffermato a chiedermi: ma perché far cantare durante la Messa? Non sarebbe meglio far leggere tutto? Si snellirebbe il tutto e non ci si dovrebbe preoccupare di cantori, strumentisti, spartiti… Io credo che questa domanda se la dovrebbero porre tutti coloro che operano nella liturgia come cantori, direttori, organisti, strumentisti e via dicendo. In questo modo si rivedrebbero le ragioni del proprio impegno, prima che esso possa scadere in un mero soddisfare proprie voglie artistiche, il che lo farebbe deragliare dal binario principale in modo drammatico. Il porsi domande ci impedisce di diventare schiavi dell’abitudine, pericolo insito in ogni attività umana.
Devo dire che ogni volta che mi interrogo su questo tema mi trovo a sondare con nuova forza le tante ragioni che durante la mia esistenza mi sono dato. Quello che era valido nella mia adolescenza potrebbe non funzionare più oggi. Perché impegnarsi affinché durante la liturgia ci sia il canto? Una delle ragioni che più mi sembrano valide e che ancora oggi mi offre consolazione è legata ai limiti del linguaggio. La comunicazione verbale dice molto ma ha un limite evidente specialmente quando si tratta di esprimere realtà soprannaturali. Questo non è difficile da vedere anche nella nostra vita di tutti i giorni: quando siamo innamorati, come cerchiamo di esprimere le nostre emozioni? Una canzone (“cara, stanno suonando la nostra canzone!” – è un classico), un’immagine, una poesia (che è certo comunicazione verbale, ma che cerca la musica nelle parole)…di certo non si sceglie di fare un comunicato (“In data undici febbraio 2011, il sottoscritto dichiara di avvertire sentimenti speciali nei confronti della signorina tal dei tali…”, ammetterete che non suona bene).
Insomma, il linguaggio verbale è fondamentale ma è limitato. Quando ci si vuole spalancare sull’oltre, si devono cercare nuovi mezzi espressivi per tentare di rappresentare ciò che non riusciamo nemmeno a comprendere pienamente. Inoltre, pensateci bene: anche il linguaggio verbale non è pienamente “verbale”: gesti, intonazioni, espressioni facciali e corporee ne denotano il significato, in modo fondamentale. Pensate di dire a qualcuno una frase tipo: “ti amo!”. Immaginate ora di dire questa frase come pura espressione verbale, senza intonazioni o espressioni che ne aiutino l’efficacia. La frase è puro suono, chiunque si renderebbe conto che non funziona, non comunica.
Quindi, anche il verbale si appoggia pesantemente su altri mezzi che ne permettono l’efficacia. Se la comunicazione verbale è così limitata nelle cose umane, immaginatevi nelle cose che superano la nostra comprensione. Un teologo del recentissimo passato, Karl Rahner, diceva che abbiamo bisogno dell’arte quando facciamo teologia, in quanto attraverso l’arte rappresentiamo l’uomo nella sua interezza. Posso non condividere altre affermazioni di questo teologo, ma questa mi trova in pieno accordo. Chi avesse letto il libro di Daniel Goleman, “Intelligenza emotiva”, potrebbe affermare insieme a me che la parte che gioca l’emotività in quello che noi siamo è assolutamente di primo piano e l’arte è la chiave per entrare in contatto con questa parte di noi che anche la moderna scienza ci dice essere fondamentale. Attraverso il canto la nostra voce si modula su frequenze che il semplice parlare non può raggiungere. Attraverso il canto si comunica da cuore a cuore, il cuore del credente con il cuore del messaggio. La fede non è concettuale. Se leggiamo i Vangeli ci accorgiamo come il messaggio di Gesù sia comunicato attraverso un rivelarsi emozionale: sorpresa, amore, pianto…Egli parla al cuore. Il canto permette all’uomo di entrare in contatto con questa memoria, di farla sua.
Attraverso le melodie del passato possiamo essere parte di una tradizione di credenti che hanno prima di noi cantato il messaggio della salvezza. Attraverso le melodie del presente possiamo anche noi contribuire alla edificazione di quel canto della fede che si innalza dai campanili di cento chiese.
Attraverso le melodie del futuro saremo sempre pronti a partecipare a quel canto nuovo, quel canto che ci impegna ogni giorno a rivedere le nostre vite alla sua luce. Cantare è proprio di chi ama, diceva sant’Agostino. Non è proprio di chi ragiona, ma di chi ama. Ricordo mia madre, che amava molto cantare. Quando ero molto giovane mi portava in Chiesa a cantare con lei. Quando è cominciata la sua malattia, la sua bella voce non era più sonora come un tempo. Allora ogni tanto mi chiedeva: ma perché non riesco più a cantare bene? Io non sapevo, forse non potevo, rispondere. Ma il mio cuore gli diceva che il suo bel canto si era trasfigurato nella sua sofferenza; essa si era fatta melodia con cui Dio intonava un canto che solo orecchie attente alle sonorità che vengono dall’eterno possono intendere.
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*Aurelio Porfiri vive a Macao ed è sposato, con un figlio. E’ professore associato di musica liturgica e direzione di coro e coordinatore per l’intero programma musicale presso la University of Saint Joseph a Macao (Cina). Sempre a Macao collabora con il Polytechnic Institute, la Santa Rosa de Lima e il Fatima School; insegna inoltre allo Shanghai Conservatory of Music (Cina). Da anni scrive per varie riviste tra cui: L’Emanuele, la Nuova Alleanza, Liturgia, La Vita in Cristo e nella Chiesa. E’ socio del Centro Azione Liturgica (CAL) e dell’Associazione Professori di Liturgia (APL). Sta completando un Dottorato in Storia. Come compositore ha al suo attivo Oratori, Messe, Mottetti e canti liturgici in latino, italiano ed inglese. Ha pubblicato al momento quattro libri, l’ultimo edito dalle edizioni san Paolo intitolato “Abisso di Luce”.

Publié dans:LITURGIA, LITURGIA - MUSICA |on 8 mars, 2011 |Pas de commentaires »

I principi ispiratori del canto cristiano

è uno stralcio se volete leggerlo tutto andate al sito:

http://www.tradizione.oodegr.com/tradizione_index/arte/cantoliturgico.htm

IL CANTO LITURGICO

I principi ispiratori del canto cristiano

Introduzione

Nella Liturgia ogni cosa ha la sua importanza e la sua concreta ragione d’essere. Il canto, assieme ad altri elementi, aiuta la persona ad entrare in un’atmosfera differente, un’atmosfera che, pur essendo in questo mondo, la conduce al di là delle contingenze terrene. Il credente sà che la presenza di Dio non viene mai meno. Infatti la Sacra Scrittura ricorda a più riprese che Dio è Colui che crea e mantiene in vita: “Mandi il tuo spirito, sono creati, e rinnovi la faccia della terra” (Sl 103, 30). Non è dunque Dio che deve farsi conoscere ma è l’uomo che deve saperlo incontrare. Il problema non sussiste dalla parte divina ma da quella umana. È per questo che la Tradizione della Chiesa insiste sempre sull’attenzione che l’uomo deve porre a se stesso, sulla purificazione del cuore e la lontananza dalle distrazioni. L’apertura della mente ad ogni pensiero vagante rende l’uomo simile al fiore che si esclude dai raggi solari quando china il proprio capo verso terra. Tutti gli elementi simbolici che compongono la Liturgia ricordano indefinitamente che Dio è vicino all’uomo, e lo esortano a sollevare e a detergere lo sguardo del suo spirito.
Tutto ciò entra profondamente anche nel modo di comporre una canto e di eseguirlo. Quando nella Liturgia si attua un canto che, nella linea melodica e/o nelle parole, apre alle mode e ai gusti secolari i sensi vengono toccati in modo da muovere l’affettività e la fantasia. In tale situazione è possibile creare un cortocircuito: l’uomo non si pone davanti a Dio nella sua nudità ma si circonda di pensieri e di immagini che nascono dalle sue umane sensazioni. I Santi Padri e gli asceti davanti a ciò sono unanimemente categorici: questa è la strada maestra nella quale il credente si allontana da Dio. Con questa impostazione, di fatto, l’uomo si chiude in se stesso, ascoltando il trambusto del suo mondo interiore, e si allontana dal profondo silenzio attraverso il quale Dio parla al cuore umano. Da questo punto di vista la fantasiosa religiosità barocca e la sua estetica spettacolarità liturgica si situano all’antitesi delle prudenti e sagge esortazioni patristiche.
Dio, essendo il “totalmente altro”, deve essere celebrato in una liturgia che dispone l’animo lontano dalla confusione della vita quotidiana. Così l’uomo è aiutato a fissare lo sguardo verso “le cose di lassù” (Col 3,1) e non rimane prigioniero del suo egocentrismo, che egli può pure non riconoscere. È perciò che la liturgia di San Giovanni Crisostomo, prima della presentazione del pane e del vino, esorta i fedeli a deporre “ogni cura di questa vita”.
Il canto liturgico orientale, nato e sviluppato con gli elementi culturali di un certo periodo storico, è rimasto sempre vivo perché veicola questa coscienza e questa conoscenza. Nel primo millennio cristiano Oriente ed Occidente erano molto simili anche sotto quest’aspetto. Il canto gregoriano ha mantenuto delle caratteristiche simili al canto “bizantino”. Entrambi hanno un’austera bellezza e dispongono convenientemente le persone davanti ai Sacri Misteri. Tuttavia il canto gregoriano è caduto in decadenza già prima del XV secolo. È stato ripreso solo molto più tardi sull’onda della cultura romantica (XIX sec.). La pratica moderna del canto gregoriano nasce da una teoria sostenuta nel monastero di Solesmes (Francia) della quale non è possibile verificare la fondatezza perché la tradizione musicale gregoriana, tramandata ininterrottamente dai monasteri occidentali, si è spezzata verso la fine del Medioevo. Una sorte simile è accaduta qualche secolo dopo, al canto tradizionale liturgico russo, con l’importazione e l’imposizione di modelli occidentali ad opera di Pietro il Grande. Solo recentemente c’è un tentativo di riprendere l’antica musica modale che affratellava il canto russo a quello romano-orientale.
Il canto “bizantino”, a differenza di quello gregoriano e antico-russo, ha una tradizione che si è diffusamente mantenuta fino ai nostri giorni. Come il canto gregoriano, quello “bizantino” è basato su otto toni musicali. A differenza del canto gregoriano i cui otto toni musicali sono stati adattati alla scala musicale moderna, il canto “bizantino” non può essere riproducibile utilizzando il pentagramma. Ci sono stati dei tentativi di ridurre la musica “bizantina” stringendola nel pentagramma ma, chi ha la giusta attenzione filologica, capisce subito che sono semplificazioni maldestre. Questo lavoro è quasi paragonabile a chi volesse eseguire per pianoforte un pezzo musicale indiano per sitar.

Publié dans:LITURGIA, LITURGIA - MUSICA |on 24 février, 2011 |Pas de commentaires »

Funzione della musica nella liturgia

 dal sito:

 http://www.laurentianum.it/index.php?option=com_content&task=view&id=246&Itemid=54

Funzione della musica nella liturgia

1. La musica fa parte della liturgia
Anche se eccessivamente semplice, il seguente schema può aiutarci a capire la crescita del ruolo della musica nella liturgia nell’ultimo secolo e a valutare l’apporto del concilio Vaticano II.
-  «Umile serva» la chiama san Pio X ai primi del secolo.
-  «Quasi amministratrice» o «nobile aiuto», la chiama Pio XII.
-  «Parte necessaria o integrante», afferma il concilio Vaticano II.
Questa affermazione conciliare è determinante: per la rilevanza che concede alla musica, per il ruolo che è chiamata a svolgere e per la responsabilità che grava su di essa. Citiamo il testo: «Il canto sacro, unito alle parole, è parte necessaria e integrante della liturgia solenne» (SC 112).

2. La musica liturgica, sacramento
Il canto e la musica nella liturgia diventano segno efficace dell’avvenimento che si celebra e della Chiesa stessa che lo sta celebrando. Incarnano ed esprimono la comunione interiore con Dio e con i fratelli e diventano azione rituale che la significa e la realizza. Cioè, sono sacramento:
-  di Cristo: che «è presente quando la Chiesa prega e loda» (SC 7);
-  della Chiesa: «Questo ufficio sacerdotale Cristo lo continua per mezzo della sua Chiesa che loda il Signore incessantemente» (SC 83);
-  della comunione tra Dio, l’assemblea e la persona. Usciamo da noi stessi e ci incorporiamo nella comunità ecclesiale che sente di essere stata raggiunta dall’azione di Dio;
-  del mistero che si celebra; ci aiutano a entrare in comunione con esso e con la sua realtà salvatrice. Le parole diventano esperienza di vita e la vita avvenimento di salvezza;
-  della lode universale: «Egli (Cristo) unisce a sé tutta l’umanità e se l’associa nell’elevare questo divino canto di lode» (SC 83);
-  della lode celeste: «Nella liturgia terrena… cantiamo al Signore l’inno di gloria con tutte le schiere delle milizie celesti» (SC 8).

3. Finalità della musica liturgica
La finalità primordiale della musica che diventa parte integrante della liturgia è la stessa dell’azione liturgica: «Il fine della musica sacra, che è la gloria di Dio e la santificazione dei fedeli…» (SC 112). Da questo derivano gli altri obiettivi: essere al servizio della parola: nella parola c’è il messaggio dell’azione salvatrice che viene celebrata. La musica aiuta a interiorizzarlo e a esprimerlo. Non si tratta di intrattenere né di stupire, ma di «lasciarci sorprendere» e commuovere dal mistero che celebriamo. E si tratta di rendere possibile la nostra risposta a Dio: «Nella liturgia Dio parla al suo popolo… il popolo risponde a Dio con il canto e con la preghiera» (SC 33). Inoltre, il documento conciliare, al n. 112, parla di « esprimere con maggior delicatezza la preghiera; fomentare l’unanimità (senso comunitario); arricchire con maggiore solennità i riti sacri ». Il punto finale da raggiungere, come risultato del tutto, è fare festa; la musica ha una forza enorme per creare un clima di festa. La vera festa si crea quando una comunità si unisce nel canto. «Niente di più solenne e festoso nelle sacre celebrazioni di un’assemblea che, tutta, esprime con il canto la sua pietà e la sua fede» (Congregazione dei riti, Musicam sacram, istruzione sulla musica nella liturgia, p.16).

 Giuliano Franzan OFM Cap.

Publié dans:LITURGIA, LITURGIA - MUSICA |on 3 février, 2011 |Pas de commentaires »

DIECI PAROLE PER LA MUSICA LITURGICA: “ELEGANTE”

dal sito:

http://www.zenit.org/article-25254?l=italian

DIECI PAROLE PER LA MUSICA LITURGICA: “ELEGANTE”

di Aurelio Porfiri*

ROMA, martedì, 18 gennaio 2011 (ZENIT.org).- Elegante. Un giorno splendente di sole, mentre camminavo per le vie di Hong Kong, fui colpito da qualcosa che al momento mi apparve come inusuale. Non so perché, proprio quel giorno, venni distratto da quella particolare visione che forse era capitata sotto i miei occhi già altre volte. Cosa c’era di speciale in quel giorno in Hong Kong? Chiunque abbia visitato Hong Kong sa come questa città ha tutte le caratteristiche di una metropoli, grazie anche ai suoi sette milioni e mezzo di abitanti concentrati in non molto spazio. Hong Kong è un brulicare di palazzoni e grattacieli che svettano da Kowloon ai Nuovi Territori. A me piace molto Hong Kong, anche il giorno prima di cominciare questo articolo ero lì per una conferenza e quindi le immagini di questa città sono ancora fresche in me.
Ma cosa mi colpì in quell’assolato giorno di alcuni anni fa? Era un edificio, tanto per cambiare, ma questo edificio aveva qualcosa di diverso dagli altri. Sembrava non solo una meraviglia architettonica perfettamente funzionale, ma aveva qualcosa nella sua struttura che suggeriva immagini di dilettevole proporzionalità. Nella maniera in cui la facciata era organizzata non c’era solo la fredda e prevedibile geometria ma c’era una qualche ricercatezza a cui non sapevo dare un nome ma che la mia mente sentiva dover essere come familiare, nel senso platonico dell’ideale, nel ritrovare cioè qualcosa che già esiste nel mondo iperuranico delle idee. Avendo avuto qualche tempo per riflettere su questa strana sensazione che il palazzo faceva provare ai miei sensi, cercai una parola che definisse questa esperienza estetica (nel senso etimologico del termine, “io sento”). Pensai un po’ e una parola mi venne alla mente: questo edificio appariva “elegante”.
Già, elegante. Io credo che questa parola sia sottointesa in tante definizioni che si cercano di dare alla musica per la liturgia. Quando essa è ben fatta se ne apprezza il disegno, la struttura, la costruzione; insomma, l’eleganza. Io credo sia questa l’interpretazione giusta della definizione di musica per la liturgia data da san Pio X nel suo fondamentale Motu Proprio; accanto ad universalità e santità, egli pone la “bontà di forme”. Nella nostra epoca moderna sembra difficile definire univocamente la “bontà di forme” visto che siamo immersi in così tanti stili diversi e ancora più numerosi stili frutto di contaminazioni. Ma io credo che un aiuto nel dirimere questa questione viene proprio dall’uso del termine “eleganza”. Quale che sia lo stile usato, esso deve essere elegante, che significa armonicamente proporzionato e funzionale (ma non in senso solo pratico, ma soprattutto in senso estetico) allo scopo per cui si pone ad esistere. Nella sua Enciclica Musicae Sacrae Disciplina del 1955, Pio XII affermava: “Fra i molti e grandi doni dei quali Dio, in cui è armonia di perfetta concordia e somma coerenza, ha arricchito l’uomo, creato a sua “immagine e somiglianza” (cf Gn 1, 26), deve annoverarsi la musica, la quale, insieme con le altre arti liberali contribuisce al gaudio spirituale e al diletto dell’animo”.
Se la musica per la liturgia deve riflettere in qualche modo la bellezza di Dio per offrirla al godimento del fedele, non posso che fare mia la bella frase di cui sopra: “armonia di perfetta concordia e somma coerenza”; non credo ci sia definizione migliore di eleganza. La musica per la liturgia deve essere una armonia che deriva dalla perfetta concordia. Concordia che contiene il termine “corde”, cuore. Significa non semplicemente che tutti seguono un certo indirizzo di comportamento, ma che questo modo di essere della musica è perfettamente connaturato a se stessa, generando così una armonia perfetta perché derivante da una “volontà” perfetta intrinseca alla musica stessa, una volontà che va al suo stesso cuore. Tramite il lavoro dell’imperfetto compositore, la musica in un certo senso ritrova se stessa nella sua concezione più pura ed alta.
Io credo che uno degli esempi più essenziali di questo sia il mottetto Sicut Cervus di Giovanni Pierluigi da Palestrina. Quando mi capitava di parlarne con alcuni dei miei venerati Maestri, le definizioni giravano sempre intorno alla perfezione formale di questo brano. Sembra che ogni nota sia esattamente dove deve essere, sembra che in un certo senso la musica rivendichi la sua origine soprannaturale vincendo momentaneamente le imperfezioni e debolezze umane dell’artigiano che l’ha prodotta. Questa è suprema eleganza, questo equilibrio perfetto che si può ammirare ma che non si può che bramare di riprodurre. Ecco cosa ne risulta, la somma coerenza di cui parlava il Papa Pio XII. La musica deve tendere a questa estrema funzionalità, non intendendo questo termine nel suo senso più basso e volgare di uso pratico (come tanta musica per la liturgia di oggi e di ieri), ma nel senso di esaltazione delle sue caratteristiche (ecclesiale, estetica, edificante e via dicendo) che facciano in modo di renderla un esempio di suprema armonia. Certamente, non tutti i modelli possono essere altissimi come quello citato in precedenza e anch’io penso che non si debba solo trovare questi modelli nel passato. Ma cercare l’eleganza nella forma credo sia un obiettivo fondamentale di ogni composizione che ha una finalità liturgica.
E’ chiaro che l’eleganza esiste anche in tanta altra musica non liturgica: in ogni caso io penso che non ci sia buona musica liturgica se essa non è elegante. Vorrei prendere l’esempio di una forma musicale, la Fuga. I musicisti sanno che questa forma è in sostanza un meccanismo in cui le entrate delle voci e la ripartizione delle varie parti sono, in un certo senso, fortemente regolamentate. Ma un conto è il mero rispetto di una certa regola, un conto è una fuga di Bach. Questa è elegante, non solo funzionale e coerente a se stessa, ma anche creatrice di una bellezza che va oltre la regola che pure non disdegna di rispettare. Eleganza significa non urlato, significa congruente all’uso ma non in senso meccanicistico, significa emozionante nel suo senso più pieno e totale e non nel suo senso parziale ed immediato. L’eleganza si riscopre con la cura della forma, cercando di tenersi lontani dal formalismo. Ma il formalismo è solo una delle possibili eresie, l’altra è quella che Martin Mosebach definisce “l’eresia dell’informe”, titolo di un suo famoso libro abbastanza critico della riforma liturgica. Ma in effetti questa ultima eresia è ciò che ci è dato vivere.
Io non credo che il problema sia la nuova Messa, io credo che il problema sia il culto dello spontaneismo fine a se stesso. Se l’improvvisazione non è inserita in una sapienza acquisita è vuoto spontaneismo. Gli antichi greci improvvisavano le loro melodie ma si servivano di norme ben precise, nomoi, che ne delimitavano le possibilità e ne frenavano gli eccessi. Si è pensato che il culto dello spontaneismo giovanile, delle “cose fatte con il cuore”, del moderno senza radici avrebbe portato buoni frutti. In realtà i frutti non sono mai arrivati e ci si è allontanati così tanto che persino le composizioni nate per la nuova liturgia ma composte con sapienza ed eleganza fanno fatica a farsi strada nella sciatteria predominante. Torniamo all’eleganza, alla misura, alla sapienza delle proporzioni: riscopriremo le leggi segrete che fanno delle cose discordanti una perfetta e risonante armonia.
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*Aurelio Porfiri vive a Macao ed è sposato, con un figlio. E’ professore associato di musica liturgica e direzione di coro e coordinatore per l’intero programma musicale presso la University of Saint Joseph a Macao (Cina). Sempre a Macao collabora con il Polytechnic Institute, la Santa Rosa de Lima e il Fatima School; insegna inoltre allo Shanghai Conservatory of Music (Cina). Da anni scrive per varie riviste tra cui: L’Emanuele, la Nuova Alleanza, Liturgia, La Vita in Cristo e nella Chiesa. E’ socio del Centro Azione Liturgica (CAL) e dell’Associazione Professori di Liturgia (APL). Sta completando un Dottorato in Storia. Come compositore ha al suo attivo Oratori, Messe, Mottetti e canti liturgici in latino, italiano ed inglese. Ha pubblicato al momento quattro libri, l’ultimo edito dalle edizioni san Paolo intitolato “Abisso di Luce”.

Publié dans:LITURGIA - MUSICA |on 19 janvier, 2011 |Pas de commentaires »
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