Archive pour la catégorie 'LITURGIA – INNI'

Gli Inni di Sant’Ambrogio: Il « Te Deum » (presentazione storica, liturgica. musicale)

dal sito:

http://www.examenapium.it/meri/inno.htm

Gli inni di Ambrogio

Come il valoroso vescovo [Sant'Ambrogio], mentre era impegnato in una terribile lotta con l’imperatrice Giustina e i suoi seguaci della setta eretica degli ariani, introducesse a Milano il costume siriaco di cantare inni per tenere alti gli spiriti, dei suoi adepti cattolici, ci è raccontato dal contemporaneo, più giovane di lui, Sant’Agostino:

Era un anno, o non molto di più, dacché Giustina, madre dell’imperatore fanciullo Valentiniano, perseguitava il Tuo servo Ambrogio, per amore della sua eresia, alla quale era stata attirata dagli Ariani. Il popolo accampava nella chiesa, pronto a morire col suo vescovo, e servo Tuo …

In quella occasione si stabilì di cantare degli inni e dei salmi, secondo l’usanza delle regioni orientali, affinché il popolo non si lasciasse prendere da scoraggiamento; da quel tempo l’uso venne mantenuto, fino ai giorni nostri. Molti, quasi tutti i tuoi fedeli lo hanno imitato negli altri paesi della terra. [Confessioni, IX, 7]

Sant’Ambrogio definisce così la natura dell’inno:

Canto con la lode del Signore. Se voi celebrate il Signore, e non cantate voi non proferite un inno. Se voi cantate e non celebrate il Signore, non proferite un inno. Se voi celebrate qualche cosa che non pertiene alla lode del Signore, e se la celebrate col canto, voi non proferite un inno. Un inno, dunque, ha queste tre cose: e canto, e lode, e il Signore.

Dei molti testi di inni la cui paternità è stata attribuita al Santo soltanto quattro sono oggi generalmente accettati come autentici. Essi sono: Aeterne rerum Conditor; Deus Creator omnium; Iam surgit hora tertia; e Veni Redemptor gentium …

Niente di preciso si sa delle melodie che furono in origine applicate agli inni di Sant’Ambrogio, se fossero composte da lui o adattate da musica precedente. Poiché gli inni erano destinati all’uso dei fedeli, sembra logico supporre che la loro melodia fosse semplice e sillabica. Dalla definizione agostiniana del piede giambico apprendiamo che constava di « una breve e una lunga, di tre tempi », e le più moderne trascrizioni degli inni sono basate sull’ipotesi che il ritmo della melodia seguisse il metro del testo. Il metro ambrosiano era retto dalle leggi della quantità, sebbene il graduale passaggio dalla quantità all’accento fosse già iniziato al tempo di Sant’Ambrogio.

Gli inni ambrosiani si diffusero in tutta Europa. Durante il Medio Evo scrittori ecclesiastici di varie regioni cedettero alla moda di ornare le semplici melodie degli inni con brevi melismi …

Il Te deum

Un inno scritto non su un testo metrico, ma prosastico è il Te Deum. La sua struttura, come quella dei salmi, è retta dal principio del parallelismo. Secondo la leggenda fu improvvisato insieme da Sant’Ambrogio e Sant’Agostino, mentre il primo battezzava il secondo. Nel Medio Evo esso è talvolta chiamato «Hymnus Ambrosianus». Tuttavia si crede oggi che il Te Deum sia stato scritto da Niceta di Remesiana (c. 335-414). Sembra che fosse ben noto e largamente diffuso già fin dal VI secolo e che penetrasse in seguito nella liturgia romana. La musica di quest’inno, qual è giunta fino a noi, sembra essere una creazione composita; sembra che la prima parte della melodia abbia carattere pre-gregoriano e che sia di origine milanese, mentre la parte seguente è di carattere gregoriano.

Te Deum laudámus: te Dóminum confitémur.
Te ætérnum Patrem, omnis terra venerátur.
Tibi omnes ángeli, tibi cæli et univérsæ potestátes:
tibi chérubim et séraphim incessábili voce proclamant:
Sanctus, Sanctus, Sanctus Dóminus Deus Sábaoth.
Pleni sunt cæli et terra maiestátis glóriæ tuae.
Te gloriósus Apostolórum chorus,
te prophetárum laudábilis númerus,
te mártyrum candidátus laudat exércitus.
Te per orbem terrárum sancta confitétur Ecclésia,
Patrem imménsæ maiestátis;
venerándum tuum verum et únicum Fílium;
Sanctum quoque Paráclitum Spíritum.
Tu rex glóriæ, Christe.
Tu Patris sempitérnus es Filius.
Tu, ad liberándum susceptúrus hóminem, non horruísti Virginis úterum.
Tu, devícto mortis acúleo, aperuísti credéntibus regna cælórum.
Tu ad déxteram Dei sedes, in glória Patris.
Iudex créderis esse ventúrus.
Te ergo, quæsumus, tuis fámulis súbveni, quos pretióso sánguine redemísti.
Aetérna fac cum sanctis tuis in glória numerári.
Salvum fac pópulum tuum, Dómine, et bénedic hereditáti tuæ.
Et rege eos, et extólle illos usque in ætérnum.
Per síngulos dies benedícimus te;
et laudámus nomen tuum in sæculum, et in sæculum sæculi.
Dignáre, Dómine, die isto sine peccáto nos custodíre.
Miserére nostri, Dómine, miserére nostri.
Fiat misericórdia tua, Dómine, super nos, quemádmodum sperávimus in te.
In te, Dómine, sperávi: non confúndar in ætérnum.

Noi ti lodiamo Dio, ti proclamiamo Signore.
O eterno Padre, tutta la terra ti adora.
A te cantano gli angeli e tutte le potenze dei cieli:
[...]
Santo, Santo, Santo il Signore Dio dell’universo.
I cieli e la terra sono pieni della tua gloria.
Ti acclama il coro degli apostoli
e la candida schiera dei martiri;
le voci dei profeti si uniscono nella tua lode;
la santa Chiesa proclama la tua gloria,
[...]
adora il tuo unico figlio,
e lo Spirito Santo Paraclito.
O Cristo, re della gloria,
eterno Figlio del Padre,
tu nascesti dalla Vergine Madre per la salvezza dell’uomo.
Vincitore della morte, hai aperto ai credenti il regno dei cieli.
Tu siedi alla destra di Dio, nella gloria del Padre.
Verrai a giudicare il mondo alla fine dei tempi.
Soccorri i tuoi figli, Signore, che hai redento col tuo sangue prezioso.
Accoglici nella tua gloria nell’assemblea dei santi.
Salva il tuo popolo, Signore, guida e proteggi i tuoi figli.
[...]
Ogni giorno ti benediciamo,
lodiamo il tuo nome per sempre.
Degnati oggi, Signore, di custodirci senza peccato.
Sia sempre con noi la tua misericordia: in te abbiamo sperato.
Pietà di noi, Signore, pietà di noi.
Tu sei la nostra speranza, non saremo confusi in eterno. 
 

Nel sec. V era già prescritto il canto domenicale del Te Deum nel monastero di Lérins. La Regola di San Benedetto lo vuole cantato al termine dell’Ufficio notturno, nelle domeniche e nelle solennità (eccetto in Quaresima). È usato anche in molte altre occasioni, come canto di lode e di ringraziamento, p.e. nell’ordinazione del vescovo, dopo la Comunione, alla fine dell’anno.

Sono tre le intonazioni del Te Deum accolte dal Vaticano I, solenne semplice e more romanum. Tutte strutturate allo stesso modo, intonano i versetti su uno schema salmodico non canonico (a testimonianza dell’antichità di parte della melodia):

Gli Inni di Sant'Ambrogio: Il

 La prima sezione, qui su fondo chiaro, con tenor su la non è riconducibile a un tono canonico. I due emistichi si rivelano assai indipendenti tanto da riconoscere una doppia intonatio (mi sol la per il primo e sol si la per il secondo). È molto più simile a una mediatio la conclusione del secondo e, al contrario, appare più come terminatio quella del primo. Anche sulla scorta della distribuzione dei versetti sarebbe perciò opportuno invertire la distribuzione degli emistichi nello schema. Tuttavia la presenza di un’intonatio così solenne nel primo e l’uniformità di struttura con la successiva sezione (dal versetto Tu Rex gloriae, su fondo verde) ha fatto preferire questa distribuzione.
 
 Qui il tono sembra più facilmente riconducibile al IV, con la terminazio a mi. Quella che prima era una evidente intonatio del secondo emistichio qui è chiaramente trasformato in mediatio restituendo corrispondenza fra fraseggio del tono e versetto.

La trasformazione melodica, accanto a un apparente nuovo esordio del testo (invocazione di Cristo) fa supporre la combinazione di testi con una loro precisa impronta melodica.
 
 Particolarmente anomalo questo terzo modulo che non solo si riconduce con difficoltà allla stuttura del tono salmodico ma presenta un doppio tenor su fa (con finalis do) e sol (con finalis mi).

Il primo versetto (Aeterna…) sembra quasi preparate la mutazione melodica.
 
 Ricompare con caratteristiche simili la formula più facilmente riconducibile al IV modo.
 
 L’ultimo versetto è intonato su frammenti della terza sezione 

Sant’Ambrogio: Nella notte di Natale

dal sito:

http://www.lestagioni.altervista.org/12poesia.htm

Nella notte di Natale

Sant’Ambrogio

Ascolta, tu che governi Israele,
che siedi sopra i cherubini;
compari in faccia ad Efraim, scuoti
la tua potenza, e vieni.

Vieni, redentore dei popoli,
vanta il parto da vergine;
ne stupisca ogni tempo:
parto che si conviene a Dio.

Non da seme maschile
ma per mistico fiato
si è fatto carne il Verbo di Dio
e il frutto del ventre è fiorito.

Il grembo della vergine si gonfia:
chiostro permane di pudore.
Delle virtù risplendono i vessilli:
in quel tempio si agita Dio.

Dal suo talamo venga,
regale sala del pudore,
il gigante di duplice natura
per correre animoso la sua strada:

l’uscita sua dal Padre,
il suo ritorno al Padre,
la corsa fino agli inferi,
e il suo ritorno alla divina sede.

Uguale al sommo Padre
recingiti col trionfo della carne
tu che rafforzi di valore eterno
le debolezze della nostra carne.

Già splende il tuo presepe
e la notte respira la sua luce,
che tenebra nessuna offuschi mai
e d’incessante fede possa splendere.

Liturgia latina : Inno per l’Avvento : Rorate caeli desuper

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20091211

Venerdì della II settimana di Avvento : Mt 11,16-19
Meditazione del giorno
Liturgia latina
Inno per l’Avvento : Rorate caeli desuper

Convertirsi in risposta alla chiamata del Dio che viene

Non irritarti, Signore, e non ricordare oltre l’iniquità. Ecco, la città del Santo è fatta deserto, Sion è fatta deserta; Gerusalemme, la casa della tua santificazione e della tua gloria, dove i nostri Padri ti lodarono, una desolazione. O cieli stillate rugiada e dalle nubi discenda la salvezza (cfr Is 64,8s ; 45,8).

Abbiamo peccato, e siamo divenuti cosa impura; siamo caduti come foglie morte e i nostri peccati ci hanno portato via come il vento. Ci hai nascosto il tuo volto e ci hai abbandonati in potere della nostra iniquità. O cieli stillate rugiada e dalle nubi discenda la salvezza (cf. Is 64,5s).

Vedi, Signore, l’afflizione del tuo popolo e manda colui che stai per mandare. Lascia andare l’Agnello che dominerà la terra, dalla roccia del deserto fino al monte della figlia di Sion, affinché tolga il giogo della nostra schiavitù. O cieli stillate rugiada e dalle nubi discenda la salvezza (cfr Ap 2,12 ; Sal 78,15 ; Is 9,3).

Consolati, consolati, popolo mio: presto verrà il tuo salvatore. Perché ti consumi nella tristezza ? Perché ti riassale il dolore ? Non temere, io ti salverò, perché io sono il Signore tuo Dio, il Santo d’Israele, il tuo Redentore. O cieli stillate rugiada e dalle nubi discenda la salvezza (cfr Is 40,1s).

Saint Syméon le Nouveau Théologien, Hymne: « Alors leurs yeux s’ouvrirent »

questo è il commento alla liturgia di venerdì 4 dicembre che propone il sito EAQ in lingua frencese, dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=FR&module=commentary&localdate=20091204

Le vendredi de la 1e semaine de l’Avent (de la férie) : Mt 9,27-31
Commentaire du jour
Saint Syméon le Nouveau Théologien (v. 949-1022), moine grec
Hymne 37 (trad. SC 174, p. 459 rev.)

« Alors leurs yeux s’ouvrirent »

Maître, ô Christ, Maître qui sauves les âmes,
Dieu, Maître de toutes les Puissances visibles et invisibles,
parce que Créateur de tout ce qui est dans le ciel,
et de ce qui existe au-dessus du ciel,
de ce qui est sous la terre,
mais aussi de ce qui est sur la terre…
Tu tiens tout dans ta main,
car c’est ta main, ô Maître, cette grande puissance
qui accomplit la volonté de ton Père,
qui forge, réalise, crée
et dirige nos vies de manière inexprimable.

C’est elle donc qui m’a créé moi aussi
et du néant m’a fait venir à l’être.
Et moi, j’étais né dans ce monde
et je t’ignorais totalement, toi le bon Maître,
toi mon créateur, toi qui m’as façonné,
et j’étais dans le monde comme un aveugle
et comme sans Dieu, car j’ignorais mon Dieu.

Alors en personne tu as eu pitié, tu m’as regardé,
tu m’as converti, ayant fait briller ta lumière dans mon obscurité,
et tu m’as attiré vers toi, ô Créateur.
Et après m’avoir arraché du fond de la fosse…
des désirs et des plaisirs de cette vie,
tu m’as montré le chemin, tu m’as donné un guide
pour me conduire vers tes commandements.
Je le suivais, je le suivais, sans souci…
Mais aussi, quand je te voyais, toi, le Bon Maître
là avec mon guide et avec mon Père,
j’éprouvais un amour, un désir indicibles.
J’étais au-delà de la foi, au-delà de l’espérance
et je disais : «  Voici que je vois les biens à venir (cf He 10,1),
il est là, le Royaume des cieux.
Je vois sous mes yeux ‘ ces biens que l’oeil n’a pas vus
et dont l’oreille n’a pas entendu parler ‘ » (Is 64,3; 1Co 2,9).

AKATISTO AL DOLCISSIMO SIGNORE NOSTRO GESÙ CRISTO – LINK

http://www.preghiereagesuemaria.it/preghiere/inno%20akatisto%20a%20gesu%20cristo.htm

Publié dans:LITURGIA, LITURGIA - INNI |on 21 novembre, 2009 |Pas de commentaires »

Stabat Mater, sequenza della messa per la Beata Vergine Maria Addolorata

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/Detailed/20090915.shtml

15 SETTEMBRE – BEATA VERGINE MARIA ADDOLORATA

MESSA DEL GIORNO – SEQUENZA

STABAT MATER

Stabat Mater dolorósa
iuxta crucem lacrimósa,
dum pendébat Fílius.

Cuius ánimam geméntem,
contristátam et doléntem
pertransívit gládius.

O quam tristis et afflícta
fuit illa benedícta
Mater Unigéniti !

Quae moerébat et dolébat,
pia mater, cum vidébat
nati poenas íncliti.

Quis est homo, qui non fleret,
Christi Matrem si vidéret
in tanto supplício?

Quis non posset contristári,
piam Matrem contemplári
doléntem cum Filio ?

Pro peccátis suae gentis
vidit Jesum in torméntis
et flagéllis subditum.

Vidit suum dulcem natum
moriéntem desolátum,
dum emísit spíritum.

Eia, mater, fons amóris,
me sentíre vim dolóris
fac, ut tecum lúgeam.

Fac, ut árdeat cor meum
in amándo Christum Deum,
ut sibi compláceam.

Sancta Mater, istud agas,
crucifíxi fige plagas
cordi meo válide.

Tui Nati vulneráti,
tam dignáti pro me pati,
poenas mecum dívide.

Fac me vere tecum flere,
Crucifíxo condolére
donec ego víxero.

Iuxta crucem tecum stare,
te libenter sociáre
in planctu desídero.

Virgo vírginum praeclára,
mihi iam non sis amára,
fac me tecum plángere.

Fac, ut portem Christi mortem,
passiónis fac me sortem
et plagas recólere.

Fac me plagis vulnerári,
cruce hac inebriári
et cruóre Fílii.

Flammis urar ne succénsus,
per te, Virgo, sim defénsus
in die iudícii.

Fac me cruce custodíri
morte Christi praemuníri,
confovéri grátia.

Quando corpus moriétur,
fac, ut ánimae donétur
paradísi glória. Amen.

ITALIANO

La Madre addolorata stava
in lacrime presso la Croce
su cui pendeva il Figlio.

E il suo animo gemente,
contristato e dolente
una spada trafiggeva.

Oh, quanto triste e afflitta
fu la benedetta
Madre dell’Unigenito!

Come si rattristava e si doleva
la pia Madre
vedendo le pene dell’inclito Figlio!

Chi non piangerebbe
al vedere la Madre di Cristo
in tanto supplizio?

Chi non si rattristerebbe
al contemplare la pia Madre
dolente accanto al Figlio ?

A causa dei peccati del suo popolo
Ella vide Gesù nei tormenti,
sottoposto ai flagelli.

Vide il suo dolce Figlio
che moriva, abbandonato da tutti,
mentre esalava lo spirito.

Oh, Madre, fonte d’amore,
fammi provare lo stesso dolore
perché possa piangere con te.

Fa’ che il mio cuore arda
nell’amare Cristo Dio
per fare cosa a lui gradita.

Santa Madre, fai questo:
imprimi le piaghe del tuo Figlio crocifisso
fortemente nel mio cuore.

Del tuo figlio ferito
che si è degnato di patire per me,
dividi con me le pene.

Fammi piangere intensamente con te,
condividendo il dolore del Crocifisso,
finché io vivrò.

Accanto alla Croce desidero stare con te,
in tua compagnia,
nel compianto.

O Vergine gloriosa fra le vergini
non essere aspra con me,
fammi piangere con te.

Fa’ che io porti la morte di Cristo,
avere parte alla sua passione
e ricordarmi delle sue piaghe.

Fa’ che sia ferito delle sue ferite,
che mi inebri con la Croce
e del sangue del tuo Figlio.

Che io non sia bruciato dalle fiamme,
che io sia, o Vergine, da te difeso
nel giorno del giudizio.

Fa’ che io sia protetto dalla Croce,
che io sia fortificato dalla morte di Cristo,
consolato dalla grazia.

E quando il mio corpo morirà
fa’ che all’anima sia data
la gloria del Paradiso. Amen.

Publié dans:FESTE DI MARIA, LITURGIA - INNI |on 14 septembre, 2009 |Pas de commentaires »

Commento di Inos Biffi, all’Inno di Sant’Ambrogio: « Hic est dies verus Dei »

(ho trovato un bellissimo commento a questo inno di Sant’Ambrogio, San Paolo è citato solo verso la fine del commento, tuttavia, questo commento riferisce poco su Paolo io propongo questo testo perché vorrei cominciare a percorrere alcuni cammini, alcune strade, che possano accompagnarci ed aiutarci a comprendere la fede, quella alla quale siamo, ardentemente ed appassionatamente, coinvolti da Paolo; una di queste strade certamente sono i Padri della Chiesa, anche se forse mi sofferemerò su alcuni, quelli che conosco meglio o desidero conoscere meglio, non tutto si può fare, per il momento vado verso Ambrogio, come, spesso, sono andata e andrò, verso Agostino e Crisostomo; sulla paternità ambrosiana di questo inno non concordano tutti gli studiosi, trovo scritto su: Patrologia, Istitutum Patristicum Agostinianum, vol. III, Marietti 1983, pag 167, ma questo articolo è del Cardinale Inos Biffi, sull’Osservatore Romano, ripreso da sito:

 

http://www.zammerumaskil.com 

il testo latino dell’Inno l’ho aggiunto io)

Hic est dies verus Dei

 

1 Hic est dies verus Dei,

sancto serénus lúmine,

quo díluit sanguis sacer

probrósa mundi crímina.

2 Fidem refúndens pérditis,

coecósque visu illúminans,

quem non gravi solvit metu

latrónis absolútio?

3 Qui praémium mutans cruce

Iesum brevi quaesit fide,

iustúsque praévio gradu

pervénit in regnum Dei.

4 Opus stupent et ángeli,

poenam vidéntes córporis

Christóque adhaeréntem reum

vitam beátam cárpere.

5 Mystérium mirábile!

ut ábluat mundi luem,

peccáta tollat ómnium

carnis vitia mundans caro.

6 Quid hoc potest sublímius,

ut culpa quaerat grátiam?

Metúmque solvat cáritas,

reddátque mors vitam novam?

7 Hamum sibi mors dévoret,

suísque se nodis liget:

moriátur vita ómnium,

resúrgat vita ómnium.  

domenica 23 marzo 2008

di Inos Biffi

 

L’inno « Hic est dies verus Dei » è uno dei tre che sant’Ambrogio – che ne è sicuramente l’autore – dedica ai misteri di Cristo. In uno canta il Natale del Signore, in un altro le sue epifanie, in questo egli trasforma in « voce canora », per il suo popolo, il « mirabile mistero » della Pasqua, colto nel suo compiersi in Cristo e illustrato nel suo rifrangersi nell’uomo, e specialmente come sorprendente opera di misericordia.

Sant’Ambrogio vi raccoglie, fondendoli e componendoli in una luminosa e originale teologia, i motivi pasquali variamente sparsi nelle sue opere. Il canto si apre con un annuncio gioioso e vibrante: « È questo il vero giorno di Dio, / radioso di santa luce ».

Certamente tutti i giorni appartengono a Dio, che ha creato il tempo e la luce e che Ambrogio, nell’ « Aeterne rerum conditor« , chiama « Creatore eterno delle cose » e moderatore delle loro vicissitudini; e nell’inno all’accensione definisce « Creatore degli esseri tutti ».

E, tuttavia, nessun giorno è tanto di Dio quanto il giorno di Pasqua: quasi che, per crearlo, Dio abbia impiegato in maniera unica e incomparabile la sua divina potenza.

Allo stesso modo, nessun giorno è tanto terso, quanto quello pasquale, inondato e rischiarato dal nitore di una « luce santa »: sancto serenus lumine. Ambrogio, forse echeggiando il serena luce di Virgilio, ama il termine « sereno » e usa espressioni come: dies serenius luceat; animi serenitatem; caeleste mysterium serena luce resplendet; aestivae lucis serenitatem.

Il giorno di Pasqua è un giorno sgombro di nubi, perché a renderlo limpido è il sanctum Lumen, o il Signore risorto, che diffonde intorno il suo splendore, che non ha paragone col bel tempo dei giorni che vediamo sorgere e tramontare nel mondo. D’altronde, il motivo di Cristo Luce, che è proprio del vangelo di Giovanni, percorre l’inno intero e gli conferisce un diffuso senso di gioia e di pace: « la tranquillità del cuore e la serenità dell’animo – tranquillitatem cordis et animi serenitatem – come dice lo stesso sant’Ambrogio. Il quale spiega espressamente perché la Pasqua – che con la risurrezione include anche la passione e la morte del Signore e fa dire ad Ambrogio: « la morte di Cristo è l’annuale solennità del mondo » – sia il vero giorno di Dio: « La Scrittura ci insegna che ci sono giorni particolarmente illustri, in cui sono rifulse le imprese divine »; in un giorno come questo « è apparsa agli uomini la risurrezione di Cristo e quindi di questo giorno in modo speciale è stato detto: « Questo è il giorno che ha fatto il Signore. Esultiamo e rallegriamoci in esso! ». Sebbene quindi tutti i giorni siano stati fatti dal Signore, a questo giorno sopra tutti gli altri è stato concesso il privilegio di essere opera divina. Questo giorno è il giorno illuminato dal Sole di giustizia ». Infatti, la trasparenza del « vero giorno di Dio », riflessa dalla « santa Luce » è tutta spirituale: quel giorno « vide un sangue sacro detergere i vergognosi delitti del mondo – probrosa mundi crimina » – ed è quanto avviene ogni volta nel lavacro battesimale. L’iscrizione del vescovo per il suo nuovo battistero di san Giovanni alle Fonti, richiama esattamente i probrosa crimina vitae lavati nell’ »onda che limpida scorre »: diluere è verbo che ad Ambrogio piace collegare col sangue di Cristo, che « lava questo mondo », e nel quale siamo stati detersi e redenti: suo sanguine nos diluit et redemit.

Nello stesso « vero giorno di Dio », grazie al sangue che ha cancellato le colpe, negli smarriti riprende a brillare la fede, e ai ciechi nello spirito è ridonata la vista e tornano a vedere: « Agli smarriti ridonò la fede; / ridiede luce, con la vista ai ciechi – fidem refundens perditis / caecosque visu inluminans ».

Quello degli occhi dei ciechi schiusi alla luce ridonata da Cristo è tema che ritorna in sant’Ambrogio, al quale appare particolarmente gradito il verbo refundere. Egli ama parlare della « luce » miracolosamente « reinfusa ai ciechi – caecis refundi lumen » – e, in contesto battesimale, del Salvatore, che « col suo comando reinfondeva la luce agli occhi », spenti dal peccato – « per il fumo dell’iniquità si trova accecato l’occhio dell’anima – oculus animae caecatur« . Alla comunità che cantava quest’inno il pensiero certamente riandava alla Luce della notte pasquale, e a quanti « Cristo aveva rischiarato con la grazia spirituale » ed erano chiamati « gli illuminati ».

Ma probabilmente non manca un’altra allusione: quella ai due viandanti di Emmaus, smarriti e sfiduciati dopo la passione di Gesù, e dal cuore stolto e tardo, e dalla vista ottenebrata che loro impedivano di ritrovare e di vedere il Messia paziente nelle Scritture. Gesù, nelle sembianze del viandante, ridonò loro la fede e ridiede la luce.

A questo punto, l’inno si intrattiene su un particolare del « vero giorno di Dio » che tuttavia, per Ambrogio, è come la sintesi della grazia pasquale: in quel giorno non solo è ridonata la fede agli increduli e negli occhi dei ciechi è riaccesa la luce, ma anche è vinta ogni angoscia, dal momento che persino il ladro confitto sulla croce riceve subito il perdono: « Chi sarà ancora oppresso da timore/ dopo il perdono al ladro? ».

Si direbbe che due eventi del Vangelo hanno profondamente impressionato sant’Ambrogio: lo sguardo di Gesù su Pietro, dopo il rinnegamento, con le lacrime purificatrici dell’apostolo, e il perdono concesso in un attimo al brigante crocifisso con lui, a motivo della sua pur « breve fede »: « uno splendido esempio – egli commenta – di conversione ».

Nel commento al vangelo di Luca il vescovo di Milano parla della « breve fede » – brevis fides - anche dell’emorroissa, subito compensata dalla misericordia; ma, più a lungo, si sofferma a considerare soprattutto « il fatto che il perdono sia concesso tanto in fretta – tam cito – a un malfattore, e il dono superi in abbondanza la domanda »: « Quegli pregava che il Signore si ricordasse di lui, quando fosse giunto al suo Regno, ma il Signore gli rispose: « In verità, in verità ti dico, oggi sarai con me in paradiso »". « Il Signore subito – cito – lo perdona, perché colui subito si converte ».

È esattamente il tratto di prosa che è convertito in poesia.

Il ladrone – continua dunque l’inno –  » (…) mutò la sua croce in un premio, / Gesù acquistando con rapida fede; / così, giustificato, / arrivò primo nel regno di Dio ». Il castigo del malfattore, cioè la sua croce, mirabilmente si trasforma in premio; un attimo di fede riesce a procurargli l’acquisto di Gesù, a renderlo giusto e a farlo giungere, primo, nel regno di Dio – iustusque praevio gradu / pervenit in regnum Dei – o, secondo un’altra lezione del testo, a farlo entrare in quel regno prima dei giusti – iustosque previo gradu / praevenit in regnum Dei.

« Il ladrone crocifisso – scrive sant’Ambrogio – viene assolto: lui ha riconosciuto Cristo nei dolori del supplizio. Ha confessato il proprio peccato a Cristo, che poteva perdonarlo, perché sulla croce ha contemplato con gli occhi dello spirito il regno di Dio. Drago infernale, esultavi perché avevi sottratto a Cristo un suo apostolo, ma hai perso più di quanto hai guadagnato, perché ti tocca vedere un ladrone trasportato in paradiso ».

Nella figura del ladro pentito e perdonato Ambrogio trova il simbolo esemplare della clemenza divina, in presenza di un sincero atto di fede, ossia di affidamento a Gesù crocifisso, che agisce efficacemente e rapidamente, senza condizionamenti di tempo o affannose complicazioni penitenziali.

Sant’Ambrogio è il dottore della grazia misericordiosa; il peccato non lo angustia e non lo distrae, persuaso com’è della « pazienza del Signore – patientia Domini » – e della forza rinnovatrice e rasserenante dell’ »assoluzione ». Per lui, la colpa non sconvolge il disegno di Dio; al contrario, una volta « assorbita », diviene l’ »occasione » che rivela il senso e il contenuto di quel disegno: Dio, infatti, non crea per manifestare ed esaltare l’innocenza, ma per rendere visibile il suo amore nella forma del perdono: « Felice caduta, che trova una rinascita più bella! ».

È un disegno che suscita lo stupore anche negli angeli che vedono il Figlio di Dio subire il supplizio del malfattore, e il malfattore, strettamente congiunto con lui, ottenere in sorte il Regno – « dove c’è Cristo, là c’è il regno » .

Recita l’inno: « Persino gli angeli ne stupiscono, / contemplando lo strazio delle membra / e, tutto stringendosi a Cristo, / il reo carpire la vita beata ».

Ricorrono in sant’Ambrogio sia lo « stupore degli angeli di fronte al celeste », o al « grande mistero », sia l’espressione « carpire la vita eterna – vitam carpere aeternam » – sia la contemplazione di Cristo che, « pendente dalla croce, tra i supplizi, ferito », « dona il regno celeste », e proclama: « Sarai con me in paradiso ».

A meno che il corpo straziato sia quello del ladro, allora « la meraviglia degli angeli deriva dal contrasto tra il castigo subito e la beatitudine guadagnata » (Hervé Savon).

Si tratta di un « mistero mirabile », o di un disegno divino dalle componenti paradossali e inimmaginabili: « Una carne purifica i vizi della carne, / deterge il contagio del mondo / e toglie i peccati di tutti! ».

Ambrogio lo ripete nei suoi scritti: grazie al sacrificio di Cristo, « anche le colpe più gravi sono rimesse »; egli « lava col proprio sangue il mondo ». È come impensabile quello che è avvenuto sul Calvario: il ladro – la colpa – che cerca Gesù – la grazia – l’amore di Cristo che allontana la paura; la morte che genera la vita.

Nulla ci potrebbe essere di più elevato – prosegue il poeta : « Che c’è di più sublime? / Cerca grazia la colpa, / è dall’amore vinta la paura, / la morte ci ridona a vita nuova ».

Si comprende che il sentimento specialmente diffuso in questo canto pasquale, tutto rivolto alla Croce, sia quello di una gioia intima ed estasiata per quanto Dio ha compiuto, trasfigurando una passione in risurrezione, uno strazio in letizia, una carne crocifissa in una carne redenta e santa. Ma prima di terminare il suo canto esultante, il poeta ferma uno sguardo irridente e sprezzante sulla morte, che si è autodistrutta. Essa, nel tentativo di mordere la preda, cioè il corpo di Cristo, messole dinanzi con sottile tranello, ne ha ingoiato letalmente l’amo, restando, insieme, avviluppata nella sua stessa rete.

Ambrogio usa altrove l’espressione « abboccare all’amo – hamum vorare » – e quanto ai lacci scrive: « Il modo migliore per spezzare il laccio – teso dall’inganno del diavolo – era quello di mostrare al diavolo la preda » – appunto il corpo di Cristo « affinché, slanciandosi d’impeto su di essa, si impigliasse nella sua stessa rete – suis laqueis ligaretur« .

È quanto il poeta traduce nel suo auspicio: « Si divori la morte il proprio amo, / nei suoi lacci s’impigli », dove è facile sentire l’eco delle parole di Paolo (e di Isaia e Osea): « La morte è stata ingoiata nella vittoria ». « Dov’è, o morte, la tua vittoria? Dov’è, o morte, il tuo pungiglione? » (1 Corinzi, 15, 54).

Così, paradossalmente, proprio dalla morte della « Vita di tutti » – ossia di Cristo (Colossesi, 3, 4) – scaturisce la risurrezione di tutti, ed è l’auspicio dei versi che chiudono la strofa: « muoia la vita di tutti/ di tutti la vita risorga ».

Certo, l’esperienza della morte è universale, essendo dilagata – pertransiit – tra tutti gli uomini (Romani, 5, 12); sarà però altrettanto universale anche l’esperienza della vita, dal momento che « tutti saranno vivificati in Cristo » (1 Corinzi, 15, 22).

Su queste affermazioni della Scrittura, ancora una volta in forma di voto, l’Inno è condotto al termine: « Poi che tutti la morte avrà falciato – cum mors per omnes transeat – / tutti i morti risorgano; / e, da se stessa annientata – consumata morso ictu suo – la morte / d’esser perita lei sola si dolga »: è il compiacimento per la vittoria pasquale della vita, a cui, come per contraccolpo, segue la soddisfazione per la sconfitta della morte, l’unica irreversibilmente destinata a soccombere in un lamento senza speranza.

Nessun inno, come questo di sant’Ambrogio, ha saputo tanto splendidamente far cantare nella Chiesa la Pasqua di Cristo, ossia la trionfale e inimmaginabile riuscita della croce, l’esaltazione dell’incontenibile perdono divino, e l’estrema e definitiva disfatta del peccato e della morte.

(L’Osservatore Romano – 23 marzo 2008)

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