Archive pour la catégorie 'LITURGIA – INNI'

UNO STABAT MATER A MISURA DI PRESEPE

http://www.cristianocattolico.it/rassegna-stampa-cattolica/formazione-e-catechesi/uno-stabat-mater-a-misura-di-presepe.html

(questo articolo è stato scritto per il Natale, ma dato che recitiamo lo Stabt Mater i venerdì di quaresima, ci sta a leggerlo)

UNO STABAT MATER A MISURA DI PRESEPE

di Timothy Verdon

Il tempo liturgico che inizia con la messa vigilare della solennità di Natale, il 24 dicembre, e termina con la festa del Battesimo del Signore, domenica dopo l’Epifania introduce i fedeli nel mistero non solo della nascita di Cristo ma anche della sua morte e risurrezione. Proprio questo duplice carattere del periodo è suggerito nell’immagine riprodotta a fronte, una piccola tavola trecentesca conservata in Vaticano, in cui sono raffigurate sia l’adorazione del neonato Gesù, in basso, che l’immagine del Vir dolorum, in alto, quasi a conferma dell’affermazione di san Leone Magno, secondo cui « l’unico scopo del Figlio di Dio nel nascere era di rendere possibile la crocifissione.
Nel grembo della Vergine ha assunto una carne mortale, e in quella carne mortale ha compiuto la sua passione » (Trattato, 48, 1: Corpus Christianorum Series Latina 138a, 279-280).
L’estrema sintesi della vita Christi offerta da Leone Magno – come poi dal dipinto riprodotto qui – nasce dal Nuovo Testamento. Già l’ultima domenica di Avvento, in quest’anno « c », la Chiesa ha ricordato il brano della lettera agli Ebrei in cui « entrando nel mondo, Cristo dice (al Padre): « Tu non hai voluto né sacrificio né offerta… un corpo invece mi hai preparato. Non hai gradito né olocausti né sacrifici per il peccato. Allora ho detto: Ecco io vengo – poiché di me sta scritto nel rotolo del libro – per fare o Dio la tua volontà » (Ebrei, 10, 5-7) »; a scanso di equivoci, più avanti lo stesso testo specifica che « mediante quella volontà siamo stati santificati per mezzo dell’offerta del corpo di Gesù Cristo, una volta per sempre » (Ebrei, 10, 10).
Non si tratta di una chiosa teologizzante, come qualcuno potrebbe pensare. In verità il primo cenno biografico a Gesù pervenutoci, una frase della lettera indirizzata da san Paolo ai cristiani della Galazia verso l’anno 57, dice la stessa cosa.
Con una concisione ancor maggiore di quella di san Leone Magno quattro secoli dopo, l’Apostolo afferma che « quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge, per riscattare coloro che erano sotto la legge, perché ricevessimo l’adozione a figli » (Galati, 4, 4-5). Tale sintetica biografia di Gesù viene però introdotta, nella lettera ai galati, da riferimenti alla sua morte e risurrezione. La frase che ne ricorda la nascita e l’appartenenza al popolo d’Israele appare infatti all’interno di una lunga argomentazione dottrinale che apre – 32 versetti prima – con la domanda, « O stolti galati, chi mai vi ha ammaliati, proprio voi agli occhi dei quali fu rappresentato al vivo Gesù Cristo crocifisso? » (Galati, 3, 1); nelle prime parole dell’epistola, poi, l’autore, Paolo, s’era già identificato come « apostolo non da parte di uomini, né per mezzo di uomini, ma per mezzo di Gesù Cristo e di Dio Padre che lo ha risuscitato dai morti » (Galati, 1, 1).
L’ordine conoscitivo indicato dal posizionamento di questi rimandi – l’ordine delle informazioni intorno a Cristo che san Paolo dà per certe nei destinatari della lettera, cioè – è quindi l’opposto di quello cronologico: non nascita, morte e risurrezione, ma risurrezione, morte e nascita! Questo sarà anche l’ordine in cui, tra gli anni 50-60 e l’inizio del ii secolo, prenderanno forma i vangeli, i quali – pur riorganizzando il materiale agli scopi di una narrazione diacronica – nascono dalla previa convinzione che Cristo è risorto, poi dalla partecipazione emotiva e morale alla sua passione, e solo in ultimo dalla narrazione della sua vita storica.
La tendenza a non dissociare alcun momento della vita di Cristo, neanche la nascita, dalla sua morte e risurrezione viene poi concretizzata nella liturgia. Ogni festa liturgica, anche Natale, viene per forza ricondotta al mistero della passione-risurrezione dal fatto che vi si celebra la Messa, la quale ri-presenta in forma incruenta il sacrificio di Cristo sul Golgotha.
Le letture delle solennità e feste natalizie sono poi attraversate da allusioni alla futura Passione del Salvatore: già il fatto menzionato nel vangelo della messa di notte di Natale, che all’arrivo di Giuseppe e Maria nella città di Davide, Betlemme, « non c’era per loro posto nell’alloggio » (Luca, 2, 7), introduce il tema del rifiuto, esplicitato in chiave teologica nel Prologo giovanneo proclamato sia nella messa di giorno di Natale che nella seconda domenica che segue. « Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. Era nel mondo e il mondo è stato fatto per mezzo di lui; eppure il mondo non lo ha riconosciuto. Venne fra i suoi, e i suoi non l’hanno accolto » (Giovanni, 1, 9-11).
All’Epifania, poi, da rifiuto il tema si muta in ostilità quando Erode cerca di sapere il luogo in cui era nato Cristo, non per adorarlo ma per ucciderlo.
Il contenuto pasquale del Natale verrà enfatizzato soprattutto dal periodo del nostro piccolo dipinto in avanti, nella poesia religiosa e in inni popolari. Prendiamo il caso dello Stabat Mater, databile tra la fine del Due e l’inizio del Trecento, le cui parole, attribuite al francescano Jacopone da Todi, invitano a sentire emotivamente, come Maria aveva sentito, la sofferenza di Cristo. C’era anche una versione natalizia dell’inno, anche questa attribuita a Jacopone da Todi, in cui invece di parlare di Maria ai piedi della croce il testo la descrive accanto al presepe! Mentre la prima versione inizia Stabat mater dolorosa /juxta crucem lachrymosa, / dum pendebat Filius, questa fa Stabat mater speciosa, / juxta foenum gaudiosa, / dum jacebat parvulus. Per chi usava prima la versione natalizia, e poi, qualche mese dopo, quella pasquale, ci doveva essere una salutare contaminatio emotiva: la gioia della nascita, ricordata a Pasqua, intensificava il dolore della morte, come la consapevolezza della futura morte, avvertita a Natale, acutizzava il pathos del Pargolo vulnerabile.
Tale duplice mistero ha affascinato gli artisti di tutti i periodi, incluso quello attuale. La seconda opera riprodotta qui, una Santa Famiglia astratta del 2008, fa vedere il Salvatore nato come luce nel legno dorato di una croce a « tau » (« Egli avrà sulle spalle il dominio », avrà sulle spalle il peso terribile e glorioso della croce).
Nel dipinto, di mano di uno degli artisti invitati da Benedetto XVI all’incontro nella Sistina lo scorso 21 novembre, Filippo Rossi, il simbolo dorato s’incastra però col legno grezzo allusivo a san Giuseppe, rappresentante della storia d’Israele in cui il Figlio di Dio s’inserisce: legno non solo grezzo ma anche torturato, in anticipazione della passione; s’incastra anche con il bianco sfiorato dall’oro che allude a Maria.

(L’Osservatore Romano – 24 dicembre 2009)

TE DEUM – 31 DICEMBRE Italiano – Latino

TE DEUM – 31 DICEMBRE

Italiano – Latino

Noi ti lodiamo, Dio *
ti proclamiamo Signore.
O eterno Padre, *
tutta la terra ti adora.

A te cantano gli angeli *
e tutte le potenze dei cieli:
Santo, Santo, Santo *
il Signore Dio dell’universo.

I cieli e la terra *
sono pieni della tua gloria.
Ti acclama il coro degli apostoli *
e la candida schiera dei martiri;

le voci dei profeti si uniscono nella tua lode; *
la santa Chiesa proclama la tua gloria,
adora il tuo unico figlio, *
e lo Spirito Santo Paraclito.

O Cristo, re della gloria, *
eterno Figlio del Padre,
tu nascesti dalla Vergine Madre *
per la salvezza dell’uomo.

Vincitore della morte, *
hai aperto ai credenti il regno dei cieli.
Tu siedi alla destra di Dio, nella gloria del Padre. *
Verrai a giudicare il mondo alla fine dei tempi.

Soccorri i tuoi figli, Signore, *
che hai redento col tuo sangue prezioso.
Accoglici nella tua gloria *
nell’assemblea dei santi.

Salva il tuo popolo, Signore, *
guida e proteggi i tuoi figli.
Ogni giorno ti benediciamo, *
lodiamo il tuo nome per sempre.

Degnati oggi, Signore, *
di custodirci senza peccato.
Sia sempre con noi la tua misericordia: *
in te abbiamo sperato.

Pietà di noi, Signore, *
pietà di noi.
Tu sei la nostra speranza, *
non saremo confusi in eterno.
TE DEUM

Te Deum laudámus: * te Dóminum confitémur.
Te ætérnum Patrem, * omnis terra venerátur.
Tibi omnes ángeli, *
tibi cæli et univérsæ potestátes:
tibi chérubim et séraphim *
incessábili voce proclamant:

Sanctus, * Sanctus, * Sanctus *
Dóminus Deus Sábaoth.
Pleni sunt cæli et terra * maiestátis glóriæ tuae.
Te gloriósus * Apostolórum chorus,
te prophetárum * laudábilis númerus,
te mártyrum candidátus * laudat exércitus.
Te per orbem terrárum *
sancta confitétur Ecclésia,
Patrem * imménsæ maiestátis;
venerándum tuum verum * et únicum Fílium;
Sanctum quoque * Paráclitum Spíritum.

Tu rex glóriæ, * Christe.
Tu Patris * sempitérnus es Filius.
Tu, ad liberándum susceptúrus hóminem, *
non horruísti Virginis úterum.
Tu, devícto mortis acúleo, *
aperuísti credéntibus regna cælórum.
Tu ad déxteram Dei sedes, * in glória Patris.
Iudex créderis * esse ventúrus.
Te ergo, quæsumus, tuis fámulis súbveni, *
quos pretióso sánguine redemísti.
ætérna fac cum sanctis tuis * in glória numerári.

Salvum fac pópulum tuum, Dómine, *
et bénedic hereditáti tuæ.
Et rege eos, * et extólle illos usque in ætérnum.
Per síngulos dies * benedícimus te;
et laudámus nomen tuum in sæculum, *
et in sæculum sæculi.
Dignáre, Dómine, die isto *
sine peccáto nos custodíre.
Miserére nostri, Dómine, * miserére nostri.
Fiat misericórdia tua, Dómine, super nos, *
quemádmodum sperávimus in te.
In te, Dómine, sperávi: *
non confúndar in ætérnum.

 

Publié dans:LITURGIA, LITURGIA - INNI |on 31 décembre, 2013 |Pas de commentaires »

Te Deum Laudamus

http://www.cristoregna.it/libriinteri/fondamentiordinesociale/tedeum.htm

Te Deum Laudamus

La chiesa primitiva non fu sprovvista di proprie abili guide, ma è un errore attribuire un ruolo troppo grande ai padri della chiesa. Malgrado il loro eroico ruolo, anche i migliori tra loro non furono liberi da errori teologici dovuti ai persistenti effetti delle filosofie pagane. Similmente le varie eresie portarono un manifesto paganesimo nella autentica vita della chiesa ed abbondarono le pratiche e le credenze pagane. E’ di sicuro evidente che la chiesa primitiva fosse un quadro confuso ed “una moltitudine mista”, ma rimane il fatto che c’era anche un solido nocciolo di ortodossia. Il crescente collasso dell’umanesimo faceva dell’alternativa, la Cristianità ortodossa, a maggior ragione, non una mera alternativa, ma l’unica speranza dell’uomo. In confronto ai vaghi miti del paganesimo e dell’eresia e delle ricercate incertezze dell’umanesimo, le forti e certe realtà della fede biblica, furono una gioiosa alternativa anche di fronte alle persecuzioni. Il Te Deum Laudamus fu un inno della chiesa che era un’esuberante espressione della natura trionfante della fede ortodossa. Il Te Deum Laudamus riflette in modo veramente autentico la fede credente. E’ la canzone di trionfo della chiesa in fronte all’eresia e la miscredenza; essa riecheggia le battaglie contro lo Gnosticismo, l’Arianesimo e le altre eresie e celebra la vittoria dell’ortodossia e la gioiosa fede nel Dio trino.
Le origini del Te Deum stanno nell’inno greco Gloria Patri e in vari inni di lode. Le Costituzioni Apostoliche (357 d.C.?) contengono elementi del Te Deum.[1] Il Te Deum risale al Codice Alexandrinus della Bibbia dal momento che una parte di cinque versi è stata incorporata dal quel testo.[2] La presente forma dell’inno risale probabilmente al quarto secolo dopo Cristo.
Il testo del Te Deum, da come appare nel Book of Common Prayer, è il seguente:
Noi ti lodiamo, o Dio; noi ti riconosciamo come il Signore.
Tutta la terra ti glorifica: il Padre eterno.
Tutti gli angeli ti innalzano ad alta voce: i Cieli e tutte le Potenze in essi;
I Cherubini ed i Serafini: di continuo ti innalzano.
Santo, Santo, Santo: Signore Dio del Sabato:
Cielo e terra sono pieni della Maestà: della Tua gloria.
La gloriosa compagnia degli Apostoli: Ti glorifica.
La buona fratellanza dei Profeti: Ti glorifica.
Il nobile esercito dei Martiri: Ti glorifica.
La santa chiesa in tutto il mondo: ti riconosce;
Il Padre: di una infinità Maestà;
Tuo adorabile e vero: unico Figlio;
E anche lo Spirito Santo: il Consolatore.
Tu sei il Re di Gloria: O Cristo.
Tu se l’eterno Figlio: del Padre.
Quando prendesti su di te l’onere di liberare l’uomo: umiliasti te stesso per esser nato da un Vergine.
Quando sconfiggesti la durezza della morte: Tu apristi il Regno dei Cieli a tutti e credenti.
Ti sedesti alla destra di Dio: nella Gloria del Padre.
Noi crediamo che tu dovrai venire: per essere nostro giudice.
Noi perciò ti preghiamo, aiuta i tuoi servitori: i quali tu hai redento col tuo prezioso sangue.
Li annoverasti fra i tuoi santi: in gloria eterna.
O Signore, salva il tuo popolo: e benedici la tua eredità.
Governali: e portali per sempre con te.
Giorno per giorno: noi ti magnifichiamo;
E noi veneriamo il tuo Nome: per sempre, mondo senza fine.
Degnati, O Signore: di serbarci quest’oggi senza peccato.
O Signore abbi pietà di noi: abbi pietà di noi.
O Signore, che la tua pietà sia su noi: come la nostra speranza è in te.
O Signore, in Te io ho confidato: che io non sia mai confuso.

Proctor, nel suo studio sul libro delle preghiere, citò un eccellente sunto dell’ inno:
Comber osserva che questo antico inno contiene: primo, un atto di lode offerto a Dio da noi, e da tutte le creature, come in terra così in cielo: secondo, una confessione di fede che dichiara: 1) una generale accettazione, 2) i particolari dell’inno che riguardano ogni persona della Trinità e più ampiamente il Figlio, la sua Divinità, la sua Umanità e in particolare la Sua incarnazione, la Sua morte, la Sua presente gloria e il suo ritorno per il giudizio; terzo, una supplica fondata  su di esso: 1) per tutto il suo popolo, che possa essere preservato qui e salvato nell’aldilà; 2) per noi stessi, che lo adoriamo ogni giorno, che possiamo essere preservati dai peccati futuri ed essere perdonati per quelli passati perché confidiamo in Lui.[3]
Questo è un eccellente sunto ed evidenzia le caratteristiche dell’inno. Il Te Deum suona con fiera gioia e l’esuberante fiducia della fede ortodossa della chiesa primitiva. Vengono messe in evidenza parecchie importanti caratteristiche: primo, è la fede ortodossa quella che il Te Deum declama con chiarezza. La popolarità dell’inno era un’indicazione del radicamento popolare della fede ortodossa: fu la fede di un grande numero di umili credenti e di semplici pastori. Le vaghe incertezze dell’Arianesimo e delle altre eresie potevano riuscire attraente agli ostinati, ribelli e umanistici frequentatori della chiesa, ma per gli umili credenti parlare di Dio come la monade e di Cristo come una emanazione era un’assurdità insignificante quando confrontato alle forti, chiare realtà celebrate dal Te Deum.
Secondo, sebbene i cristiani fossero una minoranza dentro e fuori l’impero, essi cantarono il Te Deum nella fiduciosa allegrezza che il vero credente si trova sempre nella grande maggioranza nell’universo di Dio: “ Tutta la terra ti glorifica… i Cieli, e tutte le Potenze in essi; … il Cielo e la terra sono pieni della Maestà della tua gloria.” Nel Te Deum riecheggia la fede del Salmo 19:1 : “ I cieli raccontano la gloria di Dio e il firmamento annunzia l’opera delle sue mani.” Coloro che credono che l’opposizione, per quanto ben trincerata a numericamente e politicamente forte, è una mera nuvola nell’universo di Dio, non saranno facilmente scoraggiati o sviati nel loro stabile movimento verso il potere e il dominio.  Il nemico possiede solo un dio silenzioso; il partito ortodosso ha il Dio che si rivela. Il nemico ha il potere di Cesare dietro di sé; i credenti ortodossi hanno il potere del Dio trino dietro di loro. Il Signore di Cesare era il loro Dio e Salvatore e questo Dio, essendo morto per loro, tanto più avrebbe fatto per loro e se ne sarebbe preso cura. Essi poterono quindi cantare con gioia: “Tu sei il Re di Gloria, O Cristo”.
Terzo, con questa fede certa i credenti ortodossi, potevano recitare la sorprendente preghiera: “che io non sia mai confuso”, l’apice del Te Deum. Per i pagani gli dei e la storia hanno sempre confuso gli uomini. Triste era il destino dell’uomo e i processi dell’universo disorientavano, confondevano, umiliavano gli uomini con delusioni, sconfitte, rovina e morte. Gli umanisti sono soliti descrivere l’antichità pagana come l’età dell’oro, un’epoca di gioia, auto realizzazione umana e dignità; la raffigurazione è mitologica. L’uomo pagano credeva basilarmente ad una prospettiva pessimistica. Fu una filosofia del “non puoi vincere”. Il fato ha destinato l’uomo ad una fine tenebrosa ed irreparabilmente oscura ed i giorni dell’uomo erano rannuvolati dalla fondamentale ostilità della vita nei confronti dell’uomo. Era non meno vero dell’esistenza dei barbari che per loro la vita fosse fondamentalmente frustrante. Vida Cudder citò un significativo passaggio di Bede come illustrativo del differente mondo della Cristianità:
“Non ci si meraviglia” dice Bede di S. Cuthbert, “ che ogni vera creatura debba obbedire alle sue richieste come obbedì così fedelmente l’Autore di tutte le creature. Ma noi abbiamo perso per la maggior parte il dominio sulla creazione che ci è stata resa soggetta, perché ci siamo rifiutati di obbedire al Signore e Creatore di tutte le cose”  La creazione che ci è stata resa soggetta! Quanto stranamente è arrivata agli orecchi pagani questa quasi incidentale frase ! [4]
Essere un Cristiano significa, come vide il partito ortodosso, ricostituzione nel dominio di Adamo e signoria sulla terra. Una tal fede promuove una splendida fiducia di fronte a qualsiasi cosa. Secondo il Bede, i consiglieri di Re Edvino nel 627 spinsero per l’adozione del cristianesimo per il pragmatico motivo che “contiene qualcosa di più certo” che il loro paganesimo e perciò “ sembra giusto degno di essere seguito”.[5] Un elemento non irrilevante nell’interesse verso la Cristianità ortodossa fu in fatto che offriva un “ qualcosa di più certo” e questo qualcosa era un vangelo, buone nuove e la parola di vittoria. La vita aveva modo di confondere gli uomini, grandi e piccoli ed una fede che potesse essere fiduciosa nella sua preghiera contro la confusione era chiaramente una fede autorevole. Il Te Deum rifletteva la Scrittura qui come altrove. Il salmo 22:5 recita:”Gridarono a te, e furono salvati; confidarono in te, e non furono delusi.” In un altro Salmo Davide pregò: “Non siano confusi per causa mia quelli che sperano in te, o Signore, Eterno degli eserciti, non siano svergognati per causa mia quelli che ti cercano, o Dio d’Israele”. In numerosi Salmi si chiede la sconfitta degli infedeli. (Sal. 35:4; 40:14; 70:2; 71:13, 14; 83:17; 97:7;). La certezza dei credenti ortodossi nel pregare “che io non sia confuso” era inoltre fondata nella dichiarazione di Paolo: ”ma Dio ha scelto le cose pazze del modo per svergognare i sapienti; Dio ha scelto le cose deboli del mondo per svergognare le forti.”(1 Cor. 1:27). La fiducia del Te Deum è di conseguenza radicalmente fondata: Dio non solo risparmia coloro che a scelto dalla confusione, ma Egli si propone di usarli per confondere la potenze di questo mondo!
Quarto, il potente motore della confusione degli infedeli è “il Re di Gloria”, la Seconda Persona della Trinità. Gesù Cristo. Egli è il Grande Giudice, il salvatore dell’uomo e l’aiuto presente. Egli è quello che si è incarnato, colui che ha sperimentato tutto ciò che gli uomini sperimentano, inclusa “l’asprezza della morte”.
Il Te Deum perciò è anche l’espressione trionfante del credalismo cristiano. La Thalia di Arius fu cantata dagli scaricatori di porto ed altri ed ebbe una breve popolarità, ma solo come presa in giro dei credenti ortodossi. Aldilà del suo uso canzonatorio e di critica, esso non ebbe senso, certamente non come inno di fede. Il Te Deum tuttavia è un inno di fede, di sicura e trionfante fede nel Dio trino che governa tutta la storia. Le controversie sul credo non furono meri dibattiti teologici il cui scopo era ristretto agli intellettuali della chiesa. La diffusione e la grande popolarità del Te Deum illustra la vitalità della teologia dei credi nella vita quotidiana e in quella della chiesa primitiva. Questa fu alimentata dalle controversie sul credo e rese anche possibile l’intellettualismo che circondò i  padri ortodossi. La chiesa che produsse e sorresse i padri fu una chiesa provata dalle battaglie che cantava di vittoria certa in e attraverso Cristo il Re: Te Deum Laudamus.
——————————-

[1] Apostolic Constitution, VII; xxvi, specialmente VII, xlvii; VIII, v; VIII, xii; VIII, xxxvii; in Ante-Nicene Christian Library. vol. XVI, 188, 205, 214 e ss., 230, 248.
[2] Shaff, History of the Christian Church, III, 592n-593n.
[3] Francis Proctor, A History of the Book of Common Prayer (London: Macmillan, 1875), 225. Il riferimento a Comber è tratto da Companion to the Temple, I, 96; Short Discourses upon the Common Prayer, 53.
[4] Vida D. Scudder, “Introduction”, to the Venerable Bede, The Ecclesisticl History of the English Nation (London: Dent [Everyman], 1910), xix.
[5] Bede, Ecclesiastical History, ch. XIII, 91.

Publié dans:LITURGIA, LITURGIA - INNI |on 30 décembre, 2012 |Pas de commentaires »

LODI DELLA NOSTRA SANTISSIMA REGINA (SIGNORA) MADRE DI DIO E SEMPRE VERGINE MARIA -Inno della Chiesa Ortodossa

http://it.custodia.org/default.asp?id=2389&id_n=4849&Pagina=1

SBF Letture bibliche – Inni della Chiesa Ortodossa per la festa della Dormizione di Maria

LODI DELLA NOSTRA SANTISSIMA REGINA (SIGNORA) MADRE DI DIO E SEMPRE VERGINE MARIA

Tono 1° largo
Oh, tu Pura, fosti deposta nel sepolcro, tu che sulla terra, incinta in modo ineffabile hai contenuto Dio nel tuo seno.
Maria, come puoi morire, come puoi abitare un sepolcro, tu che hai generato il datore della vita, colui che ha risuscitato i morti dalla corruzione?
Dio Verbo che stabilì la terra nelle sue dimensioni, o Pura, fu compreso nel tuo seno; come puoi stare in un piccolissimo sepolcro?
Colei che ha generato il più bello fra tutti gli uomini, senza timore si sottomette alle leggi della natura.
Per tuo mezzo l’Ade è stato spogliato, o Venerabile, e noi siamo stati rivestiti della gloria di Dio; come dunque ti sottometti alle leggi della natura?
O Venerabile, il pungiglione della morte è stato da te spezzato, e noi siamo stati liberati dalla corruzione della morte; come dunque sei morta e sei annoverata tra i morti?
Tu, Maria, fosti il campo del Dio immenso e suo tempio santo; ma ora il campo del Getsemani ti ricopre.
O Sposa di Dio, sei disceso sotto terra tu che sulla terra hai portato in seno Cristo bambino, per salvare gli uomini dalla morte.
Si meraviglia e la natura e la moltitudine degli esseri intelligenti, o Verginemadre, per quel mistero della tua gloriosa e ineffabile sepoltura.
O miracoli straordinari, o cose nuove! Colei che concepì il datore del mio respiro, giace senza respiro ed, morta, è sepolta.
La moltitudine degli Apostoli per volontà divina è trasportata attraverso i cieli a te, per seppellire il tuo venerabile corpo.
La moltitudine degli eserciti celesti si unisce agli Apostoli e ai santi per seppellire te, Immacolata Madre di Dio.
Le Potestà, i Troni, i Cherubini, i Serafini, le Dominazioni, i Principati con le Potestà devotamente cantano inni alla tua dormizione.
Giaci morta secondo la legge umana tu che, Madrevergine Pura con il tuo parto hai vinto i limiti della natura.
Gli eserciti celesti come ti videro giacere morta si stupirono, o Immacolata, e ti coprirono con le loro ali.
Gli Angeli con inni celesti cantavano, nei tre giorni della sepoltura, o Venerabile, e magnificavano la tua gloria.
Il santo e venerabile Getsemani divenne come un secondo cielo, quando ricevette le tue sacre spoglie, o Pura.
Dove riposa la spoglia della Madre di Dio, lá si riuniscono devotamente le moltitudini delle Potestà celesti.
Il Figlio di Dio rese il tuo seno più ampio dei cieli e il tuo utero vero trono divino.
Coloro che furono ammaestrati dal Verbo divino erano presi da stupore, o Pura, vedendoti morta, senza voce, tu che fosti Madre la vita.
Il sepolcro copre le tue spoglie, o Pura, mentre tuo Figlio raggiante abbraccia teneramente la tu anima divina.
Anche se fosti racchiusa in un piccolissimo sepolcro, sei stata veramente riconosciuta da tutta la creazione Regina del cielo e della terra, o Maria.
Anche se ti vediamo corruttibile nel sepolcro, sappiamo che sei sposa dell’Altissimo e vera Madre di Gesú Verbo di Dio.
Fiore incorrotto e Madre di Dio ti riconosciamo e predichiamo, o Illibata, anche se ti vediamo mortale nel sepolcro.
O Semprevergine, i fedeli ti riconoscono veramente come chiave del Regno di Dio, anche se il sepolcro ti ricopre morta.
Fosti generata per noi porta della salvezza e capo della rinascita spirituale, anche se ti sei sottomessa alla corruzione della natura.
Ora il sepolcro accoglie te, o Vergine, vaso che prima aveva contenuto la manna celeste causa della nostra vita.
La verga che ha fatto fiorire Cristo, fiore profumato, ora è sotterrato nel sepolcro, perchè generi il frutto della salvezza.
Vicino alla valle del pianto fu posta la tua spoglia, o Immacolata, simbolo della tua preghiera per coloro che piangono.
Dove avverrà il giudizio dei vivi e dei morti fu posta la tua spoglia, o Immacolata, perché tu muova a pietà il Giudice.
Veramente tu sola sei che risplendi come tipo della risurrezione dei mortali e tu sola sei propiziazione per i colpevoli.
Tu, o Pura, che sei trono dell’Altissimo salisti dalla terra al cielo, assunta alla vita eterna.
Quando lo stuolo degli Apostoli si trovo presente alla tua sepoltura si lamentavano piangenti e gementi per la tua perdita.
Tu che prima con il tuo parto hai dato la morte al nemico, sei salita alle tende immortali dopo esser morta secondo la legge naturale degli uomini.
O Pura, gioirono i cori degli Spiriti celesti quando, trasportata dalla terra, ti ricevettero nelle tende celesti.
Come una volta hai generato in modo inesprimibile e inintelligibile, così ora, o Immacolata, in modo meraviglioso salisti dalla terra al cielo.
Ora ti sei presentata a Dio circondata e ornata di splendori come Regina e Madre di Dio.
O Angelo di Dio tre giorni prima fu mandato da te, o Immacolata, per annunzi arti la tua assunzione.
L’Arcangelo mandato dal cielo ti porta un ramo di palma simbolo della tua assunzione.
Di che infinita gioia fosti ripiena, o Pura, quando l’Angelo Gabriele ti annunziò la tua assunzione al cielo.
Gli alberi sul monte piegano i rami, o Immacolata, e ti rendono omaggio attribuendoti onori di Regina.
Moltitudine di Spiriti insieme con il tuo Signore, o Venerabile, dal cielo sono inviati devotamente in Sion presso di te.
L’Arcangelo troncò orribilmente le mani di colui che si azzardava toccare la veneranda Arca vivente di Dio.
Con lacrime e forti gemiti tutte le tue amiche si lamentano accanto a te, non potendo sopportare che tu fosti portata via.
Come quelle allora, così ora noi ti supplichiamo caldamente, o Regina che fosti assunta, di non lasciare orfani i tuoi servi.
China il capo dal cielo, o Pura, e manda infinita misericordia a noi che sulla terra onoriamo la tua dormizione.
O Fonte di grazie e sorgente di miracoli, tu che hai misericordia infinita non smettere di aver pietà di noi.
Le predizioni di tutti i profeti si adempiono ora in te, Donna Illibata, che fosti assunta alla vita eterna.
Come ha cantato Davide tuo progenitore, o Donna da tutti celebrata, ora ti sei presentata come vera Regina al trono di Dio.
Bisognava veramente che salissi alle abitazioni e alle tende celesti con tutto il tuo corpo, che fu talamo e tenda del Verbo di Dio.
O Immacolata, Tommaso per divina disposizione è assente dalle tue esequie, affinché noi conoscessimo la tua assunzione.
Volendo anche lui venerare devotamente le tue immacolate e sante spoglie ne trovò il sepolcro vuoto.
O fedeli affrettatevi tutti e corriamo anche noi con devozione alla sepoltura della Signora che è trasportata dalla terra al cielo.
Con canti funebri innalziamo anche noi devotamente inni al sepolcro della Purissima, insieme con gli uomini che ispirati da Dio le cantarono salmi.
La tavola divina che prima portava espiazione a buon prezzo (in abbondanza) ora è trasportata alle tende divine della delizie. La santa Scala che allora Giacobbe vide chiaramente, per la quale è disceso l’Altissimo, è trasportata dalla terra al cielo.
È innalzato il ponte che trasporta dalla morte alla vita totale coloro che prima sono morti per la trasgressione di Adamo.
Ora dunque danzano insieme i celesti con i terrestri; al canto degli uomini si uniscono gli angeli a causa della tua assunzione presso Dio.
Lampada divina dalla luce inesprimibile, tu che sei buona non smettere di far scendere dal cielo la luce sui tuoi servi che sono sulla terra.
O Pura innalzata in aria come nuvola leggera presso il Dio dei tuoi dono, aspergici sempre con leggera pioggia.
Ora che sei giunta al lido sereno della gioia inesprimibile, soccorri, o Sposa di Dio, noi che viviamo ancora nella tempesta sulla terra.
Tu che abiti le tende dell’Altissimo, o Pura, proteggi la tenda nella quale Dio è magnificato liberandola dalle tentazioni.
O Pura, consolida l’autorità dei Re ortodossi e l’ala dell’essere cito del tuo popolo devoto, tu che domini tutte le cose create.
Come i naviganti guardano al punto fermo della stella polare, cosi tutti fissiamo te, o Amabile.
Sei il vanto dei sacerdoti devoti, fermo sostegno della Chiesa, protettrice dei santi asceti.
Noi ortodossi ti proclamiamo sempre Madre di Dio e Vergine Pura e glorifichiamo la tua potenza, o Venerabile.
Il tuo sepolcro anche se ora si vede vuoto della tua spoglia, fa zampillare per noi fiumi di grazie e spande rimedi salutari.
Noi fedeli confidiamo fermamente in te, che ti abbiamo mediatrice presso il Signore, invincibile e potente protezione.
O Amabile, facci degni di divenire partecipi del Regno del tuo Figlio, intercedendo continuamente presso di Lui.
Se è vero che ogni giorno sconsideratamente diventiamo trasgressori dei suoi comandamenti, però mai lo rinneghiamo.
Buona come sei, tu Madre del Figlio buono e filantropo, facci buoni anche noi, o Vergine amante del buono.
Gloria…
O Logos, tutti cantiamo inni e devotamente glorifichiamo te Dio di tutti, con il Padre e il tuo santo Spirito.
Ora…
Ci felicitiamo con te, o Pura, Madre di Dio e onoriamo la tua santa dormizione e la tua assunzione dalla terra al cielo.
Oh! Pura, fosti deposta nel sepolcro tu che sulla terra fosti incinta in modo ineffabile e hai portato Dio nel tuo seno.
Breve colletta e acclamazione
Perché il tuo nome è benedetto ed è glorificato il Regno tuo, del Padre, del Figlio e del santo Spirito, ora e sempre e nei secoli dei secoli. Amen.

Negli inni di sant’Efrem di Nisibi (Manuel Nin) (O.R.)

http://www.vatican.va/news_services/or/or_quo/commenti/2012/051q01b1.html

OSSERVATORE ROMANO – 1 MARZO 2012

Negli inni di sant’Efrem di Nisibi

Oggi digiunano bocca e cuore

di MANUEL NIN

Gli Inni sul digiuno di Efrem di Nisibi sono una decina di testi poetici con una chiara unità tematica che ne fa quasi un unicum: il loro nucleo ispiratore comune è costituito infatti dal digiuno considerato sotto angolature diverse. Anzitutto si mette in luce il modello osservato in Cristo per quaranta giorni nel deserto: « Questo è il digiuno del Primogenito, l’inizio dei suoi trionfi. Rallegriamoci della sua venuta! Con il digiuno, infatti, egli ottenne la vittoria, sebbene in ogni modo potesse ottenerla. A noi mostrò la forza che è celata nel digiuno, che vince tutto. Con esso, infatti, si sconfigge colui che, con il frutto, sconfisse Adamo: pure con avidità l’inghiottì! Benedetto sia il Primogenito, che eresse il muro del suo grande digiuno attorno alla nostra debolezza ».
Come esempi di digiunanti molti personaggi dell’Antico Testamento sono presentati sia come modelli per i cristiani sia come figure e precursori di Cristo stesso. Nello stesso tempo, per esaltare il digiuno come un « frutto bello » – che può tuttavia diventare guasto se non è praticato con la più sincera ispirazione – l’autore si serve anche di immagini tratte da ciò che lo circonda: « Osserva la natura, nel caso in cui siano stati contaminati frutti allettanti in qualcosa infetto! Il nostro senso ne prova disgusto, una volta che siano stati ben lavati ». Oppure si avvale di immagini della quotidianità: « Benedetto colui che ci donò un’immagine, in cui, se ben guardiamo, si trova lo specchio per la nostra invisibile unità. Vediamola, miei fratelli, nei simboli delle cose visibili. Osserviamo il caglio: se è immesso nel latte liquido, non cola più la sua liquidità, poiché si rapprende insieme alla forza coagulante ».
Nei testi di Efrem scorrono dunque una serie di bellissime immagini che mostrano la sua capacità di guardare e penetrare a fondo il mondo creato, di vederne i simboli in esso celati e di cui servirsi come saggi ammaestramenti: « Esaminate gli effetti della carne su un volatile! Se ne mangia una grande quantità essa fiacca la sua ala appesantendola, ed esso non può volare, come in precedenza. Se l’aquila che vola più in alto di tutti è stata troppo vorace, non può più librarsi nell’aria nel modo di prima. Poiché un organismo leggero con la carne aumenta il suo peso, quanto più uno pesante, che ne mangia, sarà appesantito ».
Efrem presenta il digiuno come vittoria di Cristo su colui che vinse a sua volta Adamo col frutto dell’albero. Il digiuno di Cristo stesso nel deserto precederà la sua vittoria contro il nemico, e quindi è l’arma con cui il Signore ottenne la vittoria. La vittoria ottenuta col digiuno deve rendere l’uomo attento a non cadere di nuovo nelle mani del nemico che, con astuzia, getta le sue trappole e tende a sua volta le sue armi: « Non date credito, o semplici, all’Ingannatore, che deruba i digiunanti! Infatti, chi vede astenersi dal pane, l’ingannatore lo riempie di collera; a chi vede in preghiera insinua un pensiero dopo l’altro e, furtivamente, gli sottrae dal cuore la preghiera della sua bocca. Nostro Signore, donaci l’occhio in grado di vedere come quegli derubi la verità con frode ».
Il digiuno ancora è presentato come vittoria che porta il cristiano alla purificazione e alla visione di Dio; qui troviamo un tema caro a Efrem e agli autori siriaci posteriori, quello della purezza di cuore che conduce, quale culmine d’un cammino di elevazione spirituale, alla visione di Dio. Questo è il gradino più alto che l’uomo può attingere: « Questo è il digiuno che eleva in alto: sorse dal Primogenito per elevare in alto i piccoli. Per chi è accorto il digiuno è motivo di gioia, vedendo quanto sia stato elevato in alto. Il digiuno purifica invisibilmente l’anima, perché possa contemplare Dio ed elevarsi alla sua visione ».
Nello stesso tempo Efrem non esita a biasimare il digiuno compiuto nell’ignoranza, perché non porta alla « visione » ma alla « cecità » chi lo pratica, fino ad uccidere il vero Agnello pasquale: « Venite, ricordiamo, digiunando, cosa fecero gli stolti durante i loro digiuni! A Pasqua uccisero il Signore della Pasqua. Nella festa immolarono il Signore delle feste. Leggevano senza capire e spiegavano senza percepirne il senso! Lessero nelle Scritture; lo appesero sul legno. Le figure nei libri; la verità sul legno. Crocifissero l’Agnello di verità e lo appesero. Lo avevano crocifisso i ciechi, che si accesero d’invidia e, disorientati, errarono. In mezzo ai crocifissori visibili stava una comunità spirituale, invisibilmente ».
Inoltre Efrem offre una lettura simbolica dei fatti anticotestamentari alla luce del Nuovo Testamento: « Mosè stava là con le sue braccia stese e il suo bastone sul petto. Stupore sulla cima del monte: steso il braccio e il bastone innalzato, come sul Golgota. Un loro testimone esclamò a loro riguardo: questo simbolo ha vinto Amalek. L’alleanza di Mosè, infatti, era come uno specchio: essa rifletteva nostro Signore. O verità che, anche ai ciechi, gridò: Qui sono io! I ciechi, avendola toccata, videro la luce; i vedenti, avendola scrutata, divennero ciechi, poiché crocifissero la luce ».
Il digiuno è maestro, oppure allenatore nella lotta: « Questo è il digiuno istruttore, che insegna all’atleta le mosse della lotta. Accostatelo, praticatelo, apprendete il combattimento accorto. Ecco, egli ci ordinò che la nostra bocca digiunasse e digiunasse anche il nostro cuore. Non digiuniamo dal pane se nutriamo pensieri ». Diverse volte Efrem mette in guardia dal falso digiuno, dall’ipocrisia di chi ostenta esteriormente di digiunare, mentre il suo cuore è attaccato al male che non si vede: « L’Isaia eloquente si fece predicatore per biasimare i digiunanti: Grida e proclama! L’orecchio chiuso non si apre che al suono dell’argento! Non digiunare, mentre divori i beni dell’orfano! Non vestire l’abito di sacco, mentre spogli la vedova! Non piegare il tuo collo, mentre soggioghi degli esseri nati liberi! Un digiuno, che fa gemere e opprime, rende manifesti gli idoli che si celano in una tale prepotenza ».

(S. Simeone il Nuovo Teologo « Inni e Preghiere » – invocazione allo Spirito Santo)

dal sito:

http://www.gregoriopalamas.it/Preghiere.htm 

(S. Simeone il Nuovo Teologo « Inni e Preghiere » – invocazione allo Spirito Santo)

Vieni, luce vera
Vieni, eterna vita
Vieni, mistero nascosto
Vieni, tesoro ineffabile
Vieni, realtà indicibile
Vieni, persona incomprensibile
Vieni, esultanza perenne
Vieni, verace attesa di quanti saranno salvati
Vieni, il rialzarsi di chi giace
Vieni, risurrezione dei morti
Vieni, o potente, che ogni cosa sempre compi, muti e trasformi con il solo volere
Vieni, invisibile e del tutto intangibile e impalpabile
Vieni, tu che sempre rimani immobile, e ad ogni istante tutto ti muovi e vieni a noi che giacciamo nell’Ade, tu che sei al di sopra di tutti i cieli
Vieni, nome desiderato e celebrato, ma del tutto impossibile a essere detto da parte nostra chi egli sia o a essere conosciuto quale e quanto sia
Vieni, gioia eterna
Vieni, corona immarcescibile
Vieni, porpora del grande Dio e Re nostro
Vieni, cintura cristallina e di pietre preziose
Vieni, calzare inaccessibile
Vieni, vera destra regale purpurea e sovrana
Vieni, tu che ha bramato e brama la mia misera anima
Vieni, solo a chi è solo – poiché io sono solo, come vedi
Vieni, tu che mi hai separato da tutto e mi hai reso solo sulla terra
Vieni, tu che sei divenuto in me desiderio e hai fatto che ti desiderassi, o del tutto inaccessibile
Vieni, mio respiro e mia vita
Vieni, consolazione della mia povera anima
Vieni, gioia e gloria e delizia senza fine.

Lauda Sion, italiano – Martedì della III settimana di Pasqua

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php

Martedì della III settimana di Pasqua

Meditazione del giorno

Sant Tommaso d’Aquino (1225-1274), teologo domenicano, dottore della Chiesa
Sequenza della festa del Santissimo Corpo e Sangue di Cristo « Lauda Sion »

« Io sono il pane della vita »

Sion, loda il Salvatore,
la tua guida, il tuo pastore
con inni e cantici.

Impegna tutto il tuo fervote:
egli supera ogni lode,
non vi è canto che sia degno.

Pane vivo, che dà vita:
questo è tema del tuo canto,
oggetto della lode.

Veramente fu donato
agli apostoli riuniti
in fraterna e sacra cena.

Lode piena e risonante,
gioia nobile e serena
sgorghi oggi dallo spirito…

È il banchetto del nuovo Re,
nuova Pasqua, nuova legge;
e l’antico è giunto a termine.

Cede al nuovo il rito antico,
la realtà disperde l’ombra:
luce, non più tenebra.

Cristo lascia in sua memoria
ciò che ha fatto nella cena:
noi lo rinnoviamo.

Obbedienti al suo comando,
consacriamo il pane e il vino,
ostia di salvezza…

Mangi carne, bevi sangue;
ma rimane Cristo intero
in ciascuna specie.

Chi ne mangia non lo spezza,
né separa, né divide:
intatto lo riceve.

Siano uno, siano mille,
ugualmente lo ricevono:
mai è consumato…

Ecco il pane degli angeli,
pane dei pellegrini,
vero pane dei figli:
non dev’essere gettato.

Con i simboli è annunziato,
in Isacco dato a morte,
nell’agnello della Pasqua,
nella manna data ai padri.

Buon pastore, vero pane,
o Gesù, pietà di noi:
nutrici e difendici,
portaci ai beni eterni
nella terra dei viventi.

Tu che tutto sai e puoi,
che ei nutri sulla terra,
conduci i tuoi fratelli
alla tavola del cielo
nella gioia dei tuoi santi.

Publié dans:LITURGIA, LITURGIA - INNI |on 9 mai, 2011 |Pas de commentaires »
12345...7

Une Paroisse virtuelle en F... |
VIENS ECOUTE ET VOIS |
A TOI DE VOIR ... |
Unblog.fr | Créer un blog | Annuaire | Signaler un abus | De Heilige Koran ... makkel...
| L'IsLaM pOuR tOuS
| islam01