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LA SOLITUDINE (Gv 16,32; Sal 25,16; Is 66, 13)

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LA SOLITUDINE (Gv 16,32; Sal 25,16; Is 66, 13)

Gesù disse: « Mi lascerete solo; ma io non sono solo, perché il Padre è con me » (Giovanni 16:32).

Gesù amava gli uomini e andava loro incontro, ma è stato incompreso e rigettato. Parecchi versetti parlano della sua solitudine: « Ognuno se ne andò in casa sua. Gesù andò al monte degli Ulivi » (Giovanni 7:53; 8:1). « Il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo » (Luca 9:58). Il suo popolo non l’ha riconosciuto come il Messia promesso (Giovanni 1:10). Persino i suoi discepoli l’hanno compreso poco. In questa solitudine, Gesù viveva presso Dio suo Padre. Ha potuto dire: « Il Padre… non mi ha lasciato solo, perché faccio sempre le cose che gli piacciono » (Giovanni 8:29). Eppure, a causa dei nostri peccati che aveva preso su di sé per salvarci, è stato necessario che fosse abbandonato da Dio durante le tre ore d’oscurità totale sulla croce. Ma è rimasto perfetto nel suo amore. Per questo, se ci capita di trovarci nella solitudine e nel lutto, possiamo andare al Signore Gesù. Si è già trovato in tali circostanze e simpatizza con noi, perché è vivente e ci ama. Sono molti a farne l’esperienza. Quando era in prigione, l’apostolo Paolo ha potuto scrivere: « Tutti mi hanno abbandonato… Il Signore però mi ha assistito e mi ha reso forte » (2 Timoteo 4:16,17). Confidando in Lui, puoi conoscere Dio come Padre (Giovanni 20:17). Un Padre che ci ama e che non ci abbandonerà mai.

« Volgiti a me, e abbi pietà di me, perché io sono solo e afflitto » (Salmo 25:16). Gesù stesso dice in Matteo: « Io sono con voi tutti i giorni ». Dio è sensibile verso chi si sente solo, ho potuto sperimentarlo personalmente. Infatti, in un momento particolare Egli mi è stato tanto vicino, ed è stata l’unica persona che mi ha dato la forza, e che tuttora mi sta accanto invogliandomi ad andare avanti. Mi rendo conto di essere graziata, poiché ho Gesù per amico ed Egli ha voluto che lo diventassi. Sono dispiaciuta per coloro che non conoscono il Signore, in questi momenti comprendo quanto sia importante la presenza di Dio nella mia vita. È deludente affermare che una delle tante conseguenze di questo stato, vale a dire la solitudine, sia dovuta proprio alla totale indifferenza delle persone che hai accanto. Come ti senti in questo momento? Forse ti trovi in una condizione di solitudine, allora voglio dirti che c’è Qualcuno interessato alla tua vita. Quel Qualcuno è una persona che io stesso ho incontrato e mi ha dato tanta gioia: Gesù Cristo il Figlio di Dio. Ed ora so di non essere più sola. Gesù mi è accanto ogni giorno, Egli è il tutto della mia vita.

« Come un uomo consolato da sua madre, così io consolerò voi » (Isaia 66:13). Il più breve versetto della Bibbia è questo: « Gesù pianse » (Giovanni 11:35). Gesù, il figlio di Dio, colui mediante il quale è stato fatto il mondo, e che sostiene ogni cosa con la parola della sua potenza (Ebr. 1:1-3), ha pianto sulla terra. Era « uomo di dolore, famigliare col patire » (Isaia 53:3). Ha pianto sulla città colpevole, Gerusalemme, che stava per respingerlo e metterlo a morte col supplizio della croce. E come abbiamo letto prima, ha pianto con le due sorelle del lutto (Giovanni 11) che avevano perso il loro fratello Lazzaro. Eppure, di lì a poco, lo avrebbe resuscitato. Voi che forse siete stanchi e affaticati, avete provato le compassioni del Signore Gesù? Lui, il Figlio eterno di Dio, è venuto nel mondo per dare soccorso e consolazione a coloro che incontrano l’afflizione, la sofferenza, il lutto. Egli è « un aiuto sempre pronto nelle distrette » (Salmo 46:1). Se lo conoscete come vostro Signore e vostro Amico, non piangerete mai come coloro che non hanno speranza. Le vostre lacrime, vuole asciugarle, poiché Egli stesso ha sofferto i più grandi dolori, quando è andato alla morte della croce, per salvarci. Nel vostro dispiacere, o anche nella vostra disperazione, andate ai suoi piedi, inginocchiatevi davanti a Lui e invocateLo. Egli riempirà il vostro cuore di pace e di consolazione. Ponete in Lui la vostra fiducia, Egli è accanto a voi. Egli vi ama del più tenero amore.

I TRE FILI DEL CONCILIO – DEL CARDINALE GIANFRANCO RAVASI

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I TRE FILI DEL CONCILIO

DEL CARDINALE GIANFRANCO RAVASI

È difficile resistere alla memoria autobiografica: giunsi a Roma, non ancora ventenne, per iniziare i miei studi in teologia proprio nel pomeriggio dell’11 ottobre 1962. Ero, quindi, anch’io presente quella sera tra l’immensa folla che, in piazza San Pietro, ascoltava l’ormai celebre « discorso della luna » di Giovanni XXIII, così come sono stato tra coloro che, tre anni dopo, l’8 dicembre 1965 assistevano alla solenne conclusione dell’assise conciliare con Paolo VI, per non parlare poi delle varie volte in cui – attraverso l’autorizzazione di un vescovo – avevo partecipato alle sessioni in San Pietro, seguendo gli interventi dei Padri conciliari. Il concilio Vaticano II, però, non è intrecciato con la mia vita solo per ragioni biografiche. Lo è per un dato più radicale che è condiviso anche da tutti coloro che non misero mai piede a Roma in quegli anni, eppure furono in modo benefico « contaminati » da quell’evento.
Naturalmente, di fronte alla massa enorme della documentazione conciliare e alla relativa sterminata bibliografia dalle tonalità più diverse e fin antitetiche, anzi, davanti anche soltanto all’eredità ufficiale di quell’assise con le sue quattro costituzioni, nove decreti e tre dichiarazioni, è difficile identificare in maniera semplificata un nodo d’oro che tutto tenga insieme, decifri il senso ultimo e delinei l’anima genuina. Preferirei, allora, ricorrere piuttosto a una trilogia fatta di fili robusti che percorrono e reggono quel tessuto così complesso, ornato e policromo.
Il primo di questi fili è, in verità, molto fluido, simile quasi a una trama che ha attraversato, fin dall’annuncio dell’indizione da parte di Giovanni XXIII il 25 gennaio 1959 nella basilica di San Paolo, tutto il Concilio e l’intero mezzo secolo che abbiamo alle spalle. Si è, infatti, respirata e vissuta un’atmosfera intensa e unica, un fremito che paradossalmente faceva guardare la Chiesa lungo due direzioni antitetiche eppure complementari. Da un lato, infatti, ci si proiettava verso il mondo in evoluzione e, quindi, verso orizzonti futuri, facendo risuonare quella parola allora un po’ emozionante, « aggiornamento ». Ma d’altro lato, si voleva liberare dal manto un po’ polveroso di una storia secolare il cuore pulsante del Vangelo, la vitalità delle origini cristiane, la matrice ecclesiale originaria, compiendo una sorta di sguardo retrospettivo. Proprio per quest’ultimo aspetto alcuni Padri considerati « progressisti » ribattevano ai colleghi obiettori di essere loro stessi i veri servatores, i « conservatori » dello spirito genuino della tradizione, mentre gli oppositori in ultima analisi si rivelavano novatores, sostenendo tesi e prassi posteriori. Il clima di riscoperta delle radici cristiane come autentica « novità » era vissuto allora in modo forte, talora fin frenetico: si spiegano così anche la successiva degenerazione e il parallelo allentarsi di quella tensione spirituale. Tuttavia, penso che questa eredità d’indole generale non si sia mai spenta del tutto, tant’è vero che ancor oggi l’aggettivo « conciliare » suscita sempre un palpito, una vibrazione, una scossa interiore, un appello a vivere più efficacemente il cristianesimo.
Un secondo filo che si dipana non solo in tutti i documenti conciliari, ma che è divenuto un raggio solare che ha illuminato fino ai nostri giorni tutta la Chiesa, è stato quello della parola di Dio. Essa, certo, ha avuto la sua stella polare nella costituzione significativamente denominata Dei Verbum. Inizialmente si era ipotizzato un titolo più riduttivo, De Sacra Scriptura, rimandando esclusivamente alla Bibbia. Ma poi, si è marcato il fatto che la parola di Dio precede ed eccede la Sacra Scrittura: quest’ultima, infatti, è l’attestazione oggettiva della rivelazione di Dio che echeggia già nella creazione e nella storia e che si effonde attraverso lo Spirito Santo successivamente illuminando la Scrittura nella tradizione, in cui si compie quanto suggestivamente dichiarava san Gregorio Magno in un’omelia su Ezechiele: Scriptura cum legente crescit. Ecco, allora, il titolo finale De divina revelatione.
Non per nulla, volendo riportare ancora nel centro vitale della Chiesa la parola di Dio a distanza di decenni da quel documento conciliare, Benedetto XVI a suggello del Sinodo del 2008 ha posto come incipit della sua esortazione apostolica post-sinodale la formula Verbum Domini. La Parola, infatti, col Concilio ha brillato in modo rigoroso e netto nella liturgia, nella catechesi, nella spiritualità (la lectio divina!), nella pastorale, nella cultura, nella teologia. A quest’ultimo proposito, ricordo in quegli anni l’ardua transizione che i docenti dell’Università gregoriana avevano dovuto compiere, rendendo i loro corsi sempre più modellati sulla Bibbia come sorgente, superando l’uso secondo cui era la riflessione speculativa a convocare i passi biblici a supporto delle tesi già elaborate. Un’inversione metodologica che ora è normale nei trattati teologici ma che allora sembrava una rivoluzione, anche se altro non era che un ritorno alle origini. I Padri della Chiesa, infatti, com’è stato fatto notare da molti, non parlavano (o scrivevano) della Bibbia, ma parlavano la Bibbia.
Giungiamo, così, al terzo e ultimo filo, quello del confronto e del dialogo col mondo, con la società e con la cultura contemporanea. Emblematica, al riguardo – come tutti riconoscono – fu la Gaudium et spes, un ampio testo di ben 93 paragrafi, capace di dipingere un affresco dell’orizzonte nel quale la Chiesa si trovava immersa. In realtà, tutto il patrimonio dottrinale e pastorale del Vaticano II era in filigrana animato dall’istanza di comprendere e di incontrare un tempo che si rivelava sempre più complesso e incline ad allontanarsi dalla fede non solo cristiana, ma anche dal puro e semplice ambito del religioso e del sacro. Ecco, allora, il configurarsi di un’antropologia che potesse frenare la corsa alla secolarizzazione, alla
È così che il Concilio volle delineare il ritratto della persona umana nella sua dignità di « immagine » divina, nella sua libertà, coscienza, intelligenza, nei suoi splendori e miserie. Questo ritratto era collocato all’interno della società attraverso la ricerca del bene comune e l’affermazione dell’autonomia della politica e delle realtà terrene. Senza ignorare le degenerazioni che intaccano il singolo, la famiglia, la comunità universale, l’approccio adottato era, però, sempre positivo, anche quando ci si confrontava con fenomeni articolati e delicati come la scienza, l’economia e persino l’ateismo e le crisi spirituali. Certo, la mappa socioculturale descritta dal Concilio può risultare in alcune aree superata o datata (si pensi solo all’attuale civiltà informatica).
Ma questo si trasforma proprio in un insegnamento. Certo, il messaggio evangelico è in ogni tempo unico, è lo stesso ieri, oggi e sempre, come afferma per il Cristo la Lettera agli Ebrei (13,8). Esso, però, deve continuamente incarnarsi nelle mutevoli coordinate storiche entro le quali siamo innestati. Questa « contemporaneità » permanente di Cristo e della sua parola è il grande monito costante del concilio Vaticano II. Un po’ come affermava il filosofo danese Soeren Kierkegaard: «L’unico rapporto che si può avere con Cristo è la contemporaneità. Rapportarsi a un defunto è un rapporto estetico: la sua vita ha perduto il pungolo, non giudica la mia vita, mi permette solo di ammirarlo». Il Vivente, invece, com’è il Cristo risorto, «mi costringe a giudicare la mia vita in senso definitivo». Ed è ciò che il concilio Vaticano II ha ribadito con passione e convinzione a tutta la Chiesa.

Vita Pastorale n. 9 ottobre 2012

LA SOLITUDINE FORNACE DI TRASFORMAZIONE

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LA SOLITUDINE FORNACE DI TRASFORMAZIONE

S. Ignazio di Loyola dopo aver scoperto e sperimentato a lungo il cammino di crescita spirituale ha raccolto la sua esperienza in un libretto intitolato « Esercizi spirituali per vincere se stessi e per mettere ordine nella propria vita ». Nella prima annotazione che fa da introduzione al libro, ecco come S. Ignazio descrive gli esercizi da lui proposti:
«Con il termine di esercizi spirituali si intende ogni forma di esame di coscienza, di meditazione, di contemplazione, di preghiera vocale e mentale, e di altre attività spirituali, come si dirà più avanti. Infatti come il passeggiare, il camminare e il correre sono esercizi corporali, così si chiamano esercizi spirituali i diversi modi di preparare e disporre l’anima a liberarsi da tutte le affezioni disordinate e, dopo averle eliminate, a cercare e trovare la volontà di Dio nell’organizzazione della propria vita in ordine alla salvezza dell’anima».
Il cammino proposto da S. Ignazio si svolge in quattro settimane, il famoso « mese ignaziano ». Che cosa può fare chi non riesce a trovare un mese di vacanza? Varie sono state le risposte e proposte per offrire a tutti un po’ della ricchezza di tale esperienza.
Gli incontri che proponiamo sono stati tenuti per cinque sere, da lunedì 2 dicembre a venerdì 6, (dalle 21.00 alle 22.30). La condivisione tra i partecipanti è stata ricca e interessante. Non si tratta di conferenze, ma di una proposta da considerare come « esercizi spirituali ». Quello che conta è la decisione personale di trovare un momento di tempo per questi « esercizi ».

Agli amici di Atma o Jibon proponiamo di seguire il cammino e di farci avere le loro riflessioni usando la pagina di collegamento.
Incominciamo: Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Amen.

LA SOLITUDINE FORNACE DI TRASFORMAZIONE
Henri J. M. Nouwen, Silenzio, solitudine, preghiera
Quando Antonio udì le parole di Gesù: «Va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri… poi vieni e seguimi» (Mt 19, 21), le prese come un invito a fuggire la coartazione del suo mondo. Lasciò la famiglia, visse poveramente in una capanna al limite del villaggio e occupò il tempo nella preghiera e nei lavori manuali. Ma presto comprese che gli si chiedeva di più. Bisognava che fronteggiasse i suoi nemici, l’ira e la cupidigia, tenesse testa ai loro assalti e si trasformasse interamente in un nuovo essere. Il suo vecchio e falso io doveva morire e un nuovo io doveva nascere. Per cui egli si ritirò nella completa solitudine del deserto.
La solitudine, infatti, è la fornace della trasformazione. Senza di essa, rimaniamo vittime della nostra società, continuiamo a essere avvinti nelle illusioni del falso io. Gesù stesso entrò in questa fornace. Qui, egli fu tentato dalle tre suggestioni del mondo: essere importante – «cambio le pietre in pani» (Lc 4, 3), essere in vista – «buttati giù» (Lc 4, 9) ed essere potente – «ti darò tutti questi regni» (Lc 4, 5). Qui, proclamò Dio come l’unica fonte della sua identità («devi adorare il Signore tuo Dio e servire lui solo» [Lc 4, 8]). La solitudine è il luogo della grande lotta e del grande incontro col Dio-Amore, che offre se stesso come sostanza del nuovo io. Tutto ciò può suonare piuttosto urtante, può evocare perfino immagini di pratiche ascetiche medievali. Una volta però che si sia fatta giustizia di queste fantasie, non tarderemo ad accorgerci che abbiamo a che fare qui col santo luogo in cui ministero e spiritualità si abbracciano l’un l’altro. Questo luogo è chiamato precisamente solitudine.
Se vogliamo cogliere il significato della solitudine,
dobbiamo innanzitutto smascherare i modi in cui l’idea di solitudine è stata distorta dal nostro mondo. Ci diciamo a vicenda che ci occorre un po’ di solitudine nelle nostre vite. Quello a cui ci riferiamo in questo caso è un tempo e un luogo tutto per noi, in cui non siamo importunati dagli altri, possiamo sviluppare i nostri pensieri, esprimere le nostre insoddisfazioni, in una parola fare le nostre cose, quali che siano. Come dire che per noi la solitudine significa il più delle volte «privacy». E giungiamo all’ambigua conclusione che la solitudine è un diritto di tutti. Essa si pone così come una proprietà spirituale, per la quale possiamo concorrere sul libero mercato dei beni spirituali. Ma c’è di più. Pensiamo alla solitudine anche come a una stazione di servizio dove possiamo ricaricare le nostre batterie o anche come all’angolo del ring dove le nostre ferite sono lenite, i nostri muscoli massaggiati e il nostro coraggio rinvigorito con slogan di circostanza. In breve, concepiamo la solitudine come il posto in cui raccogliamo nuove forze per continuare a sostenere la competizione della vita.
Ma questa non è la solitudine di Giovanni Battista, di Antonio, di Benedetto…
La solitudine non è un luogo terapeutico privato. Piuttosto, è il luogo della conversione,
il luogo dove il vecchio io muore,
il luogo dove si verifica la comparsa del nuovo uomo e della nuova donna.

Publié dans:MEDITAZIONI |on 22 septembre, 2015 |Pas de commentaires »

C. M. MARTINI – LA TRASFORMAZIONE DI CRISTO E DEL CRISTIANO ALLA LUCE DEL TABOR

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C. M. MARTINI – LA TRASFORMAZIONE DI CRISTO E DEL CRISTIANO ALLA LUCE DEL TABOR

Un corso di esercizi spirituali

VII MEDITAZIONE

Le dimensioni della trasformazione battesimale
È facile cadere nell’equivoco di ridurre la trasformazione battesimale alla dimensione etica e ascetica: mi sforzo di cambiare la mia vita e di comportarmi meglio con gli altri, di pregare di più. Certamente è importante la dimensione etica o ascetica, ma se ci limitiamo a questa tutto si riduce allo sforzo personale e a un certo punto ci si stanca. In realtà l’orizzonte è più vasto e possiamo parlare di quattro dimensioni della trasformazione battesimale.

La pienezza della nostra trasformazione
1. La prima dimensione è appunto la trasformazione etica, cioè dei costumi, del modo di vivere, di agire, di pensare, la trasformazione delle attitudini, degli atteggiamenti, dei sentimenti. Essere figlio di Dio significa avere nuovi atteggiamenti, nuove abitudini, nuovi costumi, usi, sentimenti, nuove reazioni. Lo abbiamo visto già in Rm 12, 2: «Trasformatevi rinnovando la vostra mente» per discernere ciò che piace a Dio, la sua volontà. «Non conformatevi alla mentalità di questo secolo», cioè: non agite come tutti gli altri che ricercano il proprio tornaconto, interesse, guadagno, comodità. Altra è la nostra via, l’unica che crea l’uomo vero. la donna vera, che forma quella civiltà dall’amore senza la quale la terra è «un’aiuola che ci fa feroci», un luogo di combattimento di belve.
2. C’è poi la trasformazione che chiamo mistica, o passiva, quella che avviene per riflesso della luce che brilla sul volto di Gesù. Non siamo più noi a darci da fare, ma ci preoccupiamo unicamente di lasciare brillare su di noi il volto di Gesù.
San Paolo ne parla in 2 Cor 3, 18: «E noi tutti, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito del Signore». È moto bello e confortante questo versetto, perché ci insegna che non siamo noi a darci da fare; è la gloria del Signore che si riflette in noi. Da un certo punto in avanti non conta più principalmente il nostro sforzo, la nostra ascesi, la nostra lotta contro le tentazioni, la nostra resistenza al male.
Così si spiega la forza dei santi. Non che avessero una dose di buona volontà molto più grande della nostra; hanno lasciato che Gesù si rispecchiasse in loro. È bello per esempio ciò che scrive santa Teresa di Gesù Bambino a proposito della sua «piccola via»: è Gesù che la porta, è Gesù l’ascensore che la fa salire, che la trasforma a immagine di sé.
Un’altra espressione della trasformazione mistica è l’identificazione, che Paolo descrive come propria esperienza in Fil 1, 2 1: «Per me infatti il vivere è Cristo e il morire un guadagno». E aggiunge in Gal 2, 20: «Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio che mi ha amato e ha dato se stesso per me».
Noi non dobbiamo avere paura di tale esperienza, quasi fosse riservata ai santi. Senza di essa rischiamo di restare sempre nella palude, nella pianura, sempre con la nostra fragilità che non ci consente di elevarci al di sopra della mediocrità e di una certa onestà umana, importantissima, ma con la quale non si va molto avanti nel regno di Dio.
Non sarà dunque mia acquisizione la trasformazione cristiana, bensì sarà grazia.
3. Ricordo poi la dimensione escatologica. La trasformazione piena in Cristo si avrà alla manifestazione del regno di Dio, a cui dobbiamo guardare. Noi spesso teniamo gli occhi rivolti verso terra, come gli animali, e invece il nostro sguardo deve essere alto.
Cosi Paolo ammonisce la comunità di Filippi: «Molti, ve l’ho già detto più volte e ora con le lacrime agli occhi ve lo ripeto, si comportano da nemici della croce di Cristo» (può accadere anche ai cristiani di essere nemici della croce di Cristo, pur portandola in processione). «La perdizione però sarà la loro fine, perché essi, che hanno come dio il loro ventre, si vantano di ciò di cui dovrebbero vergognarsi, tutti intenti alle cose della terra.» t una religione carnale, che si accontenta di pratiche esteriori, di forme superficiali e in parte superstiziose. «La nostra patria invece è nei cieli e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo, il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso, in virtù del potere che ha di sottomettere a sé tutte le cose» (Fil 3,18-21).
È la pienezza della nostra trasformazione simboleggiata sul monte della Trasfigurazione. Gesù darà una forma diversa (metaschematísei) al corpo della nostra umiltà conformandolo al suo corpo di gloria. E già ora dal cielo ci attrae e trasfigura.
La civiltà medievale e le civiltà antiche in genere avevano radicato il senso della vita eterna. Oggi viviamo in una civiltà che opera come se Dio non esistesse, come se la morte fosse la fine di tutto, e non a caso si cerca in tutti i modi di esorcizzarla. Proprio per questo non dobbiamo dimenticare la nostra meta e che ogni segno di malattia o di vecchiaia è un segno del bussare di Gesù alla porta del cuore. Il battesimo ci assicura che la nostra pienezza è nei cieli.
4. L’ultima dimensione é propria del presbitero, di colui che è chiamato ad avere responsabilità di altri.
Lo sottolinea un versetto della Lettera ai Galati: «Figlioli miei, che io di nuovo partorisco nel dolore finché non sia formato Cristo in voi» (Gal4, 19).
L’esperienza di san Paolo è tipica del prete, il quale soffre talora i dolori dei parto, per far vivere Cristo Gesù in una persona. Questa intima sofferenza l’hanno patita tutti i santi che hanno avuto responsabilità di altri.
Ho esposto quattro dimensioni della trasformazione cristiana e mi sembra opportuno ritornare sulla prima, che è quella più ovvia: la trasformazione etica, del costume, degli atteggiamenti, delle reazioni, dei sentimenti, dei modi di fare.

L’etica delle beatitudini
Tralascio di riprendere le pagine del Nuovo Testamento dove si descrivono gli atteggiamenti del cristiano che ha rinnovato la sua vita secondo Cristo. Preferisco riferirmi al quadro più provocante, più completo, più organico della trasformazione della mente, del cuore e dei sentimenti in Cristo: il Discorso della montagna.
Evidenzio quattro aspetti del testo di Matteo (capitoli 5, 6 e 7), che partono tutti da una beatitudine e sono indicativi di molti altri.
1. «Beati i poveri in spirito.» È l’atteggiamento di chi non si monta la testa, non pretende di essere e di possedere chissà che cosa, di chi vive disinteressatamente. t un atteggiamento straordinario, in un mondo nel quale normalmente si vive per interesse: mi chiedi questo, ma che cosa mi dai in cambio? Cosa ne guadagno? Al contrario il battezzato è capace di disinteresse, e se ha un ministero nella Chiesa lo vive gratuitamente. Sappiamo infatti che sulla gratuità del ministero sta o cade la Chiesa. è chiaro che il ministro avrà un suo sostentamento, e tuttavia non compie il suo servizio per un guadagno o per accrescere il proprio potere. Gesù è esplicito: «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date» (Mt 10, 8).
La grande sorpresa per le popolazioni dei Paesi di missione viene dal capire che il missionario vive gratuitamente, non cerca niente per sé. Perché la gratuità è un riflesso di Dio, è un riflesso dell’essere divino che si dona gratuitamente a noi, senza aspettare niente in cambio.
Molto belle le esortazioni con cui si conclude l’insegnamento sull’elemosina, sulla preghiera e sul digiuno; per tre volte si ripete: «Il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà» (Mt 6, 4. 6. 18). A dire: non aspettarti gratificazioni al di fuori, non aspettarti lodi o riguardi particolari. Potrai forse averne, magari ne avrai in abbondanza, ma proprio perché non li hai cercati.
Questo è il modo di essere di Gesù e qualifica un modo di essere nuovo.
2. Un secondo frutto della trasformazione etica lo leggo nella beatitudine dei miti: «Beati i miti». Gesù stesso dirà: «Imparate da me, che sono mite e umile di cuore» (Mt 11, 29). Miti sono quelli che non rispondono alla violenza.
È il comportamento evangelico di cui parla Gesù in Mt 5, 3 8: «Se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l’altra; e a chi ti vuol chiamare in giudizio per toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà a fare un miglio, tu fanne con lui due. Da a chi ti domanda e a chi desidera da te un prestito non volgere le spalle». Questo comportamento può apparire inattuabile, perché presuppone la disponibilità a perdere tutto. In realtà ci sono situazioni o condizioni nelle quali io posso esigere e chiedere qualcosa proprio per amore della giustizia, però al fondo ci deve essere nel cristiano la disponibilità a soffrire l’ingiustizia piuttosto che compierla, la disponibilità a perdonare.
Il cristianesimo non ci pone fuori della realtà, ci chiede ciò che è necessario per vivere umanamente in questo mondo. Gesù non insegna atteggiamenti estranei all’esistenza quotidiana; rivela come si può instaurare una civiltà dell’amore, una convivenza vivibile.
Sempre dal Discorso della montagna mi piace citare un altro versetto molto forte: «Io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siate figli del Padre vostro celeste» (5, 44-45).
La mitezza è la condizione battesimale di colui che è figlio.
Lo stesso Paolo, in una situazione di litigio comunitario, faceva appello a tale principio: «È già per voi una sconfitta avere liti vicendevoli! Perché non subire piuttosto l’ingiustizia? Perché non lasciarvi piuttosto privare di ciò che vi appartiene?» (1 Cor 6, 7). Il cristiano può certamente possedere qualcosa e legittimamente difenderla. Sotto a questo principio di giustizia umana c’è però una giustizia più profonda e capace anche di cedere e di accettare l’ingiustizia, così che ne venga un bene maggiore.
Sono convinto che le conflittualità umane non saranno mai risolte se non ci si deciderà ad accogliere l’immagine di uomo nuovo presentata dal Discorso della montagna.
3. «Beati i misericordiosi», beato chi si occupa efficacemente degli altri, dimenticando se stesso. È una beatitudine più facile da comprendere. Molti giovani, anche non credenti, fanno del volontariato, donando il loro tempo agli altri.
La misericordia cristiana dona con gioia, perché parte dal Vangelo, da Gesù, dall’amore che Dio ha per noi. Così san Paolo, al termine del suo discorso a Mileto, afferma con parole incisive: «In tutte le maniere vi ho dimostrato che lavorando così si devono soccorrere i deboli, ricordandoci delle parole del Signore Gesù, che disse: « Vi è più gioia nel dare che nel ricevere! »» (At 20, 35). E in Rm 12, 8 ammonisce: «Chi fa opere di misericordia, le compia con gioia».
4. La quarta beatitudine che vorrei ricordare è: «Beati i pacifici, beati gli operatori di pace», beati coloro che, contrariamente a quanto spesso si fa, non seminano zizzania o calunnia. Beati coloro che portano pace nelle comunità, che aiutano a superare le litigiosità quotidiane e vivono per questo un’esistenza pacifica e senza affanni. t lo stile di vita cristiana, è il comando di Gesù: «Non affannatevi» (Mt 6, 2 5), ed è forse il comando che trasgrediamo di più. Siamo sempre affannati per noi, per gli altri, per il futuro, per la paura di quanto può succedere. Ma Gesù continua: «Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno» (v. 33). Qui risulta nuovamente il nostro essere figli.
Le giuste previsioni sono lecite, non però quell’affanno che divora l’esistenza, non permette di pregare, di rilassarsi, di trovare pace con se stessi e di portare pace agli altri.
5. Oltre le quattro beatitudini che ho ripreso, desidero evocare la bellissima esortazione che leggiamo nel capitolo 7 di Matteo: «Non giudicate per non essere giudicati; perché col giudizio con cui giudicate sarete giudicati, e con la misura con la quale misurate sarete misurati» (vv. 1-2). Molte volte passiamo il tempo a giudicare, a misurare, a tagliare i panni addosso agli altri, e ciò è segno di spirito non cristiano.
È davvero possibile?
Mi piace concludere tentando di rispondere a una domanda che sorge in noi, sempre un po’ scettici e impazienti: davvero avviene questa trasformazione? E quando? Qualcuno di noi potrebbe pensare: le pagine evangeliche sono bellissime, ma se guardo la mia comunità, se guardo me stesso, vedo tutti i difetti, vedo divisioni, contese, contrasti, litigi. Qualcun altro si chiederà: come mai tante guerre, tante violenze, tante stragi? Dove sta di casa la trasformazione cristiana se il mondo va cosi male e la mia esperienza mi fa sentire quasi sempre più la pesantezza della vita che non la gioia e la libertà battesimale?
Vi offro qualche risposta agli interrogativi dello scettico e dell’incredulo che è in noi.
- In primo luogo, la trasformazione battesimale avviene perché avviene: ci sono i santi, quindi avviene. Quando sono stato in Kosovo ho visitato i luoghi delle memorie infantili di Madre Teresa di Calcutta, era figlia di una buona famiglia di Skopje, una brava ragazza, ben educata, che frequentava scuole di alto livello, e amava cantare, recitare. Una ragazza come tante altre. E il Signore l’ha trasformata attraverso il servizio ai più poveri. La trasformazione battesimale, che c’era già in sostanza, è divenuta in lei matura, luminosa, sfolgorante.
- Per lo più tuttavia la trasformazione avviene lentamente e senza che ce ne accorgiamo. Dobbiamo accettare i tempi lunghi, progressivi.
E avviene di solito senza che l’interessato lo noti. Anzi l’interessato nota di più le sue debolezze, quasi crescessero, le sue fragilità, le sue paure, le sue vigliaccherie e le sue meschinità. Chi lo incontra si accorge invece che c’è in lui un crescendo di pace, di equilibrio, di umanità.
Più difficile – e concludo – è rispondere alla domanda: la trasformazione avviene anche a livello collettivo?
Certamente avviene nella Chiesa attraverso la moltiplicazione dei santi. Avviene pure nella società, nel mondo, nella storia che Cristo ha redento col suo sangue?
Non si può negare che nel Vangelo si trovano frasi un po’ enigmatiche e pessimistiche. Per esempio in Luca, alla fine della parabola della vedova importuna, Gesù pone una domanda a bruciapelo: «Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?» (1 8, 8). Dunque non è affatto detto che il mondo cresca per il meglio. Anzi varie pagine apocalittiche fanno pensare a un raffreddarsi della carità e a un moltiplicarsi dell’iniquità.
In ogni caso dobbiamo riconoscere che ci sono esempi di trasformazione molto chiari, e se facciamo attenzione li vediamo. Penso a com’erano considerati cinquant’anni fa gli handicappati, sempre chiusi in casa perché le famiglie se ne vergognavano. Oggi l’handicappato è entrato nella vita pubblica, nella scuola, ha un peso nella legislazione. t, un grandissimo progresso, è un segno dell’opera dello Spirito Santo.
Per quanto riguarda il tema della pace e della guerra, sappiamo benché l’Europa è vissuta per secoli tra guerre nazionalistiche. Dopo l’ultima guerra mondiale, si sono compiuti passi straordinari verso l’unificazione. La coscienza è molto mutata, sia nella Chiesa sia nella società. E, pur essendoci gravi ambiguità nei fenomeni pacifisti, l’Europa è un esempio di convivenza e mutua accettazione, indicata anche dalla rinuncia a battere moneta propria, che era prerogativa assoluta di ogni Stato.
Indubbiamente lo Spirito Santo è all’opera dietro questi fatti; l’importante è intuire le linee secondo cui lavora, che sono le linee del Discorso della montagna.
Se leggiamo gli eventi con la mente e con il cuore trasfigurati dalla grazia del battesimo, possiamo riconoscere la trasformazione personale e quella collettiva – con tanti vai e vieni, con sconfitte e resistenze -; la possiamo riconoscere in atto nella storia e ringraziarne Dio.

4. L’AMORE E “LE PICCOLE COSE”

http://www.iviandantidellamore.net/Estate%202010%20(plico)/Lamore%20e%20le%20piccole%20cose.htm

4. L’AMORE E “LE PICCOLE COSE”

La vita interiore è fatta di tanti piccoli atti di amore, di corrispondenza e di delicatezza verso il Signore. Durante la nostra vita non avremo spesso da offrirgli cose grandi, però ogni giorno lo incontreremo nei piccoli fatti nei quali, con la nostra fedeltà, possiamo riconquistarci il suo amore. A volte sarà saper ascoltare, altre, passar sopra alle proprie preoccupazioni per prestare attenzione a quelli che ci stanno accanto, non arrabbiarci per cose non importanti, non essere suscettibili, essere cordiali, pregare per una persona che ha bisogno, non criticare nessuno, saper ringraziare : cose che sono alla portata di tutti… e così succede in tutte le virtù. Per essere fedeli nelle cose ordinarie bisogna amare Dio, e, a sua volta, l’amore a Dio si manifesta nelle minuzie della giornata. Quando ci si avvia sulla strada della tiepidezza, si comincia a dar poco peso ai dettagli nella vita di pietà, nel lavoro, nelle virtù, e si finisce per trascurare anche le cose importanti. Si trascura la puntualità stabilita nella Confessione, si arriva quasi sempre in ritardo alla Santa Messa, si diventa disordinati, per mancanza di mortificazione, con gli strumenti di lavoro o personali. La fedeltà di tutta una vita, la santità, è la fedeltà alle cose piccole, e del sapere ricominciare da capo quando per la nostra fragilità perdiamo il giusto cammino. Il Signore stesso, pochi giorni prima della Passione, ci indicò, in un modo singolare, il valore che le piccole cose hanno al cospetto di Dio, e attraverso le piccole cose possiamo catturare la sguardo di Cristo commosso dall’amore che vi mettiamo. Ciascuno può pensare alle molteplici opportunità della giornata per far diventare prezioso il giorno più grigio. Gesù gradisce sempre quello che gli presentiamo: tutto può acquistare un valore nuovo. La differenza tra una genuflessione fatta bene o fatta male è poca cosa, ma è molto agli occhi di Dio: la prima è un atto di adorazione, una dimostrazione di fede, l’altra uno sgorbio ridicolo. E’ nelle sfumature che si distingue una risposta data in tono corretto, da figlio di Dio, dalla stessa risposta data sgarbatamente, senza attenzione alla persona con cui si parla. In questi dettagli, infatti, si manifesta la virtù della carità. E’ bene curare la periodicità che ci siamo fissati per la Confessione, la puntualità alla santa Messa, la buona preparazione alla Confessione, l’osservanza rigorosa del digiuno previsto dalle norme liturgiche, e dopo dedicare alcuni minuti per il ringraziamento. Il cristiano di vera fede deve avere molta cura di tutto ciò che direttamente si riferisce a Dio. Che cosa direbbe se arrivasse un ospite a casa nostra e la trovasse in disordine? Lo stato di questa casa, può essere paragonato a quello di un’anima che trascura le attenzioni verso il Signore. Che succederebbe se, in tali condizioni, lo invitassimo nella nostra casa, nella nostra anima? Perché Gesù viene di persona nella santa Comunione, con il suo Corpo, con il suo Sangue, con la sua Anima e la sua Divinità. Gesù ci potrebbe dire: mi hai trattato senza i dovuti riguardi. Per preparare bene la santa Comunione è necessario avere disposizioni interiori di fede, di umiltà, di amore, il desiderio della Confessione frequente, e anche le dovute disposizioni esteriori: il digiuno prescritto, il modo di vestire, il raccoglimento. Il Signore sempre ci aspetta con tenerezza dopo la Messa e la Comunione. “L’amore per Cristo, che si offre per noi, ci fa trovare, al termine della Messa, alcuni minuti per un ringraziamento personale. Senza fretta, perché nulla è più importante di questi minuti da trascorrere con il Signore, conservando gelosamente l’Eucarestia appena ricevuta. Nei nostri Tabernacoli c’è Gesù vivo, ma tanto indifeso come sulla croce. Ci si dona perché il nostro amore lo custodisca e lo curi come meglio è possibile, senza badare al denaro, al tempo, alla fatica. Nella cura delle piccole cose, come avviene nell’amore umano, si manifesta il nostro amore a Dio; il fatto di trascurarle rivela invece negligenza, tiepidezza: disamore.

Publié dans:MEDITAZIONI |on 25 août, 2015 |Pas de commentaires »

LA VITA CRISTIANA COME VITA BUONA, BELLA E BEATA – DI ENZO BIANCHI

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LA VITA CRISTIANA COME VITA BUONA, BELLA E BEATA – DI ENZO BIANCHI

«C’è un uomo che desidera la vita
e brama giorni per gustare il bene?» (Sal 34,13).

Esprimendo questa domanda, il Salmo ipotizza un progetto di vita buona, bella e felice, perché secondo l’autore c’è un ethos, c’è un comportamento che può rendere il vivere umano vita autentica, vita segnata dal bene…

INTRODUZIONE

In un Salmo si legge questa domanda:
«C’è un uomo che desidera la vita
e brama giorni per gustare il bene?» (Sal 34,13).

Esprimendo questa domanda, il Salmo ipotizza un progetto di vita buona, bella e felice, perché secondo l’autore c’è un ethos, c’è un comportamento che può rendere il vivere umano vita autentica, vita segnata dal bene. Ma questa domanda è in verità un’istanza presente in ogni uomo, perché ogni uomo desidera la vita, è alla ricerca di un modo di vivere la propria esistenza quotidiana che «salvi la vita». L’uomo vuole vivere, vivere il più possibile, e ciascuno porta in sé una visione ideale di ciò che vorrebbe essere: riuscire, per un uomo, è tentare di vivere la felicità, di «gustare il bene» in sé e attorno a sé.
La filosofia antica e recente ha sempre riconosciuto che la felicità è la motivazione ultima dell’agire umano, e le scienze umane lo confermano. Agostino d’Ippona ha potuto scrivere: «Noi tutti bramiamo vivere felici, e tra gli uomini non c’è nessuno che neghi l’assenso a questa affermazione, anche prima che venga spiegata in tutta la sua portata». Freud, dal canto suo, nell’opera Il malessere della civiltà si chiede: «Quali sono i progetti e gli obiettivi vitali rivelati dal comportamento degli uomini?»; e risponde: «Si è certi di non sbagliare: essi aspirano alla felicità; gli uomini vogliono essere e rimanere felici!».
È allora altamente significativo ricordare che la paternità della domanda del salmista va forse ritrovata in un’iscrizione egiziana del XIV secolo a.C. presente a El-Amarna nella tomba del faraone Ai, il successore di Tut-ank-amon. L’iscrizione dice: «C’è un uomo amante della vita e desideroso di una vita felice?».
Sì, la domanda appartiene a ogni uomo, è specifica dell’umanità! Ed è una domanda che si colloca nella ricerca di senso, una ricerca che la modernità non solo non ha evacuato, ma al contrario ha fornito di un’acutezza nuova: per vivere l’uomo non può fare a meno del senso, cioè di un significato e di un orientamento, di riferimenti e di una finalità; ma non può neppure fare a meno dell’estetica, essa pure dimensione essenziale nella ricerca di senso!
Non c’è cammino degno di questo nome senza queste tre domande: perché andare? dove andare? come andare? E oggi, se non vogliamo accelerare i nostri passi verso la barbarie, soprattutto all’interno della polis, della comunità umana, appare sempre più urgente la riscoperta di una «sapienza» che accompagni l’espansione quantitativa e produttiva nel nostro occidente, e che soprattutto accompagni le nostre società in questo periodo di disincanto.
Di fronte a questa problematica, a queste domande, il cristianesimo che si vuole nato da una «buona notizia» (questo significa letteralmente «vangelo», dal greco euanghélion) che cosa ha da dire? Ha ancora una bella notizia?

UN’ARTE DEL VIVERE CHE È SALVEZZA
Secondo l’Antico Testamento, davanti a ogni uomo e davanti all’umanità stanno la vita e il bene, la morte e il male (cfr Dt 30,15 ss.): l’uomo è posto dinanzi a una scelta decisiva tra bene e male, tra felicità e rovina, tra bellezza e devastazione. La vita è sempre associata al bene, cioè a tutto quello che rende un’esistenza umana bella e felice, e proprio per questo la condizione in cui la vita è vera, autentica e in pienezza, degna di essere vissuta dall’uomo, è lo shalom, la pace piena.
Dio ha voluto e creato l’uomo perché viva una vita terrena nella bontà e nella felicità, e il compito assegnato all’adam, al «terrestre», è tendere alla comunicazione, alla relazione, alla comunione, per conoscere il bene e la felicità. Per questo appare sovente nelle Scritture il grido: Beato! Beati! per indicare la condizione di chi vive secondo la volontà del Signore, di chi fugge il male e opera il bene, di chi opera la pace e la giustizia (si pensi anche solo al Salmo 1)…
Il Nuovo Testamento vede inverata e realizzata questa beatitudine nella vita cristiana, cioè nell’esistenza umana vissuta come Gesù Cristo stesso l’ha vissuta. Una vita umana fragile e povera, compresa tra la nascita e la morte, ma conformata a quella di Gesù fino a riprodurne le caratteristiche e ad assumerne la destinazione. Questo perché secondo la fede cristiana Gesù Cristo è l’Uomo per eccellenza, mandato da Dio per mostrare agli uomini come è da vivere l’esistenza umana. Il Figlio di Dio è venuto tra di noi «per insegnarci a vivere in questo mondo», ci ricorda l’apostolo Paolo (cfr Tt 2,11-12).
Ma fin dall’«in principio» della creazione, e questa è una lettura specificamente cristiana, Dio ha pensato e voluto l’uomo secondo l’immagine – e quindi sul modello – del Figlio suo Gesù Cristo (cfr Col 1,16-17), sicché il vero Adamo, il «primogenito di ogni creatura» (Col 1,15), per mezzo del quale e in vista del quale tutte le cose sono state create, è il Figlio di Dio, al quale deve riferirsi l’Adamo tratto dalla terra. In forza di questa somiglianza profonda, l’Adamo tratto dalla terra, l’uomo, è dunque fin dalla creazione dotato coerentemente di quanto è necessario per vivere come Gesù Cristo ha vissuto. In altri termini, ha la possibilità di «riuscire la sua vita»; in altri termini ancora, ha la possibilità di vedere salvata la sua vita.
Il Nuovo Testamento svela che la salvezza inizia e si innesta come arte del vivere qui sulla terra, perché la vita di Gesù nei giorni della sua esistenza terrena è stata una vita «salvata» dalla forma stessa del suo vivere. C’è stata in Gesù una «pratica di umanità» conforme alla volontà di Dio, e questa pratica racconta la salvezza, il progetto di Dio di salvare tutta l’umanità e la storia.
La realizzazione della salvezza va dunque pensata anche come pratica di umanità, come umanizzazione autentica, e questo è possibile condividendo la vita di Gesù di Nazaret. Non c’è contraddizione tra il vivere la vita di Gesù e l’umanizzarsi, tra il condurre un’esistenza cristiana e il riuscire la propria vita, perché questa è l’esistenza dei figli e delle figlie di Dio.

LA VITA DI GESÙ: VITA BUONA, BELLA, BEATA
«PERCHÉ DIO SI È FATTO UOMO?»
Cur Deus homo? La domanda sul perché Dio si è fatto uomo, domanda che è risuonata ininterrottamente lungo i secoli della fede cristiana, ha ricevuto sostanzialmente un’unica risposta, seppure in due forme distinte e non contraddittorie, in oriente e in occidente. Nella tradizione cristiana orientale si è imposta l’espressione di Atanasio: «Dio si è fatto uomo perché l’uomo diventi Dio», conosca cioè il cammino della théosis, della divinizzazione; mentre in occidente si è di più insistito sull’azione di salvezza operata da Dio in Gesù: «Dio si è fatto uomo per salvare l’uomo». Ma se si approfondiscono le due risposte, io sono convinto — e spero che nessuno si scandalizzi — che la risposta può anche essere formulata così: «Dio si è fatto uomo perché l’uomo diventi veramente uomo!».
Sì, Dio si è fatto uomo in Gesù di Nazaret per mostrarci l’uomo autentico, l’uomo veramente sua immagine e sua somiglianza, e così insegnarci a vivere in pienezza, fino a conoscere, oso dire, non solo giorni pieni di gioia, ma conoscere addirittura la gloria. D’altronde è proprio questa la comprensione dell’incarnazione che ci viene presentata soprattutto dal quarto vangelo: «Si è fatto carne, ha abitato tra di noi, ha mostrato la sua gloria…» (cfr Gv 1,14).
Nel III secolo, quando ormai il cristianesimo è fortemente consapevole della propria specificità, Ippolito di Roma così si esprime: «Noi sappiamo che il Verbo si è fatto uomo della stessa nostra pasta (uomo come noi siamo uomini!): perché, se non fosse così, invano ci avrebbe domandato di imitarlo. Se l’uomo Gesù fosse stato di un’altra sostanza, come avrebbe potuto chiederci, a noi deboli per natura, di comportarci come lui si è comportato?».
La fede cristiana proclama dunque che Dio si è fatto umano, che Dio si è reso leggibile nella vita di un uomo, e che solo in un’esistenza pienamente umana Dio si è espresso in pienezza: l’uomo Gesù è per i cristiani «l’immagine del Dio invisibile» (Col 1,15), è colui che ha raccontato Dio (exeghésato: Gv 1,18), è Figlio di Dio, ma nello stesso tempo figlio dell’uomo, l’Uomo: Ecce homo! (Gv 19,5).
Gesù si è presentato, secondo la testimonianza dei vangeli, come un uomo fino all’estremo, cioè un uomo fino alla fine, fino alla morte violenta e ingiusta, ma una morte «meritata» proprio dalla forma della sua esistenza umana, in cui le sue parole erano carne e sangue, il suo comportamento la negazione dell’autosufficienza e della pretesa di vivere per se stesso senza l’altro, le sue scelte un rifiuto della violenza e una vicinanza ai deboli, ai poveri, agli ultimi, alle vittime della storia, la sua difesa e la sua resistenza un restare fino alla fine un uomo di comunione, un uomo capace di amare.
Purtroppo i cristiani l’hanno dimenticato da tempo: Gesù non si è manifestato come un Dio venuto con potenza e gloria tra gli uomini, né così è stato creduto; è accaduto invece che alcuni uomini e alcune donne, coinvolti nella sua vita, diventati suoi discepoli, hanno saputo vedere nella sua esistenza, nella sua umanità, dei tratti divini, e per questo lo hanno chiamato Kyrios, Signore.
Guai a quei cristiani che «deificano» Gesù e lo chiamano Dio senza aver prima conosciuto la sua umanità, la forma della sua esistenza spesa e donata agli altri! È questa forma di vita che è vangelo, buona notizia, e se non la si conosce, quando si proclama che Gesù è Dio, non si fa certo una confessione di fede cristiana: si fa un’operazione religiosa in cui si snatura Gesù Cristo…
È altamente significativo ed eloquente che quegli stessi discepoli, dopo la sua morte ignominiosa in croce, lo abbiano riconosciuto vivente non nei tratti del suo corpo, ma nei tratti della sua esistenza per gli altri, della sua relazionalità: nella forma con cui chiamava per nome (cfr Gv 20,16), con cui parlava e offriva del pane da mangiare (cfr Lc 24,30.32), nei segni (le sole e autentiche reliquie cristiane!) della sua vita che ha subìto violenza fino alla crocifissione (cfr Gv 20,20.27). Proprio perché lo hanno visto vivere e morire in quel modo, essi hanno potuto credere alla forza dell’amore più forte della morte, hanno potuto aderire a un uomo che con la sua vita ha veramente raccontato Dio. L’esistenza di Gesù di Nazaret, un’esistenza nella libertà e vissuta per amore, è parsa a quegli uomini e a quelle donne la stessa vita di Dio. Sì, quella vita è l’epifania di Dio per gli uomini, ed è al tempo stesso l’epifania dell’uomo per tutta l’umanità!
Dice il quarto vangelo nel prologo: «In lui era la vita e quella vita era luce per gli uomini» (Gv 1,4), cioè Gesù è stato un vero vivente e come tale può insegnare a vivere. Questo è avvenuto per chi gli è vissuto accanto, ma avviene ancora oggi per quanti conoscendo Gesù attraverso il vangelo si sentono attratti e ispirati a conformarsi a lui attraverso la sequela.

LA VITA DI GESÙ BUONA

La prima qualità che connota la vita di Gesù è certamente la bontà. Il teologo luterano Dietrich Bonhoeffer, con felice espressione, definiva Gesù l’uomo per gli altri: la sua esistenza è stata una pro-esistenza, una vita segnata dal dono di sé, dal servizio ai fratelli, una vita sempre tesa alla comunione. Ma già nel più antico dei vangeli, quello di Marco, è affermata la bontà della vita di Gesù: «Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi, fa parlare i muti» (Mc 7,37); e Pietro nella sua predicazione, sintetizzando la vita di Gesù di Nazaret, dice: «Egli passò operando il bene, guarendo, liberando» (cfr At 10,38). Proprio per questa sua bontà Gesù fu chiamato: «Maestro buono» (Mc 10,17).
Tutta la tradizione cristiana ha sempre compreso questa bontà, e lo mostra in particolare il fatto che l’esemplarità proposta e insegnata sia incentrata soprattutto sulla caritas, sull’agape, sull’amore di Gesù per i fratelli, specialmente i piccoli e gli ultimi. Smettere di conoscere se stessi nel senso di smettere ogni autosufficienza, lavare i piedi al fratello ponendosi nella condizione del servizio, riconoscere l’alterità di chi è prossimo fino ad amarlo con intelligenza, spingere i sentimenti di accoglienza e di amore verso l’estraneo e addirittura verso il nemico, e comunque sempre vivere l’amore e la carità sotto il segno della gratuità: questa è la vita cristiana nel senso di vita principiata da Cristo, vita secondo la volontà di Dio. Una vita che non contraddice la migliore realizzazione di se stessi, perché darsi interamente «per l’altro» non contraddice l’essere per sé!
Un cristiano, proprio perché discepolo di Cristo, sull’esempio di Gesù è chiamato a fare della propria vita una pro-esistenza, cioè un’esistenza tesa a far vivere gli altri che gli stanno intorno. Questo è l’itinerario: amare l’altro che ci è prossimo, che ci è accanto; amare quelli che incontriamo, e tra di loro soprattutto gli ultimi, i feriti dalla vita; esercitarci ad amare tutti gli uomini, anche i nemici. Solo questa pratica di una vita umana buona ci permette di conoscere qualcosa del mistero di Dio (e me lo si permetta: questo vale per cristiani e non cristiani, credenti e non credenti!). Senza questa pratica umanissima, quotidiana, di amore dell’altro, Dio è solo un’illusione immaginaria. D’altronde Gesù, prima di morire, ha voluto consegnare ai suoi un mandatum, e ha dato loro il comandamento nuovo, nuovo perché non ce ne sono altri per Gesù: «Amatevi gli uni gli altri, come io vi ho amati» (Gv 13,34; 15,12). L’amore e la giustizia verso il prossimo come li ha vissuti Gesù sono amore per Dio e sostituiscono tutti i precetti della legge!
Certo, questa bontà della vita di Gesù, e dunque del suo discepolo, non è esente dalla sofferenza, dall’inimicizia, dal tradimento, dalla violenza e dalla morte. E non è esente neppure dall’ignominia e dal rifiuto, non solo da parte degli empi e dei potenti, ma anche della «gente», magari della maggioranza… Ma, come ci narra il quarto vangelo, questa «passione» non è una minaccia alla vita buona, anzi è un’occasione per rivelarsi tale: è occasione di gloria! Gloria dell’amore, gloria dello spendere la vita per gli altri. Purtroppo, accanto a questa comprensione della bontà della vita cristiana, si sono addensati e anche sovrapposti cliché devozionali e morali e soprattutto, nell’immaginario comune, la croce: la croce compresa e diventata esemplare in modo sviante, la croce come una finzione che in profondità misconosce proprio il Crocifisso e il significato della sua morte.
In verità la croce è l’esito di una vita vissuta sotto il segno dell’amore, è l’esito del racconto che Gesù ha fatto di Dio, perché ciò che ha portato Gesù alla condanna e alla morte è stata la sua interpretazione di Dio e della religione, e di conseguenza la sua interpretazione del potere politico nella storia. Lì è nato il conflitto, su questi temi la sua condanna. Va detto con forza: non è la croce che ha dato gloria al Crocifisso, ma è Gesù che ha saputo dar senso perfino a un simbolo infamante e orrendo come la croce!

LA VITA DI GESÙ BELLA E BEATA

Certamente gli scritti evangelici, non avendo voluto consegnarci una biografia di Gesù, né trasmetterci un suo ritratto psicologico, restano sobri nel narrare come Gesù ha vissuto, e tuttavia, come annota il teologo Giuseppe Colombo, ciò non giustifica «la scarsità o addirittura l’assenza di una letteratura sull’esistenza bella e felice di Gesù». La stessa ricerca esegetica cristologica, che pure ha utilizzato ampiamente la categoria del messianismo e del profetismo per leggere la vita di Gesù, non ha saputo dare spazio sufficiente alla sua dimensione umana, alla sua arte di vivere. Così, anche per il prevalere dell’ideologia della croce, è stata prodotta l’immagine di una vita cristiana che per essere autentica dev’essere contrassegnata dalla militanza, dall’impegno e dal sacrificio, ritenuti incompatibili con una visione di bellezza e di felicità.
In verità i vangeli, pur nella loro sobrietà, ci testimoniano una serie di tratti della vita di Gesù che mostrano la sua umanità semplice, fragile, umanissima, ma anche sapiente, ricca, capace di amicizia con la vita e con le cose della vita, capace soprattutto di bellezza. Nella sua lotta contro ciò che è contro l’uomo, contro ciò che è inumano, nella lotta dell’amore, c’è stato spazio per una vita anche bella, non solo buona.
Sì, la vita di Gesù è stata anche un’esistenza umanamente bella! È stata la vita di un uomo povero, ma sempre una vita dignitosa, mai toccata dalle bruttezze se non da quelle che gli altri gli buttavano addosso, una vita seriamente e responsabilmente vissuta, ma con sapienza e con la capacità di cogliere e di fruire di ciò che è evento di bellezza. Gesù non ha vissuto da isolato, ma ha conosciuto la gioia del vivere insieme (una decina di uomini e alcune donne che sono stati pienamente coinvolti nella sua vita), ha conosciuto la gioia dell’amicizia e dell’esperienza affettiva con Marta, Maria e Lazzaro, con il discepolo diletto, con Pietro, Giacomo e Giovanni, persone con le quali sostava vivendo l’avventura di chi conosce cosa significa «amare ed essere amato». Come dimenticare che addirittura alla vigilia della sua condanna, quando ormai il cerchio si chiudeva intorno a lui, ha sentito il bisogno di fermarsi tra i suoi amici per gustare quell’amore umano che tanta gioia gli procurava?
E come non cogliere l’eco della bellezza della sua vita, della sua capacità di gratuità e di contemplazione, del tempo passato a pensare e a considerare, in quelle sue creazioni sapienziali e letterarie che sono le parabole o i suoi aforismi? Non è racconto di bellezza come Gesù parla del fico che annuncia l’estate con le sue gemme tenere, come ci parla della chioccia che raduna i suoi pulcini, dei gigli dei campi tessuti più splendidamente dei vestiti di Salomone, delle donne che impastano la farina e il lievito, degli uccelli del cielo nutriti dal Padre?
Per creare queste immagini, perché avvengano eventi di bellezza occorre una vita bella, una vita capace di cogliere sinfonicamente la propria esistenza assieme a quella degli altri e delle altre creature. E poi quella sua arte nell’incontrare a tavola… Quanti banchetti e quanti incontri di comunione a tavola, fino a farsi chiamare «mangione e beone, amico di peccatori manifesti e di prostitute» (cfr. Mt 11,19; Lc 7,34). E che atteggiamento verso i peccatori: non moralistico, ma sempre teso a risvegliare in loro la novità di vita, la consapevolezza della capacità di amore che c’è nell’uomo, l’estetica dei gesti dell’amore.
Anche la sua libertà, che tanto scandalizza gli uomini maestri in religione, è una forma di amore verso il prossimo e al tempo stesso una forma di bellezza, perché sempre sinfonica alla communitas, alla dignità di ogni uomo e di ogni donna. Mi sia concessa questa annotazione: sovente mi sembra che la vita di Gesù sia stata molto più bella di quella di tanti che sono impegnati nella sua imitazione, di tanti seguaci che restano militanti e non diventano discepoli…
E infine non va dimenticato: questa vita di Gesù buona e bella è anche vita felice, beata. Certo, non in senso mondano e banale, ma felice nel senso vero, profondo, perché la felicità è la risposta alla ricerca di senso, come dicevo all’inizio. Gesù ha vissuto una vita felice perché la sua vita possedeva un senso, anzi il senso del senso. Solo chi conosce una ragione per cui vale la pena di dare la vita, di perdere la vita, conosce anche una ragione per cui vale la pena di vivere. E Gesù questa ragione la possedeva: più volte infatti ha affermato di vivere al servizio degli altri, quotidianamente e con semplicità, gratuitamente e liberamente, e ha saputo leggere la violenza che si scaricava su di lui, fino alla morte violenta, come una necessità per chi vive per la verità, la giustizia e la comunione tra gli uomini.
Gesù ha conosciuto la beatitudine del povero, dell’affamato di giustizia, del mite e umile di cuore, del facitore di pace, perché ha trovato senso in queste condizioni umane. Sì, Gesù sapeva rispondere alla domanda: cosa posso sperare? E rispondeva con la certezza che l’amore è più forte della morte, dell’odio, dell’inferno!
Non Pilato è stato un uomo felice, non Erode, pur con tutto il loro potere e la loro voracità. Gesù invece, pur andando verso una morte ignominiosa, e proprio perché vi andava nella libertà (senza essere schiacciato dal destino o da una volontà divina superiore) e per amore dell’altro, conosceva la vera felicità di chi ha un’esistenza che è un’arte di vivere segnata da bontà, bellezza, beatitudine.

CONCLUSIONE
Questa dovrebbe essere la vita cristiana, a immagine di quella vissuta da Gesù: vita liberata dagli idoli alienanti, ma liberata anche dalle comprensioni svianti della religione, vita che porta il segno della speranza e della bellezza. Hanno sempre ripetuto i grandi maestri della spiritualità cristiana: «O il cristianesimo è filocalia, amore della bellezza, via pulchritudinis, via della bellezza, o non è»! E se noi sapremo coniugare nella nostra vita bontà, bellezza e beatitudine, allora potremo trasmettere la fede alle nuove generazioni.
Tutto l’itinerario percorso trova la sua sintesi in una domanda semplicissima ma essenziale, che ogni cristiano dovrebbe avere il coraggio di porsi ogni giorno: sono capace di amare e di accettare di essere amato? La risposta affermativa a questo duplice interrogativo è infatti l’unica reale condizione per vivere il comandamento nuovo lasciatoci da Gesù: è la condizione in cui la nostra vita è buona, perché segnata dall’amore; è bella, in quanto piena di senso; è beata, perché ci fa pregustare qualcosa della vita eterna, ci fa sperare in una continuità oltre la morte di quello che abbiamo in parte già conosciuto qui sulla terra, alla sequela di Cristo.
(L’autore) Enzo Bianchi, scritti vari – autore: Enzo Bianchi

LA RICERCA DELLA FELICITÀ È RICERCA DI DIO (anche Paolo)

http://www.umanesimocristiano.org/it/details-articles/la-ricerca-della-felicit%C3%A0–%C3%A8-ricerca-di-dio/25795926/

LA RICERCA DELLA FELICITÀ È RICERCA DI DIO (anche Paolo)

Il cuore umano tende a un a felicità piena e illimitata e l’essere umano lavora e si sforza per conseguire questa meta della sua esistenza.
Da sempre la vita di ogni uomo è caratterizzata da questo prioritario desiderio, che è desiderio a ogni uomo: l’aspirazione alla felicità
Tuttavia, anche quando tende verso gli obiettivi che si propone nella vita non riesce a trovare questa totale pienezza. L’uomo sperimenta la finitezza di tutto quello che consegue e, per questo motivo, una perenne insoddisfazione
L’immagine più forte che Dante da nella Divina Commedia è proprio quella di un uomo in cammino nel viaggio della vita alla ricerca di se stesso e della propria felicità.
Eppure, a guardarsi attorno, sembra di assistere a un paradosso universale: da una parte l’uomo cerca la felicità e da un’altra la evita, perché non appena si accorge che è felice si rende conto che non ha più niente da fare e allora si creerà una nuova infelicità per ricominciare la ricerca della felicità.
E’ il paradosso che io chiamo della “nostalgia del compiuto”!
Blaise Pascal scrisse che l’uomo supera infinitamente l’uomo. In altre parole vive e cerca di raggiungere la felicità relativa che è possibile in questo mondo grazie anche al senso che egli è capace di dare alla sua esistenza.
La persona umana ha bisogno di ragioni per vivere, per soffrire, per integrarsi, per dare il meglio di sé al servizio degli altri … La felicità sgorga come conseguenza di aver dato il meglio di se stessi a servizio di una nobile causa.
Questa esperienza non è, evidentemente, nuova; è antica come antica è la stessa vita; ne danno testimonianza gli spiriti più nobili che sono passati per questo mondo. Sant’Agostino ad esempio: uno dei pensatori che hanno maggiormente influenzato la storia della Chiesa e dell’umanità. Il suo percorso vitale può davvero essere considerato un paradigma umano alla ricerca della felicità.
Agostino, soprattutto nel libro de le Confessioni, parla della ricerca della felicità. Visse un intenso itinerario spirituale, affettivo e professionale; da questo punto di vista oggi lo potremmo chiamare un trionfatore. Questo trionfo giunge al suo apogeo quando ottiene la cattedra di retorica a Milano e gli viene affidato l’incarico di rivolgere il panegirico all’Imperatore.
Tuttavia, racconta egli stesso, avviandosi verso il palazzo dell’imperatore, provo invidia per l’allegria di un ubriaco.
Soffermandosi, disse agli amici che lo accompagnavano che provava invidia perché vedeva in quell’uomo una allegria che egli non aveva mai provato.
Tuttavia, S. Agostino nella sua vita non si fermò mai; non cadde nel conformismo, ma continuò a cercare la risposta ai suoi interrogativi. La convinzione del fatto che la verità esiste e che l’uomo la deve ricercare lo sostenne nel suo proposito e fu confortato dalla conoscenza dei filosofi neoplatonici e soprattutto dall’incontro e dalla frequentazione con il vescovo di Milano, Sant’Ambrogio che fu il suo maestro e la sua guida spirituale fino ad avviarlo alla confessione del Dio cristiano, spirituale e creatore del mondo. Nella notte di Pasqua del 387 dopo Cristo, a Milano, il vescovo Ambrogio battezza Aurelio Agostino, l’intellettuale originario di Tagaste, che diventerà vescovo di Ippona e che influenzerà la cultura europea con il suo pensiero.
Nelle lettere di S. Paolo, Agostino trovò le chiavi per comprendere la scissione morale dell’uomo a causa del peccato, curabile solo da Cristo, il Dio fatto uomo per amore.
In questo modo Agostino percepì che la fede cristiana era capace di dare risposte a tutte le sue inquietudini, teoriche e pratiche e si abbandonò alla fede con la stessa passione con la quale aveva percorso già un lungo tratto della sua esistenza alla ricerca appassionata della felicità.
Potremmo trovare molti parallelismi tra l’epoca e la storia personale di Sant’Agostino – quando si andava sgretolando il potere dell’impero romano – e la nostra storia. Potremmo rinvenire molte somiglianze tra gli aneliti del suo cuore e i desideri dell’uomo d’oggi e di ognuno di noi. Potremmo confrontare e paragonare la sua ricerca di felicità con la nostra.
Nel suo tempo come nel nostro, non mancano coloro che disprezzano la ricerca della verità, distratti dal canto struggente di sirene che promettono felicità, ma che non possono mantenere tale promessa.
Agostino, nel cammino di ricerca della felicità, trovò l’orientamento e individuò la mèta nelle parole pregne di fede che egli ci ha tramandato: “Ci hai fatti per te, Signore; perciò il nostro cuore è inquieto finché non riposerà in te”.
E il suo cuore si riempì di quella gioia inesauribile che Agostino cantò e ora affida e consegna a noi perché anche la nostra gioia sia piena: “O eterna verità e vera carità e cara eternità! Tu sei il mio Dio, a te sospiro giorno e notte. Appena ti conobbi, tremai di amore e di terrore. Tardi ti ho amato, bellezza tanto antica e tanto nuova, tardi ti ho amato. Ed ecco che tu stavi dentro di me e io ero fuori e là ti cercavo. E io, brutto, mi avventavo sulle cose belle da te create. Eri con me ed io non ero con te. Mi hai chiamato ed ora io anelo a te!”
A quanto pare Dio c’entra proprio con la felicità dell’uomo. Egli ce ne traccia il sentiero, ce ne indica la direzione, e poi, mette degli argini a tutto ciò che può compromettere la ricerca della vera felicità.
Attenzione: noi dobbiamo essere avveduti e fidarci di Dio; se vediamo unicamente gli argini e li consideriamo più come barriere che come custodie, saremo come quegli uomini stolti ai quali viene indicata la luna, ma il cui sguardo resta bloccato a fissare il dito.
Purtroppo viviamo nell’epoca dell’emo/crazia, nella quale domina l’emozione e il sentimentalismo; il benessere può stordire per un po’, ma non ce la fa a riempire le voragini dell’animo umano. Inoltre la ricerca compulsiva della felicità porta solo a girare a vuoto su se stessi.

Fidiamoci di Dio; a Lui sta a cuore la nostra felicità.
La ricerca della felicità è ricerca di Dio.

Publié dans:anche Paolo, MEDITAZIONI |on 3 août, 2015 |Pas de commentaires »
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