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ANDARE « CONTROCORRENTE », LA SFIDA DEL NOSTRO TEMPO

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ANDARE « CONTROCORRENTE »,  LA SFIDA DEL NOSTRO TEMPO

Aiutiamo i giovani a non lasciarsi « ingabbiare » dalle mode correnti e dai piaceri « effimeri ».

Gennaro Matino (« Avvenire », 15/7/’08)

«Non conformatevi alla mentalità di questo secolo». Paolo di Tarso sapeva provocare il mondo del suo tempo e la sua parola, forte del Vangelo che aveva ricevuto, non concedeva « sconti » alla verità. In difesa della giustizia e della dignità della persona umana, invitava i cristiani a prendere atto della « metamorfosi » operata dallo Spirito per guardare oltre gli orizzonti limitati e frustranti del mondo materiale. L’umanità, finalmente liberata dalla morte e da ogni morte dall’evento « Cristo », è chiamata ad andare più in là di una realtà esistenziale legata alla terra. È infatti la speranza in « cieli nuovi » che libera l’uomo da una mentalità « edonistica », in cui il bene individuale pare costituire il bene più alto e il fondamento della vita morale.«Non conformatevi alla mentalità di questo secolo» è, quindi, una provocazione quanto mai attuale e nell’anno dedicato all’ »Apostolo delle Genti » risuona come un grido di senso nel silenzio di significati dei nostri giorni. Se la mentalità del nostro secolo sembra essere strutturata sulla ricerca del piacere fine a se stesso, allora la speranza di rinnovare l’uomo dal di dentro passa attraverso il coraggioso « monito » di Paolo, «trasformatevi rinnovando la vostra mente». Mai come oggi, la mentalità di questo mondo ha fondato su valori « effimeri » e sull’egoismo i canoni interpretativi della vita, provocando danni tali che è necessaria più di un’impresa eroica per poterli superare. Per trasformare la mentalità di questo secolo bisogna intraprendere una via « tortuosa »: annunciare una proposta che sappia coniugare la felicità individuale con la giustizia universale, il bene del singolo con quello collettivo, la generosità con la soddisfazione personale, per liberare soprattutto i più giovani da una mentalità che tutto sacrifica alla ragione economica. Svuotati della loro coscienza, « ingabbiati » nella cultura del benessere, o « annebbiati » dalle droghe e dagli « sballi » del sabato sera, i giovani, più degli altri, sono vittime ignare di una mentalità che li vuole tutti uguali. Eppure proprio nei giovani ho sempre trovato terreno fertile per trasformare la mentalità del secolo. Insegno da quando io ero giovane e nel corso degli anni molti ragazzi mi hanno scritto confidandomi le loro paure e i loro sogni. Un denominatore comune è sempre emerso dalle loro lettere: la solitudine di chi non vuole lasciarsi « omologare » dagli « standard » imposti dal mercato; il disagio interiore di chi prova ad essere se stesso, anziché fare ciò che gli altri vogliono che faccia; il sogno di chi vuol costruire il mondo sul dialogo e non sulla violenza; la volontà di conoscere proposte concrete per la realizzazione di una economia alternativa che rispecchi i principi « etici » universali; l’entusiasmo nel prendere atto che è possibile non conformarsi alla mentalità di un secolo che in nome del profitto continua a generare i « mostri » della guerra e della fame. Ogni anno alla fine dei corsi sono ancora più convinto che i giovani siano sempre la « terra » migliore per seminare la giustizia, la pace, l’amore e convertire i cuori, a patto di operare un nostro radicale cambiamento di mentalità, un cambiamento di linguaggi per passare nuovi e coraggiosi stili di vita, un cambiamento di modalità di annuncio per inaugurare « frontiere » inesplorate di incontri tra diversi. Sono convinto che nessuno sarà mai operatore di pace e di giustizia, capace di costruire un mondo migliore, se non aiutiamo i giovani a prendere coscienza della « strumentalizzazione » operata dal circolo vizioso dell’economia « diabolica ». Proprio per questo è necessario gridare con forza ai nostri ragazzi quello che Paolo annunciava ai Romani: «Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente» o sarà la mentalità di questo mondo ad avere ragione del nostro futuro.

 

Publié dans:MEDITAZIONI |on 4 juillet, 2016 |Pas de commentaires »

LA CONVERSIONE DI PAOLO E LA NOSTRA

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LA CONVERSIONE DI PAOLO E LA NOSTRA

Nel capitolo 22mo degli ATTI degli Apostoli, Paolo ricorda il suo incontro con il Signore Gesù sulla via di Damasco e così racconta:   “Io sono un giudeo, nato a Tarso, in Cilicia, ma educato in questa città, istruito ai piedi di Gamaliele, nella rigorosa osservanza della legge dei padri, pieno di zelo per Dio, come lo siete voi tutti oggi. Io ho perseguitato a morte questa Via, mettendo in catene e gettano in prigione uomini e donne, come me ne fa testimonianza anche il sommo sacerdote e tutto il consiglio degli anziani. Da essi avevo anzi ricevuto lettere per i fratelli di Damasco e stavo andando per condurvi incatenati a Gerusalemme anche quelli che si trovavano là, perché vi fossero puniti. Or mentre io ero in viaggio e mi stavo avvicinando a Damasco, verso mezzogiorno, all’improvviso una gran luce venuta dal cielo mi sfolgorò tutt’intorno. Io caddi a terra e udii una voce che mi diceva. ‘Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?’ Io rsposi:’Chi sei, o Signore?’ E mi disse: ‘Io sono Gesù il Nazareno che tu perseguiti’. Quelli che mi accompagnavano videro la luce, ma non udirono la voce di colui che parlava. Io ripresi: ‘Che debbo fare, Signore?’. E il Signore mi disse: ‘Alzati, và a Damasco e là ti sarà detto tutto ciò che è stabilito che tu faccia’. Ma poiché non potevo più vedere per lo splendore di quella luce, fui condotto per mano dai miei compagni di viaggio e giunsi a Damasco. Un certo Anania… mi disse: ‘ Saulo, fratello mio, torna a vedere!’ E io nella stessa ora riuscii a vederlo. Egli disse:‘Il Dio dei nostri padri ti ha predestinato a conoscere la sua volontà, a vedere il giusto e a udire una parola dalla sua bocca, poiché tu renderai testimonianza a suo favore presso tutti gli uomini di ciò che hai visto e udito’. (At 22,3-15) Comincio la mia presentazione con un’affermazione che risuona fortemente nella mia mente e più ancora nel mio cuore. Eccola: La ‘carta vincente’ della nostra vita è la conversione. Conversione: una parola che da diversi anni a questa parte, molti hanno avuto paura di pronunciare, forse perché è stata spesso confusa col proselitismo, o con il lasciare una religione per un’altra, o forse perché é stata intesa come un rinnegare, uno sconfessare necessariamente tutto il passato di una vita. Anche in occasione dell’Anno Paolino (2008-2009), mentre Benedetto XVI parlò così tanto della conversione di San Paolo, alcuni studiosi non vollero per nulla parlare di questa realtà. Ad ogni modo questa è la realtà su cui noi ci soffermeremo insieme: la conversione di Paolo e nostra. Perché? Perché sono convinto che a fondamento della vita di ogni persona impegnata nella costruzione del Regno, a fondamento della vita di ogni apostolo e di ogni suo rinnovamento, c’è sempre una grande svolta, una profonda trasformazione nell’intimo della persona; c’è una conversione causata da una chiara illuminazione da parte dello Spirito di Dio e dall’azione di Cristo che attira a sé la persona.  Nella vita dell’apostolo delle genti, Paolo di Tarso, vediamo in modo meraviglioso quanto ciò sia vero. E Paolo ci ispira e ci dice: Volete essere apostoli di Cristo? Volete rinascere come apostoli per avere un entusiasmo tutto nuovo? Se sì, lasciatevi afferrare da Lui, lasciatevi convertire, cioè trasformare da Cristo. E’ così che il grande vescovo Mariano Magrassi a cui ero legato da amicizia, descriveva la conversione: come un essere afferrati da Cristo, come una illuminazione da parte dello Spirito, che poi diventa un processo di crescita; attraverso di esso il rivestirsi di Cristo diventa sempre più intenso e tende al compimento. Notiamo che l’illuminazione, inizio della conversione, può essere istantanea, la ‘crescita nella conversione’, richiede tempo.  Due autori che, oltre a Mons. Magrassi mi hanno ispirato tanto per quanto riguarda il significato del termine conversione in San Paolo e in noi, sono: il benedettino tedesco Anselm Grun e il gesuita italiano Francesco Rossi de Gasperi. E naturalmente, ho preso ispirazione anche da Papa Benedetto XVI. Nel suo libro intitolato ‘Paolo e l’esperienza religiosa cristiana’, Anselm Grun dice: “ Quando Paolo non vide più nulla, allora vide Dio… si aprì al vero Dio, al Padre di Gesù Cristo… fece l’esperienza decisiva della sua vita…quella di Gesù Cristo crocifisso e risorto… fece l’esperienza della morte e risurrezione di Gesù come capovolgimento di tutti i criteri umani…fece l’esperienza dell’iniziazione a una vita nuova… l’esperienza dell’invio in missione… l’esperienza mistica…” Se tutto ciò non è conversione. che cos’è la conversione? Nel suo libro intitolato ‘Paolo di Tarso evangelo di Gesù’, il Gesuita Francesco Rossi de Gasperi, che si interessa alle radici ebraiche della fede cristiana e parla con maestria e concretezza di “continuità trasfigurata” tra Prima e Ultima Alleanza ( nel nostro linguaggio tradizionale: Vecchio e Nuovo Testamento ), parla della trasfigurazione operata in Paolo dalla sua ‘ora di Damasco’. Paolo viene presentato come il grande testimone di Cristo che ha colto luminosamente la continuità trasfigurata tra Prima e Nuova Alleanza e, allo stesso tempo, la novità di quest’ultima, mediante la “rottura” significata dalla croce di Cristo Gesù crocifisso e risorto. Apprezzo molto la precisione e la delicatezza di P. Rossi de Gasperi nelle sue presentazioni che fanno capire la conversione come una realtà completamente nuova e come le radici ebraiche del Cristianesimo dovrebbero portare a estirpare ogni radice di antigiudaismo in ambiente cristiano.  E veniamo al Papa.  Papa Benedetto XVI ha descritto la conversione di Paolo così: “Gesù entrò nella vita di Paolo e lo trasformò da persecutore in apostolo. Quell’incontro segnò l’inizio della sua missione: Paolo non poteva continuare a vivere come prima; adesso si sentiva investito dal Signore dell’incarico di annunciare il suo Vangelo in qualità di apostolo.”  Citerò ancora il Papa. Intanto però a quanto di mio ho detto sopra, aggiungo questo pensiero: Il fatto che Paolo sia rimasto ebreo, lo prendo, per così dire, per scontato. Infatti la Grazia non distrugge il bene che trova nella persona, ma costruisce sulla realtà che trova, purificandola e facendola crescere. Su di essa poi costruisce una realtà che si presenta come completamente nuova e gratuita, come fu l’incontro di Paolo con Cristo Gesù. In comunione con questo grande apostolo e con tutta la Chiesa, mettiamoci in cammino per un processo di crescita rinnovato, perché, lungo la strada, anche noi abbiamo a fare un’esperienza profonda del Cristo e abbiamo ad essere conquistati dal suo amore e veramente trasformati da Lui. Ma Cristo deve diventare un’esperienza per noi, con i tre aspetti costitutivi di questa esperienza:  – la convinzione che Cristo non è soltanto un grande personaggio del passato, come lo è per molti. Cristo è vivo. E’ questa la nostra grande benedizione proclamata da Paolo in modo così forte: 1Cor 15:12-22 – la convinzione che la presenza di Cristo non è passiva. Cristo agisce per la nostra salvezza e per la salvezza del mondo: Rm 8,31-39  – l’ospitalità, cioè l’accoglienza di Cristo e della sua azione salvifica a livello mentale, di cuore e viscerale: Fil 2,5-11   ALCUNE CONSEGUENZE FORTI DELL’INCONTRO CON CRISTO – Una grande umiltà che si traduce in obbedienza a Cristo Gesù nella consapevolezza che è Lui che dà la vita, è Lui che ci sostiene, è soltanto in Lui che troviamo salvezza. L’unica cosa che noi possiamo fare per la salvezza nostra e degli altri, è lasciarci amare da Lui ed è collaborare con Lui, mettendo tutta la nostra fiducia nella potenza dello Spirito. – La contemplazione di Cristo per rivestirci di Lui. Nel nostro ordine di valori e di realtà importanti, abbiamo tre elementi che presento secondo la loro importanza: la mistica (l’esperienza spirituale del lasciarci amare da Dio); l’etica (che indica ciò che è per la gloria di Dio e ciò che è bene per noi e per gli altri. A me piace mettere l’etica nel contesto di Mi 6,8: “Uomo, ti è stato insegnato ciò che è buono e ciò che il Signore richiede da te: praticare la giustizia, amare teneramente e camminare umilmente con il tuo Dio”; l’ascetica (disciplina spirituale, cammino di vita nello Spirito del Signore). – Il passaggio dalla prospettiva dell’autoreferenzialità, alla prospettiva ‘aperta’ che ci fa considerare prima di tutto Cristo e l’altro. Siamo strumenti vivi di salvezza nelle mani di Cristo Gesù per gli altri e con gli altri.  – Il bisogno di evitare ogni estraneità, ogni stile ‘assente’ nel relazionarci agli altri, valorizzando così il Vangelo e considerando le persone che incontriamo, come grandi doni di Dio e nelle situazioni concrete della loro vita. Ciò significa comunicazione e comunione.  – Il passaggio dall’atteggiamento di chi “lavora per Dio” – che presenta il pericolo dell’attivismo e dell’amare più la vigna del Signore che il Signore della vigna – a quello di chi “fa il lavoro di Dio” – che implica discernimento – e poi a quello di chi ha questo grande desiderio: lasciare che “Dio lavori in lui e per mezzo di lui”.  E’ quest’ultimo l’atteggiamento che ci fa essere contemplativi in azione e che fa sì che il nostro apostolato sia un condividere con gli altri ciò che Dio ci dona nella contemplazione (l’unico apostolato che è efficace!).

 Paolo, apostolo per vocazione! E anche noi chiamati come lui. La vocazione di ogni apostolo: un dono di grazia  e un impegno esigente. Ma niente paura! Ricordiamo la profonda convinzione di Paolo: Quando ci fidiamo del Signore, non possiamo essere delusi.   L’INCONTRO DI CRISTO CON PAOLO E IL NOSTRO INCONTRO CON LUI  (Da MISSIONE COME INCONTRO di Nicoletta Gatti in COMUNIONE E MISSIONE, della diocesi di Trento) Riporto questo testo perché, nella sua semplicità e chiarezza – così mi sembra -, fa sentire l’incontro di Cristo con Paolo non solo come missione, ma anche come conversione: «E avvenne che mentre era in viaggio e stava per avvicinarsi a Damasco all’improvviso lo avvolse una luce dal cielo, e cadendo a terra udì una voce che gli diceva: “Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?”» (At 9,3-4). C’è un incontro nella vita di Paolo che costituisce un punto di non ritorno. Continuamente nelle sue lettere si riferisce a questo momento, come se la sua esistenza, la sua preghiera e il suo annuncio fossero una continua e crescente interiorizzazione dell’esperienza vissuta (Gal 1,15-17; Fil 3,7-13).  Ma cosa accade lungo la strada? Paolo sperimenta la vicinanza di Dio, incontra il Messia a lungo atteso, l’Emmanuele annunciato dai profeti. Lo incontra come il Figlio crocifisso e Risorto, il Figlio dato per la salvezza del mondo. Da questo momento Paolo vive per Lui: «Non sono più io che vivo ma Cristo vive in me. Questa vita che vivo nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me» (Gal 2,20). L’amore manifestato nella croce diviene la forza trainante della sua esistenza: «…l’amore di Cristo ci spinge» (2Cor 5,14).  Nella lettera ai Romani (8,35-37), leggiamo parole che deve aver ripetuto a se stesso migliaia di volte: «Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la per­secuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di Colui che ci ha amati». Persecuzione e sofferenza sono accolte come partecipazione alla passione di Cristo (1Tes 2,8; 2Cor 4,10), come immersione nella sua morte (Rom 6,4-6), perché una cre­atura nuova possa venire alla luce: una persona che ha come proprio io, l’io di Gesù. In Lui, Paolo può vivere persino la prigio­nia e la morte come un’occasione per crescere nella «piena maturità di Cristo» (Ef 4,13), ed imparare a condividere «gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù» (Fil 2,5): lo svuotamento, l’incarnazione, l’umiltà, l’obbedienza, il farsi «tutto a tutti per salvare ad ogni costo qualcuno» (1 Cor 9,22). Dall’intimità con Gesù, nasce la missione. La passione bruciante per l’annuncio, la gelosia materna verso le Chiese da Lui fondate, i viaggi continui, i pericoli affrontati… tutto scaturisce dall’amore sovrabbondante che sperimenta nella relazione con Cristo. Da questa relazione parte ed a questa relazione vuole ricondurre le comunità da lui fondate.  Luca ha compreso bene questo: nel libro degli Atti, l’at­tività di Paolo è descritta come «testimonianza» (cfr. 18,5; 20,21.24; 23,11) e «servizio» (cfr. 20,19; 26,16). Afferrato e posseduto da Cristo è posto come segno della potenza di Dio dinanzi alle nazioni (cfr. 13,47):… Paolo è «servo del Dio Altissimo» (At 16,17), un Dio che lo ha conquistato (Fil 3,12), trasformando il suo cuore nel cuore di Cristo.  Credo che questo sia il segreto di Paolo. Egli ripete anche a noi che la Missione nasce, cresce e respira a tu per tu con una persona: Cristo…”   “O Dio che hai illuminato tutte le genti con la parola dell’apostolo Paolo, concedi a noi di essere testimoni della tua verità e di camminare sempre nella via del Vangelo. Per Cristo nostro Signore.” (dalla liturgia)

DAL DISCORSO SULL’ADORAZIONE DELLA CROCE DI SAN TEODORO STUDITA

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DAL DISCORSO SULL’ADORAZIONE DELLA CROCE DI SAN TEODORO STUDITA

PG 99, 691-694, 695. 698-699

O dono preziosissimo della croce! Quale splendore appare alla vista! Tutta bellezza e tutta magnificenza. Albero meraviglioso all’occhio e al gusto e non immagine parziale di bene e di male come quello dell’Eden. È un albero che dona la vita, non la morte, illumina e non ottenebra, apre l’udito al paradiso, non espelle da esso. Su quel legno sale Cristo, come un re sul carro trionfale. Sconfigge il diavolo padrone della morte e libera il genere umano dalla schiavitù del tiranno. Su quel legno sale il Signore, come un valoroso combattente. Viene ferito in battaglia alle mani, ai piedi e al divino costato. Ma con quel sangue guarisce le nostre lividure, cioè la nostra natura ferita dal serpente velenoso. Prima venimmo uccisi dal legno, ora invece per il legno recuperiamo la vita. Prima fummo ingannati dal legno, ora invece con il legno scacciamo l’astuto serpente. Nuovi e straordinari mutamenti! Al posto della morte ci viene data la vita, invece della corruzione l’immortalità , invece del disonore la gloria. Perciò non senza ragione esclama il santo Apostolo: Quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo (Gal 6, 14). Quella somma sapienza che fiorì dalla croce rese vana la superba sapienza del mondo e la sua arrogante stoltezza. I beni di ogni genere, che ci vennero dalla croce, hanno eliminato i germi della cattiveria e della malizia. All’inizio del mondo solo figure e segni premonitori di questo legno notificavano ed indicavano i grandi eventi del mondo. Stai attento, infatti tu, chiunque tu sia, che hai grande brama di conoscere. Noè non ha forse evitato per sé, per tutti i suoi familiari ed anche per il bestiame, la catastrofe del diluvio, decretata da Dio, in virtù di un piccolo legno? Pensa alla verga di Mosè. Non fu forse un simbolo della croce? Cambiò l’acqua in sangue, divorò i serpenti fittizi dei maghi, percosse il mare e lo divise in due parti, ricondusse poi le acque del mare al loro normale corso e sommerse i nemici, salvò invece coloro che erano il popolo legittimo. Tale fu anche la verga di Aronne, simbolo della croce, che fiorì in un solo giorno e rivelò il sacerdote legittimo. Anche Abramo prefigurò la croce quando legò il figlio sulla catasta di legna. La morte fu uccisa dalla croce e Adamo fu restituito alla vita. Della croce tutti gli apostoli si sono gloriati, ogni martire ne venne coronato, e ogni santo santificato. Con la croce abbiamo rivestito Cristo e ci siamo spogliati dell’uomo vecchio. Per mezzo della croce noi, pecorelle di Cristo, siamo stati radunati in un unico ovile e siamo destinati alle eterne dimore.

 

Publié dans:CHIESA ORTODOSSA, MEDITAZIONI |on 5 avril, 2016 |Pas de commentaires »

SOTTO IL SEGNO DEL FIGLIO

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LA SAGGEZZA CRISTIANA ARTE DEL VIVERE – MICHEL QUESNEL

(stralcio, ci sono molti studi)

SOTTO IL SEGNO DEL FIGLIO

Elogio di Gesù Cristo

Una sola persona, nella storia umana, è apparsa di nuovo viva dopo essere morta pochissimo tempo prima, appartenendo già al mondo dell’ aldilà: un profeta ebreo del I secolo della nostra era, chiamato Gesù. È resuscitato, non ritornando alla vita che aveva lasciato, così da dover morire di nuovo, ma vivendo un’altra forma di vita le cui caratteristiche oltrepassano le possibilità dell’immaginazione umana. Si può pensare che questa pretesa resurrezione non sia che una favola, una storia inventata da discepoli incapaci di rassegnarsi alla morte del loro maestro, tanto più per il fatto che questi era morto in un modo particolarmente tragico: crocifisso dall’ autorità romana occupante – un supplizio riservato ai popolani e agli schiavi – in seguito alle pressioni di alcuni grandi sacerdoti di Gerusalemme. Ritenere che la resurrezione di Gesù sia una pura invenzione è un’ipotesi sostenibile; in ogni caso, non possiamo averne le prove. Ugualmente, non possiamo provare il contrario: la convinzione che Gesù sia risorto non è dell’ordine della ragione. Nessuna persona neutrale ha potuto verificare il fatto: quelle che lo hanno testimoniato poco tempo dopo la sua morte erano tutte, in un modo o nell’altro, legate a lui. La loro testimonianza può essere rifiutata come priva di obiettività. Tuttavia la qualità di una convinzione non si misura soltanto in base alle prove che se ne possono dare; essa mostra il suo buon fondamento anche attraverso la sua fecondità. I cristiani non hanno la prova che Gesù sia risorto. Lo credono fermamente e costruiscono la propria esistenza su questa certezza. Si sforzano di vivere la propria fede e di prendere Gesù come maestro. Questo non significa che ce la facciano, perché l’obiettivo è particolarmente alto. L’immagine di Gesù così come la tramandano i vangeli è quella di un profeta e di un saggio dalle qualità umane eccezionali. Profeta, annuncia l’imminenza del Regno di Dio nel cuore degli uomini e nella storia: un regno di giustizia e di pace la cui sola regola di vita è l’amore. Egli stesso dimostrò, attraverso l’esempio, che ciò era possibile. Taumaturgo attento a tutte le forme di miseria, messaggero di speranza per i poveri, accusatore dei ricchi e dei profittatori, appaga le aspirazioni profonde sia dei giusti che dei peccatori. Saggio tra i saggi d’Israele, dà fiducia alla libertà di ciascuno a tal punto da non imporre nulla. Chiama, suggerisce, esorta, illustra con esempi, utilizzando con abilità esemplare una specifica forma di breve racconto nel quale l’uditore è invitato a sentirsi coinvolto e grazie al quale può essere portato a trasformarsi: la parabola. Ispirarsi all’insegnamento e alla condotta di Gesù costituisce una completa arte di vivere. L’espressione consacrata dall’uso spirituale è L’imitazione di Cristo. È anche il titolo di un’opera renana del XIV secolo i cui emuli furono notevoli. È opportuno tuttavia non confondere « imitazione » con « mimetismo ». Oggi noi viviamo in condizioni assai diverse da quelle del vicino Oriente del I secolo; noi non siamo Gesù Cristo; sarebbe illusorio e stupido pretendere di agire come egli ha agito cercando di scimmiottarlo. Imitare permette di prendere la distanza rispetto al modello. Gesù fu attento al poveri e ai piccoli; noi siamo invitati a fare altrettanto, ispirandoci al suo modo di essere. Gesù manifestò ai suoi contemporanei un amore senza limiti, fino ad accettare di morire per mano di coloro che rifiutavano questo amore; si tratta, per ogni cristiano, di un ideale da non perdere mai di vista; ma non vuol dire che si debba ricercare il martirio. Dobbiamo, al contrario, inventare i nostri comportamenti tenendo conto delle condizioni in cui viviamo, con una libertà tanto grande quanto la sua. Attraverso la Resurrezione, che apparve loro come la risposta divina alla morte ingiusta che gli era stata inflitta, i primi cristiani hanno finito col riconoscere in Gesù qualcosa di più che un profeta e un saggio. Nel tempo, si sono convinti che egli fosse il vero Messia di Israele, cioè il re unto incaricato da Dio di presiedere all’instaurazione di quel Regno di Dio che aveva annunciato, Figlio di Dio egli stesso, Dio incarnato, parola e immagine di Dio Padre. La sua persona trascende la storia: fin dalle origini del mondo egli presiedeva alla creazione del cosmo; e, alla fine, ritornerà a conc1uderne i destini. Gli avvenimenti del I secolo in Galilea e in Giudea assunsero una dimensione nuova: la vita, la morte e la resurrezione di Gesù non sono solo un momento chiave della storia ebraica; sono il fulcro della storia universale perché, attraverso questi avvenimenti, Dio si è compromesso nei confronti della propria creazione al punto di farsi uomo tra gli uomini. Un inno liturgico, di qualche decennio posteriore alla morte di Gesù, accosta i due aspetti della sua filiazione divina, la filiazione originale e la filiazione mediante la Resurrezione:

Egli è immagine del Dio invisibile, generato prima di ogni creatura; poiché per mezzo di lui sono state create tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili: Troni, Dominazioni, Principati e Potestà. Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui. Egli è prima di tutte le cose e tutte sussistono in lui. Egli è anche il capo del corpo, cioè della Chiesa; il principio, il primogenito di coloro che risuscitano dai morti, per ottenere il primato su tutte le cose. Perché piacque a Dio di fare abitare in lui ogni pienezza e per mezzo di lui riconciliare a sé tutte le cose, rappacificando con il sangue della sua croce, cioè per mezzo di lui, le cose che stanno sulla terra e quelle nei cieli. (Col 1, 15-20)

Più noto è tuttavia l’inizio del prologo di Giovanni, che completa, per Gesù, la realtà del fatto che egli è immagine di Dio, affermando che ne è la Parola o il Verbo (il logos).

In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era in principio presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui, e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste. (Gv 1,1-3)

Queste due affermazioni maggiori della teologia cristiana – Gesù Immagine e Gesù Parola di Dio – meritano tuttavia di essere completate da un’ altra. Attraverso la morte di Gesù in croce l’Onnipotente è diventato il debole per eccellenza e l’anni-Amante. Si è sottomesso alla volontà umana e si è fatto sorprendentemente vulnerabile, accettando una « discesa » sconosciuta alle altre religioni. Si può scrivere del Padre chiamandolo Il Dio crocifisso, come fece il teologo protestante Jürgen Moltmann. In Gesù Cristo, in effetti, Dio piange, Dio soffre, Dio si cancella per non opprimere con la sua presenza, Dio si fa ombra per non accecare con la sua luce. Dio si fa silenzio per non imporre la sua parola. Durante la scena della lavanda dei piedi riportata dal vangelo di Giovanni, si è addirittura inginocchiato davanti ai discepoli, immagine di un Dio che si mette in ginocchio davanti a me ed accetta di guardarmi dal basso in alto, quando, essendo il mio creatore, potrebbe essere il mio padrone. Per togliermi, nel medesimo tempo, qualsiasi voglia di diventare orgoglioso per questo, egli si inginocchia anche davanti a Giuda, proprio colui che sta per tradirlo. Un inno primitivo consacrato al Cristo, conosciuto da san Paolo e riportato in una delle sue lettere, sottolinea l’originalissima prospettiva cristiana, quella del Dio che compie in Gesù Cristo un vero cammino di de-divinizzazione.

* * *

« Egli, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. Per questo Dio l’ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome; perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra; e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre » (Fil 2,6-11).  

 

RICOEUR, LA VITA BUONA È AVER CURA DELL’ALTRO

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RICOEUR, LA VITA BUONA È AVER CURA DELL’ALTRO   

« »Discrimine » è la realizzazione di una comunità retta da istituzioni giuste, che nel loro operato pongano al centro l’idea che la » diseguaglianza » si vince dando « a ciascuno la sua parte »».

Paul Ricoeur (« Avvenire », 12/10/’07)

Definirei la prospettiva etica con questi tre termini: « auspicio della vita buona, con e per gli altri, all’interno di istituzioni giuste ». Le tre componenti della definizione sono egualmente importanti. Parlando innanzitutto della vita buona, desidererei sottolineare il modo grammaticale di questa espressione tipicamente « aristotelica »: è ancora quello dell’ »ottativo » e non già quello dell’imperativo. È, nel senso più forte della parola, un auspicio (« souhait »): «Possa io, possa tu, possiamo noi vivere bene», e anticipiamo l’adempimento di questo auspicio con una esclamazione del tipo: «Felice colui che…!». Se la parola « auspicio » sembra troppo debole, parliamo – senza particolare fedeltà a Heidegger – di « cura »: cura di sé, cura dell’altro, cura delle istituzioni. Ma la cura di sé è un buon punto di partenza? Non sarebbe più opportuno partire dalla cura dell’altro? Se tuttavia insisto su questa prima componente, è proprio per sottolineare che il termine « sé » – che amerei associare a quello di « stima » sul piano etico fondamentale, riservando quello di « rispetto » al piano morale, « deontologico » della nostra ricerca – non si confonde affatto con l’io (« moi »), e quindi con una posizione « egologica » che dall’incontro con l’altro sarebbe necessariamente sovvertita. Sono due le cose fondamentalmente stimabili in sé: innanzitutto, la capacità di scegliere in base a delle ragioni, di preferire questo a quello – in breve, la capacità di agire « intenzionalmente »; poi, la capacità di introdurre cambiamenti nel corso delle cose, di cominciare qualcosa nel mondo, la capacità di « iniziativa ». In tal senso, la stima di sé è il momento riflessivo della « praxis »: apprezzando le nostre azioni apprezziamo noi stessi in quanto ne siamo autori, e quindi in quanto altra cosa da semplici forze della natura o semplici strumenti. Si dovrebbe sviluppare tutta una teoria dell’azione per mostrare come la stima di sé accompagni la « gerarchizzazione » delle nostre azioni. Passiamo al secondo momento: vivere bene « con e per gli altri ». In che modo la seconda componente della prospettiva etica, che designo con il bel nome di « sollecitudine », si connette con la prima? La stima di sé, con la quale abbiamo cominciato, non porta in sé, in ragione del suo carattere riflessivo, il pericolo di un ripiegamento sull’io, di una chiusura, di contro all’apertura sull’orizzonte della vita buona? Nonostante questo pericolo certo, la mia tesi è che la sollecitudine non si aggiunge dal di fuori alla stima di sé, ma ne « dispiega l’implicita dimensione dialogale ». Stima di sé e sollecitudine non possono viversi e pensarsi l’una senza l’altra. Dire « sé » non è dire « io ». « Sé » implica altro da sé, affinché possa dire di qualcuno che stima se stesso come un altro. In verità, solo per astrazione si può parlare della stima di sé senza metterla in coppia con una richiesta di reciprocità, secondo uno schema di stima incrociata, riassunta nell’esclamazione « anche tu »: anche tu sei un essere di iniziativa e di scelta, capace di agire secondo ragioni e « gerarchizzando » dei fini; e, stimando buoni gli oggetti della tua ricerca, sei capace di stimare te stesso. L’altro (« autrui ») è colui che può dire « io » al pari di me e, come me, considerarsi un agente, autore e responsabile dei suoi atti. Altrimenti, nessuna regola di reciprocità sarebbe possibile. Il miracolo della reciprocità sta nel fatto che le persone siano riconosciute come insostituibili nello scambio stesso. Questa « reciprocità degli insostituibili » è il segreto della sollecitudine. In apparenza, la reciprocità sembrerebbe completa solo nell’amicizia, ove l’uno stima l’altro « quanto » sé. Ma la reciprocità non esclude una certa inadeguatezza, come nella « sottomissione » del discepolo al maestro. L’ineguaglianza tuttavia è corretta dal « riconoscimento » della superiorità del maestro, riconoscimento che ristabilisce la reciprocità. Inversamente, l’ineguaglianza può provenire dalla debolezza dell’altro, dalla sua sofferenza. In questo caso è compito della compassione ristabilire la reciprocità, nella misura in cui, nella compassione, colui che pareva il solo a donare riceve, attraverso la gratitudine e la riconoscenza, più di quanto abbia donato. La sollecitudine ristabilisce l’eguaglianza là ove essa non è data, come invece nell’amicizia tra eguali. Vivere bene, con e per l’altro, « all’interno di istituzioni giuste ». Che la prospettiva del vivere bene comprenda in qualche modo il senso della giustizia, è implicato nella nozione stessa dell’altro. L’altro è tanto l’altro quanto il « tu ». « Correlativamente », la giustizia s’estende al di là del « faccia a faccia ». Sono qui in gioco due « asserzioni »: per la prima, il vivere bene non si limita alle relazioni interpersonali, ma s’estende alla vita nelle istituzioni; per la seconda, la giustizia presenta dei tratti etici non contenuti nella sollecitudine, essenzialmente un’esigenza di eguaglianza d’altro tipo rispetto a quello dell’amicizia. Riguardo al primo punto, come «istituzione» si deve intendere, a questo livello della ricerca, tutte le strutture del vivere insieme di una comunità « storica », irriducibili alle relazioni interpersonali e tuttavia connesse a esse in un senso significativo che la nozione di distribuzione – quale si ritrova nell’espressione « giustizia distributiva » – permette di chiarire. In effetti, si può intendere una istituzione come un sistema di divisione, di ripartizione, attinente a diritti e doveri, redditi e patrimoni, responsabilità e poteri – in breve, vantaggi e oneri. Proprio questo carattere « distributivo » – nel senso ampio della parola – pone un problema di giustizia. Una istituzione ha un’ampiezza più vasta del « faccia a faccia » dell’amicizia o dell’amore: nell’istituzione, e attraverso i processi di distribuzione, la prospettiva etica s’estende a tutti coloro che il « faccia a faccia » lascia fuori in quanto « terzi ». Si forma così la categoria del « ciascuno » – che non è affatto il « si » – ma il « partner » di un sistema di distribuzione. La giustizia consiste precisamente nell’attribuire « a ciascuno la sua parte ».

 

LA MISERICORDIA DI DIO VERSO COLORO CHE SI PENTONO DEI LORO PECCATI – SAN MASSIMO CONFESSORE

http://www.vatican.va/spirit/documents/spirit_20010328_massimo-confessore_it.html

LA MISERICORDIA DI DIO VERSO COLORO CHE SI PENTONO DEI LORO PECCATI – SAN MASSIMO CONFESSORE

Dalle « Lettere » di san Massimo Confessore, abate (Lett. 11; PG 91, 454-455)

« Tutti i predicatori della verità, tutti i ministri della grazia divina e quanti dall’inizio fino a questi nostri garni hanno parlato a noi della volontà salvifica di Dio, dicono che nulla è tanto caro a Dio e tanto conforme al suo amore quanto la conversione degli uomini mediante un sincero pentimento dei peccati. E proprio per ricondurre a sé gli uomini Dio fece cose straordinarie, anzi diede la massima prova della sua infinita bontà. Per questo il Verbo del Padre, con un atto di inesprimibile umiliazione e con un atto di incredibile condiscendenza si fece carne e si degnò di abitare tra noi. Fece, patì e disse tutto quello che era necessario a riconciliare noi, nemici e avversari di Dio Padre. Richiamò di nuovo alla vita noi che ne eravamo stati esclusi. Il Verbo divino non solo guarì le nostre malattie con la potenza dei miracoli, ma prese anche su di sé l’infermità delle nostre passioni, pagò il nostro debito mediante il supplizio della croce, come se fosse colpevole, lui innocente. Ci liberò da molti e terribili peccati. Inoltre con molti esempi ci stimolò ad essere simili a lui nella comprensione, nella cortesia e nell’amore perfetto verso i fratelli. Per questo disse: « Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori a convertirsi » (Lc 5, 32). E ancora: « Non sono i sani che hanno bisogno del.:medico, ma i malati » (Mt 9, 12). Disse inoltre di essere venuto a cercare la pecorella smarrita e di essere stato mandato alle pecore perdute della casa di Israele. Parimenti, con la parabola della dramma perduta, alluse, sebbene velatamente, a un aspetto particolare della sua missione: egli venne per ricuperare l’immagine divina deturpata dal peccato. Ricordiamo poi quello che dice in un’altra sua parabola: « Così vi dico, ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito … » (Lc 15, 7). Il buon samaritano del vangelo curò con olio e vino e fasciò le ferite di colui che era incappato nei ladri ed era stato spogliato di tutto e abbandonato sanguinante e mezzo morto sulla strada. Lo pose sulla sua cavalcatura, lo portò all’albergo, pagò quanto occorreva e promise di provvedere al resto. Cristo è il buon samaritano dell’umanità. Dio è quel padre affettuoso, che accoglie il figliol prodigo, si china su di lui, è sensibile al suo pentimento, lo abbraccia, lo riveste di nuovo con gli ornamenti della sua paterna gloria e non gli rimprovera nulla di quanto ha commesso. Richiama all’ovile la pecorella che si era allontanata dalle cento pecore di Dio. Dopo averla trovata che vagava sui colli e sui monti, non la riconduce all’ovile a forza di spintoni e urla minacciose, ma se la pone sulle spalle e la restituisce incolume al resto del gregge con tenerezza e amore. Dice: Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, ed io vi darò riposo (cfr. Mt 11, 28). E ancora: « Prendete il mio giogo sopra di voi » (Mt 11, 29). Il giogo sono i comandamenti o la vita vissuta secondo i precetti evangelici. Riguardo al peso poi, forse pesante e molesto al penitente, soggiunge: « Il mio giogo è dolce e il mio carico leggero » (Mt 11, 30). Insegnandoci la giustizia e la bontà di Dio, ci comanda: Siate santi, siate perfetti, siate misericordiosi come il Padre vostro celeste (cfr. Lc 6, 36); « Perdonate e vi sarà perdonato » (Lc 6, 37) e ancora: « Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro » (Mt 7, 12). »

Orazione O Dio, che dai la ricompensa ai giusti e non rifiuti il perdono ai peccatori pentiti, ascolta la nostra supplica: l’umile confessione delle nostre colpe ci ottenga la tua misericordia. Per il nostro Signore.

A cura dell’Istituto di Spiritualità: Pontificia Università S. Tommaso d’Aquino

           

IL COMPITO DELL’UOMO NEL DIVINO GOVERNO DEL MONDO – MESROP ARMENO, SECONDO DISCORSO

http://www.vatican.va/spirit/documents/spirit_20030214_mesrop-armeno_it.html

IL COMPITO DELL’UOMO NEL DIVINO GOVERNO DEL MONDO

MESROP ARMENO, SECONDO DISCORSO

« Il Creatore ha ordinato anche l’impegno di curare le sue creature, sia le visibili che le invisibili. Al di sopra di tutte quelle visibili egli ha posto l’uomo, padrone e dominatore delle realtà terrene, artista e costruttore, con la sua intelligenza. Dio ha creato dal nulla tutte le cose e su di esse ha posto e innalzato l’uomo quale re, perché così egli, il Creatore, fosse riconosciuto e per sempre glorificato, perché l’uomo, cioè, conoscesse la sua gloria, avendolo egli innalzato dalla bassezza a un onore che supera quello di tutte le altre creature. Con il suo ingegno costruttore, che ha ricevuto dal Creatore, l’uomo sa usare di tutti gli esseri, animati e inanimati, e così tutto ciò che egli, con pieno dominio, adopera per le sue necessità o per le sue costruzioni, per ornamento o anche per sfoggio, rivela in tutto l’opera della sua saggezza. Ma nel possesso di questo suo dominio regale, egli deve sempre glorificare il suo benefattore; infatti, gli uomini sono giunti allo stesso onore degli spiriti incorporei e immortali: Dio li ha resi saggiatori e panegiristi della sua creazione, che per sempre lo devono lodare con l’osservanza della legge, affinché, per mezzo della loro libera volontà, sempre e con fermezza credano nella verità e pongano sempre la dovuta distinzione fra il Creatore e le creature, fra il sostentatore e gli esseri sostentati, tra l’elargitore di vita e tutti i viventi, perché egli sazia i bisogni di tutto il creato. Ed è ben conveniente pregarlo in ogni tempo, ottenere con suppliche la custodia delle essenze spirituali e corporee, rendersi collaboratori della sua benefica volontà e restar puri dal peccato, davanti alla benefica bontà di Dio. Secondo questo modello, dobbiamo passare dalla corruzione al bene, dal disprezzo alla gloria, dalla schiavitù alla libertà dei figli di Dio, crescendo nella vera fede nel Padre, nel Figlio e nello Spirito Santo, per diventare eredi del regno celeste e dell’eterna beatitudine. È lui infatti il Creatore di tutto, che degli spiriti ha fatto suoi servi, e delle schiere celesti, fiamme di fuoco. E l’uomo, formato dalla terra, egli lo sostiene in vita, elargendogliene i mezzi. Coloro poi che hanno ricevuto l’annuncio degli angeli, vengono dagli angeli educati alla vita spirituale, secondo la provvidenza di Dio, che al bisogno ha elargito la legge. »

Publié dans:MEDITAZIONI |on 2 mars, 2016 |Pas de commentaires »
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