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Gesù va all’orto degli ulivi

dal sito:

http://passiochristi.altervista.org/pass_3_orto_ulivi.htm

Gesù va all’orto degli ulivi 

•  Il fatto storico
•  Spiegazioni
•  Insegnamenti
•  Conclusione 

Introduzione

Gian Giacomo Rousseau ( † 1778), parlando del Vangelo e del suo autore Gesù Cristo, scrive : « Vi confesso che la maestà della Bibbia mi sorprende, la santità del Vangelo parla al mio cuore. Vedete i libri dei filosofi quanto sono piccoli in confronto del Vangelo! Ora, e possibile che un libro sì sublime, e nello stesso tempo, sì semplice, sia scritto dagli uomini? È possibile che Colui, di cui questo libro fa la storia, sia egli stesso un semplice uomo? Ci vedete forse il tono di un settario ambizioso o di un entusiasta? Quale purezza nei suoi costumi! quale grazia nelle sue istruzioni! quale elevazione nelle sue massime! quale sapienza nei suoi discorsi! quale giustezza nelle sue risposte! quale impero nelle sue passioni!
Dov’è l’uomo, il saggio che sa operare, patire, morire senza debolezza e senza ostentazione? Quando Piatone dipinge il giusto immaginario,… dipinge, tratto per tratto, Gesù. Cristo. Quali pregiudizi e quale acciecamento non bisogna avere per osare di paragonare il figlio di Sofronisca (Platone) con il figlio di Maria! Quale distanza dall’uno all’altro!… La morte di Socrate, che filosofava tranquillamente coi suoi amici, è la più bella che si possa desiderare; quella di Gesù, che spira tra tormenti, ingiuriato, deriso, maledetto da tutto il popolo, è la più terribile che si possa immaginare. Socrate, prendendo in mano la tazza avvelenata, benedice colui che gliela presenta e che piange ; Gesù, in mezzo ad un orribile supplizio, prega per i suoi accaniti carnefici. Sì, se la vita e la morte di Socrate sono di un saggio, la vita e la morte di Gesù Cristo sono di un Dio ».
Come per Rousseau, così per ogni altro spirito imparziale che legge il Vangelo, una cosa è certa, manifesta, evidente: il Vangelo è la dimostrazione rigorosa, esatta, magnifica, indistruttibile della umanità e della divinità di Gesù Cristo. La passione di Cristo ci dimostra chiaramente la potenza di Dio, che, con un mezzo sì nuovo e spregevole, tutto cambia, di tutto trionfa.

* * *

Dedico questa lettura al tema : « Gesù va all’orto degli olivi ».

I. Il fatto storico

L’ultima coppa di vino era stata bevuta e la cena finita. Gesù si levò dal letticciolo e con lui gli apostoli. Intonò l’inno del ringraziamento, col quale iniziò l’èra del « Nuovo Testamento ».
Gesù uscì coi suoi discepoli per andare al monte degli olivi, in un podere chiamato « Getsemani » ( I ).
C’erano tutti, tranne il traditore.
Gesù prese la strada solitària che conduceva alla fontana di Siloe; uscì dalla porta della fonte ; s’inoltrò nella stretta valle del Cedron ; attraversò il torrente ; rimontò il corso delle acque; raggiunse il Getsemani.
Il cammino dal cenacolo al Getsemani fu una comoda passeggiata: si trattava di fare 1200 metri in linea d’aria, che vuoi dire, a piedi, circa 1500 metri.
Erano le ore 23.30 circa; la notte, chiara; l’aria, primaverile; la zona, deserta: tutti erano nelle proprie case.
(1) Mt., XXVI, 30; Le, XXII, 39; Me, XIV, 32.

Spiegazioni

Spieghiamo brevemente questo tratto del Vangelo.

1. E detto l’inno
Qual era questo inno?
Era un cantico di ringraziamento a Dio, composto dai seguenti sette salmi :
a)  salmo 112: «.Lodate, o servì, il Signore»;
b)  salmo 113: «Quando Israele uscì dall’Egitto»;
c) salmo 114: « Amo il Signore, per eh’egli ascolta la voce della supplica »;
d) salmo 115: « Io ebbi fede e perciò parlai a
Dio » ;
e)  salmo 116: «Lodate il Signore voi tutte o genti » ;
f) salmo 117: «Celebrate il Signore, perch’egli è buono »;
g) salmo 118: «Beati quelli che sono senza macchia nella loro vita ».

Le iniziali di questi sette salmi formano — in lingua ebraica — la parola « alleluia », che gli ebrei solevano cantare alla fine di ogni cena, soprattutto alla fine della cena dell’agnello pasquale.
Da ciò l’uso, in quasi tutte le comunità religiose, di ringraziare in comune Dio dopo pranzo e dopo cena ; l’uso, nella liturgia della chiesa, di terminare la santa messa con la colletta, chiamata « post communio ».
Queste preghiere corrispondono all’inno cantato dagli apostoli, in compagnia di Gesù, dopo di aver assistito alla prima messa, celebrata nel cenacolo, e dopo di aver fatto la santa comunione eucaristica.

2. Uscito Gesù

Gesù, coi suoi discepoli, era la vera chiesa. Questa uscita di Gesù e dei suoi apostoli dalla città di Gerusalemme, per andare a cominciare la passione e morte, rappresenta, in un modo sensibile, la vera chiesa di Dio, la quale, da quel momento, lasciava i giudei nella loro volontaria cecità, e andava ad illuminare i gentili, i pagani. Abbandonava Gerusalemme per trasferirsi a Roma. Non più a Gerusalemme, ma a Roma sarà la sede della vera chiesa di Dio, il centro del nuovo popolo eletto.

3. Valicò il torrente Cedron

II profeta Davide chiama questo torrente : « il torrente dei dolori e delle ignominie della passione del Messia » ; afferma che « il Salva­ tore si sazierà delle sue acque amare durante il cammino di sua vita » ; dichiara però che un giorno « queste acque amare si cambieranno per il Messia in acque di delizia, di esaltazione, di gloria » ( 2 ).
Questo torrente è chiamato « Cedron », parola ebraica che significa « fosco, oscuro » ; forse perché, nella valle bagnata da questo torrente, era il cimitero pubblico e comune dei giudei ; di qui il nome di « fosco, oscuro ».
La valle del Cedron era chiamata « gehenna », che vuoi dire « valle dei figli di Ennon, valle della giustizia e del pianto ».
Perché era chiamata « gehenna », parola spesso adoperata nel Vangelo a significare l’inferno; valle oscurissima, profondo abisso di fuoco, in cui i corpi e le anime bruceranno alla giustizia eterna?
Perché un’antica leggenda affermava che gli antichi giudei venivano in gran numero in questa valle ad immolare, all’idolo « Moloch », i loro pargoletti, facendoli bruciare vivi in suo onore. E per non essere funestati dalle grida di queste vittime innocenti, si suonavano strumenti clamorosi che ne coprivano la voce durante l’immolazione. Infine le ceneri delle vittime si gettavano nel vicino torrente Cedron.
(2) Salmo, CIX. 

Di qui il nome : « Cedron, niger, obscurus, a cadaverum combustorum fuligine » ( 3 ).

Gesù volle passare questo torrente Cedron, il torrente dell’iniquità, dell’orrore; volle passare per questa valle, che era il luogo più sacrilego e più impuro dell’universo; che era la reggia di satana sopra la terra, per iniziare la sua passione ; per attaccare direttamente satana nella sede del suo impero; per umiliarlo, confonderlo, vincerlo con le sue pene. 

4. Sul monte degli olivi

Era una zona di olivi, era un vero oliveto, munito del suo pressoio e protetto da un recinto. Ancora oggi ci sono superstiti olivi di straordinaria grandezza e di età millenaria ( 4 ).
Il luogo non fu scelto a caso da Gesù.
a)  L’olivo è segno di pace, e Gesù, con la sua passione, andava a terminare l’antica guerra e a stipulare il trattato di pace tra il cielo e la terra, tra l’uomo e Dio.
b)  L’olivo è simbolo di misericordia, e Gesù Cristo che va al monte degli olivi è Gesù che va al monte della misericordia per offrirsi alla morte per noi; è

(3) Cornelio A Lapide, In Mi., XXVI.

(4)  Ricciotti, o.c, p. 679.
 

Gesù Cristo che va al monte degli olivi per rendere bella la sua chiesa;, è Gesù Cristo — l’olivo domestico, fruttuoso, fecondo — che va ad innestare in sé gli olivi selvatici, aridi — che siamo noi — per farli fruttificare delle sue stesse virtù col succo celeste della sua grazia e del suo amore. Gesù che va al monte degli olivi, è il Salvatore che si reca a quel monte per iniziare i suoi dolori, le prime agonie, la morte interiore dell’anima sua; morte che presto diverrà morte fisica su d’un altro monte, il monte del Calvario.
 

5. In un luogo chiamato Getsemani

Era il luogo ove la sera, dopo cena, il Signore usava ritirarsi per pregare « secundum consuetudinem » ; era luogo ben noto a Giuda, il traditore.
Andando in quel luogo, Gesù volle risparmiare al discepolo traditore la fatica di andarlo a cercare; volle insegnarci che egli, di sua spontanea volontà, andava alla morte.
Gesù Cristo disse tante volte : « Nessuno po­ trà togliermi la vita, se io non lo acconsentirò. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla » ( 5 ).
Ora che l’ora della sua morte è giunta, e che liberamente la vuole, la desidera, la brama, previene egli stesso la violenza che gli si vuoi fare; si reca nel Getsemani, perché è il luogo che Giuda Iscariota troppo bene conosce, dove può essere più facilmente ritrovato.
(5) Gv., X, 18.
I farisei avevano deciso di prendere Gesù e di metterlo alla morte « non in giorno di festa per evitare tumulto nel popolo », e il Signore sceglie il Getsemani, luogo fuori Gerusalemme, appartato, solitario, tranquillo; previene egli stesso ogni moto popolare ; calma egli stesso i timori dei suoi nemici; toglie tutti gli ostacoli che potrebbero opporsi alla sua cattura ; va egli stesso incontro alle insidie che si tramano contro di lui ; va egli stesso al luogo in cui dev’essere preso ; si mette da solo sotto la mano omicida che deve immolarlo: « È il vero Abele che si reca da sé al campo dove il vero Caino può coglierlo per sacrificarlo al suo odio crudele ». 

6. Restaurare tutto in Cristo

La creazione dell’uomo e la sua prevarica­ zione sono state compiute in un giardino di delizie ; la restaurazione dell’uomo doveva compiersi in un altro giardino, in un giardino di dolori.
•  Nel paradiso terrestre Adamo gustò il riposo, il gaudio, le delizie, le dolcezze; nell’orto del Getsemani Gesù Cristo gusta le lotte, il tedio, lo spavento, le amarezze, l’agonia.
•  Nel paradiso terrestre un angelo prevaricatore persuase Adamo alla trasgressione e alla colpa; nell’orto del Getsemani un angelo fedele conforta all’obbedienza e al sacrificio Gesù Cristo.
•  Nel paradiso terrestre la maestà di Dio fu offesa; nell’orto del Getsemani la maestà di Dio è soddisfatta.
•  Nel paradiso terrestre fu commesso il peccato della ribellione; nell’orto del Getsemani è compiuta la riparazione.
•  Nel paradiso terrestre a causa del peccato di Adamo, nacquero le spine della maledizione della morte; nell’orto del Getsemani, per merito di Cristo, rinascono i fiori e i frutti della speranza, della risurrezione e della vita.
« Restaurare omnia in Christo » ( 6 ), grida san Paolo : tutto dev’essere restaurato in Cristo. Dunque anche la nuova creazione dovette esse­ re restaurata e perfezionata in Cristo Gesù. 

III. Insegnamenti

Vediamo quali insegnamenti Gesù ci da in questo breve tratto della sua passione.

1. Dobbiamo ringraziare Dio
Quando Gesù nacque in Betlemme, l’inno di ringraziamento a Dio fu cantato dagli angeli
(6) Efesini.

sopra la capanna. Ora che Gesù va alla morte, l’inno di ringraziamento a Dio lo canta egli stesso, volendo in tal modo — da vero sommo sacerdote — rendere a Dio Padre un culto perfetto, la somma gloria che gli è dovuta.
Ecco il primo insegnamento che ci da Gesù : « ringraziare Dio », dopo la refezione corporale e spirituale, per la sua bontà, che si degna di ristorare il nostro corpo con gli elementi della sua divina provvidenza, e l’anima nostra col corpo e col sangue del suo divin Figlio. 

2. Dobbiamo abbracciare con gioia i patimenti
Gesù andò ad iniziare la sua passione e morte cantando l’inno di ringraziamento, per dimostrarci con quale trasporto del suo cuore, con quale impazienza amorosa andò a patire e a morire per noi.
Ecco il secondo insegnamento che ci da: « abbracciare con animo ilare, con volontà pronta, con vera allegrezza, con gaudio del cuore », i patimenti, la mortificazione delle passioni, i sacrifici derivanti dall’adempimento del nostro dovere quotidiano. 

3. Dobbiamo fuggire il mondo
I prìncipi dei sacerdoti erano in consiglio per disporre la cattura di Gesù; Giuda raccoglieva sgherri e soldati per eseguirla ; tutte le passioni umane erano in moto per far condannare a morte il Signore.
Gerusalemme, da quel momento, era la vera figura del mondo, nel quale tutte le passioni malvage sono in continuo movimento, in agitazione febbrile ; ordiscono congiure contro Cristo, contro il suo culto, la sua dottrina, la sua chiesa, i suoi discepoli.
Gesù che, coi suoi discepoli, esce da Gerusalemme, è Dio che ripudia il mondo ; è Dio che predica l’uscita dal mondo e dal suo spirito; è Dio che comanda la rinuncia alla corruzione del mondo, alle sue massime, ai suoi usi, alle sue convenienze; è Dio che si oppone decisamente alle leggi del mondo che sono in opposizione col suo Vangelo.
Chi vive secondo lo spirito del mondo sarà condannato da Cristo, sarà escluso dalle sue preghiere e dal suo amore : perirà col mondo. 

4. Dobbiamo confessare la dottrina di Gesù Cristo
Non basta uscire dal mondo, rinnegare le massime del mondo; bisogna ricevere e confessare la dottrina di Cristo ; bisogna affrontare i sacrifici, le umiliazioni, le pene inseparabili da una vita veramente cristiana.
Gesù Cristo va a compiere la nostra redenzione spinto, trascinato, trasportato dall’amore; affronta, per amor nostro, la sua passione e morte con passo veloce, con fronte serena, con cuore lieto, con volto ilare.
Per ottenere ciò bisogna cibarsi delle sue carni eucaristiche, amare la solitudine, il raccoglimento e la preghiera; bisogna offrirsi a Dio in compagnia di Gesù, agonizzare con lui e per lui.
Ecco come noi dobbiamo confessare davanti al mondo Cristo e la sua dottrina:

a)  con passo veloce, senza titubanze, incertezze;
b)  con fronte serena, orgogliosi di appartenere a
Cristo e di professare la sua dottrina;
c) con cuore lieto, pieno di amore per lui, spinti, trascinati, trasportati dalla sua carità;
d) con volto ilare, stimandoci i più fortunati, i più felici della terra. 
5. Nel Getsemani insieme ai discepoli

Gesù entrò nell’orto del Getsemani insieme ai suoi discepoli per essere la guida dei loro passi; per istruirli con la sua voce; per edificarli coi suoi esempi ; per consolarli e confotarli con lo spettacolo delle sue pene ; per santificarli con la sua oblazione; ma soprattutto per farli spettatori delle sue pene e della sua fortezza, come presto — dopo la sua risurrezione — li farà spettatori della sua ascensione al cielo.
Gesù sapeva che anche per i suoi apostoli sarebbero venuti i giorni delle pene, delle amarezze, del martirio. Perciò fa vedere loro la sua gloria, quale premio del suo patire, affinchè anch’essi, nell’ora della prova, si ricordino che « non sarà coronato di gloria se non colui che avrà strenuamente combattuto ».
Questo è il quinto insegnamento che ci da il divin ‘Salvatore nell’orto del Getsemani : « nelle pene, nelle prove dure e lunghe, ricordarsi di lui appassionato ; ricordarsi che la ricompensa sarà proporzionata alla prova data, sostenuta, vinta ».

IV. Conclusione
Narra la Bibbia che un giorno una donna andò dal profeta Eliseo e gli disse :
« Mio marito è morto; ma ora un creditore è venuto a prendere i miei due figli per farli suoi schiavi ». «.Che vuoi che faccia io? », rispose il profeta. « Dimmi che hai in casa tua ».
« Io non ho in casa nient’altro fuorché un poco d’olio per ungermi ».
« Va’ a chiedere a prestito a tutti i vicini ì vasi vuoti; portali in casa tua; versa in essi l’olio e metti da parte quelli che avrai riempiti ». La donna fece quanto le aveva comandato il profeta. Assieme ai suoi figli, raccolse più vasi che potè; li riempì d’olio. Poi riferì tutto ad Eliseo. Questi le disse : « Va’, vendi l’olio e paga il tuo creditore; e tu e i tuoi figli vivrete di ciò che avanza » ( 7 ).
In quella vedova di Samaria è raffigurata l’umanità, la quale — col peccato originale commesso dal suo capo — si indebitò davanti a Dio, al punto da non poterne saldare il conto. Satana minacciava di fare schiavi tutti i suoi figli. Gesù Cristo però, il vero Eliseo, preso da compassione per la sventurata umanità, minacciata da eterna schiavitù, venne sulla terra; moltipllcò l’olio della sua misericordia e del suo sangue; pagò al suo divin Padre tutti i debiti dell’umanità, e noi fummo salvi. Ecco perché Gesù volle iniziare la sua passione e morte proprio nell’orto degli olivi. Però l’olio, moltiplicato da Eliseo, dovette essere raccolto in molti vasi per poi essere venduto e, col ricavato, pagare i debiti.
Così l’olio preziosissimo del sangue di Cristo dev’essere raccolto nei vasi dell’anima nostra per poi offrirlo a Dio, nostro creditore. (7) IV Re, IV, 1-6. 

Come raccoglierlo?
Pensando, leggendo e meditando la passione santissima di Gesù Cristo. Più pensiamo a Gesù crocifisso e alle sue pene, più egli versa in noi l’olio preziosissimo del suo sangue. Così da debitori diventiamo creditori, quindi meritevoli della vita e della gloria eterna. Preghiera – Gesù, quante volte, credendoci ricchi, ci siamo trovati poveri; credendoci forti, ci siamo trovati deboli!
Signore, ti supplichiamo di assisterci sempre con la tua grazia. Confessiamo la nostra debolezza e la nostra miseria; ti supplichiamo di assisterci con la tua grazia, af­ finchè non dimentichiamo il nostro nulla e ci ricordiamo sempre della tua infinita misericordia.  

Publié dans:MEDITAZIONI |on 27 avril, 2010 |Pas de commentaires »

Dalle « Omelie sui Vangeli » di san Gregorio il Grande, Papa: Cristo, il buon pastore

dal sito:

http://www.vatican.va/spirit/documents/spirit_20010504_gregorio-papa_it.html

Dalle « Omelie sui Vangeli » di san Gregorio il Grande, Papa (Hom. 14, 3-6; PL 76, 1129-1130.

Cristo, il buon pastore

« Io sono il buon pastore. E conosco le mie pecore, cioè le amo, e le mie pecore conoscono me. Come se dicesse chiaramente: Coloro che amano, seguono. Infatti colui che non ama la verità, non ha conosciuto ancora nulla.

Poiché, fratelli carissimi, siete a conoscenza del pericolo che noi corriamo, ponderate bene, nelle parole del Signore, anche il vostro pericolo. Vedete se siete sue pecorelle, vedete se lo conoscete, vedete se conoscete la luce della verità. Inoltre conoscete, io affermo, non per mezzo della fede, bensì per mezzo dell’amore. Conoscete, dico, non con il credere, ma con l’agire. Infatti quegli stesso che afferma questo, l’evangelista Giovanni, attesta dicendo: Chi dice di conoscere Dio, ma non osserva i suoi comandamenti, e bugiardo.

Perciò anche in questo medesimo passo il Signore subito aggiunge: Come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le mie pecore. Come se dicesse in modo esplicito: Da questo risulta che io conosco il Padre, e sono conosciuto dal Padre, risulta che do la mia vita per le mie pecore; cioè, io dimostro in che misura amo il Padre con quell’amore con il quale muoio per le pecore. E senza dubbio di queste pecore dice nuovamente: Le mie pecore ascoltano la mia voce ed io le conosco, e mi seguono, e io do loro la vita eterna. Di esse poco più sopra dice: Chi entrerà per me sarà salvo, ed entrerà e uscirà e troverà pascolo. Entrerà cioè nella fede, uscirà dalla fede alla visione, dall’azione del credere alla contemplazione e troverà pascolo nel ristoro eterno.

Le sue pecore perciò troveranno pascolo, perché chiunque lo segue con cuore semplice, viene nutrito per mezzo di pascoli che sono verdeggianti in eterno. Qual è poi il pascolo di queste pecore se non le intime gioie dei paradiso verdeggiante? Infatti il pascolo di coloro che sono eletti è la presenza del volto di Dio, e guardandolo, senza che esso venga mai meno, la mente si sazia in eterno del cibo della vita. Cerchiamo quindi, fratelli carissimi, questi pascoli, in cui possiamo gioire nella solenne festosità di cittadini tanto grandi. Facciamo in modo di essere attirati dalla stessa festosità di coloro che sono felici. Accendiamo dunque il nostro animo, fratelli, la fede venga riscaldata da ciò in cui ha creduto, i nostri desideri si accendano per i beni celesti, e in questo modo amare significa già incamminarsi.

Nessuna contrarietà ci ritragga dalla gioia dell’intima festosità, perché, se qualcuno desidera andare in un luogo stabilito, il desiderio di arrivarvi non venga affievolito da alcuna asperità del cammino. Nessuno stato di prosperità ci alletti con le sue lusinghe, perché è certo un viaggiatore sciocco colui che si dimentica di andare nel luogo in cui aveva intenzione di arrivare, perché, durante il viaggio, si ferma a guardare i bei prati. »  

Preghiera

Dio onnipotente e misericordioso, guidaci al possesso delle gioie eterne: perché l’umile gregge dei tuoi fedeli giunga con sicurezza accanto a te, dove lo ha preceduto Cristo, suo pastore glorioso, che vive e regna nei secoli dei secoli.Amen.

« a cura del Dipartimento di Teologia Spirituale
della Pontificia Università della Santa Croce »

I TRE GIORNI SANTI

dal sito:

http://liturgia.silvestrini.org/

I TRE GIORNI SANTI

* Oggi la grazia dello Spirito Santo ci ha radunati. Tutti, portando la tua croce, diciamo: Benedetto Colui che viene nel nome del Signore! Osanna nel più alto dei cieli!
Oggi il sinedrio malvagio si è riunito contro Cristo… Oggi Giuda si stringe intorno il laccio del danaro… Oggi Caifa senza volerlo profetizza… Oggi Giuda mette da parte la maschera dell’amore per la povertà e svela la natura della sua cupidigia. Non si occupa più dei poveri, non vende più il profumo della peccatrice, ma il miron celeste…
* Oggi, o Figlio di Dio, prendimi come commensale alla tua mistica Cena: non dirò il Mistero ai tuoi nemici, non ti darò il bacio di Giuda; ma come il ladro ti confesserò: ricordati di me, o Signore, quando verrai nel tuo regno.
* Oggi è appeso al legno Colui che ha appeso la terra alle acque! Il Re degli angeli è cinto di una corona di spine! È avvolto di una porpora mendace Colui che avvolge il cielo di nubi! Riceve uno schiaffo lui che nel Giordano ha liberato Adamo! Lo Sposo della Chiesa è inchiodato con i chiodi! Il Figlio della Vergine è trafitto da una lancia! Adoriamo la tua passione, o Cristo! Mostacci anche la tua risurrezione.
* Oggi una tomba racchiude Colui che nella sua mano stringe il creato, una pietra copre Colui che copre i cieli con la sua potenza. Dorme la Vita e l’Hades trema e Adamo è sciolto dalle sue catene. Gloria alla tua economia! Per essa, dopo aver compiuto tutto, tu ci hai donato il sabato eterno, la tua risurrezione santissima dai morti!

Liturgia bizantina

Publié dans:FESTE - PASQUA, MEDITAZIONI |on 1 avril, 2010 |Pas de commentaires »

PENTIRSI E CREDERE NEL FIGLIO GESU’ E’ L’UNICO MODO PER CONSEGUIRE LA SALVEZZA ETERNA 26/02/2006 (CENNI A PAOLO)

dal sito:

http://www.evangelicatermoli.org/dettaglionews.asp?pid=259

PENTIRSI E CREDERE NEL FIGLIO GESU’ E’ L’UNICO MODO PER CONSEGUIRE LA SALVEZZA ETERNA   26/02/2006 (CENNI A PAOLO)

(DALLA CHIESA EVANGELICA DI TERMOLI)

 Il pentimento è stato il tema centrale non solo di Giovanni Battista ma anche di tutti gli apostoli. San Paolo predicando agli ateniesi afferma:  » Dio comanda agli uomini di pentirsi..e credere nel Suo Figlio Gesù, il solo e unico Salvatore »; un comando al quale l’uomo non può sottrarsi se vuole salvarsi dalla dannazione eterna. Il pentimento non è soltanto la determinazione di fare meglio nel futuro, ma ha un significato più profondo: vuol dire allontanarsi dal peccato, lo stesso peccato che ha allontanato ed allontana l’uomo da Dio, che ha fatto interrompere quel rapporto d’amore e di gioia tra il Creatore e la creatura. Il pentimento inizia con l’ammettere che Dio è giusto e che si è peccatori ai Suoi occhi, così come afferma Davide nel Salmo 51: « Io ho peccato contro Te, contro Te solo ed ho fatto ciò che è male agli occhi Tuoi ». Il peccato profana l’uomo e lo allontana da Dio privandolo della Salvezza, della pace e delle innumerevoli benedizioni. L’apostolo Pietro predicava che Gesù era risorto per essere Principe e Salvatore, per dare la remissione ad Israele e il pentimento per i peccati, perciò se ci si vuole avvicinare a Dio bisogna rivolgersi con fede solo ed esclusivamente a Gesù: in nessun altro è la remissione dei peccati e la Salvezza, ma solo nel Figlio di Dio. E’ Lui che morì sulla croce per i nostri peccati e risorse il terzo giorno; è Lui la risposta di Dio al pentimento del peccatore che può essere perdonato e riconciliato con il Padre celeste. Pentimento verso Dio e fede in Cristo Gesù sono pertanto due verità fuse in un’unica certezza: la Salvezza eterna. Il pentimento include anche un cambiamento di volontà che è il fattore importante di ogni cosa che si fa, in ogni circostanza della vita umana; pentirsi del proprio peccato è un dovere dell’uomo perché il perdono che ne consegue è un dono di Dio e come tale non può essere rifiutato. L’espressione di una volontà debole è il rifiuto di una precisa esortazione del Signore a glorificarlo, ad essere in armonia e in pace con Lui. Il pentimento, perciò, fa apparire l’uomo davanti a Dio non solo giustificato, ma anche giusto e la fede in Cristo diventa l’anello di congiunzione tra Dio e il peccatore ravveduto. Il significato del pentimento è spiegato chiaramente dal Signor Gesù nella parabola del Figliuol prodigo. Questo figlio, infatti, si pentì di quello che aveva fatto e non si limitò a piangere sui suoi peccati, non restò inattivo ed esitante sulla decisione di tornare dal padre, non rimase con i porci che pascolava per guadagnarsi da vivere, ma mise da parte il proprio orgoglio e ritornò pentito dal padre che lo aspettava per accoglierlo tra le sue braccia e per perdonarlo; si umiliò davanti al genitore e ricevette non solo il perdono, ma in suo onore venne organizzata anche una festa, la stessa festa che il peccatore pentito riceve dal Signore nel momento in cui si converte al Signor Gesù. Quando Giobbe fu cosciente di essere un peccatore affermò: « Perciò mi ritratto e mi pento », così pure l’apostolo Pietro, convinto dei suoi peccati, disse: « Sono un uomo peccatore ». E’ lo Spirito Santo che produce questa convinzione ed è per amore di Cristo che Dio perdona. Egli è disposto ad accogliere tutti coloro che si pentono e sono pronti a cambiare vita per fare sempre di più la volontà del Padre. E’altrettanto vero che non costringe nessuno perché il vero amore, e quello del Padre celeste è vero amore, non fa pressione. Chi non accetta il Suo invito a pentirsi e credere nel Signor Gesù, dovrà sopportare le conseguenze che sono quelle di vivere una vita senza Dio e la dannazione eterna. Il pentimento e la fede nel Signor Gesù sono come una buona medicina che guarisce l’anima ammalata di peccato e la riavvicina a Dio.   

Publié dans:CHIESA EVANGELICA, MEDITAZIONI |on 26 février, 2010 |Pas de commentaires »

GLI STADI DELLA VITA SPIRITUALE (CENNI A SAN PAOLO)

dal sito:

http://www.coptiortodossiroma.it/index.php/articolikeraza/45-vitaspirituale

GLI STADI DELLA VITA SPIRITUALE (CENNI A SAN PAOLO)

Mercoledì 04 Giugno 2008 15:49 

Nell’opera di Giovanni Climaco, “La scala del Paradiso”, la vita spirituale viene divisa in 30 stadi di cui la maggior parte riguardano la vita monastica.

Quanto alla vita spirituale in generale, si trovano almeno tre stadi principali: la vita di pentimento, la vita di santità e la vita di pienezza. Ognuno di questi tre stradi è variamente suddiviso e ramificato. Nell’opera di Giovanni Climaco, “La scala del Paradiso”, la vita spirituale viene divisa in 30 stadi di cui la maggior parte riguardano la vita monastica.

Quanto alla vita spirituale in generale, si trovano almeno tre stadi principali: la vita di pentimento, la vita di santità e la vita di pienezza. Ognuno di questi tre stradi è variamente suddiviso e ramificato.

+ Il pentimento: l’evangelizzazione del Signore Gesù Cristo è iniziata con le parole: “Il Regno di Dio è vicino, pentitevi e credete al Vangelo” (Mc 1:10). Ed anche: “Se non vi ravvedete, perirete tutti allo stesso modo” (Lc 13:3,5);

+ la santità: dice San Pietro: “Ad immagine del Santo che vi ha chiamati, diventate santi anche voi in tutta la vostra condotta; poiché sta scritto: Voi sarete santi, perché io sono santo.” (1P 1:15,16) (Le 11:44)

+ la perfezione: dice il Signore nel suo sermone sul monte: “Siate perfetti, come il Padre vostro che è nei cieli è perfetto” (Mt 5:48)

1. La vita di pentimento

Se il peccato è allontanamento da Dio e ostilità nei suoi riguardi, il pentimento è il principio della riconciliazione con Dio. Dice San Paolo: “Riconciliatevi con Dio” (2Co 5:20). Il pentimento, dunque, è l’inizio di un rapporto nuovo, puro, con Dio. E’ il passaggio dall’oscurità alla luce, e il ritorno da terre lontane tra le braccia del Padre.

Il pentimento è preceduto dalla conoscenza e dal timore di Dio.

L’uomo deve prendere coscienza di:

1. essere figlio di Dio – una creatura creata ad immagine e somiglianza di Dio per cui è indegno che pecchi;

2. essere tempio dello Spirito di Dio abitando in lui lo Spirito (1Co 3:16). Non è bene che l’uomo rattristi con il peccato il Santo Spirito di Dio;

3. irritare Dio attraverso il peccato e di rischiare la sua punizione sulla terra e nel cielo.

Perciò egli tema di tutto cuore le parole del Signore: “Se non vi ravvedete, perirete tutti allo stesso modo” (Lc 13:3,5)

Tutto ciò introduce nel suo cuore il timore di Dio così che non pecca.

La Bibbia parla del timore di Dio quando dice: “Il timor del Signore è il principio della sapienza” (Sal 111:10) e “Il principio della saggezza è il timore del Signore” (Prov 9:10). E’ chiaro che l’uomo – nell’atto di compiere il peccato – non ha nel cuore e davanti agli occhi il timore di Dio.

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Nessuno dica “Bisogna amare Dio, non temerlo” come dice l’Apostolo: “Nell’amore non c’è paura; anzi, l’amore perfetto caccia via la paura” (1G 4:18). Chi di noi è giunto all’amore perfetto? Il Signore dice: “Chi mi ama, osserva i miei comandamenti” e “se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore” (Gv 15:10).

Quindi camminiamo nel timore perché il timore ci farà giungere infine all’amore di Dio.

Chi teme Dio non pecca e se si allontana dal peccato giunge all’amore di Dio oppure Dio versa nel suo cuore l’amore attraverso lo Spirito Santo.

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Il pentimento deve comprendere tutti i tipi di peccati in tutti i loro dettagli: peccati del corpo, peccati dei sensi, peccati del pensiero, peccati del cuore e dell’intenzione.

Il pentimento non è soltanto l’evitare il peccato.

Forse l’uomo evita di compiere peccati ma essi restano presenti come desiderio nel suo cuore. Egli, dunque, pecca con il cuore, e non s’è ancora veramente pentito. Oppure il peccato può continuare ad esistere nell’intenzione anche senza che lo si commetta! Oppure nei sogni perché la sua mente interiore non si è ancora purificata! San Gérome disse: “Esistono persone caste nel corpo ma la cui anima è adultera”. Perciò dicono i Padri:

“La perfezione del pentimento è l’odio del peccato”

Chi odia il peccato non ha il desiderio del peccato né nel cuore né nell’intenzione, né nel pensiero, né nella mente interiore. E’ totalmente purificato. E dunque non pecca.

Diciamo ciò di tutti i tipi di peccato. E così è passato dalle negatività del peccato agli aspetti positivi del pentimento.

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Chi si pente realmente non ritorna al peccato perché chi lo fa forse si trova solo in una fase in cui tenta la penitenza ma non nella penitenza perfetta.

Perciò i veri penitenti, come San Musa al-Aswad, Sant’Agostino e Santa Maria la copta, sono passati, crescendo nella penitenza, alla vita di santità.

Il pentimento nella loro vita fu una svolta radicale e un passaggio irreversibile e senza pentimento da una vita ad un’altra. Con tutto il cuore si sono sforzati di correggere ciò di cui erano stati causa i loro peccati come fece Zaccheo il pubblicano: “Se ho frodato qualcuno di qualcosa gli rendo il quadruplo” (Lc 19:8)

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I segni del pentimento del penitente appaiono nella sua vita di modestia e contrizione. Come il Profeta Davide che inondava di pianto il letto (Sal 6) e in molti dei cui salmi appare la contrizione. O come Sant’Agostino che ha reso pubbliche le sue “confessioni” in un libro letto da tutti e nel quale scriveva i peccati che immaginava di aver commesso nella sua infanzia. O come il figliuol prodigo che, nel suo pentimento, disse al padre: “Non sono più degno di essere chiamato tuo figlio” (Lc 15:21)

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2. La vita di purezza e di santità

E’ un grado superiore del pentimento essendo l’aspetto positivo nella vita di grazia. Di essa vivono i credenti che “camminano non secondo la carne ma secondo lo Spirito” (Rm 8:4), secondo il suo spirito puro e secondo l’opera che lo Spirito Santo compie in loro.

Qui l’uomo viene chiamato “spirituale” e nella sua vita appaiono i frutti dello spirito.

L’Apostolo San Paolo afferma: “Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé” (Ga 5:22). Chi di noi, dunque, possiede tutte queste virtù e le prende a regola della propria vita?

Ecco spiegati i dettagli di una di queste virtù dallo stesso Apostolo quando dice: “La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà.” (1Co 13:4-8). Chi di noi possiede tutte queste caratteriste?

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L’importanza dell’amore consiste in quella rivelazione del Signore in cui disse che tutta la Legge e i Profeti dipendono dall’amore e che esso consta di due parti: “Ama il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la mente…e ama il prossimo tuo come te stesso” (Mt 22:37-40).

Questa è la carità che non avrà mai fine. Ma chi di noi ha raggiunto questo stadio? Chi di noi ama il suo prossimo come se stesso? Chi applica il versetto “la carità non cerca il suo interesse”? Chi il versetto “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici.” (Gv 15:13). Qui è il grado della santità di cui dice il Signore: “Siate santi come io sono santo”.

Se qualcuno non è ancora giunto all’amore che dona se stesso, perlomeno tenti di giungere all’amore che serve gli altri vale a dire il servizio spirituale.

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Uno disse una volta a proposito del ministero spirituale: “Quando li amerò Signore come tu li ami, e quando li amerò come tu mi hai amato e hai dato te stesso per me, allora affidami di servirli”.

Sì, fratelli, servire gli altri – in qualunque modo – è fondamentale nella vita di grazia ed è l’indice del nostro amore per il prossimo che è a sua volta una parte dell’amore perfetto su cui si basano tutta la Legge e i Profeti. E l’elemento più importante di quest’amore è guidare gli altri al Regno e operare per la salvezza delle anime.

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Delle grandi virtù è stato detto: “La fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità” (1Co 13:13). Come vivi la speranza nella tua vita? E la fede?

Per fede non intendo che tu reciti il Credo. Intendo la tua fede pratica: la fede nel fatto che Dio osserva tutto ciò che fai, ascolta tutto ciò che tu dici, conosce tutto ciò che senti e tutto ciò che pensi. E anche la fede con cui sei certo che Dio ti protegge. Il credente non teme. Dice insieme al salmo 23: “Se dovessi camminare in una valle oscura, non temerei alcun male, perché tu sei con me.”

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Chi cresce nella vita di santità, giunge alla vita di perfezione:

3. La vita di perfezione

Con essa intendiamo la perfezione relativa in relazione alle limitate capacità umane e al suo livello e anche in relazione alla grazie che Dio dona all’essere umano.

La perfezione assoluta, invece, appartiene solo a Dio.

L’uomo cresce nella perfezione e si innalza da un livello spirituale ad un altro perché “ogni stella infatti differisce da un’altra nello splendore” (1Co 15:41). Nella perfezione Dio concede i doni dello Spirito Santo come scritto in 1Co 12. Così l’uomo seguita fino a divenire perfetto nell’eternità.

S.S. Shenuda III

tradotto da al-Keraza 

Publié dans:CHIESA ORTODOSSA, MEDITAZIONI |on 26 février, 2010 |Pas de commentaires »
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