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5 AGOSTO : MADONNA DELLA NEVE

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5 AGOSTO : MADONNA DELLA NEVE

di dom Prosper Guéranger

La liturgia del 5 Agosto.
Per quanto siano semplicemente di rito doppio maggiore e passino inavvertite a molti, le due feste del 16 luglio e del 5 agosto non sono tuttavia meno care alla pietà cristiana. Esse sono un preludio al trionfo dell’Assunzione e vi preparano le nostre anime invitandole al raccoglimento e a una tenera devozione verso la Madre di Dio. I mesi estivi attraggono i fedeli ai luoghi di pellegrinaggio e ai santuari dedicati alla Vergine dove sentono maggiormente la sua presenza e ottengono più abbondanti benefici dalla Mediatrice di tutte le grazie. È a un pellegrinaggio da compiere con il pensiero e il desiderio che ci invita oggi la Liturgia festeggiando da tanti secoli la Dedicazione della chiesa che fu la prima a portare a Roma il santo nome di Maria e che è non soltanto una delle più belle e delle più ricche della Città eterna, ma anche l’antenata delle innumerevoli chiese dedicate alla Vergine che la pietà cristiana doveva erigere su tutta la terra, dalle modeste cappelle di campagna fino alle splendide cattedrali di Chartres, di Reims o di Parigi.

Storia e leggenda.
Verso la metà del secolo IV il Papa Liberio aggiunse un’abside a una vasta sala chiamata il « Sicininum » e la consacrò al culto. Appunto per questo si dà ancora talvolta a quell’edificio il nome di basilica liberiana. Sisto III la ricostruì quasi interamente e la dedicò quindi, verso il 435, alla Vergine di cui il Concilio di Efeso aveva, nel 431, definito la divina Maternità e consacrato il nome di « Theotókos », cioè Madre di Dio. La basilica ricevette allora e conservò in seguito il nome di S. Maria Maggiore.
Una graziosa leggenda, fiorita nel Medioevo, narra che la Santa Vergine apparve in sogno a Liberio, ordinandogli di costruirle una basilica sull’Esquilino, nel luogo che egli avrebbe trovato, l’indomani, tutto coperto di neve. E il giorno dopo, infatti, per quanto si fosse in piena estate, una neve miracolosa indicava il punto in cui costruire la basilica desiderata dalla Vergine. Per questo si sarebbe chiamata quella chiesa la Madonna della Neve. La leggenda non è senza relazione con l’usanza di far cadere in quel giorno una pioggia di fiori bianchi nella basilica. Tale usanza, che esprime la purezza di Maria, fu forse all’origine della leggenda, oppure per la leggenda a dar luogo al profumato rito [1]? Non lo sappiamo. Certo è, invece, che S. Maria Maggiore merita giustamente il suo nome: è infatti la basilica mariana per eccellenza. E se, « tante volte la spirituale purezza di Nostra Signora di Chartres o di Amiens ha fatto sprigionare dal cuore dei pellegrini un grido di gioia e di lode, l’armonia della Madonna di Roma invita alla tranquilla fiducia nell’indulgenza infinita della Madre » [2].

Presenza mariana.
La Madonna: è lei che troviamo in questo luogo ammirando sul frontone dell’abside i mosaici che ricordano i misteri dell’Incarnazione e della divina Maternità. È lei che veneriamo davanti alla bella icone di stile bizantino, chiamata « Madonna di san Luca », per lungo tempo attribuita all’Evangelista e che, pur essendo d’un’epoca più recente, è certo la riproduzione di un’opera antica. Roma che conserva con pietà tante meravigliose immagini della Vergine, ama quest’ultima come la più veneranda fra tutte; questo dipinto è il suo palladio, e lo considera come « la salvezza del popolo romano ». È la Madonna infine che ritroviamo ancora nei ricordi della mangiatoia del Salvatore: cinque pezzi di legno tarlato racchiusi in un reliquiario che vengono posti sull’altare maggiore, a Natale, durante la messa di mezzanotte.
Innumerevoli sono i pellegrini venuti ad implorare in questa basilica la materna protezione della Vergine o a presentarle i loro omaggi di filiale tenerezza. E quanti santi vi ricevettero grazie particolari! Appunto qui, in una notte di Natale, la Santa Vergine depose il Bambino Gesù fra le braccia di san Gaetano da Thiene; qui, durante un’altra notte di Natale, sant’Ignazio di Loyola celebrò la sua prima messa; qui i rosari sgranati da san Pio V ottennero ai Crociati la vittoria di Lepanto; davanti alla Madonna di san Luca amava pregare san Carlo Borromeo quando era arciprete della basilica e fu appunto lui che, per testimoniare la sua gratitudine verso la Madre di Dio, riformò il coro dei canonici, gli diede un regolamento del tutto monastico e assicurò una esemplare celebrazione dell’Ufficio divino.

Ricordi liturgici.
E quali ricordi, o Maria, ridesta in noi questa festa della tua basilica Maggiore! E quale più degna lode, quale migliore preghiera potremmo offrirti oggi se non ricordare, supplicandoti di rinnovarle e di confermarle per sempre, le grazie ricevute da noi in questo benedetto recinto? Non è forse alla sua ombra che, uniti alla nostra madre, la Chiesa, a dispetto delle distanze, abbiamo gustato le più dolci e più elevate emozioni della Liturgia?
È qui che nella prima Domenica di Avvento ha avuto inizio l’anno, come nel « luogo più conveniente per salutare l’avvicinarsi della divina Nascita che doveva allietare il cielo e la terra, e mostrare il sublime prodigio della fecondità d’una Vergine » [3]. Traboccanti di desiderio erano le anime nostre nella santa Vigilia che, fin dal mattino, ci radunava nella radiosa basilica « dove la Rosa mistica si sarebbe alfine schiusa e avrebbe effuso il suo divino profumo. Regina di tutte le numerose chiese che la devozione romana ha dedicate alla Madre di Dio, essa si ergeva dinanzi a noi risplendente di marmi e di oro, ma soprattutto beata di possedere nel suo seno, insieme con il ritratto della Vergine Madre, l’umile e gloriosa Mangiatoia. Durante la notte, un popolo immenso faceva ressa dentro le sue mura, aspettando il beato istante in cui quello stupendo monumento dell’amore e delle umiliazioni d’un Dio sarebbe apparso portato a spalle dai ministri sacri, come un’arca della nuova alleanza, la cui vista rassicura il peccatore e fa palpitare il cuore del giusto » [4].
Appena trascorso qualche mese, eccoci nuovamente nell’insigne santuario, « per partecipare questa volta ai dolori della nostra Madre nell’attesa del sacrificio che si preparava » [5]. Ma tosto, quali nuovi gaudi nell’augusta basilica! « Roma faceva omaggio della solennità pasquale a colei che, più di ogni altra creatura, ebbe il diritto di provarne la gioia, sia per le angosce che il suo cuore materno aveva sopportate, sia per la fedeltà nel custodire la fede nella Risurrezione durante le ore crudeli che il suo divin Figliolo dovette trascorrere nell’umiliazione del sepolcro » [6]. Splendente come la neve, o Maria, una candida schiera di neonati usciti dalle acque formava la tua corte e rinnovava il trionfo di quel giorno.

Preghiera.
Fa’ che in essi come in tutti noi, o Maria, gli affetti siano sempre puri come il marmo bianco delle colonne della tua chiesa prediletta, la carità risplendente come l’oro che brilla nella sua volta, e le opere luminose come il cero pasquale, simbolo di Cristo vincitore della morte e che ti fa omaggio dei suoi primi fuochi.

 

DEDICAZIONE DELLA BASILICA DI SANTA MARIA MAGGIORE – RICORRENZA: 5 AGOSTO -

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DEDICAZIONE DELLA BASILICA DI SANTA MARIA MAGGIORE (MADONNA DELLA NEVE) – - RICORRENZA: 5 AGOSTO -

La Basilica Papale di Santa Maria Maggiore è qualche cosa di più di una Basilica, di un tempio mariano per eccellenza; è (anche) un gioiello ricco di bellezze di valore inestimabile che gente da tutto il mondo viene ad ammirare.
Ovviamente siamo a Roma. Anche Milano ebbe una sua basilica di Santa Maria Maggiore, cattedrale « invernale », affiancata dalla Basilica Santa Tecla, « estiva »; entrambe – già cadenti – furono abbattute per far posto al Duomo attuale, intitolato a Maria Nascente, la cui costruzione iniziò « ufficialmente » nel 1386. [vedi ]
Tra le maggiori basiliche di Roma (quelle definite « papali » sono quattro) è l’unica a conservare le strutture paleocristiane, sia pure arricchite di consistenti aggiunte successive, e presenta al suo interno alcune particolarità che la rendono unica: i mosaici della navata centrale e dell’Arco trionfale risalenti al V secolo d.C. realizzati durante il pontificato di Sisto III (432-440) e quelli dell’Abside affidati da Niccolò IV al frate francescano Jacopo Torriti (1288-1292); il pavimento « cosmatesco » (ovvero realizzato dalla famiglia dei Cosmati) donato dai nobili romani Scoto e Giovanni Paparoni nel 1288; il soffitto a cassettoni in legno dorato disegnato da Giuliano da Sangallo (1450); il Presepe del XIII secolo di Arnolfo da Cambio; le numerose cappelle (Borghese, Sistina o del Ss. Sacramento, Sforza, Cesi e quella del Crocifisso nonché quella – purtroppo quasi scomparsa – di San Michele); l’Altare maggiore opera di Ferdinando Fuga successivamente arricchito dal genio di Giuseppe Valadier; infine, la Reliquia della Sacra Culla e il Fonte Battesimale bronzeo anch’esso del Valadier.
Insomma questo luogo offre emozioni non solo al pellegrino devoto che si raccoglie in preghiera ma anche al semplice appassionato di arte e addirittura al turista superficiale e distratto. L’incontro con la Basilica liberiana (dal nome di papa Liberio) è un’esperienza che arricchisce umanamente e spiritualmente tutti indistintamente, ferma restando la devozione di fronte all’immagine di Maria, qui venerata con il dolce titolo di Salus Populi Romani (Salvezza del popolo di Roma).
Il 5 agosto di ogni anno viene rievocato, attraverso una solenne Celebrazione, il « Miracolo della Nevicata » (ne parliamo più avanti), quando di fronte agli occhi commossi dei partecipanti una cascata di petali bianchi scende dal soffitto ammantando l’ipogeo e creando quasi un’unione ideale tra l’assemblea e la Madre di Dio. Ed eccoci all’ulteriore appellativo di Madonna della Neve.
Giovanni Paolo II all’inizio del suo pontificato volle che una lampada ardesse giorno e notte sotto l’icona della Salus Populi Romani, a testimonianza della sua grande devozione per la Madonna. Lo stesso Pontefice l’8 dicembre del 2001 inaugurò il Museo della Basilica, luogo dove la modernità delle strutture e l’antichità dei capolavori esposti offrono al visitatore un panorama unico.
Si è detto che la Basilica, pur « crescendo » e modificandosi moltissimo nel corso degli anni, ha mantenuto l’impianto originario. Ma forse occorre soffermarsi su quali siano le sue origini.
A volere l’edificazione fu papa Sisto III (Santo) fra gli anni 432 e 440 per intitolarla alla Madre di Dio, evidentemente perché il Concilio di Efeso aveva appena proclamato Maria Theotòkos (appunto: Madre di Dio, anno 431) [vedi ]. La costruzione avvenne su una chiesa precedente che era stata voluta da papa Liberio (352-366) al quale secondo la tradizione la Madonna stessa, apparsa in sogno, disse che il luogo ove costruire la chiesa gli sarebbe stato indicato da un miracolo. E questo miracolo fu una nevicata che il 5 agosto 356 imbiancò il colle Esquilino in piena estate; lo stesso papa Liberio tracciò nella neve il contorno di quella che sarebbe stata la nuova chiesa; i lavori furono finanziati da due patrizi romani, un certo Giovanni e sua moglie, che avevano fatto lo stesso sogno del papa.
Questa primitiva Basilica, della quale nulla è giunto fino a noi, era nota come Santa Maria Liberiana (dal nome del Papa) o Santa Maria ad Nives (per via della neve). È da questi fatti che ancora ai giorni nostri si ricorda la data del 5 agosto con una suggestiva celebrazione durante la quale dal soffitto della Basilica viene lasciata scendere una « nevicata » di petali bianchi, rievocazione della nevicata miracolosa.
Il miracolo della neve ci viene raccontato solo dalla tradizione, non comprovato da alcun documento e quindi non più citato; dal 1568 la denominazione ufficiale della festa liturgica della Madonna della Neve, è stata modificata in Dedicazione di Santa Maria Maggiore. Ma le chiese, santuari, basiliche minori, cappelle, parrocchie, confraternite, intitolate alla Madonna della Neve sono numerosissime come numerose sono le celebrazioni tradizionali.
Ma torniamo alla Basilica « di Sisto III », quella che sia pur con grandi modifiche è giunta a noi, con l’attuale titolo di Santa Maria Maggiore, datole qualche decennio dopo la costruzione, a sottolineare la sua preminenza su tutte le chiese dedicate alla Madonna. Curiosità vuole che si accenni alla tradizione secondo la quale le ricche dorature del soffitto furono realizzate con il primo oro proveniente dalle Americhe e donato a papa Alessandro VI da Ferdinando di Aragona e Isabella di Castiglia, cioè los Reyes Catolicos che avevano « sponsorizzato » (si direbbe oggi) le spedizioni di Cristoforo Colombo.
Fra i molti « tesori » custoditi vi è anche un « primato »: il primo presepe « plastico » della storia, cioè realizzato con statue e non con bassorilievi monoliti rappresentanti la Natività come sino ad allora si era usato fare. L’iniziativa fu di papa Niccolò IV che nel 1288 commissionò ad Arnolfo di Cambio (o Arnolfo di Lapo, che dir si voglia) una raffigurazione della Natività con sculture rappresentanti ciascuna un « personaggio » (originariamente le statuette erano otto).

Il Presepe di Arnolfo e la Sacra Culla
Niccolò IV veniva dai Frati Minori francescani; è evidente la sua volontà di seguire in qualche modo l’idea di San Francesco, che sessantadue anni prima aveva « inventato » il Presepe ricostruendone la scena con personaggi viventi nella grotta di Greccio.
Un Presepe « vecchia maniera » in bassorilievo era tuttavia già presente sin dal 432 quando papa Sisto III aveva voluto nella Basilica una grotta della Natività simile a Betlemme, tanto che all’epoca la Basilica veniva pure chiamata Santa Maria ad praesepem (dal latino: praesepium = mangiatoia). Nel 1590 papa Sisto V volle poi riunire entrambe le rappresentazioni in una nuova cappella detta del SS. Sacramento (o Sistina, dal suo nome).
Reliquia tutta particolare nella Basilica è la Sacra Culla, preziosa urna ovale opera dell’orafo e architetto Giuseppe Valadier che custodisce ancor più preziosi frammenti del legno della Sacra Culla (cunabulum) recati dai primi pellegrini di ritorno dalla Terrasanta.
È d’obbligo un cenno al Campanile, che è il più alto di Roma (75 metri, in stile romanico) voluto da papa Gregorio XI appena dopo aver riportato la sede del Papato da Avignone a Roma, alla conclusione di quel periodo della storia della Chiesa che va sotto il nome di cattività avignonese (dal latino captivus = prigioniero).
L’edificio della Basilica, comprese le scalinate esterne, costituisce area extraterritoriale a favore della Santa Sede, pur essendo territorio italiano, come San Giovanni in Laterano, San Paolo Fuori le Mura, la residenza di Castel Gandolfo, il Palazzo del Laterano, il Palazzo della Datarìa, il Palazzo ex Sant’Ufficio, il Colle del Gianicolo, il Policlinico Gemelli e la vasta area di Santa Maria di Galeria ove sorgono le antenne della Radio Vaticana.
La Madonna della Neve è patrona di almeno una quarantina di località italiane, fra le quali Ascoli Piceno, Boffalora sopra Ticino, Codroipo, Novi Ligure, Nuoro, Pusiano (Como), Rovereto, Susa, Torre Annunziata e ovviamente Santa Maria Maggiore (Verbania) e Madonna della Neve (Frosinone).
In molti luoghi vi sono tradizioni particolari: a Ponticelli (alle falde del Vesuvio) la statua della Madonna viene portata in processione issata su un carro alto più di sedici metri (un casa di cinque piani) trainato da decine di fedeli e la cui decorazione esterna è scelta annualmente con un apposito concorso; a Torre Annunziata la Madonna è di colore nero, il perché non si sa (ma forse per via che la sua icona fu trovata casualmente da alcuni marinai, ed era nera; ma siccome fu trovata il 5 agosto …); a Santa Maria Colle Sambuco (Rieti) la processione si conclude con una caratteristica nevicata artificiale al rientro in chiesa.

Publié dans:FESTE DI MARIA, MARIA VERGINE |on 5 août, 2014 |Pas de commentaires »

SAN GIOVANNI PAOLO II E IL SUO LEGAME CON I CARMELITANI

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SAN GIOVANNI PAOLO II E IL SUO LEGAME CON I CARMELITANI

Studente di Giovanni della Croce: il suo pontificato riflette l’influenza carmelitana

Sono venute milioni di persone per il canonizzazione del Papa Giovanni Paolo II. Molti nelle piazze e nelle Chiese, avevano storie di incontri personali con il Papa. Qualche volta questi incontri avvenivano nella folla, ma per la persona era un momento davvero personale con il Papa.
Anche i carmelitani hanno molte storie di incontri personali da raccontare. In ventisei anni Giovanni Paolo II ha visitato molte Chiese e ospitato parecchi gruppi. Tra questi alcuni erano gruppi carmelitani. Ha scritto una « biblioteca » di documenti, e diversi indirizzati ai carmelitani.
Come ben documentato, questo Papa ha una profonda devozione per Maria e in particolare per la B. Vergine Maria del Monte Carmelo. Era forte il suo amore allo Scapolare carmelitano (vedere la storia allegata). Spesso per i suoi scritti utilizzava esempi tratti dalla vita e dagli scritti di santi carmelitani. Conosceva bene la vita del mistico carmelitano Giovanni della Croce vissuto nel XVI secolo. È stato oggetto della tesi di dottorato: Doctrina de fide apud Sanctum Ioannem a Cruce.
Tra i vescovi che ha consacrato diversi sono stati carmelitani, presenti in varie diocesi del mondo. Durante il suo Pontificato sono stati eretti diciotto monasteri di monache di clausura.
Il Papa ha mostrato di essere a conoscenza dei Carmelitani di oggi e dei nostri ministeri nella Chiesa in tutto il mondo. Nella lettera al Priore Generale, Joseph Chalmers, in occasione del Capitolo Generale 2001, il Papa Giovanni Paolo II ha ricordato il 2001 come 750° anniversario dello Scapolare, il 7° centenario della nascita del santo vescovo carmelitano Andrea Corsini, come anche il Terzo Millennio nel quale egli aveva introdotto la Chiesa. Ha descritto Elia e Maria come simboli dell’Ordine e ha parlato circa il « viaggio » intrapreso dall’Ordine. Significative le sue parole: « Voi siete chiamati a rileggere il ricco patrimonio della vostra famiglia alla luce delle sfide di oggi così che le gioie, le speranze, le tristezze e l’angoscia dell’umanità, del povero, e soprattutto di quelle sofferenze che sono la gioia e la speranza, la tristezza e l’angoscia dei discepoli di Cristo (Gaudium et Spes 1) e, in modo speciale, di ogni carmelitano ».
Lo Scapolare carmelitano
Quando si avvicinava la festa della Madonna del Monte Carmelo, il Papa spesso parlava dello Scapolare carmelitano nel contesto del suo valore oggi. In una udienza del 16 luglio 1988, con un gruppo di alpini, ramo dell’esercito italiano, Giovanni Paolo II ha ricordato l’esortazione del suo predecessore Pio XII a scegliere lo Scapolare tra le molte espressioni di devozione a Maria. Qualche giorno dopo nella residenza estiva di Castel Gandolfo, il Papa definiva lo Scapolare « una grazia particolare di Maria ». Così il cuore cresce in comunione e familiarità con la B. Vergine Maria. E lo Scapolare infatti è « un nuovo modo di vivere per Dio e di perpetuare in terra l’amore di Gesù Cristo, il Figlio, per sua Madre, Maria ».
Nel 1989 in un discorso ai giovani della Parrocchia Carmelitana di Santa Maria in Traspontina il Papa disse di essere stato nella sua giovinezza debitore allo Scapolare carmelitano e paragonò il modo con cui Maria ci veste del suo Scapolare a una madre che gode nel vedere i suoi figli vestiti come si deve: « Maria del Monte Carmelo ci veste in senso spirituale. Lei ci veste con la grazia di Dio e ci aiuta sempre… »
Maria – Signora del Monte Carmelo
La profonda devozione del Papa Giovanni Paolo II verso Maria nei suoi titoli è stata largamente approfondita nei ventisei anni del suo Pontificato. Già alla folla riunita in San Pietro per la sua prima benedizione Urbi et Orbi disse che accettava l’elezione « nello spirito di obbedienza al Signore e nella fiducia totale a sua Madre, Maria Santissima ». Il suo essersi salvato dall’attentato del 13 maggio 1981 lo attribuì alla Madonna di Fatima di cui quel giorno ricorreva la memoria.
La sua dedizione a Maria è stata manifesta durante gli anni del Pontificato. Nell’udienza generale del 13 luglio 1988 il Papa esortava i giovani a riflettere sul loro rapporto con Maria e suggerì loro di guardare alla Madonna del Monte Carmelo. Nella stessa udienza agli ammalati disse: « La Madonna del Carmelo versa luce sulla bellezza del mistero della sofferenza ». Invitò anche gli sposi novelli presenti in piazza « a mettere il loro amore sotto la protezione della Madonna del Carmelo » e li rassicurò: « la sua preghiera e la sua intercessione proteggerà il vostro amore da ogni pericolo e lo renderà sempre più fedele e ricco ».
All’Angelus celebrato a Castel Gandolfo il 24 luglio 1988 il Papa ricordava che due dei mistici carmelitani avevano sperimentato Dio nella loro vita come « via della perfezione » e « salita al Monte Carmelo » sempre alla presenza di Maria come Madre, Patrona e Sorella. E disse che per quanti fanno parte della famiglia carmelitana e per ogni anima profondamente carmelitana una vita di intensa comunione e vicinanza alla vergine Maria è vita feconda.
Quando Giovanni Paolo II visitò la Parrocchia carmelitana di Traspontina nel gennaio 1989 ricordò ai giovani di aver ricevuto un grande aiuto, quando lui era giovane, dalla Madonna del Carmelo: « Io non so esattamente quanto ma penso che mi abbia aiutato enormemente. È stata lei ad aiutarmi nel trovare la grazia della mia vocazione »
Durante l’Angelus domenicale del 16 luglio 2000, mentre era in vacanza ad Aosta, il Papa parlò ancora dei Carmelitani: vedendo tutto intorno le montagne il suo pensiero andò al Monte Carmelo in Palestina. E pensando al Carmelo come simbolo di totale adesione alla volontà divina e alla nostra salvezza eterna, disse: « Siamo chiamati a scalare questo monte spirituale con coraggio e senza fermarci. Camminando insieme con Maria, modello di totale fedeltà a Dio, non dovremmo aver paura degli ostacoli e delle difficoltà. Sostenuti dalla sua materna intercessione, come Elia noi saremo in grado di vivere in pienezza la nostra vocazione di autentici « profeti » del vangelo nel nostro tempo ». E si rivolse a Maria dicendo: « Che la B. Vergine del Monte Carmelo… ci aiuti a salire instancabilmente verso la vetta del monte della santità e a non avere niente di più caro che Cristo che rivela al mondo il mistero dell’amore divino e la vera dignità dell’uomo ».
Possa la sua preghiera diventare realtà nella nostra vita.

« UN SOLO ‘SÌ’ E L’ETERNO È ENTRATO NEL TEMPO »

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« UN SOLO ‘SÌ’ E L’ETERNO È ENTRATO NEL TEMPO »

Omelia di mons. Vincenzo Bertolone nella Solennità dell’Immacolata

Catanzaro, 09 Dicembre 2013 (Zenit.org)

Riprendiamo di seguito il testo dell’omelia pronunciata da monsignor Vincenzo Bertolone, arcivescovo di Catanzaro-Squillace, nella Solennità dell’Immacolata Concezione di Maria, celebrata ieri, domenica 8 dicembre 2013.

***
Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo,
che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli, in Cristo. (Ef 1,3)

«Dimmi, o luna: a che vale/al pastor la sua vita/la vostra vita a voi?
dimmi: ove tende/questo mio vagar breve,/il tuo corso immortale?».

Sono versi immortali di Giacomo Leopardi, del famoso “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia”, nei quali -come già prima e dopo il 1829- il poeta (stavolta pastore errante) esprime l’eterna situazione di dubbio angoscioso dell’uomo e lo stato che ne consegue di pessimismo lacerato da interrogativi senza risposta. Eppure, nel breve volger del tempo (circa sette anni) residuo della troppa breve vita, il poeta stempererà il suo tragico pessimismo e, comunque, tra le domande gelidamente senza risposta, quella sul male contiene in nuce uno spiraglio, si apre ad una se non propria certezza almeno ad una speranza di bene, di riconciliazione tra Creatura e creature, il cui tramite non sarà l’algida luna ma, diciamo noi, una dolce ed affettuosissima creatura terrena: Maria. È proprio per suo tramite che il Signore ci copre di ogni benedizione, come scrisse san Paolo agli Efesini. Ed allora, come non unire, miei carissimi fratelli e sorelle, la nostra lode a quella dell’apostolo Paolo, spalancando le porte del nostro cuore all’amore che Dio in maniera copiosa vi ha profuso? Come non ringraziare con Paolo Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha ricoperto di ogni benedizione spirituale nei cieli? Come non attestare, con il nostro “amen”, la maestà dell’opera di Dio che ha in sé un solo ed unico progetto: farci “uno” con lui?
Gli occhi della nostra mente, sia pure impari a causa della loro naturalità, colgono la grandezza divina, che ancor prima della creazione del mondo, ha voluto che fossimo santi e immacolati alla Sua presenza nella carità e fossimo predestinati, per sovrabbondanza di amore, ad essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo (cf. Ef 1, 4-6).
Oggi, miei carissimi, lodiamo, ringraziamo ed attestiamo con il cuore la nostra appartenenza alla famiglia “umana” cristiana e cattolica tanto fortemente desiderata da Dio Padre.
Però, dobbiamo constatare che come figli siamo stati e siamo irriconoscenti nei suoi confronti. Il “no” dei nostri progenitori (cf. Gn 3,9-15.20) ha generato la morte, il peccato, le nostre mancanze, la rinuncia ribelle all’adesione a Dio. La nostra affermazione di autonomia, il nostro credere di poter essere creature indipendenti, il supporre una connaturata e svincolata libertà ha innescato una sequela di “no” ancora in essere, perché nella nostra supponenza crediamo di non aver più bisogno di Dio, certi come siamo di poter camminare da soli. Il “passo” di Dio nel giardino della nostra esistenza non provoca la gioia, bensì il timore di essere scoperti, nudi, ormai privi di lui. La nostra materialità ci impedisce di vedere le orme di Dio accanto alle nostre; la nostra natura umana ci lega ancora così tanto alla terra da non farci spalancare gli occhi all’immensità celestiale in confronto della quale siamo ancor meno di atomi. Per fortuna i nostri “no” non fanno desistere un amore sovrabbondante e smisurato ed infatti Dio Padre è sempre lì, a tenderci la mano salvifica e redentrice dal male: Io porrò inimicizia tra te e la donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe; questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno (Gn 3,15). Ecco, già sin dal principio l’annuncio di una nuova Eva, di una nuova Madre per il genere umano, la madre del Figlio unigenito Gesù Cristo. Con il “si” di Maria all’Onnipotente è cominciata la nostra effettiva lotta al peccato, cancellando l’ambiguità di Eva nell’Eden.
Il mistero dell’Incarnazione, che celebreremo nel Natale ormai vicino, è la piena realizzazione dell’unione tra il cielo e la terra, un indissolubile connubio tra Dio e l’uomo, una indelebile testimonianza di un imperscrutabile disegno che è “da sempre” e che ci dice, nella figura del Cristo, che sarà “per sempre”.
Un solo “si” e l’Eterno è entrato nel tempo. L’aderire in semplicità di una fanciulla di Nazareth ha spalancato le porte del Cielo. Un incondizionato “eccomi” e la terra nel suo grembo ha accolto lo Spirito fecondatore.
Maria, con il suo “eccomi” è testimone, ancora oggi, che dire “si” a Dio è compiere un salto, non nel “vuoto”, ma di “qualità”. Dire “si” a Dio vuol dire accogliere non solo l’irrompere di Dio nella nostra vita, ma il lasciarsi completamente andare tra le sue braccia.
Nella terra di Galilea, un nuovo scenario. La casa di Nazareth: il “nuovo” giardino. Maria, la nuova Eva. Nel suo grembo, il nuovo Adamo. Ce lo racconta il Vangelo di Luca, già preannunciato nel passato dai Profeti: Ecco: la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele (Is 7,14). I primi due capitoli di questo annuncio di un’evangelizzazione sempre in “cammino” – (il verbo “annunciare” è presente 15 volte nel Vangelo e 10 negli Atti) – raccontano una scena quieta, come può svolgersi in povere pareti domestiche. Ma Luca è soprattutto l’evangelista della sollecitudine di Dio, il quale si serve degli angeli per “gettare un ponte” tra cielo e terra. Saranno gli annunciatori sia della risurrezione di Cristo, sia – per tre volte – della nascita dell’Emmanuele (e, ancor prima del precursore Giovanni):
- a Zaccaria, al quale – nel momento più alto e solenne per un sacerdote – sta per entrare nel Santo per fare la sua offerta, mentre uomini e donne sono nei cortili a pregare, ecco apparire un angelo del Signore, ritto alla destra dell’altare dell’incenso (Lc 1,11);
- a Maria, nella sua casetta: l’angelo Gabriele, entrando, le attribuisce l’apposizione di “piena di grazia”;
- ai pastori, che facevano la guardia, contro i ladri, al loro gregge: Un angelo del Signore si presentò davanti a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce (Lc 2,9).
Nelle tre circostanze la presenza angelica è motivo di sgomento, di turbamento; eppure, a differenza dell’antica esperienza paradisiaca precedente la “cacciata di Adamo ed Eva”, dal naturale spavento grazie anche al rassicurante invito a “non temere”, non si ha un atteggiamento di chiusura, bensì di lode e di canto:
- di Zaccaria: Benedetto il Signore Dio di Israele, perché ha visitato e redento il suo popolo, e ha suscitato per noi una salvezza potente nella casa di Davide, suo servo (Lc 1,68-69);
- di Maria: L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore, perché ha guardato l’umiltà della sua serva (Lc 1,46b-48°);
- degli angeli:Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama, che spingono i pastori ad andare fino a Betlemme, [a vedere] questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere (Lc 2,14-15).
Non bisogna spaventarsi, dunque, al manifestarsi del soprannaturale; e neppure restare inattivi, inebetiti, indifferenti al prodigio; non chiudiamo gli occhi alla Luce che squarcia le tenebre per non accoglierla. Evitiamo il rischio, di cui parla l’Arcivescovo di Milano, Giovanni Battista Montini (poi Paolo VI) citando sant’Agostino: «Timeo transeuntem Deum, temo Iddio che passa. Dio ha le Sue ore, Dio ha i suoi passaggi, Dio ha i Suoi momenti. Dio passa: chi non sa e non vuole cogliere quel momento, si gioca la propria fortuna, il proprio destino» (G. B. Montini, Gesù è il Salvatore, Lecco 08.10.1961 (Missione cittadina), in Discorsi, scritti e messaggi, III, 4675 [1872]). Non lasciamo che anche questo momento “favorevole” passi. E’ il momento di operare una trasformazione radicale nella nostra vita: da pastori erranti a uomini sulle orme del Divino Viandante.
Quello della nascita del Salvatore è un annuncio senza precedenti, che avrebbe sconvolto e sconvolgerebbe qualunque creatura.
La conoscenza umana è, per sua natura, limitata e, perciò fa fatica ad accogliere l’illimitato: Come posso conoscere questo?,domanda incredulo Zaccaria; e Maria esclama stupefatta: Come è possibile? Non conosco uomo. Ecco perché è sempre Dio a compiere il primo passo, ad andare incontro alla fragilità umana con alcuni “segni” della sua smisurata grandezza:
- a Zaccaria, sarai muto e non potrai parlare fino al giorno in cui queste cose avverranno (Lc 1,20);
- a Maria, Vedi: anche Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia, ha concepito un figlio (Lc 1,36);
- ai pastori, Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia (Lc 2,12).
Sin dalla creazione siamo stati ricolmati della grazia divina, sin dal grembo materno Dio sapeva il nostro nome, su ciascuno di noi ha costruito un suo progetto di amore: Maria è la “piena di Grazia”, è la testimone di quanto sconfinata sia la benevolenza di Dio verso le sue creature.
La Vergine Maria è icona della “profezia” da sempre annunciata e da sempre mantenuta.
Maria è la nuova Gerusalemme. L’annuncio dell’angelo, infatti, evoca le parole che il profeta Sofonia rivolge a Gerusalemme, raffigurata come “figlia di Sion”: Gioisci, figlia di Sion, rallegrati… figlia di Gerusalemme! Re d’Israele è il Signore in mezzo a te. Non temere, Sion, il Signore tuo Dio nel tuo seno è un salvatore potente (Sof 3,14-17).
In Maria si compie quanto Dio aveva promesso al profeta Natan: un trono stabile, una “casa”, un regno senza fine, su cui fondare un rapporto di reciprocità: Io gli sarò padre ed egli mi sarà figlio. Il trono del tuo regno io renderò stabile per sempre. La tua casa e il tuo regno saranno saldi per sempre… (2Sam 7,12-14).
Maria è la nuova “arca dell’alleanza”, piena della presenza divina, avvolta dalla nube fecondatrice dello Spirito Santo: la nube coprì della sua ombra la tenda del convegno e la Gloria del Signore riempiva la dimora (Es. 40,34).
Maria è la testimone oculare che nulla è impossibile a Dio (Gn 18,14).
Il suo dichiararsi “serva del Signore” non solo la identifica come Madre del Messia, ma ancor più come Madre dell’obbedienza incondizionatamente fedele e tipica di chi è assolutamente consapevole che ogni cosa, anche quella ritenuta dall’uomo impossibile, è nelle mani di Dio.

O Maria
Virgo fidelis,
profezia mantenuta,
figlia di Sion,
trono stabile,
arca della nuova alleanza,
serva del Signore
madre del Messia,
madre dell’obbedienza,
apri i nostri occhi,
spalanca il nostro cuore,
dischiudi le nostre labbra,
perché come te possiamo
volgere il nostro sguardo al cielo,
accogliere l’eccedente amore di Dio,
e proclamare senza fine:
alcuna cosa è impossibile per Dio.
Amen

Publié dans:MARIA VERGINE, MEDITAZIONI |on 23 avril, 2014 |Pas de commentaires »

UNO STABAT MATER A MISURA DI PRESEPE

http://www.cristianocattolico.it/rassegna-stampa-cattolica/formazione-e-catechesi/uno-stabat-mater-a-misura-di-presepe.html

(questo articolo è stato scritto per il Natale, ma dato che recitiamo lo Stabt Mater i venerdì di quaresima, ci sta a leggerlo)

UNO STABAT MATER A MISURA DI PRESEPE

di Timothy Verdon

Il tempo liturgico che inizia con la messa vigilare della solennità di Natale, il 24 dicembre, e termina con la festa del Battesimo del Signore, domenica dopo l’Epifania introduce i fedeli nel mistero non solo della nascita di Cristo ma anche della sua morte e risurrezione. Proprio questo duplice carattere del periodo è suggerito nell’immagine riprodotta a fronte, una piccola tavola trecentesca conservata in Vaticano, in cui sono raffigurate sia l’adorazione del neonato Gesù, in basso, che l’immagine del Vir dolorum, in alto, quasi a conferma dell’affermazione di san Leone Magno, secondo cui « l’unico scopo del Figlio di Dio nel nascere era di rendere possibile la crocifissione.
Nel grembo della Vergine ha assunto una carne mortale, e in quella carne mortale ha compiuto la sua passione » (Trattato, 48, 1: Corpus Christianorum Series Latina 138a, 279-280).
L’estrema sintesi della vita Christi offerta da Leone Magno – come poi dal dipinto riprodotto qui – nasce dal Nuovo Testamento. Già l’ultima domenica di Avvento, in quest’anno « c », la Chiesa ha ricordato il brano della lettera agli Ebrei in cui « entrando nel mondo, Cristo dice (al Padre): « Tu non hai voluto né sacrificio né offerta… un corpo invece mi hai preparato. Non hai gradito né olocausti né sacrifici per il peccato. Allora ho detto: Ecco io vengo – poiché di me sta scritto nel rotolo del libro – per fare o Dio la tua volontà » (Ebrei, 10, 5-7) »; a scanso di equivoci, più avanti lo stesso testo specifica che « mediante quella volontà siamo stati santificati per mezzo dell’offerta del corpo di Gesù Cristo, una volta per sempre » (Ebrei, 10, 10).
Non si tratta di una chiosa teologizzante, come qualcuno potrebbe pensare. In verità il primo cenno biografico a Gesù pervenutoci, una frase della lettera indirizzata da san Paolo ai cristiani della Galazia verso l’anno 57, dice la stessa cosa.
Con una concisione ancor maggiore di quella di san Leone Magno quattro secoli dopo, l’Apostolo afferma che « quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge, per riscattare coloro che erano sotto la legge, perché ricevessimo l’adozione a figli » (Galati, 4, 4-5). Tale sintetica biografia di Gesù viene però introdotta, nella lettera ai galati, da riferimenti alla sua morte e risurrezione. La frase che ne ricorda la nascita e l’appartenenza al popolo d’Israele appare infatti all’interno di una lunga argomentazione dottrinale che apre – 32 versetti prima – con la domanda, « O stolti galati, chi mai vi ha ammaliati, proprio voi agli occhi dei quali fu rappresentato al vivo Gesù Cristo crocifisso? » (Galati, 3, 1); nelle prime parole dell’epistola, poi, l’autore, Paolo, s’era già identificato come « apostolo non da parte di uomini, né per mezzo di uomini, ma per mezzo di Gesù Cristo e di Dio Padre che lo ha risuscitato dai morti » (Galati, 1, 1).
L’ordine conoscitivo indicato dal posizionamento di questi rimandi – l’ordine delle informazioni intorno a Cristo che san Paolo dà per certe nei destinatari della lettera, cioè – è quindi l’opposto di quello cronologico: non nascita, morte e risurrezione, ma risurrezione, morte e nascita! Questo sarà anche l’ordine in cui, tra gli anni 50-60 e l’inizio del ii secolo, prenderanno forma i vangeli, i quali – pur riorganizzando il materiale agli scopi di una narrazione diacronica – nascono dalla previa convinzione che Cristo è risorto, poi dalla partecipazione emotiva e morale alla sua passione, e solo in ultimo dalla narrazione della sua vita storica.
La tendenza a non dissociare alcun momento della vita di Cristo, neanche la nascita, dalla sua morte e risurrezione viene poi concretizzata nella liturgia. Ogni festa liturgica, anche Natale, viene per forza ricondotta al mistero della passione-risurrezione dal fatto che vi si celebra la Messa, la quale ri-presenta in forma incruenta il sacrificio di Cristo sul Golgotha.
Le letture delle solennità e feste natalizie sono poi attraversate da allusioni alla futura Passione del Salvatore: già il fatto menzionato nel vangelo della messa di notte di Natale, che all’arrivo di Giuseppe e Maria nella città di Davide, Betlemme, « non c’era per loro posto nell’alloggio » (Luca, 2, 7), introduce il tema del rifiuto, esplicitato in chiave teologica nel Prologo giovanneo proclamato sia nella messa di giorno di Natale che nella seconda domenica che segue. « Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. Era nel mondo e il mondo è stato fatto per mezzo di lui; eppure il mondo non lo ha riconosciuto. Venne fra i suoi, e i suoi non l’hanno accolto » (Giovanni, 1, 9-11).
All’Epifania, poi, da rifiuto il tema si muta in ostilità quando Erode cerca di sapere il luogo in cui era nato Cristo, non per adorarlo ma per ucciderlo.
Il contenuto pasquale del Natale verrà enfatizzato soprattutto dal periodo del nostro piccolo dipinto in avanti, nella poesia religiosa e in inni popolari. Prendiamo il caso dello Stabat Mater, databile tra la fine del Due e l’inizio del Trecento, le cui parole, attribuite al francescano Jacopone da Todi, invitano a sentire emotivamente, come Maria aveva sentito, la sofferenza di Cristo. C’era anche una versione natalizia dell’inno, anche questa attribuita a Jacopone da Todi, in cui invece di parlare di Maria ai piedi della croce il testo la descrive accanto al presepe! Mentre la prima versione inizia Stabat mater dolorosa /juxta crucem lachrymosa, / dum pendebat Filius, questa fa Stabat mater speciosa, / juxta foenum gaudiosa, / dum jacebat parvulus. Per chi usava prima la versione natalizia, e poi, qualche mese dopo, quella pasquale, ci doveva essere una salutare contaminatio emotiva: la gioia della nascita, ricordata a Pasqua, intensificava il dolore della morte, come la consapevolezza della futura morte, avvertita a Natale, acutizzava il pathos del Pargolo vulnerabile.
Tale duplice mistero ha affascinato gli artisti di tutti i periodi, incluso quello attuale. La seconda opera riprodotta qui, una Santa Famiglia astratta del 2008, fa vedere il Salvatore nato come luce nel legno dorato di una croce a « tau » (« Egli avrà sulle spalle il dominio », avrà sulle spalle il peso terribile e glorioso della croce).
Nel dipinto, di mano di uno degli artisti invitati da Benedetto XVI all’incontro nella Sistina lo scorso 21 novembre, Filippo Rossi, il simbolo dorato s’incastra però col legno grezzo allusivo a san Giuseppe, rappresentante della storia d’Israele in cui il Figlio di Dio s’inserisce: legno non solo grezzo ma anche torturato, in anticipazione della passione; s’incastra anche con il bianco sfiorato dall’oro che allude a Maria.

(L’Osservatore Romano – 24 dicembre 2009)

LA FIGURA DI MARIA NELLA LITURGIA – ANNUNCIAZIONE DEL SIGNORE

http://www.retesicomoro.it/Objects/Pagina.asp?ID=4432

LA FIGURA DI MARIA NELLA LITURGIA

ANNUNCIAZIONE DEL SIGNORE  

Circa la solennità dell’Annunciazione del Signore del 25 marzo, la Marialis cultus scrive: «Per la solennità dell’Incarnazione del Verbo, nel Calendario Romano, con motivata risoluzione, è stata ripristinata l’antica denominazione di “Annunciazione del Signore”, ma la celebrazione era ed è festa congiunta di Cristo e della Vergine: del Verbo che si fa “figlio di Maria” (Mc 6, 3), e della Vergine che diviene la Madre di Dio. Relativamente a Cristo l’Oriente e l’Occidente, nelle inesauribili ricchezze delle loro liturgie, celebrano tale solennità come memoria de fiat salvifico del Verbo incarnato, che entrando nel mondo disse: “Ecco, io vengo (…) per fare, o Dio, la tua volontà” (cf. Eb 10, 7; Sal 39, 8-9); come commemorazione dell’inizio della redenzione e dell’indissolubile e sponsale unione della natura divina con la natura umana nell’unica persona del Verbo. Relativamente a Maria, come festa della nuova Eva, vergine obbediente e fedele, che con il suo fiat generoso (cf. Lc 1, 38) divenne, per opera dello Spirito, Madre di Dio, ma anche vera Madre dei viventi e, accogliendo nel suo grembo l’unico Mediatore (cf. 1Tm 2, 5), vera Arca dell’Alleanza e vero Tempio di Dio, come memoria di un momento culminante del dialogo di salvezza tra Dio e l’uomo, e commemorazione del libero consenso della Vergine e del suo concorso al piano della redenzione» (MC 6). Da quanto afferma Paolo VI nella sua esortazione apostolica la solennità dell’Annunciazione del Signore è una festa sia cristologia sia mariana, quindi è una festa in stretto rapporto con quella del Natale. Gli storici della liturgia, tuttavia, dati gli elementi in loro possesso, non sono in grado di determinare quale delle due date sia stata determinante e predominante. L’origine della festa non è devozionale, e nemmeno deriva da riflessione teologica sul deposito della rivelazione, ma va ad iscriversi nel segno del realismo dell’incarnazione e nella dimensione della storia della salvezza. Per cui prima di tutto ciò che si celebra è un avvenimento e come tale deve essere privilegiato su tutte le altre celebrazioni. L’Annunciazione del Signore ci dice che il Verbo si è fatto carne e ha posto la sua dimora fra noi (cf. Gv 1, 14); scegliendo di mostrarsi nella fragilità della spogliazione e dell’abbassamento (cf. Fil 2, 5-8). Da tempo immemorabile, è l’annuncio dei profeti, la visita di Dio al suo popolo era stata annunciata e in modo insistente, per cui non vi era nessun dubbio che ciò sarebbe avvenuto, solo restava il mistero di come questa si sarebbe realizzata. Qui sta la novità, perché Dio non è passato tra gli uomini, ma si è fermato, non si è rivolto agli uomini dall’esterno, si è fatto uomo assumendo tutto dall’interno. Dio si fa uomo per parlare ed agire nel cuore stesso dell’esperienza umana. Scrive E.G. Mori: «Nel nostro momento storico, in cui si parte sempre più dall’uomo, dalla sua scoperta, dal suo significato, dalla sua centralità, l’evento dell’incarnazione è un fatto di straordinaria attualità. È la proposta di Dio che apre alla storia umana dimensioni senza confine. La finitezza umana rimane sempre disponibile ad essere “segno”, anche della presenza personale di Dio» . Dio pur rimanendo il Totalmente Altro, si è fatto uomo, quindi va cercato nella realtà degli uomini. D’ora in poi la storia della salvezza sarà caratterizzata e dominata da una sconvolgente scelta di Dio: l’incarnazione, per questo tutto il mistero cristiano viene posto sotto il segno del Dio-uomo. Di conseguenza la solennità dell’Annunciazione del Signore, non è solo il celebrare l’inizio della nuova avventura di Dio con l’umanità, ma ne è la chiave di lettura e di comprensione di tutto quello che avverrà poi. «L’esaltazione di Gesù, che fa di lui il “Signore” per sempre, non deve mai attenuare il mistero “dell’uomo Gesù”» , perché «quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge, perché ricevessimo l’adozione a figli» (Gal 4, 4-5). Dalla storia della liturgia sembra non esserci una data certa di quando veniva celebrato il giorno dell’Annunciazione, questo fino al X concilio di Toledo (656). Infatti, è in questo concilio che pur non parlando in modo esplicito della festa dell’Annunciazione, constata che la madre del Verbo non ha ancora una festa celebrata ovunque allo stesso giorno. Il non possedere una data comune, anche se quella del 25 marzo risulta essere la più comune, ci fa comprendere come si sia in presenza di molteplici liturgie legate ai rispettivi luoghi di provenienza (si conservano ancora oggi vari sacramentali e rituali: mozarabico, ispanico, gallicano, romano, senza dimenticare l’area orientale) e di conseguenza come la festa legata all’incarnazione abbia diverse comprensioni. Dai documenti che oggi possediamo, si sa che le prime commemorazioni di questa festa si hanno dapprima nella solennità del Natale, in seguito con il codificarsi del tempo d’Avvento vengono spostate in esso, e precisamente in una domenica o in un giorno dedicato alla celebrazione dell’incarnazione di Cristo dalla Vergine, per opera dello Spirito Santo. Solo più tardi prese piede la data del 25 marzo come giorno fissato per celebrare l’Annunciazione. I testi antichi ci dicono dunque una cosa importante, agli inizi la solennità dell’Annunciazione del Signore, non veniva celebrata come festa a se stante, ma ne veniva fatta memoria in altre celebrazioni. Ciò si può rilevare nelle omelie che troviamo in oriente tra il IV e V secolo, una delle più datate è quella scritta da Esichio di Gerusalemme († dopo 451), che fa riferimento a Lc 1, 26-38 ed è da ascriversi nel tempo di preparazione al Natale, anche di Antipatro di Bostra († 457) possediamo due omelie da lui tenute nelle domeniche precedenti il Natale. Anche Basilio di Seleucia († dopo il 468) ci ha lasciato un commento al racconto dell’Annunciazione databile prima del Natale del 449. Grande importanza hanno le omelie che ci provengono da Proclo di Costantinopoli († 430), frutto della sua predicazione, in esse vibrano profondi assensi di ammirazione alla Vergine santa, alla base di questi testi c’è l’oracolo di Isaia 7 e il vangelo di Luca relativo all’Annunciazione. Anche il comportamento liturgico delle Chiese che nel secolo V orbitano attorno ad Antiochia è analogo. Un secolo più tardi la chiesa nestoriana organizzò per il periodo precedente il Natale le domeniche chiamandole dell’Annunciazione (Sûbâra), e l’ultima domenica commemora proprio l’annuncio portato a Maria.  Solo nella prima metà del VI secolo apparve la festa dell’Annunciazione in data 25 marzo, e questo avviene nel patriarcato di Costantinopoli, tale festa in epoca Giustiniana si diffonde anche nelle altre regioni di rito bizantino, e nel giro di qualche decennio fu adottata anche da altri patriarcati. Prima di passare all’ambito occidentale penso sia opportuno porsi una domanda: perché la data del 25 marzo? Certamente la prima risposta che viene spontanea dare è perché il Natale si celebra il 25 dicembre, e quindi nove mesi prima è appunto il 25 marzo. Ma non è questo il motivo. Il 25 marzo astronomicamente è l’equinozio di primavera. Fin dai tempi di Tertulliano erano presenti tradizioni che richiamavano questa data come quella della creazione del mondo, in alcune anche quella dell’uomo, e della concezione di Cristo. In seguito a questa data si è aggiunta anche la commemorazione della morte di Cristo, lo stesso sant’Agostino nel De Trinitate vi allude, infatti facendo calcoli sulla simbologia dei numeri afferma che la gestazione perfetta comprenderebbe il preciso periodo di nove mesi e sei giorni. Questo si è verificato per la perfezione del corpo di Cristo. Anche nel Sacramentario Gelasiano preadriano si legge: «VIII calende di aprile Annunciazione Santa Madre di Dio e Passione del Signore». Dopo questa parentesi circa l’aver fissato la data al 25 marzo, vediamo come si è andata formando questa festa nell’occidente cristiano. Le omelie di Pietro Crisologo, vescovo di Ravenna, nel V secolo, ci dicono l’esistenza e l’importanza di una preparazione al Natale, incentrata sul racconto lucano dell’Annunciazione, l’importanza di questa preparazione è sottolineata pure dal celebre Rotolo di Ravenna (manoscritto copiato nel secolo VIII, ma risalente al secolo VI – fine V -. Il Pinell sostiene che le orazioni presenti siano state composte per l’Ufficio di Avvento delle Chiese del Nord Italia). Anche per altre Chiese dell’Italia del nord, abbiamo testimonianze, risalenti al VI – VIII secolo, che attestano che nella V Domenica di Avvento veniva letto il vangelo di Lc 1, 26 – 38. Un’importante testimonianza dell’esistenza della commemorazione dell’Annunciazione del Signore, ci viene offerta dalla Chiesa milanese, dove fin dal secolo V l’ultima domenica di Avvento era dichiaratamente celebrativa della verginale-divina maternità di Maria. Il Sacramentario Bergomense (e altri libri liturgici ambrosiani) contengono due formulari di Messa relativi a questa domenica, uno porta il titolo In Ecclesia (cioè la cattedrale), con indicato il vangelo della Visitazione (Lc 1, 39-55), l’altro Ad Sanctam Mariam (usato in seguito da tutte le chiesa) con il vangelo dell’Annuncizaione (Lc 1, 26-38). I prefazi  di queste messe in modo eloquente tratteggiano il tenore mariano di questa domenica, che successivamente nel corso del Medioevo venne chiamata a volte De Incarnatione altre In Annuntiatione, le orazioni di queste messe sono state conservate anche nell’attuale liturgia ambrosiana, come testimonia questa preghiera: «Esaudisci, o Padre infinitamente buono, la nostra supplica: donaci di aderire con umile fede alla tua parola sull’esempio della Vergine immacolata che, all’annuncio dell’angelo, accolse il tuo Verbo ineffabile e, colma di Spirito santo, divenne tempio di Dio». Anche la chiesa ambrosiana sotto l’influsso della liturgia romano-carolingia assunse la festa del 25 marzo, ed in essa vi confluì la tradizione ecologica gelasiana e gregoriana dell’Annunciazione. San Carlo Borromeo, abolì tuttavia questa festa, per rispettare la veneranda regola di non festeggiare durante la Quaresima, e solo nel 1897 fu ripristinata con decreto della Sacra Congregazione dei Riti in risposta ai desideri espressi sia dal clero che dal popolo milanese. Anche la Chiesa di Spagna seguendo l’esempio delle altre Chiese aveva nel proprio calendario liturgico d’Avvento una domenica dedicata al mistero dell’Annunciazione, come testimonia un mirabile prefazio: «È cosa degna, giusta conveniente e salutare celebrare la miracolosa nascita del nostro Signore Gesù Cristo: che il messaggero celeste annunziò dover nascere tra gli uomini e per gli uomini, che la Vergine in terra accolse mentre veniva salutata e che lo Spirito santo creò mentre si incarnava; affinché per la promessa di Gabriele, la fede di Maria e la reale cooperazione dello Spirito di Dio, l’evento seguisse il saluto dell’Angelo, il fatto mostrasse compita la promessa e la vergine comprendesse di essere stata resa feconda dalla misteriosa potenza dell’Altissimo. Ecco concepirai nel seno e darai alla luce un Figlio, l’Angelo annunziò E come avverrà ciò? Rispose Maria. Ma poiché rispose credendo senza dubitare, lo Spirito santo concepì ciò che l’Angelo aveva annunziato. Maria, vergine prima del concepimento,che rimarrà sempre vergine anche dopo il parto, ha concepito il suo Dio prima nella mente e poi nel ventre. La Vergine, ripiena della grazia di Dio, per prima ha accolto il Salvatore del mondo, e perciò è divenuta la vera Madre del Figlio di Dio. Il quale adorano gli Angeli, i Troni, le Dominazioni e le Potestà, dicendo così: santo…» .  Come la Chiesa ambrosiana anche quella spagnola fu influenzata dalla liturgia romana e la festa dedicata all’Annunciazione del Signore fu portata al 25 marzo fino all’intervento del X concilio di Toledo (656), nel quale i padri conciliari spagnoli decisero di stabilire il 18 dicembre una solenne festività mariana, ed in essa si intendeva celebrare il mistero dell’Annunciazione-Incarnazione. Solo nel secolo X-XI e ancora sotto l’influsso romano-franco, nella chiesa ispanica fu introdotta la festa dell’Annunciazione al 25 marzo, tuttavia questa festa conservava l’impianto ecologico di quella del 18 dicembre presente nel Sacramentario Mozarabico. Le orazioni presenti nel Messale di Bobbio, insieme ad altre presenti in alcuni libri gallicani dei secoli VII e VIII che richiamano ai testi biblici di Is 7, 10 – 9, 7 e Lc 1, 26-38, ci dicono che anche la Chiesa di Gallia, almeno fino alla romanizzazione operata da Carlo Magno, la verginale maternità di Maria veniva onorata in modo speciale il giorno di Natale. Quanto è stato detto per varie Chiese occidentali è valido pure per la Chiesa di Roma, infatti, anche in questa Chiesa la commemorazione dell’Incarnazione e della maternità verginale di Maria erano confluite nella solennità del Natale, che veniva celebrato nella basilica di S. Maria Maggiore. Solo nel VII secolo con l’importazione dall’Oriente di quattro festività mariane (2 febbraio – Purificazione di Maria, 15 agosto – Assunzione al cielo, 8 settembre – natività di Maria e 25 marzo – Annunciazione del Signore), la festa mariana relativa a Lc 1, 26-38, viene portata al 25 marzo, data che in virtù dell’espansione avuta sarà diffusa in tutti i paesi dell’Occidente. Tuttavia per la liturgia romana non va dimenticato che anche le Tempora di dicembre progressivamente si sono colorate di tonalità mariane, infatti nel Sacramentario Gelasiano un prefazio composto per il mercoledì, ci dice che il vangelo letto era quello relativo all’Annunciazione del Signore. Questa messa nel Medioevo acquistò un’importanza speciale soprattutto nei monasteri, tanto venir chiamata Missa aurea beatae Mariae. Sempre nella liturgia romana è presente una commemorazione dell’incarnazione del Signore in una domenica d’Avvento, come si legge nell’Ordo Romano redatto verso la metà del secolo VIII. La festa dell’Annunciazione del Signore ha variato spesso la sua denominazione ufficiale di questa festa, in età antica era comune l’espressione Annunciazione dell’angelo alla beata Vergine Maria, ma anche Annunciazione del Signore, Annunciazione di Cristo, addirittura Concezione di Cristo; questi ultimi titoli erano dovuti al fatto che la festa più antica era nel ricordo del Signore. Ma il pressante riferimento a Maria ne ha fatto molto presto una festa di Maria, per cui negli ultimi secoli la denominazione ufficiale data è stata Annunciazione della beata Vergine Maria. Da questo excursus possiamo rilevare come questa festa non solo ha cambiato spesso denominazione, ma anche ha variato molte volte la data della celebrazione, varietà legata alla diversa concezione dell’anno liturgico ed ecclesiastico. In oriente non era presente un’idea molto rigida a questo riguardo, per cui le feste sia dei santi quanto quelle mariane erano sparse lungo tutto l’anno. Al contrario in occidente, e soprattutto in Spagna e nella Chiesa ambrosiana, non erano ammesse deroghe alle feste nei santi nel periodo quaresimale. Da qui l’aver fissato in modo deciso la data dell’Annunciazione al 18 dicembre, in pieno periodo d’avvento. Tuttavia a Roma “la rigidità” quaresimale era minore, questo spiega perché sia il Sacramentario Gelasiano quanto quello Gregoriano conservano la festa dell’Annunciazione al 25 marzo come il calendario orientale. Nella liturgia delle tempora, in avvento, si ricorda l’annunciazione, solo tardivamente al 18 dicembre viene introdotta una festività chiamata Expectatio partus. Solo negli ultimi tempi si arriva alla data del 25 marzo come comune a tutta la chiesa per la festa dell’Annunciazione. Con la riforma liturgica, a seguito del Vaticano II, la festa ha ripreso il suo nome più autentico, per una profonda motivazione teologica: Annunciazione del Signore. Infatti, il concilio ricorda che la vera radice di tutta la grandezza e unicità della persona di Maria e della missione di Maria: la sua relazione a Cristo (cf. LG 67), tema ripreso dal prefazio della messa della solennità dell’Annunciazione: «È veramente cosa buona e giusta, nostro dovere e fonte di salvezza, rendere grazie sempre e in ogni luogo a te, Signore, Padre santo, Dio onnipotente ed eterno, per Cristo nostro Signore. All’annunzio del vangelo la Vergine accolse nella fede la tua parola, e per l’azione misteriosa dello Spirito Santo concepì e con ineffabile amore portò in grembo il primogenito dell’umanità nuova, che doveva compiere le promesse d’Israele e rivelarsi al mondo come il Salvatore atteso dalle genti. Per questo mistero esultano gli angeli e adorano la gloria del tuo volto. Al loro canto congedi, o Signore, che si uniscano le nostre umili voci nell’inno di lode».   P. Gino Alberto Faccioli, ISSR « Santa Maria di Monte Berico »

THEOTOKOS OVVERO LA MADRE DI DIO – (IL CONCILIO DI EFESO)

http://www.artcurel.it/ARTCUREL/RUBRICHEAUTORI/alessiovariscoteologiadellarte/AVtheotokosovverolaMadrediDio.htm

THEOTOKOS OVVERO LA MADRE DI DIO – (IL CONCILIO DI EFESO)

DI ALESSIO VARISCO

 SGUARDO DI MARIA, MADRE DI GESÙ, SUL MONDO

Maria è la la Madre di Dio. Per noi cattolici è la Beata Vergine Maria, è la madre di Gesù: il Cristo-uomo che l’opera dello Spirito Santo ha unito ipostaticamente –nella duplicità della natura e unicità della persona– al Verbo eterno di Dio. Per questo motivo il Concilio di Efeso le ha attribuito il rango « Genitrice di Dio » dichiarandola, a livello dogmatico, dal punto di vista teologico, la Theotókos ossia la « Madre di Dio ».

Dal punto di vista storico Maria risulta quindi la “Madre di Dio”, la Theotókos. In seno alla Chiesa, attorno a questa definizione, si infiammò una delle più pesanti e accorata disputa che si risolse col Concilio di Efeso nel 431. Il nome di Efeso fa riecheggiare alla mente «grande è Diana Efesia!» grido che leggiamo negli Atti degli Apostoli. Sorgeva, infatti, in Efeso un magnifico tempio, chiamato Artemision, offerto a Diana. Un luogo di culto che specchiava le sue cento colonne di marmo e di porfido, alte venti metri, col simulacro della dea d’avorio e d’oro nell’acque del mare antistante. Efeso era una delle sette meraviglie del mondo. La città si era guadagnata un’enorme fama ed era mèta d’innumerevoli pellegrinaggi; ciò diede modo ad alcuni artigiani, gli orefici, a larghi guadagni e comportò un aumento di capitali rendendo la città molto ricca e sontuosa, sfavillante agli occhi del visitatore. Gli orafi accrescevano sempre più le loro ricchezze commercializzando delle riproduzioni, in piccolo, dell’enorme tempio, oltre a statue di Diana e medaglioni rappresentanti l’effigie della dea in gran numero.  San Paolo, Saulo di Tarso ex pubblicano, arrivò, alle parti inferiori di quelle colonne lisciate, un uomo dall’aspetto piccolo –miserabilmente povero e sproporzionato rispetto la maestosità sontuosa del luogo- e cominciò a parlare alla gente E il tempio parve tremare quando iniziò a proferire parola, sembrò crollare quella meschina patina di perbenismo. Ecco che Demetrio, uno degli orafi, mise insieme gli artigiani della città, in una specie di comizio sindacale, accendendoli contro l’uomo che aveva l’audacia di dir male della Diana. Come un tuono si alzò la voce dei convenuti che cercavano di zittire, soffocando col chiasso e le grida, la predicazione dell’Apostolo. Il loro motto gridato era « Grande è Diana Efesia! ».

Il Concilio di Efeso Dopo neppure trecent’anni, di fianco al tempio andato in rovina s’innalzava una stupenda Basilica, dedicata alla Madonna. In questo tempio mariano si riunirono i Padri della Chiesa, per stabilire se Maria dovesse essere indicata col titolo di: “Theotókos” o semplicemente “Christotókos”. Scopo dell’audizione conciliare stabilire se Maria era la Madre di Dio o la Madre di Cristo. In modo inconsapevole noi oggi ripetiamo le parole “Maria”, “Vergine” o « Madre di Dio » non pensando -quasi mai- a quel che comportò quest’attributo mariano. Inoltre in pochi ricordano che tutti gli altri dogmi riguardanti la Madonna derivino proprio da lì, dall’essere Vergine e Madre di Dio. Purtroppo in Efeso si scontrarono -sotto l’efficace arbitrato della Chiesa di Roma- due fazioni contrapposte: quella appartenete alla Chiesa d’Alessandria -condotta da San Cirillo- e quella della Chiesa di Costantinopoli -capitanata dal grande Nestorio-. Con una “bizantina sottigliezza” Nestorio inseguiva la tendenza, tutta orientale, di fare di Gesù qualche cosa di sovrastante, più alto, e di scollato dall’umanità. Secondo lui non era possibile -e secondo molti altri teologi orientali, che vi fosse « una sola persona » costituita di due nature: divina e umana. Stando a quest’assunto Dio sarebbe sempre rimasto -in qualche modo- distaccato dall’uomo. E che quindi dalla Vergine Maria non sarebbe nato il Dio bensì l’uomo. La tesi nestoriana appare un’eresia essenzialmente cristologia. Nestorio fa derivare inevitabilmente l’eresia mariana, tanto è vero che ogni errore compiuto sul Cristo si riflette –per contro ed in misura diretta- sulla Madre, e dicasi, oltremodo per inversione, pure il contrario. Eppure, va detto, ad onor del vero l’errore di Nestorio era provvisto di tutte le esteriorità della assennatezza, e che esclusivamente chi comprendeva l’importanza teologica della dottrina cattolica -sostenente la natura divina e la natura umana in una sola persona- era in grado, in quel momento, di vedere in anticipo e quantificare tutte le disastrose conseguenze di quell’errore minutissimo. Il Vescovo d’Alessandria, San Cirillo, si erse contro il Vescovo di Costantinopoli, Nestorio. Questo comportò uno spaccamento verso la Capitale dell’Impero d’Oriente e numerosi seguaci nestoriani. Nestorio pareva dovesse avere il sopravvento, fra i due antagonisti, tanto la sua magniloquenza era suasiva e convincente. Nestorio era il favorito e sembrava la sua linea fosse “travolgente”. Giovò forse quel suo aspetto di conventuale ieraticità, il suo tono intenso e caldo certamente persuasivo. Basti pensare che l’Imperatore Teodosio il Grande posava le sue aspettative su di lui perché era capace di suaderlo. Sant’Agostino, il grande Vescovo di Ippona, filosofo, era morto ormai da un anno. Chi era capace di tener testa a colui che possedeva il titolo di « incendiario »? E San Cirillo d’Alessandria non si fiaccò: «Noi, per la fede di Cristo – disse – siamo pronti a soffrire tutto: prigione, catene, decesso». Rivolse un appellò a Roma e Celestino I affidò a lui la preservazione della dottrina cattolica: «l’autorità della nostra Sede vi è detta». Fu l’Imperatore, Teodosio, a convocare il Concilio. Si scelse la città che era già di Diana ed ora di Maria; quivi giunsero -da ciascuna parte della Cristianità- i Padri della Chiesa. In realtà l’imperatore Teodosio aveva promosso il Concilio tranquillo della vincita del suo Vescovo. Nestorio già assaporava il gusto della buona riuscita. Alla fine del Concilio, nella grande chiesa efesina, sarebbe certamente rimbombato il grido -tuttavia non oltraggioso né indegno- di Christotókos. E invece, altissimo si  portò in alto, approvato da tutti, quello di Theotókos, Madre di Dio. E San Cirillo d’Alessandria godette del titolo d’«invincibile difensore della divina maternità della Vergine». Quando pervennero ad Efeso i due Legati di Roma, non ebbero che da confermare il Decreto del Concilio. Il titolo di ‘Madre di Dio’, da quel giorno, riconobbe alla Vergine il più importante degli onori e il più alto dei vanti. Tutte le generazioni, da quel momento la chiamarono “Madre di Dio”.   Maria era divenuta: Madre di Dio ed ora Madre della Chiesa. La Beata Vergine aveva partecipato alla nascita della divinità del Fondatore della Chiesa -sposa del Cristo- e diveniva la Madre dell’Umanità e della Chiesa stessa. Maria era la “Madre di tutti i redenti”. Nella illustrazione a lato possiamo notare la dicitura « Sancta Trinitas unus Deus »: è qui miniata la ‘Litania lauretana’ in cui Maria è esaltata quale « Madre di Dio ». Nell’ottica della supplica alla Vergine di Loreto si trova un riferimento dogmatico importantissimo –comunicato per tramite dell’orazione dai fedeli recitanti-: Maria sarebbe « la più vicina alla Trinità » ["B proxima primae (litterae, A)"]. Inoltre la Beata Vergine sarebbe -per noi cattolici- la »Sancta Dei Genitrix » ed anche qui l’ausilio iconico ci aiuta ad addentrarci nei meandri di un Mistero grandioso. Inoltre nell’illustrazione di quest’altra ‘Litania’ si ricorda l’evento della nascita di Gesù, “Figlio di Dio”. Maria è divenuta: la Madre di tutti i Santi, la Madre di tutte le Grazie, secondo la convinzione che attende ancora la sua solenne definizione,

«Donna, se’ tanto grande e tanto vali, che qual vuol grazia ed a te non ricorre, sua disïanza vuol volar sanz’ali».

[A. Dante, Paradiso.  XXXIII, 13-15]

da secoli poeticamente Dante, aveva espresso nella « preghiera di San Bernardo ».

Titolo mariano per antonomasia … dal punto di vista teologico Maria è la “Madre di Dio” e questo titolo –oltre ad essere una definizione misteriologica che attiene la teologia mariana- è anche il titolo primo e principale. «Nel Vangelo Maria è presentata come la « madre di Gesù ». Gesù è il Cristo, il Messia, un uomo che l’opera dello Spirito Santo ha unito ipostaticamente – duplicità della natura e unicità della persona – al Verbo eterno di Dio. Per questo al Concilio di Efeso, nel 431, Maria fu dichiarata Theotókos, « Madre di Dio », « Genitrice di Dio». [Tullio Faustino Ossanna, "L’Ave Maria – Storia, contenuti, problemi", ‘Edizioni San Paolo’, pp. 78-79]. Il dogma della divina Maternità di Maria è presentatato in modo accessibile nel volumetto di padre Osanna in cui risulta ben argomentata –brevemente- la riflessione biblico-teologica. Bisogna puntualizzare che Maria non può essere intesa come la madre della divinità, né tantomeno madre della Trinità. Maria è la Madre di Gesù, cioè del Verbo eterno del Padre in Lei incarnatosi. Ecco che Maria risulta la collaboratrice del Padre che per mezzo dello Spirito Santo ha reso possibile l’Incarnazione dell’Unigenito. Di qui si spiegherebbe Maria l’intima e particolare relazione che Essa ha in relazione alla Trinità; Maria acquista ogni grado più elevato nella Chiesa in ragione anche di ciò. È Maria il “ponte” fra l’umanità di peccatori redenta in Cristo –per mezzo suo che ha schiacciato le sorti riscattando la progenie di Eva- e quella Divinità che in Lei ha albergato. Maria è perciò “avvocata nostra”… Myriam è Colei che è stata scelta per collaborare all’Incarnazione del Figlio di Dio –è la Madre- e perciò la chiamiamo col nome di « Madre di Dio » perché Gesù-Dio è nato da lei: « nato da donna » [Gal 4, 4]. Maria è madre nel senso più fisico, psicologico e spirituale: sa di contribuire con Dio offrendo il suo assenso libero e dando alla luce nell’amore il Verbo che è l’Amore. Maria non si presenta unicamente come la « genitrice », Essa è la madre che esercita la sua funzione, la sua posizione od il suo ruolo verso Dio e l’umanità in Lei redenta, la sua mandato materno –una vera missione- verso il Figlio si realizza mettendosi –in Lei preservata da ogni traccia di male- totalmente a disposizione del Padre in modo silenzioso e umile. Maria è la madre che vive per il figlio -con l’ansia-, nella compartecipazione alla missione di Lui fino alla morte e anche dopo la morte: Donna dell’Attesa, del venerdì e del Sabato Santo.

Maria è Colei che anche oggi è accanto a Lui nella gloria in Cielo presso il Padre.  Da tutto ciò deriva la sua grandezza e anche la sua forza: ha i suoi diritti materni d’essere amata, onorata, ascoltata; è motivo per noi di fiducia. Maria è stata scelta anche per essere collaboratrice nella missione di salvezza di Gesù, che dalla Croce la volle madre dell’umanità: « Donna, eccoil tuo figlio! […] Ecco tua madre! » [Gv 19, 26-27]. Alla Madre di Dio la Chiesa – che l’ha proclamata anche sua madre: « Madre della Chiesa » – va per conoscere Cristo, contando su di lei per essere portatrice di Salvezza ».

 

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