Archive pour la catégorie 'MARIA VERGINE E SAN PAOLO'

San Paolo e Maria (Gal 4,4) (Omelia)

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/15337.html

(ho trovato questa omelia in un giorno che non c’era la lettera ai Galati tra le letture, forse in collegamento con Atti, ma è bella e ve la propongo)

Omelia (13-05-2009) 
don Daniele Muraro

San Paolo e Maria (Gal 4,4)

Quello che è stato proclamato come prima lettura è l’unico brano in san Paolo in cui si parla di Maria santissima. Le tredici lettere di san Paolo contano 2029 versetti, di essi solo uno è dedicato alla persona della Madre di Gesù, questo, il numero 4 del capitolo quarto della lettera ai Galati: “Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge”. La madre del Signore non viene nemmeno chiamata per nome, ma solo menzionata come di passaggio.
Stando così le cose, sembra che a san Paolo la figura di Maria interessi minimamente e che dunque sia inutile interrogarci sull’apporto dell’Apostolo delle genti alla nostra devozione per la Madre del Signore.
Prima però di abbandonare delusi la nostra ricerca e di tirare della conclusioni indebite soffermiamoci un attimo almeno su questo frammento. Potremmo scoprirvi delle ricchezze inaspettate e rivalutare anche il messaggio di san Paolo a riguardo dell’umanità di Gesù e del mistero della sua venuta nel mondo.
Anzitutto la frase citata del versetto quattro si conclude solo nel versetto seguente, il cinque: ”Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge, per riscattare coloro che erano sotto la legge, perché ricevessimo l’adozione a figli.”
Notiamo subito che ci sono alcuni termini che ritornano. Si può stabilire un collegamento tra la prima parte della frase e l’ultima: “Dio mandò il suo Figlio… perché ricevessimo l’adozione a figli.” Similmente sono parallele le due espressioni centrali: “(il Figlio di Dio…) nato sotto la legge, per riscattare coloro che erano sotto la legge”. Resta in sospeso proprio l’espressione “nato da donna” che viene ad interrompere il collegamento fra figliolanza e sottomissione alla legge.
In sintesi il ragionamento di san Paolo si può schematizzare così: nascendo in un mondo segnato dalla corruzione del peccato anche se frenato nella sua decadenza verso il male dalla legge ricevuta sul Sinai, il Figlio di Dio si sottopose volontariamente alle dure esigenze della legge di Mosè perché noi avessimo anche la gioia di sentirci figli di Dio.
San Paolo aveva appena finito di dire che la Legge, anche la migliore possibile come quella dell’Antico Testamento, non è sufficiente per dare la salvezza. La funzione della legge è quella di un argine o di un paracarro: segnala un limite da non superare, ma non conduce alla mèta. Rende più difficile la trasgressione, ma non aiuta con nessuna spinta in avanti né attira con la forza della persuasione.
Solo la fede in Gesù salva. La legge di Mosè dunque è servita come una preparazione e una guida in vista dell’incontro con Cristo. Riprendendo un esempio dei suoi tempi san Paolo dice anche che quando si entra nella maggiore età non si ha più bisogno di precettori e pedadoghi. Tutori e amministratori esercitano il loro ufficio finché uno non entra nel pieno possesso dei suoi diritti, poi essi devono cedere il campo. Alla stessa maniera non è più necessario seguire alla lettera le norme contenute nella legge di Mosè perché Gesù ci ha elevati alla dignità di figli di Dio con tutti i privilegi conseguenti.
È un tema centrale nella predicazione di san Paolo, che egli svilupperà qualche anno più tardi nella lettera ai Romani. Per intanto ne traccia come un abbozzo, indotto a questo dal cambiamento di condotta intervenuto presso i Galati.
Essi avevano aderito con entusiasmo al Vangelo di Gesù Cristo, ma dopo qualche tempo avevano lasciato spazio ad alcuni predicatori Giudei. Pensando di far bene si erano convinti così della necessità di osservare tutte le norme in uso presso gli Ebrei.
San Paolo reagisce e ricorda ai Galati che la fede è immensamente superiore alle opere: “Questo solo io vorrei sapere da voi: è per le opere della legge che avete ricevuto lo Spirito o per aver creduto alla predicazione? Siete così privi d’intelligenza che, dopo aver incominciato con lo Spirito, ora volete finire con la carne (cioè con la materialità delle opere)? Tante esperienze le avete fatte invano? Se almeno fosse invano! Colui che dunque vi concede lo Spirito e opera portenti in mezzo a voi, lo fa grazie alle opere della legge o perché avete creduto alla predicazione?”
È dunque in un contesto polemico che san Paolo cita la madre di Gesù, come un’oasi di pace, in mezzo a tante angustie. Anche se l’espressione “nato da donna” sembra qualcosa in più che interrompe la linearità del ragionamento, san Paolo inserisce lo stesso questo inciso a cui evidentemente attribuisce un valore particolare.
Non c’è stata solo la Legge che ha accolto Gesù nel mondo, quella legge in nome della quale ad un certo punto sarebbe stato condannato. Gesù, il Figlio di Dio, è venuto nel mondo, nascendo da una donna. Il solo fatto di essere la Madre del Figlio di Dio rende questa donna particolare.
Non ci dobbiamo meravigliare che san Paolo non approfondisca il punto e non aggiunga dettagli alla sua perentoria affermazione. Non dobbiamo cercare nelle lettere di san Paolo quello che troviamo contenuto così ampiamente nei Vangeli, ossia la descrizione della vita di Gesù. Non solo san Paolo omette il nome di Maria, ma non racconta di nessuna parabola, né miracolo del Signore. Se la nostra conoscenza fosse limitata a quello che ci ha lasciato per iscritto Paolo, ignoreremmo le beatitudini e quasi ogni altro detto del Signore.
San Paolo non fu spettatore degli avvenimenti capitati nei tre anni della vita pubblica del Signore e perciò ne lascia il compito del resoconto ad altri, primi fra tutti al suo discepolo Luca.
È interessante questa cosa, perché nel terzo Vangelo noi troviamo le informazioni più ampie che abbiamo nel Nuovo Testamento sulla figura di Maria; ma, come dice lui stesso, san Luca si decise a scrivere un racconto della vita di Gesù solo dopo avere fatto accurate ricerche in proposito e avere interrogato i testimoni diretti.
L’espressione “nato da donna” dunque è come un concentrato di tutto quello che san Paolo ha da dire su Maria. Vale la pena di spiegarla seppure brevemente.
Anzitutto l’attribuzione a Gesù della qualifica “nato da donna” serve a ribadire la concretezza dell’incarnazione del Figlio di Dio, che attraverso Maria diventa veramente compartecipe della nostra condizione umana, compresa la sua peculiare fragilità. Giobbe si esprime così: “L’uomo nato da donna, breve di giorni e sazio di inquietudine, come un fiore spunta e avvizzisce”.
L’assenza di un padre umano per Gesù viene appena accennata, l’importante per san Paolo è che vi sia stata una madre. In quanto figlio di Maria Gesù appartiene al popolo eletto e alla discendenza del Re Davide. Essa assicura quindi il compimento delle promesse sul Messia salvatore.
Non solo ma sviluppando l’intuizione contenuta nella lettera ai Romani in cui san Paolo stabilisce un confronto fra Adamo e Gesù è possibile stabilire un paragone fra Eva e Maria. La dicitura “donna” quindi richiamerebbe anche la prima donna. Come Eva fu la madre di tutti i viventi, così Maria a motivo del suo Figlio diventa la Madre di tutti i rendenti.
Scrive san Paolo: “Come la disobbedienza di un solo uomo (Adamo) ha reso tutti peccatori, così l’obbedienza di uno solo (Gesù Cristo) renderà tutti giusti » e sant’Ireneo fa eco: « Ciò che la vergine Eva legò con la sua incredulità, la vergine Maria sciolse con la sua fede » Eva si lasciò sedurre e disobbedì, questa si lasciò persuadere e ubbidì. In tal modo la vergine Maria poté divenire avvocata della vergine Eva.
“Il nemico infatti” dice ancora sant’Ireneo “non sarebbe stato sconfitto secondo giustizia, se il vittorioso non fosse stato un uomo nato da donna, poiché fin dall’inizio della storia il demonio ha dominato sull »uomo per mezzo di una donna, opponendosi a lui col suo potere.
Per questo si proclama Figlio dell’uomo, egli che ricapitola in sé l’uomo primordiale, dal quale venne la prima donna e, attraverso questa, l’umanità. Il genere umano era sprofondato nella morte causa dell’uomo sconfitto. Ora risaliva alla vita a causa dell’uomo vittorioso.”
Da San Paolo dunque possiamo imparare che la devozione a Maria è strettamente collegata alla fede nel suo Figlio e nostro Salvatore e che al contrario di essere una pratica confinata ai margini del nostro credo la nostra preghiera a Maria abbraccia l’intera storia del mondo, come anche la Madonna stessa apparendo a Fatima ci ha fatto capire… 

Tessere mariane : 2 Cor 5,19: lectio divina

dal sito:

http://servedimaria.diocesi.rovigo.it/documenti/rivista3-09/3_09-pag17-18.pdf

Tessere mariane

In ascolto della Parola

2 Cor 5,19: lectio divina

San Paolo, come Maria, ha accolto il dono della Parola come vocazione e come missione. La Parola infatti, viene inviata all’umanità non perché diventi un cibo da consumarsi e gustare in privato, o un gioiello dicui ornarsi per potersi rimirare egoisticamente. La Parolava condivisa, comunicata, scambiata: chi la riceve e l’accoglie viene inviato a servire gli altri.

Chiediamo la luce dello Spirito:

Donaci la tua luce, Spirito d’amore, perché anche noi, come Paolo e Maria, apriamo il cuore all’ascolto, ci lasciamo trasformare dalla Parola e sappiamo comunicarla alle sorelle e ai fratelli con trasparente semplicità. Fa’, o Santo Spirito, che le nostre vite siano davvero riflesso trasparente del desiderio mai sazio di comunione con Dio.

Dalla Sacra Scrittura leggiamo:

«Tutto questo però viene da Dio, che ci ha riconciliaticon sé in Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione» (2Cor 5,19).

Il dono della Parola, dicevamo, è dono libero di Dio che siautocomunica all’umanità, a ciascun essere umano, in maniera personalissima e irripetibile. A ciascuno Dio si donacome Parola, in Gesù Cristo, per mezzo dello Spirito Santo. La storia della salvezza, narrata dalla Bibbia, è appuntola storia di questa autocomunicazione. Certo, la Bibbia usalinguaggi, forme e generi letterari diversi, alcuni dei qualiassai lontani dalla nostra sensibilità. Per esempio, non faun discorso scientifico o logico-formale per informarci delpensiero di Dio. Pensiero che, d’altra parte, è assai lontanodal nostro (cf Is 55,8-9) e richiede solo accoglienza liberae disponibile. Tuttavia, se impariamo a leggere i linguaggie le forme letterarie usate dalla Sacra Scrittura, possiamoaccostarci, con l’aiuto dello Spirito che ha ispirato quellerighe e quelle pagine, al contenuto teologico che il Signoreci vuole comunicare.

In maniera analoga, il Signore Gesù ha istituito la Chiesa,
perché potesse continuare nella storia e in ogni luogo,

la sua opera di salvezza e misericordia, di comunicazionedell’amore infinito di Dio che crea, salva e santifi ca chiamando alla piena comunione con sé ogni essere umano. Perciò, chiunque riceve il dono della Parola, in qualsiasimodo ciò avvenga – per rivelazione diretta come accaddeper i dodici, in visione come per Paolo, o nell’Incarnazionecome per Maria – è nello stesso momento chiamato ad andare per annunciare a tutti la bellezza e la ricchezza di quella stessa Parola. Essa non può restare nascosta, chiusa in uncassetto, o seppellita sotto un po’ di terra (cf Mt 25,25). «Infatti la Parola di Dio è viva, efficace» (Eb 4,12) e, seaccolta e assorbita gradualmente in profondità, germogliasempre (cf Is 55,10-11), anche in condizioni impossibili (cfMc 4,3-9). Se poi non riesce a produrre i suoi frutti, o neproduce solo pochi, ciò dipende da fattori esterni, soprattutto dalla scarsa capacità di accoglienza, quando non dallatotale chiusura del cuore di chi la riceve. La storia della salvezza è storia di riconciliazione con Dio-Trinità, che a poco a poco si rivela alle sue figlie e ai suoi figli, chiamandoli a tornare al rapporto di amoree comunione per il quale erano stati creati e dal qualesi erano allontanati con il peccato. Perciò, l’Apostoloquasi grida alla comunità di Corinto: «Lasciatevi riconciliare con Dio» (2Cor 5,20). Egli ha compreso ilproprio servizio (“ministero”) come strumento di riconciliazione tra l’umanità e il Creatore. Egli sa bene diavere «questo tesoro in vasi di argilla» (2Cor 4,7), sabene di essere peccatore come gli altri e bisognoso diriconciliazione come tutti (cf 1Cor 15,8-11), perciò comunica innanzitutto la propria esperienza della misericordia gratuita del Signore: «Tutto questo però viene daDio, che ci ha riconciliati con sé in Cristo» (2Cor 5,19a), perché Dio «ci ha amati per primo» (1Gv 4,19; cf vv. 9-10). Dio ci ama a tal punto da non temere di chiederea noi, peccatori, di collaborare, anzi di farci protagonistidella sua opera di redenzione e santificazione (uno pertutti, l’esempio di Levi-Matteo: Mc 2,13-17 e paralleli).
La logica dell’incarnazione, del Dio che si fa uomo, limitato, piccolo e fragile, determina anche la logica ela struttura del ministero cristiano. Non potrebbe esserediverso da così, se si pensa al dono della libertà che Diostesso ci ha fatto creandoci. 


Visitazione -Giovanni Brunelli (1650)
Rovigo, Tempio della B. V. del Soccorso

¦ Tessere mariane
In che modo Maria è serva della Parola?

Il ministero della Parola è ministero profetico e di testimonianza,
servizio d’amore, perché altri possano riceverel’annuncio dell’amore di Dio. Anche Maria si è messa a
piena disposizione della Parola, così come Paolo si è fatto
«tutto per tutti» (1Cor 9,22).

La Vergine non ha viaggiato molto, non è andata in missione
come l’Apostolo, eppure anche lei ha accolto il progettodi Dio, che le sconvolgeva la vita, per donare all’umanitàil Salvatore. Maria non ha tremato, se non per un attimo,
di fronte all’immane prospettiva di diventare la madre delMessia. Non si
è chiusa in casa,
come aveva
fatto la parenteElisabetta (cfLc 1,24), anziè partita «in
fretta per unacittà di Giuda»
(Lc 1,39), proprio
per andarea servire quellaparente più anziana,
intimorita
dal dono non
più sperato di
un figlio. Il racconto
dell’incontro
delle due
gestanti, e dellaconseguentedanza di gioiadel bambino
nel grembo diElisabetta, ci
espone in forma

narrativa e drammatica la forza vitale della parola di Dio,
capace di comunicarsi al di là di ogni barriera, di ogni limite,
di ogni incapacità umana. Maria in quel momento èstrumento attivo dell’incontro, che va ben oltre il visibilee l’immediato. Ella stessa diventa evangelizzatrice e profeta.

Maria non si è vergognata delle stranezze di Gesù (cfMc 3,20-21) e tanto meno della sua condanna: lo ha seguito
e ascoltato sempre, fin sotto la Croce (cf Gv 19,25).
Ha continuato a seguirlo e ad ascoltarlo sempre (cf Gv2,1-12; Mc 3,31). Anzi, proprio nel tragico e impossibilemomento della crocifissione, Maria ha ricevuto da Gesù

in dono tutti i suoi discepoli, tutta l’umanità (cf Gv 19,2627),
quell’umanità per la cui riconciliazione e santificazione
aveva rinunciato alla propria vita privata. AncheMaria, pur consapevole della propria piccolezza – «haguardato all’umiltà della sua serva» (Lc 1,48) – non hatemuto di portare e comunicare la Parola ricevuta, conservata
e meditata nel cuore (cf Lc 2,19.51), consapevoleche la Parola con la sola propria forza compie meraviglie.
Maria, accogliendo la chiamata del Padre e in sé il donodel Figlio, si è resa permeabile allo Spirito; in lei si ècompiuto in maniera mirabile quel mistero di comunione,
che la teologia ha chiamato “inabitazione trinitaria” (cfGv 14,23-24). La Vergine di Nazaret è infatti la tutta santa,
colei che meglio d’ogni altra creatura ha potuto accogliere
il dono di Dio e comunicarlo all’umanità sofferentee afflitta dall’arida solitudine, conseguenza dell’assenzadi Dio.

Preghiamo

Maria, serva della Parola, ti sei messa a disposizione
della Trinità, perché a tutti giungesse
il richiamo dell’amore. Hai donato il corpo,
la vita, la personalità, perché il tuo Figlio
nascesse nell’umanità e si unisse a ciascuno di
noi, in virtù del suo amore. Aiuta anche noi a
mettere le nostre povere vite a disposizione
del Signore, perché possa incontrare tutte le
persone che troveremo sul nostro cammino ed
esse si lascino riconciliare con Lui, per iniziare
quel dialogo di comunione e d’amore che,
solo, dà la vita.

Impegno: Abbiamo ascoltato, meditato e pregato
la Parola; lasciamoci interpellare da essa. Come
segno dell’accoglienza e della disponibilità a lasciarci
cambiare, ci mettiamo, come Paolo e Maria, al suo servizio,
perché chi ci incontra possa ricevere il suono della
Parola e percepirne la bellezza, così che, lasciandosi
attrarre da essa, possa accogliere la riconciliazione e
l’amore che Dio dona a tutti. Impegniamoci ad accogliere
e perdonare coloro che in un modo o nell’altro ci
hanno fatto del male, perché dal nostro comportamento
intuiscano quanto Dio li ami e li chiami.
Giovanni Grosso o. carm.

«Institutum Carmelitanum» – Roma

da « Kolbe Mission » per l’Immacolata Concezione di Maria, moltissime citazioni da Paolo

dal sito:

http://www.kolbemission.org/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/138

1854-2004
150° dell’Immacolata Concezione

«Mi hai fatto come un prodigio» (Sal 139)

In Maria, Madre del Verbo incarnato, risplende il senso della vita l’altissima dignità della persona umana chiamata ad amare e ad esistere nella gratuità.

di Stefano M. Cecchin

Tutta la Sacra Scrittura è un cantico di lode per le meraviglie che il Signore ha compiuto nella creazione. Dio, l’essere infinito (Es 3,14), creando l’universo dona all’uomo la luce dell’intelligenza e la grazia della rivelazione cosicché gli esseri, creati «a immagine e somiglianza di Dio», possano giungere alla comprensione dello stupendo progetto divino: «il disegno cioè di ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra» (Ef 1,10). Ciò significa che al centro della creazione vi è il Verbo di Dio, per questo l’apostolo Giovanni esclama: «tutto è stato fatto per mezzo di lui, e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste» (Gv 1,3). Se la creazione è opera di Dio per mezzo del suo Figlio in essa il Padre ha posto l’impronta della sua sostanza e ha creato l’uomo in previsione dell’Uomo Gesù (Ebr 1,3). Anzi, l’umanità stessa è stata modellata sull’impronta del Figlio di Dio perché, secondo il disegno eterno del Padre, che si sarebbe realizzato in Gesù (Ef 3,11), con l’incarnazione l’umanità avrebbe trovato la sua pienezza: essere figli di Dio! (Gv 1,12; Rm 8,16; Gal 4,4). La dignità dell’uomo, creato per ultimo e posto a capo della creazione, si trova nel suo essere stato progettato da Dio quale «luogo dell’incarnazione» dove Dio stesso avrebbe dimorato in mezzo alle sue creature. L’antropologia cristiana concepisce l’uomo come il vero tempio di Dio, il luogo della comunione tra il creato e l’increato. È per questo motivo, insegna l’apostolo Paolo, che tutta la creazione attende con impazienza che l’uomo diventi figlio di Dio perché anch’essa beneficerà di questa filiazione (Rm 8, 20-23).

Essere figli di Dio

Cosa significa l’adozione a figli di Dio? Il Nuovo Testamento sottolinea che il Padre ci ha fatti per Lui e noi esistiamo per il suo Figlio (1Cor 8,6). Siamo stati predestinati ad essere «figli» (Ef 1,5) ed «eredi» (Ef 1,11). Figli come il Figlio ed eredi di quanto il Figlio di Dio ci ha donato facendosi «figlio dell’uomo». Questo evento ha reso l’umanità partecipe della natura divina (2Pt 1,4), non perché siamo diventati dio come Dio, ma in quanto la Trinità ha comunicato all’umanità due doni fondamentali che fanno parte della natura di Dio: la luce (1Gv 1,5) e l’amore (1Gv 4,8.16). Dio, dunque, con il dono dello Spirito Santo ha illuminato l’uomo alla conoscenza della verità (Ebr 6,4) e quando il suo Figlio si è fatto uomo, da quel momento nel cuore umano ha cominciato a battere il cuore di Dio e l’umanità è stata resa capace di «amare come Dio ama». In quest’evento si realizza la vocazione dell’uomo chiamato ad essere come il Figlio di Dio, uomo nuovo, che vive nella sempre più piena conoscenza del suo Creatore per essere in una comunione di amore con Lui e con tutte le creature.

La donna accanto al Figlio

Ma il progetto di Dio si è realizzato grazie alla partecipazione cosciente, viva e dinamica di una donna: Maria, la «piena di grazia». Accanto all’uomo Gesù vi è la donna Maria che rifulge non solo come «Madre», ma anche come «discepola», «sposa» e «sorella» del Figlio di Dio. Ai Padri della Chiesa antica era chiaro che come all’inizio della creazione fu essenziale il binomio «Adamo ed Eva», così era necessario nella nuova creazione il binomio «Cristo e Maria». E come il peccato di Adamo avvenne per la mediazione di Eva (1Tm 2,14), così la redenzione dell’umanità doveva trovare una nuova mediazione che fu quella di Maria. In effetti, se Adamo fu creato prima di Eva (1Tm 2,13), ciò era dovuto a fatto che il primo Adamo era prefigurazione del nuovo Adamo cioè il Cristo (Rm 5,14). Ma poiché l’uomo non può nascere se non dalla donna ecco che da Adamo Dio ricavò Eva, come dal Cristo e per il Cristo fu progettata Maria. E Maria fu intessuta dalla Trinità nel grembo di sua madre come colei che avrebbe accolto nel suo grembo il Figlio di Dio. La femminilità trova in Maria la sua pienezza di vocazione nella maternità, così la donna di Nazareth concepisce Colui che è il Signore e datore della vita: «In questo si è manifestato l’amore di Dio per noi: Dio ha mandato il suo unigenito Figlio nel mondo, perché noi avessimo la vita per lui» (1Gv 4,9). La vita, dunque, è entrata nel mondo per mezzo di una donna perché è nel grembo della donna che ogni uomo trova la sua vita.

Maria: modello della vocazione all’amore

La grandezza di Maria è racchiusa nella sua profonda umiltà che rispecchia l’umiltà stessa di Dio. «Egli, scrive Francesco d’Assisi, essendo ricco più di ogni altra cosa, volle tuttavia scegliere insieme alla sua madre beatissima la povertà» (Epistola ad fideles [Recensio posterior], 5). La povertà di cui parla il santo di Assisi non è quella sociale, ma il «mistero nascosto nei secoli» (Ef 3,9; Col 1,26), cioè il progetto di Dio di volersi abbassare sino all’uomo per elevarlo alla sua dignità. Dio non si fa uomo per essere uguale a noi, ma perché noi possiamo conformarci a Lui. Lui abbandona la sua dignità divina per fare in modo che noi la possiamo acquistare (1Pt 2,9). E per poterla acquistare dobbiamo seguire le sue orme, metterci alla sua sequela (1Pt 2,21). Ecco allora che Maria diventa il modello della sequela, l’immagine perfetta di quello che dobbiamo diventare e allo stesso tempo la garanzia che è possibile vivere in pienezza l’insegnamento di Cristo, perché Maria lo ha vissuto nella totale dedizione di se stessa al Figlio. Maria imita il Padre che vive per il Figlio, imita il Figlio che vive tutto rivolto vero il Padre, imita lo Spirito Santo che vive totalmente dedicato al Padre e al Figlio, permettendo che l’amore circoli senza interruzione tra le Persone divine. L’Immacolata è tutta dedicata alla Trinità: figlia del Padre come il Figlio, madre del Figlio come lo è il Padre, sposa e tempio dello Spirito perché vive e agisce solamente con amore e per amore. In Maria noi siamo chiamati a riscoprire la nostra relazione con la Trinità. Lei ci rivela questo rapporto perché è stata la prima creatura a viverlo in pienezza. Così in coloro che scopriranno e imiteranno Maria: «riposerà su di essi lo Spirito del Signore(Is 11,2), ed Egli ne farà la sua dimora, e saranno figli del Padre celeste di cui fanno le opere, e sono sposi, fratelli e madri del Signore nostro Gesù Cristo (Cfr Gv 14,23; Mt 5,45). Siamo sposi, quando per lo Spirito Santo l’anima fedele si unisce a Gesù Cristo. Siamo fratelli suoi, quando facciamo la volontà del Padre suoche è in cielo (Mt 12,50). Siamo madri sue, quando lo portiamo nel cuore e nel nostro corpo con l’amore e con la pura e sincera coscienza, e lo generiamo attraverso sante opere che devono risplendere agli altri in esempio» (Epistola ad fideles [Recensio posterior],4853). Il segreto di Maria è stato quello di aver accolto con umiltà il Dio che voleva venire ad abitare in Lei per compiere queste meraviglie. Così l’Immacolata si svuota di se stessa per poter accogliere Colui che neppure i cieli possono contenere, Colui che è il tutto della storia e che porta a compimento l’esistenza di ogni essere. L’amore di Dio riempie il cuore e la mente della fanciulla dopo che Lei liberamente accoglie quanto l’angelo le propone. Come avvenne nel giardino di Eden così accadde all’annunciazione: come nella prima creazione il serpente sedusse Eva, così nella nuova creazione Maria venne evangelizzata dall’angelo. In entrambi i casi ciò che conta è la libera risposta umana: Dio non impone la sua presenza e il suo amore. Amare è una libera scelta! Solo all’uomo spetta accogliere il dono di Dio o rifiutarlo, mettersi alla sua sequela o seguire strade diverse. È chiaro che il dono della vita e di conseguenza la piena realizzazione della persona umana, viene offerto a coloro che accolgono la Parola di Dio e che diventano suoi figli (Gv 1,12), così la Vergine appare nella pienezza della sua significanza proprio perché da Dio ha ricevuto la «vocazione più grande» che si possa mai realizzare nella storia: essere «Madre di Dio». Nella nostra esistenza possiamo essere anche noi simili a Maria in questa vocazione quando la imitiamo nello svuotarci di noi stessi per accogliere la Parola di Dio che si incarna nella nostra quotidiana esistenza. Così siamo «madri di Dio» quando riceviamo il Corpo di Cristo nell’Eucaristia, siamo «immacolati» come Maria quando riceviamo il Battesimo e quando lo rinnoviamo nel Sacramento della riconciliazione. Possiamo essere «come Maria» ogni volta che amiamo Gesù come Lei lo ha amato, ma, allo stesso tempo possiamo essere «come Gesù» ogni volta che amiamo sua Madre come Lui l’ha amata. E proprio nella piena conformità a Cristo e a Maria si trova compendiata tutta la vocazione dell’uomo e della donna, quella vocazione che si realizza quando «ci amiamo gli uni gli altri» (Gv 15,17) come si sono amati «Cristo e Maria», «Dio e l’umanità».

Stefano M. Cecchin

Publié dans:MARIA VERGINE E SAN PAOLO |on 8 décembre, 2009 |Pas de commentaires »

Maria e San Paolo: « Ti basta la mia grazia »

dal sito:

http://www.kolbemission.org/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/133

MARIA E SAN PAOLO

« Ti basta la mia grazia »

(« La comprensione della verità mariana, mi pare, è tutta nell’espressione paolina », sottotitolo mio tratto dal testo)
 
Dogma: pagina aperta

    L’8 dicembre del 1854 Pio IX dichiarava, pronunciava e definiva  « che la dottrina, la quale ritiene che la beatissima Vergine Maria nel primo istante della sua concezione, per singolare privilegio di Dio onnipotente ed in vista dei meriti di Gesù Cristo, salvatore del genere umano, sia stata preservata immune da ogni macchia della colpa originale, è rivelata da Dio, e perciò da credersi fermamente, costantemente da tutti i fedeli » (Pio IX, Bolla Ineffabilis Deus, 62.). Si concludeva così, solennemente, la lunga storia della ricerca teologica, degli interventi magisteriali e, soprattutto, della devozione popolare sull’Immacolata Concezione della Vergine Maria. Se con la definizione dogmatica si chiudeva una pagina della storia della verità in questione, in realtà se ne apriva un’altra. È la pagina dell’approfondimento del dogma in chiave pastorale, del dialogo ecumenico su una verità definita in un contesto di chiese separate, della sua portata antropologica, del suo contenuto teologico e cristologico. Pagina aperta più che mai oggi.  Sì, pagina aperta, perché questa verità dica qualcosa all’uomo di oggi, parli alla sua vita e alla sua fede e non rischi di allontanarla, lei, proprio la Madre, dal popolo di Dio a causa di questo « singolare privilegio ». Singolare dice la specificità, la particolarità del dono di grazia fatto a Maria, ma non l’esclusività o l’eccezionalità, poiché la benedizione di Dio è per tutti i suoi figli e la chiamata alla santità perfetta è il progetto di Dio su ogni uomo (cfr. Ef 1,3-14; 5,27). Maria non è un’eccezione rispetto all’universale salvezza operata da Cristo, ma un caso particolare di salvezza, perché attuata prima ancora che il male la potesse toccare. Privilegio, poi, è una parola da dimenticare. A meno di non riconoscere sinceramente e umilmente che ciascuno di noi è privilegiato dalla grazia che lo tocca gratuitamente. Il Concilio Vaticano II, riprendendo la dottrina dell’Immacolata Concezione della Vergine, si muove in questa direzione quando afferma: « Mentre la chiesa ha già raggiunto nella beatissima Vergine la perfezione che la rende senza macchia e senza ruga (cfr. Ef 5,27), i fedeli si sforzano di crescere nella santità debellando il peccato… » (LG 65.). Anche la liturgia, che ci fa contemplare e pregare il mistero che si attua nella celebrazione, proponendoci, nella seconda lettura, proprio l’inno di Efesini (1,3-14), ci guida ad una interpretazione non separante, ma ecclesiologica ed antropologica del dono fatto a Maria.
  
Ti basta la mia grazia

 La comprensione della verità mariana, mi pare, è tutta nell’espressione paolina: « Ti basta la mia grazia » (2Cor 12,9). L’Immacolata Concezione della Vergine è puro dono di grazia. « Sola gratia », usando un’espressione cara ai nostri fratelli evangelici. La formulazione « negativa » del dogma: « preservata immune da ogni macchia di colpa originale », potrebbe farci dimenticare che il punto qualificante della verità sulla quale stiamo ponendo la nostra attenzione non è, primariamente, la preservazione dalla macchia del peccato originale, ma l’oceano della grazia che avvolge gratuitamente Maria « fin dal primo istante della sua concezione ». Come altro definire un dono fatto in maniera così prematura ad un essere umano se non « grazia », pura grazia? Può un piccolissimo embrione « meritare » qualcosa? Siamo davvero al trionfo della iniziativa divina che si piega sulla piccolezza umana. Se Maria, abbracciando la cugina Elisabetta, esclamava colma di stupore per il concepimento del suo Figlio: « Ha guardato l’umiltà della sua serva » (Lc 1,48), mettendo l’accento sull’assoluta gratuità del dono di Dio, il dogma ci fa estendere questo stupore a tutta l’esistenza di lei. Un’esistenza sotto lo sguardo, il favore, l’amore, la gratuità di Dio: ecco la vita di Maria. Davvero il vanto è escluso, come insiste l’Apostolo (cfr. Rom 3,27) (Cfr. 1 Cor 1,31; 2 Cor 10,17; 2 Cor 12,1-10.). Se Paolo può affermare: « Egli mi ha detto: « ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza »" e aggiungere: « Mi vanterò ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo » (2Cor 12,9), quanto più Maria può proclamare l’assoluta gratuità della salvezza accordatale. « Tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, in virtù della redenzione operata da Cristo » (Rom 3,22-24). Il dogma sottolinea che questa grazia è accordata gratuitamente fin dal primo istante della concezione. Quando ancora era « una perla di luce » (Turoldo), tutto lo splendore della Pasqua fu riflesso in lei e la salvezza la raggiunse in modo tale da non essere offuscata da alcuna ombra. Sarà questa grazia a rendere disponibile Maria a prestare a Dio l’obbedienza della fede, quando, al momento dell’annunciazione, la sua Parola irromperà nella sua vita chiedendole di farsi cooperatrice non di un’opera qualunque, ma dell’opera dei secoli, l’Incarnazione del Verbo (Cfr. MC 37). Sarà questa grazia a sostenere Maria nella sua risposta grata, nella sua peregrinazione della fede. Sì, perché santità perfetta (titolo caro alla tradizione Orientale.), immunità dal peccato originale, dono gratuito e abbondante di grazia, non staccano Maria dalla storia e dalla comune condizione umana. Se è immune dal peccato non è immune dai sentimenti umani più intensi e vitali, dai limiti culturali, dalla sofferenza, dal cammino di maturazione nella fede (Cfr. LG 58; RM I parte.). « Non ritardata da alcun peccato – scrive il Concilio – ha abbracciato con tutto l’animo la volontà divina di salvezza » (LG 56.).    L’Immacolata Concezione della Vergine è pura grazia: dono gratuito del Padre, salvezza operata da Cristo, nuova creazione nello Spirito.
  
Ci basta la sua grazia

Se questo dogma non separa Maria dal resto dei redenti, se Maria rimane « unita, nella stirpe di Adamo, con tutti gli uomini bisognosi di salvezza » (LG 53.), allora c’è qualcosa di comune fra noi e lei, c’è una parola che il dogma può dire alla mia vita di uomo o di donna e di credente. La nostra vita umana riposa sotto lo sguardo benedicente di Dio fin dal momento del concepimento. La vita è gratis. È pura grazia per la quale non facciamo nulla. È dono che non possiamo né chiedere, né meritare, ma che ci è dato gratuitamente dal Padre. Si discute molto sul « quando » della vita umana. Ma Dio va alle radici, là, in quella perla di luce che è l’embrione umano appena concepito, pone la sua grazia, la sua benedizione, la sua cura, il suo amore. Beati noi se sapremo fare come Dio: custodire la vita fin dal suo sorgere, essere gratuiti verso la debolezza radicale. Cosa c’è di più debole di un embrione? Puoi manovrarlo o rispettarlo, accoglierlo o buttarlo via. Beati noi se saremo gratuiti, come Dio lo è con noi. L’iniziativa divina è assoluta in noi. La grazia ci precede e ci accompagna. Il suo progetto di amore ci vede destinatari del suo dono fin da prima della creazione del mondo (cfr. Ef 1,3-4). Non esistevamo e Dio ci benediceva, ci sognava in Cristo, ci faceva santi e immacolati nel suo amore. Una storia di amore e di gratuità ci precede lungamente. Questa grazia ci raggiunge nel battesimo, ci sostiene nella nostra risposta di fede, nella nostra adesione alla Parola che irrompe nella nostra vita, ci cura teneramente. La nostra debolezza, qualunque essa sia, la nostra radicale debolezza che è la condizione umana, è guardata da Dio con amore. Dio ripete a noi come a Maria, come a Paolo: « Ti basta la mia grazia, la mi potenza si manifesta pienamente nella debolezza ». Quante volte ho sentito giovani, adulti, anziani non sentirsi degni del perdono di Dio, del suo amore, della sua grazia: « Dopo quello che ho fatto, Dio non può amarmi ». Ma la risposta di Dio è sorprendente, travalica ogni immaginazione: « Dove ha abbondato il peccato ha sovrabbondato la grazia » (Rom 5,20). Questo è il messaggio del dogma: un perdono che va alle radici, una grazia che prescinde da ogni merito, un amore che si stende gratuitamente su ogni uomo. È Dio che sostiene la nostra debolezza. È Dio che donandoci la sua grazia ci fa compiere la nostra peregrinazione nella fede, insieme con Maria e con gli altri fratelli e sorelle che sono in cammino con noi. E Dio inondando la nostra vita di gratuità ci provoca alla gratuità verso la vita, verso gli altri. « Ti basta la mia grazia ». Beati noi se sapremo riconoscere i segni di questa grazia necessaria e sufficiente, se sapremo vederne le tracce, se sapremo guardare in faccia coloro che se ne fanno strumenti: potremmo rimanere commossi da tanto amore ed essere spinti a dare qualcosa, a restituire qualcosa di quella sovrabbondanza di grazia che abbiamo ricevuto.


Anna Maria Calzolaro

Publié dans:MARIA VERGINE E SAN PAOLO |on 24 octobre, 2009 |Pas de commentaires »

La Vergine Maria, Madre di Dio e Madre nostra – II (San Paolo e la Vergine Maria)

dal sito:

http://www.gesuiti.it/moscati/Ital4/Galot_Maria2.html

La Vergine Maria, Madre di Dio e Madre nostra – II

San Paolo e la Vergine Maria

Un titolo audace

Quando l’angelo si era rivolto a Maria per rivelarle il disegno del Padre e chiedere il suo consenso alla venuta del Salvatore nel mondo, l’aveva chiamata « colmata di grazia ». Riconosceva in lei una dignità singolare, altissima, che non avrebbe potuto appartenere a un’altra creatura. In un primo momento, non la chiamava con il suo nome, perché il suo vero nome consisteva nella grazia eccezionale che aveva ricevuto e che, agli occhi di Dio e di tutto il cielo, la distingueva da tutte le altre persone umane.

Quando riprendiamo nella nostra preghiera l’espressione formulata dall’angelo, dicendo a Maria « piena di grazia », alziamo il nostro sguardo verso una donna in cui si è sviluppata la grazia con una totale pienezza. In Maria lo Spirito Santo ha spinto all’estremo la sua potenza santificatrice e ha fatto sorgere nella più segreta profondità dell’anima un amore puro e perfetto. Scoprendo in lei questo capolavoro di grazia, possiamo entrare più facilmente nel vasto universo della grazia e partecipare allo sviluppo del più autentico amore.

Eppure il vertice che costituisce Maria nell’universo spirituale è ancora più alto. Questo vertice, lo raggiungiamo quando chiamiamo Maria « Madre di Dio ». Il titolo è molto audace, perché se Dio designa l’Essere supremo, che gioisce di una autorità sovrana su tutti gli esseri, come ammettere che possa avere una madre? Attribuire a una donna la dignità di Madre di Dio sembra collocare una creatura al di sopra del Creatore, riconoscere una certa superiorità di una donna su Dio stesso.

Si capisce che un titolo così audace non sia stato accettato facilmente da tutti. All’inizio non fu in uso nella pietà cristiana e non fu adoperato nel linguaggio di coloro che nel primo secolo si dedicarono alla diffusione della buona novella. Nella Scrittura, e più precisamente nei testi evangelici, è assente. E’ dunque ignorato nei primi tempi della Chiesa. Questo fatto sembra essere il segno che tale titolo non era necessario per esprimere la dottrina cristiana.

Il titolo più necessario sarebbe stato « Madre di Gesù » o « Madre di Cristo ». Era inseparabilmente affermato nel mistero dell’Incarnazione. Per affermare che il Figlio di Dio è venuto sulla terra per vivere come uomo e con gli uomini, si deve ammettere che è nato dalla Vergine Maria e che una donna è madre di questo Figlio. L’intervento di una donna è stato necessario per una nascita veramente umana; la maternità di questa donna appartiene al mistero dell’Incarnazione.

Gesù è un uomo, di sesso maschile, ma indissolubilmente legato al sesso femminile, perché una donna l’ha partorito e perché questa donna ha pienamente svolto il ruolo di madre nei suoi riguardi.

S. Paolo ha sottolineato la portata del mistero, ricordando il grande gesto del Padre che ha mandato il Figlio all’umanità: « Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna… » (Galati 4,4). Il nome di Maria non è pronunziato, ma l’importanza essenziale del contributo della donna è posta in luce. Senza questa donna, il Padre non avrebbe potuto dare il suo Figlio come egli l’ha fatto con la nascita di Gesù. « Nato da donna » è una proprietà caratteristica dell’identità del Salvatore, che fa scoprire in un uomo, con la debolezza della carne, la personalità di colui che prima, nell’eternità, era nato dal Padre.

In questa nascita « da donna », Paolo discerne l’umiltà della venuta del Figlio, che ha accettato le condizioni abituali della nascita umana. Non considera esplicitamente la grandezza della donna che interviene in una nascita di carattere straordinario. Ma fa capire che questa donna è stata associata in virtù della sua maternità, al progetto divino di comunicazione ella filiazione divina a tutti gli uomini: il Figlio è nato da donna « perché ricevessimo, l’adozione a figli ».

Così, la maternità di Maria viene elevata a un livello divino, dal punto di vista del suo orientamento fondamentale. La dignità di Maria come madre appare più chiaramente: il Figlio che la donna ha partorito è destinato a condividere la sua figliolanza divina personale con tutti gli uomini. Il Padre che, mandando il suo Figlio nel mondo, ha suscitato questa maternità eccezionale, si serve di essa per diffondere nell’umanità la propria paternità, che fa sorgere i figli adottivi. Mai una maternità avrebbe potuto rivendicare una efficacia così alta e così universale.

Questo livello divino attribuito alla maternità di Maria non esprime ancora il vertice della sua dignità. Solo il titolo « Madre di Dio » può definire questo vertice. S.Paolo non ha mai usato questo titolo, perché la sua attenzione non si portava sulla dignità propria a Maria nella nascita di Cristo, ma sull’abbassamento di Dio che manifestava così un estremo amore verso gli uomini.

Publié dans:MARIA VERGINE E SAN PAOLO |on 4 août, 2009 |Pas de commentaires »

San Paolo e Maria

sono alla ricerca di studi su San Paolo e Maria, ossia Maria negli scritti di Paolo, c’è abbastanza, ma bisogna cercare, qualche libro ce l’ho a casa, devo copiare, appena posso perché ho molti altri bei testi da PDF o da tradurre dal francese, questa è un’omelia che ho trovato sul ricco sito « Qumran », ve la propongo:

http://www.qumran2.net/parolenuove/commenti.pax?mostra_id=15337

San Paolo e Maria

don Daniele Muraro 
Mercoledì della V settimana di Pasqua (13/05/2009)
Vangelo: Gv 15,1-8  

Quello che è stato proclamato come prima lettura è l’unico brano in san Paolo in cui si parla di Maria santissima. Le tredici lettere di san Paolo contano 2029 versetti, di essi solo uno è dedicato alla persona della Madre di Gesù, questo, il numero 4 del capitolo quarto della lettera ai Galati: “Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge”. La madre del Signore non viene nemmeno chiamata per nome, ma solo menzionata come di passaggio.
Stando così le cose, sembra che a san Paolo la figura di Maria interessi minimamente e che dunque sia inutile interrogarci sull’apporto dell’Apostolo delle genti alla nostra devozione per la Madre del Signore.
Prima però di abbandonare delusi la nostra ricerca e di tirare della conclusioni indebite soffermiamoci un attimo almeno su questo frammento. Potremmo scoprirvi delle ricchezze inaspettate e rivalutare anche il messaggio di san Paolo a riguardo dell’umanità di Gesù e del mistero della sua venuta nel mondo.
Anzitutto la frase citata del versetto quattro si conclude solo nel versetto seguente, il cinque: ”Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge, per riscattare coloro che erano sotto la legge, perché ricevessimo l’adozione a figli.”
Notiamo subito che ci sono alcuni termini che ritornano. Si può stabilire un collegamento tra la prima parte della frase e l’ultima: “Dio mandò il suo Figlio… perché ricevessimo l’adozione a figli.” Similmente sono parallele le due espressioni centrali: “(il Figlio di Dio…) nato sotto la legge, per riscattare coloro che erano sotto la legge”. Resta in sospeso proprio l’espressione “nato da donna” che viene ad interrompere il collegamento fra figliolanza e sottomissione alla legge.
In sintesi il ragionamento di san Paolo si può schematizzare così: nascendo in un mondo segnato dalla corruzione del peccato anche se frenato nella sua decadenza verso il male dalla legge ricevuta sul Sinai, il Figlio di Dio si sottopose volontariamente alle dure esigenze della legge di Mosè perché noi avessimo anche la gioia di sentirci figli di Dio.
San Paolo aveva appena finito di dire che la Legge, anche la migliore possibile come quella dell’Antico Testamento, non è sufficiente per dare la salvezza. La funzione della legge è quella di un argine o di un paracarro: segnala un limite da non superare, ma non conduce alla mèta. Rende più difficile la trasgressione, ma non aiuta con nessuna spinta in avanti né attira con la forza della persuasione.
Solo la fede in Gesù salva. La legge di Mosè dunque è servita come una preparazione e una guida in vista dell’incontro con Cristo. Riprendendo un esempio dei suoi tempi san Paolo dice anche che quando si entra nella maggiore età non si ha più bisogno di precettori e pedadoghi. Tutori e amministratori esercitano il loro ufficio finché uno non entra nel pieno possesso dei suoi diritti, poi essi devono cedere il campo. Alla stessa maniera non è più necessario seguire alla lettera le norme contenute nella legge di Mosè perché Gesù ci ha elevati alla dignità di figli di Dio con tutti i privilegi conseguenti.
È un tema centrale nella predicazione di san Paolo, che egli svilupperà qualche anno più tardi nella lettera ai Romani. Per intanto ne traccia come un abbozzo, indotto a questo dal cambiamento di condotta intervenuto presso i Galati.
Essi avevano aderito con entusiasmo al Vangelo di Gesù Cristo, ma dopo qualche tempo avevano lasciato spazio ad alcuni predicatori Giudei. Pensando di far bene si erano convinti così della necessità di osservare tutte le norme in uso presso gli Ebrei.
San Paolo reagisce e ricorda ai Galati che la fede è immensamente superiore alle opere: “Questo solo io vorrei sapere da voi: è per le opere della legge che avete ricevuto lo Spirito o per aver creduto alla predicazione? Siete così privi d’intelligenza che, dopo aver incominciato con lo Spirito, ora volete finire con la carne (cioè con la materialità delle opere)? Tante esperienze le avete fatte invano? Se almeno fosse invano! Colui che dunque vi concede lo Spirito e opera portenti in mezzo a voi, lo fa grazie alle opere della legge o perché avete creduto alla predicazione?”
È dunque in un contesto polemico che san Paolo cita la madre di Gesù, come un’oasi di pace, in mezzo a tante angustie. Anche se l’espressione “nato da donna” sembra qualcosa in più che interrompe la linearità del ragionamento, san Paolo inserisce lo stesso questo inciso a cui evidentemente attribuisce un valore particolare.
Non c’è stata solo la Legge che ha accolto Gesù nel mondo, quella legge in nome della quale ad un certo punto sarebbe stato condannato. Gesù, il Figlio di Dio, è venuto nel mondo, nascendo da una donna. Il solo fatto di essere la Madre del Figlio di Dio rende questa donna particolare.
Non ci dobbiamo meravigliare che san Paolo non approfondisca il punto e non aggiunga dettagli alla sua perentoria affermazione. Non dobbiamo cercare nelle lettere di san Paolo quello che troviamo contenuto così ampiamente nei Vangeli, ossia la descrizione della vita di Gesù. Non solo san Paolo omette il nome di Maria, ma non racconta di nessuna parabola, né miracolo del Signore. Se la nostra conoscenza fosse limitata a quello che ci ha lasciato per iscritto Paolo, ignoreremmo le beatitudini e quasi ogni altro detto del Signore.
San Paolo non fu spettatore degli avvenimenti capitati nei tre anni della vita pubblica del Signore e perciò ne lascia il compito del resoconto ad altri, primi fra tutti al suo discepolo Luca.
È interessante questa cosa, perché nel terzo Vangelo noi troviamo le informazioni più ampie che abbiamo nel Nuovo Testamento sulla figura di Maria; ma, come dice lui stesso, san Luca si decise a scrivere un racconto della vita di Gesù solo dopo avere fatto accurate ricerche in proposito e avere interrogato i testimoni diretti.
L’espressione “nato da donna” dunque è come un concentrato di tutto quello che san Paolo ha da dire su Maria. Vale la pena di spiegarla seppure brevemente.
Anzitutto l’attribuzione a Gesù della qualifica “nato da donna” serve a ribadire la concretezza dell’incarnazione del Figlio di Dio, che attraverso Maria diventa veramente compartecipe della nostra condizione umana, compresa la sua peculiare fragilità. Giobbe si esprime così: “L’uomo nato da donna, breve di giorni e sazio di inquietudine, come un fiore spunta e avvizzisce”.
L’assenza di un padre umano per Gesù viene appena accennata, l’importante per san Paolo è che vi sia stata una madre. In quanto figlio di Maria Gesù appartiene al popolo eletto e alla discendenza del Re Davide. Essa assicura quindi il compimento delle promesse sul Messia salvatore.
Non solo ma sviluppando l’intuizione contenuta nella lettera ai Romani in cui san Paolo stabilisce un confronto fra Adamo e Gesù è possibile stabilire un paragone fra Eva e Maria. La dicitura “donna” quindi richiamerebbe anche la prima donna. Come Eva fu la madre di tutti i viventi, così Maria a motivo del suo Figlio diventa la Madre di tutti i rendenti.
Scrive san Paolo: “Come la disobbedienza di un solo uomo (Adamo) ha reso tutti peccatori, così l’obbedienza di uno solo (Gesù Cristo) renderà tutti giusti » e sant’Ireneo fa eco: « Ciò che la vergine Eva legò con la sua incredulità, la vergine Maria sciolse con la sua fede » Eva si lasciò sedurre e disobbedì, questa si lasciò persuadere e ubbidì. In tal modo la vergine Maria poté divenire avvocata della vergine Eva.
“Il nemico infatti” dice ancora sant’Ireneo “non sarebbe stato sconfitto secondo giustizia, se il vittorioso non fosse stato un uomo nato da donna, poiché fin dall’inizio della storia il demonio ha dominato sull »uomo per mezzo di una donna, opponendosi a lui col suo potere.
Per questo si proclama Figlio dell’uomo, egli che ricapitola in sé l’uomo primordiale, dal quale venne la prima donna e, attraverso questa, l’umanità. Il genere umano era sprofondato nella morte causa dell’uomo sconfitto. Ora risaliva alla vita a causa dell’uomo vittorioso.”
Da San Paolo dunque possiamo imparare che la devozione a Maria è strettamente collegata alla fede nel suo Figlio e nostro Salvatore e che al contrario di essere una pratica confinata ai margini del nostro credo la nostra preghiera a Maria abbraccia l’intera storia del mondo, come anche la Madonna stessa apparendo a Fatima ci ha fatto capire…

Papa Benedetto a Pompei nel 2008, nell’omelia anche una interpretazione su Maria presa da San Paolo

dal sito:

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/homilies/2008/documents/hf_ben-xvi_hom_20081019_pompei_it.html

VISITA PASTORALE
AL PONTIFICIO SANTUARIO DI POMPEI 

OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

Piazza del Pontificio Santuario di Pompei
Domenica, 19 ottobre 2008

Cari fratelli e sorelle!

Seguendo le orme del Servo di Dio Giovanni Paolo II, sono venuto in pellegrinaggio quest’oggi a Pompei per venerare, insieme a voi, la Vergine Maria, Regina del Santo Rosario. Sono venuto, in particolare, per affidare alla Madre di Dio, nel cui grembo il Verbo si è fatto carne, l’Assemblea del Sinodo dei Vescovi in corso in Vaticano sul tema della Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa. La mia visita coincide anche con la Giornata Missionaria Mondiale: contemplando in Maria Colei che ha accolto in sé il Verbo di Dio e lo ha donato al mondo, pregheremo in questa Messa per quanti nella Chiesa spendono le loro energie a servizio dell’annuncio del Vangelo a tutte le nazioni. Grazie, cari fratelli e sorelle, per la vostra accoglienza! Vi abbraccio tutti con affetto paterno, e vi sono riconoscente per le preghiere che da qui fate salire incessantemente al Cielo per il Successore di Pietro e per le necessità della Chiesa universale.

Un cordiale saluto rivolgo, in primo luogo, all’Arcivescovo Carlo Liberati, Prelato di Pompei e Delegato Pontificio per il Santuario, e lo ringrazio per le parole con cui si è fatto interprete dei vostri sentimenti. Il mio saluto si estende alle Autorità civili e militari presenti, in modo speciale al Rappresentante del Governo, il Ministro per i Beni Culturali, ed al Sindaco di Pompei, il quale al mio arrivo ha voluto indirizzarmi espressioni di deferente benvenuto a nome dell’intera cittadinanza. Saluto i sacerdoti della Prelatura, i religiosi e le religiose che offrono il loro quotidiano servizio in Santuario, tra i quali mi piace menzionare le Suore Domenicane Figlie del Santo Rosario di Pompei e i Fratelli delle Scuole Cristiane; saluto i volontari impegnati in diversi servizi e gli zelanti apostoli della Madonna del Rosario di Pompei. E come dimenticare, in questo momento, le persone che soffrono, gli ammalati, gli anziani soli, i giovani in difficoltà, i carcerati, quanti versano in pesanti condizioni di povertà e di disagio sociale ed economico? A tutti e a ciascuno vorrei assicurare la mia vicinanza spirituale e far giungere la testimonianza del mio affetto. Ognuno di voi, cari fedeli e abitanti di questa terra, ed anche voi che siete spiritualmente uniti a questa celebrazione attraverso la radio e la televisione, tutti vi affido a Maria e vi invito a confidare sempre nel suo materno sostegno.

Lasciamo ora che sia Lei, la nostra Madre e Maestra, a guidarci nella riflessione sulla Parola di Dio che abbiamo ascoltato. La prima Lettura e il Salmo responsoriale esprimono la gioia del popolo d’Israele per la salvezza donata da Dio, salvezza che è liberazione dal male e speranza di vita nuova. L’oracolo di Sofonia si indirizza ad Israele che viene designato con gli appellativi di “figlia di Sion” e “figlia di Gerusalemme” e viene invitato alla gioia: “Rallégrati… grida di gioia… esulta!” (Sof 3,14). E’ il medesimo appello che l’angelo Gabriele rivolge a Maria, a Nazaret: “Rallegrati, piena di grazia” (Lc 1,28). “Non temere, Sion” (Sof 3,16), dice il Profeta; “Non temere, Maria” (Lc 1,30), dice l’Angelo. E il motivo della fiducia è lo stesso: “Il Signore, tuo Dio, in mezzo a te / è un salvatore potente” (Sof 3,17), dice il Profeta; “il Signore è con te” (Lc 1,28), assicura l’Angelo alla Vergine. Anche il cantico di Isaia si conclude così: “Canta ed esulta, tu che abiti in Sion, / perché grande in mezzo a te è il Santo d’Israele” (Is 12,6). La presenza del Signore è fonte di gioia, perché, dove c’è Lui, il male è vinto e trionfano la vita e la pace. Vorrei sottolineare, in particolare, la stupenda espressione di Sofonia, che rivolgendosi a Gerusalemme dice: il Signore “ti rinnoverà con il suo amore” (3,17). Sì, l’amore di Dio ha questo potere: di rinnovare ogni cosa, a partire dal cuore umano, che è il suo capolavoro e dove lo Spirito Santo opera al meglio la sua azione trasformatrice. Con la sua grazia, Dio rinnova il cuore dell’uomo perdonando il suo peccato, lo riconcilia ed infonde in lui lo slancio per il bene. Tutto questo si manifesta nella vita dei santi, e lo vediamo qui particolarmente nell’opera apostolica del beato Bartolo Longo, fondatore della nuova Pompei. E così apriamo in quest’ora anche il nostro cuore a questo amore rinnovatore dell’uomo e di tutte le cose.  

Sin dai suoi inizi, la comunità cristiana ha visto nella personificazione di Israele e di Gerusalemme in una figura femminile un significativo e profetico accostamento con la Vergine Maria, la quale viene riconosciuta proprio quale “figlia di Sion” e archetipo del popolo che “ha trovato grazia” agli occhi del Signore. E’ una interpretazione che ritroviamo nel racconto evangelico delle nozze di Cana (Gv 2,1-11). L’evangelista Giovanni mette in luce simbolicamente che Gesù è lo sposo d’Israele, del nuovo Israele che siamo noi tutti nella fede, lo sposo venuto a portare la grazia della nuova Alleanza, rappresentata dal “vino buono”. Al tempo stesso, il Vangelo dà risalto anche al ruolo di Maria, che viene detta all’inizio “la madre di Gesù”, ma che poi il Figlio stesso chiama “donna” – e questo ha un significato molto profondo: implica infatti che Gesù, a nostra meraviglia, antepone alla parentela il legame spirituale, secondo il quale Maria impersona appunto la sposa amata del Signore, cioè il popolo che lui si è scelto per irradiare la sua benedizione su tutta la famiglia umana. Il simbolo del vino, unito a quello del banchetto, ripropone il tema della gioia e della festa. Inoltre il vino, come le altre immagini bibliche della vigna e della vite, allude metaforicamente all’amore: Dio è il vignaiolo, Israele è la vigna, una vigna che troverà la sua realizzazione perfetta in Cristo, del quale noi siamo i tralci; e il vino è il frutto, cioè l’amore, perché proprio l’amore è ciò che Dio si attende dai suoi figli. E preghiamo il Signore, che ha dato a Bartolo Longo la grazia di portare l’amore in questa terra, affinché anche la nostra vita e il nostro cuore portino questo frutto dell’amore e rinnovino così la terra.

(IL PENSIERO DEL PAPA SU PAOLO, LO METTO IN CORSIVO IO)

All’amore esorta anche l’apostolo Paolo nella seconda Lettura, tratta dalla Lettera ai Romani. Troviamo delineato in questa pagina il programma di vita di una comunità cristiana, i cui membri sono stati rinnovati dall’amore e si sforzano di rinnovarsi continuamente, per discernere sempre la volontà di Dio e non ricadere nel conformismo della mentalità mondana (cfr 12,1-2). La nuova Pompei, pur con i limiti di ogni realtà umana, è un esempio di questa nuova civiltà, sorta e sviluppatasi sotto lo sguardo materno di Maria. E la caratteristica della civiltà cristiana è proprio la carità: l’amore di Dio che si traduce in amore del prossimo. Ora, quando san Paolo scrive ai cristiani di Roma: “Non siate pigri nello zelo, siate invece ferventi nello spirito, servite il Signore” (12,11), il pensiero nostro va a Bartolo Longo e alle tante iniziative di carità da lui attivate per i fratelli più bisognosi. Spinto dall’amore, egli fu in grado di progettare una città nuova, che poi sorse attorno al Santuario mariano, quasi come irradiazione della sua luce di fede e di speranza. Una cittadella di Maria e della carità, non però isolata dal mondo, non, come si suol dire, una “cattedrale nel deserto”, ma inserita nel territorio di questa Valle per riscattarlo e promuoverlo. La storia della Chiesa, grazie a Dio, è ricca di esperienze di questo tipo, e anche oggi se ne contano parecchie in ogni parte della terra. Sono esperienze di fraternità, che mostrano il volto di una società diversa, posta come fermento all’interno del contesto civile. La forza della carità è irresistibile: è l’amore che veramente manda avanti il mondo!

Chi avrebbe potuto pensare che qui, accanto ai resti dell’antica Pompei, sarebbe sorto un Santuario mariano di portata mondiale? E tante opere sociali volte a tradurre il Vangelo in servizio concreto alle persone più in difficoltà? Dove arriva Dio, il deserto fiorisce! Anche il beato Bartolo Longo, con la sua personale conversione, diede testimonianza di questa forza spirituale che trasforma l’uomo interiormente e lo rende capace di operare grandi cose secondo il disegno di Dio. La vicenda della sua crisi spirituale e della sua conversione appare oggi di grandissima attualità. Egli infatti, nel periodo degli studi universitari a Napoli, influenzato da filosofi immanentisti e positivisti, si era allontanato dalla fede cristiana diventando un militante anticlericale e dandosi anche a pratiche spiritistiche e superstiziose. La sua conversione, con la scoperta del vero volto di Dio, contiene un messaggio molto eloquente per noi, perché purtroppo simili tendenze non mancano nei nostri giorni. In questo Anno Paolino mi piace sottolineare che anche Bartolo Longo, come san Paolo, fu trasformato da persecutore in apostolo: apostolo della fede cristiana, del culto mariano e, in particolare, del Rosario, in cui egli trovò una sintesi di tutto il Vangelo.

Questa città, da lui rifondata, è dunque una dimostrazione storica di come Dio trasforma il mondo: ricolmando di carità il cuore di un uomo e facendone un “motore” di rinnovamento religioso e sociale. Pompei è un esempio di come la fede può operare nella città dell’uomo, suscitando apostoli di carità che si pongono al servizio dei piccoli e dei poveri, ed agiscono perché anche gli ultimi siano rispettati nella loro dignità e trovino accoglienza e promozione. Qui a Pompei si capisce che l’amore per Dio e l’amore per il prossimo sono inseparabili. Qui il genuino popolo cristiano, la gente che affronta la vita con sacrificio ogni giorno, trova la forza di perseverare nel bene senza scendere a compromessi. Qui, ai piedi di Maria, le famiglie ritrovano o rafforzano la gioia dell’amore che le mantiene unite. Opportunamente, quindi, in preparazione dell’odierna mia visita, uno speciale “pellegrinaggio delle famiglie per la famiglia” si è compiuto esattamente un mese fa, per affidare alla Madonna questa fondamentale cellula della società. Vegli la Vergine Santa su ogni famiglia e sull’intero popolo italiano!

Questo Santuario e questa città continuino soprattutto ad essere sempre legati a un dono singolare di Maria: la preghiera del Rosario. Quando, nel celebre dipinto della Madonna di Pompei, vediamo la Vergine Madre e Gesù Bambino che consegnano le corone rispettivamente a santa Caterina da Siena e a san Domenico, comprendiamo subito che questa preghiera ci conduce, attraverso Maria, a Gesù, come ci ha insegnato anche il caro Papa Giovanni Paolo II nella Lettera Rosarium Virginis Mariae, in cui fa riferimento esplicito al beato Bartolo Longo ed al carisma di Pompei. Il Rosario è preghiera contemplativa accessibile a tutti: grandi e piccoli, laici e chierici, colti e poco istruiti. E’ vincolo spirituale con Maria per rimanere uniti a Gesù, per conformarsi a Lui, assimilarne i sentimenti e comportarsi come Lui si è comportato. Il Rosario è “arma” spirituale nella lotta contro il male, contro ogni violenza, per la pace nei cuori, nelle famiglie, nella società e nel mondo.

Cari fratelli e sorelle, in questa Eucaristia, fonte inesauribile di vita e di speranza, di rinnovamento personale e sociale, ringraziamo Dio perché in Bartolo Longo ci ha dato un luminoso testimone di questa verità evangelica. E volgiamo ancora una volta il nostro cuore a Maria con le parole della Supplica, che tra poco insieme reciteremo: “Tu, Madre nostra, sei la nostra Avvocata, la nostra speranza, abbi pietà di noi … Misericordia per tutti, o Madre di misericordia!”. Amen.

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