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« Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio… » (Galati 4,4). (Card. Tettamanzi)

al sito:

http://www.chiesadimilano.it/or/ADMI/apps/docvescovo/files/1205/Ottava_nella_Circoncisione.doc

CHIESA DI MILANO

Dionigi card. Tettamanzi
Arcivescovo di Milano

Ottava del Natale nella Circoncisione del Signore
41ª Giornata per la Pace
Omelia

Milano — Duomo, 1° gennaio 2008
 
Da Dio il grande dono della pace attraverso la famiglia 
 
« Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio… » (Galati 4,4).

« Quando si compirono gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù… » (Luca 2,21).

Questi due passi, che abbiamo ascoltato nella seconda lettura e nel vangelo di oggi, ci ricordano che siamo qui riuniti a celebrare l’incarnazione di Dio, ossia l’ingresso della persona del Figlio nella nostra storia umana attraverso il popolo dell’alleanza, come inizio di un giorno nuovo, di un tempo pieno.
Carissimi, Cristo Signore in questa celebrazione ci doni luce e slancio per vivere le relazioni personali e sociali, che siamo chiamati ad avere con Dio e tra noi, sempre nel segno dell’amore e della pace.
 
L’ottavo giorno: giorno dello shalom eterno
Il Figlio mandato da Dio, Cristo -ricorda san Paolo ai Galati — è « nato da donna », più precisamente da madre ebrea; ed è « nato sotto la legge », perché si è sottomesso al cammino religioso del popolo ebraico (cfr Galati 4,4). Per questo oggi, ottavo giorno di celebrazione del Natale, noi facciamo anche memoria della circoncisione di Gesù, che avvenne precisamente otto giorni dopo la sua nascita, in conformità alla legge giudaica che la prescriveva come segno nella sua carne dell’appartenenza al popolo di Dio (cfr Luca 2,21).
Ora, nel simbolismo del linguaggio biblico, l’ottavo giorno allude al « giorno dopo il sabato », al « sabato senza tramonto » dello shalom eterno, al giorno della risurrezione di Cristo che lo inaugura. In realtà è in tale giorno che nella storia umana hanno fatto irruzione le energie rigeneratrici del Risorto, dando inizio ad una nuova creazione, che solo alla fine dei tempi si manifesterà per sempre come pienezza di vita, di pace e di amore.
Ma all’uomo interiore già oggi è data la possibilità di anticipare e di pregustare qualcosa della pienezza dello shalom: gli occhi dello Spirito gli permettono di poter vedere al di là delle apparenze e di scoprire la segreta bellezza dell’opera di Dio nascosta nei cuori umani. E questo dono dell’interiorità e della vita dello Spirito — dello Spirito che nei nostri cuori grida Abbà, Padre (cfr Galati 4,6) — è la benedizione per eccellenza. Carissimi, non dimentichiamolo mai! Anche per costruire la pace nel mondo l’unica via feconda è quella che incomincia dalla ricerca di riconciliazione e di pacificazione interiore a partire da se stessi e dal proprio cuore.
Qual è, dunque, la benedizione che da Dio riceviamo e che da lui invochiamo? E’ quella dello Spirito santo che opera nell’uomo interiore: tenendoci sotto la mano paterna e propizia di Dio, la benedizione irradia su di noi la luce del suo volto e in noi effonde amore, gioia e pace.  È pertanto risuonata oggi in modo particolarmente significativo e pregnante la berakah biblica di Dio sul suo popolo, cioè la « benedizione sacerdotale » affidata da Dio ai figli di Aronne, come abbiamo ascoltato nella prima lettura: « Ti benedica il Signore e ti protegga. Il Signore faccia brillare il suo volto su di te e ti sia propizio. Il Signore rivolga su di te il suo volto e ti conceda pace » (Numeri 6,24-26). In questa triplice formula di benedizione ricorre solennemente per tre volte il Nome santo e impronunciabile di Dio, il Tetragramma sacro che nella lettura delle Scritture viene sostituito dagli ebrei con il termine Adonai, il « Signore » nella nostra traduzione.
Ora, pronunciare tre volte il Nome santo di Dio in questa solenne benedizione aveva ed ha per il popolo ebraico — e oggi anche per noi — il significato di rinnovare l’alleanza con il Signore.
Così, all’inizio di un nuovo anno civile, giunge a noi la parola che ci invita a rinnovare l’alleanza con Dio, soprattutto rispetto al nostro impegno per la pace nella vita sociale della città, della nazione, del mondo intero. È dunque particolarmente significativo far coincidere oggi — con questa liturgia dell’ottavo giorno di Natale, che appare così ricca di suggestioni — la Giornata mondiale della Pace, che quaranta anni fa Paolo VI ebbe la felice intuizione di istituire nella data del 1° gennaio.
 
Riuniti per invocare il dono della pace
Proprio per invocare con particolare intensità il dono della pace siamo qui riuniti insieme ai Rappresentanti delle Confessioni che aderiscono al Consiglio delle Chiese Cristiane di Milano. A voi in particolare, fratelli e sorelle in Cristo, rivolgo il mio affettuoso saluto e vi ringrazio per la vostra gradita e importante presenza, una presenza che ci onora e ci dà gioia. Anche sul cammino del Consiglio milanese delle Chiese, che in questo gennaio 2008 compie dieci anni di vita, invochiamo insieme la benedizione di Dio, perché, all’interno della città, coltivi in modo ecumenico la cura pastorale della dimensione interiore dei cristiani di ogni confessione e sappia promuovere un comune annuncio del « Vangelo della pace » a quanti non l’hanno conosciuto, o stanno cercando un senso per la propria vita, o vorrebbero impegnarsi per un mondo nuovo e diverso da quello attuale.   Come Chiesa ambrosiana, intendiamo continuare nel cammino di testimonianza intrapreso e dare particolare rilievo alla comunicazione della fede da parte delle famiglie, che svolgono la loro missione a servizio del Vangelo. Esso sono il luogo primordiale e privilegiato per la trasmissione del sentire, del pensare e del vivere da cristiani.Concludendo la Lettera pastorale alla Diocesi Famiglia comunica la tua fede, esprimevo un auspicio che desidero ripetere all’inizio del nuovo anno: « Lo Spirito santo ci doni le parole per raccontare Gesù, per farlo incontrare ai bambini e ai ragazzi, per renderlo credibile ai giovani e agli adulti, per sentirlo vicino nella carità e per testimoniarlo nella carità. Ci insegni a credere all’amore che è stato riversato nei nostri cuori e a diffonderlo con misura traboccante di tenerezza e profondità » (n. 42).
In particolare rivolgevo l’appello alla famiglia perché, come « scuola dell’amore e del dono di sé », aprisse ogni giorno le sue porte facendo risuonare una « voce di speranza » per la ricostruzione di un tessuto sociale di giustizia, di solidarietà e di pace. Scrivevo, tra l’altro: « Oggi, in modo del tutto particolare, la nostra società ha forte la necessità di riscoprire la famiglia come risorsa insostituibile e decisiva per il suo futuro. Le nostre famiglie, d’altra parte, ricordino che il vincolo di libertà e d’amore che le costituisce è loro donato non solo per se stesse, ma per la vita del mondo » (n. 34). L’amore di Dio è in mezzo a noi: questo è l’annuncio del regno che il Signore ci chiede non solo di approfondire nelle nostre comunità, ma di portare all’intera famiglia umana, perché divenga comunità di pace.
 
Famiglia umana, comunità di pace
Proprio Famiglia umana, comunità di pace è il tema che Benedetto XVI ha proposto per la celebrazione dell’odierna Giornata mondiale della pace.Il messaggio per questa giornata trova il suo cuore nella singola famiglia considerata come « la prima e insostituibile educatrice alla pace ». In realtà, « in una sana vita familiare si fa esperienza di alcune componenti fondamentali della pace: la giustizia e l’amore tra fratelli e sorelle, la funzione dell’autorità espressa dai genitori, il servizio amorevole ai membri più deboli perché piccoli o malati o anziani, l’aiuto vicendevole nelle necessità della vita, la disponibilità ad accogliere l’altro e, se necessario, a perdonarlo » (n. 3). Il messaggio si chiede: « Dove mai l’essere umano in formazione potrebbe imparare a gustare il ‘sapore’ genuino della pace meglio che nel ‘nido’ originario che la natura gli prepara? ». E risponde: « Il lessico familiare è un lessico di pace; lì è necessario attingere sempre per non perdere l’uso del vocabolario della pace. Nell’inflazione dei linguaggi, la società non può perdere il riferimento a quella ‘grammatica’ che ogni bimbo apprende dai gesti e dagli sguardi della mamma e del papà, prima ancora che dalle loro parole » (n. 3). Per questo, come recita la stessa Dichiarazione universale dei diritti umani, la famiglia « ha diritto ad essere protetta dalla società e dallo Stato » (Art. 16/3). E’ un’affermazione, questa, che tocca inevitabilmente il problema della pace, come rileva il messaggio: « Chi anche inconsapevolmente osteggia l’istituto familiare rende fragile la pace nell’intera comunità, nazionale e internazionale, perché indebolisce quella che, di fatto, è la principale ‘agenzia’ di pace. E’ questo un punto meritevole di speciale riflessione: tutto ciò che contribuisce a indebolire la famiglia fondata sul matrimonio di un uomo e una donna, ciò che direttamente o indirettamente ne frena la disponibilità all’accoglienza responsabile di una nuova vita, ciò che ne ostacola il diritto ad essere la prima responsabile dell’educazione dei figli, costituisce un oggettivo impedimento sulla via della pace. La famiglia ha bisogno della casa, del lavoro o del giusto riconoscimento dell’attività domestica dei genitori, della scuola per i figli, dell’assistenza sanitaria di base per tutti. Quando la società e la politica non si impegnano ad aiutare la famiglia in questi campi, si privano di un’essenziale risorsa a servizio della pace » (n. 5).
Il riferimento alla famiglia — ad una realtà domestica — non impedisce al Papa di richiamare con forza le grandi questioni mondiali, come la proliferazione delle armi nucleari, l’ambiente inquinato, lo sfruttamento irresponsabile delle risorse energetiche a scapito dei Paesi poveri, l’ingiusta distribuzione delle ricchezze, ecc. Al contrario il riferimento alla famiglia diviene paradigmatico, nel senso che in essa la grande famiglia umana deve trovare i veri criteri e le giuste linee di sviluppo per una convivenza dalla fisionomia « familiare », e dunque solidale e pacifica. « Anche la comunità sociale, per vivere in pace, è chiamata a ispirarsi ai valori su cui si regge la comunità familiare » (n. 6).
 
La legge morale comune e il dialogo via alla pace
In realtà, come umanità siamo « una grande famiglia », viviamo tutti « in quella casa comune che è la terra », siamo responsabili gli uni degli altri perché « non viviamo gli uni accanto agli altri per caso; stiamo tutti percorrendo uno stesso cammino come uomini e quindi come fratelli e sorelle » (cfr. n. 6). In questa prospettiva si deve rilevare come punto fondamentale e decisivo il riconoscimento di una legge morale comune: « Una famiglia vive in pace se tutti i suoi componenti si assoggettano ad una norma comune: è questa ad impedire l’individualismo egoistico e a legare insieme i singoli, favorendone la coesistenza armoniosa e l’operosità finalizzata. Il criterio, in sé ovvio, vale anche per le comunità più ampie: da quelle locali, a quelle nazionali, fino alla stessa comunità internazionale. Per avere la pace c’è bisogno di una legge comune, che aiuti la libertà ad essere veramente se stessa, anziché cieco arbitrio e che protegga il debole dal sopruso del più forte » (n. 11). Sono in questione, certo, le norme giuridiche che regolano i rapporti delle persone tra loro, ma ancor prima è in questione la norma morale basata sulla natura delle cose.
La grande sfida — sempre aperta e sempre più complessa in un mondo globalizzato e pluralista — riguarda le modalità con cui possiamo giungere alla conoscenza consensuale e universalmente condivisa di una legge morale comune a tutti gli uomini, su cui fondare anche le norme giuridiche. Sono convinto che il dialogo è e resta la grande, l’unica via di pace per poter arrivare a mete di pace e a rilevare, nello stesso tempo, come un consenso unanime sui principi fondamentali, che presiedono alla convivenza sociale sulla terra e che è indispensabile siano condivisi da parte di tutti, è una meta di pace non facile né ovvia. Proprio per questo oggi è del tutto irrinunciabile ed urgente promuovere il dialogo intessuto di reciproco ascolto e rispetto tra persone che rappresentano ed esprimono visioni e tradizioni differenti, legate alla diversità di etnie, culture, filosofie, teologie, religioni, confessioni, ecc. Sì, persino tra noi cristiani, nelle non facili questioni dell’etica, non abbiamo sempre unanimità di visioni. Si tratta di constatarlo senza irrigidimenti, si tratta di cercare di capire le ragioni altrui senza peraltro sbiadire le proprie o persino rinunciarvi, si tratta di testimoniare la genuinità della fede senza cadere in fondamentalismi confessionali. Dobbiamo aiutarci, tra cristiani di diverse tradizioni confessionali, a non confondere la testimonianza personale e comunitaria, alla quale ci chiama la radicalità del Vangelo, con la testimonianza del nostro apporto civile e laicale alla ricerca del bene comune, che in una società democratica e pluralista è da discernere in dialogo con i contributi espressi dalle diverse sensibilità e visioni. Il Signore ci aiuti nel rinnovare l’impegno — espresso dalla Charta Oecumenica che lo scorso aprile abbiamo firmato come Chiese di Milano e che la terza Assemblea ecumenica europea ha ribadito a Sibiu in Romania nel settembre scorso — « ad essere aperti al dialogo con tutte le persone di buona volontà, a perseguire con esse scopi comuni e a testimoniare loro la fede cristiana », perché « Gesù Cristo, Signore della Chiesa una, è la nostra speranza di riconciliazione e di pace » (Charta Oecumenica 12, conclusione).
 
Cristo, nostra speranza!
Siamo seguaci del Dio dell’Incarnazione ed è proprio della fede cristiana di essere « realistica »: di non nascondersi le « ombre cupe » che pesano sul futuro dell’umanità, le « tensioni crescenti » in Africa e nel Medio Oriente, l’aumentare della corsa agli armamenti, ecc. Ma il realismo dei cristiani non li conduce al pessimismo, perché una grande speranza pervade il loro cuore e la loro vita: è la speranza che crede nella presenza di Dio e del suo amore in ogni stagione storica dell’umanità, che è alimentata dalle tante famiglie che nella quotidianità assolvono il loro compito di « educatrici alla pace », che è sostenuta dall’impegno umile e coraggioso dei moltissimi « operatori di pace ».Confessiamo con gioia a tutti questa nostra fede: Cristo Signore, sei tu la nostra speranza, speranza di riconciliazione e di pace. Non saremo confusi in eterno!

 

Beati gli agnelli il cui pastore è divenuto per loro pastura

dal sito:

http://www.vatican.va/news_services/or/or_quo/commenti/2010/004q01b1.html

DA: L’OSSERVATORE ROMANO DEL 6 GENNAIO 2010

La festa dell’Epifania nella tradizione siro-occidentale

Beati gli agnelli il cui pastore è divenuto per loro pastura

di Manuel Nin

La tradizione liturgica siro-occidentale celebra l’Epifania del Signore come festa della piena manifestazione del Verbo di Dio, che avviene nel suo battesimo nel Giordano da parte di Giovanni Battista. Con la festa del 6 gennaio inizia il periodo liturgico chiamato Denha (« manifestazione »), che si protrae per diverse settimane fino al Digiuno dei Niniviti, cioè l’inizio della Pre-Quaresima. I testi liturgici sottolineano la nuova nascita del cristiano in Cristo mediante il battesimo e le nozze della Chiesa con il Signore.
Diversi inni attribuiti a sant’Efrem scandiscono l’ufficiatura notturna e le due figure centrali della scena evangelica del battesimo, Cristo e Giovanni, sono messe in primo piano a contrasto: « Il Verbo inviò la voce come araldo e disse: Sono una voce ma non il Verbo. Sono una lucerna, ma non la luce. Sono una stella che si leva prima del sole di giustizia ».

I testi contemplano il battesimo di Cristo e quello dei cristiani. Per mezzo dell’acqua, dell’olio e dell’eucaristia i battezzati sono inseriti nella vita in Cristo: « L’olio del mite e dell’umile fa i duri simili al suo Signore. Ecco l’olio segna e fa dei lupi un gregge di pecore. E i popoli, che fuggivano lontano dal bastone (di Mosè), si sono ora rifugiati nella croce. Nel deserto le folle erano simili a pecore prive di pastura. Beati voi, agnelli innocenti di Cristo, fatti degni del Corpo e del Sangue: ecco, il pastore stesso è divenuto per voi pastura ».
In altri inni Efrem descrive i momenti del battesimo cristiano, a cominciare dalla discesa dello Spirito Santo: « Si mosse dall’alto lo Spirito e santificò le acque con il suo volteggiamento; è disceso e ha preso dimora su tutti coloro che sono stati generati dalle acque ». La discesa dello Spirito santifica le acque umili del Giordano, non quelle potenti del cielo o dei mari: « Le acque del cielo sono invidiose, per non aver meritato di essere luogo del tuo bagno. Soltanto le acque del battesimo sono capaci di perdono. Potenti i mari per le loro acque, ma troppo deboli per perdonare ».
Per Efrem la discesa dello Spirito Santo sulle acque rinnova, santifica e ricrea tutta la Chiesa: « In principio lo spirito volteggiante volteggiò sulle acque. Esse concepirono e generarono draghi, pesci ed uccelli. Lo Spirito Santo ha volteggiato sulle acque del battesimo e ha generato come aquile, vergini e principi; come pesci, continenti ed intercessori. E come draghi? Gli astuti diventati innocenti come colombe ».

Il ruolo dei sacerdoti nel battesimo viene paragonato da Efrem a quello dei muratori: « Una dimora di terra, quando va in rovina, la si può mettere a nuovo grazie all’acqua. Il corpo di Adamo fatto di terra, andato in rovina, fu messo a nuovo con acqua. Ecco i sacerdoti, come dei costruttori, hanno rinnovato da capo i vostri corpi ».
Una grande consacrazione delle acque ha luogo anche nella tradizione siro-occidentale, durante l’ufficiatura notturna oppure all’inizio della liturgia eucaristica. Un catino con dell’acqua coperto con un velo bianco viene portato in processione da un diacono, anch’egli velato al centro della chiesa, a simboleggiare Giovanni che va incontro a Cristo per battezzarlo, oppure come l’ »amico dello sposo » che conduce la Chiesa e l’umanità verso le nozze con Cristo.
Diverse letture dell’Antico e del Nuovo Testamento precedono le tre grandi preghiere di consacrazione dell’acqua, e la terza è introdotta con le stesse formule dell’introduzione all’anafora eucaristica: « Stiamo con devozione, stiamo con timore e purezza attenti ». Durante questa preghiera il celebrante segna nove volte l’acqua con la croce, come viene fatto anche sulle specie eucaristiche nell’anafora. Recitate le tre preghiere, il sacerdote immerge la croce manuale nell’acqua e ne fa l’ostensione assieme al catino dell’acqua verso i quattro punti cardinali in segno di benedizione.
Nei testi della consacrazione è sottolineato in primo luogo il battesimo di Cristo: « Il Figlio chiamò il suo servo Giovanni, che si avvicinò e mise la sua mano destra sul capo di Colui che l’aveva creato: Cosa potrò dire, come potrò io battezzarti, mio Signore? Se dico: nel nome del Padre, ecco tu sei nel tuo Padre. Se dico: nel nome del Figlio, ecco tu sei questo Figlio amato. E se dico: nel nome dello Spirito, questo Spirito è con te e riceve da te ».

Il secondo aspetto della consacrazione è quello delle nozze di Cristo e della Chiesa: « Il Figlio che ha creato tutta la creazione, è stato battezzato ed è salito dalle acque. Giovanni chiama la Chiesa e gli dice: Ecco il tuo Sposo. La Chiesa corre, si prosterna e lo adora. Presso il fiume stava il re Davide, finché la sposa fu lavata e risalì dalle acque, e per essa lui canta: « Dimentica il tuo popolo e la casa di tuo padre, perché il re si rallegra dalla tua bellezza ». La Chiesa, santa e povera, diventa ricca. Ecco essa diventa regina ».

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Publié dans:immagini sacre, NATALE (QUALCOSA SUL) |on 24 décembre, 2010 |Pas de commentaires »

OMELIA DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI (NATALE 2007)

SANTA MESSA DI MEZZANOTTE

SOLENNITÀ DEL NATALE DEL SIGNORE

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/homilies/2007/documents/hf_ben-xvi_hom_20071224_christmas_it.html

OMELIA DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI

Basilica Vaticana

NATALE 2007

Cari fratelli e sorelle!

„Per Maria si compirono i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c’era posto per loro nell’albergo” (cfr Lc 2,6s). Queste frasi, sempre di nuovo ci toccano il cuore. È arrivato il momento che l’Angelo aveva preannunziato a Nazaret: “Darai alla luce un figlio e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e chiamato Figlio dell’Altissimo” (cfr Lc 1,31). È arrivato il momento che Israele aveva atteso da tanti secoli, durante tante ore buie – il momento in qualche modo atteso da tutta l’umanità in figure ancora confuse: che Dio si prendesse cura di noi, che uscisse dal suo nascondimento, che il mondo diventasse sano e che Egli rinnovasse tutto. Possiamo immaginare con quanta preparazione interiore, con quanto amore Maria sia andata incontro a quell’ora. Il breve accenno: “Lo avvolse in fasce” ci lascia intravedere qualcosa della santa gioia e dello zelo silenzioso di quella preparazione. Erano pronte le fasce, affinché il bimbo potesse essere accolto bene. Ma nell’albergo non c’è posto. In qualche modo l’umanità attende Dio, la sua vicinanza. Ma quando arriva il momento, non ha posto per Lui. È tanto occupata con se stessa, ha bisogno di tutto lo spazio e di tutto il tempo in modo così esigente per le proprie cose, che non rimane nulla per l’altro – per il prossimo, per il povero, per Dio. E quanto più gli uomini diventano ricchi, tanto più riempiono tutto con se stessi. Tanto meno può entrare l’altro.
Giovanni, nel suo Vangelo, puntando all’essenziale ha approfondito la breve notizia di san Luca sulla situazione in Betlemme: “Venne fra la sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto” (1,11). Ciò riguarda innanzitutto Betlemme: il Figlio di Davide viene nella sua città, ma deve nascere in una stalla, perché nell’albergo non c’è posto per Lui. Riguarda poi Israele: l’inviato viene dai suoi, ma non lo si vuole. Riguarda in realtà l’intera umanità: Colui per il quale è stato fatto il mondo, il primordiale Verbo creatore entra nel mondo, ma non viene ascoltato, non viene accolto.
Queste parole riguardano in definitiva noi, ogni singolo e la società nel suo insieme. Abbiamo tempo per il prossimo che ha bisogno della nostra, della mia parola, del mio affetto? Per il sofferente che ha bisogno di aiuto? Per il profugo o il rifugiato che cerca asilo? Abbiamo tempo e spazio per Dio? Può Egli entrare nella nostra vita? Trova uno spazio in noi, o abbiamo occupato tutti gli spazi del nostro pensiero, del nostro agire, della nostra vita per noi stessi?
Grazie a Dio, la notizia negativa non è l’unica, né l’ultima che troviamo nel Vangelo. Come in Luca incontriamo l’amore della madre Maria e la fedeltà di san Giuseppe, la vigilanza dei pastori e la loro grande gioia, come in Matteo incontriamo la visita dei sapienti Magi, venuti da lontano, così anche Giovanni ci dice: “A quanti però l’hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio” (Gv 1,12). Esistono quelli che lo accolgono e così, a cominciare dalla stalla, dall’esterno, cresce silenziosamente la nuova casa, la nuova città, il nuovo mondo. Il messaggio di Natale ci fa riconoscere il buio di un mondo chiuso, e con ciò illustra senz’altro una realtà che vediamo quotidianamente. Ma esso ci dice anche, che Dio non si lascia chiudere fuori. Egli trova uno spazio, entrando magari per la stalla; esistono degli uomini che vedono la sua luce e la trasmettono. Mediante la parola del Vangelo, l’Angelo parla anche a noi, e nella sacra liturgia la luce del Redentore entra nella nostra vita. Se siamo pastori o sapienti – la luce e il suo messaggio ci chiamano a metterci in cammino, ad uscire dalla chiusura dei nostri desideri ed interessi per andare incontro al Signore ed adorarlo. Lo adoriamo aprendo il mondo alla verità, al bene, a Cristo, al servizio di quanti sono emarginati e nei quali Egli ci attende.
In alcune rappresentazioni natalizie del tardo Medioevo e dell’inizio del tempo moderno la stalla appare come un palazzo un po’ fatiscente. Se ne può ancora riconoscere la grandezza di una volta, ma ora è andato in rovina, le mura sono diroccate – è diventato, appunto, una stalla. Pur non avendo nessuna base storica, questa interpretazione, nel suo modo metaforico, esprime tuttavia qualcosa della verità che si nasconde nel mistero del Natale. Il trono di Davide, al quale era promessa una durata eterna, è vuoto. Altri dominano sulla Terra santa. Giuseppe, il discendente di Davide, è un semplice artigiano; il palazzo, di fatto, è diventato una capanna. Davide stesso aveva cominciato da pastore. Quando Samuele lo cercò per l’unzione, sembrava impossibile e contraddittorio che un simile pastore-ragazzino potesse diventare il portatore della promessa di Israele. Nella stalla di Betlemme, proprio lì dove era stato il punto di partenza, ricomincia la regalità davidica in modo nuovo – in quel bimbo avvolto in fasce e deposto in una mangiatoia. Il nuovo trono dal quale questo Davide attirerà il mondo a sé è la Croce. Il nuovo trono – la Croce – corrisponde al nuovo inizio nella stalla. Ma proprio così viene costruito il vero palazzo davidico, la vera regalità. Questo nuovo palazzo è così diverso da come gli uomini immaginano un palazzo e il potere regale. Esso è la comunità di quanti si lasciano attrarre dall’amore di Cristo e con Lui diventano un corpo solo, un’umanità nuova. Il potere che proviene dalla Croce, il potere della bontà che si dona – è questa la vera regalità. La stalla diviene palazzo – proprio a partire da questo inizio, Gesù edifica la grande nuova comunità, la cui parola-chiave cantano gli Angeli nell’ora della sua nascita: “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama” – uomini che depongono la loro volontà nella sua, diventando così uomini di Dio, uomini nuovi, mondo nuovo.
Gregorio di Nissa, nelle sue omelie natalizie ha sviluppato la stessa visione partendo dal messaggio di Natale nel Vangelo di Giovanni: “Ha posto la sua tenda in mezzo a noi” (Gv 1,14). Gregorio applica questa parola della tenda alla tenda del nostro corpo, diventato logoro e debole; esposto dappertutto al dolore ed alla sofferenza. E la applica all’intero cosmo, lacerato e sfigurato dal peccato. Che cosa avrebbe detto, se avesse visto le condizioni, in cui si trova oggi la terra a causa dell’abuso delle energie e del loro egoistico sfruttamento senza alcun riguardo? Anselmo di Canterbury, in una maniera quasi profetica, ha una volta descritto in anticipo ciò che noi oggi vediamo in un mondo inquinato e minacciato per il suo futuro: “Tutto era come morto, aveva perso la sua dignità, essendo stato fatto per servire a coloro che lodano Dio. Gli elementi del mondo erano oppressi, avevano perso il loro splendore a causa dell’abuso di quanti li rendevano servi dei loro idoli, per i quali non erano stati creati” (PL 158, 955s). Così, secondo la visione di Gregorio, la stalla nel messaggio di Natale rappresenta la terra maltrattata. Cristo non ricostruisce un qualsiasi palazzo. Egli è venuto per ridare alla creazione, al cosmo la sua bellezza e la sua dignità: è questo che a Natale prende il suo inizio e fa giubilare gli Angeli. La terra viene rimessa in sesto proprio per il fatto che viene aperta a Dio, che ottiene nuovamente la sua vera luce e, nella sintonia tra volere umano e volere divino, nell’unificazione dell’alto col basso, recupera la sua bellezza, la sua dignità. Così Natale è una festa della creazione ricostituita. A partire da questo contesto i Padri interpretano il canto degli Angeli nella Notte santa: esso è l’espressione della gioia per il fatto che l’alto e il basso, cielo e terra si trovano nuovamente uniti; che l’uomo è di nuovo unito a Dio. Secondo i Padri fa parte del canto natalizio degli Angeli che ora Angeli e uomini possano cantare insieme e in questo modo la bellezza del cosmo si esprima nella bellezza del canto di lode. Il canto liturgico – sempre secondo i Padri – possiede una sua dignità particolare per il fatto che è un cantare insieme ai cori celesti. È l’incontro con Gesù Cristo che ci rende capaci di sentire il canto degli Angeli, creando così la vera musica che decade quando perdiamo questo con-cantare e con-sentire.
Nella stalla di Betlemme cielo e terra si toccano. Il cielo è venuto sulla terra. Per questo, da lì emana una luce per tutti i tempi; per questo lì s’accende la gioia; per questo lì nasce il canto. Alla fine della nostra meditazione natalizia vorrei citare una parola straordinaria di sant’Agostino. Interpretando l’invocazione della Preghiera del Signore: “Padre nostro che sei nei cieli”, egli domanda: che cosa è questo – il cielo? E dove è il cielo? Segue una risposta sorprendente: “…che sei nei cieli – ciò significa: nei santi e nei giusti. I cieli sono, sì, i corpi più alti dell’universo, ma tuttavia corpi, che non possono essere se non in un luogo. Se, però, si crede che il luogo di Dio sia nei cieli come nelle parti più alte del mondo, allora gli uccelli sarebbero più fortunati di noi, perché vivrebbero più vicini a Dio. Ma non è scritto: ‘Il Signore è vicino a quanti abitano sulle alture o sulle montagne’, ma invece: ‘Il Signore è vicino ai contriti di cuore’ (Sal 34[33],19), espressione che si riferisce all’umiltà. Come il peccatore viene chiamato ‘terra’, così al contrario il giusto può essere chiamato ‘cielo’” (Serm. in monte II 5, 17). Il cielo non appartiene alla geografia dello spazio, ma alla geografia del cuore. E il cuore di Dio, nella Notte santa, si è chinato giù fin nella stalla: l’umiltà di Dio è il cielo. E se andiamo incontro a questa umiltà, allora tocchiamo il cielo. Allora diventa nuova anche la terra. Con l’umiltà dei pastori mettiamoci in cammino, in questa Notte santa, verso il Bimbo nella stalla! Tocchiamo l’umiltà di Dio, il cuore di Dio! Allora la sua gioia toccherà noi e renderà più luminoso il mondo. Amen. 

Natale 2010: Omelia

dal sito:

http://www.perfettaletizia.it/archivio/anno-A/anno_A.htm

NATALE 2010

Omelia
(messa della notte)

E’ notte, con tutto il fascino di una notte come questa: la notte di Natale. Un senso di gioia si diffonde ovunque. Anche chi non crede sente il fascino di questa notte: è il fascino delle cose pulite e belle, il fascino della bontà. C’è un’aria vivace, una disponibilità al saluto, all’incontro. Vero, verissimo, questo, ma il Natale del Signore è in grado di dare molto, molto di più, cioè la pace sulla terra, quella
quella vera, quella che procede dalla riconciliazione con Dio.
Questa notte non ci fa dimenticare le ingiustizie, le crudeltà, ma ci fa sperare e ci rincuora.
Non possiamo non pensare che Giuseppe e Maria non ebbero alloggio nell’albergo perché l’albergatore aveva fiutato fior di guadagni dato il censimento ordinato da Cesare Augusto, e quei due palesemente poveri non gli avrebbero dato molto, e dunque meglio conservare i posti per più ricchi. Affari; business. Dopo tanti secoli le cose sono cambiate e i due, anzi i tre, fanno concludere affari. Il presepe ci vuole! Ci vogliono le luminarie di Natale! E’ un fatto della nostra cultura: verissimo questo. Ma ancora, come allora con l’albergatore, nei cuori non c’è posto per i tre. Il Natale è un affarone per negozi, ristoranti, località sciistiche, i tre fanno fare affari. Ma in tanti cuori non c’è più posto per loro, perché c’è solo posto per il vizio.
I ricchi restano lontani dai tre, non i poveri, non gli umili. Fratelli e sorelle, mettiamoci dalla parte dei pastori, diventiamo umili, veri come loro. Erano poveri, semplici, ma felici. Felici per una percezione limpida del creato, nel quale vedevano la potenza e la sapienza di Dio, nonché il suo amore per l’uomo; felici nel leggere le pagine e pagine scritte da Dio nel creato e che noi non riusciamo più a leggere come loro, e anche se andiamo scoprendo sempre nuove pagine del cosmo non vi sappiamo leggere la gloria di Dio. Mettiamoci dalla parte dei pastori, fratelli e sorelle, perché furono loro i primi invitati ad incontrare il divino Bambino.
Se vogliamo essere tra i primi mettiamoci dalla parte dei poveri e degli umili, di quelli che sono ultimi nelle valutazioni del mondo.
Invitati a vedere, e vedremo per mezzo di viva fede.
Vedremo che il Verbo, totalmente trascendente il creato, ha voluto essere nel creato come un uomo. Noi, che viviamo in mezzo a uomini che vogliamo essere uomini spaziali e che si gonfiamo d’orgoglio per aver posto il piede sulla luna e mandato sonde ad esplorare altri pianeti, vedremo con l’occhio dello spirito (Ef 1,18) illuminato dalla fede, questo: Cristo è venuto dal cielo sulla terra per portarci al cielo. I nostri lanci spaziali sono letteralmente nulla rispetto a quanto Dio ci ha promesso.
Vedremo che l’umiltà è capacità di obbedienza, infatti san Paolo ci dice che Cristo “pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo” (Fil 2,6-7).
Il Verbo si è fatto carne, si è abbassato a noi, fino a noi che siamo sulla terra. Noi sempre nel tempo rimaniamo sulla terra anche se abitiamo in una stazione orbitante, poiché proveniamo dalla terra (Gn 2,7). Niente da fare, fratelli e sorelle, le condizioni di vita che ci dà la terra le dobbiamo portare con noi, le dobbiamo allestire anche in una stazione orbitante. Ma se nel tempo rimaniamo sulla terra, nell’eternità saremo nel cielo.
Quel Bambinello ci insegna ad essere uomini. Pensiamo che lui, il creatore del cielo e della terra, ha guardato con occhi di uomo il bue, l’asinello, rimanendo pieno di conforto. Ha guardato con occhi d’amore la mamma, con senso di sicurezza Giuseppe.
Gesù ci insegna la gioia dell’incontro con le persone, come è bello lasciare che le persone si curino di noi. Amare è anche lasciare che gli altri esprimano il loro amore per noi, anzi non solo dobbiamo lasciarlo esprimere, ma anche suscitarlo annunciando loro l’amore di Cristo affinché siano in comunione con noi (1Gv 1,3). Ci sono di quelli che non accettano le espressione d’amore per un senso di austerità ascetica, ma  costoro non sanno amare se impediscono che gli altri esprimano il loro amore.
Quel Bambinello ci insegna a rimanere uomini, non ha infatti portato la sua umanità a una superumanità, ma ha vissuto la quotidianità, non dandosi una vita d’eccezione.
Gesù ha guardato le stelle, il fascino incantevole della luna. Capite, amici, noi vogliamo scalare i pianeti per essere come Dio nel cielo; bene Colui che è creatore di tutto è venuto in mezzo a noi e ci insegna a rimanere uomini se vogliamo salire nei cieli.
Gesù veramente è venuto agli albori di un’accelerazione spasmodica del progresso, e ci dice di rimanere uomini. E c’è bisogno che ce lo dica! Quanti superuomini risultano a conti fatti quello che sono, cioè meno di un uomo; quanti illusi di poter giungere a saper tutto risultano privi di sapienza, vuoti di vera scienza; quella di saper incontrare Dio che ci cerca. 
Rimaniamo uomini umani, fratelli e sorelle. Dobbiamo rifiutare tutto quello che ci disumanizza e dobbiamo attuare istintivi, rapidi, percorsi di rientro nel quotidiano quando abbiamo affrontato voli, cambi di fusi orari, velocità: dobbiamo desiderare di rimanere nella scala umana. Non essere dunque vittime del futurismo, del mito dell’uomo spaziale. Come avremmo bisogno ogni tanto di fare come Cincinnato che si era messo da parte dalle questioni di Roma per coltivare un campicello! Quanta sapienza ha la Chiesa presentandoci i pellegrinaggi, dove lunghi tratti vengono fatti a piedi. Che saggezza hanno gli scout nel loro camminare in mezzo alla natura, nel sostare nei bivacchi notturni sotto le stelle.
Il Verbo eterno della gloria dal cielo è venuto in mezzo a noi, ad insegnarci che è cosa fondamentale rimanere uomini, se si vuole incontrare lui, Uomo-Dio, Salvatore.
Capite, fratelli e sorelle, noi saliamo, saliamo nell’amore, ed è l’unica vera salita; l’infinità noi l’abbiamo nell’amare, e non nello scalare pianeti. Qualcuno dirà: “Ma quello ce l’ha coi voli spaziali?”. Io rispondo che  non sono dalla parte di chi lascia che la terra diventi deserta d’amore, di solidarietà, di soccorso verso i poveri e i malati che non hanno ospedali, e potrei continuare. Non sono dalla parte di chi innalza vessilli tecnologici nello spazio lasciando credere che si stia iniziando una illimitata scalata ai cieli astronomici, che trasformerà gli uomini in superuomini. Ha forse senso questo disegno, che non sia quello dell’antica torre di Babilonia, che fu un disegno senza senso (Gn 11,1s), cioè privo di sapienza, quella che viene da Dio.
Ma, stiamo coi pastori, partecipiamo delle loro emozioni. Nella notte videro un angelo luminoso circonfuso di luce gloriosa. Una visione formidabile che li intimorì. E’ il timore che si prova di fronte all’eccelso, al divino. Ma ecco, sono invitati a non temere: “Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia”. L’angelo scintilla felicità. Il suo Re è nato. Il Salvatore del genere umano è nato. Un solo dato l’angelo fornisce ai pastori affinché trovino il Bambino: “Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia”. Non potevano sbagliare: nessun bambino in quella notte nasceva in quelle condizioni, in una stalla. Quelle indicazioni stabilivano che la soglia di povertà di tanti era al confronto qualcosa di comodo, di sicuro. Partirono i pastori con viveri, coperte. Con il loro intuito trovarono la capanna, la stalla, e vi entrarono. Vi entrarono. Riflettiamo. Quanti, fratelli e sorelle, vanno verso la capanna, ma non vi entrano. Si accontentano di esserne al corrente, si accontentano di averne un vago desiderio, si avvicinano ad essa, ma non entrano. Entrare significa entrare in relazione col Bambino, significa vederlo da vicino, considerarlo, capire perché è lì; significa ammettere i propri errori; significa smettere di illudersi di potersi nascondere da Dio. Vi ricordate come Adamo cercò di nascondersi dal Signore perché aveva paura. Ma si può avere paura di un Bambino?. Allora, entriamo nella stalla e presentiamo a quel Bambino le nostre brutture rese più evidenti dalla pace che irradia da lui, dal sorriso luminoso di lui. Entriamo nella capanna, coraggio, ne usciremo nuovi. Ecco come diventare uomini nuovi, andare da Cristo per essere trasformati in novità di vita da lui. State certi Dio non distrugge ciò che è umano. Dio non ci cambia la natura umana,  ma col Battesimo fa morire l’uomo vecchio dedito al peccato, affinché l’uomo diventi nuovo nell’amore.
Sulla capanna si mostrò un coro angelico: “Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama”.
Dio ci ama! Gesù è la smentita della menzogna di Satana, che ci zufola che Dio è distante, che non si cura di noi. Dio invece ci ama. “Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito” (Gv 3,16).
“Oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore”, disse l’angelo.
Un Salvatore, un Salvatore potente (Lc 1,69), l’unico e necessario Salvatore, poiché al di fuori di lui non c’è salvezza (At 4,11).
Magnifica è questa notte, amici! Noi che crediamo ci presentiamo in adorazione davanti al Bambino e affascinati ci lasciamo inondare dal candore verginale di Maria e dal dolce sorriso del castissimo Giuseppe. Per noi il Natale è rinnovamento del cuore, è gioia che non si può esprimere; è gioia piena di pace. Una gioia che non è euforia. Quella mangiatoia ci fa pensare; tonifica la nostra gioia, la rende profonda e ricca di impegno. Vediamo il legno della mangiatoia. Sappiamo cosa già indica quel legno. L’alfa e l’omega di Cristo sono segnati da legno. La culla e la croce furono di legno. E allora la nostra gioia si approfondisca con la gratitudine per essere stati salvati da Cristo Gesù, Salvatore. Amen. Ave Maria. Vieni, Signore Gesù.

dal sito:

http://www.custodia.org/Natale-2010-il-messaggio-del.html

Natale 2010: il messaggio del Custode di Terra Santa

Messo on line il giovedì 23/12/2010  

Pace e Bene: il saluto di san Francesco ci aiuta a gustare l’eterna novità del Natale, accompagnandoci verso la verità, allontanandoci da tutto quello che svilisce e rende ambiguo il significato di questa festa. Non rendiamo vanoquesto ennesimo ma sempre nuovo Natale. Il Natale infatti non può non metterci a disagio: è una festa che pare avere smarrito il suo senso più intimo e vero, e che quindi ci porta a interrogarci su chi è per noi quel Bambino, a vedere Dio in un bambino, a credere in un Dio che sceglie di racchiudere la sua grandezza nella piccolezza della nostra umanità.
E non è neppure, Natale, Gesù che nasce a Betlemme, dov’è nato storicamente poco più di duemila anni fa. Natale è Gesù, Figlio di Dio che anche quest’anno, come ogni giorno da quel tempo antico, per gli uomini del suo tempo, come per ognuno di noi oggi, attende che gli facciamo posto, attende di nascere nel nostro cuore. E’ impegno di conversione, il Natale. E’ accettare di rispondere alle attese di Dio.
Chiamati per fede ad attenderlo nella gloria, Natale viene a fissare la nostra attenzione sull’attesa di Dio: la sua infinita attesa che l’umanità gli trovi posto nella storia quotidiana, nella vita di tutti i giorni, nella solidarietà spicciola che ci ha chiesto Gesù stesso assicurandoci: Ecco, sarò con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo; dicendoci anche dove incontrarne gli occhi e le mani, dove camminare insieme e da dove guardare l’orizzonte dal quale tornerà: I poveri li avete sempre con voi…
Non rendiamolo vano. La Parola di Dio ci aiuta e ci guida a conservare la speranza, nell’attesa che venga il Signore della gloria.
Il Bambino Gesù ci libera dalla paura di stare nel quotidiano scorrere della storia, dalla solitudine di chi non sa farne dono agli altri. E ci innesta in un movimento corale, dove ci scopriamo portati dall’amore e capaci, per grazia, di portare quel pezzetto di storia, unico e prezioso, che il Signore ci mette fra le mani.
Natale sia per tutti questo convertire il nostro sguardo, accorgersi che il regno avanza, è presente; che io, noi, tutti, insieme, possiamo renderlo presente. Ecco allora la necessità di guardare la creazione, guardare il mondo, guardare il Medio Oriente, questa “nostra” Terra Santa – Terra di Dio e Terra degli Uomini – “dall’alto”, con lo sguardo di Dio. Facciamo nostre, con trepidazione e audacia, con umiltà e forza, con il coraggio e la fantasia del sogno che diventa realtà se siamo in molti a sognare, le parole di papa Benedetto XVI all’inaugurazione del Sinodo dei Vescovi del Medio Oriente: “Guardare quella parte del mondo nella prospettiva di Dio significa riconoscere in essa la culla di un disegno universale di salvezza nell’amore, un mistero di comunione che si attua nella libertà e perciò chiede agli uomini una risposta”. A ciascuno la responsabilità di accettare la proposta di Colui che ci fa esistere e ci rinnova ogni giorno la sete di essere felici.
Non rendiamolo vano. Rispondiamo all’attesa di Dio, che si è fatto Bambino perché potessimo andare a lui come se fosse lui ad aver bisogno di noi. Perché il cuore della nostra attesa è nel sapere che Dio ci attende, pazientemente, da lungo tempo. Accolti dalla sua attesa, fatti nuovi dal suo perdono e dalla sua grazia, uomini della misericordia e della riconciliazione, della libertà e della giustizia, saremo allora capaci di ascoltare – fra il rumore della nostra confusa realtà – l’annuncio degli Angeli: Gloria a Dio nel più alto dei cieli, e sulla terra pace agli uomini che egli ama.

Buon Natale.

Publié dans:da Gerusalemme, NATALE (QUALCOSA SUL) |on 23 décembre, 2010 |Pas de commentaires »

SAN LEONE MAGNO: SECONDO DISCORSO TENUTO NEL NATALE DEL SIGNORE

dal sito:

http://www.monasterovirtuale.it/home/la-patristica/s.-leone-magno-omelie-sul-santo-natale.html

SAN LEONE MAGNO

SECONDO DISCORSO TENUTO NEL NATALE DEL SIGNORE

I – L’occulto disegno di Dio nell’incarnazione

Dilettissimi, esultiamo nel Signore e con spirituale gaudio rallegriamoci, perché è spuntato per noi il giorno che significa la nuova redenzione, l’antica preparazione, la felicità eterna. Il mistero della nostra salvezza, promesso all’inizio del mondo, attuato nel tempo stabilito per durare senza fine, si rinnova per noi nel ricorrente ciclo annuale.
In questo giorno è giusto che noi, elevati in alto i cuori, adoriamo il divino mistero, affinché sia celebrato dalla Chiesa con grande letizia quel che si compie per munifica generosità di Dio.
Infatti, Dio onnipotente e clementissimo, la cui natura è bontà, la cui volontà è potenza, la cui azione è misericordia, allorché la malizia del diavolo con il veleno del suo odio ci sottomise alla morte, tosto indicò all’inizio del mondo la medicina che la sua misericordia metteva a disposizione per risollevare il genere umano. Preannunciò al serpente la futura discendenza della donna che con la propria virtù gli avrebbe schiacciato il capo, sempre altero o pronto a mordere. In tal modo preannunciò Cristo, l’Uomo-Dio, che doveva venire nella carne e che, nascendo dalla Vergine con una nascita immacolata, doveva condannare colui che violò l’integrità del genere umano.
Infatti il diavolo, trovando un sollievo alle proprie pene nel compagno di peccato, si gloriava che l’uomo, da lui ingannato, fosse stato privato dei doni divini e, spogliato della immortalità, fosse stato assoggettato a dura sentenza di morte; in più si gloriava perché Dio, secondo le esigenze della giustizia, era stato costretto a cambiare proposito riguardo all’uomo che egli aveva creato insignito di grande dignità. Per questo è stato necessario che Dio, immutabile, la cui volontà è inseparabile dalla benignità, adempisse con segreta economia e con occulto mistero il suo primo disegno di grazia ai nostri riguardi, affinché l’uomo, caduto in colpa per l’insidia del maligno diavolo, contrariamente al piano di Dio non perisse.

II – La novità nella nascita di Cristo
Dilettissimi, appena giunti i tempi prestabiliti per la redenzione degli uomini, Gesù Cristo, Figlio di Dio, fa il suo ingresso nella bassa condizione di questo mondo: discende dalla sede celeste senza, però, allontanarsi dalla gloria del Padre: è generato in un nuovo stato e con novità nella nascita. E’ nuovo il suo stato, perché, pur rimanendo invisibile nella sua natura è diventato visibile nella natura nostra. Egli che è l’immenso, ha voluto essere racchiuso nello spazio: pur restando nella sua eternità ha voluto incominciare a esistere nel tempo. Il Signore dell’universo, nascosta sotto il velo la gloria della sua maestà, ha assunto la natura di servo. Dio, inviolabile, non ha sdegnato di assoggettarsi al dolore; l’immortale non ha rifiutato di sottomettersi alla legge della morte.
Inoltre è stato generato con novità nella nascita, perché è stato concepito dalla Vergine ed è nato dalla Vergine senza l’intervento di padre terreno e senza la violazione della integrità della madre. A chi doveva essere il Salvatore degli uomini era conveniente una tale nascita, perché avesse in sé la natura umana e non conoscesse la contaminazione della umana carne. Dio stesso, infatti, è l’autore della nascita corporea di Dio, e l’arcangelo l’ha attestato alla santa vergine Maria: «Lo Spirito santo verrà sopra di te, e la potenza dell’Altissimo ti coprirà della sua ombra: per questo il bambino santo che nascerà, sarà chiamato Figlio di Dio».
Dunque la sua origine è diversa dalla nostra, ma la sua natura è uguale alla nostra. Il fatto che la Vergine abbia concepito, che la Vergine abbia partorito e poi sia rimasta ancora vergine, certamente è estraneo alla comune esperienza umana, poiché è fondato sulla divina potenza. In questo caso, difatti, non bisogna considerare la condizione di colei che partorisce, ma il volere di colui che nasce, il quale è nato dall’uomo nel modo che ha voluto e potuto. Se tu osservi la realtà della natura, costati la sostanza umana; ma se scruti la causa dell’origine, vi riconosci la potenza divina. Invero, Gesù Cristo, nostro Signore, è venuto per abolire il contagio del peccato, non per tollerarlo; è venuto per curare ogni malattia di corruzione e tutte le ferite delle anime macchiate. Era dunque opportuno che nascesse in maniera nuova colui che apportava agli uomini una nuova grazia di immacolata integrità. Era necessario che l’integrità di chi nasceva conservasse la nativa verginità della madre, e che l’adombramento della virtù dello Spirito santo custodisse il sacro recinto del pudore e la sede della santità. Gesù, difatti, aveva stabilito di rialzare la creatura che era precipitata in basso, di rafforzare la creatura conculcata e di donare e accrescere la virtù della castità per cui potesse essere vinta la concupiscenza della carne. Dio ha voluto in tal maniera che la verginità, necessariamente violata nella generazione degli altri uomini, fosse imitabile negli altri con la rinascita spirituale.

III – Il segreto messianico
Il fatto stesso, dilettissimi, che Cristo abbia scelto di nascere da una vergine, non mostra forse che era mosso da un motivo altissimo? Egli voleva che il diavolo ignorasse la nascita del Salvatore del genere umano; così ignaro dello spirituale concepimento, il maligno non avrebbe pensato a una nascita diversa da quella degli altri uomini, perché lo vedeva non differente dagli altri. Egli ha osservato la natura di lui, simile alla nostra, e ha creduto che egli fosse compreso nella condanna di tutti gli altri. Non comprese che era estraneo ai ceppi, procuratici dalla disobbedienza, colui che non vedeva libero dall’umana debolezza. Infatti Dio, verace e misericordioso, disponeva di molti modi per restaurare il genere umano, ma ha scelto questa via della redenzione per seguire un criterio di giustizia, anziché fare uso della sua potenza nel distruggere il male compiuto dal diavolo. Il superbo e antico nemico rivendicava per sé, non senza qualche ragione, un diritto di tirannia su tutti gli uomini; e opprimeva con dominazione non illegittima quelli che dal comando di Dio aveva trascinato a rendere ossequio spontaneo alle sue voglie. Perciò non avrebbe giustamente perduto la servitù del genere umano, instaurata agli inizi del mondo, se non fosse stato vinto da chi prima aveva assoggettato. Perché questo disegno si attuasse, Cristo, senza intervento di uomo, è stato concepito dalla Vergine, fecondata non dalla unione carnale, ma dallo Spirito santo. Le madri tutte non concepiscono senza la macchia del peccato; al contrario essa fu purificata dal fatto che concepì. Non si ebbe in questo caso nessun intervento dell’uomo, perciò non vi si mescolò il peccato originale. La verginità inviolata non conobbe la concupiscenza; solo somministrò la sostanza. Dalla madre fu assunta la natura dell’uomo, non la colpa. La natura di servo è stata fatta senza portare con sé condizione servile, perché l’uomo nuovo è stato misurato sul vecchio in modo da assumere la realtà della natura e da escludere l’antico peccato. Il misericordioso e onnipotente Salvatore ha regolato fin dall’inizio l’assunzione della natura umana in tal maniera da tenere nascosta la potenza divina, inseparabile dall’umanità assunta, col velo della nostra infermità. Fu, così, giocata l’astuzia del nemico che credette la nascita del fanciullo, nato per la salvezza del genere umano, sottomessa al suo dominio, non altrimenti che quella di tutti gli uomini che nascessero. Lo scorse che vagiva e lacrimava; l’osservò avvolto in pochi panni , soggetto alla circoncisione e riscattato con l’offerta del sacrificio legale. In seguito conobbe il normale sviluppo della sua puerizia e non poté mettere in dubbio la sua naturale crescita finché giunse a età virile. Mentre tutto ciò si compiva, egli scagliò oltraggi, moltiplicò le ingiurie, usò maledizioni, obbrobri, bestemmie e calunnie, e in ultimo rovesciò contro Cristo tutta la potenza del suo furore passando in rassegna tutte le possibili tentazioni. Ben conscio di avere col suo veleno prostrata la natura umana, non credette neppure lontanamente che fosse libero dal peccato chi da tante prove era riconoscibile per mortale. Perciò il diavolo, scellerato saccheggiatore e avaro esattore, persisté nella lotta contro chi nulla aveva in sé di malizia. Ma mentre lo perseguitava rivendicando l’esecuzione della sentenza di condanna per tutti gli uomini, riposta nell’origine intaccata dal peccato, oltrepassò la misura fissata nel decreto che gli serviva di sostegno, perché reclamò la pena del peccato da colui nel quale non scoprì nessuna colpa. Così per un consiglio poco accorto fu annullata la cedola del contratto di morte; per l’ingiustizia commessa nell’esigere di più, venne abolito tutto il debito. Quel forte viene incatenato con i suoi stessi ceppi e ogni astuzia del maligno viene ripiegata nel suo capo. Appena il principe del mondo è così imprigionato, le vettovaglie, procacciatesi con la schiavitù, gli vengono rapite. La natura purificata dal vecchio contagio, ritorna nel suo onore; la morte è distrutta con la morte, la nascita è restaurata con la nuova natività. Simultanei sono questi effetti: la redenzione abolisce la schiavitù, la rigenerazione trasforma l’origine e la fede rende giusto il peccatore.

IV – Frutti della redenzione e propositi del cristiano
Dunque, chiunque tu sia che vuoi gloriarti del nome di cristiano, pondera con giusto giudizio la grazia di questa riconciliazione. A te, una volta prostrato ed escluso dal Paradiso, a te, destinato a morire ininterrottamente durante un lungo esilio e disperso alla stregua della polvere e della cenere, a te, senza speranza di vivere, è stata data con l’incarnazione del Verbo la facoltà di tornare, dal lontano luogo ove eri, al tuo Creatore, di riconoscere il tuo padre, di passare dalla servitù alla libertà, di essere innalzato dalla condizione di forestiero alla dignità di figlio. Così a te, nato dalla carne corruttibile, è stata data la facoltà di rinascere dallo Spirito di Dio e di ottenere per grazia ciò che non avevi per natura, in modo che riconoscendoti, mediante lo Spirito di adozione, come figlio di Dio, possa ardire di chiamare Dio tuo Padre. Ora che sei sciolto dal reato della cattiva coscienza, aspira al regno celeste; adempi la volontà di Dio, sostenuto dal divino aiuto; imita gli angeli sopra la terra; nùtriti della virtù di una sostanza immortale; combatti con sicurezza contro le tentazioni ostili in ossequio alla religione di Dio, e se avrai rispettato il giuramento della milizia celeste, sii certo che sarai incoronato per la vittoria nei campi trionfali dell’eterno Re, quando la risurrezione, preparata ai cultori di Dio, ti investirà per innalzarti alla società del regno celeste.
Dilettissimi, fiduciosi in così grande aspettativa, rimanete stabili nella fede in cui siete stati fondati. Non sia mai che il tentatore, privato da Cristo della dominazione sopra di voi, vi abbia a sedurre di nuovo con insidie e riesca a profanare con la sua raffinata arte di inganni le gioie stesse del giorno presente. Non sia mai che riesca a illudere gli uomini più semplici con la nefanda persuasione di certuni, ai quali questo giorno della nostra solennità pare degno di festa non tanto a motivo della nascita di Cristo, quanto per il natale del nuovo sole. Le menti di costoro sono avvolte in dense tenebre e sono ben lontane dal far progressi nella vera luce. Si trascinano dietro i pazzeschi errori dei gentili, e perché sono incapaci di sollevare l’attenzione della mente sopra ciò che si vede con sguardo carnale, rendono culto divino agli astri, i quali non sono altro che i servi del mondo.
Sia lontana dagli uomini cristiani tale sacrilega superstizione e mostruosa menzogna. Le cose temporali distano oltre ogni dire da colui che è eterno, le cose corporee da colui che è incorporeo, le creature suddite da colui che le governa: tutte queste cose hanno bensì bellezza, che suscita ammirazione, ma non hanno in se stesse la divinità che si possa adorare. Bisogna, dunque, rendere onore a quella potenza, sapienza, maestà che ha creato dal nulla l’universo e che ha generato con onnipotente parola le cose terrene e le cose celesti in quelle forme e misura che a lui è piaciuto. Il sole, la luna, le stelle sono utili a noi, che ce ne serviamo e appaiono leggiadre quando le rimiriamo. Di esse si deve rendere grazie al Creatore: si deve adorare Dio che le ha create, non le creature che lo servono.
Dunque, dilettissimi, lodate Dio in tutte le sue opere e disposizioni. Abbiate una fede perfetta nella verginale integrità e nel parto della Vergine. Onorate il sacro e divino mistero della redenzione umana, prestando a Dio un servizio santo e sincero.
Accogliete Cristo che nasce nella nostra carne, affinché meritiate di contemplarlo qual Dio della gloria nel regno della sua maestà: egli che col Padre e lo Spirito santo persevera nella unità della divinità nei secoli dei secoli. Amen.

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