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Buon Natale

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Publié dans:NATALE (QUALCOSA SUL) |on 24 décembre, 2011 |Pas de commentaires »

ISAIA 9,1-6 PRIMA LETTURA (LA FASE GIOSIANA)

http://www.internetica.it/cap2_mater.htm

ISAIA 9,1-6 PRIMA LETTURA (LA FASE GIOSIANA)

2.1. Presentazione del testo
2.2. Attribuzione letteraria
2.3. Significato della reinterpretazione
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Una tappa importante nella tradizione dell’Emmanuele è testimoniata da Is 9,1-6 [15]. La pericope, che canta la gioia per la nascita di un figlio regale, appartiene alle pagine più note e particolarmente studiate del libro di Isaia. Sotto il profilo del genere letterario il brano si presenta come un inno di ringraziamento, la cui costruzione è dominata fondamentalmente da alcuni motivi propri dell’ideologia regale di Gerusalemme (sotto questo profilo sono molto eloquenti i vv. 5-6).

2.1. Presentazione del testo
Per cogliere l’importanza del brano all’interno della tradizione di Is 7 è anzitutto necessario accostare, almeno in forma sintetica, il suo messaggio [16]. L’evento della liberazione viene descritto poeticamente, nel v. 1, come l’irrompere improvviso della luce (simbolo di libertà e di vita) nel luogo stesso dell’oscurità e delle tenebre. Al motivo della luce si associa quello della gioia che costituisce il contenuto di una dichiarazione di fede (v. 2): il Signore ha moltiplicato la gioia per il suo popolo, gioia che sì sperimenta alla sua presenza (allusione al tempio di Gerusalemme) e si sprigiona con l’intensità propria delle esperienze elementari della vita, quali sono la mietitura (contesto agricolo) e la spartizione del bottino (contesto militare).

1 vv. 3-5a contengono una triplice motivazione, enfatizzata dalla congiunzione ki (perché) ripetuta all’inizio di ogni versetto. Come risulta evidente dall’esplicito riferimento alla vittoria di Gedeone (v. 3), la gioia si fonda anzitutto sulla liberazione realizzata e assicurata dall’intervento prodigioso dei Signore. La grandezza dell’opera divina è messa in evidenza dalla descrizione della tirannia esercitata dalla dominazione straniera. Questa è presentata plasticamente mediante tre termini (giogo, sbarra, bastone), che concorrono a evidenziare la straordinaria potenza di JHV;H in quanto ricreano, a livello narrativo, il quadro drammatico dell’oppressione, che è stata “spezzata » per sempre dall’intervento salvifico di Dio. La fine dell’oppressione, simboleggiato dal fuoco che brucia le rumorose calzature militari e i mantelli intrisi di sangue (v. 4), costituisce, a sua volta, il motivo di una gioia ancora più intensa, perché scaturisce ormai dall’esaltante esperienza della sicurezza che la liberazione divina ha dischiuso. In questo inarrestabile crescendo il motivo-culmine della gioia esplode nella proclamazione del bambino nato e subito connotato come il « figlio dato » (v. 5a). La forma passiva del verbo « dare » (passivo teologico) presenta il figlio quale dono del Signore stesso che, in questo modo, si manifesta fedele alla sua promessa (cf Is 7,14). Se la liberazione divina moltiplica la gioia, questa trova il suo fondamento nella stessa fedeltà del Signore di cui il figlio nato è segno.
Il v. 5b, come si evince dalla tipica forma narrativa dei verbi ebraici, contempla il « figlio » nella pienezza della sua funzione regale: sulla spalla del « figlio dato » è posato il segno della sovranità ed egli ha così ricevuto i titoli corrispondenti: « consigliere ammirabile » (come Salomone), « Dio potente » (come Davide strumento delle vittorie di Dio), « padre per sempre » (per la ricerca del benessere del popolo), « principe della pace » (in quanto garante della libertà da ogni potenza nemica). In stretta connessione con il v. 5b, il v. 6 descrive, con un linguaggio altamente simbolico, la grandezza della sovranità e la perennità della pace che hanno come centro il trono di Davide e come ambito di irradiazione il suo regno: un regno consolidato nel diritto e nella giustizia e, quindi, in piena sintonia con le esigenze fondamentali del Signore e della sua parola.

2.2. Attribuzione letteraria
Se la pericope di Is 9,1-6 si presenta particolarmente ricca per il messaggio appena richiamato, essa si configura piuttosto problematica a livello di critica letteraria. Ciò risulta immediatamente evidente dalle diverse posizioni che sono state assunte circa la sua autenticità. Effettivamente mentre alcuni esegeti attribuiscono il brano al profeta Isaia (Alt, Eissfeldt, von Rad, Penna), altri, invece, lo ritengono una promessa messianica postesilica (Dubin, Marti, Fohror). Recentemente alcuni studiosi (Barth, Verrneylen) hanno messo l’origine del testo in rapporto con la redazione giosiana dei libro di Isaia e quindi con l’attività redazionale della scuola deuteronomistica [17].
Quest’ultima attribuzione è sostenuta da una serie di motivazioni di notevole importanza e peso. Anzitutto la dichiarazione solenne « un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio » (9,5) presenta delle connessioni tematiche e, in parte, anche letterarie con una glossa tipicamente deuteronomistica che, nella forma di una profezia « post eventum », annuncia la nascita di Giosia, e quindi la sua ascesa al trono, come l’avvenimento decisivo nel futuro di Israele, grazie al quale tutte le tribù saranno nuovamente riunite nell’unico culto gradito al Signore: « Ecco nascerà un figlio nella casa di Davide, chiamato Giosia… » (IRe 13,2). Notiamo, inoltre, che l’esplicito richiamo all’intervento divino realizzatosi « al tempo di Madian » (v. 3) pone il nostro brano nella prospettiva teologica della fiducia nel Signore che combatte per il suo popolo. Proprio questa prospettiva è stata sviluppata dall’opera deuteronomistica nella pericope che narra la sconfitta dei Madianiti ad opera di Gedeone (cf Gdc 7,1-22). In questa pagina, infatti, la narrazione sviluppa in modo grandioso e organico il messaggio teologico che la vittoria non è dovuta alla forza militare, di cui disponeva Gedeone, ma unicamente all’intervento salvifico di JHWH.
I dati ora presentati orientano ad attribuire la pagina di Is 9,1-6 alla scuola deuteronomistica. La connessione letteraria con 1Re 13,2 è un elemento determinante per ritenere che il nostro testo è sorto per celebrare Giosia (640-609), il re che, approfittando della debolezza dell’Assiria, potè estendere la giurisdizione della casa di Giuda alle tribù che formavano un tempo il regno di Israele e che nel 722 erano state sottomesse all’irnpero assiro.
Il riferimento a Giosia risulta ulteriormente confermato dal fatto che al momento in cui si inserì il poema nel Memoriale di Isaia si premise l’affermazione di 8,23b per sottolineare che la sottomissione delle regioni di Zabulon e di Neftali all’Assiria rappresentavano ormai un evento dei passato. In questo modo acquista esplicito rilievo l’annuncio che la liberazione compiuta da Giosia costituisce l’evento della salvezza promesso da Isaia e ora divenuto finalmente realtà. La via del mare, che unisce l’Egitto alla Mesopotamia, appare come il luogo nel quale si manifesta la salvezza del Signore che da Giuda si estende fino alle regioni estreme di Israele: a est dei Giordano e alle due tribù settentrionali di Zabulon e Neftali, nella Galilea. In altri termini, il regno di Davide appare sostanzialmente ricostruito anche sotto il profilo geografico-territoriale!

2.3. Significato della reinterpretazione
In questo contesto è interessante ora rilevare che la nostra pericope presenta anche delle indubbie connessioni letterarie con la pagina dell’Emmanuele, soprattutto con Is 7,13-14. In particolare è evidente che Is 9,5-6 riprende Is 7,14. In entrambi i testi si parla di un « figlio » della stirpe di Davide. Se Is 7 ne annuncia la nascita, Is 9 la presuppone avvenuta e la proclama, insinuando in questo modo che la promessa dell’Emmanuele si è adempiuta. Gli stessi titoli riferiti al davidide (« Consigliere ammirabile », « Dio potente », « Padre per sempre », Principe della pace ») lo presentano in una prospettiva ideale nella quale confluiscono le caratteristiche della potenza di Davide e della sapienza di Salomone. In altri termini, egli è il segno della fedeltà di JHWH alla sua promessa e, quindi, il segno della stessa presenza salvifica del Signore nella storia del suo popolo.
La connessione letteraria di Is 9,1-6 con Is 7 è illuminante. Alla luce di questo, dato, infatti, la nostra pericope si configura come una grandiosa reinterpretazione deuteronomistica della promessa isaiana dell’Emmanuele. li discendente, nel quale si rende evidente il pieno fallimento dei progetto di porre fine alla casa di Davide, è in modo emblematico il re Giosia.
Questo meraviglioso poema, inserito nel Memoriale di Isaia, condivise lo sviluppo teologico che contraddistinse sia il processo di formazione dell’opera isaiana, sia in particolare l’itinerario della tradizione di Is 7. La ricchezza delle immagini e dei simboli, che trascendono l’opera storica del re Giosia, hanno facilitato, nel periodo postesilico, la lettura messianica di questa pagina. Grazie ad essa lo sguardo, che prima era rivolto al passato per celebrare la liberazione compiuta dal Signore attraverso il « figlio », si rivolge ora verso il futuro nell’attesa del nuovo Davide che inaugurerà il regno di Dio, fondato sul diritto e la giustizia e caratterizzato dalla « pace senza fine ». Questa rilettura non ci è solo autorevolmente attestata in tempi recenti dalla versione greca della LXX (poi ripresa dalla Vulgata). In realtà essa è già presente nel testo ebraico. come risulta dalla dichiarazione conclusiva del v. 6, dove quanto è descritto nel poema viene presentato come l’opera che il Signore realizzerà nella sua ardente gelosia. Effettivamente il tema della gelosia di JHWH, intesa come energia d’amore che spinge JHWH a tutelare il suo popolo dalle potenze ostili che ne minacciano l’esistenza e l’autenticità, costituisce un motivo che si è sviluppato nel primo periodo dopo l’esilio, in modo speciale ad opera dei profeta Zaccaria (cf Zc 1, 14-15; 8,2). Una simile rilettura testimonia una nuova fase di attualizzazione reinterpretatrice della tradizione dell’Emmanuele, fase che ci è testimoniata in modo emblematico nella pericope di Is 11, 1 -5.

25 DICEMBRE – NATALE DEL SIGNORE : OMELIA

http://www.perfettaletizia.it/archivio/anno-B/natale.htm

25 DICEMBRE – NATALE DEL SIGNORE

Omelia

Dopo il lungo cammino dell’Avvento eccoci a vivere la solennità del Natale. Una solennità che ha per centro il mistero dell’Incarnazione, manifestazione dell’amore infinito di Dio per il genere umano, inizio della redenzione, il via a tutte le manifestazioni dell’amore del Cristo per noi, fino al vertice d’amore della sua morte in croce. Questo giorno è la proclamazione dell’amore del Padre, che ha inviato il Figlio; è la proclamazione dell’amore del Figlio, che ha obbedito al Padre e ha preso carne nel grembo di Maria; è la proclamazione dell’amore dello Spirito Santo, che da sempre, da tutta l’eternità, ha palpitato amore presso il Padre e il Figlio per l’eterno decreto dell’Incarnazione, e nel tempo con la sua potenza ha reso fecondo il grembo verginale e immacolato di Maria dell’umanità del Cristo.
Tutto questo noi oggi consideriamo con gioia e gratitudine, e da ciò ci sentiamo invitati a migliorare nella carità verso Dio e verso tutti. Ma, sappiamo che la carità si alimenta di umiltà. L’uomo non può avere la carità senza l’umiltà. E questa solennità altamente salvifica ci offre una illimitata lezione di umiltà. Cristo non è nato in una reggia, ma in una capanna povera, fredda. Un re che nasce in una capanna ribalta tutto quello che noi pensiamo di un re e ci dona una novità soave, che l’anima avverte. Un re avvicinabile, la cui corte è fatta di pastori. Un tale re non fa paura. Da un tale re non si temono balzelli, non arruolamenti per le guerre, non pesi per il suo sfarzo di corte. Tutti questo lo percepiscono. Il mondo negatore dell’Amore dice che si tratta solo una novella. Il mondo odia l’Amore, e per questo nega l’Incarnazione; ma ugualmente subisce il fascino del Natale, magari come fiaba, come fiaba dell’irrealizzabile, ma intanto se ne guarda dal negare la fiaba. La fiaba frutta soldi, dice il mondo. Il commercio si ripromette molto dal Natale e non trascura di creare l’atmosfera del Natale consumistico, che ha come anima solo un riflesso lontano, lontano, del vero vivere il Natale. Un riflesso che fomenta solo un aumento di calore umano, di scambio di auguri, in una vaga nostalgia di riconciliazione e di pace.
Quella capanna non è una cornice scenica che Cristo si è voluto dare. Fu la realtà nella quale si trovarono Giuseppe e Maria, due giusti, che non trovarono posto nell’albergo perché non erano ricchi a sufficienza per sostenere la legge della domanda e dell’offerta. La legge commerciale della domanda e dell’offerta spinta fino all’avidità li tagliò fuori. La domanda di alloggio a Betlemme era certamente altissima, dato il censimento di Cesare Augusto. La società consumistica basata sulla domanda e l’offerta e l’incentivazione parossistica dei consumi, ha bisogno di essere redenta dal Natale, deve dare posto al Bambino, non assimilarlo a sé come puro richiamo commerciale.
Per viceversa, chi lotta contro la legge della domanda e dell’offerta spinta all’estremo, e vuole un mondo dominato dalla solidarietà, animandosi alla lotta per ribaltare i potenti, potrebbe vedere nella capanna e nei pastori il segno di una riscossa dei poveri contro i ricchi.
Ma i pastori non si sentirono animati dal re Bambinello contro i re, non assorbirono da Maria e Giuseppe odio verso i potenti. Nulla di tutto ciò suggeriva la visione del Potente, diventato debole.
Quella capanna, fratelli e sorelle, ci parla di un re che regnerà diversamente dai potenti. Un re portatore di un regno che lievita i regni della terra, li purifica, li eleva orientandoli a sé.
Il fascino del Natale è qui: il Potente che si fa debole per vincere; il Ricchissimo che si fa povero per arricchire; il Re che si fa servo per far regnare; il Creatore che ha assunto una realtà creata per risollevare la creazione; l’Offeso che è venuto a liberare l’uomo suo offensore; l’Eccelso è sceso per raggiungere l’uomo tiranneggiato dall’Abisso e farlo salire al cielo.
Tutti gli ideali nobili dell’uomo, tutto l’incanto delle nostalgie al bene, tutta la voglia di pace, di concordia, tutto il desiderio di sentire la trascendenza in comunione con l’immanenza per trasformarla, tutti i desideri più profondi dell’uomo trovano una inaspettata risposta nel Bambinello. Tutti la avvertono, anche quelli che con durezza sopprimono la parola del Natale; anche quelli che la deridono, che la trovano impossibile. Sì, anche loro perché non possono sopprimere l’uomo che è in loro.
Ma noi, fratelli e sorelle, la parola del Natale, l’accogliamo; vogliamo che essa si imprima in noi.
Un altro Natale! Non ne abbiamo poi tanti da vivere; è bene ricordarcelo, noi, che coinvolti nella terra, nelle faccende della terra, spesso ci dimentichiamo che c’è un cielo aperto che ci aspetta. In mezzo a un mondo che ha voglia di segnare di sé le cose, per farle tacere nel loro annunciare Dio, corriamo il rischio di non ascoltare. Corriamo il rischio di dimenticare il cammino verso il cielo. Il cielo pare a tanti che ormai sia scalato, con i satelliti, le sonde, i telescopi. L’incanto del cielo ci pare profanato dalle impronte dell’uomo sulla Luna, su Marte, su Giove; ma non è così. Guardiamo la volta stellata, dopo le stelle che vediamo, ci sono altre stelle, poi altre ancora, infine, oltre ogni cielo delle stelle e dei pianeti, c’è il cielo al quale tendiamo, c’è la Gerusalemme celeste. A un cielo segue il panorama di un altro cielo, poi di un altro cielo; infine si ha l’ingresso nel cielo: quello degli angeli e dei santi. Questo percorso un giorno lo faremo quando le nostre anime come frecce di fuoco saliranno a Dio, condotte da schiere di angeli in festa.
Ora rimaniamo serenamente su questa terra, col cuore unito a Signore, che abita in noi, e che ha fatto dei nostri cuori un cielo con la sua presenza. Non facciamoci prendere da chi crede che sta scalando il cielo, ma che solo ghermisce lo spazio. Anche in altre epoche gli uomini di Dio hanno visto tentativi di scalare il cielo. Oggi non capita niente di nuovo. Pensate ad Israele di fronte ai faraoni che costruivano le immani piramidi. Pensate a Babilonia con le sue Ziggurat, che pretendevano di arrivare al cielo. Non voglio negare le giuste conquiste del progresso; non voglio dire che i satelliti non abbiamo migliorato le telecomunicazioni, voglio solo dire che tutto ciò non deve essere letto come un possedere il cielo, che ciò non è. Noi, fratelli e sorelle, lasciamoci affascinare dalla capanna di Betlemme, dal Bambinello, allora saliremo al cielo.
Ma non solo saliremo al cielo, renderemo migliore il mondo. Quanto la scienza vera ha da dirci! Aspettiamo scienziati che sappiano unire la scienza all’amore, alla lode di Dio e all’elevazione spirituale dell’uomo, al rispetto dell’uomo. Aspettiamo una vera scienza che abbia come fondamento la scienza d’amore che il Bambinello è venuto a portarci. Una vera e umile esposizione della scienza, che non sia delirio contro la retta filosofia, e negazione di Dio.
“Sulla terra pace agli uomini, che egli ama” dice il canto angelico. “Pace agli uomini che egli ama”; cioè ai giusti, a quelli che cercano di migliorare. Pace anche a quelli travolti dalla debolezza. Ma non pace per quelli che hanno scelto scelto quale loro re il re nero dell’odio, e per questo, anche se parlano di pace, hanno nel loro cuore la malizia (Ps 27,3). Non pace, perché rifiutano la pace, quella che è incontro con Dio. Pace, invece, a quelli che vedono nel Bambinello della capanna di Betlemme il vero re; il Potente che si è fatto debole; l’Eccelso che è sceso tra gli uomini, incarnandosi in una natura umana nel grembo verginale e immacolato di Maria, affinché uomini salgano a lui. Amen. Ave Maria. Vieni, Signore Gesù.

Il sinassario bizantino nella quaresima di Natale, I profeti e i santi che annunciano l’Incarnazione di Cristo

http://www.vatican.va/news_services/or/or_quo/commenti/2009/288q01b1.html

da l’Osservatore Romano

Il sinassario bizantino nella quaresima di Natale

I profeti e i santi che annunciano l’Incarnazione di Cristo

di Manuel Nin

Nella tradizione bizantina a metà novembre inizia la quaresima di Natale, una preparazione fatta in un modo discreto e umile. Diverse celebrazioni ne scandiscono il percorso: il concepimento di sant’Anna; le commemorazioni di profeti, dottori, monaci, le due domeniche prima di Natale chiamate dei progenitori e dei santi Padri. La liturgia bizantina prepara l’umiliazione (kènosis) del Verbo di Dio nell’umiltà della liturgia. Nel sinassario di dicembre ricorrono la Madre di Dio, profeti, martiri, vescovi, monaci, come se la liturgia volesse radunare questi grandi cristiani – e noi con loro – per preparare e testimoniare il mistero dell’Incarnazione.
La Madre di Dio è presente nella festa del concepimento di sant’Anna, « madre della Madre di Dio », che contempla la benedizione di Dio verso Gioacchino e Anna, con la divina maternità di Maria: « Una coppia di sposi produce la venerabile e divina giovenca dalla quale in modo inesprimibile procederà il vero vitello grasso, immolato per il mondo intero; lo straordinario mistero, profetizzato dall’eternità, si mostra oggi in un infante nei lombi della casta Anna: è Maria, la bimba divina, preparata per divenire dimora dell’universale Re dei secoli e per riplasmare la nostra stirpe ».
Cinque profeti – Naum, Abacuc, Sofonia, Aggeo, Daniele – vengono celebrati con i tre fanciulli Anania, Azaria e Misaele come coloro che hanno preannunciato l’avvento di Cristo: « Stando sulla sua divina vedetta, il venerabile Abacuc ha udito il mistero ineffabile del tuo avvento fra noi, o Cristo, e profetizza l’annuncio che si farà di te, poiché vede in anticipo i sapienti apostoli come cavalli che sconvolgono il mare delle genti numerose ». Daniele e i tre fanciulli sono presentati come modelli di vita integra e di virtù, « che, non d’oro per natura, si rivelano più provati dell’oro: infatti, non li fuse il fuoco della fornace, ma li conservò illesi ». E Daniele è cantato come profeta della divinità di Cristo e della divina maternità di Maria: « Si onori ora Daniele, sommo tra i profeti: egli vide infatti il Cristo Dio nostro come pietra tagliata, non per mano d’uomo, dal monte che è la pura Madre di Dio ».
Quattro martiri – Barbara, Lucia, Sebastiano, Bonifacio – sono ricordati in dicembre. Per Barbara la liturgia bizantina sottolinea il ruolo della croce dove la martire, come Cristo, vince la morte. E di Lucia il tropario della festa mette in evidenza la dimensione sponsale della martire, della Chiesa e dell’anima di ogni cristiano: « Te, mio sposo, io desidero, e per cercare te combatto, sono con te crocifissa e con te sepolta nel tuo battesimo; soffro con te, per poter regnare con te, e muoio per te, per vivere in te ».
Grandi vescovi e Padri della Chiesa – Giovanni Damasceno, Nicola di Mira, Ambrogio di Milano, Spiridione e Ignazio di Antiochia – sono radunati in questo periodo. Il Damasceno è presentato come teologo e cantore della fede: « Sapientissimo padre Giovanni, hai fatto bella la Chiesa con inni, cantando con alta ispirazione, toccando la tua cetra, o padre, per l’energia dello Spirito, a imitazione di quella armoniosissima di Davide ». Di Nicola la tradizione bizantina mette in risalto la figura di taumaturgo e intercessore: « Pastori e maestri, conveniamo insieme per lodare il pastore emulo del buon pastore; i malati facendo l’elogio del medico; quelli che sono nei pericoli, del liberatore; i peccatori, dell’avvocato; i poveri, del tesoro, gli afflitti, del conforto; i viaggiatori, del compagno di viaggio; quelli che sono in mare, del nocchiero ».
Ambrogio, uno dei pochi Padri latini presenti nel sinassario bizantino, è presentato come difensore della vera professione di fede della Chiesa: « Padre santo, Ambrogio sacratissimo, lira che canta per tutti noi la melodia salvifica delle dottrine ortodosse, cetra sonora del divino Paraclito; grande strumento di Dio, tu proclami con chiarezza un unico Figlio in due nature, fatto carne, che si è manifestato a noi dall’ignara di nozze, e che è consustanziale al Padre, al Padre coeterno e a lui naturalmente unito; hai così represso con la potenza dello Spirito la blasfema loquacità di Ario ».
Ignazio di Antiochia viene celebrato alle porte del Natale con un intreccio di testi ispirati o presi dalle sue lettere: « O ferito dalla carità perfetta, quando la folgorante passione infiammò la tua anima, o sacratissimo, affrettandoti, o padre, ad andare verso il Sovrano, gridasti quella parola degna d’esser celebrata: Frumento del Creatore io sono, e bisogna che io sia macinato dai denti delle fiere, affinché io divenga purissimo pane per il Verbo Dio nostro ».
Tra i santi monaci di questo periodo – Saba, Patapio, Daniele Stilita – in modo speciale viene celebrato san Saba, « simile agli angeli, compagno dei santi, consorte dei profeti, coerede dei martiri e degli apostoli, lampada inestinguibile della continenza, tersissimo luminare dei monaci, risplendente per i fulgori della carità ». La Madre di Dio, i profeti, i martiri, i Padri e i monaci sono così i punti di riferimento verso la celebrazione e la contemplazione dell’Incarnazione del Verbo, il nuovo bambino e Dio prima dei secoli.

(L’Osservatore Romano 13 dicembre 2009)

SUL NATALE (GIANFRANCO RAVASI)

http://www.atma-o-jibon.org/italiano4/rit_ravasi12.htm

SUL NATALE

di GIANFRANCO RAVASI

(« Avvenire », 16/12/’07)

Il « Simbolo apostolico » professa la fede del Natale così: «Natus de Spiritu Sancto ex Maria Virgine» e il « Credo Niceno Costantinopolitano » che ogni domenica proclamiamo nella liturgia ripete: «Per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo e per opera dello Spirito Santo si è incarnato nel seno della Vergine Maria e si è fatto uomo». I ventun versetti del « Vangelo di Luca » (2,1-21), che descrivono gli eventi che accompagnano la nascita del Cristo erano già stati sintetizzati da Paolo in una sola espressione simile a un piccolo Credo: «Quando venne la pienezza dei tempi, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la Legge» (Gal 4,4).
Prima di iniziare il nostro viaggio spirituale all’interno di questi versetti e dei loro temi principali, fermiamoci davanti all’icona della « Madonna del Natale » per abbozzarne e contemplarne i tratti essenziali attraverso alcuni versi della « XIX Ode di Salomone », appartenente a quei quaranta inni che furono ritrovati nel 1905 in un manoscritto siriaco e che costituiscono un documento importante dell’antica poesia cristiana. Anche nel testo di Luca il racconto della nascita di Gesù si allarga lungo due orizzonti « antitetici »: alla povertà estrema della cornice terrestre si associa un’eco cosmica e celeste. Mentre nella narrazione parallela della nascita del Battista la circoncisione era il dato fondamentale così da occupare ben otto versetti, per Gesù la circoncisione occupa un solo versetto contro i venti della nascita. Il Battista conduce al Cristo l’alleanza della circoncisione, il Cristo con la circoncisione accoglie il popolo della prima alleanza divenendone membro, compimento e salvezza. Il Natale è il centro anche del grandioso inno di apertura del « Vangelo di Giovanni »: «Il Verbo si fece carne e pose la sua tenda in mezzo a noi» (1,14).
Il verbo greco che allude alla tenda dell’arca dell’alleanza, « skenoun », contiene le tre consonanti radicali della parola ebraica « Shekinah » (« s-k-n »), il termine con cui il giudaismo definiva la « Presenza » divina nel tempio di Sion, come abbiamo già avuto occasione di ricordare. Il Natale è cantato anche dalla « Lettera agli Ebrei », una potente e monumentale omelia « neotestamentaria », che applica al Cristo il « Salmo 8″, un inno notturno destinato a celebrare l’uomo e la sua grandezza e ora applicato al Cristo, uomo perfetto che entra nella storia per redimerla, strappandola al male.
Il testo di Luca è poi alla base della creatività popolare che sui sobri versetti evangelici ha ricamato arabeschi spesso fantasiosi. Il riferimento scontato è ai vangeli apocrifi, in particolare al « Protovangelo di Giacomo » del III secolo, ma spunti affascinanti si possono cogliere in centinaia di testi cristiani antichi, come in questa dichiarazione messa in bocca a Gesù da parte di uno scritto « gnostico » egizio, l’ »Interpretazione della gnosi »: «Io divenni piccolo perché attraverso la mia piccolezza potessi portarvi in alto donde siete caduti… Io vi porterò sulle mie spalle» (XI, 10,27-34). Solo per evocare la fertilità poetica e spirituale di queste tradizioni popolari, pensiamo che cosa significhi il soggetto del Natale di Cristo nella storia dell’arte, che cosa rappresenti il presepio, quante siano le tipologie orientali e occidentali della Madre Maria col Bambino Gesù! Pensiamo all’accumulo dei particolari attorno a quella scena così essenziale. Ad esempio, il bue e l’asino sono introdotti solo da un apocrifo, lo « Pseudo-Matteo », redatto nel VI-VII secolo; ma già nel IV secolo l’arte li aveva presentati nel sarcofago romano del « Museo Pio » e in quello di « Stilicone » della Basilica di Sant’Ambrogio a Milano.
Origene nel III secolo rimandava a un passo di Isaia (1,3: «Il bue conosce il padrone e l’asino la greppia del suo padrone»), mentre i Padri della Chiesa trovavano nei due animali un curioso simbolismo che San Gregorio di Nazianzo così definisce: «Tra il giovane toro (bue) che è attaccato alla Legge giudaica e l’asino che è gravato dal peccato dell’idolatria pagana giace il Figlio di Dio che libera da entrambi i pesi». Con Francesco e il suo presepio di Greccio i due animali diventano, invece, espressione dell’adorazione e della gioia cosmica per la nascita del Salvatore di ogni cosa. Un anonimo francescano del ’300, autore delle « Meditazioni sulla vita di Cristo » (« Città Nuova », Roma, 1982), immagina allora «il bue e l’asino piegarsi sulle zampe anteriori, sporgere i musi sulla mangiatoia soffiando con le narici, quasi fossero dotati di ragione e capissero che il bambino, così miseramente riparato in quella freddissima stagione, aveva bisogno di essere riscaldato». Secondo il « Physiologus », poi, nella notte del solstizio d’inverno, gli animali selvatici mandano due volte un forte raglio: sarebbe la reazione del diavolo che nella notte santa s’indigna perché col Bambino Gesù sorge il «nuovo giorno» e viene infranta la «potenza delle tenebre».
Il Natale ha poi alimentato la meditazione dei Padri della Chiesa (pensiamo ai « Sermoni del Natale » di Leone Magno), ha generato musiche colte e popolari (« Stille Nacht »; « Tu scendi dalle stelle »; « Adeste, fideles »…), ha trionfato nella liturgia, e nell’Occidente cristiano è divenuto la festa più sentita.

Dopo questa lunga premessa, torniamo al testo lucano per far affiorare lo spirito genuino del Natale del Figlio di Maria, spogliandolo dei rivestimenti fantasiosi e retorici. Cerchiamo anche noi il bimbo di Maria, non tanto per esprimergli tenerezza ma per conoscere il suo mistero. La maternità di Maria ha due coordinate esterne ben dichiarate dall’evangelista.
La prima coordinata è quella « spaziale », legata a Betlemme, «la città di Davide», come dice Luca, nonostante che nell’Antico Testamento questo sia il titolo ufficiale di Gerusalemme (2Sam 5,7.9). Gesù giunge a noi dallo spazio umano, fisico e spirituale della « promessa davidica ». È per questo che in alcune testimonianze dell’arte cristiana non si oppone solo la Gerusalemme terrestre a quella celeste, ma anche la Betlemme terrestre a quella del cielo. Da Betlemme l’umanità viene assunta in Dio. Nello spazio di Betlemme la nostra attenzione si fissa su due punti « topografici ». Il primo è quello del parto di Maria, una mangiatoia per animali probabilmente scavata nella roccia, perché il « katalyma » (in greco «albergo, casa, alloggio, stanza») non aveva spazio per il Signore dello spazio. La tradizione cristiana, sostenuta da San Girolamo che vivrà per decenni a Betlemme, parlerà di una grotta simile a quelle adiacenti alle povere case di allora. Giovanni era nato nella casa sacerdotale del padre, Cristo nasce nell’emarginazione, privo di un guanciale.
Eppure nel racconto di Luca c’è un particolare sottolineato con tenerezza: Maria «avvolse il bambino in fasce e lo depose nella mangiatoia» (v. 7). Del Battista si dice soltanto: «Per Elisabetta si compì il tempo del parto e diede alla luce un figlio» (1,57).
Attorno a quella grotta, a quel punto dello spazio di Betlemme si erge ora la solenne « Basilica Giustinianea », iniziata però da Elena nel IV secolo. Una basilica ancor oggi intatta perché non mai distrutta, diversamente dalle altre chiese di Terra Santa: i musulmani l’avevano risparmiata perché dedicata anche a Maria, che pure essi veneravano, e i persiani non l’avevano distrutta perché sul frontone avevano visto la sfilata dei Magi coi loro costumi persiani.
L’altro punto topografico che vogliamo evocare è il cosiddetto «campo dei pastori», la campagna circostante a Betlemme percorsa da « seminomadi » pastori. Due residenze provvisorie, due località misere, due segni di quotidiana miseria diventano il centro di una speranza cosmica. È famosa l’iscrizione greca di Priene che usa il termine « evangelo » per la nascita di Augusto: «La nascita del dio (Augusto) ha segnato l’inizio della « buona novella » (« evangelo ») per il mondo». Un evangelo, questo, proclamato in palazzi di marmo e nell’impero più potente del mondo; un evangelo, quello della nascita di Gesù, proclamato in una mangiatoia e tra nomadi: «Vi annunzio una grande gioia che sarà di tutto il popolo: oggi, vi è nato un salvatore!» (vv. 10-11). Il primo evangelo ben presto genererà cattive notizie di oppressioni, di tasse, di guerre, di schiavitù: l’evangelo di Cristo è «liberazione per i prigionieri, lieto messaggio per i poveri, vista per i ciechi, libertà per gli oppressi» (Lc 4,18).
C’è una seconda coordinata da considerare, quella « temporale ». Essa è scandita dalle ore dell’imperatore Ottaviano Augusto (31 a.C.-14 d.C.) ed è precisata da Luca con l’indicazione del famoso « primo censimento », ordinato dal legato di Siria Quirinio. Non è il caso ora di entrare nel merito della secolare discussione su questa informazione che apparentemente sembra errata, essendo documentato solo un censimento di Quirinio del 6 d.C., quando Gesù aveva ormai dodici anni. È probabile che si tratti di una « prima » operazione censuale, ordinata durante un incarico straordinario ricoperto da Quirinio prima di essere formalmente nominato legato di Siria. Vogliamo solo ricordare che con questi dati appare nitidamente il valore dell’incarnazione, cioè dell’ingresso di Dio negli eventi e nel tempo umano. Efrem il Siro unirà i due estremi del parto da Maria e della morte in croce per esaltare l’incarnazione nella sua realtà: «La sua morte in croce attesta la sua nascita dalla donna. Infatti se un uomo muore, dev’essere pure nato… Perciò la concezione umana di Gesù è dimostrata dalla sua morte in croce. Se uno nega la sua nascita, venga smentito dalla croce» (« Sermone su Nostro Signore », 2). Il censimento romano, segno di schiavitù, ci ricorda che Cristo nasce da un popolo oppresso e in mezzo a quei poveri che i potenti considerano pedine insignificanti sullo scacchiere dei loro giuochi politici.
Eppure il figlio di Maria sarà il centro del tempo e della stessa famiglia umana. Sarà proprio questo bambino povero a segnare nella storia i secoli in un « prima » e in un « dopo » di lui. La liturgia bizantina canta per il Natale del Signore questa bella antifona…
« L’autore della vita è nato dalla nostra carne dalla madre dei viventi. Un bambino da lei è nato ed è il Figlio del Padre. Con le sue fasce scioglie i legami dei nostri peccati e asciuga per sempre le lacrime delle nostre madri. Danza e sussulta, creazione del Signore, poiché il tuo Salvatore è nato…
Contemplo un mistero strano e inatteso: la grotta è il cielo, la Vergine è il trono dei cherubini, la mangiatoia è il luogo dove riposa l’incomprensibile, il Cristo Dio.
Cantiamolo ed esaltiamolo! ».
Attorno al figlio di Maria si raccoglie una serie di spettatori diversi ma tutti convergenti verso quella scena e quella figura.
I primi sono « i pastori » ai quali è riservata una vera e propria annunciazione come a Maria, Giuseppe e Zaccaria: apparizione dell’angelo, l’invito a «non temere», l’annunzio di una nascita straordinaria, il segno della mangiatoia (vv. 9-12). Eppure i pastori erano considerati impuri dal giudaismo ufficiale di allora e quindi erano esclusi dalla vita religiosa pubblica. Essi cercano e trovano, come è indicato dai molti verbi di movimento che percorrono tutto il racconto: «Andiamo… vediamo… conosciamo… andarono senza indugio… trovarono… videro… riferirono… tornarono…». Una costellazione di verbi di ricerca, di rivelazione, di adorazione che rende i pastori primi missionari del Cristo, suoi « evangelizzatori ».
C’è poi un’altra classe di persone, «tutti quelli che udirono», cioè « la folla ». Essi «si stupiscono», restano solo colpiti, la reazione non ha seguito: «Essi ascoltano la parola, la ricevono con gioia, ma non hanno radici» (Lc 8,13).
Ci sono poi « gli angeli » col loro annunzio a cui fa seguito un inno. L’annunzio, presente nel v. 11, sviluppa cinque dati teologici significativi. Il testo suona così: «Oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore». Innanzitutto l’«oggi», il presente costante della salvezza, vissuto nella liturgia, espressione della pienezza dei tempi. C’è poi la nascita, che è indizio di un inizio e quindi di una storia concreta; il terzo elemento è lo spazio, la «città di Davide». L’«oggi» eterno di Dio penetra nelle dimensioni « spazio-temporali » dell’uomo per fecondarle e trasfigurarle. Il quarto articolo di fede del Credo angelico è l’affermazione che Cristo è Salvatore (vedi Lc 1,69; Gv 4,42). Il quinto elemento è posto al vertice: Cristo è il « Kyrios », il Signore, il titolo che definiva il Dio dell’Antico Testamento. Come si vede, si proclama già la fede pasquale perché Gesù apparirà veramente come Signore nella sua risurrezione. È interessante notare che l’arte orientale ha reso questo aspetto pasquale del Natale in modo curioso: l’icona russa della « Natività », appartenente alla « Scuola di Novgorod » (XV secolo) rappresenta Gesù bambino avvolto in fasce e deposto in una mangiatoia che ha la forma di un sepolcro.
Accanto all’annunzio gli angeli pongono un inno, un altro dei cantici del vangelo dell’infanzia di Gesù secondo Luca. È un « carme » che risuonerà nelle nostre liturgie festive: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama» (v. 14). La gloria è l’adorazione di Dio; Dio si manifesta agli uomini attraverso il suo amore, la sua « eudokía », la sua «buona volontà», il desiderio ardente del bene della sua creatura. Da questo atto di bontà nasce la «pace», il « shalôm » biblico che abbraccia prosperità, gioia, serenità, tranquillità, pienezza di vita. Il bambino di Maria, «principe della pace» (Is 9,5), «è la nostra pace, colui che dei due ha fatto un popolo solo, abbattendo il muro di separazione che era frammezzo, cioè l’inimicizia, per creare dei due un solo uomo nuovo, facendo la pace, e per riconciliare tutti e due con Dio in un solo corpo, per mezzo della croce. Egli è venuto, perciò, ad annunziare pace a voi che eravate lontani e pace a coloro che erano vicini» (Ef 2,14-17).
L’ultimo personaggio che è presente alla scena del Natale è la figura più importante, è lei, la « Theotókos », la Madre di Dio, come proclamerà il « Concilio di Efeso ». Maria «serbava tutte queste cose e le meditava nel suo cuore» (v. 19): essa «ha ascoltato la Parola e la conserva in un cuore onesto e buono» (Lc 8,15). Maria conserva e, come dice l’originale greco, «mette insieme», cioè dà un senso a tutto ciò che sta accadendo, scoprendo il piano divino sotteso agli eventi. È la sapiente per eccellenza, che penetra nei segreti della salvezza che Dio ci sta offrendo e che si attuano anche per suo tramite.
Concludiamo la nostra descrizione, associandoci al cantore siro Romano il Melode, nato in Siria attorno al 490, convertitosi al cristianesimo e vissuto come diacono tutta la vita presso il santuario mariano del quartiere «di Ciro» a Costantinopoli, ove fu sepolto dopo il 555 e prima del 562. Romano, secondo la tradizione, avrebbe composto un migliaio di inni; i codici ce ne hanno trasmesso solo 85 e non tutti autentici. Eppure anche questi bastano a rivelarci la statura poetica di questo artefice dell’innografia bizantina, venerato come santo dalle Chiese d’Oriente che lo ricordano il 1° ottobre. I suoi inni, appartenenti al genere detto « kontakion », sono in realtà omelie in poesia. Al Natale sono dedicati tre inni. Nel primo, Romano mette sulle labbra di Maria questo dolcissimo « monologo-dialogo » col Figlio…
« Dimmi, o Figlio, come sei stato seminato in me e come sei nato!
Ti vedo, o mie viscere, e stupisco.
Il mio seno è gonfio di latte e non sono sposa. Ti vedo avvolto nelle fasce e scorgo ancora intatto il sigillo della mia verginità.
Sei tu, infatti, che l’hai serbato tale quando ti sei degnato di nascere, o nuovo Bambino, Dio anteriore ai secoli!
O Re eccelso, che cosa c’è di comune tra te e le nostre miserie?
O creatore del cielo, perché vieni tra noi, uomini della terra?
Ti sei lasciato incantare da una grotta e un presepio ti è caro? (I, 2-3).
Lo Spirito stese le sue ali sul grembo della Vergine ed ella concepì e partorì e divenne madre-vergine con molta sollecitudine.
Rimase incinta e partorì senza dolore un figlio… Lo generò in esempio, lo possedette in grande potenza, lo amò in salvezza, lo custodì nella soavità, lo mostrò nella grandezza.
Alleluia! ».

http://www.nataleitaliano.it/d/preghiere-natale.php

TU SEI LA NOSTRA STELLA

Le stelle che brillano 
e le forze in movimento: 
tutto sparisce e perde il suo splendore 
davanti allo splendore della tua luce 
e alla potenza della tua grandezza.

Tu solo sei visibile, tu manifesti 
l’immagine del Padre onnipotente, 
e così ci fai conoscere
la grandezza del Padre e del Figlio.

Come il Padre potente, nelle sfere celesti, 
così tu, suo Figlio, 
sei nel nostro universo 
il primo, il corifeo, 
é il Signore di ogni potenza; 
tu sei la seconda grandezza 
che proviene da quella del Padre, 
fin dalle origini, 
tu sei il fondamento di tutta la terra. 
Tu sei il nostro modello,
il nostro ordinatore, 
tu sei la nostra strada e la porta che guida alla luce.

Tu sei l’immagine della giustizia. 
Tu sei sempre la nostra stella e la nostra luce. 
Ti rendiamo grazie, lodi e benedizioni. 
Davanti a te pieghiamo le ginocchia con fiducia. 
Ti chiediamo tutto ciò che è retto. 
Concedici di essere fermamente stabili nella fede; 
di avere salute del corpo per poterti lodare.

Così ti canteremo senza posa 
e in ogni circostanza; 
e ti loderemo 
perché da ogni parte tu sei celebrato, 
tu l’immortale, l’instancabile, l’eterno.

(Preghiera a Cristo primogenito, in A. Hamman, 
Preghiere dei primi cristiani, Vita e Pensiero, Milano 1954, 103).

La festa del Natale (Enzo Bianchi)

http://www.monasterodibose.it/content/view/1782/114/1/3/lang,it/

La festa del Natale

di Enzo Bianchi

…Natale è il compimento delle promesse dei profeti perché il Messia è nato, è un uomo vivente e presente in mezzo all’umanità…

Festa fragile quella del Natale, amata da tutti ma esposta a malintesi e stravolgimenti, vittima di facili assimilazioni e riduzioni ora a opportunità consumistica tra le tante, ora a emblema socio-culturale di radici smarrite. Così nelle nostre società del benessere assistiamo impotenti allo scatenarsi di una frenesia commerciale che usa il Natale come pretesto, oppure ne vediamo la simbologia banalizzata a fenomeno da stagione invernale, dimenticandoci che nell’emisfero sud i cristiani celebrano lo stesso mistero senza contorno di freddo e gelo. O ancora, assistiamo oggi a dispute peregrine su linguaggi simbolici che offenderebbero altre tradizioni religiose, quando è il messaggio cristiano stesso a patire se ridotto soltanto a canzoncine, alberi decorati o festoni colorati.
Ma cos’è davvero, in profondità, il Natale cristiano? Le sue origini sono antichissime. I seguaci di Gesù, ancor prima di essere chiamati “cristiani”, cominciarono a celebrare la morte-risurrezione del loro maestro e profeta, acclamandolo anche come Messia e Signore veniente, fin dai primissimi anni successivi a quegli eventi che erano parsi segnare la fine della vicenda del Nazareno. Subito presero a ricordare nel primo giorno delle settimana ebraica – cioè il giorno dopo il sabato – l’evento che in Gesù aveva segnato la vittoria dell’amore sulla morte: in seguito la domenica, festa settimanale della risurrezione, assunse una maggiore solennità nella celebrazione annuale della Pasqua. E così avvenne per circa tre secoli.
Progressivamente la lettura liturgica dei Vangeli dell’infanzia di Gesù, secondo i testi canonici di Matteo e di Luca, ispirò ai cristiani di ricordare e celebrare anche la nascita del loro Signore, come si faceva e si fa per ogni uomo e, massimamente, per un uomo “memorabile”. Un calendario romano del 354 ci testimonia che a Roma, verso il 330 – quindi ormai nella stagione di libertà per il culto cristiano – si cominciò a festeggiare il Natale il 25 dicembre. Quella data fu scelta perché già vi si festeggiava il sol invictus, il “sole mai vinto”, trionfatore sulla notte, che proprio in quei giorni successivi al solstizio d’inverno sembra riprendere le forze e ricomincia a salire nell’orizzonte. Non è un caso che il più antico mosaico cristiano, scoperto sotto la basilica di San Paolo a Roma, rappresenti Cristo-Helios, Cristo-sole sul carro trionfale. Da Roma la festa si propagò in Africa settentrionale e alla fine del V secolo Natale segnava già l’inizio dell’anno liturgico: l’imperatore Giustiniano nel 529 lo dichiarerà giorno festivo, senza lavoro, e da allora la festa del Natale si diffonderà progressivamente in tutta Europa, accompagnandone l’evangelizzazione. Anche la riforma protestante lo manterrà tra le sue feste, anche se con liturgie e “segni” diversi rispetto alla chiesa cattolica. L’oriente cristiano sposterà invece l’accento delle celebrazioni sull’Epifania, la “manifestazione” di Gesù ai pagani, collocata pur sempre nel tempo immediatamente successivo alla nascita.
Ma cosa ci dicono i vangeli dell’evento che è fondamento di questa festa? E’ soprattutto il racconto di Luca a parlarci della nascita che dovrebbe essere avvenuta a Betlemme attorno al 7 a.C., quando Giuseppe risalì assieme alla sua sposa Maria al paese di cui era originario, per ottemperare a un censimento ordinato da Quirino, procuratore della Giudea. Non abbiamo nessun documento storico di questo censimento né, tanto meno, della nascita del figlio di un semplice artigiano, ma non vi sono nemmeno testimonianze che sconfessino la localizzazione dell’evento attestata dalle fonti cristiane. I vangeli vi ritrovano il compimento delle profezie che indicavano proprio Betlemme, la città del re Davide, come luogo della nascita del Messia: lì Gesù nasce da una donna di Nazaret sposata a un discendente di Davide, di nome Giuseppe.
Le fonti cristiane parlano di una nascita avvenuta senza concorso di uomo, una nascita straordinaria dovuta alla forza dello Spirito di Dio, a indicare che Gesù era un uomo come solo Dio poteva dare all’umanità. Ma le circostanze della nascita sono estremamente “umane”: non essendoci posto nel caravanserraglio, Maria e Giuseppe si rifugiano in una stalla e il bambino appena nato viene deposto in una mangiatoia. Quella del Messia di Israele è dunque una nascita nella povertà, in condizione di itineranza, e sono dei poveri, i pastori, che per primi lo incontrano, avvertiti da un messaggio degli angeli. Secondo Matteo, anche dei sapienti pagani verranno a Betlemme dall’oriente, guidati da una stella apparsa in quel cielo che erano soliti scrutare.
Tutto questo spiega perché la festa del Natale è importante per i cristiani: quel bambino, uomo come noi, nato da donna come noi, è in realtà Dio che si è fatto carne fragile, creatura umana come noi. Natale, di fatto, non consente più al cristianesimo di essere una religione teista, perché il Dio che i cristiani confessano è ormai un Dio-Uomo. Così la chiesa ha ben presto visto nel Natale l’evento in cui “Dio si fa uomo affinché l’uomo sia fatto Dio”, secondo la formula usata dai più antichi padri della chiesa.Natale è il compimento delle promesse dei profeti perché il Messia è nato, è un uomo vivente e presente in mezzo all’umanità: Dio era eterno e in quel bambino si è fatto mortale, Dio era potente e si è fatto debole, Dio era invisibile e si è fatto visibile. Fin dalla sua nascita, l’uomo Gesù comincia a narrare, a raccontare Dio, quel Dio che nessuno aveva visto né può vedere prima della morte. Ecco allora che, come nella notte di Pasqua i cristiani celebrano la risurrezione di Gesù da morte, così nella notte di Natale celebrano la sua nascita nella carne umana. Non solo, ma ancora oggi il Natale è per i cristiani una festa escatologica, che annuncia cioè le realtà ultime e definitive: è segno, garanzia, caparra che Gesù – venuto nell’umiltà a Betlemme – tornerà nella gloria alla fine dei tempi.
Se i cristiani recuperassero questo patrimonio umano e di fede che è loro proprio e che nel messaggio del Natale diviene particolarmente eloquente per tutti, forse ne verrebbero benefici per l’intero tessuto sociale. Non dimentichiamo che l’annuncio degli angeli ai pastori parla di pace in terra “agli uomini di buona volontà”, con un’espressione ricalcata sul latino di san Gerolamo che in realtà significa “all’umanità intera, oggetto dell’amore di Dio”. Sì, perché quel Messia di pace e giustizia di cui i cristiani insieme agli ebrei invocano la venuta, quel Messia che i discepoli di Gesù confessano già apparso nel loro maestro e Signore, figlio di Maria di Nazaret, è davvero la speranza di una vita piena per tutti, una vita segnata dall’amore.

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