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Il Natale nella poesia liturgica di Romano il Melode: Adamo ed Eva alla grotta del nuovo bambino – di Manuel Nin

http://www.vatican.va/news_services/or/or_quo/commenti/2008/300q01b1.html

(Osservatore Romano)

Il Natale nella poesia liturgica di Romano il Melode

Adamo ed Eva alla grotta del nuovo bambino

di Manuel Nin

Le tradizioni liturgiche orientali, molto spesso con forme letterarie belle e nello stesso tempo contrastanti, ci propongono la contemplazione del mistero della nostra fede. Romano il Melode, teologo e poeta bizantino del vi secolo, nel suo primo kontàkion (poema a uso liturgico) come ritornello ripete le parole « nuovo bambino, il Dio prima dei secoli » che riassumono il mistero celebrato:  il Dio eterno, esistente prima dei secoli, diventa nuovo nel bambino neonato. La tradizione bizantina, celebrando la « nascita secondo la carne del Dio e salvatore nostro Gesù Cristo » accosta, sia nell’iconografia che nell’eucologia, la celebrazione del Natale a quella della Pasqua. L’icona del Natale nel bambino fasciato messo in un sepolcro vuole prefigurare già il sepolcro dove il Signore, di nuovo fasciato, verrà messo il Venerdì Santo per risuscitarne glorioso all’alba di Pasqua. I testi della liturgia con immagini molto profonde e vivaci ci propongono così tutto il mistero della nostra salvezza.
Nelle settimane precedenti il Natale, senza un vero e proprio periodo corrispondente all’Avvento delle tradizioni latine, la liturgia bizantina in bellissimi tropari ci ha fatto pregustare tutto il mistero dell’Incarnazione:  l’attesa fiduciosa e la povertà della grotta, prefigurazione della miseria dell’umanità che accoglie il Verbo di Dio; e ancora, tutta la serie di figure e personaggi che si affacciano nella vita liturgica di questi giorni:  i profeti Naum, Abacuc, Sofonia, Aggeo, Daniele e i Tre Fanciulli; Betlemme, quasi personificata e collegata con l’Eden; Isaia che si rallegra, Maria, la Madre di Dio presentata come « agnella », cioè colei che porta in seno Cristo, l’Agnello di Dio; infine, nelle due domeniche che precedono il Natale, i Progenitori di Dio da Adamo fino a Giuseppe, cioè la lunga serie di figure che hanno atteso il Cristo e che ci ricordano il fatto che anche noi siamo parte di una storia e di una umanità che l’accolgono nella veglia fiduciosa, ma anche nel buio, nel dubbio e nel peccato.
Nel secondo dei kontàkia Romano il Melode narra la visita di Adamo ed Eva alla grotta del neonato. Il canto di Maria all’orecchio del bambino sveglia Eva dal sonno eterno ed essa persuade Adamo di recarsi nella grotta per capire cosa sia quel canto. Nel dialogo tra Eva e Adamo svegliati ormai dal loro sonno la donna gli annuncia la buona notizia:  « Ascoltami, sono la tua sposa:  io, che sono stata la prima a provocare la caduta dei mortali, oggi mi rialzo. Considera i prodigi, guarda l’ignara di nozze che guarisce la nostra piaga con il frutto del suo parto. Il serpente una volta mi sorprese e si rallegrò, ma al vedere ora la mia discendenza fuggirà strisciando ». La nascita verginale di Cristo diventa guarigione, salvezza per il genere umano ferito dal peccato.
E le risponde Adamo:  « Riconosco la primavera, o donna, e aspiro le delizie da cui decademmo allora. Scorgo un nuovo, diverso paradiso:  la Vergine che porta in grembo l’albero di vita, lo stesso albero sacro che custodivano i cherubini per impedirci di toccarlo. Ebbene, guardando crescere questo intoccabile albero, ho avvertito, o mia sposa, il soffio vivificante che fa di me, polvere e fango immoti, un essere animato. Adesso, rinvigorito dal suo profumo, voglio andare dove cresce il frutto della nostra vita, dalla Piena di grazia ». Il risveglio di Adamo è una prefigurazione, in quanto viene collocato nella primavera, cioè nel contesto pasquale in cui sarà definitivamente riportato in paradiso. E questo è anche cambiato, rinnovato:  « Scorgo un nuovo, diverso paradiso », che altro non è se non il grembo della Vergine che porta il nuovo albero della vita.
« Sono sopraffatto dall’amore che sento per l’uomo » risponde il Creatore. « Io, o ancella e madre mia, non ti rattristerò. Ti farò conoscere tutto ciò che sto per fare e avrò rispetto per la tua anima, o Maria. Il bambino che ora porti tra le braccia, lo vedrai fra non molto con le mani inchiodate, perché ama la tua stirpe. Colui che tu nutri, altri l’abbevereranno di fiele; colui che tu chiami vita, dovrai tu vederlo appeso alla croce, e di lui piangerai la morte. Ma tu mi stringerai in un abbraccio allorché sarò risuscitato, o Piena di grazia. Tutto questo sopporterò volentieri, e causa di tutto questo è l’amore che ho sempre sentito e sento tuttora per gli uomini, amore di un Dio che non chiede altro che di poter salvare ». All’udire queste parole Maria grida:  « O mio grappolo, che gli empi non ti frantumino! Quando sarai cresciuto, o Figlio mio, che io non ti veda immolato! ». Ma egli risponde:  « Non piangere Madre, su ciò che non sai:  se tutto questo non sarà compiuto, tutti coloro, a favore dei quali mi implori, periranno, o Piena di grazia ».
Un Dio il quale « non chiede altro che di poter salvare ». Questa è la realtà, l’unica realtà che celebriamo in questi giorni nella nostra fede cristiana:  l’amore di Dio per gli uomini manifestatosi pienamente in Gesù Cristo. E viviamo questa realtà in tutta la nostra vita come cristiani. Come cristiani nel condividere – e forse anche nel mettere in contrasto la nostra fede – con un mondo segnato fortemente dall’individualismo, dall’oblio dell’altro, dall’ignoranza degli altri; una fede che dovrà predicare un Dio che è dono gratuito, che perdona, che ama, e perché ama si sacrifica per gli altri e non chiede altro che poter salvare. Lui « nuovo bambino, il Dio prima dei secoli ».

(©L’Osservatore Romano 25 dicembre 2008)

Isaia 49,8-26 (…io non dimenticherò mai) sintesi della relazione di Giuseppe Barbaglio

http://www.giuseppebarbaglio.it/Articoli/finesettimana161197.pdf

Isaia 49,8-26 (…io non dimenticherò mai) sintesi della relazione di Giuseppe Barbaglio

 Verbania Pallanza, 16 novembre 1997  Isaia 49,8-26 (…io non ti dimenticherò mai) Il testo di Isaia riguarda sempre il tema della memoria, ma sull’altro versante. E’ la memoria che Dio ha e fa del popolo. Nelle relazioni precedenti ho trattato invece della memoria che il popolo fa di Dio.  Dice il Signore:  « Al tempo della misericordia ti ho ascoltato,  nel giorno della salvezza ti ho aiutato.  Ti ho formato e posto  come alleanza per il popolo,  per far risorgere il paese,  per farti rioccupare l’eredità devastata,  per dire ai prigionieri: Uscite,  e a quanti sono nelle tenebre: Venite fuori.  Essi pascoleranno lungo tutte le strade,  e su ogni altura troveranno pascoli.  Non soffriranno né fame né sete  e non li colpirà né l’arsura né il sole,  perché colui che ha pietà di loro li guiderà,  li condurrà alle sorgenti di acqua.  Io trasformerò i monti in strade  e le mie vie saranno elevate.  Ecco, questi vengono da lontano,  ed ecco, quelli vengono da mezzogiorno e da occidente  e quelli dalla regione di Assuan ».  Giubilate, o cieli; rallegrati, o terra,  gridate di gioia, o monti,  perché il Signore consola il suo popolo  e ha pietà dei suoi miseri.  Sion ha detto: « Il Signore mi ha abbandonato,  il Signore mi ha dimenticato ».  Si dimentica forse una donna del suo bambino,  così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere?  Anche se queste donne si dimenticassero,  io invece non ti dimenticherò mai.  Ecco, ti ho disegnato sulle palme delle mie mani,  le tue mura sono sempre davanti a me.  I tuoi costruttori accorrono,  i tuoi distruttori e i tuoi devastatori si allontanano da te.  Alza gli occhi intorno e guarda:  tutti costoro si radunano, vengono da te.  « Com’è vero ch’io vivo – oracolo del Signore -  ti vestirai di tutti loro come di ornamento,  te ne ornerai come una sposa ». 
Poiché le tue rovine e le tue devastazioni  e il tuo paese desolato  saranno ora troppo stretti per i tuoi abitanti,  benché siano lontani i tuoi divoratori.  Di nuovo ti diranno agli orecchi  i figli di cui fosti privata:  « Troppo stretto è per me questo posto;  scostati, e mi accomoderò ».  Tu penserai: « Chi mi ha generato costoro?  Io ero priva di figli e sterile;  questi chi li ha allevati?  Ecco, ero rimasta sola  e costoro dove erano? ».  Così dice il Signore Dio:  « Ecco, io farò cenno con la mano ai popoli,  per le nazioni isserò il mio vessillo.  Riporteranno i tuoi figli in braccio,  le tue figlie saran portate sulle spalle.  I re saranno i tuoi tutori,  le loro principesse tue nutrici.  Con la faccia a terra essi si prostreranno davanti a te,  baceranno la polvere dei tuoi piedi;  allora tu saprai che io sono il Signore  e che non saranno delusi quanti sperano in me ».  Si può forse strappare la preda al forte?  Oppure può un prigioniero sfuggire al tiranno?  Eppure dice il Signore:  « Anche il prigioniero sarà strappato al forte,  la preda sfuggirà al tiranno.  Io avverserò i tuoi avversari;  io salverò i tuoi figli.  Farò mangiare le loro stesse carni ai tuoi oppressori,   »si ubriacheranno del proprio sangue come di mosto.  Allora ogni uomo saprà  che io sono il Signore, tuo salvatore,  io il tuo redentore e il Forte di Giacobbe ».  Il libro di Isaia contiene tre blocchi di predicazione.  Dal capitolo 1 al 39 è racchiusa la predicazione del grande Isaia, che risale al settecento. Poi dal capitolo 40 al 55 si trova la predicazione del Secondo Isaia, un profeta anonimo dell’esilio, nel secolo sesto. Questo profeta anonimo, dell’esilio, la cui predicazione è stata raccolta e messa accanto alla predicazione del grande Isaia, si chiama convenzionalmente il profeta della consolazione, perché l’iniziale capitolo 40 esordisce con l’invito: « Consolate, consolate il popolo mio, dice il Signore ». Questo profeta ha ricevuto da Dio la missione di consolare il suo popolo.  Prenderemo in considerazione il testo a partire dal versetto 14. Tralasciamo i versetti dall’8 al 12, che riportano un oracolo di Dio, una parola di Dio rivolta al profeta di promessa agli esuli, una parola di liberazione, un impegno di Dio a liberare gli esuli. Così pure il versetto 13 che è un canto di lode. Il profeta si rivolge ai cieli, alla terra, ai monti e dice « giubilate », partecipate alla gioia degli esuli, perché il Signore consola il suo popolo.  Ricordo infine che proporre una lettura « laica », come ormai facciamo da alcuni anni, significa fare una lettura storico letteraria. Quindi si tratta non di una lettura spirituale, ma di una lettura che vale per tutti. E’ un testo poetico di grande levatura. Il grande Isaia è ritenuto uno dei massimi poeti dell’umanità.  Ci troviamo di fronte ad un bellissimo testo che ci proponiamo di leggere e capire.  collocazione storica Il testo si pone all’epoca dell’esilio. Nel 586 Gerusalemme è stata conquistata e distrutta da Nabucodonosor e la classe dirigente è stata deportata.  Il « Nabucco » di Verdi è l’epopea di questi ebrei in esilio, che hanno nostalgia di Sion.  La strategia di deportare le classi dirigenti era già stata messa in atto dagli Assiri, il cui impero potente ed efficace precedette quello neobabilonese, a cui appartiene Nabucodonosor.  Nel 612, Assur e poi Ninive, le grandi capitali dell’impero assiro, furono conquistate da Nabopolassar, il padre di Nabucodonosor.  Gli Assiri nel 721 con Sargon II, avevano conquistato il regno del Nord. Infatti dopo Salomone e Roboamo il regno degli ebrei si divise in due. Al Sud due tribù con capitale Gerusalemme, con la dinastia davidica, e invece al Nord le altre dieci tribù, con capitale Samaria e con regnanti di diverse dinastie, prima Geroboamo e poi altri.  Il regno del Nord era caduto sotto il dominio assiro nel 721 e la classe dirigente deportata in Mesopotamia. Nel 586 la stessa sorte capita al regno del Sud, con la deportazione.  In Mesopotamia c’erano ebrei del regno del Nord ed ebrei del regno del Sud. Il profeta della consolazione è uno dei deportati e vive con loro. I deportati in esilio avevano perduto quello che di più caro avevano: la terra, la dinastia davidica, la città santa.  Nel salmo 137 un esule esprime la sua nostalgia struggente per Gerusalemme. I deportatori gli hanno chiesto un canto di Sion, un canto che si canta nel tempio di Gerusalemme e risponde: « Come possiamo noi cantare in terra straniera un canto al Signore » e « Se io mi dimenticassi di Gerusalemme la mia destra sia inaridita ». La nostalgia struggente di Gerusalemme è seguita dall’invettiva spaventosa: « Possa Dio prendere i tuoi pargoli (Babilonia) e sbatterli contro la roccia ».  Gli esuli avevano perduto tutto e Gerusalemme era una rovina. Le mura di difesa abbattute, distrutto il tempio di Salomone.  Il tempio sarà ricostruito successivamente, ma in dimensioni molto ridotte. Erode ricostruirà un grande tempio, dando splendore al tempio di Gerusalemme. Nel 70, mentre i lavori non erano ancora terminati, i romani, con Tito, distruggeranno per sempre il tempio. Rimane ancor oggi il muro del pianto.  Gli esuli avevano perduto anche la speranza. Non speravano più nel proprio Dio. Il profeta riceve da Dio la missione di ricostruire la speranza.  struttura del brano Il passo potrebbe essere definito un dialogo, anche drammatico, tra Sion e Dio.  Al versetto 14 abbiamo « Sion ha detto ».  Sion ha detto: « Il Signore mi ha abbandonato,  il Signore mi ha dimenticato ».  Dal 15 al 20 abbiamo la risposta di Dio  Si dimentica forse una donna del suo bambino,  così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere?  Anche se queste donne si dimenticassero,  io invece non ti dimenticherò mai…  Il pensiero di Sion in forma di domanda (21)  Tu penserai: « Chi mi ha generato costoro? 
Io ero priva di figli e sterile;  questi chi li ha allevati?  Ecco, ero rimasta sola  e costoro dove erano? ».  La risposta di Dio (22-23):  Così dice il Signore Dio:  « Ecco, io farò cenno con la mano ai popoli,  per le nazioni isserò il mio vessillo…  Nuovamente l’incredulità di Sion (24):  Si può forse strappare la preda al forte?  Oppure può un prigioniero sfuggire al tiranno?  Risposta di Dio (25-26):  Eppure dice il Signore:  « Anche il prigioniero sarà strappato al forte,  la preda sfuggirà al tiranno.  Io avverserò i tuoi avversari;  io salverò i tuoi figli…  Tutte le parole di Dio sono al futuro, mentre la prima espressione di Sion è al passato.  La risposta di Dio non è quella di suscitare davanti all’incredulo disperato, in questo caso la città di Sion, una realtà. Dio si presenta a questo disperato con una promessa. E’ la promessa di Dio contro la rassegnata convinzione di Sion.  analisi del brano 1. le domande di Sion: rassegnazione, gioiosa incredulità e dubbi Sion ha detto: « Il Signore mi ha abbandonato,  il Signore mi ha dimenticato ».  Una delle regole principi della poesia ebraica è il parallelismo, che può essere sinonimico (la seconda proposizione ripete con piccoli cambiamenti la prima), antitetico (la seconda proposizione afferma il contrario della prima), sintetico (la seconda fa una sintesi dell’elemento del primo con uno nuovo). Nel nostro caso ci troviamo di fronte ad un parallelismo sinonimico: le due proposizioni sono parallele ed esprimono la stessa realtà: la dimenticanza è uguale all’abbandono.  La memoria non vuol dire far venire in mente. Dimenticare è abbandonare. La realtà dimenticata è lontana, assente, non è più presente.  Sion fa quella affermazione perché la sua situazione è di desolazione totale. Sion è un cumulo di rovine, la stragrande maggioranza dei suoi abitanti è deportata, non c’è più prospettiva. Dalla rilevazione di una situazione tragica si risale ad una affermazione teologica o religiosa: siccome siamo in una situazione di perdita assoluta ciò vuol dire che Dio ci ha dimenticati, che siamo abbandonati, che non siamo più presenti nella sua vita, nella sua azione. E’ una parola di rassegnazione teologica. Siamo rassegnati alla situazione tragica in cui siamo perché l’unico che potrebbe riportarci a vita ci ha dimenticato, non siamo più presenti a lui.  La rassegnazione prende motivo dalla situazione, dalla situazione teologicamente interpretata. Non solo quindi dalla situazione oggettiva, ma dal fatto che si è assenti dalla mente di Dio e si è soli.  Il secondo intervento di Sion si trova al versetto 21.  Dio va avanti con il suo progetto, e ricostruirà e ripopolerà la città di Gerusalemme. A quel punto il profeta, prevedendo questo futuro, si chiede come reagirà Sion di fronte a tutto questo. « Tu penserai »: c’è un futuro anche per Sion. Prima c’era il presente di Sion della rassegnazione, nella convinzione che Dio lo ha abbandonato. Poi la ricostruzione ad opera di Dio e la reazione di Sion di gioiosa incredulità.  Tu penserai: « Chi mi ha generato costoro? 
Io ero priva di figli e sterile;  questi chi li ha allevati?  La sterile è la donna che non può avere figli come Sion. Sion non può generare né allevare figli.  Ecco, ero rimasta sola  e costoro dove erano? ».  E’ l’incredulità di Sion di fronte al prodigio, dalla sterilità alla nuova fecondità.  La domanda di Sion è: « Chi mi ha ridato i figli? ». E’ una domanda di gioiosa incredulità. Questa immagine della sterile che avrà molti figli risuona in molti testi di Isaia. Anche Paolo cita un testo di Isaia, quello della sterile che avrà tanti figli (Gal 4).  Dopo la parola di rassegnazione di Sion, dopo la domanda di gioiosa incredulità, che è posta al futuro, sorge il dubbio di Sion:  Si può forse strappare la preda al forte?  Oppure può un prigioniero sfuggire al tiranno?  Le due domande sono retoriche, hanno una chiara risposta, quella dell’impossibilità. Sion, rassegnata, afferma che è umanamente impossibile la liberazione.  A questa rilevazione dell’impossibilità risponde Dio che conferma la realizzazione.  Abbiamo quindi il primo dialogante, Sion, che esprime anzitutto la sua rassegnazione, esprime la convinzione che è impossibile riavere la vita. Quando vedrà i suoi figli nuovi si chiede chi li ha ridati. Dalla situazione attuale, Sion, rassegnata e convinta di essere abbandonata da Dio, ha solo delle domande da fare.  Il tutto è nelle mani di Dio. L’impossibilità umana e la possibilità di Dio. Dio ha di fronte l’interlocutore rassegnato che anche in presenza del prodigio, sconcertato, si domanda da dove venga.  2. Le risposte di Dio. Mentre la parte dialogica di Sion è molto breve, perché ha solo interrogativi da porre, le risposte di Dio sono articolate e abbondanti. Le risposte di Dio sono tutte volte al futuro (i verbi sono al futuro).  Dio risponde con promesse, quindi non mettendo sotto gli occhi una realtà che smentisce la rassegnazione, ma chiedendo fiducia. « Io non ti dimenticherò » non può essere oggetto di osservazione immediata, ma solo di abbandono fiducioso alla promessa di Dio. Il vero tema del brano sarà la speranza. Attraverso questo brano il profeta vuole riaccendere la speranza degli esuli. Mette in bocca agli esuli parole di rassegnazione e di incredulità, riporta la parola di Dio che è una promessa e invita gli esuli ad affidarsi alla promessa.  Prima risposta: la promessa rassicurante Dio risponde con un interrogativo che prende come paragone la mamma:  Si dimentica forse una donna del suo bambino,  così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere?  Come una mamma non può dimenticarsi del figlio, del frutto delle sue viscere, così Dio. Le viscere sono l’espressione dell’amore tenero ed emotivo della mamma. La parola « amore » tradotta a volte con misericordia, in ebraico è « rahamîm », le viscere che si commuovono. Lo stesso significato lo si trova in Paolo, Rom 12,1: « Io vi esorto « dià tôn oiktirmôn », mediante i gesti di tenerezza materna di Dio ».  E’ un primo argomento che Dio fa valere contro la rassegnazione: se ammettete che una mamma non si può dimenticare del figlio, così dovete ammettere che io non mi posso dimenticare di voi, che siete miei figli.  L’elezione del popolo è anche tradotta con « voi siete i miei figli, io sono il padre ». Qui troviamo la variante della madre e la costante della figliolanza. 
La seconda parte va oltre il paragone:  Anche se queste donne si dimenticassero,  io invece non ti dimenticherò mai.  Anche se una madre sventurata si dimenticasse del figlio, non può avvenire che io mi dimentichi, afferma Dio.  La parola di Dio è rassicurante. Dio è una madre che non può mai essere sventurata. La rassicurazione si basa solo sulla parola di Dio, non ci sono prove immediate.  La parola rassicurante di per sé fa a pugni con la situazione presente. E’ dalla situazione sventurata che gli ebrei hanno dedotto che Dio si è dimenticato del suo popolo. Dio risponde che il popolo non è mai assente dalla vita di Dio. Unicamente la parola di Dio è contro la percezione normale della situazione che dice tutt’altro.  Dopo questa rassicurazione generale Dio insiste nell’avvalorare la propria affermazione:  Ecco, ti ho disegnato sulle palme delle mie mani,  le tue mura sono sempre davanti a me.  E’ un modo molto plastico per affermare la presenza costante del popolo davanti a Dio.  Ecco che Dio presenta ciò che avverrà, addirittura al presente. Nel progetto di Dio il futuro è già presente, la liberazione è già in questa parola che assicura:  I tuoi costruttori accorrono,  i tuoi distruttori e i tuoi devastatori si allontanano da te.  E’ la ricostruzione, che inizia con la parola rassicurante di Dio, ed anche il ripopolamento:  Alza gli occhi intorno e guarda:  Invita Sion a sollevare gli occhi chini sulla propria tragedia:  tutti costoro si radunano, vengono da te.  Dio ha bisogno di fare un giuramento:  « Com’è vero ch’io vivo – oracolo del Signore -  ti vestirai di tutti loro come di ornamento,  te ne ornerai come una sposa ».  Questo è il giorno del tuo sposalizio. I figli sono il vestito di sposa.  Poiché le tue rovine e le tue devastazioni  e il tuo paese desolato  saranno ora troppo stretti per i tuoi abitanti,  benché siano lontani i tuoi divoratori.  Quelli che ritorneranno da te saranno così numerosi, che avranno poco spazio a disposizione, non riusciranno quasi ad entrare.  Di nuovo ti diranno agli orecchi  i figli di cui fosti privata:  « Troppo stretto è per me questo posto;  scostati, e mi accomoderò ».  E’ la prima risposta di Dio, la sua parola rassicurante, con immagini anticipate della ricostruzione e del ripopolamento.  Secondo intervento: Dio è sovrano di tutti i popoli Di fronte alla resistenza di Sion che si chiede chi mai ha portato questi numerosi figli Dio risponde:  Così dice il Signore Dio:  « Ecco, io farò cenno con la mano ai popoli,  per le nazioni isserò il mio vessillo.  Non dimenticarsi e fare sono la stessa cosa: il ricordare non vuol dire far venire alla mente, ma fare, far venire nell’azione, far risalire alla vita.  Dio qui fa valere un altro argomento, la propria sovranità universale sui popoli. Dio non ha solo un rapporto di alleanza, ma anche di sovranità. Il Dio di Israele è il Dio di tutti i popoli. 
Israele è diventato progressivamente monoteista. Con Mosè la religione ebraica nasce come monolatria. Viene adorato e riconosciuto un unico Dio, ma per il proprio popolo, senza escludere gli dei degli altri popoli.  Con Isaia, nel settecento circa, si raggiunge la certezza che non ci sono altri dei neppure per gli altri popoli, ma che il Dio riconosciuto da Israele è l’unico Dio in assoluto e quindi è anche il Dio degli altri popoli e quindi può agire sugli altri popoli a favore di Israele. Il Dio di tutti i popoli è in funzione del Dio di Israele, perché la sovranità di Dio sugli altri popoli è una sovranità esercitata a beneficio di Israele.  Basta un cenno con la mano e i popoli si mettono subito in azione.  In un altro testo di Isaia si dice che Dio farà un fischio e Assor corre.  A questi popoli Dio dice di riportare i suoi figli. Come Dio aveva chiamato i popoli per castigare il suo popolo, adesso chiama i popoli per la restituzione al suo popolo.  Riporteranno i tuoi figli in braccio,  le tue figlie saran portate sulle spalle.  Dio come motivo di speranza pone due realtà: anzitutto che è il Dio del popolo, che ha scelto e che non può abbandonare mai, e secondo che è il Dio dei popoli e che quindi può intervenire sulla scena del mondo per liberare il suo popolo  La tradizione del Secondo Isaia fa spesso riferimento alla sovranità universale. Se Dio fosse solo il Dio del popolo, avrebbe unicamente amore e benevolenza. Poiché i figli di Sion sono in mano ai popoli, solo in quanto Dio ha una sovranità universale può intervenire in soccorso di Sion. Il motivo della sovranità universale è presupposto dell’azione efficace di liberazione. Può liberare efficacemente gli esuli di Sion in terra straniera perché è il signore dei popoli.  I re saranno i tuoi tutori,  I re dei popoli difenderanno il tuo diritto  le loro principesse tue nutrici.  Con la faccia a terra essi si prostreranno davanti a te,  baceranno la polvere dei tuoi piedi;  La grande potenza neobabilonese di Nabucodonosor che si prostra davanti alla piccola città di Gerusalemme in rovina!  allora tu saprai che io sono il Signore  e che non saranno delusi quanti sperano in me ».  E’ il tema della speranza e della delusione. Il « saprai » non indica una conoscenza teorica, abbandonata sotto l’urto della situazione drammatica.  La conoscenza è una fede, è un ritorno a credere.  La speranza umana trova un esaudimento in Dio. L’azione di Dio promessa è tesa a suscitare la speranza.  Il « consolare il popolo mio », non vuol dire pronunciare parole di consolazione inefficaci, ma suscitare realmente una consolazione, perché Dio interviene a liberare.  Terzo intervento: Dio rende possibile ciò che è impossibile all’uomo Di fronte all’ultimo rimasuglio di sfiducia di Sion (v. 24), all’affermata impossibilità umana c’è la possibilità di Dio:  Eppure dice il Signore:  « Anche il prigioniero sarà strappato al forte,  (alla potenza dei babilonesi)  la preda sfuggirà al tiranno.  Io avverserò i tuoi avversari;  io salverò i tuoi figli.  Prima aveva affermato la sua signoria su tutti i popoli, che riporteranno a Gerusalemme gli esuli, adesso invece la liberazione degli esuli non può avvenire senza una lotta. 
La liberazione degli israeliti esuli richiede la sconfitta degli oppressori.  Farò mangiare le loro stesse carni ai tuoi oppressori,  si ubriacheranno del proprio sangue come di mosto.  Il risvolto di violenza nei confronti degli oppressori ha solo un esiguo spazio in questo brano, che illustra l’azione positiva di Dio a favore degli esuli.  In primo piano c’è l’azione liberatrice. Dio ricostruirà Sion, Dio libererà gli esuli. Questa liberazione comporterà la sconfitta degli avversari e la violenza nei loro confronti.  Allora ogni uomo saprà  che io sono il Signore, tuo salvatore,  io il tuo redentore e il Forte di Giacobbe ».  Prima c’era il « tu saprai », adesso tutti sapranno. L’universalismo di Dio sovrano di tutti i popoli diventa anche l’universalismo della conoscenza di Dio. Dio sarà conosciuto da tutti come l’unico vero Dio.  Allora non solo Israele giungerà a questa conoscenza di fede, ma anche tutti i popoli.  L’identità di Dio emerge dalla sua azione salvatrice, di liberazione, di redenzione. Il termine ebraico di redentore, parola che avrà molto successo nel cristianesimo, è il « goêl », figura che si riferisce ad un contesto tribale, dove ogni cosa e ogni persona della tribù non possono essere alienati. Nel caso che qualcosa le venisse sottratto, tutta la tribù è impegnata a ricuperare ciò che è stato rubato.  L’azione di ricupero di una propria proprietà si chiama « redenzione », « riscatto ». L’obbligo spetta ai parenti più prossimi della persona, oppure anche a tutta la tribù.  Gli abitanti di Gerusalemme appartenevano a Jahvé, sono i suoi figli. Sono stati portati via, alienati dai neobabilonesi e l’azione di Dio è il ricupero, il riscatto di quelli che erano suoi e che non hanno mai cessato di esserlo. La redenzione è il riscattare una proprietà.  I gerosolimitani in esilio restano di Dio, e restando di Dio, Dio rivendicherà il suo diritto di proprietà e li riporterà a Gerusalemme.  « Il Forte di Giacobbe » è un titolo molto arcaico, che risale alle tradizioni patriarcali.  La memoria di Dio equivale all’intervento salvifico. Per Dio ricordarsi vuol dire intervenire in modo salvifico e liberatorio. Sion può sperare in questo Dio mnestico.  Intertestualità sull’ « Io mi ricorderò » Questo testo si inserisce nel contesto di tutti i testi profetici (il motivo della consolazione, il motivo del Dio signore di tutti i popoli), si inserisce nel contesto generale della predicazione di Isaia, si inserisce nel contesto generale della bibbia.  Intertestualità significa che un testo come quello analizzato non è stato creato dal nulla da parte dell’autore, ma è un testo intessuto di altri testi. L’intertestualità è mostrare come un testo è il sedimento di altri testi.  Il motivo del Dio che si ricorda è rintracciabile in diversi luoghi biblici.  Genesi 9,14-16: « Quando radunerò  le nubi sulla terra  e apparirà l’arco sulle nubi  ricorderò la mia alleanza  che è tra me e voi  e tra ogni essere che vive in ogni carne  e non ci saranno più le acque  per il diluvio, per distruggere ogni carne.  L’arco sarà sulle nubi  e io lo guarderò per ricordare l’alleanza eterna  tra Dio e ogni essere che vive in ogni carne  che è sulla terra »  Dio, dopo il diluvio, fa apparire l’arcobaleno in cielo e la sua visione gli farà ricordare l’alleanza con il mondo, prevenendo così altri diluvi, non distruggendo più il mondo.  Esodo 2,24 e 6,5 « Allora Dio ascoltò il loro lamento, si ricordò della sua alleanza con Abramo e Giacobbe. »  « Sono ancora io che ho udito il lamento degli israeliti asserviti dagli egiziani e mi sono ricordato della mia alleanza ».  Il ricordarsi dell’alleanza sta a significare l’impegno a liberare il popolo di Israele. L’esodo è il frutto della memoria di Dio  Salmo 105 Dio « ricorda sempre la sua alleanza:  parola data per mille generazioni,  l’Alleanza stretta con Abramo  e il suo giuramento ad Isacco » (8-9).  Questo salmo presenta e narra la storia di Israele, nelle sue tappe fondamentali. La dinamica sottesa a questa storia del popolo è che Dio ricorda sempre la sua alleanza.  I versetti sopra riportati sono preceduti al versetto 5 dall’esortazione del salmista al popolo di ricordarsi delle meraviglie che Dio ha fatto:  « Ricordate le meraviglie che ha compiute, i suoi prodigi e i giudizi della sua bocca. »  Dio si ricorda operando e il popolo è esortato a ricordare le opere di Dio in modo da essere fedele.  Salmo 106 « Si ricordò della sua alleanza con loro,  si mosse a pietà per il suo grande amore » (45)  Il popolo è andato in rovina e Dio si è ricordato della sua alleanza e si è mosso a pietà. La memoria diventa momento di svolta nella storia del popolo da una situazione negativa a una situazione di liberazione.  Ezechiele 16,60 Ezechiele presenta la storia di Israele sotto l’immagine di una fanciulla, priva di qualità, di bellezza che Dio ha scelto e ha sposato. Dio l’ha presa sotto il suo mantello e l’ha fatta una sua sposa bellissima. Ma questa fanciulla ha tradito Dio. Israele ha origini pagane, idolatriche.  Dio non abbandona la sposa traditrice e infedele:  « Io mi ricorderò dell’alleanza conclusa con te al tempo della tua giovinezza e stabilirò con te un’alleanza eterna ».  Dio stabilirà un nuovo sposalizio indistruttibile. La memoria viva e creativa di Dio è capace di creare un rapporto indistruttibile con il popolo.  L’ »Io mi ricorderò » si colloca in un contesto più ampio, nell’intera bibbia, in cui ricorre il motivo di Dio che si ricorda sempre della sua alleanza.  Intertestualità sul « ricordati, o Dio »
Sempre sul piano della interstestualità abbiamo la preghiera di Israele rivolta a Dio, di chi trovandosi in situazioni come quella di Sion, conserva la speranza che si esprime nella supplica, nella preghiera « ricordati, o Dio ». « Ricordati » non è l’invito ad un Dio distratto che si è dimenticato, ma la supplica a Dio di essere fedele alla sua memoria, in modo da intervenire.  Esodo 32,13 e Deut 9,27 La preghiera di Mosè, dopo l’adorazione del vitello d’oro, dopo l’idolatria e la successiva ira di Dio:  Mosè allora supplicò il Signore, suo Dio, e disse: « Perché, Signore, divamperà la tua ira contro il tuo popolo, che tu hai fatto uscire dal paese d’Egitto con grande forza e con mano potente? 12Perché dovranno dire gli Egiziani: Con malizia li ha fatti uscire, per farli perire tra le montagne e farli sparire dalla terra? Desisti dall’ardore della tua ira e abbandona il proposito di fare del male al tuo popolo. 13Ricòrdati di Abramo, di Isacco, di Israele, tuoi servi, ai quali hai giurato per te stesso e hai detto: Renderò la vostra posterità numerosa come le stelle del cielo e tutto questo paese, di cui ho parlato, lo darò ai tuoi discendenti, che lo possederanno per sempre » (Esodo)  Mosè chiede a Dio di non stravolgere il significato dell’Esodo, che un’azione di vita e di liberazione non sia interpretata come un’azione di distruzione e di morte dagli Egiziani.  Mosè fa forza sulla parola di Dio, sulla sua coerenza, sulla sua fedeltà, sulla sua promessa.  Lo stesso argomento viene utilizzato in Deuternomio:  Ricordati dei tuoi servi Abramo, Isacco e Giacobbe; non guardare alla caparbietà di questo popolo e alla sua malvagità e al suo peccato, perché il paese da dove ci hai fatti uscire non dica: Poiché il Signore non era in grado di introdurli nella terra che aveva loro promessa e poiché li odiava, li ha fatti uscire di qui per farli morire nel deserto. Al contrario essi sono il tuo popolo, la tua eredità, che tu hai fatto uscire dall’Egitto con grande potenza e con braccio teso.  Anche in questo caso Mosè supplica Dio di rimanere fedele alla sua parola.  Neemia 1,8: E’ una preghiera di penitenza. Il popolo, tornato dall’esilio, fa penitenza per i suoi peccati. Neemia, portavoce del popolo, dice:  « Ricordati della parola che hai affidato a Mosè tuo servo: Se sarete infedeli, io vi disperderò tra i popoli; ma se tornerete a me e osserverete i suoi comandi e li eseguirete, anche se i vostri esiliati si trovassero all’estremità dell’orizzonte, io di là li raccoglierò e li ricondurrò al luogo che ho scelto per farvi dimorare il mio nome ».  La parola di Dio non è tanto una parola prescrittiva, ma promissoria.  Nel capitolo quarto della lettera ai Romani Paolo scarta il tema del patto, perché il patto sinaitico, l’alleanza, ha in se stessa, nella sua dinamica, una bilateralità: Dio sceglie il popolo e il popolo è chiamato a essere fedele alla legge. Sono le clausole dell’alleanza. A Paolo il patto del Sinai non piace, perché c’è la legge e la legge è elemento particolaristico. Paolo allora risale all’alleanza con Abramo. Mentre il giudaismo interpretava l’alleanza con Abramo alla luce dell’alleanza con il Sinai, interpretando Abramo come il primo osservante della Legge ancor prima d’essere promulgata, Paolo invece riscopre l’unilateralità dell’alleanza con Abramo. L’unilateralità è stata messa in evidenza dalla corrente sacerdotale, mentre il deuteronomista ha scelto l’alleanza bilaterale.  L’alleanza unilaterale è la promessa. Paolo si riferisce al berit, che noi traduciamo con alleanza, nel significato di promessa ad Abramo. Dio, con la promessa ad Abramo di una discendenza numerosa, si impegna a benedire in Abramo tutti i popoli, tutte le tribù della terra. E’ una promessa universale.  Nel capitolo 9 della lettera ai Romani, dove si tratta del tema teologico del popolo di Israele, del popolo della promessa, del popolo a cui è stata rivolta per primo la promessa, e che ha rifiutato il vangelo e che quindi si è escluso, Paolo si chiede quale fine facciano le promesse di Dio e risponde che le promesse di Dio sono irrevocabili. La promessa di Dio al popolo di Israele resta irrevocabile.  Noi cattolici, pieni di moralismo, che amiamo molto il patto bilaterale, le leggi, dobbiamo scoprire molto di più il Dio della tradizione biblica, il Dio della promessa, il Dio di Abramo, sul quale concordano cristiani, ebrei e musulmani.  Intertestualità sul non ricordo o perdono Ultimo tema, dopo quello di Dio che si ricorda, del « ricordati, o Dio », quello di Dio che non si ricorderà dei nostri peccati. Dio si ricorda del popolo, con una memoria attiva e creativa, suscitatrice di vita, non si ricorderà dei peccati.  I nostri peccati non sono davanti a lui. Noi non siamo davanti a lui delle persone che si sono compromesse una volta per sempre. Siamo sempre capaci di ribaltare, per grazia sua, tutte le nostre scelte. Non siamo prigionieri delle nostre scelte passate, dei nostri peccati. Abbiamo possibilità nuove. E’ questo il significato del non ricordarsi o del perdono.  Geremia 34, 31 Non dovranno più istruirsi gli uni gli altri, dicendo: Riconoscete il Signore, perché tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande, dice il Signore; poiché io perdonerò la loro iniquità e non mi ricorderò più del loro peccato (Geremia)  Isaia 64, 8 Signore, non adirarti troppo,  non ricordarti per sempre dell’iniquità.  Ecco, guarda: tutti siamo tuo popolo. (Isaia)  Isaia 43, 25  »Io, io cancello i tuoi misfatti,  per riguardo a me non ricordo più i tuoi peccati. » (Isaia)  Il perdono non vuol dire stendere un velo sul passato, ma che quel peccato che tu hai fatto non peserà più su di te per il futuro, non condizionerà più il tuo futuro. Il tuo futuro è tutto dinanzi a te come possibilità. Il perdono è essere liberati dal condizionamento del passato.  L’inertestualità ci ha fatto cogliere come il brano di Isaia analizzato si inserisce nel contesto biblico, dove si ritrova il motivo di Dio che si ricorderà sempre, il motivo del « ricordati, o Dio » e il motivo di Dio che non si ricorda dei nostri peccati.  

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