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Vita dopo la morte: Dan 12,1-4 nel contesto di Dan 10–12

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Profezia e apocalittica: secondo semestre 2006-07

Charles Conroy

Vita dopo la morte: Dan 12,1-4 nel contesto di Dan 10–12

L’interesse particolare di Dan 12,1-4 sta nel fatto che si tratta del primo testo biblico che parla chiaramente di una risurrezione di alcuni individui (però ci sono testi più antichi nel libro extra-biblico 1 Enoch che parlano di un giudizio dopo la morte e di risurrezione). Le idee tradizionali del destino indifferenziato dei morti nello Sheol erano ancora correnti nei primi decenni del secondo sec. a.Cr., come si può vedere nel Siracide: « Negli inferi infatti chi loderà l’Altissimo / al posto di viventi e di quanti gli rendono lode? // Da un morto, che non è più, la riconoscenza si perde / chi è vivo e sano loda il Signore » (Sir 17,22-23 [in alcune versioni: vv. 26-27]). Cf. ancora Atti 23,6-10.

I punti principali della lezione sono:
Il contesto del brano: la visione apocalittica di Dan 10–12
Lettura di Dan 12,1-4
Ci sono due pagine di bibliografia per questa lezione: alcuni studi su Dan 10–12 e una scelta di titoli sul tema « risurrezione nell’AT ».
1.   La visione apocalittica di Dan 10–12
Si tratta dell’unità apocalittica più lunga del libro di Daniele, dove il messaggio del libro arriva alla sua formulazione più forte. Nelle grandi linee si può parlare di una struttura in tre parti: prima (1.1) un prologo dove si racconta (« cornice narrativa ») la preparazione per la comunicazione della rivelazione (10,1–11,1); poi (1.2) il contenuto della rivelazione del futuro (11,2–12,4); infine (1.3) un epilogo (12,5-13) dove c’è una discussione sulla durata del tempo prima della « fine ».
1.1     Il prologo: la preparazione per la rivelazione (10,1–11,1)
1.1.1   La situazione della rivelazione (10,1)
La voce di un narratore si sente brevemente a 10,1 (cf. 7,1) e poi il testo passa alla voce di Daniele che racconta la visione in prima persona (10,2–12,13), come è normale nei testi apocalittici. La visione viene datata al « terzo anno di Ciro », cioè, del dominio di Ciro su Babilonia (dunque nel 536 a.Cr.), esattamente 70 anni dopo la deportazione di Daniele da Giuda nel terzo anno del re Ioiakim (606 a.Cr.): forse un modo di dire che si tratta della visione più « perfetta » e significativa.
Notiamo anche l’uso esplicito del verbo « rivelare » (… GLH) col sostantivo « parola » a 10,1; il sintagma, che non si trova nei Profeti posteriori, ha il suo parallelo più vicino a 1 Sam 3,7.
1.1.2   Daniele si prepara alla rivelazione (10,2-3.12)
I riti penitenziali (o secondo alcuni, riti di lutto) di cui parlano questi versetti costituiscono anche una supplica per la luce soprannaturale necessaria per capire una rivelazione divina: cf. 10,12 « … dal primo giorno in cui ti sei sforzato di intendere, umiliandoti davanti a Dio … ». Notiamo l’insistenza sul « capire, intendere » qui (??? BYN; il verbo si trova due volte in 10,1 e 12 volte nell’insieme di Dan 10–12).
1.1.3   L’epifania dell’angelo mediatore-interprete (10,4-6)
Anche se il v. 5 lo presenta come « uomo », è chiaro che si tratta di un angelo di alto rango (cf. la sua associazione con Michele nel 10,13). Non viene nominato, a differenza di Dan 8 e Dan 9 dove l’angelo mediatore è chiamato Gabriele. Alcuni commentatori pensano che si tratti di Gabriele anche qui nel cap. 10, mentre altri preferiscono lasciarlo anonimo. In ogni caso l’influsso di Ez 1 e 9-10 è chiaro nella descrizione dell’angelo di Dan 10,5-6 (che poi influirà sulla descrizione di Cristo glorificato in Apoc 1,13-16 e 2,18).
1.1.4   L’impatto dell’epifania su Daniele (10,7-19)
Solo Daniele vede la visione, e non i suoi compagni, che però si rendono conto della presenza di qualcosa di soprannaturale e fuggono (cf. Atti 9,7 e 22,9). L’importanza della visione viene sottolineata dal motivo di un triplice crollo fisico di Daniele (vv. 8-9.15.16b-17) e di un triplice intervento angelico per ridare forza a Daniele (vv. 10-11.16.18-19). Questo motivo della debolezza del ricevente umano è tipico di parecchi testi apocalittici (Dan 7,28; 8,17-18; 1 Enoch 14,13-14; Apoc 1,17: cf. già Ez 1,28 e 3,14-15).
1.1.5   Il motivo di guerre celesti (10,13.20-21; 11,1)
Diverse volte nella conversazione fra Daniele e l’angelo (prima della rivelazione propriamente detta) si menzionano guerre fra angeli, che sono gli angeli protettori di regni o popoli terrestri. Michele è l’angelo protettore di Israele (« il vostro principe » 10,21), e sta lottando prima contro « il principe [cioè l'angelo] di Persia » e poi contro « il principe della Grecia ». Il significato di questo è di far capire ai lettori che Israele (in quel momento storico un popolo assoggettato e debolissimo) ha un grande protettore celeste capace di battere i protettori delle grandi potenze dominatrici come la Persia e la Grecia. Sapere questo è certamente un forte motivo di fiducia per i lettori ebrei.
1.2     Il contenuto della rivelazione del futuro (11,2–12,4)
La rivelazione è contenuta nel « libro della verità » (10,21); riguarda la situazione del popolo di Daniele « negli ultimi tempi » (10,14); viene manifestata adesso (11,2) dall’angelo. Tutto, cioè, è previsto; il Dio di Israele è il Signore incontestato della storia del mondo e degli imperi sino alla fine dei tempi. La rivelazione inizia (1.2.1) con una parte più sintetica, prosegue descrivendo più in dettaglio (1.2.2) il regno di Antioco IV, e arriva al suo culmine (1.2.3) nell’annuncio degli avvenimenti trascendentali della fine dei tempi.
1.2.1   Dall’epoca del dominio persiano fino al re Seleuco IV (187-175) (11,2-20)
Un breve accenno agli ultimi re persiani (v.2) e ad Alessandro Magno (vv.3-4) apre questa sezione, che si interessa principalmente delle guerre fra i re ellenistici « del sud » (i Tolemei di Egitto) e quelli « del nord » (i Seleucidi della Siria e dei territori vicini) durante il terzo sec. a.Cr. Questi re non vengono nominati ma, per chi conosce la storia del terzo sec. a.Cr. da altre fonti, la descrizione degli avvenimenti basta per identificare i personaggi e le vicende nei vari versetti. Il personaggio più importante qui è Antioco III Magno (r. 223-187), le cui vicende sono presentate nei vv.10-19. Quasi tutto ciò che si dice qui è d’accordo con ciò che si sa della storia del tempo da fonti extra-bibliche. Notiamo in particolare il v.14 dove si parla di un coinvolgimento di una fazione violenta degli ebrei nella lotta fra Tolemei e Seleucidi; la divisione interna della comunità è chiara (l’autore di v.14 non approva le azioni violente di questo gruppo), anche se i commentatori non sono d’accordo sull’identità precisa del gruppo in questione (pro-Tolemei o pro-Seleucidi).
1.2.2   Il re Antioco IV Epifane (175-164) (11,21-45)
La presentazione di questo re nei vv.21ss è formulata (come vv.2-20) in termini leggermente vaghi (però chiari per chi già conosce la storia di quei tempi) e costituisce indubbiamente l’interesse storico principale dell’autore. Anticipiamo una conclusione importante: gli avvenimenti descritti nei vv.21-39 (1.2.2.1) corrispondono a ciò che si sa della storia di quegli anni da altre fonti bibliche e extra-bibliche, mentre non è così per ciò che viene detto nei vv.40-45 (1.2.2.2). Notiamo alcuni dettagli della presentazione.
1.2.2.1     Gli avvenimenti fino alla persecuzione dell’anno 167 (vv. 21-39)
Dopo un accenno decisamente ostile all’accessione al trono e ai primi anni del regno di Antioco (vv.21-24), vengono presentate le sue campagne militari contro i Tolemei di Egitto (vv.25-30a) che finirono bruscamente a causa di un ultimatum dei Romani (i « Kittim » del v.30) che imponevano la ritirata ad Antioco. Poi nei vv.30b-35 viene descritta la persecuzione ordinata dal re umiliato contro la comunità giudaica. Si menziona in particolare la profanazione del Tempio di Gerusalemme, dove il re ordinò la costruzione di un altare pagano sopra l’altare degli olocausti (probabile interpretazione del « abominio della desolazione » del v. 31).
A diverse riprese il testo nota le divisioni all’interno della comunità giudaica. Da una parte ci sono « coloro che avranno abbandonato la santa alleanza » (v.30 e similmente v.32), cioè il gruppo di ebrei ellenizzanti radicali; dall’altra parte c’è « il popolo di quanti riconoscono il proprio Dio » (v.32), che si oppongono alle azioni del re. Di quest’ultimo gruppo il testo insiste su un componente particolare, « i più saggi tra il popolo » (v.33: CEI), che cercano di far capire al resto del popolo la loro situazione; alcuni di questi saggi cadono vittime della persecuzione (vv.33-35). C’è un’espressione curiosa nel v.34 dove si dice che i saggi nelle loro difficoltà riceveranno « un po’ di aiuto » da altri non meglio specificati; di solito viene interpretata come un riferimento (non molto entusiasta) alla resistenza armata portata avanti dai Maccabei. Sembra che i « saggi » (e con essi l’autore del testo, che forse era uno di loro) preferivano la resistenza passiva.
Poi i vv.36-39 tornano alla descrizione del re Antioco, la sua auto-esaltazione e le sue bestemmie contro « il Dio degli dèi ». Con insistenza però il testo sottolinea diverse volte che il re « avrà successo finchè non sarà colma l’ira: poichè ciò che è stato determinato si compirà » (v.36). I « tempi » della storia sono completamente sotto il controllo di Dio (cf. anche i vv.24, 27, 29, 33, 35). Così i fedeli che nel presente soffrono la persecuzione possono avere la certezza che il persecutore fallirà nel suo tentativo di cancellare la comunità dei fedeli del Dio di Israele. Per questo vengono incoraggiati a perseverare nella fedeltà e a sperare in Dio nonostante tutto.
1.2.2.2     Il « tempo della fine » per Antioco (11,40-45)
Il testo annuncia « il tempo della fine » (v.40). Ci sarà una grande battaglia fra il re d’Egitto e Antioco; quest’ultimo vincerà nell’Egitto e nella Palestina ma notizie preoccupanti lo costringeranno a ritornare verso il nord. Mentre è ancora accampato nella Palestina, « fra il mare e il bel monte santo [il riferimento è al monte del Tempio] poi giungerà alla fine e nessuno verrà in suo aiuto » (v.45). Sembra proprio che il v.45 annunci che Antioco morirà in Palestina. Questo annuncio, a differenza dei vv.21-39, non corrisponde a ciò che conosciamo della morte di Antioco, sia da fonti bibliche (1 Mac 6,1-6; 2 Mac 1,14-16; 9,1-29) che da fonti extra-bibliche (cf. i commentari). Queste fonti, nonostante alcune divergenze nei dettagli, sono d’accordo nel dire che Antioco morì nella Persia verso la fine dell’anno 164 dove si era recato per saccheggiare un tempio.
Parecchi commentatori concludono che la composizione di Dan 10-12 (e anche della forma finale di Dan 1-12 come tutto) è da situarsi dopo l’inizio della persecuzione di Antioco nel 167 (descrizione esatta) ma prima della sua morte nel 164 (descrizione non più esatta).
1.2.3   Gli avvenimenti trascendentali del « tempo della fine » (12,1-4)
La rivelazione raggiunge il suo culmine in questi versetti, dove gli aspetti trascendentali sono al centro, in particolare la questione di una risurrezione dai morti per alcuni almeno. Un commento più dettagliata verrà offerto sotto.
1.3     L’epilogo del racconto (12,5-13)
In questi versetti si ritorna alla cornice narrativa (cf. 10,1–11,1). Daniele assiste ad una discussione fra personaggi anonimi (angeli evidentemente) riguardante il calcolo del tempo della fine. Nell’ultimo versetto Daniele riceve la promessa confortante di una risurrezione personale: « Tu, va’ pure alla tua fine e riposa: ti alzerai per la tua sorte alla fine dei giorni » (12,13).

2.   Lettura più dettagliata di Dan 12,1-4
Versione CEI (prima edizione)

[1a] Or in quel tempo sorgerà Michele, il gran principe,
[1b] che vigila sui figli del tuo popolo.
[1c] Vi sarà un tempo di angoscia,
[1d] come non c’era mai stato dal sorgere delle nazioni fino a quel tempo;
[1e] in quel tempo sarà salvato il tuo popolo,
[1f] chiunque si troverà scritto nel libro.
[2a] Molti di quelli che dormono nella polvere della terra si risveglieranno:
[2b] gli uni alla vita eterna
[2c] e gli altri alla vergogna e per l’infamia eterna.
[3a] I saggi risplenderanno come lo splendore del firmamento;
[3b] coloro che avranno indotto molti alla giustizia
[3c] risplenderanno come le stelle per sempre.
[4a] Ora tu, Daniele, chiudi queste parole
[4b] e sigilla questo libro,
[4c] fino al tempo della fine:
[4d] allora molti lo scorreranno
[4e] e la loro conoscenza sarà accresciuta».

12,1
« In quel tempo … » (1a): cioè il tempo della morte del re persecutore (11,40-45) fa parte del dramma escatologico, « il tempo della fine » (11,40; 12,4). Ci sarà grande tribolazione ma poi verrà la salvezza dei fideli del popolo di Daniele. Notiamo come il termine « tempo » ricorre quattro volte nel 12,1.                               
Secondo la presentazione del testo dunque la morte del re Antioco coincide con l’inizio degli ultimi eventi. Cronologicamente non era così di fatto. Dove sta la verità di questo testo? Il valore di verità in questo testo, e in testi escatologici simili altrove nella Bibbia, non sta nella precisione cronologica delle predizioni del futuro ma piuttosto nella convinzione religiosa che il male non trionferà in ultima analisi e che i fedeli di Dio verranno certamente premiati per le loro sofferenze.         
Michele, già menzionato come angelo protettore di Israele in Dan 10,13-21, ritorna qui con una funzione particolare: « che vigila sui figli del tuo popolo » (1b CEI: letteralmente « che sta sopra … »). L’espressione ebraica potrebbe avere una connotazione giudiziale: « stare come in tribunale per difendere qualcuno o per eseguire la sentenza della corte ». Effettivamente i versetti seguenti 12,2-3 implicano il grande giudizio escatologico. Si può paragonare anche la scena giudiziale della visione apocalittica di Dan 7.
Nel « tempo di angoscia » (1c), che fa parte del motivo tipicamente apocalittico delle tremende tribolazioni degli ultimi tempi (cf. Marco 13,19.24 par.), ci sarà un esito favorevole per il popolo di Daniele (1e); non indistintamente per tutti gli ebrei però, ma per chiunque di loro « si troverà scritto nel libro » (1f). Notiamo qui una doppia restrizione: il testo si interessa del popolo di Daniele, non di altri popoli, e afferma la salvezza soltanto per quegli ebrei i cui nomi si troveranno nel libro – presumibilmente il « libro della vita » (per il concetto cf. per es. Esod 32,32-33; Is 4,3; 65,6; Sal 69,29), qui con un senso escatologico nuovo grazie al contesto.        
La salvezza annunciata nel v.1e-f sembra che riguardi gli ebrei che saranno in vita negli ultimi tempi. Ma quale sarà la situazione degli ebrei fideli che saranno già morti prima? Saranno esclusi da questa salvezza? A questa domanda risponde il v.2.

12,2              
La maggior parte degli studiosi sostiene che Dan 12,2 sia l’unico testo nella Bibbia ebraica che parli chiaramente di una risurrezione dai morti per alcune persone almeno. Il linguaggio del versetto ha contatti importanti con Is 26,19 – un testo filologicamente molto difficile che nella versione CEI suona così: « Ma di nuovo vivranno i tuoi morti, / risorgeranno i loro cadaveri. / Si sveglieranno ed esulteranno / quelli che giacciono nella polvere… » Notiamo qui in particolare il verbo « svegliarsi » e il sostantivo « polvere », che si ritrovano in Dan 12,2. Mentre Is 26,19 viene per lo più interpretato come un’espressione metaforica per la restaurazione nazionale del popolo (come Ez 37,1-14 nel suo strato più antico almeno), Dan 12,2 si serve del linguaggio del testo profetico per comunicare una nuova speranza, cioè, la risurrezione dai morti per certi individui. Però accanto ad elementi chiari il versetto contiene diverse difficoltà interpretative.        
Ciò che è chiaro lo troviamo nel v.2a. La metafora « dormire » per « essere morto » è comune nella Bibbia (per es. Ger 51,39.57; Sal 13,4; Giobbe 3,13) e nelle culture intorno a Israele (dove è particolarmente frequente in testi greci dell’epoca ellenistica). L’espressione « nella terra di polvere » (CEI inverte i termini nella versione « nel polvere della terra ») si riferisce allo Sheol, il mondo dei morti nell’antropologia semitica (c’è un sintagma accadico « casa di polvere » per indicare appunto il mondo dei morti). E il verbo « svegliare » si trova nel senso di un « tornare alla vita dalla morte » in 2 Re 4,31 e Is 26,19 (già menzionato). Dunque il v.2a annuncia una vita nuova per persone già morte. Ma chi sono precisamente? A questo punto entriamo nelle difficoltà interpretative del versetto [cf. testo del versetto in trascrizione].
Prima c’è il sintagma « molti dei dormienti… ». Il termine « molti » in alcuni testi biblici può avere un senso inclusivo, indicando cioè una grande moltitudine senza connotare l’esclusione di alcuno: così per esempio in Marco 14,24 (« questo è il mio sangue, il sangue dell’alleanza, versato per molti »). Alcuni pochi esegeti hanno proposto questo senso inclusivo anche per Dan 12,2, dove allora « molti » significherebbe o « tutti i morti » o almeno « tutti gli Israeliti morti ». Però ci sono due argomenti pesanti contro questa interpretazione nel caso presente. (1) In Dan 12,2 il termine « molti » è seguito da una preposizione min, che in espressioni di questo genere normalmente ha un senso partitivo (indicando dunque una parte di una totalità), per cui i « molti » sono solo una parte e gli altri della totalità non sono compresi nel verbo « si sveglieranno ». (2) Altrove in Dan tutte le ricorrenze del termine « molti » si riferiscono a gruppi particolari e non a tutto il popolo (si tratta di dodici testi tutti nei capp. 8-12, tre dei quali in 12,1-4). Si capisce allora perchè una larga maggioranza di commentatori sostiene che v.2a annunci un ritorno alla vita per alcuni ma non per tutti, una risurrezione limitata, non una risurrezione generale.                                    
Poi ci sono le due « destinazioni » (2b-c): « la vita eterna » (2b: il solo testo nella Bibbia ebraica con questo sintagma) e « la vergogna e l’infamia eterna » (2c: dove il termine « infamia » ricorre altrove solo in Is 66,24). Chi sono quelli che andranno all’una e all’altra di queste destinazioni? E nei due casi si tratta di una risurrezione? Gli studiosi si dividono di fronte a queste domande. Sinteticamente distinguiamo due tipi di interpretazione.
Tipo A (quello più comune): Molti si sveglieranno (= risorgeranno). Di questi, alcuni risorgeranno alla vita eterna (nel contesto, gli ebrei fedeli che sono morti nella persecuzione di Antioco), mentre altri risorgeranno ad un castigo esemplare (gli ebrei apostati nella persecuzione, e forse anche i persecutori pagani). Il testo non si preoccupa direttamente di altre persone dei tempi precedenti o successivi; non esclude una risurrezione per loro ma non l’afferma neanche.
Tipo B (minoritario ma difeso anche da studiosi recenti e contemporanei come Alfrink e altri): Molti si sveglieranno (= risorgeranno) e si sveglieranno alla vita eterna (gli ebrei fedeli morti nella persecuzione). Gli altri, che non risorgeranno, rimarranno nella vergogna e infamia dello Sheol (gli ebrei apostati). Secondo questa linea di interpretazione, dunque, « quelli » e « quelli » del v.2b-c non sono due sottocategorie di risuscitati ma indicano « i risuscitati » e « i non-risuscitati »; in altre parole il versetto annuncia solo una risurrezione dei giusti (cf. 1 Enoch 7; 2 Mac 7,7-23; 12,38-46; 14,45-46).
Il Tipo A è preferito dalla maggioranza soprattutto per la difficoltà filologica di spiegare la coppia di termini « quelli » … « e quelli » nel senso dell’interpretazione di Tipo B.

12,3
Nell’annuncio della risurrezione uno splendore particolare è annunciato per « i saggi … coloro che avranno indotto molti alla giustizia ». Questa categoria di persone è stata già menzionata in Dan 11,33.35 dove si dice anche che alcuni di essi hanno subito il martirio. Qui notiamo in particolare un contatto molto interessante fra Dan 12,3 e Is 52,13–53,12 (il « Quarto Canto » del servo): il sintagma « rendere giusto, indurre alla giustizia » [S?DQ Hif] più il termine « molti » come complemento oggetto si trova in Is 53,11 (« il giusto mio servo giustificherà molti ») e Dan 12,3 (« i saggi … che avranno indotto molti alla giustizia »), e in nessun altro testo della Bibbia ebraica. Sembra proprio che Dan 12,3 voglia attribuire ai saggi del tempo di Antioco il ruolo del servo sofferente di Is 53; forse l’interpretazione-applicazione più antica della figura del servo sofferente.

12,4
Qui finisce la rivelazione del futuro (11,2–12,4). Notiamo solo dalla prima parte del versetto il motivo di segretezza (4a-b: parole chiuse e libro sigillato). Si ritorna al « Daniele del testo », e dunque al sesto sec. a.Cr. La rivelazione fatta in quel tempo deve essere mantenuta segreta « fino al tempo della fine » (4c), cioè, al tempo intorno alla persecuzione di Antioco nel secondo sec. a.Cr., il tempo dei primi lettori reali. Questo motivo di segretezza è un’esigenza del procedimento di pseudonimia, che è tipico di molte opere apocalittiche e anche del libro di Daniele. Tralasciamo qui l’ultima parte del versetto (4d-e) a causa delle difficoltà filologiche notevoli del testo ebraico.     

2 OTTOBRE : SANTI ANGELI CUSTODI (m) – UFFICIO DELLE LETTURE

2 OTTOBRE : SANTI ANGELI CUSTODI (m)

UFFICIO DELLE LETTURE

Prima Lettura
Dalla lettera ai Filippesi di san Paolo, apostolo 1, 27 – 2, 11

Esortazione ad imitare il Cristo
Fratelli, comportatevi da cittadini degni del vangelo, perché nel caso che io venga e vi veda o che di lontano senta parlare di voi, sappia che state saldi in un solo spirito e che combattete unanimi per la fede del vangelo, senza lasciarvi intimidire in nulla dagli avversari. Questo è per loro un presagio di perdizione, per voi invece di salvezza, e ciò da parte di Dio; perché a voi è stata concessa la grazia non solo di credere in Cristo; ma anche di soffrire per lui, sostenendo la stessa lotta che mi avete veduto sostenere e che ora sentite dire che io sostengo.
Se c’è pertanto qualche consolazione in Cristo, se c’è conforto derivante dalla carità, se c’è qualche comunanza di spirito, se ci sono sentimenti di amore e di compassione, rendete piena la mia gioia con l’unione dei vostri spiriti, con la stessa carità, con i medesimi sentimenti. Non fate nulla per spirito di rivalità o per vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso, senza cercare il proprio interesse, ma anche quello degli altri.
Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù,
il quale, pur essendo di natura divina,
non considerò un tesoro geloso
la sua uguaglianza con Dio;
ma spogliò se stesso,
assumendo la condizione di servo
e divenendo simile agli uomini;
apparso in forma umana,
umiliò se stesso
facendosi obbediente fino alla morte
e alla morte di croce.
Per questo Dio l’ha esaltato
e gli ha dato il nome
che è al di sopra di ogni altro nome;
perché nel nome di Gesù
ogni ginocchio si pieghi (Is 45, 24)
nei cieli, sulla terra e sotto terra;
e ogni lingua proclami
che Gesù Cristo è il Signore (1 Cor 8, 6),
a gloria di Dio Padre.

Responsorio Cfr. 1 Pt 2, 24; Eb 2, 14; 12, 2
R. Cristo portò i nostri peccati sul legno della croce, * per annientare, con la sua morte, colui che della morte ha il potere.
V. L’autore della nostra fede, in cambio della gioia che gli era posta innanzi, si sottopose alla croce,
R. per annientare, con la sua morte, colui che della morte ha il potere.

Seconda Lettura
Dai «Discorsi» di san Bernardo, abate (Disc. 12 sul salmo 90: Tu che abiti, 3, 6-8; Opera omnia, ed. Cisterc. 4 [1966] 458-462)

Ti custodiscano in tutti i tuoi passi
«Egli darà ordine ai suoi angeli di custodirti in tutti i tuoi passi» (Sal 90, 11). Ringrazino il Signore per la sua misericordia e per i suoi prodigi verso i figli degli uomini. Ringrazino e dicano tra le genti: grandi cose ha fatto il Signore per loro. O Signore, che cos’è l’uomo, per curarti di lui o perché ti dai pensiero per lui? Ti dai pensiero di lui, di lui sei sollecito, di lui hai cura. Infine gli mandi il tuo Unigenito, fai scendere in lui il tuo Spirito, gli prometti anche la visione del tuo volto. E per dimostrare che il cielo non trascura nulla che ci possa giovare, ci metti a fianco quegli spiriti celesti, perché ci proteggano, e ci istruiscano e ci guidino.
«Egli darà ordine ai suoi angeli di custodirti in tutti i tuoi passi». Queste parole quanta riverenza devono suscitare in te, quanta devozione recarti, quanta fiducia infonderti! Riverenza per la presenza, devozione per la benevolenza, fiducia per la custodia. Sono presenti, dunque, e sono presenti a te, non solo con te, ma anche per te. Sono presenti per proteggerti, sono presenti per giovarti.
Anche se gli angeli sono semplici esecutori di comandi divini, si deve essere grati anche a loro perché ubbidiscono a Dio per il nostro bene.
Siamo dunque devoti, siamo grati a protettori così grandi, riamiamoli, onoriamoli quanto possiamo e quanto dobbiamo.
Tutto l’amore e tutto l’onore vada a Dio, dal quale deriva interamente quanto è degli angeli e quanto è nostro. Da lui viene la capacità di amare e di onorare, da lui ciò che ci rende degni di amore e di onore.
Amiamo affettuosamente gli angeli di Dio, come quelli che saranno un giorno i nostri coeredi, mentre nel frattempo sono nostre guide e tutori, costituiti e preposti a noi dal Padre. Ora, infatti, siamo figli di Dio. Lo siamo, anche se questo attualmente non lo comprendiamo chiaramente, perché siamo ancora bambini sotto amministratori e tutori e, conseguentemente, non differiamo per nulla dai servi. Del resto, anche se siamo ancora bambini e ci resta un cammino tanto lungo e anche tanto pericoloso, che cosa dobbiamo temere sotto protettori così grandi?
Non possono essere sconfitti né sedotti e tanto meno sedurre, essi che ci custodiscono in tutte le nostre vie. Sono fedeli, sono prudenti, sono potenti. Perché trepidare? Soltanto seguiamoli, stiamo loro vicini e restiamo nella protezione del Dio del cielo.

14 SETTEMBRE : ESALTAZIONE DELLA SANTA CROCE – UFFICIO DELLE LETTURE

http://www.maranatha.it/Ore/solenfeste/0914letPage.htm

14 SETTEMBRE : ESALTAZIONE DELLA SANTA CROCE

Prima Lettura
Dalla lettera ai Galati di san Paolo, apostolo 2, 19 – 3, 7. 13-14; 6, 14-16

La gloria della croce
Fratelli, mediante la legge io, Paolo, sono morto alla legge, per vivere per Dio. Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita che vivo nella carne io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me. Non annullo dunque la grazia di Dio; infatti se la giustificazione viene dalla legge, Cristo è morto invano.
O stolti Galati, chi mai vi ha ammaliati, proprio voi agli occhi dei quali fu rappresentato al vivo Gesù Cristo crocifisso? Questo solo io vorrei sapere da voi: è per le opere della legge che avete ricevuto lo Spirito o per aver creduto alla predicazione? Siete così privi d’intelligenza che, dopo aver incominciato con lo Spirito, ora volete finire con la carne? Tante esperienze le avete fatte invano? Se almeno fosse invano! Colui che dunque vi concede lo Spirito e opera portenti in mezzo a voi, lo fa grazie alle opere della legge o perché avete creduto alla predicazione?
Fu così che Abramo ebbe fede in Dio e gli fu accreditato come giustizia (Gn 15,6). Sappiate dunque che figli di Abramo sono quelli che vengono dalla fede. Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della legge, diventando lui stesso maledizione per noi, come sta scritto: Maledetto chi pende dal legno (Dt 21,23), perché in Cristo Gesù la benedizione di Abramo passasse alle genti e noi ricevessimo la promessa dello Spirito mediante la fede.
Quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo. Non è infatti la circoncisione che conta, né la non circoncisione, ma l’essere nuova creatura. E su quanti seguiranno questa norma sia pace e misericordia, come su tutto l’Israele di Dio.

Responsorio Cfr. Gal 6, 14; Eb 2, 9
R. Nostro unico vanto è la croce del Signore Gesù Cristo, vita e salvezza e risurrezione per noi: * egli ci ha salvato e liberato.
V. Lo vediamo coronato di gloria e di onore a causa della morte che ha sofferto:
R. egli ci ha salvato e liberato.

Seconda Lettura
Dai «Discorsi» di sant’Andrea di Creta, vescovo
(Disc. 10 sull’Esaltazione della santa croce; PG 97, 1018-1019. 1022-1023).

La croce è gloria ed esaltazione di Cristo
Noi celebriamo la festa della santa croce, per mezzo della quale sono state cacciate le tenebre ed è ritornata la luce. Celebriamo la festa della santa croce, e così, insieme al Crocifisso, veniamo innalzati e sublimati anche noi. Infatti ci distacchiamo dalla terra del peccato e saliamo verso le altezze. È tale e tanta la ricchezza della croce che chi la possiede ha un vero tesoro. E la chiamo giustamente così, perché di nome e di fatto è il più prezioso di tutti i beni. È in essa che risiede tutta la nostra salvezza. Essa è il mezzo e la via per il ritorno allo stato originale.
Se infatti non ci fosse la croce, non ci sarebbe nemmeno Cristo crocifisso. Se non ci fosse la croce, la Vita non sarebbe stata affissa al legno. Se poi la Vita non fosse stata inchiodata al legno, dal suo fianco non sarebbero sgorgate quelle sorgenti di immortalità, sangue e acqua, che purificano il mondo. La sentenza di condanna scritta per il nostro peccato non sarebbe stata lacerata, noi non avremmo avuto la libertà, non potremmo godere dell’albero della vita, il paradiso non sarebbe stato aperto per noi. Se non ci fosse la croce, la morte non sarebbe stata vinta, l’inferno non sarebbe stato spogliato.
È dunque la croce una risorsa veramente stupenda e impareggiabile, perché, per suo mezzo, abbiamo conseguito molti beni, tanto più numerosi quanto più grande ne è il merito, dovuto però in massima parte ai miracoli e alla passione del Cristo. È preziosa poi la croce perché è insieme patibolo e trofeo di Dio. Patibolo per la sua volontaria morte su di essa. Trofeo perché con essa fu vinto il diavolo e col diavolo fu sconfitta la morte. Inoltre la potenza dell’inferno venne fiaccata, e così la croce è diventata la salvezza comune di tutto l’universo.
La croce è gloria di Cristo, esaltazione di Cristo. La croce è il calice prezioso e inestimabile che raccoglie tutte le sofferenze di Cristo, è la sintesi completa della sua passione. Per convincerti che la croce è la gloria di Cristo, senti quello che egli dice: «Ora il figlio dell’uomo è stato glorificato e anche Dio è stato glorificato in lui, e subito lo glorificherà » (Gv 13,31-32).
E di nuovo: «Glorificami, Padre, con quella gloria che avevo presso di te prima che il mondo fosse» (Gv 17,5). E ancora: «Padre glorifica il tuo nome. Venne dunque una voce dal cielo: L’ho glorificato e di nuovo lo glorificherò» (Gv 12,28), per indicare quella glorificazione che fu conseguita allora sulla croce. Che poi la croce sia anche esaltazione di Cristo, ascolta ciò che egli stesso dice: «Quando sarò esaltato, allora attirerò tutti a me» (Gv 12,32). Vedi dunque che la croce è gloria ed esaltazione di Cristo.

15 AGOSTO ASSUNZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA (s) – UFFICIO DELLE LETTURE

15 AGOSTO ASSUNZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA (s)

UFFICIO DELLE LETTURE

Prima Lettura

Dalla lettera agli Efesini di san Paolo, apostolo 1, 16 – 2, 10

Dio ci ha fatto sedere nei cieli, in Cristo Gesù
Fratelli, non cesso di render grazie per voi, ricordandovi nelle mie preghiere, perché il Dio del Signore nostro Gesù Cristo, il Padre della gloria, vi dia uno spirito di sapienza e di rivelazione per una più profonda conoscenza di lui. Possa egli davvero illuminare gli occhi della vostra mente per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità fra i santi e qual è la straordinaria grandezza della sua potenza verso di noi credenti secondo l’efficacia della sua forza
che egli manifestò in Cristo,
quando lo risuscitò dai morti
e lo fece sedere alla sua destra nei cieli,
al di sopra di ogni principato e autorità,
di ogni potenza e dominazione
e di ogni altro nome che si possa nominare
non solo nel secolo presente
ma anche in quello futuro.
Tutto infatti ha sottomesso ai suoi piedi (Sal 8, 7)
e lo ha costituito su tutte le cose a capo della Chiesa,
la quale è il suo corpo,
la pienezza di colui che si realizza interamente
in tutte le cose.
Anche voi eravate morti per le vostre colpe e i vostri peccati, nei quali un tempo viveste alla maniera di questo mondo, seguendo il principe delle potenze dell’aria, quello spirito che ora opera negli uomini ribelli. Nel numero di quei ribelli, del resto, siamo vissuti anche tutti noi, un tempo, con i desideri della nostra carne, seguendo le voglie della carne e i desideri cattivi; ed eravamo per natura meritevoli d’ira, come gli altri. Ma Dio, ricco di misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amati, da morti che eravamo per i peccati, ci ha fatti rivivere con Cristo: per grazia infatti siete stati salvati. Con lui ci ha anche risuscitati e ci ha fatti sedere nei cieli, in Cristo Gesù, per mostrare nei secoli futuri la straordinaria ricchezza della sua grazia mediante la sua bontà verso di noi in Cristo Gesù.
Per questa grazia infatti siete salvi mediante la fede; e ciò non viene da voi, ma è dono di Dio; né viene dalle opere, perché nessuno possa vantarsene. Siamo infatti opera sua, creati in Cristo Gesù per le opere buone che Dio ha predisposto perché noi le praticassimo.

Responsorio
R. Bella, e tutta gloriosa, la Vergine Maria passa da questo mondo a Cristo; * splende tra i santi come il sole tra gli astri.
V. Godono gli angeli, si rallegrano gli arcangeli per l’esaltazione di Maria:
R. splende tra i santi come il sole tra gli astri.

Seconda Lettura
Dalla Costituzione Apostolica »Munificentissimus Deus» di Pio XII, papa
(AAS 42 [1950], 760-762. 767-769)

Santità, splendore e gloria: il corpo della Vergine!
I santi padri e i grandi dottori nelle omelie e nei discorsi, rivolti al popolo in occasione della festa odierna, parlavano dell’Assunzione della Madre di Dio come di una dottrina già viva nella coscienza dei fedeli e da essi già professata; ne spiegavano ampiamente il significato, ne precisavano e ne apprendevano il contenuto, ne mostravano le grandi ragioni teologiche. Essi mettevano particolarmente in evidenza che oggetto della festa non era unicamente il fatto che le spoglie mortali della beata Vergine Maria fossero state preservate dalla corruzione, ma anche il suo trionfo sulla morte e la sua celeste glorificazione, perché la Madre ricopiasse il modello, imitasse cioè il suo Figlio unico, Cristo Gesù.
San Giovanni Damasceno, che si distingue fra tutti come teste esimio di questa tradizione, considerando l’Assunzione corporea della grande Madre di Dio nella luce degli altri suoi privilegi, esclama con vigorosa eloquenza: «Colei che nel parto aveva conservato illesa la sua verginità doveva anche conservare senza alcuna corruzione il suo corpo dopo la morte. Colei che aveva portato nel suo seno il Creatore, fatto bambino, doveva abitare nei tabernacoli divini. Colei, che fu data in sposa dal Padre, non poteva che trovar dimora nelle sedi celesti. Doveva contemplare il suo Figlio nella gloria alla destra del Padre, lei che lo aveva visto sulla croce, lei che, preservata dal dolore, quando lo diede alla luce, fu trapassata dalla spada del dolore quando lo vide morire. Era giusto che la Madre di Dio possedesse ciò che appartiene al Figlio, e che fosse onorata da tutte le creature come Madre ed ancella di Dio».
San Germano di Costantinopoli pensava che l’incorruzione e l’assunzione al cielo del corpo della Vergine Madre di Dio non solo convenivano alla sua divina maternità, ma anche alla speciale santità del suo corpo verginale: «Tu, come fu scritto, sei tutta splendore (cfr. Sal 44, 14); e il tuo corpo verginale è tutto santo, tutto casto, tutto tempio di Dio. Per questo non poteva conoscere il disfacimento del sepolcro, ma, pur conservando le sue fattezze naturali, doveva trasfigurarsi in luce di incorruttibilità, entrare in una esistenza nuova e gloriosa, godere della piena liberazione e della vita perfetta».
Un altro scrittore antico afferma: «Cristo, nostro salvatore e Dio, donatore della vita e dell’immortalità, fu lui a restituire la vita alla Madre. Fu lui a rendere colei, che l’aveva generato, uguale a se stesso nell’incorruttibilità del corpo, e per sempre. Fu lui a risuscitarla dalla morte e ad accoglierla accanto a sé, attraverso una via che a lui solo è nota».
Tutte queste considerazioni e motivazioni dei santi padri, come pure quelle dei teologi sul medesimo tema, hanno come ultimo fondamento la Sacra Scrittura. Effettivamente la Bibbia ci presenta la santa Madre di Dio strettamente unita al suo Figlio divino e sempre a lui solidale, e compartecipe della sua condizione.
Per quanto riguarda la Tradizione, poi, non va dimenticato che fin dal secondo secolo la Vergine Maria vene presentata dai santi padri come la novella Eva, intimamente unita al nuovo Adamo, sebbene a lui soggetta. Madre e Figlio appaiono sempre associati nella lotta contro il nemico infernale; lotta che, come era stato preannunziato nel protovangelo (cfr. Gn 3, 15), si sarebbe conclusa con la pienissima vittoria sul peccato e sulla morte, su quei nemici, cioè, che l’Apostolo delle genti presenta sempre congiunti (cfr. Rm capp. 5 e 6; 1 Cor 15, 21-26; 54-57). Come dunque la gloriosa risurrezione di Cristo fu parte essenziale e il segno finale di questa vittoria, così anche per Maria la comune lotta si doveva concludere con la glorificazione del suo corpo verginale, secondo le affermazioni dell’Apostolo: «Quando questo corpo corruttibile si sarà vestito di incorruttibilità e questo corpo mortale di immortalità, si compirà la parola della Scrittura: La morte è stata ingoiata per la vittoria» (1 Cor 15; 54; cfr. Os 13, 14).
In tal modo l’augusta Madre di Dio, arcanamente unita a Gesù Cristo fin da tutta l’eternità «con uno stesso decreto» di predestinazione, immacolata nella sua concezione, vergine illibata nella sua divina maternità, generosa compagna del divino Redentore, vittorioso sul peccato e sulla morte, alla fine ottenne di coronare le sue grandezze, superando la corruzione del sepolcro. Vinse la morte, come già il suo Figlio, e fu innalzata in anima e corpo alla gloria del cielo, dove risplende Regina alla destra del Figlio suo, Re immortale dei secoli.

29 GIUGNO SANTI PIETRO E PAOLO: UFFICIO DELLE LETTURE

SANTI PIETRO E PAOLO

UFFICIO DELLE LETTURE

Prima Lettura
Dalla lettera ai Galati di san Paolo, apostolo 1, 15 – 2, 10

Incontro di Pietro e Paolo a Gerusalemme
Fratelli, quando colui che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia si compiacque di rivelare a me suo Figlio perché lo annunziassi in mezzo ai pagani, subito, senza consultare nessun uomo, senza andare a Gerusalemme da coloro che erano apostoli prima di me, mi recai in Arabia e poi ritornai a Damasco.
In seguito, dopo tre anni andai a Gerusalemme per consultare Cefa, e rimasi presso di lui quindici giorni; degli apostoli non vidi nessun altro, se non Giacomo, il fratello del Signore. In ciò che vi scrivo, io attesto davanti a Dio che non mentisco. Quindi andai nelle regioni della Siria e della Cilicia. Ma ero sconosciuto personalmente alle Chiese della Giudea che sono in Cristo; soltanto avevano sentito dire: «Colui che una volta ci perseguitava, va ora annunziando la fede che un tempo voleva distruggere». E glorificavano Dio a causa mia.
Dopo quattordici anni, andai di nuovo a Gerusalemme in compagnia di Barnaba, portando con me anche Tito: vi andai però in seguito ad una rivelazione. Esposi loro il vangelo che io predico tra i pagani, ma lo esposi privatamente alle persone più ragguardevoli, per non trovarmi nel rischio di correre o di aver corso invano. Ora neppure Tito, che era con me, sebbene fosse greco, fu obbligato a farsi circoncidere. E questo proprio a causa dei falsi fratelli che si erano intromessi a spiare la libertà che abbiamo in Cristo Gesù, allo scopo di renderci schiavi. Ad essi però non cedemmo, per riguardo, neppure un istante, perché la verità del vangelo continuasse a rimanere salda tra di voi.
Da parte dunque delle persone più ragguardevoli — quali fossero allora non m’interessa, perché Dio non bada a persona alcuna — a me, da quelle persone ragguardevoli, non fu imposto nulla di più. Anzi, visto che a me era stato affidato il vangelo per i non circoncisi, come a Pietro quello per i circoncisi — poiché colui che aveva agito in Pietro per farne un apostolo dei circoncisi aveva agito anche in me per i pagani — e riconoscendo la grazia a me conferita, Giacomo, Cefa e Giovanni, ritenuti le colonne, diedero a me e a Barnaba la loro destra in segno di comunione, perché noi andassimo verso i pagani ed essi verso i circoncisi. Soltanto ci pregarono di ricordarci dei poveri: ciò che mi sono proprio preoccupato di fare.

Seconda Lettura
Dai «Discorsi» di sant’Agostino, vescovo
(Disc. 295, 1-2. 4. 7-8; PL 38, 1348-1352)

Questi martiri hanno visto ciò che hanno predicato
Il martirio dei santi apostoli Pietro e Paolo ha reso sacro per noi questo giorno. Noi non parliamo di martiri poco conosciuti; infatti «per tutta la terra si diffonde la loro voce ai confini del mondo la loro parola» (Sal 18, 5). Questi martiri hanno visto ciò che hanno predicato. Hanno seguito la giustizia. Hanno testimoniato la verità e sono morti per essa.
Il beato Pietro, il primo degli apostoli, dotato di un ardente amore verso Cristo, ha avuto la grazia di sentirsi dire da lui: «E io ti dico: Tu sei Pietro» (Mt 16, 18). E precedentemente Pietro si era rivolto a Gesù dicendo: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (Mt 16, 16). E Gesù aveva affermato come risposta: «E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa» (Mt 16, 18). Su questa pietra stabilirò la fede che tu professi. Fonderò la mia chiesa sulla tua affermazione: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». Tu infatti sei Pietro. Pietro deriva da pietra e non pietra da Pietro. Pietro deriva da pietra, come cristiano da Cristo.
Il Signore Gesù, come già sapete, scelse prima della passione i suoi discepoli, che chiamò apostoli. Tra costoro solamente Pietro ricevette l’incarico di impersonare quasi in tutti i luoghi l’intera Chiesa. Ed è stato in forza di questa personificazione di tutta la Chiesa che ha meritato di sentirsi dire da Cristo: «A te darò le chiavi del regno dei cieli» (Mt 16, 19). Ma queste chiavi le ha ricevute non un uomo solo, ma l’intera Chiesa. Da questo fatto deriva la grandezza di Pietro, perché egli è la personificazione dell’universalità e dell’unità della Chiesa. «A te darò» quello che è stato affidato a tutti. E` ciò che intende dire Cristo. E perché sappiate che è stata la Chiesa a ricevere le chiavi del regno dei cieli, ponete attenzione a quello che il Signore dice in un’altra circostanza: «Ricevete lo Spirito Santo» e subito aggiunge: «A chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi» (Gv 20, 22-23).
Giustamente anche dopo la risurrezione il Signore affidò allo stesso Pietro l’incombenza di pascere il suo gregge. E questo non perché meritò egli solo, tra i discepoli, un tale compito, ma perché quando Cristo si rivolge ad uno vuole esprimere l’unità. Si rivolge da principio a Pietro, perché Pietro è il primo degli apostoli.
Non rattristarti, o apostolo. Rispondi una prima, una seconda, una terza volta. Vinca tre volte nell’amore la testimonianza, come la presunzione è stata vinta tre volte dal timore. Deve essere sciolto tre volte ciò che hai legato tre volte. Sciogli per mezzo dell’amore ciò che avevi legato per timore.
E così il Signore una prima, una seconda, una terza volta affidò le sue pecorelle a Pietro.
Un solo giorno è consacrato alla festa dei due apostoli. Ma anch’essi erano una cosa sola. Benché siano stati martirizzati in giorni diversi, erano una cosa sola. Pietro precedette, Paolo seguì. Celebriamo perciò questo giorno di festa, consacrato per noi dal sangue degli apostoli.
Amiamone la fede, la vita, le fatiche, le sofferenze, le testimonianze e la predicazione.

29 GIUGNO : SANTI PIETRO E PAOLO (S) : LETTURE DELLA MESSA DEL GIORNO

29 GIUGNO : SANTI PIETRO E PAOLO (S)

LETTURE DELLA MESSA DEL GIORNO

Prima Lettura At 12, 1-11
Ora so veramente che il Signore mi ha strappato dalla mano di Erode.

Dagli Atti degli Apostoli
In quel tempo il re Erode cominciò a perseguitare alcuni membri della Chiesa. Fece uccidere di spada Giacomo, fratello di Giovanni. Vedendo che ciò era gradito ai Giudei, fece arrestare anche Pietro. Erano quelli i giorni degli Àzzimi. Lo fece catturare e lo gettò in carcere, consegnandolo in custodia a quattro picchetti di quattro soldati ciascuno, col proposito di farlo comparire davanti al popolo dopo la Pasqua.
Mentre Pietro dunque era tenuto in carcere, dalla Chiesa saliva incessantemente a Dio una preghiera per lui. In quella notte, quando Erode stava per farlo comparire davanti al popolo, Pietro, piantonato da due soldati e legato con due catene, stava dormendo, mentre davanti alle porte le sentinelle custodivano il carcere.
Ed ecco, gli si presentò un angelo del Signore e una luce sfolgorò nella cella. Egli toccò il fianco di Pietro, lo destò e disse: «Àlzati, in fretta!». E le catene gli caddero dalle mani. L’angelo gli disse: «Mettiti la cintura e légati i sandali». E così fece. L’angelo disse: «Metti il mantello e seguimi!». Pietro uscì e prese a seguirlo, ma non si rendeva conto che era realtà ciò che stava succedendo per opera dell’angelo: credeva invece di avere una visione.
Essi oltrepassarono il primo posto di guardia e il secondo e arrivarono alla porta di ferro che conduce in città; la porta si aprì da sé davanti a loro. Uscirono, percorsero una strada e a un tratto l’angelo si allontanò da lui.
Pietro allora, rientrato in sé, disse: «Ora so veramente che il Signore ha mandato il suo angelo e mi ha strappato dalla mano di Erode e da tutto ciò che il popolo dei Giudei si attendeva».

Salmo Responsoriale Dal Salmo 33
Il Signore mi ha liberato da ogni paura.

Benedirò il Signore in ogni tempo,
sulla mia bocca sempre la sua lode.
Io mi glorio nel Signore:
i poveri ascoltino e si rallegrino.

Magnificate con me il Signore,
esaltiamo insieme il suo nome.
Ho cercato il Signore: mi ha risposto
e da ogni mia paura mi ha liberato.

Guardate a lui e sarete raggianti,
i vostri volti non dovranno arrossire.
Questo povero grida e il Signore lo ascolta,
lo salva da tutte le sue angosce.

L’angelo del Signore si accampa
attorno a quelli che lo temono, e li libera.
Gustate e vedete com’è buono il Signore;
beato l’uomo che in lui si rifugia.

Seconda Lettura 2 Tm 4,6-8.17.18
Ora mi resta soltanto la corona di giustizia.

Dalla seconda lettera di san Paolo a Timoteo
Figlio mio, io sto già per essere versato in offerta ed è giunto il momento che io lasci questa vita. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede.
Ora mi resta soltanto la corona di giustizia che il Signore, il giudice giusto, mi consegnerà in quel giorno; non solo a me, ma anche a tutti coloro che hanno atteso con amore la sua manifestazione.
Il Signore però mi è stato vicino e mi ha dato forza, perché io potessi portare a compimento l’annuncio del Vangelo e tutte le genti lo ascoltassero: e così fui liberato dalla bocca del leone.
Il Signore mi libererà da ogni male e mi porterà in salvo nei cieli, nel suo regno; a lui la gloria nei secoli dei secoli. Amen.

Vangelo Mt 16, 13-19
Tu sei Pietro: a te darò le chiavi del regno dei cieli.

Dal Vangelo secondo Matteo
In quel tempo, Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elìa, altri Geremìa o qualcuno dei profeti».
Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente».
E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli».

25 giugno, Ufficio delle Letture : Dal trattato «L’ideale perfetto del cristiano» di san Gregorio di Nissa (Paolo)

25 GIUGNO – UFFICIO DELLE LETTURE

Seconda Lettura
Dal trattato «L’ideale perfetto del cristiano» di san Gregorio di Nissa, vescovo (PG 46, 254-255)

Il cristiano è un altro Cristo
Paolo ha conosciuto chi è Cristo molto più a fondo di tutti e con la sua condotta ha detto chiaramente come deve essere colui che da Cristo ha preso il suo nome. Lo ha imitato con tanta accuratezza da mostrare chiaramente in se stesso i lineamenti di Cristo e trasformare i sentimenti del proprio cuore in quelli del cuore di Cristo, tanto da non sembrare più lui a parlare. Paolo parlava ma era Cristo che parlava in lui. Sentiamo dalla sua stessa bocca come avesse chiara coscienza di questa sua prerogativa: «Voi volete una prova di colui che parla in me, Cristo» (cfr. 2 Cor 13, 3) e ancora: «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Gal 2, 20).
Egli ci ha mostrato quale forza abbia questo nome di Cristo, quando ha detto che è la forza e la sapienza di Dio, quando lo ha chiamato pace e luce inaccessibile, nella quale abita Dio, espiazione e redenzione, e grande sacerdote, e Pasqua, e propiziazione delle anime, splendore della gloria e immagine della sostanza divina, creatore dei secoli, cibo e bevanda spirituale, pietra e acqua, fondamento della fede, pietra angolare, immagine del Dio invisibile, e sommo Dio, capo del corpo della Chiesa, principio della nuova creazione, primizia di coloro che si sono addormentati, esemplare dei risorti e primogenito fra molti fratelli, mediatore tra Dio e gli uomini, Figlio unigenito coronato di onore e di gloria, Signore della gloria e principio di ogni cosa, re di giustizia, e inoltre re della pace, re di tutti i re, che ha il possesso di un regno non limitato da alcun confine.
Lo ha designato con queste e simili denominazioni, tanto numerose che non è facile contarle. Se tutte queste espressioni si raffrontassero fra loro e si cogliesse il significato di ognuna di esse, ci mostrerebbero la forza mirabile del nome di Cristo e della sua maestà, che non può essere spiegata con parole. Ci svelerebbero però solo quanto può essere compreso dal nostro cuore e dalla nostra intelligenza.
La bontà del Signore nostro, dunque, ci ha resi partecipi di questo nome che è il primo e più grande e più divino fra tutti, e noi, fregiati del nome di Cristo, ci diciamo «cristiani». Ne consegue necessariamente che tutti i concetti, compresi in questo vocabolo, si possono ugualmente vedere espressi in qualche modo nel nome che portiamo noi. E perché allora non sembri che ci chiamiamo falsamente «cristiani» è necessario che la nostra vita ne offre conferma e testimonianza.

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