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Colossesi 3,1-5.9-11 – Seconda Lettura

http://www.nicodemo.net/NN/commenti_p.asp?commento=Colossesi%203,1-11

BRANO BIBLICO SCELTO

Colossesi 3,1-5.9-11

Fratelli, 1 se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio; 2 pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra. 3 Voi infatti siete morti e la vostra vita è ormai nascosta con Cristo in Dio! 4 Quando si manifesterà Cristo, la vostra vita, allora anche voi sarete manifestati con lui nella gloria.
5 Mortificate dunque quella parte di voi che appartiene alla terra: fornicazione, impurità, passioni, desideri cattivi e quella avarizia insaziabile che è idolatria.
9 Non mentitevi gli uni gli altri. Vi siete infatti spogliati dell’uomo vecchio con le sue azioni 10 e avete rivestito il nuovo, che si rinnova, per una piena conoscenza, ad immagine del suo Creatore.
11 Qui non c’è più Greco o Giudeo, circoncisione o incirconcisione, barbaro o Scita, schiavo o libero, ma Cristo è tutto in tutti.

COMMENTO
Colossesi 3,1-11

La risurrezione anticipata dei credenti
L’esordio dello scritto ai Colossesi (Col 1,1-23) termina con una enunciazione dei temi che l’autore intende trattare. Essi sono: l’opera di Cristo per la santità dei credenti, la fedeltà al vangelo ricevuto, il vangelo annunziato da Paolo (cfr. 1,21-23). L’ultimo di questi temi è quello trattato per primo (1,24 – 2,5). Successivamente l’autore affronta il secondo tema, che riguarda la fedeltà al vangelo (2,6-23) e infine si concentra sull’opera di Cristo a vantaggio dei credenti (3,1 – 4,1). Il testo liturgico riprende la prima parte di questo terzo sviluppo. Esso si divide in tre parti: l’opera di Cristo nei credenti (vv. 1-4); ammonizioni (vv. 5-9a); invito a rivestirsi dell’uomo nuovo (vv. 9b-11).

L’opera di Cristo nei credenti (vv. 1-4)
Nella parte precedente della lettera l’autore ha criticato le teorie che mettono a rischio la fedeltà al vangelo, esortando i suoi lettori ad abbandonare le false dottrine che vengono loro proposte. Esse inculcano la sottomissione gli elementi di questo mondo, ai quali i colossesi devono ritenersi ormai morti. Questa morte però prelude a una vita nuova, che essi hanno già ottenuto: «Se dunque siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove è Cristo, seduto alla destra di Dio; rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra» (vv. 1-2). La risurrezione dai morti non è più vista da questo autore come un evento escatologico, collegato con il ritorno di Gesù, ma come una realtà già realizzata. Con Cristo, anche i credenti in lui sono già risorti, godono la stessa vita nuova di cui egli è entrato in possesso mediante la sua risurrezione e ascensione al cielo. È questa una convinzione tipica della seconda generazione cristiana, per la quale la parusia è vista ormai come un evento che si perde nella notte dei tempi, ma che ha già avuto una realizzazione anticipata mediante l’associazione del credente a Cristo. Proprio per questo motivo i credenti devono considerarsi come già risorti con Cristo e sono invitati a cercare anche loro le cose di lassù, cioè quelle che stanno a cuore a Cristo nella sua nuova situazione di Messia intronizzato alla destra del Padre. Su di esse essi devono concentrare il loro pensiero, non sulle cose della terra.
La situazione di morte e di vita tipica dei credenti in Cristo viene poi ulteriormente specificata con queste parole: «Voi infatti siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio!» (v. 3). Ciò che è visibile per il momento è solo la loro morte, perché la loro nuova vita, in quanto partecipazione alla vita di Cristo in Dio, non è visibile agli occhi del corpo. Ma «quando Cristo, vostra vita, sarà manifestato, allora anche voi apparirete con lui nella gloria» (v. 4). L’utore ha già spiegato che la risurrezione dei morti non avrà luogo al momento del ritorno di Gesù, ma è già avvenuta. Tuttavia egli sottolinea che solo quando egli verrà, la loro nuova vita sarà manifestata, in quanto anch’essi parteciperanno alla sua gloria.

Ammonizioni (vv. 5-9a)
Nonostante siano già morti e risuscitati con Cristo, i credenti devono ancora portare a termine il loro passaggio attraverso la morte, senza del quale non possono ottenere pienamente la nuova vita in Cristo. L’ammonizione viene divisa in due parti, separate da un inciso riguardante il passato dei colossesi. Anzitutto l’autore scrive: «Fate morire dunque ciò che appartiene alla terra: impurità, immoralità, passioni, desideri cattivi e quella cupidigia che è idolatria; a motivo di queste cose l’ira di Dio viene su coloro che gli disobbediscono» (vv. 5-6). In contrasto con le cose di lassù, le cose che appartengono alla terra si identificano con una serie di cinque vizi che rappresentano altrettante disobbedienze alla volontà di Dio e attirano la sua ira su quelli che li praticano. In questo piccolo catalogo sono elencati soltanto atteggiamenti interiori. Il primo è l’impurità (porneia), cioè l’inclinazione a trasgredire la volontà di Dio in campo sessuale. Essa si accompagna con l’immoralità (akatharsia, che di per se indica l’impurità rituale), la passione (pathos), cioè l’impulso incontrollato verso il male, il desiderio (epithymia) cattivo, quello cioè proibito dall’ultimo comandamento del decalogo, e infine l’avarizia (pleonexia), che viene bollata come una forma di idolatria.
Dopo questo primo elenco, l’autore si ferma per osservare che «anche voi un tempo eravate così, quando vivevate in questi vizi» (v. 7). Questi vizi fanno parte del tipo di vita che era proprio dei colossesi prima della loro adesione a Cristo. Naturalmente si tratta di un giudizio sommario, il cui scopo non è quello di squalificare la vita precedente dei colossesi, ma di fare apprezzare per contrasto la nuova vita data da Cristo.
Riprende l’esortazione, che riguarda di nuovo una serie di vizi: «Ora invece gettate via anche voi tutte queste cose: ira, animosità, cattiveria, insulti e discorsi osceni, che escono dalla vostra bocca. Non dite menzogne gli uni agli altri» (vv. 8-9). Anche questa volta si tratta di cinque vizi, ai quali è stato aggiunto un divieto. Diversamente dai precedenti però questi vizi riguardano non processi interiori, ma azioni esterne. La prima è l’ira (orghê), che indica la reazione violenta nei confronti degli altri. Viene poi l’animosità (thymon), la cattiveria (kakia), gli insulti (blasphêmia) e i discorsi osceni (aischrologia). Infine i colossesi vengono messi in guardia dal ricorso alla menzogna nei loro rapporti vicendevoli. È chiaro che si tratta di vizi che rendono impossibile la vita comunitaria, perché provocano reazioni violente e incontrollate verso gli altri membri della comunità.

Invito a rivestirsi dell’uomo nuovo (vv. 9b-11)
Dopo l’esortazione a far morire le cose di quaggiù, l’autore ritorna a sottolineare quello che i credenti sono già diventati: «Vi siete svestiti dell’uomo vecchio con le sue azioni e avete rivestito il nuovo, che si rinnova per una piena conoscenza, ad immagine di Colui che lo ha creato (vv. 9b-10). L’uomo vecchio è quello che si lascia ancora trascinare dai vizi di cui l’autore ha appena parlato. I colossesi devono liberarsi da esso se vogliono essere uomini nuovi. Si suggerisce però che questo stato non è raggiunto una volta per tutte, ma deve continuamente ricercato, puntando a una conoscenza sempre più approfondita di Dio per diventare simili a lui. La vita cristiana si distingue dunque per il suo dinamismo interno, che porta ad approfondire sempre più il rapporto con Dio.
Questa crescita nella fede ha una conseguenza comunitaria: «Qui non vi è greco o giudeo, circoncisione o incirconcisione, barbaro, scita, schiavo, libero, ma Cristo è tutto e in tutti» (v. 11). Questo testo è ricalcato su Gal 3,18, dal quale però si distingue per il fatto che è caduto il binomio uomo-donna e a esso è sostituito barbaro-scita, in cui la polarizzazione non è più evidente, in quanto gli sciti facevano parte dei barbari. La scomparsa del binomio uomo-donna mostra chiaramente che nella seconda generazione cristiana i rapporti di genere venivano ormai visti di nuovo alla luce dei costumi ambientali. Il fatto che Cristo sia tutto in tutti significa che l’uguaglianza raccomandata da questo testo riguarda direttamente la comunità e non la società civile.

Linee interpretative
In questo testo, come in altri dello stesso scritto, si può percepire l’intento di convincere i lettori che non è più necessario aspettare con impazienza la realizzazione degli eventi escatologici. Infatti la risurrezione, che avrebbe dovuto realizzarsi con il ritorno di Gesù, si è già attuata per coloro che, mediante la partecipazione alla morte e alla risurrezione di Gesù, sono diventati un’unica cosa con lui. Negli ultimi tempi ci sarà solo la piena manifestazione della vita nuova già conseguita dal credente. Ciò comporta che ciascuno deve essere fin d’ora quello che un giorno apparirà in tutta la sua gloria. In questa prospettiva l’impegno a vivere una vita santa è subordinato all’accettazione del dono di Dio. Per questo si dice che l’indicativo precede l’imperativo.
Sullo sfondo del brano si percepisce una forte esperienza comunitaria, che si basa però su un cammino sincero di crescita personale. I vizi nei confronti dei quali il credente viene messo in guardia sono anzitutto atteggiamenti interiori di egoismo e di desideri terreni. Ma il superamento di questi impulsi è in funzione dei rapporti con gli altri, che presuppongono il l’eliminazione dell’ira e di tutto quanto implica una mancanza di rispetto nei loro confronti. Nella comunità, l’ideale da raggiungere è l’unità, che presuppone la rimozione di tutte le barriere che dividono le persone in vista di una vera uguaglianza. Questa unità sarà un giorno la prerogativa dell’umanità rinnovata. Essa però deve essere anticipata nella vita della comunità, che diventa così un segno efficace della potenza di Dio che opera nella sto

COLOSSESI 3: 12-21 – seconda lettura della Festa della Santa Famiglia

http://www.chiesaevangelicadivolla.it/n-23-colossesi-3–12-21.html

DA: CHIESA EVANGELICA DI VOLLA

COLOSSESI 3: 12-21

L’epistola ai Colossesi costituisce un testo di cristologia che merita uno studio attento ed appropriato. Il testo prescelto si colloca nella parte parenetica o esortativa di questo scritto paolinico. Lo possiamo suddividere in due parti: la prima, costituita dai vv. 12-17, che presenta alcuni precetti generali di vita cristiana. Le diversità che connotano i credenti della comunità esigono l’esercizio quotidiano di misericordia, benevolenza, umiltà, mansuetudine, pazienza, sopportazione e perdono vicendevole.

Tutto questo sarà possibile solo quando, come Paolo dice, “La parola di Cristo abita in voi abbondantemente; istruitevi ed esortatevi gli uni gli altri” (v 13). A rileggere il v. 12 si trova un elenco di cinque virtù (misericordia, benevolenza, umiltà, mansuetudine e pazienza), espressioni dell’uomo nuovo, che si contrappongono al catalogo dei cinque vizi elencati nel v. 8 (ira, collera, malignità, calunnia, oscenità) e che richiamano l’uomo vecchio. La pratica di queste virtù di relazione (v. 12) e la cancellazione dei detti vizi di relazione (v. 8) oggi sono consigliate da principi di educazione civica e dai migliori galatei, oltre che da seri psicologi. Poiché è vero che la virtù principe che presiede ogni buon comportamento è l’agàpe (v. 14) è altresì vero che si può parlare di « agàpe » come « educazione ». D’altra parte va ricordato che se le cinque virtù possono essere lette come semplici principi filantropici già noti nel mondo greco (e non manca chi pensa che Paolo le abbia semplicemente mutuate) ciò nulla toglie al fatto che l’apostolo ravvisa in questi comportamenti modelli ispirati e voluti dal Signore come aspetti visibili e percepibili di un corretto amore fraterno ben inserito nella comune vita associata della nostra quotidianità. I vv 15-17 ci pongono di fronte al tema della ‘pace’ quale segno e testimonianza di una riconciliazione avvenuta per mezzo della croce di Gesù Cristo. Per essa la pace è diventata una realtà che si manifesta innanzitutto nelle nostre relazioni più immediate per poi diventare speranza per l’umanità tutta intera. La pace, che costituisce motivo della nostra vocazione (v. 15), è il risultato della azione riconciliatrice della croce di Cristo per la quale si è riconciliato con il mondo (Rm 5:1-11) ed ha reso possibile la pacificazione tra gli uomini (Ef 2:11-22). Qui l’apostolo inserisce un’annotazione sulla importanza edificativa della liturgia o culto pubblico che, incentrato sulla parola annunziata, è occasione per esortarsi reciprocamente “con ogni sapienza, cantando di cuore a Dio, sotto l’impulso della grazia, salmi, inni e cantici spirituali” (v. 16). La seconda parte del nostro brano (vv. 18-21) presenta il cosiddetto “codice domestico” che ad uno studio attento non presenta alcuna novità, per così dire, “cristiana”. Le parole di Paolo si potrebbero senz’altro trovare in pagine di filosofi stoici. “Nell’accogliere questi codici, l’etica dei primi cristiani manifesta il suo carattere borghese. Essa inculca tutto ciò che nel mondo viene comunemente riconosciuto come conveniente (cfr Fil 4:8), non prospetta un programma di riforma nel mondo, si accetta l’ordine costituito (compresa la schiavitù)”, “Il cristianesimo dei primi tempi non cerca di instaurare in questo mondo caduco l’ordine cristiano del mondo. Un’idea del genere era completamente estranea al Nuovo Testamento”. Nel presentare come condotta esemplare la piena sottomissione della moglie al marito l’apostolo Paolo paga un tributo alla mentalità del suo tempo. Nel passo parallelo agli Efesini (5:23) aggiungerà che il marito è ‘capo’, cioè signore, della moglie. Con la espressione ‘nel Signore’ – tutta da comprendere – Paolo ‘cristianizza’ i costumi etici della famiglia ebraica e, in generale, orientale. L’amore dei mariti deve ispirarsi a quello che il Cristo ha verso la Sua chiesa. Un amore che non soffoca ma che alimenta la fiducia reciproca: nel corso del tempo l’amore dell’uno verso l’altro aumenta con l’aumentare della fiducia (‘fede’ per la chiesa) e, soprattutto, della conoscenza. L’obbedienza dei figli richiama il comandamento ma senza l’eccessiva severità di quel tempo. Questa è una novità.

Mario Affuso  

I DOMENICA DI AVVENTO “A” : RISCOPRIRE L’AVVENTO

http://www.micheledileo.net/pagg_sito/liturgia.htm

I DOMENICA DI AVVENTO “A” -  OMELIA

(IS 2,1-5; SAL 121; RM 13,11-14; MT 24,37-44)

RISCOPRIRE L’AVVENTO

La liturgia della Chiesa ci invita a riscoprire da oggi, nell’inizio di un nuovo anno liturgico, una dimensione fondamentale della vita: l’attesa. Essa è parte integrante della nostra vita, a partire dal quotidiano: attendiamo che termini l’orario di lavoro, che giunga l’ora di pranzo; a metà giornata, o al termine di essa, pensiamo al ritorno a casa per rivedere gli affetti a noi cari; infine, attendiamo di coricarci, e il riposo notturno è attesa del giorno successivo. Ci sono poi altri tipi di attesa: la data del matrimonio, il 18° compleanno, la nascita di un figlio, il giorno in cui vedremo che il nostro pargolo cominci a camminare con le proprie gambe, il momento in cui inizierà a balbettare “mamma” e “papà”. Anche per i credenti c’è un’attesa, quella del giorno ultimo: non sappiamo quando avverrà, ma questo non conta, perché Dio ci chiede di non attendere il “quando”, ma il “come”, preparandoci cioè al momento presente. Il nuovo anno liturgico, pertanto, inizia con l’“Avvento”, tempo di grazia –  ricordando l’attesa che per secoli ha coinvolto il popolo di Israele e l’umanità intera – per prepararci non solo al Natale, ma alla vigilanza costante. Ci faremo accompagnare dal libro che apre il Nuovo Testamento: il Vangelo di Matteo. Siamo al capitolo 24, nella sezione che Gesù dedica proprio ai discorsi “escatologici”, sui tempi ultimi. Appare una verità di fondo, necessaria per i credenti di ieri e di oggi: non si tratta di guardare con indifferenza e superficialità a un momento ritenuto lontano, ma ad essere consapevoli che Dio cerca la nostra prontezza nel quotidiano, già da ora. Lo successione del brano odierno riflette l’intera opera del primo Vangelo: esempio e insegnamento, per due volte. Dall’arca di Noè all’avvertimento che la salvezza non riguarderà tutti, dall’esempio del padrone di casa al monito di essere vigilanti. Molti di noi conoscono la vicenda del patriarca: siamo abituati a immaginare questo curioso personaggio che riesce a convincere la propria famiglia a costruire un’arca, tra il sarcasmo dei suoi contemporanei. Il significato però non è affermare il motivo per cui la specie umana e quelle animali sopravvivono, ma – come spiega lo stesso Gesù – il fatto che nel momento del giudizio non tutti saranno pronti, presi – come vediamo anche adesso – nel proprio attivismo sfrenato, o nella vita dedicata all’ozio, o alla certezza che Dio non c’entra affatto con la nostra vita. Il primo richiamo sembra quindi richiamare l’attenzione (o vigilanza) sulla lettura e sull’approfondimento della Scrittura, per non fermarsi al singolo episodio – come quello di Noè – ma comprendendone il profondo significato e il reale insegnamento per la vita. Nel testo della prima lettura, da molti considerato il vero inizio del libro del profeta Isaia, nonostante la collocazione del testo al secondo e non al primo capitolo, parla della moltitudine dei popoli che confluisce verso il monte Sion. Tra le possibili interpretazioni, molti hanno visto in questo monito la potenza della Parola divina, capace di illuminare ogni credente, di condurre alla vera pace (forgeranno le spade in vomeri, le lance in falci), di guidare tutti verso una luce che non tramonta. Facciamo il passo successivo: come detto, lo schema di Matteo si ripete, riportandoci un esempio tratto dalla vita concreta, seguito da una deduzione finale, che ne costituisce l’insegnamento. Anche qui siamo portati a immaginare la figura – forse anche poco simpatica – del ladro che improvvisamente sfonda la porta di casa e viene a derubarci. Perché un esempio del genere? Anche qui siamo chiamati a riflettere e a non fermarci al nostro immaginario. Un ladro capace ha la perspicacia di intuire il momento propizio per operare un furto. È il momento in cui sa che il padrone di casa può abbassare la guardia. Anche noi, come quel padrone, possiamo vivere, nell’arco della vita o nella semplice quotidianità, momenti in cui abbassiamo la guardia. Può essere la noia della vita quotidiana, l’esistenza vissuta senza valori e senza Dio, la certezza che ormai nessuno può toccare ciò che abbiamo costruito e che sappiamo come affrontare e superare ogni ostacolo. Ecco il secondo richiamo, dopo quello sulla Parola: quando ci sembrerà che Dio ormai non possa più far parte della nostra vita, giunge la sua venuta, improvvisa e sorprendente. Come ci troverà? Sicuramente distratti, lontani da Lui. Come evitare questo? Vegliando e stando pronti, ci ricorda il Vangelo, cioè non abbandonando la preghiera (ricordate Gesù che rimprovera i suoi discepoli prediletti sul monte degli ulivi perché dormono anziché pregare come lui per vegliare e non cadere in tentazione?) e tenendosi pronti nella testimonianza quotidiana, fatta anche di piccoli gesti di carità che esprimono la nostra fede e rivelano la nostra speranza. Qualche anno dopo, san Paolo tradurrà in esortazioni concrete il monito di Cristo. Scrivendo ai Romani, l’apostolo non si ferma all’invito di “svegliarsi dal sonno”, ma chiarisce che si tratta di abbandonare tutto ciò che ha a che fare con la “carne”, cioè col peccato: l’ubriachezza, che altera e mortifica l’intelligenza; le impurità, che deturpano il corpo; le contese e le gelosie, che rovinano la serenità propria e i rapporti interpersonali. La liturgia odierna ci ha indicato tutto quello che ci occorre: la meditazione della Scrittura, per tradurla concretamente. Il Signore ci invita a far tesoro del tempo di Avvento, attendendo non solo i progetti di breve o lunga scadenza, ma accogliendo Colui che da senso alla nostra esistenza, l’Unico che potrà donarci quella vita che non ha fine.

Dialogando con i piccoli Iniziamo dicendo che da oggi mancano quattro domeniche al Natale: questo tempo è chiamato “Avvento” ed è anche l’inizio dell’anno liturgico. Facciamo riferimento alla vicenda di Noè, riportata nel Vangelo: di chi parla Gesù? Chi è Noè? Perché ha costruito l’arca? Gli altri, che erano distratti, sono stati sorpresi? Come se ne sono accorti? Passiamo a esempi quotidiani: in questa settimana avete avuto sorprese? Qualche esempio: una visita improvvisa, un litigio che non avremo voluto, un bel regalo, … Perché dire questo? Per far comprendere come noi conosciamo la nostra vita e quello che ci accadrà, ma non possiamo prevedere tutto. Possiamo fare anche il seguente esempio: aspettiamo la visita di un amico. Intanto ci sistemiamo la camera, e magari anche la casa, per fare in modo che tutto sia  a posto. Passa il tempo, e questo amico non si fa vedere, allora ci restiamo male, ritorniamo al disordine che abbiamo sempre avuto … a un certo punto, però, la sorpresa! L’amico viene, magari non da solo, e vede … il nostro disordine. Ma non ci eravamo preparati? Sì, ma non ci abbiamo creduto più di tanto, perciò il nostro amico non avrà visto il nostro impegno per mettere tutto in ordine, ma il disordine che abbiamo sempre avuto e che per un attimo avevamo messo da parte.

Possibile conclusione: come possiamo prepararci a ricevere Gesù? Dopo aver ascoltato qualche risposta, possiamo concludere: leggendo la Bibbia, non dimenticando la preghiera, facendo la carità. L’attesa cristiana: riflessione sulla seconda lettura La lettera ai Romani, “perla” del Nuovo Testamento, riesce a illuminare il cuore del credente per vivere senza fronzoli ma con estrema chiarezza un tempo di grazia, l’Avvento, che all’apparenza potrebbe dir nulla al nostro vissuto quotidiano. Il testo che abbiamo ascoltato è tratto dal capitolo tredicesimo: siamo nella seconda parte della lettera, dedicata, come in molti altri caso dell’epistolario paolino, alle questioni “parenetiche”, o esortative, o morali. Nel capitolo precedente, dedicato al “culto spirituale”, l’apostolo ha raccomandato ciò che molti credenti troppo spesso dimenticano: offrire i propri corpi. Il cristianesimo non è solo questione di “anima” o di spirito, ma un farsi trasformare da Dio nella completezza della persona, anche nella parte fisica. Il testo odierno ci aiuta a comprendere come fare. Seguire Gesù significa “svegliarsi dal sonno”. A una prima lettura, fermandoci al senso letterale, sembrerebbe quasi che l’autore voglia toglierci qualche ora di riposo, magari per dedicarci alla preghiera. In realtà, il richiamo di Paolo non riguarda la scansione del tempo, ma l’essenza della vita cristiana: svegliarsi dal sonno non della notte ma del peccato, per abbandonare cioè il torpore e la mediocrità della vita quotidiana, riscoprendo ogni giorno il “kairos” (termine originale greco), il tempo favorevole. Esso altro non è che quella occasione, costante, per incontrare Gesù Cristo nel tempo presente. Se ci illudiamo di poter abbassare la guardia perché ormai siamo credenti “maturi” e provati più volte nella fede, l’apostolo ci ricorda che è necessaria la vigilanza costante su se stessi, “più di quanto diventammo credenti”. A differenza dei primi cristiani, che furono battezzati in età adulta, noi abbiamo ricevuto il dono della luce in anticipo, per poter sperimentare da subito la grandezza e la ricchezza dello Spirito Santo che può rinnovare continuamente la nostra vita. L’invito dell’apostolo è attualissimo: per alcuni si tratta di non ricadere da quei peccati da cui ci siamo allontanati nel momento della conversione in età adulta, per altri consiste nel non illudersi di esser giunti a chissà quale tappa di “santità”, per taluni invece può consistere nell’abbandonare il vecchio stile di vita. L’autore della lettera lo paragona all’abbandono delle “tenebre”, simbolo del male, per indossare le “armi della luce”, per permettere cioè a Cristo di illuminare la nostra vita. Gli esempi pratici non mancano. Un primo riferimento è per la vita spirituale: legarsi o restare impigliati ai vizi, o farsi travolgere dall’ozio, è un modo concreto per abbandonare la fede, lasciandone spegnere la fiamma, gradatamente, nell’abbandono quotidiano della propria persona, attraverso la costante rovina dei vizi. Orge e ubriachezze sono il male contro la speranza, perché ci allontanano dalla vita nello Spirito ricevuto nel battesimo. L’apostolo, scrivendo duemila anni or sono, fa riferimento all’ubriachezza; noi, oggi, abbiamo solo l’imbarazzo della scelta. Un secondo monito è per la cura del corpo: l’impurità, o le varie forme di lussuria, non sono una dichiarazione personale di indipendenza e di emancipazione, come molti, anche tra i credenti, purtroppo pensano, ma l’inizio di uno stile di vita che rischia di rovinare, a volte irrimediabilmente, la dignità del corpo. Impurità e licenze possono considerarsi il male contro la fede, perché riducono la nostra vita a una sola dimensione, quella corporea Un terzo richiamo, infine, è per il bene dell’anima: san Paolo fa riferimento a contese e gelosie; le prima riescono a portare un tale livello di discordia da negare il saluto tra persone che hanno vissuto in amicizia, anche profonda per anni; le seconde (le gelosie) ci portano invece a non apprezzare i doni che Dio (e a volte chi ci è accanto) fa alla nostra vita, perché riteniamo continuamente che la vera felicità sia altrove, negli oggetti, negli affetti o nelle attestazioni di successo che altri hanno, che vorremmo avere ma che, se otteniamo, non riuscirebbero a colmare il vuoto di un cuore ormai votato solo al male altrui. Contese e gelosie sono pertanto il male contro la carità, perché non ci permettono di vivere nello spirito comunitario voluto dal Signore. L’alternativa a tutto questo, seguendo l’immagine di purificazione nel battesimo, tanto cara a Paolo, è quella di “rivestirsi” di Cristo. Abbandonare i desideri del peccato, chiedendo l’aiuto al Maestro disceso sulla terra, è ciò che salva il credente dalla perdizione quotidiana. Un grande santo, Agostino di Ippona, si convertì proprio leggendo queste parole, in un momento di profondo dolore; si era reso conto che non riusciva in alcun modo a liberarsi dai legacci della vita di peccato, in particolare dalla lussuria, fin quando, dopo tante lacrime versate, ebbe in dono quella parola che cambiò definitivamente la sua vita: “rivestiti di Cristo”. San Paolo, nella seconda lettura, ci offre alcune indicazioni pratiche. Attraverso la sua penna, Gesù ci chiama a seguire la sua luce, per illuminare la nostra mente e il nostro cuore, trasformando la nostra esistenza quotidiana, troppo spesso affezionata a tante forme di peccato, in “vita nuova”, capace di intravedere quella luce che illumina la nostra vita fino alla salvezza nella santità. “Verbum Domini”: riflessione sulla prima lettura Il libro del profeta Isaia è uno dei testi che più ricorre nel tempo di Avvento. Il motivo è il seguente: non si tratta solo del personaggio che più parla delle realtà future, ma di colui che maggiormente riesce a porre l’attenzione sugli elementi fondamentali dell’Avvento. Il punto di partenza per vivere questo periodo di preparazione al Natale è in parte racchiuso nel testo della prima lettura. Avvento significa “venuta” del Signore: realtà futura, che è possibile sperimentare già ora, nel tempo presente. Vediamo come. La visione del profeta inizia con la seguente descrizione: il monte del tempio del Signore, alla fine dei giorni, sarà elevato sulla cima dei monti, e sarà più alto di ogni colle. Si tratta della realtà futura, eterna, definitiva, che i profeti chiamano “Sion”, Giovanni evangelista definisce “Gerusalemme celeste”, e noi “Paradiso”. Fermandoci a tale descrizione, il lettore può avere un’idea, più o meno chiara, di come sarà la vita eterna, ma il profeta, subito dopo, per bocca di Dio, ci invita a non fissare gli occhi solo in alto. L’invito del paragrafo seguente è collettivo: “venite, saliamo al monte del Signore”. Il verbo, avrete notato, è al plurale: Dio vuole che ci salviamo insieme, che andiamo in Paradiso insieme, che non ci ostacoliamo reciprocamente nel cammino di santità. La vita eterna è un dono che il Signore riserva a tutta l’umanità; nello stesso tempo, vuole che ciascuno si salvi anche grazie al prossimo, e non a suo scapito. Realtà futura e impegno comunitario al presente. Dio non si accontenta di indicarci la meta e la via, ma vuol farci vedere anche lo “strumento” principale per giungere alla vita eterna. Da Sion e da Gerusalemme uscirà la “parola del Signore”: Isaia sta parlando della Torah, della Legge racchiusa nei primi cinque libri della Bibbia; noi abbiamo lo stesso tesoro, l’Antico Testamento, completato dalla Rivelazione in Cristo, che costituisce il Nuovo Testamento. Per accedere alle realtà future e renderle presente nel tempo odierno ci viene chiesto di seguire la Parola di Dio: è un impegno concreto, nonché un affascinante stimolo, per iniziare al meglio l’anno liturgico. Quello che noi celebriamo solennemente (alcune chiese particolari celebrano proprio oggi la domenica del “Verbum Domini”, della Parola del Signore) o che teniamo in bella mostra presso i nostri scaffali, può finalmente diventare la guida fondamentale di una vita nella fede. Torniamo al testo in questione: salire verso il monte del Signore non è solo un tempo lontano, ma una realtà che si realizza già al presente, vivendo nell’ascolto del messaggio divino. La Parola, però, si rende concreta non solo quando la leggiamo, o la meditiamo, ma quando porta a scelte concrete, anche a livello mondiale. Il frutto più bello è quello della “Pace”, quella che viene da Dio. Non si tratta solo di fondere le armi in attrezzi da lavoro (spade in vomeri e lance in falci), ma di ritrovare in Dio quel “modus vivendi” che non ha bisogno di imporre la violenza, l’oppressione e la morte. L’inizio del libro del profeta Isaia, primo testo dell’Avvento e di questo nuovo anno liturgico, ci rimanda a un percorso, verso il monte di Sion, attraverso la Parola, che proviene da Sion, cioè da Dio, per vivere nella pace, nell’immagine dei popoli che non avranno più bisogno di esercitarsi nell’arte della guerra. L’invito finale, alla “casa di Giacobbe”, cioè a ciascun credente, è quello di camminare nella “luce del Signore.” Ritroviamo, nell’ultimo versetto, l’invito che caratterizza il tempo di preparazione al Natale: “vieni”. Andiamo dunque incontro al Signore, cercando nel tempo presente il monte di Sion, il Dio di Gesù, costruendo la pace secondo quanto indica la Parola di Dio, in attesa della vita vera, quella che viene da Dio, e che non avrà mai fine. 

LETTERA AI GALATI (il testo per la messa dell’16 giugno 2013 è Gal 2, 16.19-21)

http://proposta.dehoniani.it/txt/galati.html

LETTERA AI GALATI (il testo per la messa dell’16 giugno 2013 è  Gal 2, 16.19-21)

di PEDRON LINO

(sul sito commento a tutta la lettera)

c) L’incidente di Antiochia (2,11-21)

11Ma quando Cefa venne ad Antiochia, mi opposi a lui a viso aperto perché evidentemente aveva torto. 12Infatti, prima che giungessero alcuni da parte di Giacomo, egli prendeva cibo insieme ai pagani; ma dopo la loro venuta, cominciò a evitarli e a tenersi in disparte, per timore dei circoncisi. 13E anche gli altri Giudei lo imitarono nella simulazione, al punto che anche Bàrnaba si lasciò attirare nella loro ipocrisia. 14Ora quando vidi che non si comportavano rettamente secondo la verità del vangelo, dissi a Cefa in presenza di tutti: «Se tu, che sei Giudeo, vivi come i pagani e non alla maniera dei Giudei, come puoi costringere i pagani a vivere alla maniera dei Giudei? 15Noi che per nascita siamo Giudei e non pagani peccatori, 16sapendo tuttavia che l’uomo non è giustificato dalle opere della legge ma soltanto per mezzo della fede in Gesù Cristo, abbiamo creduto anche noi in Gesù Cristo per essere giustificati dalla fede in Cristo e non dalle opere della legge; poiché dalle opere della legge non verrà mai giustificato nessuno».
17Se pertanto noi che cerchiamo la giustificazione in Cristo siamo trovati peccatori come gli altri, forse Cristo è ministro del peccato? Impossibile! 18Infatti se io riedifico quello che ho demolito, mi denuncio come trasgressore. 19In realtà mediante la legge io sono morto alla legge, per vivere per Dio. 20Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me. 21Non annullo dunque la grazia di Dio; infatti se la giustificazione viene dalla legge, Cristo è morto invano.
Sulla base della precedente esposizione dei fatti e delle decisioni prese a Gerusalemme, si potrebbe pensare che le tensioni suscitate dalla comparsa dei « falsi fratelli » giudaisti fossero definitivamente risolte e le questioni chiarite.

Ma l’incidente avvenuto in Antiochia dimostra che le cose non stavano proprio così.
Come fu possibile che ciò avvenisse dopo la stretta di mano a Gerusalemme? A questa domanda si deve anzitutto rispondere: per la situazione particolare della comunità di Antiochia, che era mista, cioè composta da ex giudei e da ex pagani. I contenuti degli accordi di Gerusalemme nella formula riportata da Paolo era questo: « Noi ai pagani, essi ai giudei ». Questa decisione era chiara. Ma come si doveva procedere nella prassi, nei luoghi in cui esisteva una comunità cristiana mista, come ad Antiochia? Sembra che, in un primo momento, nella comunità cristiana di Antiochia siano convissuti senza attrito ex giudei ed ex pagani, uniti nella comunione di mensa. Anche Pietro si comportò così « finché giunsero alcuni da parte di Giacomo », cioè della comunità di Gerusalemme, i quali si scandalizzarono per tale comunione di mensa. Pietro cadde nell’incertezza e si tirò indietro, il che indusse Paolo « a opporsi in faccia a lui » e a mostrargli le conseguenze del suo comportamento, e questo dovette provocare una discussione sul rapporto tra legge e vangelo. Forse i giudeocristiani provenienti da Gerusalemme erano disposti ad ammettere l’esenzione degli etnicocristiani dalla legge, ma ciò che non riuscivano ad accettare era questo: che anche un giudeo (come Pietro) fosse esente da una vita conforme alla legge, quando si fosse fatto cristiano. Secondo loro, un ex giudeo doveva anche da cristiano restare fedele alle tradizioni paterne. Questo problema non era stato risolto a Gerusalemme. E per un giudeo tale problema era veramente grande. Perciò è comprensibile che essi si siano fortemente scandalizzati del comportamento di Pietro che mangiava con gli etnicocristiani e abbiano manifestato vigorosamente il loro risentimento. Ma se avessero avuto ragione, sarebbe stato riconosciuto un ulteriore valore salvifico della legge e la verità del vangelo sarebbe stata di nuovo messa in pericolo. Paolo lo capì subito: di qui il suo appassionato intervento contro Pietro. Paolo può dimostrare di aver difeso la verità del vangelo perfino contro Pietro, quando fu necessario. Anche se i suoi avversari in Galazia si appellassero a Pietro, qui trovano una risposta puntuale, come sopra l’avevano trovata nel caso si fossero appellati a Giacomo. Questo accenno era al tempo stesso la prova più convincente che Paolo non aveva ricevuto il suo vangelo « da un uomo »; altrimenti come avrebbe potuto osare di procedere contro lo stesso uomo-roccia in nome del vangelo?
v.11. L’incidente di Antiochia rappresenta un’ulteriore componente dell’argomentazione con la quale Paolo mostra che il suo vangelo non proviene « da uomo ». In che cosa consisterebbe di fatto l’ « opporsi in faccia » risulta solo dal v. 14: di fronte alla comunità radunata, Paolo chiede severamente conto a Pietro del suo comportamento. E la colpa di Pietro consiste non solo nel timore e nella vile ipocrisia, ma anche nel pericolo che, per effetto del suo singolare comportamento, Pietro minaccia l’unità della comunità, e particolarmente nella sua incoerenza teologica, come Paolo gli fa notare. Paolo ha visto nella condotta di Pietro non tanto un attacco contro di sé, ma contro la verità del vangelo, un attacco al quale bisognava opporsi.
v. 12. Ogni comunione di mensa con i pagani era, per giudei e giudeocristiani di stretta ortodossia, un orrore (At 11,3). Anche Pietro in principio pensava così, finchè Dio non gli cambiò la mente (At 10). Comunque, in Antiochia egli sedeva a mensa con gli etnicocristiani senza farsi problema « prima che giungessero alcuni da parte di Giacomo ». È Giacomo che li ha mandati? Oppure sono arrivati da Gerusalemme alcuni giudeocristiani senza alcun incarico da parte di Giacomo? Stando al testo non si può prendere nessuna decisione a proposito. Paolo afferma semplicemente il fatto del loro arrivo e le conseguenze che esso provocò nella comunità di Antiochia. Molti esegeti sostengono che questi giudeocristiani furono mandati effettivamente da Giacomo ad Antiochia per compiere un’ispezione sui giudeocristiani, sui quali Giacomo, fratello del Signore, pretendeva di esercitare una giurisdizione. Ciò spiegherebbe anche il timore di Pietro nei confronti di questi ispettori. Paolo non si mette neanche a discutere con costoro, ma con Pietro perché costui per Paolo non è un uomo qualunque, ma l’uomo al quale spettano le ultime decisioni.
I giudeocristiani provenienti da Gerusalemme hanno una rigorosa mentalità legalistica e non possono concepire che si possa andare a tavola coi pagani, anche se questi – come essi stessi – sono diventati cristiani. Perciò si scandalizzano di una tale comunione di mensa in Antiochia; a quanto pare, per questo motivo, rivolgono rimproveri particolarmente aspri a Pietro e questi perde coraggio e si tira indietro. Il timore di Pietro si inquadra bene con il suo carattere (processo di Gesù); esso è espressione della sua viltà e della sua propensione a lasciarsi influenzare.
v. 13. Paolo giudica la condotta di Pietro una « ipocrisia », come risulta dall’osservazione: « Essi simularono insieme a lui ». Probabilmente upòkrisis, ipocrisia, vuole semplicemente caratterizzare l’incoerenza del comportamento di Pietro. L’ipocrisia di Pietro si deve interpretare in base al v. 16, ossia a partire dalla migliore « conoscenza » di cui Pietro certamente dispone: come cristiano, egli « sa » precisamente che l’uomo viene giustificato dalla fede e non dalle opere della legge (At 10, 43-48). Quindi egli agisce contro la sua coscienza. Dunque il rimprovero di ipocrisia non riguarda il comportamento tattico di Pietro, ma la sua condotta teologica. Il peggio però fu che anche Barnaba, il coraggioso compagno di lotta di Paolo a Gerusalemme, cominciò a cedere e « si lasciò trascinare dalla loro simulazione »; e probabilmente questo improvviso voltafaccia di Barnaba colpì personalmente Paolo ancor più di quello di Pietro.
v. 14. Paolo vede subito che Pietro, Barnaba e gli altri « non camminano diritto per ciò che riguarda la verità del vangelo ». Contro la loro migliore convinzione tentano di conseguire la verità del vangelo per vie traverse, facendo un giro attraverso il giudaismo, quindi non per la via diretta che porta a Cristo. La via è determinata dalla meta: essa passa attraverso la fede e non attraverso le opere della legge. Poiché Paolo vede Pietro su una strada sbagliata, che allontana dalla verità del vangelo, gliene chiede conto apertamente in presenza di tutti. « Paolo prende sempre tutta la Chiesa locale come testimone dei suoi interventi personali » (Bonnard). Fino a questo momento, con larghezza di vedute, Pietro ad Antiochia non ha tenuto conto della legge giudaica sui cibi. Ma ora, sotto la pressione dei nuovi arrivati da Gerusalemme egli vive nuovamente alla maniera dei giudei. Così, di fatto, costringe gli etnicocristiani a vivere in modo giudaico se vogliono continuare a mantenere anche esteriormente quella comunione ecclesiale che si manifesta nella comunione di mensa. La discussione teologica, alla quale Paolo passa al v.15, sia pure formalmente è indirizzata a Pietro, ma in realtà si rivolge già ai destinatari della lettera, i quali sono proprio personalmente interessati al tema di questa esposizione.
Paolo dimostra le conseguenze teologiche del vivere in modo giudaico: esso annulla il vangelo, perché ripropone nuovamente la speranza della salvezza nelle opere della legge, cosa che adesso anche i Galati vogliono fare.
vv. 15-16. Paolo parte da un fatto innegabile: esistono anche giudei che credono in Gesù Cristo: lui stesso, Pietro, Barnaba… Essi dovettero pur aver un motivo quando si fecero cristiani credenti; e il motivo è questo: essi « sanno » che la giustificazione dell’uomo si ha mediante la fede in Gesù Cristo, e non con l’adempimento delle opere della legge. Che cosa si intende precisamente con queste « opere della legge » che non procurano la giustificazione? Considerato il contesto di Gal 2,16 si pensa alle opere connesse con il modo di vivere giudaico, prima di tutte la prescrizione sui cibi. Ma dagli altri passi della lettera (3,2. 5.10) si ricava che come « opere della legge » non si vuole indicare soltanto le prescrizioni rituali del giudaismo, compresa la circoncisione, ma le « opere » dell’uomo deducibili dalla totalità della legge, dalla Torà. Questa constatazione è confermata dalla Lettera ai Romani (3,20.27-28; 4,2; 9,11-12. 31-32: 11,6).
La giustificazione avviene per fede; ciò è valido per sempre e, secondo l’esegesi scritturistica di Paolo, è già stato valido da sempre come mostra l’esempio di Abramo (Gal 3,6-12; Rm 4, 2-3. 23-24). Al posto del principio della legge, che comunque non portava alla giustificazione (Gal 3,11-12), subentra il principio della fede. La fede è la risposta appropriata a una concreta offerta di grazia da parte di Dio. La fede giustificante ha il suo fondamento oggettivo in quell’evento salvifico che è inscindibilmente congiunto con la persona e l’opera redentrice di Gesù Cristo; essa per ciò non è una fede qualsiasi, ma « fede in Gesù Cristo ». Quindi la fede della giustificazione non è neppure semplicemente – per quanto sia già gran cosa – fiducia nella bontà di Dio. La via della giustificazione dai peccati e del loro perdono da parte di Dio, per i giudei passa attraverso « le opere della legge ». Al contrario, per Paolo la via della salvezza non passa più per le opere della legge, ma esclusivamente attraverso la fede in Gesù Cristo. Cristo è subentrato al posto della legge. L’appropriazione della salvezza non si compie più mediante le opere della legge, ma soltanto per mezzo della fede nel Cristo morto e risorto. In questa prospettiva « la legge è stata il nostro pedagogo fino all’arrivo di Cristo » (3,24). Ma chi viene giustificato dalla fede? La risposta di Paolo è chiara: l’uomo, ogni uomo senza eccezione; che sia giudeo o pagano non fa differenza.
Paolo continua il suo discorso: Anche noi giudeocristiani, benché per nascita fossimo giudei e dapprincipio ci aspettassimo la salvezza dalla legge, ci siamo tuttavia decisi a scegliere la fede in Cristo proprio perché noi siamo giunti alla convinzione che la giustificazione non proviene dalla legge, ma dalla fede in Cristo. « Noi diventammo credenti in Gesù Cristo »: con ciò l’apostolo indica la specificità dalla quale tutto dipende e che distingue la fede cristiana da quella giudaica. Dunque la conversione dei giudei al vangelo ha questo scopo: « essere giustificati dalla fede in Cristo » .
v. 17. Il versetto presenta difficoltà di interpretazione. Se adesso Pietro e gli altri giudeocristiani si ritirano dalla comunione di mensa con gli etnicocristiani ciò suscita facilmente l’impressione che con questa comunione di mensa abbiano agito contro la loro coscienza, compiendo qualcosa di male. E tuttavia sono loro stessi convinti che la giustificazione si deve ricercare solo in Cristo e non nelle prescrizioni rituali del giudaismo riguardanti i cibi. Essi vivevano in Antiochia secondo le norme dei pagani (v. 14). Se ora convertendosi di nuovo alla legge giudaica sono nel vero, la conseguenza non può essere che questa: con il loro sforzo di cercare la giustificazione in Cristo, e non nelle opere della legge, sono diventati anch’essi peccatori come i pagani che non hanno la legge. E allora si pone la domanda che è tutta un rimprovero: Cristo sarebbe dunque un complice del peccato, sarebbe al servizio del peccato? « Non sia mai! ».
v. 18. Il versetto spiega perché chi tornasse a condurre una vita secondo la legge, per ciò stesso si qualificherebbe da sé come un « trasgressore » della Torà e quindi come un pagano senza la legge. Con i termini contrapposti demolire – ricostruire, Paolo sembra riprodurre un’espressione rabbinica. Dietro l’aggettivo indeterminato « queste cose » si nasconde la concezione della legge come parete divisoria, che nell’opinione giudaica separa i giudei dai pagani. Pietro ha abbattuto questa parete divisoria quando praticava la comunione di mensa con gli etnicocristiani, adesso comincia di nuovo a ricostruirla. Se lo fa, vuol dire che egli stesso giudica la sua precedente comunione di mensa con gli etnicocristiani come qualcosa di peccaminoso, e così si classifica spontaneamente come un trasgressore della legge.
v. 19. Paolo propone un’idea del tutto nuova e a prima vista incomprensibile: « Mediante la legge sono morto per la legge ». Il pensiero potrebbe essere più chiaro se dicesse: « Mediante la fede e il battesimo sono morto alla legge »; ma questo complemento non c’è. Il commento teologico a Gal 2,19 si trova in Rm 7,1-6, specialmente nel v. 6. La legge, benché fosse per sua natura una forza vitale (Gal 3,12) e santa (Rm 7,12), di fatto è diventata una potenza di morte (Rm 7,10). Alla legge è stata congiunta da Dio la promessa della vita, ma ciò vale solo per colui che l’adempie (Gal 3,12). Chi non l’adempie è votato alla sua maledizione apportatrice di morte. E, in realtà, secondo Paolo nessuno è in grado di adempiere le rigide esigenze della legge. Perciò tutti « per mezzo della legge » sono vittime della morte, « morti ». Da Dio stesso con la legge è stata offerta all’uomo la possibilità della vita o della morte: « Vedi, io pongo oggi davanti a te la vita e il bene, la morte e il male » (Dt 30,15). All’uomo la scelta: se adempie la legge, ha la vita dinanzi a Dio; se la trasgredisce, incorre nella maledizione mortifera della legge. E Paolo non ha esitazioni nel constatare la morte dell’uomo « ad opera della legge »! Ma come può aggiungere: « affinché io viva per Dio »? Gli enunciati di questo verso sono troppo concisi e non esplicano sufficientemente la teologia che sottintendono. Solo conoscendo la teologia complessiva delle Lettere ai Romani e ai Galati, si può comprendere la connessione concettuale fra questo « essere crocifisso con Cristo » e il « morire a discapito della legge ». Dietro l’espressione « io sono crocifisso con Cristo » si nasconde un punto capitale della teologia battesimale di Paolo, secondo cui il battesimo è un misterioso morire con Cristo (Rm 6,3-9; Col 2,12; 2Cor 6,9). Per Paolo nel battesimo non ci si ferma al morire con Cristo, ma contemporaneamente è un venire risuscitati con lui a una vita nuova. In Cristo il battezzato ha ricevuto un nuovo Signore, che è subentrato al posto della legge (Rm 7,1-6). Allora, se è vero che noi siamo stati sospinti nella morte dalla legge, il morire fu però un morire insieme a Cristo, il Vivente, cosicché ora noi viviamo « per Dio ». La legge non può più avanzare alcuna pretesa su di noi; la sua maledizione mortifera è stata abolita da Cristo (Gal 3,13). Da Cristo è stata creata una situazione di salvezza completamente nuova, con la quale è eliminata una volta per tutte l’antica situazione di morte, nella quale ci trovavamo mentre imperava la legge.
Veramente, secondo l’Antico Testamento il fine della legge era « una vita per Dio » ma, data la debolezza della carne e la peccaminosità dell’uomo da essa provocata, questo fine non veniva raggiunto. Ora invece, grazie alla morte in comunione con Cristo, esso deve e può essere raggiunto. Come fa capire l’espressione « affinché io viva per Dio », questa vita nuova è intesa anzitutto in senso etico, cioè essa si manifesta esistenzialmente nell’obbedienza all’imperativo divino (Rm 6,2.4.11 ss.; 7,4; 2Cor 5,15; 1Tm 6,18-19). È vero che chi è morto alla legge non è più tenuto a compiere le opere della legge, ma non è neppure abbandonato al libertinismo pagano e alla mancanza di legge dei pagani, ma ora è più che mai obbligato a vivere per Dio, perché Cristo vive in lui. Di ciò si tratta nel v. seguente.
v. 20. Il verbo « vivere » del v.19 ha fornito all’apostolo uno spunto decisivo, che dà origine a quattro frasi contenenti il medesimo termine. Da Cristo oramai è stato inaugurato l’eone nuovo, escatologico, che pone fine all’eone antico, contraddistinto dalla legge. Dunque la dichiarazione « Cristo vive in me » ha un senso ontologico ed escatologico. Per il fatto che Cristo, fondatore e fondamento del nuovo eone, vive nel battezzato, questi vive davvero nel futuro salvifico, già iniziato, della signoria di Cristo e quindi è sottratto all’eone della legge. Sennonché questa « esistenza in Cristo » del battezzato ha una sua particolare proprietà: per adesso è ancora un’esistenza « nella carne ». Ma benché il battezzato « adesso » viva ancora « nella carne » e perciò diretto alla morte fisica, egli tuttavia « vive nella fede » del Figlio di Dio. « Nella carne » e « nella fede » richiamano le condizioni esistenziali tuttora esistenti: io sono ancora « nella carne » e non vivo ancora nella contemplazione, ma « nella fede ». E la fede nella quale vivo non è una fede generica, ma precisamente fede « nel Figlio di Dio che mi ha amato e ha dato se stesso per me ». Poiché il Figlio di Dio mi ha amato e si è sacrificato per me, la mia esistenza carnale è un’esistenza di piena fiducia e di ferma speranza. Cristo non mi abbandonerà alla sorte che tocca all’esistere nella carne, a quell’essere fisicamente votato alla morte, ma farà sì che la mia vita vera – ricevuta nel battesimo e per il momento nascosta con Cristo in Dio (Col 3,3) – abbia il sopravvento definitivo sulla morte. La vita trascorsa nella fede è sicuramente un’esistenza provvisoria, ma con la certezza che il Cristo vivente in me e morto per me vincerà il mio destino di morte congiunto all’esistenza nella carne (Rm 7,24; 8). Mentre l’esistenza « nella carne » destina alla caducità e alla morte, l’esistenza « nella fede » indirizza al futuro di Dio. « La fede, infatti, è anticipazione del futuro » (Bisping).
v. 21. « Non invalido la grazia ». La grazia è il fatto che Cristo ha dato se stesso per me. Il Figlio di Dio è andato alla morte « per me », cioè al mio posto e in mio favore. Questo è un avvenimento di grazia perché io fui graziato e ricevetti la vita di Cristo, senza la legge, ma per puro amore di Dio verso di me. Perciò qui chàris assume il significato di « ordinamento di grazia » che si contrappone ad un altro ordinamento, al sistema della legge. Con questo versetto Paolo propone un aut-aut: o la legge o il vangelo! E che il divino ordinamento della grazia sia concepito in contrasto con la legge risulta chiaro dal seguito dello scritto: « Infatti se la giustizia proviene dalla legge, allora Cristo è morto invano ». Paolo afferma che la salvezza escatologica, la giustificazione viene soltanto dal Cristo morto e risorto. E la via che conduce ad essa è la via della fede. « L’antica possibilità di connessione con la legge, che pone il giudeo di fronte a Dio e che si realizza nell’adempimento dei precetti, è abolita coll’ »in Cristo », ossia è sostituita da una nuova, più stretta connessione, che concede agli uomini di partecipare di Dio mediante suo Figlio, apparso nella carne. Il nuovo principio di questa partecipazione è la fede, che per il cristiano ha abrogato il vecchio principio della legge, che collegava il giudeo a Dio » (Schoeps). Secondo Paolo la legge era in funzione e preparazione alla nuova alleanza che Dio avrebbe fatto attraverso il suo Messia. Ora il Messia è venuto e quindi la legge ha adempiuto la sua funzione « che indirizzava al di là di se stessa » ossia al Cristo. « La legge è stata il nostro pedagogo finché non fosse venuto il Cristo, affinché fossimo giustificati dalla fede » (Gal 3,24). La legge come via di salvezza è superata dalla morte vicaria ed espiatrice di Cristo. Altrimenti Cristo sarebbe morto invano; la sua venuta nel mondo e la sua morte sarebbero state superflue. A dire il vero anche i giudeocristiani, o più esattamente i giudaisti cristiani, non negavano la portata salvifica della morte di Cristo. Però vedevano il rapporto legge-Cristo diversamente da Paolo. Anche secondo loro « Cristo morì per i nostri peccati », perché noi non abbiamo soddisfatto le esigenze della legge e anche in futuro più volte non le soddisferemo. Proprio per questo, Cristo con la sua morte espia. Ma a loro giudizio ciò non significa che per questa ragione la legge sia messa fuori gioco; anche in seguito la Torà continuerà a sussistere in tutta la sua completezza e validità. Per chi si sottrae alle sue esigenze, anzi la dichiara nulla, anche la morte di Cristo non ha un’importanza salvifica. Così i « giudaisti » fra i giudeocristiani cercavano di prendere sul serio e l’una e l’altra cosa: la Torà con il suo permanente valore e, insieme, la croce di Cristo. Paolo invece vede diversamente la relazione tra legge e Cristo, tra il dominio della legge e il dominio della grazia. Egli è convinto che con la risurrezione di Cristo è già cominciato il futuro eone della vita eterna. La conseguenza per Paolo è che così ha avuto inizio anche un nuovo ordinamento di salvezza con una nuova via di salvezza: il tempo in cui tutto è regolato dalla grazia di Dio, in cui la giustificazione dell’uomo avviene « per fede » e non più per le opere della legge. Quindi, nel pensiero di Paolo Cristo segna l’autentica cesura della storia: ciò che stava prima di lui è l’eone antico, contrassegnato dal potere della legge che conduce alla morte; ciò che comincia con lui è l’eone avvenire, nuovo, nel quale viene concesso ai credenti mediante il battesimo e la fede il dono escatologico della vita, e così è già completamente infranto il dominio della morte esercitato dalla legge. Per Paolo, Cristo è « la fine della legge per chiunque crede » (Rm 10,4). A questo riguardo vogliamo ricordare che Paolo ha elaborato la sua teologia della legge non contro il giudaismo, ma contro i suoi avversari « giudaisti » cristiani. In Galati egli lotta contro un falso vangelo cristiano.

VII SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO – UFFICIO DELLE LETTURE -LUNEDÌ -(molto San Paolo)

http://www.maranatha.it/Ore/ord/LetLun/07LUNpage.htm

VII SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO – LUNEDÌ -(molto San Paolo)

UFFICIO DELLE LETTURE

Seconda Lettura
Dalle «Omelie sull’Ecclesiaste» di san Gregorio di Nissa, vescovo
(Om. 5; PG 44, 683-686)

Il saggio ha gli occhi in fronte
Se l’anima solleverà gli occhi verso il suo capo, che è Cristo, come dichiara Paolo, dovrà ritenersi felice per la potenziata acutezza della sua vista, perché terrà fissi gli occhi là dove non vi è l’oscurità del male.
Il grande apostolo Paolo, e altri grandi come lui, avevano «gli occhi in fronte» e così pure tutti coloro che vivono, che si muovono e sono in Cristo.
Colui che si trova nella luce non vede tenebre, così colui che ha il suo occhio fisso in Cristo, non può contemplare che splendore. Con l’espressione «occhi in fronte», dunque, intendiamo la mira puntata sul principio di tutto, su Cristo, virtù assoluta e perfetta in ogni sua parte, e quindi sulla verità, sulla giustizia, sull’integrità; su ogni forma di bene. Il saggio dunque ha gli occhi in fronte, ma lo stolto cammina nel buio (Qo 2, 14). Chi non pone la lucerna sul candelabro, ma sotto il letto, fa sì che per lui la luce divenga tenebra. Quanti si dilettano di realtà perenni e di valori autentici sono ritenuti sciocchi da chi non ha la vera sapienza. E` in questo senso che Paolo si diceva stolto per Cristo. Egli nella sua santità e sapienza non si occupava di nessuna di quelle vanità, da cui noi spesso siamo posseduti interamente. Dice infatti: Noi stolti a causa di Cristo (1 Cor 4, 10) come per dire: Noi siamo ciechi di fronte a tutte quelle cose che riguardano la caducità della vita, perché fissiamo l’occhio verso le cose di lassù. Per questo egli era un senza tetto, non aveva una sua mensa, era povero, errabondo, nudo, provato dalla fame e dalla sete.
Chi non lo avrebbe ritenuto un miserabile, vedendolo in catene, percosso o oltraggiato? Egli era un naufrago trascinato dai flutti in alto mare e portato da un luogo all’altro, incatenato. Però, benché apparisse tale agli uomini, non distolse mai i suoi occhi da Cristo, ma li tenne sempre rivolti al capo dicendo: «Chi ci separerà dalla carità che è in Cristo Gesù? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada?«» (cfr. Rm 8, 35). Vale a dire: Chi mi strapperà gli occhi dalla testa? Chi mi costringerà a guardare ciò che è vile e spregevole?
Anche a noi comanda di fare altrettanto quando prescrive di gustare le cose di lassù (cfr. Col 3, 1-2) cioè di tenere gli occhi sul capo, vale a dire su Cristo.

Responsorio   Cfr. Sal 122, 2; Gv 8, 12
R. Ecco, come gli occhi dei servi sono rivolti alla mano dei padroni. * I nostri occhi al Signore nostro Dio, finché abbia pietà di noi.
V. Io sono la luce del mondo; chi segue me, non cammina nelle tenebre, ma avrà la luce della vita.
R. I nostri occhi al Signore nostro Dio, finché abbia pietà di noi.

EFFUSIONI DELLO SPIRITO SANTO (Rm 8, 1-17)

http://www.gesuconfidointe.org/dblog/articolo.asp?articolo=64

EFFUSIONI DELLO SPIRITO SANTO (Rm 8, 1-17)

Di Padre Bentivegna – RnS

 L’intervento ripercorre, attraverso l’esegesi di un brano della Lettera ai Romani (Rm 8, 1-17), ricevuto in preghiera, lo stile di vita nuova, che viene introdotto nell’esistenza di quanti fanno vera esperienza di una rinnovata effusione dello Spirito di Pentecoste. L’autore, per affrontare questo tema, affascinante e complesso, riporta l’interpretazione che le espressioni dell’Apostolo ricevono negli scritti dei Padri più rappresentativi della Chiesa. 
Prima di commentare questo brano della Lettera di san Paolo ai Romani (Rm 8, 1-17), vorrei ricordare il testo in cui si afferma testualmente che nelle lettere di Paolo: «ci sono alcune cose difficili da comprendere e gli ignoranti e gli instabili le travisano, al pari delle altre Scritture, per loro propria rovina» (2 Pt 3, 16).
Ebbene, proprio questo passo della Lettera ai Romani è considerato tra i più difficili di tutte le lettere di san Paolo: per 5 volte, ricorre la parola « Legge » con significati differenti; la parola « carne » con sfumature diverse viene ripetuta 12 volte; la parola « spirito » con significati vari ritorna 13 volte; e il termine « Cristo » viene presentato in un gioco di prospettive.
Da parte mia, per affrontare questo tema, mi sono rivolto a coloro i quali, lungo la storia della Chiesa, da buoni padri della nostra fede, ci hanno insegnato come interpretare queste espressioni così impegnative della parola di Dio. Intanto, per il fatto che voi rileggete, con un cuore ben disposto, questa parola, essa, anche se non ben compresa, ottiene il suo effetto. La parola di Dio, quando è bene accolta, esercita sempre la sua efficacia, allontanando da noi il malefico influsso di ogni forza avversa che non si concilia con la presenza del Signore (cf Eb 4, 12). Vorrei ora passare all’interpretazione di ogni singola espressione, attraverso quindici paragrafi ispirati ai vari commenti dei Padri della Chiesa. Si tratta di pensieri non strettamente coordinati e talvolta ripetitivi, come non rigorosamente coordinato e ripetitivo è lo stile che in questo brano viene usato da san Paolo.
Nessuna condanna per chi accoglie Gesù
«Non c’è dunque più nessuna condanna per quelli che sono in Cristo Gesù» (Rm 8, 1).
Questa affermazione presuppone che noi ormai « siamo » in Cristo Gesù. Quand’è che siamo in Cristo? Quando abbiamo ricevuto il battesimo. E cosa succede dopo che abbiamo ricevuto il battesimo?
Se moriamo senza nuovi peccati andiamo dritti in paradiso (cf concilio di Trento, DS 1515).
Dopo il battesimo, poi, c’è una sorta di secondo battesimo, attraverso il quale – se abbiamo personalmente offeso il Signore perdendo la grazia con il peccato mortale o riducendone la forza con il peccato veniale – grazie all’assoluzione sacramentale, ritorna o si rinnova in noi la presenza dei Signore. Allora, se siamo sinceramente pentiti per quello che ci ha afflitto agli occhi del Signore, ritroviamo la nostra buona condizione di non condanna dinanzi a Cristo. Dopo che una persona ha ricevuto il battesimo o l’assoluzione sacramentale dei suoi peccati, non c’è più in essa alcuna colpa, nulla che sia degno di dannazione eterna. Rimane però sempre la concupiscenza o stimolo al male e la soggezione alla pena da scontare per i peccati commessi e rimessi dopo il battesimo.
 Lo Spirito libera dal peccato 
«Poiché la legge dello Spirito che dà vita in Cristo Gesù ti ha liberato dalla legge del peccato e della morte» (Rm 8,2).
Abbiamo lo Spirito che, con la sua azione, rinnova la nostra vita e ci dà la grazia di amare con un cuore pieno dei sentimenti di Gesù. Se accettiamo il dominio dello Spirito di Gesù, rimane lontana da noi ogni tendenza a perdere la pace del Signore. Se ci capita di perdere la pace dei cuore, si tratta di un impulso che non viene dallo Spirito Santo ma dallo spirito del diavolo, al quale il Signore permette di oltraggiare la nostra natura ferita. 
Questa è una « Legge » che ci mortifica: ecco cosa vuole dire san Paolo. La legge del peccato e della morte sono principi insiti nella nostra natura decaduta, che ci portano ad agire in contrasto con la nostra ragione; ma se pregando ci mettiamo in comunione con lo Spirito Santo, riusciremo a superare questa umiliante condizione. 
Le convinzioni umane non bastano a salvarci 
«Infatti ciò che era impossibile alla legge, perché la carne la rendeva impotente, Dio lo ha reso possibile» (Rm 8,3a). 
La legge, di cui qui si parla, cos’è? Si intende l’insieme delle convinzioni umane, che riempiono di confusione la nostra testa: e quante ne abbiamo! Si tratta di credenze e atteggiamenti che non hanno la capacità di orientare la nostra vita verso la salvezza, verso la liberazione da tutto ciò che è disordine, perché questa liberazione può venire solo dal Signore. 
Le semplici convinzioni umane (la « Legge ») non ci danno la luce necessaria per camminare verso il cielo. La nostra natura, lasciata a se stessa, ci impedisce di compiere opere buone per la vita eterna, non può elevare le nostre inclinazioni a fare cose degne di Dio (Teofilatto). 
Quando ragioniamo solo con la nostra testa, sbagliamo. Perché questo non avvenga, dovremmo poter dire: quello che sto facendo lo farebbe anche Gesù. Pensiamo bene a questo. Se non possiamo dirlo, vuol dire che siamo sotto la legge della carne, dei peccato: quello che sto facendo non è benedetto da Gesù. 
Quando Gesù mi benedice, «posso sentire la spinta al male, ma dispongo – dice sant’Agostino – delle forze sufficienti per non consentire, perché lo Spirito di Gesù ci ha liberato dalla legge dei peccato e della morte», cioè da tutti i principi estranei a Dio che svuotano di senso la nostra vita. 
Lo Spirito di Gesù ci fa ricominciare da capo 
«Mandando il proprio Figlio in una carne simile a quella del peccato e in vista del peccato, egli ha condannato il peccato nella carne» (Rm 8,3b). 
Il Figlio è stato inviato dal Padre con la missione di caricarsi della nostra natura con tutte le ferite causate dal peccato. In questo modo il Padre ha liberato ogni uomo dall’incapacità di compiere azioni degne di salvezza, cioè dall’incapacità di andare in paradiso. 
Noi dobbiamo realizzare alla perfezione il disegno di salvezza che il Signore ha per noi, in maniera che scompaia tutto ciò che non è accetto ai suoi occhi. Ecco, allora, come si può salvare il mondo, come si può realizzare la missionarietà, l’ecclesialità, l’evangelizzazione, la comunione. Quando hai fatto tutto quello che il Signore si attende da te, fai aumentare la « colata di lava » piena di grazia, che invade il mondo. Questo è il mistero che dobbiamo professare e adorare: il mistero della grazia dei Signore nel mondo, grazia che aumenta anche con un’Ave Maria detta bene. 
Gesù si è fatto carne in vista dei sacrificio destinato a espiare il peccato. Diverse volte san Paolo parla di Cristo in questi termini e afferma che Dio lo fece peccato per noi e mediante il suo corpo crocifisso prese e abolì il peccato. Eppure il peccato è rimasto. Allora, Gesù cosa ha abolito? Le conseguenze eterne dei peccato. Mediante il peccato di coloro che lo hanno crocifisso cancellò il peccato, si servì persino di quel peccato per fare del bene a noi e, speriamo, anche a coloro che lo hanno crocifisso. 
E’ difficile, per noi, capire come il Signore operi attorno a noi la salvezza. Ricordiamo, ad esempio, tante carneficine descritte come approvate da Dio nel Vecchio Testamento. In simili descrizioni Dio, che vuole la salvezza di tutti, si abbassa al nostro linguaggio. Ecco un motivo di riflessione per tutte le tristezze che accompagnano la cultura umana nella quale viviamo e anche i suoi progressi. 
Quando leggiamo: «ora non c’è più circoncisione, non c’è né giudeo, né greco, né schiavo» (cf Gal 3, 28), dobbiamo tenere presente che Paolo scrive in un’epoca in cui ancora esistevano gli schiavi. Eppure, il Signore proclama il principio di abolizione della schiavitù, anche se poi si adatta al progresso lento della cultura umana. La stessa cosa fa anche nella vita di ciascuno di noi. 
«Il Figlio è stato inviato dal Padre con la missione di caricarsi della nostra natura con tutte le ferite causate dal peccato. In questo modo ha liberato ogni uomo dalla incapacità di compiere azioni degne di salvezza, cioè della beatitudine eterna» (Teofilatto). 
«Mediante il sacrificio destinato a espiare il peccato (cf 2 Cor 5, 21), mediante il suo corpo crocifisso prese e abolì il peccato, cioè le conseguenze eterne del peccato. Mediante il peccato di coloro che l’hanno crocifisso, cancellò il peccato» (Agostino). 
Gesù, subendo ingiustamente e da innocente la condanna del peccato (la morte per noi) ci ha liberato da due mali: ha condannato il diavolo, autore della morte di Cristo (Ilario); ha tolto al diavolo il dominio che, a causa del peccato, esercitava sugli altri uomini. Questo, secondo san Giovanni Crisostomo, è il significato della promessa di Gesù: “ Il Consolatore convincerà il mondo quanto al peccato» (cf Gv 16, 8). 
Quante volte Paolo ripete la stessa idea! Questo metodo è educativo. Infatti, anche Gesù ripete molte volte che dobbiamo amare gli altri come noi stessi. Questa maniera di educarci viene da Gesù ed è seguita anche da san Paolo. Però, siccome Paolo non era Gesù, le sue espressioni non sono felici come quelle usate dal Maestro.
Cerchiamo, allora, di capire cosa Paolo ci vuole dire quando insegna che le convinzioni umane non sono capaci di elevare le nostre inclinazioni a fare cose degne di Dio. Vuole insegnarci che dobbiamo ogni giorno guardare al distacco che c’è fra le iniziative del Signore e quello che facciamo. Questo non ci deve abbattere, ma ci deve incoraggiare a ricominciare sempre da capo, finché lo Spirito di Gesù non avrà conseguito in noi la sua ultima vittoria. 
Lo Spirito di Gesù continuamente ci purifica. 
«Perché la giustizia della legge si adempisse in noi, che non camminiamo secondo la carne ma secondo lo Spirito» (Rm 8,4). 
«Quelli infatti che vivono secondo la carne, pensano alle cose della carne» (Rm 8,5a). 
San Paolo ribadisce che i principi di bontà dettati dalla ragione (« la Legge ») non sono buoni per farci meritare la vita beata. Devono prima essere purificati dallo Spirito che dà a questi principi un valore e un significato nuovo, cioè li rende utili per la vita eterna. Questa purificazione avviene non in virtù delle nostre inclinazioni naturali (« secondo la carne”), ma in virtù della dignità che la presenza dello Spirito Santo dà a tutte le cose che facciamo (“secondo lo Spirito »). Tutti i mezzi che usiamo devono essere assoggettati all’uso voluto dal Signore (G. Crisostomo). 
Gli uomini che si regolano secondo dettami suggeriti dai loro istinti umani seguono, approvano,scelgono, ambiscono e gustano le cose che tengono presente solo la compiacenza o approvazione degli uomini (“le cose della carne »). Non hanno alcun riguardo per la legge della carità, cioè per la presenza di quei sentimenti – i sentimenti dei Signore – che attirano su di noi la compiacenza di Dio.
Abitualmente sentiamo dire: « Ho fatto tanto del bene e qualcuno, per giunta, mi ha disprezzato». Chi si mette sinceramente al servizio del Signore, dice sant’Ignazio, dovrebbe invece rimanere contento o addirittura desiderare obbrobri e disprezzi, perché da queste due cose procede l’umiltà » (Esercizi spirituali, n. 146). Meglio subire insuccessi che raggiungere successi collegati alla legge della .carne. Questo non significa che bisogna provocare gli insuccessi, ma se arrivano dobbiamo essere in grado di accettarli e benedirli, in forza dello Spirito di preghiera. 
Lo Spirito di Gesù ci spinge con le sue mozioni 
«Quelli che vivono secondo lo Spirito pensano alle cose dello Spirito» (Rm 8,5b). 
Dobbiamo abituarci a vivere in continua comunione con lo Spirito. Il fatto che san Paolo parlava dell’essere « morti », ha questo significato: dobbiamo smetterla di sistemarci la vita su due strade parallele. L’unica strada è quella di Gesù, dobbiamo camminare stretti a Gesù che si fa porta e via della nostra vera vita.
Le persone spirituali pensano alle cose dello Spirito, assecondano le emozioni, gli istinti suscitati in loro dallo Spirito Santo, istinti insoliti, imprevedibili, bellissimi. Vivono per una sola cosa: seguire le vie dettate dalla carità in tutte le loro affezioni, in tutti i loro interessi, in tutte le loro iniziative. Assecondano le mozioni e gli impulsi suscitati in loro dallo Spirito Santo (cf Gal 5, 22: i frutti dello Spirito »). Adeguano a queste mozioni la loro vita e i loro comportamenti; amano i beni che hanno soprattutto un valore eterno. 
Quando capiamo « troppo » quello che facciamo, spesso vuol dire che le cose vanno più secondo i nostri criteri umani, che secondo i criteri di Dio. Il dolore, ad esempio, chi può capirlo? Di fronte a tante sofferenze incomprensibili viene da dire: «Ma perché così, Signore?». Non si può capire nulla, ma è bello così, perché, anche allora, si adora il mistero di Dio. 
Lo Spirito di Gesù riempie di pace e desideri di cielo la nostra esistenza 
«Ma i desideri della carne portano alla morte, mentre i desideri dello Spirito portano alla vita e alla pace» (Rm 8,6). 
«Infatti i desideri della carne sono in rivolta contro Dio, perché non si sottomettono alla sua legge e neanche lo potrebbero» (Rm 8, 7). 
«Quelli che vivono secondo la carne non possono piacere a Dio» (Rm 8,8). 
C’è un modo di pensare che, ”per compiacere noi stessi e gli altri” riempie la nostra esistenza di sentimenti di morte. Quali sono questi sentimenti? Vanagloria, ricerca di successi, presunzioni, gelosie, invidie, prudenza dettata dalla superbia, arroganza e chi più ne ha più ne metta. Chissà quanti di questi difetti possiamo notare nei nostri gruppi. Infatti, i gruppi e gli stessi pastorali di servizio sono formati da persone che ogni giorno confessano dì essere peccatori. Ecco cosa deve fare il Signore per noi: farci accogliere questa miseria, liberarci da tutto ciò che viene dettato dai modi esclusivamente umani, che non appartengono a Gesù. 
Quando compiamo delle azioni che, anziché fare prevalere la compiacenza di Dio, cercano la compiacenza del nostro egoismo e degli altri, la nostra vita si pone in uno stato che la distacca da Dio, oppone un rifiuto alle benedizioni dei Signore. 
Cerchiamo solo di piacere a noi stessi e agli altri uomini, ci fermiamo a gustare, a sentire e a ragionare secondo principi non indicati da Dio, ma solo dalla nostra intelligenza ferita, determinando in noi uno stato di avversione a Dio. Si prova una specie di ripugnanza per tutto ciò che appare come un ordine che contraddice a quello che ci suggerisce la convenienza umana. Si vive nella incapacità di trovare la nostra gioia e pace nell’esecuzione pronta e fedele degli ordini di Dio, anche quando questi ordini sono in contrasto con il modo di ragionare prevalente tra gli uomini. Finché si vive in uno stato di contrasto con la guida dello Spirito di Dio, rimaniamo nella incapacità di gioire nell’eseguire i comandi dei Signore. 
Quando ci riuniamo in assemblea dobbiamo prefiggerci di “imparare » Gesù. Noi siamo discepoli di Gesù non se impariamo le cose dì Gesù, ma se impariamo Gesù. 
Le verità collegate alla sua presenza nel nostro cuore devono diventare testimonianza. Se non diventano operanti, potremmo rimanere atei, pur conoscendo tutta la dottrina di Gesù: non saremmo gli amanti dei Signore. 
Lo Spirito Santo ci fa proprietà di Cristo 
«Voi però non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi. Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo non gli appartiene» (Rm 8,9). 
Dire che lo Spirito abita in noi è lo stesso che dire che lo Spirito « si accasa » in noi. Quindi, la scelta dello Spirito, come nostra unica guida, non si manifesta attraverso una qualche specie di esperienza. Si può parlare di vera guida dello Spirito solo quando la nostra anima e il nostro cuore diventano una dimora fissa di Dio trino, una sorta di casa, una vera e propria abitazione di Dio: «accasamento» dello Spirito del Signore, come amava dire san Basilio; una proprietà di Cristo. 
Dobbiamo metterci il Signore in casa, dobbiamo prenderci in casa Gesù: è l’unico nostro amore. Tutte le altre cose sono aggiunte non indispensabili. Con Gesù si è soli, ma completi in tutto, perché si partecipa al benessere di Dio trino che è «solo, ma completo in tutto» (Ippolito).
La preghiera per l’effusione non è un fatto episodico, l’effusione dello Spirito Santo è un fatto permanente e non può ridursi al momento in cui gli altri hanno pregato per noi. L’effusione è un fatto permanente: così come tu sei figlio o figlia di tua madre, non perché sei nata vent’anni fa, ma perché continui a rapportarti a lei. 
Ecco: nella Trinità, il Padre ha generato il Figlio e questo fatto è permanente, si manifesta ìn continuità. Similmente si dica dello Spirito Santo che si è effuso: il participio passato indica che è in permanente attività. Se ogni giorno non si rinnova, questa effusione dello Spirito Santo non si produce: si tratta di una realtà che, se la meditiamo, ci può riuscire facile comprendere. 
Possiamo dire di appartenere a Cristo, se lasciamo che lo Spirito di Gesù agisca nella sua potenza, in ogni momento della nostra vita; perché nessun momento della nostra vita può sfuggire alla realizzazione dei disegno dei Signore su di noi, nella maniera più potente. Se questo non si verifica, non possiamo dire di appartenere come si deve al Signore. 
Lo Spirito Santo governa la nostra vita 
«E se Cristo è in voi, il vostro corpo è morto a causa del peccato, ma lo Spirito è vita a causa della giustificazione» (Rm 8, 10).
«E se lo Spirito di colui che ha risuscitato Gesù dai morti abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi» (Rm 8, 11). 
Cristo è in noi se, nei nostro modo di vivere, non c’è nessun’altra realtà che prevalga, sia nei nostri pensieri, sia nei nostri sentimenti, sia nelle nostre azioni. E’ questa la vita nuova che Gesù introduce nell’esistenza di coloro che veramente lo seguono. 
Il battesimo ci ha liberati dal peccato che ci teneva in uno stato di inimicizia con Dio. Ma, anche in questo nuovo stato di amicizia con Dio, ci tocca lottare con le conseguenze del peccato. Le consolazioni prodotte dalla presenza dello Spirito Santo non annientano le afflizioni causate in noi dallo stato mortale dei corpo che dobbiamo usare per servire e lodare il Signore. Anche dopo che crediamo, rimane in noi una strana convivenza tra lo Spirito di vita e un corpo di morte (Agostino). 
Ma il Signore non smette mai di arricchirci con la sua presenza. Lo Spirito Santo, il vivente per natura, infonde in noi la grazia che ci rende giusti davanti a Dio e ci assicura, per via dei meriti, che per concessione di Dio ci è dato di acquistare, un diritto crescente al premio della partecipazione alla vita eterna. 
Dio ha effuso, nella natura umana di Gesù, lo Spirito che lo ha fatto risorgere. Il medesimo Dio fa abitare nella natura umana posseduta da ognuno di noi credenti lo stesso Spirito che ha fatto risorgere Cristo dai morti. E’ un gesto di misericordia che ci deve stupire e consolare e rendere fieri del futuro che è riservato al nostro corpo mortale che per il momento si unisce a Gesù nella prova. 
Lo Spirito Santo ci fa suoi debitori 
«Così dunque fratelli, noi siamo debitori, ma non verso la carne per vivere secondo la carne; [aggiungi: ma siamo debitori allo Spirito per vivere secondo lo Spirito» (Rm 8,12). 
In questo versetto san Paolo inizia la conclusione di tutto l’insegnamento precedente. 
Noi credenti non siamo «debitori verso la carne per vivere secondo la carne», ma siamo debitori allo Spirito per vivere secondo lo Spirito. Questa espressione la aggiungono i Padri, perché san Paolo aveva presumibilmente dimenticato di dirla.   
Come credenti siamo esseri umani che, a partire dal loro incontro con Cristo, sono stati trasferiti dalla vita secondo la carne alla vita secondo lo Spirito. Gesù in persona ha operato questo trasferimento. Il battesimo ci ha uniti in maniera strettissima a Cristo. Siamo sue membra; egli è il nostro grande capo. 
La conseguenza è che noi siamo per così dire costretti a essere debitori, non verso la carne per vivere in maniera carnale, ma verso io Spirito per vivere in maniera spirituale. Il Cristo, dei quale ci siamo rivestiti, esiste e vive non nella carne, ma nello Spirito. Solo conducendo un’esistenza guidata dallo Spirito, come la sua, potremo aspirare al raggiungimento della vita eterna. 
Lo Spirito ci fa uomini liberi 
«Poiché se vivete secondo la carne, voi morirete; se invece con l’aiuto dello Spirito voi fate morire le opere del corpo, vivrete» (Rm 8,13). 
La via che ci libera dalla morte della colpa su questa terra e dalla dannazione eterna nell’altra vita si basa sulla morte di quelle che Paolo chiama « opere del corpo ». Diamo la morte alle opere del corpo quando, ricorrendo all’aiuto dello Spirito, non consentiamo, anzi, resistiamo alle inclinazioni malvagie suscitate in noi dalla concupiscenza che ci spinge al peccato, concupiscenza che, neppure con il battesimo, è stata annientata. li Signore ci vuole uomini liberi, che gioiscono nell’ubbidire alle mozioni dello Spirito (san Tommaso). 
Lo Spirito ci fa agire da figli di Dio 
«Tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, costoro sono figli di Dio» (Rm 8,14). 
Anche dopo che abbiamo ricevuto lo Spirito Santo, se non siamo fedeli alla sua guida, non meritiamo di essere chiamati figli di Dio. Non meritiamo il nome di figli di Dio, se la nostra vita non è deiforme, se la nostra vita non manifesta una vera conformità con Dio. Il governo dello Spirito non costringe nessuno. Ma promuove, con una dolcezza tutta sua, la nostra libera adesione ai suoi comandi. 
Quando i comandi dello Spirito sono così accolti, abbiamo ragione di chiamarci figli di Dio. L’iniziativa però spetta sempre ai Signore. Agimur, non agimus – siamo mossi, non ci muoviamo da noi (Agostino). 
Lo Spirito ci fa invocare Dio come Padre 
«E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto uno Spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo: « Abbà, Padre! »» (Rm 8,15). 
Ogni vero credente è spronato a invocare Dio come Padre con il linguaggio a lui proprio. Lo Spirito ci concede di gridare a Dio e invocarlo: «Abbà, Padre!» come veri figli nel Figlio. 
Molti cristiani rimangono estranei allo Spirito dei Nuovo Testamento, vivono con sentimenti che si addicono meglio a chi è schiavo anziché a un vero figlio di Dio. Sono oppressi dalla paura di chi non sa a chi fare appello per ricevere le sicurezze di cui ha bisogno in mezzo alle tante tribolazioni di questa terra. 
Questi credenti non hanno ancora ricevuto lo Spirito della nuova vita. Si rivolgono a Dio, come coloro che non hanno veramente conosciuto Gesù.Chi porta nel cuore lo Spirito di Gesù si rivolge a Dio chiamandolo Padre nel modo più adatto al suo pensiero, con i termini più adatti al suo linguaggio: come alla persona che, meglio di qualsiasi altra persona nell’universo, si prende cura di ciascuno di noi. San Paolo usa le due voci: « Abbà » e “Padre », per indicare che chi ha lo Spirito Santo possiede il titolo per rivolgersi a Dio in una maniera tutta personale. Gridi a Dio nella sua propria lingua, sia civile sia psicologica; ricordi che parla a quel Dio che lo ama con lo stesso cuore con il quale ama il proprio Figlio, Gesù (Agostino). 
Lo Spirito ci dà la testimonianza di essere amati da Dio come figli 
«Lo Spirito stesso attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio» (Rm 8,16). 
Bisogna confidare e pregare perché si affermi sempre più la nostra sicurezza di essere amati da Dio come figli. La certezza assoluta di essere figli di Dio non l’avremo mai su questa terra. Questa certezza può essere data soltanto dal Signore e non dalla nostra intelligenza. 
La grazia infatti è una realtà che supera totalmente la nostra natura e pertanto non può in nessun modo cadere sotto la nostra esperienza diretta. E’ questo un dogma definito dal concilio di Trento contro coloro che ammettevano il contrario: «Come nessuna persona pia deve dubitare della misericordia di Dio, del merito di Cristo e della forza ed efficacia dei sacramenti, così ciascuno, quando considera se stesso e la sua debolezza e imperfezione, può spaventarsi e temere riguardo ai proprio stato di grazia; poiché nessuno può sapere con una certezza di fede, che non sia suscettibile di falso, di aver conseguito la grazia di Dio» (Sess. VI cap. 9, DS 1534). Questo dogma è fermamente basato sulla Scrittura (cf Fl 12, 12; 1 Cor 4, 4; 9, 27; 10, 11‑12). Esso non impedisce però che l’uomo possa avere una certezza pratica della presenza in se stesso di quell’amore di Dio in Cristo, dal quale nessuna creatura può separarlo (cf Rm 8, 31-39; Gal 5, 23). 
Di questa certezza pratica troviamo tante conferme nella vita dei grandi mistici della Chiesa. «Tanto ferma fede pone Dio nell’interno di quell’anima che, quando torna in sé, le è impossibile dubitare d’essere stata in Dio e Dio in lei. Le rimane questa verità così profondamente impressa, che, quando passassero molti anni senza che Dio tornasse a farle tal grazia, non se la può dimenticare né dubitare di essere stata in Dio» (santa Teresa d’Avila, Castello interiore). 
Viviamo di congetture basate sulla certezza morale che in questo determinato momento ci fanno giudicare che siamo in buoni rapporti con Dio. Giudice immediato rimane sempre la coscienza (Gaudium et spes, n. 16), iI cui stato è in continuo processo di purificazione.Non si può però neanche escludere che, in questo giudizio, potrebbe anche introdursi uno spirito malvagio che si trasfigura in angelo di luce (cf 2 Cor 11, 14) (G. Crisostomo).
Lo Spirito ci fa coeredi di Cristo 
«E se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo, se veramente partecipiamo alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria» (Rm 8,17). 
Ai figli è dovuta l’eredità del Padre. Non si tratta della appropriazione dei beni di un defunto. Dio nostro Padre è immortale. Si tratta dei possesso fermo, eterno e inalienabile dello stesso Dio. Dio stesso è la nostra eredità: «Il Signore è mia parte di eredità» (Sai 16, 5). 1 figli adottivi sono ammessi al possesso di Dio mediante la visone beatifica. 
Come « eredi di Dio », parteciperemo ai suoi beni, vivremo con lui da immortali, regneremo felicemente con lui. Non si tratta di una successione ma di una accessione o ammissione al possesso. Un possesso che non diminuisce a causa della moltitudine dei figli, non si accorcia a causa dei numero degli eredi. 
Per raggiungere in cielo il possesso dell’eredità dei Dio vivo, dobbiamo vivere secondo lo Spirito di Dio, dobbiamo mortificare la nostra carne per mezzo dello Spirito, dobbiamo lasciarci manovrare dallo Spirito, dobbiamo impegnarci a ubbidire allo Spirito (cf Rm 8, 13-14). 
Come « coeredi di Cristo », dobbiamo condividere l’eredità dei Dio morto in croce per noi, dobbiamo con Cristo e per Cristo morire sulla nostra croce. La nostra attesa della beatitudine promessa è tanto certa e sicura, quanto certa e sicura è la nostra partecipazione alla passione e morte di Gesù risorto. Siamo coeredi di Cristo come fratelli di lui, Figlio naturale di Dio, «primogenito tra molti fratelli» (Rm 8, 29). 
Siamo eredi dei Dio vivo; coeredi dei Dio morto in croce. Eredi di Dio come Padre, coeredi di Cristo come nostro fratello. Se partecipiamo alle sofferenze di Gesù crocifisso, sperimenteremo anche su questa terra manifestazioni certe e sicure della sua potenza, cioè un anticipo della sua gloria in ciascuno di noi e in mezzo a noi (G. Crisostomo). 
Siamo eredi di Dio, in quanto Padre, e coeredi di Cristo, in quanto nostro fratello. Come afferma Paolo: «siamo eredi di Dio e coeredi di Cristo se veramente partecipiamo al le sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria». 
Siamo coeredi di Cristo, figlio naturale di Dio, primogenito tra molti fratelli e sorelle di questo primogenito siamo proprio tutti noi.

Filippesi 3, 8-14 – commentaires de Marie Noëlle Thabut

http://www.eglise.catholique.fr/foi-et-vie-chretienne/commentaires-de-marie-noelle-thabut.html

Dimanche 17 mars : commentaires de Marie Noëlle Thabut

(traduzione Google dal francese, se potete leggete l’originale, ma si capissce ugualmente)

SECONDA LETTURA – Filippesi 3, 8-14

Qui troviamo l’immagine della razza che san Paolo usa più volte nelle sue lettere. E in gara, è la meta che conta! Il punto di partenza deve affrettarsi a dimenticare! Immaginate un corridore che si trasformerebbe senza fermarsi, è garantito a perdere: « solo una cosa: dimentico del passato e proteso verso il futuro, corro verso il segno per il premio … « Dobbiamo sapere in qualche modo tornare indietro: e da quando è stata » sequestrata « da Cristo, come dice lui, Paul ha voltato le spalle su molte cose, in molte certezze. La parola « prima » è molto forte nel linguaggio della vita di Paolo è stata capovolta in realtà dal giorno in cui Cristo è stato letteralmente lo afferrò sulla via di Damasco.
Di solito, però, Paolo presenta la sua fede cristiana, come conseguenza logica della sua fede ebraica. Ai suoi occhi, Gesù Cristo compie in realtà attesa del Vecchio Testamento e non vi è continuità tra il Vecchio e Nuovo Testamento, ad esempio, durante il processo davanti al giudice romano di Cesarea, ha detto: « Il profeti e Mosè hanno previsto cosa sarebbe successo (vale a dire che Gesù è il Messia ) e non dico altro … « (Atti 26, 22). Ma qui Paolo sottolinea la novità portata da Gesù Cristo: « Tutti i vantaggi che una volta avuto, ora prendere in considerazione una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio ​​Signore. ‘
Questa novità portata da Gesù Cristo è radicale, ora siamo davvero una « nuova creazione », e questa espressione, ci siamo incontrati Domenica scorsa nella seconda lettera ai Corinzi, Paolo qui dice il contrario: « Grazie a lui Ho perso tutto quello che mi sento come spazzatura, l’unico vantaggio a Cristo, nel quale Dio mi riconosce come giusto. « Tradurre », che un tempo mi sembravano più importanti, i miei vantaggi, i miei privilegi ora non ha per me più feccia.  »
Questi « benefici » di cui egli parla: egli era orgoglioso di appartenere al popolo di Israele, era la fede, la fede, la speranza del popolo inestirpabili, era prassi normale, tutti scrupolosamente comandamenti, che egli chiama « l’obbedienza alla legge di Mosè. » Ma ora, Gesù Cristo ha avuto luogo in tutta la sua vita: « Tutto io reputo una spezzature per un fine di guadagnare Cristo ». Ora ha la proprietà che supera tutte le ricchezze del mondo solo nei suoi occhi: « conoscenza » di Cristo per parlare di questo, Gesù usava parabole : ha detto, ad esempio, « Il regno dei cieli è simile a un tesoro era nascosto in un campo e un uomo è stato scoperto: lo nasconde di nuovo, e nella sua gioia, va, vende tutti i suoi averi e compra quel campo. « (Mt 13, 44).
Il vero tesoro della nostra vita, dice St. Paul, è di aver scoperto Cristo e lui sa di cosa sta parlando, che è stato prima un persecutore degli apostoli ! La sua vita è stata sconvolta dalla scoperta dalla « conoscenza » di Cristo. La conoscenza non è intellettuale: in senso biblico, conoscere qualcuno vive in intimità, è amare e condividere la sua vita. E ‘in questo senso di intimità condivisa che Paolo parla del legame che unisce ora, e con essa tutti i battezzati in Gesù Cristo.
Perché insiste tanto su questo link? Perché siamo nel contesto di un conflitto molto serio che ha attraversato Filippesi comunità sulla circoncisione che abbiamo già incontrato un paio di settimane fa: alcuni cristiani ebrei volevano che impongono la circoncisione tutti i cristiani prima del Battesimo , che è la circoncisione che pensa quando parla di « obbedienza alla Legge di Mosè » sappiamo in che senso gli Apostoli hanno affrontato questo problema che minacciava di dividere le comunità, nel corso di una assemblea a Gerusalemme, una sorta di mini-Consiglio: Nella Nuova Alleanza, la Legge di Mosè viene superato, il Battesimo nel Nome di Gesù ci fa il figlio di Dio: « Voi che siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo « , ha detto Paolo nella lettera ai Galati (Gal 3, 27). La circoncisione non è più necessario essere parte del popolo della Nuova Alleanza, dato che l’Alleanza è permanentemente sigillati una volta per tutte in Gesù Cristo: « In Gesù Cristo, Dio riconoscerà come equo. Questa giustizia non è di me stesso, vale a dire, la mia obbedienza alla Legge di Mosè, ma di fede in Cristo è la giustizia che viene da Dio e si basa sulla fede. « Una delle grandi scoperte di Paolo è che la nostra salvezza non è la fine dei nostri meriti, i nostri sforzi … La salvezza di Dio è gratis! Questo è il significato della parola  » grazie « se si pensa … Il libro della Genesi ha già detto: « Abramo credette nel Signore, e il Signore è sembrato giusto. « (Genesi 15: 6). In altre parole, la nostra giustizia viene solo da Dio, solo credere!
Ma perché si parla di « comunione con le sofferenze della Passione di Cristo, riprodurre la sua morte, nella speranza della risurrezione dai morti »? Non è, ovviamente, accumulare meriti per buona misura! Paolo appena ci ha detto esattamente il contrario! Vuol dire che questa nuova vita che viviamo ora in Gesù Cristo come innestato su di esso (per usare l’immagine della vite a Saint John) ci porta a prendere la stessa strada come lui. « Comunicare con le sofferenze della Passione di Cristo, » è quello di accettare riprodurre il comportamento di Cristo, accettare gli stessi rischi, che sono i rischi di annuncio del Vangelo, Gesù disse: « No è profeta in patria « , e aveva avvertito i suoi apostoli che sarebbero stati trattati meglio del suo padrone.
La domanda è se noi sarebbe in grado di dire con St. Paul che l’unica proprietà che ha ai nostri occhi, è la conoscenza di Cristo? Tutto il resto è « feccia »!

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Complemento

- Una delle idee di San Paolo è che Cristo è venuto per adempiere la Scrittura: il rapporto tra l’Antico Testamento e il Nuovo Testamento, tra il patto antico e il Nuovo Patto è fatta di continuità e rottura: è perché è un Ebreo è cristiano, e che la continuità … ma ora dobbiamo abbandonare pratiche ebraiche per consentire « cattura » da Cristo, e che la rottura.

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