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Profezia e Bibbia (II) sintesi della relazione di Giuseppe Barbaglio

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Profezia e Bibbia (II)

sintesi della relazione di Giuseppe Barbaglio

Verbania Pallanza, 16-17 novembre 1985

2. La profezia della Chiesa
Nel libro dei Numeri (11,29) Mosè prima di morire, esprime questo anelito: « Potesse il popolo di Dio tutto intero diventare profeta! Volesse Dio accordargli il suo spirito profetico! »
Questo desiderio di Mosè trova compimento nel N.T. Anche in un altro testo dell’A.T. , in Gioele cap. 3, viene espressa la promessa di giorni futuri in cui tutti profetizzeranno. Con la morte e risurrezione di Cristo nasce la comunità cristiana profetica a tutti i livelli secondo Luca.

il tempo intermedio della chiesa: il vangelo portato a tutti
La riflessione di Luca nasce dalla problematica e dalla prospettiva di fondo della comunità cristiana in cui Luca è vissuto. Nei primi anni del cristianesimo si viveva in attesa, ritenuta prossima, della venuta gloriosa e finale di Cristo, affinché chiudesse la storia e inaugurasse il regno. Anche Paolo nella prima lettera ai Tessalonicesi al cap. 4 parla del figlio dell’uomo che deve venire a rapire i credenti portandoli nel suo regno. La salvezza era intesa come un rapimento dei vivi che non passavano attraverso la morte. In questa lettera del 50 Paolo, quando esprime qual è l’esperienza cristiana per i pagani, accanto al monoteismo pone l’attesa che il figlio di Dio (dice « figlio di Dio » perché nell’ambiente greco non si capiva l’espressione « figlio dell’uomo ») scendesse dai cieli a liberare dalla collera, dalla perdizione eterna. Passano gli anni, passano i decenni, ma Cristo non viene. Il ritardo della Parusia ha alimentato la grave crisi dei primi 50 anni del cristianesimo, con disillusione, mancanza di certezze, « non viene… non verrà ». Al centro c’è una questione di non poco conto: quella della salvezza dei vivi e dei morti. Nasce in questo contesto la persuasione che passeranno tempi lunghi. C’era la corrente dei negatori (sono i disfattisti combattuti nella prima lettera dei Pietro) i quali dicevano: « Siccome non è ancora venuto, non verrà ». Altri invece dicevano: « Verrà ma ritarderà », posizione sostenuta dalla prima lettera di Pietro.
Si impone un nuovo atteggiamento, che offra una soluzione al problema della comunità cristiana nella storia e nel mondo. I tempi lunghi sono qualcosa di insignificante rispetto al tempo preparatorio dell’A.T. e al tempo della pienezza in Cristo, al tempo del compimento finale? Sono solo un intervallo senza significato proprio o sono tempi pieni di significato, di provvidenzialità, di progetto? Rientrano nel progetto divino o sono tempi indifferenti? La risposta di Luca è che sono tempi provvidenziali, che provvidenziale è il ritardo della Parusia di Cristo, questa dilazione enorme. Il tempo intermedio è il tempo della Chiesa, della missione della Chiesa, del Vangelo che deve essere portato a tutta l’umanità. Quindi i tempi lunghi sono al servizio della universalizzazione del Vangelo che si otterrà attraverso la comunità cristiana, profetica, cioè annunciatrice della parola di Dio al mondo. La storia della salvezza ha tre fasi: la prima fase preparatoria; la fase centrale con l’evento della morte e risurrezione di Cristo; e la fase attuale che è quella della missione, della profezia della Chiesa, del Vangelo che deve essere annunciato a tutta l’umanità. La Chiesa è abilitata a questo annuncio, all’evangelizzazione attraverso il dono dello Spirito. Per questo Luca dà un’importanza estrema allo Spirito profetico.
Nella prospettiva lucana si sottolinea non tanto l’appello alla conversione ma il lieto annuncio che il perdono dei peccati è una possibilità di grazia. Questo è un aspetto molto interessante che ci fa uscire dal moralismo: il  » pentitevi » è oggetto della lieta notizia. La comunità cristiana è a servizio di questo progetto di Dio, della parola che esce da Gerusalemme per arrivare a tutto il mondo.
In Atti 1,8 troviamo la stessa prospettiva. Gesù va al cielo e lascia i discepoli non perché stiano a guardare con gli occhi rivolti in alto che lui ritorni. Dice infatti: scendete a Gerusalemme e nel mondo e riceverete la forza dall’alto, il dono profetico dello Spirito grazie al quale sarete miei testimoni a Gerusalemme, in Giudea, fino agli estremi confini della terra. La profezia viene intesa come testimonianza.

i racconti di Pentecoste: dalla glossolalia alla profezia
Un altro dato molto significativo negli Atti degli Apostoli sono i racconti di Pentecoste. Quello più noto è il racconto del cap. 2 in cui lo Spirito scende sui dodici, rappresentanti di tutto il popolo, 12 tribù di Israele, e diventa principio di Parola.

sugli apostoli
Infatti gli Apostoli cominciano a proclamare le meraviglie di Dio e tutti i popoli riuniti a Gerusalemme ascoltano la parola degli Apostoli, resi profeti dal dono dello Spirito. In questa narrazione Luca tratta il tema delle lingue. Nei primi decenni era caratteristica nel cristianesimo l’esperienza esaltante di alcuni di un carismatismo estatico (extasis = uscire dalla propria razionalità e dalla propria situazione terrena). Questi carismatici pronunciavano espressioni inintelligibili sotto la forza di una emozione interna straordinaria: erano i glossolali.
Animati dallo spirito di deificazione che consentiva loro di superare i propri limiti e di diventare esseri nuovi si esprimevano con un linguaggio ritenuto il linguaggio degli angeli.
Luca è molto critico nei confronti di questo linguaggio che non comunica e della supervalutazione del carisma estatico, cioè dello Spirito come forza taumaturgica, straordinaria e sostiene che l’esperienza massima della comunità cristiana è il carisma profetico, il carisma di una parola intelligibile, razionalmente, umanamente comunicativa.
Luca così modifica il racconto primitivo della pentecoste degli apostoli come evento glossolalico e dice: « hanno il dono delle lingue, ma lingue che si capiscono; sono come poliglotti e tutti i popoli comprendono ». Si tratta di una interpretazione di Luca che vuole mettere in ombra il carisma glossolalico e dare risalto al carisma profetico. In14 ss., quando si tratta di interpretare questo fenomeno controbattendo l’accusa della gente (« sono ubriachi »), Pietro dice: nella nostra parola comunicativa si è compiuta la promessa di Gioele. Oltre a questa Pentecoste aristocratica ci sono altre pentecosti più popolari, più democratiche.

sulla comunità di Gerusalemme
Abbiamo la seconda Pentecoste sulla comunità gerosolimitana costituita da tante persone in 4,31.
Quando Pietro viene messo in carcere questa comunità si riunisce a pregare per la libertà di parola, perché la parola profetica non sia incarcerata, e mentre prega , « il luogo in cui si trovavano riuniti tremò »(v. 31) e tutti furono riempiti di Spirito Santo e si misero ad annunciare la parola di Dio con coraggio, con parrhesia (termine tecnico che indicava nella polis il diritto di parola ai cittadini nelle assemblee). Qui il diritto di parola a tutta la comunità è assicurato dallo Spirito.

sui samaritani
La terza Pentecoste (Atti 8, 15-17) avviene sui samaritani che avevano creduto alla predicazione di Filippo e che erano stati battezzati (notate che lo Spirito non è legato al battesimo). A questo punto giungono da Gerusalemme Pietro e Giovanni, impongono le mani ed essi ricevono lo Spirito profetico.
sui pagani

La quarta Pentecoste è sui pagani (Atti 10, 44-47); Pietro va in casa di Cornelio, centurione a Joppe (attuale Jaffa), e annuncia la buona notizia e prima ancora che fossero battezzati c’è una Pentecoste « anche sui pagani », come rottura di schematismi e di privilegi, « ed essi li intendevano parlare in lingue e magnificare Dio » (10,46). Allora Pietro disse « bisogna battezzarli » perché lo Spirito aveva reso i pagani profeti, annunciatori della Parola.
sui giovanniti

La quinta Pentecoste (Atti 19, 5-6) è sui giovanniti, un gruppo di credenti in Giovanni Battista. Paolo, che incontra a Efeso questo gruppo che dichiara di essere stato battezzato dal Battista, annuncia Gesù Cristo. I giovanniti credono in lui e Paolo li battezza: « quando Paolo ebbe imposto le mani lo Spirito venne su di loro e si misero a parlare in lingue e a profetizzare ».

una chiesa per il mondo: niente settarismi
Una prima riflessione sull’interpretazione di Luca è che la Chiesa esiste per il mondo. Se sparisce questo rapporto la Chiesa non è più Chiesa, perché non esiste per se stessa. Nei tempi lunghi dell’attesa della venuta finale la Chiesa è in funzione del mondo. Questo salva la comunità cristiana dalle tentazioni di settarismo, di formare comunità separate e pure di fronte al mondo impuro, di essere una cittadella di Dio di fronte alla città demoniaca dell’uomo. Questa concezione della comunità pura, settaria, era propria dei qumraniti (200 circa prima di Cristo fino al 70 dopo Cristo) che si ritenevano il gruppo degli eletti, dei puri, i figli della luce mentre gli altri erano visti come i figli delle tenebre. Il settarismo è la faccia oscura e negativa della coscienza della propria elezione: l’elezione è sempre in funzione della missione; si è scelti per essere mandati; solo la missione rende conto dell’elezione.

tutta la comunità è profetica
La seconda riflessione riguarda la comunità che è tutta profetica, ogni credente è profeta di fronte alla umanità. Nelle Pentecosti « democratiche » si realizza l’anelito di Mosè, diventa fatto compiuto la promessa di Gioele. Ogni credente, ogni gruppo è portatore di profezia, di Evangelo; è soggetto, protagonista, corresponsabile, compartecipe al carisma profetico.

a tutti è dato lo Spirito e quindi la parola
Terza riflessione. Lo Spirito è dato a tutti perché tutti siano profeti di fronte all’umanità. La Parola è data a ognuno. Le discussioni sulla opportunità di dare la parola ai laici sono nate da un grave equivoco, cioè che la Parola da pronunciare davanti al mondo sia data da qualche uomo. Solo Dio può dare la Sua parola, attraverso lo Spirito. Abbiamo la Parola perché abbiamo lo Spirito. Non si tratta di rivendicare la Parola come qualcosa che non abbiamo, e tanto meno si può parlare di una elargizione dall’alto, gerarchica: profeti siamo. Se mai il problema è di rivendicare gli spazi perché questa parola possa essere pronunciata, proclamata, testimoniata. Il profeta in Israele entrava dal re e diceva: « Questa è la parola di Dio e tu sei solo servitore ». La comunità cristiana è comunità di parlanti, non di muti di fronte al mondo, di parlanti in proprio. Non si delega la parola a nessuno perché la Parola è stata data a ciascuno di noi e questo dono fonda la responsabilità: se è stata data la parola deve essere proclamata. La risposta nostra allo Spirito profetico è l’annuncio ed è una responsabilità indelegabile, responsabilità di fronte a Dio e di fronte al mondo che è il beneficiario di questa parola. Se noi non la proclamiamo, la parola di Dio non arriva al mondo, all’umanità.

la parola è testimonianza
L’ultima riflessione: questa parola da annunciare è testimonianza: « sarete miei testimoni ». Questo tema è molto sottolineato in Atti 10. I testimoni non sono propagandisti che smerciano un prodotto religioso; il profeta si immedesima nel pathos di Dio; il mondo di Dio diventa il suo mondo e in questo modo può trasmettere la parola di Dio, la quale non è qualcosa di esterno che da Dio passa all’uomo tramite il profeta in qualità di trait d’union; non è un passaggio meccanico. Il profeta viene coinvolto nella Parola di Dio e vive della Parola di Dio: se Dio è in collera il profeta è in collera e se Dio è emozionato il profeta è emozionato partecipando così della vita di Dio nei confronti del suo popolo. I profeti sono testimoni che annunciano un Vangelo che vive, in cui sono coinvolti, e la Parola è proclamata dal fondo della concretezza. Questa è la profezia della Chiesa, la Chiesa che è profetica a tutti i livelli.
E’ la grande prospettiva che Luca ha avuto nello stendere la sua opera.

differenze tra profezia in Israele e profezia della comunità cristiana
Diversa è la profezia in Israele dalla profezia come la intende Luca. Si chiamano profezia entrambe perchè sono fenomeni che fanno riferimento alla Parola di Dio, ma ci sono differenze molto significative. La prima differenza è che nell’ A.T. vi erano i singoli profeti, nel Nuovo è tutta la comunità ad essere dotata di profezia. Anche il contenuto differisce: nell’A.T. vi è la proclamazione di parole di Dio, nel N.T. la comunità cristiana proclama all’umanità la Parola di Dio definitiva, ultima, che è Gesù Cristo.
La terza differenza è che la profezia nell’A.T. è soprattutto all’interno di Israele, rivolta ad Israele e riguardante il destino dei popoli mentre nel N.T. la profezia è rivolta all’umanità, coinvolge la comunità cristiana nel suo ruolo estroflesso.
Si può notare anche una quarta differenza: il carisma profetico nell’A.T. era un carisma limitato nel tempo, interveniva in un momento particolare, per poi cessare e magari poi riprendere. Vi era una certa provvisorietà, precarietà del carisma profetico. Nel N.T. invece questo Spirito è donato ai credenti una volta per sempre.

3. La profezia all’interno della Chiesa
La prima lettera ai Corinzi (12-14) è la risposta di Paolo alla situazione problematica della Chiesa di Corinto. Questa era la prima grande comunità fondata da Paolo in ambiente greco e quindi per la prima volta la fede cristiana si misurava con una cultura nuova. Mentre si trovava ad Efeso, Paolo era venuto a sapere di alcuni problematici sviluppi in questa comunità molto ricca ed esuberante.

una comunità elitaria, ricca di doni straordinari e divisa
Era anzitutto una comunità divisa al suo interno: esisteva una maggioranza di gente poco influente in posizione subalterna, ed una minoranza influente, in posizione dominante. Non solo, ma la minoranza era affetta da complesso di superiorità e si riteneva una élite mentre la maggioranza era affetta da complesso di inferiorità e si riteneva di seconda categoria. Questa condizione di superiorità e di inferiorità era accettata da tutti. La minoranza si sentiva superiore perchè dotata di carismi straordinari, come l’estasi, la glossolalia e una conoscenza profonda del mistero di Dio e del mistero dell’uomo. Questa minoranza si percepiva come un piccolo gruppo di persone divinizzate. La grande aspirazione del mondo greco era che l’uomo potesse superare i propri limiti e si divinizzasse, mentre nel mondo biblico tale pretesa era vista come il grande peccato, la grande alienazione dell’uomo. Il complesso di inferiorità della maggioranza nasceva dalla privazione dei doni carismatici divinizzanti. Lo Spirito infatti era ritenuto una forza di rapimento dalla condizione umana alla condizione divina. In questa concezione l’esperienza cristiana era intesa come esperienza carismatica. Il cristiano era l’estatico per eccellenza, il divinizzato. La stessa Chiesa subiva una interpretazione deteriore, concepita come un club elitario di questi « folli », di questi estatici.
Quando si riunivano nelle assemblee ecclesiali questi carismatici davano uno spettacolo di follia collettiva. Si perdeva la dimensione democratica, popolare della comunità cristiana. Questo fenomeno così impressionante si è verificato a causa dell’inculturazione del messaggio cristiano in una nuova situazione.

i carismi: doni gratuiti, diaconali e di tutti
Paolo prende posizione di fronte a questi fenomeni e precisa che lo Spirito non è una forza divinizzante ma la fonte dei doni che sono doni normalmente molto concreti e molto usuali. Non nega che lo Spirito sia anche la fonte di doni straordinari, ma questi non sono gli unici.
Paolo precisa anche qual è la natura di questi doni. I Corinzi li chiamavano « Pneumatikà », cioè manifestazioni spirituali, mentre Paolo li chiama carismi, doni. Quindi, contro ogni forma di esibizionismo, non ci si può vantare, perché sono doni gratuiti, immeritati, di cui ringraziare Dio. Inoltre questi doni sono diaconali, servizi necessari e sufficienti alla crescita della comunità, hanno valore puramente strumentale. Questi servizi non sono dati in modo monopolistico in mano ad alcuni, ma sono distribuiti, ripartiti.
Dallo Spirito, fonte ricchissima, scaturiscono doni innumerevoli per tutti i credenti (12,4ss): « ci sono ripartizioni, uno solo è lo Spirito », e Paolo fa alcuni esempi. Nessun credente ha tutti i doni e nessuno ne è privo. C’è uguaglianza in quanto tutti partecipano, in modo diverso, dello stesso Spirito.
In terzo luogo stila una classifica di questi carismi, e pone come criterio non la divinizzazione dell’uomo, che era il criterio dei Corinzi, ma l’utilità del servizio. L’importanza dello strumento non è nella sua preziosità, ma nella sua funzionalità. La classifica vede al primo posto i più produttivi per la crescita della comunità; la glossolalia scende in fondo alla classifica perché serve all’individuo che la possiede, grazie alla quale riconosce la presenza di Dio, ma non serve alla comunità.
Al primo posto sta la profezia. Paolo illustra questa teologia dicendo che la Chiesa locale (Paolo parla sempre di Chiesa in modo non astratto) è come un corpo. L’immagine corporativa della città e dello stato era presente nel mondo greco e romano come risulta anche dall’apologo di Menenio Agrippa; questo motivo politico viene applicato da Paolo alla Chiesa che definisce « corpo di Cristo ». Nel corpo abbiamo la pluralità, la diversità, la complementarietà, la solidarietà delle membra, allo stesso modo la Chiesa è un corpo caratterizzato da pluralità, complementarietà, solidarietà. Paolo usa l’immagine del corpo non solo per difendere l’unitarietà dell’organismo, ma soprattutto per rimarcare la pluralità, la diversità, ossia ciò che a Corinto non si voleva ammettere. Se tutto il corpo fosse occhio o piede, o mano, dice Paolo, non esisterebbe l’organismo. E’ contro l’appiattimento ed esalta la individualità.
Paolo inoltre attribuisce un valore molto relativo ai carismi che sono ruoli, funzioni necessarie per la crescita. L’esperienza cristiana si definisce essenzialmente come esperienza di agape, di amore. Il cap. 13 è un inno all’agape, che è amore non in senso moralistico, ma come forza divina donata all’uomo, più grande del carisma. E’ un dono che toglie l’uomo dalla impotenza di amare, di amare nel senso più concreto, più fattivo, più operativo del termine.
Paolo poi confronta i due carismi emblematici, la glossolalia e la profezia. La glossolalia è incomprensibile, la profezia invece è un parlare intelligibile agli altri, è un parlare comunicativo tra le persone e crea la partecipazione, il coinvolgimento. Un’altra caratteristica della profezia è che svela la volontà di Dio attraverso la conoscenza e l’interpretazione dei segni dei tempi, nella situazione concreta, particolare. Il profeta svela la parola di Dio nella concretezza delle situazioni. Il confronto è nel cap. 14 e la conclusione è che la profezia è molto superiore alla glossolalia. Paolo dice: anch’io sono un glossolalo – nella seconda lettera ai Corinti parla dei suoi rapimenti e descrive l’esperienza di aver udito cose indicibili – ma nella comunità preferisco dire cinque parole intelligibili da profeta, che non diecimila da glossolalo, preferisco pregare col pensiero e con l’intelligenza piuttosto che con il pneuma estatico.
C’è una concezione della Chiesa come un corpo che cresce o come un edificio che si innalza pian piano. Sono concezioni dinamiche, nel senso della maturità, della crescita armonica, sia nel corpo, sia nell’edificio con l’apporto di tutti.

una lunga storia di monopolizzazione clericale
Una delle conclusioni che possiamo trarre è che noi siamo il frutto di una lunga storia di monopolizzazione clericale dei servizi nella Chiesa per cui essi sono stati accaparrati da una classe sacra che ha preso in mano tutti i servizi. La Chiesa si trasforma così in una grande moltitudine governata da un piccolo centro aristocratico il cui vertice è addirittura monarchico, con dicasteri e con organismi, è una aristocrazia sacerdotale; gli altri sono le pecore che devono essere governate da questi pastori con il vincastro pronto. La conseguenza è l’appiattimento, l’inattività, la passività del gregge governato dall’alto. Negli ultimi vent’anni si è cercato di sgretolare questa monopolizzazione con il tema della promozione del laicato. Questa monopolizzazione è una delle piaghe della Chiesa messe in evidenza da Rosmini quando parlava di separazione tra il clero ed i laici. L’opera di Rosmini è stata poi condannata e messa all’indice.
Paolo invece è per il decentramento più illimitato per cui tutti nella comunità sono soggetti, tutti responsabili, tutti hanno ruolo attivo e questo decentramento non è esigito per ragioni sociologiche o psicologiche, ma è esigito dallo Spirito che ha spartito la sua ricchezza tra tutti; questo decentramento è per obbedienza allo Spirito, per non resistere allo Spirito.
La promozione del laicato deve essere inserita in questa teologia dei carismi. Il decentramento comporterebbe il venir meno della contrapposizione tra clero e laici. Con la monopolizzazione dei servizi si è creata una casta ad hoc il cui essere è nel servizio, mentre Paolo afferma che l’essere del credente è nell’agape.
Uno dei mali è proprio l’identificazione totale nel ruolo, è l’io che si perde nella funzione, mentre c’è distinzione tra l’io e la funzione compiuta. Quando la funzione assorbe l’io, l’io si perde e si aliena; nascono così i fenomeni deteriori del burocraticismo. Il burocrate è colui che si riconosce nella funzione che compie, mentre il resto, come i sentimenti e la vita, non interessa. Se uno deve gestire in modo totale la comunità è giocoforza che sia assorbito totalmente dal ruolo; nasce il clericalismo. Invece il decentramento è la ricchezza di tutti che confluisce nella crescita.
Se bisogna battere il complesso di superiorità dei monopolizzatori clericali c’è da vincere il complesso di inferiorità di chi si adagia nella situazione anziché farsi avanti per mettere al servizio della comunità il proprio carisma, la propria capacità donata dallo Spirito e di cui si è responsabili di fronte allo Spirito.
La concezione che aveva Paolo della comunità era molto democratica, molto partecipativa: quando vi riunite ciascuno ha il suo contributo da portare alla crescita, chi l’esortazione, chi la consolazione, chi il conforto, chi anche una parola glossolalica quando previamente sia presente l’interprete.

Commento su Geremia 23,1-6; Salmo 22; Efesini 2,13-18; Mc 6,30-34

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Commento su Geremia 23,1-6; Salmo 22; Efesini 2,13-18; Mc 6,30-34

CPM-ITALIA Centri di Preparazione al Matrimonio (coppie – famiglie)

XVI Domenica del Tempo Ordinario (Anno B) (22/07/2012)

Tre sono i temi chiave di questa domenica: il tema della pastoralità che potrebbe essere riassunto con l’espressione « per essere vere guide occorre essere veri pastori » (prima lettura, salmo); il tema, tutto paolino, dell’uomo nuovo autonomo e responsabile al quale non servono più leggi e decreti perché lo Spirito parla attraverso la coscienza del singolo (compito « pedagogico » di un vero pastore è far passare nella comunità questo messaggio) e, infine, il tema del deserto (Evangelo) ai primi due, come vedremo, strettamente collegati. Ma andiamo con ordine.
La prima lettura è tratta dal libro del profeta Geremia. Nato nel 650 avanti Cristo, Geremia – il secondo dei grandi profeti maggiori del Primo Testamento e il cui nome significa « Jahvè esalta » – pronuncia parole durissime nei confronti dei pastori del suo tempo: «Guai ai pastori che fanno perire e disperdono il gregge del mio pascolo. Oracolo del Signore» (Ger 23,1). Il profeta parla in nome di Dio (« Oracolo del Signore ») mentre la sua voce tuona minacciosa nei confronti di questi pastori.
La domanda, collegata a questo primo tema, è: a distanza di 26 secoli, senza cadere in trappole interpretative letteralistiche o fondamentalistiche, possiamo applicare questa invettiva alla condizione ecclesiale odierna? Noi pensiamo di sì. Se infatti la domenica entriamo nelle nostre chiese, vedendole sempre più vuote, soprattutto di famiglie e di giovani, non possiamo non renderci conto della crescente disaffezione delle persone, non tanto nei confronti del fatto religioso che pure gode di un rinnovato interesse (ancorché secondo modelli sincretistici e da « supermercato del sacro »), quanto piuttosto nei confronti della Chiesa, intesa come Istituzione ecclesiale, considerata lontana non soltanto dal pensare comune (cosa di cui peraltro la Chiesa non dovrebbe preoccuparsi, se davvero possedesse uno spirito di profezia) ma anche e soprattutto dalla vita reale e faticosa delle persone. Di questo, sì, occorre preoccuparsi, ed è a nostro avviso uno dei problemi più grossi che la comunità cristiana si trova oggi ad affrontare. Oggi l’immagine della Chiesa non attira più…
In questa disaffezione (che non è, come si sente spesso affermare, causata solo dal processo di secolarizzazione in atto) c’è spesso, come sempre, un’anima profonda di verità: è una condizione – se così si può dire – che il Signore peraltro aveva previsto:«Radunerò io stesso il resto delle mie pecore da tutte le regioni dove le ho scacciate e le farò tornare ai loro pascoli; saranno feconde e si moltiplicheranno» (Ger 23,3)… Quasi a dire: « Pastori infedeli, non ho più bisogno di voi, voi che vivete in ricchi palazzi con centinaia di camere, mentre la maggior parte del mio popolo vive in misere catapecchie; voi che vi affannate a coprire scandali sessuali; voi che trafficate denaro; voi che avete instaurato modelli di gestione del potere basati su malaffare e corruzione, mentre il mio popolo non trova lavoro, è disperato, e vive l’incubo della terza e della quarta settimana del mese… Voi che parlate di misericordia, ma che, escludendole dall’Eucaristia, non siete capaci di un gesto concreto di comunione con quelle coppie che vivono il dramma di un fallimento matrimoniale… ». Questo sembra dirci il Signore, ed è fuori discussione che queste parole sono rivolte a noi, ad ognuno di noi. Lungi da noi la tentazione di giudicare, perché tutti siamo al tempo stesso un po’ farisei e un po’ pubblicani, tutti soggetti alla fragilità, alla infedeltà e al peccato… Ciò non toglie, però, che ci si allarghi il cuore quando scopriamo che non tutti i pastori sono così. Quanti pastori attraversano nel nascondimento, nella povertà, nell’umiltà la dura fatica dell’esistere, in compagnia dei poveri, degli emarginati dalla società e dalla Chiesa, sempre disposti ad accogliere, a perdonare, a fare comunione con loro, a cogliere nei loro sguardi e nei loro gesti le fatiche del vivere, a fare insomma « pace », secondo quanto Paolo scrive (è il secondo tema), con le sue mani callose, ai cristiani di Efeso, come meditiamo oggi nella seconda lettura . A noi, affaticati, stanchi per la fatica del camminare, Paolo dice che è Cristo la nostra pace, è Lui che ha abbattuto il muro di divisione tra gli uomini, che ha abolito la Legge fatta di prescrizioni e decreti, che ha fatto in modo che nella Chiesa nessuno si debba sentire più né straniero né ospite. Noi siamo Chiesa.
I pastori che noi vogliamo non sono quelli che tengono le distanze nei confronti della povera gente, che circolano con ricche vesti colorate che già da sole costano un patrimonio, e che scandalizzano i poveri, e che parlano con linguaggi da diplomazia, che fanno accordi con i potenti e che frequentano i loro salotti, ma veri pastori, capaci di chinarsi realmente sulle fatiche della povera gente…, pastori capaci di insegnare anche a noi a fare altrettanto. Chi scrive ha conosciuto un missionario in un paese dell’Africa, avanti negli anni e distrutto fisicamente, alla costante ricerca insieme con gli abitanti della sua missione, il più delle volte senza esito, di un po’ di cibo e di un po’ d’acqua sempre più scarsa. Un giorno questo missionario riceve la visita del Nunzio Apostolico che, appena arrivato, gli dice: « Domani mattina, alle otto, fammi trovare il bagno pronto a 37 gradi di temperatura… » … « Mi sono nascosto per piangere », ci diceva sbigottito il missionario… Questi, non gli altri, sono i veri pastori della Chiesa, questi sono strumenti di unità e non di scandalo e di divisione, e questi, non gli altri, sono considerati dal Signore il « germoglio giusto » (Ger 23,6) e il popolo, incontrandoli, incontrerà la salvezza del Signore.
Il terzo tema è quello del deserto. Lo troviamo nell’Evangelo . Come racconta l’evangelista Marco (6,30-34), gli apostoli erano stati inviati da Gesù in missione: una missione positiva perché ora la folla si accalca attorno al Maestro, vuole ascoltare la sua parola. Come sempre, quando gli impegni di evangelizzazione si fanno più pressanti, gli apostoli non hanno neppure più il tempo di mangiare… E Gesù, che è anche un fine psicologo e coglie lo stress di chi è costretto a correre senza sosta da un luogo all’altro, da un impegno all’altro, dice loro: «Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’» (Mc 6,31).
Non è, il suo, un invito alla fuga. Non è neppure è l’invito ad una vacanza. Non è l’invito ad andarsene in un hotel a cinque stelle… Venite, dice Gesù, eis èremon, letteralmente in un deserto.
Deserto è una di quelle parole in grado d’esercitare su molti di noi il fascino magico dell’ignoto e dell’esotico. Per questo il soggiorno « nel deserto » viene offerto nei « pacchetti » degli operatori turistici e trova aderenti soprattutto tra quelle persone danarose e annoiate, alla perenne ricerca di emozioni forti. È oggetto addirittura di trasmissioni televisive si pensi a « L’isola dei famosi »). Non diversamente accade in campo spirituale. Sono sempre più frequenti le domande e le offerte di vacanze in monasteri, o in « luoghi dello spirito », dove poter finalmente fare « un po’ di deserto », naturalmente con i canonici e abbondanti tre pasti quotidiani, camera con doccia e collegamenti wi fi e vista sui declivi dolci e pacificanti della campagna circostante. Sì, chi non conosce il deserto e non lo ha mai sperimentato, sia in senso fisico che spirituale, ne è attratto.
Nella bibbia il deserto è luogo infido, desolato, devastato. I secchi arbusti con dolorosissimi aculei, rovi e cardi, dissuadono spesso dall’avventurarvisi a piedi; gufi e civette lo abitano (cf Sal 102,7); ululati solitari (cf Dt 32,10) ne rompono l’angoscioso silenzio. È il luogo insomma della disperazione e dell’aridità, dove è impossibile procurarsi cibo; luogo pericoloso, animato da scorpioni velenosi e serpentelli; di notte è esperienza allucinante: grava su di esso un penoso silenzio, quasi a ricordare il caos delle origini, rotto di tanto in tanto da misteriosi fruscii o, improvvisamente, da un ululato selvaggio. È richiamo, non solo metaforico, dell’insopportabile silenzio e della stessa assenza di Dio.
Ma se è così, perché allora il profeta vuole portare nel deserto Gomer, la sua donna, e perché Gesù vuole portare nel deserto i suoi discepoli? Per una sorta di sadismo? Perché facciano anch’essi un’esperienza sconvolgente e devastante, come ha fatto Lui prima di iniziare la sua missione e come farà al termine, nel Getsemani?
No, assolutamente no. Gesù ci invita nel deserto perché questo è il luogo in cui il Signore ci parla, e qui possiamo ascoltarlo liberi, nel profondo della nostra coscienza. Il modo in cui Gesù ci parla è molto diverso da quello di molti pastori. Il loro è spesso un pensiero unico e assoluto, perché loro sono convinti di possedere quella verità alla quale occorre sottomettersi con una docilità acritica. Il Dio che parla alla nostra coscienza è invece un Signore misericordioso, ma non solo a parole, che alle nostre famiglie proprio non interessano se non sono accompagnate da gesti concreti. Il verbo greco splanchnìzomai usato in questo brano viene applicato solo a Gesù, perché solo lui è capace di essere contemporaneamente e totalmente misericordioso a parole e nei fatti: il sostantivo splanchna corrisponde infatti all’ebraico rehamìm che significa letteralmente viscere, il luogo stesso in cui, secondo la tradizione degli antichi, hanno sede i sentimenti, in particolare l’amore e la tenerezza, gli stessi sentimenti che uniscono la madre e il padre al figlio, tutti gli uomini e le donne al Dio di tutti. Questo è il Dio che parla nel deserto, ed è un Dio che parla singolarmente ad ogni persona, ad ogni sua creatura, senza mediazioni istituzionali, senza distinzioni tra « buoni » e « cattivi », senza giudizi previ, senza considerazione di meriti o demeriti, di retribuzione o di castigo. Dio parla alla nostra coscienza, suggerisce ad ogni persona pensieri nuovi, e parla nel deserto, non nelle adunate oceaniche, non nelle convention, nei family days o nei costosissimi incontri mondiali delle famiglie. Come documenta Giovanni Colombo (La Chiesa di Dior, « Il Margine », 32[2012], n.5), il VII Incontro Mondiale delle famiglie e l’arrivo del Papa è costato più di 10 milioni di euro. Alla faccia delle famiglie che non riescono a tirare avanti e che a Milano non erano certamente presenti. Ma che Dio ama e predilige.
Il Signore che parla alla nostra coscienza non vuole belle parole. Vuole gesti, fatti. La sua è, certo, una pedagogia severa, e spesso per parlarci ci butta con la faccia a terra, ci porta in un deserto faticoso da vivere; però solo addentrandoci in esso impariamo a muoverci, a camminare nel buio e nella notte, ad evitare gli ostacoli sempre più frequenti. E poi, completamente buia la notte non è mai. Non esiste una negatività così profonda dalla quale non derivi una minima filtrazione di senso, una piccola vena d’acqua capace di farsi strada a poco a poco nell’apparentemente irriducibile aridità. Ma questa pedagogia severa ci aiuterà sicuramente a riscoprire tre parole di cui forse nella Chiesa noi oggi abbiamo perduto la memoria: camminare; silenzio, essenzialità. Queste sono le parole che, insieme con i nostri (veri) pastori dobbiamo riprendere a pronunciare. Con coraggio e con parrhesia, con franchezza.

Traccia per la revisione di vita.
- Sappiamo tenere con i nostri pastori un linguaggio franco? Ci accettiamo reciprocamente con le nostre debolezze e le nostre fragilità? Oppure vogliamo apparire migliori di quanto siamo? O ancora vogliamo cambiare l’altro sulla base dei nostri parametri comportamentali?
- Sappiamo perdonare non in modo ostentato, sentendoci e credendoci migliori della persona che abbiamo perdonato, ma umilmente, nel profondo dell’intimità e del cuore? Anche ai nostri pastori?
- Confidiamo nello Spirito che viene in soccorso della nostra fragilità e della nostra aridità?

Luigi Ghia – Direttore della rivista Famiglia Domani

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