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«SCRIBA MANSUETUDINIS CHRISTI» (l’autore del terzo Vangelo e degli Atti)

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«SCRIBA MANSUETUDINIS CHRISTI»

Colui che ha raccontato lo stupore e la commozione di Gesù. Così Dante definisce l’autore del terzo Vangelo e degli Atti degli apostoli

di Stefania Falasca

«Luca solo è con me». Così Paolo, nella seconda lettera a Timoteo (2 Tm 4, 11), scritta a Roma durante l’ultima prigionia che lo porterà al martirio, ricorda l’amico rimastogli accanto. Già nelle lettere ai Colossesi e a Filemone, scritte nel corso della prima prigionia romana, lo aveva menzionato tra i suoi più stretti collaboratori: «Vi salutano Luca, il caro medico, e Dema» (Col 4, 14). «Il caro medico», lo chiama Paolo, informandoci della sua professione e anche, indirettamente, della sua provenienza pagana poiché Paolo non lo mette tra coloro che vengono dalla circoncisione (Col 4, 10-11). È il discepolo prediletto di Paolo, il compagno fedele di tanti suoi viaggi, il testimone oculare dei fatti accaduti tra quei primi cristiani, come dimostrano i racconti della seconda parte degli Atti degli apostoli scritti esprimendosi in prima persona plurale, colui che la tradizione indica anche come l’autore del terzo Vangelo. Luca non aveva conosciuto né aveva mai visto Gesù. «Non vide il Signore nella carne», riferisce il Canone muratoriano (un elenco ragionato dei libri del Nuovo Testamento scritto a Roma verso il 160-180). Eppure, dei quattro evangelisti è forse quello che ci ha lasciato le pagine più belle, più vivide e commoventi della Sua vita terrena. Il suo Vangelo è scritto nel greco più classico di tutto il Nuovo Testamento e denota le conoscenze letterarie e storiche dell’autore. Ma al rigore della narrazione, nel rispetto delle fonti e della cronologia dei fatti accaduti – rigore che gli deriva probabilmente proprio dalla sua attitudine professionale –, Luca unisce una sensibilità d’animo e una delicatezza che caratterizzano tutto il terzo Vangelo. Tanta scrupolosa ricerca su fatti e detti di Gesù presso coloro che si erano trovati presenti ha fatto sì che solo Luca ci tramandasse delle notizie che non hanno riscontro negli altri Vangeli: un terzo dei miracoli e tre quarti delle parabole riportati si ritrovano solamente in lui. Tra queste fonti, nei primi passi specialmente, si può sentire la voce soave della madre stessa di Gesù. Luca è l’unico degli evangelisti a parlarci lungamente di lei, a far parlare Maria, il primo a profilarne l’immagine. E lui più degli altri è riuscito a riportarci con delicata finezza quei particolari lievi, quegli spunti appena accennati che rivelano la misericordia di Gesù, i gesti di profonda compassione, il Suo stupore, la Sua tenerezza, quella tenerezza che lo fece chiamare da Dante «scriba mansuetudinis Christi» (Monarchia I).

«Morì a 84 anni in Beozia, pieno di Spirito Santo» Luca mai si nomina nell’opera in due volumi a lui attribuita. Sono i copisti dei codici greci, nel II secolo, ad intitolare uno dei quattro Vangeli “secondo Luca”, ponendolo al terzo posto dopo quelli di Marco e di Matteo. Essi ci hanno tramandato anche il libro che riferisce le origini della Chiesa primitiva, legata soprattutto alle vicende di Pietro e Paolo, separandolo dal terzo Vangelo (del quale probabilmente costituiva originariamente una continuazione), col titolo “Atti degli apostoli”. Una tradizione antica ed universale, che proviene dalle Chiese di Siria, Roma, Gallia, Africa, Alessandria, riportata dagli scrittori cristiani dei primi secoli tra cui Ireneo (Adversus haereses III), fa di Luca l’autore del terzo Vangelo e degli Atti degli apostoli. La testimonianza più antica si trova nel Canone muratoriano. Il Canone muratoriano ci dà anche delle informazioni riguardo Luca, descrivendolo come medico e collaboratore di Paolo. A questa prima testimonianza segue quella di un copista della fine del II secolo, che prepose al suo codice un prologo contro l’eretico Marcione, perciò chiamato Prologo antimarcionita. Su Luca riferisce: «Luca è un antiocheno di Siria, medico per professione, discepolo degli apostoli; poi passò al seguito di Paolo fino al suo martirio, servendo Dio senza crimini; non ebbe mai moglie, non procreò mai figli, morì a 84 anni in Beozia, pieno di Spirito Santo». San Girolamo, nel IV secolo, riassumendo tutta la tradizione precedente, indica anche il luogo della sua sepoltura: «Luca, un medico di Antiochia, non inesperto in lingua greca, come lo indicano i suoi scritti, discepolo dell’apostolo Paolo e compagno di tutti i suoi viaggi, scrisse il Vangelo. Pubblicò pure un altro egregio volume che è intitolato Atti degli apostoli […]. È sepolto a Costantinopoli, alla cui città, nell’anno secondo dell’imperatore Costanzo [338], furono traslate le sue ossa» (De viris illustribus III). Che Luca sia di origine antiochena lo sappiamo dagli Atti stessi dove lo troviamo membro di questa comunità cristiana intorno all’anno 40 e dove probabilmente ebbe modo di conoscere Pietro (At 11, 1-26) . È accanto a Paolo per la prima volta nel secondo viaggio missionario da Troade a Filippi (At 16, 10-17). È da questo punto infatti che Luca continua la narrazione degli Atti in prima persona plurale: «Subito cercammo di partire per la Macedonia, ritenendo che Dio ci aveva chiamati ad annunziarvi la parola del Signore». Nella primavera del 58 è di nuovo nella stessa città a fianco di Paolo e lo accompagna nel suo viaggio di ritorno a Gerusalemme (At 21, 1-18), dove si mise in relazione con l’apostolo Giacomo. A Gerusalemme probabilmente ebbe occasione anche di incontrare qualcuna di quelle donne («Giovanna, moglie di Cusa, amministratore di Erode, Susanna e molte altre che li assistevano con i loro beni», Lc 8, 3) che lui solo menziona nel Vangelo. Accompagna poi Paolo nel suo primo viaggio verso Roma, del quale l’ultima parte degli Atti costituisce il diario (At 27,1-28,26). E a Roma, dove rimase accanto all’Apostolo delle genti, si sarà probabilmente incontrato con Pietro e Marco. Nulla invece sappiamo di certo della vita di Luca dopo la morte di Paolo. C’è chi lo descrive come evangelizzatore della Dalmazia e della Macedonia e chi, come Gregorio Nazianzeno, dell’Acaia e della Tebaide. Incerti rimangono anche il luogo e la causa della sua morte. Gli scritti più antichi parlano di martirio. Anche sul luogo e sulla data della composizione del Vangelo (per ciò che riguarda il luogo comunemente è indicata Roma), le testimonianze fornite dalla tradizione e le opinioni degli studiosi divergono. È però certo che la redazione del terzo Vangelo è anteriore a quella degli Atti degli apostoli.

«Gli avvenimenti accaduti tra noi» Luca apre il suo Vangelo con un prologo nel quale chiarisce subito il metodo e lo scopo del suo scritto. È indirizzato ad un certo Teofilo, personaggio importante a noi sconosciuto, probabilmente di origine greca, che Luca desidera confermare nella fede e al quale indirizza anche il libro degli Atti. Ma al di là di questo personaggio, il suo Vangelo sembra essere rivolto (proprio per la lingua usata, per le spiegazioni circa la geografia della Palestina e le usanze ebraiche, per lo scarso interesse per le discussioni sulla legge e per il riferimento invece continuo ai pagani) a coloro che non provengono dall’ebraismo. Luca per esporre con ordine «gli avvenimenti che sono accaduti» (Lc 1, 1) ha consultato documenti scritti e soprattutto testimoni diretti. Ha attinto indicazioni preziose da Paolo, del quale in tutto il Vangelo si sente l’influsso, da Pietro (Lc 22, 8), forse da Giovanni stesso (Lc 9. 28-36), dal diacono Filippo (At 21, 8), particolarmente al corrente di quanto riguardava la Samaria (Lc 9, 52-56), da Cleopa (Lc 24, 18). Le pie donne insieme a Marta e Maria (Lc 10, 38) hanno potuto informarlo di episodi che le riguardavano personalmente. Manaèn, l’amico d’infanzia di Erode (At 13, 1), gli ha forse riferito la comparsa di Gesù davanti al tetrarca (Lc 23, 7-12). Ma Luca ha attinto soprattutto dal tesoro dei ricordi della madre stessa di Gesù (Lc 2, 19. 51), che egli ha conosciuto e ascoltato di persona. Da lei ha appreso lo stupore dell’annuncio, della visita a Elisabetta, del parto a Betlemme; l’angoscia sua e di Giuseppe per lo smarrimento di Gesù dodicenne. È la voce stessa della Madonna che nel Magnificat direttamente si rivela: «L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio mio salvatore; perché ha rivolto gli occhi all’umiltà della sua serva…» (Lc 1, 46-48). Tutta la parte del Vangelo sull’infanzia, così come è narrata, ponendo in parallelo l’annunciazione e la nascita di Gesù con l’annunciazione e la nascita di Giovanni Battista, è peculiare di Luca. È Luca a lasciarci i tratti delicati di Maria, a dipingerne nel racconto le immagini più belle. E forse è proprio da qui che è nata la tradizione di origine orientale che presenta Luca come pittore del volto di Maria. Molte infatti sono le immagini della Madonna attribuite all’evangelista. La testimonianza più antica al riguardo è di Teodoro il Lettore (520 circa) il quale afferma che la regina Eudocia mandò da Gerusalemme a Pulcheria il quadro della Madre di Dio dipinto dall’evangelista. «Neque novimus faciem Virginis Mariae», non conosciamo il volto della vergine Maria, scrive sant’Agostino (De Trinitate VIII). Ma anche se mancano testimonianze storiche più antiche non è affatto escluso che Luca abbia realmente dipinto il volto della Madre del Signore. Il Vangelo di Matteo e di Marco, quest’ultimo seguito da Luca in tre lunghi tratti della vita pubblica del Signore, sono le fonti scritte utilizzate dall’evangelista. Tuttavia, seppure il terzo Vangelo presenta lo stesso schema generale dei Vangeli di Matteo e di Marco (un’introduzione, la predicazione di Gesù in Galilea, la sua salita verso Gerusalemme, il compimento della sua missione attraverso la passione e la risurrezione), la sua costruzione è elaborata con cura e mira a far risaltare in questa storia i tempi e i luoghi della storia della salvezza, insistendo fin dall’inizio sul Figlio di Dio come il salvatore di tutti gli uomini e sull’attualità della salvezza (Lc 2, 11; 4, 21).

L’assassino buono ruba il paradiso L’originalità di Luca si manifesta soprattutto nella parte centrale del Vangelo, nel viaggio di Gesù verso Gerusalemme, dove risalta l’insegnamento di Gesù attraverso una serie abbondantissima di parabole come quella del buon samaritano (Lc 10, 29-37), del figliol prodigo (15, 11-32), del ricco epulone (16, 19-31), del fariseo e del pubblicano (18, 9-14). Parabole che solo Luca riporta (18 delle sue 24 parabole non esistono negli altri Sinottici) e che evidenziano gli aspetti a lui più cari: la misericordiosa mansuetudine di Gesù, la sua benevolenza verso i pagani, la sua bontà accogliente verso i peccatori, la sua predilezione per i poveri e i piccoli che della buona novella sono i destinatari privilegiati. La predicazione di Gesù si apre, nel Vangelo di Luca, proprio rivolgendosi a loro: «Mi ha mandato a predicare ai poveri la buona novella» (Lc 4, 18). Più volte sottolinea che il Vangelo è per i piccoli, più volte si dilunga a raccontare i gesti di perdono e di accoglienza di Gesù. Luca è l’unico, ad esempio, a riportare l’episodio del buon ladrone, mostrando la misericordia di Gesù fino alla fine. È l’ultimo Suo gesto di perdono prima di spirare sulla croce. E quell’attimo, il solo attimo che è bastato al malfattore per “rubare” il cielo, Luca lo descrive con un’intensità che commuove: «“Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno”. “In verità ti dico, oggi stesso sarai con me in paradiso”» (Lc 23, 42-43). È la stessa commovente intensità con la quale descrive l’episodio della peccatrice in casa del fariseo (Lc 7, 36-50). Gesù era a pranzo in casa di un fariseo e mentre erano lì a mangiare irrompe una nota prostituta che circonda di attenzioni Gesù: «Portava un vaso di alabastro pieno di unguento e, fermatasi alle spalle presso i suoi piedi, piangendo, cominciò con lacrime a bagnargli i piedi e li asciugava con i capelli, e gli copriva di baci i piedi e li ungeva con l’unguento». Attenzioni che provocano l’indignato rancore del fariseo. È soprattutto nel narrare le parabole, i gesti di compassione e di misericordia di Gesù, che Luca mostra la sua qualità di scrittore di grande talento. Con brevi notazioni, con sfumature sottili, a volte con una sola parola riesce ad indicare la tensione drammatica di un’intera situazione e non mancano neppure tracce di linguaggio medico. Usa ad esempio termini tecnici per indicare la febbre alta (Lc 4, 38), la paralisi (Lc 5, 18), e come medico, trattando dell’emorroissa, omette quanto in Marco (Mc 5, 26) può tornare sgradito ai suoi colleghi. Marco infatti, narrando l’episodio, aveva tuonato rudemente contro i medici che avevano costretto la donna «a dilapidare tutti i suoi averi senza avere alcun giovamento, anzi era andata peggiorando». Luca laconicamente scrive: «Nessuno era riuscito a guarirla» (Lc 8, 43). Ma la sua delicatezza si esprime soprattutto quando avvicina la persona di Gesù. Di lui ci suggerisce gli sguardi, le emozioni, i gesti umanissimi, le sofferenze nascoste. Luca è l’unico che riferisce del sudore di sangue di Gesù in quella notte di agonia nel Getsemani (Lc 22, 43-44) e di quel pianto, di quei «singhiozzi», quella sera sull’altura degli ulivi a Gerusalemme (Lc 19, 41-44), di fronte allo splendore del tempio al tramonto, presagendo la distruzione della Sua città. Giovanni ci ha mostrato Gesù commuoversi fino alle lacrime per la morte dell’amico Lazzaro (Gv 11, 35-38), Luca è il pittore della sua tenerezza, come nell’episodio della donna curva da tanti anni al punto che non poteva più raddrizzarsi (Lc 13, 10-17). È Gesù a prendere l’iniziativa. Nessuno, neppure la donna, gli aveva richiesto niente. Stava insegnando nella sinagoga: la vede e chiamatala vicino a sé la guarisce. E quel giorno quando, entrando nella città di Nain, si imbatte in un corteo funebre e viene a sapere che il morto è il figlio unico di una madre vedova (Lc 7, 11-17). Gesù vede tra la folla quella madre portare al sepolcro l’unico suo figlio. «Vedendola» scrive Luca «ne prova compassione». Allora le si avvicina, piano le dice: «Donna, non piangere». Un atto di tenerezza è il suo primo gesto, poi le restituirà il figlio vivo.

PASTORI AL PRESEPIO – ANALISI DI LC 2, 8-20

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I PASTORI AL PRESEPIO

 NOVEMBRE 2009 – ARGOMENTO: BIBBIA

ANALISI DI LC 2, 8-20

Luca ha consegnato alla chiesa un racconto della natività  denso di teologia. Di questa ricchezza è anche pregna la scena dei pastori che, all’annuncio dell’angelo, si avviano alla culla del neonato Messia. L’approccio a questo testi lo facciamo in tre momenti: – Come l’antica letteratura giudaica rileggeva i brani dell’AT che parlano dei “pastori di greggi” veri e propri; – Come la letteratura cristiana ha interpretato le stesse pagine bibliche con l’aggiunta però dei pastori di Betlemme – Le tradizioni giudaica e cristiana offrono davvero un contributo per comprendere Luca 2, 8-20?

RILETTURE DEL GIUDAISMO ANTICO SUI “PASTORI” D’ISRAELE L’AT parla spesso di Dio “pastore” del suo popolo e dei patriarchi di Israele in quanto “pastori” nel senso reale del termine: – Abele (Gen 4,2) – I pastori di carrai e Giacobbe (Gen 29, 7-8) – I figli di Giacobbe (Gen 37, 13-14) – Mosè (Es 3,1) – Le tende dei pastori (Ct 1,8) Orbene: là dove il testo biblico parla di Dio o dei Patriarchi come “pastori”, i commenti giudaici dei passi tendono a trasformare la loro mansione di “pastori” in quella di “re – capi – guide” del popolo. Questi commenti riguardano soprattutto: Abele, Giacobbe e i suoi figli, Mosè, Davide, i pastori del Cantico. Ma lo stesso Dio è celebrato in Filone come il Pastore supremo che regge l’universo con tutte le sue creature. Le interpretazioni si diramano in due direzioni: – “pastore” diventa sinonimo di “re – capo – guida” dei greggi composti da persone quindi è sinonimo di chi è capo e sa governare saggiamente. Questa equivalenza appare soprattutto in Filone, ma viene attestata anche dal midrash; – “pastore” significa anche “maestro – dottore della Legge di Mosè”: a) Filone indicava anche in Dio lo stesso pastore che pasce l’universo e lo regge mediante la parola della sua Legge che è giusta e retta. b) Il Midrash pone in chiara luce l’equazione simbolica: pastori = dottori della legge, come ad esempio, nel caso di Mosè. c) Il Targum paragona le “tende” dei pastori alle “case di studio” della legge. d) In altre referenze della letteratura giudaica  e cristiana tra il I secolo avanti e dopo Cristo, il titolo “pastore” viene attribuito a persone che “insegnano la legge di Mosè”, come il profeta mandato da Dio ai deportati in Babilonia; o “predicano il Vangelo della Nuova Alleanza”, come Gesù stesso o gli evangelizzatori delle prime comunità cristiane.

TESTIMONIANZE CRISTIANE DEI “PASTORI” DI ISRAELE COME “DOTTORI” DA ORIGENE FINO AL XIV SECOLO I commenti degli autori cristiani fino al XIV secolo quindi Padri e Scrittori ecclesiastici si dividono in commenti su: a) I Patriarchi di Israele b) I “pastori” e “le tende dei pastori” c) I “pastori” di Betlemme

I PATRIARCHI DI ISRAELE Esistono una quindicina di commentari, cernita esigua, ma non priva di significato. Anche per gli autori cristiani, le figure bibliche dei “pastori di gregge” divengono il simbolo dei pastori – maestri che hanno il compito di istruire i fedeli nella legge di Mosè o nella verità di Cristo. Come “falsi pastori” vengono indicati di conseguenza “gli eretici” i “falsi maestri”. I pastori biblici vengono indicati spesso anche come modello dei “veri pastori della chiesa”. (Didimo il Cieco – Cirillo d’Alessandria – Beda il Venerabile – Ruperto di Deutz – Isidoro di Siviglia – Teodoro di Mopsuestia – Gregorio Magno)

I PASTORI E LE TENDE DEI PASTORI Esiste una copiosa fioritura di opere di commento soprattutto al passo del Cantico dei Cantici: “perché io non sia vagabonda dietro i greggi dei tuoi compagni” (Ct 1,7). Il commento lo applica ai movimenti ereticali che frantumano il gregge, guidato dall’unico vero pastore che è Cristo. Di conseguenza le “tende dei pastori” sono le sette dei falsi pastori, degli eretici i quali – da maestri perversi – insegnano dottrine errate. Solo raramente le “tende dei pastori” sono interpretate come la funzione del legittimi pastori, quali sono i profeti, gli Apostoli, la Chiesa ecc. (Origene – Gregorio di Elvira – Beda il Venerabile – Gilberto di Foliot – Giovanni di Halgrin- Tommaso d’Aquino – Filippo di Harveng)

I PASTORI DI BETLEMME La pericope dei pastori di Betlemme, è stata oggetti di preziosi commenti fin dall’antichità cristiana. Le varie esegesi possono essere così sintetizzate: a) Significato letterale – storico di fondo: riguarda i pastori di Betlemme intesi nel senso ovvio del termine, cioè come custodi del loro gregge. Illuminati dallo Spirito essi si recano a visitare il neonato Messia per poi annunciarlo al mondo b) Significato tipico – spirituale – mistico – morale: Questo tipo di commento è presente soprattutto nell’esegesi patristico – medievale. Questa interpretazione viene intesa a due livelli: – ecclesiale: I pastori di Betlemme sono “figura” dei pastori della Chiesa e la loro esperienza vissuta in occasione del Natale di Gesù, è come un preludio che anticipa i compiti di quanti saranno chiamati a presiedere le future comunità cristiane; – pasquale: I gesti e le parole dei pastori di Betlemme sono posti in relazione con la fede e l’attività che i discepoli di Gesù esplicheranno a partire dalla resurrezione del Signore. Si fanno quindi questi parallelismi: 1. Come i pastori annunciarono per primi la nascita di Gesù, anche i pastori della Chiesa furono i primi araldi della rinascita spirituale del mondo; 2. come i pastori accorse a contemplare le sembianze del Verbo divino rivestito di carne, così i pastori della Chiesa contemplarono la gloria del Verbo Incarnato manifestatasi nella Resurrezione

IL TESTO EVANGELICO DI LC 2, 8-20 Dopo quello che abbiamo detto fin’ora ci dobbiamo chiedere: La narrazione lucana conteneva già in se stessa i motivi “ecclesiali – pasquali” enucleati più diffusamente poi dalla tradizione cristiana?  E ancora: le tradizioni elaborate sia dal giudaismo che dal cristianesimo sulle figure bibliche dei pastori ci possono aiutare a comprendere il ruolo dei pastori di Betlemme? La risposta può essere positiva. Esaminiamo sotto tre aspetti la pericope lucana: – A) Motivi pasquali di Lc 2, 8-20 – B) I pastori di Betlemme figura dei pastori della Chiesa – C) Quale storicità ha questa pericope?

 A) MOTIVI PASQUALI Eccome alcuni: 1 “La gloria del Signore” Nel linguaggio di Luca, sia Vangelo che Atti, “la gloria del Signore” è sempre connessa con la glorificazione pasquale di Gesù risorto dai morti (Lc 9, 26.31.32; 21,27; 24,26; At 7,55; 22,11) 2. La resurrezione di Cristo come “nascita” nella ”città di Davide” Il messaggio dell’angelo: “Vi è nato nella città di Davide un Salvatore”, in prima istanza annuncia il parto di Maria, avvenuto nella “città di Davide chiamata Betlemme”, in seconda istanza potrebbe anche alludere alla resurrezione di Cristo avvenuta in “Sion – Gerusalemme” Infatti anche Gerusalemme era chiamata “città di Davide” (2Sam 5,7.9; 1Cr 11,5.7; Is 22,9-10…) Oltre a Is 9,5, sembra che qui echeggi anche il Sal 2,7, anch’esso ambientato in Sion – Gerusalemme: “Mio figlio sei tu, oggi ti ho generato”. Ora è noto che la tradizione lucana, espressa per bocca di Paolo, applica il Sal 2,7 all’azione di Dio che risuscita Gesù dai morti (At 13,33) e considera l’oggi della pasqua, come una nuova “nascita” di Cristo. 3. I titoli di: Salvatore – Cristo – Signore Questi tre appellativi annunciati dall’angelo ai pastori, sono di chiara derivazione pasquale. Stando alla dottrina degli Atti, soltanto a seguito della sua intronizzazione presso il Padre. Gesù sarà proclamato in quanto tale (At 5,31; 13,23; At 2,36) 4. Un filo sottile tra il natale e la pasqua Alcune evidenti analogie tra il natale e la pasqua rendono manifesti gli echi pasquali di Lc 2, 8-20: a) Il segno: – a Betlemme i pastori trovano il bambino e lo vedono; al sepolcro le donne, Pietro e l’altro discepolo non trovano Gesù e non lo vedono; – a Betlemme Maria “lo avvolse in fasce e lo depose nella mangiatoia”; nella sepoltura Giuseppe d’Arimatea “lo avvolse in bende e lo depose nella tomba” – a Betlemme i pastori trovano Gesù avvolto in fasce; a pasqua nella tomba non si trova Gesù ma solo le bende in cui era stato avvolto nella sepoltura; b) La “parola”: -  Il bimbo della mangiatoia faceva porre questa domanda: Chi è quel bambino? La risposta è data dall’angelo: “Oggi vi è nato un Salvatore, che è il Cristo Signore”; Al sepolcro la domanda che sorge è: Dov’è il Signore?  La risposta degli angeli è: “Non è qui, è risuscitato”. Gesù, il bambino di un tempo, avvolto in fasce, è lo stesso Gesù che ha dovuto sopportare le sofferenze e la morte, per entrare nella sua gloria. 5. La struttura e il vocabolario kerigmatico di Lc 2, 8-20 La pericope lucana usa un vocabolario che rimanda all’esperienza della primitiva comunità cristiana, quando annuncia l’evento della risurrezione di Cristo: ciò che fanno i pastori di Betlemme, è in realtà ciò che fanno i pastori della chiesa, come appare soprattutto dagli atti: I Pastori di Betlemme – I pastori sono, antitutto, “evangelizzati”: sono infatti investiti dalla gloria del Signore, il quale, mediante l’angelo, annuncia e fa conoscere loro l’evento del Natale. Per prima cosa, quindi essi odono questa parola di rivelazione e poi vanno a vedere Maria, Giuseppe e il bambino; – I pastori divengono evangelizzatori: Infatti parlano e fanno conoscere a tutti la parola – evento che essi hanno udito e visto da parte del Signore. Essi se ne vanno glorificando e lodando Dio e tutti quelli che li ascoltano si meravigliano  I Pastori della Chiesa – I pastori della Chiesa sono, antitutto, “evangelizzati”: Difatti il Signore si fa vedere, cioè appare ai discepoli  dopo la resurrezione, per cui essi vedono il Signore risorto e la sua gloria. Apparendo ai suoi il Signore risorto rivela ai suoi che il Padre gli ha fatto conoscere le vie della vita. -I pastori della Chiesa sono “evangelizzatori”: Obbedendo al comando del Risorto, essi annunciano e proclamano l’evento cristiano che ha il suo culmine nella resurrezione; fanno conoscere a tutto il popolo, quello che hanno visto e udito. L’annuncio è tanto nuovo ed inatteso che quelli che ascoltano si meravigliano, mentre la Chiesa, perseverando unita nella Parola udita, eleva a Dio un tributo di gloria. Le analogie tra l’azione kerigmatica dei pastori di Betlemme e quella dei pastori della Chiesa sono così profonde che si può affermare che la Comunità ricorda la nascita del Messia pensando alla sua risurrezione. Il popolo credente si raccoglie attorno alla sua culla per celebrare la sua nascita nel tempo ma ha in mente la sua nascita nell’eternità della gloria.

B) I PASTORI DI BETLEMME FIGURA DEI PASTORI DELLA CHIESA Se l’oggetto dell’annuncio diffuso dai pastori di Betlemme è di natura prettamente pasquale, i pastori di Betlemme sono allora, sotto la penna di Luca, sono figura dei pastori della chiesa cristiana primitiva, descritti soprattutto nel libro degli Atti, anch’esso opera di Luca. 1. I pastori del gregge nel libro degli Atti Negli Atti vediamo che Luca definisce pastori del gregge coloro che lo Spirito ha posto come “episcopi” a pascere la Chiesa di Dio (At 20.28). Tali episcopi sono i presbiteri della chiesa di Efeso, che Paolo ha mandato a chiamare (At 20,17). Essi hanno una funzione di guida, di presidenza in seno alla comunità e il compito di insegnare la retta dottrina che lo stesso Paolo ha loro trasmesso. Il tenore contestuale di At20,28-31, mostra chiaramente che i pastori del gregge, cioè della Chiesa, sono capi della comunità e dottori – maestri in tutto quello che riguarda il Regno e la volontà di Dio predicata dagli Apostoli. 2. Le cose viste e udite Se i pastori di Betlemme raffigurano di fatto la missione evangelizzatrice dei pastori della chiesa, quali saranno le cose che essi hanno visto e udito e che fanno conoscere a tutti?La risposta viene dagli Atti (4,20; 22,14-15 ) e dalla stessa pericope di Luca (Lc 2,8-20): a) Per i pastori della Chiesa, secondo gli Atti, le “cose viste e udite” hanno attinenza con la morte e la resurrezione del Signore in connessione col ministero pubblico prepasquale che va dal battesimo di Giovanni in Galilea fino a Gerusalemme. Esse, dunque, durano tutto il tempo in cui il Signore visse in mezzo a loro, dal Battesimo fino all’Ascensione; per i pastori del Betlemme le cose viste e udite cono le parole dell’angelo che annuncia la nascita del Messia e ne chiarisce l’identità, il canto degli angeli che esaltano la gloria di Dio, la visone stessa dell’angelo, il bambino deposto nella mangiatoia, Maria e Giuseppe. I pastori della Chiesa e quelli di Betlemme hanno visto e udito dunque le cose riguardanti il Cristo, contemplato nello splendore della gloria di Dio, dopo averlo visto sotto le sembianze umili e contingenti della carne umana. Secondo Luca dunque la Pasqua spinge verso il Natale: la comunità cristiana professa il bambino di Betlemme, nato da Maria sposa di Giuseppe, che è la stessa persona che, resuscitata dai morti, si rivelerà come Messia divino, come Cristo Signore.

C) QUALE STORICITA’ PER Lc 2, 8-20? Quale può essere il grado di storicità insito nella pericope di Luca? E cioè: l’evangelista intende narrare un fatto realmente accaduto? Qual è la demarcazione tra il fatto storico e i suoi intendimenti dottrinali – interpretativi?

1. Anacronismi pasquali di Lc 2, 8-20 La ricognizione delle risonanze pasquali della pericope è di capitale importanza per valutare i limiti della storicità della pericope stessa. – Nell’annuncio ai pastori e nel loro far conoscere a tutti l’annuncio – evento vi sono inverosimiglianze chiaramente inaccettabili dal punto di vista della cronaca dei fatti. Infatti soltanto dopo l’evento della Pasqua, sarà manifestato che Gesù di Nazaret è il Salvatore – Cristo – Signore. Che cosa avrebbero potuto comprendere gli ignari pastori si un simile messaggio che già conferma il Cristo risorto e la sua divinità? Ma come sarebbe stato possibile all’angelo fare un simile annuncio se gli eventi non erano ancora accaduti? Luca, quindi, antica nel discorso dell’angelo i fulgori della Pasqua trasferendo sui pastori di Betlemme l’attività catechetico – evangelizzatrice che sarà propria dei pastori della Chiesa. L’intento degli anacronismi è chiaramente teologico – dottrinale.

2. Un fondo di cronaca? Scarta la rivelazione pasquale ai pastori di Betlemme che cosa resta di essi? E’ possibile riconoscere nel racconto qualcosa di quanto accadde realmente? Si può rispondere così: In Lc 2, 8-20, possiamo discernere un nucleo esiguo di cronaca: Betlemme, già da antica tradizione, era una zona di gente dedita alla pastorizia. Non stupisce dunque che alla nascita di Gesù, ci fossero intorno dei pastori a guardia del gregge, forse gli stessi proprietari della grotta – stalla. Avvenuta la nascita, non è difficile che alcuni di loro si recarono a rendere visita di omaggio al neonato e ai genitori e diffondono intorno a loro la notizia di questa nascita. Forse illuminati da una speciale grazia divina, compresero in parte la natura messianica, secondo l’attesa diffusa nel popolo, del neonato bambino di Betlemme. Di questa visita rimane un vivo ricordo nelle memorie di Maria che rimase assorta sulle cose che dicevano i pastori.

Conclusione Possiamo concludere che siamo di fronte ad una vera storia, nel senso che l’evangelista non solo narra il fatto della nascita di Gesù, ma ne coglie anche il senso profondo, quale esso si manifesta in seguito alla pasqua. La lettura pasquale della pericope di Luca, quindi, non vanifica l’evento descritto, ma lo fa comprendere meglio. La critica sia linguistica che morfologica del brano permette di ravvisare sotto l’attuale formulazione l’eco sostanziale del ruolo effettivo svolto dai pastori di Betlemme. Alcuni autori parlano di una solida componente della tradizione locale betlemita che non escluderebbe una concomitante testimonianza che risalga alla stessa madre di Gesù. 

« UN TEMPO PER NASCERE, UN TEMPO PER MORIRE » NEI VANGELI E NELLE LETTERE DI PAOLO – II – Giuseppe Barbaglio

http://www.finesettimana.org/pmwiki/index.php?n=Db.Sintesi?num=79

Incontri di « Fine Settimana »
percorsi su fede e cultura
anno 34° – 2012/2013

Annunciare e testimoniare oggi la buona notizia

« UN TEMPO PER NASCERE, UN TEMPO PER MORIRE » NEI VANGELI E NELLE LETTERE DI PAOLO

(DIVIDO IN DUE, VANGELI E PAOLO)

sintesi della relazione di Giuseppe Barbaglio

Verbania Pallanza, 13-14 febbraio 1993

VANGELI

Il tema nascere-vivere-morire è legato alla riflessione sapienziale, uno dei filoni dell’Antico Testamento; gli israeliti si sono interrogati razionalmente e sperimentalmente sul senso dell’esistenza umana e questo campo di riflessione, che ha prodotto la letteratura sapienziale, era ciò che li accomunava agli altri popoli e costituiva una base per il dialogo. Mentre l’esperienza narrata nei libri storici come pure gli scritti della letteratura profetica erano solo di Israele, la riflessione sul vivere ed il morire accomuna tutti gli uomini. Nel Nuovo Testamento non esiste un filone sapienziale e bisogna perciò cogliere, là dove emergono, alcuni riflessi di questo discorso. Il tema del vivere e del morire non è assunto in proprio dal Nuovo Testamento in senso diretto, tutto centrato a porre l’attenzione sulla novità di Gesù.
Gesù però ha alcuni aspetti sapienziali: non è stato solo un profeta o per certi versi un apocalittico, ma è stato anche un saggio. Nella testimonianza evangelica cogliamo due momenti: 1°, il vissuto di Gesù, cioè come lui affronta l’esperienza umana nel suo animo; 2° come Gesù parla, sente, vive l’esperienza di ogni uomo.
1. IL VISSUTO DI GESÙ
Una grande parte della tradizione sottolinea la particolarità che Gesù ha vissuto nella consapevolezza di avere ricevuto da Dio una missione da compiere.
che gli uomini smarriti non vadano perduti
Un esempio si ha nella parabola della pecora smarrita che troviamo nella versione di Luca 15 e in quella di Matteo 18. Il racconto di Gesù è incentrato sul pastore che è protagonista. Il pastore ha cento pecore e una di queste si è smarrita. La narrazione è costruita anzitutto sul contrasto fra una e novantanove, su quanto poco conta oggettivamente una pecora su cento, e poi sul contrasto del pastore che lascia le novantanove e va alla ricerca dell’una, non perché sia più preziosa delle altre, ma perché è smarrita. Psicologicamente è più importante uno rispetto a novantanove a causa della situazione concreta. Nella versione del Vangelo apocrifo di Tommaso, un vangelo molto antico di poco successivo a quello di Giovanni, il significato è capovolto rispetto al racconto di Gesù perché si dice che la pecora era la più grassa e quindi aveva un valore oggettivo. Invece nel racconto di Gesù ciò che conta non è il valore, ma la situazione della pecora: il pastore non vuole che lo smarrimento sia una perdita definitiva.
Nelle parabole che racconta, molto spesso Gesù riflette se stesso. Infatti nella versione di Luca si precisa che Gesù era circondato da peccatori e pubblicani e che i ben pensanti mormoravano contro di lui. Dunque la parabola è la giustificazione del suo comportamento, del suo modo di vivere, di come vive la missione. Gesù non può sopportare (e neppure il suo Dio lo sopporta), che la pecora smarrita vada perduta. Noi usiamo indistintamente perdersi e smarrirsi invece nella versione di Matteo si evidenzia la differenza: la pecora si è smarrita, quindi si tratta di una perdita momentanea. Dio non vuole che la perdita diventi definitiva e Gesù nel suo comportamento manifesta questa volontà di Dio: Gesù è impegnato affinché gli uomini smarriti non vadano perduti.
eunuco a causa della sua missione
Sul tema di come Gesù abbia vissuto la sua missione c’è un particolare significativo in Matteo 19,12. Gesù enuncia tre categorie di eunuchi: ci sono gli eunuchi per nascita, gli eunuchi che vengono castrati dagli uomini (presso le corti orientali erano coloro che vivevano a contatto con il gineceo) e ci sono gli eunuchi per la causa del regno di Dio. Queste parole di Gesù suppongono un vissuto preciso, e cioè che Gesù non era sposato. Nel mondo ebraico di allora era una cosa sorprendente pur con eccezioni, come a Qumran. Probabilmente gli avversari di Gesù dicevano in modo spregiativo che fosse un castrato. Nella tradizione ebraica gli eunuchi erano sottoposti a delle limitazioni, per esempio non potevano entrare nel tempio. Di fronte ad un motteggio di cui era la vittima, Gesù precisa di essere un eunuco a causa della sua missione. Per la sua situazione di predicatore itinerante Gesù non ha formato una famiglia, anzi è entrato in un rapporto di rottura con la sua famiglia di origine. Gesù ha vissuto la missione come esperienza di svincolamento dai legami umani più sacri e genuini. Nel racconto di Marco, il più vicino alla realtà (in Luca e Matteo vi fu un processo di autocensura) Gesù appare così dedito alla sua missione, era talmente assorbito dalla sua disponibilità all’incontro con le persone, da non mangiare, da saltare i pasti. I suoi famigliari, preoccupatissimi, dicevano che era matto, che era uscito di senno. Marco 3,20-21: « Allora i suoi, udito questo (che non mangiava) uscirono per catturarlo perché dicevano: è fuori di sé ».
la nuova famiglia di Gesù
Marco, Matteo e Luca concordano invece nell’altro momento della missione: mentre Gesù stava in casa vengono i suoi famigliari (Marco 3,31-34) che non riescono ad entrare. Saputo della loro presenza Gesù ha una risposta impressionante: « chi è mia madre, chi sono i miei fratelli e le mie sorelle? » E rivolto a coloro che stavano accanto a lui: « questi sono mia madre, i miei fratelli, le mie sorelle ». Gesù ha troncato i rapporti con la sua famiglia ed ha costituito una nuova famiglia. Non ha vissuto solo e disincarnato, senza rapporti, ma ha rotto con la famiglia naturale e ne ha creata una nuova; non è più un rapporto costruito sui vincoli del sangue, della parentela, ma sui vincoli spirituali di chi fa la volontà del Padre.
Questa rottura appare ancora più chiara in Marco 6,1-4 quando Gesù, che aveva abbandonato il paese di origine, Nazareth, ritorna ormai ripudiato dalla patria, dal parentado nel senso allargato di villaggio e dalla famiglia che comprende la madre, i fratelli e le sorelle. Nel verso 6,4 Gesù dice: un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, dai suoi parenti e dalla sua famiglia. Si tratta di un vissuto di Gesù molto impressionante a tal punto che già Matteo e Luca, che pure avevano come fonte Marco, hanno tolto la prima parte quella relativa al matto da sequestrare ed hanno edulcorato quest’altro passo tralasciando la famiglia. Gesù si è sganciato dalla famiglia ed ha costituito nuovi legami su base spirituale per entrare nell’orizzonte del fare la volontà del Padre.
Gesù è consapevole di essere chiamato all’annuncio
Un’altra caratteristica, la terza, della missione di Gesù si può cogliere al vivo in una pagina di Marco che è il più vicino alla fonte e il più fedele e genuino, in 1,35 ss. ove si narra una giornata tipo di Gesù: « Gesù si alzò quando era ancora buio ed uscì in un luogo appartato e là si metteva a pregare »; questa annotazione non è frequente nella tradizione evangelica, poi si svegliano Simone e gli altri e dopo averlo cercato lo trovano e gli dicono: « Tutti ti cercano » e Gesù risponde: « Andiamo ovunque nei villaggi affinché anche là io possa fare il proclama perché per questo io sono uscito da Dio ». Qui cogliamo la coscienza del vissuto di Gesù. Gesù è l’araldo, colui che proclama con voce forte e sottolinea che per questo vive, esiste. Noi non possiamo stabilire come e quando Gesù ha maturato questa coscienza della missione perché le fonti non sono abbastanza ricche. Lo cogliamo dove emerge, anche se purtroppo non possiamo averne la genesi. « Venne a proclamare nelle loro sinagoghe in tutta la Galilea ». C’è la coscienza chiara di essere chiamato e Gesù dedica la sua vita a questo. La giornata va avanti fino alla sera.
messo alla prova
Sulla missione possiamo cogliere altri elementi: in Luca, in Matteo e anche in Marco c’è il motivo di Gesù tentato. In Marco c’è solo l’annotazione: dopo il battesimo, lo Spirito Santo sospinge Gesù nel deserto e là viene tentato da Satana dopo aver digiunato quaranta giorni e notti (sono simbolismi del Vecchio Testamento). Matteo e Luca hanno un’altra tradizione che ha elaborato, in modo narrativo, le tre tentazioni. Resta, dal punto di vista storico, che Gesù è stato messo alla prova; Satana è un nome funzionale, è il tentatore. Nell’espletamento della sua missione non tutto era semplice e liscio, non è vero che il suo cammino sia avvenuto senza tentennamenti e crisi. Il fatto che Gesù è stato tentato vuol dire che sentiva un’attrazione per percorrere una via diversa, cioè di compiere la missione in termini trionfalistici, con esibizione di potenza di Dio. La tentazione non è stata di non compiere la missione, ma di compierla dimostrandosi un vero figlio di Dio forte, vincente. Gesù era diviso dentro di sé. C’era una parte interna che lo spingeva a realizzare la missione in questo modo.
Al tempo di Gesù esisteva il movimento zelota che proclamava che solo Dio era re, che la dominazione romana era illegittima e che bisognava ribellarsi al potere romano. Più tardi nel 66 gli zeloti scatenarono la guerra contro Roma con conseguenze tragiche. Tra i dodici c’era anche uno zelota, Giacomo e questo dimostra che Gesù era a contatto con questa visione molto ideologica, massimalistica dell’annuncio del regno di Dio, cioè con una interpretazione di tipo politico trionfalista. La tentazione era aderire alla parte di sé che inclinava in questa direzione. I tentatori erano coloro che gli stavano attorno e lo spingevano in questo senso, erano le attese popolari, la sensibilità del tempo. Gesù ha resistito faticosamente capendo che questa era una tentazione diabolica. Non si è accorto subito dell’errore: la diffusa mentalità propendeva per l’attesa di un profeta forte, di un Messia politico trionfatore dotato della potenza di Dio, una potenza che ridonda a beneficio del popolo di Dio.
Sono congetture quelle che noi possiamo fare sul vissuto di Gesù, sul suo tormento interiore per giungere alla consapevolezza della propria missione in chiave di un Messia povero di potenza divina, di un Messia uomo qualunque, di un Messia debole. E’ una missione e una fedeltà verso Dio da decifrare, che comporta una scelta controcorrente. Da questo punto di vista c’è un testo presente in Luca 4,18; Gesù inaugura la sua missione nella sinagoga e si ricollega alla figura del profeta di Isaia 61 la cui missione era di essere l’evangelista dei poveri, di portare la lieta notizia ai diseredati, a quelli che hanno il cuore affranto, che sono nei ceppi, agli indebitati. Gesù ha scoperto il significato del suo vivere, il suo senso profondo, alla luce delle Scritture del suo popolo. Gesù va nella sinagoga, prende il testo e lo legge  » »lo Spirito del Signore è sopra di me, per questo mi ha consacrato con l’unzione, mi ha mandato ad annunziare ai poveri un lieto messaggio, a proclamare la liberazione a quelli che stanno nei ceppi, a proclamare il ritorno alla vista per i ciechi, per rimettere in libertà gli oppressi e proclamare un anno di grazia del Signore »??. L’anno sabbatico era l’anno della remissione dei debiti, della reintegrazione nella proprietà. Gesù assume questo testo e capisce per suo tramite la propria missione. Dio non ha spiattellato davanti a Gesù la sua missione, ma è stato Gesù che ha cercato il senso della sua vita. Gesù ha scoperto che la sua esistenza doveva essere messa a servizio del progetto di Dio e per questa missione ha speso la sua vita.
Un altro elemento significativo, anche se più esterno, di costume, si trova in Marco 2,16 ss. quando Gesù chiama alla sequela un certo Levi. Levi era un pubblicano, un esattore delle tasse, categoria odiatissima, perché essi agivano da strozzini, frodatori. Gesù non solo chiama questo disprezzato, ma quando costui fa una grande festa con la sua combriccola, va a mangiare a casa sua, un gesto che veniva considerato di totale solidarietà. Era uno scandalo per i farisei, una minoranza costituita in piccole fraternità. E’ un aspetto del costume di Gesù che non è estrinseco alla sua missione di andare alla ricerca dello smarrito perché non si perda. E’ un costume che lo conduce anche ad assumere atteggiamenti sociali controcorrente.
confronto col Battista
Gesù si differenziava nel modo di vivere dal Battista. Il Battista si era separato dalla società, viveva sulle rive del fiume Giordano, lontano dagli abitati e la gente per incontrarlo doveva andare da lui; inoltre mangiava solo miele selvatico, cavallette, vestiva con pelli ed era perciò un disadattato. Gesù all’inizio è stato un discepolo del Battista e ha ricevuto il battesimo di penitenza, ma poi si è staccato, ha preso una sua strada. Il Battista ed altri come lui, ad esempio i qumraniti, stanchi della corruzione dell’ambiente religioso di Gerusalemme si ritiravano ai margini e vivevano una vita di grande tensione morale. Gesù è stato molto attratto da questa esperienza ed è entrato nei movimenti di riforma spirituale del suo tempo però poi si è staccato ed ha vissuto tra la gente. Un elemento di differenza è che Gesù mangiava e beveva normalmente, al punto da venire motteggiato come mangione e beone. Rientra tutto questo nel suo modo di intendere l’esistenza come missione al servizio di Dio e degli altri.
araldo in dimensioni umane
Un altro elemento interessante si rileva da due reazioni; una è raccontata da Luca: durante il viaggio dalla Galilea a Gerusalemme per la festa della Pasqua si doveva transitare per la Transgiordania nella regione dei samaritani con cui vi erano rapporti di odio. Gesù con la sua compagnia è entrato in un villaggio samaritano chiedendo ospitalità. Allora per i pellegrini che si recavano a Gerusalemme l’ospitalità era sacra. In Luca 9,54¬-55 si legge che l’ospitalità venne loro rifiutata; due focosi del gruppo detti infatti « figli del tuono » dicono a Gesù: « Vuoi che invochiamo dal cielo il fuoco distruttore contro questi? ». Gesù li rimproverò duramente e disse « andiamo in un altro villaggio a pernottare ». E’ una reazione molto significativa di Gesù che non si sente un inviato potente di Dio, ma intende la sua missione come araldo del Dio altissimo, ma in dimensioni umane.
L’altra reazione significativa è nella tradizione di Giovanni al cap. 8,1-11 nell’episodio dell’adultera. Mentre tutti sono pronti a lapidare la donna trovata in flagrante adulterio, Gesù reagisce dicendo « chi è senza colpa scagli la prima pietra » e poi resta solo con la donna. Gesù domanda « nessuno ti ha condannato? » « nessuno » « e neanch’io ti condanno, va e non peccare più ». E’ una reazione di umanità e di speranza: tu hai capacità nuove, puoi riscattarti, non sei chiusa dentro la tua colpa, puoi cambiare, ricostruirti un’altra vita.
Nel cap. 8 di Matteo, Gesù, rifacendosi alle scritture dell’Antico Testamento parla del servo di Dio che non grida nella piazza; la sua missione non è quella di spegnere il lucignolo incerto, ma di ravvivarlo.
rifiutato dai potenti e accolto dai piccoli
Un altro elemento interessante è l’emozione che Gesù prova; Matteo 11,25 (testo parallelo di Luca 9,54-55) riporta una delle preghiere formali di Gesù « ti benedico Padre perché hai nascosto queste cose ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli; così è piaciuto a te ». Il testo di Luca aggiunge che Gesù ha avuto un sussulto di gioia. Gesù, probabilmente dopo lunga riflessione, rilegge la sua vicenda alla luce di Isaia; Isaia non veniva ascoltato ed era in preda al dubbio di non essere il profeta di Dio, perché non è possibile che la parola di Dio venga rifiutata. Però meditando lungamente, Isaia capì che la sua missione era proprio di dire una parola di Dio che poteva non essere ascoltata, a causa del rifiuto dell’uomo.
Gesù ha fatto un’esperienza analoga con una variante. Il giudaismo ufficiale nei suoi rappresentanti lo aveva rifiutato. In Giovanni si dice al cap. 7 che uno dei motivi per cui i capi del giudaismo negavano che Gesù fosse profeta, il Messia, è che nessuno dei capi ha creduto in lui. Il secondo motivo è che ha creduto in lui soltanto la gentaglia che non conosce la legge. Gesù, a differenza di Isaia, ha avuto un settore che ha creduto in lui ed erano gli analfabeti che non conoscevano le prescrizioni. La grande scoperta di Gesù è stata che il fallimento presso gli esponenti ufficiali ed il successo presso i piccoli era la prova dell’essere l’inviato di Dio. Ha capito che nella sua vicenda contrastata, la contraddittorietà significava che era il profeta di questo Dio misterioso che si rivela, fa l’apocalisse, agli esclusi.
uno di noi
L’altra emozione molto forte di Gesù è descritta in Giovanni 11,38 quando viene a sapere che l’amico Lazzaro è morto: « fu profondamente commosso in se stesso ».
Quando ci accostiamo alla figura di Gesù dobbiamo prestare attenzione alle sue parole, alla sua morte e resurrezione, ma anche allo spessore del suo vissuto umano. Il suo vissuto è per certi versi anche il nostro vissuto; le sue difficoltà, i suoi dubbi, la sua ricerca dicono l’originalità e l’individualità del suo vissuto che noi dobbiamo meditare perché ha grandi somiglianze col nostro vissuto; cogliamo una persona viva, uno di questo mondo che è nato, vissuto, fa il suo cammino e dà un senso alla sua vita.
nessun anelito al martirio
Nella vita di Gesù, come in quella di ognuno, c’è il momento topico, quello in cui il cammino storico si conclude. Anche in questo momento vi sono elementi molto interessanti presenti nella tradizione evangelica.
Il momento della verità in cui si confronta con la morte tragica, violenta è da lui vissuto psicologicamente nel suo apice nella scena del Getzemani, Marco 14,32 ss., e i paralleli. Vi è un elemento impressionante riportato da Marco, attenuato in Matteo e Luca: Gesù in compagnia di Giacomo, Giovanni e Pietro cominciò ad essere preso dal panico; è una esperienza di un vivere drammatico. La parola di Gesù ai suoi accompagnatori è quasi identica in tutti: « la mia anima è avvolta dalla tristezza », sono assediato dalla tristezza « fino a morire ». In Gesù non c’è un anelito al martirio, elemento che apparirà più tardi nel cristianesimo; ad esempio Ignazio, vescovo di Antiochia nel 110, quando fu condotto prigioniero a Roma per essere dato in pasto alle belve, scriveva durante il viaggio lettere alle comunità presso cui passava, esprimendo l’anelito al martirio, diceva che la sua esistenza è come il grano che deve essere triturato per poter formare il pane. Gesù invece é preso dal panico e dice ai suoi: rimanete qui e vegliate con me. Prosegue il testo « andato leggermente avanti cadde con la faccia a terra e pregava: se è possibile passi da me quest’ora »; Gesù desidera non avere l’incontro con questa morte tragica e prega Dio che lo liberi, e diceva: « Abbà, tutto a te è possibile, passi da me questo calice, ma non quello che voglio io, bensì quello che vuoi tu ». Gesù prega Dio che lo liberi però gli viene il sospetto che Dio non è colui che gli risparmia la morte. E’ un momento di verità per lui, una scoperta; da un lato c’è la credenza tradizionale della potenza di Dio che lo libererà e dall’altra parte questa sensibilità nuova nell’avvertire che probabilmente questo Dio non gli risparmia la morte tragica. E’ per Gesù una verità crudele perché vuol dire che è lasciato a se stesso, che gli manca la protezione, nel momento cruciale, di questo Dio protettore che la tradizione ebraica celebrava con l’immagine della roccia, della rupe, il fondamento sicuro. Gesù scopre che Dio non risparmia nulla al suo inviato, al suo araldo. Poi c’è anche l’amarezza per i suoi che si addormentano « i loro occhi erano appesantiti dal sonno ». Matteo nella sua versione dice « io potrei invocare la legione degli angeli a combattere » era il sogno coltivato attraverso i secoli della guerra santa, di un Dio battagliero che interviene a liberare i suoi contro i nemici. Gesù arriva a scoprire che Dio non ha le legioni celesti, non interviene nella storia sia pure a liberare suo figlio.
l’araldo di Dio come maledetto
Il secondo elemento che riguarda il modo in cui Gesù si rapporta al suo morire tragico si trova più avanti, quando è messo in croce. Gesù era figlio del suo tempo, con le credenze di allora, con le evidenze culturali e religioniste e vede venir meno tutte le attese del Dio che interviene a salvare in extremis il suo inviato. La croce era pena terribile non solo dal punto di vista sociale essendo riservata agli schiavi e ai terroristi, ma anche dal punto di vista religioso perché si diceva che chi pende cadavere dal legno è un maledetto da Dio. Gesù, l’araldo, l’evangelista di Dio, finisce come il maledetto. I suoi avversari lo motteggiano mentre è sulla croce; Marco 15,27-32 « se sei figlio di Dio scendi dalla croce » gli chiedono la prova e Gesù non riesce a dare questa prova. « Ha salvato gli altri, ma non può salvare se stesso ». Gesù a questo punto deve convincersi di essere impotente a salvare se stesso e che neppure Dio può farlo. Il terzo elemento è in Marco 15,34, ripetuto poi da Matteo ove c’è la preghiera del Salmo 22, una delle voci più desolate del salterio. Il protagonista di questo salmo che si confronta con una tragedia sua di oppressione e di odio da parte dei nemici, nonostante tutto conserva la fiducia in Dio. « Eli, Eli, Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? », c’è l’abbandono da parte di Dio, però questa preghiera è intessuta di fiducia. Gesù si sente un abbandonato dal Dio forte, interventista, però non è un abbandono totale: l’ha lasciato un certo Dio che era il Dio della sua tradizione ed educazione, della sua sensibilità e cultura. Con sé ha un Dio che sale anche lui sulle croce. Il quarto elemento è in Marco 15,37, con cui concorda Matteo « e lui gridò con voce forte e spirò ». Invece nella tradizione lucana c’è un elemento molto bello, forse non storicamente del tutto fedele però è importante per cogliere come l’esperienza di Gesù è stata rivissuta nella fede, nel ricordo. In Luca 23,46 c’è un’altra preghiera di Gesù « nelle tue mani deposito la mia vita »; Gesù non è passivo, la vita gli è strappata dai nemici, ma egli prende questa sua vita e la affida a Dio. C’è da notare che in questo non vi è la certezza della risurrezione, i testi in cui Gesù dice che il terzo giorno risusciterà sono stati riconosciuti dalla critica evangelica come testi successivi. Se Gesù avesse avuto la certezza di risorgere, la sua morte, per quanto drammatica, sarebbe stata temporanea, molto circoscritta. Gesù non è morto nella coscienza dello sfacelo generale, definitivo, ma ha un gesto di fiducia in Dio, vedrà Dio cosa fare della sua vita.
Nella nostra tradizione catechistica abbiamo sempre avuto l’immagine di Gesù come di un superuomo, invece da queste testimonianze emerge come Gesù ha sentito il peso dell’esistere ed ha avvertito il dramma di un morire tragico. L’esistere ed il morire di Gesù è molto vicino a noi, agli uomini che fanno esperienze drammatiche in questo mondo.

2. COME GESÙ HA PERCEPITO IL VIVERE UMANO IN GENERALE.
Gesù è stato dentro la società del suo tempo, si rapportava agli altri e perciò sappiamo, dalle testimonianze, come sentiva il vivere umano in generale.
un mondo governato bene dal Creatore
C’è un testo di Matteo 6,25, ripreso da Luca « non affannatevi per la vostra vita, che cosa mangiare, che cosa bere, come vestirsi, forse che la vostra vita non è di più del cibo e il vostro corpo non è di più del vestito che si mette addosso? Guardate gli uccelli del cielo, essi non seminano e non mietono e non raccolgono nei granai, eppure il Padre vostro celeste li nutre. Ora voi non siete di più di loro? Chi di voi affannandosi può aggiungere un giorno all’età o uno spazio alla sua statura? E del vestito perché affannarsi? Guardate i gigli del campo come crescono e non si affaticano nel lavoro né filano, eppure vi dico che neppure Salomone in tutto il suo splendore si è avvolto di vestiti come uno di questi. Se l’erba del campo che oggi è e domani viene tagliata e buttata nel fuoco, Dio così la riveste, quanto più voi, gente di poca fiducia. Dunque non affannatevi dicendo che cosa mangeremo, che cosa berremo, di che cosa ci vestiremo? Tutte queste cose le ricercano i pagani, sa infatti il Padre vostro celeste che avete bisogno di tutte queste cose. Cercate innanzi tutto il regno di Dio e la sua giustizia e tutto questo vi sarà dato ». E’ un testo citato dalla storiografia marxista. Ad esempio Kautsky nel suo scritto del 1911 « Le origini del cristianesimo » dice: ecco come Gesù era un « comunista di consumo » nel senso di consumare tutti insieme quello che c’è, contro il lavoro duro.
In particolare in queste espressioni si rileva la sensibilità che Gesù ha del Dio creatore; Gesù vede l’esistenza umana in un mondo governato bene dal creatore. Noi oggi abbiamo la sensibilità di un mondo crudele, scisso, in cui una minoranza ha rapinato i beni a discapito della maggioranza. Gesù mostra una sorta di romanticismo, di semplicità; è uno squarcio di vita al di fuori del dramma di situazioni mondane di frattura enorme, di ingiustizia violenta.
Il secondo testo è in Matteo 10,39 e 16,25, Marco 8, 35, un testo dove Gesù gioca al paradosso sul significato della vita; si rivolge ai suoi discepoli, ma lo sguardo è molto più universale sull’esistere umano. « Infatti se uno vuole salvare la propria vita la perderà » sottointendendo che la vita che si perde è diversa da quella che si salva, c’è una vita che va perduta per poter salvare un’altra vita. L’uomo è chiamato a scegliere fra due tipi di vita. Anche nella cultura del tempo c’era distinzione tra il vivere « bios » come dato oggettivo e la vita alta, piena. Anche gli stoici, i filosofi hanno fatto distinzione tra una vita autentica, che noi chiamiamo la qualità della vita, e una vita fatta solo di conforts, di comodità. Per Gesù l’applicazione è sulla vita autentica che si realizza nella fede con l’adesione a lui e al Vangelo. Per arrivare alla vita autentica ci sono prezzi di vita da pagare.
alla ricerca di ciò che vale nella vita
Un altro testo è la parabola di Gesù in Matteo 13,44-45, in cui si dice che un contadino ha in affitto un podere e arandolo trova un tesoro sepolto. Il contadino vende tutto quello che ha, compra il campo e acquisisce il tesoro. L’altra parabola narra di uno che commercia in pietre preziose e, girando per i mercati, scopre una perla di valore inestimabile, allora vende tutto quello che ha per poterla acquistare. Gesù intende dire che si deve essere disposti a dare tutto per il tesoro, che c’è qualcosa di grande nella vita per cui vale la pena di perdere tutto il resto. Per raggiungere il tesoro bisogna fare delle scelte, non pretendere di avere tutto, quello che vale e in più la « pleonexia ». La vita è ricerca di ciò che vale ed una volta scoperto si deve perdere tutto il resto.
bene e male sgorgano dal cuore dell’uomo
Gesù vede minacciata l’esistenza umana; nel testo degli uccelli e dei gigli del campo ha uno sguardo di freschezza sulla creazione, ma non per questo si è nascosto la drammaticità dell’esistenza umana. Nella cultura del tempo di Gesù l’esistenza umana era percepita come un campo di lotta tra le forze della vita e quelle della morte. Le forze della morte poi erano, in un certo senso, cosificate, pensate in cose esterne. Ad esempio gli ebrei non volevano avere rapporti con i cadaveri perché ritenevano che il contatto con le forze della morte racchiuse nei cadaveri contaminasse e si rimanesse da queste investiti. Anche la carne di porco, il sangue mestruale erano ritenuti sede delle forze della morte. Per contrastare queste forze sono sorti i riti di purificazione e la religione aveva la funzione di liberare gli uomini dall’assalto delle forze della morte. Il rito conduceva l’uomo nella sfera dove agiscono le forze della vita. Gesù si confronta con questo problema in Marco 7,15 ss. « non sono le cose che entrano in noi a gettarci nelle braccia delle forze della morte »: la percezione nuova di Gesù è che le forze della morte che contaminano l’uomo non provengono dall’esterno, ma dall’interno. Gesù interpreta il dentro come ciò che viene dal cuore, cioè dal centro decisionale dell’uomo. In questo senso la concezione di Gesù è molto più drammatica e dice: dal cuore dell’uomo escono le malvagità. L’esistere nostro per Gesù è confrontato con le forze della morte e le forze della vita e la sede di entrambe è dentro il cuore. Gli accampamenti del nemico sono dentro di noi. L’esistere autentico, dice Gesù, è fare emergere da noi le forze della vita e non le forze della morte.
il problema della ricchezza
Un altro tema che Gesù ha affrontato diverse volte riguardo il vivere è il problema della ricchezza, degli averi, delle cose. In Matteo 19,24 vi è il detto che il cammello non può entrare nella cruna di un ago, e così un ricco non può entrare nel regno di Dio. In Luca 12,15 Gesù ha un diverbio con i farisei e c’è un’annotazione assolutamente originale in quanto i farisei vengono detti ‘filarguroi’, amanti del denaro: « Disse loro: guardatevi da ogni pleonexia, volontà di accumulamento ». Un terzo detto – Luca 16,1 ss. – si trova nella parabola di Gesù sull’amministratore dei beni che viene destituito e questi astutamente si reca dai debitori e pratica decurtazioni agli importi. Quando deve lasciare l’incarico fa valere le sue benemerenze e coloro cui ha condonato parte del dovuto lo accolgono in casa loro e lo mantengono. La parabola di Gesù sottolinea questo comportamento come avveduto perché l’amministratore ha saputo assicurarsi il futuro. L’applicazione circa il vivere è che le ricchezze vengano date in elemosina. La stranezza della parabola consiste nel fatto che Gesù loda un truffatore, però l’accento non è posto sul comportamento truffaldino, ma sulla avvedutezza. Altro testo importante sull’argomento si trova nel Discorso della montagna « non potete servire a due padroni, Dio e Mammona, Dio e il denaro ». Gesù contrappone un altro tipo di vita rispetto a quello dominato dalla ricchezza, percepita come una realtà capace di fare da padrone nella vita. La saggezza del vivere è sfuggire al padronato dell’accumulo.
Un tema importante è la fiducia, un altro è quello del vecchio e del nuovo, ove Gesù dice che non possiamo vivere il nuovo come una riedizione del vecchio; e parla di toppa nel vestito, degli otri; in Marco 2,27 parla del sabato e in Luca 11,28 dice « Beati coloro che ascoltano la parola ». Il tema dell’esistenza minacciata si trova in Luca 12,4-5 « Non temete quelli che possono uccidere il corpo, ma quelli che mandano tutto l’uomo nella Geenna ».
Un testo sul nascere è in Giovanni nel dialogo a Nicodemo; tutta la concezione di Giovanni è dualistica, vi è la realtà dell’alto (anà) e del basso (katà), la realtà di Dio e del mondo. Distingue il nascere dal basso ed il nascere dall’alto. « Rinascere » non rende l’idea qualitativa, Giovanni invece parla di « nascere dall’alto » e dice: nascere dall’acqua (che sarebbe il battesimo) e dallo spirito. Per Giovanni la qualità della vita dipende dal principio e quindi nascere nel segno dello spirito. E’ una panoramica sia del vivere come Gesù ha vissuto, sia del vivere umano come Gesù l’ha percepito entrando in contatto con gli uomini.
Precisazioni e approfondimenti nel dibattito
A proposto dell’accumulo dei beni in Gesù c’è la percezione dell’accumulo della ricchezza come ingiusto. Analizzando la parabola dobbiamo chiederci cosa Gesù vuol dire, il suo scopo è sottolineare l’avvedutezza del ricco che consiste nei disfarsi dei beni. La parabola non analizza il comportamento truffaldino, ma come l’amministratore è riuscito a salvarsi in una situazione disperata. Chi è nella ricchezza è in una situazione disperata e vi è un’unica possibilità di salvarsi. Non ogni elemento della parabola è importante, vi è una « punta » ed in questo caso è che un uomo, preso alla gola, è riuscito a salvarsi. Il ricco è preso alla gola dalla rovina eterna. La metodologia richiede che non si prenda la parabola come se fosse un’allegoria: è un racconto fatto per dire una cosa sola.
Gesù dicendo « beati i poveri » si riferisce ai beneficiari della giustizia. Per la comunità cristiana primitiva i poveri sono i cristiani; per Luca sono i poveri cristiani oppressi in questa vita; per Matteo sono gli umili. Gesù vuol dire che Dio viene a liberare i poveri in senso molto vasto. Non c’è un valore morale o teologico del povero. Il povero è beato perché beneficiario della liberazione del Dio re che è il simbolo della giustizia.
Gesù abbina il non affannarsi al guardare al Padre celeste, non condanna il darsi da fare ma lo colloca nella fiducia. La contrapposizione è con i gentili, quelli che non conoscono Dio: é un situarsi nel mondo e affrontare il problema elementare del vivere in una prospettiva di radicale fiducia nel Dio creatore. In questa pagina non emerge il dramma della fame, dello sfruttamento, ma vi è uno sguardo esistenziale, non certo di valenza sociale, dell’uomo come si colloca nel mondo, o in una fondamentale fiducia nel Dio creatore oppure nell’affanno perché non ha prospettive. C’è un vissuto molto religioso, di tipo francescano, che in altri testi non appare. Dietro l’affanno c’è la mancanza di qualsiasi prospettiva di speranza nell’esistere. Gesù distingue tra vivere il mondo nella consapevolezza della creatura di Dio o come una realtà in sé sussistente. La prospettiva del Dio creatore impegna con una fondamentale fiducia. Chi non l’ha è preso dall’affanno e si aggrappa all’avere, ma sentendo di non avere mai abbastanza. Se vi è rapporto di fede si vive il mondo in una conciliazione con Dio, se si vive in modo avulso, si vive nell’insicurezza per cui si accaparra, però l’accaparramento non estingue l’affanno. Il rapporto di ogni persona con il mondo dipende dal rapporto che si ha con Dio. Gesù non manifesta coscienza del dramma della fame e si rifà all’esperienza personale della sua vita peregrinante, di chi non ha un’occupazione lavorativa; questo dimostra come la sensibilità dipenda dallo stato sociale che uno ha scelto. Gesù ha scelto uno stato sociale del tipo « figli dei fiori » in cui giocava un ruolo fondamentale la dimensione del sentirsi figlio di Dio.
Nella parabola dei vignaioli il comportamento del padrone è certo antisindacale. Infatti il padrone dice all’amministratore di incominciare a pagare quelli che avevano lavorato tutto il giorno, i quali pigliano il loro denaro pattuito; poi quelli che hanno lavorato meno pigliano la stessa paga e così via fino a quelli che hanno lavorato soltanto un’ora e ricevono anch’essi un denaro. Scatta l’accusa dei primi: tu sei ingiusto perché ci hai equiparati a questi. Il padrone replica: voi avete l’occhio cattivo cioé siete invidiosi. L’invidia è un sentimento distruttivo perché non tollera che l’altro abbia del bene. La parabola di Gesù vuole dire che questo Dio di grazia ha mandato il figlio suo in un mondo che è tanto diviso: vi sono i buoni, moralmente ineccepibili, poi ci sono i ladroni, gli atei, i pagani. Si pensava a Dio come a un buon ragioniere che dà a ognuno secondo i meriti, invece Dio dà grazia a tutti, ai buoni e ai cattivi. Non si può esigere da Dio che la grazia sia un possesso esclusivo. Nell’Antico Testamento Dio era giudice giusto, imparziale. Paolo, che è un teologo straordinario, sposta il tema del giudizio e dice: Dio è imparziale di grazia. Uno degli schemi fondamentali proiettati in Dio è il Dio giudice. Il giudice dà « unicuique suum », a ciascuno il suo. E’ uno schema meritocratico, invece Dio è diverso, sfugge, dà indiscriminatamente a tutti, fa sorgere il suo sole sui buoni e sui cattivi e fa piovere sul campo del giusto e dell’ingiusto. All’interno di un condizionamento culturale molto forte è un’acquisizione straordinaria che vi sia e nell’Antico Testamento e nel Nuovo il filone che cerca di uscire dall’immagine di Dio catturata dentro agli schemi nostri.

XXI DOMENICA DEL T.O. – COMMENTI SUL LETTURE: ISAIA 66:18-21, EBREI 12:5-7.11-13; LUCA 13,22-30

http://livingspace.sacredspace.ie/OC211/

(traduzione Google dall’inglese, non è una buona traduzione, ma è leggibile, mi sembrano buoni commenti)

XXI DOMENICA DEL T.O.

COMMENTI SUL LETTURE: ISAIA 66:18-21, EBREI 12:5-7.11-13; LUCA 13,22-30

C’è una tendenza mondiale tra le persone che credono in una religione di sentire che sono un gruppo privilegiato, che portano con loro qualche garanzia in ghisa che il loro futuro è assolutamente sicura. Il concetto di « popolo eletto » non è in realtà confinata agli ebrei. Lo troviamo tra i cristiani, indù, musulmani e anche tra i buddisti militanti (una contraddizione in termini?).
Non è per noi qui a valutare altre credenze religiose. Ci limiteremo ai cristiani. Anche tra gli stessi cristiani non ci sono divisioni su chi viene scelto e sulla strada giusta. Basta ascoltare alcuni dei cristiani di Irlanda del Nord parlano l’uno dell’altro.
I cristiani hanno creduto per lungo tempo che loro e solo loro saranno, come si diceva, « salvato ». « Fuori della Chiesa non c’è salvezza » è stato un grido di battaglia per secoli e, se non andiamo errati, è ancora per un po ‘. Eppure era ben prima del Concilio Vaticano II che il gesuita Leonard Feeney è stato condannato dalla Santa Sede per negare la salvezza ai non cristiani.

Quanti saranno salvati?
Forse questo era ciò che Gesù ‘interrogante aveva in mente quando – nel brano evangelico di oggi – ha chiesto, « ? Ci sarà solo pochi salvati » La domanda riflette la convinzione di molti ebrei in Gesù’ di tempo che loro e solo loro erano di Dio  » popolo eletto « . Per loro che significava, da un lato, che i « pagani » e « non credenti », gente che non osservano la legge di Mosè, furono emarginati per essere respinti da Dio per sempre. La salvezza del popolo di Dio, però, era praticamente garantita, purché mantenuto la Legge.
Come spesso accade, Gesù non risponde direttamente alla domanda di suo Enquirer. Se non lo fa in realtà contatore con un’altra domanda, si parlerà in parabole o immagini. In ogni caso, il suo significato sarà chiaro a una mente aperta. Gesù parla oggi di venire attraverso una porta stretta e di un padrone di casa che si rifiuta di aprire la porta dopo che si è bloccato per la notte. Il fatto che coloro che bussano sostengono di essere compagni a lui noti non fargli cambiare idea. « Sei in ritardo e io non riconosci tu più ». Parole Terribile!
Quindi, in risposta alla domanda di una persona, Gesù non confermare o negare che solo pochi saranno salvati. Che lui non dice è che la salvezza non è garantito per nessuno. « Siamo i tuoi popolo eletto » non sarà sufficiente. Quello che Gesù sta dicendo è che nessuno, non importa chi siano, è una garanzia assoluta di essere salvati, di essere accettato da Dio. Nessuno si salva da rivendicare identità con un particolare gruppo o effettuando un particolare tag nome.

Messaggio è per tutti
Gesù non affatto dire che solo pochi saranno « salvati ». Tutta la spinta del Vangelo, e soprattutto del Vangelo secondo Luca che stiamo leggendo, è che Gesù è venuto a portare l’amore e la libertà di Dio per il mondo intero. Il messaggio del Vangelo è quella che non ci sia una sola persona, non un solo popolo, nazione, razza o classe, che sono esclusi dallo sperimentare l’amore e la liberazione che Dio offre.
Il ruolo primario della comunità cristiana non è mai stato sufficiente a garantire la « salvezza » dei propri membri. Non è la funzione della Chiesa di trasformare tutte le sue energie nel vedere che i suoi membri « salvarsi l’anima » e, talvolta, pregate per coloro che « tenebre di fuori ».
Il ruolo della comunità cristiana, dall’inizio fino ad oggi è prima di tutto per proclamare al mondo intero la Buona Novella dell’amore di Dio per il mondo, per condividere il messaggio del Vangelo su ciò che costituisce vivente reale con il mondo intero. Si spera anche che molti risponderanno al suo messaggio di vita attraverso una conversione della loro vita. La Chiesa tradisce completamente questo mandato quando si diventa ossessionato con la propria sopravvivenza e propri « diritti » e privilegi.
E non è solo un messaggio verbale, l’insegnamento orale di Gesù, che deve essere comunicato. Tutto il nostro stile di vita, individualmente e in comunità, come cristiani è di per sé di essere un proclama a tutti coloro che hanno fame di una vita di verità, di amore, di giustizia e di una maggiore condivisione, una vita di compassione e di sostegno reciproco, una fine alla solitudine e emarginazione, lo sfruttamento e la manipolazione … è che un quadro della comunità cristiana vi appartiene?

Come essere ‘salvato’?
Quante persone saranno salvati? Che cosa significa, « essere salvati »? Non è molto utile per buttare fuori il vecchio catechismo gergo di coloro che muore « in stato di grazia », ?? »senza peccato mortale sulle loro anime ». Cercando di metterla in termini più realistici, per essere « salvato » significa vivere e morire in un rapporto d’amore stretto con Dio e con gli altri. Si tratta di condividere la visione della vita che Gesù ha offerto a noi. E ‘semplice e difficile da fare. « Da questo saranno tutti sapete che siete miei discepoli che si amano l’un l’altro. » Per amarsi in nome e lo spirito di Gesù è davvero tutto ciò che è necessario per essere « salvato ».
Quanti, poi, sarà salvato? Nessuno lo sa, ma sicuramente è la volontà di Dio che dovrebbe essere molti. E, come la Scrittura dice spesso, non saranno frustrati i piani di Dio. Non sta a noi giudicare.

Una posizione abbellito
Ma veniamo più vicino a casa e guardare la seconda parte dell’insegnamento di Gesù ‘oggi. Per appartenere al Popolo di Dio (una frase usata dal Concilio Vaticano II), di appartenere alla comunità cristiana è, per molti versi, una, una posizione privilegiata graziato.
Se davvero parte di una comunità che condivide e spiega la Parola di Dio in un modo che mi aiuta a capire il significato più profondo della vita, se trovo conforto e sostegno – spirituale, emotivo, sociale e materiale – da quella comunità, poi mi sto benedetto davvero. Ma una tale grazia è anche una delle responsabilità.
Gesù esprime questo in diversi modi. Il cammino verso la vita è attraverso una « porta stretta ». Dal punto di vista del Vangelo, la porta verso la vita può essere riassunto nella parola « amore ». In un certo senso, l’amore è una parola onnicomprensiva in entrambi i suoi significati figurativi e letterale. Eppure, per guidare tutta la propria azione solo con l’amore è una scelta che molti non sono in grado di fare. Molti trovano estremamente difficile e molti semplicemente rifiutano. Preferiscono andare per la via più ampia (che pure la invocano « più umano ») di odio, risentimento, gelosia, competitività e vendetta.
Quanti di noi può affermare di essere riusciti a piedi la via stretta di amore incondizionato e incessante? Eppure, se falliamo in amore, che tipo di cristiani siamo? Noi meritiamo la ricompensa finale di fratelli e sorelle, discepoli, di Gesù?

Possibilità spaventosa
Quindi, quello che Gesù sta dicendo oggi è che molti di coloro che si considerano « cattolici » possono trovare la porta chiusa in faccia. Essi potranno sentire quelle parole terribili: « Io non ti conosco ». Come Gesù può non riconoscere qualcuno che è stato battezzato come cattolico e che è andato regolarmente a Domenica Messa? Perché queste persone a loro volta non hanno riconosciuto Gesù stesso a tutte quelle persone che possono avere odiati, risentiti, usato, sfruttato, manipolato, rifiutato, calpestato. « Ogni volta che non siete riusciti a farlo al più piccolo dei miei fratelli, lo avete dimenticato di farlo per me. »
Quando ci troviamo faccia a faccia con Dio – e speriamo – si può essere sorpresi che non c’è. Possiamo anche essere più sorpreso a coloro che ci sono: persone che abbiamo considerato come « pagani » (buddisti, induisti, musulmani), animisti, agnostici e persino atei, persone di altre razze che tendeva a disprezzare, la feccia della società. « La gente da est e ovest, da nord a sud, verranno a prendere posto al banchetto nel regno di Dio ».
Queste persone saranno nel Regno perché, qualunque cosa le etichette che abbiamo dato loro, erano a cuore amorevole, la cura e la condivisione di persone, persone che hanno vissuto la loro vita per gli altri come ha fatto Gesù. Queste persone Gesù riconoscerà. Facciamo in modo che egli sarà in grado di riconoscere a ciascuno di noi, anche. Che cosa intende fare oggi per essere sicuri che Gesù ti conosce?

LA TRASFIGURAZIONE DI PAOLO – CARLO MARIA MARTINI

http://www.atma-o-jibon.org/italiano7/martini_confessioni_di_paolo7.htm

CARLO MARIA MARTINI

LE CONFESSIONI DI PAOLO

MEDITAZIONI

LA TRASFIGURAZIONE DI PAOLO

Partendo dall’episodio storico della sofferenza nella vita di Paolo, riflettiamo sulla trasfigurazione a cui l’ha portato l’interiore purificazione, per meditare poi sulla trasfigurazione del pastore.
Come grazia di questa meditazione chiediamo di potere, attraverso la conoscenza dell’ Apostolo, giungere alla conoscenza di Cristo, la cui gloria risplende sul suo volto e vuole risplendere in noi.
Ti ringraziamo, Padre, per il dono di gloria luminosa, affascinante, che hai posto sul volto del tuo Figlio Risorto. Questa gloria l’hai mostrata alla tua Chiesa, nel tuo servo Paolo, come l’avevi mostrata interiormente a Maria, Madre di Gesù, a Pietro e agli Apostoli.
Ti ringraziamo perché continui a mostrare questa gloria nella storia della Chiesa attraverso i santi. Ti ringraziamo per i santi che abbiamo conosciuto, per tutti coloro i cui scritti, le cui parole ci edificano, per tutti coloro la cui vita ci è di sostegno. Manifesta la gloria del volto di Cristo anche a noi, perché qualcosa di quello splendore risplenda in noi stessi e, interiormente trasformati, possiamo conoscere il tuo Figlio Gesù e farlo conoscere come sorgente di trasformazione della vita di ogni uomo. Te lo chiediamo, Padre, per Cristo nostro Signore. Amen.
Quanto abbiamo detto della sofferenza di Paolo per la rottura con Barnaba può essere esteso ad altri conflitti, che hanno segnato la vita di quest’uomo straordinario: i conflitti con le comunità, soprattutto quelli a cui fanno riferimento la seconda lettera ai Corinti e la lettera ai Galati. In esse Paolo ei appare chiaramente in contrasto con certi modi di agire e in situazioni di tensione, di dolore, di solitudine. Emblematico è il conflitto con Pietro ad Antiochia, in cui Paolo si trova in una situazione estremamente imbarazzante e difficile.
Innanzitutto ciò che dobbiamo ricavare da queste considerazioni è che non ei si deve stupire di queste cose: nella storia della Chiesa questi conflitti nascono. Le difficoltà di collaborazione tra preti, le difficoltà di collaborazione tra parroco e coadiutore sono di origine apostolica, cioè le troviamo già nel Nuovo Testamento.
È una realtà sulla quale dobbiamo, come Paolo, continuamente riflettere per purificarci e per trovarne la soluzione in un approfondimento delle cose e non in una semplice rassegnazione. Non stupirei, ma crescere nella comprensione di noi stessi e degli altri. Se nella vita di Paolo sono entrati, in qualche momento, dei personalismi, quanto più in noi. Bisogna sapersi conoscere, sapere comprendere come nei conflitti che viviamo non sempre è in gioco soltanto l’onore e la gloria di Dio, ma qualche volta anche la nostra personalità. Bisogna saper crescere nella misericordia che è l’atteggiamento con cui Dio considera la storia e le realtà umane.

Cosa si intende per trasfigurazione
Diamo alla meditazione il titolo di « trasfigurazione » perché il punto di riferimento è la Trasfigurazione di Cristo: «Mentre pregava, il suo volto cambiò di aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante» (Lc 9, 29). È interessante osservare che il verbo usato qui è lo stesso che Luca userà nel descrivere la luce nella quale Paolo entra nel momento dell’apparizione di Damasco: anche Paolo vive il riflesso del Cristo trasfigurato.
Per descrivere la stessa scena il Vangelo di Marco parla di trasformazione: «Si trasformò, si trasfigurò» (cf. Mc 9, 2 ss). Il verbo greco è: «metamorfòthe: si trasformò», tradotto « si trasfigurò davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime ». Questo verbo è il medesimo che Paolo usa nella lettera scritta ai Corinti per descrivere il processo di trasformazione che lui – e ogni apostolo e pastore dietro di lui ~ esperimentano, riflettendo la gloria di Cristo: «Noi tutti – è chiaro che esprime una sua esperienza che poi vuole condividere con noi – a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito del Signore» (2 Cor 3, 18). È la descrizione di quanto stiamo considerando: Paolo investito della gloria del Signore a Damasco, si trasforma. Ma il verbo è al presente per indicare una azione di continua trasformazione, di gloria in gloria, per la forza dello Spirito di Dio. Si trasforma ad immagine di Gesù, acquista la luminosità di Cristo.
Non dimentichiamo che la festa e l’episodio della Trasfigurazione è ampiamente usato nella liturgia della Chiesa greca per indicare ciò che avviene nel cristiano attraverso l’integrazione progressiva che egli fa dei doni battesimali e, per noi, della grazia dell’Ordinazione.
Parlando di «trasfigurazione» di Paolo voglio riferirmi al crescendo di luminosità e di trasparenza che avviene in lui lungo il suo cammino pastorale e che si riflette in maniera inimitabile nelle grandi lettere.
Leggendole siamo affascinati dalla chiarezza e dallo splendore della sua anima e dopo duemila anni sentiamo che dietro alle parole scritte c’è una persona viva, ricca, palpitante e illuminante.
Il suo aspetto trasfigurato attraeva la gente e costituiva uno dei segreti della sua azione apostolica. Era il risultato del lungo cammino di prova, di sofferenza, di preghiere incessanti, di confidenza rinnovata.
Anche il pastore, come Paolo, è chiamato a diventare, attraverso l’esperienza, le sofferenze, le fatiche, i doni di Dio, luminoso e trasparente.
Nelle sue parole e nella sua azione la gente deve trovare quel sentimento di pace, di serenità, di confidenza, che è indescrivibile ma che si percepisce senza alcun ragionamento.
Ciascuno di noi ha avuto modo, per grazia di Dio, di conoscere preti che sono stati così nella loro vita: irradiavano ciò che Paolo lascia trasparire abbondantemente da tutto il suo modo di parlare e di esprimersi.
Vediamo di descriverlo analiticamente perché possa essere specchio ideale del pastore su cui confrontarci. – Quali sono le caratteristiche della luminosità di Paolo?
Possiamo ricavarle da tre atteggiamenti interiori tipici di questa trasfigurazione e da due più esteriori. – Come raggiungere e mantenere in noi qualcosa di simile a questa trasfigurazione, che è dono di Dio anche per noi?

Gli atteggiamenti interiori della trasfigurazione
a) Il primo atteggiamento, che troviamo in tutte le lettere, anche le più conflittuali, è una grande gioia interiore e pace: «Sono pieno di consolazione, pervaso di gioia in ogni nostra tribolazione» (2 Cor 7, 4). Paolo mette chiaramente insieme le sue moltissime tribolazioni con la gioia, anzi con una gioia sovrabbondante. Che non sia forzata o idealistica lo ricaviamo dalle stesse lettere: «Abbiamo questo tesoro in vasi di creta, perché appaia che la potenza straordinaria viene da Dio e non da noi» (2 Cor 4, 7). Paolo riconosce che questa gioia straordinaria viene da Dio: da sé non potrebbe averla. È tipica della trasfigurazione, non frutto di buon carattere, non dote naturale, non umana. «Siamo infatti tribolati da ogni parte, ma non schiacciati; siamo sconvolti ma non disperati; perseguitati ma non abbandonati; colpiti ma non uccisi, portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo»(2 Cor 4, 8-10). Non è una situazione di tranquillità; è una gioia vera che fa i conti con tutti i tipi di pesantezze, di difficoltà, di cose spiacevoli che gli avvengono; coi malintesi, coi malumori nei quali vive la sua giornata. Come la viviamo noi. Paolo era un po’ nevrastenico di carattere e perciò soggetto a depressioni e a momenti di sconforto. Egli sperimenta gradualmente nella sua vita che non c’è momento di sconforto in cui non appaia qualcosa di più forte dentro di lui.
Ancora, è una gioia che guarda intorno a sé, è per la sua comunità, non è privata; è gioia per ciò che succede intorno a lui, per le comunità che sta seguendo. « Siamo i collaboratori della vostra gioia» (2 Cor 1, 24). E scrivendo ai Filippesi definisce le comunità come « mia gioia e mia corona» (Fil 4, 1). Non illudiamoci che fosse una comunità ideale, perfetta: anzi dalla lettera sappiamo che Paolo deve scongiurarli, quasi in ginocchio, di non litigare, di non mordersi, di non dividersi: «Non fate nulla per spirito di rivalità, per vanagloria» (Fil 2, 3). Vuole dire che c’erano rivalità e vanagloria, che la comunità non era facile, che gli creava problemi e molestie. Eppure riesce a considerarla come la sua gioia perché gli è stata donata una visuale di fede che va aldilà della considerazione delle cose puramente pragmatica, abituale, di routine. È un vero dono soprannaturale, potenza dello Spirito che era in lui ormai in grado eminente.
b) Il secondo atteggiamento interiore conseguente al primo è la capacità di riconoscenza. Esorta i suoi a ringraziare con gioia il Padre (Coll, 12). È tipico dell’Apostolo unire la gioia al ringraziamento.
Tutte le lettere cominciano con una preghiera di ringraziamento, eccetto quella ai Galati perché è di rimprovero. Paolo sa ringraziare e le sue parole non sono un formulario vuoto ma esprimono ciò che sente. D’altra parte lo stesso Nuovo Testamento incomincia con una preghiera di ringraziamento: infatti, con ogni probabilità, lo scritto più antico del Nuovo Testamento, quello che ha preceduto anche la stesura definitiva dei Vangeli, è la prima lettera ai Tessalonicesi. Quindi, la prima parola del Nuovo Testamento è: «Grazia a voi e pace. Ringraziamo sempre Dio per tutti voi ».
All’opposto, non troviamo mai in Paolo la deplorazione sterile. C’è il rimprovero, non la rassegnata amarezza. Come dono di Dio, nella sua trasfigurazione apostolica ha la capacità di vedere sempre per prima cosa il bene. Cominciare ogni lettera col ringraziamento, vuol dire saper valutare innanzitutto il positivo che c’è nella comunità a cui scrive, anche se poi ci saranno cose gravissime, negative. All’inizio della prima lettera ai Corinti la comunità è lodata come piena di ogni dono, di ogni sapienza; poi vengono i rimproveri; ma non è un’incongruenza. Gli occhi della fede gli permettono di vedere che un briciolo di fede dei suoi poveri pagani convertiti è un dono talmente immenso da fargli lodare Dio senza fine.
Il pastore maturo ha la capacità di riconoscere il bene che c’è intorno e di esprimerlo con semplicità.
c) Il terzo atteggiamento è la lode.
In Paolo abbiamo quelle lodi meravigliose che continuano la tradizione giudaica delle benedizioni. Egli le sa ampliare per tutto quello che riguarda la vita della comunità, nel Cristo. Per esempio: «Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo» (Ef 1, 3). La preghiera di Paolo, così come la conosciamo nelle lettere, è prima di tutto di lode: diventa anche di intercessione ma spontaneamente la prima espressione che gli viene è di lode. Così può valorizzare i suoi momenti più oscuri: «Sia benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione, il quale ci consola in ogni nostra tribolazione perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in qualsiasi genere di afflizione con la consolazione con cui siamo consolati noi stessi da Dio» (2 Cor 1, 3). Potremmo usare le sue frasi come specchio per domandarci se possiamo dirle in prima persona come espressione di ciò che c’è in noi di più profondo (o se invece sentiamo la fatica di dire queste cose).
La grazia da chiedere a Dio è che questi atteggiamenti tipici del pastore trasfigurato dal Cristo risorto, diventino nostra esperienza abituale. Il demonio ci tenta continuamente per farci ricadere nelle forme mondane della vita: la tristezza è caratteristica dell’uomo che vive nella chiusura delle prospettive. E la tristezza di fondo poi cerca l’evasione, il divertimento, tutto ciò che sembra rendere allegra la vita pur di non affrontare la tristezza.

Gli atteggiamenti esterni di Paolo trasfigurato nel Cristo
a) Il primo atteggiamento esterno è l’instancabile ripresa che ha davvero del prodigioso.
Fin dal primo giorno della sua conversione: predica a Damasco e deve fuggire; va a Gerusalemme, predica e lo fanno partire; a T arso rimane finché la provvidenza non lo richiama; quando lo richiama, dimenticati i risentimenti passati, riparte. Nel suo viaggio missionario praticamente ogni stazione è un ricominciare da capo; predica ad Antiochia di Pisidia, viene cacciato e va a Iconio; a Iconio minacciano un attentato contro di lui, tentano di lapidarlo e va a Listra. A Listra è sottoposto a una gragnuola di sassi. È interessante notare l’impassibilità con cui Luca descrive la scena: «Giunsero da Antiochia e da Iconio alcuni Giudei, i quali trassero dalla loro parte la folla; essi presero Paolo a sassate e quindi lo trascinarono fuori della città, credendolo morto. Allora gli si fecero attorno i discepoli ed egli, alzatosi, entrò in città. Il giorno dopo partì con Barnaba alla volta di Derbe. Dopo aver predicato il Vangelo in quella città e fatto un numero considerevole di discepoli, ritornarono a Listra, Iconio e Antiochia» (At 14, 19-21).
È così un po’ tutta la sua vita: da Atene esce umiliato, preso in giro dai filosofi, eppure va a Corinto e ricomincia, anche se ha l’animo pieno di timore.
Questa ripresa non è umana: un uomo dopo alcuni tentativi falliti, umanamente resta fiaccato. Noi non possediamo la sua instancabilità, nemmeno lui la possedeva: è un riflesso di quella che chiamerà «la carità ». «La carità non si stanca mai» (1 Cor 13, 7). È la carità di Dio: «La carità di Dio è stata riversata nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato» (Rm 5, 5). Il suo modo di agire è riversato dall’alto, è un dono, ed è quello che fa sì che la delusione non sia mai definitiva. «Siamo addirittura orgogliosi delle nostre sofferenze» (Rm 5, 3), «perché sappiamo che la sofferenza produce pazienza, la pazienza una virtù provata e la virtù provata la speranza. La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato» (Rm 5, 3-5).
Se queste parole fossero dette da un neo-convertito ai primi inizi dell’entusiasmo, potremmo pensare che parli senza esperienza. Dette da un missionario che ha vissuto vent’anni di prove, acquistano un suono diverso e ci fanno profondamente riflettere. Nessuno sforzo umano può giungere a questo atteggiamento: è la carità di Dio diffusa nei nostri cuori per lo Spirito che ci è dato.
La trasfigurazione di Paolo è, ancora una volta, la forza del Risorto che entra nella sua debolezza e vive in lui.
b) Il secondo atteggiamento esterno è la libertà dello spirito. Sente di avere raggiunto una situazione in cui non agisce più per costrizione o per conformazione volontaristica a modelli esterni: agisce perché è ricco dentro. Può allora assumere atteggiamenti arditi che sarebbe temerario imitare. Vediamo questa libertà di spirito nella lettera ai Galati quando dice che umanamente sarebbe stato più prudente circoncidere Tito secondo le richieste dei giudeo-cristiani: «Ad essi però non cedemmo per riguardo neppure un istante perché la verità del V angelo continuasse a rimanere salda tra di voi» (Gal 2, 5). Paolo è libero da ogni giudizio o opinione corrente: è molto difficile perseverare isolati di fronte ad una mentalità comune, ad una cultura avversa. Lo fa con estrema libertà, senza vittimismi, perché la ricchezza che sente dentro non è paragonabile in peso all’opinione altrui. Questa sua forza gli permette, a un certo punto, di opporsi addirittura a Cefa. È un caso-limite di libertà: «(Ad Antiochia) anche gli altri Giudei imitarono Pietro nella simulazione, al punto che anche Barnaba si lasciò attirare nella loro ipocrisia» (Gal 2, 13). Quella che chiama ipocrisia evidentemente per Barnaba era il desiderio di mediare tra le parti. Paolo non accetta e di qui la sua resistenza che chiarisce la situazione.
Una libertà che non è arbitrio o presunzione ma senso di assoluta e totale appartenenza come schiavo, come servo di Cristo. Lui stesso mette talora in parallelo l’essere servo di Cristo con l’essere libero da tutte le altre opinioni umane.
In questa luce la libertà diventa una forma rigorosissima di servizio: «Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi; state dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù. Ecco, io Paolo vi dico: Se vi fate circoncidere, Cristo non vi gioverà a nulla. E dichiaro ancora una volta a chiunque si fa circoncidere che egli è obbligato a osservare tutta quanta la legge. Non avete più nulla a che fare con Cristo voi che cercate la giustificazione nella legge; siete decaduti dalla grazia. Noi infatti pei virtù dello Spirito attendiamo dalla fede la giustificazione che speriamo. Poiché in Cristo Gesù non è la circoncisione, ma la fede che opera per mezzo della carità. Correvate così bene; chi vi ha tagliato la strada che non obbedite più alla verità? Questa persuasione non viene sicuramente da colui che vi chiama! Un po’ di lievito fa fermentare tutta la pasta. Io sono fiducioso per voi nel Signore che non penserete diversamente; ma chi vi turba, subirà la sua condanna, chiunque egli sia. Quanto a me, fratelli, se io predico ancora la circoncisione, perché sono tuttora perseguitato? È dunque annullato lo scandalo della croce? Dovrebbero farsi mutilare coloro che vi turbano. Voi fratelli, siete stati chiamati a libertà… Purché questa libertà non divenga pretesto» – e noi sappiamo che sotto la parola libertà c’è molto spesso un pretesto – « per vivere secondo la carne, ma mediante la carità siate a servizio gli uni degli altri» (Gal 5, 1-13). È uno dei pochi passi in cui essere a servizio – in greco essere schiavi – si applica gli uni agli altri. L’assolutezza del servizio di Cristo rende l’uomo libero al punto di non temere di farsi schiavo del fratello. Questa libertà quindi è fonte di servizio umilissimo ed è la radice di quel «con tutta umiltà»che è la caratteristica dell’apostolato di Paolo.
È difficile esprimere queste cose a parole perché si rimpiccioliscono, si banalizzano: il tentativo serve da invito a riprendere i testi di Paolo e a lasciare che agiscano su di noi come parola ispirata, in tutta la loro forza.

La trasfigurazione di Paolo
è modello della trasfigurazione del pastore
Ci proponiamo di riflettere quale sia la metodologia per raggiungere e mantenere questa condizione di trasfigurazione.
Paolo incomincia a diventare un pastore secondo il cuore di Cristo dopo quindici anni di fatiche e sofferenze. Lo diventa per dono di Dio, non per sua conquista.
Riconoscere che Dio nella sua misericordia ci trasfigura è la metodologia fondamentale.
- Il primo modo per ricevere il dono divino è la contemplazione del cuore di Cristo crocifisso, che effonde lo Spirito. Contemplazione che potremmo chiamare eucaristica: prendere sul serio la duplice mensa della Parola di Dio e dell’Eucaristia, lasciarsi nutrire dalla Parola di Dio come forza che chiarisce il significato storico-salvifico del cibo che è Cristo morto e risorto. Questo cibo diventa nostro nutrimento e ci inserisce nella storia di salvezza di cui la Parola di Dio ci comunica la realtà, l’ampiezza, la direzione.
Come per Paolo, anche per noi questa contemplazione è la via della Trasfigurazione. L’Apostolo ha vissuto la preghiera incessante e prolungata che è la contemplazione del Cristo morto e risorto.
- Il dono del cuore trasfigurato nella gioia, nella lode, nella riconoscenza, nella perseveranza, nella libertà, viene per intercessione di Maria.
Maria, come mistero di Dio nella storia della Chiesa e della salvezza, è colei che sostiene e che alimenta in noi la luminosità della fede. Una esperienza cristiana matura sa scoprire il posto .della Vergine come modello e intercessione per raggiungere l’umile dipendenza dalla Parola di Dio che ci trasfigura, assicurando la nostra continua apertura alla forza rinnovatrice dello Spirito. Maria ci richiama a vivere autenticamente quel livello di contemplazione e di ascolto che è il livello che essa occupa nella Chiesa.
- Il dono della trasfigurazione pastorale viene anche dalla condivisione} dalla capacità di mettere la mano nel buio sulla spalla di colui che vede la luce. È questa la nostra comunione ecclesiale e presbiteriale: tenere la mano sulla spalla di chi ha visto la lucei a vicenda.
Si innesta qui il tema della direzione spirituale, del colloquio penitenziale che sono molto importanti perché significano il tenerci la mano gli uni gli altri, la maniera pratica di aprirci e conservare in noi i doni di trasfigurazione che ammiriamo in Paolo.
- Il dono della trasfigurazione ha bisogno della vigilanza evangelica. «Vegliate e pregate per non cadere in tentazione»; «lo spirito è pronto ma la carne è debole»; «vegliate e resistete saldi nella fede». Questo invito ripetuto è l’espressione esortativa della intuizione fondamentale che l’uomo è un essere storico, che si stanca, che di natura sua non è capace di perseveranza.
Ogni cristiano, ogni vescovo, ogni prete deve convincersi che nessuno è assicurato nella perseveranza e che il maggior rischio è in coloro che pensano di aver raggiunto un grado di stabilità tale che le precauzioni non sono più necessarie. La vigilanza neotestamentaria ci dice che fino all’ora della morte il demonio cerca di togliere in noi la gioia, la fede, la lode. Siamo sempre attaccati su questi atteggiamenti fondamentali.
Occorre vigilare sapendo che non c’è tregua in questa lotta e che rapidamente possiamo ritrovarci tristi, stanchi, nervosi, irritati, oppure dissipati in gioie esteriori che infiacchiscono la fede. Paolo ritorna più volte sul tema della vigilanza e della insistenza nella preghiera.
Chiediamo per intercessione di Maria, di poter vigilare con lei, con Gesù e con Paolo perché si compia in noi la trasfigurazione apostolica che assicura una vita pastorale in cui – malgrado le difficoltà, le sofferenze, le delusioni – il fondo di noi è afferrato da Cristo e saldamente posseduto dalla mano di Dio.

DUE STRANI VIAGGI (Atrio dei Gentili)

http://www.atriodeigentili.it/lectio/2005_06/04.htm

Azione Cattolica Diocesana

Lectio Biblica 2005/06
a cura di Stella Morra

4. DUE STRANI VIAGGI

Matteo 2,1-23

PREMESSA
            Con la lectio di oggi facciamo un passo indietro nel tempo liturgico; il racconto del viaggio dei Magi e della fuga in Egitto ci fa tornare al tempo di Natale.
            Stiamo ragionando sul tema del viaggio; i primi tre testi, dell’Antico Testamento, ci hanno dato il profilo delle dimensioni profonde, umane di un possibile viaggio legato al tema del desiderio, del non essere soli durante il viaggio, dell’aspettare strade appianate.
            Già nel primo incontro abbiamo detto che il viaggio è un tema visitato da poeti, letterati, romanzieri, pittori perché è una dimensione profondamente umana  che attraversa tutte le culture. Abbiamo deciso di dedicare alla parte più descrittiva  del viaggio solo l’inizio del nostro percorso poiché possiamo trovare da tante parti spunti o idee per comprendere a fondo qual è, all’interno di ciascuno di noi, il movimento che ci muove verso il viaggio,
            Nella seconda parte cercheremo di passare ad una dimensione più specifica del viaggio, per approfondirlo più dal punto di vista cristologico. Così come nell’annuncio evangelico, nella novità introdotta da Cristo, nei suoi gesti, nella sua vita e nelle sue parole questi viaggi prendono anche altri segni, altre direzioni. Nella vita di Gesù le dimensioni umane ci sono, non sono mai negate o cancellate, ma sono assunte e trasformate. Gesù è un uomo come noi, dunque vive, subisce e sceglie in prima persona  come noi le cose che gli uomini e le donne di ogni tempo vivono, subiscono e scelgono; contemporaneamente, però, Lui non è ‘solo uomo’ e il suo assumere le dimensioni umane le attraversa, le compie e le trasforma in un segno  – in teologia si dice sacramento – di qualche cosa che le cose non mostrano ancora ma che, noi crediamo, tutti mostreremo nell’ultimo giorno.
            Non è solo un dato teorico, è fondamentale. Faccio, come al solito, delle traduzioni un po’ da cartone animato, così ci capiamo. Spesso abbiamo l’idea inconscia che l’essere cristiani, il centro, lo specifico del cristianesimo sia un contenuto piuttosto che un altro. E facciamo delle classificazioni: i cristiani fanno così; i non cristiani, gli induisti, i buddisti, i musulmani in altro modo. Ci chiediamo: in che cosa ‘il mio essere cristiano’ in politica, sul lavoro, in famiglia, mi differenzia? Dove si vede la diversità rispetto a chi non è cristiano? In genere sono ragionamenti molto faticosi; uno passa il tempo a discutere su molti comportamenti, scelte, modi di fare propri e altrui, e conclude prendendo atto che a volte chi non crede è migliore. Il succo di tutta la faccenda, alla fine è: i cristiani dovrebbero essere più bravi degli altri; ma dato che questo non è sempre vero, i cristiani sarebbero quelli che desiderano essere più bravi degli altri. Tradotto, significa che ‘proprio dei cristiani’ sarebbe essere secchioni, essere i primi della classe a tutti i costi.Ma è un ragionamento che alla fine non torna.
            Questa domanda: dove sta il ‘proprio del cristianesimo’? Che cosa vuol dire quello slogan che ripetiamo senza sapere bene che cosa significa: E’ cristiano chi segue Gesù!? Ci sono dei contenuti che i cristiani hanno e gli altri no? Questa è una questione seria, perché non solo conforma i comportamenti personali, fa sì che io mi comporti in un certo modo, ma è seria anche perchè conforma le chiese, il modo  in cui pensiamo il cristianesimo nel mondo, il modo di rapportarsi agli altri…
            LA LEGGE DELL’INCARNAZIONE
            Io credo che il proprio del cristianesimo stia in quelle cose che dicevo prima, e che riprendo. Teologicamente si dice che il proprio del cristianesimo è nella dinamica dell’incarnazione. Cioè non è un contenuto, nel senso di un tema, una questione, un dato etico, ma è in un ‘metodo’, in uno stile che è stato per primo agito da Dio nei nostri confronti in Gesù e che dunque deve essere agito da noi nella nostra vita. Questo stile, questo metodo, questa dinamica è quella dell’incarnazione: Gesù, pur essendo divino, non rifiuta, non cancella niente di ciò che non era suo, che era umano, non lascia cadere niente, ma assume tutte queste cose e le fa lievitare secondo la loro legge, non secondo la sua legge. Le fa crescere per farle fiorire secondo come sono fatte.
            Questa è la legge degli amori veri. Se una persona ha un amore felice non ha più problemi o meno, non li risolve in modo magico, non diventa un’altra persona, ma chi è amato diventa ‘un sé’ che fiorisce secondo la propria logica. Questa è anche la durezza degli amori, perché trovare la misura per cui io posso guardare l’altro volendogli bene e lasciandolo fiorire secondo la sua logica, è sempre un passaggio  complicato.
            La legge dell’incarnazione è abitare dentro, assumere e far fiorire secondo la legge interna in una fiducia di fondo che il Dio che ha creato tutte le cose le ha create bene e che dunque, se tutte le cose fioriscono ciascuna secondo la propria logica, fioriscono bene. Dio le ha create secondo delle logiche buone, fioriscono come nel paradiso terrestre.
            I testi del Nuovo Testamento che ci accompagneranno da qui alla fine, vanno in questa direzione: ci fanno intravedere come Gesù, la sua vita, i suoi atti attraversano i temi del desiderio, del viaggio, delle separazioni e le fanno fiorire in un modo che di per sé era inaudito ed inatteso da quelle cose in sé, in un modo che era loro proprio, ma che non si potevano dare da sole.
            VIAGGI E SOGNI
            Il testo di oggi, dal Vangelo di  Matteo, è un vero racconto di viaggio.  Lo leggiamo come un racconto da bambini, quasi come una favola: ci sono i personaggi del presepio, c’è un lieto fine, ce l’abbiamo negli occhi, più che nelle orecchie, ma è pieno di parole di viaggio, è tutt’altro che un racconto per bambini. Facciamo molta fatica a leggerlo veramente per quello che è. E’ una favola per adulti, come il piccolo principe, un racconto che dice delle verità profonde sull’esistenza delle donne e degli uomini adulti.
            Questo testo è pieno di verbi  di viaggio e di sogni. E’ pieno di separazioni, partenze, gioie, tristezze, paure, di tutto ciò che fa la miscela della vita umana; è come se fosse concentrato tutto in questo breve testo: si nasce,…. si muore. C’è il dolore ingiusto ed innocente dei bambini uccisi al posto di Gesù. C’è la grande gioia dei Magi per aver trovato quello che cercavano. La grande gioia della vita è trovare quello che cerchiamo!…- il che significa sapere quello che cerchiamo, ed è un bel problema. C’è la paura e la protezione di Giuseppe vecchio padre che salva i suoi… In quaranta righe ci sono tutti gli elementi portanti dell’esistenza.
            E’ ben curioso: tutto ciò che riguarda l’esistenza sta in mezzo ai viaggi, non sta fermo. Noi abbiamo la sensazione che la nostra vita sia ferma perchè vediamo un fotogramma alla volta. Vediamo la foto di quella settimana, di quell’anno, di quel periodo e diciamo: è stato terribile!  Adesso vedrai; queste settimane sono ancora un po’ caotiche, ma appena avrò un po’ di calma ci vedremo. Il che vuol dire, di solito, che passano due o tre anni prima che ci vediamo. Perchè tutti siamo in attesa che accada una cosa che non arriva mai e vediamo solo  il fotogramma del momento, che in genere è pesantissimo.
            Quello che non vediamo è la vita vera. Non vediamo la dinamica, che siamo sempre di passaggio da un fotogramma ad un altro, e che ogni luogo, ogni sentimento, ogni dolore, ogni gioia in cui siamo nel momento in cui lo proviamo è già da lasciare, è già accaduto e ci chiama già altrove. C’è un dolore che ci chiama a scommettere sulla vita oltre il dolore stesso; se c’è una miopia quella ci chiama a non tentare di capitalizzarla, ma continuare a vivere.
            La vita è un viaggio! Tutte le dorsali fondamentali della vita stanno in quaranta righe, sono poche, essenziali e tutte inframmezzate da viaggi. Questi vanno e vengono in continuazione. Il vangelo di Luca ci presenta tutta la vita pubblica di Gesù come la sua salita a Gerusalemme, il suo cammino verso Gerusalemme.
            Il primo elemento che ci viene provocato rispetto al modo stesso in cui inizia la vita di Gesù è: attenti non siamo noi che abbiamo un desiderio di viaggio. Noi che siamo lì, piantati sui nostri piedi e pensiamo di farcela ad andare, desiderare, ma siamo noi in viaggio. Non è una scelta. I viaggi materiali, quelli che ci portano in un altro luogo sono solo il segno, il sacramento che noi siamo in viaggio. Tra l’altro, i cristiani questo l’hanno sempre saputo, hanno sempre chiamato pellegrinaggio terreno la vita storica. Ed hanno sempre pensato che la loro patria era altrove. Ed hanno sempre chiamato la morte riposo eterno, quando uno finalmente sta fermo. In un modo un po’ inquietante per la nostra cultura che ha paura della morte, ci hanno sempre detto noi siamo, in quanto siamo in viaggio.
            LONTANI E VICINI
            Altro aspetto curioso, di ordine generale: rispetto a questi strani viaggi ci sono due soggetti particolari: i Magi e Giuseppe. Paradossalmente, rispetto a Gesù nella sua forma storica di bambino appena nato, sono i più lontani e i più vicini. I Magi sono l’esotico, i re persiani venuti dall’oriente, il principe azzurro, l’immagine di ogni possibile esotica lontananza, di quanto di più diverso, astruso; sono la sapienza che viene da altrove, i gentili, i non appartenenti alla stessa religione, non appartenenti a niente… Magi. E, dall’altra parte, Giuseppe, che tutti i Vangeli ci presentano come l’ultimo giusto del Nuovo Testamento, l’ultimo che sogna come nel Vecchio Testamento, l’ultimo della stirpe dei sognatori che inizia da Giuseppe l’egiziano. Da lì in poi, da Giuseppe l’egiziano a Giuseppe, padre di Gesù che sogna e  interpreta sogni, c’è tutta una lunga preparazione: i giusti, i buoni, coloro che fanno del loro meglio e che sono premiati nel fare del loro meglio da essere posti a guardia di questo piccolino che cambierà, anzi, che sta cambiando il corso della storia. Ad essere così vicini da vederlo crescere, da sentire la gente che dice: non  è costui il figlio di Giuseppe il falegname? come viene riportato dai vangeli.
            I più lontani e i più vicini; i più estranei, i più esotici, ed i più normali. Tutti e due sono chiamati esattamente alla stessa cosa, e tutti e due sono chiamati senza preavviso, presi da dove sono, spostati, turbati da quello che avevano organizzato. E’ interessante. Solo Gesù riesce a far fare la stessa cosa ai più lontani e ai più vicini. A noi non viene mai così bene.
            Traduco: ognuno di noi ha sempre questa oscillazione tra il fuori e il dentro, tra l’occuparsi degli altri e l’occuparsi di sé, tra le proprie fasi riflessive e quelle produttive, tra il vicino e il lontano, tra il nuovo e il conservare l’antico, tra lasciarsi turbare da ciò che accade e conservare, rimanere saldo in quello che si è, si è pensato, si fa. Noi abbiamo sempre queste due facce, il fuori e il dentro. Il conservare e il rischiare, il raccogliere e il seminare…
            I magi e Giuseppe: la tradizione antica e la sapienza che viene da fuori. Quello che mi sta vicino, che è solido e rassicurante, e quello che viene da lontano, porta ori, mirra, incenso, è bello, ma anche inquietante. Tra il fascino di ciò che muta, cambia, innova, dà nuove strade e la fedele continuità.
            Noi in genere fatichiamo a tenere insieme questi due pezzi. Quando ci sbilanciamo a cambiare, saremmo tentati di buttare via tutto quello che è dentro, quello che è vecchio, conservato; quando invece decidiamo di conservare abbiamo grande diffidenza rispetto al nuovo. Questo ci accade nelle varie fasi della nostra vita, per cui da giovani si cambia di più, da vecchi di meno;  da giovani si è più proiettati verso il futuro, da vecchi verso il passato e la memoria, ciò che è stato…  C’è differenza anche da persona a persona. Tra noi ci sono quelli più esotici, sempre più attratti da una nuova questione e quelli più conservatori, pacati, calmi che tendono a stabilire, a pianificare tutte le cose della loro vita…Ci è molto difficile mettere in viaggio tutte e due queste parti contemporaneamente.
            Questo bambino che nasce ci dice che se non viaggiano tutte e due le parti, se non viaggia il fuori e il dentro, se non si muove il nuovo e l’antico, l’attenzione agli altri e l’attenzione a sé, se non si muovono tutte e due insieme, non succede niente di vero! Succedono solo dei cambiamenti di facciata, delle sceneggiate come quelle di Erode, che in genere producono dolore innocente! E’ buffo, perché anche Erode vuole mettere insieme ciò che ha e ciò che la novità gli porta attraverso la bocca dei Magi, ma lo vuole mettere in moto in modo che nessuna delle due cose cambi, che nessuno dei due viaggi. Il risultato è l’uccisione degli innocenti!
            VEDERE I SEGNI
            A me piace moltissimo il versetto 2,  un po’ perchè mi chiamo Stella, sento la mancanza di un santo di cui portare il nome, quindi ho eletto come santo di protezione la stella dei magi, – che mi sembra una bella idea – ed un po’ perché trovo che questo versetto sia un capolavoro, di grande bellezza.
            “Dov’è il Re dei Giudei che è nato? Abbiamo visto sorgere la sua stella, e siamo venuti per adorarlo. All’udire queste parole, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme”.
            I Magi sono persone per bene, con gli occhi aperti, scrutano i cieli, cercano segni, hanno desideri e dunque hanno visto sorgere la stella. E’ il passo numero uno per essere gente per bene: vedere i segni! Vedere quello che accade, guardare la storia, vedere il tempo, gli accadimenti, gli altri, quali stelle sorgono. Ma i Magi sono per bene sul serio! Non solo hanno visto sorgere la stella, cioè hanno riconosciuto nella loro storia un segnale, ma si sono messi in viaggio, con tutta la fatica che questo comporta, e sono anche venuti con retta intenzione per adorarlo! Risultato di questa operazione tutta giusta, anzi più che giusta… un premio? No! Una domanda: “Dov’è il re dei Giudei?”.  Il risultato di una vita che vede le stelle e si muove per viaggiare e con retta intenzione, è una domanda, non una risposta!
            Questo versetto, secondo me, è incredibile, è di una bellezza, di una consolazione, di una lucidità incredibile. C’è qui il nostro grande inganno, quello per cui noi diciamo: Ho deciso di essere cristiano, ho cercato di comportarmi meglio che potevo, e adesso non mi danno dieci? Io credo che qui ci sia la fioritura della vita tipicamente cristologia, che ci sarà continuamente ripetuta nel vangelo fino alla croce. Ma noi abbiamo fatto tanta bella poesia sulla croce di Gesù Cristo per cui non la vediamo più, l’abbiamo ben esorcizzata. In passaggi come questi la vediamo meglio, ci prende un po’ alla sprovvista perché, avendo questo tono da racconto per bambini, non l’abbiamo raffreddata, non l’abbiamo cancellata, quindi ti piglia alla gola.
            “Abbiamo visto la stella”. Hanno ben interpretato quello che accadeva, hanno guardato il cielo. Ci sono tanti dipinti che rappresentano i Magi nell’atto di scrutare il cielo notturno, a cercare i segni: hanno visto la stella e l’hanno ben interpretata. Hanno avuto il coraggio di mettersi in viaggio; l’hanno fatto con retta intenzione, per adorare il bambino, e ciò che raccolgono è una domanda: “Dov’è il re dei giudei?” 
            Di fronte a loro ci sta la reazione, I Magi sono la stella per Erode, il segnale, il versetto seguente dice: “all’udire queste parole il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme”. Questo versetto è doppiamente incredibile: turbato. I segnali che ci raggiungono ci turbano, nel senso che ci squilibrano, ci richiedono di uscire dal luogo in cui siamo. E pochi versetti dopo Erode dirà: “Andate”. Lui non si mette in viaggio. Dice loro: “Andate, … poi venite a riferirmi”  e così spezza la logica: la sua intenzione è di uccidere il bambino, non di adorarlo. E questo frutterà dolore.
            Io mi chiedo abbastanza spesso da dove arrivano i miei dolori In genere la prima spiegazione è che la colpa è di qualcuno; in prima battuta di qualcun altro; il passaggio successivo è di ammettere, forse, anche un po’ di colpa mia. Facciamo una serie di ragionamenti sempre legati alla colpa. I nostri dolori normalmente nascono dal non aver visto le stelle, dall’essere stati turbati senza aver avuto la capacità di mettersi in viaggio per adorarlo, dall’aver provato a difendere ciò che avevamo acquisito invece di farsi condurre da una stella.
            Questo versetto mi ricorda un film, Viaggio in Inghilterra,  che riprende la stessa questione: il nostro premio è una domanda. Ed è un altro viaggio. Per chi è cristiano è molto chiaro, è così, perché la nostra unica patria è il cielo; l’unico posto in cui potremo stare fermi sarà il paradiso. Noi questo lo sappiamo, ma siccome fa un po’ impressione, svaluta un po’ la vita di quaggiù, ce la raccontiamo sempre in un modo un po’ ritagliato . In realtà è molto chiaro: il nostro premio è avere ancora giorni per poter ancora scorgere stelle e metterci ancora in cammino.
            “ALLORA ERODE CHIAMATI SEGRETAMENTE I MAGI SI FECE DIRE CON ESATTEZZA DA LORO IL TEMPO… E”
            Segretamente. La segretezza è il contrario del viaggio perché solo chi ha una casa, un luogo stabilito, dei posti dove nascondersi può essere segreto; chi è in viaggio ha bisogno di tutti, chi si sposta è visibile, non può essere segreto, un viaggio si vede, nel suo farsi e nel suo risultato: si è stanchi, provati, si racconta Un viaggio non è fatto per la segretezza: tutti i viaggi generano racconti non segreti. Il genere letterario racconti di viaggio è diffusissimo. La stabilità, il difendersi genera la segretezza, è la paura di perdere
            Dunque Erode manda i Magi a proseguire il viaggio. I Magi hanno fatto la loro parte, sono giunti con una domanda e si sentono dire: la domanda è giusta, continuate pure!
         UNO STRANO VIAGGIO
            “Udite le parole del re, essi partirono. Ed ecco la stella, che avevano visto nel suo sorgere,li precedeva, finchè giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, essi provarono una grandissima gioia. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, e prostratisi lo adorarono.”
            E’ curioso! Provano gioia al vedere la stella. Rispetto al bambino non provano gioia, lo adorano, gli offrono in dono oro incenso e mirra, poi sono avvertiti in sogno di non tornare da Erode e per un’altra strada fanno ritorno al loro paese.
            “Avvertiti poi in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese”.
            L’unica risposta che hanno, paradossalmente, è un sogno che li avvisa di non fidarsi di Erode. E’ uno strano viaggio.
            I Magi sbucano dal nulla e finiscono nel nulla. Sono perfettamente impersonati dalle statuette del presepio. I grandi viaggiatori sono lì, fermi, paralizzati davanti alla capanna, nelle classiche pose: uno inginocchiato, uno in piedi, l’altro con lo scrigno. Sono grandi viaggiatori, ma di loro si ricorda un solo viaggio; non sappiamo null’altro di loro e sono paralizzati nel gesto del rendere adorazione a questo bambino. Tutto ciò che sappiamo di loro è questo gesto. Ma è vero che tutto ciò che conta è la strada, quella che li ha portati lì e quella che li ha riportati a casa.  La tradizione popolare ha infarcito il viaggio di ritorno di chilometri e chilometri, attribuendo loro strani giri.
            E’ uno strano viaggio che parte non sappiamo da dove e ritorna non sappiamo dove. Un viaggio che ha come unico nome e unica gioia quella di una stella che li guida; ha un pessimo incontro, quello con Erode che non si lascia contagiare dal viaggio, ma che fa prevalere la paura e finisce lì.
            I SOGNI
            Quello che avverte i Magi di non passare da Erode è il primo di tre sogni.
            “Essi erano appena partiti, quando un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse. ‘Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e fuggi in Egitto, e resta là finchè non ti avvertirò, perché Erode sta cercando il bambino per ucciderlo”.
            Questo più che un viaggio è una fuga. E si parla di Egitto, una figura molto particolare, significativa nella storia del popolo ebraico. E’ l’Egitto che ha accolto Giuseppe ed ha sfamato i suoi fratelli nella carestia, perché Giuseppe era diventato potente interpretando sogni. I sogni lo avevano fatto ricco e potente, e diventano strumento di nutrimento per tutti i suoi fratelli nel tempo della carestia. L’Egitto è il luogo della schiavitù da cui si fugge e, qui, verso cui si fugge. L’Egitto è la grande potenza, il nemico che incombente, quello che periodicamente entra a scombinare i piani. E’ chiaro che questa fuga in Egitto è il contrario della fuga dall’Egitto.
            Si sta inaugurando il nuovo esodo. Gli ebrei erano stati liberati con mano potente fuggendo dalla schiavitù per diventare liberi e qui l’ultimo dei giusti, l’ultimo dei sognatori, il nuovo Giuseppe, torna in Egitto, fugge in Egitto. Tutti, credo, abbiamo in testa l’idea della fuga in Egitto associata soprattutto a dei quadri  perché è un evento che si prestava bene ed è molto rappresentato,  ma forse non abbiamo mai realizzato il perché di questa espressione.
            Che cosa mette in movimento questa fuga in Egitto rispetto alla fuga dall’Egitto? Tornano per ritornare schiavi? E’ questo che Matteo sta dicendo ai suoi uditori? No. Ma la terra della libertà si è trasformata in terra della schiavitù? La Galilea e la Giudea, che erano le terre della libertà, sono diventate talmente invivibili da dover tornare nella terra della schiavitù come una terra della libertà? Con tutte queste domande voglio dire che schiavitù e libertà non si legano al luogo. Non è che se una volta abbiamo viaggiato dalla schiavitù alla libertà, poi siamo arrivati. La terra della libertà può tornare ad essere la terra della schiavitù. I viaggi non sono unidirezionali. E’ come se qui ci venisse detto  – altro elemento che fa fiorire ciò che è umano in un viaggio – si viaggia per arrivare, ma non si arriva. Noi viaggiamo verso una meta, con un progetto, ma non c’è una meta, la meta siamo noi, la meta è la nostra vita. La terra della libertà è sempre sotto la minaccia di diventare terra della schiavitù.
            Infatti, affinché gli ascoltatori avessero chiaro ciò che stavano ascoltando, Matteo cita un versetto di Osea, “Dall’Egitto ho chiamato il mio figlio”, che era sempre stato legato alla liberazione che gli ebrei avevano avuto al tempo dell’Esodo. E Matteo fa questo salto mortale doppio, avanti e indietro, tra terra della libertà e terra della schiavitù.
            Spesso mi domando se mi ricordo di viaggiare sempre verso la terra della libertà. Essere adulti liberi non è facile. Paradossalmente è più facile essere ragazzi, adolescenti liberi, perché si è ancora accumulato poco. Le nostre vite funzionano come le nostre case: se uno fa trasloco dopo un anno che sta in una casa, tutto sommato non ha grossi problemi, ma dopo trent’anni viene fuori di tutto, perché siamo degli accumulatori inguaribili. Anche quelli che buttano via di più, accumulano   Le nostre vite funzionano allo stesso modo. Gli anni  che passano non portano solo sapienza, – questa sì, si spera! – ma portano anche accumulazione. Abbiamo di più da cui separarci. Guadagnarsi la propria libertà, man mano che gli anni passano, non è più così banale.
            IL VIAGGIO MANCATO
            Ai due viaggi segue il racconto dell’effetto del mancato viaggio di Erode. Di per sé doveva venire subito dopo il racconto sui Magi, ma i due viaggi sono il lontano e il vicino che rispondono al segno e al sogno, viaggiando; ed Erode, l’unico che non risponde al segno, viaggiando, manda ad uccidere tutti i bambini E’ l’immagine più orrenda che per una cultura come la nostra si possa avere: siamo in grado di tollerare molta brutalità, ma non quella nei confronti dei bambini.
            “Un grido è stato udito a Rama, un pianto e un lamento grande; Rachele piange i suoi figli e non vuole essere consolata”.
            E’ riportato il versetto di Geremia, dopo il racconto della morte dei bambini. Rachele piange i suoi figli e non vuole essere consolata perché non sono più. Questa espressione “Non vuole essere consolata”  esprime  una durezza incredibile
            Il versetto seguente inizia dicendo – non sappiamo quanto tempo è passato, certo molto –:             “Morto Erode, – che aveva creduto di fermare i viaggi – un angelo del Signore apparve a Giuseppe in Egitto e gli disse: ‘Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e va’ nel paese d’Israele; perché sono morti coloro che insidiavano la vita del bambino”.
            E  ricomincia un viaggio. Si ritorna dall’Egitto e non solo. Si viaggia ancora tra Giudea e Galilea. In Giudea c’era Archelao, meglio spostarsi. E si va a Nazareth. E comincia l’ennesimo grande viaggio…
            Questo testo comunica molte cose; mette in evidenza piccoli segnali propri di ciò che ci riguarda tutti: come l’inaudito può uscire da ciò che tutti ci riguarda, come funzionano i viaggi, come il risultato di un viaggio fatto bene è una domanda e come il turbamento che rifiuta un viaggio produce dolore innocente. Mi sembrano segnali importanti su cui ragionare!
            DOMANDA: COME MAI I MAGI PROVANO GIOIA PER LA STELLA E NON PER IL BAMBINO CHE TROVANO?
            Risposta: Forse bisognerebbe scavare un po’ di più nel testo greco, ma la riflessione mia è che veramente il viaggio dei Magi è un viaggio libero, e la loro gioia è per ciò che li conduce nel viaggio, non per la meta. E’ per la luce che hanno per viaggiare, per l’essere accompagnati nel viaggio. Peraltro io credo che ciascuno di noi, avendo superato l’adolescenza, sappia abbastanza bene che nella propria vita uno si sbaglia tanto, e spesso pensando che sarà contento ‘quando’ avrà risolto una questione, ‘quando’ sarà riuscito a fare una determinata cosa, ma non è mai vero. In realtà le gioie profonde ci sono date da chi ci accompagna nel quotidiano, prima di quel ‘quando’, e in chi è fedele al nostro viaggio, fa il tifo per il nostro viaggio mentre viaggiamo, mentre siamo troppo stanchi, mentre non abbiamo tanto tempo, mentre siamo confusi, e non tanto da coloro che sono disponibili ad incontrarci e a condividere qualcosa con noi solo quando questo ‘quando’ si è realizzato. Quello che davvero conta è la strada fatta insieme, ma non in modo poetico; proprio nei giorni concreti, quando eri confuso, non avevi le idee chiare, non sapevi ancora bene cosa sarebbe successo, quando eri molto allegro per qualcosa che ti era capitato. Chi è solo in grado di stare con te nel giorno in cui sei arrivato, non è quello che fa la differenza, perché ci rimane il dubbio che sia amato il nostro risultato e non noi.

Fossano 18 febbraio 2006
 (Testo non rivisto dall’autore)                                                                            

Profezia e Bibbia (I) sintesi della relazione di Giuseppe Barbaglio

http://www.finesettimana.org/pmwiki/index.php?n=Db.Sintesi?num=29

Profezia e Bibbia (I)

sintesi della relazione di Giuseppe Barbaglio

Verbania Pallanza, 16-17 novembre 1985

La profezia è un fenomeno complesso, articolato e con diverse facce. Noi parleremo di tre sue manifestazioni qualificanti e complementari l’una all’altra. La prima manifestazione è la profezia nel popolo di Israele, durata secoli e secoli e che ha avuto esponenti di grande rilievo al punto che sono passati poi alla storia come i profeti per eccellenza. La seconda manifestazione, forse meno eclatante dal punto di vista esterno, ma certamente non meno importante, è la profezia della Chiesa, della comunità cristiana. Nell’Antico Testamento i protagonisti della profezia erano singoli individui, nel Nuovo Testamento sono le comunità cristiane, tutte. Terza manifestazione, altrettanto significativa delle altre due, è la profezia nella Chiesa, al suo interno. Dal punto di vista dei testi biblici a cui ci riferiremo, per la prima manifestazione abbiamo i libri profetici, di Israele, che poi sono stati fatti propri dalla comunità cristiana; per la seconda, la profezia della Chiesa, i testi di riferimento sono soprattutto quelli di Luca, autore del terzo Vangelo e degli Atti degli Apostoli; per la terza, la profezia nella Chiesa, presteremo attenzione alla prima lettera ai Corinzi di Paolo ai capp. 12-14.

1. La profezia nel popolo di Israele
La Bibbia parla di molti profeti e di alcuni, detti classici, ci trasmette la predicazione, la raccolta degli oracoli. Essi sono: nel secolo VIII Amos, Osea e Isaia, nel VII e VI Geremia, Ezechiele, che sono profeti del momento più drammatico che ha passato il regno di Giuda, cioè la presa di Gerusalemme, l’esilio, la perdita della terra e poi il Deuteroisaia, il cosiddetto profeta anonimo, la cui predicazione è stata messa nel libro di Isaia perché aveva delle affinità spirituali. Viene chiamato anche il profeta della consolazione perchè il nucleo
fondamentale della sua predicazione, riportata nei capp. 40-55, era una parola di consolazione agli esuli, depressi. La predicazione del grande Isaia si trova nei capp. 1-39. Poi ci sono i profeti del post-esilio tra cui il Tritoisaia, Aggeo, Zaccaria, Malachia ed altre figure minori su cui non ci soffermeremo.
una critica « progettatrice »
La profezia nella bocca e nella vita di questi sei protagonisti potrebbe essere intesa e interpretata come una radicale critica demolitrice per un aspetto e costruttrice per un altro. Queste sei figure che parlano in nome di Dio e che trasmettono al popolo la Parola, criticano l’esistente di questo popolo, l’acquisito, il pacificamente posseduto, criticano l’indiscusso e l’indiscutibile, le sicurezze, le certezze di fede e di morale, le schematizzazioni dei punti nodali della fede. La critica è rivolta ai detentori del potere, al re, ai sacerdoti, alla classe dominante, ma anche a tutto il popolo che vive con lo sguardo al passato, a ciò che di solido esso ha, ai grandi fatti salvifici del passato, come l’esodo. Questa critica è però anche finalizzata a far incamminare il popolo verso nuovi traguardi di fede, nuove acquisizioni, nuove avventure. La critica dunque è tesa a suscitare il distacco dal passato o dal presente per aprirsi al futuro, per essere disponibili al cambiamento e a vivere del nuovo, del sorprendente che è l’intervento futuro di Dio.
Come dice il testo straordinario del Deuteroisaia 43,18-19: « Non guardate più alle cose passate ma al nuovo che io, Jahvè, sto per fare ». Una critica dunque che mette in movimento verso la promessa nuova di Dio: il popolo di Dio non può ritenersi un popolo che è, che è già fatto, ma un popolo che si farà in rapporto al nuovo intervento di Dio, « i cieli nuovi e la terra nuova » di cui dirà il Tritoisaia. E’ una critica dunque progettatrice – nel senso letterale di progetto, proiezione in avanti – in quel futuro che è promesso da Dio. Essere credenti in questa parola profetica di Dio significa accettare l’esperienza di fede non come fruizione, godimento di ciò che si ha, di ciò che si è, ma come progettazione, dinamica. Questa è l’angolatura da cui noi consideriamo il fenomeno profetico in Israele.

Amos: contro l’ingiustizia e le false sicurezze
Cominciamo da Amos, profeta scrittore della prima metà del secolo VIII, quando Israele era diviso in due stati, lo stato del Nord con capitale Samaria e lo stato del Sud con capitale Gerusalemme.
Amos è un uomo del sud, un pecoraio e tagliatore di sicomori, che, chiamato da Dio, va nel regno del Nord a esercitare il suo ministero profetico, di critica molto radicale al punto che il sommo sacerdote del tempio di Betel e il re Geroboamo decidono di espellerlo come perturbatore della quiete pubblica. La critica di Amos è rivolta alla condizione sociale del popolo di Dio nello stato di Samaria, alla ingiustizia diffusa consistente nello sfruttamento degli indifesi, dei poveri, dei servi della gleba, da parte di alcuni accaparratori potenti sostenuti dalla corona, dalla corte e dal sommo sacerdote. Ciò che però distingue il profeta da un operatore sociale o da un agitatore politico o un rivoluzionario è che la denuncia è fatta in nome del Dio della alleanza, che non può tollerare l’ingiustizia. Amos in questo manifesta la funzione rivendicatrice della profezia: il popolo è infedele al suo Dio in quanto vive nell’ingiustizia dei rapporti sociali (2, 6-7; 4, 1ss.; 5, 7-13; 8,4-8). In Israele identità tra il popolo di Dio e la società civile perchè siamo in una concezione teocratica.
Un secondo aspetto della critica di Amos riguarda le false sicurezze che il popolo di Dio in quanto tale coltivava. Esse erano di duplice ordine, innanzitutto quella di ritenersi beneficiario di una elezione perpetua. La falsa sicurezza consisteva nel dedurre dalla coscienza di essere il popolo eletto, attraverso una storia di salvezza, l’idea di essere al sicuro, al riparo da ogni possibilità del fallimento, o, detto in termini più teologici, al riparo dalla possibilità di un giudizio di condanna: « Dio ci ha scelto, siamo suoi, Dio è con noi contro i nostri nemici ». Nell’Antico Testamento vi sono tante testimonianze di questa equiparazione: i nostri nemici sono i nemici di Dio e i nemici di Dio sono i nostri nemici. La falsa sicurezza è erigere questa coscienza dell’elezione come usbergo sotto il quale il popolo si sente sicuro di fronte alla minaccia di un fallimento, della rovina, della perdizione. Amos denuncia questo preteso privilegio e ne mostra la falsità dicendo: l’elezione e la storia salvifica, che sono due realtà qualificanti, non varranno a salvare il popolo di Dio di fronte al giudizio.
Un fatto assolutamente nuovo e sorprendente è questo: il popolo di Dio è soggetto al giudizio, Dio giudica il suo popolo e lo condanna. Dio era ritenuto giudice, ma solo nei confronti degli altri popoli, a favore di Israele. Accade la cosa più inaspettata quando i profeti dicono: Dio si eleva a giudice, contro di voi, popolo suo (Amos 9, 7-8). Dall’altra parte il popolo di Israele aspettava con ansia e con gioia il giorno di Jahvè, della collera di Dio contro gli altri popoli e la salvezza del popolo di Israele. Ma Amos dice (5, 18-20): « Aspettate il giorno di Dio non come giorno di luce, ma come giorno di tenebra ». Anche questo era contro i dogmi più sacri del tempo, che il giorno di Jahvè si rivoltasse contro il suo popolo. Questa è la novità assoluta che porta il profetismo all’interno del popolo di Israele: il popolo di Dio è soggetto a un processo di verità, di autenticità, non è « ipso facto » nella verità, ma è soggetto alla verifica storica e passibile di condanna eterna. Le applicazioni alla Chiesa sono perfettamente legittime perchè la Chiesa ritiene di essere il popolo di Dio dei tempi nuovi.

Osea: contro la deriva naturalistica e deresponsabilizzante
Osea è un profeta del regno del Nord, a metà del secolo VIII e anch’egli esercita una critica radicale rivolta soprattutto alla baalizzazione di Jahvè. Jahvè, che si era rivelato a Israele come il Dio della storia, a contatto con la religione naturalistica dei cananei, una religione fondata sul culto delle forze della fecondità e della fertilità, era stato progressivamente inteso e vissuto come il Dio della fertilità cioè un Dio naturalistico, donatore delle energie della fertilità del campo e della fecondità degli animali e degli uomini e quindi un Dio immerso nel ritmo della natura come il dio Baal. Il Dio della storia, cioè del divenire e del cambiamento delle situazioni umane, era stato trasformato in un Dio naturalistico, un Dio dunque che giustificava un atteggiamento deresponsabilizzante sul piano storico del popolo. Nella visione religiosa naturalistica l’importante era, per le persone, entrare attraverso ai riti, anche orgiastici, nei ritmi della natura, nel grembo della natura. La natura è il regno della necessità mentre la storia è il regno della libertà, delle scelte, delle decisioni. Nella natura non si decide, ma tutto è determinato e necessario. La religione jahvistica, colorata in senso baalistico, era divenuta una religione deresponsabilizzante.
Abbiamo in Osea, soprattutto nei primi tre capitoli, la denuncia della baalizzazione di Jahvè e della adorazione degli idoli, intendendo per idoli le immagini di culti naturalistici, i famosi vitelli d’oro che compaiono anche nel racconto dell’esodo come retroproiezione della condanna che i profeti hanno lanciato contro il loro innalzamento nei templi quale rappresentazione di un Jahvè fonte di energie naturalistiche.
Osea denuncia una religione intesa come utero materno: il bambino nell’utero non sceglie, non decide, vive l’estasi delle acque dolci e della protezione materna. E’ una denuncia della religione come rifugio, lontano dai pericoli e dalla drammaticità della storia, delle scelte, delle decisioni.
In secondo luogo anche Osea annuncia il giudizio di condanna di Jahvè su questo popolo e la denuncia è così radicale da essere rappresentata in termini di ripudio attraverso l’immagine dello sposo che, tradito dalla sposa Israele, le dà il libello del ripudio (Osea 1,9).
Questo popolo si era rifugiato in una religione che adorava un Jahvè naturalistico per cui non è sposa una volta per sempre, ma può ricevere la sentenza di ripudio, e diventa « Lo’ ‘ami », cioè « non-mio-popolo ».
Il legame tra il popolo di Dio e Dio è dissolubile per infedeltà del popolo. Per cui i profeti pongono la verità del popolo di Dio sotto il segno della fedeltà, è la fedeltà a Dio che fa sì che un gruppo è popolo di Dio, è l’ubbidienza al Dio storico. Osea 6,6: il patto è reso duraturo dalla lealtà del partner, e non dai sacrifici, dalle espressioni cultuali, dagli olocausti. Al di fuori della lealtà c’è il ripudio.
Dall’altra parte questa critica violenta si coniuga in Osea con una apertura verso il futuro: verrà tempo in cui io – dice il Signore – sedurrò il mio popolo, io parlerò al cuore di questo popolo e allora lui sarà fedele, leale e per sempre. In 2, 14 ss., la possibilità della salvezza risiede nell’intervento prodigioso di Dio: « Io parlerò al cuore, ricondurrò la mia sposa nel deserto – lontano dai culti baalistici – e sedurrò di nuovo nell’amore questa sposa che ho ripudiato ».
E’un’altra caratteristica del profeta quella di essere radicale nella denuncia e altrettanto radicale nella promessa tanto è vero che Jahvè in quel giorno dirà a Israele: « Tu di nuovo popolo mio ». Il nuovo, il futuro verso cui i profeti vogliono puntare lo sguardo del popolo è questo intervento prodigioso: la salvezza sta davanti. L’esodo non può più salvare questo popolo, ma ci vuole una iniziativa di Dio perché ridiventi, e per sempre, popolo suo.

Isaia: contro un culto scisso dalla vita e una visione autosufficiente
Il grande Isaia è profeta del regno del Sud, personaggio aristocratico che vive tra la seconda metà del sec. VIII e l’inizio del sec. VII a Gerusalemme.
Un aspetto del messaggio di Isaia è la critica al culto disincarnato, dissociato dalla vita sociale, profana. Qualche volta si ritiene che la denuncia di Isaia, come quella di Amos e di altri, sia contro un culto esteriore, ma non è così. I profeti non vogliono denunciare un culto in cui il cuore dell’uomo non ha partecipazione, rimane in superficie, ma la critica dei profeti è contro un culto anche intensamente vissuto, contro una liturgia in cui magari le persone ci mettono tutta l’anima e la partecipazione è intensa, ma dissociata dal vivere profano. La contrapposizione nei profeti non è tra interno ed esterno dell’uomo, ma è tra area sacra, cultuale, sacramentale, festiva e area profana, feriale dell’uomo. La denuncia in Isaia 1, 10ss. non è contro un culto formalistico, ma contro un culto scismatico, scisso dalla fedeltà storica a Dio nella esperienza quotidiana, sul piano economico, sociale, politico, familiare.
In secondo luogo la critica di Isaia è verso la politica di alleanze, di rafforzamento, di potenza e di militarizzazione dello stato del regno del Sud. Da questo punto di vista la critica è rivolta soprattutto al re, alla classe dirigente che vuole acquisire forza politica come via alla salvezza, come motivo di autosufficienza. Acaz era un re molto pio, ma predicava una politica di sicurezza basata sulla forza militare e sulle alleanze politiche in modo da sfuggire alla grande potenza assira. Isaia interviene a denunciare questa situazione come espressione di sfiducia in Jahvè: la salvezza viene solo da Jahvè. Questa denuncia la troviamo soprattutto in Isaia 7; 22, 8ss.; 30, 1-7; 31, 1-3. « Voi vi appoggiate a un bastone, il bastone cadrà e voi insieme a lui ». Dal punto di vista positivo l’appello è ad una fede assoluta, ad appoggiarsi su Jahvè. La fede – si tratta della prima riflessione teologica sulla fede nella Bibbia – è questo appoggiarsi su Jahvè per non vacillare.

Geremia: contro false sicurezze in attesa della legge scritta nei cuori
Geremia, profeta nel regno del Sud, vive in un tempo in cui la crisi volge verso l’epilogo drammatico della presa di Gerusalemme, della distruzione, della perdita della terra e dell’esilio del popolo. Geremia vive con un pathos straordinario la vicenda del popolo che tradisce Dio. Il profeta critica la sicurezza feticistica che il popolo mette nelle sue istituzioni sacre per eccellenza, come il tempio, luogo della presenza di Dio, luogo intangibile. Quando Geremia chiamava i gerosolimitani alla conversione, alla fedeltà, alla lealtà per scampare alla catastrofe rappresentata dalla minacciosa potenza babilonese, i gerosolimitani rispondevano che non avevano bisogno di cambiare vita perché Gerusalemme è protetta grazie al tempio in cui Dio è presente. Geremia invita gli abitanti di Gerusalemme a fare un pellegrinaggio al santuario di Betel al Nord per vedere che cosa è rimasto del santuario di Jahvè. Simile sarà la sorte del santuario di Gerusalemme, che diverrà un cumulo di rovine.
Il popolo di Dio si sente sicuro nel riporre la propria fiducia sulle istituzioni sacre, come il tempio, la terra, il sacerdozio, ma si tratta di una falsa sicurezza, dato che anche la istituzione più sacra non garantisce la salvezza.
Un secondo aspetto che caratterizza la predicazione profetica di Geremia è l’accusa di baalizzazione di Jahvè. Geremia nel cedimento ai culti naturalistici vede la dimostrazione di come l’uomo sia ormai completamente spaesato. In altre parole l’uomo non ha perduto solo la fedeltà, ma si è perduto, non è più un soggetto capace, non vale neppure la pena di chiamarlo alla fedeltà perchè non sa più decidere, è ormai un relitto, un oggetto. Gli idoli sono penetrati nel suo cuore e lo dominano come un superego. In 5,23 Geremia parla del cuore ribelle del popolo, in 9,25 di « cuore incirconciso »: cioè dell’impotenza dell’uomo ad accogliere la parola di Dio come parola provocatrice di una decisione alternativa. In 10,23 dice che l’uomo non ha più la capacità di dirigere i suoi passi, è un cieco sulle strade del mondo. Geremia sostiene che la sposa Israele ripudiata, impossibilitata dalla legge a riconciliarsi, sarà ripresa da Dio, dal suo intervento miracoloso e prodigioso. Jahvè cambierà la natura del popolo suo. C’è l’annuncio di un prodigio, di un nuovo patto, di una nuova alleanza. A differenza dell’alleanza del Sinai la nuova legge sarà scritta nei cuori. E’ la possibilità nuova fatta nascere là dove c’è l’impotenza, come prodigio di grazia, una possibilità contro ogni possibilità umana. In 31, 31-34, si parla non di una legge aggiornata, ma di una legge che contiene un dinamismo nuovo. E’ l’uomo che è fatto nuovo: Dio si crea un partner nuovo, fedele.

Ezechiele: dal cuore di pietra al cuore di carne
Ezechiele è in parte contemporaneo a Geremia, vive in esilio ormai con la prima deportazione del 597 e un aspetto della sua critica è rivolta al collettivismo morale. Nel popolo circolava questo proverbio: « I padri hanno mangiato l’uva acerba e noi ne abbiamo i denti legati », cioè la responsabilità del male, della tragedia, delle catastrofi è fatta risalire agli antenati. Il collettivismo morale era un tentativo da parte della generazione israelitica di deresponabilizzare i soggetti. La colpa, la causa dell’esilio è attribuibile ai nostri padri, mentre noi siamo le vittime. E’ il passato che pesa su di noi. E’ un modo per sfuggire alla responsabilità personale, individuale, nascondendosi dentro una solidarietà male intesa e affidando il proprio destino alla collettività invece che alle proprie decisioni. Ezechiele nel cap. 18 difende l’individualismo morale e condanna il collettivismo: ciascuno avrà la vita e la morte in base a ciò che si merita.
Ezechiele inoltre critica i pastori che sfruttano le pecore (cap. 34). Il popolo è un gregge portato alla rovina dai pastori, cioè dalle guide religiose e politiche. Anche la prospettiva di Ezechiele è quella di Jahvè che si costituirà pastore e che susciterà un nuovo pastore. E’ l’attesa messianica.
Un terzo aspetto della denuncia di Ezechiele riguarda la situazione ormai compromessa umanamente (cap. 37). Israele nell’esilio è un ammasso di ossa aride nel deserto e il profeta si domanda come sfida: « Potranno rivivere queste ossa? » Per Ezechiele sarà lo Spirito di Dio a compiere il prodigio della resurrezione, la vita che scaturisce dalla morte. In questo modo le attese del popolo ormai rassegnato, vinto, adagiato sono proiettate in avanti. In 36, 2-28 Ezechiele parla di Dio che toglie il cuore di pietra, insensibile, impermeabile, sclerotizzato e mette al suo posto un cuore di carne, sensibile, che avverte le esigenze e può rispondere a Dio.

Deuteroisaia e la speranza
Il Deuteroisaia, che vive e opera verso la fine dell’esilio, è un anonimo dalla spiritualità vicina al grande Isaia. Egli punta la sua critica contro il disfattismo e la rassegnazione degli esuli. Crea speranze, predica una parola consolatrice, di conforto che non si limita a lenire il dolore all’esterno ma che, sostenuta dalla promessa del prodigio di Dio, dice:  » »non guardate più in dietro alle cose passate » ma « avanti alle cose nuove che sto per fare » (43, 18-19). E’ la liberazione prodigiosa, il ritorno dall’esilio.

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