Archive pour la catégorie 'LETTURE DAL NUOVO TESTAMENTO : VANGELI'

NESSUNO È FELICE DA SOLO

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NESSUNO È FELICE DA SOLO

Editoriale

Vi ho detto queste cose, perché la mia gioia sia in voi,
e la vostra gioia sia piena (Gv 15,11)

Proseguendo nell’esplorazione dei «fondamentali» dell’esperienza umana, l’annuale corso di studio estivo, promosso dall’Istituto Teologico «S. Antonio Dottore» presso la casa di spiritualità di Camposampiero (PD), ha approfondito il tema della felicità. La parola è antica quanto la civiltà occidentale, ma sono infinite le variazioni linguistiche di significato che ne hanno segnato la storia fino a oggi. Non per questo, però, l’argomento deve apparire come scontato. Le questioni tuttora aperte sono molteplici e impegnative per il pensiero. Non sembra più del tutto ovvio che gli esseri umani, nessuno escluso, aspirino naturalmente alla felicità. Al contrario, qualcuno caldeggia la necessità di smascherare la dannosa illusione della felicità. Per non tacere, inoltre, del rapporto controverso e persino conflittuale che voci significative della spiritualità e della teologia cristiane hanno ingaggiato con l’idea di felicità. Insomma: interrogativi, spunti per l’approfondimento e provocazioni non mancano.
Per questo, rispettando un format ormai consolidato, anche l’edizione 2013 del corso ha cercato di offrire un approccio interdisciplinare alla questione, privilegiando tuttavia la prospettiva biblica, teologica e spirituale cristiana. Pensata non per gli specialisti, ma per tutti i cercatori di Dio, l’iniziativa è stata coordinata dai francescani conventuali fra’ Giuseppe Quaranta e fra’ Giulio Cattozzo e ha visto la presenza di vari e qualificati relatori, ascoltati attentamente da un gruppo numeroso di partecipanti. Il presente fascicolo mette a disposizione dei lettori i contributi più importanti del corso di studio, in modo che possano servire a una cerchia più ampia di persone, aiutandole nella loro ricerca di felicità.
Il primo articolo è firmato da Ambra Cusin, psicoanalista e psicoterapeuta, la quale, immaginando un originale dialogo con la felicità, spinge il lettore a esplorare la fitta trama di significati di cui è intessuta l’esperienza della felicità in tutte le sue forme. Il contributo di Giuseppe Quaranta cerca invece di mettere a fuoco una delle più controverse narrazioni contemporanee della felicità. Dietro a neologismi come «transumanesimo» e «postumanesimo», infatti, si intravede il sogno di sfidare i limiti costitutivi della condizione umana, puntando sulle innovazioni tecnologiche più sofisticate per condurre l’umanità «oltre se stessa». Con l’articolo di Valerio Bortolin incomincia la retrospettiva storico-filosofica, biblica e storico-teologica, necessaria per riprendere il filo del discorso antico sulla felicità e tentare di riannodarlo con le prospettive più recenti. Se la filosofia greca ci consegna l’idea di un nesso irrinunciabile tra «vita buona» e felicità, l’intervento di Renato De Zan riesce a far vibrare le pagine bibliche delle beatitudini e del quarto vangelo, dove emerge il tema della gioia, possibile anche in mezzo alle persecuzioni, mentre Chiara Curzel mostra come diversi Padri della chiesa siano riusciti a custodire la peculiarità del messaggio evangelico sulla «beatitudine» e sulla «vita beata» – termini che il Nuovo Testamento utilizza al posto di «felicità» – pur senza sottrarsi al confronto con la cultura del loro tempo.
Lasciando la lezione pur indispensabile del passato e avvicinandoci ai nostri giorni, Lorenzo Biagi ripercorre il tortuoso cammino della filosofia moderna e contemporanea, mettendo in luce come l’aspirazione all’«autenticità del vivere» ritraduca ed esprima in modo nuovo l’antico ideale della felicità. Raffaele Maiolini, sul versante della teologia contemporanea, sostiene invece che felicità umana e beatitudine evangelica non possono essere separate né opposte, perché entrambe sono il frutto di una sana relazione con se stessi e con gli altri. Essere felici, inoltre, non è mai un «possesso» privato, da difendere gelosamente, ma un dono che si riceve e si vive nella condivisione. Conclude la serie dei contributi del convegno l’intervento di Andrea Vaona, il quale commenta il famoso testo delle Fonti francescane sulla «perfetta» o, meglio, sulla «vera letizia» in san Francesco.
Nella Documentazione troviamo uno studio di Giuliana Fabris: muovendosi con perizia nel vasto pensiero di Romano Guardini (1885-1968), il grande filosofo italo-tedesco tormentato dalla «malinconia» e dal dolore del vivere, l’autrice riesce a mostrare come egli abbia lucidamente indicato la via d’uscita verso l’Assoluto che è Cristo. Come al solito, l’Invito alla lettura, curato da Giuseppe Quaranta offre spunti assai validi per l’approfondimento personale del tema. La rubrica In Libreria chiude il fascicolo.

 

GIOVANNI PAOLO II, I MIRACOLI DI GESÙ COME APPELLO ALLA FEDE, 16 DICEMBRE 1987

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GIOVANNI PAOLO II, I MIRACOLI DI GESÙ COME APPELLO ALLA FEDE, 16 DICEMBRE 1987

1. La fede, condizione e frutto del miracolo. 2. «Beata colei che ha creduto». 3. «Tutto è possibile a chi crede». 4. «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?». 5. «La tua fede ti ha guarita». 6. «Anche i cagnolini si cibano delle briciole». 7. Il cuore di Gesù proteso a guarire. 8. Chiamata dell’uomo alla fede.

1. I «miracoli e segni» che Gesù faceva per confermare la sua missione messianica e la venuta del regno di Dio, sono ordinati e legati strettamente alla chiamata alla fede. Questa chiamata in relazione al miracolo ha due forme: la fede precede il miracolo, anzi è condizione perché esso si realizzi; la fede costituisce un effetto del miracolo, perché provocata da esso nell’anima di coloro che lo hanno ricevuto, oppure ne sono stati i testimoni.
E’ noto che la fede è una risposta dell’uomo alla parola della rivelazione divina. Il miracolo avviene in legame organico con questa parola di Dio rivelante. E’ un «segno» della sua presenza e del suo operare, un segno, si può dire, particolarmente intenso. Tutto ciò spiega in modo sufficiente il particolare legame che esiste tra i «miracoli-segni» di Cristo e la fede: legame delineato così chiaramente nei Vangeli.
2. Vi è infatti nei Vangeli una lunga serie di testi, nei quali la chiamata alla fede appare come un coefficiente indispensabile e sistematico dei miracoli di Cristo. All’inizio di questa serie bisogna nominare le pagine concernenti la madre di Cristo nel suo comportamento a Cana di Galilea, e prima ancora – e soprattutto – nel momento dell’annunciazione. Si potrebbe dire che proprio qui si trova il punto culminante della sua adesione alla fede, che troverà la sua conferma nelle parole di Elisabetta durante la visitazione: «E beata colei che ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore» (Lc 1,45). Sì, Maria ha creduto come nessun altro, essendo convinta che «nulla è impossibile a Dio» (cf. Lc 1,37).
E a Cana di Galilea la sua fede ha anticipato, in un certo senso, l’ora del rivelarsi di Cristo. Per la sua intercessione si è compiuto quel primo miracolo-segno, grazie al quale i discepoli di Gesù «credettero in lui» (Gv 2,11). Se il Concilio Vaticano II insegna che Maria precede costantemente il popolo di Dio sulle vie della fede (cf. «Lumen gentium», 58.63; «Redemptoris Mater», 5-6), possiamo dire che il primo fondamento di tale asserzione si trova già nel Vangelo che riferisce i «miracoli-segni» in Maria e per Maria in ordine alla chiamata alla fede.
3. Questa chiamata si ripete molte volte… Al capo della sinagoga, Giairo, venuto a chiedere il ritorno alla vita di sua figlia Gesù dice: «Non temere, continua solo ad avere fede!» (e dice «non temere» perché alcuni sconsigliavano Giairo dal rivolgersi a Gesù (Mc 5,36). Quando il padre dell’epilettico chiede la guarigione del figlio dicendo: «Ma se tu puoi qualcosa… aiutaci», Gesù risponde: «Se tu puoi! Tutto è possibile per chi crede». Si ha allora il bell’atto di fede in Cristo di quest’uomo provato: «Credo, aiutami nella mia incredulità!» (cf. Mc 9,22-24).
Ricordiamo infine il colloquio ben noto di Gesù con Marta prima della risurrezione di Lazzaro: «Io sono la risurrezione e la vita… Credi tu questo?… Sì, o Signore, io credo…» (cf. Gv 11,25-27).
4. Lo stesso legame tra il «miracolo-segno» e la fede è confermato per opposto da altri fatti di segno negativo. Ricordiamone alcuni. Nel Vangelo di Marco leggiamo che Gesù a Nazaret «non poté operare alcun prodigio, ma solo impose le mani a pochi ammalati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità» (Mc 6,5-6).
Conosciamo il delicato rimprovero che Gesù rivolse una volta a Pietro: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?». Ciò avvenne quando Pietro, che all’inizio andava coraggiosamente sulle onde verso Gesù, poi per la violenza del vento, s’impaurì e cominciò ad affondare» (cf. Mt 14,29-31).
5. Gesù sottolinea più di una volta che il miracolo da lui compiuto è legato alla fede. «La tua fede ti ha guarita», dice alla donna che soffriva d’emorragia da dodici anni e che, accostatasi alle sue spalle, gli aveva toccato il lembo del mantello ed era stata risanata (cf. Mt 9,20-22 e par.).
Parole simili Gesù pronunzia mentre guarisce il cieco Bartimeo, che all’uscita da Gerico con insistenza chiedeva il suo aiuto gridando: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!» (cf. Mc 10,46-52). Secondo Marco: «Va’, la tua fede ti ha salvato», gli risponde Gesù. E Luca precisa la risposta: «Abbi di nuovo la vista! La tua fede ti ha salvato» (Lc 18,42).
Un’identica dichiarazione fa al samaritano guarito dalla lebbra (Lc 17,19). Mentre ad altri due ciechi che invocano il riacquisto della vista, Gesù chiede: «Credete voi che io possa fare questo?». «Sì, o Signore!»… «Sia fatto a voi, secondo la vostra fede» (Mt 9,28-29).
6. Particolarmente toccante è l’episodio della donna cananea, che non cessava di chiedere l’aiuto di Gesù per sua figlia «crudelmente tormentata da un demonio». Quando la cananea si prostrò dinanzi a Gesù per chiedergli aiuto, egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli per gettarlo ai cagnolini» (era un richiamo alla diversità etnica tra israeliti e cananei, che Gesù figlio di Davide, non poteva ignorare nel suo comportamento pratico, ma alla quale accennava in funzione metodologica per provocare la fede). Ed ecco la donna pervenire d’intuito a un atto insolito di fede e di umiltà. Dice: «E’ vero, Signore… ma anche i cagnolini si cibano delle briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni». Dinanzi a questa parola così umile, garbata e fiduciosa, Gesù replica: «Donna, davvero grande è la tua fede! Ti sia fatto come desideri» (cf. Mt 15,21-28).
E’ un avvenimento difficile da dimenticare, soprattutto se si pensa agli innumerevoli «cananei» di ogni tempo, paese, colore e condizione sociale, che tendono la mano per chiedere comprensione e aiuto nelle loro necessità!
7. Si noti come nella narrazione evangelica è messo continuamente in rilievo il fatto che Gesù, quando «vede la fede», compie il miracolo. Ciò è detto chiaramente nel caso del paralitico calato ai suoi piedi attraverso l’apertura praticata nel tetto (cf. Mc 2,5; Mt 9,2; Lc 5,20). Ma l’osservazione si può fare in tanti altri casi registrati dagli evangelisti. Il fattore fede è indispensabile; ma appena si verifica, il cuore di Gesù è proteso a esaudire le richieste dei bisognosi che si rivolgono a lui perché li soccorra col suo potere divino.
8. Ancora una volta constatiamo che, come abbiamo detto all’inizio, il miracolo è un «segno» della potenza e dell’amore di Dio che salvano l’uomo in Cristo. Ma, proprio per questo, è nello stesso tempo una chiamata dell’uomo alla fede. Deve portare a credere sia chi viene miracolato, sia i testimoni del miracolo.
Ciò vale per gli stessi apostoli, fin dal primo «segno» fatto da Gesù a Cana di Galilea: fu allora che essi «credettero in lui» (Gv 2,11). Quando poi avvenne la moltiplicazione miracolosa dei pani nei pressi di Cafarnao, con la quale è collegato il preannunzio dell’Eucaristia, l’evangelista nota che «da allora molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andarono più con lui», non essendo in grado di accogliere un linguaggio sembrato loro troppo «duro». Allora Gesù domandò ai Dodici: «Forse anche voi volete andarvene?». Rispose Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole ai vita eterna, noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio» (cf. Gv 6,66-69). Il principio della fede è dunque fondamentale nel rapporto con Cristo, sia come condizione per ottenere il miracolo, sia come scopo per il quale esso è compiuto.
Ciò è ben chiarito alla fine del Vangelo di Giovanni, dove leggiamo: «Molti altri segni fece Gesù in presenza dei suoi discepoli, ma non sono stati scritti in questo libro. Questi sono stati scritti, perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome» (Gv 20,30-31).

“Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio” (Mt 5,9)

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“Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio” (Mt 5,9)

Makàrioi hoi eirenopoioì, hoti autoi hyioì Theou klethesontai.

Obiettivamente Dio annunzia ‘la pace per il suo popolo’ (Sal 85,9), ma per cercare di comprenderla a modo suo, siamo intenzionati a fermare l’ attenzione sulla settima beatitudine in Matteo, cercando di fare nostre le Sue Parole. Una beatitudine va letta, come ogni altro insegnamento di Gesù, nella Sua persona. Per questo, le beatitudini non si riferiscono a otto categorie distinte di persone, ma così come sono riscontrabili in Gesù, tali da formare un ritratto per il discepolo. Nelle beatitudini non sono evidenziate le diverse virtù quanto piuttosto una promessa di liberazione. Esse sono ‘la promessa di un futuro che porta con sé il mutamento radicale del presente’.

DALLE PAROLE AL CONTESTO BIBLICO
Nel mondo greco, l’aggettivo makários, tradotto con beati, originariamente vuol dire ‘essere liberi dalle preoccupazioni quotidiane’: è la condizione degli dei e di coloro che sono ad essi associati. Poi l’uso si diffuse ed il termine indicò semplicemente la parola ‘felice’. Le espressioni che si aprono con questo termine si dicono ‘macarismi’ e indicano gli eventi considerati positivi nella vita: si felicitano i genitori per la nascita dei figli, i ricchi per la loro ricchezza, etc.
Nella LXX, makários traduce l’ebr. ‘ashere , espressione che indica anch’essa augurio e felicità. Secondo Chouraqui, “il termine evoca la rettitudine dell’uomo in cammino su una strada che va diritta verso JHVH”.
L’aggettivo eirenopoiós = pacificatore, operatore di pace, appare solo nel Nuovo Testamento. Esso è composto da eirêne, pace, e dal verbo poiéo, che significa fare, produrre, causare, compiere, determinare, far nascere. La beatitudine degli operatori di pace non indica solo un atteggiamento, ma anche una meta esterna, ‘una cosa da realizzare’, cioè la pace.
E’ la pace, eirêne, la condizione di tranquillità, di assenza di guerra, di ordine e diritto, da cui scaturisce il benessere. Da condizione esterna giunge poi a esprimere un atteggiamento personale. Nell’Antico Testamento, eirêne traduce nei LXX l’ebr. shalom, che esprime la prosperità che viene da Dio; traduce anche altri vocaboli che indicano tranquillità, quiete, sicurezza, libertà da preoccupazioni, condizione di fiducia. “Shalom abbraccia tutto quello che è dato da Dio, su qualunque piano, e si avvicina al concetto di salvezza, come bene che viene all’uomo da parte di Dio. In Gdc 6,24 si dice “Il Signore è la pace”. È dono di Dio, ma occorre che gli uomini facciano cose giuste per conservare e conquistare la pace. Shalom è orientato in senso sociale ed è in stretto rapporto con tsedaqah, giustizia:
“Se avessi prestato attenzione ai miei comandi,
il tuo benessere (shalom, gr. eirêne) sarebbe come un fiume,
la tua giustizia (tsedaqah, gr. dikaiosýne) come le onde del mare” (Is 48,18).
Il tardo Giudaismo afferma che bisogna operare la pace, sia nel rapporto con l’altra persona, sia nel rapporto con Dio. I rabbini lodano gli operatori di pace, cioè coloro che riconciliano due che sono in lite (persone, nazioni). La comunità di Qumran, vissuta dal II sec. a.C. al I sec. d.C., si ritiene la comunità salvifica definitiva, nella quale è già iniziato il bene escatologico della pace.
La pace nel Nuovo Testamento è nello stesso tempo la realtà nuova operata da Dio in Cristo, e secondariamente un nuovo rapporto tra uomo e uomo e fra Dio e l’uomo. Come atteggiamento interiore, è partecipazione alla pace di Dio che tutto abbraccia. La pace nel NT si caratterizza come pace di Cristo e dono del Padre e del Figlio, ottenuto nella comunione con Cristo. Il regno di Dio è giustizia e pace (Rm 14,17), quindi include la pace fra gli uomini. Gesù infatti è venuto ad annunziare la pace: “Questa è la parola che Dio ha inviato ai figli d’Israele, recando la buona novella della pace, per mezzo di Gesù Cristo, che è il Signore di tutti” (At 10,36, citazione di Is 52,7).
La pace è un bene da cercare. Così viene esortato Timoteo dall’ apostolo Paolo:
“22Fuggi le passioni giovanili: cerca la giustizia, la fede, la carità, la pace, insieme a quelli che invocano il Signore con cuore puro.
23Evita inoltre le discussioni sciocche e non educative, sapendo che generano contese. 24Un servo del Signore non dev’essere litigioso, ma mite con tutti, atto a insegnare, paziente nelle offese subite,
25dolce nel riprendere gli oppositori, nella speranza che Dio voglia loro concedere di convertirsi, perché riconoscano la verità
26e ritornino in sé sfuggendo al laccio del diavolo, che li ha presi nella rete perché facessero la sua volontà” (2Tm 2,22-26).

Questa pace non deve essere concepita né come la distanza dello stoico da ciò che gli succede intorno e nemmeno come pura spiritualizzazione e ‘interiorizzazione’, ma come certezza di avere parte alla pace di Dio che è già cominciata.
Giacomo dice che, a nostra volta, siamo chiamati a ‘produrre la pace’, assicurando che “un frutto di giustizia viene seminato nella pace per coloro che fanno opera di pace” (karpós dè dikaiosúnes en eirêne speíretai tois poioûsin eirênen) (Gc 3,18). La promessa “saranno chiamati figli di Dio” ( l’espressione hyioì Theou riferita agli esseri umani appare in Matteo solo qui in 5,45 ) è riferita proprio agli operatori di pace perché gli sforzi di pace spesso non corrispondono alle tendenze umane spontanee: ci vuole un risoluto sforzo di volontà per realizzarli. In questo Paolo è un gigante della fede.

UNA FINESTRA SUL MONDO

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UNA FINESTRA SUL MONDO

Quando era ormai imminente per Gesù Cristo il tempo di lasciare questo mondo, egli annunciò agli apostoli “un altro consolatore”. L’evangelista Giovanni, che era presente, scrive che, durante la Cena pasquale precedente il giorno della sua passione e morte, Gesù si rivolse a loro con queste parole: “Qualunque cosa chiederete nel nome mio, io la farò, perché il Padre sia glorificato nel Figlio… Io pregherò il Padre, ed egli vi darà un altro consolatore, perché rimanga con voi sempre, lo Spirito di verità”. Proprio questo Spirito di verità, Gesù chiama Paraclito — e parákletos vuol dire “consolatore”, e anche “intercessore”, o “avvocato”. E dice che è “un altro” consolatore, il secondo, perché egli stesso, Gesù, è il primo consolatore, essendo il primo portatore e donatore della Buona Novella.
Lo Spirito Santo viene dopo di lui e grazie a lui, per continuare nel mondo, mediante la Chiesa, l’opera della Buona Novella di salvezza. Di questa continuazione della sua opera da parte dello Spirito Santo Gesù parla più di una volta durante lo stesso discorso di addio, preparando gli apostoli, riuniti nel Cenacolo, alla sua dipartita, cioè alla sua passione e morte in Croce. Le parole, alle quali faremo qui riferimento, si trovano nel Vangelo di Giovanni, Ognuna di esse aggiunge un certo contenuto nuovo a quell’annuncio e a quella promessa.
Al tempo stesso, esse sono intrecciate intimamente tra di loro non solo dalla prospettiva dei medesimi eventi, ma anche dalla prospettiva del mistero del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, che forse in nessun passo della Sacra Scrittura trova un’espressione così rilevata come qui Poco dopo l’annuncio surriferito Gesù aggiunge: “Ma il consolatore, lo Spirito Santo, che il Padre manderà nel mio nome, egli vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che vi ho detto”.
Lo Spirito Santo sarà il consolatore degli apostoli e della Chiesa, sempre presente in mezzo a loro — anche se invisibile — come maestro della medesima Buona Novella che Cristo annunciò. Quell’ “insegnerà” e “ricorderà” significa non solo che egli, nel modo a lui proprio, continuerà ad ispirare la divulgazione del Vangelo di salvezza, ma anche che aiuterà a comprendere il giusto significato del contenuto del messaggio di Cristo; che ne assicurerà la continuità ed identità di comprensione in mezzo alle mutevoli condizioni e circostanze.
Lo Spirito Santo, dunque, farà sì che nella Chiesa perduri sempre la stessa verità, che gli apostoli hanno udito dal loro Maestro. Benvenuto nella Tanto si ha lo Spirito, quanto si ama la Chiesa. “Se vedi la carità, vedi la Trinità.” (S.Agostino) “Accoglietevi gli uni gli altri così come Cristo accolse voi, per la gloria di Dio» (Rm 15, 7).

LC 24:35-48 – L’APPARIZIONE AI DISCEPOLI A GERUSALEMME (ed Emmaus)

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(è il Vangelo di oggi, traduzione Google dall’inglese)

LC 24:35-48 – L’APPARIZIONE AI DISCEPOLI A GERUSALEMME (ed Emmaus)

III Domenica di Pasqua

Domenica Gospel Riflessione

La Chiesa nel suo Catechismo insegna: « La risurrezione di Gesù è la verità culminante della fede cristiana in Cristo, una fede creduta e vissuta come verità centrale dalla prima comunità cristiana; trasmessa come fondamentale dalla Tradizione; stabilito dal documento del Nuovo Testamento; e predicata come parte essenziale del Mistero pasquale insieme con la croce « (cfr CCC 638).
In parole povere, la risurrezione di Gesù è così centrale per la nostra fede cristiana, perché se Cristo non è risorto dalla morte, la nostra fede è inutile, i nostri insegnamenti e predicazione sono inutili (cfr. 1 Cor 15,17). La risurrezione di Gesù è anche così centrale per la salvezza ci sforziamo, la speranza e pregare per perché siamo salvati non solo quando ci confessiamo con le labbra che Gesù è il Signore, ma anche quando crediamo nei nostri cuori che Gesù ha sofferto ed è morto sulla Croce risorto il terzo giorno (cfr. Rm 10,9). Se Cristo non è risorto dai morti, allora, la salvezza non è possibile. Infine, la risurrezione di Gesù è così centrale per la costruzione, diffusione e la continuazione della Chiesa istituita da Cristo sulla terra. Se Cristo non è risorto dai morti non ci sarebbero più i discepoli a sinistra ora. Non ci sarebbe più Chiesa ora.
La risurrezione di Gesù è così rilevante e significativo per la nostra fede cristiana, la salvezza e la costruzione, diffusione e la continuazione della Chiesa, ma ci sono teorie che erano state fatte cercando di dimostrare che la risurrezione di Gesù era una frode o un mito architettata dai discepoli molti anni dopo.
Uno tra questi è la teoria risurrezione spirituale . Questa è la visione che la risurrezione di Cristo non era una vera resurrezione fisica. I fautori di questa teoria sostengono che il corpo di Cristo rimase nel sepolcro e la sua vera risurrezione era di natura spirituale. E ‘stato detto solo questo modo per illustrare la verità della risurrezione spirituale, cioè, che Gesù risorto solo nei cuori e nelle menti dei credenti, in virtù della fede.
Come possiamo confutare questa? E ‘chiaramente sbagliato affermare che il corpo morto di Gesù rimase nel sepolcro e come qualsiasi altro corpo umano morto subito il naturale processo di decomposizione. Considerando il racconto biblico, il corpo fisico di Gesù fece sparire dalla tomba. Se vi ricordate ancora la prima visita di Maria Maddalena prime ore del mattino di Domenica, ha trovato solo una tomba vuota. Ha però che qualcuno ha rubato il corpo di Gesù.
Quando questo è stato segnalato per Pietro e Giovanni sono venuti subito a vedere la tomba di Gesù. Hanno trovato la tomba vuota e le bende di lino indisturbati che copriva il corpo di Gesù e anche il soudavrion, il pezzo di stoffa che aveva coperto la testa di Gesù ‘, non per terra con le altre bende, ma piegato in un luogo a parte. Ma non hanno mai trovato il corpo di Gesù..
Fondamentalmente la questione riguarda il posizionamento dei graveclothes come visto da Pietro e dall’altro discepolo, quando sono entrati nel sepolcro. Alcuni hanno cercato di dimostrare che i discepoli, vedendo le bende erano disposti proprio come lo erano quando in tutto il corpo, in modo che quando la resurrezione è avvenuta il corpo risorto di Gesù passò attraverso di loro, senza riorganizzare o disturbarli. In questo caso il link sui soudavrion essere arrotolato non fa riferimento al suo essere piegato, ma crollata nella forma che aveva quando avvolto intorno alla testa.
Tutto ciò che la condizione dei graveclothes indicato era che il corpo di Gesù non era stato rubato dai ladri. Chi era venuto a rimuovere il corpo (se le autorità o chiunque altro) non si sarebbero preoccupati di scartarlo prima di portarlo fuori. E anche se si potrebbe immaginare che avevano (forse in cerca di oggetti di valore come anelli o gioielli ancora indossati dal cadavere), avrebbero certamente non si sono preoccupati di prendere tempo per arrotolare il facecloth e lasciare gli altri involucri in modo ordinato!
Dopo Peter è andato avanti ed entrò nel sepolcro, il discepolo prediletto, che era arrivato per primo, è entrato anche. Quando vide le bende nella condizione descritta nel versetto precedente, vide e credette. Cos’è che Discepolo Amato ha creduto (dal v. 7 descrive ciò che ha visto)? l’evangelista ci vuole a capire che quando il discepolo prediletto entrò nel sepolcro dopo Pietro e vide lo stato delle graveclothes, credeva nella risurrezione, cioè, che Gesù era risorto dai morti.
Se fosse solo una resurrezione spirituale, allora, cosa è successo al corpo? Qualcuno ha scoperto e ottenere la custodia di uno dei resti di Gesù? La storia mostra c’era un corpo lì e scomparve. Nessuno era in grado di produrre il corpo né smentire la risurrezione.
Di per sé, la tradizione della « tomba vuota » non prova nulla. Ma quando legato alle apparenze del Cristo risorto, è conferma della risurrezione (cf. CCC 640). Infatti, le apparizioni personali di Cristo dopo la Sua risurrezione sono un’altra prova storica schiacciante. Le donne ed i discepoli videro, sentirono, e anche toccato il Signore. Infatti, 500 fratelli lo videro in una sola volta (1 Cor. 15:06). Inoltre, il Signore risorto anche mangiato con loro per due volte come riportato dal Vangelo.
Vangelo di oggi narrazione è circa l’apparizione di Gesù ai due discepoli sulla strada di Emmaus. I due discepoli che erano in cammino verso Emmaus venuti da Gerusalemme dove Gesù fu arrestato, imprigionato, punito, crocifisso e morto sulla croce. Ci erano pieni di dolore, dolore, paura, disperazione e disillusione per la morte di Gesù, che consideravano di essere il Messia promesso che li ha liberati dal dominio e l’oppressione dell’Impero Romano. Fu in questo momento di crisi, quando Gesù apparve improvvisamente e si unì a loro nel loro cammino verso Emmaus.
Mentre erano in cammino verso Emmaus, Gesù spiegò loro che tutto quello che era successo (passione, morte e risurrezione di Gesù) nella vita di Gesù è un adempimento di profezie bibliche e in conformità con le Scritture. Siero di latte hanno raggiunto il posto, hanno invitato Gesù a stare con loro, perché si fa sera e il giorno è quasi finita. Così Gesù entrò per rimanere con loro. Lì per lì mentre era con loro a tavola prese il pane, lo spezzò e lo diede loro. Con che aprirono loro gli occhi e lo riconobbero, ma lui sparì dalla loro vista.
I discepoli cuori bruciavano dentro quando Gesù parlò loro sulla strada e gli occhi erano solo completamente aperto e riconosciuto il Signore durante la frazione del pane. E ‘stato durante la frazione del pane che i discepoli tristezza, la paura, la disperazione e la lentezza di comprensione si trasformano in gioia, senza paura ed entusiasta impegno verso la persona, la vita, le opere e la missione di Gesù. Infatti, il Cristo risorto è presente e riconosciuta quando le Scritture viene proclamato, quando il pane è rotto.
Il viaggio dei due discepoli verso Emmaus è, in un primo momento, un percorso di dolore, il dolore, la paura e la disperazione. Ma quando riconobbero Gesù, il Signore risorto, attraverso la rottura della parola e spezzare il pane del cammino verso Emmaus è un viaggio di incontrare, scoprire e accogliere il Signore risorto nei loro cuori nella fede. Diventa un viaggio dal dolore alla gioia, dalla paura al coraggio, dall’ignoranza alla fede, dalla disperazione alla speranza.
Gesù aveva con i suoi discepoli tutta la strada, e non hanno riconoscerlo. Non è questa la nostra vita troppo. Non riusciamo a riconoscere quanto vicino il Signore è per noi tutto il tempo. Forse non abbiamo nemmeno lo riconosciamo nello spezzare del Pane, l’Eucaristia e la rottura della Parola. Forse non abbiamo nemmeno lo riconosciamo nella persona del sacerdote e le persone intorno a noi, soprattutto i poveri, i bisognosi e sofferenti. Forse non abbiamo nemmeno lo riconosciamo nel Pane che mangiamo durante la comunione e il Santissimo Sacramento all’interno del Tabernacolo.
Ogni volta che celebriamo il sacrificio eucaristico del corpo e del sangue di Cristo, che affidò alla Chiesa di perpetuare il suo sacrificio salvifico sulla croce e per applicare i frutti della redenzione di tutti gli uomini e le donne di tutte le età e di tutte le nazioni, chiediamo a Dio di aprire i nostri occhi in modo che possiamo essere in grado di riconoscerlo nella persona del sacerdote, nelle parole di essere proclamata, nel pane eucaristico e il vino in particolare durante l’elevazione del corpo e del sangue di Cristo, la comunione, ora santa e l’adorazione eucaristica, e, infine, nel nostro prossimo specialmente nei poveri, i bisognosi e sofferenti.
Poi dobbiamo anche esercitare tutti i nostri sforzi per rendere la nostra celebrazione eucaristica attiva, consapevole e completo, al fine di renderla significativa e fruttuosa nella misura in cui saremo nutriti, rafforzati e autorizzata dalle parole di Dio e l’Eucaristia, che è un memoriale della sua morte e risurrezione: sacramento di pietà, segno di unità, vincolo di carità, convito pasquale ‘in cui Cristo si consuma, la mente è piena di grazia, e un pegno della gloria futura ci è dato « ( SC 47).

LA TRASFIGURAZIONE DI N. S. GESÙ CRISTO (CHIESA ORTODOSSA)

http://www.ortodoxia.it/La%20Trasfigurazione.htm

LA TRASFIGURAZIONE DI N. S. GESÙ CRISTO (CHIESA ORTODOSSA)

La Sacra Scrittura ci dice che l’uomo non può vedere Dio e continuare a vivere. Sappiamo già con quale amore e con quali precauzioni Dio si è manifestato a Mosè e ad Elia per non annientarli. Quando Dio passa davanti a Mosè nella spaccatura della roccia, lo protegge con la sua mano. Quando Elia se ne sta davanti all’apertura della roccia, Dio non viene nel vento fortissimo per travolgere, né nel terremoto per distruggere, né nel fuoco per bruciare, bensì nel lieve sussurro, ed Elia è salvo.
Dio ci prepara e ci insegna ad incontrarlo quando il suo Figlio si è incarnato, si è fatto Figlio dell’uomo. Egli non si è mostrato nella sua Gloria, perché gli uomini non sarebbero stati capaci di sopportarlo. Si è fatto simile a loro, a noi, ha assunto la condizione umana, la condizione di schiavo sino alle estreme conseguenze. Niente lasciava trasparire la divinità di Gesù. Nella sua vita ci sono stati soltanto due momenti nei quali si è manifestato come Dio: il momento del Battesimo ed il momento della Trasfigurazione.
Il Battesimo nel Giordano ha rivelato che Gesù è il Figlio di Dio, la seconda persona della Trinità. Giovanni Battista l’ha visto e ne ha reso testimonianza. Alla Trasfigurazione, sul monte Tabor, i tre apostoli, Pietro, Giacomo e Giovanni, hanno visto Gesù risplendere nella sua Gloria divina. Accanto a Lui c’erano due grandi testimoni che avevano visto questa stessa Gloria durante l’Antica Alleanza. Nel giorno della Trasfigurazione essi compaiono per attestare che si tratta di quella stessa Luce, di quello stesso Dio.
Mosè ed Elia stanno lassù, sul monte, come ce lo rappresenta l’icona della festa, e riescono a sostenere la Luce di Dio che mai tramonta, perché durante la vita terrena sono stati, insieme ad Isaia, le uniche persone a cui Dio, dopo la caduta, abbia concesso di vederlo. Elia è sceso dal cielo sul monte Tabor per contemplare Dio fattosi uomo, mentre Mosè, riunitosi con la morte ai suoi antenati, rappresenta coloro che aspettano la venuta di Cristo negli Inferi. Mosè personifica la legge. Con lui Elia viene in nome dei profeti a rendere testimonianza alla divinità di Cristo che è il compimento della Legge e dei Profeti. Al contrario, i tre apostoli riversi per terra fanno parte dell’umanità ancora viva. Nonostante il loro sbigottimento, alla vista del Cristo glorioso si sentono colmi di gioia e vorrebbero fermare questo istante, ma questo non era possibile perché era troppo presto e non erano ancora pronti per l’eternità. Dovevano passare con Cristo attraverso la morte per rivederlo glorioso dopo la Risurrezione.
L’ultimo versetto del racconto evangelico parla di una nuvola luminosa che avvolge gli apostoli, e dalla quale essi sentono una voce proclamare: “Questo è il Figlio mio, che io amo. Ascoltatelo!”. E’ la voce del Padre, la voce che aveva sentito S. Giovanni Battista al momento del battesimo di Gesù nel Giordano. La nuvola luminosa è lo Spirito Santo che avvolge e protegge gli apostoli, perché senza la presenza e l’illuminazione dello Spirito Santo l’uomo non può contemplare la Gloria di Dio. La trasfigurazione è una Teofania come il Battesimo di Cristo. Come San Giovanni anche gli apostoli hanno avuto la rivelazione dell’unico Dio in tre persone.
Il significato generale di questa sublime festa è riassunta in un breve versetto, tratto dall’esperinòs: “In questo giorno, sul Tabor, il Cristo trasformò la natura oscurata di Adamo. Avendola illuminata, la divinizzò”. La semplicità di queste poche parole, come quelle del racconto evangelico, hanno una profondità straordinaria. Come in ogni avvenimento della vita del Cristo e come in ogni festa, qui si ha un compimento e, insieme, una prefigurazione. Questi due elementi appaiono con altrettanta evidenza e forza anche a Pasqua. La Trasfigurazione di nostro Signore Gesù Cristo trasferisce l’esistenza umana nella dimensione gloriosa, mostrando ai tre apostoli vivi dinanzi ai due profeti defunti l’attualità illuminata del passato e dell’avvenire. La Trasfigurazione rivela così il senso intimo del cristianesimo: Il Dio-uomo mostra loro l’uomo divinizzato.

padre Atanasio Marcacci

RESTARE SOLI A TU PER TU CON IL NUOVO TESTAMENTO (1850) SØREN KIERKEGAARD, DIARIO

http://www.disf.org/Documentazione/87.asp  

RESTARE SOLI A TU PER TU CON IL NUOVO TESTAMENTO (1850)    SØREN KIERKEGAARD, DIARIO

2955. La cosa è semplicissima. Il Nuovo Testamento è facilissimo da capire. Ma noi siamo dei bricconi matricolati e fingiamo di non capire, perché sappiamo che se lo capissimo sui serio, dovremmo anche subito metterlo in atto. Ma per rifarci un po’ con il Nuovo Testamento — perché esso non se l’abbia a male e non ci accusi di malafede! — ecco che lo lusinghiamo e andiamo raccontando che è tanto meravigliosamente profondo, tanto inscrutabilmente sublime ecc.: press’a poco come quando un bambino fa finta di non capire gli ordini che riceve, e poi ha la furberia di lusingare papà. Dunque noi altri uomini facciamo finta di non capire il Nuovo Testamento: non vogliamo capirlo. Ecco il compito della scienza cristiana. La scienza cristiana è l’invenzione enorme dell’umanità per difendersi contro il Nuovo Testamento, per assicurarsi di poter continuare ad essere cristiani, senza però che il Nuovo Testamento ci venga troppo vicino. La scienza cristiana è stata inventata allo scopo d’interpretare, chiarire, illuminare meglio ecc. ecc. il Nuovo Testamento. Grazie tante! Già, noi uomini siamo dei furfanti matricolati — e Nostro Signore è l’ingenuo; quell’ ingenuo però che non si lascia menare per il naso! Prendi qualsiasi parola del Nuovo Testamento: dimentica tutto il resto e ingègnati a vivere in conformità… Ohibò, si dirà, ma questo sarebbe un far arenare nello stesso momento tutta la mia vita temporale e terrestre… Che fare allora? Oh, scienza impagabile: che sarebbe di noi, poveri uomini, se tu non ci fossi? “è orrendo cadere nelle mani del Dio vivente” [Eb 10,31] — ma è già orrendo star soli con il Nuovo Testamento. Non mi faccio migliore di quel che sono; io confesso (eppure potrebbe darsi che qui da noi io fossi uno dei più coraggiosi) che non ho osato ancora di starmene assolutamente solo con il Nuovo Testamento. Stare solo con esso, significa come se fossi solo in tutto il mondo, e come se Dio mi stesse seduto accanto e mi dicesse: “Vuoi tu avere la compiacenza di osservare ciò che vi sta scritto e riflettere che devi vivere in conformità?”. Solo con esso! … cioè come se io fossi solo in tutto il mondo e come se Cristo stesse in mia compagnia per impedire di svignarmela, dimenticando che quanto sta scritto si deve anche fare, come mostra l’esempio di Cristo. Oh, ma quanti son quelli che in 1800 anni di Cristianesimo hanno usato stare soli con il Nuovo Testamento? A quali tremende conseguenze non potrebbe portarmi questo ribelle e tiranno libro, se si deve stare soli con esso a questo modo. Come la situazione cambia invece completamente, se prendo in mano un libro di concordanze, un dizionario, un paio di commenti, tre traduzioni: il tutto per capire questa cosa profonda, meravigliosamente bella, quest’altezza inaccessibile! “Perché (lo dico candidamente!) basta che io ‘capisca’ il Nuovo Testamento: quanto al farlo… ci penserò poi e saprò ben cavarmela!”. In verità, che fortuna e che consolazione unica, che sia tanto difficile comprendere il Nuovo Testamento! È la causa dell’umanità che io difendo quando dico: “stiamo uniti, impegniamoci per la cosa più sacra e manteniamo questa promessa di nulla risparmiare, non fatiche, né veglie, per rendere il Nuovo Testamento sempre più difficile da comprendere. Se per spiegare e interpretare la S. Scrittura non bastassero le scienze inventate finora, inventiamone delle altre!” Io apro il Nuovo Testamento e leggo: “Se vuoi essere perfetto, va’, vendi tutto quel che hai e dàllo ai poveri e seguimi” [Mt 19,21]. Gran Dio! Tutti i capitalisti, tutti i funzionari, anche quelli in pensione, tutta l’umanità, eccettuati i mendicanti: tutti saremmo perduti, se qui non ci fosse la scienza. La scienza! Questa parola ha un suono magnifico. Onore a chiunque consacra le sue forze a servizio della scienza! Lodato sia chiunque contribuisce a rafforzare la considerazione della scienza fra gli uomini! La scienza che trattiene il Nuovo Testamento, questo libro – che la scienza afferma “ispirato”; cioè quest’impiastro di libro, che in quattro e quattr’otto ci butterebbe tutti a terra se io si sciogliesse, cioè se la scienza non lo trattenesse! Invano il Nuovo Testamento fa sentire la sua voce, che grida al cielo più alta del sangue di Abele [Eb 12,24], invano comanda con autorità, invano ammonisce, e supplica: noi non lo sentiamo, cioè sentiamo questa voce soltanto attraverso la scienza. Come uno straniero che difende davanti a una Maestà Reale il suo diritto nella sua lingua materna, quando la passione lo spinge a dire la parola audace, l’interprete non osa tradurla al re e vi sostituisce qualcos’altro: così tuona il Nuovo Testamento attraverso la scienza. Come quel grido dei suppliziati nel toro di Falaride aveva il suono di soave musica agli orecchi del tiranno, così l’autorità divina del Nuovo Testamento attraverso la scienza è un lieve tintinnare di sonagli o come un nulla [1Cor 13,1 ss.]. Attraverso la scienza; … sì, perché noi uomini siamo astuti. Come si rinchiude il pazzo perché non abbia a disturbare la gente, come il tiranno allontana l’uomo franco perché non si possa sentire la sua voce, così noi abbiamo rinchiuso il Nuovo Testamento con la scienza. Invano grida, s’arrovella, strepita e gesticola: non serve, noi non lo intendiamo che attraverso la scienza; e per metterci del tutto al sicuro diciamo ch’è precisamente essa ad aiutarci a capirlo meglio e così potremo udirne la voce… Oh nessun pazzo, nessun prigioniero politico è stato mai rinchiuso così! Perché nessuno nega che costoro siano rinchiusi; ma nei riguardi del Nuovo Testamento la cautela è ancora maggiore; lo si rinchiude, ma si dice che si fa il contrario, che si fa di tutto perché possa avere il potere e il dominio. Tuttavia, e questo è intuitivo, nessun pazzo, nessun prigioniero politico sarebbe per noi tanto pericoloso come il Nuovo Testamento se fosse lasciato a piede libero. Veramente noi protestanti facciamo molto perché possibilmente ciascuno abbia il Nuovo Testamento. Ma cosa anche non facciamo per inculcare a tutti che il Nuovo Testamento non sia capito che attraverso la scienza? Voler capire il Nuovo Testamento, cercare di considerare subito ciò che vi si legge come un comando, voler agire subito in conformità: che sbaglio! No, il Nuovo Testamento è una dottrina, ed è necessario il rincalzo della scienza per comprenderlo! Ecco, si tratta di questo, e quel po’ ch’io ho creduto di poter fare, è presto detto. Ho voluto spingere gli uomini a fare ciascuno questa confessione: per parte mia trovo che il Nuovo Testamento è facilissimo da capire, ma finora quando si tratta di dover fare alla lettera secondo quel che non è difficile capire, ho trovato in me stesso difficoltà enormi. Avrei forse potuto prendere un’altra strada, cercar d’inventare una nuova scienza: ma mi soddisfa di aver fatto questa confessione.   Søren Kierkegaard, Diario , a cura di Cornelio Fabro, Morcelliana, Brescia 1981 vol. 7, pp. 184-187 [X3 A 34].

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