Archive pour la catégorie 'LETTERATURA PAOLINA – CITAZIONI'

Gesù come ponte tra cielo e terra (OR 2008)

dal sito:

http://www.zammerumaskil.com/catechesi/evangelizzazione/gesu-come-ponte-tra-cielo-e-terra.html

Gesù come ponte tra cielo e terra

Domenica 04 Maggio 2008 

Per una religiosità olimpica, cioè nelle tradizioni omeriche ed esiodee dell’antica Grecia, c’è assoluta contrapposizione di natura e destini tra dèi e uomini. Gli dèi sono in alto e felici, gli uomini sono in basso e sofferenti. Gli uni sono immortali, gli altri sono destinati prima a morire, poi a una vaga sopravvivenza nell’Ade. Il Canto del destino di Iperione, di Friedrich Hölderlin, può servire come saggio esemplare di questo tipo di sensibilità religiosa. Il poeta esprime l’aspirazione dell’uomo a una vita beata e pacificata, dove gli dèi però restano lontani dal destino angoscioso delle creature mortali:  loro in alto, noi in basso. Il cristianesimo celebra un orizzonte completamente diverso:  Gesù è il Dio incarnato, Dio che si fa uomo, cioè scende dall’alto verso il basso, per consentire all’uomo l’ascesa. Colui che preesiste in eterno come Dio si abbassa fino a morire in croce, per poi venire ancora elevato alla dignità divina, sollevando con sé l’umanità caduta. Nell’arte cristiana è possibile esplorare questo doppio movimento di discesa e ascesa, in cui Gesù, il Figlio di Dio, è il protagonista. San Paolo ci suggerisce il percorso. Nella lettera ai Filippesi, l’apostolo delle genti celebra la discesa e l’ascesa di Gesù, il suo abbassamento e la sua esaltazione nella croce. Cristo – dice san Paolo – pur possedendo la natura divina, annientò sé stesso, diventando simile agli uomini, e si umiliò fino alla morte in croce. Ed è per questo che Dio lo ha esaltato al di sopra di qualsiasi cosa, in cielo, in terra e negli inferi. La morte in croce è il punto centrale di questo movimento di Gesù, che va dalla sua divinità verso l’uomo, ed è anche il culmine che lo esalta come Dio e gli consente di divinizzare l’umanità.
Anche se i Vangeli non offrono dettagli sui modi in cui Gesù fu inchiodato al patibolo, gli artisti hanno spesso rappresentato l’innalzamento della croce. La possibilità che Cristo sia stato sollevato mentre la croce era già stata innalzata, per esempio con una scala, per esservi inchiodato, fu generalmente esclusa, seguendo in questo l’indirizzo della pittura bizantina. Nel primo Rinascimento italiano si trova qualche raro esempio dove si vede il Salvatore salire su di una scala, oppure gli aguzzini inchiodarlo ai bracci della croce, già alta sul terreno. Altrimenti si è supposto che Gesù sia stato prima inchiodato sulla croce e poi, con essa, innalzato. L’elevazione della croce con il corpo di Cristo inchiodato è stata raffigurata soprattutto nella pittura nordeuropea tra Cinquecento e Settecento. In mezzo a una folla di spettatori, si vedono uomini robusti e muscolosi spingere in alto un’estremità della croce, mentre altri la sollevano per mezzo di corde. Si realizza così l’evento previsto dallo stesso Gesù, che un giorno, parlando con Nicodemo, aveva detto che il Figlio dell’Uomo doveva essere innalzato per poter donare agli uomini la vita eterna. Cristo sembra quasi parlare a Hölderlin, e a chiunque soffra la separazione tra umano e divino:  « Nessuno è mai salito al cielo » – dice Gesù a Nicodemo – « fuorché il Figlio dell’uomo che è disceso dal cielo ».
Altre opere d’arte descrivono la deposizione del corpo morto di Gesù dalla croce. L’episodio segue immediatamente la crocifissione. Giuseppe di Arimatea, ricco e rispettato membro del Sinedrio, e segretamente un discepolo di Gesù, ottenne da Pilato il permesso di prendere il corpo di Cristo dalla croce. Giuseppe, che aveva portato con sé un lenzuolo di lino, e Nicodemo, che aveva con sé mirra e aloe per conservare il corpo, deposero la salma di Gesù e la avvolsero nel sudario. I quadri mostrano i due mentre tolgono i chiodi dal corpo di Cristo o il momento in cui lo mettono giù dalla croce. I primi esempi nell’arte occidentale si ispiravano a composizioni bizantine tra X e XI secolo, e mostrano quattro figure principali:  Nicodemo che estrae con delle pinze il chiodo dalla mano sinistra, Giuseppe che afferra il corpo e ne sostiene il peso, la Vergine che tiene la mano destra già libera, e l’apostolo Giovanni che appare in piedi e sofferente a qualche distanza. Intorno al Tre-Quattrocento, si vedono di solito due scale, che poggiano sulle due estremità del lato trasversale della croce, e su di esse Giuseppe e Nicodemo. Sotto, ai piedi della croce, ci sono la Vergine con altre donne e san Giovanni. Nell’arte rinascimentale e barocca la composizione divenne più complessa e affollata di figure. Pensiamo alla grande fortuna di questo tema in manieristi come il Pontormo o Rosso Fiorentino. La croce può essere vista obliquamente, come per esempio nella versione di Rubens nella cattedrale di Anversa; ci sono spesso quattro scale, con due uomini che si appoggiano sul lato trasversale della croce per aiutare a deporre il corpo, passandolo a Giuseppe e Nicodemo.
Gesù, Dio fatto uomo, è sceso dall’alto verso il basso. Lui che è re, si è umiliato come un servo, lui che è il giudice si è fatto processare. Per questo è degno di essere innalzato sopra i cieli. Lui, che è il creatore della vita, ha accettato la morte in croce, ed è sceso nel buio del sepolcro, per essere inghiottito dalla morte. Nella Cappella degli Scrovegni di Padova Giotto ha dipinto il lutto degli angeli, mentre il Figlio di Dio viene deposto nella terra. Ma c’è nell’arte medievale un soggetto – che formava una delle scene nel ciclo della passione di Cristo – a indicare una discesa ulteriore:  quella di Cristo al Limbo, un tema che continuò a essere rappresentato per tutto il Rinascimento. Già nel II secolo vari scritti descrivevano la discesa di Cristo agli inferi, come cioè il Figlio di Dio sconfisse Satana, liberando le anime dei santi del Vecchio Testamento. La storia è narrata nel dettaglio in un vangelo apocrifo, probabilmente del V secolo:  i cancelli dell’inferno andarono in frantumi, i morti furono liberati dalle loro catene. I primi Padri conclusero che la zona dove si trovavano patriarchi, profeti e martiri pre-cristiani non era l’inferno, ma una regione ai suoi bordi, il Limbo, dal latino limbus, che vuol dire « bordo, margine ». Nei quadri vediamo Cristo che, tenendo lo stendardo della Resurrezione, croce rossa su campo bianco (o viceversa), attraversa una soglia. Le porte risultano scardinate e crollate a terra, schiacciando Satana sotto il loro peso. Mentre i demoni fuggono nell’oscurità, una folla di persone giunge da una caverna, per afferrare la mano di Cristo. Il primo è Adamo, vecchio e con la barba grigia. Dietro di lui viene Eva, poi Abele, con il bastone da pastore, a volte vestito di pelle d’animale. Seguono Mosè, il re Davide, il buon ladrone, cui Cristo promise il cielo, poi Giovanni Battista, l’ultimo dei profeti. Più piccoli, seguono altri re e santi. Nel dipinto di Domenico Beccafumi conservato nella Pinacoteca Nazionale di Siena, la schiera di morti liberati sale dal fondo verso il Salvatore in primo piano. La discesa è completa, la missione è compiuta.
L’Ascensione del Signore, invece, rappresenta il movimento verso l’alto. Cristo ascende, nell’arte, spesso sul soffitto della cupola centrale delle chiese. La versione completa della Ascensione è divisa in due parti, superiore e inferiore, cielo e terra. In cielo la figura di Cristo è al centro, con il piede su una nuvola e circondato da cherubini disposti a forma di mandorla. A volte tiene lo stendardo della Resurrezione, e benedice con la mano destra. Ai due lati, per equilibrare la composizione, ci possono essere altri angeli, a suonare strumenti musicali. Sulla terra gli apostoli guardano con meraviglia e timore alla figura che sta allontanandosi, o sono inginocchiati a pregare. La Vergine è generalmente con loro, simbolo della Madre Chiesa che Cristo lascia sulla terra. Sui suoi due lati si possono vedere san Pietro, che tiene le chiavi, e san Paolo con la spada, simboli rispettivamente degli ebrei e dei Gentili a cui venne portato il messaggio cristiano.
Grazie a questo movimento di discesa e di ascesa, Gesù è divenuto la nostra via verso i cieli. Se Lui ascende, la Gerusalemme celeste discende sulla terra. Gesù che è disceso è lo stesso che è salito sopra tutti i cieli, per riempire di sé l’universo. Gesù, Dio e uomo, cade e si rialza, si umilia e si riveste di maestà, sprofonda negli abissi e si slancia nelle altezze. Ed è lo stesso Dio che fa rialzare chi è caduto, indebolisce i forti e riveste i deboli di forza, affama i sazi e sfama gli affamati, fa generare la sterile e rende sterile la feconda, rende i ricchi poveri e i poveri ricchi, pone in alto chi è in basso e in basso chi è in alto. Cristo innalzato sulla croce è l’asse che riunisce ciò che è in alto con ciò che è in basso, attraverso cui circola la vita nell’universo. Dio è disceso, l’uomo è asceso, in una provvidenziale coincidenza degli opposti.

Alessandro Scafi

(L’Osservatore Romano – 4 maggio 2008)

Dal trattato «L’ideale perfetto del cristiano» di san Gregorio di Nissa: Il cristiano è un altro Cristo

LUNEDÌ 20 GIUGNO 2011

UFFICIO DELLE LETTURE

Seconda Lettura
Dal trattato «L’ideale perfetto del cristiano» di san Gregorio di Nissa, vescovo (PG 46, 254-255)

Il cristiano è un altro Cristo


Paolo ha conosciuto chi è Cristo molto più a fondo di tutti e con la sua condotta ha detto chiaramente come deve essere colui che da Cristo ha preso il suo nome. Lo ha imitato con tanta accuratezza da mostrare chiaramente in se stesso i lineamenti di Cristo e trasformare i sentimenti del proprio cuore in quelli del cuore di Cristo, tanto da non sembrare più lui a parlare. Paolo parlava ma era Cristo che parlava in lui. Sentiamo dalla sua stessa bocca come avesse chiara coscienza di questa sua prerogativa: «Voi volete una prova di colui che parla in me, Cristo» (cfr. 2 Cor 13, 3) e ancora: «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Gal 2, 20).
Egli ci ha mostrato quale forza abbia questo nome di Cristo, quando ha detto che è la forza e la sapienza di Dio, quando lo ha chiamato pace e luce inaccessibile, nella quale abita Dio, espiazione e redenzione, e grande sacerdote, e Pasqua, e propiziazione delle anime, splendore della gloria e immagine della sostanza divina, creatore dei secoli, cibo e bevanda spirituale, pietra e acqua, fondamento della fede, pietra angolare, immagine del Dio invisibile, e sommo Dio, capo del corpo della Chiesa, principio della nuova creazione, primizia di coloro che si sono addormentati, esemplare dei risorti e primogenito fra molti fratelli, mediatore tra Dio e gli uomini, Figlio unigenito coronato di onore e di gloria, Signore della gloria e principio di ogni cosa, re di giustizia, e inoltre re della pace, re di tutti i re, che ha il possesso di un regno non limitato da alcun confine.
Lo ha designato con queste e simili denominazioni, tanto numerose che non è facile contarle. Se tutte queste espressioni si raffrontassero fra loro e si cogliesse il significato di ognuna di esse, ci mostrerebbero la forza mirabile del nome di Cristo e della sua maestà, che non può essere spiegata con parole. Ci svelerebbero però solo quanto può essere compreso dal nostro cuore e dalla nostra intelligenza.
La bontà del Signore nostro, dunque, ci ha resi partecipi di questo nome che è il primo e più grande e più divino fra tutti, e noi, fregiati del nome di Cristo, ci diciamo «cristiani». Ne consegue necessariamente che tutti i concetti, compresi in questo vocabolo, si possono ugualmente vedere espressi in qualche modo nel nome che portiamo noi. E perché allora non sembri che ci chiamiamo falsamente «cristiani» è necessario che la nostra vita ne offre conferma e testimonianza.

GEREMIA & DIETRICH BONHOEFFER GEMELLI IN CRISTO (la base paolina dello studio è notevole)

dal sito:

http://www.biblia.org/index.php/archivio/approfondimenti-culturali.html

APPROFONDIMENTI CULTURALI -XXXVII (ANNO XIX, N. 3)

GEREMIA & DIETRICH BONHOEFFER GEMELLI IN CRISTO

‘FRAMMENTI’ PER UNA RICERCA’

Riproduciamo il testo dell’intervento svolto da Marco Tommasino nel corso del seminario estivo dedicato a Geremia. Per ragioni di spazio abbiamo dovuto tagliare la suggestiva cornice narrativa del testo,salvandone però integralmente il messaggio. Ce ne scusiamo con l’autore e lo ringraziamo per le sue riflessioni. Tommasino si presenta come un fisico e un informatico e non come teologo e biblista: gli amanti della Bibbia auspicano il moltiplicarsi di questi fisici e informatici.

Ringraziamenti
Ho dedicato questa ricerca ad alcune persone che con la loro vicinanza e amicizia continuano ad aiutarmi a rinnovare l’uomo interiore di giorno in giorno, mentre quello esteriore si va disfacendo [cfr.2Cor 4,16]. Questa è donata ai nuovi amici di Biblia, alla mia maestra di Bibbia, Eugenia Verna che ha il dono di annunciare la Parola, alla comunità di Bose per la lunga amicizia, e a Paolo De Benedetti da parte di mia nipote Alice.

DB ha capito il libro di Geremia
Il libro di Geremia è croce e delizia di esegeti e semplici lettori per la sua ‘non linearità’. Ma ormai è canonico: e quindi deve avere un suo senso compiuto. Il testo di Geremia trova una definizione della sua unità in questo pensiero di Bonhoeffer. Nella lettera ad Eberhard Bethge del 23 febbraio 1944 scrive:

… la nostra esistenza spirituale resta incompiuta. Tutto dipende ormai dal fatto se sia possibile ancora scorgere, sulla base della frammentarietà della nostra vita, in che modo era progettato e pensato il tutto, e di quale materiale sia fatto. Ci sono poi frammenti che ormai fanno parte solo della spazzatura (per i quali sarebbe troppo anche un « inferno » decoroso) ed altri che restano significativi attraverso i secoli, perché il loro completamento può essere solo affare di Dio, cioè frammenti che devono essere frammenti -penso ad esempio all’Arte della fuga [di J.S. Bach]. Se la nostra vita rispecchia anche solo da lontano un frammento di questo tipo, nel quale i diversi temi che si aggiungono sempre più numerosi si armonizzano almeno per un breve istante, e nel quale il grande contrappunto viene mantenuto stabilmente dall’inizio alla fine, sicché poi, dopo l’interruzione, al massimo si può intonare ancora il corale « Così mi avanzo davanti al tuo trono » -allora non dobbiamo lamentarci neppure della nostra vita frammentaria, ma dovremo anzi esserne contenti. Non mi esce più dalla testa il capitolo 45 di Geremia. Forse ti ricordi ancora di quel sabato sera a Finkenwalde, quando l’ho commentato? Anche qui, un frammento di vita -necessariamente tale - »ma la tua anima te la darò come bottino ».

Geremia & DB gemelli
Con quali prove?
Due anni fa ho capito che Geremia aveva influenzato profondamente il pensiero di Bonhoeffer. Dal vicariato a Barcellona nel 1928 fino a Tegel, alle soglie della fine, egli riprende più e più volte il pensiero di Geremia con una passione fortissima. Allora ho pensato: forse si può dire che c’è tra i due un legame più forte di un semplice interesse? Si può arrivare a dire che Geremia ha gettato il suo mantello nella storia ed è finito addosso a Bonhoeffer? O che Geremia è risuscitato dai morti?

Santi e profeti
Geremia è santo canonizzato, e Bonhoeffer? Nel 1998 a seguito di un rifacimento del transetto
ovest dell’Abbazia di Westminster, sono state poste dieci statue di martiri cristiani di ogni confessione che, nel passato recente, hanno dato la loro vita per il Vangelo. Tra di loro ci sono Dietrich Bonhoeffer, Martin Luther King, Massimiliano Kolbe e Oscar Romero. Anche lui ora gode di un certo riconoscimento ufficiale. Geremia è profeta, riconosciuto da tutti, anche da chi lo aveva rifiutato. E Bonhoeffer? Ma chi è il profeta? Bonhoeffer, nel 1928, parla del profeta in una conferenza a Barcellona: profeta? Bonhoeffer, nel 1928, parla del profeta in una conferenza a Barcellona:
Un profeta è un uomo che si sa preso da Dio e chiamato in un momento determinato, sconvolgente della sua vita, ed ora non può più fare altro che andare in mezzo agli uomini e annunziare la volontà di Dio. La vocazione è diventata il punto di svolta della sua vita, e per lui c’è ancora soltanto una cosa, il seguire questa vocazione, ammesso pure che questa lo porti all’infelicità e alla morte. Così dice Amos (3,8): « Il Signore Iddio parla, chi può non profetare? ».

Profeti in un tempo di crisi
Qual è il tempo in cui hanno vissuto Geremia e DB? Un tempo di crisi. Un’epoca in cui Dio vaga
senza meta per il suo regno gridando: « Consolatemi, consolatemi, o mio popolo » perché il suo popolo va verso la Shoà. Egli è come Rachele, che « piange i suoi figli e rifiuta di essere consolata perché non sono più » (Ger 31,15). È un tempo in cui il Signore dice ai suoi profeti: « Ecco, vi metto le mie parole sulla bocca./Ecco, oggi vi costituisco/sopra i popoli e sopra i regni/per sradicare e demolire,/per distruggere e abbattere,/per edificare e piantare » (Ger 1,10). Geremia e DB vivono nello stesso tempo storico, un tempo di Shoà: la prima e l’ultima.

Frammenti di storia
Uno sguardo alle biografie fa intravedere rassomiglianze e parallelismi.
Prima di tutto l’amico/discepolo/segretario. Tutti i due hanno un compagno di vita e di lotta e che si occupa di trasmettere pensieri e racconti di vita: Baruch e Eberhard Bethge. A entrambi viene lasciato un viatico: a te darò la vita come bottino (Ger 45,4). Geremia deve rinunciare a esercitare il sacerdozio, come avrebbe richiesto il suo stato di famiglia. Bonhoeffer non sarà mai pastore in una parrocchia tedesca. I contrasti con le autorità civili e religiose sono continui, i due tendono a isolarsi. Non in una torre d’avorio, ma perché devono annunciare una parola che non ammette sconti, nemmeno per loro stessi. Geremia è insidiato dalla sua stessa famiglia: gli uomini di Anatòt attentano alla sua vita dicendo: « Non profetare nel nome del Signore, se no morirai per mano nostra » (Ger 11,21). Il sacerdote e sovrintendente-capo del tempio Pascùr lo fa fustigare e lo imprigiona, dopo l’episodio della brocca spezzata (Ger 20,2). I sacerdoti e i profeti chiedono per lui una sentenza di morte, perché aveva osato predicare nel
tempio, ricordando la fine del santuario di Silo (Ger 26,1-11). È accusato di disfattismo e tradimento: « Tu passi ai Caldei! » (Ger 37,13). È imprigionato più volte (Ger 20,2; 32,2;37). A Bonhoeffer nel 1936 viene ritirata l’autorizzazione all’insegnamento universitario. Nel settembre del 1940 gli viene vietato di parlare in pubblico ed è obbligato a segnalare i propri movimenti alla polizia « a motivo della sua azione disgregatrice in mezzo al popolo ». Nel marzo
del 1941 riceve il divieto di stampare e pubblicare. Il 5 aprile 1943 è arrestato.

La vocazione
Dice Geremia:
Mi fu rivolta la parola del Signore:
« Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo,/prima che tu uscissi alla luce,/ ti avevo consacrato;/ti ho stabilito profeta delle nazioni » (Ger 1,4-5). Bonhoeffer nutrì il desiderio di divenire pastore e teologo fin da bambino, e lo mantenne finché non l’ebbe realizzato. Ma quando capì che la sua vita al servizio diretto di Dio non sarebbe stata « un’esistenza silenziosa e quieta da pastore » come quella pensata da suo padre?
A 22 anni, mentre era vicario a Barcellona, così egli si dichiara:
Ogni parola deve esser detta dal presente per il presente, e se non sempre nella forma più esplicita, tuttavia in modo sufficientemente chiaro per l’osservatore dei nostri giorni. Siamo uomini del XX secolo e dobbiamo, ci piaccia o no, adattarci a questo fatto, o piuttosto dobbiamo avere tanto amore per questo nostro tempo, per questa nostra generazione, da esserle solidali nella miseria e nella speranza. È sufficiente questo per capire quale sarebbe stata la sua via. Ancora nella stessa conferenza dedica ampie parti al dramma di Geremia: Colui che era legato al suo popolo con amore bruciante, doveva sperimentare il carcere come un vigliacco o un disertore, poi la completa emarginazione con l’esser gettato in una profonda cisterna, finché accadde quello che egli aveva profetizzato: Gerusalemme cadde, in un attimo fu conquistata, il tempio distrutto, la famiglia del re giustiziata, e il popolo portato in prigionia, lontano dalla terra tanto celebrata, dal tempio, dalla patria che il Signore gli aveva dato. L’ultima parola che il vegliardo Geremia riceve da Dio, è sconsolata: « Ecco: ciò che ho costruito, Io lo demolisco, ciò che ho piantato, Io lo sbarbo… e tu pretendi grandi cose per te? » (Ger 45,4 s.). Dio stesso soffre: come può allora un uomo lamentarsi del dolore! … Si era alla fine, i profeti erano stati sconfitti, la tragedia della loro vita era compiuta, il sipario calava, il quinto atto era finito; eppure nella notte che aveva fatto irruzione, si annunciava già da lontano l’albeggiare di un giorno… Ancora torna la vita di Geremia nell’omelia Dolore della vocazione, a Londra nel ’34, in cui medita una confessione di Geremia (Ger 20,7: « Tu mi hai sedotto, o Signore, ed io mi sono lasciato sedurre; mi hai fatto violenza, ed hai vinto »). E Geremia era fatto della nostra carne e sangue, era un uomo come noi. Soffre delle continue umiliazioni, dello scherno, della violenza, della brutalità degli altri, e così infatti, dopo una tortura straziante, durata tutta una notte, si sfoga in questa preghiera: « Tu mi hai sedotto, o Signore, ed io mi sono lasciato sedurre, mi hai fatto violenza, ed hai vinto ». Dio, tu hai voluto utilizzarmi per le tue azioni. Mi hai teso insidie, non mi hai più lasciato libero, all’improvviso, nei punti più impensabili, mi hai tagliato la strada, mi hai attirato e affascinato, ti sei reso docile e disponibile il mio cuore, mi hai parlato del tuo desiderio e del tuo amore eterno, della tua fedeltà e della tua forza; quando cercavo la forza, tu mi rafforzavi, quando cercavo un appiglio, tu mi sostenevi, quando cercavo il perdono, tu mi perdonavi la colpa. … Mi hai catturato come uno sprovveduto, ed ora non posso più liberarmi, ora mi trascini via, come tua preda, mi leghi insieme ad altri al tuo carro di trionfo e ci trascini al tuo seguito, perché partecipiamo al tuo trionfo, strapazzati e torturati. Potevamo saperlo che il tuo amore è così doloroso, la tua grazia così dura? … Migliaia di membri della chiesa e di pastori oggi nella chiesa del nostro paese corrono il pericolo della repressione e della persecuzione a causa della loro testimonianza per la verità. Non sono andati a cercarsi questa strada per ostinazione e arbitrio, ma vi sono stati portati, sono stati costretti a percorrerla. Spesso contro la loro volontà, contro la loro carne e sangue, perché Dio aveva loro fatto violenza, perché non riuscivano più a resistere a Dio, perché dietro di loro si era chiusa una porta, ed essi non potevano più tornare indietro rispetto alla parola di Dio, al suo appello, al suo comando. Frequentemente desideravano godere interiormente di pace, quiete e silenzio, di non esser più costretti ad ammonire, minacciare, protestare, o testimoniare la verità. Ma erano costretti: guai a noi se non predicassimo il Vangelo! « O Dio, perché ci sei così vicino? ». Il non potersi più liberare da Dio: ecco l’inquietudine angosciosa di ogni vita cristiana.

La grande rinuncia
Dio chiede ai suoi una rinuncia senza sconti.
Geremia Mi fu rivolta questa parola del Signore: Non prendere moglie, non aver figli né figlie in questo luogo … (Ger 16,1-2). A Geremia è richiesto il celibato. È la prima volta nell’AT. Ma non è una scelta semplice. Tre volte piange perché cesseranno nelle città di Giuda e nelle vie di Gerusalemme voci di giubilo e voci di gioia, la voce dello sposo e la voce della sposa (Ger 7,34; 16,9; 25,10). Sì, il profeta ha obbedito al comando del Signore, ma gli è rimasta una grande nostalgia. …/ Poiché il Signore crea una cosa nuova sulla terra: la donna cingerà l’uomo! …/A questo punto mi sono destato e ho guardato; il mio sonno mi parve soave (Ger 31,22.26). È forse uno dei semi del Cantico di Cantici? Ed ecco prorompere tra le profezie di salvezza il canto di gioia per quello che gli è negato. Dice il Signore: In questo luogo, di cui voi dite: Esso è desolato, senza uomini e senza bestiame; nelle città di Giuda e nelle strade di Gerusalemme, che sono desolate, senza uomini, senza abitanti e senza bestiame, si udranno ancora voci di giubilo e voci di gioia, la voce dello sposo e la voce della sposa … (Ger 33,10-11). La storia di DB è molto più triste. Nel 1941 scrive a Erwin Sutz un inno all’amore sponsale: Negli anni passati ho scritto parecchie lettere per le nozze di qualcuno dei fratelli … In tutti casi la caratteristica principale di questo avvenimento che era sempre dato dal fatto che uno si arrischi, in questi tempi ‘ultimi’ a fare un passo di questo genere, in cui si dice di sì alla terra e al suo futuro. In tutti questi casi mi era chiarissimo che si può fare questo passo da cristiani solo se realmente ci si fonda su una fede forte e sulla grazia. Poiché proprio in mezzo alla rovina si può costruire; proprio quando si vive ora per ora, giorno per giorno, si vuol costruire un futuro; proprio quando si è scacciati dalla terra, si vuol costruire uno spazio, che in mezzo alla generale miseria sia uno spazio di felicità. E ciò che è sbalorditivo è che Dio consente questa singolare aspirazione, che Dio consente al nostro volere, mentre dovrebbe essere piuttosto il contrario. Per cui il matrimonio diventa qualcosa di interamente nuovo, di forte, di splendido per noi che vogliamo essere cristiani in Germania. …
Ma soprattutto ha scoperto e vissuto l’amore per Maria, un amore forte, pieno di speranza. Non ben visto dalla famiglia di lei, riesce a superare anche questo ostacolo. Ecco quello che viene dal profondo del suo cuore, nell’agosto del ’43: Tu non puoi immaginare che cosa nella mia attuale situazione significhi l’avere te. Sono sicuro che qui c’è la guida speciale di Dio…Ogni giorno resto sorpreso per quanto immeritatamente io abbia ricevuto questa felicità, e ogni giorno sono profondamente commosso pensando a quale dura scuola Dio ti abbia condotto in questo ultimo anno. E ora il suo volere sembra sia che io debba arrecarti dolore e sofferenza… in modo tale che il nostro reciproco amore possa acquisire le giuste basi e la giusta capacità di resistenza (endurance). Quando dunque penso alla situazione del mondo, alla totale oscurità che circonda il nostro destino personale e alla mia attuale detenzione, allora credo che la nostra unione può essere solo un segno della grazia e della bontà di Dio, che ci chiama alla fede. Saremmo ciechi se non lo vedessimo. Nel momento del grande bisogno del suo popolo, Geremia dice: « In questo paese si debbono ancora comprare case e campi » (Ger 32,15), un segno della fiducia nel futuro. È qui che è in gioco la fede. Possa Dio donarcela ogni giorno … Ma, all’inizio di giugno, la verità si fa strada nella poesia Passato inviata a Maria, una delle sue confessioni: « Te ne sei andata, amata felicità e dolore duramente amato,/che nome ti darò?… ». Io credo che a questo punto Bonhoeffer abbia pensato anche lui: Mi hai ingannato, Signore, e io mi sono lasciato ingannare; mi hai fatto forza e hai prevalso (Ger 20,7). Però insiste e protesta: « Io voglio la mia vita, la mia vita esigo/di ritorno,/il mio passato,/te! ». La risposta che posso immaginare è dura: « Se, correndo con i pedoni, ti stanchi,/come potrai gareggiare con i cavalli?/Se non ti senti al sicuro in una regione pacifica,/che farai nella boscaglia del Giordano? (Ger 12,5) « Se tu ritornerai a me, io ti riprenderò/e starai alla mia presenza; …/io sarò con te/per salvarti e per liberarti./Oracolo del Signore. Ti libererò dalle mani dei malvagi/e ti riscatterò dalle mani dei violenti » (Ger 15,19-21).
Ma l’esito finale è purtroppo un altro.

Il ‘riv’
Geremia: una protesta contro la sofferenza si intitola un bel commento di Henry Mottu. Sì, Geremia discute continuamente con Dio e lo chiama a testimone del male che lo circonda e del
dolore che gli provoca l’essergli fedele. Tu sei troppo giusto, Signore, / perché io possa discutere con te; / ma vorrei solo rivolgerti una parola sulla giustizia. / Perché le cose degli empi prosperano? (Ger 12,1) Forse, Signore, non ti ho servito del mio meglio? (Ger 15,11)
Non essere per me causa di spavento, / tu, mio solo rifugio nel giorno della sventura (Ger 17,17). Prestami ascolto, Signore, / e odi la voce dei miei avversari. / Si rende forse male per bene? / Poiché essi hanno scavato una fossa alla mia vita. / Ricordati quando mi presentavo a te, / per parlare in loro favore, / per stornare da loro la tua ira (Ger 18,19-20). Mi dicevo: « Non penserò più a lui, / non parlerò più in suo nome! ». / Ma nel mio cuore c’era come un fuoco ardente, / chiuso nelle mie ossa (Ger 20,9). In DB la protesta, mi sembra che abbia un altro taglio. È il carattere della persona che è diverso? O anche perché tra i due su cui il « verbum Domini factum est » (così più di 40 volte la Vulgata traduce ‘la parola del Signore fu rivolta a Geremia’) c’è stata, storicamente, la Parola di Dio fatta carne?

Ancora dalla poesia Passato:
…/È come se con tenaglie roventi mi si strappassero/ brani di carne,/ quando tu, mia vita passata, veloce ti allontani./ Dispetto ed ira mi assale, pongo domande furiose e vane./ Perché? perché? perché? ripeto./ Se i miei sensi non ti possono trattenere,/ vita che passi, che sei passata,/ io voglio pensare e ancora pensare,/ finché troverò ciò che ho perduto./ … Io voglio la mia vita, la mia vita esigo/ di ritorno,/il mio passato,/ te!/… Dalla poesia ‘Chi sono io? sempre del 8 luglio 1944: « Chi sono? Questo porre domande da soli è derisione./ Chiunque io sia, tu mi conosci, tuo sono io, o Dio! »

Per edificare e piantare
Ecco, oggi vi costituisco sopra i popoli e sopra i regni … per edificare e piantare (cfr. Ger 1,10). Geremia ha lasciato profonde parole di speranza al suo popolo: per un futuro storico abbastanza vicino. Voglio soffermarmi in particolare sulla cosiddetta lettera agli esiliati (Ger 29): Così dice il Signore degli eserciti, Dio di Israele, a tutti gli esuli che ho fatto deportare da
Gerusalemme a Babilonia: Costruite case e abitatele, piantate orti e mangiatene i frutti; prendete moglie e mettete al mondo figli e figlie, scegliete mogli per i figli e maritate le figlie; costoro abbiano figlie e figli. Moltiplicatevi lì e non diminuite. Cercate il benessere del paese in cui vi ho fatto deportare. Pregate il Signore per esso, perché dal suo benessere dipende il vostro benessere (Ger 29,4-7). Anche Bonhoeffer ha lasciato molte tracce per il cammino della chiesa e dei singoli credenti. Mi soffermo su una delle sue ultime riflessioni dal carcere. Il giorno seguente al fallito attentato a Hitler, il 21 luglio 1944, egli scrive ad Eberhard Bethge queste sconvolgenti righe:

Più tardi ho appreso, e continuo ad apprenderlo anche ora, che si impara a credere solo nel pieno essere-aldiquà [essere in questo mondo] della vita. Quando si è completamente rinunciato a fare qualcosa di noi stessi -un santo, un peccatore pentito o un uomo di chiesa (una cosiddetta figura sacerdotale), un giusto o un ingiusto, un malato o un sano -, e questo io chiamo essere-aldiquà [essere in questo mondo], cioè vivere nella pienezza degli impegni, dei problemi, dei successi e degli insuccessi, delle esperienze, delle perplessità -allora ci si getta completamente nelle braccia di Dio, allora non si prendono più sul serio le proprie sofferenze, ma le sofferenze di Dio nel mondo, allora si veglia con Cristo nel Getsemani, e, io credo, questa è fede, questa è metànoia, e così si diventa uomini, si diventa cristiani (cfr. Geremia 45). Perché dovremmo diventare spavaldi per i successi, o perdere la testa per gli insuccessi, quando nell’aldiquà della vita [nella vita di questo mondo] partecipiamo alla sofferenza di Dio? Tu capisci che cosa intendo dire, anche se lo dico così in poche parole. Sono riconoscente di aver avuto la possibilità di capire questo, e so che l’ho potuto capire solo percorrendo la strada che a suo tempo ho imboccato. Per questo penso con riconoscenza e in pace alle cose passate e a quelle presenti.

Padre, è giunta l’ora
Resistenza e sottomissione.
Ecco il ‘sia fatta la tua volontà’ di Geremia. … Geremia rispose a tutti i capi e a tutto il popolo: « Il Signore mi ha mandato a profetizzare contro questo tempio e contro questa città le cose che avete ascoltate. Or dunque migliorate la vostra condotta e le vostre azioni e ascoltate la voce del Signore vostro Dio e il Signore ritratterà il male che ha annunziato contro di voi. Quanto a me, eccomi in mano vostra, fate di me come vi sembra bene e giusto … (Ger 26,12-14). Nella poesia La morte di Mosè del settembre 1944 DB aveva già ricapitolato tutta la sua vita. Tu che punisci i peccati e perdoni volentieri,/ Dio, questo popolo io l’ho amato./ Aver portato la sua vergogna e i suoi vizi/e aver scorto la sua salvezza: questo mi basta./ Reggimi, prendimi! Il mio bastone s’incurva,/ preparami la tomba, o fedele Iddio. Con la poesia Delle potenze benigne del 19 dicembre 1944, scritta alla fidanzata e ai famigliari, egli annuncia la sua sottomissione completa al Signore: …/oh, Signore, dona alle nostre anime impaurite/la salvezza per la quale ci hai creato./E tu ci porgi il pesante calice, amaro,/della sofferenza, ripieno fino all’orlo,/e così lo prendiamo grati, senza tremare/dalla tua buona e amata mano./E tuttavia ancora ci vuoi donare gioia,/per questo mondo e lo splendore del suo sole,/e allora vogliamo ricordare ciò che è passato/ e così appartiene a te la nostra intera vita./…
Ora DB aspetta solo di essere innalzato. La sua ultima parola è: « È la fine, per me l’inizio della vita ». Il richiamo immediato è a quello che Ignazio di Antiochia scrive ai Romani: « Io sono frumento di Dio e sono macinato dai denti delle fiere, per diventare pane puro di Cristo ».

La morte
La morte di Geremia e Bonhoeffer non è come quella di Mosè, che « morì sulla bocca del Signore » che poi lo seppellì nella valle, nel paese di Moab, di fronte a Bet-Peor (cfr. Dt 34,6). Ma di tutti e due è chiara la scelta:/Ma ora, se tu perdonassi il loro peccato … (Es 32,32). Geremia
Leggiamo nella Bibbia:
Così egli [Geremia liberato dai babilonesi] rimase in mezzo al popolo (Ger 39,14b). Allora Geremia andò in Mizpà da Godolia figlio di Achikàm, e si stabilì con lui in mezzo al popolo che era rimasto nel paese. (Ger 40,6). Giovanni figlio di Kàreca e tutti i capi delle bande armate e tutto il popolo non obbedirono all’invito del Signore di rimanere nel paese di Giuda… e andarono nel paese d’Egitto, non avendo dato ascolto alla voce del Signore, e giunsero fino a Tafni [portando con sé a forza Geremia] (Ger 43,4.7).
Come muore Geremia? La Bibbia non lo dice.
L’apocrifo Vite dei profeti racconta: Geremia era di Anatot e morì a Dafne in Egitto, lapidato dai suoi concittadini.
Dove è sepolto? Ancora leggiamo nelle Vite dei profeti:
[Geremia] Riposa nel perimetro del palazzo di Faraone, poiché gli Egiziani lo onorarono per aver ricevuto del bene da lui.
Bonhoeffer è portato a Flossenbürg. Il 5 aprile del 1945 Hitler aveva definito la lista dei congiurati che dovevano assolutamente essere eliminati: tra di essi il suo nome. L’esecuzione ha luogo lunedì 9 aprile, dopo la domenica in Albis, e se ne hanno solo testimonianze indirette. I condannati vengono appesi, nudi, a un gancio e strangolati. Anche lui muore sospeso tra cielo e terra, come il suo Signore. dove sono? Forse Geremia è nelle sabbie del deserto. E Bonhoeffer, insieme a tanti in quell’ora, forse « passati per un camino, ora sono nel vento ». Solidali fino in fondo con il loro popolo tanto amato, anche nella polvere.

Tu, Geremia, il profeta più solo
Prima di lasciare la conclusione a Geremia, tento di riassumere questi miei « frammenti » con
queste variazioni su una poesia di David Maria Turoldo: Tu, Geremia, il profeta più solo,/ sei dell’autentica chiesa la voce;/ annuncio di Cristo come nessuno,/ di quanti oggi puoi esser figura?/Certo, del nostro fratello più vero/ Dietrich Bonhoeffer il pastore,/ solidale con il suo popolo e con la/ chiesa per cambiarne il cuore./Chiesa, voi chiese, popoli tutti/godete e tremate:/è stato Dio, è tutto da Dio! …/O vocazioni assolute e terribili,/questi destini assurdi e terribili!/Tu -voce antica -già scelto dall’utero/ sedotto da quando eri un fanciullo/ e lui a te gemello in Cristo:/ più che dall’uomo uccisi da Dio.

l’ultimo « riv »
Parole di Geremia al suo Signore:
Tu sei troppo giusto, Signore, perché io possa discutere con te;/ma vorrei solo rivolgerti una parola sulla tua giustizia,/ vorrei fare un ultimo « riv »:/ci hai preso nelle tue mani,/ci hai plasmato nel ventre di nostra madre/ ci hai consacrato, benedetto,/ ci hai spezzato con prove
e dolori,/ ci hai dati agli uomini come profeti./Perché? perché? Lammah?/Dio, Dio nostro, perché ci hai abbandonati?/

Parole del Signore a Geremia e DB:
Mi chiedete questo proprio voi che/ invece di patire per le vostre sofferenze,/ avete preso parte alla mia sofferenza/nella vita del mondo?/A me che ho abbandonato la mia casa,/ho ripudiato la mia eredità;/ho consegnato ciò che ho di più caro/nelle mani dei suoi nemici?/A me, che ho consegnato il mio Figlio tanto amato,/ l’unigenito, che era tutta la mia gioia,/ nelle mani degli empi, voi domandate perché?/ Nel giorno dell’angoscia il Signore vi risponde,/ infatti così è stato detto:/ Mi invocherà e gli risponderò: con lui sono nell’angoscia./Mi sono caricato delle vostre sofferenze,/mi sono addossato i vostri dolori./Nella vostra angoscia sono anche io angosciato./Ma ora tutto il vostro passato io vi rendo/-oracolo del Signore -,/ bruciato nella fiamma del mio amore,/e vi farò dono della vita come bottino,/ la mia vita per i secoli dei secoli. Amen.

Marco Tommasino

Dai Discorsi di san Leone Magno (Sermo LXXI, 1-5, De resurrectione Domini, I. PL 54,387-390)

dal sito:

http://www.certosini.net/lezion/Domenica/pasqua_2_domenica.htm

Seconda  Domenica di Pasqua

Anno A
 
Domenica in Albis
 
1 Dai Discorsi di san Leone Magno.

Sermo LXXI, 1-5, De resurrectione Domini, I. PL 54,387-390.
 
     Con la pratica quaresimale abbiamo voluto impegnarci in quella osservanza così da sperimentare qualcosa del mistero della croce nel tempo della passione del Signore; ora dobbiamo compiere ogni sforzo per trovarci partecipi della risurrezione di Cristo, passando così dalla morte alla vita mentre siamo ancora in questo corpo.
     Per chiunque passi da un modo di vivere a un altro, qualunque sia la sua trasformazione, lo scopo non è quello di rimanere ciò che era, ma di rinascere quale non era.
     Fondamentale, però, è conoscere per chi si vive o si muore: perché vi è una morte che è fonte di vita, e una vita che è causa di morte. E solo nel tempo presente si può scegliere l’una o l’altra: dalla natura delle azioni compiute in questa vita che passa, dipende una differente retribuzione per l’eternità.
     Si deve perciò morire al diavolo e vivere per Dio; venir meno al male per risorgere alla giustizia. E poiché, come dice la stessa Verità, nessuno può servire a due padroni, il Signore non sia per noi colui che abbatte i superbi, ma piuttosto colui che esalta gli umili alla gloria.
 
2     Dice l’Apostolo: Il primo uomo tratto dalla terra è di terra, il secondo uomo viene dal cielo. Quale è l’uomo fatto di terra, così sono quelli di terra; ma quale il celeste, così anche i celesti. E come abbiamo portato l’immagine dell’uomo di terra, così porteremo l’immagine dell’uomo celeste. Dobbiamo gioire grandemente di questa trasformazione, per cui passiamo dalla ignobile condizione terrena alla dignità celeste, per ineffabile misericordia di colui che, per elevarci a sé discese fino a noi: e discese al punto da assumere non solo l’umana sostanza, ma anche la condizione di natura soggetta al peccato, accettando anche che la divina impassibilità patisse nella sua persona ciò che per intrinseca miseria sperimenta l’umana mortalità.
     Perché l’animo già turbato dei discepoli non provasse il tormento di un dolore prolungato, il Signore seppe abbreviare il tempo dei tre giorni predetti; aggiunse al secondo giorno intero l’ultima parte del primo e una frazione del terzo, in modo da ridurre l’intervallo di tempo senza intaccare il numero dei giorni.
 
3     La risurrezione del Salvatore non trattenne la sua anima agli inferi né il suo corpo nel sepolcro; tanto rapido fu il ritorno della vita in quel corpo incorrotto, che sembrò trattarsi più di sopore che di morte. La divinità, che non si era allontanata dai due elementi dell’uomo che aveva assunto, riunì con la sua potenza ciò che con la stessa potenza aveva separato.
     Seguirono poi numerose prove, atte a stabilire l’autorità della fede, che doveva essere diffusa in tutto il mondo. Già il rovesciamento della pietra, il vuoto del sepolcro, l’abbandono dei lenzuoli, nonché il racconto dell’avvenimento fatto dagli angeli dimostravano ampiamente la realtà della risurrezione del Signore. Tuttavia questi si manifestò e apparve allo sguardo delle donne e, a più riprese, a quello degli apostoli: con essi non solo parlò, ma abitò e sedette a mensa, lasciandosi anzi palpare e toccare minuziosamente dalla curiosità di chi persisteva nel dubbio.
 
4     Il Signore si recava dai discepoli entrando a porte chiuse e, soffiando su di essi, comunicava lo Spirito Santo; rischiarando la loro mente, rivelava i segreti delle Sacre Scritture e mostrava ancora la ferita del costato, le trafitture provocate dai chiodi, tutti insomma i segni della sua recente passione. Così avrebbero potuto rendersi conto che in lui le proprietà della natura divina e della natura umana rimanevano ben distinte. E noi, ben sapendo come il Verbo non si identifica con la carne, avremmo potuto riconoscere che l’unico Figlio di Dio è insieme Verbo e carne.
     Non contraddice a questa fede, o miei cari, la parola dell’apostolo Paolo, il dottore delle genti: Anche se abbiamo conosciuto Cristo secondo la carne, ora non lo conosciamo più così. Infatti la risurrezione del Signore non ha distrutto la sua carne, ma l’ha trasformata, né l’accresciuta potenza ha consumato la sua struttura fisica.
 
5     La trasformazione di Cristo dopo la risurrezione ha interessato le qualità senza che la sua natura umana venisse meno: quel corpo già soggetto alla crocifissione, è divenuto incapace di patire; già soggetto alla morte, è divenuto immortale; già soggetto ai ferimenti, è divenuto incorruttibile. È giusto dire dunque che non si può conoscere la carne di Cristo nella condizione in cui precedentemente era nota: nulla è in essa rimasto di soggetto a patimenti e debolezza; è rimasta identica nella sua essenza, ma non tale nella sua gloria.
     Fa forse meraviglia una simile affermazione a proposito del corpo di Cristo, se lo stesso Paolo di tutti i cristiani che vivono secondo lo spirito dice: Ormai noi non conosciamo più nessuno secondo la carne? La nostra risurrezione in Cristo – egli vuol dire – ha avuto inizio precisamente dal fatto che in colui che è morto per tutti si è già realizzato in pieno l’ideale della nostra speranza. Quindi noi non siamo esitanti o dubbiosi, non rimaniamo perplessi nell’incertezza dell’attesa; avendo invece già ricevuto l’anticipo della promessa, siamo in grado di vedere con l’occhio della fede quel che sarà il nostro futuro, e tutti lieti per l’elevazione della nostra natura, possediamo già quel che crediamo.
 
6     Non dobbiamo lasciarci attirare dal fascino delle cose del mondo e la nostra contemplazione non deve deviare dalle realtà celesti al richiamo di quelle terrene. Quel che in massima parte più non esiste dobbiamo considerarlo sorpassato; lo spirito, aderendo alle realtà durature, là volga i suoi desideri dove quel che gli si offre è eterno. È vero senz’altro che noi non abbiamo che la speranza della salvezza e portiamo ancora una carne corruttibile e mortale; pure si può ben dire che non siamo nella carne, se non ci dominano le passioni carnali.
     In breve, è giusto che non portiamo più il nome di ciò di cui non seguiamo più le inclinazioni. E quando l’Apostolo dice: Non seguite la carne nei suoi desideri, non dobbiamo pensare che ci si proibisca quanto conviene alla salute o è richiesto dall’umana debolezza. Piuttosto, dato che non si deve cedere a tutti i desideri né soddisfare qualsiasi impulso, consideriamo che egli ci avverte della necessità di una ben regolata temperanza, dato che non dobbiamo piegarci a tutte le tendenze egoiste o soddisfare tutti i desideri istintivi.
     A questo corpo, che va governato dall’anima, non concediamo il superfluo e non neghiamo il necessario.
 
7     Sempre san Paolo ci dice: Nessuno ha mai preso in odio la propria carne; al contrario la nutre e la cura.Evidentemente essa va nutrita e curata non per favorire il vizio e la lussuria, ma perché presti quel servizio a cui è tenuta. In tal modo la nostra natura rinnovata si manterrà nell’ordine, le sue facoltà inferiori non avranno ingiustamente un vergognoso sopravvento sulle facoltà superiori, né queste cederanno alle prime. Il vizio non trionferà nell’anima, né la schiavitù si stabilirà là dove dovrebbe essere il vero primato.        
     Riconosca il popolo di Dio che egli costituisce in Cristo una nuova creatura, e questa si renda conto esattamente di chi l’ha adottata o chi essa ha adottato. Quel che è stato rinnovato non deve tornare instabile come era prima; chi ha posto mano all’aratro non smetta il suo lavoro; badi anzi a quel che ha seminato, senza volgersi a quello che lasciò. Nessuno poi deve ricadere nello stato da cui si è sollevato; se, debole com’è il suo corpo, soffre ancora di qualche malanno, deve desiderare ardentemente la più completa guarigione.
 
8     Questa è la strada della salvezza, questa la maniera di imitare la risurrezione iniziata in Cristo. Certo nel cammino insidioso della vita si verificano cadute e scivolamenti: bisogna allora indirizzare i propri passi dalle sabbie mobili alla terra ferma, poiché sta scritto che il Signore fa sicuri i passi dell’uomo e segue con amore il suo cammino. Se cade, non rimane a terra, perché il Signore lo tiene per mano.
     Questa meditazione, miei cari, non va applicata solo alla festa di Pasqua, ma all’intera opera di santificazione della vita. L’attuale esercizio deve far sì che le pratiche che, pur di breve durata, hanno fatto la gioia delle anime fedeli, diventino abituali, rimangano integre, e ogni colpa sia cancellata con un pentimento immediato.
     Difficile e lunga è la cura delle malattie croniche, per cui con tanto maggiore sollecitudine bisogna applicare i rimedi, quanto più fresche sono le ferite. Così sollevandoci sempre, pienamente ristabiliti, dalle nostre cadute, potremo giungere all’incorruttibile risurrezione della carne che pure è destinata alla gloria, in Gesù Cristo nostro Signore.

Un simbolo biblico dello Spirito Santo: Ruach: vento e respiro

dal sito:

http://www.spiritosanto.org/mensile/312/page1.htm

Un simbolo biblico dello Spirito Santo:

il vento

Padre Ubaldo Terrinoni, OFM Capp.

Ruach: vento e respiro

 È paradossale ma vera l’affermazione del teologo protestante Karl Barth nel suo commento all’epistola ai Romani: «Dello Spirito Santo è impossibile parlarne, impossibile tacere». La terza persona della santissima Trinità non è un fantasma inafferabile, non è una realtà evanescente, né una forza misteriosa, indecifrabile. Tutt’altro! È una persona divina, presente e molto dinamica nella storia della salvezza; svolge la specifica missione di santificare, consigliare, consolare, sostenere e guidare il cammino spirituale di ogni uomo. È Dio eterno, infinito, onnipotente, della stessa sostanza del Padre e del Figlio.
 Nel messaggio biblico viene presentato come l’esegeta del Cristo («Il Consolatore vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto» Gv 14,26) che non dice nulla di sé, non spiega e non rivela se stesso («Non parlerà di sé» Gv 16,13) e non propone una sua dottrina («Prenderà del mio e ve lo annunzierà» Gv 16,14). Lo Spirito agisce, rimanendo nell’ombra, nel nascondimento, si dedica a radicali trasformazioni di storie di cuori, senza rendersi mai visibile, compie un’azione misteriosa, incessante e sempre nuova in ogni uomo, senza farsi notare. Ed è precisamente questo suo agire discreto nell’intimo dell’uomo che determina in noi il vivo desiderio di sapere di più di lui, di conoscerlo, di precisarne qualche personale dinamismo! Ovviamente la via migliore da percorrere in questa affascinante ricerca è di partire dai simboli biblici che descrivono la multiforme azione dello Spirito per poter risalire così alla sua persona.
 Sovente la Rivelazione designa la Terza Persona della Trinità con il simbolo del vento che in ebraico suona ruach. È un termine che nel contesto biblico ha un ampio diagramma semantico col significato di vento, alito, soffio, spirito, vapore, fumo, respiro, esalazione, ecc. Nel significato originario indica l’effetto del movimento dell’aria prodotto dall’azione del respiro o dal soffio forte oppure lieve del vento. Non si dimentichi che la primitiva mentalità semitica non conosceva l’aria al di fuori di questo movimento e quindi ciò che suscitava interesse non era tanto il moto in sé quanto il segreto dinamismo dell’energia (respiro o vento) che lo causava e lo manifestava.
 Però, anche se il campo semantico di ruach è molto esteso, può tuttavia essere ricondotto a due termini fondamentali, cioè al binomio vento-respiro. Un numero elevato di testi biblici si riferisce a ruach-vento descritto come una realtà misteriosa, che non ha autonomia in sé, ma dipende esclusivamente dal volere di Dio, il quale ne è l’origine e la fonte e ne dispone liberamente: «Egli fa salire le nubi dall’estremità della terra, produce le folgori per la pioggia e dalle sue riserve libera il vento (ruach)» (Ger 10,13). Il salmista esprime incanto e stupore per il grandioso scenario della creazione e celebra la maestà di Dio che «Cammina sulle ali del vento (ruach) e fa dei venti i suoi messaggeri» (Sal 104,4). Il profeta Amos eleva un canto alla trascendenza di Dio Creatore: «Ecco colui che forma i monti e crea i venti e cammina sulle alture della terra, Signore Dio degli eserciti è il suo nome» (Am 4,13); gli fa eco il profeta Isaia quando magnifica la grandezza di Dio: «Secca l’erba, il fiore appassisce quando il vento del Signore soffia su di essi» (Is 40,7).
 Non meno numerosi sono i testi che si riferiscono a ruach come respiro per indicare l’energia vitale dell’uomo e di ogni altro vivente. La religiosità sapienziale biblica riconosce la totale dipendenza della creatura dal Creatore soprattutto nella dinamica del respiro. È proprio ciò che ricorda il personaggio Eliu, con drammatica tensione, al martoriato Giobbe: «Se egli richiamasse il suo spirito e a sé ritraesse il suo soffio, ogni carne morirebbe all’istante e l’uomo ritornerebbe in polvere» (Gb 34,14-15). In qualunque momento Dio può sottrarre all’uomo il respiro e immediatamente si bloccherebbe il ciclo vita-morte: «Se togli il respiro muoiono e ritornano nella polvere, mandi il tuo spirito e sono creati» (Sal 104,29-30). La complessa vitalità dell’uomo ha poi un’ampia parabola di sensibilità umane che vanno dalle emozioni forti, incontenibili a quelle più lievi e quasi trascurabili. L’energia vitale si manifesta nel furore (Gdc 8,3), nel coraggio (Nm 14,24), nella gioia (Lv 9,24), nel pianto (Sal 142,2-4), nella tensione (Qo 7,8) nella depressione (1Sam 16,14-16.23) e nell’annullamento dello slancio vitale (1Sam 1,15).

Il vento, simbolo dello Spirito
 In alcuni testi del Nuovo Testamento, gli autori ispirati fanno riferimento al fenomeno tanto comune del vento per rendere più accessibili la misteriosa azione dello Spirito Santo nella vita del cristiano. Nella narrazione che Luca fa della Pentecoste descrive la presenza dello Spirito nel Cenacolo di Gerusalemme come un «Vento che si abbatte gagliardo» (At 2,2). Ma già Gesù, nel dialogo notturno con Nicodemo, un capo dei giudei, si era riferito al vento per annunciargli una nuova nascita dall’Alto: «Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene e dove va: così è di chiunque è nato dallo Spirito» (Gv 3,7-8).
 Quel maestro in Israele, Nicodemo, non deve ritenere impossibile ciò che umanamente non è spiegabile. Una nuova nascita per intervento dello Spirito non è impossibile. Al contrario, è possibile e reale, pur restando tanto misteriosa. Del resto si pensi al vento…! Secondo una antichissima convinzione molto diffusa nella cultura semitica, il vento era ritenuto come una realtà piena di mistero, una realtà inafferrabile, imprevedibile, invisibile, ma se ne avverte il passaggio e sono riscontrabili a occhio nudo i suoi effetti: il vento spira, sibila, agita le foglie, rispande il profumo nell’aria, spazza via le nubi e rende azzurro il cielo, piega i rami e sradica gli alberi. Ebbene, come il vento esiste e lo si avverte negli effetti, anche se è inspiegabile, così è dello Spirito: esiste e opera, benché resti misteriosa la sua esistenza e la sua attività. Il vento che soffia dall’Alto, dal Cielo, da Dio, non lo si vede, ma si fa sentire; non ha un volto da offrire alla visione ma fa avvertire la sua presenza: è una forza che afferra tutta la persona, è un fuoco che riscalda e illumina « dentro », è un impulso irresistibile che parte dal più profondo e investe vita, lavoro, aspirazioni e progetti. La sua azione segreta e discreta si manifesta nelle ispirazioni, nelle illuminazioni improvvise, negli eroismi di carità, nella forza di svincolarci dalla stretta delle numerose schiavitù del male, della paura, del conformismo e ci fa risultare persone nuove, coraggiose, ricche di slanci e di creatività. L’esperienza conferma largamente che il vento soffia qua e là, dove più forte e dove meno, dove a lungo e dove brevemente. Spazia per l’universo, sui monti e sui mari, senza che gli si possano imporre degli argini, dei limiti invalicabili e senza che sia possibile catturarlo e imbavagliarlo. Ma ciò è molto più vero dell’altro « Vento » che spira dall’Alto: agisce con sovrana libertà dove vuole, come e quando vuole; il suo arrivo, la sua intima azione e l’incidenza della sua opera restano nascoste all’uomo. Però la certezza assoluta di fede è che egli diventa il nuovo principio vitale dell’uomo, agisce intimamente in lui per modellarlo a immagine di Cristo «Uomo perfetto» (GS, 22). E persegue così la storia della salvezza, ma alla storia dell’antica alleanza costituita da eventi esterni, ne fa seguito un’altra, quella della nuova alleanza, fatta di eventi interiori di cui lo Spirito è protagonista.

Il vento: soffio di vita
 «Respirare, per l’uomo, è una necessità e un mistero. In questa funzione, l’uomo scorge il segreto della vita. Il Signore, che si rivela come il « Dio vivente », appare dotato di un soffio, di un’energia creatrice e restauratrice in cui l’essere umano scopre l’inesauribile sorgente della propria esistenza. Il Signore con un soffio immette la vita» (M. Cocagnac, I simboli biblici, pp. 145-146). Ed è un soffio il gesto che compie Gesù risorto sugli undici nel Cenacolo di Gerusalemme per trasmettere lo Spirito: «Soffiò su di loro e disse: ricevete lo Spirito Santo» (Gv 20,22). Gesù ripete lo stesso gesto che Dio aveva compiuto nell’Eden quando, dopo aver modellato il corpo dell’uomo dalla polvere della terra, «Soffiò nelle narici un soffio vitale» (Gn 2,7). L’evangelista Giovanni si serve dello stesso verbo greco di cui si è servito l’autore del libro della Sapienza nel riferire la creazione di Adamo: «Gli inspirò un’anima attiva e soffiò in lui uno spirito vitale» (Sap 15,11).
 Ad un essere inerme, inattivo, spento, Dio infonde la vita e subito si ha il grande prodigio: un uomo vivo, un essere dinamico, una persona capace di pensare, di volere e di agire. Anche il profeta Ezechiele, portavoce di un ordine di Dio, profetizza su una valle tutta lastricata di scheletri calcificati, su un campo di ossa inaridite, prive del minimo segno di vita, e immediatamente le ossa si accostano l’uno all’altro, tornano a ricomporsi i nervi e la carne, e la pelle ricopre il corpo. Ma in essi manca lo Spirito. Il profeta deve prodursi ancora con un ordine perché lo Spirito scenda su questi corpi: «Spirito, vieni dai quattro venti e soffia su questi morti, perché rivivano» (Ez 37,9). E subito si ha una comunità di vivi, grazie al soffio dello Spirito.
 Nel libro dei Proverbi, ci si imbatte in una sorprendente espressione: l’autore afferma che il soffio vitale che è nell’uomo, è come una « Lampada di Dio »: «Il soffio dell’uomo è una fiaccola del Signore che scruta tutti i segreti recessi del cuore» (Pr 20,27). Il dono del « soffio », dunque, non solo fa dell’uomo la creatura più straordinaria del creato, ma gli permette di scrutare se stesso alla luce di questa singolare… lampada di Dio. È la lucerna dell’autocoscienza di cui sono privi gli altri esseri, è la capacità di introspezione che permette di scoprire la giusta norma di vita e di attuarla nel vivere quotidiano.

dalla « Spe Salvi » sulla speranza, in riferimento da Santa Giuseppina Bakhita – parte 3 e 4

posto questa parte della enciclica perché Santa Giuseppina Bakhita, da Papa Benedetto viene presentata nel tema della speranza, dal sito:

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/encyclicals/documents/hf_ben-xvi_enc_20071130_spe-salvi_it.html

LETTERA ENCICLICA « SPE SALVI »

La fede è speranza

3. Ora, però, si impone la domanda: in che cosa consiste questa speranza che, come speranza, è « redenzione »? Bene: il nucleo della risposta è dato nel brano della Lettera agli Efesini citato poc’anzi: gli Efesini, prima dell’incontro con Cristo erano senza speranza, perché erano « senza Dio nel mondo ». Giungere a conoscere Dio – il vero Dio, questo significa ricevere speranza. Per noi che viviamo da sempre con il concetto cristiano di Dio e ci siamo assuefatti ad esso, il possesso della speranza, che proviene dall’incontro reale con questo Dio, quasi non è più percepibile. L’esempio di una santa del nostro tempo può in qualche misura aiutarci a capire che cosa significhi incontrare per la prima volta e realmente questo Dio. Penso all’africana Giuseppina Bakhita, canonizzata da Papa Giovanni Paolo II. Era nata nel 1869 circa – lei stessa non sapeva la data precisa – nel Darfur, in Sudan. All’età di nove anni fu rapita da trafficanti di schiavi, picchiata a sangue e venduta cinque volte sui mercati del Sudan. Da ultimo, come schiava si ritrovò al servizio della madre e della moglie di un generale e lì ogni giorno veniva fustigata fino al sangue; in conseguenza di ciò le rimasero per tutta la vita 144 cicatrici. Infine, nel 1882 fu comprata da un mercante italiano per il console italiano Callisto Legnani che, di fronte all’avanzata dei mahdisti, tornò in Italia. Qui, dopo « padroni » così terribili di cui fino a quel momento era stata proprietà, Bakhita venne a conoscere un « padrone » totalmente diverso – nel dialetto veneziano, che ora aveva imparato, chiamava « paron » il Dio vivente, il Dio di Gesù Cristo. Fino ad allora aveva conosciuto solo padroni che la disprezzavano e la maltrattavano o, nel caso migliore, la consideravano una schiava utile. Ora, però, sentiva dire che esiste un « paron » al di sopra di tutti i padroni, il Signore di tutti i signori, e che questo Signore è buono, la bontà in persona. Veniva a sapere che questo Signore conosceva anche lei, aveva creato anche lei – anzi che Egli la amava. Anche lei era amata, e proprio dal « Paron » supremo, davanti al quale tutti gli altri padroni sono essi stessi soltanto miseri servi. Lei era conosciuta e amata ed era attesa. Anzi, questo Padrone aveva affrontato in prima persona il destino di essere picchiato e ora la aspettava « alla destra di Dio Padre ». Ora lei aveva « speranza » – non più solo la piccola speranza di trovare padroni meno crudeli, ma la grande speranza: io sono definitivamente amata e qualunque cosa accada – io sono attesa da questo Amore. E così la mia vita è buona. Mediante la conoscenza di questa speranza lei era « redenta », non si sentiva più schiava, ma libera figlia di Dio. Capiva ciò che Paolo intendeva quando ricordava agli Efesini che prima erano senza speranza e senza Dio nel mondo – senza speranza perché senza Dio. Così, quando si volle riportarla nel Sudan, Bakhita si rifiutò; non era disposta a farsi di nuovo separare dal suo « Paron ». Il 9 gennaio 1890, fu battezzata e cresimata e ricevette la prima santa Comunione dalle mani del Patriarca di Venezia. L’8 dicembre 1896, a Verona, pronunciò i voti nella Congregazione delle suore Canossiane e da allora – accanto ai suoi lavori nella sagrestia e nella portineria del chiostro – cercò in vari viaggi in Italia soprattutto di sollecitare alla missione: la liberazione che aveva ricevuto mediante l’incontro con il Dio di Gesù Cristo, sentiva di doverla estendere, doveva essere donata anche ad altri, al maggior numero possibile di persone. La speranza, che era nata per lei e l’aveva « redenta », non poteva tenerla per sé; questa speranza doveva raggiungere molti, raggiungere tutti.

 continuo con la « Spe Salvi », punto 4 perché i riferimenti a Paolo sono numerosi, dal medesimo sito:

Il concetto di speranza basata sulla fede nel Nuovo Testamento e nella Chiesa primitiva

4. Prima di affrontare la domanda se l’incontro con quel Dio che in Cristo ci ha mostrato il suo Volto e aperto il suo Cuore possa essere anche per noi non solo « informativo », ma anche « performativo », vale a dire se possa trasformare la nostra vita così da farci sentire redenti mediante la speranza che esso esprime, torniamo ancora alla Chiesa primitiva. Non è difficile rendersi conto che l’esperienza della piccola schiava africana Bakhita è stata anche l’esperienza di molte persone picchiate e condannate alla schiavitù nell’epoca del cristianesimo nascente. Il cristianesimo non aveva portato un messaggio sociale-rivoluzionario come quello con cui Spartaco, in lotte cruente, aveva fallito. Gesù non era Spartaco, non era un combattente per una liberazione politica, come Barabba o Bar-Kochba. Ciò che Gesù, Egli stesso morto in croce, aveva portato era qualcosa di totalmente diverso: l’incontro col Signore di tutti i signori, l’incontro con il Dio vivente e così l’incontro con una speranza che era più forte delle sofferenze della schiavitù e che per questo trasformava dal di dentro la vita e il mondo. Ciò che di nuovo era avvenuto appare con massima evidenza nella LetteraHYPERLINK « http://www.vatican.va/archive/ITA0001/__PZC.HTM » di san Paolo a Filemone. Si tratta di una lettera molto personale, che Paolo scrive nel carcere e affida allo schiavo fuggitivo Onesimo per il suo padrone – appunto Filemone. Sì, Paolo rimanda lo schiavo al suo padrone da cui era fuggito, e lo fa non ordinando, ma pregando: « Ti supplico per il mio figlio che ho generato in catene [...] Te l’ho rimandato, lui, il mio cuore [...] Forse per questo è stato separato da te per un momento, perché tu lo riavessi per sempre; non più però come schiavo, ma molto più che schiavo, come un fratello carissimo » (Fm 10-16). Gli uomini che, secondo il loro stato civile, si rapportano tra loro come padroni e schiavi, in quanto membri dell’unica Chiesa sono diventati tra loro fratelli e sorelle – così i cristiani si chiamavano a vicenda. In virtù del Battesimo erano stati rigenerati, si erano abbeverati dello stesso Spirito e ricevevano insieme, uno accanto all’altro, il Corpo del Signore. Anche se le strutture esterne rimanevano le stesse, questo cambiava la società dal di dentro. Se la Lettera agli Ebrei dice che i cristiani quaggiù non hanno una dimora stabile, ma cercano quella futura (cfr EbHYPERLINK « http://www.vatican.va/archive/ITA0001/__PZN.HTM » 11,13-16; Fil 3,20), ciò è tutt’altro che un semplice rimandare ad una prospettiva futura: la società presente viene riconosciuta dai cristiani come una società impropria; essi appartengono a una società nuova, verso la quale si trovano in cammino e che, nel loro pellegrinaggio, viene anticipata.

5. Dobbiamo aggiungere ancora un altro punto di vista. La Prima Lettera ai Corinzi (1,18-31) ci mostra che una grande parte dei primi cristiani apparteneva ai ceti sociali bassi e, proprio per questo, era disponibile all’esperienza della nuova speranza, come l’abbiamo incontrata nell’esempio di Bakhita. Tuttavia fin dall’inizio c’erano anche conversioni nei ceti aristocratici e colti. Poiché proprio anche loro vivevano « senza speranza e senza Dio nel mondo ». Il mito aveva perso la sua credibilità; la religione di Stato romana si era sclerotizzata in semplice cerimoniale, che veniva eseguito scrupolosamente, ma ridotto ormai appunto solo ad una « religione politica ». Il razionalismo filosofico aveva confinato gli dèi nel campo dell’irreale. Il Divino veniva visto in vari modi nelle forze cosmiche, ma un Dio che si potesse pregare non esisteva. Paolo illustra la problematica essenziale della religione di allora in modo assolutamente appropriato, quando contrappone alla vita « secondo Cristo » una vita sotto la signoria degli « elementi del cosmo » (Col 2,8). In questa prospettiva un testo di san Gregorio Nazianzeno può essere illuminante. Egli dice che nel momento in cui i magi guidati dalla stella adorarono il nuovo re Cristo, giunse la fine dell’astrologia, perché ormai le stelle girano secondo l’orbita determinata da Cristo [2]. Di fatto, in questa scena è capovolta la concezione del mondo di allora che, in modo diverso, è nuovamente in auge anche oggi. Non sono gli elementi del cosmo, le leggi della materia che in definitiva governano il mondo e l’uomo, ma un Dio personale governa le stelle, cioè l’universo; non le leggi della materia e dell’evoluzione sono l’ultima istanza, ma ragione, volontà, amore – una Persona. E se conosciamo questa Persona e Lei conosce noi, allora veramente l’inesorabile potere degli elementi materiali non è più l’ultima istanza; allora non siamo schiavi dell’universo e delle sue leggi, allora siamo liberi. Una tale consapevolezza ha determinato nell’antichità gli spiriti schietti in ricerca. Il cielo non è vuoto. La vita non è un semplice prodotto delle leggi e della casualità della materia, ma in tutto e contemporaneamente al di sopra di tutto c’è una volontà personale, c’è uno Spirito che in Gesù si è rivelato come Amore [3].

Giovanni Paolo II – udienza 1988: (citazione come presentazione… »Entriamo qui nell’ambito del tema della “imitazione di Cristo”; molti riferimenti a Paolo »)

 dal sito:

http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/audiences/1988/documents/hf_jp-ii_aud_19880817_it.html

GIOVANNI PAOLO II – UDIENZA GENERALE

(citazione come presentazione… »Entriamo qui nell’ambito del tema della “imitazione di Cristo”;  molti riferimenti a Paolo »)

Castel Gandolfo – Mercoledì, 17 agosto 1988

1. Nel graduale sviluppo della catechesi sul tema della missione di Gesù Cristo, abbiamo visto che egli è colui che opera la liberazione dell’uomo per mezzo della verità del suo Vangelo, la cui ultima e definitiva parola è la croce e la risurrezione. Cristo libera l’uomo dalla schiavitù del peccato e gli dona una nuova vita mediante il suo sacrificio pasquale. La redenzione è divenuta una nuova creazione. Dal sacrificio redentore e dalla risurrezione del Redentore prende inizio una “umanità nuova”. Dio accogliendo il sacrificio di Cristo, “crea” l’uomo nuovo “nella giustizia e nella santità vera” (Ef 4, 24): l’uomo che diventa adoratore di Dio “in spirito e verità” (Gv 4, 23).
Nella sua figura storica Gesù Cristo ha per questo “uomo nuovo” il significato di un perfetto modello – cioè dell’ideale. Colui, che nella sua propria umanità era la perfetta “immagine del Dio invisibile” (Col 1, 15), diventa per mezzo della sua vita terrena – per mezzo di tutto ciò che “fece e insegnò” (At 1, 1) – e soprattutto mediante il sacrificio – un modello visibile per gli uomini. Il modello più perfetto.
2. Entriamo qui nell’ambito del tema della “imitazione di Cristo” che è chiaramente presente nei testi evangelici e in altri scritti apostolici, anche se la parola “imitazione” non appare nei vangeli. Gesù esorta i suoi discepoli a “seguirlo (greco [termine greco]) (cf. Mt 16, 24), “Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua” (cf. anche Gv 12, 26).
Solo in Paolo troviamo questa parola, quando l’Apostolo scrive: “Fatevi miei imitatori, come io lo sono di Cristo” (greco [termine greco]) (1 Cor 11, 1). E altrove: “E voi siete diventati imitatori nostri e del Signore, avendo accolto la parola con la gioia dello Spirito Santo anche in mezzo a grande tribolazione” (1 Ts 1, 6).
3. Ma bisogna osservare che la parola “imitazione” non è la cosa più importante qui. Importantissimo è il fatto, ad essa soggiacente: cioè, che l’intera vita e opera di Cristo, coronata dal sacrificio della croce, compiuto per amore, “per i fratelli”, rimane un duraturo modello e ideale. Induce dunque ed esorta non solo a conoscere ma anche e soprattutto ad imitare. Gesù stesso, del resto, dice nel cenacolo, dopo aver lavato i piedi agli apostoli: “Vi ho dato infatti l’esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi” (Gv 13, 15).
La parola di Gesù non si riferisce solo al gesto di lavare i piedi, ma, mediante tale gesto, a tutta la sua vita, considerata un umile servizio. Ciascun discepolo viene invitato a seguire le orme del “Figlio dell’uomo”, il quale “non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per la moltitudine” (Mt 20, 28). È proprio alla luce di questa vita, di quest’amore, di questa povertà, infine di questo sacrificio, che l’“imitazione” di Cristo diventa un’esigenza per tutti i suoi discepoli e seguaci. Diventa in un certo senso la “struttura portante” dell’“ethos” evangelico, cristiano.
4. Proprio in questo consiste quella “liberazione” per la vita nuova, di cui abbiamo parlato nelle precedenti catechesi. Cristo non ha trasmesso all’umanità solamente una magnifica “teoria”, ma ha rivelato in che senso e in quale direzione deve compiersi la trasformazione salvifica dell’uomo “vecchio” – l’uomo del peccato – nell’uomo “nuovo”. Questa trasformazione esistenziale, e in conseguenza morale, deve arrivare a conformare l’uomo a quel “modello” originalissimo, secondo il quale egli è stato creato. Solamente ad un essere creato “ad immagine e somiglianza di Dio” possono essere rivolte le parole che leggiamo nella lettera agli Efesini: “Fatevi dunque imitatori di Dio, quali figli carissimi, e camminate nella carità, nel modo che anche Cristo vi ha amato e ha dato se stesso per noi, offrendosi a Dio in sacrificio” (Ef 5, 1-2).
5. Cristo dunque è il modello sulla via di questa “imitazione di Dio”. Nello stesso tempo è lui solo che rende realizzabile questa imitazione, quando, mediante la redenzione, ci offre la partecipazione alla vita di Dio. A questo punto Cristo diventa non solo il modello perfetto, ma il modello efficace. Il dono, cioè la grazia della vita divina, per opera del mistero pasquale della redenzione diventa la radice stessa della nuova somiglianza con Dio in Cristo, e dunque è anche la radice dell’imitazione di Cristo come modello perfetto.
6. Da questo fatto attingono la loro forza ed efficacia esortazioni come quella di san Paolo (ai Filippesi): “Se c’è . . . qualche consolazione in Cristo, se c’è conforto derivante dalla carità, se c’è qualche comunanza di spirito, se ci sono sentimenti di amore e di compassione, rendete piena la mia gioia con l’unione dei vostri spiriti, con la stessa carità, con i medesimi sentimenti. Non fate nulla per spirito di rivalità o per vanagloria, ma ognuno di voi con tutta l’umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso. Non cerchi ciascuno il proprio interesse, ma anche quello degli altri” (Fil 2, 1-4).
7. Dove fa riferimento una tale “parenesi”? Dove fanno riferimento tali esortazioni e tali esigenze poste ai Filippesi? Tutta la risposta è contenuta nei successivi versetti della lettera: “Tali sentimenti . . . erano in Gesù Cristo . . . e abbiate in voi gli stessi sentimenti” (cf. Fil 2, 5). Cristo, infatti, “assumendo la condizione di servo umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce” (Fil 2, 7-8).
L’Apostolo tocca ciò che costituisce il punto centrale e nevralgico di tutta l’opera della redenzione, compiuta da Cristo. Qui si trova anche la pienezza del modello salvifico per ognuno dei redenti. Qui c’è il punto culminante dell’imitazione del Maestro. Lo stesso principio di imitazione troviamo enunciato anche nella lettera di san Pietro: “Ma se facendo il bene sopporterete con pazienza la sofferenza, ciò sarà gradito davanti a Dio. A questo infatti siete stati chiamati, poiché anche Cristo pati per voi, lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme” (1 Pt 2, 20-21).
8. Nella vita umana la sofferenza ha il significato di una prova morale. Ciò significa soprattutto una prova delle forze dello spirito umano. Una tale prova ha un significato “liberatorio”: essa libera le forze nascoste dello spirito, permette loro di manifestarsi, e contemporaneamente diventa occasione di purificazione interiore. Qui si applicano le parole della parabola della vite e dei tralci proposta da Gesù, quando presenta il Padre come colui che coltiva la vigna: “Ogni tralcio che in me non porta frutto lo pota perché porti più frutto” (Gv 15, 2). Quel frutto infatti, dipende dal rimanere (come i tralci) in Cristo, la vite, nel suo sacrificio redentore, poiché “senza di lui non possiamo far nulla” (cf. Gv 15, 5). Invece, come afferma l’apostolo Paolo: “Tutto posso in colui che mi dà la forza” (Fil 4, 13). E Gesù stesso dice: “Chi crede in me, compirà le opere che io compio” (Gv 14, 12).
9. La fede in questa potenza trasformatrice di Cristo nei riguardi dell’uomo ha le sue più profonde radici nell’eterno disegno di Dio circa la salvezza umana: “Quelli che egli (Dio) da sempre ha conosciuto li ha anche predestinati ad essere conformi all’immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli” (Rm 8, 29). In questa direzione il Padre “pota” ogni tralcio, come leggiamo nella parabola (Gv 15, 2). E per questa via si compie la graduale trasformazione del cristiano secondo il modello di Cristo, fino al punto che in lui, “riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito del Signore”. Così l’Apostolo nella seconda lettera ai Corinzi (2 Cor 3, 18).
10. Si tratta di un processo spirituale, da cui scaturisce la vita: e, in tale processo, è la morte generosa di Cristo che porta frutti, introducendo nella dimensione pasquale della sua risurrezione. Esso viene iniziato in ciascuno di noi dal Battesimo, sacramento della morte e risurrezione di Cristo, come leggiamo nella lettera ai Romani: “Per mezzo del Battesimo siamo dunque stati sepolti insieme a lui nella morte, perché come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova” (Rm 6, 4). Da quel momento, il processo di questa trasformazione salvifica in Cristo si sviluppa in noi “finché arriviamo tutti . . . allo stato di uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo” (Ef 4, 13).

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