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NON ASPIRATE ALLE COSE ALTE, MA LASCIATEVI ATTRARRE DALLE UMILI -ROMANI 12:16 b –

http://www.ilritorno.it/studi_bibl/419_non_aspirate_c-alte.htm

NON ASPIRATE ALLE COSE ALTE, MA LASCIATEVI ATTRARRE DALLE UMILI -ROMANI 12:16 b –

(di Renzo Ronca) -

RIFLESSIONI DETTAGLIATE SULLE ESORTAZIONI DELL’APOSTOLO PAOLO IN ROMANI 12:9-21 . N.16

Questa frase che prendiamo adesso: “non aspirate alle cose alte, ma lasciatevi attrarre dalle umili” dice esattamente il contrario di quello che ci viene insegnato oggi.
Pensate ai vari slogan pubblicitari e alla mentalità dei paesi più consumistici: non c’è un punto in cui non si raccomandi di pensare in grande, di cercare di essere il n.1, il migliore, di arrivare alle vette della politica, del commercio, dell’arte, dello sport… Non esiste nessuno che ti dica: “non cercare il successo nel mondo”.
Persino in molte chiese la ricerca degli incarichi di prestigio è motivata dalla vanità. Un servitore umile non cercherebbe infatti incarichi di prestigio (se no sarebbe un servitore di se stesso).
Si tratta allora di essere cristianamente anticonformisti, di andare contro corrente, contro l’andamento di questo sistema. Cosa per niente facile: “Non conformatevi a questo mondo.. dico quindi a ciascuno di voi che non abbia di sé un concetto più alto di quello che deve avere…” (da Rom 12:2-3)
Abbiamo due azioni da tenere presente:
La prima azione è un divieto: “non aspirate alle cose alte”. E questa bene o male si può capire e magari, almeno per obbedienza, si può cercare di metterla in pratica;
La seconda azione invece è una indicazione particolare: “lasciatevi attrarre dalle umili” e, se non ci soffermiamo, si comprende solo superficialmente: non dice infatti “siate umili”, ma “lasciatevi attrarre dalle umili”.
FARE cose umili indica solo un comportamento oggettivo, non il contenuto di un cuore umile e cambiato; teoricamente uno potrebbe fare azioni che agli occhi degli altri potrebbero sembrare umili, pure avendo, ad esempio, un animo orgoglioso. I farisei gli scribi i sacerdoti al tempo di Gesù erano così.(1)
Quel “lasciatevi attrarre…” suggerisce un ammorbidimento interiore, un togliere la scorza dura dell’io, confidando non in se stessi ma in Lui-Dio… allentare certe difese, permettere di essere raggiunti dentro al cuore…
Si ma da cosa? Come può l’umiltà attrarre veramente?
Pensiamo a Gesù: com’era Gesù? Forse da Lui possiamo arrivarci:
« Imparate da me che sono mite ed umile di cuore  » (Mat 11:29)
L’umiltà di Gesù. Non si tratta di comportamenti remissivi striscianti e patetici, ma di un Dio che per amore-umiltà si è incarnato, cioè ha preso un corpo umano, condividendo in tutto, dalla nascita alla morte, la vita nostra. E’ questa la sublime umiltà.
Dunque possiamo dire che Gesù in questo è il massimo dell’umiltà: Egli che era il massimo nel cielo è sceso per diventare il minimo, il più piccolo e disprezzato tra noi.
Ma anche capito questo, resta la frase: “lasciatevi attrarre dalle umili”: Gesù è umile, è il nostro Maestro, ma noi come possiamo farci attrarre dalle cose umili se queste non ci attraggono per niente? Volenti o nolenti nell’uomo rimane sempre l’istinto di primeggiare. E allora?
In effetti quel “fare posto all’attrazione dell’umiltà” di cui parla l’apostolo non si ottiene con un semplice comando della nostra volontà, nono solo almeno, ma soprattutto con un processo di maturazione della fede. Vediamolo da vicino:
“e [Dio] faccia sì che Cristo abiti per mezzo della fede nei vostri cuori, perché, radicati e fondati nell’amore, 18 siate resi capaci di abbracciare con tutti i santi quale sia la larghezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità dell’amore di Cristo 19 e di conoscere questo amore che sorpassa ogni conoscenza, affinché siate ricolmi di tutta la pienezza di Dio”. (Efesini 3:17-19)
Abbiamo visto che Gesù è modello di mitezza ed umiltà.
Ora dobbiamo fare in modo che Gesù “abiti” nel nostro cuore. E come si fa se non con la preghiera?
La preghiera è una richiesta al Padre nel nome di Gesù Cristo stesso, che noi oggi possiamo fare, sicuri di essere ascoltati, per i meriti che Gesù si è conquistato in croce. La stessa frase di Efesini che abbiamo preso “non aspirate alle cose alte, ma lasciatevi attrarre dalle umili”, nasce da una preghiera dell’apostolo per i suoi fratelli di fede: “Per questo motivo piego le ginocchia davanti al Padre, 15 dal quale ogni famiglia nei cieli e sulla terra prende nome, 16 affinché egli vi dia, secondo le ricchezze della sua gloria, di essere potentemente fortificati, mediante lo Spirito suo, nell’uomo interiore, 17 e faccia sì che Cristo abiti per mezzo della fede nei vostri cuori, (Efesini 3:14-17)
Dunque Dio, se lo preghiamo, ci dà la possibilità di far ”abitare” Gesù nei nostri cuori. “e [Dio] faccia sì che Cristo abiti per mezzo della fede nei vostri cuori “ E’ importante che non vi passi soltanto, ma vi ABITI. Abitare, restare a viverci stabilmente. Questo “abitare” di Gesù nel nostro cuore (ottenuto per la preghiera fatta con fede), permette al nostro cuore di avere il Cristo come base per ogni pensiero. Praticamente il cuore ha le radici nell’essenza di Cristo che è appunto l’amore “perché, radicati e fondati nell’amore..”
Questa base di Cristo che risiede nel cuore fa fruttificare il cuore, cioè lo fa sviluppare e crescere e rinnovare secondo la Sua essenza d’amore mitezza umiltà e sapienza. Una espansione verso l’infinità delle grandezze di Dio: “..siate resi capaci di abbracciare con tutti i santi [vale a dire con tutta la Chiesa dei credenti] .. quale sia la larghezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità dell’amore di Cristo..” Larghezza altezza, lunghezza, profondità.. l’apostolo è come se dicesse “quale siano le dimensioni infinite dell’amore di Cristo”. Essere capaci non solo di abbracciarlo (abitando Gesù dentro al ns cuore è come se il cuore lo abbracciasse), ma anche di conoscerlo; che sarebbe impossibile per l’uomo da solo se non avesse Gesù stesso a rendersi “compatibile” con lui: “..e di conoscere questo amore che sorpassa ogni conoscenza,..” Poterlo conoscere è una possibilità della nostra mente e della nostra coscienza che si può ottenere solo per un miracolo che permette Dio per mezzo della preghiera in nome del Cristo. Solo in questo modo, rinnovati nel cuore e nella mente, potremo essere “ ricolmi di tutta la pienezza di Dio”.
Avendo dunque questa pienezza spirituale del Signore in noi, come possiamo non essere attratti dal Signore Gesù stesso che tutti attira a sé? (Giov 12:32)
E siccome Gesù come abbiamo detto prima è “mite ed umile di cuore », come non potremo essere attratti dall’umiltà?
Come vedete ecco che in questo modo possiamo lasciarci attrarre dalle cose umili.
Tutto questo ci fa riflettere: l’uomo che NON ha conosciuto il Signore quindi, non potrà mai capire e tanto meno essere attratto dalle cose umili.
E’ per questo che nel mondo si predica solo il successo personale, il farsi valere il diventare il migliore: perché non si conosce Dio.
Per poter invece essere attratti dalle cose umili (ripeto non si tratta di un’attrazione intellettuale, ma di una attrazione vera, come cosa desiderata veramente) occorre una sapienza che non è del mondo ma ha superato e vinto il mondo stesso, cioè la presenza del Risorto nel nostro cuore, il quale ha riversato su noi, col suo sangue, tutto l’amore del Padre: “Perché Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna” (Giovanni 3:16). Il massimo esempio di amore ed umiltà. E’ l’umiltà dunque che esprime la grandezza di Dio. Se Dio è in noi è questa grandezza dell’umiltà per amore che ci attirerà.
Concludendo possiamo capire che in fondo essere attratti dalle cose umili non è troppo difficile, perché se rileggete quanto detto sopra ricorderete che tutto nasce dalla preghiera. Piegare le ginocchia davanti al Padre è così difficile?

NOTE
(1) “Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, perché pagate la decima della menta, dell’aneto e del comino, e trascurate le cose più importanti della legge: il giudizio, la misericordia, e la fede. Queste sono le cose che bisognava fare, senza tralasciare le altre. 24 Guide cieche, che filtrate il moscerino e inghiottite il cammello. 25 Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, perché pulite l’esterno del bicchiere e del piatto, mentre dentro sono pieni di rapina e d’intemperanza. 26 Fariseo cieco, pulisci prima l’interno del bicchiere e del piatto, affinché anche l’esterno diventi pulito. 27 Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, perché siete simili a sepolcri imbiancati, che appaiono belli di fuori, ma dentro sono pieni d’ossa di morti e d’ogni immondizia.” (Matt 23:23-27)

Publié dans:Lettera ai Romani |on 15 avril, 2015 |Pas de commentaires »

«LO SPIRITO VIENE IN AIUTO ALLA NOSTRA DEBOLEZZA» (RM 8,26-39). CHI SARÀ CONTRO DI NOI?

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«LO SPIRITO VIENE IN AIUTO ALLA NOSTRA DEBOLEZZA» (RM 8,26-39). CHI SARÀ CONTRO DI NOI?

Guido Benzi

La Parola
26 Allo stesso modo anche lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, perché nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare, ma lo Spirito stesso intercede con insistenza per noi, con gemiti inesprimibili; 27 e colui che scruta i cuori sa quali sono i desideri dello Spirito, poiché egli intercede per i credenti secondo i disegni di Dio. 28 Del resto, noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio, che sono stati chiamati secondo il suo disegno. 29 Poiché quelli che egli da sempre ha conosciuto li ha anche predestinati ad essere conformi all’immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli; 30 quelli poi che ha predestinati li ha anche chiamati; quelli che ha chiamati li ha anche giustificati; quelli che ha giustificati li ha anche glorificati.
31 Che diremo dunque in proposito? Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? 32 Egli che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi, come non ci donerà ogni cosa insieme con lui? 33 Chi accuserà gli eletti di Dio? Dio giustifica. 34 Chi condannerà? Cristo Gesù, che è morto, anzi, che è risuscitato, sta alla destra di Dio e intercede per noi?
35 Chi ci separerà dunque dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? 36 Proprio come sta scritto: Per causa tua siamo messi a morte tutto il giorno, siamo trattati come pecore da macello. 37 Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati. 38 Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, 39 né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore.
Il contesto
Paolo si avvia rapidamente a concludere il c. 8 sull’azione dello Spirito Santo e quindi il suo discorso sui doni di Dio concessi all’uomo giustificato. Paolo abbandona il piano dell’esposizione dottrinale e avvia un discorso molto caldo e affettuoso.
Il contenuto
Il «gemere» dello Spirito Santo è un gemere per noi, è un venire in soccorso della nostra debolezza, della nostra insufficienza e incapacità. Lo Spirito col suo gemito ci soccorre nella nostra preghiera, perché noi siamo troppo deboli. Dio che scruta i cuori, ode la voce dello Spirito che sale a lui dai cristiani. Dio sa quello che lo Spirito vuole: solo e sempre la volontà di Dio nei nostri riguardi. Dio sa quello che vuole lo Spirito in noi: la manifestazione della sua gloria in coloro che egli ha già reso santi nella fede.
Ma Dio non solo conosce l’invocazione senza parole dello Spirito per noi, ma anche la esaudisce. Infatti Dio soccorre in ogni modo i santi che egli ha chiamati e che lo amano. Per coloro che lo amano, Dio non fa accadere nulla che non serva alla loro salvezza. Dio è pensato come colui che agisce per il bene in tutte le cose, anche nella sofferenza. Coloro che amano Dio sono qualificati come chiamati secondo la volontà di Dio. Dio ha prevenuto coloro che lo amano. La sua chiamata ha dischiuso loro i favori di Dio. I santi che amano Dio lo amano in risposta all’eterna chiamata del suo amore in Gesù Cristo. Dio volgerà ogni cosa a profitto della loro salvezza.
La figliolanza per mezzo di Gesù Cristo è detta con l’espressione: per essere conformi all’immagine del Figlio. Dio ha associato a Cristo, il primogenito, noi come fratelli affinché egli fosse il primogenito tra molti. La destinazione originaria dell’esistenza umana è di partecipare, in Cristo e tramite Cristo, alla gloria ossia al modo di essere di questo fratello primogenito. Egli è tale sia in rapporto alla creazione (Col 1,15) sia in rapporto alla risurrezione dai morti (Col 1,18; Rm 8,11; 1Cor 15,22 ss.; Ap 1,5).
Questa gloria, che è la condizione futura dell’uomo stabilita dall’eternità, ci è già stata elargita: ci ha glorificati con Cristo (v. 30). Tramite la morte di Cristo i chiamati sono ammessi, per la fede e nel battesimo, alla giustizia di Dio e sono giustificati in modo tale da sperimentare in anticipo la futura giustificazione che dà la vita (Rm 5,18). La chiamata di Dio si manifesta come giustificazione della nostra esistenza da parte della giustizia di Dio. La glorificazione non è solo una speranza. Essa è anche un’anticipazione concessa da Dio per grazia, la quale non solo esprime la certezza del futuro, ma designa un avvenimento presente e attuale. Come la gloria del vangelo è brillata sul volto di Cristo (2Cor 4,4.6), così noi, rivolti al Signore e al suo Spirito e contemplando la sua gloria nello specchio del vangelo, già ora veniamo trasformati da gloria a gloria, nell’essenza gloriosa di Cristo (2Cor 3,16 ss).
Anche il cosmo con le sue «potenze» non può separarci dall’amore di Dio. Sono enumerate dieci potenze. Al primo posto sta la morte, che secondo 1Cor 15,26 è l’ultimo nemico e quindi la potenza peggiore. Qui però la morte è accoppiata a un’altra potenza: la vita. Anche la vita può allettarci con le sue lusinghe a volgere le spalle all’amore di Dio ed essere quindi un pericolo. Persino la vita calma e innocua, non meno della vita agiata e pericolosa, può diventare una realtà ostile, proprio perché separa dall’amore di Cristo. I cristiani non devono vivere per se stessi o per il mondo, ma devono vivere e morire per il Signore (Rm 14,7-9).
Conclusione
I cristiani, in virtù dello Spirito hanno acquisito nella fede la libertà di amare e di sperare. Nella loro preghiera «geme» lo Spirito stesso; geme per loro. Con il suo gemito impercettibile, senza parole, lo Spirito viene in soccorso di coloro che e pregano senza però comprendere per che cosa veramente si debba pregare. Così egli trasforma la preghiera dei deboli (i cristiani!) in una preghiera forte, cioè nella schietta preghiera per la gloria.
Per la riflessione ed il confronto
– Siamo oggi chiamati a confrontarci con la nostra preghiera. È un insieme di pratiche anche devote, o è un «ascolto» di Dio e del suo Spirito che prega in noi?
– Siamo convinti che non esiste «potenza» (neppure il nostro peccato se riconosciuto e confessato) o disgrazia che possa separarci dall’amore di Dio in Gesù? Dio non è mai così vicino come nella prova!
– Come educare alla preghiera nelle nostre famiglie? Cosa si può proporre?

Publié dans:Lettera ai Romani |on 10 avril, 2015 |Pas de commentaires »

LA LIBERTÀ DALLA LEGGE E NELLO SPIRITO/2 – COMMENTO A ROM 8, 14-17

http://www.atriodeigentili.it/lectio/1999_00/200002.htm

LECTIO DIVINA – CHIAMATI A LIBERTÀ: IL GIUBILEO TEMPO DI GRAZIA

STELLA MORRA – 14 FEBBRAIO 2000

MONASTERO CISTERCENSE – FOSSANO

LA LIBERTÀ DALLA LEGGE E NELLO SPIRITO/2 – COMMENTO A ROM 8, 14-17

Il testo di questa sera è tratto dal capitolo 8 della lettera ai Romani e scherzosamente mi verrebbe da dire che è inutile che io faccia la lectio questa sera in quanto Padre Cesare, commentando il capitolo 6, lo scorso mese, ha debordato su molti temi che sono centrali anche in questo testo, ma sono temi di una tale rilevanza che ripetere non guasta.
Cercherò di dire alcune cose, sentendomi anche più libera, in quanto la volta scorsa appunto padre Cesare ha trattato con completezza una grossa riflessione sulla questione della libertà dal peccato, del passaggio dalla condizione di schiavi alla condizione di figli.
Dunque il capitolo 8: vi propongo di leggerlo tutto in quanto il testo è molto strutturato, poi ci fermiamo in particolare su alcuni versetti e non su tutti perché sarebbe impossibile. (lettura)
Mi rendo perfettamente conto che questo testo, letto così tutto di fila, fa spavento; presenta inoltre alcuni problemi: è un testo abbastanza usato nella liturgia, per cui l’abbiamo un po’ nell’orecchio, soprattutto alcune citazioni più famose, quindi sono parole “automatiche”, parole che siamo abituati a sentire nella Scrittura, che rischiano di rimanere scolpite, ma senza vita; secondo perché qui, in modo particolare, Paolo usa molto fortemente delle parole del suo tempo e, in particolare, in questo testo, parole che noi usiamo ancora, ma in modo completamente diverso, rispetto all’uso che ne fa san Paolo, il che è peggio che usasse parole ormai a noi sconosciute. Ad esempio, per la parola “dracma”, che non si usa più abitualmente nel nostro linguaggio, ci è stato spiegato il significato. Al contrario, quando ad esempio Paolo dice “carne” noi abbiamo la sensazione di sapere che cosa sta dicendo perché questa è una parola che si usa anche oggi, però il modo in cui Paolo la usa è talmente diverso che rischiamo di capire tutto il contrario. Dunque questa è la difficoltà: Paolo usa delle parole molto proprie della sua cultura, ma sono parole di uso comune che a noi sembra di riconoscere. Poiché questo testo è molto costruito (noi diremmo: non è scritto di getto) se ci perdiamo sulle parole, o le comprendiamo al contrario, tutto il testo perde il suo senso.
Visto che ci sono tutti questi limiti, perché è stato scelto questo testo? Mi sembra che questo testo, una volta “tradotto” è di una tale modernità nel suo contenuto, di una tale lucidità rispetto ad alcuni temi problematici su cui ci stiamo provando a riflettere che, forse, vale la pena di fare questa fatica di tradurre per poter entrare nel senso.
Noi stiamo tentando di fare una specie di itinerario intorno al tema del Giubileo, trattato come una chiamata a libertà e abbiamo visto la fondazione ebraica dell’evento del Giubileo, la sua fondazione storica, poi l’annuncio di Cristo (cap. 4 di Luca) quando Gesù si alza in piedi nella sinagoga e legge il testo di istituzione del Giubileo in Isaia e dice: “oggi questa parola si è adempiuta”. La volta scorsa e questa sera il passo che stiamo facendo, con questi due testi di Paolo, è: qual è, in fondo, la differenza tra il messaggio di conversione predicato dal Giubileo ebraico e il messaggio di chiamata a libertà e di ritorno al Padre predicato dal Giubileo cristiano?
Mi pare che valga la pena di fermarsi un po’ in quanto su queste domande su cui c’è spesso confusione. Un po’ perché non sapendo come spiegare il Giubileo ci si richiama all’uso ebraico, equiparando il Giubileo solamente a un percorso di ricostituzione della giustizia. Anche nel Giubileo cristiano l’esito deve essere visibile: non è un teorico ricostituire la giustizia; il giubileo chiede che sia instaurato un anno di giustizia, un anno, un tempo, nel senso di un nuovo inizio di giustizia, una nuova possibilità. Nel Giubileo cristiano tuttavia questa non è l’identità del Giubileo, ma ne è la logica conseguenza. Qui il passaggio è importante ed è un passaggio che Paolo nella tradizione religiosa definisce come il passaggio dalla legge allo spirito.
Padre Cesare vi ha già parlato a lungo di che cosa vuol dire che “non siete più sotto la legge, ma siete nella libertà dello spirito” Questo è il punto in cui si colloca questo brano. Ne parliamo a partire da lì. Faccio una esemplificazione a margine: questa questione può sembrare teorico-culturale, ma ha una rispondenza molto forte e concreta nelle nostre vite. In sostanza, con tante sfumature, ma, se il cristianesimo è una religione della legge, allora si tratta di fare alcune cose per provare ad essere cristiani; se il cristianesimo non è, come non è, una religione della legge, allora essere cristiani vuol dire altre cose. E’ una questione molto concreta: riguarda che cosa si mette al centro di una esperienza di fede. E’ vero che viviamo in una cultura che nei fatti ha interpretato che la questione centrale di un cristiano come non peccare, cioè non infrangere una serie di leggi.
Rimane la legge, rimane la preoccupazione di non peccare, ma non sono il centro: se la questione è “lo spirito” e non la legge, il non peccare è una conseguenza. La riduzione del cristianesimo alla classificazione dei comportamenti su di sé e, peggio ancora, sugli altri, è una valutazione non lecita. Il cristianesimo non è l’analisi e la valutazione dei comportamenti.
In questo ragionamento il cap.8 comincia con un versetto che è di una limpidezza, di una durezza molto forte. Siamo abituati ad avere, nella Bibbia di Gerusalemme, ma anche in altre edizioni, una divisione oltre che in versetti, anche in paragrafi con dei piccoli titoli: questo è dovuto all’uso moderno di avere titoli nei libri, titoli di capitoli, di paragrafi, ecc., Questo non era un uso antico. Gli antichi avevano un altro modo di “segnalare” l’argomento: scriverlo nelle prime righe. Il primo versetto di una sezione, in genere, dice che cosa ci sta dentro. Quando leggiamo la Scrittura dovremmo sempre tenere conto di questo e non leggere istintivamente, da moderni, il titolo, che in genere è extrascritturale, cioè aggiunto dall’edizione, e poi tendiamo a sottovalutare l’inizio, perché nel nostro modo di scrivere, all’inizio, in genere, c’è la premessa, mentre verso la metà c’è il centro del ragionamento. Perciò leggendo la Scrittura spesso ci perdiamo il segnale che ci viene dato dall’autore nella prima riga.
Dunque, nel versetto 1, Paolo inizia questa unità di ragionamento con parole molto secche: “Non c’è più nessuna condanna per quelli che sono in Cristo Gesù”. Non dice: non c’è più nessuna legge, dice: non c’è più nessuna condanna, il che è diverso, ovviamente. Ma lo dice in un modo fuori da ogni possibilità di equivoco. Su questo versetto c’è poco da interpretare, almeno sull’intenzione di Paolo.
Questo sarebbe il titolo, ma anche il punto di partenza. Da qui in poi tutti i ragionamenti di Paolo sono a partire da questo versetto, a partire dal fatto che per quelli che sono in Cristo Gesù non c’è più nessuna condanna. Si noti anche che qui Paolo, per indicare la fede, non usa l’espressione “credere in Cristo Gesù” che, pure conosce e usa, ma “essere” in Cristo Gesù. In modo semplificato potremmo dire che questo versetto ci introduce in un altro “campo di gioco”. Tutto quello che abbiamo in testa su quello che vuol dire essere credenti, sforzarsi di essere buoni, di fare i conti di quanto si è stati buoni, e poi “ammorbidito” in quanto dopo il Vaticano II non siamo più così moralisti, ma sostanzialmente si rimane sull’idea che tutta la questione si gioca su come ci comportiamo, perché questa poi rimane la struttura fondamentale e sul fare giusto o sbagliato: tutto questo è qui radicalmente messo in discussione. E questo non esclude un giudizio o una valutazione sui comportamenti: i comportamenti possono essere comunque buoni o cattivi: quello che non c’è più è la condanna. Noi siamo in Cristo redenti. E dunque la conversione che ci è richiesta dal Giubileo non è la “condizione per”, la conversione del Giubileo è “il segno di”. Il passare dall’idea che i comportamenti sono la condizione per qualcosa, e cominciare a pensare che i comportamenti, la storia, la vita, le cose che accadono sono il “segno” di qualcosa, è un cambiamento radicale. Questo è un modo per dire concretamente la differenza tra legge e spirito. E’ chiaro che ci sono comportamenti che possono essere segno di un male. Esattamente come certi sintomi sono segni di un certo tipo di malessere. Quando il medico mi chiede i sintomi, ha il problema di definire un quadro per capire qual è il male da curare. Nessuno di noi si sente valutato migliore o peggiore malato in base ai sintomi che ha. I sintomi non hanno di per sé un valore: ci sono sintomi più gravi e sintomi meno gravi, sintomi chiari o meno chiari, sintomi che richiedono interventi urgenti, altri no. Così i comportamenti, giusti o sbagliati, il ritrovarsi nella comunione con lo spirito della legge, o no, è sempre soltanto il sintomo di qualcosa che accade altrove. Dunque quando un comportamento è un male in genere è segno di qualcosa da curare. Ma il problema di Gesù è curarlo, non giudicarlo.
“Non c’è più nessuna condanna per quelli che sono in Cristo Gesù” è l’indicazione che da Cristo in poi il male è il segno di qualcosa, e di qualcosa su cui la misericordia di Dio in Cristo si è chinata, e che vuole curare, ma non la curerà senza di noi.
Ci fermiamo ora su una coppia di termini: carne e spirito. Già padre Cesare diceva l’altra volta che quando Paolo dice carne non intende la corporeità, con tutto ciò che è ad esso collegata, ma intende la dimensione fragile dell’umanità. Da questo punto di vista culturalmente noi siamo esattamente capovolti rispetto a quello che intende Paolo.
In questo secolo, che è il secolo della psicanalisi, noi facciamo l’esperienza della fragilità sulla psiche, non sul corpo. A torto o a ragione, abbiamo come idea diffusa che il corpo può essere un problema, ma è soprattutto una risorsa, un dato positivo di espressione, di possibilità, salvo poi digerire a fatica ogni menomazione del corpo che ci capita di subire, mentre quando si parla, ad esempio, della depressione, ci rendiamo conto che culturalmente per noi questo senso di fragilità è di una fragilità a cui siamo sottoposti quasi impotenti di fronte alla fatica che questa fragilità può imporci riguardo alla psiche. Al tempo di Paolo era esattamente il contrario. Dal mondo greco Paolo aveva l’idea che quella che noi chiamiamo psiche, l’aspetto razionale dell’uomo, così si diceva allora, era l’aspetto nobile che si educava, si allenava: era la risorsa. Per cui gli uomini si distinguevano tra quelli che avevano un pensiero razionale ed astratto sviluppato e allenato e coloro che erano rozzi da questo punto di vista, perché quella era la grande risorsa. Mentre la cultura in cui Paolo vive lega la carnalità ai ritmi della natura, in modo estremamente più forte rispetto al modo in cui la leghiamo noi. La vita corporea era estremamente fragile e in balia di mille difficoltà, fragile anche nelle sue passioni, nelle sue capacità di interpretazione: c’era una cultura che non sapeva riconoscere che cosa accadeva nel corpo, nella carne.
Quando Paolo contrappone la carne allo spirito in qualche modo, ha dietro questa cultura per cui la carne è la debolezza (e il pensiero greco viene poi passato da Paolo nel pensiero ebraico), quindi la carne è connessa al trema del peccato originale, quindi la fragilità esperienziale, naturale, viene rinforzata dall’idea della ribellione a Dio e quindi la carne rappresenta la totalità dell’uomo nel suo aspetto di fragilità, sia quella naturale, esperienziale, culturale, sia quella poi che è passata attraverso l’AT e il racconto di Genesi, mentre lo spirito rappresenta l’idea culturale della ragione, della razionalità. E la parte nobile, sapiente, dell’uomo, si arricchisce ancora, nel pensiero veterotestamentario di Paolo, dell’idea di sapienza, cioè dell’idea di quella Presenza creatrice e ordinatrice di Dio che organizza il mondo, che lo rende bello da vedere e funzionante Quindi il principio della razionalità umana diventa riflesso del principio ordinatore di Dio rispetto a tutto il cosmo. Quindi si capisce un po’ meglio che cosa dice Paolo quando parla di desiderio della carne e di desiderio dello spirito.
Qui c’è una parola che noi conosciamo molto bene: desiderio. Parola culturalmente reale, molto vera. Noi sappiamo che cosa significa desiderare. Viviamo in una cultura, in un tempo che ha talmente paura della potenza dei desideri che si è inventata mille modi per esorcizzare questa paura, per rimuovere, nascondere, riordinare, organizzare i desideri. Impariamo fin da bambini che esprimere desideri va bene, ma possiamo poi essere delusi. Perché non tutti i desideri possono essere esauditi. Questo indica in genere una realtà che è percepita come molto potente, proprio perché i desideri sono molto potenti. La psicanalisi ci ha insegnato che i desideri ci conformano: fanno di noi quello che siamo. Quando Paolo parla di carne e spirito, della dinamica che si innesta tra carne e spirito, la nostra parte migliore e la nostra parte peggiore, di per sé non sono ancora niente perché sono come una macchina senza un carburante. Il carburante che ci spinge dall’una o dall’altra parte sono i nostri desideri.
Mi pare che questo discorso sia di una modernità incredibile. Quando si hanno quindici anni si pensa che tutto ci è possibile, si hanno tanti amici e ci si vive come tutti uguali, se pensiamo ai nostri compagni di scuola non ricordiamo particolari differenze; poi ci sono dei momenti della vita in cui, intorno a piccoli episodi, uno scopre improvvisamente che gli altri quindicenni, che nel frattempo hanno vent’anni come lui, per esempio erano più ricchi di lui, o più poveri di lui, più felici di lui, o più infelici di lui, che non erano uguali o che comunque diversi sono diventati, per cui si scopre che non si ha più niente da dirsi. Quando Paolo dice che ci sono i desideri della carne e i desideri dello spirito, dice che nella vita non è tutto uguale, che si diventa diversi, e che non si diventa diversi casualmente. Nella vita non accadono le cose perché c’è chi decide al posto nostro; le cose accadono perché si seguono i desideri della carne o quelli dello spirito, cioè i desideri della nostra parte fragile, impaurita, in cui la paura è più forte del coraggio, della nostra parte che non cerca la verità di noi stessi, oppure perché si seguono i desideri di quella parte che ha più coraggio che paura, non che non ha paura, perché non c’è nessuna parte di noi che non ha paura, ma siccome in genere abbiamo tanta paura, ci vuole tanto coraggio, quella parte di noi che è disponibile a bruciarsi anche un po’ per trovare quella parte di verità di noi stessi.
Seguire i desideri della carne e i desideri dello spirito fa la nostra vita diversa, e fa la storia diversa. Credo che se mettessimo in questa idea la stessa convinzione che mettiamo nel monitorare in buoni o cattivi, giusti o sbagliati, tutti i singoli pezzetti di comportamento, avremmo la capacità di cambiare il mondo. Il sapere che nella nostra vita quotidiana possiamo fare alcune sciocchezze, ma se l’orientamento di fondo è quello di seguire i desideri dello spirito, queste quotidiane sciocchezze prima o poi, dalla fantasia di Dio, vengono reinglobate per ridonarle alla realtà salvifica. Invece io posso essere anche la persona più corretta di questo mondo (un altro mito di questo secolo, nel quale il centro non è più la giustizia, ma la correttezza, il rispetto di tutte le regole), ma distruggo me e il mondo, anche se materialmente non faccio niente di male.
Paolo dice che i desideri della carne, cioè i desideri della parte che non cerca la verità di noi, della parte che ha paura, della parte che non sa stare in piedi nella propria esistenza, sono desideri che uccidono, al di là e prima e dopo la legge.
Padre Cesare diceva la volta scorsa che la legge è pedagogo da una parte e dall’altra svela a noi stessi la nostra stessa malizia, cioè la legge ci aiuta quando rischiamo di confonderci, ci indica quale parte di noi stiamo seguendo. Questa è la funzione della legge: ci deve mostrare per sintomi che se uno si trova in una certa costellazione di comportamenti, c’è una buona probabilità che stia seguendo una parte di sé impaurita e non vera.
In seguito Paolo comincia a scrivere Spirito in maiuscolo, per parlare di Spirito di Gesù. Secondo me qui comincia ad essere un po’ più facile. Paolo dice: i desideri della carne e dello spirito riguardano l’uomo, ma “quelli che vivono secondo lo spirito desiderano le cose dello Spirito”. Cioè anche Gesù, che ha ricevuto una carne simile a quella del peccato per redimere dal peccato, anche Gesù aveva uno spirito e se noi seguiamo i desideri dello spirito stiamo nello spirito delle cose di Gesù. Paolo sa bene che secondo la creazione in noi c’è l’immagine e la somiglianza di Dio e che il Figlio è il volto del Padre. Dunque chi cerca la verità di sé trova Gesù, trova il volto del Padre.
Quello che Paolo sta dicendo è che la redenzione che Cristo ci offre non è un’opera dall’esterno: Gesù prende una carne come noi, per mostrarci, per darci un segno che l’immagine di Dio che è posta in noi, il soffio di Dio che ci è stato dato nella creazione, è lo stesso spirito che è lo Spirito Suo e del Padre, e dunque se seguiamo i desideri dello spirito prima o poi lo incontreremo, porteremo di nuovo in luce quella immagine di Dio che è nascosta nei nostri cuori. La redenzione è questa operazione dal di dentro: non placare un Dio ansioso di vendetta, ma ricostituire la possibilità per noi di ritrovare i desideri dello spirito e di riconoscerli come desideri dello Spirito di Gesù.
E questo non avviene a caso, e non avviene senza di noi. Il nostro volto, cioè ciò che ci identifica di più, non può essere visto da noi stessi se non tramite uno specchio; cioè siamo costruiti in modo che la realtà più profonda di noi ci arriva sempre riflessa da qualche parte. Non potremmo nascere,.vivere e morire da soli in un’isola deserta. C’è qualcuno o qualcosa, sempre, che ci rende a noi stessi. Per esempio, chi ci vuole bene. I credenti sanno che innanzi tutto Dio ci rende a noi stessi. L’esperienza storica quotidiana è che noi siamo quello che siamo perché abbiamo avuto un certo padre, una certa madre, una certa vita familiare che ci hanno rimandato tante cose belle, tante paure, :il bene e il male che ci hanno dato. Ognuno di noi sa, per esempio, che ci sono cose di sé che scopre solo se è amato da qualcuno, perché altrimenti non le avrebbe mai sapute. Le aveva dentro evidentemente da qualche parte, ma erano come disattivate.
Gesù ci dona il suo Spirito: significa che ci pone sotto il suo sguardo, sotto lo sguardo del Padre, perché siano richiamati in vita quella totalità di desideri di noi che non abbiamo disponibili. Per questo si dirà più avanti, verso la fine del capitolo: “ Sappiamo bene infatti che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto ed essa non è la sola, ma anche noi che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli e la redenzione del nostro corpo.”
Spero che questo versetto cominci ad essere più comprensibile. Cioè l’esperienza che noi facciamo nella nostra vita è, in qualche modo, partorire noi stessi. Attraverso le doglie del parto ritrovare la più profonda verità di noi, che è l’immagine di Dio e darle luce, darle vita, partorirla al mondo. E questo richiede gemiti e sofferenze perché non si nasce senza prezzo.
Ci sono poi i versetti 14-17 dei quali ha già detto alcune cose padre Cesare, su figli e schiavi. Anche questa è un’accoppiata molto chiara in una società come quella in cui viveva Paolo. C’era un’esperienza normale, quotidiana della schiavitù: tutti sapevano come vivevano gli schiavi. C’era poi un’esperienza della famiglia per cui dire figlio voleva dire alcune cose. Noi non sappiamo più come vivevano gli schiavi e pensiamo di capire che cosa voglia dire figli, ma comprendiamo nell’idea attuale, che è incomparabilmente diversa da ciò che si dice qui. Non a caso qui figlio è detto in contrapposizione a schiavo, cioè figlio è detto per dire una dignità. Ciò che Paolo dice in questi versetti è: se siamo figli, siamo anche eredi. A noi non verrebbe in mente di accoppiare immediatamente la parola figli alla parola eredità, ci parrebbe anche un po’ di cattivo gusto. Per Paolo invece è normale perché figlio indica una condizione giuridica: non è un dato, come nella società post romantica, di tipo sentimentale, affettuoso; il che non vuol dire che i padri non volessero bene ai figli, ma l’indicazione che Paolo dà è un’indicazione di collocazione giuridica. Cioè dice che in Cristo noi abbiamo un nome socialmente riconoscibile, dice la nostra dignità di fronte a Dio. E’ come se noi acquisissimo un titolo. Quando Paolo dice: figli e non schiavi, dice: avete questa collocazione. Questo è il vostro posto di fronte a Dio, questa è la dignità: figli ed eredi.
Se noi rendiamo questa riflessione sulla paternità di Dio come una riflessione post romantica, cioè una riflessione tipo quella che noi facciamo sulla famiglia, poi ci tocca fare la “psicanalisi” su Dio, nel senso che essere figli è sicuramente una gran bella idea, ma non è solo una bella idea, è anche una serie di altre cose: alcune complessità, alcune fatiche. Cioè essere figli, così come essere genitori è il nome relazionale di una situazione amorosa e preziosa certamente, ma anche per questo molto complessa. Ed è vero che poi rispetto a Dio è la stessa cosa, cioè abbiamo una relazione amorosa e preziosa, ma anche complessa. Quando Paolo qui dice figli e non schiavi non addita questa costellazione. Noi spesso interpretiamo “figli o “quando pregate dite Padre”, in un senso affettivo: Dio è padre, quindi vuol dire che è buono, che ci vuole bene, che ha misericordia. Questa è una lettura anacronistica rispetto al testo. Dio ci vuole bene ed è buono: questo ce l’ha dimostrato mandandoci suo Figlio, sacrificando l’erede, che in una civiltà antica è il peggio che ti può succedere nella vita. Il primogenito maschio era quello da salvare a tutti i costi. Dio ci vuole bene e ce l’ha dimostrato sacrificando il figlio. Quando si dice che Dio è Padre nella Scrittura si dice che Dio ha una responsabilità accettata nei nostri confronti e che si prende cura di noi. Il Padre si occupa di noi, lo deve fare, per diritto giuridico. Non ha possibilità di scelta. E non a caso tutta la Scrittura per il paragone del rapporto tra Dio e l’umanità usa il paragone dello sposo e della sposa, in cui l’umanità è sempre la sposa, che dice certamente una relazione amorosa, ma dice anche un dato giuridico. Nella civiltà in cui la Bibbia è stata scritta, la sposa aveva uno stato di minorità giuridica, era totalmente in carico alla responsabilità dello sposo. Così come il figlio era totalmente in carico alla responsabilità del padre. Tutti coloro che erano minores, cioè non maschi adulti, erano sempre in carico a qualcuno, a un padre, a un marito.
Guarda caso la Bibbia usa sempre per l’umanità una terminologia familiare che la pone in carico a Dio. Ciò che la Bibbia dice è che Dio si fa carico di noi. E dunque se siamo figli siamo anche eredi, non solo si fa carico adesso, ma si fa carico anche nel pensare il nostro futuro, che è il senso dell’eredità. Tutto questo non è dato allo schiavo. Lo schiavo è colui che non è in carico a nessuno perché non è persona, è quello su cui il padrone ha diritto di vita e di morte, senza giustificare la scelta che fa. In Cristo noi siamo figli e non più schiavi.
Poi c’è il lungo paragrafo del quale ho già letto un paio di versetti, sulle doglie del parto, e l’attesa dell’adozione a figli e la redenzione del nostro corpo che non a caso Paolo mette insieme: la condizione di essere presi in carico da Dio fa sì che la redenzione di quella parte fragile di noi non è più a carico nostro, ma essendo a carico di Dio, non è più un problema. Poi conclude dicendo: “allo spesso modo, anche lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, perché nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare, ma lo Spirito stesso intercede con insistenza per noi con gemiti inesprimibili e colui che scruta i cuori sa quali sono i desideri dello spirito, perché egli intercede per i credenti secondo i disegni di Dio”.
Paolo chiude il cerchio rispetto a “non vi è più nessuna condanna per coloro che sono in Cristo Gesù”, cioè dice: non abbiate paura di confondervi sui vostri desideri. La Scrittura non è la psicanalisi, non ci si può sbagliare, perché lo Spirito intercede con gemiti inesprimibili per esprimere ciò che è conveniente chiedere, da una parte, dall’altra “Colui che scruta i cuori sa quali sono i desideri dello spirito”, che è il motivo per cui è sempre piuttosto rischioso chiedere a Dio, perché se non si viene ascoltati uno rischia di rimanerci un po’ male, ma se si viene ascoltati uno di solito ci rimane peggio, nel senso che normalmente quando Dio ascolta una richiesta l’esito è tendenzialmente molto diverso da quello che noi avevamo immaginato formulando quella richiesta.
Questo testo è un testo veramente di grande fiducia, e soprattutto è un testo di grande libertà perché quello che sta a noi è vivere. Noi abbuiamo tutte le energie da poter mettere nella fatica e nella gioia della nostra vita, senza doverci stremare nell’autogiudicarci e nel chiederci continuamente se è giusto se è sbagliato, se abbiamo giustamente o malamente interpretato, perché per coloro che sono in Cristo Gesù non c’è più nessuna condanna.
Allora la questione è vivere rimanendo in Cristo Gesù, che è meno difficile di quanto sembri, nel senso che questa è una preghiera che Dio ascolta sempre. Se qualcuna lo desidera e lo chiede Dio ce lo tiene, lo fa rimanere in Cristo Gesù. Perché l’unica cosa da fare per rimanere in Cristo Gesù è desiderare profondamente esserci, come insegnano tutti i mistici. Non è che rimanere in Cristo Gesù voglia dire chissà quale strana cosa, vuol dire una cosa molto semplice. E’ la storia di un amore, fatta di tante cose, ma soprattutto di un grande desiderio.

Publié dans:LECTIO DIVINA, Lettera ai Romani |on 29 janvier, 2015 |Pas de commentaires »

LETTERA DI SAN PAOLO APOSTOLO AI ROMANI – INTRODUZIONE (come meditazione per domenica)

http://www.movimentoapostolico.it/romani/testi/capitoli/introdrom.htm

LETTERA DI SAN PAOLO APOSTOLO AI ROMANI – INTRODUZIONE (come meditazione per domenica)

La Lettera di San Paolo Apostolo ai Romani possiamo definirla un compendio perfetto del mistero della salvezza. In essa tutti i temi legati alla Redenzione dell’uomo vengono affrontati e risolti con somma chiarezza di dottrina e di sapienza nello Spirito Santo, che dona ad ogni realtà il suo valore, ma soprattutto la legge secondo la sua interiore verità.
San Paolo è questa luce soprannaturale di sapienza che dice bene il bene e male il male. In questo è di Maestro al nostro secolo che avvolto dalla grande confusione e dall’ambiguità sa trasformare il bene in male e il male in bene. Per San Paolo il peccato è peccato, la luce è luce, la grazia è grazia, il male è male e nessuno lo può chiamare bene. La non retta conoscenza di Dio o l’ignoranza circa la sua conoscenza anche questa è un male, che produce tanto altro male nel mondo.
Per San Paolo tutto il mondo è avvolto dalla non conoscenza di Dio, da una cattiva conoscenza, da una conoscenza non secondo verità. È compito dell’apostolo del Signore – e l’apostolo per questo è stato chiamato – far risplendere nel mondo dell’ignoranza e dell’ambiguità circa la conoscenza di Dio il mistero e la luce radiosa del Vangelo.
L’obbedienza alla fede è la via della salvezza. Per Paolo la fede non è un sentimento che parte dal cuore dell’uomo e raggiunge Dio. La fede nasce dalla Parola, la Parola è Cristo, Verbo Eterno ed increato del Padre, Suo Figlio Unigenito generato da Lui nell’eternità. La Parola eterna si è fatta carne, quindi parola visibile ed udibile, parola pronunziata che rivela il mistero di Dio e dell’uomo, ma lo rivela nella sua vita, per la sua vita, chiamando ognuno a diventare sua vita, divenendo suo corpo. L’obbedienza alla fede dice essenzialmente accoglienza di Cristo e della sua Parola, vita in Cristo e nella sua Parola, ascolto del Vangelo per essere vissuto in ogni sua parte. L’obbedienza pertanto è un fatto soprannaturale e l’adesione della mente e del cuore; è la consegna di noi stessi a Dio che ha parlato a noi per mezzo di Gesù Suo Figlio. L’obbedienza alla fede è il tema portante di tutta la Lettera ai Romani.
L’uomo creato ad immagine e somiglianza di Dio ha in sé la possibilità di conoscere Dio attraverso molteplici vie. La Scrittura conosce la via analogica: dalla perfezione e bellezza delle opere di Dio si può pervenire all’infinita bellezza e sapienza di colui che le ha create. Di fatto però molti uomini vivono nell’ignoranza di Dio. Non lo conoscono, perché? La risposta Paolo non la trova nell’intelligenza dell’uomo, ma nella sua volontà. Quando un uomo non è più puro nel cuore, quando si abbandona al vizio e al peccato, quando si lascia avvolgere dalle tenebre, egli altro non fa che soffocare la verità nell’ingiustizia e l’ingiustizia è il suo agire in totale difformità con la giustizia di Dio che è la sua volontà, scritta nel nostro cuore, manifestata attraverso la rivelazione. Da qui l’urgenza di iniziare la via dell’evangelizzazione dei popoli, affinché attraverso l’ascolto della verità e il dono dello Spirito Santo possano entrare nella vera conoscenza di Dio, piena e totale, e godere i frutti della salvezza accogliendo la redenzione di Cristo Gesù.
Altro problema suscitato è quello della coscienza e della legge. Siamo salvati per l’osservanza della giustizia. La conoscenza della giustizia è data dalla coscienza e dalla conoscenza della legge. La coscienza tuttavia non possiede la pienezza della conoscenza della giustizia. La coscienza non illuminata dalla perfezione della verità conosce come a tentoni, a sprazzi. Ma l’uomo non è chiamato ad una giustizia parziale, ad una conoscenza imperfetta, ad una realizzazione a metà di sé, egli è chiamato a compiere tutto il cammino della salvezza che è per ogni uomo vocazione ad essere in tutto conforme all’immagine di Cristo Gesù. Poiché questo può solo avvenire nella conoscenza di Cristo e della sua Parola è più che giusto, anzi necessario che ogni uomo venga a conoscenza di questa verità, venga a sapere chi è Cristo e cosa ha fatto per lui, perché scegliendolo ed accogliendolo e vivendo santamente il suo Vangelo raggiunga la perfezione a cui è stato chiamato fin dall’eternità.
La giustificazione per mezzo della fede al Vangelo, cioè che nasce dall’adesione a Cristo e alla sua Parola di salvezza, è la sola salvezza perfetta. Tutte le altre sono imperfette. Sono imperfette perché non realizzano a pieno il mistero dell’uomo né su questa vita, né nell’eternità. È in questa imperfezione salvifica la ragione profonda per cui ogni cristiano e in modo particolare l’apostolo del Signore e i suoi collaboratori – Vescovo e presbiteri – hanno l’obbligo grave di coscienza di predicare il Vangelo, di annunziare Cristo, di andare per terra e per mare per fare conoscere Lui e la potenza della sua salvezza. Questo non solo per obbedire a Gesù Cristo che li ha chiamati e li ha costituiti missionari della sua Morte e della sua Risurrezione, ma anche per amore dell’uomo. Chi ama veramente l’uomo deve dargli il bene più grande, il bene assoluto, il bene eterno, il solo bene che lo fa veramente essere uomo e questo unico bene è Gesù Cristo, solo Lui e nessun altro, nel suo mistero di morte e di risurrezione.
Gesù è il Redentore di ogni uomo e Lui ha compiuto la Redenzione mentre noi eravamo empi, lontani da Dio, suoi nemici, perché avvolti dal peccato sia originale che attuale. La morte di Gesù per gli empi al tempo stabilito non deve significare in nessun modo che noi dobbiamo restare tali o che saremo comunque salvati perché Cristo è morto per noi. Cristo è morto per gli empi, è morto per il mondo intero. La salvezza si compie nel momento in cui risuona la parola della salvezza e la si accoglie, prestando l’obbedienza alla fede, cioè alla Parola e vivendo secondo la verità in essa contenuta. Dall’empietà ognuno è chiamato a passare nella pietà, nell’amore filiale, lo stesso amore che manifestò Gesù al Padre offrendo a Lui la propria vita per la salvezza del genere umano.
Ci sono pertanto due misteri che si devono compiere nell’uomo. L’uomo attuale non è l’uomo voluto da Dio. Egli non diviene uomo per il semplice fatto di essere concepito, di nascere e di crescere come creatura umana. Ogni uomo che viene in questo mondo è avvolto dal mistero di Adamo, nasce con la sua disobbedienza, nella perdita dei beni divini ed eterni. Nasce come diviso in se stesso. Ogni sua facoltà è come se camminasse per se stessa, ma questa è solo apparenza, poiché la passione, la concupiscenza ha il sopravvento sull’anima; è il corpo che governa l’anima e non viceversa. Quando il corpo governa l’anima, tutto l’uomo cammina di peccato in peccato, di morte in morte, di stoltezza in stoltezza. L’insipienza lo avvolge e lo consuma.
Dal mistero di Adamo ogni uomo deve fare il passaggio nel mistero di Cristo e Cristo è l’uomo che è mosso solo dallo Spirito Santo, secondo la Volontà di Dio. Cristo è l’uomo che ha sottomesso tutto se stesso corpo, anima e spirito a servizio del Padre per la redenzione del mondo. Tutto Egli ha consegnato di se stesso al Padre, niente che è in Lui gli è appartenuto per un solo istante. Questa è la vocazione dell’uomo: diventare in Cristo servo del Padre, mosso dallo Spirito Santo, pronto sempre a compiere il suo volere. Questo è possibile solo per grazia, accogliendo tutta la grazia e la verità che Cristo ha fruttificato per noi sull’albero della croce, nel suo mistero di morte e di risurrezione. Cristo è la perfetta immagine a somiglianza della quale ogni uomo è chiamato a trasformarsi. Senza questa trasformazione egli non compirà il mistero di Cristo in lui che è la sua vocazione eterna. Dio Padre creando l’uomo lo ha creato perché divenisse ad immagine di Cristo suo figlio. Lo ha fatto a sua immagine e somiglianza, ma lo ha fatto solo come primo momento della creazione dell’uomo, come momento incipiente, il momento perfettivo, momento assoluto, è quello però di divenire ad immagine di Cristo crocifisso e risorto. Questa è la vocazione e questo è il mistero che deve realizzare in sé.
Lo potrà realizzare solo per mezzo dello Spirito Santo. Lo Spirito Santo è il primo frutto del mistero pasquale di Cristo Gesù, frutto dato, frutto da dare ad ogni uomo. Lo Spirito Santo è stato dato agli Apostoli, questi dovranno darlo ad ogni uomo, altrimenti il mistero della loro configurazione totale a Cristo Gesù non si compie, non si può realizzare. Lo Spirito viene dato attraverso una duplice via. È dato come Spirito di conversione attraverso la Parola di Cristo annunziata nella santità del missionario del Vangelo. Con la Parola che giunge al nostro orecchio lo Spirito che è nel missionario e che vive in lui operativamente a causa della sua santità, tocca il cuore e lo fa aderire alla Parola della Predicazione. Poi è dato come Spirito di rigenerazione e di conformazione al mistero di Cristo nel Battesimo e negli altri sacramenti. Nel Battesimo compie egli in noi, spiritualmente, il mistero di Cristo. In esso, nelle sue acque, egli ci fa morire al peccato e ci risuscita a vita nuova, muore l’uomo vecchio e nasce l’uomo nuovo. È questo il mistero che lo Spirito realizza per noi nel santo Battesimo. L’uomo conformato ora alla morte e alla risurrezione di Cristo Gesù, sempre mosso dallo Spirito e da Lui guidato, cammina verso la realizzazione piena di Cristo in sé, affinché veramente muoia all’ingiustizia e alla disobbedienza e nasca alla verità e all’ascolto del Padre in ogni suo desiderio. Questo mistero si compie solo alla fine del tempo quando anche nel corpo risuscitato egli sarà reso in tutto simile a Cristo, morto e risorto.
In Cristo tutto il creato è chiamato a ricevere nuova forma, nuova luce, nuova energia. Come il peccato di Adamo ha coinvolto la creazione nella caducità e l’ha costituita strumento di peccato e non di obbedienza, di caduta e non di elevazione, di deperimento e non di innalzamento, così l’obbedienza di Cristo porta la creazione nuovamente nel mistero della verità di se stessa, poiché attraverso la redenzione dell’uomo, anche la creazione è redenta e dall’uomo redento e salvato essa ogni giorno viene messa a servizio della gloria di Dio. Anche per la creazione deve compiersi il mistero della sua totale novità in Cristo, poiché è Cristo risorto il Capo della nuova creazione e questa sarà totalmente rinnovata attraverso la santità del cristiano; gusterà però tutti i frutti della bellezza e della sapienza secondo la quale il Signore l’ha creata, quando saranno creati i cieli nuovi e la terra nuova. Allora veramente tutta la bellezza di Dio si rifletterà in essa, poiché non ci sarà la stoltezza e l’insipienza del peccato dell’uomo a corromperla e a deprimerla, facendola divenire strumento di male e di perdizione.
Cristo è il compimento di tutto il disegno salvifico di Dio. Fuori di Cristo e in assenza di Lui non c’è alcun disegno di salvezza mantenuto in vigore dal Padre celeste. Dell’Antico Israele che ne è attualmente? Tutto l’Antico Israele è divenuto il Nuovo Israele. È la Chiesa l’Israele di Dio, il suo popolo, il popolo che Cristo si è acquistato mediante il suo sangue. Dei figli di Abramo nati secondo la carne e non secondo la fede, perché la fede è solo nella discendenza di Abramo che è Cristo Gesù, cosa ne avverrà? Un giorno anche loro riconosceranno che Gesù è il loro Salvatore e non ne dovranno attendere un altro, perché un altro non c’è. San Paolo sa per scienza ispirata che la non fede dei figli di Abramo in Cristo Gesù avrà un termine. Quando questo avverrà e nessuno lo sa, né può saperlo, la gloria di Dio sarà manifestata nel mondo in modo eminentemente grande. Essa brillerà in tutto il suo fulgore, e questo perché anche i discendenti di Abramo, i figli suoi secondo la carne, avranno riconosciuto che solo in Cristo è la vera discendenza e solo in Lui si diviene suoi veri figli. Quanti non sono in Cristo non possono essere detti discendenti di Abramo secondo la fede, perché la fede di Abramo è Cristo Gesù.
La legge della salvezza è la fede in Cristo. Vale per i pagani, vale anche per i Giudei. La salvezza non viene dalle opere, ma dalla fede. Se venisse dalle opere non sarebbe salvezza in Cristo, sarebbe merito dell’uomo e Cristo non sarebbe il Salvatore universale, il solo redentore dell’umanità, poiché ognuno potrebbe gloriarsi dinanzi a Dio di aver fatto abbastanza per essere giustificato. Non viene dalle opere perché l’uomo è attualmente morto alla grazia e quindi nessuno può operare frutti di santità dal momento che è concepito nel peccato e nel peccato nasce. Che non siano necessarie le opere per essere giustificati, cioè per passare dalla morte alla vita, non significa in alcun caso che non siano necessarie per essere salvati, cioè per entrare nel paradiso. Si è già detto qual è la vocazione dell’uomo: quella di essere conforme all’immagine di Cristo Gesù. Questa conformità è necessaria che sia realizzata, altrimenti non si può entrare nel regno di Dio, non si può godere il frutto della risurrezione gloriosa in Cristo Gesù. Il pericolo della dannazione eterna per coloro che pur avendo creduto non hanno compiuto le opere della fede è così reale, che veramente ognuno deve attendere alla propria santificazione con timore e tremore.
Nasce l’urgenza per ogni cristiano di divenire in vita e in morte in tutto simile a Cristo. Occorre pertanto che si disponga ognuno ad offrire se stesso a Dio in sacrificio spirituale, in tutto come ha fatto Gesù Signore. È questo il vero culto del cristiano. Da qui l’impegno di fare ogni cosa sul modello di Cristo. Chi legge la Lettera ai Romani comprende una verità basilare. Paolo ha dinanzi ai suoi occhi Cristo Gesù nel suo mistero di obbedienza fino alla morte e alla morte di croce, nel suo mistero di amore, di carità, di pazienza. Guardando Cristo egli traccia l’identità del cristiano e per lui scrive le regole perché questa identità possa essere raggiunta fino alla perfezione assoluta. Il Cristo è il martire della verità e dell’amore del Padre, il cristiano è il martire della verità e dell’amore di Cristo Gesù, nello Spirito Santo.
C’è pertanto una sola via perché il cristiano possa compiere se stesso secondo la sua eterna vocazione: la contemplazione della croce di Cristo Gesù. È l’unica identità possibile da cercare, da realizzare, da insegnare, da mostrare, da predicare. Quando il cristiano cresce e progredisce nella realizzazione della sua identità, egli diviene testimone di Cristo, è testimone non solo perché attesta e dice ciò che Cristo in verità è, perché lui lo ha conosciuto e lo conosce secondo verità, è testimone perché lo mostra al vivo. In fondo solo il cristiano che diviene cristiforme è il vero testimone di Cristo Gesù, è testimone perché lo rivela, lo manifesta, lo rende presente nel mondo, lo fa conoscere all’uomo.
Quando questo avviene dal cuore e dalla vita del cristiano si innalza a Dio l’inno di gloria e di benedizione. La gloria di Dio Padre è Cristo Gesù, morto e risorto. Chi vuole rendere vera gloria a Dio deve divenire in Cristo in tutto simile a Lui, deve morire e risorgere per obbedienza al Padre, per compiere la sua volontà, per amare il Padre sino alla fine con la consumazione totale della sua vita.
Sono solo pochi cenni sul mistero di Cristo e del cristiano contenuto nella Lettera di Paolo Apostolo ai Romani. Leggendo il testo della Lettera, e se lo si ritiene utile, servendosi di appena qualche riflessione che si è riuscita a decifrare e a scrivere in queste pagine, invocando lo Spirito del Signore e lasciandosi aiutare da Colei che più di ogni altra creatura ha compreso il mistero del Figlio Suo, poiché le ha dato la carne e la vita quando il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi, sicuramente si crescerà nella conoscenza e dalla conoscenza un nuovo amore per Cristo sgorgherà nel nostro cuore, portato in esso dallo Spirito Santo e nuova luce di Cristo si riverserà nel mondo, per liberarlo dalle sue tenebre e introdurlo nella luce radiosa del Figlio unigenito del Padre.
Che la Madre della Redenzione interceda per noi e mandi dal cielo lo Spirito Santo, suo Mistico Sposo, affinché ci dia la piena conoscenza di Cristo e ci faccia ad immagine perfetta di Lui.

Vivere è conoscere Te, o Cristo Gesù, amare Te, servire Te, gioire per Te, morire per Te, risuscitare in Te, abitare in Te per tutta l’eternità.

IL MISTERO AVVOLTO NEL SILENZIO (cfr. Rm 16,25-27).

http://www.padresalvatore.altervista.org/avvolto.html

IL MISTERO AVVOLTO NEL SILENZIO

Nella Messa della quarta domenica d’Avvento dell’anno B, come seconda lettura, sono stati proclamati questi versetti con i quali san Paolo conclude la lettera ai Romani: «A colui che ha il potere di confermarvi nel mio Vangelo, che annuncia Gesù Cristo, secondo la rivelazione del mistero, avvolto nel silenzio per secoli eterni, ma ora manifestato mediante le scritture dei Profeti, per ordine dell’eterno Dio, annunciato a tutte le genti perché giungano all’obbedienza della fede, a Dio, che solo è sapiente, per mezzo di Gesù Cristo, la gloria nei secoli. Amen» (Rm 16,25-27).

È significativo che in questa dossologia l’Apostolo riprenda l’espressione «obbedienza della fede» con cui ha aperto la lettera (1,5), facendo con essa una vera “inclusione”. In definitiva, san Paolo vuol dirci che tutto il suo ministero apostolico – che egli chiama «il mio Vangelo» (25b) – ha lo scopo di suscitare una risposta di fede anche nei pagani ai quali egli è stato inviato in modo specifico (cfr. Gal 2,7-8).
Se “obbedire” vuol dire mettere in pratica la parola di Dio che si è udita, l’obbedienza della fede di cui parla l’Apostolo trova la sua massima attuazione e il suo modello perfetto nella Vergine Maria, che al lieto annuncio (= vangelo) dell’Angelo rispose: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola» (Lc 1,38).
Oggetto della fede è «la rivelazione del mistero» (25c), che la nuova versione dice «avvolto nel silenzio» (25d), mentre tutte le precedenti lo descrivevano “nascosto”, come d’altronde è scritto in Ef 3,8-9. Le vecchie e la nuova versione, però, non si escludono a vicenda, anzi ci rimandano all’oracolo di Isaia 45,15 tradotto sia con: «Veramente tu sei un Dio nascosto», oppure: “un Dio misterioso”, o anche “un Dio che ti nascondi!”. Il Signore, infatti “si nasconde” di proposito, perché ha pietà della sua creatura: «Nessun uomo può vedere Dio e restare vivo» (Es 33,20). Al più a qualcuno è concesso, come a Mosè, di «vederlo di spalle, mentre egli passa» (33,23), cioè nelle opere che egli compie per noi, (come i prodigi dell’Esodo, o “le opere” di cui parla Gesù in Gv 5,36).
Il silenzio di cui si avvolge Dio è dunque il luogo teologico nel quale possiamo incontrarci con Lui. Di esso abbiamo un’immagine nella nube che avvolgeva la sommità del Sinai (Es 19,9); e nella nube che avvolse coloro che sul Tabor vivevano l’evento della Trasfigurazione (Lc 9,34). [Confronta a tal proposito il trattato La nube della non conoscenza, di un mistico inglese del XIV secolo, e la Salita al Monte Carmelo di san Giovanni della Croce].
Rimanendo nella Bibbia, dobbiamo ricordare due grandi personaggi: Elia e Giobbe, i quali per incontrare Dio dovettero passare attraverso la prova, per percepirlo, poi, solo “nel silenzio”. Di Elia è noto ciò che narra il primo libro dei Re al capitolo 19°: «Elia (giunto sull’Oreb) entrò in una caverna per passarvi la notte, quand’ecco il Signore gli disse: “Esci e fermati sul monte alla presenza del Signore”. Ed ecco il Signore stava passando. Davanti a lui un vento fortissimo spaccava le montagne e fracassava le rocce, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento venne il terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto venne il fuoco, ma il Signore non era neppure nel fuoco. Dopo il fuoco, Elia udì il sussurro di una brezza leggera, (il fruscio di un silenzio leggero). Si coprì la faccia col mantello» (1Re 19,9-13) per adorare la presenza di un Dio “diverso” da quello “sperimentato” sul Carmelo.
Anche Giobbe, che per interi capitoli grida a Dio la ribellione di chi si sente ingiustamente colpito con prove d’ogni sorta, alla fine riconosce «d’essere stato ben meschino» e conclude: «Che ti posso rispondere? Mi metto la mano sulla bocca. Ho parlato una volta, ma non replicherò, ho parlato due volte, ma non continuerò» (Gb 40,4-5). E solo dopo aver accettato di stare in silenzio davanti a Dio, Giobbe intuisce la provvidenzialità delle prove cui è stato sottoposto, e arriva a confessare: «Io ti conoscevo solo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti hanno veduto» (42,5).
Sempre da san Paolo sappiamo che «il mistero di Dio è Cristo» stesso (Col 2,2). E lui, Verbo eterno, s’incarna nascendo nel silenzio (l’infanzia è l’età senza parole), e termina la sua esistenza terrena accettando il silenzio della morte. Il silenzio è dunque “l’inclusione” dell’evento Cristo. Gesù è il «mistero, avvolto nel silenzio», rivelatosi a noi “nella pienezza del tempo” (Gal 4,4). Mistero non nel senso delle religioni esoteriche che identificavano i misteri con verità nascoste, rivelate solo agli iniziati, ma nel senso paolino di evento salvifico che attua nell’oggi il progetto di Dio. Non a caso la liturgia del periodo natalizio applica al Natale di Cristo ciò che il libro della Sapienza dice dell’Angelo sterminatore che uccise i primogeniti degli Egiziani: «Mentre un profondo silenzio avvolgeva tutte le cose, e la notte era a metà del suo rapido corso, la tua parola onnipotente dal cielo, dal tuo trono regale, [guerriero implacabile,] si lanciò in mezzo a quella terra [di sterminio]» (Sap 18,14-15).
Dunque, il silenzio nel quale dobbiamo addentrarci per gustare l’evento del Natale è molto di più di quell’esercizio ed atteggiamento ascetico che san Benedetto propone ai suoi monaci nel capitolo 6° della Regola «per evitare il peccato», esso è, piuttosto, l’unico luogo che il nostro cuore può offrire all’incarnarsi della Parola di Dio.

p. Salvatore Piga

ANTICHE PROFESSIONI DI FEDE CRISTIANE – (tre testi di San Paolo)

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ANTICHE PROFESSIONI DI FEDE CRISTIANE -

(in esame: la Prima Lettera ai Corinzi 15, 1-11, che riveste un’importanza tutta particolare, la Lettera ai Romani 1, 3-4, che è una «formula di fede», quasi un «credo» in miniatura, e la Prima Lettera a Timoteo 3, 16)

Formule di fede, acclamazioni, inni contenuti in particolare nell’epistolario paolino ci informano su quale fosse la fede delle prime comunità cristiane

di Simone Valtorta

In che cosa credevano i primi Cristiani? Per saperlo, è inutile riferirsi – come fanno purtroppo molte persone, anche di buona cultura – a quanto è scritto in romanzi di basso o nullo valore culturale, o in pseudo-saggi composti non da storici ma da «professionisti della penna», giornalisti, uomini politici, attori che spacciano per rivelazioni clamorose notizie inventate di sana pianta; chiunque sia interessato all’argomento (ma questo vale per qualsiasi ricerca storica) deve «in primis» riferirsi ai testi dell’epoca, inserendoli nel contesto culturale e religioso della società che li ha prodotti. È quello che faremo in questo breve articolo.
Numerosi passi del Nuovo Testamento, principalmente nelle Lettere di Paolo, contengono frammenti antichissimi (pre-paolini) di confessioni di fede vere e proprie, acclamazioni, inni e tramandano «la fede apostolica comune, precedente la riflessione paolina. Non sono la teologia paolina, ma la base da cui Paolo parte per costruirla. Numerosi indizi lo provano» (Bruno Maggioni in Introduzione alla storia della salvezza, Torino 1973, pagina 223). Questi frammenti non vogliono semplicemente fare una «cronaca» di certi avvenimenti, bensì destare una fede che è accettazione personale e vissuta dell’azione salvifica di Dio a favore degli uomini, nella storia.
Tra i vari passi che si possono citare, ne esamineremo tre: la Prima Lettera ai Corinzi 15, 1-11, che riveste un’importanza tutta particolare, la Lettera ai Romani 1, 3-4, che è una «formula di fede», quasi un «credo» in miniatura, e la Prima Lettera a Timoteo 3, 16, un «inno», il cui contesto originario è quello delle celebrazioni liturgiche.

Prima Lettera ai Corinzi 15, 1-11
«Vi rendo noto, fratelli, il vangelo che vi ho annunziato e che voi avete ricevuto, nel quale restate saldi, e dal quale anche ricevete la salvezza, se lo mantenete in quella forma in cui ve l’ho annunziato. Altrimenti, avreste creduto invano!
Vi ho trasmesso dunque, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto: che cioè Cristo è morto per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto ed è stato risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture, e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici. In seguito apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta: la maggior parte di essi vive ancora, mentre alcuni sono morti. Inoltre apparve a Giacomo, e quindi a tutti gli Apostoli. Ultimo fra tutti apparve anche a me come all’aborto. Io infatti sono l’infimo degli Apostoli, e non sono degno neppure di essere chiamato Apostolo, perché ho perseguitato la Chiesa di Dio. Per grazia di Dio però sono quello che sono, e la Sua grazia in me non è stata vana; anzi ho faticato più di tutti loro, non io però, ma la grazia di Dio che è con me. Pertanto, sia io che loro, così predichiamo e così avete creduto».
Il brano è stato scritto nell’anno 56 dopo Cristo, e rappresenta una delle pagine più antiche (forse addirittura la più antica in assoluto) che abbiamo sulla risurrezione di Gesù; Paolo inoltre richiama la sua precedente predicazione a Corinto (anni 51-52), ma anche allora egli aveva semplicemente trasmesso «alla lettera» ciò che lui stesso aveva ricevuto, quindi bisogna risalire o al tempo della sua permanenza ad Antiochia (verso il 40), o addirittura al tempo della sua conversione (35 circa). Questa data è la più probabile, per ragioni sia linguistiche che stilistiche, e si colloca ad un tempo vicinissimo all’«evento fondatore» della Chiesa (Gesù viene ucciso nell’anno 30).
Ciò che fa problema agli abitanti di Corinto non è tanto la risurrezione di Gesù, quanto la risurrezione dei morti: probabilmente i Corinzi, di cultura greca, sono debitori della mentalità dualistica del tempo, in base alla quale la morte è considerata come il momento della separazione dell’anima dal corpo, quest’ultimo visto come prigione perché tutto ciò che ha a che fare con la materia è caduco, è destinato alla dissoluzione, è fonte di male e di infelicità; ciò che alcuni di essi rifiutano è la risurrezione dei corpi.
Paolo fa notare, citando Menandro, proprio un noto esponente della cultura greca, che «se i morti non risorgono, allora “mangiamo e beviamo, ché domani morremo”» (Prima Lettera ai Corinzi 15, 32): se non v’è risurrezione dei morti, viene meno un elemento fondamentale della speranza cristiana, non c’è più vera salvezza, per cui tanto vale dedicarsi allo stile di vita pagano, alla cura di sé e del proprio piacere, prima che tutto si dissolva. L’annuncio di Paolo è invece incentrato sull’affermazione che Gesù, quel medesimo Gesù che è morto sulla croce, è vivo, è risorto (in tutta la Sua realtà personale, quindi anche con il Suo corpo, benché trasformato), aprendo così per chi crede in Lui un futuro di vita e di speranza.
Il brano inizia con una dichiarazione solenne: Paolo precisa qual è il fulcro della fede cristiana, che lui non ha inventato, ma ricevuto: che Gesù è morto (un fatto storico, che accomuna la Sua sorte a quella di tutti gli uomini) per i nostri peccati – è finito sulla croce perché, pur essendosi fatto uomo per portare la salvezza agli uomini immersi nel peccato, è stato respinto e ha scelto di condividere fino alle estreme conseguenze la sorte degli uomini, legata al peccato e alla morte, mostrando così fino a che punto giunge la volontà di salvezza di Dio nei confronti dell’umanità peccatrice continuamente proclamata dalle Scritture, già nel Primo (o Antico) Testamento (Dio è Colui che è alleato del Suo popolo, che non lo abbandona nonostante le sue infedeltà, che non vuole la morte del peccatore, ma che si converta e viva). Paolo inoltre precisa che Gesù fu sepolto: per gli Ebrei, chi è sepolto è definitivamente morto, diviene polvere e non appartiene più alla comunità dei viventi.
Ma Gesù «è stato risuscitato»: l’immagine è quella del «risveglio» di un dormiente o del «rizzarsi» di uno che giace a terra, ma la risurrezione di Cristo non è la semplice rianimazione di un cadavere, il ritorno allo stato di vita precedente (come Lazzaro, o il giovane di Nain) – il Risorto dopo la Sua morte è in uno stato di vita del quale noi non abbiamo esperienza, per cui non ne possiamo parlare se non per immagini, che vogliono far intuire una realtà, non certo descriverla. E la menzione che è avvenuto il terzo giorno (nel Primo Testamento il terzo giorno era spesso considerato come il giorno della liberazione, della salvezza, della vittoria sulla morte e su ogni forma di schiavitù, dopo un intervallo di smarrimento, di crisi, di «prova»: il terzo giorno Giuseppe libera i suoi fratelli dal carcere, il terzo giorno Dio appare sul Sinai e stringe un’alleanza con il Suo popolo, il terzo giorno Giona viene liberato dal ventre della balena…), questa menzione, dicevamo, non intende precisare una data, ma suggerisce che la risurrezione di Gesù è l’evento decisivo di salvezza, di liberazione: Dio interviene a salvare chi si è affidato alla Sua volontà fino a dare la vita, non lascia il giusto nella morte, ma lo fa risorgere, inaugurando così il tempo della salvezza definitiva. Anche la risurrezione di Gesù è quindi secondo le Scritture: la Bibbia parla della potenza di Dio come di una potenza di vita e di salvezza che non si arresta di fronte a nessun ostacolo, che anche dalla morte e dal nulla sa far scaturire la vita.
Poi Gesù «si è fatto vedere», «si mostrò», «apparve»: non si tratta di un semplice farsi vedere, ma di un andare incontro all’uomo, di un entrare in dialogo con lui. Il Risorto si mostra nelle apparizioni come una persona che prende l’iniziativa di un contatto personale, in vista di un compito da svolgere da parte dei discepoli ai quali si richiede il coinvolgimento personale, la testimonianza vitale. Il linguaggio è quello narrativo, quello che si riferisce a fatti reali, ad avvenimenti fuori discussione quanto a veridicità ed a controllabilità storica: in questo senso si muove anche la lista dei personaggi che vengono citati, tutti testimoni oculari, la cui attendibilità è fuori discussione, alcuni conosciuti personalmente da Paolo.
Abbiamo innanzitutto Cefa (Simon Pietro) e i Dodici, il gruppo di discepoli che Gesù aveva costituito attorno a Sé durante la Sua vita terrena, e la cui testimonianza godeva di particolare autorità all’interno della prima comunità cristiana; poi sono menzionati cinquecento «fratelli» (qui «fratelli» sta per «Cristiani», «credenti»), molti dei quali sono ancora viventi, quindi possono essere direttamente interpellati (con tutta evidenza, erano persone di cui si sapeva il nome). Questa apparizione non è ricordata altrove nel Nuovo Testamento; viceversa, Paolo non menziona le donne (citate nei Vangeli) come destinatarie delle apparizioni: per i dubbiosi di Corinto erano necessarie testimonianze sicure, indiscutibili, e la testimonianza femminile, allora, non godeva di questi requisiti. Si menzionano quindi Giacomo (evidentemente «Giacomo, il fratello [cugino] del Signore»), che occupava una posizione influente in particolare nella Chiesa di Gerusalemme, di cui con Pietro e Giovanni era una delle «colonne», e «tutti gli Apostoli», non solo i Dodici già precedentemente ricordati ma anche altre persone, soprattutto, sembra, alcune figure di missionari, note nella Chiesa primitiva, che hanno particolarmente contribuito alla diffusione del vangelo di Cristo nel mondo di allora. Paolo cita se stesso come ultimo, riferendosi verosimilmente al suo incontro con il Cristo sulla via di Damasco: un incontro «fisico», a «tu per tu», non un’«illuminazione»; dal momento che Paolo era stato, fino a quel momento, un persecutore dei Cristiani, la sua chiamata e l’efficacia della sua predicazione mostrano con particolare evidenza la forza e la gratuità della potente azione di Dio.
«Nella Prima Lettera ai Corinzi, scritta molto prima dei nostri Vangeli, ci è dunque tramandata un’antica testimonianza sulla risurrezione, che Paolo già a Corinto predicò come “vangelo” (annuncio di gioia), che egli stesso precedentemente aveva “ricevuto” e che “trasmise” fedelmente, in accordo con la predicazione degli altri Apostoli (versetto 11). Contenuto di questo vangelo è un evento unico, straordinario e non esprimibile adeguatamente nel nostro linguaggio: Cristo morì e fu sepolto; Egli è stato risuscitato poco dopo la Sua morte secondo le promesse di salvezza dell’Antico Testamento ed è apparso a persone di cui si fa il nome e la cui attendibilità per i Corinzi era fuori discussione. Solo la fedeltà a questa “parola”, predicata fin dall’inizio nella Chiesa, porta, secondo Paolo, la salvezza» (J. Kremer, La testimonianza di 1 Cor 15, 3-8 sulla risurrezione di Cristo, in Autori Vari, Dibattito sulla risurrezione di Gesù, Brescia 1969).
La risurrezione di Cristo apre un futuro di vita per tutto l’uomo, in tutta la sua realtà personale (compreso il corpo); è inoltre una salvezza che riguarda tutti gli uomini: il destino di Gesù è il nostro stesso destino. L’ultima parola di Dio è una parola di vita, non di morte: la vicenda dell’umanità intera non è nelle mani del caso o del destino, ma ha un senso, e un senso di vita, di salvezza; chi non ha capito questo, non ha capito l’elemento centrale della fede cristiana, anzi, non conosce Dio, quel Dio di cui parlano le Scritture e che non lascia nella morte coloro che fino alla morte si sono impegnati ad eseguire la Sua volontà: alla morte segue la risurrezione. Questo è il vangelo che Paolo annuncia!

Lettera ai Romani 1, 3-4
«…riguardo al Figlio Suo, nato dalla stirpe di Davide secondo la carne, costituito Figlio di Dio con potenza secondo lo Spirito di santità dalla risurrezione dei morti, Gesù Cristo, nostro Signore».
Si tratta di una formula di fede antichissima, che Paolo ha inserito nella solenne apertura di questa sua lettera di presentazione ai Cristiani di Roma: la sua fede ha al centro «Gesù Cristo, nostro Signore», che manifesta pienamente Se stesso e tutta l’azione salvifica di Dio nei confronti degli uomini con la Sua risurrezione. Chi risorge non è però semplicemente un Dio in forma umana, ma un uomo preciso, vissuto in un certo modo, dotato di una inconfondibile individualità storica. Il Figlio si è fatto veramente uomo, è diventato uno di noi, partecipe della nostra vicenda terrena; è nato alla vita come nascono tutti i figli dell’uomo e in un popolo preciso, destinatario delle promesse di Dio: è della stirpe di Davide, e «Davide è tutta la storia di Israele e la speranza che un giorno possa trovare il proprio coronamento glorioso» (F. J. Leenhardt, L’épître de Saint Paul aux Romains, Neuchâtel-Paris 1957, pagina 22). L’esistenza umana e terrestre di Gesù sbocca sulla risurrezione che dà inizio alla vita che più non muore, quella alla destra del Padre.
L’idea è quella dell’esaltazione: secondo le promesse del Primo Testamento, il Messia viene riconosciuto come tale ed esaltato, intronizzato come dominatore sui popoli e sulla storia; la risurrezione di Gesù apre per tutti i popoli del mondo, per tutti gli uomini, un futuro di vita e di salvezza. Gesù, il Figlio, nascendo tra noi come uno di noi, rivela la potenza di Dio, la forza con la quale Dio sconfigge la morte, ed anche dal nulla sa far sorgere la vita.

Prima Lettera a Timoteo 3, 16
«Dobbiamo confessare che grande è il mistero della pietà:
Colui che si è manifestato nella carne,
è stato giustificato nello Spirito,
è stato presentato agli angeli,
è stato annunziato alle nazioni,
è stato creduto dal mondo,
è stato elevato nella gloria».
Nella vita della primitiva comunità cristiana, uno dei luoghi caratteristici dell’annuncio è la liturgia: nell’assemblea di culto la comunità dei discepoli sperimenta e vive quello che predica, celebra quello che crede; le formule usate traducono la fede comune dei partecipanti alla celebrazione liturgica, e costituiscono quindi un’espressione significativa del modo con il quale i primi Cristiani leggevano il mistero da essi creduto ed annunciato. Ha scritto C. H. Dodd, in La predicazione apostolica e il suo sviluppo (Brescia 1973, pagina 83), che «quando la Chiesa diede un assetto stabile alla propria vita, il contenuto del kerygma [annuncio] entrò a far parte della “regola di fede” riconosciuta dai teologi del II e III secolo come presupposto della teologia cristiana. Dalla “regola di fede” a sua volta venne fuori il “credo”… Nello stesso tempo il kerygma esercitò un influsso moderatore sulla formazione della liturgia. Mentre la teologia progrediva oltre le posizioni stabilite da Paolo e Giovanni, la forma e il linguaggio della Chiesa orante restarono più aderenti al modello del kerygma. Forse proprio in alcuni punti delle grandi liturgie della Chiesa ci troviamo maggiormente vicini alla predicazione apostolica originaria».
È interessante allora accostare anche testi originariamente liturgici, rintracciabili nella produzione neotestamentaria; questo è il caso della Prima Lettera a Timoteo 3, 16, un inno (o frammento di inno) celebrativo-liturgico inserito solo in un secondo tempo nella lettera al discepolo e collaboratore di Paolo, Timoteo.
L’inno è tutto giocato sul parallelismo antitetico terra-cielo: il mistero della glorificazione di Cristo si realizza tra due sfere contrapposte («carne», «nazioni», «mondo» da un lato; «Spirito», «angeli», «gloria» dall’altro: mondo terrestre e mondo celeste), che accostate alludono al creato preso nella sua interezza. Si parla della manifestazione di Gesù nell’umiliazione della carne e nella gloria dello Spirito.
Questi pregnanti versetti, che coinvolgono il cielo e la terra, sono espressione dell’universalità della rivelazione salvifica di Dio in Gesù Cristo: in Lui si riconciliano il cielo e la terra.
Questo è il kerygma che viene annunziato: la sua diffusione trascende i confini angusti di una cultura e di una razza, per essere universale («nazioni» non abbraccia solo i pagani in quanto differenziati da Israele, unico «popolo di Dio», ma l’intera umanità, includendo perciò anche Israele, attraverso cui è giunta la promessa e la benedizione).
Al centro del «mistero della pietà» c’è il Cristo glorificato: dimorante nella gloria di Dio, ma la cui azione di salvezza penetra nel profondo tutto il mondo e tutta la storia.

Conclusione
Dai testi esaminati emerge chiaramente la centralità della Pasqua di Cristo nella vita di fede della prima comunità cristiana; questa centralità è evidente nella testimonianza della predicazione, nelle professioni di fede, nelle celebrazioni liturgiche… ciò cui si rivolge la fede degli Apostoli e dei primi discepoli non è la vicenda storica di Gesù, ma è la conclusione, la morte e risurrezione: quel Gesù che è stato crocifisso è risuscitato ed è vivo, per la nostra salvezza. Il Signore Gesù non ha abbandonato i Suoi discepoli dopo la Sua morte: Egli è ancora in mezzo a loro, e si è mostrato vivo in diversi modi. Ciò che i primi Cristiani credono nella fede, annunciano nella predicazione, celebrano nella liturgia e testimoniano nella vita, non è un coacervo inestricabile di verità astratte o una serie di avvenimenti slegati tra loro, ma ha un suo punto di riferimento originario, preciso e inconfondibile: la Pasqua di Cristo.
La «buona notizia» che ci è testimoniata è che Gesù, morendo, non è scomparso nel nulla, ma è giunto a Dio: Egli è vivo, assunto con tutta la Sua realtà personale in quella pienezza di vita che supera ogni nostra aspettativa, che sfugge ad ogni nostro tentativo di comprensione esaustiva. È con il Padre.
Ed ha aperto per noi la strada: là dove è Lui, saremo anche noi.

LETTERA DI PAOLO AI ROMANI. CHI CI SEPARERÀ DALL’AMORE DI CRISTO….? COMMENTO DEL CARD. RAVASI

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LA PAROLA DI DIO DALLA PRIMA LETTURA. LA LETTERA DI PAOLO AI ROMANI. CHI CI SEPARERÀ DALL’AMORE DI CRISTO….? COMMENTO DEL CARD. RAVASI

By Pmartucci

Rm 8,31-39 Sal 108 Lc 13,31-35

Rm 8, 31-39

31Che diremo dunque di queste cose? Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?32Egli, che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi, non ci donerà forse ogni cosa insieme a lui? 33Chi muoverà accuse contro coloro che Dio ha scelto? Dio è colui che giustifica! 34Chi condannerà? Cristo Gesù è morto, anzi è risorto, sta alla destra di Dio e intercede per noi!
35Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada?36Come sta scritto:
Per causa tua siamo messi a morte tutto il giorno,
siamo considerati come pecore da macello.
37Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori grazie a colui che ci ha amati. 38Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, 39né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore.

DA UN COMMENTO DEL CARD. G.RAVASI ALLA LETTERA DI PAOLO
Oggetto d’indomato amore e di ardente detestazione, Paolo traccia una discriminante soprattutto tra giudaismo e cristianesimo ma anche tra ellenismo e cultura cristiana, divenendo «scandalo» nel senso etimologico della parola greca, cioè pietra d’inciampo. La sua conversione fu un’assunzione esclusiva del Cristo come termine di ogni verità e di ogni giudizio. Una vera immedesimazione con la sua persona, fino a dire: «Non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me» «Come la fiamma che si abbatte tra le canne e il fieno trasforma nella propria natura ciò che arde – scriveva Giovanni Crisostomo – così Paolo tutto invade e tutto trasporta alla verità, torrente che tutto raggiunge e che schianta gli ostacoli. Come atleta che insieme lotta e corre e sferra pugni, come soldato che combatte in campo aperto, così Paolo usava ogni genere di battaglia, spirando fuoco…» Paolo, Servo di Cristo Gesù, Apostolo per vocazione». Inizia proprio con questa autodefinizione la Lettera che san Paolo indirizza «a quanti sono in Roma amati da Dio e santi per vocazione». Ed è partendo da queste parole che noi ora vorremmo proporre in modo molto essenziale e sintetico un profilo dell’Apostolo per eccellenza, in occasione dell’«anno paolino» che la Chiesa sta celebrando, anno simbolico non essendo a noi nota la data reale della nascita a Tarso di colui che avrebbe inciso così profondamente nella storia della cristianità e dell’intera umanità.
Come scriveva il nostro grande poeta Mario Luzi, «il nucleo della forza di Paolo sta nell’assunzione totale ed esclusiva del Cristo Gesù come termine di ogni verità e di ogni giudizio. Si tratta anzi di una vera immedesimazione con la sua persona e di una piena integrazione nel suo corpo avvenute (e predicate) mediante il battesimo nella morte di Gesù». Paolo, «il Lenin del cristianesimo»? Eppure non sempre la figura dell’Apostolo è stata esaltata. «Il vero cristianesimo, che durerà eternamente, viene dai vangeli, non dalle epistole di Paolo. Gli scritti di Paolo sono stati, in verità, un pericolo e uno scoglio; sono stati la causa dei principali difetti della teologia cristiana. Paolo è il padre del sottile Agostino, Paolo è il padre dell’arido Tommaso d’Aquino, Paolo è il padre del tetro calvinista, Paolo è il padre del bisbetico giansenista. Gesù è, invece, il padre di tutti coloro che cercano nei sogni dell’ideale il riposo delle anime loro». Così dichiarava nel suo Saint Paul (1869) Ernest Renan, iscrivendosi nella lista dei detrattori dell’Apostolo, come avrebbe fatto più tardi il «laico» Gide, insofferente per il Paolo calvinista della sua famiglia d’origine. Oggetto d’indomato amore e di ardente detestazione, Paolo traccia una discriminante soprattutto tra giudaismo e cristianesimo ma anche tra ellenismo e cultura cristiana, divenendo «scandalo» nel senso etimologico di questa parola greca, cioè pietra d’inciampo. Per secoli nel giudaismo Paolo è stato bollato come traditore e apostata; ma non è mancato più recentemente chi, come l’ebreo Richard I. Rubenstein, l’ha ritrovato «fratello» ( My Brother Paul, New York 1972) o, come si legge nel titolo di un’opera di Alan F. Segal, l’ha definito Saul the Pharisee (New Haven 1990), considerandolo l’unico scrittore fariseo del I sec. e il fervido annunziatore del monoteismo ai pagani, mentre un esegeta cristiano, Ed P. Sanders, allentava di molto le tensioni tra Paolo e la dottrina giudaica tradizionale, contrariamente all’opinione dominante. Anche nel cristianesimo l’Apostolo per eccellenza, come viene chiamato, non ha mancato di dividere. La stessa definizione di «secondo fondatore del cristianesimo», coniata nel 1904 da Wilhelm Wrede nel suo Paulus, è ambigua: può indicare un’opera benefica di rigenerazione rispetto al primo fondatore Gesù, ma pure un intervento devastante di degenerazione. In questo secondo senso si muoverà Nietzsche, che nel suo Anticristo bollerà Paolo come «disangelista», cioè annunziatore di una cattiva novella, al contrario degli «evangelisti»; mentre Gramsci sbrigativamente lo classificherà come «il Lenin del cristianesimo». Certo è che qualche riserva almeno per un uso improvvido delle sue teorie appariva già nel Nuovo Testamento quando nella Seconda Lettera di Pietro si leggeva: «[Nelle lettere del nostro carissimo fratello Paolo] vi sono alcune cose difficili da comprendere e gli ignoranti e gli incerti le travisano, al pari delle altre Scritture, a loro rovina» (2 Pt 3,16). Non è mancato, però, chi ha abbozzato ritratti aureolati dell’Apostolo, come Giovanni Crisostomo, patriarca di Costantinopoli, che nella XXV Omelia dedicata alla Seconda Lettera ai Corinzi, esclamava: «Come la fiamma che si abbatte tra le canne e il fieno trasforma nella propria natura ciò che arde, così Paolo tutto invade e tutto trasporta alla verità, torrente che tutto raggiunge e che schianta gli ostacoli. Come atleta che insieme lotta e corre e sferra pugni, come soldato che assedia le mura e combatte in La « conversione di San Paolo » di Caravaggio (1601)campo aperto e guerreggia sulle navi, così Paolo usava ogni genere di battaglia, spirando fuoco… Balzava in ogni luogo senza interruzione, accorreva presso gli uni, raggiungeva gli altri, assisteva questi e si affrettava da quelli, più veloce del vento. Governava come fosse una sola casa o una sola nave il mondo intero, sollevando i sommersi, consolidando coloro che turbati cadevano, comandando ai marinai; seduto a poppa, teneva fisso lo sguardo a prua, tirava le funi, manovrava i remi, tendeva le vele con gli occhi che scrutavano il ciclo, facendo tutto da solo, come nocchiero, prodiere, vela, nave. E tutto per portare fuori dalla sventura tutti». Lutero ha assunto la Lettera ai Romani come vessillo della sua Riforma, brandendo spesso una frase paolina come spada per la sua lotta teologica ed ecclesiale. Bossuet nel suo Panegirico di San Paolo (1659) esaltava «colui che non lusinga le orecchie ma colpisce dritto al cuore», mentre Victor Hugo nel William Shakespeare (1864) lo inseriva tra i genii, «santo per la Chiesa, grande per l’umanità…, colui al quale il futuro è apparso: nulla è superbo come questo volto stupito dalla vittoria della luce». Franz Werfel nel dramma Paolo tra gli Ebrei (1926) cercava, invece, di illustrare il fallito tentativo del giudaismo di non perdere questo suo figlio brillante. Il suo antico maestro Gamaliel lo supplica: «Per la libertà di Israele, confessa: Gesù era solo un uomo!»; ma Paolo ormai ha la vita attraversata dalla luce di Cristo e non può che respingere il pur amato rabbì Gamaliel. Si potrebbe a lungo continuare questo elenco di ammiratori di Paolo, giungendo fino ai nostri giorni. Pensiamo al Saulo dell’ungherese Miklos Meszöly, composto tra il 1962 e il 1967, diario autobiografico paolino in cui il persecutore si trasforma nell’uomo braccato dal mistero, «come se fossi sempre inseguito da qualcuno» che alla fine lo raggiunge per sempre. Ma vorremmo soprattutto evocare quell’«abbozzo di sceneggiatura per un film su San Paolo (sotto forma di appunti per un direttore di produzione)», datato «Roma, 22-28 maggio 1968», che Pier Paolo Pasolini ha elaborato e ripreso nel 1974 senza mai concluderlo e che sarà pubblicato postumo nel 1977 con il titolo San Paolo. L’idea era di trasporre la vicenda dell’Apostolo ai nostri giorni, sostituendo le antiche capitali del potere e della cultura con New York, Londra, Parigi, Roma, la Germania. «Paolo è qui, oggi, tra noi» scriveva l’autore delle Lettere luterane «egli demolisce rivoluzionariamente, con la semplice forza del suo messaggio religioso, un tipo di società fondata sulla violenza di classe, l’imperialismo, lo schiavismo…. Il film, però, rivelerà la contrapposizione tra ‘attualità’ e ‘santità’: il mondo della storia che tende, nel suo eccesso di presenza e di urgenza, a sfuggire nel mistero, nell’astrattezza, nel puro interrogativo; e il mondo del divino che, nella sua religiosa astrattezza, al contrario, discende tra gli uomini, si fa concreto e operante». Sulla strada verso Damasco «Oltre ogni misura perseguitavo la Chiesa di Dio cercando di distruggerla»; così confessava Paolo ai Galati (Gal 1,13) in un vasto brano autobiografico (cc. 1-2), documento rilevante per la ricostruzione della vicenda personale dell’Apostolo, insieme con 1’«autoelogio» di 2 Corinzi 11-12. Una confessione che ribadirà ai Filippesi: «Ero uno zelante persecutore della Chiesa» (Fil 3,6). Negli Atti degli Apostoli, dopo la lapidazione di Stefano, il primo martire cristiano, si annota: «Saulo era compiaciuto della soppressione di Stefano» (At 8,1). Ma ecco la grande svolta che Paolo affida solo a tre verbi, due di illuminazione, uno di lotta: «[Cristo] è apparso anche a me … [Dio] si degnò di rivelarmi il suo Figlio… Sono stato afferrato da Cristo Gesù» (1 Cor 15,8; Gal 1,16; Fil 3,12). Tre sono anche le
narrazioni di quella celebre epifania sulla via di Damasco: Ace le offrono gli Atti degli Apostoli, alla terza persona nel c. 9 e alla prima nei cc. 22 e 26. Quell’evento è per Paolo discriminante: da allora ci sarà un «prima» sconfessato e un «poi» tutto segnato da Cristo. Prima c’era Saulo («Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?», gli grida la voce misteriosa), poi ci sarà Paolo, l’apostolo di Cristo.Anche Felix Mendelssohn Bartholdy nel suo mirabile oratorio Paulus op. 36, ideato a partire dal 1831 ed eseguito per la prima volta a Düsseldorf il 22 maggio 1836 con ben 356 coristi e 160 strumentisti, ha diviso la storia paolina desunta dagli Atti degli Apostoli in due parti, affidandola a due bassi diversi, l’uno è Saulo e l’altro incarna Paolo. «Un’opera, quella di Mendelssohn» come riconosceva Robert Schumann «dell’arte più pura, un’opera di pace e di amore». Nei nostri occhi, invece, quell’illuminazione divina rimane fissa nella raffigurazione della tela del Caravaggio a Santa Maria del Popolo a Roma, con l’enorme cavallo che sogguarda Saulo disarcionato e accecato. Una conversione che diventa quasi il modello di ogni altro rivolgimento spirituale. Basterebbe pensare ad Agostino che muterà la sua vita proprio aprendo una pagina paolina, al c. 13 della Lettera ai Romani: «Non nelle crapule e nelle ebbrezze, non negli amplessi e nelle impudicizie, non nelle contese e nelle invidie, ma rivestitevi del Signore Gesù Cristo e non assecondate la carne nelle sueconcupiscenze! Non volli leggere oltre, né mi occorreva. Appena terminata la lettura di questa frase, una luce di certezza penetrò il mio cuore e tutte le tenebre del dubbio si dissiparono» ( Confessioni VIII, 12,29). Osservava Victor Hugo nel citato William Shakespeare: «La via di Damasco è necessaria al cammino del progresso. Cadere nella verità e rialzarsi uomo giusto è una cadutatrasfigurazione: questo è sublime! Questa è la storia di Paolo e, dopo di lui, questa sarà la storia dell’umanità. Il progresso si attuerà solo attraverso una serie di illuminazioni». Anche August Strindberg nel suo audace dramma Verso Damasco, composto tra il 1898 e il 1904, trasforma quell’evento antico in una parabola del percorso della vita, ma per lo scrittore svedese la via che conduce a Damasco è un labirinto onirico ove le tracce si confondono, è una spirale ossessiva ove il passato a brandelli si mescola con il presente, ove ogni decorso lineare si aggroviglia in ripetizioni, ove ogni sbocco atteso si rivela un inganno, ove la folgorazione finale non accade. Così non è per Saulo che da quel giorno degli anni 32-35, a poca distanza dalla morte di Cristo, diventa il più appassionato missionario cristiano, soprattutto sulle strade dell’area geografica chiamata poeticamente da Deissmann «l’ellisse dell’ulivo», cioè la costa mediterranea che si dispiega da Antiochia, Efeso, Tessalonica, Atene, Corinto, fino a Roma. Proteso fin dall’inizio verso i pagani (Gal 1,16) e incline a scegliere i grossi centri (l’unica città di rilievo esclusa fuAlessandria d’Egitto), Paolo «evangelista» procede armato solo della parola, «come se Dio esortasse Iper mezzo nostro» (2 Cor 5,20), «non parola d’uomo ma parola di Dio, che effonde la sua energia in voi che avete creduto» (1 Ts 2,13). Il vangelo, però, non è solo una teoria, è anche e soprattutto un modo di esistere ed è per questo, come notava Dietrich Bonhoeffer nel suo Schema per un saggio scritto in carcere, che la parola dev’essere sostenuta dal «modello umano che trae origine dall’umanità di Cristo». Paolo, allora, si presenta proprio come un modello di vita da imitare: «Fatevi miei imitatori, come io lo sono di Cristo» (1 Cor 4,16). Le sue Lettere sono questo intreccio tra parola e vita; non sono, come spesso erroneamente si crede, freddi trattati teologici. La lingua stessa è piegata all’azione, come riconosceva uno che se ne intendeva, Erasmo da Rotterdam nella lettera premessa alle due Epistole paoline ai Corinzi: «Se si suda a spiegare le idee di poeti e oratori, con questo retore [Paolo] si suda ancor di più a capire cosa vuole, a cosa mira», pronto com’è a farsi greco con i greci, giudeo con i giudei, «servo di tutti, per guadagnare il maggior numero« a Cristo (1 Cor 9,19-23). Il citato Wrede chiamava giustamente le Lettere paoline «frammenti di missione» e noi ad esse potremmo applicare la definizione che uno scrittore greco contemporaneo a Paolo, Demetrio, aveva coniato per il genere epistolare: è «l’altra parte del dialogo», che di sua natura è già intessuto con la presenza e la parola viva. Un mistero ancora da scoprire La lettura integrale degli scritti di Paolo rimane indispensabile per comprendere tutti i lineamenti di un volto originale e sfuggente. Ed è un limite grave che essi siano quasi del tutto assenti, sia nella predicazione ecclesiale sia nella conoscenza laica: quanti sono i cristiani che hanno letto con attenzione l’intera Lettera ai Romani? E quanti sono i cultori della storia dell’Occidente che hanno cercato di individuare e comprendere le radici paoline? Il vangelo di Paolo è centrato sul Cristo crocifisso e risorto, umiliato e glorioso: si pensi che delle 535 presenze nel Nuovo Testamento del nome di Gesù Cristo (di Gesù, di Cristo e così via) almeno 400 si trovano nell’epistolario paolino. Nella Lettera ai Romani egli confessava: «Chi ci separerà dall’amore di Cristo? La tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? No, in tutte queste cose noi stravinciamo per merito di Lui che ci ha amati. Sono, infatti, convinto che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio in Cristo Gesù, nostro Signore» (Rm 8,35-39). l discorso teologico dell’Apostolo, radicato nel vangelo di Cristo, si allarga però fino ad abbracciare e ad illuminare orizzonti diversi entro i quali l’umanità si muove e si scontra continuamente. Il quadro generale potrebbe, essere così formulato secondo una sintesi suggerita da un esegeta, Pietro Rossano: «In un grande disegno salvifico Dio offre la salvezza a tutti, ebrei e gentili, in Cristo Gesù morto e risorto. Si diventa partecipi della salvezza unendosi a Cristo mediante la fede, morendo con lui al peccato e partecipando alla forza della sua risurrezione. La salvezza tuttavia non è ancora completa finché egli di nuovo ritorni; nel frattempo colui che in Cristo è stato affrancato al potere della legge e del peccato diventa un uomo nuovo per opera dello Spirito e la sua condotta si ispira alla nuova situazione in cui è venuto a trovarsi per la chiamata divina». Questo linguaggio teologico, pur accurato, risulta, però, uno stampo freddo che non può del tutto contenere l’incandescenza del pensiero e del sentimento dell’Apostolo.

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