Archive pour la catégorie 'Lettera ai Romani'

ROMANI 13,11-14 (seconda lettura)

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ROMANI 13,11-14

Fratelli, 11 è ormai tempo di svegliarvi dal sonno, perché la nostra salvezza è più vicina ora di quando diventammo credenti.
12 La notte è avanzata, il giorno è vicino. Gettiamo via perciò le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce.
13 Comportiamoci onestamente, come in pieno giorno: non in mezzo a gozzoviglie e ubriachezze, non fra impurità e licenze, non in contese e gelosie. 14 Rivestitevi invece del Signore Gesù Cristo e non seguite la carne nei suoi desideri.

COMMENTO
Romani 13,11-14
La fine ormai imminente
La lettera ai Romani viene solitamente divisa in due grandi sezioni, una dottrinale (Rm 1,16-11,36) e l’altra parenetica, cioè esortativa (Rm 12,1-15,13), il cui scopo è quello di rileggere in chiave pratica il vangelo della giustificazione per mezzo della fede. In Rm 12 Paolo spiega in modo abbastanza ampio come devono essere i rapporti dei credenti in Cristo fra di loro e con gli estranei. In Rm 13 egli riprende gli stessi temi in modo più specifico. Nella prima parte del capitolo mette in luce i rapporti con le autorità dello stato (13,1-7); egli affronta poi il tema dell’amore verso il prossimo (13,8-10); infine richiama la dimensione escatologica della vita cristiana (13,11-14). Il testo liturgico riporta la terza di queste parti.
Dopo avere esortato i lettori a non avere altro debito se non quello dell’amore vicendevole, di cui parla poi in 13,8-10, Paolo fa una considerazione riguardante i tempi della salvezza: «Questo voi farete, consapevoli del momento: è ormai tempo di svegliarvi dal sonno, perché la nostra salvezza è più vicina ora di quando diventammo credenti (v. 11). Il credente deve praticare l’amore del prossimo consapevole del «momento speciale» (kairos) in cui sta vivendo. Come per chi dorme il sopraggiungere del mattino segna l’ora in cui deve ormai svegliarsi dal sonno, così per il credente il tempo attuale è quello in cui deve rendersi conto che la salvezza finale è ormai più vicina di quando ha aderito alla fede. Paolo si rifà qui alla convinzione, ampiamente diffusa tra i primi cristiani, secondo cui il ritorno del Signore è imminente (cfr. 1Ts 4,13-18), e ogni momento che passa lo rende più prossimo.
Il paragone del mattino che si avvicina viene poi ulteriormente elaborato: «La notte è avanzata, il giorno è vicino. Gettiamo via perciò le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce» (v. 12). Come coloro per i quali la notte sta ormai per passare devono disporsi alla giornata che comincia, così i credenti devono disfarsi delle «opere delle tenebre» e «rivestire le armi della luce». La contrapposizione tra luce e tenebre, considerate rispettivamente come la sfera di Dio e quella delle forze a lui avverse, appare già in diversi testi biblici (cfr. Is 9,1; Sal 27,1) e nei testi esseni ritrovati a Qumran, come per esempio nel Manuale della Guerra che dovrà un giorno combattersi tra i figli della luce e i figli delle tenebre; ad essa si ispirano anche gli scritti cristiani successivi (cfr. Ef 5,8-14; Gv 1,4-5; 8,12). Le tenebre producono «opere» che devono essere abbandonate, mentre la luce fornisce «armi» (cfr. Ef 6,13-17) con cui combattere: forse si suppone che di fronte alle tenebre l’uomo è succube di un potere avverso, mentre, quando è investito dalla luce, diventa attivo nella ricerca del bene.
Il paragone della notte che lascia il posto al giorno suggerisce a Paolo un’altra esortazione «Comportiamoci onestamente, come in pieno giorno: non in mezzo a orge e ubriachezze, non fra lussurie e impurità, non in litigi e gelosie» (v. 13). Il credente deve «comportarsi» (peripateô, camminare) onestamente, come in pieno giorno. Ciò significa l’abbandono degli atteggiamenti negativi che caratterizzano quelli che operano nelle tenebre. Questo comportamento negativo viene delineato mediante un piccolo catalogo che comprende tre coppie di vizi, che hanno come ambito la mancanza di autocontrollo (orge e ubriachezze), i rapporti sessuali (lussurie e impurità), i rapporti vicendevoli (litigi e gelosie): ad essi Paolo si è richiamato all’inizio della lettere descrivendo il comportamento dell’umanità fuori di Cristo (cfr. Rm 1,29-30). I credenti non devono cedere di fronte ad essi, ma reagire in modo deciso e coerente: «Rivestitevi invece del Signore Gesù Cristo e non seguite la carne nei suoi desideri» (v. 14). Rivestirsi del Signore Gesù Cristo (cfr. Gal 3,27) significa diventare una sola cosa con lui, cioè partecipare pienamente alla sua esperienza di morte e di risurrezione assumendo la sua mentalità e il suo comportamento: è questo il modo migliore per resistere alle lusinghe del male. In pratica, ciò richiede, letteralmente, di «non prendersi cura (pronoian mê poiein) della carne per i desideri (eis epithymias)»: i credenti dunque non devono venir meno al proprio impegno, portando così a termine il cammino iniziato nel battesimo.

Linee interpretative
La vita cristiana è posta all’insegna del compimento finale. Il credente non è uno che è già arrivato alla meta, ma uno che si orienta quotidianamente verso di essa, lottando coraggiosamente contro tutti gli ostacoli e le tentazioni che gli rendono difficile il cammino. Egli deve dunque vivere nell’attesa della pienezza finale, ormai imminente, anticipando nell’oggi i valori che essa implica. Ciò richiede una continua identificazione con Cristo, il quale è già entrato nella fase finale del Regno e attira a sé coloro che credono in lui. La prospettiva escatologica diventa così una dimensione fondamentale dell’etica cristiana.
In un contesto in cui è ormai caduta l’idea di una fine imminente, il compimento finale viene a identificarsi con un progetto di vita elaborato alla luce del vangelo, nel quale il credente trova non solo le motivazioni per cui agire, ma anche la forza per non cedere alle suggestioni del male. Senza la visione di un mondo da trasformare, cambiando anzitutto se stessi, la vita cristiana rischia di diventare semplicemente una pratica di comandamenti morali, senza quella spinta di rinnovamento che stimola al miglioramento e al progresso individuale e comunitario.

LETTERA DI SAN PAOLO APOSTOLO AI ROMANI – INTRODUZIONE

http://www.movimentoapostolico.it/romani/testi/capitoli/introdrom.htm

LETTERA DI SAN PAOLO APOSTOLO AI ROMANI – INTRODUZIONE

La Lettera di San Paolo Apostolo ai Romani possiamo definirla un compendio perfetto del mistero della salvezza. In essa tutti i temi legati alla Redenzione dell’uomo vengono affrontati e risolti con somma chiarezza di dottrina e di sapienza nello Spirito Santo, che dona ad ogni realtà il suo valore, ma soprattutto la legge secondo la sua interiore verità.
San Paolo è questa luce soprannaturale di sapienza che dice bene il bene e male il male. In questo è di Maestro al nostro secolo che avvolto dalla grande confusione e dall’ambiguità sa trasformare il bene in male e il male in bene. Per San Paolo il peccato è peccato, la luce è luce, la grazia è grazia, il male è male e nessuno lo può chiamare bene. La non retta conoscenza di Dio o l’ignoranza circa la sua conoscenza anche questa è un male, che produce tanto altro male nel mondo.
Per San Paolo tutto il mondo è avvolto dalla non conoscenza di Dio, da una cattiva conoscenza, da una conoscenza non secondo verità. È compito dell’apostolo del Signore – e l’apostolo per questo è stato chiamato – far risplendere nel mondo dell’ignoranza e dell’ambiguità circa la conoscenza di Dio il mistero e la luce radiosa del Vangelo.
L’obbedienza alla fede è la via della salvezza. Per Paolo la fede non è un sentimento che parte dal cuore dell’uomo e raggiunge Dio. La fede nasce dalla Parola, la Parola è Cristo, Verbo Eterno ed increato del Padre, Suo Figlio Unigenito generato da Lui nell’eternità. La Parola eterna si è fatta carne, quindi parola visibile ed udibile, parola pronunziata che rivela il mistero di Dio e dell’uomo, ma lo rivela nella sua vita, per la sua vita, chiamando ognuno a diventare sua vita, divenendo suo corpo. L’obbedienza alla fede dice essenzialmente accoglienza di Cristo e della sua Parola, vita in Cristo e nella sua Parola, ascolto del Vangelo per essere vissuto in ogni sua parte. L’obbedienza pertanto è un fatto soprannaturale e l’adesione della mente e del cuore; è la consegna di noi stessi a Dio che ha parlato a noi per mezzo di Gesù Suo Figlio. L’obbedienza alla fede è il tema portante di tutta la Lettera ai Romani.
L’uomo creato ad immagine e somiglianza di Dio ha in sé la possibilità di conoscere Dio attraverso molteplici vie. La Scrittura conosce la via analogica: dalla perfezione e bellezza delle opere di Dio si può pervenire all’infinita bellezza e sapienza di colui che le ha create. Di fatto però molti uomini vivono nell’ignoranza di Dio. Non lo conoscono, perché? La risposta Paolo non la trova nell’intelligenza dell’uomo, ma nella sua volontà. Quando un uomo non è più puro nel cuore, quando si abbandona al vizio e al peccato, quando si lascia avvolgere dalle tenebre, egli altro non fa che soffocare la verità nell’ingiustizia e l’ingiustizia è il suo agire in totale difformità con la giustizia di Dio che è la sua volontà, scritta nel nostro cuore, manifestata attraverso la rivelazione. Da qui l’urgenza di iniziare la via dell’evangelizzazione dei popoli, affinché attraverso l’ascolto della verità e il dono dello Spirito Santo possano entrare nella vera conoscenza di Dio, piena e totale, e godere i frutti della salvezza accogliendo la redenzione di Cristo Gesù.
Altro problema suscitato è quello della coscienza e della legge. Siamo salvati per l’osservanza della giustizia. La conoscenza della giustizia è data dalla coscienza e dalla conoscenza della legge. La coscienza tuttavia non possiede la pienezza della conoscenza della giustizia. La coscienza non illuminata dalla perfezione della verità conosce come a tentoni, a sprazzi. Ma l’uomo non è chiamato ad una giustizia parziale, ad una conoscenza imperfetta, ad una realizzazione a metà di sé, egli è chiamato a compiere tutto il cammino della salvezza che è per ogni uomo vocazione ad essere in tutto conforme all’immagine di Cristo Gesù. Poiché questo può solo avvenire nella conoscenza di Cristo e della sua Parola è più che giusto, anzi necessario che ogni uomo venga a conoscenza di questa verità, venga a sapere chi è Cristo e cosa ha fatto per lui, perché scegliendolo ed accogliendolo e vivendo santamente il suo Vangelo raggiunga la perfezione a cui è stato chiamato fin dall’eternità.
La giustificazione per mezzo della fede al Vangelo, cioè che nasce dall’adesione a Cristo e alla sua Parola di salvezza, è la sola salvezza perfetta. Tutte le altre sono imperfette. Sono imperfette perché non realizzano a pieno il mistero dell’uomo né su questa vita, né nell’eternità. È in questa imperfezione salvifica la ragione profonda per cui ogni cristiano e in modo particolare l’apostolo del Signore e i suoi collaboratori – Vescovo e presbiteri – hanno l’obbligo grave di coscienza di predicare il Vangelo, di annunziare Cristo, di andare per terra e per mare per fare conoscere Lui e la potenza della sua salvezza. Questo non solo per obbedire a Gesù Cristo che li ha chiamati e li ha costituiti missionari della sua Morte e della sua Risurrezione, ma anche per amore dell’uomo. Chi ama veramente l’uomo deve dargli il bene più grande, il bene assoluto, il bene eterno, il solo bene che lo fa veramente essere uomo e questo unico bene è Gesù Cristo, solo Lui e nessun altro, nel suo mistero di morte e di risurrezione.
Gesù è il Redentore di ogni uomo e Lui ha compiuto la Redenzione mentre noi eravamo empi, lontani da Dio, suoi nemici, perché avvolti dal peccato sia originale che attuale. La morte di Gesù per gli empi al tempo stabilito non deve significare in nessun modo che noi dobbiamo restare tali o che saremo comunque salvati perché Cristo è morto per noi. Cristo è morto per gli empi, è morto per il mondo intero. La salvezza si compie nel momento in cui risuona la parola della salvezza e la si accoglie, prestando l’obbedienza alla fede, cioè alla Parola e vivendo secondo la verità in essa contenuta. Dall’empietà ognuno è chiamato a passare nella pietà, nell’amore filiale, lo stesso amore che manifestò Gesù al Padre offrendo a Lui la propria vita per la salvezza del genere umano.
Ci sono pertanto due misteri che si devono compiere nell’uomo. L’uomo attuale non è l’uomo voluto da Dio. Egli non diviene uomo per il semplice fatto di essere concepito, di nascere e di crescere come creatura umana. Ogni uomo che viene in questo mondo è avvolto dal mistero di Adamo, nasce con la sua disobbedienza, nella perdita dei beni divini ed eterni. Nasce come diviso in se stesso. Ogni sua facoltà è come se camminasse per se stessa, ma questa è solo apparenza, poiché la passione, la concupiscenza ha il sopravvento sull’anima; è il corpo che governa l’anima e non viceversa. Quando il corpo governa l’anima, tutto l’uomo cammina di peccato in peccato, di morte in morte, di stoltezza in stoltezza. L’insipienza lo avvolge e lo consuma.
Dal mistero di Adamo ogni uomo deve fare il passaggio nel mistero di Cristo e Cristo è l’uomo che è mosso solo dallo Spirito Santo, secondo la Volontà di Dio. Cristo è l’uomo che ha sottomesso tutto se stesso corpo, anima e spirito a servizio del Padre per la redenzione del mondo. Tutto Egli ha consegnato di se stesso al Padre, niente che è in Lui gli è appartenuto per un solo istante. Questa è la vocazione dell’uomo: diventare in Cristo servo del Padre, mosso dallo Spirito Santo, pronto sempre a compiere il suo volere. Questo è possibile solo per grazia, accogliendo tutta la grazia e la verità che Cristo ha fruttificato per noi sull’albero della croce, nel suo mistero di morte e di risurrezione. Cristo è la perfetta immagine a somiglianza della quale ogni uomo è chiamato a trasformarsi. Senza questa trasformazione egli non compirà il mistero di Cristo in lui che è la sua vocazione eterna. Dio Padre creando l’uomo lo ha creato perché divenisse ad immagine di Cristo suo figlio. Lo ha fatto a sua immagine e somiglianza, ma lo ha fatto solo come primo momento della creazione dell’uomo, come momento incipiente, il momento perfettivo, momento assoluto, è quello però di divenire ad immagine di Cristo crocifisso e risorto. Questa è la vocazione e questo è il mistero che deve realizzare in sé.
Lo potrà realizzare solo per mezzo dello Spirito Santo. Lo Spirito Santo è il primo frutto del mistero pasquale di Cristo Gesù, frutto dato, frutto da dare ad ogni uomo. Lo Spirito Santo è stato dato agli Apostoli, questi dovranno darlo ad ogni uomo, altrimenti il mistero della loro configurazione totale a Cristo Gesù non si compie, non si può realizzare. Lo Spirito viene dato attraverso una duplice via. È dato come Spirito di conversione attraverso la Parola di Cristo annunziata nella santità del missionario del Vangelo. Con la Parola che giunge al nostro orecchio lo Spirito che è nel missionario e che vive in lui operativamente a causa della sua santità, tocca il cuore e lo fa aderire alla Parola della Predicazione. Poi è dato come Spirito di rigenerazione e di conformazione al mistero di Cristo nel Battesimo e negli altri sacramenti. Nel Battesimo compie egli in noi, spiritualmente, il mistero di Cristo. In esso, nelle sue acque, egli ci fa morire al peccato e ci risuscita a vita nuova, muore l’uomo vecchio e nasce l’uomo nuovo. È questo il mistero che lo Spirito realizza per noi nel santo Battesimo. L’uomo conformato ora alla morte e alla risurrezione di Cristo Gesù, sempre mosso dallo Spirito e da Lui guidato, cammina verso la realizzazione piena di Cristo in sé, affinché veramente muoia all’ingiustizia e alla disobbedienza e nasca alla verità e all’ascolto del Padre in ogni suo desiderio. Questo mistero si compie solo alla fine del tempo quando anche nel corpo risuscitato egli sarà reso in tutto simile a Cristo, morto e risorto.
In Cristo tutto il creato è chiamato a ricevere nuova forma, nuova luce, nuova energia. Come il peccato di Adamo ha coinvolto la creazione nella caducità e l’ha costituita strumento di peccato e non di obbedienza, di caduta e non di elevazione, di deperimento e non di innalzamento, così l’obbedienza di Cristo porta la creazione nuovamente nel mistero della verità di se stessa, poiché attraverso la redenzione dell’uomo, anche la creazione è redenta e dall’uomo redento e salvato essa ogni giorno viene messa a servizio della gloria di Dio. Anche per la creazione deve compiersi il mistero della sua totale novità in Cristo, poiché è Cristo risorto il Capo della nuova creazione e questa sarà totalmente rinnovata attraverso la santità del cristiano; gusterà però tutti i frutti della bellezza e della sapienza secondo la quale il Signore l’ha creata, quando saranno creati i cieli nuovi e la terra nuova. Allora veramente tutta la bellezza di Dio si rifletterà in essa, poiché non ci sarà la stoltezza e l’insipienza del peccato dell’uomo a corromperla e a deprimerla, facendola divenire strumento di male e di perdizione.
Cristo è il compimento di tutto il disegno salvifico di Dio. Fuori di Cristo e in assenza di Lui non c’è alcun disegno di salvezza mantenuto in vigore dal Padre celeste. Dell’Antico Israele che ne è attualmente? Tutto l’Antico Israele è divenuto il Nuovo Israele. È la Chiesa l’Israele di Dio, il suo popolo, il popolo che Cristo si è acquistato mediante il suo sangue. Dei figli di Abramo nati secondo la carne e non secondo la fede, perché la fede è solo nella discendenza di Abramo che è Cristo Gesù, cosa ne avverrà? Un giorno anche loro riconosceranno che Gesù è il loro Salvatore e non ne dovranno attendere un altro, perché un altro non c’è. San Paolo sa per scienza ispirata che la non fede dei figli di Abramo in Cristo Gesù avrà un termine. Quando questo avverrà e nessuno lo sa, né può saperlo, la gloria di Dio sarà manifestata nel mondo in modo eminentemente grande. Essa brillerà in tutto il suo fulgore, e questo perché anche i discendenti di Abramo, i figli suoi secondo la carne, avranno riconosciuto che solo in Cristo è la vera discendenza e solo in Lui si diviene suoi veri figli. Quanti non sono in Cristo non possono essere detti discendenti di Abramo secondo la fede, perché la fede di Abramo è Cristo Gesù.
La legge della salvezza è la fede in Cristo. Vale per i pagani, vale anche per i Giudei. La salvezza non viene dalle opere, ma dalla fede. Se venisse dalle opere non sarebbe salvezza in Cristo, sarebbe merito dell’uomo e Cristo non sarebbe il Salvatore universale, il solo redentore dell’umanità, poiché ognuno potrebbe gloriarsi dinanzi a Dio di aver fatto abbastanza per essere giustificato. Non viene dalle opere perché l’uomo è attualmente morto alla grazia e quindi nessuno può operare frutti di santità dal momento che è concepito nel peccato e nel peccato nasce. Che non siano necessarie le opere per essere giustificati, cioè per passare dalla morte alla vita, non significa in alcun caso che non siano necessarie per essere salvati, cioè per entrare nel paradiso. Si è già detto qual è la vocazione dell’uomo: quella di essere conforme all’immagine di Cristo Gesù. Questa conformità è necessaria che sia realizzata, altrimenti non si può entrare nel regno di Dio, non si può godere il frutto della risurrezione gloriosa in Cristo Gesù. Il pericolo della dannazione eterna per coloro che pur avendo creduto non hanno compiuto le opere della fede è così reale, che veramente ognuno deve attendere alla propria santificazione con timore e tremore.
Nasce l’urgenza per ogni cristiano di divenire in vita e in morte in tutto simile a Cristo. Occorre pertanto che si disponga ognuno ad offrire se stesso a Dio in sacrificio spirituale, in tutto come ha fatto Gesù Signore. È questo il vero culto del cristiano. Da qui l’impegno di fare ogni cosa sul modello di Cristo. Chi legge la Lettera ai Romani comprende una verità basilare. Paolo ha dinanzi ai suoi occhi Cristo Gesù nel suo mistero di obbedienza fino alla morte e alla morte di croce, nel suo mistero di amore, di carità, di pazienza. Guardando Cristo egli traccia l’identità del cristiano e per lui scrive le regole perché questa identità possa essere raggiunta fino alla perfezione assoluta. Il Cristo è il martire della verità e dell’amore del Padre, il cristiano è il martire della verità e dell’amore di Cristo Gesù, nello Spirito Santo.
C’è pertanto una sola via perché il cristiano possa compiere se stesso secondo la sua eterna vocazione: la contemplazione della croce di Cristo Gesù. È l’unica identità possibile da cercare, da realizzare, da insegnare, da mostrare, da predicare. Quando il cristiano cresce e progredisce nella realizzazione della sua identità, egli diviene testimone di Cristo, è testimone non solo perché attesta e dice ciò che Cristo in verità è, perché lui lo ha conosciuto e lo conosce secondo verità, è testimone perché lo mostra al vivo. In fondo solo il cristiano che diviene cristiforme è il vero testimone di Cristo Gesù, è testimone perché lo rivela, lo manifesta, lo rende presente nel mondo, lo fa conoscere all’uomo.
Quando questo avviene dal cuore e dalla vita del cristiano si innalza a Dio l’inno di gloria e di benedizione. La gloria di Dio Padre è Cristo Gesù, morto e risorto. Chi vuole rendere vera gloria a Dio deve divenire in Cristo in tutto simile a Lui, deve morire e risorgere per obbedienza al Padre, per compiere la sua volontà, per amare il Padre sino alla fine con la consumazione totale della sua vita.
Sono solo pochi cenni sul mistero di Cristo e del cristiano contenuto nella Lettera di Paolo Apostolo ai Romani. Leggendo il testo della Lettera, e se lo si ritiene utile, servendosi di appena qualche riflessione che si è riuscita a decifrare e a scrivere in queste pagine, invocando lo Spirito del Signore e lasciandosi aiutare da Colei che più di ogni altra creatura ha compreso il mistero del Figlio Suo, poiché le ha dato la carne e la vita quando il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi, sicuramente si crescerà nella conoscenza e dalla conoscenza un nuovo amore per Cristo sgorgherà nel nostro cuore, portato in esso dallo Spirito Santo e nuova luce di Cristo si riverserà nel mondo, per liberarlo dalle sue tenebre e introdurlo nella luce radiosa del Figlio unigenito del Padre.
Che la Madre della Redenzione interceda per noi e mandi dal cielo lo Spirito Santo, suo Mistico Sposo, affinché ci dia la piena conoscenza di Cristo e ci faccia ad immagine perfetta di Lui.
Vivere è conoscere Te, o Cristo Gesù, amare Te, servire Te, gioire per Te, morire per Te, risuscitare in Te, abitare in Te per tutta l’eternità.

 

Publié dans:Lettera ai Romani |on 27 octobre, 2016 |Pas de commentaires »

LA VITA SECONDO LO SPIRITO (Lettera ai Romani)

http://www.sermig.org/mons-giuseppe-pollano/164-nuovoprogetto/npoline/spiritualita/2294-meditando-paolo-17?lang=it

LA VITA SECONDO LO SPIRITO

LO SPIRITO CI LIBERA DALLA LEGGE INTERIORE A CUI SIAMO SOGGETTI

Non c’è dunque più nessuna condanna per quelli che sono in Cristo Gesù. Perché la legge dello Spirito, che dà vita in Cristo Gesù, ti ha liberato dalla legge del peccato e della morte. (Rom 8,1-2) Paolo in Rom 7,15-25 ha messo in evidenza il dramma dell’uomo che si sente profondamente diviso nella sua coscienza e nella sua esistenza, tra un’istanza nobile ed alta ed una degradante. È una legge interiore che Paolo definisce “la legge del peccato e della morte”. Lettera ai RomaniNon si tratta di una legge nel senso legale della parola, fatta di articoli e codicilli, si tratta di una forza ineluttabile, obbligante che preme sull’uomo, gli indica e propone il bene ma non gli dà la forza per compierlo. Quindi una condizione disperante, percepita dagli uomini: non si può evitare né il peccato né la morte. Questa legge ci mette nella peggiore delle situazioni: conoscere il bene e non avere le energie per attuarlo è profondamente umiliante, anzi è lo stato più angoscioso dell’uomo che pensa, come ci ricorda anche Ovidio, contemporaneo di Gesù (morto nel 17 d.C.) che cantò la vita frivola della nobiltà romana: video meliora, proboque, deteriora autem sequor (vedo le cose migliori, e l’approvo, e poi mi lascio andare al peggio). Questo verso non è una formula superficiale, è una formula angosciata. Siamo perciò in presenza di una legge interiore necessitante, tragica, che non esime l’uomo dalla responsabilità di fare il bene, semplicemente gli impedisce di giungere là dove vorrebbe, alla giustizia morale, che è l’aspirazione più nobile e più profonda, comune a tutti gli uomini. L’uomo dunque con le sue sole forze non può vivere il suo destino di santità. Arrivati a questa soglia drammatica, chi ci salva? Lo Spirito. Ecco il cambiamento che rovescia la situazione: prima eri sotto la legge del peccato e della morte, ora, tramite lo Spirito, ne sei libero. Ma il tormento dovuto alla legge del peccato e della morte, nella misura che noi cristiani non ci lasciamo sostenere dallo Spirito, è anche nostro. D’altronde chi di noi potrebbe dire di aver fatto sempre il meglio che vedeva? Quando non siamo stati sufficientemente impegnati e fedeli, sebbene avessimo lo Spirito, abbiamo pensato come Ovidio.

LA POSSIBILITÀ DI UNA ESISTENZA “SPIRITUALE” Infatti ciò che era impossibile alla Legge, resa impotente a causa della carne, Dio lo ha reso possibile: mandando il proprio Figlio in una carne simile a quella del peccato e a motivo del peccato, egli ha condannato il peccato nella carne, perché la giustizia della Legge fosse compiuta in noi, che camminiamo non secondo la carne ma secondo lo Spirito. (Rom 8,3-4) Ciò che era impossibile alla legge, resa impotente a causa della debolezza umana, Dio lo ha reso possibile. Ecco lo stupendo regalo che Dio ci ha fatto: non ci regala una legge morale da seguire, ma manda il proprio Figlio, uomo come noi a motivo del peccato, ma senza peccato, in modo che ciò che per la legge è giusto si realizza finalmente in noi che camminiamo secondo lo Spirito. Con pochi termini Paolo inquadra questa straordinaria verità. A renderci possibile il bene, la lealtà, la sincerità, la generosità, l’onestà che sentiamo in noi non sono bastati i profeti, non è bastata la Legge ebraica, è venuto niente di meno che il Figlio! Il Padre lo trae dal suo cuore, essendo l’abitazione del Verbo il seno del Padre, e lo colloca in condizione umana, perché questo Figlio conosca tutto di noi fuorché il peccato. In questa condizione pienamente fraterna egli vive secondo la sua intrinseca santità, perché è persona divina. Inizia così la possibilità di una tutt’altra esistenza non nelle piccole cose, ma là dove l’uomo è dinanzi alle grandi scelte, quelle che ti fanno essere chi sei: le tue scelte etiche profonde, quelle che sprigionano da te il meglio, l’eroismo, la forza, il senso di essere in questo mondo non solo per te ma per gli altri. Là dove ti qualifichi così, lì il tuo cristianesimo nasce, lì Dio si impegna con te. La scelta cristiana è forte e quando si insinua nella piccola vita quotidiana non vuole affatto dire che si riduca, si banalizzi il cristianesimo. Oggi si tende ad attenuare le differenze, si sente dire “tu sei cristiano, io no, ciascuno ha la sua lettura del mondo”. Questa affermazione non è inesatta, ma è superficiale, appunto perché il cristiano è afferrato da Dio e, grazie alla forza dello Spirito, comincia una tutt’altra esistenza in questo mondo. È ciò che intende Paolo quando afferma che noi cristiani camminiamo secondo lo Spirito. Il verbo camminare è inteso come prendere tutta l’esistenza vissuta. Il cristianesimo perciò si differenzia da una ideologia e da una religione fatta di gesti sacri e buoni, ma che si limita a questo intervento o chiede al più di dare un assenso ad una dottrina di verità che fa da sfondo alla vita, ma che non morde nel vissuto e lascia le persone come prima. Se fosse questo il cristianesimo, diventerebbe una religione con cui cerchiamo di soddisfare il nostro bisogno di trascendenza, come tutte le altre religioni. Il cristiano cammina secondo lo Spirito: sono cambiate le proporzioni. Prima il soggetto della mia vita ero io stesso, e lo dovevo essere, dovevo avere la mia coscienza, la mia intelligenza e la mia capacità per assumere le mie responsabilità; ma ora è venuto lo Spirito, che è soggetto, persona come me, anzi molto più di me, è Dio. Che cosa accade nell’incontro tra lui e me? Poiché mi rispetta, non viene a catturarmi o a spegnere la mia libertà, ma mi propone di agire insieme. Se io accetto con un’alleanza morale e quotidiana la sua proposta, inizia una interazione: la sua soggettività, la sua intelligenza, la sua sapienza, la sua forza, la sua capacità di amare, di decidere, di fare, entra in me. Divento, come usiamo dire, spirituale, forte aggettivo che non significa immateriale, ma che lo Spirito è in me. Noi siamo spirituali nella misura in cui l’alleanza con lui, il grande soggetto che guida noi piccoli soggetti, è da noi osservata, anzi aumentata. Allora saprò cose che non sapevo, saprò Dio. Vicki, Santo SpiritoNon perché avrò letto un libro in più, ma perché dentro di me una misteriosa luce che – come direbbe Agostino – è più illuminante di ogni luce, mi convince. Conosco perciò Dio dal di dentro, perché lo Spirito di lì viene e mi dice chi è Dio e, se lo voglio, mi fa crescere sempre più in questa conoscenza: so Dio come Dio sa Dio. La portata della vita dello Spirito mi supera all’infinito, e quindi non solo so Dio. Lo Spirito mi dilata il cuore, posso amare di più Dio, posso volere il bene degli altri come Dio lo vuole, amare come Dio ama e perciò non con un tipo di amore che si esaurirebbe presto. Lo Spirito nella vita di ogni giorno mi fa camminare, mi fa porgere la mano al povero, mi fa congiungere le mani quando prego. Se sono in equilibrio, se sono buono, se sono padrone di me stesso, se sono casto nella vita non è quindi per mio merito, perché senza lo Spirito sarei ancora sotto la legge interiore, condannato ad essere tutto l’opposto. Se egli vive in me e nella misura che vive in me, io cammino con lui.

Giuseppe Pollano tratto da un incontro all’Arsenale della Pace testo non rivisto dall’autore

Publié dans:Lettera ai Romani |on 6 octobre, 2016 |Pas de commentaires »

MEDITANDO PAOLO – IL DIO CON ME RENDE POSSIBILE LA TRASFORMAZIONE

http://www.sermig.org/nponline/164-spiritualita/2312-meditando-paolo-57

Meditando Paolo (5/7) – Pubblicato 19 Luglio 2009 

Il capitolo 8 della lettera ai Romani ci presenta una grande sintesi di tutta la redenzione: lo Spirito che ci afferra, la trasformazione che ci è richiesta, la speranza missionaria ne sono il contenuto. Terza riflessione su “trasformazione: vittoria morale”.

di Giuseppe Pollano

IL DIO CON ME RENDE POSSIBILE LA TRASFORMAZIONE

James B. Janknegt,

Gesù calma la tempesta Che diremo dunque di queste cose? Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? (Rom 8,31) Paolo concludendo questo drammatico conflitto tra carne e spirito con un magnifico finale, ci pone una penetrante domanda. Io so che dovrei essere più umile, più casto, più povero, ma non riesco a far mai niente per migliorare. Ma se Dio è con te, se Dio ti dice che ti aiuta, non sarà che sei tu che fingi, che ti racconti una favola, che ti fai debole e non lo sei? Se Dio è con te chi è contro di te? Tutto l’inferno scatenato cosa è di fronte a Dio se Dio è con te? È bellissima questa riflessione di Paolo, è un fatto magnifico: io so benissimo che nella mia debolezza si compie la sua potenza, lui accetta di giocare con me questa partita che è la vita e se lui è con me vado avanti umile e attento, ma sicuro e non pauroso.

Egli, che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi, non ci donerà forse ogni cosa insieme con lui? (Rom 8.32) Egli che ci ha donato suo figlio, vuoi che non ti dia la grazia per essergli fedele? Dunque fidati.

Chi muoverà accuse contro coloro che Dio ha scelto? Dio è colui che giustifica. Chi condannerà? Cristo Gesù è morto, anzi è risorto, sta alla destra di Dio e intercede per noi! Chi ci separerà dunque dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? Come sta scritto: per causa tua siamo messi a morte tutto il giorno, siamo considerati come pecore da macello. Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori grazie a colui che ci ha amati. (Rom 8, 33-37) Paolo non mette avanti cose di poco conto per farci capire che nulla ci separerà dall’amore di Cristo. Gesù, che ci vuole bene, prima di chiederci se lo amo, mi chiede se io ci credo che lui mi ama. Credici, perché il cristianesimo inizia di qua, è lui che ci ha amato e ci chiede di credere che ci sta amando. Sì, Signore, mi arrendo, credo! Pago di persona, mi costa? Sì, ma non mi spaventa. Ne usciremo vincitori.

Cristo crocifisso abbraccia il mondo interoIo sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore. (Rom 8,38-39) Poiché Dio mi ama, nulla mi può allontanare da lui. È una delle frasi più possenti del nuovo testamento, nella quale sono messe in gioco grandi forze. La morte. Dobbiamo ringraziare Dio che oggi ci sono tanti cristiani che non si lasciano spaventare dalla morte e spesso accettano il martirio. Sappiamo che il nostro tempo passato e recente è stato di martiri, e ne scopriamo sempre di più: una cosa impressionante, a livello di genocidio sacro. Non si sono lasciati spaventare, dunque lo Spirito li sorreggeva. La vita, con le sue seduzioni, perché la vita seduce molto. Angeli e principati: potenze oscure, occulte, misteriose che spesso ci incutono paure di vario genere. Presente e avvenire, colmo di inquietudini e di ansie. Ci sono persone che si suicidano per mancanza di avvenire, non è che gli vada male la vita oggi, ma manca loro il respiro. E poi? Nulla potrà separarci dall’amore di Dio. Anche altrove Paolo, riconoscendosi sventurato, peccatore, si era chiesto chi lo libererà da questo corpo di morte (cfr Rom 7,24), ma c’è Cristo, uomo come noi.

È doveroso che anche qui facciamo una piccola ricerca. Cosa c’è, se c’è, che mi sta separando dall’amore di Cristo, in grandi o in piccole cose? Oggi nella mia giornata, proprio niente mi ha fatto vivere lontano da quello che sarebbe stato l’amore? Lo riconosco, lo ammetto, poi chiederò perdono al Signore. Però me ne devo preoccupare se mi accorgo che non è un incidente, ma qualcosa che mi separa permanentemente da lui, che è proprio come una palla al piede, che sono ancorato male. E questa preoccupazione è importante perché nella nostra cultura del relativo e del provvisorio è facile che noi ci creiamo situazioni separanti, dove poi ci stiamo dentro. Non abbiamo più quell’amore che ci spinge, Gesù ci dice e non ci dice. È una tristezza vedere una zona di cristiani indecisi, un po’ fuori e un po’ dentro, quelli che il card. Martini paragona alla corteccia dell’albero (aveva fatto il paragone di un cristianesimo che va per strati come un albero: c’è la linfa, c’è il legno vivo e poi c’è anche la corteccia). Tutti possiamo essere così.

Giovane donna raccolta in preghieraQuesta riflessione di Paolo e su Paolo è incoraggiante: affrontiamo senza problemi i grossi nodi. C’è la morte, c’è il peccato, lo ammettiamo, ma siamo sicuri di noi perché c’è lo Spirito. Non dobbiamo peccare di sfiducia in noi stessi. Peccato pericolosissimo. Una delle tecniche diaboliche è di far fare qualche peccato facile alla nostra natura, ma poi di far riflettere su questo peccato per scoraggiare. Non importa tanto il peccato commesso, importa lo scoraggiamento che ne tirate fuori, perché dallo scoraggiamento chi vi tira ancora fuori? Quindi attraverso un peccato contro qualsiasi virtù il diavolo uccide la speranza. No, io non mi scoraggio, mi fido di me per una ragione molto semplice: perché tu Signore ti fidi di me. Ci crediamo che Gesù si fida di noi? È una falsa umiltà dire che il Signore non può fidarsi di uno come me. Sì, si fida di me, con tutto quel che ho combinato, altrimenti a chi sarebbe venuto a dire: ecco, sono venuto per te. Credetici che si fida di voi, siatene contenti e incoraggiati. Allora piano piano più niente vi separa da lui, e se qualche cosa vi separa pregate, armatevi di coraggio e di Spirito, e poi tagliate, mettete la scure alle radici. È un grande programma, però è un degno programma. Se volete essere felici cristianamente, accettatelo.

Giuseppe Pollano tratto da un incontro all’Arsenale della Pace testo non rivisto dall’autore

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« NELLA SPERANZA SIAMO STATI SALVATI » – (SPE SALVI FACTI SUMUS: RM 8,24)

http://www.collevalenza.it/Riviste/2008/Riv0308/Riv0308_04.htm

Conferenza di S.E. Mons. Domenico Cancian, vescovo di Città di Castello 8 febbraio 2008

« NELLA SPERANZA SIAMO STATI SALVATI » – (SPE SALVI FACTI SUMUS: RM 8,24)  

Il tema e la sua attualità

La seconda enciclica di Papa Benedetto XVI, pubblicata il 30 novembre 2007, si apre con una citazione della Lettera di S. Paolo ai Romani. L’Apostolo afferma che non solo il cristiano, ma ogni uomo, anzi, « tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto », aspettando con perseveranza la redenzione e la salvezza. « Poiché nella speranza noi siamo stati salvati » (Rm 8, 19-25).  Mons. Domenico Cancian fam e P. Aurelio Pérez fam, Superiore GeneraleÈ evocata qui l’immagine di una dona che attende con gioiosa sofferenza di dare alla luce un figlio. Non possiamo non vederci la Madonna della Speranza, Madre di Gesù e nostra, la Chiesa che accoglie e accompagna quelli che seguono Gesù ed anche la nostra venerabile Madre Speranza che molto spesso si rivolgeva alla persona che aveva di fronte con l’espressione: »Figlio/a mio/a ». Voleva dire che aveva piacere di incontrarla, che l’attendeva, che l’avrebbe senz’altro aiutata e incoraggiata. Lei ha testimoniato la Speranza fondata nell’indubitabile certezza dell’Amore Misericordioso di Dio. »Sicuri dell’Amore infinito di Dio, possediamo nella misericordia la speranza di salvezza per noi e per ogni uomo … perché anche «l’uomo più povero, il più miserabile e perfino il più abbandonato è amato con tenerezza immensa da Gesù che è per lui un Padre e una tenera Madre» » (Cost. art 14). Cosa vuol dire « speranza » nella non sempre facile situazione personale, famigliare, sociale? E a quale tipo di speranza possiamo affidarci in modo sicuro?

Presentazione sintetica dell’Enciclica Introduzione La speranza vera ci consente di affrontare e superare il faticoso presente (cf. n. 1). « Solo quando il futuro è certo come realtà positiva, diventa vivibile anche il presente » (n. 2). Parte prima Cos’è la speranza cristiana? (cf nn. 2-31). È evidente che il Papa propone la speranza rivelata dalla Parola di Dio e quindi come « virtù teologale », non come sentimento, atteggiamento, « speranza corta », ideologia… San Paolo nella lettera agli Efesini ricorda che, prima dell’incontro con Cristo, essi erano « senza speranza e senza Dio », senza speranza perché senza Dio. « Giungere a conoscere Dio – il vero Dio, questo significa ricevere speranza » (n. 3). È questo il caso della schiava africana santa Giuseppina Bakhita, che, dopo essere stata venduta e maltrattata, si aprì alla speranza di una vita nuova quando si sentì accolta e amata da Dio. Il cristianesimo non si concretizza in un messaggio sociale rivoluzionario, come quello di Spartaco. Gesù ha portato una speranza che « rivoluziona » l’uomo dal di dentro, al punto da renderlo realmente figlio di Dio e fratello di tutti. « La fede non è soltanto un personale protendersi verso le cose che devono venire… essa ci dà già ora qualcosa della realtà attesa e questa realtà presente costituisce per noi una « prova » delle cose che ancora non si vedono. Essa attira dentro il presente il futuro… Il fatto che questo futuro esista, cambia il presente, [il quale] viene toccato dalla realtà futura » (n. 7). Una speranza che, d’altra parte, matura sopportando pazientemente le prove della vita. Questo tipo di speranza, quindi, non è semplicemente « informativa » (non ci offre solo una nozione sul futuro), ma è « performativa », ossia è « una comunicazione che produce fatti e cambia la vita… Chi ha speranza vive diversamente » (n. 2). La fede ci offre la vita eterna. Per capire meglio, il Papa rileva che « vita » non deve essere intesa come la realtà che conosciamo e che spesso è più fatica che appagamento, cosicché se per un verso la desideriamo, per un altro non la vogliamo; « eterna » non significa un interminabile susseguirsi di giorni. La « vita eterna » è il compimento di tutto ciò che noi desideriamo di veramente bello e buono nella vita terrena, e che non possiamo mai raggiungere; l’ »eternità… è il momento dell’immergersi nell’oceano dell’infinito amore… sopraffatti dalla gioia » (n. 12). Gesù promette ai suoi una gioia piena e sicura che nessuno può togliere.  La fede-speranza cristiana dev’essere compresa non in forma individualistica, ma in forma comunitaria, perché alla vita eterna con Dio sono chiamati tutti. Non si tratta di « fuga » dal mondo e dai suoi problemi, ma di ulteriore impegno per la costruzione di un mondo più umano e più giusto, prefigurazione e anticipazione del Regno di Dio. La fede-speranza si è profondamente trasformata nel tempo moderno. Con le nuove conquiste dell’uomo è nata un’epoca storica nuova, segnata, come afferma F. Bacone dal dominio della scienza e della tecnica sulle leggi naturali. La fede, con ciò, non viene semplicemente negata: « essa viene piuttosto spostata su un altro livello – quello delle cose solamente private e ultraterrene – e allo stesso tempo diventa in qualche modo irrilevante per il mondo… La speranza, in Bacone, riceve una nuova forma. Ora si chiama « fede nel progresso » (n. 17). Ma il progresso resta fondamentalmente ambiguo: è « il progresso dalla fionda alla megabomba » (Th. Adorno) che « offre nuove possibilità per il bene, ma apre anche possibilità abissali di male… Noi tutti siamo diventati testimoni di come il progresso in mani sbagliate possa diventare e sia diventato, di fatto, un progresso terribile nel male. Se al progresso tecnico non corrisponde un progresso nella formazione etica dell’uomo, nella crescita dell’uomo interiore… allora esso non è un progresso, ma una minaccia per l’uomo e per il mondo » (n. 22). Anche la fede nella ragione e nella libertà, come nell’epoca dell’Illuminismo, resta ambigua. La ragione può essere a servizio della verità e farci superare l’irrazionalità, ma può anche chiudersi nei ragionamenti soggettivi ed egoistici, può mettersi al servizio del potere. Questo significa che senza il riferimento a Dio l’uomo può perdere la Speranza o trovarsi con delle speranze « corte ». Come dire che l’uomo limitato e difettoso non può assicurare la Speranza certa. Questa può essere garantita da Colui che tiene in mano il mondo e la storia, come Creatore e Salvatore.

Parte seconda: « Luoghi » di apprendimento e di esercizio della speranza (cf. nn. 32-48). La preghiera come scuola della speranza. Con il Signore possiamo essere sempre in comunione per purificare, allargare, accogliere il suo Amore nel nostro cuore. « Il giusto modo di pregare è un processo di purificazione interiore che ci fa capaci per Dio e, proprio così, anche capaci per gli uomini. Nella preghiera l’uomo deve imparare… che non può chiedere le cose superficiali e comode che desidera al momento, la piccola speranza sbagliata che lo conduce lontano da Dio. Deve purificare i suoi desideri e le sue speranze. Deve liberarsi dalle menzogne segrete con cui inganna se stesso… Il non riconoscimento della colpa, l’illusione di innocenza non mi giustifica e non mi salva, perché l’intorpidimento della coscienza, l’incapacità di riconoscere il male come tale in me, è colpa mia. L’incontro invece con Dio risveglia la mia coscienza, perché essa non mi fornisca più un’autogiustificazione, non sia più un riflesso di me stesso e dei contemporanei che mi condizionano, ma diventi capacità di ascolto del Bene stesso… Così diventiamo capaci della grande speranza e così diventiamo ministri della speranza per gli altri: la speranza in senso cristiano è sempre anche speranza per gli altri. Ed è speranza attiva, nella quale lottiamo perché le cose non vadano verso « la fine perversa » (nn. 33-34).

Agire e soffrire. « Ogni agire serio e retto dell’uomo è speranza in atto » (n. 35). Il Regno di Dio è un dono offerto a tutti; tuttavia il nostro agire non è indifferente per Dio, per gli uomini e per la storia. Possiamo con la nostra libertà inquinare o purificare, far progredire o regredire la Chiesa e il mondo. Anche la sofferenza che deriva dalla nostra finitezza e dalle nostre colpe, dal male che è nel mondo e dal maligno – e che dovremmo cercare di affrontare, alleviare e superare – chiama in causa la speranza. È questa che ci dà il coraggio di metterci dalla parte del bene, anche dinanzi a situazioni impossibili o disperanti.  La tribolazione, mediante l’unione con Cristo che ha sofferto con infinito amore, si trasforma in beatitudine e dolcezza. (A proposito viene citato un brano della lettera del martire vietnamita Paolo Le-Bao-Thin (+ 1857). « Cristo è disceso « nell’inferno » e così è vicino a chi vi viene gettato » (n. 37) ed allora troviamo nella sofferenza un senso, un cammino di purificazione e di speranza. Anzi Cristo ci insegna ad assumere in qualche modo la sofferenza dell’altro per amare e consolare, ossia per essere vicino all’altro che soffre. La verità, la giustizia, l’amore non raramente chiedono il sacrificio del proprio interesse, comodità, salute, « altrimenti la mia vita diventa menzogna » (n. 38). È questa la strada del martirio che si concretizza nelle molteplici alternative quotidiane. È proprio dal genere e dalla misura della nostra speranza che abbiamo la forza « di poter « offrire » le piccole fatiche del quotidiano, che ci colpiscono sempre di nuovo come punzecchiature più o meno fastidiose, conferendo così ad esse un senso » (n. 40), quello di attualizzare la com-passione di Gesù e in qualche modo di « completarla » a favore del prossimo (cf. 1Pt 4, 13; 2Cor 1, 7; Col 1, 24).

Il Giudizio. Il Signore che ritorna come Re e Giudice della storia richiama la speranza della giustizia definitiva dinanzi alla quale emerge la nostra responsabilità. Non è possibile all’uomo fare giustizia in senso assoluto. Per evitare distorsioni (paure o superficialità) occorre riferirsi al Cristo crocifisso e risorto, dinanzi al quale la nostra vita appare nella sua verità di amore (paradiso) o di egoismo (inferno), e l’eventuale necessità di purificazione (purgatorio).   »L’incontro con Lui è l’atto decisivo del Giudizio. Davanti al suo sguardo si fonde ogni falsità. È l’incontro con Lui che, bruciandoci, ci trasforma e ci libera per farci diventare veramente noi stessi. Le cose edificate durante la vita possono allora rivelarsi paglia secca, vuota millanteria e crollare. Il suo sguardo, il tocco del suo cuore ci risana mediante una trasformazione certamente dolorosa « come attraverso il fuoco ». È, tuttavia, un dolore beato, in cui il potere santo del suo amore ci penetra come fiamma, consentendoci alla fine di essere totalmente noi stessi e con ciò totalmente di Dio. Così si rende evidente anche la compenetrazione di giustizia e grazia: il nostro modo di vivere non è irrilevante, ma la nostra sporcizia non ci macchia eternamente, se almeno siamo rimasti protesi verso Cristo, verso la verità e verso l’amore. In fin dei conti, questa sporcizia è già stata bruciata nella Passione di Cristo. Nel momento del Giudizio sperimentiamo ed accogliamo questo prevalere del suo amore su tutto il male nel mondo ed in noi » (n. 47). Maria, che col suo sì ha aperto a Dio stesso la porta del nostro mondo, è la stella della speranza che brilla sul nostro cammino. Lei vide morire il Figlio come un fallito, esposto allo scherno più totale. « La spada del dolore trafisse il suo cuore. Era morta la speranza? » (n. 50). In quell’ora tenebrosa avrà riascoltato dentro di sé le parole dell’angelo forse tante volte ripetute da Gesù: « Non temere, Maria » (Lc 1, 30). Il Regno del Signore non finiva (cf. Lc 1,33), anzi nella fede intravedeva la Pasqua, già preannunciata nel suo Magnificat. La sua fede e la sua speranza le consentirono di animare i discepoli scandalizzati e dispersi, di accompagnarli dal venerdì santo alla Pasqua e alla Pentecoste. « Così tu rimani in mezzo ai discepoli come la loro Madre, come Madre della speranza. Santa Maria, Madre di Dio, Madre nostra, insegnaci a credere, sperare e amare con te » (n. 50). « Gesù, sii il mio compagno e la mia speranza. Guidami nel vasto mare di questo mondo. Mi serva di porto sicurissimo l’abisso del tuo amore e della tua misericordia »

(M. Speranza, Novena all’A.M.)

“SONO UNO SVENTURATO”- UN BREVE COMMENTO SU ROMANI 7

 

http://www.christianarticles.it/Un-breve-commento-su-Romani-7.htm

“SONO UNO SVENTURATO”- UN BREVE COMMENTO SU ROMANI 7

Molte volte ho sentito dire dalla gente le parole di Paolo in Romani 7:24 “Sventurato che sono. Chi mi da questo corpo votato alla morte” Questa frase è usata come essendo riferita a noi, cristiani nati di nuovo. Essi la usano intendendo che noi cristiani siamo in un certo modo schiavi del peccato ( esso è nello stesso contesto, pochi più versi precedenti, Paolo dice “io sono di carne venduto al peccato“ (Romani 7:14). Allora loro dicono: “Io sono uno sventurato”, “noi siamo peccatori, venduti al peccato”, “Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte? “ Io propongo questo articolo comunque alla gente che ama il Signore e vuole seguir Lo – questo articolo è riferito soltanto a questa gente – che cadono in tanti errori, essi NON sono schiavi del peccato, ne sono sventurati in attesa di essere deliberati. Il Salvatore è venuto ed il suo nome è Gesù Cristo! Egli ha aperto le porte della nostra prigione e ci ha resi liberi. Noi non siamo più “sventurati”. Una volta anche noi eravamo morti per le nostre colpe e i nostri peccati, ERAVAMO sventurati (Efesini 2:1). Ma adesso non siamo più morti! Dio ci ha fatti rivivere con Cristo: per grazia infatti siete stati salvati (Efesini 2:5)! “Ma voi siete la stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa, il popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere meravigliose di lui che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua ammirabile luce” (1Pietro 2:9). Questa è la verità della Parola di Dio. A questo punto abbiamo il diritto di chiedere di quale situazione penosa Paolo sta descrivendo in Romani 7? A chi si riferisce? Perché usa questo passaggio come se si applica a se stesso, e perché sta parlando come se è qualcosa che sta accadendo adesso? Bene, non abbiamo bisogno di andare lontano per trovare la risposta. Quello che abbiamo bisogno di fare è di leggere il contesto della frase anteriore, tutto il capitolo sette di Romani. Guardando a Romani 7 possiamo notare che il soggetto è la legge e come era impossibile per qualcuno che aveva la natura del peccato come Adamo poteva compiere la legge. Abbiamo bisogno di dire che Paolo sta usando la prima persona ed il tempo presente figurativamente, no letteralmente. In altre parole sebbene quello che dice appare che parla personalmente, egli dice ciò solo figurativamente, mettendosi nella posizione di quelli a cui queste cose erano direttamente applicabili. Come sappiamo ciò? Andiamo a leggere per esempio i versi 7 e 9 di Romani 7:

Romani 7:7-9 “Che diremo dunque? Che la legge è peccato? No certamente! Però io non ho conosciuto il peccato se non per la legge, né avrei conosciuto la concupiscenza, se la legge non avesse detto: Non desiderare. Prendendo pertanto occasione da questo comandamento, il peccato scatenò in me ogni sorta di desideri. Senza la legge infatti il peccato è morto e io un tempo vivevo senza la legge. Ma, sopraggiunto quel comandamento, il peccato ha preso vita.” Il periodo “senza legge”, era prima che la legge fu data, centinai d’anni prima della nascita di Paolo. Quindi quando Paolo dice “e io un tempo vivevo senza la legge” è usato alla prima persona singolare (“Io”) solamente figurativamente. Non era vivente in quel periodo, ma egli figurativamente si mette al posto di quella gente che era vivente in quel momento e dice “Io ero vivo”. Ed è la stessa cosa per il resto del passaggio “Ma, sopraggiunto quel comandamento, il peccato ha preso vita.” Il comandamento viene da Mosè e Paolo non era vivente in quel periodo. È ovvio che sta usando se stesso (prima persona) FIGURATIVAMENTE, no letteralmente. Lo stesso modello continua attraverso Romani 7. Paolo usa se stesso e molte volte al tempo presente per descrivere quello che era nel PASSATO. Il motivo di ciò era di rendere la situazione più vivida e porre un contrasto con la presente situazione ( che è descritta in Romani 8) anche molto più chiara. Il soggetto principale in Romani 7 è la situazione senza Cristo. Prima di Cristo la legge era in vigore, e benché questa legge era buona e santa era impossibile di essere mantenuta dalla gente che avevano solamente una natura peccaminosa, carnale1. Come egli caratteristicamente dice:

Romani 7:12-14 “Così la legge è santa e santo e giusto e buono è il comandamento…… la legge è spirituale, mentre io sono di carne, venduto come schiavo del peccato.” Era Paolo carnale quando egli scriveva queste cose? Aveva soltanto la natura del peccato di Adamo? Era venduto come schiavo del peccato? Enfaticamente la risposta è NO. Paolo, essendo un credente nato di nuovo, aveva Cristo vivente in lui. Cristo lo aveva reso libero. Egli era nato di nuovo e salvato. A cosa si riferisce quando egli si descrive come “schiavo del peccato?” Si riferisce al periodo della legge, che è il a principale soggetto di Romani 7. Nel periodo della legge, non c’era la nuova nascita! Non c’era la nova natura! Tutte queste cose sono state disponibili a noi dopo il sacrificio di Gesù ma non prima, nel periodo della legge, esse non erano disponibili. Ciò che la gente aveva in quel periodo era la vecchia natura di peccato. Nonostante la legge era buona e santa tuttavia essa era spirituale mentre essi erano carnali, schiavi del peccato. Quindi quando Paolo dice “Ma io sono di carne, venduto come schiavo al peccato” sta usando una forma figurativa, espressa al tempo presente, mettendo se stesso al posto di quelli che vivevano al tempo della legge, egli fece esattamente così come è in verso 7 si mise al posto di quelli che vivevano senza la legge, quando egli dice “un tempo vivevo senza la legge”. Quando Paolo scriveva Romani 7 era nato di nuovo, era una nuova creatura come tra l’altro lo siamo anche noi, che abbiamo creduto nel Signore Gesù Cristo, il Messia e Figlio di Dio, è anche:

2 Corinzi 5:17 « Quindi se uno è in Cristo, è una creatura nuova; le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove. » Paolo usa lo stesso modo nel parlare (prima persona, tempo presente) attraverso tutto il capitolo di Romani 7. Andiamo a leggere:

Romani 7:15-24 “Io non riesco a capire neppure ciò che faccio: infatti non quello che voglio io faccio, ma quello che detesto. Ora, se faccio quello che non voglio, io riconosco che la legge è buona; quindi non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me. Io so infatti che in me, cioè nella mia carne, non abita il bene; c’è in me il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio. Ora, se faccio quello che non voglio, non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me. Io trovo dunque in me questa legge: quando voglio fare il bene, il male è accanto a me. Infatti acconsento nel mio intimo alla legge di Dio, ma nelle mie membra vedo un’altra legge, che muove guerra alla legge della mia mente e mi rende schiavo della legge del peccato che è nelle mie membra. Sono uno sventurato! Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte?” Quello che Paolo sta descrivendo è una situazione miserabile. Se non prendi in considerazione il contesto del passaggio e se tu ignori e scarti la nuova nascita anche tu sicuramente diventerai miserabile. Anche tu griderai “Io sono uno sventurato. Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte?” Ma le buone notizie è che 2000 anni fa’ il Salvatore venne!!!! Il suo nome è Gesù Cristo! Paolo non si ferma alla domanda “Io sono sventurato! Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte?” ma continua immediatamente con le risposte ed eccole qui

Romani 8:1-4 “Non c’è dunque più nessuna condanna per quelli che sono in Cristo Gesù. Poiché la legge dello Spirito che dà vita in Cristo Gesù TI HA LIBERATO DALLA LEGGE DEL PECCATO E DELLA MORTE. Infatti ciò che era impossibile alla legge, perché la carne la rendeva impotente, Dio lo ha reso possibile: mandando il proprio Figlio in una carne simile a quella del peccato e in vista del peccato, egli ha condannato il peccato nella carne, perché la giustizia della legge si adempisse in noi, che non camminiamo secondo la carne ma secondo lo Spirito.” C’era un tempo che eravamo schiavi, sotto il peccato. Ma non più! Credendo nel Signore Gesù Cristo, ci libera dalla schiavitù. Adesso noi abbiamo un nuova natura. Adesso noi siamo LIBERI. Adesso noi siamo giusti!

Per ricapitolare la domanda di Paolo in Romani 7:24 “Sventurato io sono! Chi mi libererà di questo corpo di morte?”

E qui ci sono le risposte, nei prossimi due versi: “La legge dello Spirito che dà vita in Cristo Gesù TI HA LIBERATO DALLA LEGGE DEL PECCATO E DELLA MORTE.”

E di nuovo Galati 5:1 “Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi; state dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù.”

Noi non siamo più schiavi, sotto il peccato. Non siamo più “sventurati”. Invece Cristo nostro Salvatore, venne, diede se stesso come riscatto e ci ha resi LIBERI. La prossima volta che tu senti qualcuno gridare “Sventurato io sono”, intendendo che questa è la situazione in cui siamo oggi, digli che è SBAGLIATO. Lodato sia il Signore e grazie a Dio per sempre, che, attraverso Suo Figlio, ci ha liberati da questa terribile situazione. Sempre a Lui la lode perché una volta eravamo “morti per le nostre colpe e i nostri peccati, …. Ma Dio, ricco di misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amati, da morti che eravamo per i peccati, ci ha fatti rivivere con Cristo” (Efesini 2:1-5). Lode a Lui ed a Gesù per sempre nostro Salvatore.

Anastasio Kioulachoglou

Note

1. Il termine “uomo di carne” è “carnale” è usato nelle epistole di Paolo per denotare la natura peccaminoso di Adamo cioè la natura lasciata come conseguenza della caduta. Un’ altro nome che è usato per descrivere questa natura è “il vecchio uomo”. Questa natura, la natura di Adamo, è la sola natura che ognuno ha prima di credere il Signore Gesù Cristo e la Sua resurrezione ed era la sola natura che è disponibile durante il periodo della legge. Comunque, oggi dovuto al sacrificio di Gesù, quando qualcuno confessa Lui come Signore e crede nel suo cuore che Dio lo Ha resuscitato dalla morte (Romani 10:8-10) è nato di nuovo e riceve una nuova creatura. La nuova creatura è nelle epistole di Paolo chiamata “il nuovo uomo” ( opposto al “vecchio uomo”), “spirito” (come opposto alla “carne”) e spirituale ( come opposto al “carnale”). Gli articoli: “Corpo, anima e spirito” e “Pentecoste e la nuova nascita” amplifica il soggetto citato.

Publié dans:Lettera ai Romani |on 6 juillet, 2016 |Pas de commentaires »

«CHI MI LIBERERÀ DA QUESTO CORPO VOTATO ALLA MORTE?». (ROMANI 7,24)

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LA SECONDA OCCASIONE

EDITORIALE

«CHI MI LIBERERÀ DA QUESTO CORPO VOTATO ALLA MORTE?». (ROMANI 7,24)

«Nascere due volte non è più sorprendente che nascere una volta sola». (François-Marie Arouet Voltaire)

Agli inizi degli anni ’80 è stato condotto nel continente europeo un importante studio sociologico, chiamato «Studio Europeo dei Sistemi di Valori» (European Values Systems Study) che coinvolgeva più istituti di ricerca. Ampio quindi il territorio preso in considerazione e diverse le culture soggette alla ricerca. Correlando i dati emersi, si è scoperto con un pizzico di stupore che vi è un’accettazione crescente della reincarnazione come aspettativa post mortem, mentre sembra essere in calo la fede nel Dio cristiano, fede che per due millenni ha segnato in modo indelebile la storia di questo nostro continente. Giusto per rendere concrete queste affermazioni, può bastare un semplice elemento: una persona su cinque «crede» nella reincarnazione, in alcune zone del continente la proporzione si riduce, diventando una persona su tre; e la tendenza sembra allo stato attuale non invertirsi. Tuttavia gli aspetti di gran lunga più sorprendenti sono altri: stando sempre allo studio citato, pare che le aree geografiche coinvolte in misura maggiore nel fenomeno siano quelle di tradizione cattolica e che la fascia di età, in cui si trova più adesione, sia quella dei giovani. Davanti a un’indagine sociologica vi è una sconfinata gamma di reazioni: toccando gli estremi, si può provare indifferenza o dispetto. Il dato oggettivo resta comunque e suscita un interrogativo di fondo che la nostra risposta emotiva non scalza: come mai molti cristiani (e tra questi, un discreto numero di cattolici) sono affascinati dalla reincarnazione, dalla certezza che la nostra anima può trasmigrare dal nostro corpo a un altro? Certamente non è nuova questa dottrina per l’umanità: è stata ed è tuttora uno dei cardini delle religioni orientali; gli antichi Greci, «padri» del pensiero razionale e della speculazione, l’accoglievano nella loro teorèsi (metempsicosi platonica). Ma come valutare nell’attuale epoca post-moderna, in una società occidentale secolarizzata, tale «riflusso» di favore alla reincarnazione? A nostro giudizio sarebbe davvero accomodante affermare che questo è un problema destinato agli specialisti, ossia da consegnare nelle mani dei sociologi, dei teologi o dei filosofi. Per chi non fosse ancora cosciente dell’incidenza, la reincarnazione tocca nel vivo uno dei punti nodali della fede cristiana, se non «il» punto nodale: la risurrezione dei morti. Mettendola in discussione, verrebbe coin­volto di riflesso anche il senso di quella Risurrezione, da cui dipende il senso ultimo della fede. San Paolo lo aveva ben presente: «Se non esiste risurrezione dai morti, neanche Cristo è risuscitato! Ma se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede. […] Se poi noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto in questa vita, siamo da compiangere più di tutti gli uomini» (1Cor 15,13-14.19). Senza la risurrezione di Cristo, è vana ogni nostra minima fatica di annuncio evangelico (leggasi pastorale) e risulta vuoto di significato credere in Gesù, perché la morte avrebbe chiuso la sua missione. Si badi: non si tratta di difendere strenuamente un dogma da una temuta minaccia. Va fatto invece un onesto sforzo (non escluso – ripetiamo – quello pastorale) per tentare di comprendere che cosa l’uomo moderno ricerca nella reincarnazione. Come afferma il domenicano p. Georges Cottier, «l’idea della reincarnazione deve essere presa sul serio. Il suo attuale successo non è l’effetto di una moda ideologica passeggera. Riflette l’angoscia del nostro tempo. E ciò avviene perché, al di là delle immagini e delle sistemazioni teoriche, questa idea risponde a qualche intuizione fondamentale che noi dobbiamo saper cogliere». Quale può essere questa «intuizione fondamentale»? Può apparire singolare, se non banale, ma il punto d’avvio di un fascino e del conseguente successo della reincarnazione parte dalla problematicità in cui si vive la propria attuale «incarnazione». Molte scelte che l’uomo dei nostri giorni com­pie lo entusiasmano con facilità. Tante altre però gli rendono insoddisfatta questa vita. Sono istantanee che appesantiscono il vivere quotidiano: relazioni sbagliate e deludenti, progetti falliti, rimorsi per azioni compiute in modo avventato che determi­nano il suo destino e quello altrui… Progressivamente inizia a diventare stretta questa singola esistenza. Se ci fosse una seconda possibilità, un’alternativa; se ci venisse data una seconda occasione per «riparare»! È diffi­cile rassegnarsi all’idea che esista solo questa vita per noi, che non si dia un ritorno e, soprattutto, che ogni nostra singola, quotidiana e personale azione det­tata dalla libertà sia determinante e inappellabile, nel bene e nel male. La rassegna­zione diviene poi somma quando si è messi di fronte allo «scacco fi­nale», ossia la morte, e ci si ritrova soli davanti all’estremo interrogativo: cosa c’è dopo? «Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte?»: sarà la promessa della risurrezione o la ciclicità della reincarnazione? L’interrogativo paolino è l’interrogativo di ogni uomo e di ogni donna, a prescindere dal credo che si professa. La fede, la nostra fede, non può eluderlo, pensando magari che sia sufficiente ribadire i termini dottrinali della questione; è riduttiva la soluzione che preveda unicamente la rettifica di pensieri errati: a una domanda vitale gli uomini cercano una risposta altrettanto vitale, che abbia sapore di vita! Dove trovare allora tale risposta vitale, se non partendo da quel sepolcro vuoto? È nella strada aperta dalla risurrezione di Gesù che ogni uomo può far scorrere la propria esistenza, redenta, riscattata, liberata. Lì viene appagata e superata quella antica attesa di vedere non-morto ogni nostro sforzo; tutto – corpo, anima, cuore, intelligenza, spirito, sentimento – viene raccolto nella luce che trasforma la corrutibilità in incorrutibilità (cf. 1Cor 15,43-44). Lì quel Dio, che segue passo passo la storia dell’uomo, proclama estinto il debito con la morte! Interrogando profondamente l’uomo, la reincarnazione va valutata nella sua portata antropologica (Aldo Natale Terrin) e nella coniugazione di paradigmi fondanti quali persona-tempo-verità (Luigi Sartori). Nuovi movimenti (PierLuigi Zoccatelli) e antichi culti (Gaetano Favaro e Antonio Scarin) pongono la reincarnazione alla base della loro religiosità: quanto li unisce e li distingue? Uno sguardo retrospettivo sul rapporto intercorso tra reincarnazione, Sacra Scrittura e tradizione cristiana (Luigi Dal Lago) prosegue l’itinerario di questo numero. Cosa ci può dire la scienza ufficiale sulla fattibilità del processo reincarnazionista e quali sono le posizioni di alcuni recenti teologi sul nostro tema, sono i contributi di Aimone Gelardi e di Gio­vanni Ancona. Un confronto tra reincarnazione e risurrezione nel vissuto quotidiano (Giuseppe Toffanello) segna la chiusura di questa monografia.

a. f.

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