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MERCOLEDÌ 29 GIUGNO 2011 – SANTI PIETRO E PAOLO, APOSTOLI (SOLENNITÀ)

MERCOLEDÌ 29 GIUGNO 2011 – 13 SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

SANTI  PIETRO E PAOLO, APOSTOLI (SOLENNITÀ)

MESSA DEL VESPERTINA LINK:

http://www.maranatha.it/Festiv2/festeSolen/0629Page.htm

MESSA VESPERTINA

Seconda Lettura   Gal 1,11-20
Dio mi scelse fin dal seno di mia madre.

Dalla lettera di san Paolo ai Gàlati
Fratelli, vi dichiaro che il Vangelo da me annunciato non segue un modello umano; infatti io non l’ho ricevuto né l’ho imparato da uomini, ma per rivelazione di Gesù Cristo.
Voi avete certamente sentito parlare della mia condotta di un tempo nel giudaismo: perseguitavo ferocemente la Chiesa di Dio e la devastavo, superando nel giudaismo la maggior parte dei miei coetanei e connazionali, accanito com’ero nel sostenere le tradizioni dei padri.
Ma quando Dio, che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia, si compiacque di rivelare in me il Figlio suo perché lo annunciassi in mezzo alle genti, subito, senza chiedere consiglio a nessuno, senza andare a Gerusalemme da coloro che erano apostoli prima di me, mi recai in Arabia e poi ritornai a Damasco.
In seguito, tre anni dopo, salii a Gerusalemme per andare a conoscere Cefa e rimasi presso di lui quindici giorni; degli apostoli non vidi nessun altro, se non Giacomo, il fratello del Signore. In ciò che vi scrivo – lo dico davanti a Dio – non mentisco.

MESSA DEL GIORNO LINK:

http://www.maranatha.it/Festiv2/festeSolen/0629Page.htm

MESSA DEL GIORNO:

Seconda Lettura   2 Tm 4,6-8.17.18
Ora mi resta soltanto la corona di giustizia.

Dalla seconda lettera di san Paolo a Timoteo
Figlio mio, io sto già per essere versato in offerta ed è giunto il momento che io lasci questa vita. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede.
Ora mi resta soltanto la corona di giustizia che il Signore, il giudice giusto, mi consegnerà in quel giorno; non solo a me, ma anche a tutti coloro che hanno atteso con amore la sua manifestazione.
Il Signore però mi è stato vicino e mi ha dato forza, perché io potessi portare a compimento l’annuncio del Vangelo e tutte le genti lo ascoltassero: e così fui liberato dalla bocca del leone.
Il Signore mi libererà da ogni male e mi porterà in salvo nei cieli, nel suo regno; a lui la gloria nei secoli dei secoli. Amen

UFFICIO DELLE LETTURE

Prima Lettura
Dalla lettera ai Galati di san Paolo, apostolo 1, 15 – 2, 10
 
Incontro di Pietro e Paolo a Gerusalemme
Fratelli, quando colui che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia si compiacque di rivelare a me suo Figlio perché lo annunziassi in mezzo ai pagani, subito, senza consultare nessun uomo, senza andare a Gerusalemme da coloro che erano apostoli prima di me, mi recai in Arabia e poi ritornai a Damasco.
In seguito, dopo tre anni andai a Gerusalemme per consultare Cefa, e rimasi presso di lui quindici giorni; degli apostoli non vidi nessun altro, se non Giacomo, il fratello del Signore. In ciò che vi scrivo, io attesto davanti a Dio che non mentisco. Quindi andai nelle regioni della Siria e della Cilicia. Ma ero sconosciuto personalmente alle Chiese della Giudea che sono in Cristo; soltanto avevano sentito dire: «Colui che una volta ci perseguitava, va ora annunziando la fede che un tempo voleva distruggere». E glorificavano Dio a causa mia.
Dopo quattordici anni, andai di nuovo a Gerusalemme in compagnia di Barnaba, portando con me anche Tito: vi andai però in seguito ad una rivelazione. Esposi loro il vangelo che io predico tra i pagani, ma lo esposi privatamente alle persone più ragguardevoli, per non trovarmi nel rischio di correre o di aver corso invano. Ora neppure Tito, che era con me, sebbene fosse greco, fu obbligato a farsi circoncidere. E questo proprio a causa dei falsi fratelli che si erano intromessi a spiare la libertà che abbiamo in Cristo Gesù, allo scopo di renderci schiavi. Ad essi però non cedemmo, per riguardo, neppure un istante, perché la verità del vangelo continuasse a rimanere salda tra di voi.
Da parte dunque delle persone più ragguardevoli — quali fossero allora non m’interessa, perché Dio non bada a persona alcuna — a me, da quelle persone ragguardevoli, non fu imposto nulla di più. Anzi, visto che a me era stato affidato il vangelo per i non circoncisi, come a Pietro quello per i circoncisi — poiché colui che aveva agito in Pietro per farne un apostolo dei circoncisi aveva agito anche in me per i pagani — e riconoscendo la grazia a me conferita, Giacomo, Cefa e Giovanni, ritenuti le colonne, diedero a me e a Barnaba la loro destra in segno di comunione, perché noi andassimo verso i pagani ed essi verso i circoncisi. Soltanto ci pregarono di ricordarci dei poveri: ciò che mi sono proprio preoccupato di fare. 

Responsorio   Cfr. Mt 16, 18-19
R. Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze dell’inferno non la vinceranno. * A te darò le chiavi del regno dei cieli.
V. Tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli.
R. A te darò le chiavi del regno dei cieli.

Seconda Lettura
Dai «Discorsi» di sant’Agostino, vescovo
(Disc. 295, 1-2. 4. 7-8; PL 38, 1348-1352)
 
Questi martiri hanno visto ciò che hanno predicato
Il martirio dei santi apostoli Pietro e Paolo ha reso sacro per noi questo giorno. Noi non parliamo di martiri poco conosciuti; infatti «per tutta la terra si diffonde la loro voce ai confini del mondo la loro parola» (Sal 18, 5). Questi martiri hanno visto ciò che hanno predicato. Hanno seguito la giustizia. Hanno testimoniato la verità e sono morti per essa.
Il beato Pietro, il primo degli apostoli, dotato di un ardente amore verso Cristo, ha avuto la grazia di sentirsi dire da lui: «E io ti dico: Tu sei Pietro» (Mt 16, 18). E precedentemente Pietro si era rivolto a Gesù dicendo: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (Mt 16, 16). E Gesù aveva affermato come risposta: «E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa» (Mt 16, 18). Su questa pietra stabilirò la fede che tu professi. Fonderò la mia chiesa sulla tua affermazione: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». Tu infatti sei Pietro. Pietro deriva da pietra e non pietra da Pietro. Pietro deriva da pietra, come cristiano da Cristo.
Il Signore Gesù, come già sapete, scelse prima della passione i suoi discepoli, che chiamò apostoli. Tra costoro solamente Pietro ricevette l’incarico di impersonare quasi in tutti i luoghi l’intera Chiesa. Ed è stato in forza di questa personificazione di tutta la Chiesa che ha meritato di sentirsi dire da Cristo: «A te darò le chiavi del regno dei cieli» (Mt 16, 19). Ma queste chiavi le ha ricevute non un uomo solo, ma l’intera Chiesa. Da questo fatto deriva la grandezza di Pietro, perché egli è la personificazione dell’universalità e dell’unità della Chiesa. «A te darò» quello che è stato affidato a tutti. E` ciò che intende dire Cristo. E perché sappiate che è stata la Chiesa a ricevere le chiavi del regno dei cieli, ponete attenzione a quello che il Signore dice in un’altra circostanza: «Ricevete lo Spirito Santo» e subito aggiunge: «A chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi» (Gv 20, 22-23).
Giustamente anche dopo la risurrezione il Signore affidò allo stesso Pietro l’incombenza di pascere il suo gregge. E questo non perché meritò egli solo, tra i discepoli, un tale compito, ma perché quando Cristo si rivolge ad uno vuole esprimere l’unità. Si rivolge da principio a Pietro, perché Pietro è il primo degli apostoli.
Non rattristarti, o apostolo. Rispondi una prima, una seconda, una terza volta. Vinca tre volte nell’amore la testimonianza, come la presunzione è stata vinta tre volte dal timore. Deve essere sciolto tre volte ciò che hai legato tre volte. Sciogli per mezzo dell’amore ciò che avevi legato per timore.
E così il Signore una prima, una seconda, una terza volta affidò le sue pecorelle a Pietro.
Un solo giorno è consacrato alla festa dei due apostoli. Ma anch’essi erano una cosa sola. Benché siano stati martirizzati in giorni diversi, erano una cosa sola. Pietro precedette, Paolo seguì. Celebriamo perciò questo giorno di festa, consacrato per noi dal sangue degli apostoli.
Amiamone la fede, la vita, le fatiche, le sofferenze, le testimonianze e la predicazione.

Gal. 5,1.13-26

dal sito:

http://www.sanbiagio.org/lectio/spirito4.pdf

Gal. 5,1.13-26

Paolo afferma in modo categorico che la vocazione cristiana è una vocazione alla libertà (Gal.5,13). Il cristiano è un figlio. Non ha ricevuto uno spirito da schiavo che lo opprima nella paura, ma uno spirito di filiazione divina per il quale può gridare a Dio: « Papà, Padre! » (cfr. Rom.8,15 ). Di qui la sua dignità non solo di persona presente a se stessa, attiva e ricettiva nel non lasciarsi condizionare da pressioni ambientali ( libertà di spirito: grande valore umano!), ma di persona che assume la capacità, il rischio della libertà nello Spirito, cioè di realizzare se stessa, fuori dalle pressioni del suo « ego », nel dono totale di sé ai fratelli per amore di Dio e sul modello di Cristo.
Sono due i nuclei narrativi:
cap.5,1.13-15 È focalizzato il significato cristiano della libertà che è « AGÀPE « , amore.
vv. 16-24 Viene evidenziata una forte opposizione: vita e opere della carne, vita e frutto dello Spirito.
vv.25-26 e cap.6,1-2 Si dice qual è il comportamento di chi vive secondo lo Spirito.
vv.1.13-15 Nella prima parte di questo capitolo, Paolo ha rimproverato i Galati che cercavano la « giustificazione » (=salvezza) nella legge mosaica e nelle sue pratiche. Ha asserito che in Cristo Gesù non è l’essere o no circoncisi ad avere effetto salvifico, ma la fede in Lui che si attua mediante la carità (v.6). Conviene essere fermamente persuasi che, liberati da Cristo per una vocazione alla libertà e quindi per un cammino nella libertà, non è il caso di ricadere nella schiavitù. Ci sono due tipi di schiavitù: quella di riprendere il giogo della legge con le sue pesantezze e prescrizioni esteriori e vissute nell’esteriorità o quella che sta al polo opposto. Sembra, ma non è libertà. Si tratta di permissività e licenza nel concedersi alla carne (sarx), cioè a un tipo di vita sbagliata, incline alle passioni, all’istintività egoistica con le sue pretese.
Paolo sa che dove l’ « ego » trionfa, gl’individualismi scatenano divisioni, litigi, un « mordersi a vicenda » (v.15). La libertà, al contrario, si realizza per mezzo della carità – incredibile, ma vero
per la forza dello Spirito! – nell’essere in permanenza gli uni schiavi degli altri. Qui Paolo tocca un vertice del suo argomentare motivando:
« PerchéÈ la legge trova la sua pienezza in una sola parola: AMERAI IL TUO PROSSIMO COME TE STESSO » (v.14).
Altrove egli aveva detto:

« CHI AMA L’ALTRO HA GIÀ PORTATO A COMPIMENTO LA LEGGE » (Rom. 13,8), « LA CARITA’ E’ LA PIENEZZA DELLA LEGGE » ( Rom. 13,10).

È dunque evidente: non sei mai così libero come quando scegli di servire l’altro per amore di Dio.
vv.16-24 « Spirito » e « carne » sono visti come principi operativi antitetici: l’uno libera perfino dalla legge, nel senso che l’adempimento di essa non è forzato, ma mosso dal dinamismo interiore dello Spirito-Amore; l’altro schiavizza perché fa cadere nel peccato.
Paolo esemplifica enumerando peccati di 4 categorie:
1. Disordine nel campo sessuale (fornicazione, impurità, debolezza)
2. Peccati contro la religione (idolatria, magia)
3. Peccati contro la carità (notare come si parte dalle ostilità che allignano nell’intimo per giungere all’esplosione in varie manifestazioni)
4. Peccati contro la temperanza (orge, ubriachezze).
Tutto questo, dice Paolo inequivocabilmente, non permette di accedere all’eredità escatologica del Regno di Dio.
vv.22-24 Al contrario il frutto dello Spirito (notare il singolare che richiama il « frutto » per eccellenza maturato sulla radice di Iesse: Gesù, il suo stile di vita virtuoso, ricco d’amore!)si articola in una gamma di atteggiamenti tipici di chi, come Gesù, vive animato dallo Spirito d’Amore e perciò ama, gioisce, è nella pace, edifica il « sé », s’apre a magnanimità, bontà, benevolenza, ispira e dà fiducia, è mite ( quindi umile), costruisce dei rapporti interpersonali ispirati a carità, padroneggia i propri impulsi (ciò vale tanto per l’ambito personale che per quello relazionale ). Come non sentire risuonare gli stessi atteggiamenti presenti in 1Cor.13, celebre inno alla carità? Quel che si evidenzia sempre più è che libertà e amore s’identificano. E l’amore è sì anche impegno nostro, ma anzitutto è dono dello Spirito: « L’amore di Dio e’ versato nei nostri cuori mediante lo spirito che ci e’ stato donato » (Rm.5,5). La legge non si occupa di cose del genere (v.24), proprio perché la persona che ama è animata e guidata dallo Spirito. E chi appartiene a Cristo (a causa del battesimo, tanto più per la consacrazione religiosa) in forza e amore di Spirito Santo crocifigge la propria parte istintiva, incline al male (carne) in Cristo Gesù Crocifisso; è in Lui che s’appropria dello Spirito Santo vivificante e liberante.
v.25 e cap.6,1-2 Se la nostra vita è continuamente sorretta dall’energia dello Spirito, s’instaura in noi un modo esistenziale capace di non schiavizzarsi in vanagloria, competizioni, invidie; un modo libero d’impegnarsi alla cura di sé e degli altri nella mitezza e nella pazienza che, col vicendevole portare i pesi esistenziali, compie l’intera legge di Cristo. Sì, perché è proprio in questa pazienza che si manifesta concretamente l’amore.
E « l’amore e’ la pienezza della legge » (Rm.13,10).
Lo Spirito, capace perfino di dare la vita alle ossa aride di cui parla Ezechiele (37,4); lo Spirito che opera il trapianto del cuore (togliendo il cuore di pietra ne dà uno di carne), è capace, come già detto (Ger.31,33), di far vivere dal di dentro con motivazioni interiori d’amore quella legge di Dio che sostanzialmente è espressione della sua volontà.
Davvero: « dove c’e’ lo spirito del signore e’ libertà’ » ( 2 Cor.3,12), perché è lo Spirito a condurci all’intera e intima verità delle cose che Gesù ci ha insegnato (cfr. Gv.16,13-15) con l’esempio e con la Parola.
Ma questa libertà, fuori da ogni equivoco, ci riconduce a una carità che è impegno d’amore fino alla concretezza del servire.
« non sono venuto per essere servito, ma per servire « , dice Gesù. E Paolo:
« libero da tutti mi sono fatto schiavo di tutti  » ( 1 Cor. 9,19).
È importante educarci ed educare le giovani generazioni di suore a questa vera libertà di spirito e secondo lo Spirito.
Il vento delle interpretazioni errate e superficiali del Concilio Vaticano II ha tentato di spazzare via l’adesione alla Legge, alle Costituzioni. Risultato: in alcuni consacrati si è evidenziato ancora di più un attaccamento esteriore, legalistico, sostanziato di paure; in altri (e sono più numerosi) s’è ingenerata l’insofferenza delle Legge, di ogni disciplina, il culto dello spontaneismo spirituale che è superficialità o addirittura vuoto di fede.
La Legge di Dio e della Chiesa (per noi le Costituzioni) hanno sempre ragione d’essere perché c’impediscono di scivolare nel campo minato del soggettivismo, della faciloneria, del rischio di barattare le proprie estrosità egoistiche col disegno di Dio.
Bisogna però tenere sempre ben presente il fatto che l’osservanza senza amore di Spirito Santo è priva di significato, porta frustrazioni nel campo dell’affettività, delle realizzazioni personali, della vita singola e comunitaria.

« CHI ALL’OSSERVANZA IN QUANTO TALE ACCORDA UN VALORE IN SÉ SI SFORZERÀ DI CONSERVARLA INTATTA AD OGNI COSTO, POTRÀ IMMAGINARE CHE IN QUALCHE MODO OBBEDISCE ANCORA ALLA LEGGE, ANCHE SE GIUNGE A DISTORCERLA O, COME SUCCEDEVA AI FARISEI, AD USARE MALIZIA CON ESSA (cfr. Mc.7,10-13) ».

Essere donne libere ed educatrici a libertà oggi è più che mai indispensabile.
Occorre però chiarezza d’idee ed impegno perseverante. Liberi non si è; si diventa con un diuturno esercizio di preghiera, di consenso « a crocifiggere la carne e i suoi desideri » (5,24), vivendo e amando in forza dello Spirito, seguendo lo Spirito (cfr. V.25) « portando i pesi gli uni degli altri » (v. 6,2) perché non coartati dalla legge, ma per un amore di carità continuamente impetrato dallo Spirito d’Amore.
Scrive un autore:

« TALI ANIME SONO LIBERE PERCHÉ SUL PIANO PSICOLOGICO COMPIONO IL BENE NON IN VIRTÙ DELL’ORDINE CHE VIENE IMPOSTO, MA IN FORZA DEL MOTO INTERIORE CHE FA LORO DESIDERARE DI COMPIERE LA VOLONTÀ DI DIO COME UN’ESIGENZA DEL LORO AMORE. ESSE AMANO TALMENTE CHE NON POTREBBERO NON VOLERE CIÒ CHE L’AMATO DESIDERA.
MA IL PRECETTO NON LE VINCOLA, NÉ LE COARTA O INFASTIDISCE LA PROIBIZIONE, NÉ EVITANO IL MALE IN FORZA DELLA PROIBIZIONE. ESSE PERCEPISCONO  CHE IN LORO SI REALIZZA LA PAROLA PROFETICA DI GEREMIA RIPRESA DALLA LETTERA AGLI EBREI: <> « 

Risulta dunque evidente che un ritorno all’interiorità è anche cammino di libertà vera, dove proprio il massimo della libertà spinge al dono totale di sé nel servizio (cfr. 5,13).
Come mi percepisco: interiormente libera o condizionata dal giudizio degli altri, dai vari fattori ambientali in cui vivo?
Qual è il mio rapporto con la Legge? Amo talmente il Signore che vi aderisco con libertà di cuore o sono paurosa, formale nella mia osservanza?
Aderisco alla Legge in funzione delle persone da amare e servire per amore di Dio o amo la Legge per la Legge, oppure sostanzialmente non amo che d’essere libera (?) di far ciò che mi appaga al momento?
Ricordo che lo Spirito Santo è certissimamente dato a chi lo invoca dal Padre con fede: quello Spirito che mi fa libera di amare? (Cfr. Lc.11,13)
Ä Riassaporo un bellissima affermazione del Concilio Vaticano II . La lascio entrare in me a livelli profondi: « Questo popolo missionario ha (…) per condizione la dignità e la libertà dei figli di Dio nel cuore del quali dimora lo Spirito Santo come in un tempio. Ed ha per legge il precetto nuovo di amare come lo stesso Cristo ci ha amato  » (L.G. 2,9).
Ä Mi concedo del tempo per pregare:
O Spirito Santo,
Amore, vita e libertà dell’anima mia,
libera il mio essere da tutto ciò che non è amore di Dio e delle persone a cominciare da quelle che vivono con me.

Publié dans:Lettera ai Galati |on 18 mai, 2011 |Pas de commentaires »

SABATO 12 FEBBRAIO 2011 – V SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

SABATO 12 FEBBRAIO 2011 – V SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

UFFICIO DELLE LETTURE

Prima Lettura
Dalla lettera ai Galati di san Paolo, apostolo 5, 25 – 6, 18

Consigli riguardo alla carità e allo zelo
Fratelli, se viviamo dello Spirito, camminiamo anche secondo lo Spirito. Non cerchiamo la vanagloria, provocandoci e invidiandoci gli uni gli altri.
Qualora uno venga sorpreso in qualche colpa, voi che avete lo Spirito correggetelo con dolcezza. E vigila su te stesso, per non cadere anche tu in tentazione. Portate i pesi gli uni degli altri, così adempirete la legge di Cristo. Se infatti uno pensa di essere qualcosa mentre non è nulla, inganna se stesso. Ciascuno esamini invece la propria condotta e allora solo in se stesso e non negli altri troverà motivo di vanto: ciascuno infatti porterà il proprio fardello.
Chi viene istruito nella dottrina, faccia parte di quanto possiede a chi lo istruisce. Non vi fate illusioni; non ci si può prendere gioco di Dio. Ciascuno raccoglierà quello che avrà seminato. Chi semina nella sua carne, dalla carne raccoglierà corruzione; chi semina nello Spirito, dallo Spirito raccoglierà vita eterna. E non stanchiamoci di fare il bene; se infatti non desistiamo, a suo tempo mieteremo. Poiché dunque ne abbiamo l’occasione, operiamo il bene verso tutti, soprattutto verso i fratelli nella fede.
Vedete con che grossi caratteri vi scrivo, ora, di mia mano. Quelli che vogliono fare bella figura nella carne, vi costringono a farvi circoncidere, solo per non essere perseguitati a causa della croce di Cristo.
Infatti neanche gli stessi circoncisi osservano la legge, ma vogliono la vostra circoncisione per trarre vanto dalla vostra carne. Quanto a me invece non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo. Non è infatti la circoncisione che conta, né la non circoncisione, ma l’essere nuova creatura. E su quanti seguiranno questa norma sia pace e misericordia, come su tutto l’Israele di Dio.
D’ora innanzi nessuno mi procuri fastidi: difatti io porto le stigmate di Gesù nel mio corpo.
La grazia del Signore nostro Gesù Cristo sia con il vostro spirito, fratelli. Amen.

Responsorio   Cfr. Gal 6, 7. 8; Gv 6, 63
R. Ciascuno raccoglie ciò che seminato. Chi semina nella carne, raccoglie corruzione; * chi semina nello spirito, raccoglie vita eterna.
V. E’ lo Spirito che dà vita, la carne non giova a nulla:
R. chi semina nello spirito, raccogli vita eterna.

Seconda Lettura
Dai «Discorsi» del beato Isacco, abate del monastero della Stella
(Disc. 31; PL 194, 1292-1293)

La preminenza della carità
Perché mai, o fratelli, siamo poco solleciti nel cercare le occasioni di salvezza vicendevole, e non ci prestiamo mutuo soccorso dove lo vediamo maggiormente necessario, portando fraternamente i pesi gli uni degli altri? Volendoci ricordare questo, l’Apostolo dice: «Portate i pesi gli uni degli altri, così adempirete la legge di Cristo» (Gal 6, 2). E altrove: «Sopportatevi a vicenda con amore» (cfr. Ef 4, 2). Questa è senza dubbio la legge di Cristo.
Ciò che nel mio fratello per qualsiasi motivo — o per necessità o per infermità del corpo o per leggerezza di costumi — vedo non potersi correggere, perché non lo sopporto con pazienza? Perché non lo curo amorevolmente, come sta scritto: I loro piccoli saranno portati in braccio ed accarezzati sulle ginocchia? (cfr. Is 66, 12). Forse perché mi manca quella carità che tutto soffre, che è paziente nel sopportare e benigna nell’amare secondo la legge di Cristo! Egli con la sua passione si è addossato i nostri mali e con la sua compassione si è caricato dei nostri dolori (cfr. Is 53, 4), amando coloro che ha portato e portando
coloro che ha amato. Invece colui che attacca ostilmente il fratello in necessità, o che insidia alla sua debolezza, di qualunque genere sia, si assoggetta senza dubbio alla legge del diavolo e la mette in pratica. Usiamoci dunque comprensione e pratichiamo la fraternità, combattendo la debolezza e perseguitando solo il vizio.
La condotta più accetta a Dio è quella che, pur varia nelle forme e nello stile, segue con grande sincerità l’amore di Dio e, per lui, l’amore del prossimo.
La carità è l’unico criterio secondo cui tutto deve essere fatto o non fatto, cambiato o non cambiato. E’ il principio che deve dirigere ogni azione e il fine a cui deve tendere. Agendo con riguardo ad essa o ispirati da essa, nulla è disdicevole e tutti è buono.
Si degni di concedercela, questa carità, colui al quale senza di essa non possiamo piacere, colui senza del quale non possiamo fare assolutamente nulla, che vive e regna, Dio per i secoli senza fine. Amen.

VENERDÌ 11 FEBBRAIO – V SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

VENERDÌ 11 FEBBRAIO – V SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

BEATA MARIA VERGINE DI LOURDES (mf)

UFFICIO DELLE LETTURE

Prima Lettura
Dalla lettera ai Galati di san Paolo, apostolo 5, 1-25

La libertà del cristiano
Fratelli, Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi; state dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù. Ecco, io Paolo vi dico: se vi fate circoncidere, Cristo non vi gioverà nulla. E dichiaro ancora una volta a chiunque si fa circoncidere che egli è obbligato ad osservare tutta quanta la legge. Non avete più nulla a che fare con Cristo voi che cercate la giustificazione nella legge; siete decaduti dalla grazia. Noi infatti per virtù dello Spirito, attendiamo dalla fede la giustificazione che speriamo. Poiché in Cristo Gesù non è la circoncisione che conta o la non circoncisione, ma la fede che opera per mezzo della carità.
Correvate così bene; chi vi ha tagliato la strada che non obbedite più alla verità? Questa persuasione non viene sicuramente da colui che vi chiama! Un po’ di lievito fa fermentare tutta la pasta. Io sono fiducioso per voi nel Signore che non penserete diversamente; ma chi vi turba, subirà la sua condanna, chiunque egli sia. Quanto a me, fratelli, se io predico ancora la circoncisione, perché sono tuttora perseguitato? E’ dunque annullato lo scandalo della croce? Dovrebbero farsi mutilare coloro che vi turbano.
Voi infatti, fratelli, siete stati chiamati a libertà. Purché questa libertà non divenga un pretesto per vivere secondo la carne, ma mediante la carità siate a servizio gli uni degli altri. Tutta la legge infatti trova la sua pienezza in un solo precetto: amerai il prossimo tuo come te stesso. Ma se vi mordete e divorate a vicenda, guardate almeno di non distruggervi del tutto gli uni gli altri!
Vi dico dunque: camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare i desideri della carne; la carne infatti ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; queste cose si oppongono a vicenda, sicché voi non fate quello che vorreste.
Ma se vi lasciate guidare dallo Spirito, non siete più sotto la legge. Del resto le opere della carne sono ben note: fornicazione, impurità, libertinaggio, idolatria, stregonerie, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, invidie, ubriachezze, orge e cose del genere; circa queste cose vi preavviso, come già ho detto, che chi le compie non erediterà il regno di Dio. Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé; contro queste cose non c’è legge.
Ora quelli che sono di Cristo Gesù hanno crocifisso la loro carne con le sue passioni e i suoi desideri. Se pertanto viviamo dello Spirito, camminiamo anche secondo lo Spirito.

Responsorio    Cfr. Gal 5, 18. 22. 25
R. Se vi lasciate guidare dallo Spirito, non siete più sotto la legge. * Frutto dello Spirito è amore, pace e gioia.
V. Se viviamo dello Spirito, camminiamo in comunione con lui.
R. Frutto dello Spirito è amore, pace e gioia.
 
Seconda Lettura
Dalla «Lettera» di santa Maria Bernardetta Soubirous, vergine
(Lettera a P. Gondrand, a. 1861; cfr. A. Ravier, Le scrits de sante Bernardette, Paris, 1961, pp. 53-59)

Una Signora mi ha parlato
Un giorno, recatami sulla riva del fiume Gave per raccogliere legna insieme con due fanciulle, sentii un rumore. Mi volsi verso il prato ma vidi che gli alberi non si muovevano affatto, per cui levai la testa e guardai la grotta. Vidi una Signora rivestita di vesti candide. Indossava un abito bianco ed era cinta da una fascia azzurra. Su ognuno dei piedi aveva una rosa d’oro, che era dello stesso colore della corona del rosario. A quella vista mi stropicciai gli occhi, credendo a un abbaglio. Misi le mani in grembo, dove trovai la  mia corona del rosario. Volli anche farmi il segno della croce sulla fronte, ma non riuscii ad alzare la mano, che mi cadde. Avendo quella Signora fatto il segno della croce, anch’io, pur con mano tremante, mi sforzai e finalmente vi riuscii. Cominciai al tempo stesso a recitare il rosario, mentre anche la stessa Signora faceva scorrere i grani del suo rosario, senza tuttavia muovere le labbra. Terminato il rosario, la visione subito scomparve.
Domandai alle due fanciulle se avessero visto qualcosa, ma quelle dissero di no; anzi mi interrogarono cosa avessi da rivelare loro. Allora risposi di aver visto una Signora in bianche vesti, ma non sapevo chi fosse. Le avvertii però di non farne parola. Allora anch’esse mi esortarono a non tornare più in quel luogo, ma io mi rifiutai.
Vi ritornai pertanto la domenica, sentendo di esservi interiormente chiamata.
Quella Signora mi parlò soltanto la terza  volta e mi chiese se volessi recarmi da lei per quindici giorni. Io le risposi di sì. Ella aggiunse che dovevo esortare i sacerdoti perché facessero costruire là una cappella; poi mi comandò di bere alla fontana. Siccome non ne vedevo alcuna, andavo verso il fiume Gave, ma ella mi fece cenno che non parlava del fiume e mi mostrò col dito una fontana. Recatami là, non trovai se non poca acqua fangosa. Accostai la mano, ma non potei prender niente; perciò cominciai a scavare e finalmente potei attingere un po’ d’acqua; la buttai via per tre volte, alla quarta invece potei  berla. La visione allora scomparve ed io me ne tornai verso casa.
Per  quindici  giorni però  ritornai colà e  la Signora mi apparve tutti i giorni tranne un lunedì e un venerdì, dicendomi di nuovo di avvertire i  sacerdoti che facessero costruire là una cappella, di andare a lavarmi alla fontana e di pregare per la conversione dei peccatori. Le domandai più volte chi fosse, ma sorrideva dolcemente. Alla fine, tenendo le braccia levate ed alzando gli occhi al cielo, mi disse di essere l’Immacolata Concezione.
Nello spazio di quei quindici giorni mi svelò anche tre segreti, che mi proibì assolutamente di rivelare ad alcuno; cosa che io ho fedelmente  osservato fino ad oggi.

GIOVEDÌ 10 SETTEMBRE 2011 – V SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

GIOVEDÌ 10 SETTEMBRE 2011 – V SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

S. SCOLASTICA (m)

UFFICIO DELLE LETTURE

Prima Lettura
Dalla lettera ai Galati di san Paolo, apostolo 4, 8-31

L’eredità divina e la libertà della nuova alleanza
Fratelli, un tempo, per la vostra ignoranza di Dio, eravate sottomessi a divinità, che in realtà non lo sono; ora invece che avete conosciuto Dio, anzi da lui siete stati conosciuti, come potete rivolgervi di nuovo a quei deboli e miserabili elementi, ai quali di nuovo come un tempo volete servire? Voi infatti osservate giorni, mesi, stagioni e anni! Temo per voi che io mi sia affaticato invano a vostro riguardo.
Siate come me, ve ne prego, poiché anch’io sono stato come voi, fratelli. Non mi avete offeso in nulla. Sapete che fu a causa di una malattia del corpo che vi annunziai la prima volta il vangelo; e quella che nella mia carne era per voi una prova non l’avete disprezzata né respinta, ma al contrario mi avete accolto come un angelo di Dio, come Cristo Gesù.
Dove sono dunque le vostre felicitazioni? Vi rendo testimonianza che, se fosse stato possibile, vi sareste cavati anche gli occhi per darmeli. Sono dunque diventato vostro nemico dicendovi la verità? Costoro si danno premura per voi, ma non onestamente; vogliono mettervi fuori, perché mostriate zelo per loro. E’ bello invece essere circondati di premure nel bene sempre e non solo quando io mi trovo presso di voi, figlioli miei, che io di nuovo partorisco nel dolore finché non sia formato Cristo in voi! Vorrei essere vicino a voi in questo momento e poter cambiare il tono della mia voce, perché non so cosa fare a vostro riguardo.
Ditemi, voi che volete essere sotto la legge: non sentite forse cosa dice la legge? Sta scritto infatti che Abramo ebbe due figli, uno dalla schiava e uno dalla donna libera. Ma quello dalla schiava è nato secondo la carne; quello dalla donna libera, in virtù della promessa. Ora, tali cose sono dette per allegoria: le due donne infatti rappresentano le due Alleanze; una, quella del monte Sinai, che genera nella schiavitù, rappresentata da Agar il Sinai è un monte dell’Arabia ; essa corrisponde alla Gerusalemme attuale, che di fatto è schiava insieme ai suoi figli. Invece la Gerusalemme di lassù è libera ed è la nostra madre. Sta scritto infatti:
Rallegrati, sterile, che non partorisci,
grida nell’allegria tu che non conosci i dolori del parto,
perché molti sono i figli dell’abbandonata,
più di quelli della donna che ha marito (Is 54, 1).
Ora voi, fratelli, siete figli della promessa, alla maniera di Isacco. E come allora colui che era nato secondo la carne perseguitava quello nato secondo lo spirito, così accade anche ora. Però, che cosa dice la Scrittura? Manda via la schiava e suo figlio, perché il figlio della schiava non avrà eredità col figlio della donna libera (Gn 21, 10). Così, fratelli, noi non siamo figli di una schiava, ma di una donna libera.

Responsorio   Cfr. Gal 4, 28. 31; 5, 1; 2 Cor 3, 17
R. Noi siamo figli della promessa, alla maniera di Isacco: non figli di una schiava, ma di una donna libera. * Cristo ci ha liberati, e come lui saremo liberi.
V. Il Signore è lo Spirito: dov’è lo Spirito del Signore, è la libertà.
R. Cristo ci ha liberati, e come lui saremo liberi.
 
Seconda Lettura
Dai «Dialoghi» di san Gregorio Magno, papa  (Lib. 2, 33; PL 66, 194-196)

Poté di più colei che più amò
Scolastica, sorella di san Benedetto, consacratasi a Dio fin dall’infanzia, era solita recarsi dal fratello una volta all’anno. L’uomo di Dio andava incontro e lei, non molto fuori della porta, in un possedimento del monastero.
Un giorno visi recò secondo il solito, e il venerabile suo fratello le scese incontro con alcuni suoi discepoli. Trascorsero tutto il giorno nelle lodi di Dio e in santa conversazione. Sull’imbrunire presero insieme il cibo.
Si trattennero ancora a tavola e, col protrarsi dei santi colloqui, si era giunti a un’ora piuttosto avanzata. La pia sorella perciò lo supplicò, dicendo: «Ti prego, non mi lasciare per questa notte; ma parliamo fino al mattino delle gioie della vita celeste». Egli le rispose: «Che cosa dici mai, sorella? Non posso assolutamente pernottare fuori del monastero».
Scolastica, udito il diniego del fratello, poggiò le mani con le dita intrecciate sulla tavola e piegò la testa sulle mani per pregare il Signore onnipotente. Quando levò il capo dalla mensa, scoppiò un tale uragano con lampi e tuoni e rovesciò di pioggia, che né il venerabile Benedetto, né i monaci che l’accompagnavano, poterono metter piede fuori dalla soglia dell’abitazione, dove stavano seduti.
Allora l’uomo di Dio molto rammaricato cominciò a lamentarsi e a dire: «Dio onnipotente ti perdoni, sorella, che cosa hai fatto?». Ma ella gli rispose: «Ecco, ho pregato te, e tu non hai voluto ascoltarmi; ho pregato il mio Dio e mi ha esaudita. Ora esci pure, se puoi; lasciami e torna al monastero».
Ed egli che non voleva restare lì spontaneamente, fu costretto a rimanervi per forza.
Così trascorsero tutta la notte vegliando e si saziarono di sacri colloqui raccontandosi l’un l’altro le esperienze della vita spirituale.
Non fa meraviglia che Scolastica abbia avuto più potere del fratello. Siccome, secondo la parola di Giovanni, «Dio è amore», fu molto giusto che potesse di più colei che più amo.
Ed ecco che tre giorni dopo, mentre l’uomo di Dio stava nella cella e guardava al cielo, vide l’anima di sua sorella, uscita dal corpo, penetrare nella sublimità dei cieli sotto forma di colomba. Allora, pieno di gioia per una così grande gloria toccatale, ringraziò Dio con inni e lodi, e mandò i suoi monaci perché portassero il corpo di lei al monastero e lo deponessero nel sepolcro che aveva preparato per sé.
Così neppure la tomba separò i corpi di coloro che erano stati uniti in Dio, come un’anima sola.

MERCOLEDÌ 9 FEBBRAIO 2011 – V SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

MERCOLEDÌ 9 FEBBRAIO 2011 – V SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

UFFICIO DELLE LETTURE

Prima Lettura
Dalla lettera ai Galati di san Paolo, apostolo 3, 15 – 4, 7

Il compito della legge
Fratelli, ecco, vi faccio un esempio comune: un testamento legittimo, pur essendo solo un atto umano, nessuno lo dichiara nullo o vi aggiunge qualche cosa. Ora è appunto ad Abramo e alla sua discendenza che furon fatte le promesse. Non dice la Scrittura: «e ai tuoi discendenti», come se si trattasse di molti, ma «e alla tua discendenza» (Gn 12,7), come a uno solo, cioè Cristo. Ora io dico: un testamento stabilito in precedenza da Dio stesso, non può dichiararlo nullo una legge che è venuta quattrocentotrenta anni dopo, annullando così la promessa. Se infatti l’eredità si ottenesse in base alla legge, non sarebbe più in base alla promessa; Dio invece concesse il suo favore ad Abramo mediante la promessa.
Perché allora la legge? Essa fu aggiunta per le trasgressioni, fino alla venuta della discendenza per la quale era stata fatta la promessa, e fu promulgata per mezzo di angeli attraverso un mediatore. Ora non si dá mediatore per una sola persona e Dio è uno solo. La legge è dunque contro le promesse di Dio? Impossibile! Se infatti fosse stata data una legge capace di conferire la vita, la giustificazione scaturirebbe davvero dalla legge; la Scrittura invece ha rinchiuso ogni cosa sotto il peccato, perché ai credenti la promessa venisse data in virtù della fede in Gesù Cristo.
Prima però che venisse la fede, noi eravamo rinchiusi sotto la custodia della legge, in attesa della fede che doveva essere rivelata. Così la legge è per noi come un pedagogo che ci ha condotto a Cristo, perché fossimo giustificati per la fede. Ma appena è giunta la fede, noi non siamo più sotto un pedagogo. Tutti voi infatti siete figli di Dio per la fede in Cristo Gesù, poiché quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo. Non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù. E se appartenete a Cristo, allora siete discendenza di Abramo, eredi secondo la promessa.
Ecco, io faccio un altro esempio: per tutto il tempo che l’erede è fanciullo, non è per nulla differente da uno schiavo, pure essendo padrone di tutto; ma dipende da tutori e amministratori, fino al termine stabilito dal padre. Così anche noi quando eravamo fanciulli, eravamo come schiavi degli elementi del mondo. Ma quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge, per riscattare coloro che erano sotto la legge, perché ricevessimo l’adozione a figli. E che voi siete figli ne è prova il fatto che Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: Abbà, Padre! Quindi non sei più schiavo, ma figlio; e se figlio, sei anche erede per volontà di Dio.

Responsorio   Cfr. Gal 3, 27. 28; Ef 4, 24
R. Battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo.
Non c’è più Giudeo né Greco. * tutti voi siete uno in Cristo Gesù.
V. Rivestite l’uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella santità vera:
R. tutti voi siete uno in Cristo Gesù.

Seconda Lettura
Dalle «Lettere» di sant’Ambrogio, vescovo
(Lett. 35, 4-6. 13; PL 16, 1078-1079. 1081)

Siamo eredi di Dio, coeredi di Cristo
Come dice l’Apostolo, colui che per mezzo dello Spirito fa morire le opere del corpo, vivrà. Nessuna meraviglia che viva, perché chi ha lo Spirito di Dio diventa figlio di Dio. E’ figlio di Dio, e conseguentemente non riceve uno spirito da schiavi, ma uno spirito da figli adottivi. Per questo lo Spirito Santo attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio. E la testimonianza dello Spirito Santo consiste nel fatto che è proprio lui che grida nei nostri cuori: «Abbà, Padre!», come è scritto nella lettera ai Galati (Gal 4, 6). Quella testimonianza, poi, che siamo figli di Dio è veramente grande: perché siamo «eredi di Dio e coeredi di Cristo» (Rm 8, 17). Coerede di Cristo è colui che partecipa alla sua gloria; ma partecipa alla sua gloria solo chi, soffrendo per lui, partecipa alle sue pene.
Per esortarci alla sofferenza, aggiunge che tutto quello che soffriamo è inferiore e non paragonabile al premio riservato a chi sopporta tali pene. Grande infatti sarà la mercede di beni futuri che si rivelerà in noi, quando riformati sull’immagine di Dio, meriteremo di contemplare la sua gloria faccia a faccia.
Per esaltare, poi, la grandezza della rivelazione futura, afferma che anche la creazione, ora sottomessa alla caducità non per suo volere, ma nella speranza di essere liberata, attende con impazienza la liberazione dei figli di Dio. Essa spera da Cristo la grazia che spetta alla sua funzione. Anch’essa sarà liberata dalla corruzione e ammessa alla libertà della gloria dei figli di Dio. Ci sarà un’unica libertà, quella della creazione e quella dei figli di Dio, allorquando sarà manifestata la loro gloria. Frattanto, mentre tale manifestazione viene procrastinata, tutta la creazione geme nell’attesa della gloria della nostra adozione e della nostra redenzione. Sospira fin d’ora di dare alla luce quello spirito di salvezza e brama di essere liberata dalla schiavitù della caducità. Il concetto è chiaro. I fedeli, che possiedono le primizie dello Spirito, gemono interiormente aspettando l’adozione a figli. L’adozione a figli è la redenzione di tutto il corpo mistico. Si verificherà quando esso vedrà Dio, sommo ed eterno bene, quasi fosse tutto suo figlio adottivo. L’adozione a figli si ha però già ora nella Chiesa del Signore poiché già ora lo Spirito grida: «Abbà, Padre!», come si legge nella lettera ai Galati (Gal 4, 6). Ma essa sarò perfetta solamente quando tutti quelli che meriteranno di vedere il volto di Dio risorgeranno incorruttibili, splendidi e gloriosi. Allora la creatura umana potrà dirsi davvero liberata. Perciò l’Apostolo si gloria dicendo: «Nella speranza noi siamo stati salvati» (Rm 8, 24). Ci salva infatti la speranza, così come ci salva la fede, della quale è detto: «La tua fede ti ha salvato» (Lc 18, 42).

Responsorio   Cfr. Rm 8, 17; 5, 9
R. Siamo eredi di Dio e coeredi di Cristo: * se partecipiamo alle sue sofferenze, saremo con lui nella gloria.
V. Giustificati per il suo sangue, saremo salvati dall’ira per mezzo di lui,
R. se partecipiamo alle sue sofferenze, saremo con lui nella gloria.

LUNEDÌ 8 FEBBRAIO 2011 – V SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

LUNEDÌ 8 FEBBRAIO 2011 – V SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

UFFICIO DELLE LETTURE

Prima Lettura
Dalla lettera ai Galati di san Paolo, apostolo 2, 11 – 3, 14

Il giusto vivrà di fede
Fratelli, quando Cefa venne ad Antiochia, mi opposi a lui a viso aperto perché evidentemente aveva torto. Infatti, prima che giungessero alcuni da parte di Giacomo, egli prendeva cibo insieme ai pagani; ma dopo la loro venuta, cominciò a evitarli e a tenersi in disparte, per timore dei circoncisi. E anche gli altri Giudei lo imitarono nella simulazione, al punto che anche Barnaba si lasciò attirare nella loro ipocrisia. Ora quando vidi che non si comportavano rettamente secondo la verità del vangelo, dissi a Cefa in presenza di tutti: «Se tu, che sei Giudeo, vivi come i pagani e non alla maniera dei Giudei, come puoi costringere i pagani a vivere alla maniera dei Giudei? Noi che per nascita siamo Giudei e non pagani peccatori, sapendo tuttavia che l’uomo non è giustificato dalle opere della legge ma soltanto per mezzo della fede in Gesù Cristo, abbiamo creduto anche noi in Gesù Cristo per essere giustificati dalla fede in Cristo e non dalle opere della legge; poiché dalle opere della legge non verrà mai giustificato nessuno» (Sal 142, 2).
Se pertanto noi che cerchiamo la giustificazione in Cristo siamo trovati peccatori come gli altri, forse Cristo è ministro del peccato? Impossibile! Infatti se io riedifico quello che ho demolito, mi denuncio come trasgressore. In realtà mediante la legge io sono morto alla legge, per vivere per Dio. Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me. Non annullo dunque la grazia di Dio; infatti se la giustificazione viene dalla legge, Cristo è morto invano.
O stolti Gàlati, chi mai vi ha ammaliati, proprio voi agli occhi dei quali fu rappresentato al vivo Gesù Cristo crocifisso? Questo solo io vorrei sapere da voi: è per le opere della legge che avete ricevuto lo Spirito o per aver creduto alla predicazione? Siete così privi d’intelligenza che, dopo aver incominciato con lo Spirito, ora volete finire con la carne? Tante esperienze le avete fatte invano? Se almeno fosse invano! Colui che dunque vi concede lo Spirito e opera portenti in mezzo a voi, lo fa grazie alle opere della legge o perché avete creduto alla predicazione?
Fu così che Abramo ebbe fede in Dio e gli fu accreditato come giustizia (Gn 15, 6). Sappiate dunque che figli di Abramo sono quelli che vengono dalla fede. E la Scrittura, prevedendo che Dio avrebbe giustificato i pagani per la fede, preannunziò ad Abramo questo lieto annunzio: In te saranno benedette tutte le genti (Gn 12, 3). Di conseguenza, quelli che hanno la fede vengono benedetti insieme ad Abramo che credette. Quelli invece che si richiamano alle opere della legge, stanno sotto la maledizione, poiché sta scritto: Maledetto chiunque non rimane fedele a tutte le cose scritte nel libro della legge per praticarle (Dt 27, 26). E che nessuno possa giustificarsi davanti a Dio per la legge risulta dal fatto che il giusto vivrà in virtù della fede (Ab 2, 4). Ora la legge non si basa sulla fede; al contrario dice che chi praticherà queste cose, vivrà per esse (Lv 8, 5). Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della legge, diventando lui stesso maledizione per noi, come sta scritto: Maledetto chi pende dal legno (Dt 21, 23), perché in Cristo Gesù la benedizione di Abramo passasse alle genti e noi ricevessimo la promessa dello Spirito mediante la fede.

Responsorio   Cfr. Gal 2, 16. 21
R. L’uomo non è giustificato dalle opere della legge, ma dalla fede in in Gesù Cristo; * noi abbiamo creduto in Gesù Cristo.
V. Se la giustificazione viene dalla legge, Cristo è morto invano:
R. Noi abbiamo creduto in Gesù Cristo.

Seconda Lettura
Dalle «Omelie sulla Genesi» di Origene, sacerdote
(Om. 8, 6. 8. 9; PG 12, 206-209)

Il sacrificio di Abramo
«Abramo prese la legna dell’olocausto e la caricò sul figlio Isacco, prese in mano il fuoco e il coltello, poi proseguirono tutt’e due insieme» (Gn 22, 6).
Isacco che reca la legna per il proprio sacrificio è figura di Cristo che portò la sua croce, e tuttavia portare la legna per l’olocausto è ufficio del sacerdote. Così egli diventa vittima e sacerdote. Ma anche l’espressione «proseguirono tutt’e due insieme» si riferisce allo stesso simbolo. Poiché mentre Abramo che si accinge a compiere il sacrificio porta fuoco e coltello, Isacco non cammina dietro di lui, ma a pari passo, perché si comprenda che egli condivide con lui il sacerdozio.
Che cosa viene ora? «Disse Isacco a suo padre Abramo: Padre» (cfr. Gn 22, 7). Questa voce del figlio in un momento simile è la voce della tentazione. Infatti come pensi tu che quel giovinetto, in procinto di essere immolato, non abbia con la sua voce sconvolto il cuore paterno? E sebbene Abramo fosse alquanto duro per la sua fede, rispose tuttavia con voce che tradiva l’affetto paterno: «che vuoi, figlio?». E lui: «Ecco qui», disse, «il fuoco e la legna, ma dov’è l’agnello per l’olocausto?». Abramo rispose: «Dio stesso provvederà l’agnello per l’olocausto, figlio mio» (Gn 22, 7-8).
Mi commuove questa risposta di Abramo, così delicata e prudente. Non so che cosa egli prevedesse nella sua mente, poiché non parla al presente ma al futuro: «Dio provvederà l’agnello». Al figlio che chiedeva in presente dà la risposta in futuro; poiché lo stesso Signore avrebbe provveduto l’agnello nella persona di Cristo.
«Abramo stese la mano e prese il coltello per immolare suo figlio. Ma l’angelo del Signore lo chiamò dal cielo e gli disse: Abramo, Abramo. Rispose: Eccomi. L’angelo disse: Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli alcun male! Ora so che tu temi Dio» (Gn 22, 10-12). Confrontiamo queste parole con ciò che dice l’Apostolo riguardo a Dio: «Egli non ha risparmiato il suo proprio Figlio, ma lo ha dato alla morte per noi tutti» (Rm 8, 32). Puoi vedere così che Dio gareggia con gli uomini nella sua straordinaria liberalità. Abramo offrì a Dio il figlio mortale, che però non sarebbe morto allora, mentre Dio consegna alla morte per tutti noi il suo Figlio immortale. «Allora Abramo alzò gli occhi e vide un ariete impigliato con le corna in un cespuglio» (Gn 22, 13). Abbiamo detto, in precedenza, mi pare, che Isacco prefigurava il Cristo; ma anche l’ariete sembra che in qualche modo sia figura di Cristo. Vale la pena riflettere un po’ sul modo con cui ambedue si possono riferire a Cristo: Isacco che non fu immolato e l’ariete che fu offerto in sacrificio.
Cristo è il Verbo di Dio, ma «il Verbo si è fatto carne» (Gv 1, 14). Cristo dunque patisce, ma nella carne; e incontra la morte, ma nella carne, della quale l’ariete era una figura, come anche Giovanni diceva: «Ecco l’Agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo!» (Gv 1, 29). Ma il Verbo conservò la sua impassibilità che è propria dello Spirito di Cristo, di cui Isacco è la figura. Perciò egli è vittima e pontefice secondo lo spirito poiché colui che offre la vittima al Padre secondo la carne, è lui stesso offerto sull’altare della croce.

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