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SANTA MESSA PER LA CANONIZZAZIONE DI EDITH STEIN – GIOVANNI PAOLO II – (cfr Gal 6,14)

http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/homilies/1998/documents/hf_jp-ii_hom_11101998_stein_it.html

SANTA MESSA PER LA CANONIZZAZIONE DI EDITH STEIN

OMELIA DEL SANTO PADRE GIOVANNI PAOLO II

Domenica, 11 ottobre 1998

1. Quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo (cfr Gal 6,14).

Le parole di San Paolo ai Galati, che poc’anzi abbiamo ascoltato, ben si addicono all’esperienza umana e spirituale di Teresa Benedetta della Croce, che oggi solennemente viene iscritta nell’albo dei santi. Anche lei può ripetere con l’Apostolo: Quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo.
La croce di Cristo! Nella sua costante fioritura l’albero della Croce porta sempre rinnovati frutti di salvezza. Per questo, alla Croce guardano fiduciosi i credenti, traendo dal suo mistero di amore coraggio e vigore per camminare fedeli sulle orme di Cristo crocifisso e risorto. Il messaggio della Croce è così entrato nel cuore di tanti uomini e di tante donne cambiandone l’esistenza.
Un esempio eloquente di questo straordinario rinnovamento interiore è la vicenda spirituale di Edith Stein. Una giovane donna in cerca della verità, grazie al lavorio silenzioso della grazia divina, è diventata una santa ed una martire: è Teresa Benedetta della Croce, che quest’oggi dal cielo ripete a tutti noi le parole che hanno segnato la sua esistenza: « Quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce di Gesù Cristo ».
2. Il primo maggio 1987, nel corso della mia visita pastorale in Germania, ho avuto la gioia di proclamare Beata, nella città di Colonia, questa generosa testimone della fede. Oggi, a undici anni di distanza, qui a Roma, in Piazza San Pietro, mi è dato di presentare solennemente come Santa davanti a tutto il mondo questa eminente figlia d’Israele e figlia fedele della Chiesa.
Come allora, così quest’oggi ci inchiniamo dinanzi alla memoria di Edith Stein, proclamando l’invitta testimonianza da lei resa durante la vita e soprattutto con la morte. Accanto a Teresa d’Avila ed a Teresa di Lisieux, quest’altra Teresa va a collocarsi fra lo stuolo di santi e sante che fanno onore all’Ordine carmelitano.
Carissimi Fratelli e Sorelle, che siete convenuti per questa solenne celebrazione, rendiamo gloria a Dio per l’opera da lui compiuta in Edith Stein.
3. Saluto i numerosi pellegrini venuti a Roma, con un particolare pensiero per i membri della famiglia Stein, che hanno voluto essere con noi per questa lieta circostanza. Un saluto cordiale va anche alla rappresentanza della Comunità carmelitana, la quale è diventata la « seconda famiglia » per Teresa Benedetta della Croce.

Rivolgo, poi, il mio benvenuto alla delegazione ufficiale della Repubblica Federale di Germania, guidata del Cancelliere Federale uscente, Helmut Kohl, che saluto con deferente cordialità. Saluto, inoltre, i rappresentanti dei Länder Nordrhein-Westfalen e Rheinland-Pfalz, come anche il Primo Sindaco della Città di Colonia.
Anche dalla mia patria è venuta una delegazione ufficiale guidata dal Primo Ministro Jerzy Buzek. Rivolgo ad essa un cordiale saluto.
Una speciale menzione voglio poi riservare ai pellegrini delle diocesi di Breslavia (Wroclaw), di Colonia, Münster, Spira, Kraków e Bielsko-Zywiec, presenti con i loro Vescovi e sacerdoti. Essi si uniscono alla numerosa schiera di fedeli venuti dalla Germania, dagli Stati Uniti d’America e dalla mia patria, la Polonia.
4. Cari Fratelli e Sorelle! Perché ebrea, Edith Stein fu deportata insieme con la sorella Rosa e molti altri ebrei dei Paesi Bassi nel campo di concentramento di Auschwitz, ove insieme con loro trovò la morte nelle camere a gas. Di tutti facciamo oggi memoria con profondo rispetto. Pochi giorni prima della sua deportazione la religiosa, a chi le offriva di fare qualcosa per salvarle la vita, aveva risposto: « Non lo fate! Perché io dovrei essere esclusa? La giustizia non sta forse nel fatto che io non tragga vantaggio dal mio battesimo? Se non posso condividere la sorte dei miei fratelli e sorelle, la mia vita è in un certo senso distrutta ».
Nel celebrare d’ora in poi la memoria della nuova Santa, non potremo non ricordare di anno in anno anche la Shoah, quel piano efferato di eliminazione di un popolo, che costò la vita a milioni di fratelli e sorelle ebrei. Il Signore faccia brillare il suo volto su di loro e conceda loro la pace (cfr Nm 6,25 s.).
Per amor di Dio e dell’uomo ancora una volta io levo un grido accorato: mai più si ripeta una simile iniziativa criminale per nessun gruppo etnico, nessun popolo, nessuna razza, in nessun angolo della terra! E’ un grido che rivolgo a tutti gli uomini e le donne di buona volontà; a tutti coloro che credono all’eterno e giusto Iddio; a tutti coloro che si sentono uniti in Cristo, Verbo di Dio incarnato. Tutti dobbiamo trovarci in questo solidali: è in gioco la dignità umana. Esiste una sola famiglia umana. Questo ha ribadito la nuova Santa con grande insistenza: « Il nostro amore verso il prossimo – scriveva – è la misura del nostro amore a Dio. Per i cristiani – e non solo per loro – nessuno è «straniero». L’amore di Cristo non conosce frontiere ».
5. Cari Fratelli e Sorelle! L’amore di Cristo fu il fuoco che incendiò la vita di Teresa Benedetta della Croce. Prima ancora di rendersene conto, essa ne fu completamente catturata. All’inizio il suo ideale fu la libertà. Per lungo tempo Edith Stein visse l’esperienza della ricerca. La sua mente non si stancò di investigare ed il suo cuore di sperare. Percorse il cammino arduo della filosofia con ardore appassionato ed alla fine fu premiata: conquistò la verità, anzi ne fu conquistata. Scoprì, infatti, che la verità aveva un nome: Gesù Cristo, e da quel momento il Verbo incarnato fu tutto per lei. Guardando da carmelitana a questo periodo della sua vita, scrisse ad una benedettina: « Chi cerca la verità, consapevolmente o inconsapevolmente cerca Dio ».
Pur essendo stata educata nella religione ebraica dalla madre, Edith Stein a quattordici anni « si era consapevolmente e di proposito disabituata alla preghiera ». Voleva contare solo su se stessa, preoccupata di affermare la propria libertà nelle scelte della vita. Alla fine del lungo cammino le fu dato di giungere ad una constatazione sorprendente: solo chi si lega all’amore di Cristo diventa veramente libero.
L’esperienza di questa donna, che ha affrontato le sfide di un secolo travagliato come il nostro, diventa esemplare per noi: il mondo moderno ostenta la porta allettante del permissivismo, ignorando la porta stretta del discernimento e della rinuncia. Mi rivolgo specialmente a voi, giovani cristiani, in particolare ai numerosi ministranti convenuti in questi giorni a Roma: guardatevi del concepire la vostra vita come una porta aperta a tutte le scelte! Ascoltate la voce del vostro cuore! Non restate alla superficie, ma andate al fondo delle cose! E quando sarà il momento, abbiate il coraggio di decidervi! Il Signore attende che voi mettiate la vostra libertà nelle sue mani misericordiose.
6. Santa Teresa Benedetta della Croce giunse a capire che l’amore di Cristo e la libertà dell’uomo s’intrecciano, perché l’amore e la verità hanno un intrinseco rapporto. La ricerca della verità e la sua traduzione nell’amore non le apparvero in contrasto; essa, anzi, capì che si richiamavano a vicenda.
Nel nostro tempo la verità viene scambiata spesso con l’opinione della maggioranza. Inoltre è diffusa la convinzione che ci si debba servire della verità anche contro l’amore o viceversa. Ma la verità e l’amore hanno bisogno l’una dell’altro. Suor Teresa Benedetta ne è testimone. La « martire per amore », che donò la sua vita per gli amici, non si fece superare da nessuno nell’amore. Allo stesso tempo ella cercò con tutta se stessa la verità, della quale scriveva: « Nessuna opera spirituale viene al mondo senza grandi travagli. Essa sfida sempre l’uomo intero ».
Suor Teresa Benedetta della Croce dice a noi tutti: Non accettate nulla come verità che sia privo di amore. E non accettate nulla come amore che sia privo di verità! L’uno senza l’altra diventa una menzogna distruttiva.
7. La nuova Santa ci insegna, infine, che l’amore per Cristo passa attraverso il dolore. Chi ama davvero non si arresta di fronte alla prospettiva della sofferenza: accetta la comunione nel dolore con la persona amata.
Consapevole di ciò che comportava la sua origine ebraica, Edith Stein ebbe al riguardo parole eloquenti: « Sotto la croce ho compreso la sorte del popolo di Dio… Infatti, oggi conosco molto meglio ciò che significa essere la sposa del Signore nel segno della Croce. Ma poiché è un mistero, con la sola ragione non potrà mai essere compreso ».
Il mistero della Croce pian piano avvolse tutta la sua vita, fino a spingerla verso l’offerta suprema. Come sposa sulla Croce, Suor Teresa Benedetta non scrisse soltanto pagine profonde sulla « scienza della croce », ma fece fino in fondo il cammino alla scuola della Croce. Molti nostri contemporanei vorrebbero far tacere la Croce. Ma niente è più eloquente della Croce messa a tacere! Il vero messaggio del dolore è una lezione d’amore. L’amore rende fecondo il dolore e il dolore approfondisce l’amore.
Attraverso l’esperienza della Croce, Edith Stein poté aprirsi un varco verso un nuovo incontro col Dio d’Abramo, d’Isacco e di Giacobbe, Padre del nostro Signore Gesù Cristo. Fede e croce le si rivelarono inseparabili. Maturata alla scuola della Croce, ella scoprì le radici alle quali era collegato l’albero della propria vita. Capì che era molto importante per lei « essere figlia del popolo eletto e di appartenere a Cristo non solo spiritualmente, ma anche per un legame di sangue ».

8. « Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità » (Gv 4,24).

Carissimi Fratelli e Sorelle, con queste parole il divino Maestro s’intrattenne con la Samaritana presso il pozzo di Giacobbe. Quanto egli donò alla sua occasionale ma attenta interlocutrice lo troviamo presente anche nella vita di Edith Stein, nella sua « salita al Monte Carmelo ». La profondità del mistero divino le si rese percettibile nel silenzio della contemplazione. Man mano che, lungo la sua esistenza, essa maturava nella conoscenza di Dio, adorandolo in spirito e verità, sperimentava sempre più chiaramente la sua specifica vocazione a salire sulla Croce con Cristo, ad abbracciarla con serenità e fiducia, ad amarla seguendo le orme del suo diletto Sposo: Santa Teresa Benedetta della Croce ci viene additata oggi come modello a cui ispirarci e come protettrice a cui ricorrere.
Rendiamo grazie a Dio per questo dono. La nuova Santa sia per noi un esempio nel nostro impegno a servizio della libertà, nella nostra ricerca della verità. La sua testimonianza valga a rendere sempre più saldo il ponte della reciproca comprensione tra ebrei e cristiani.

Tu, Santa Teresa Benedetta della Croce, prega per noi! Amen.

Periodizzazione del tempo in Galati 4,4 – Dal libro di Aristide Serra…

http://www.latheotokos.it/modules.php?name=News&file=article&sid=468 Periodizzazione del tempo in Galati 4,4 Dal libro di Aristide Serra, Maria serva del Signore e della Nuova Alleanza, San Paolo, Cinisello Balsamo 2010, pp. 17-20. È noto che in Gal 4,1-7, Paolo mette a confronto, valutandole, due epoche: quella che precede Cristo (vv.1-3) e quella che inizia con la venuta di Cristo (vv.1-7). L’invio del Figlio da parte di Dio Padre determina «la pienezza del tempo». Notiamo subito che il contesto precedente Gal 4,1-7 è proprio un’ampia scansione (o « periodizzazione ») della storia salvifica, divisa in tre tappe: Abramo-Mosè-Cristo (Gal 9,14,7). Più in dettaglio: vi sono anzitutto le promesse fatte ad Abramo (3,6-9.14.16-18); poi la Legge promulgata da Mosè 430 anni dopo (3,10-13); infine l’incarnazione del Figlio, come inviato da parte del Padre (4,1-7). Paolo intende affermare che il piano divino va oltre Israele, il popolo che viveva sotto il regime della Legge mosaica, e si estende all’intera umanità. Difatti la promessa fatta ad Abramo diceva: «In te saranno benedette tutte le genti» (Gen 12,3 citato da Gal 3,8). Venendo ora direttamente alla pericope di Gal 4,l-7, si vede che l’età minorile dell’erede – spiega Paolo – dura per tutto il tempo necessario, fino a quando giunge la scadenza (prothesmìa) fissata dal padre (Gal 4, 1-2). Secondo l’Apostolo, tale termine scatta «quando venne la pienezza del tempo», allorché «Dio mandò il suo Figlio» (v.4). Da questa decodificazione fatta da Paolo in persona, è lecito concludere che il tempo in cui il fanciullo vive nella minorità è senz’altro l’era dell’Antico Testamento. Un’era che si è snodata lungo un percorso cronologico fatto di secoli, anni, mesi, giorni, ore….. Con l’apparizione del Figlio inviato dal Padre, comprendiamo che il tempo, a somiglianza di un viandante, era in cammino verso la meta dell’incarnazione. Contemplando le epoche trascorse dall’alto di questa sommità, l’Apostolo può affermare che «venne la pienezza del tempo» (Gal 4,4). «Venne» (greco: elthen): la scelta del verbo èrchomai (venire) all’aoristo vuol dire che il tempo, in quanto chronos, ha consumato le tappe del suo percorso lineare scandito dal calendario, per arrivare a un termine preciso, ben definito. «La pienezza» l’aggiunta di questo sostantivo significa che il tempo, stavolta in quanto kairòs,dopo aver esaurito le tappe preparatorie, finalmente raggiunge e matura il momento propizio in cui può effettuarsi l’invio del Figlio da parte del Padre. Il tempo, allora, come entità quantitativa e qualitativa, attinge la propria pienezza in un duplice senso: sia perché ha coperto la distanza cronografica che lo separava dall’incarnazione, sia perché – grazie a questo evento salvifico – è come « riempito-inabitato » dalla presenza di Cristo, che gli conferisce il senso compiuto. Assai puntuale l’esegesi di Lutero: «non il tempo fece sì che il Figlio fosse inviato, ma al contrario l’invio del Figlio realizzò la pienezza del tempo»21. A somiglianza delle sei giare di Cana, riempite fino all’orlo per la gioia dei commensali (cfr. Gv 2,7), anche il tempo, con la venuta di Cristo Redentore, è ricolmo di salvezza e trasmette salvezza. Nell’introduzione all’enciclica Redemptoris Mater del 25 marzo1987, Giovanni Paolo II esordisce scrivendo: «Questa pienezza definisce il momento fissato da tutta l’eternità, in cui il Padre mandò il suo Figlio, « perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna » (Gv 3,16). Essa denota il momento beato, in cui « il Verbo, che era presso Dio, [...] si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi,, (Gv 1,1.14), facendosi nostro fratello. Essa segna il momento, in cui lo Spirito Santo, che già aveva infuso la pienezza di grazia in Maria di Nazareth, plasmò nel suo grembo verginale la natura umana di Cristo. Essa indica il momento in cui, per l’ingresso dell’eterno nel tempo, il tempo stesso viene redento e, riempiendosi del mistero di Cristo, diviene definitivamente ,,tempo di salvezza » », (Redemptoris Mater I). Una salvezza che si attua nel cuore della storia. Paolo infatti attesta che il Figlio inviato dal Padre diventa uno di noi. Anch’egli, al pari di ogni essere umano, è un «nato da donna». Non solo. Come tutti, entra a far parte di un gruppo sociale, quello ebraico, che si reggeva appunto secondo gli ordinamenti della Legge mosaica: «sotto una legge». Mediante il « ministero » materno di Maria, il Figlio di Dio si fa uomo, e uomo ebreo»22. Eccoci, pertanto, alla dimensione « kenotica » dell’incarnazione,cioè al suo aspetto di abbassamento, di umiliazione (Fil 2,6-8; 2Cor 8,9). NOTE 21 Vorlesung über den Galaterbrief, 1516-1517,18. La citazione è tratta da H. Schlier, Lettera ai Galati, Paideia, Brescia 1965, 202, nota 35, e 299 (bibliografia). Cfr. anche A. Pitta, Lettera ai Galati, Dehoniane, Bologna 1996, 237 e 428. 22 L’espressione «nato da donna», è simile all’altra che suona «generato da donna». Quest’ultima ricorre cinque volte nel libro di Giobbe (11, 2.12 secondo la versione greca dei Settanta; 14,1; 15,14; 25,4); due volte nei vangei, in riferimento a Giovanni Battista (Mt 11,11; Lc 7,28) e quattro nei testi di Qumran (1QS 11,21; 1QH 13,14; 18,12-13.16.23-26). In sé, la qualifica di «nato [generato] da donna» pone l’accento sul1a persona umana in quanto è impastata di piccolezza, di limite, di fragilità.

29 GIUGNO SANTI PIETRO E PAOLO: UFFICIO DELLE LETTURE

SANTI PIETRO E PAOLO

UFFICIO DELLE LETTURE

Prima Lettura
Dalla lettera ai Galati di san Paolo, apostolo 1, 15 – 2, 10

Incontro di Pietro e Paolo a Gerusalemme
Fratelli, quando colui che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia si compiacque di rivelare a me suo Figlio perché lo annunziassi in mezzo ai pagani, subito, senza consultare nessun uomo, senza andare a Gerusalemme da coloro che erano apostoli prima di me, mi recai in Arabia e poi ritornai a Damasco.
In seguito, dopo tre anni andai a Gerusalemme per consultare Cefa, e rimasi presso di lui quindici giorni; degli apostoli non vidi nessun altro, se non Giacomo, il fratello del Signore. In ciò che vi scrivo, io attesto davanti a Dio che non mentisco. Quindi andai nelle regioni della Siria e della Cilicia. Ma ero sconosciuto personalmente alle Chiese della Giudea che sono in Cristo; soltanto avevano sentito dire: «Colui che una volta ci perseguitava, va ora annunziando la fede che un tempo voleva distruggere». E glorificavano Dio a causa mia.
Dopo quattordici anni, andai di nuovo a Gerusalemme in compagnia di Barnaba, portando con me anche Tito: vi andai però in seguito ad una rivelazione. Esposi loro il vangelo che io predico tra i pagani, ma lo esposi privatamente alle persone più ragguardevoli, per non trovarmi nel rischio di correre o di aver corso invano. Ora neppure Tito, che era con me, sebbene fosse greco, fu obbligato a farsi circoncidere. E questo proprio a causa dei falsi fratelli che si erano intromessi a spiare la libertà che abbiamo in Cristo Gesù, allo scopo di renderci schiavi. Ad essi però non cedemmo, per riguardo, neppure un istante, perché la verità del vangelo continuasse a rimanere salda tra di voi.
Da parte dunque delle persone più ragguardevoli — quali fossero allora non m’interessa, perché Dio non bada a persona alcuna — a me, da quelle persone ragguardevoli, non fu imposto nulla di più. Anzi, visto che a me era stato affidato il vangelo per i non circoncisi, come a Pietro quello per i circoncisi — poiché colui che aveva agito in Pietro per farne un apostolo dei circoncisi aveva agito anche in me per i pagani — e riconoscendo la grazia a me conferita, Giacomo, Cefa e Giovanni, ritenuti le colonne, diedero a me e a Barnaba la loro destra in segno di comunione, perché noi andassimo verso i pagani ed essi verso i circoncisi. Soltanto ci pregarono di ricordarci dei poveri: ciò che mi sono proprio preoccupato di fare.

Seconda Lettura
Dai «Discorsi» di sant’Agostino, vescovo
(Disc. 295, 1-2. 4. 7-8; PL 38, 1348-1352)

Questi martiri hanno visto ciò che hanno predicato
Il martirio dei santi apostoli Pietro e Paolo ha reso sacro per noi questo giorno. Noi non parliamo di martiri poco conosciuti; infatti «per tutta la terra si diffonde la loro voce ai confini del mondo la loro parola» (Sal 18, 5). Questi martiri hanno visto ciò che hanno predicato. Hanno seguito la giustizia. Hanno testimoniato la verità e sono morti per essa.
Il beato Pietro, il primo degli apostoli, dotato di un ardente amore verso Cristo, ha avuto la grazia di sentirsi dire da lui: «E io ti dico: Tu sei Pietro» (Mt 16, 18). E precedentemente Pietro si era rivolto a Gesù dicendo: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (Mt 16, 16). E Gesù aveva affermato come risposta: «E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa» (Mt 16, 18). Su questa pietra stabilirò la fede che tu professi. Fonderò la mia chiesa sulla tua affermazione: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». Tu infatti sei Pietro. Pietro deriva da pietra e non pietra da Pietro. Pietro deriva da pietra, come cristiano da Cristo.
Il Signore Gesù, come già sapete, scelse prima della passione i suoi discepoli, che chiamò apostoli. Tra costoro solamente Pietro ricevette l’incarico di impersonare quasi in tutti i luoghi l’intera Chiesa. Ed è stato in forza di questa personificazione di tutta la Chiesa che ha meritato di sentirsi dire da Cristo: «A te darò le chiavi del regno dei cieli» (Mt 16, 19). Ma queste chiavi le ha ricevute non un uomo solo, ma l’intera Chiesa. Da questo fatto deriva la grandezza di Pietro, perché egli è la personificazione dell’universalità e dell’unità della Chiesa. «A te darò» quello che è stato affidato a tutti. E` ciò che intende dire Cristo. E perché sappiate che è stata la Chiesa a ricevere le chiavi del regno dei cieli, ponete attenzione a quello che il Signore dice in un’altra circostanza: «Ricevete lo Spirito Santo» e subito aggiunge: «A chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi» (Gv 20, 22-23).
Giustamente anche dopo la risurrezione il Signore affidò allo stesso Pietro l’incombenza di pascere il suo gregge. E questo non perché meritò egli solo, tra i discepoli, un tale compito, ma perché quando Cristo si rivolge ad uno vuole esprimere l’unità. Si rivolge da principio a Pietro, perché Pietro è il primo degli apostoli.
Non rattristarti, o apostolo. Rispondi una prima, una seconda, una terza volta. Vinca tre volte nell’amore la testimonianza, come la presunzione è stata vinta tre volte dal timore. Deve essere sciolto tre volte ciò che hai legato tre volte. Sciogli per mezzo dell’amore ciò che avevi legato per timore.
E così il Signore una prima, una seconda, una terza volta affidò le sue pecorelle a Pietro.
Un solo giorno è consacrato alla festa dei due apostoli. Ma anch’essi erano una cosa sola. Benché siano stati martirizzati in giorni diversi, erano una cosa sola. Pietro precedette, Paolo seguì. Celebriamo perciò questo giorno di festa, consacrato per noi dal sangue degli apostoli.
Amiamone la fede, la vita, le fatiche, le sofferenze, le testimonianze e la predicazione.

Camminate secondo lo Spirito: Siete stati chiamati a libertà (Gal 5,13)

http://www.spiritosanto.org/mensile/327/page1.htm

Camminate secondo lo Spirito

di Padre Ubaldo Terrinoni, OFM Capp., biblista

1. Siete stati chiamati a libertà (Gal 5,13)

 L’apostolo Paolo si rivolge alle comunità cristiane della Galazia con tono appassionato e preoccupato, perché alcuni giudaizzanti hanno determinato confusione e smarrimento tra i cristiani, insegnando che la fede in Cristo da sola non basta per ricevere lo Spirito e conseguire la salvezza messianica, ma sono necessarie anche la circoncisione e la pratica di alcune prescrizioni giudaiche. L’apostolo reagisce con vigore e con eloquenza magistrale e dichiara che la salvezza deriva dalla fede e soltanto dalla fede in Gesù Cristo.
 Il cristiano pertanto è pienamente libero dalla legge ebraica ed è destinato a vivere nella libertà. Di qui la sua vigorosa affermazione: «Voi, fratelli, siete stati chiamati a libertà» (Gal 5,13). E chi mai chiama? È Dio! Dio dunque non costituisce affatto un limite alla libertà dell’uomo. Al contrario, Egli è la fonte prima, l’origine, la sorgente della vera libertà. Dio è libero e desidera vivamente che lo seguiamo da persone libere. Egli ama la nostra libertà più di quanto l’amiamo noi stessi.
 Ma, attenzione, la cultura moderna grida all’uomo della strada: «Tu sei libero, tu puoi fare quello che vuoi; nulla e nessuno al di fuori e al di sopra di te; tu sei « il dio » di te stesso; sei unicamente tu l’arbitro delle tue scelte; disponi di te e delle tue potenzialità come vuoi, non devi render conto a nessuno». Purtroppo, questa cattiva scuola ha illuso, disorientato e tradito innumerevoli giovani e ha moltiplicato suicidi, depressioni e alienazioni.
 L’Apostolo è più prudente e più saggio: si limita ad affermare che l’uomo « è chiamato a libertà »; il che vuol dire che la libertà è un dono e una conquista. È un dono, perché Cristo ha messo in ognuno di noi nel giorno del battesimo il germe della libertà, ma questo piccolo « seme » ha bisogno di una conquista, cioè ha bisogno della nostra collaborazione per crescere ed espandersi e così farci risultare pienamente liberi. Sussiste dunque l’impegno quotidiano di collaborare con Cristo per destituire del potere schiavizzante ogni eventuale « faraone » che pretendesse annidarsi dentro di noi e gestirci a suo piacimento. Del resto si sa che non c’è vera libertà senza esercizio di liberazione: liberare la vita, lo spirito, il cuore… dagli idoli muti e schiavizzanti per presentarci realmente da persone libere.
 Dunque, liberarci da qualcosa o da qualcuno per passare ad altro rapporto. Si notino le due preposizioni: « da… per… ». Così, il popolo di Dio, che è schiavo del potente faraone d’Egitto, si libera dalla pesante schiavitù per passare alla signoria di Dio. Sì, Dio e non l’uomo è la vera misura della qualità della libertà dell’uomo. Infatti, quando Mosè ed Aronne si presentano dal faraone per la richiesta della libertà del popolo, avanzano una precisa richiesta: «Così dice il Signore, il Dio d’Israele: Lascia libero il mio popolo, perché mi celebri una festa nel deserto!» (Es 5,1). Il popolo deve essere libero per Dio. Ciò che qualifica la vera libertà è l’appartenenza al Signore. È veramente libero soltanto chi coltiva quotidianamente la propria appartenenza a Lui.

2. Camminate secondo lo Spirito
 L’Apostolo suggerisce anche una « via » sicura per non cedere a tendenze deviazionistiche: «Camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare il desiderio della carne» (Gal 5,16). Si comprende facilmente che l’apostolo vuole evidenziare che la potenza dello Spirito è ben più forte di quella della carne. «Il credente – afferma il cardinal Albert Vanhoye – ha una possibilità effettiva di liberarsi dal male, perché lo Spirito Santo è più forte della carne». Sappiamo per esperienza che le insidie quotidiane del male sono senza numero, sono sempre delle imboscate pericolose e subdole. Anzi, l’uomo si trova di continuo fra due potenti calamite in contrapposizione: «La carne ha desideri contrari alla Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; questi, infatti, si oppongono fra loro» (5,17).
 E tuttavia è possibile la vittoria! Perché lo Spirito è in ognuno di noi; è nella nostra anima e anche nel nostro corpo come precisa Paolo: «Non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo, che è in voi?» (1Cor 6,19). Dunque egli abita in noi (Rm 8,9) e non sta inattivo, non è presenza passiva, inerte. Al contrario, ci lavora febbrilmente per trasformarci in sua « dimora » sempre più splendida, eliminando anche le più piccole ombre del male.
 Anzi, poco più oltre, nello stesso capitolo ai Galati, l’Apostolo passa a distinguere gli esiti, cioè i differenti risultati di chi si affida alle tendenze della carne e di chi si affida alle tendenze dello Spirito. Per primi, Paolo parla di «opere della carne» (vv. 19-21), per i secondi invece di «frutto dello Spirito» (vv. 22-23). Sono « opere » perché restano all’esterno dell’uomo e non contribuiscono affatto a farlo crescere, a maturarlo, ad arricchirlo; anzi, per molti aspetti l’uomo viene danneggiato e come bloccato, congelato nelle sue potenzialità.
 L’azione delle Spirito viene qualificata come « frutto », perché corrisponde alle profonde e più autentiche tendenze dell’uomo e conferisce un concreto apporto alla sua maturazione e alla formazione di una personalità robusta e sicura. E mentre nel contesto delle « opere » il denominatore comune è l’egoismo, nel contesto del « frutto » invece è l’amore; l’amore che diventa fonte di pace, di gioia e di libertà. Sì, l’amore non può esistere senza libertà; l’amore è l’espressione più bella e più perfetta di libertà; «dilige et fac quod vis» scrive Sant’Agostino («ama e fa’ quel che vuoi»), ama ed eccoti libero.

Opera dello Spirito Santo: www.spiritosanto.org

Publié dans:Lettera ai Galati |on 30 mai, 2012 |Pas de commentaires »

LE INSEGNE DEL CROCIFISSO (Gal 6-14-17)

http://euntes.net/sanpaolo/insignecrocifisso.html

LE INSEGNE DEL CROCIFISSO

« Quanto a me invece, non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo … io porto le stigmate di Gesù nel mio corpo » (Gal. 6, 14-17).           
È la grande novità, « la nuova creatura ». Siamo espressione o segno di Cristo crocifisso. La vita del cristiano e dell’apostolo è una vita che fa intravedere il mistero della morte e della risurrezione di Cristo nel grado in cui uno si rende disponibile all’amore. La divisa dell’apostolo è l’atteggiamento di chi arrischia tutto per la carità pastorale. Questa è la sua crocifissione e la sua ascesi. Paolo non ha altro desiderio, né altro punto di riferimento che Cristo crocifisso il quale ha amato fino a dare la vita. Il crocifisso convince ed è tutto. Realizzare la propria « liberazione » e quella degli altri significa approfondire sempre di più l’atteggiamento di chi reagisce amando. Questo, però, non è  mai di moda né è valorizzato negli ambienti « di mondo », del passato o del presente. Suppone grande amore e forte personalità. È una conquista e un dono di Dio. In tal modo uno si realizza e si integra veramente: amando con tutto il cuore …           
La scala di valori dell’apostolo è la stessa di quella di Cristo: seguire l’ora del Padre. Senza anticipi e senza ritardi. Non significa diventare un mito, né un eroe, né un « perseguitato », ma semplicemente amare nella propria condizione. Le orme, i segni o le piaghe del Crocifisso, sono presenti in colui che vive come il Buon Pastore: se ha offerto con amore e senza complessi di persecuzione o di atrofia, se non ha cercato una buona sistemazione o di acquistare una posizione, se si è tenuto il marchio di uno che ama gli altri … La gente intuisce e va in cerca di questi segni del Buon Pastore perché si insegni loro l’atteggiamento delle beatitudini e del precetto dell’amore. Nel Cristo crocifisso si trova la manifestazione e la vicinanza di Dio Amore. Natural­mente, se ha corso il rischio che la propria psicologia sia « bollata » dalla missione; è il nostro onore e un modo per integrarsi e per perfezionare la propria personalità. Non serviamo ad altro … e che? Potremmo cercare altro o amare in altra maniera che dare agli altri il meglio di noi stessi? …

Publié dans:Lettera ai Galati |on 12 mars, 2012 |Pas de commentaires »

DOMENICA 5 FEBBRAIO – V DEL TEMPO ORDINARIO B

MESSA DEL GIORNO LINK:

http://www.maranatha.it/Festiv2/ordinB/B05page.htm

Seconda Lettura 1 Cor 9, 16-19.22-23
Guai a me se non annuncio il Vangelo.

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi
Fratelli, annunciare il Vangelo non è per me un vanto, perché è una necessità che mi si impone: guai a me se non annuncio il Vangelo!
Se lo faccio di mia iniziativa, ho diritto alla ricompensa; ma se non lo faccio di mia iniziativa, è un incarico che mi è stato affidato. Qual è dunque la mia ricompensa? Quella di annunciare gratuitamente il Vangelo senza usare il diritto conferitomi dal Vangelo.
Infatti, pur essendo libero da tutti, mi sono fatto servo di tutti per guadagnarne il maggior numero. Mi sono fatto debole per i deboli, per guadagnare i deboli; mi sono fatto tutto per tutti, per salvare a ogni costo qualcuno. Ma tutto io faccio per il Vangelo, per diventarne partecipe anch’io.

UFFICIO DELLE LETTURE

Prima Lettura
Dalla lettera ai Galati di san Paolo, apostolo 1, 1-12

Il vangelo annunziato da Paolo
Paolo, apostolo non da parte di uomini, né per mezzo di uomo, ma per mezzo di Gesù Cristo e di Dio Padre che lo ha risuscitato dai morti, e tutti i fratelli che sono con me, alle Chiese della Galazia. Grazia a voi e pace da parte di Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo, che ha dato se stesso per i nostri peccati, per strapparci da questo mondo perverso, secondo la volontà di Dio e Padre nostro, al quale sia gloria nei secoli dei secoli. Amen.
Mi meraviglio che così in fretta da colui che vi ha chiamati con la grazia di Cristo passiate ad un altro vangelo. In realtà, però, non ce n’è un altro; solo che vi sono alcuni che vi turbano e vogliono sovvertire il Vangelo di Cristo. Orbene, se anche noi stessi o un angelo dal cielo vi predicasse un vangelo diverso da quello che vi abbiamo predicato, sia anàtema! L’abbiamo già detto e ora lo ripeto: se qualcuno vi predica un vangelo diverso da quello che avete ricevuto, sia anatema! Infatti, è forse il favore degli uomini che intendo guadagnarmi, o non piuttosto quello di Dio? Oppure cerco di piacere agli uomini? Se ancora io piacessi agli uomini, non sarei più servitore di Cristo!
Vi dichiaro dunque, fratelli, che il Vangelo da me annunziato non è modellato sull’uomo; infatti io non l’ho ricevuto né l’ho imparato da uomini, ma per rivelazione di Gesù Cristo.

Responsorio Cfr. Gal 1, 3-4. 10
R. Grazia e pace a voi da Dio nostro Padre e dal Signore Gesù Cristo, * che ha dato se stesso per i nostri peccati.
V. Se volessi piacere agli uomini, non sarei servitore di Cristo,
R. che ha dato se stesso per i nostri peccati.

Seconda Lettura
Dal «Commento alla Lettera ai Galati» di sant’Agostino, vescovo
(Introduzione; PL 35, 2105-2107)

Comprendere la grazia di Dio
L’Apostolo scrive ai Galati perché capiscano che la grazia li ha sottratti dal dominio della Legge. Quando fu predicato loro il Vangelo, non mancarono alcuni venuti dalla circoncisione i quali, benché cristiani, non capivano ancora il dono del Vangelo, e quindi volevano attenersi alle prescrizioni della Legge che il Signore aveva imposto a chi non serviva alla giustizia, ma al peccato. In altre parole, Dio aveva dato una legge giusta a uomini ingiusti. Essa metteva in evidenza i loro peccati, ma non li cancellava. Noi sappiamo infatti che solo la grazia della fede, operando attraverso la carità, toglie i peccati. Invece i convertiti dal giudaismo pretendevano di porre sotto il peso della Legge i Galati, che si trovavano già nel regime della grazia, e affermavano che ai Galati il Vangelo non sarebbe valso a nulla se non si facevano circoncidere e non si sottoponevano a tutte le prescrizioni formalistiche del rito giudaico.
Per questa convinzione avevano incominciato a nutrire dei sospetti nei confronti dell’apostolo Paolo, che aveva predicato il Vangelo ai Galati e lo incolpavano di non attenersi alla linea di condotta degli altri apostoli che, secondo loro, inducevano i pagani a vivere da Giudei. Anche l’apostolo Pietro aveva ceduto alle pressioni di tali persone ed era stato indotto a comportarsi in maniera da far credere che il vangelo non avrebbe giovato nulla ai pagani se non si fossero sottomessi alle imposizioni della Legge. Ma da questa doppia linea di condotta lo distolse lo stesso apostolo Paolo, come narra in questa lettera. Dello stesso problema si tratta anche nella lettera ai Romani. Tuttavia sembra che ci sia qualche differenza, per il fatto che in questa san Paolo dirime la contesa e compone la lite che era scoppiata tra coloro che provenivano dai Giudei e quelli che provenivano dal paganesimo. Nella lettera ai Galati, invece, si rivolge a coloro che erano già stati turbati dal prestigio dei giudaizzanti che li costringevano all’osservanza della Legge. Essi avevano incominciato a credere a costoro, come se l’apostolo Paolo avesse predicato menzogne, invitandoli a non circoncidersi. Perciò così incomincia: «Mi meraviglio che così in fretta da colui che vi ha chiamati con la grazia di Cristo passiate ad un altro Vangelo» (Gal 1, 6).
Con questo esordio ha voluto fare un riferimento discreto alla controversia. Così nello stesso saluto, proclamandosi apostolo, «non da parte di uomini, né per mezzo di uomo» (Gal 1, 1), – notare che una tale dichiarazione non si trova in nessun’altra lettera – mostra abbastanza chiaramente che quei banditori di idee false non venivano da Dio ma dagli uomini. Non bisognava trattare lui come inferiore agli altri apostoli per quanto riguardava la testimonianza evangelica. Egli sapeva di essere apostolo non da parte di uomini, né per mezzo di uomo, ma per mezzo di Gesù Cristo e di Dio Padre (cfr. Gal 1, 1).

MERCOLEDÌ 25 GENNAIO – CONVERSIONE DI SAN PAOLO (F)

MERCOLEDÌ 25 GENNAIO – CONVERSIONE DI SAN PAOLO (F)

MESSA DEL GIORNO LINK:

http://www.maranatha.it/Festiv2/festeSolen/0125Page.htm

MESSA DEL GIORNO

Prima Lettura At 22,3-16
Àlzati, fatti battezzare e purificare dai tuoi peccati, invocando il nome di Gesù.

Dagli Atti degli Apostoli
In quei giorni, Paolo disse al popolo:
«Io sono un Giudeo, nato a Tarso in Cilìcia, ma educato in questa città, formato alla scuola di Gamalièle nell’osservanza scrupolosa della Legge dei padri, pieno di zelo per Dio, come oggi siete tutti voi. Io perseguitai a morte questa Via, incatenando e mettendo in carcere uomini e donne, come può darmi testimonianza anche il sommo sacerdote e tutto il collegio degli anziani. Da loro avevo anche ricevuto lettere per i fratelli e mi recai a Damasco per condurre prigionieri a Gerusalemme anche quelli che stanno là, perché fossero puniti.
Mentre ero in viaggio e mi stavo avvicinando a Damasco, verso mezzogiorno, all’improvviso una grande luce dal cielo sfolgorò attorno a me; caddi a terra e sentii una voce che mi diceva: “Saulo, Saulo, perché mi perséguiti?”. Io risposi: “Chi sei, o Signore?”. Mi disse: “Io sono Gesù il Nazareno, che tu perséguiti”. Quelli che erano con me videro la luce, ma non udirono la voce di colui che mi parlava. Io dissi allora: “Che devo fare, Signore?”. E il Signore mi disse: “Àlzati e prosegui verso Damasco; là ti verrà detto tutto quello che è stabilito che tu faccia”. E poiché non ci vedevo più, a causa del fulgore di quella luce, guidato per mano dai miei compagni giunsi a Damasco.
Un certo Ananìa, devoto osservante della Legge e stimato da tutti i Giudei là residenti, venne da me, mi si accostò e disse: “Saulo, fratello, torna a vedere!”. E in quell’istante lo vidi. Egli soggiunse: “Il Dio dei nostri padri ti ha predestinato a conoscere la sua volontà, a vedere il Giusto e ad ascoltare una parola dalla sua stessa bocca, perché gli sarai testimone davanti a tutti gli uomini delle cose che hai visto e udito. E ora, perché aspetti? Àlzati, fatti battezzare e purificare dai tuoi peccati, invocando il suo nome”».

UFFICIO DELLE LETTURE

Prima Lettura
Dalla lettera ai Galati di san Paolo, apostolo 1, 11-24

Rivelò a me il suo Figlio perché lo annunciassi
Vi dichiaro dunque, fratelli, che il vangelo da me annunziato non è modellato sull’uomo; infatti io non l’ho ricevuto né l’ho imparato da uomini, ma per rivelazione di Gesù Cristo. Voi avete certamente sentito parlare della mia condotta di un tempo nel giudaismo, come io perseguitassi fieramente la Chiesa di Dio e la devastassi, superando nel giudaismo la maggior parte dei miei coetanei e connazionali, accanito com’ero nel sostenere le tradizioni dei padri. Ma quando colui che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia si compiacque di rivelare a me suo Figlio perché lo annunziassi in mezzo ai pagani, subito, senza consultare nessun uomo, senza andare a Gerusalemme da coloro che erano apostoli prima di me, mi recai in Arabia e poi ritornai a Damasco.
In seguito, dopo tre anni andai a Gerusalemme per consultare Cefa, e rimasi presso di lui quindici giorni; degli apostoli non vidi nessun altro, se non Giacomo, il fratello del Signore. In ciò che vi scrivo, io attesto davanti a Dio che non mentisco. Quindi andai nelle regioni della Siria e della Cilicia. Ma ero sconosciuto personalmente alle Chiese della Giudea che sono in Cristo; soltanto avevano sentito dire: «Colui che una volta ci perseguitava, va ora annunziando la fede che un tempo voleva distruggere». E glorificavano Dio a causa mia.

Responsorio Gal 1, 11-12; 2 Cor 11, 10. 7
R. Il vangelo che annunzio non è modellato sull’uomo; * non l’ho ricevuto da uomini, ma per rivelazione di Gesù Cristo.
V. La verità di Cristo è in me, poiché vi ho annunziato il vangelo di Dio:
R. non l’ho ricevuto da uomini, ma per rivelazione di Gesù Cristo.

Seconda Lettura
Dalle «Omelie» di san Giovanni Crisostomo, vescovo
(Om. 2, Panegirico di san Paolo, apostolo; PG 50, 477-480)

Paolo sopportò ogni cosa per amore di Cristo
Che cosa sia l’uomo e quanta la nobiltà della nostra natura, di quanta forza sia capace questo essere pensante, lo mostra in un modo del tutto particolare Paolo. Ogni giorno saliva più in alto, ogni giorno sorgeva più ardente e combatteva con sempre maggior coraggio contro le difficoltà che incontrava. Alludendo a questo diceva: Dimentico il passato e sono proteso verso il futuro (cfr. Fil 3, 13). Vedendo che la morte era ormai imminente, invita tutti alla comunione di quella sua gioia dicendo: «Gioite e rallegratevi con me» (Fil 2, 18). Esulta ugualmente anche di fronte ai pericoli incombenti, alle offese e a qualsiasi ingiuria e, scrivendo ai Corinzi, dice: Sono contento delle mie infermità, degli affronti e delle persecuzioni (cfr. 2 Cor 12, 10). Aggiunge che queste sono le armi della giustizia e mostra come proprio di qui gli venga il maggior frutto, e sia vittorioso dei nemici. Battuto ovunque con verghe, colpito da ingiurie e insulti, si comporta come se celebrasse trionfi gloriosi o elevasse in alto trofei. Si vanta e ringrazia Dio, dicendo: Siano rese grazie a Dio che trionfa sempre in noi (cfr. 2 Cor 2, 14). Per questo, animato dal suo zelo di apostolo, gradiva di più l’altrui freddezza e le ingiurie che l’onore, di cui invece noi siamo così avidi. Preferiva la morte alla vita, la povertà alla ricchezza e desiderava assai di più la fatica che non il riposo. Una cosa detestava e rigettava: l’offesa a Dio, al quale per parte sua voleva piacere in ogni cosa.
Godere dell’amore di Cristo era il culmine delle sue aspirazioni e, godendo di questo suo tesoro, si sentiva più felice di tutti. Senza di esso al contrario nulla per lui significava l’amicizia dei potenti e dei principi. Preferiva essere l’ultimo di tutti, anzi un condannato, però con l’amore di Cristo, piuttosto che trovarsi fra i più grandi e i più potenti del mondo, ma privo di quel tesoro.
Il più grande ed unico tormento per lui sarebbe stato perdere questo amore. Ciò sarebbe stato per lui la geenna, l’unica sola pena, il più grande e il più insopportabile dei supplizi.
Il godere dell’amore di Cristo era per lui tutto: vita, mondo, condizione angelica, presente, futuro, e ogni altro bene. All’infuori di questo, niente reputava bello, niente gioioso. Ecco perché guardava alle cose sensibili come ad erba avvizzita. Gli stessi tiranni e le rivoluzioni di popoli perdevano ogni mordente. Pensava infine che la morte, la sofferenza e mille supplizi diventassero come giochi da bambini quando si trattava di sopportarli per Cristo.

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