“STOLTI GALATI…” IL DONO DEL VANGELO. (PDF)
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“STOLTI GALATI…” IL DONO DEL VANGELO. (PDF)
Don Nazzareno Marconi
Bibliografia indicativa.
A. Pitta, Lettera ai Galati.Introduzione versione e commento, Bologna, EDB, 1996.
A.Vanhoye, Lettera ai Galati, Milano, Paoline, 20082
.
Chi sono i Galati?
L’autenticità di questa lettera non è praticamente mai stata messa in discussione, la questione dei destinatari è invece più delicata. Ritengo con la maggioranza dei commentatori attuali che si tratta delle chiese disperse nella Galazia vera e propria, cioè negli altipiani situati attorno a Ancira (l’attuale Ankara), e non la Galazia intesa come provincia romana comprendente anche le regioni più a sud dell’Asia minore, come la Licaonia, la Panfilia e la Pisidia (regioni che Paolo visitò nel suo primo viaggio missionario, At 13,13-14,25). Gli Atti non danno alcun dettaglio su queste chiese: si sa solo che Paolo attraversò una prima volta questa regione venendo da sud (da Derbe e Listra in Panfilia e Licaonia), “avendo lo Spirito Santo vietato loro [a Paolo e compagni] di predicare la parola nella provincia di Asia [cioè nella parte
occidentale dell’Asia minore]” (At 16,6); vi ripassò quando, da Antiochia, si recò a Efeso: Paolo “partì di nuovo percorrendo di seguito le regioni della Galazia e della Frigia, confermando nella fede tutti i discepoli” (At 18,23, cf. 19,1). Forse a queste due visite fa riferimento Gal 4,13-14 quando parla di una “prima volta” in cui Paolo annunciò l’evangelo “a causa di una debolezza della carne”; una “prima volta” lascia intendere che c’è stata anche una seconda, e la “debolezza della carne” potrebbe alludere ad una malattia che sarebbe stata lo strumento scelto dallo Spirito per
vietare a Paolo di predicare nella provincia di Asia. Poiché nessun nome di città è menzionato, si tratta forse di piccole comunità di campagna sparse nella regione, che cresceranno però col tempo poiché fanno parte delle comunità della diaspora alle quali si rivolge la Prima lettera di Pietro (cf. 1Pt 1,1; epistola solitamente datata alla fine del I secolo). Lo stupore di Paolo, manifestato in 1,6, per la rapidità con la quale i Galati sono passati a un “altro evangelo”, indica che la lettera dev’essere stata scritta poco dopo il secondo passaggio di Paolo nella regione, forse durante il suo soggiorno a Efeso (At 19,1-20,1) che durò due-tre anni (At 19,8-10 e 20,31). La lettera sarebbe quindi degli anni 52-55.
L’assenza di azione di grazie iniziale relativa a queste comunità e il tono spesso polemico della lettera indicano che Paolo l’ha scritta per affrontare problemi seri avvenuti in queste chiese, problemi che mettono in pericolo le loro relazioni con l’Apostolo e soprattutto la loro vita di fede. Le indicazioni sul contesto e le problematiche affrontate sono scarse ed ogni ricostruzione di ciò che non è detto è sempre rischiosa, vale la pena piuttosto di leggere questa lettera per ciò che è: una lettera indirizzata a varie comunità per richiamarle alla verità del vangelo che hanno ricevuto. Degli avversari di Paolo in questa lettera sappiamo solo che: Paolo ne parla sempre in modo polemico, e che essi esigono la circoncisione (anche per timore della persecuzione da parte dei giudei, 6,12-13), che sono esterni alle comunità della Galazia e tentano di infiltrarvisi, e che forse sono “giudeo-cristiani”, cioè dei cristiani che provengono dalla fede giudaica e non dal paganesimo come probabilmente erano la maggior parte dei Galati a cui Paolo si rivolge.
Il loro contrasto con Paolo si basa sulla convinzione che il cristianesimo è una via di salvezza “secondaria” rispetto alla religione ebraica. Per salvarsi bisognerebbe prima essere ebrei e rispettare la legge dell’AT, poi accogliere il messaggio del vangelo. La domanda che emerge è chiara: Seguire Cristo basta per salvarsi? Per questo possiamo capire la passione con cui Paolo affronta il tema. L’aiuto di una sintesi introduttiva. Prima di affrontare un testo denso di dottrina com’è questa lettera ho sperimentato che è molto utile chiarirsi le idee sul suo messaggio. E’ come quando leggiamo la trama prima di vedere un film: se il film è bene fatto questo non toglie il piacere di vederlo, ma anzi ci aiuta a seguirlo con coerenza e maggiore partecipazione. Riporto perciò a questo punto un brano sintetico del commentario a Galati scritto nel 2000 dal Card Vanhoye, di cui è appena uscita la seconda edizione, che merita di essere letto per avere un punto chiaro e solido di comprensione del problema.
“La lettera ai Galati ci offre una visione molto profonda della fede in Cristo. Paolo ne dimostra anzitutto il carattere di
relazione interpersonale. La fede non è una teoria né una ideologia; essa è un’adesione personale alla persona di Cristo e per mezzo suo alla persona di Dio Padre sotto l’impulso dello Spirito Santo. La fede è un dono di Dio Padre che ci
rivela il suo Figlio e ci comunica una unione vitale con lui, al punto che il credente può dire “Vivo non più io, ma vive
in me Cristo” (Gal 2,20). Questa unione vitale attuata per mezzo della fede mette il credente in connessione stretta con
il dinamismo di amore della passione e resurrezione di Cristo e quindi lo spinge a vivere nell’amore di carità. La fede in
Cristo viene presentata da Paolo come l’unica base della vita cristiana. All’inizio della vita cristiana la fede in Cristo
procura la giustificazione, cioè rende giusti i peccatori. Non c’è altro mezzo per ottenere questa giustificazione iniziale, la quale è fondamentale. Paolo combatte con estrema energia la posizione dei giudaizzanti, che spingevano i Galati a cercare la giustificazione per mezzo dell’osservanza della legge di Mosè, il che significava cercare di autogiustificarsi. Paolo dimostra che questa posizione è incoerente, perniciosa, incompatibile con la fede in Cristo. La ricerca dell’autogiustificazione rinchiude la persona in sé stessa ed ostacola il dinamismo dell’amore. Per questa ragione la fede si oppone radicalmente a tale ricerca. Essa libera la persona dal suo egocentrismo per mezzo di una relazione interpersonale privilegiata con Cristo che l’introduce nel regno dell’amore. Per questa dottrina tanto profonda e stimolante, l’apostolo Paolo merita tutta la nostra riconoscenza”. (p 175-176).
LA STRUTTURA DEL TESTO
Di solito si divide la lettera in tre sezioni che si preoccupano di difendere l’insegnamento dato da Paolo con due tipi di
argomentazioni e poi trarne delle conseguenze esistenziali e spirituali. Avremmo così:
1-2: argomentazione autobiografica
3-4: argomentazione dottrinale
5-6: esortazioni e conseguenze pratiche.
Possiamo però dettagliare meglio mettendo in evidenza un elemento del testo, il ripetersi di 4 rimproveri nel corso della lettera. La loro funzione è ricordare il tema basilare: tornare alla purezza del vangelo loro annunciato da Paolo e che in definitiva giunge direttamente da Dio (1,11-12).
GALATI
Introduzione (1,1-5): Indirizzo e saluto
Primo rimprovero (6-10)
Argomentazione fondamentale (1,11-12): Paolo ha ricevuto il Vangelo per rivelazione.
I: Approfondimento autobiografico (1,13-2,21): La rivelazione – l’incontro a Gerusalemme – l’incidente di Antiochia.
Secondo rimprovero (3,1-5)
II: Approfondimento dottrinale (3,6- 4,7):
Rapporto tra vangelo e legge: Nel regime della fede la benedizione di Abramo raggiunge direttamente i gentili – la legge non abolisce la promessa – ruolo della legge – fine della legge.
Terzo rimprovero (4,8-11)
I II: Approfondimento dottrinale (4,12-5,12):
Tutti sono figli della promessa secondo Isacco: Istinti materni di Paolo – Agar e Sara e i loro figli – No alla circoncisione!.
Quarto rimprovero (5,13-15)
IV: Approfondimento dottrinale (5,15-6,10):
La vita nuova o il regime della liberta: Incompatibilità tra carne e Spirito – La Condotta degli
“spirituali”.
Saluto finale (6,11-18). Guida di Lettura
IL SALUTO INIZIALE (1,1-5)
Paolo, fin dal saluto, insiste sul suo apostolato, spesso messo in discussione (come in 1 e 2Cor) che
si fonda su tre elementi:
1- è stato chiamato direttamente da Cristo
2- appartiene pienamente alla chiesa di Cristo assieme a molti fratelli (1,2)
3- condivide la stessa fede. In 1,4 Paolo cita una formula di fede probabilmente liturgica ed antica, ma in cui si
riconosce il suo vangelo tutto centrato su Cristo salvatore potente. Contro questo vangelo andrebbe l’idea di doversi circoncidere per essere salvi. Cristo è forse incapace di salvarci senza la circoncisione? Questo è l’interrogativo pericoloso che Paolo vuol combattere. In questo sta anche il valore per noi di questa lettera che ci parlerà della centralità dell’unione con Cristo per la salvezza.
PRIMO RIMPROVERO (3,6-10)
Paolo affronta anche il tema del rapporto rito e fede, infatti la domanda di fondo poteva anche essere posta così: “non occorre forse aggiungere alla fede in Cristo il rito che fa entrare nel popolo d’Israele?” Per Paolo il solo porsi la domanda è già negare la piena sufficienza di Cristo per la salvezza e abbracciare un “altro vangelo” che in realtà non esiste. Non è un fatto secondario, ma basilare per lui, Paolo senza alcuna esitazione condanna addirittura all’“anathema” (scomunica) chi cerca di scardinare questo fondamento.
L’ARGOMENTAZIONE FONDAMENTALE (1,11-12)
Paolo affronta da subito il cuore del tema: il suo Vangelo non è suo, così che ce ne possa essere “un altro”. Egli infatti l’ha ricevuto mediante rivelazione da Gesù Cristo stesso (1,11-12). Se i Galati l’accolgono, non solo la missione di Paolo sarà salva, ma anche la salvezza che viene da Cristo sarà efficace.
I° APPROFONDIMENTO AUTOBIOGRAFICO (1,13-2,21)
Questa parte pone diversi problemi storici, e in particolare quello della sua concordanza con i dettagli forniti da Luca negli Atti. Tuttavia il suo scopo non è di darci elementi della biografia di Paolo: si tratta invece per Paolo di dimostrare, attraverso ciò che ha vissuto, la veridicità del Vangelo che proclama.
1- La sua vocazione mostra che il suo annuncio non viene dagli uomini (1,13-24);
2- La sua seconda salita a Gerusalemme (2,1-10) mette in evidenza la sua comunione con gli apostoli di
Gerusalemme che lo hanno riconosciuto come uno di loro, loro mandati alla “circoncisione” e Paolo agli
“incirconcisi”.
3- Paolo è un apostolo come gli altri tanto che ad Antiochia ha potuto rinfacciare persino a Pietro l’incoerenza
della sua condotta.
E’ importante notare come Paolo metta al primo posto, in questo primo approfondimento, non una disquisizione teologica, ma il vissuto ecclesiale ed il suo personale vissuto spirituale. La fede vissuta, celebrata e sperimentata, avrebbe una specie di preminenza sulla elaborazione teologica, almeno per il discernimento della vera e falsa comprensione del vangelo. Se comprendiamo bene questo si butta a mare tutta la polemica pretestuosa: se Paolo sia più protestante o più cattolico. Se sia solo, come lo preferiscono certi autori protestanti, il teologo della
giustificazione per fede, o solo il predicatore della vita spirituale “in Cristo”, come lo leggerebbero preferibilmente alcuni cattolici. L’unità tra la teologia paolina e il suo vissuto mistico, personale ed ecclesiale, mette in tutt’altra
luce il contenuto delle affermazioni paoline, impedendo ogni estremismo ed ogni aut-aut. E’ la linea prediletta da molti autori cattolici contemporanei, primo fra tutti il card Vanhoye, ma anche in una recente conferenza il pastore calvinista riformato Daniel Attinger, che è anche monaco di Bose, da cui ho tratto moltissimi interessanti spunti per queste note. Se vedo bene perciò, per Paolo la linea teologica e quella mistica, sono strettamente unite: è la vita
in Cristo che dimostra la verità della giustificazione per fede, e l’una non può essere staccata dall’altra.
SECONDO RIMPROVERO (3,1-5)
Dove Paolo non esita a dare per due volte degli “stupidi” ai Galati. Il termine “A-noetoi” potrebbe corrispondere alla espressione giovanile “siete fuori di testa”, che mostra come Paolo sappia unire logica e passione nel suo annuncio evangelico.
II° APPROFONDIMENTO DOTTRINALE (3,6-4,7)
Paolo si sofferma ora sul contenuto del Vangelo che annuncia, per mostrarne la verità e la coerenza. Tratta in particolare del rapporto tra Vangelo e Legge. I primi versetti annunciano il tema: “Come Abramo credette in Dio e gli fu ascritto a giustizia, riconoscete dunque che, quelli [che sono] dalla fede, sono figli di Abramo” (3,6-7). Contengono
infatti l’idea centrale che verrà sviluppata in quattro paragrafi secondo metodologie di indagine diverse:
1° (v. 6-14), Paolo fa l’esegesi del testo centrandosi sulla espressione “genti” nella promessa divina ad Abramo e mostra che la legge stessa (cioè la Torah) prevede che la benedizione di Abramo sia preparata per le genti; 2° (v. 15-18), argomenta secondo una logica legale che la promessa è fatta al “seme” (e non “ai semi”) di Abramo, cioè a Cristo, ma anche, come risulta da 3,29, a quelli che gli appartengono legalmente, i quali sono pure “seme di Abramo”;
3° (v. 19-22) sotto forma di disputa, cioè con domande e risposte e si pone la domanda del perché della legge. La motivazione della risposta è complessa: Paolo afferma semplicemente che essa è stata aggiunta “a causa delle trasgressioni”. Con ciò non intende: “per rendere note e chiare le trasgressioni” che non erano tali giacché non c’era legge. Dio in questo caso farebbe della legge una realtà solo negativa e colpevolizzante, cosa che Paolo non intende certo. Anche la legge è un dono e come tale fu data ad Israele per offrirgli una nuova possibilità di vivere, nonostante le sue trasgressioni. Regolamenta la vita, perché il male vissuto nella trasgressione senza limitazioni, non la renda impossibile. Pur manifestando il privilegio fatto da Dio a Israele grazie a questo dono, l’importanza della legge
viene ulteriormente sminuita da Paolo dal fatto che è stata promulgata “mediante angeli, per mano di un mediatore”, quale che sia l’interpretazione che si dà a quest’affermazione difficile. In ogni caso Paolo intende che la legge, pur “permettendo” la vita nel regime del peccato, non è capace di “dare” la vita (v. 21). Nel piano sapiente di Dio la legge è stata una parentesi all’interno del regime della promessa, inaugurato con Abramo e ripristinato con la venuta del Figlio, che ha preso su di sé la maledizione scagliata dalla legge contro il peccato.
4° (v.23-29) analizza il processo storico, riconoscendo che nella storia della salvezza appare una successione di tempi: a quello della legge succede quello della fede. E’ una logica d maturazione e crescita simile a quella per cui all’età infantile succede l’età adulta, come alla sottomissione ai pedagoghi succede la “libertà”. Questa maturazione riguarda tutti, sia colori che giungono a Cristo dall’ebraismo che i convertiti dal paganesimo. Attraverso la fede l’ebreo passa dallo stato di figlio bambino a quello di figlio adulto, e il pagano passa dalla condizione di schiavo dell’idolatria a quella di figlio adulto di Dio. Nella fede, entrambi sono “rivestiti” di Cristo (allusione alla liturgia battesimale), al punto che, come diceva in 2,20, non sono più loro che vivono, ma è Cristo, il Figlio, che vive in loro. L’effetto di questa piena
maturazione è che “non c’è più né giudeo né greco, né schiavo né libero, né uomo né donna perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù” (vv. 27-28). In questa nuova condizione, determinata dal tempo della fede, queste categorie non hanno più valore perché il soggetto dell’agire del credente non è più lui, ma il Cristo Signore. Conclusione (v. 4,1-7). Paolo conclude mostrando la prova fondamentale di questo rinnovamento, nel fatto che ormai possiamo dire “abbà” a Dio come il Cristo. Si conclude cioè come si era iniziato confermando con l’esperienza esistenziale, la via “mistica”, la verità dell’affermazione teologica.
TERZO RIMPROVERO (4,8-11)
Dove Paolo teme di essersi affaticato invano se ricadranno nell’idolatria come conseguenza di non contare sulla fede, ma sulla legge.
III° APPROFONDIMENTO DOTTRINALE (4,12-5,12)
Questo terzo approfondimento dottrinale continua la logica precedente ed analizza la realtà donata dalla fede nel vangelo: la figliolanza divina. Inizia con un enigmatico: “Diventate come me perché anch’io sono come voi” (4,12).
Poi Paolo accenna alla sua malattia di cui si sa soltanto che forse aveva un carattere ripugnante che avrebbe potuto provocare il disprezzo dei Galati (v. 14). Nonostante ciò i Galati lo hanno accolto con grande amore. Allo stesso modo ora Paolo si comporta con i Galati come una madre. Perciò forse il senso dell’espressione è: “siate di nuovo benevoli verso di me come sto cercando di esserlo verso di voi”. Questa esperienza dovrebbe allontanarli dagli agitatori, che sono “zelanti, ma non in bene” (v. 17) mentre Paolo è materno nel prendersi cura di loro “finché il Cristo sia formato in voi” (v. 19). L’immagine materna richiama il tema della figliolanza, che aveva già presentato prima: I Galati
sono pienamente figli di Abramo giacché, in Cristo, sono diventati figli di Dio. Ma cosa significa? Paolo propone a questo punto una riflessione biblica, sviluppata con perfetto stile rabbinico, sui due figli di Abramo, Isacco e Ismaele (4,21-5,1). Comprendere tutto il suo argomentare richiederebbe un lungo studio sul Midrash, una tecnica esegetica che spiega il testo sviluppando le potenzialità significative del testo come narrazione. Partendo dai fatti narrati dalla Bibbia Paolo dimostra che si può essere figli di Abramo in due modi. La figliolanza “secondo la carne”, quella del figlio nato da Agar, pone in condizione di schiavitù, sottoposti al regime della legge, rendendoci cittadini della Gerusalemme attuale. La figliolanza “mediante la promessa”, quella del figlio nato da Sara, pone in condizione di libertà, sottoposti al regime della promessa, rendendoci cittadini della Gerusalemme di lassù. Ora se Isacco è “secondo la promessa”, la sua circoncisione è da considerare “accidentale”, perché non appartiene al regime della promessa. I Galati dunque (quelli almeno che provengono dal paganesimo) non si devono far circoncidere: sarebbe ritornare ai “miserabili e deboli elementi” che già caratterizzavano la loro schiavitù quando erano pagani (cf. 4,9). Questa è la conclusione di
questa sezione, (5,2-12) la cui ultima parola è uno sferzante tratto d’ironia, evidentemente iperbolico: “già che ci sono, si facciano evirare!” (5,12), come avveniva nel culto di Cibele, ben conosciuto in Galazia.
QUARTO RIMPROVERO (5,13-15)
Dove Paolo invita, non senza ironia a distinguere tra la vera libertà che porta all’amore fraterno e l’arbitrio che porta all’egoismo.
IV° APPROFONDIMENTO DOTTRINALE (5,16-6,10)
Questo quarto approfondimento dottrinale trae le conseguenze del discorso fatto finora. Cos’è il regime della libertà nel quale il Cristo ci fa entrare con il battesimo? O quali sono le esigenze del Vangelo? La risposta sintetica è anticipata nel v 13 del rimprovero: “Voi infatti siete stati chiamati a libertà, fratelli. Soltanto, non fate di questa libertà un pretesto per la carne ma, mediante l’amore, servitevi gli uni gli altri! (5,13)”. Vi si riassume ciò che Paolo ha scritto finora: la libertà è la vocazione dei figli. Dagli esseri umani Dio non attende altro che questo, giacché proprio per liberarci ha mandato suo Figlio fra noi. Siete stati liberati… siate dunque liberi! La vita cristiana diventa così la costante ricerca di realizzare in noi il dono di libertà che Dio ci ha fatto in Cristo, ma ricerca che è anche lotta, perché sempre si presentano a noi nuovi padroni che vogliono dominarci. E il peggiore di questi siamo noi stessi. Per questo Paolo precisa: “non fate di questa libertà un pretesto per la carne”. La tentazione infatti è di dire: siamo liberi, facciamo dunque ciò che vogliamo! Ma anche questa è schiavitù. Paolo avverte che i padroni dai quali siamo stati liberati non sono solo esterni a noi; uno è ancor più pericoloso: il nostro io, il nostro “essere di carne”. Paolo non pensa ai cosiddetti “peccati della carne” ma al nostro essere votati alla morte; la carne ci lega alla terra, a questo tempo presente e quindi alla morte. La paura di morire, di scomparire, ci fa attaccare a ciò che siamo, a ciò che sentiamo, ci
spinge a metterci al centro del mondo. Questa è “la carne” ed è su di essa che hanno potere il peccato e la morte, perché è il nostro essere fragili. Fare quello che a me piace comandato da questa bramosia che viene dal mio essere di carne, non è libertà, è schiavitù, sottomissione alla morte e alle potenze infernali. Allora qual è la vera libertà? “Mediante l’amore, servitevi gli uni gli altri”. Questa è la vera libertà! Paolo è volutamente paradossale perché esprime l’essere liberi attraverso un farsi servi. La libertà di cui Paolo parla è l’essere talmente liberi da se stessi, da diventare disponibili per gli altri. In altri termini, vivere la piena libertà significa essere ad immagine di Dio, somigliare al Figlio
suo che si è fatto servo (Fil 2,7). È significativo che Paolo non scriva: “amatevi gli uni gli altri”, ma usi una formula piuttosto complicata: “mediante l’amore, servitevi gli uni gli altri”. Vuol mettere in chiaro che l’uomo non ha
in sé la capacità di amare: solo Dio può suscitare in noi l’amore, e lo suscita quando viviamo in Cristo, cioè guidati da Lui, facendoci servi come Lui. Il comandamento non è dunque tanto per Paolo: “amatevi”, ma: “vivete pienamente la libertà di Cristo”, e da ciò nascerà l’amore. In questo modo, senza nemmeno pensarci, adempiremo la legge il cui compimento è l’amore (5,14). Tuttavia la realtà dei Galati è lontana da questa logica come ricorda, non senza ironia, il v. 15: “Ma se vi mordete e dilaniate a vicenda, guardate almeno di non distruggervi del tutto gli uni gli altri!”.
Più sotto nota ancora “non diventiamo vanagloriosi provocandoci a vicenda e invidiandoci gli uni gli altri” (5,26).
Queste chiese della Galazia hanno difetti molto terra terra: invidie, litigi, superbia, prepotenza. Tutto il percorso teologico di Paolo non vola verso progetti spirituali straordinari, ma resta ancorato alla concretezza. Paolo esorta: “cominciate dalla vostra concretezza di esseri carnali che si rivela, in queste liti banali e stupide. Cominciate da qui a vivere la libertà dataci da Cristo!”. Questa libertà non è alta filosofia né concetto astratto, è qualcosa di molto semplice, che trova in ogni situazione un’immediata applicazione. Paolo però non cade nel moralismo trito: non scrive: “cercate di volervi bene, fate uno sforzo, pensate a quelli di fuori, cosa diranno? ecc.” Gli preme piuttosto indicare la via: aderire a Cristo che ci comunica l’Amore, da cui sgorga la vera libertà, anche da noi stessi.
Questo testo conclusivo così ricco di insegnamento si suddivide in due parti. Nella prima parte (5,16-26) Paolo sottolinea l’incompatibilità tra “carne” e “Spirito” attraverso tre sviluppi:
1- Opposizione tra carne e Spirito (v. 16-18), che si devono intendere come “attori” della nostra stessa vita: chi agisce in me?
2- Opposizione tra le opere della carne ed il frutto dello Spirito (v. 19-23). Le opere delle carne (cioè fatte da me) sono
plurali e rivelano una mancanza di unità ed identità. Faccio tante cose, tutte sbagliate, e non so più chi sono. Invece il
frutto (prodotto in me dallo Spirito) è uno come lo è Dio, e i diversi termini che lo qualificano ne indicano la pienezza.
In esso mi riconosco, mi realizzo.
3- Caratterizzazione della vita secondo lo Spirito (v. 24-26) come piena conseguenza del battesimo nel quale “la mia
carne” è stata crocifissa con Cristo: sono perciò morto per il mondo, ma sono pieno della vita divina stessa: “non più io vivo, ma Cristo in me”.
Nella seconda parte (6,1-10), Paolo indica alcune conseguenze pratiche di quanto ha appena detto. Non si tratta di grandi teorie, ma di cose molto concrete. Paolo s’indirizza agli “spirituali”, probabilmente a quelli che sono pervenuti a una certa maturità cristiana nella comunità. Non lo interessano i peccati o le trasgressioni che possono avvenire, ma il comportamento degli spirituali: “correggete [chi sbaglia] in spirito di dolcezza”, “portate i pesi gli uni degli altri”. Questa è davvero la correzione fraterna: stare accanto a chi ha sbagliato come il Cristo stesso, che non condanna, ma prende su di sé il peccato degli altri, al punto di morire per noi. Interessante anche l’esortazione a non fare confronti con gli altri (si trova sempre chi fa meno bene di noi… e se ne trae orgoglio); unico confronto possibile è quello con se stessi. Vivendo nella durata, si può paragonare ciò che si è e si fa oggi con ciò che si è stati e si è fatto in passato. È
quanto presuppone il v. 4: “Ognuno esamini la propria opera e allora troverà occasione di vanto, ma solo in se stesso”. Importante anche il v. 9: “Non incattiviamoci nel fare il bene”: Paolo vi prende di mira una situazione che ben conosciamo: quella di chi diventa insopportabile a forza di fare il bene, e di farlo notare. Ciò che allora si raccoglierà non sarà il frutto del bene fatto, ma quello dell’esserne diventati cattivi. La prospettiva del giudizio deve incitare alla perseveranza (“non desistere”) che trova la sua radice e la sua forza non in noi, bensì nella fedeltà del Signore nei nostri confronti. Infine, Paolo non conclude con un “amate il vostro prossimo come voi stessi” ma con “finché ne abbiamo l’occasione, facciamo del bene a tutti, soprattutto ai compagni di fede”. Non è banalizzazione del precetto di Cristo; è presa sul serio del fatto che solo lo Spirito può suscitare in noi l’amore vero. Fare del bene invece, lo possiamo: non fare all’altro quello che non vorremmo che ci sia fatto e fare all’altro ciò che attendiamo dagli altri, questo lo possiamo: è quel minimo che Dio aspetta da noi perché possa produrre in noi le sue opere meravigliose. L’aggiunta “soprattutto ai compagni di fede” sottolinea che siamo chiamati ad agire così nei confronti di quelli con cui si vive concretamente la propria vita di credente e di cui perciò conosciamo meglio i difetti. Sono proprio loro che ci aiutano, con ciò che sono, in bene come in male, a perseverare nel fare il bene. Di questo sforzo minimo il Signore s’impadronirà per trasformarlo in AGAPE, nell’amore perfetto che in quanto Figli ci sarebbe richiesto.
SALUTO FINALE (6,11-18).
Qui Paolo se la prende direttamente con gli agitatori per denunciarne le vere intenzioni: vogliono solo vivere tranquilli, senza essere disturbati dalla loro appartenenza a Cristo. Allora infatti le nuove religioni non erano autorizzate nell’impero romano e potevano essere perseguitate. Gli ebrei sono accettati; diventare ebrei non faceva quindi problema all’autorità. È ciò che vogliono gli agitatori: attrarre i Galati nella loro ipocrisia e far credere che, con l’adesione a Cristo, si diventa ebrei; allora forse questi non sono nemmeno ebrei diventati cristiani, ma pagani
diventati cristiani. Il loro non è un problema di coerenza di fede, è solo una questione di prestigio e di tranquillità: evitare una possibile persecuzione e potersi vantare dell’adesione dei cristiani della Galazia alla loro falsità.
Questa dura lettera si conclude comunque con una benedizione: “Su quanti camminano secondo questa regola, pace e misericordia, come anche sull’Israele di Dio”. Dopo aver benedetto i credenti in Cristo, Paolo si ricorda di Israele, che resta comunque il popolo eletto; anche su di esso quindi scenda la benedizione, nonostante la sua grande maggioranza non riconosca, per ora, l’intervento di Dio in Cristo.








