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“STOLTI GALATI…” IL DONO DEL VANGELO. (PDF)

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“STOLTI GALATI…” IL DONO DEL VANGELO.  (PDF)

Don Nazzareno Marconi

Bibliografia indicativa.
A. Pitta, Lettera ai Galati.Introduzione versione e commento, Bologna, EDB, 1996.
A.Vanhoye, Lettera ai Galati, Milano, Paoline, 20082
.
Chi sono i Galati?
L’autenticità di questa lettera non è praticamente mai stata messa in discussione, la questione dei destinatari è invece più delicata. Ritengo con la maggioranza dei commentatori attuali che si tratta delle chiese disperse nella Galazia vera e propria, cioè negli altipiani situati attorno a Ancira (l’attuale Ankara), e non la Galazia intesa come provincia romana comprendente anche le regioni più a sud dell’Asia minore, come la Licaonia, la Panfilia e la Pisidia (regioni che Paolo visitò nel suo primo viaggio missionario, At 13,13-14,25). Gli Atti non danno alcun dettaglio su queste chiese: si sa solo che Paolo attraversò una prima volta questa regione venendo da sud (da Derbe e Listra in Panfilia e Licaonia), “avendo lo Spirito Santo vietato loro [a Paolo e compagni] di predicare la parola nella provincia di Asia [cioè nella parte
occidentale dell’Asia minore]” (At 16,6); vi ripassò quando, da Antiochia, si recò a Efeso: Paolo “partì di nuovo percorrendo di seguito le regioni della Galazia e della Frigia, confermando nella fede tutti i discepoli” (At 18,23, cf. 19,1). Forse a queste due visite fa riferimento Gal 4,13-14 quando parla di una “prima volta” in cui Paolo annunciò l’evangelo “a causa di una debolezza della carne”; una “prima volta” lascia intendere che c’è stata anche una seconda, e la “debolezza della carne” potrebbe alludere ad una malattia che sarebbe stata lo strumento scelto dallo Spirito per
vietare a Paolo di predicare nella provincia di Asia. Poiché nessun nome di città è menzionato, si tratta forse di piccole comunità di campagna sparse nella regione, che cresceranno però col tempo poiché fanno parte delle comunità della diaspora alle quali si rivolge la Prima lettera di Pietro (cf. 1Pt 1,1; epistola solitamente datata alla fine del I secolo). Lo stupore di Paolo, manifestato in 1,6, per la rapidità con la quale i Galati sono passati a un “altro evangelo”, indica che la lettera dev’essere stata scritta poco dopo il secondo passaggio di Paolo nella regione, forse durante il suo soggiorno a Efeso (At 19,1-20,1) che durò due-tre anni (At 19,8-10 e 20,31). La lettera sarebbe quindi degli anni 52-55.
L’assenza di azione di grazie iniziale relativa a queste comunità e il tono spesso polemico della lettera indicano che Paolo l’ha scritta per affrontare problemi seri avvenuti in queste chiese, problemi che mettono in pericolo le loro relazioni con l’Apostolo e soprattutto la loro vita di fede. Le indicazioni sul contesto e le problematiche affrontate sono scarse ed ogni ricostruzione di ciò che non è detto è sempre rischiosa, vale la pena piuttosto di leggere questa lettera per ciò che è: una lettera indirizzata a varie comunità per richiamarle alla verità del vangelo che hanno ricevuto. Degli avversari di Paolo in questa lettera sappiamo solo che: Paolo ne parla sempre in modo polemico, e che essi esigono la circoncisione (anche per timore della persecuzione da parte dei giudei, 6,12-13), che sono esterni alle comunità della Galazia e tentano di infiltrarvisi, e che forse sono “giudeo-cristiani”, cioè dei cristiani che provengono dalla fede giudaica e non dal paganesimo come probabilmente erano la maggior parte dei Galati a cui Paolo si rivolge.
Il loro contrasto con Paolo si basa sulla convinzione che il cristianesimo è una via di salvezza “secondaria” rispetto alla religione ebraica. Per salvarsi bisognerebbe prima essere ebrei e rispettare la legge dell’AT, poi accogliere il messaggio del vangelo. La domanda che emerge è chiara: Seguire Cristo basta per salvarsi? Per questo possiamo capire la passione con cui Paolo affronta il tema. L’aiuto di una sintesi introduttiva. Prima di affrontare un testo denso di dottrina com’è questa lettera ho sperimentato che è molto utile chiarirsi le idee sul suo messaggio. E’ come quando leggiamo la trama prima di vedere un film: se il film è bene fatto questo non toglie il piacere di vederlo, ma anzi ci aiuta a seguirlo con coerenza e maggiore partecipazione. Riporto perciò a questo punto un brano sintetico del commentario a Galati scritto nel 2000 dal Card Vanhoye, di cui è appena uscita la seconda edizione, che merita di essere letto per avere un punto chiaro e solido di comprensione del problema. 
“La lettera ai Galati ci offre una visione molto profonda della fede in Cristo. Paolo ne dimostra anzitutto il carattere di
relazione interpersonale. La fede non è una teoria né una ideologia; essa è un’adesione personale alla persona di Cristo e per mezzo suo alla persona di Dio Padre sotto l’impulso dello Spirito Santo. La fede è un dono di Dio Padre che ci
rivela il suo Figlio e ci comunica una unione vitale con lui, al punto che il credente può dire “Vivo non più io, ma vive
in me Cristo” (Gal 2,20). Questa unione vitale attuata per mezzo della fede mette il credente in connessione stretta con
il dinamismo di amore della passione e resurrezione di Cristo e quindi lo spinge a vivere nell’amore di carità. La fede in
Cristo viene presentata da Paolo come l’unica base della vita cristiana. All’inizio della vita cristiana la fede in Cristo
procura la giustificazione, cioè rende giusti i peccatori. Non c’è altro mezzo per ottenere questa giustificazione iniziale, la quale è fondamentale. Paolo combatte con estrema energia la posizione dei giudaizzanti, che spingevano i Galati a cercare la giustificazione per mezzo dell’osservanza della legge di Mosè, il che significava cercare di autogiustificarsi. Paolo dimostra che questa posizione è incoerente, perniciosa, incompatibile con la fede in Cristo. La ricerca dell’autogiustificazione rinchiude la persona in sé stessa ed ostacola il dinamismo dell’amore. Per questa ragione la fede si oppone radicalmente a tale ricerca. Essa libera la persona dal suo egocentrismo per mezzo di una relazione interpersonale privilegiata con Cristo che l’introduce nel regno dell’amore. Per questa dottrina tanto profonda e stimolante, l’apostolo Paolo merita tutta la nostra riconoscenza”. (p 175-176).

LA STRUTTURA DEL TESTO 
Di solito si divide la lettera in tre sezioni che si preoccupano di difendere l’insegnamento dato da Paolo con due tipi di
argomentazioni e poi trarne delle conseguenze esistenziali e spirituali. Avremmo così:
1-2: argomentazione autobiografica
3-4: argomentazione dottrinale
5-6: esortazioni e conseguenze pratiche.
Possiamo però dettagliare meglio mettendo in evidenza un elemento del testo, il ripetersi di 4 rimproveri nel corso della lettera. La loro funzione è ricordare il tema basilare: tornare alla purezza del vangelo loro annunciato da Paolo e che in definitiva giunge direttamente da Dio (1,11-12).

GALATI
Introduzione (1,1-5): Indirizzo e saluto 
Primo rimprovero (6-10)
Argomentazione fondamentale (1,11-12): Paolo ha ricevuto il Vangelo per rivelazione.
I: Approfondimento autobiografico (1,13-2,21): La rivelazione – l’incontro a  Gerusalemme – l’incidente di Antiochia.
Secondo rimprovero (3,1-5)
II: Approfondimento dottrinale (3,6- 4,7):
 Rapporto tra vangelo e legge: Nel regime della fede la benedizione di Abramo raggiunge  direttamente i gentili – la legge non abolisce la promessa – ruolo della legge – fine della legge. 
Terzo rimprovero (4,8-11)
I II: Approfondimento dottrinale (4,12-5,12):
Tutti sono figli della promessa secondo Isacco: Istinti materni di Paolo – Agar e Sara e i loro figli – No alla circoncisione!. 
Quarto rimprovero (5,13-15)
IV: Approfondimento dottrinale (5,15-6,10):
La vita nuova o il regime della liberta: Incompatibilità tra carne e Spirito – La Condotta degli
 “spirituali”.
Saluto finale (6,11-18). Guida di Lettura
IL SALUTO INIZIALE (1,1-5)
Paolo, fin dal saluto, insiste sul suo apostolato, spesso messo in discussione (come in 1 e 2Cor) che
si fonda su tre elementi:
1- è stato chiamato direttamente da Cristo
2- appartiene pienamente alla chiesa di Cristo assieme a molti fratelli (1,2)
3- condivide la stessa fede. In 1,4 Paolo cita una formula di fede probabilmente liturgica ed antica, ma in cui si
riconosce il suo vangelo tutto centrato su Cristo salvatore potente. Contro questo vangelo andrebbe l’idea di doversi circoncidere per essere salvi. Cristo è forse incapace di salvarci senza la circoncisione? Questo è l’interrogativo pericoloso che Paolo vuol combattere. In questo sta anche il valore per noi di questa lettera che ci parlerà della centralità dell’unione con Cristo per la salvezza. 
PRIMO RIMPROVERO (3,6-10)
Paolo affronta anche il tema del rapporto rito e fede, infatti la domanda di fondo poteva anche essere posta così: “non occorre forse aggiungere alla fede in Cristo il rito che fa entrare nel popolo d’Israele?” Per Paolo il solo porsi la domanda è già negare la piena sufficienza di Cristo per la salvezza e abbracciare un “altro vangelo” che in realtà non esiste. Non è un fatto secondario, ma basilare per lui, Paolo senza alcuna esitazione condanna addirittura all’“anathema” (scomunica) chi cerca di scardinare questo fondamento. 
L’ARGOMENTAZIONE FONDAMENTALE (1,11-12)
Paolo affronta da subito il cuore del tema: il suo Vangelo non è suo, così che ce ne possa essere “un altro”. Egli infatti l’ha ricevuto mediante rivelazione da Gesù Cristo stesso (1,11-12). Se i Galati l’accolgono, non solo la missione di Paolo sarà salva, ma anche la salvezza che viene da Cristo sarà efficace. 
I° APPROFONDIMENTO AUTOBIOGRAFICO (1,13-2,21)
Questa parte pone diversi problemi storici, e in particolare quello della sua concordanza con i dettagli forniti da Luca negli Atti. Tuttavia il suo scopo non è di darci elementi della biografia di Paolo: si tratta invece per Paolo di dimostrare, attraverso ciò che ha vissuto, la veridicità del Vangelo che proclama.
1- La sua vocazione mostra che il suo annuncio non viene dagli uomini (1,13-24);
2- La sua seconda salita a Gerusalemme (2,1-10) mette in evidenza la sua comunione con gli apostoli di
Gerusalemme che lo hanno riconosciuto come uno di loro, loro mandati alla “circoncisione” e Paolo agli
“incirconcisi”.
3- Paolo è un apostolo come gli altri tanto che ad Antiochia ha potuto rinfacciare persino a Pietro l’incoerenza
della sua condotta. 
E’ importante notare come Paolo metta al primo posto, in questo primo approfondimento, non una disquisizione teologica, ma il vissuto ecclesiale ed il suo personale vissuto spirituale. La fede vissuta, celebrata e sperimentata, avrebbe una specie di preminenza sulla elaborazione teologica, almeno per il discernimento della vera e falsa comprensione del vangelo. Se comprendiamo bene questo si butta a mare tutta la polemica pretestuosa: se Paolo sia più protestante o più cattolico. Se sia solo, come lo preferiscono certi autori protestanti, il teologo della
giustificazione per fede, o solo il predicatore della vita spirituale “in Cristo”, come lo leggerebbero preferibilmente alcuni cattolici. L’unità tra la teologia paolina e il suo vissuto mistico, personale ed ecclesiale, mette in tutt’altra
luce il contenuto delle affermazioni paoline, impedendo ogni estremismo ed ogni aut-aut. E’ la linea prediletta da molti autori cattolici contemporanei, primo fra tutti il card Vanhoye, ma anche in una recente conferenza il pastore calvinista riformato Daniel Attinger, che è anche monaco di Bose, da cui ho tratto moltissimi interessanti spunti per queste note. Se vedo bene perciò, per Paolo la linea teologica e quella mistica, sono strettamente unite: è la vita
in Cristo che dimostra la verità della giustificazione per fede, e l’una non può essere staccata dall’altra. 
SECONDO RIMPROVERO (3,1-5)
Dove Paolo non esita a dare per due volte degli “stupidi” ai Galati. Il termine “A-noetoi” potrebbe corrispondere alla espressione giovanile “siete fuori di testa”, che mostra come Paolo sappia unire logica e passione nel suo annuncio evangelico. 
II° APPROFONDIMENTO DOTTRINALE (3,6-4,7)
Paolo si sofferma ora sul contenuto del Vangelo che annuncia, per mostrarne la verità e la coerenza. Tratta in particolare del rapporto tra Vangelo e Legge. I primi versetti annunciano il tema: “Come Abramo credette in Dio e gli fu ascritto a giustizia, riconoscete dunque che, quelli [che sono] dalla fede, sono figli di Abramo” (3,6-7). Contengono
infatti l’idea centrale che verrà sviluppata in quattro paragrafi secondo metodologie di indagine diverse:
1° (v. 6-14), Paolo fa l’esegesi del testo centrandosi sulla espressione “genti” nella promessa divina ad Abramo e mostra che la legge stessa (cioè la Torah) prevede che la benedizione di Abramo sia preparata per le genti; 2° (v. 15-18), argomenta secondo una logica legale che la promessa è fatta al “seme” (e non “ai semi”) di Abramo, cioè a Cristo, ma anche, come risulta da 3,29, a quelli che gli appartengono legalmente, i quali sono pure “seme di Abramo”;
3° (v. 19-22) sotto forma di disputa, cioè con domande e risposte e si pone la domanda del perché della legge. La motivazione della risposta è complessa: Paolo afferma semplicemente che essa è stata aggiunta “a causa delle trasgressioni”. Con ciò non intende: “per rendere note e chiare le trasgressioni” che non erano tali giacché non c’era legge. Dio in questo caso farebbe della legge una realtà solo negativa e colpevolizzante, cosa che Paolo non intende certo. Anche la legge è un dono e come tale fu data ad Israele per offrirgli una nuova possibilità di vivere, nonostante le sue trasgressioni. Regolamenta la vita, perché il male vissuto nella trasgressione senza limitazioni, non la renda impossibile. Pur manifestando il privilegio fatto da Dio a Israele grazie a questo dono, l’importanza della legge
viene ulteriormente sminuita da Paolo dal fatto che è stata promulgata “mediante angeli, per mano di un mediatore”, quale che sia l’interpretazione che si dà a quest’affermazione difficile. In ogni caso Paolo intende che la legge, pur “permettendo” la vita nel regime del peccato, non è capace di “dare” la vita (v. 21). Nel piano sapiente di Dio la legge è stata una parentesi all’interno del regime della promessa, inaugurato con Abramo e ripristinato con la venuta del Figlio, che ha preso su di sé la maledizione scagliata dalla legge contro il peccato.
4° (v.23-29) analizza il processo storico, riconoscendo che nella storia della salvezza appare una successione di tempi: a quello della legge succede quello della fede. E’ una logica d maturazione e crescita simile a quella per cui all’età infantile succede l’età adulta, come alla sottomissione ai pedagoghi succede la “libertà”. Questa maturazione riguarda tutti, sia colori che giungono a Cristo dall’ebraismo che i convertiti dal paganesimo. Attraverso la fede l’ebreo passa dallo stato di figlio bambino a quello di figlio adulto, e il pagano passa dalla condizione di schiavo dell’idolatria a quella di figlio adulto di Dio. Nella fede, entrambi sono “rivestiti” di Cristo (allusione alla liturgia battesimale), al punto che, come diceva in 2,20, non sono più loro che vivono, ma è Cristo, il Figlio, che vive in loro. L’effetto di questa piena
maturazione è che “non c’è più né giudeo né greco, né schiavo né libero, né uomo né donna perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù” (vv. 27-28). In questa nuova condizione, determinata dal tempo della fede, queste categorie non hanno più valore perché il soggetto dell’agire del credente non è più lui, ma il Cristo Signore. Conclusione (v. 4,1-7). Paolo conclude mostrando la prova fondamentale di questo rinnovamento, nel fatto che ormai possiamo dire “abbà” a Dio come il Cristo. Si conclude cioè come si era iniziato confermando con l’esperienza esistenziale, la via “mistica”, la verità dell’affermazione teologica. 
TERZO RIMPROVERO (4,8-11)
Dove Paolo teme di essersi affaticato invano se ricadranno nell’idolatria come conseguenza di non contare sulla fede, ma sulla legge.

III° APPROFONDIMENTO DOTTRINALE (4,12-5,12) 
Questo terzo approfondimento dottrinale continua la logica precedente ed analizza la realtà donata dalla fede nel vangelo: la figliolanza divina. Inizia con un enigmatico: “Diventate come me perché anch’io sono come voi” (4,12).
Poi Paolo accenna alla sua malattia di cui si sa soltanto che forse aveva un carattere ripugnante che avrebbe potuto provocare il disprezzo dei Galati (v. 14). Nonostante ciò i Galati lo hanno accolto con grande amore. Allo stesso modo ora Paolo si comporta con i Galati come una madre. Perciò forse il senso dell’espressione è: “siate di nuovo benevoli verso di me come sto cercando di esserlo verso di voi”. Questa esperienza dovrebbe allontanarli dagli agitatori, che sono “zelanti, ma non in bene” (v. 17) mentre Paolo è materno nel prendersi cura di loro “finché il Cristo sia formato in voi” (v. 19). L’immagine materna richiama il tema della figliolanza, che aveva già presentato prima: I Galati
sono pienamente figli di Abramo giacché, in Cristo, sono diventati figli di Dio. Ma cosa significa? Paolo propone a questo punto una riflessione biblica, sviluppata con perfetto stile rabbinico, sui due figli di Abramo, Isacco e Ismaele (4,21-5,1). Comprendere tutto il suo argomentare richiederebbe un lungo studio sul Midrash, una tecnica esegetica che spiega il testo sviluppando le potenzialità significative del testo come narrazione. Partendo dai fatti narrati dalla Bibbia Paolo dimostra che si può essere figli di Abramo in due modi. La figliolanza “secondo la carne”, quella del figlio nato da Agar, pone in condizione di schiavitù, sottoposti al regime della legge, rendendoci cittadini della Gerusalemme attuale. La figliolanza “mediante la promessa”, quella del figlio nato da Sara, pone in condizione di libertà, sottoposti al regime della promessa, rendendoci cittadini della Gerusalemme di lassù. Ora se Isacco è “secondo la promessa”, la sua circoncisione è da considerare “accidentale”, perché non appartiene al regime della promessa. I Galati dunque (quelli almeno che provengono dal paganesimo) non si devono far circoncidere: sarebbe ritornare ai “miserabili e deboli elementi” che già caratterizzavano la loro schiavitù quando erano pagani (cf. 4,9). Questa è la conclusione di
questa sezione, (5,2-12) la cui ultima parola è uno sferzante tratto d’ironia, evidentemente iperbolico: “già che ci sono, si facciano evirare!” (5,12), come avveniva nel culto di Cibele, ben conosciuto in Galazia. 
QUARTO RIMPROVERO (5,13-15)
Dove Paolo invita, non senza ironia a distinguere tra la vera libertà che porta all’amore fraterno e l’arbitrio che porta all’egoismo.

IV° APPROFONDIMENTO DOTTRINALE (5,16-6,10) 
Questo quarto approfondimento dottrinale trae le conseguenze del discorso fatto finora. Cos’è il regime della libertà nel quale il Cristo ci fa entrare con il battesimo? O quali sono le esigenze del Vangelo? La risposta sintetica è anticipata nel v 13 del rimprovero: “Voi infatti siete stati chiamati a libertà, fratelli. Soltanto, non fate di questa libertà un pretesto per la carne ma, mediante l’amore, servitevi gli uni gli altri! (5,13)”. Vi si riassume ciò che Paolo ha scritto finora: la libertà è la vocazione dei figli. Dagli esseri umani Dio non attende altro che questo, giacché proprio per liberarci ha mandato suo Figlio fra noi. Siete stati liberati… siate dunque liberi! La vita cristiana diventa così la costante ricerca di realizzare in noi il dono di libertà che Dio ci ha fatto in Cristo, ma ricerca che è anche lotta, perché sempre si presentano a noi nuovi padroni che vogliono dominarci. E il peggiore di questi siamo noi stessi. Per questo Paolo precisa: “non fate di questa libertà un pretesto per la carne”. La tentazione infatti è di dire: siamo liberi, facciamo dunque ciò che vogliamo! Ma anche questa è schiavitù. Paolo avverte che i padroni dai quali siamo stati liberati non sono solo esterni a noi; uno è ancor più pericoloso: il nostro io, il nostro “essere di carne”. Paolo non pensa ai cosiddetti “peccati della carne” ma al nostro essere votati alla morte; la carne ci lega alla terra, a questo tempo presente e quindi alla morte. La paura di morire, di scomparire, ci fa attaccare a ciò che siamo, a ciò che sentiamo, ci
spinge a metterci al centro del mondo. Questa è “la carne” ed è su di essa che hanno potere il peccato e la morte, perché è il nostro essere fragili. Fare quello che a me piace comandato da questa bramosia che viene dal mio essere di carne, non è libertà, è schiavitù, sottomissione alla morte e alle potenze infernali. Allora qual è la vera libertà? “Mediante l’amore, servitevi gli uni gli altri”. Questa è la vera libertà! Paolo è volutamente paradossale perché esprime l’essere liberi attraverso un farsi servi. La libertà di cui Paolo parla è l’essere talmente liberi da se stessi, da diventare disponibili per gli altri. In altri termini, vivere la piena libertà significa essere ad immagine di Dio, somigliare al Figlio
suo che si è fatto servo (Fil 2,7). È significativo che Paolo non scriva: “amatevi gli uni gli altri”, ma usi una formula piuttosto complicata: “mediante l’amore, servitevi gli uni gli altri”. Vuol mettere in chiaro che l’uomo non ha
in sé la capacità di amare: solo Dio può suscitare in noi l’amore, e lo suscita quando viviamo in Cristo, cioè guidati da Lui, facendoci servi come Lui. Il comandamento non è dunque tanto per Paolo: “amatevi”, ma: “vivete pienamente la libertà di Cristo”, e da ciò nascerà l’amore. In questo modo, senza nemmeno pensarci, adempiremo la legge il cui compimento è l’amore (5,14). Tuttavia la realtà dei Galati è lontana da questa logica come ricorda, non senza ironia, il v. 15: “Ma se vi mordete e dilaniate a vicenda, guardate almeno di non distruggervi del tutto gli uni gli altri!”.
Più sotto nota ancora “non diventiamo vanagloriosi provocandoci a vicenda e invidiandoci gli uni gli altri” (5,26).
Queste chiese della Galazia hanno difetti molto terra terra: invidie, litigi, superbia, prepotenza. Tutto il percorso teologico di Paolo non vola verso progetti spirituali straordinari, ma resta ancorato alla concretezza. Paolo esorta: “cominciate dalla vostra concretezza di esseri carnali che si rivela, in queste liti banali e stupide. Cominciate da qui a vivere la libertà dataci da Cristo!”. Questa libertà non è alta filosofia né concetto astratto, è qualcosa di molto semplice, che trova in ogni situazione un’immediata applicazione. Paolo però non cade nel moralismo trito: non scrive: “cercate di volervi bene, fate uno sforzo, pensate a quelli di fuori, cosa diranno? ecc.” Gli preme piuttosto indicare la via: aderire a Cristo che ci comunica l’Amore, da cui sgorga la vera libertà, anche da noi stessi.
Questo testo conclusivo così ricco di insegnamento si suddivide in due parti. Nella prima parte (5,16-26) Paolo sottolinea l’incompatibilità tra “carne” e “Spirito” attraverso tre sviluppi:
1- Opposizione tra carne e Spirito (v. 16-18), che si devono intendere come “attori” della nostra stessa vita: chi agisce in me?
2- Opposizione tra le opere della carne ed il frutto dello Spirito (v. 19-23). Le opere delle carne (cioè fatte da me) sono
plurali e rivelano una mancanza di unità ed identità. Faccio tante cose, tutte sbagliate, e non so più chi sono. Invece il
frutto (prodotto in me dallo Spirito) è uno come lo è Dio, e i diversi termini che lo qualificano ne indicano la pienezza.
In esso mi riconosco, mi realizzo.
3- Caratterizzazione della vita secondo lo Spirito (v. 24-26) come piena conseguenza del battesimo nel quale “la mia
carne” è stata crocifissa con Cristo: sono perciò morto per il mondo, ma sono pieno della vita divina stessa: “non più io vivo, ma Cristo in me”. 
Nella seconda parte (6,1-10), Paolo indica alcune conseguenze pratiche di quanto ha appena detto. Non si tratta di grandi teorie, ma di cose molto concrete. Paolo s’indirizza agli “spirituali”, probabilmente a quelli che sono pervenuti a una certa maturità cristiana nella comunità. Non lo interessano i peccati o le trasgressioni che possono avvenire, ma il comportamento degli spirituali: “correggete [chi sbaglia] in spirito di dolcezza”, “portate i pesi gli uni degli altri”. Questa è davvero la correzione fraterna: stare accanto a chi ha sbagliato come il Cristo stesso, che non condanna, ma prende su di sé il peccato degli altri, al punto di morire per noi. Interessante anche l’esortazione a non fare confronti con gli altri (si trova sempre chi fa meno bene di noi… e se ne trae orgoglio); unico confronto possibile è quello con se stessi. Vivendo nella durata, si può paragonare ciò che si è e si fa oggi con ciò che si è stati e si è fatto in passato. È
quanto presuppone il v. 4: “Ognuno esamini la propria opera e allora troverà occasione di vanto, ma solo in se stesso”. Importante anche il v. 9: “Non incattiviamoci nel fare il bene”: Paolo vi prende di mira una situazione che ben conosciamo: quella di chi diventa insopportabile a forza di fare il bene, e di farlo notare. Ciò che allora si raccoglierà non sarà il frutto del bene fatto, ma quello dell’esserne diventati cattivi. La prospettiva del giudizio deve incitare alla perseveranza (“non desistere”) che trova la sua radice e la sua forza non in noi, bensì nella fedeltà del Signore nei nostri confronti. Infine, Paolo non conclude con un “amate il vostro prossimo come voi stessi” ma con “finché ne abbiamo l’occasione, facciamo del bene a tutti, soprattutto ai compagni di fede”. Non è banalizzazione del precetto di Cristo; è presa sul serio del fatto che solo lo Spirito può suscitare in noi l’amore vero. Fare del bene invece, lo possiamo: non fare all’altro quello che non vorremmo che ci sia fatto e fare all’altro ciò che attendiamo dagli altri, questo lo possiamo: è quel minimo che Dio aspetta da noi perché possa produrre in noi le sue opere meravigliose. L’aggiunta “soprattutto ai compagni di fede” sottolinea che siamo chiamati ad agire così nei confronti di quelli con cui si vive concretamente la propria vita di credente e di cui perciò conosciamo meglio i difetti. Sono proprio loro che ci aiutano, con ciò che sono, in bene come in male, a perseverare nel fare il bene. Di questo sforzo minimo il Signore s’impadronirà per trasformarlo in AGAPE, nell’amore perfetto che in quanto Figli ci sarebbe richiesto.

SALUTO FINALE (6,11-18).
Qui Paolo se la prende direttamente con gli agitatori per denunciarne le vere intenzioni: vogliono solo vivere tranquilli, senza essere disturbati dalla loro appartenenza a Cristo. Allora infatti le nuove religioni non erano autorizzate nell’impero romano e potevano essere perseguitate. Gli ebrei sono accettati; diventare ebrei non faceva quindi problema all’autorità. È ciò che vogliono gli agitatori: attrarre i Galati nella loro ipocrisia e far credere che, con l’adesione a Cristo, si diventa ebrei; allora forse questi non sono nemmeno ebrei diventati cristiani, ma pagani
diventati cristiani. Il loro non è un problema di coerenza di fede, è solo una questione di prestigio e di tranquillità: evitare una possibile persecuzione e potersi vantare dell’adesione dei cristiani della Galazia alla loro falsità.
Questa dura lettera si conclude comunque con una benedizione: “Su quanti camminano secondo questa regola, pace e misericordia, come anche sull’Israele di Dio”. Dopo aver benedetto i credenti in Cristo, Paolo si ricorda di Israele, che resta comunque il popolo eletto; anche su di esso quindi scenda la benedizione, nonostante la sua grande maggioranza non riconosca, per ora, l’intervento di Dio in Cristo.

Publié dans:Lettera ai Galati |on 28 octobre, 2013 |Pas de commentaires »

SAN PAOLO: LETTERA AI GALATI – CAPITOLO 6,1-18

http://www.adonaj.net/old/lettura/spaolo-lettera-06.htm

SAN PAOLO: LETTERA AI GALATI

LA LEGGE DI CRISTO

CAPITOLO 6,1-18

*Fratelli, qualora uno venga sorpreso in qualche colpa, voi che avete lo Spirito correggetelo con dolcezza. E vigila su te stesso, per non cadere anche tu in tentazione. *Portate i pesi gli uni degli altri, così adempirete la legge di Cristo. *Se infatti uno pensa di essere qualcosa mentre non è nulla, inganna se stesso. *Ciascuno esamini invece la propria condotta e allora solo in se stesso e non negli altri troverà motivo di vanto: *ciascuno infatti porterà il proprio fardello. *Chi viene istruito nella dottrina, faccia parte di quanto possiede a chi lo istruisce. *Non vi fate illusioni; non ci si può prendere gioco di Dio. Ciascuno raccoglierà quello che avrà seminato. *Chi semina nella sua carne, dalla carne raccoglierà corruzione; chi semina nello Spirito, dallo Spirito raccoglierà vita eterna. *E non stanchiamoci di fare il bene; se infatti non desistiamo, a suo tempo mieteremo. *Poiché dunque ne abbiamo l’occasione, operiamo il bene verso tutti, soprattutto verso i fratelli nella fede. *Vedete con che grossi caratteri vi scrivo, ora, di mia mano. *Quelli che vogliono fare bella figura nella carne, vi costringono e farvi circoncidere, solo per non essere perseguitati a causa della croce di cristo. *Infatti neanche gli stessi circoncisi osservano la legge, ma vogliono la vostra circoncisione per trarre vanto dalla vostra carne. *Quanto a me invece non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo. *Non è infatti la circoncisione che conta, né la non circoncisione, ma l’essere nuova creatura. *E su quanti seguiranno questa norma sia pace e misericordia, come su tutto l’Israele di Dio. *D’ora innanzi nessuno mi procuri fastidi: difatti io porto le stigmate di Gesù nel mio corpo. *La grazia del Signore nostro Gesù cristo sia con il vostro spirito, fratelli. Amen.

Come in altre lettere, Paolo aggiunge ora delle osservazioni personali, scritte di suo pugno. Così scrive ai Galati, anche se vedessimo un nostro fratello peccare, non dovremmo compiacercene, ma umilmente e con molta mansuetudine correggerlo, badando ciascuno a se stesso perché la tentazione non risparmia nessuno (v.1). La legge di Cristo è la legge dello Spirito della vita, dello Spirito che comunica la vita di Cristo. E’ una legge interiore; ed ha ispirato la vita di Cristo stesso. Sottomettersi ad essa, equivale a lasciarsi conformare a Cristo dal suo Spirito: ed è quanto Paolo ha fatto e insegnato. I Galati hanno bisogno di essere messi in guardia contro la forma peggiore di orgoglio: quella che si pasce dei doni gratuiti di Dio. Tutti siamo deboli, perciò nessuno si stimi superiore agli altri « ingannando se stesso » (v.3). Ognuno ha già abbastanza da fare da portare « il proprio fardello » (v.5) di difetti, senza andare a cercare inesistenti motivi di vanagloria nei confronti degli altri (v.4).

Paolo ricorda il giudizio di Dio davanti al quale ognuno dovrà rendere conto della propria condotta; saremo giudicati sull’amore che è la legge di Cristo, e che deve indurci a portare il peso degli altri. Fra i doveri della carità rientra anche l’obbligo di far parte dei propri beni a coloro che ci hanno annunziato la verità che salva. Soprattutto nei riguardi degli evangelizzatori (v.6) vale quanto pochi decenni dopo rammentava l’autore della Didaché ai cristiani in genere: « Starai in comunanza di tutte le cose col tuo fratello e non dirai che sono tue. Se infatti siete in comunanza nell’immortale, quanto più nelle cose mortali ». Né ci spaventi, cari fratelli, la fatica che dovremo affrontare nel fare il bene agli altri e nel compiere il nostro dovere in genere: « A suo tempo infatti mieteremo, se non saremo stati fiacchi » (v.9).

E ciascuno mieterà « ciò che avrà seminato » (v.7): dalle opere carnali nasce solo la corruzione; dalle opere dello Spirito fiorisce invece « la vita eterna » (v.8). Davanti al tribunale di Dio non c’è possibilità di fare i furbi; perciò, « finché abbiamo tempo » (nel senso cioè che siamo in vita) operiamo il bene verso tutti, soprattutto verso quelli che appartengono alla stessa « famiglia nella fede » (v.10) che, proprio per la loro appartenenza a Cristo, ci devono essere anche più preziosi.

« Vedete con che grossi caratteri vi scrivo, ora, di mia mano »(v.11); Paolo segue l’uso epistolare degli antichi che, in genere, dettavano e solo alla fine aggiungevano la firma e alcune frasi di proprio pugno. L’epilogo contiene frasi riassuntive, fiammanti di luce di pensiero e d’amore, scritte da Paolo, in caratteri più grossi perché i Galati se le imprimessero meglio in mente.

Nei vv. 12-16, i giudaizzanti predicano la circoncisione al solo scopo per gloriarsi del successo del loro proselitismo. Gesù aveva rivolto ai farisei lo stesso rimprovero (Mt.23,15). I predicatori del vangelo devono stare attenti a non meritarlo. Paolo rivolge ai suoi avversari un secondo rimprovero: essi non si preoccupano di essere fedeli alla legge. Questa infedeltà può essere quella di un fariseismo ipocrita o quella di un sincretismo che nella legge sceglie ciò che fa comodo(vv.12-13). Paolo pone la sua gloria nella croce di Gesù: per questo egli sente che il « mondo » per lui è ormai scomparso, « crocifisso » (v.14), diventato oggetto d’obbrobrio e di ripulsa, così com’era per gli antichi il patibolo della croce. Per il « mondo » dobbiamo intendere la realtà creata non in quanto tale ma perché, a causa del peccato, ritrae dal servizio di Dio e favorisce le voglie della carne.

L’unica cosa che vale è la « creatura nuova ». Paolo, nella sua introduzione, aveva proclamato: Gesù Cristo, con la sua morte, libera gli uomini dal mondo perverso. Per concludere, afferma: Cristo, con la sua croce, introduce gli uomini in una creazione nuova, opponendola al mondo antico, egli indica per un’ultima volta ai Galati ciò che lo separa radicalmente dai suoi avversari. Costoro appartengono al mondo antico. Al contrario, Paolo deriva la sua gioia e la sua sicurezza soltanto dalla croce di Cristo, perché essa, ed essa sola, lo libera totalmente; essa gli dà la capacità di sfuggire all’attrattiva, che rende schiavi, di un mondo che è ormai morto per lui: essa gli dà la capacità di sfuggire alla preoccupazione di fondare la sicurezza del suo io carnale che è stato crocifisso con Cristo. Per Paolo si tratta unicamente di ricevere la grazia di Cristo e di essere così introdotto nella nuova creazione al fine di vivervi per Dio, in unione con il Figlio suo risorto (v.15). In questo modo e seguendo la via della croce, i credenti diventano il vero « Israele di Dio », in opposizione all’Israele « secondo la carne », e saranno oggetto di Pace e di misericordia da parte di Dio (v.16).

I vv.17-18 terminano il brano con una frase energica e pittoresca, da uomo seccato, Paolo sconsiglia i giudaizzanti di intralciargli più oltre il cammino: « D’ora in avanti nessuno mi procuri più fastidi; io infatti porto nel mio corpo le stimmate di Gesù » (v.17). Come gli schiavi, specialmente quelli fuggitivi, ricevevano un marchio fatto con ferro rovente sul loro corpo quale segno d’appartenenza al padrone, così Paolo, « schiavo di Gesù », può mostrare nel suo corpo tutte le lividure, le percosse, i segni delle sofferenze più atroci affrontate e patite per Gesù nel corso del suo lungo apostolato. Davanti a quei segni nessuno potrà più contestare la legittimità del suo apostolato e i diritti sulla cristianità di Galazia, alle quali invia un ultimo saluto, un dolcissimo saluto: « La grazia del Signore nostro Gesù Cristo sia con il vostro spirito, fratelli! Amen » (v.18). Nel chiamare i Galati fratelli in Paolo c’è tutta l’intenzione eun invito alla fratellanza perduta. Quindi esorta i Galati a ritrovare la sua pienezza, riscoprendone l’unica sorgente: la grazia del Signore Gesù.

GALATI 5,1.13-18 – TESTO E COMMENTO

http://www.nicodemo.net/NN/commenti_p.asp?commento=Galati%205,1.13-18

GALATI 5,1.13-18

Fratelli, 1 Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi; state dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il  giogo della schiavitù.
13 Voi infatti, fratelli, siete stati chiamati a libertà. Purché questa libertà non divenga un pretesto per vivere  secondo la carne, ma mediante la carità siate a servizio gli uni degli altri. 14 Tutta la legge infatti trova la sua  pienezza in un solo precetto: « Amerai il prossimo tuo come te stesso ». 15 Ma se vi mordete e divorate a  vicenda, guardate almeno di non distruggervi del tutto gli uni gli altri!
16 Vi dico dunque: camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare i desideri della carne; 17 la  carne infatti ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; queste cose si oppongono  a vicenda, sicché voi non fate quello che vorreste. 18 Ma se vi lasciate guidare dallo Spirito, non siete più sotto  la legge.

COMMENTO
Galati 5,1.13-18

La libertà del credente
Nelle prime due parti della lettera ai Galati (cc. 1-2; 3-4), Paolo ha condensato le sue argomentazioni, ricavate  rispettivamente dalla sua esperienza e da quella dei destinatari nonché dalle Scritture, in favore della  giustificazione mediante la fede e non mediante le opere della legge. La seconda parte termina con l’allegoria  delle due donne, nella quale Paolo mostra simbolicamente come la dipendenza dalla legge, tanto conclamata dai  giudei e dai cristiani giudaizzanti, comporti in fondo una perdita di libertà che contrasta palesemente con il piano  di Dio, tutto teso alla liberazione del suo popolo. I galati, che hanno già sperimentato in Cristo questa libertà e  sono così diventati figli della promessa e autentici rappresentanti del popolo escatologico di Dio, devono dunque  fare i conti con i rischi che comporta un ritorno alla pratica della legge. A questa conclusione della parte  dottrinale si aggancia la nuova sezione della lettera (cc. 5-6), nella quale Paolo riprende in chiave parenetica i  punti più salienti della sua argomentazione e li applica alla situazione dei galati. Nel primo di questi due capitoli  egli mostra anzitutto il senso della loro vocazione alla libertà (vv. 1-12), sottolineando poi che la libertà deve  necessariamente sfociare nell’amore (vv. 13-15) e infine mette in luce che ciò può avvenire solo con il dono  dello Spirito (vv. 16-25). Nella liturgia è proposto il versetto iniziale e poi la seconda e la prima metà della terza  parte del capitolo.

La vocazione alla libertà (vv. 1-12)
Paolo inizia la sua esortazione con una frase programmatica: «Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi;  state dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù (v. 1). Nel mondo ebraico la libertà  era concepita come un dono di Dio, il quale, dopo aver liberato il suo popolo dalla schiavitù degli egiziani, lo  aveva unito a sé mediante l’alleanza e gli aveva dato la sua legge: lo scopo della legge infatti era quello di  creare tra gli israeliti quello spirito di fratellanza e di solidarietà in forza del quale la libertà sarebbe diventata la  prerogativa di tutti. In questa prospettiva essi consideravano il codice mosaico come il dono più grande che Dio  aveva fatto al suo popolo e la chiamavano «legge di libertà».
Per Paolo è la liberazione ottenuta da Cristo dà la libertà piena. L’espressione «ci ha liberati perché restassimo  liberi» (têi eleutheriâi êleutherôsen, ci ha liberati per la libertà) potrebbe essere un semitismo per indicare che  la liberazione è stata piena e totale. È più probabile però che si tratti di una liberazione che ha come scopo una  vita vissuta nella libertà. Paolo infatti vede proprio nella liberazione dalla legge il punto di partenza di un  cammino serio e impegnativo verso la libertà piena. Ciò si comprende solo ricordando che per lui il termine  «legge», in sintonia con l’uso che ne veniva fatto negli ambienti legalisti giudaici, designava un semplice elenco  di precetti che l’uomo, con le sue sole forze, doveva compiere per rendersi gradito a Dio. In altre parole la  legge, staccata dall’azione liberatrice di Dio, era diventata una pura norma incapace di dare la vita all’uomo  peccatore (cfr. 3,21), e come tale era paragonabile al pedagogo che tiene sotto sorveglianza il bambino finché  sopraggiunge il maestro. Solo Cristo ha potuto togliere di mezzo la legge così intesa, in quanto ha liberato  l’uomo dal suo peccato e lo ha fatto diventare figlio di Dio.
I galati prima della loro conversione non erano sotto la schiavitù della legge, in quanto non erano giudei, ma  gentili. Tuttavia anch’essi erano soggetti a una analoga schiavitù, in quanto servivano le false divinità, che  formavano un tutt’uno con gli elementi di questo mondo (cfr. 4,8-9). Cristo li ha liberati perché restassero  liberi. Per loro mettersi ora a praticare la legge significherebbe lasciarsi imporre «di nuovo» il giogo della  schiavitù.
Nel brano tralasciato dalla liturgia (vv. 2-12) Paolo mette in guardia i galati nei confronti della circoncisione e di  tutto ciò che essa comporta, cioè la pratica di tutta la legge. Coloro che cercano di imporrla loro vogliono  separarli da Cristo, e così facendo li pongono su una strada sbagliata. Essi devono dunque decidere se stare  dalla sua parte o da quella dei suoi avversari. Ma devono anche sapere che nel primo caso scelgono la libertà,  mentre nel secondo, pur pensando di fare proprie le prerogative del popolo eletto, scelgono in realtà un regime  di schiavitù che svuota il vangelo del suo contenuto essenziale, la croce di Cristo. Il punto che l’apostolo vuole  fare capire con chiarezza ai galati è uno solo: se egli si contrappone ai giudaizzanti, non è per difendere la sua  autorità di apostolo, ma per garantire la verità e l’autenticità del vangelo. I galati possono rifiutare le sue  direttive, ma così facendo abbandonano Cristo e rinunziano alla sua grazia.

Libertà e amore (vv. 13-15)
Con il v. 13 riprende il testo liturgico. Paolo afferma: «Voi infatti, fratelli, siete stati chiamati a libertà. Purché  questa libertà non divenga un pretesto per vivere secondo la carne, ma mediante la carità siate a servizio gli  uni degli altri. Tutta la legge infatti trova la sua pienezza in un solo precetto: amerai il prossimo tuo come te»  (vv. 13-14). I credenti non solo sono stati liberati, ma sono chiamati alla libertà: la libertà dunque non è solo un  dono, ma anche un impegno. Questa libertà però non deve diventare un alibi per vivere secondo la carne, cioè  per favorire una sorta di libertinismo che rifiuta ogni tipo di regola. Al contrario l’essere diventati liberi deve  spingerli a mettersi a servizio gli uni degli altri nell’amore. Tutta la legge si riassume infatti nel precetto che  impone di amare il prossimo come se stessi. Paolo non predica dunque l’abolizione della legge in quanto tale,  ma solo la liberazione da una legge concepita come una norma oggettiva da praticare con le proprie forze. Per  lui solo l’uomo liberato da Cristo, e quindi libero dai desideri della carne, può praticare veramente la legge di Dio,  in quanto essa si riassume nel comandamento che impegna ciascuno ad amare il prossimo come se stesso.
Purtroppo i galati non sono su questa strada: «Ma se vi mordete e divorate a vicenda, guardate almeno di non  distruggervi del tutto gli uni gli altri!» (v. 15). Essi vorrebbero praticare la legge, ma intanto vengono meno  proprio al suo comandamento fondamentale, e così facendo  si distruggono a vicenda. Con queste parole egli  vuole forse far loro comprendere, partendo dalla loro stessa esperienza, che la preoccupazione di osservare la  legge in tutte le sue innumerevoli prescrizioni porta in pratica a rompere quei rapporti di amore che  rappresentano l’esigenza fondamentale della legge stessa. L’amore per il prossimo, pur essendo il compimento  della legge, scaturisce non dalla legge in quanto norma scritta, ma dall’azione salvifica di Dio.
Spirito e carne (vv. 16-18)
Paolo passa poi a spiegare come la libertà dalla legge diventi effettiva solo in forza dello Spirito: «Vi dico  dunque: camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare i desideri della carne» (v. 16). Per  evitare di cedere ai desideri della carne, che sono all’origine di un comportamento peccaminoso, contrario alle  esigenze della legge, il credente deve camminare secondo lo Spirito, cioè lasciarsi guidare dalla potenza di Dio  che si manifesta nella sua azione. Questo concetto viene approfondito in questo modo: «la carne infatti ha  desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; queste cose si oppongono a vicenda,  sicché voi non fate quello che vorreste» (v. 17). La carne è sottomessa agli stimoli del «desiderio». Il termine  «carne» qualifica l’uomo peccatore: in senso proprio solo lui «desidera» in quanto, ponendo se stesso  egoisticamente al centro di tutte le cose, trasgredisce l’ultimo comandamento del Decalogo («non desiderare»:  cfr. Es 20,17; Gen 3,6; Rm 7,7), che rappresenta anch’esso, come il comandamento dell’amore, la sintesi di  tutti i precetti divini.
Tuttavia, in senso metaforico si può dire che anche lo Spirito «desidera», nel senso che persegue finalità sue  proprie, che sono opposte a quelle della carne. Questa porta l’uomo a fare ciò che non vorrebbe, in quanto lo  spinge ad andare contro quelle che sono le norme fondamentali della legge e della sua stessa coscienza; l’uomo  però resta sempre responsabile delle sue azioni malvagie, in quanto Dio non priva mai nessuno della sua grazia.  Paolo conclude: «Ma se vi lasciate guidare dallo Spirito, non siete più sotto la legge» (v. 18). Colui che si lascia  guidare dallo Spirito non ha più nulla a che fare con i desideri della carne, in forza dei quali aveva cominciato a  sentire la volontà di Dio come una legge imposta dall’esterno (cfr. Rm 7,7-12). La vittoria sul desiderio, e  quindi la possibilità di amare i fratelli, dipende dunque essenzialmente dal dono dello Spirito.
Dalle affermazioni di principio Paolo passa subito dopo a indicare quali sono rispettivamente i comportamenti  ispirati dalla carne e dallo Spirito: a tale scopo egli elenca prima i vizi provocati dalla carne e poi le virtù che  provengono dallo Spirito (cfr. vv. 19-25). I cataloghi di vizi e di virtù derivano, come genere letterario, dalla  filosofia greca, specialmente stoica, la quale se ne serviva per formulare il suo insegnamento morale, incentrato  sull’osservanza della legge naturale. Direttamente però Paolo assume questo genere letterario dal giudaismo  ellenistico, il quale lo utilizzava per annunziare al mondo greco l’ideale morale contenuto nell’AT, e soprattutto  nel decalogo (cfr. Sap 14,23-29).

Linee interpretative
In questo testo Paolo mette con forza l’accento sulla libertà in quanto dono che viene fatto da Cristo al  credente. Questa consiste fondamentalemente nell’eliminazione di un rapporto servile con la legge. Paolo  sottolinea però con chiarezza che questa libertà non consiste nel fare i propri comodi, ma nell’osservare il  precetto fondamentale dell’amore, nel quale tutta la legge è riassunta. Appare quindi chiaro che Paolo non  punta a una eliminazione della legge in quanto tale, ma a una sua ricomprensione a partire dal suo nucleo  centrale. Paradossalmente dunque è proprio la liberazione da un certo modo di concepire la legge che dà al  credente la possibilità di compiere la legge nella sua pienezza. Chi pretende di applicarsi ai singoli precetti della  legge mosaica non fa altro che cedere al «desiderio», che è l’essenza del peccato, e porta la comunità  all’autodistruzione.
Ma la pratica dell’amore non è una cosa che competa all’uomo se prima non ha accettato in se stesso il dono  dello Spirito. Solo lo Spirito infatti è capace di sostituire i desideri della carne con altri desideri che portano  all’amore e al dono di sé (cfr. Rm 5,5; 8,1-4). Ogni uomo ha in se stesso la capacità di amare il suo prossimo,  ma essa viene facilmente offuscata dalle sue inclinazioni egoistiche (desiderio). In questa situazione non serve  a nulla ricordargli, con le ammonizioni e le minacce tipiche della legge, i suoi obblighi. Per diversi motivi l’uomo  può essere spinto ad osservare la legge fatta di prescrizioni, ma l’esercizio dell’amore può avvenire solo  mediante un dono dello Spirito. Questo dono ha origine fondamentalmente dall’esempio di Cristo, dalla sua  totale dedizione al Padre e ai fratelli. Solo chi assume lo spirito di Gesù, che è anche lo Spirito di Dio, può essere  veramente libero nella pratica dell’amore verso i fratelli.

Publié dans:Lettera ai Galati |on 29 juin, 2013 |Pas de commentaires »

23 giugno 2013 – 12a Domenica del T.O. : « GUARDERANNO A COLUI CHE HANNO TRAFITTO »

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/03-annoC/annoC/12-13/05-Ordinario/Omelie/12-Domenica-2013-C/12-Domenica-2013_C-SC.html

23 giugno 2013  | 12a Domenica – Tempo Ordinario C  |  Appunti esegesitico-spirituali

« GUARDERANNO A COLUI CHE HANNO TRAFITTO »

C’è un palese collegamento fra la prima e la terza lettura della presente Domenica, ambedue incentrate sul « mistero » del Cristo in quanto « segno di contraddizione », che gli altri emarginano e mettono al bando perché costituisce per tutti come la coscienza critica della falsità dei sentimenti e dei pensieri del cuore: « Perché siano svelati i pensieri di molti cuori », già preannunciava di lui il vecchio Simeone (Lc 2,35).
La seconda lettura, proseguendo la proclamazione della lettera ai Galati, ci ricorda che in Cristo, e precisamente nel Cristo crocifisso, sono state abolite tutte le discriminazioni ed è stata restituita agli uomini l’unica e identica dignità di « figli di Dio »: « Non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo » (Gal 3,28). È certo che l’uomo continuerà a essere uomo e la donna continuerà a essere donna: ma ognuno guarderà all’altro con occhio diverso, perché la « rinascita » in Cristo per il Battesimo, o meglio, come dice Paolo, il « rivestirci » di lui (v. 27), fa di tutti noi delle « creature nuove », eredi della stessa « promessa » (v. 29).
Pur essendo tentati fortemente da questo discorso così stimolante e attuale di Paolo, concentreremo la nostra attenzione sulla prima e terza lettura per una certa rassomiglianza di contenuto, come già abbiamo accennato.

« Riverserò sopra la casa di Davide uno spirito di grazia
e di consolazione »

Incominciamo dal difficile brano del profeta Zaccaria (12,10-11). Questi versetti fanno parte di un oracolo più ampio che va da 12,9 a 13,1, in cui viene annunciata la rigenerazione spirituale ed escatologica della nazione, composta dalla casa di Davide e dagli abitanti di Gerusalemme.
In contrapposizione alle nazioni pagane che verranno distrutte (v. 9), Dio promette una particolare « effusione » di amore e di benevolenza verso il suo popolo: « Riverserò sopra la casa di Davide e sopra gli abitanti di Gerusalemme uno spirito di grazia e di consolazione: guarderanno a colui che hanno trafitto. Ne faranno il lutto come si fa per un figlio unico, lo piangeranno come si piange il primogenito. In quel giorno grande sarà il lamento in Gerusalemme, simile al lamento di Adad-Rimmon nella pianura di Meghiddo » (Zc 12,10-11).
L’oracolo profetico annuncia dunque che, mediante l’effusione dello « spirito di grazia e di consolazione » che viene da Jahvèh, Gerusalemme si convertirà e « guarderà » con atteggiamento spirituale diverso a un misterioso personaggio, che essa ha contribuito a sopprimere violentemente: « Guarderanno a colui che hanno trafitto » (v. 10).
« Per identificare chi sia questo personaggio sconosciuto, è necessario tenere presente il contesto immediato, dal quale risulta, prima di tutto, che il pianto fatto sopra di lui è frutto dello spirito, come lo sguardo verso Jahvèh. Non si piange soltanto perché si tratta di un individuo caro e importante per la comunità, ma perché offeso e oltraggiato. Si tratta di un pianto di pentimento e di conversione. Questo personaggio si trova, dunque, nella stessa linea di Jahvèh, è qualcuno che si identifica con lui e lo rappresenta. Si potrebbe pensare al buon pastore di 11,4-14, impersonato dal profeta. Ma siccome c’è di mezzo il fatto della sua morte, il riferimento più vicino è quello del servo paziente di Jahvèh di Is 52,13-53,12. Per mezzo della sua morte Jahvèh opera la salvezza della nazione, la vittoria contro i popoli vicini, dona lo spirito e fa zampillare la perenne sorgente di purificazione (cf 13,1). Vanno perciò escluse tutte quelle interpretazioni che identificano questo grande anonimo o con una collettività (per es. la tribù beniaminita), o con i deportati pianti da Rachele, o con un individuo autorevole, mandato ingiustamente alla morte, come Zaccaria, figlio di Joiada, o perito tragicamente, come Giosia. In tutti questi casi, manca infatti la circostanza della natura penitenziale del pianto ».
Un « pianto », quello che si farà in Gerusalemme per il « trafitto », che assume contorni di carattere « rituale », come sembra suggerire il versetto conclusivo: « In quel giorno si leverà un gran pianto in Gerusalemme, come quello di Adad-Rimmon nella pianura di Meghiddo ».
Forse si allude qui a una liturgia funebre in onore del Baal cananeo, conosciuto anche dai Giudei col doppio nome di Adad-Rimmon: dio della vegetazione, si riteneva che morisse alla fine dei raccolti per rivivere al ritorno delle piogge. Il suo culto doveva avere particolare rilevanza a Meghiddo, nella pianura fertile di Jezreel. Il riferimento al mito di Baal che muore, viene pianto e risuscita, evocava facilmente la figura del Servo sofferente di Jahvèh che, dopo la sua morte, avrà lui pure successo e « vedrà la luce » (Is 53,11).
Proprio per questo Giovanni vede nel nostro passo una profezia della passione del Signore (19,37). Anche per esprimere lo stupore dei popoli davanti al Cristo, che ritornerà quale giudice escatologico, si farà riferimento al testo di Zaccaria: « Ecco, viene sulle nubi e ognuno lo vedrà: anche quelli che lo trafissero e tutte le nazioni della terra si batteranno il petto » (Ap 1,7).
Tutta la forza del testo, sia nel brano profetico originale sia nella rilettura che ne fa il quarto Evangelista, sta dunque nella scoperta veramente « sorprendente » che il misterioso personaggio che gli uomini hanno « trafitto », volendo disfarsene, in realtà è Colui che li salva e nello stesso tempo li giudica: « Qualcuno », dunque, a cui è appeso il nostro destino e che solo con occhi diversi, cioè illuminati dalla « fede », possiamo riconoscere come tale.

« Chi sono io secondo la gente? »
Su questa tematica si muove, più o meno, il brano di Vangelo che ci riferisce, nella relazione lucana (9,18-24), la famosa confessione di Pietro a Cesarea di Filippo. Anche qui, infatti, ritroviamo una profonda divergenza di pareri riguardo a Cristo, la necessità di una « grazia » particolare per scoprirlo nel suo mistero, che è soprattutto mistero di sofferenza e di reiezione da parte degli uomini, precisamente come per il « trafitto » di Zaccaria.
Vorrei prima far notare alcune « particolarità » del racconto di Luca, che influiscono sulla sua più completa interpretazione.
Solo Luca ci dice che Gesù, prima di chiedere ai suoi Apostoli che cosa pensasse la gente di lui, si era ritirato « in un luogo appartato a pregare » (v. 18).
Sappiamo che il terzo Evangelista collega volutamente certi momenti decisivi della missione di Cristo con la « preghiera »: è nella preghiera che egli riceve l’investitura dello Spirito nel Battesimo (3,21); è dopo aver pregato che egli sceglie i Dodici (6,12), ecc. Questo particolare sottolinea dunque l’importanza della richiesta di Gesù ai suoi: « Chi sono io secondo la gente? » (v. 18), ma anche la necessità, per la fede, di fiorire sul ramo della preghiera. La teologia ci ha abituati a considerare la fede quasi come una deduzione raziocinante e non ci ha aiutato sufficientemente a sentirla e a viverla come puro « dono » (cf Fil 1,29), e perciò bisognosa di essere sempre da capo ottenuta da Dio. Con il suo atteggiamento Gesù ci insegna ad aprirci alla fede con il cuore e la mente in ginocchio e in adorazione!
Tenendo presente tutto questo, credo che sia più facile comprendere il senso globale dell’odierno brano del Vangelo: Cristo stesso si pone come « interrogativo » agli uomini del suo tempo e di tutti i tempi, perfino a quelli che gli sono più vicini come gli Apostoli, i quali neppure hanno penetrato fino in fondo il suo mistero. Anche la risposta di Pietro, infatti, che lo proclama « il Cristo di Dio » (v. 20), non esaurisce il suo mistero; ne è solo una parte, che ha bisogno di essere integrata con altri elementi e altre esperienze che verranno più tardi. È per questo che Gesù « ordinò loro severamente di non riferirlo a nessuno » (v. 21).
Per conto proprio, egli aiuta i suoi Apostoli a conoscerlo più a fondo, rivelandosi spontaneamente come « il Figlio dell’uomo », che « deve soffrire molto, essere riprovato dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi, essere messo a morte » (v. 22). Non era certo facile congiungere la fede nel « Cristo di Dio » glorioso, crede delle promesse fatte a Davide, con la fede nel « Figlio dell’uomo » riprovato dai capi del suo stesso popolo, anche se si preannuncia la gloria della sua risurrezione per « il terzo giorno » (v. 22): tutto questo era, comunque, da verificare!

« Se qualcuno vuol venire dietro a me,
prenda la sua croce ogni giorno »
In questo processo di « purificazione » della fede dei suoi Apostoli Gesù va più avanti quando immediatamente li coinvolge nel suo stesso destino di passione, quasi a dire che non si può confessare Gesù come « Messia », senza percorrere la via stessa che egli ha percorso, che è via di umiliazione e di sofferenza: « Poi a tutti diceva: « Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua. Chi vorrà salvare la propria vita la perderà, ma chi perderà la propria vita per me, la salverà »" (vv. 23-24).
È importante l’annotazione iniziale: « Poi a tutti diceva ». È indubbiamente una formula di transizione, che però presuppone altri destinatari, oltre ai Dodici che sono già presupposti dal testo: sono « tutti » i cristiani, per i quali Luca scrive il suo Vangelo, dunque anche noi. Orbene, a « tutti » egli ricorda che fa parte della nostra professione di fede il « seguire » Cristo per la via della croce.
Forse per farci perdere il senso di asprezza e di ripugnanza davanti a simile prospettiva, egli solo aggiunge che questo è compito di « ogni giorno »; davanti a ciò che è, o può diventare, « quotidiano » ci si arrende più facilmente!
Oltre a questo, però, credo che il riferimento alla « quotidianità » della croce voglia dire un’altra cosa: non c’è bisogno di andare noi incontro alla croce, perché è essa stessa che ci viene incontro nella misura in cui vogliamo rimanere fedeli alle esigenze del Vangelo. Il Vangelo stesso ci crocifigge per tutto quello che ci offre e per tutto quello che ci chiede: ma solo così potremo « salvarci », cioè « perdendoci ». Se il Cristo non avesse accettato la crocifissione, non sarebbe risorto dai morti: ha ritrovato la vita perché l’ha perduta!
Tutto questo non è facile da accettare, soprattutto quando c’è bisogno di trasferirlo alla nostra vita. Proprio per questo incessantemente dobbiamo chiedere quello « spirito di grazia e di consolazione, di cui ci parlava Zaccaria (12,10), per saper « riguardare » con occhio diverso, cioè di fede, Colui che è stato « trafitto » prima di noi e per tutti noi.

 Da: CIPRIANI S., Convocati dalla Parola. Riflessioni biblico-liturgiche, Editrice Elledici, Torino

LETTERA AI GALATI (il testo per la messa dell’16 giugno 2013 è Gal 2, 16.19-21)

http://proposta.dehoniani.it/txt/galati.html

LETTERA AI GALATI (il testo per la messa dell’16 giugno 2013 è  Gal 2, 16.19-21)

di PEDRON LINO

(sul sito commento a tutta la lettera)

c) L’incidente di Antiochia (2,11-21)

11Ma quando Cefa venne ad Antiochia, mi opposi a lui a viso aperto perché evidentemente aveva torto. 12Infatti, prima che giungessero alcuni da parte di Giacomo, egli prendeva cibo insieme ai pagani; ma dopo la loro venuta, cominciò a evitarli e a tenersi in disparte, per timore dei circoncisi. 13E anche gli altri Giudei lo imitarono nella simulazione, al punto che anche Bàrnaba si lasciò attirare nella loro ipocrisia. 14Ora quando vidi che non si comportavano rettamente secondo la verità del vangelo, dissi a Cefa in presenza di tutti: «Se tu, che sei Giudeo, vivi come i pagani e non alla maniera dei Giudei, come puoi costringere i pagani a vivere alla maniera dei Giudei? 15Noi che per nascita siamo Giudei e non pagani peccatori, 16sapendo tuttavia che l’uomo non è giustificato dalle opere della legge ma soltanto per mezzo della fede in Gesù Cristo, abbiamo creduto anche noi in Gesù Cristo per essere giustificati dalla fede in Cristo e non dalle opere della legge; poiché dalle opere della legge non verrà mai giustificato nessuno».
17Se pertanto noi che cerchiamo la giustificazione in Cristo siamo trovati peccatori come gli altri, forse Cristo è ministro del peccato? Impossibile! 18Infatti se io riedifico quello che ho demolito, mi denuncio come trasgressore. 19In realtà mediante la legge io sono morto alla legge, per vivere per Dio. 20Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me. 21Non annullo dunque la grazia di Dio; infatti se la giustificazione viene dalla legge, Cristo è morto invano.
Sulla base della precedente esposizione dei fatti e delle decisioni prese a Gerusalemme, si potrebbe pensare che le tensioni suscitate dalla comparsa dei « falsi fratelli » giudaisti fossero definitivamente risolte e le questioni chiarite.

Ma l’incidente avvenuto in Antiochia dimostra che le cose non stavano proprio così.
Come fu possibile che ciò avvenisse dopo la stretta di mano a Gerusalemme? A questa domanda si deve anzitutto rispondere: per la situazione particolare della comunità di Antiochia, che era mista, cioè composta da ex giudei e da ex pagani. I contenuti degli accordi di Gerusalemme nella formula riportata da Paolo era questo: « Noi ai pagani, essi ai giudei ». Questa decisione era chiara. Ma come si doveva procedere nella prassi, nei luoghi in cui esisteva una comunità cristiana mista, come ad Antiochia? Sembra che, in un primo momento, nella comunità cristiana di Antiochia siano convissuti senza attrito ex giudei ed ex pagani, uniti nella comunione di mensa. Anche Pietro si comportò così « finché giunsero alcuni da parte di Giacomo », cioè della comunità di Gerusalemme, i quali si scandalizzarono per tale comunione di mensa. Pietro cadde nell’incertezza e si tirò indietro, il che indusse Paolo « a opporsi in faccia a lui » e a mostrargli le conseguenze del suo comportamento, e questo dovette provocare una discussione sul rapporto tra legge e vangelo. Forse i giudeocristiani provenienti da Gerusalemme erano disposti ad ammettere l’esenzione degli etnicocristiani dalla legge, ma ciò che non riuscivano ad accettare era questo: che anche un giudeo (come Pietro) fosse esente da una vita conforme alla legge, quando si fosse fatto cristiano. Secondo loro, un ex giudeo doveva anche da cristiano restare fedele alle tradizioni paterne. Questo problema non era stato risolto a Gerusalemme. E per un giudeo tale problema era veramente grande. Perciò è comprensibile che essi si siano fortemente scandalizzati del comportamento di Pietro che mangiava con gli etnicocristiani e abbiano manifestato vigorosamente il loro risentimento. Ma se avessero avuto ragione, sarebbe stato riconosciuto un ulteriore valore salvifico della legge e la verità del vangelo sarebbe stata di nuovo messa in pericolo. Paolo lo capì subito: di qui il suo appassionato intervento contro Pietro. Paolo può dimostrare di aver difeso la verità del vangelo perfino contro Pietro, quando fu necessario. Anche se i suoi avversari in Galazia si appellassero a Pietro, qui trovano una risposta puntuale, come sopra l’avevano trovata nel caso si fossero appellati a Giacomo. Questo accenno era al tempo stesso la prova più convincente che Paolo non aveva ricevuto il suo vangelo « da un uomo »; altrimenti come avrebbe potuto osare di procedere contro lo stesso uomo-roccia in nome del vangelo?
v.11. L’incidente di Antiochia rappresenta un’ulteriore componente dell’argomentazione con la quale Paolo mostra che il suo vangelo non proviene « da uomo ». In che cosa consisterebbe di fatto l’ « opporsi in faccia » risulta solo dal v. 14: di fronte alla comunità radunata, Paolo chiede severamente conto a Pietro del suo comportamento. E la colpa di Pietro consiste non solo nel timore e nella vile ipocrisia, ma anche nel pericolo che, per effetto del suo singolare comportamento, Pietro minaccia l’unità della comunità, e particolarmente nella sua incoerenza teologica, come Paolo gli fa notare. Paolo ha visto nella condotta di Pietro non tanto un attacco contro di sé, ma contro la verità del vangelo, un attacco al quale bisognava opporsi.
v. 12. Ogni comunione di mensa con i pagani era, per giudei e giudeocristiani di stretta ortodossia, un orrore (At 11,3). Anche Pietro in principio pensava così, finchè Dio non gli cambiò la mente (At 10). Comunque, in Antiochia egli sedeva a mensa con gli etnicocristiani senza farsi problema « prima che giungessero alcuni da parte di Giacomo ». È Giacomo che li ha mandati? Oppure sono arrivati da Gerusalemme alcuni giudeocristiani senza alcun incarico da parte di Giacomo? Stando al testo non si può prendere nessuna decisione a proposito. Paolo afferma semplicemente il fatto del loro arrivo e le conseguenze che esso provocò nella comunità di Antiochia. Molti esegeti sostengono che questi giudeocristiani furono mandati effettivamente da Giacomo ad Antiochia per compiere un’ispezione sui giudeocristiani, sui quali Giacomo, fratello del Signore, pretendeva di esercitare una giurisdizione. Ciò spiegherebbe anche il timore di Pietro nei confronti di questi ispettori. Paolo non si mette neanche a discutere con costoro, ma con Pietro perché costui per Paolo non è un uomo qualunque, ma l’uomo al quale spettano le ultime decisioni.
I giudeocristiani provenienti da Gerusalemme hanno una rigorosa mentalità legalistica e non possono concepire che si possa andare a tavola coi pagani, anche se questi – come essi stessi – sono diventati cristiani. Perciò si scandalizzano di una tale comunione di mensa in Antiochia; a quanto pare, per questo motivo, rivolgono rimproveri particolarmente aspri a Pietro e questi perde coraggio e si tira indietro. Il timore di Pietro si inquadra bene con il suo carattere (processo di Gesù); esso è espressione della sua viltà e della sua propensione a lasciarsi influenzare.
v. 13. Paolo giudica la condotta di Pietro una « ipocrisia », come risulta dall’osservazione: « Essi simularono insieme a lui ». Probabilmente upòkrisis, ipocrisia, vuole semplicemente caratterizzare l’incoerenza del comportamento di Pietro. L’ipocrisia di Pietro si deve interpretare in base al v. 16, ossia a partire dalla migliore « conoscenza » di cui Pietro certamente dispone: come cristiano, egli « sa » precisamente che l’uomo viene giustificato dalla fede e non dalle opere della legge (At 10, 43-48). Quindi egli agisce contro la sua coscienza. Dunque il rimprovero di ipocrisia non riguarda il comportamento tattico di Pietro, ma la sua condotta teologica. Il peggio però fu che anche Barnaba, il coraggioso compagno di lotta di Paolo a Gerusalemme, cominciò a cedere e « si lasciò trascinare dalla loro simulazione »; e probabilmente questo improvviso voltafaccia di Barnaba colpì personalmente Paolo ancor più di quello di Pietro.
v. 14. Paolo vede subito che Pietro, Barnaba e gli altri « non camminano diritto per ciò che riguarda la verità del vangelo ». Contro la loro migliore convinzione tentano di conseguire la verità del vangelo per vie traverse, facendo un giro attraverso il giudaismo, quindi non per la via diretta che porta a Cristo. La via è determinata dalla meta: essa passa attraverso la fede e non attraverso le opere della legge. Poiché Paolo vede Pietro su una strada sbagliata, che allontana dalla verità del vangelo, gliene chiede conto apertamente in presenza di tutti. « Paolo prende sempre tutta la Chiesa locale come testimone dei suoi interventi personali » (Bonnard). Fino a questo momento, con larghezza di vedute, Pietro ad Antiochia non ha tenuto conto della legge giudaica sui cibi. Ma ora, sotto la pressione dei nuovi arrivati da Gerusalemme egli vive nuovamente alla maniera dei giudei. Così, di fatto, costringe gli etnicocristiani a vivere in modo giudaico se vogliono continuare a mantenere anche esteriormente quella comunione ecclesiale che si manifesta nella comunione di mensa. La discussione teologica, alla quale Paolo passa al v.15, sia pure formalmente è indirizzata a Pietro, ma in realtà si rivolge già ai destinatari della lettera, i quali sono proprio personalmente interessati al tema di questa esposizione.
Paolo dimostra le conseguenze teologiche del vivere in modo giudaico: esso annulla il vangelo, perché ripropone nuovamente la speranza della salvezza nelle opere della legge, cosa che adesso anche i Galati vogliono fare.
vv. 15-16. Paolo parte da un fatto innegabile: esistono anche giudei che credono in Gesù Cristo: lui stesso, Pietro, Barnaba… Essi dovettero pur aver un motivo quando si fecero cristiani credenti; e il motivo è questo: essi « sanno » che la giustificazione dell’uomo si ha mediante la fede in Gesù Cristo, e non con l’adempimento delle opere della legge. Che cosa si intende precisamente con queste « opere della legge » che non procurano la giustificazione? Considerato il contesto di Gal 2,16 si pensa alle opere connesse con il modo di vivere giudaico, prima di tutte la prescrizione sui cibi. Ma dagli altri passi della lettera (3,2. 5.10) si ricava che come « opere della legge » non si vuole indicare soltanto le prescrizioni rituali del giudaismo, compresa la circoncisione, ma le « opere » dell’uomo deducibili dalla totalità della legge, dalla Torà. Questa constatazione è confermata dalla Lettera ai Romani (3,20.27-28; 4,2; 9,11-12. 31-32: 11,6).
La giustificazione avviene per fede; ciò è valido per sempre e, secondo l’esegesi scritturistica di Paolo, è già stato valido da sempre come mostra l’esempio di Abramo (Gal 3,6-12; Rm 4, 2-3. 23-24). Al posto del principio della legge, che comunque non portava alla giustificazione (Gal 3,11-12), subentra il principio della fede. La fede è la risposta appropriata a una concreta offerta di grazia da parte di Dio. La fede giustificante ha il suo fondamento oggettivo in quell’evento salvifico che è inscindibilmente congiunto con la persona e l’opera redentrice di Gesù Cristo; essa per ciò non è una fede qualsiasi, ma « fede in Gesù Cristo ». Quindi la fede della giustificazione non è neppure semplicemente – per quanto sia già gran cosa – fiducia nella bontà di Dio. La via della giustificazione dai peccati e del loro perdono da parte di Dio, per i giudei passa attraverso « le opere della legge ». Al contrario, per Paolo la via della salvezza non passa più per le opere della legge, ma esclusivamente attraverso la fede in Gesù Cristo. Cristo è subentrato al posto della legge. L’appropriazione della salvezza non si compie più mediante le opere della legge, ma soltanto per mezzo della fede nel Cristo morto e risorto. In questa prospettiva « la legge è stata il nostro pedagogo fino all’arrivo di Cristo » (3,24). Ma chi viene giustificato dalla fede? La risposta di Paolo è chiara: l’uomo, ogni uomo senza eccezione; che sia giudeo o pagano non fa differenza.
Paolo continua il suo discorso: Anche noi giudeocristiani, benché per nascita fossimo giudei e dapprincipio ci aspettassimo la salvezza dalla legge, ci siamo tuttavia decisi a scegliere la fede in Cristo proprio perché noi siamo giunti alla convinzione che la giustificazione non proviene dalla legge, ma dalla fede in Cristo. « Noi diventammo credenti in Gesù Cristo »: con ciò l’apostolo indica la specificità dalla quale tutto dipende e che distingue la fede cristiana da quella giudaica. Dunque la conversione dei giudei al vangelo ha questo scopo: « essere giustificati dalla fede in Cristo » .
v. 17. Il versetto presenta difficoltà di interpretazione. Se adesso Pietro e gli altri giudeocristiani si ritirano dalla comunione di mensa con gli etnicocristiani ciò suscita facilmente l’impressione che con questa comunione di mensa abbiano agito contro la loro coscienza, compiendo qualcosa di male. E tuttavia sono loro stessi convinti che la giustificazione si deve ricercare solo in Cristo e non nelle prescrizioni rituali del giudaismo riguardanti i cibi. Essi vivevano in Antiochia secondo le norme dei pagani (v. 14). Se ora convertendosi di nuovo alla legge giudaica sono nel vero, la conseguenza non può essere che questa: con il loro sforzo di cercare la giustificazione in Cristo, e non nelle opere della legge, sono diventati anch’essi peccatori come i pagani che non hanno la legge. E allora si pone la domanda che è tutta un rimprovero: Cristo sarebbe dunque un complice del peccato, sarebbe al servizio del peccato? « Non sia mai! ».
v. 18. Il versetto spiega perché chi tornasse a condurre una vita secondo la legge, per ciò stesso si qualificherebbe da sé come un « trasgressore » della Torà e quindi come un pagano senza la legge. Con i termini contrapposti demolire – ricostruire, Paolo sembra riprodurre un’espressione rabbinica. Dietro l’aggettivo indeterminato « queste cose » si nasconde la concezione della legge come parete divisoria, che nell’opinione giudaica separa i giudei dai pagani. Pietro ha abbattuto questa parete divisoria quando praticava la comunione di mensa con gli etnicocristiani, adesso comincia di nuovo a ricostruirla. Se lo fa, vuol dire che egli stesso giudica la sua precedente comunione di mensa con gli etnicocristiani come qualcosa di peccaminoso, e così si classifica spontaneamente come un trasgressore della legge.
v. 19. Paolo propone un’idea del tutto nuova e a prima vista incomprensibile: « Mediante la legge sono morto per la legge ». Il pensiero potrebbe essere più chiaro se dicesse: « Mediante la fede e il battesimo sono morto alla legge »; ma questo complemento non c’è. Il commento teologico a Gal 2,19 si trova in Rm 7,1-6, specialmente nel v. 6. La legge, benché fosse per sua natura una forza vitale (Gal 3,12) e santa (Rm 7,12), di fatto è diventata una potenza di morte (Rm 7,10). Alla legge è stata congiunta da Dio la promessa della vita, ma ciò vale solo per colui che l’adempie (Gal 3,12). Chi non l’adempie è votato alla sua maledizione apportatrice di morte. E, in realtà, secondo Paolo nessuno è in grado di adempiere le rigide esigenze della legge. Perciò tutti « per mezzo della legge » sono vittime della morte, « morti ». Da Dio stesso con la legge è stata offerta all’uomo la possibilità della vita o della morte: « Vedi, io pongo oggi davanti a te la vita e il bene, la morte e il male » (Dt 30,15). All’uomo la scelta: se adempie la legge, ha la vita dinanzi a Dio; se la trasgredisce, incorre nella maledizione mortifera della legge. E Paolo non ha esitazioni nel constatare la morte dell’uomo « ad opera della legge »! Ma come può aggiungere: « affinché io viva per Dio »? Gli enunciati di questo verso sono troppo concisi e non esplicano sufficientemente la teologia che sottintendono. Solo conoscendo la teologia complessiva delle Lettere ai Romani e ai Galati, si può comprendere la connessione concettuale fra questo « essere crocifisso con Cristo » e il « morire a discapito della legge ». Dietro l’espressione « io sono crocifisso con Cristo » si nasconde un punto capitale della teologia battesimale di Paolo, secondo cui il battesimo è un misterioso morire con Cristo (Rm 6,3-9; Col 2,12; 2Cor 6,9). Per Paolo nel battesimo non ci si ferma al morire con Cristo, ma contemporaneamente è un venire risuscitati con lui a una vita nuova. In Cristo il battezzato ha ricevuto un nuovo Signore, che è subentrato al posto della legge (Rm 7,1-6). Allora, se è vero che noi siamo stati sospinti nella morte dalla legge, il morire fu però un morire insieme a Cristo, il Vivente, cosicché ora noi viviamo « per Dio ». La legge non può più avanzare alcuna pretesa su di noi; la sua maledizione mortifera è stata abolita da Cristo (Gal 3,13). Da Cristo è stata creata una situazione di salvezza completamente nuova, con la quale è eliminata una volta per tutte l’antica situazione di morte, nella quale ci trovavamo mentre imperava la legge.
Veramente, secondo l’Antico Testamento il fine della legge era « una vita per Dio » ma, data la debolezza della carne e la peccaminosità dell’uomo da essa provocata, questo fine non veniva raggiunto. Ora invece, grazie alla morte in comunione con Cristo, esso deve e può essere raggiunto. Come fa capire l’espressione « affinché io viva per Dio », questa vita nuova è intesa anzitutto in senso etico, cioè essa si manifesta esistenzialmente nell’obbedienza all’imperativo divino (Rm 6,2.4.11 ss.; 7,4; 2Cor 5,15; 1Tm 6,18-19). È vero che chi è morto alla legge non è più tenuto a compiere le opere della legge, ma non è neppure abbandonato al libertinismo pagano e alla mancanza di legge dei pagani, ma ora è più che mai obbligato a vivere per Dio, perché Cristo vive in lui. Di ciò si tratta nel v. seguente.
v. 20. Il verbo « vivere » del v.19 ha fornito all’apostolo uno spunto decisivo, che dà origine a quattro frasi contenenti il medesimo termine. Da Cristo oramai è stato inaugurato l’eone nuovo, escatologico, che pone fine all’eone antico, contraddistinto dalla legge. Dunque la dichiarazione « Cristo vive in me » ha un senso ontologico ed escatologico. Per il fatto che Cristo, fondatore e fondamento del nuovo eone, vive nel battezzato, questi vive davvero nel futuro salvifico, già iniziato, della signoria di Cristo e quindi è sottratto all’eone della legge. Sennonché questa « esistenza in Cristo » del battezzato ha una sua particolare proprietà: per adesso è ancora un’esistenza « nella carne ». Ma benché il battezzato « adesso » viva ancora « nella carne » e perciò diretto alla morte fisica, egli tuttavia « vive nella fede » del Figlio di Dio. « Nella carne » e « nella fede » richiamano le condizioni esistenziali tuttora esistenti: io sono ancora « nella carne » e non vivo ancora nella contemplazione, ma « nella fede ». E la fede nella quale vivo non è una fede generica, ma precisamente fede « nel Figlio di Dio che mi ha amato e ha dato se stesso per me ». Poiché il Figlio di Dio mi ha amato e si è sacrificato per me, la mia esistenza carnale è un’esistenza di piena fiducia e di ferma speranza. Cristo non mi abbandonerà alla sorte che tocca all’esistere nella carne, a quell’essere fisicamente votato alla morte, ma farà sì che la mia vita vera – ricevuta nel battesimo e per il momento nascosta con Cristo in Dio (Col 3,3) – abbia il sopravvento definitivo sulla morte. La vita trascorsa nella fede è sicuramente un’esistenza provvisoria, ma con la certezza che il Cristo vivente in me e morto per me vincerà il mio destino di morte congiunto all’esistenza nella carne (Rm 7,24; 8). Mentre l’esistenza « nella carne » destina alla caducità e alla morte, l’esistenza « nella fede » indirizza al futuro di Dio. « La fede, infatti, è anticipazione del futuro » (Bisping).
v. 21. « Non invalido la grazia ». La grazia è il fatto che Cristo ha dato se stesso per me. Il Figlio di Dio è andato alla morte « per me », cioè al mio posto e in mio favore. Questo è un avvenimento di grazia perché io fui graziato e ricevetti la vita di Cristo, senza la legge, ma per puro amore di Dio verso di me. Perciò qui chàris assume il significato di « ordinamento di grazia » che si contrappone ad un altro ordinamento, al sistema della legge. Con questo versetto Paolo propone un aut-aut: o la legge o il vangelo! E che il divino ordinamento della grazia sia concepito in contrasto con la legge risulta chiaro dal seguito dello scritto: « Infatti se la giustizia proviene dalla legge, allora Cristo è morto invano ». Paolo afferma che la salvezza escatologica, la giustificazione viene soltanto dal Cristo morto e risorto. E la via che conduce ad essa è la via della fede. « L’antica possibilità di connessione con la legge, che pone il giudeo di fronte a Dio e che si realizza nell’adempimento dei precetti, è abolita coll’ »in Cristo », ossia è sostituita da una nuova, più stretta connessione, che concede agli uomini di partecipare di Dio mediante suo Figlio, apparso nella carne. Il nuovo principio di questa partecipazione è la fede, che per il cristiano ha abrogato il vecchio principio della legge, che collegava il giudeo a Dio » (Schoeps). Secondo Paolo la legge era in funzione e preparazione alla nuova alleanza che Dio avrebbe fatto attraverso il suo Messia. Ora il Messia è venuto e quindi la legge ha adempiuto la sua funzione « che indirizzava al di là di se stessa » ossia al Cristo. « La legge è stata il nostro pedagogo finché non fosse venuto il Cristo, affinché fossimo giustificati dalla fede » (Gal 3,24). La legge come via di salvezza è superata dalla morte vicaria ed espiatrice di Cristo. Altrimenti Cristo sarebbe morto invano; la sua venuta nel mondo e la sua morte sarebbero state superflue. A dire il vero anche i giudeocristiani, o più esattamente i giudaisti cristiani, non negavano la portata salvifica della morte di Cristo. Però vedevano il rapporto legge-Cristo diversamente da Paolo. Anche secondo loro « Cristo morì per i nostri peccati », perché noi non abbiamo soddisfatto le esigenze della legge e anche in futuro più volte non le soddisferemo. Proprio per questo, Cristo con la sua morte espia. Ma a loro giudizio ciò non significa che per questa ragione la legge sia messa fuori gioco; anche in seguito la Torà continuerà a sussistere in tutta la sua completezza e validità. Per chi si sottrae alle sue esigenze, anzi la dichiara nulla, anche la morte di Cristo non ha un’importanza salvifica. Così i « giudaisti » fra i giudeocristiani cercavano di prendere sul serio e l’una e l’altra cosa: la Torà con il suo permanente valore e, insieme, la croce di Cristo. Paolo invece vede diversamente la relazione tra legge e Cristo, tra il dominio della legge e il dominio della grazia. Egli è convinto che con la risurrezione di Cristo è già cominciato il futuro eone della vita eterna. La conseguenza per Paolo è che così ha avuto inizio anche un nuovo ordinamento di salvezza con una nuova via di salvezza: il tempo in cui tutto è regolato dalla grazia di Dio, in cui la giustificazione dell’uomo avviene « per fede » e non più per le opere della legge. Quindi, nel pensiero di Paolo Cristo segna l’autentica cesura della storia: ciò che stava prima di lui è l’eone antico, contrassegnato dal potere della legge che conduce alla morte; ciò che comincia con lui è l’eone avvenire, nuovo, nel quale viene concesso ai credenti mediante il battesimo e la fede il dono escatologico della vita, e così è già completamente infranto il dominio della morte esercitato dalla legge. Per Paolo, Cristo è « la fine della legge per chiunque crede » (Rm 10,4). A questo riguardo vogliamo ricordare che Paolo ha elaborato la sua teologia della legge non contro il giudaismo, ma contro i suoi avversari « giudaisti » cristiani. In Galati egli lotta contro un falso vangelo cristiano.

DIO MI SCELSE FIN DAL SENO DI MIA MADRE E MI CHIAMÒ CON LA SUA GRAZIA

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/26567.html

OMELIA

EREMO SAN BIAGIO

COMMENTO SU GALATI 1,15

DIO MI SCELSE FIN DAL SENO DI MIA MADRE E MI CHIAMÒ CON LA SUA GRAZIA
GAL 1,15

COME VIVERE QUESTA PAROLA?

« Mi scelse fin dal seno materno »! Un’espressione che fa pensare. Oggi si è propensi a pensare al feto come a qualcosa di irrilevante tanto che lo si può manipolare, si può decidere se farlo andare avanti o eliminarlo. E qui, Paolo ci dice che su di esso Dio ha già un progetto d’amore: lo ha scelto! Certo, Paolo sta parlando di se stesso e in relazione alla particolare vocazione di cui prenderà coscienza sulla via di Damasco. Ed io, tu, ogni uomo non può dire la stessa cosa di se stesso?
Ogni essere che si affaccia alla vita non vi approda per caso: Dio lo ha desiderato, Dio lo ha chiamato. Apriamo la Genesi e troviamo: « Dio disse… e fu ». Un giorno Dio ha pronunciato il mio nome ed io ho iniziato ad esistere. Anch’io sono stato desiderato, chiamato con la sua grazia. Anche su di me egli ha intessuto un sogno stupendo, di cui forse non ho ancora preso pienamente coscienza. È così per tutti!
In questa scelta è la mia grandezza: voluto da Dio e non comparso per caso!
In questa chiamata il segreto della mia realizzazione: ho un posto, un compito da svolgere nel mondo che mi rende collaboratore di Dio e mi fa porre accanto ai fratelli con un ruolo ben preciso. Nessuno può dire: io sono inutile!
E questo vale per ogni uomo, anche per il piccolo che sta formandosi nel grembo materno e ancora non sa nulla della sua grandezza, anche per il vecchio che ne ha perso il ricordo…
Voglio sostare, quest’oggi, in contemplazione di questo dono stupendo che è la vita. Chiederò poi al Signore di farmi comprendere e approfondire la chiamata con cui mi ha raggiunto e continua a raggiungermi ogni giorno, per potervi rispondere con prontezza e gioia.
Mio Dio, quanto sei grande e quanto meravigliose sono le tue opere! Contemplo in me e intorno a me il miracolo della vita e percepisco l’eco della tua voce che mi chiama a rendermene responsabile, a collaborare con te e con i fratelli, svolgendo il compito che mi affidi, perché essa fiorisca in pienezza.

La voce di un lebbroso
Sento che la vita – questo breve momento per il quale nacqui, questo spazio aperto sull’infinito, in cui sono germogliato e che ora devo gestire – è un miracolo grande
Lino Villachà

14 SETTEMBRE : ESALTAZIONE DELLA SANTA CROCE – UFFICIO DELLE LETTURE

http://www.maranatha.it/Ore/solenfeste/0914letPage.htm

14 SETTEMBRE : ESALTAZIONE DELLA SANTA CROCE

Prima Lettura
Dalla lettera ai Galati di san Paolo, apostolo 2, 19 – 3, 7. 13-14; 6, 14-16

La gloria della croce
Fratelli, mediante la legge io, Paolo, sono morto alla legge, per vivere per Dio. Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita che vivo nella carne io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me. Non annullo dunque la grazia di Dio; infatti se la giustificazione viene dalla legge, Cristo è morto invano.
O stolti Galati, chi mai vi ha ammaliati, proprio voi agli occhi dei quali fu rappresentato al vivo Gesù Cristo crocifisso? Questo solo io vorrei sapere da voi: è per le opere della legge che avete ricevuto lo Spirito o per aver creduto alla predicazione? Siete così privi d’intelligenza che, dopo aver incominciato con lo Spirito, ora volete finire con la carne? Tante esperienze le avete fatte invano? Se almeno fosse invano! Colui che dunque vi concede lo Spirito e opera portenti in mezzo a voi, lo fa grazie alle opere della legge o perché avete creduto alla predicazione?
Fu così che Abramo ebbe fede in Dio e gli fu accreditato come giustizia (Gn 15,6). Sappiate dunque che figli di Abramo sono quelli che vengono dalla fede. Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della legge, diventando lui stesso maledizione per noi, come sta scritto: Maledetto chi pende dal legno (Dt 21,23), perché in Cristo Gesù la benedizione di Abramo passasse alle genti e noi ricevessimo la promessa dello Spirito mediante la fede.
Quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo. Non è infatti la circoncisione che conta, né la non circoncisione, ma l’essere nuova creatura. E su quanti seguiranno questa norma sia pace e misericordia, come su tutto l’Israele di Dio.

Responsorio Cfr. Gal 6, 14; Eb 2, 9
R. Nostro unico vanto è la croce del Signore Gesù Cristo, vita e salvezza e risurrezione per noi: * egli ci ha salvato e liberato.
V. Lo vediamo coronato di gloria e di onore a causa della morte che ha sofferto:
R. egli ci ha salvato e liberato.

Seconda Lettura
Dai «Discorsi» di sant’Andrea di Creta, vescovo
(Disc. 10 sull’Esaltazione della santa croce; PG 97, 1018-1019. 1022-1023).

La croce è gloria ed esaltazione di Cristo
Noi celebriamo la festa della santa croce, per mezzo della quale sono state cacciate le tenebre ed è ritornata la luce. Celebriamo la festa della santa croce, e così, insieme al Crocifisso, veniamo innalzati e sublimati anche noi. Infatti ci distacchiamo dalla terra del peccato e saliamo verso le altezze. È tale e tanta la ricchezza della croce che chi la possiede ha un vero tesoro. E la chiamo giustamente così, perché di nome e di fatto è il più prezioso di tutti i beni. È in essa che risiede tutta la nostra salvezza. Essa è il mezzo e la via per il ritorno allo stato originale.
Se infatti non ci fosse la croce, non ci sarebbe nemmeno Cristo crocifisso. Se non ci fosse la croce, la Vita non sarebbe stata affissa al legno. Se poi la Vita non fosse stata inchiodata al legno, dal suo fianco non sarebbero sgorgate quelle sorgenti di immortalità, sangue e acqua, che purificano il mondo. La sentenza di condanna scritta per il nostro peccato non sarebbe stata lacerata, noi non avremmo avuto la libertà, non potremmo godere dell’albero della vita, il paradiso non sarebbe stato aperto per noi. Se non ci fosse la croce, la morte non sarebbe stata vinta, l’inferno non sarebbe stato spogliato.
È dunque la croce una risorsa veramente stupenda e impareggiabile, perché, per suo mezzo, abbiamo conseguito molti beni, tanto più numerosi quanto più grande ne è il merito, dovuto però in massima parte ai miracoli e alla passione del Cristo. È preziosa poi la croce perché è insieme patibolo e trofeo di Dio. Patibolo per la sua volontaria morte su di essa. Trofeo perché con essa fu vinto il diavolo e col diavolo fu sconfitta la morte. Inoltre la potenza dell’inferno venne fiaccata, e così la croce è diventata la salvezza comune di tutto l’universo.
La croce è gloria di Cristo, esaltazione di Cristo. La croce è il calice prezioso e inestimabile che raccoglie tutte le sofferenze di Cristo, è la sintesi completa della sua passione. Per convincerti che la croce è la gloria di Cristo, senti quello che egli dice: «Ora il figlio dell’uomo è stato glorificato e anche Dio è stato glorificato in lui, e subito lo glorificherà » (Gv 13,31-32).
E di nuovo: «Glorificami, Padre, con quella gloria che avevo presso di te prima che il mondo fosse» (Gv 17,5). E ancora: «Padre glorifica il tuo nome. Venne dunque una voce dal cielo: L’ho glorificato e di nuovo lo glorificherò» (Gv 12,28), per indicare quella glorificazione che fu conseguita allora sulla croce. Che poi la croce sia anche esaltazione di Cristo, ascolta ciò che egli stesso dice: «Quando sarò esaltato, allora attirerò tutti a me» (Gv 12,32). Vedi dunque che la croce è gloria ed esaltazione di Cristo.

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