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GIOVANNI PAOLO II – “QUANTI SIETE STATI BATTEZZATI IN CRISTO, VI SIETE RIVESTITI DI CRISTO” (GAL 3, 27) – 25.1.’84

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CELEBRAZIONE ECUMENICA A SAN PAOLO FUORI LE MURA

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Mercoledì, 25 gennaio 1984

“QUANTI SIETE STATI BATTEZZATI IN CRISTO, VI SIETE RIVESTITI DI CRISTO” (GAL 3, 27).

1. San Paolo, l’apostolo delle genti, riassume con questa espressione il mistero della redenzione dell’uomo, dell’incorporazione a Cristo, della creazione dell’uomo a somiglianza del Figlio di Dio, che è “l’immagine del Dio invisibile” (Col 1, 15). Infatti “voi tutti siete figli di Dio per la fede in Gesù Cristo” (Gal 3, 26). Ed è per mezzo del Battesimo che si è resi partecipi della sua morte e della sua risurrezione, cioè della vita divina. Questo avvenimento di grazia sovrabbondante cancella tutte le divisioni etnico-religiose, le discriminazioni a causa della condizione sociale, della razza e del sesso. “Non c’è più giudeo né greco, non c’è più schiavo né libero, non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù” (Gal 3, 28). Gesù Cristo ha realizzato questa unità per mezzo del sacrificio della croce, su cui offrì se stesso per il perdono, per il riscatto e per la vita dell’umanità intera. Egli è morto “per radunare insieme nell’unità i figli di Dio dispersi” (Gv 11, 52). È il mistero dell’amore di Dio, che ha creato l’uomo e lo chiama alla salvezza definitiva. Su questo argomento è attirata la nostra attenzione oggi, festa della conversione di san Paolo, a conclusione della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, che cade nell’Anno Giubilare della Redenzione. Durante quest’anno la celebrazione speciale della redenzione dell’uomo operata da Cristo rende più lucida e impegnativa l’esigenza della piena riconciliazione di tutti i cristiani, accomunati dalla grazia dell’unico Battesimo. 2. “Il Battesimo, infatti, costituisce il vincolo sacramentale dell’unità che vige fra tutti quelli che per mezzo di esso sono stati rigenerati” (Unitatis redintegratio, 22). Le tragiche divisioni introdotte tra i cristiani non distruggono questa unità fondamentale; impediscono però la piena realizzazione delle intrinseche esigenze emananti dal Battesimo. Le divisioni mortificano il Battesimo; esso infatti “è ordinato all’integra professione della fede, all’integrale incorporazione nell’istituzione della salvezza, come lo stesso Cristo ha voluto, e infine alla piena inserzione nella comunione eucaristica” (Unitatis redintegratio, 22). Il Concilio Vaticano II, del quale ricorre oggi il 25° anniversario del primo annuncio dato in questa Basilica, con un’immagine di particolare delicatezza, ha descritto questi due aspetti, entrambi profondamente veri e cioè che la divisione è una realtà peccaminosa che tuttavia non distrugge l’unità profonda generata dalla Grazia. Anche qui si usa l’immagine della veste, della veste di Cristo. Le divisioni, si afferma, “hanno intaccata l’inconsutile tunica di Cristo” (Unitatis redintegratio, 13). Se la veste di Cristo rimane “inconsutile”, tuttavia essa è stata intaccata. “È stato forse diviso il Cristo – chiede con espressione drammatica san Paolo ai cristiani di Corinto – oppure è stato crocifisso Paolo per voi?” (1 Cor 1, 13). La croce di Cristo, che salva tutti, è un costante appello al superamento di ogni divisione. L’opera di Cristo per l’umanità, la sua croce e la missione, da lui affidata alla Chiesa, di fare discepoli e battezzare tutte le genti (cf. Mt 28, 19-20), chiamano tutti i battezzati a tendere alla piena unità nella fede e nella vita sacramentale, superando ogni divisione e frattura. 3. La Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani si celebra sempre più concordemente fra cattolici, ortodossi e protestanti. Essa è diffusa ormai nel mondo intero. Il Signore ascolti questa invocazione unanime e renda fecondi gli sforzi sinceri di studio e di dialogo, che si fanno tra i cristiani per il ristabilimento della piena unità. L’unità resta sempre un dono di Dio, perché essa implica il perdono dei peccati, la purificazione dei cuori, la comunione alla vita divina. Si esige però anche lo sforzo dell’uomo e la perseveranza in un cammino intrapreso “per grazia dello Spirito Santo” (Unitatis redintegratio, 1). Di anno in anno, la Settimana di preghiera ci fa constatare, assieme alle difficoltà che ancora permangono, anche buoni progressi verso l’intesa ecumenica. E il cuore si riscalda per la gioia, e lo spirito si rafforza per la speranza. Siano rese grazie a Dio. Quest’anno il Comitato misto fra i rappresentanti della Chiesa cattolica e del Consiglio ecumenico delle Chiese, che sceglie il tema e prepara i testi per l’annuale preghiera per l’unità, ha fatto notare che si pongono in evidenza “convergenze teologiche notevoli circa la natura dell’unità cristiana, il Battesimo e l’Eucaristia, il ministero e l’autorità nella Chiesa”. Ciò è fonte di gioia profonda per chiunque crede veramente nella Chiesa una, santa, cattolica e apostolica. Il faticoso cammino verso l’unità voluta da Cristo per i suoi discepoli diventa così concreta espressione della comune volontà di ubbidire al Signore fino in fondo. In questa prospettiva bisogna perseverare con sempre maggiore intensità nella preghiera, consolidare l’azione ecumenica e rafforzare la tensione verso la piena unità. 4. Le contingenze sempre più inquietanti del nostro tempo, i conflitti armati aperti qua e là nel mondo, i rischi di una catastrofe nucleare, la paura dell’uomo, sempre più minacciato, costituiscono un nuovo stimolo per i cristiani a trovare una riconciliazione piena per portare il loro effettivo contributo ai bisogni dell’uomo. Il profeta Isaia apre la nostra mente alla visione del monte del tempio del Signore, a cui affluiranno tutte le genti. Allora “forgeranno le loro spade in vomeri, e le loro lance in falci” (Is 2, 4). La forza sprecata nell’avversione e nella distruzione sarà adoperata per i veri bisogni della vita. In cammino verso questa meta “nella luce del Signore” (Is 2, 5), fondandosi sul comune Battesimo, i cristiani sin da oggi possono congiungere le loro forze per dare insieme una comune testimonianza di fede nell’azione di servizio a tutto l’uomo e a tutti gli uomini. Le sofferenze del mondo di oggi sono una realtà che ci interroga. Sempre san Paolo, con il suo discorso vivo, attuale ed esigente, ci dice: “Prendete parte alle necessità dei fratelli” (Rm 12, 13). La collaborazione pratica tra i cristiani delle varie confessioni è possibile e ad essa il Concilio Vaticano II conferisce anche una potenza di evangelizzazione: “La cooperazione di tutti i cristiani esprime vivamente quell’unione che già vige tra di loro, e pone in più chiara luce il volto di Cristo servo” (Unitatis redintegratio, 12). Le iniziative di sensibilizzazione, come quella che si apre oggi nell’ambito di questa Abbazia, sono utili a formare una coscienza di partecipazione e di comunione per le sorti dell’umanità. Ad un livello più generale la Santa Sede ha un Gruppo consultivo con il Consiglio ecumenico delle Chiese sulla collaborazione circa il pensiero e l’azione sociale, il quale è ricco di possibilità in questo campo. 5. Alla vigilia del suo sacrificio sulla croce, Gesù affidò al Padre i suoi discepoli e tutti coloro che per le loro parole avrebbero creduto in lui. Egli pregò: “Che siano una cosa sola, perché il mondo creda” (Gv 17, 21). Domandò una unità senza alcuna ombra, una unità piena, totale, vitale. Egli invocò: “Che siano perfetti nell’unità” (Gv 17, 23). Lo sforzo dei cristiani verso la piena unità deve perciò continuare, finché non si giunga alla meta indicata da Gesù Cristo. E occorre perseverare nello studio approfondito delle questioni, che ancora dividono i cristiani, nel dialogo franco e leale, nell’azione congiunta, e in particolare nella preghiera che sostiene, fortifica e orienta. Il Concilio Vaticano II ha consigliato la preghiera in comune con gli altri cristiani: “Queste preghiere in comune sono senza dubbio un mezzo molto efficace per impetrare la grazia dell’unità” (Unitatis redintegratio, 8). 6. A tutti voi qui presenti, a tutti i battezzati del mondo intero, dico con tutto il cuore: la pace e la grazia di Dio siano sempre con voi! Il Signore sia sempre con noi tutti e ci guidi sulle vie che portano all’unità, affinché per mezzo di essa possiamo portare più efficacemente a tutti gli uomini il Vangelo di amore, di riconciliazione e di pace. Amen.

 

LA LETTERA AI GALATI

http://www.comunita-abba.it/archivio/v1/meditazioni/paolo-8.htm

LA LETTERA AI GALATI

È possibile individuare alcuni insegnamenti che riguardano l’atteggiamento che dobbiamo avere nei confronti di Gesù e che possono cambiare significativamente la nostra vita di fede aiutandoci a realizzare la nostra salvezza in modo pieno.
Infatti la fede non è solo un’adesione intellettuale ad una teoria, ma è anche e soprattutto una particolare disposizione del cuore, esistenziale, psicologica.
Le due lettere ai Galati e ai Romani, le più difficili tra quelle scritte da san Paolo, ci aiuteranno, spero, a trovare questa giusta disposizione.
Poiché seguiamo il criterio cronologico della stesura delle lettere cominciamo dalla lettera ai Galati. Vorrei però ricordare che questo criterio scelto all’inizio delle nostre meditazioni, non è un espediente metodologico, ma contiene in sé un importantissimo risvolto che riguarda l’itinerario evolutivo dello stesso Paolo e della Chiesa nascente.
Questa lettera è stata scritta con molta probabilità nell’anno 54 mentre Paolo si trovava a Efeso, durante il suo terzo viaggio missionario.
I Galati erano una popolazione celtica del Nordeuropa, emigrata in Turchia nel 3° secolo a.C. e stanziatasi nella parte nord dell’altipiano anatolico.
San Paolo, probabilmente durante il suo secondo viaggio missionario, ha fondato presso di loro una o più comunità, di cui si conosce molto poco.
Poiché i Galati abitavano la provincia romana della Galazia che includeva altre regioni limitrofe abitate da popolazioni non celtiche evangelizzate da San Paolo durante il suo primo viaggio missionario, non è dato di sapere con certezza se la lettera è indirizzata alle comunità della provincia romana della Galazia o solo alle comunità di origine celtica.
La lettera è scritta per riaffermare la verità del Vangelo predicato da Paolo contro il tentativo di alcuni predicatori itineranti, probabilmente di origine giudaica, i quali sostenevano la necessità della prassi della circoncisone e dell’osservanza delle leggi giudaiche come condizione indispensabile per accedere alla salvezza portata di Cristo.
Per giustificare e sostenere maggiormente il loro insegnamento, questi predicatori cercavano di screditare la predicazione di Paolo mettendone in discussione l’autorevolezza, perché egli non apparteneva alla ristretta cerchia degli apostoli chiamati e istruiti direttamente da Gesù.
Paolo riafferma con vigore e in modo radicale la necessità di superare le osservanze giudaiche, cioè la tradizione religiosa degli Ebrei che imponeva la circoncisione, l’osservanza del calendario liturgico, i digiuni, e altre prescrizioni.
Era in gioco l’essenza stessa del Vangelo perché si trattava di definire una volta per tutte se per essere salvati da Gesù, per ricevere la sua grazia, era prima necessario farsi circoncidere.
Vorrei richiamare la nostra attenzione sul fatto che questa domanda non è questione obsoleta e circoscritta alla sola religione ebraica, essa riguarda tutti noi, e la comunità ecclesiale di tutti i tempi perché anche noi, a volte inconsapevolmente rischiamo di fare affidamento sulle nostre tradizioni, sui nostri riti sulle nostre « circoncisioni ».
In questo scritto, san Paolo, in una prima riflessione teologica e spirituale che verrà ulteriormente sistematizzata nella lettera ai Romani, ci dà la possibilità di comprendere appieno l’essenza del Vangelo di Cristo, ciò che è veramente fondamentale per la nostra salvezza e ciò che può invece costituire un ostacolo quasi insormontabile.
Da quanto detto comprendiamo l’importanza e la necessità di meditare e interiorizzare l’insegnamento di Galati e Romani perché in queste due lettere non sono affrontati solo alcuni aspetti della prassi della fede ma l’essenza stessa del messaggio della salvezza.

Struttura della lettera
La struttura della lettera è molto semplice:
Il saluto iniziale (1,1-5)
L’introduzione al tema (1,6-10)
Lo sviluppo dell’argomentazione teologica articolato in tre passaggi (1,11-6,10)
Un poscritto come conclusione (6,11-17)

Contenuto e tema principale
Prima di presentare tutto il contenuto della lettera ritengo utile indicarne il tema principale per mettervi in grado di comprendere meglio lo sviluppo e l’articolazione del suo pensiero. E lo facciamo analizzando il saluto e la parte introduttiva, come abbiamo fatto per le altre lettere.
Paolo, apostolo non da parte di uomini, né per mezzo di uomo, ma per mezzo di Gesù Cristo e di Dio Padre che lo ha risuscitato dai morti, e tutti i fratelli che sono con me, alle Chiese della Galazia. Grazia a voi e pace da parte di Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo, che ha dato se stesso per i nostri peccati, per strapparci da questo mondo perverso, secondo la volontà di Dio e Padre nostro, al quale sia gloria nei secoli dei secoli. Amen. Mi meraviglio che così in fretta da colui che vi ha chiamati con la grazia di Cristo passiate ad un altro vangelo. In realtà, però, non ce n’è un altro; solo che vi sono alcuni che vi turbano e vogliono sovvertire il vangelo di Cristo. Orbene, se anche noi stessi o un angelo dal cielo vi predicasse un vangelo diverso da quello che vi abbiamo predicato, sia anàtema! L’abbiamo già detto e ora lo ripeto: se qualcuno vi predica un vangelo diverso da quello che avete ricevuto, sia anàtema!
(Gal 1,1-9)
Notiamo subito due cose: non si menzionano i collaboratori della predicazione e non c’è alcun ringraziamento; contrariamente ad altre lettere si entra subito in argomento in modo brusco e determinato.
Il tema della lettera è apertamente dichiarato subito dopo il saluto: la difesa del contenuto della sua predicazione, il suo Vangelo, per arginare la tentazione o debellare l’errore nel quale i Galati erano caduti: l’accoglienza di un vangelo diverso da quello da lui predicato.
Dunque il punto toccato da questa lettera è: qual è il vero Vangelo? Cosa significa Vangelo? Ecco perché è molto importante anche per noi, perché non so per quanti di noi è chiara l’essenza del Vangelo, con riferimento soprattutto al vissuto personale, e non solo alla comprensione intellettuale.
Questa difesa sarà fatta esplicitando e fondando teologicamente quanto già enunciato in modo conciso e possiamo dire pregnante e completo sin dall’indirizzo. Rileggiamo questi versetti ed entriamo subito nel tema sottolineando alcune espressioni scelte dall’apostolo:
Paolo, apostolo non da parte di uomini, né per mezzo di uomo, ma per mezzo di Gesù Cristo e di Dio Padre che lo ha risuscitato dai morti,
(Gal 1,1)
Grazia a voi e pace da parte di Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo, che ha dato se stesso per i nostri peccati, per strapparci da questo mondo perverso, secondo la volontà di Dio e Padre nostro,
(Gal 1,3-4)
Nell’indirizzo si affermano dunque due cose fondamentali e risolutive.
La prima riguarda l’autorevolezza e la verità del vangelo di Paolo che deriva direttamente da Dio e che quindi deve essere accolto con fede.
La seconda riguarda l’essenza stessa del Vangelo: la volontà di Dio Padre di liberare gli uomini dalla schiavitù del peccato e dalla seduzione di questo mondo, attraverso il sacrificio di Gesù Cristo che, liberamente, si è offerto per riscattare gli uomini, e che è stato risuscitato dai morti.
Esplicito ancor meglio questo ultimo concetto: Dio, per liberarci dalla schiavitù del peccato e strapparci da questo mondo perverso, ha dato se stesso, non per darci il paradiso dopo la morte, ma la libertà sin da ora, qui in questa vita; dunque il luogo della salvezza è il tempo nel quale io vivo e non quello che viene dopo la morte; Dio vuole strapparci da questo mondo perverso qui, adesso, oggi; per questo Gesù è morto.
Il Vangelo è questo: la volontà di Dio di liberare gli uomini dalla schiavitù del peccato e dalla seduzione di questo mondo. A monte di ogni altro contenuto, prima ancora del discorso della montagna e di tutti gli altri insegnamenti, il Vangelo di Gesù, la buona notizia, è questa: Gesù è morto per noi, per liberarci.
Dunque san Paolo afferma che bisogna aver chiara questa verità, che cioè il Vangelo è la libertà offerta a tutti gli uomini.
Quando Gesù, gli apostoli, Paolo predicavano non c’erano i Vangeli che noi oggi possediamo, non erano ancora stati scritti, c’era solo il Vangelo proclamato oralmente il cui nucleo essenziale era questo.
Adesso possiamo percorrere il contenuto della lettera per conoscere in che modo San Paolo istruisce la comunità su questo argomento trattato in sei capitoli e articolato in tre sezioni.

Introduzione
L’introduzione indica il motivo della missiva e un richiamo sintetico e categorico al suo insegnamento.
Paolo, esterrefatto, apostrofa in modo brusco i Galati perchè si sono staccati dal Vangelo della grazia di Cristo annunciato da lui (versetto 6) e hanno aderito ad un altro Vangelo (versetto 7), e afferma senza mezzi termini che esiste un solo vangelo, quello da lui predicato e al quale bisogna stare saldamente ancorati (versetti 7-9).
Paolo garantisce la verità del suo annuncio perché non vuole ingannare né Dio né gli uomini, ma obbedire alla verità.

Argomentazione teologica
Dopo questa categorica affermazione inizia l’argomentazione difensiva articolata in due tempi, a cui fa seguito l’insegnamento su quello che deve essere il vero e unico modo per vivere il Vangelo in maniera concreta e salvifica.
Nella prima sezione dell’argomentazione (versetti 1,11-2,21), Paolo si propone di mostrare l’origine divina del Vangelo che egli predica, per mezzo di una triplice spiegazione:
attraverso il racconto della propria vocazione e missione (1,13-2,10).
Sono solo due i racconti della sua vocazione e si trovano negli Atti e in questa lettera. Paolo afferma che quello che lui predica non può essere aggiustato, cambiato secondo interpretazioni umane, perché non è modellato sull’uomo (1,11).
Ricordiamo anche l’inizio della predicazione di Giovanni il Battista: « Colui che mi ha mandato mi ha detto questo … » e di quella di Gesù: « Io faccio quello che fa il Padre mio ».
Ecco che la nostra fede si fonda, a differenza della filosofia e della teologia che sono speculazioni umane, sulla Rivelazione. Per questo Paolo dice che la sua predicazione non è a misura d’uomo.
attraverso il racconto del contrasto con Pietro e Barnaba (2,11-16) che ha portato al concilio di Gerusalemme nel quale ha prevalso sulle altre la sua posizione che affermava il non obbligo della circoncisione per i pagani;
attraverso un ragionamento per assurdo: se non fosse vero quello che predica Paolo allora Cristo sarebbe fautore di peccato e non di salvezza (2,17 -21).
A questo punto Paolo inizia una seconda riflessione di carattere teologico sapienziale che occupa i capitoli 3, 4 e 5.
Attraverso il ricorso ai due cardini dell’Alleanza, la vocazione di Abramo e il dono della legge, intende dimostrare che il Vangelo da lui predicato è conforme alla autentica fede dei padri e alle attese messianiche.
Anche questa seconda argomentazione è introdotta in modo brusco da una forte provocazione. Leggiamola insieme:
O stolti Gàlati, chi mai vi ha ammaliati, proprio voi agli occhi dei quali fu rappresentato al vivo Gesù Cristo crocifisso? Questo solo io vorrei sapere da voi: è per le opere della legge che avete ricevuto lo Spirito o per aver creduto alla predicazione? Siete così privi d’intelligenza che, dopo aver incominciato con lo Spirito, ora volete finire con la carne? Tante esperienze le avete fatte invano? Se almeno fosse invano! Colui che dunque vi concede lo Spirito e opera portenti in mezzo a voi, lo fa grazie alle opere della legge o perché avete creduto alla predicazione?
(Gal 3,1-5)
Questi cinque versetti sono il cuore di tutta la lettera, la chiave di volta di tutto l’insegnamento; chiariscono infatti quello che viene detto prima, ossia qual è il vero Vangelo predicato da Paolo e fondano l’argomentazione successiva che consiste nel dimostrare il superamento della legge mosaica in favore della fede nel Vangelo.
I Galati infatti hanno ricevuto per fede, gratuitamente, senza mediazione della legge mosaica, il dono dello Spirito, la salvezza, la vita nuova. È questo il Vangelo predicato da Paolo: il vero Vangelo è questo e tutti gli uomini sono chiamati gratuitamente, per fede come Abramo, senza avere fatto nulla di meritorio prima, a ricevere in dono la promessa.
Particolare di un’icona della Trinità a CorfùI Galati hanno ricevuto la salvezza, lo Spirito, per mezzo della fede e non per mezzo della legge. Si tratta allora di capire che cosa ci rende graditi a Dio, che cosa ci consente di ricevere il dono dello Spirito, la vita nuova, il paradiso. È solo l’atto di fede, senza circoncisioni, senza la mediazione della legge, perché il dono dello Spirito è gratuito.
Questo è l’argomento trattato nei capitoli 3, 4 e 5, con la spiegazione del ruolo della legge la quale ha avuto solo una funzione temporanea e propedeutica alla venuta di Cristo.
Perché allora la legge? Essa fu aggiunta per le trasgressioni, fino alla venuta della discendenza per la quale era stata fatta la promessa, e fu promulgata per mezzo di angeli attraverso un mediatore.
(Gal 3,19)
Prima però che venisse la fede, noi eravamo rinchiusi sotto la custodia della legge, in attesa della fede che doveva essere rivelata. Così la legge è per noi come un pedagogo che ci ha condotto a Cristo, perché fossimo giustificati per la fede. Ma appena è giunta la fede, noi non siamo più sotto un pedagogo. Tutti voi infatti siete figli di Dio per la fede in Cristo Gesù, poiché quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo. Non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù. E se appartenete a Cristo, allora siete discendenza di Abramo, eredi secondo la promessa.
(Gal 3,23-29)
Ecco, io faccio un altro esempio: per tutto il tempo che l’erede è fanciullo, non è per nulla differente da uno schiavo, pure essendo padrone di tutto; ma dipende da tutori e amministratori, fino al termine stabilito dal padre. Così anche noi quando eravamo fanciulli, eravamo come schiavi degli elementi del mondo. Ma quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge, per riscattare coloro che erano sotto la legge, perché ricevessimo l’adozione a figli. E che voi siete figli ne è prova il fatto che Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: Abbà, Padre! Quindi non sei più schiavo, ma figlio; e se figlio, sei anche erede per volontà di Dio.
(Gal 4,1-7)
Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi; state dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù. Ecco, io Paolo vi dico: se vi fate circoncidere, Cristo non vi gioverà nulla. E dichiaro ancora una volta a chiunque si fa circoncidere che egli è obbligato ad osservare tutta quanta la legge. Non avete più nulla a che fare con Cristo voi che cercate la giustificazione nella legge; siete decaduti dalla grazia. Noi infatti per virtù dello Spirito, attendiamo dalla fede la giustificazione che speriamo. Poiché in Cristo Gesù non è la circoncisione che conta o la non circoncisione, ma la fede che opera per mezzo della carità.
(Gal 5,1-6)
Con questa affermazione che è per lui un dato di fatto, sperimentato e vissuto, Paolo conclude la seconda considerazione e trae le conclusioni pratiche per la vita di colui che vuole vivere il Vangelo della libertà.
L’unica cosa che conta, il cuore del Vangelo, è la fede che opera per mezzo della carità. Tutto il resto non serve assolutamente a niente. Dunque la legge è stata abolita e noi abbiamo ricevuto gratuitamente il dono dello Spirito promesso e atteso attraverso l’educazione della legge. Quando ci è stato donato lo Spirito tutto è stato superato, anche quello che era giusto e legittimo e voluto da Dio, perché san Paolo non dice che la legge è stata un’invenzione degli Ebrei, bensì che essi l’avevano ricevuta promulgata da angeli, come un pedagogo.
Ora, diventati adulti, perché dobbiamo essere vincolati alle tradizioni, alle norme, ai riti, alle consuetudini?
La terza sezione potrebbe essere titolata in questo modo: dalla servitù alla legge alla libertà dello Spirito. Con essa Paolo sembra voler prevenire alcune domande o preoccupazioni che ogni credente potrebbe avere, simili a queste: la legge ci dice che cosa dobbiamo fare; se la aboliamo come possiamo sapere come è giusto e salvifico comportarsi? Come sapere in che modo vivere autenticamente la relazione con Dio e con il prossimo?
Leggiamo solo parte di questa istruzione che non ha bisogno di particolari commenti:
Voi infatti, fratelli, siete stati chiamati a libertà. Purché questa libertà non divenga un pretesto per vivere secondo la carne, ma mediante la carità siate a servizio gli uni degli altri. Tutta la legge infatti trova la sua pienezza in un solo precetto: amerai il prossimo tuo come te stesso.
(Gal 5,13-14)
Vi dico dunque: camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare i desideri della carne; la carne infatti ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; queste cose si oppongono a vicenda, sicché voi non fate quello che vorreste.
Ma se vi lasciate guidare dallo Spirito, non siete più sotto la legge.
(Gal 5,16-18)
Il credente ha un nuovo principio guida: non le norme scritte sulle tavole di pietra, non la casistica preoccupata e sempre incerta di cui si parla nel vangelo, oggetto di costante controversia tra Gesù e gli scribi, non la sicurezza esterna offerta come stampella dalla tradizione, ma l’impegno responsabile della libertà che accoglie e segue gli impulsi dello Spirito e affronta la novità della vita e delle situazioni sempre diverse.
Questa è la posta in gioco!
Ma anche dopo questa indicazione permane una domanda, una incertezza di fondo: che cosa significa seguire gli impulsi dello Spirito, come riconoscere i suoi suggerimenti?
Anche in questo caso san Paolo previene le domande dando delle indicazioni chiare e precise che non lasciano alcun margine di dubbio e quindi di fuga; esse parlano della quotidianità, fanno riferimento alla vita reale e non a quella ipotetica degli intellettuali e dei disimpegnati.
Ma se vi lasciate guidare dallo Spirito, non siete più sotto la legge. Del resto le opere della carne sono ben note: fornicazione, impurità, libertinaggio, idolatria, stregonerie, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, invidie, ubriachezze, orge e cose del genere; circa queste cose vi preavviso, come già ho detto, che chi le compie non erediterà il regno di Dio. Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé; contro queste cose non c’è legge.
Ora quelli che sono di Cristo Gesù hanno crocifisso la loro carne con le sue passioni e i suoi desideri. Se pertanto viviamo dello Spirito, camminiamo anche secondo lo Spirito. Non cerchiamo la vanagloria, provocandoci e invidiandoci gli uni gli altri.
(Gal 5,18-26)
Se vogliamo sintetizzare possiamo affermare che la lettera presenta un solo grande insegnamento: il contenuto essenziale del Vangelo, che consiste nel dono gratuito dello Spirito, nella filiazione divina offerta a tutti gli uomini per mezzo della fede in Cristo.
Non è la propria autodifesa che sta a cuore a Paolo, non si tratta di una questione personale, ma del Vangelo stesso che può essere reso sterile e vano dai falsi predicatori o da quelli che fraintendono o non capiscono il messaggio portato da Gesù.
L’argomentazione teologica e sapienziale è data non per costruire un trattato sistematico ma per istruire sulla verità del Vangelo, per correggere le distorsioni, per corroborare la fede degli incerti e vacillanti Galati, psicologicamente pressati dai falsi apostoli.
Ci rendiamo conto quindi della straordinaria importanza di questa lettera che può aiutare tutti noi a entrare in contatto immediato con l’essenza del Vangelo, della salvezza, cioè con quello che è vero e quello che al contrario è inutile o falso, con quello che può garantire la nostra fede e farci accedere alla verità e alla vita portata da Gesù.
La verità opera attraverso la carità, dove non c’è carità non c’è verità, e la carità è qualcosa di concreto: amore gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé.
Tutte cose queste che, dopo duemila anni di cristianesimo, rischiano di essere considerate stantie, oppure non sempre sufficientemente incisive nella vita quotidiana, o addirittura fraintese e anche oggi declassate, come era accaduto nelle comunità dei gentili, come questa dei Galati.
E allora, per salvaguardarci da questo pericolo, per capire meglio la seduzione della legge, delle osservanze che danno sempre sicurezza, ma che allontanano dalla verità, e per comprendere più a fondo la preoccupazione e l’insegnamento di Paolo potremmo farci alcune domande.
Perché i Galati volevano farsi circoncidere e assumere la legge come principio regolatore dei loro comportamenti? Solo per sudditanza nei confronti degli inviati da Gerusalemme?
Perché questa presa di posizione di Paolo così netta e diretta contro la legge e in favore del suo superamento? In fondo che cosa sarebbe cambiato se avessero aggiunto al battesimo anche la circoncisione e le altre pratiche della legge di cui si fa riferimento al versetto « osservate giorni, tempi, digiuni … temo di essermi affaticato invano ».
Che male possono fare alcune pratiche rituali?
Mi sembra di scorgere in questa preoccupazione le tentazioni o le fughe devozionistiche presenti in tutti quei riti di natura socio-religiosa che caratterizzano una parte molto consistente della nostra prassi ecclesiale, problemi che continuano ad essere affrontati in modo molto umano.
Lo abbiamo già detto e lo ripetiamo: il superamento della legge è necessario non tanto perchè si deve eliminare piuttosto che conservare un rito.
San Paolo a questo proposito è molto esplicito:
Poiché in Cristo Gesù non è la circoncisione che conta o la non circoncisione, ma la fede che opera per mezzo della carità.
(Gal 5,6)
Il superamento della legge, nel pensiero di Paolo, è necessario per modificare e impostare in modo nuovo la relazione con Dio.
La giustificazione, la santità, ossia la corretta e salvifica relazione con Dio, non sono il frutto della osservanza di norme, per quanto queste possano essere sante e di origine divina come sono quelle della legge di Mosè, sono piuttosto il frutto dell’azione dello Spirito, donato gratuitamente da Gesù a coloro che credono e accolgono la sua parola.
Una norma non ci garantirà mai nelle nuove e inattese situazioni della vita.
Lo Spirito sì.
Cammino, quello indicato da Paolo, apparentemente più facile, in realtà più impegnativo perché obbliga il credente a vivere sempre alla luce e con la forza dello Spirito. In ogni momento il credente deve chiedersi cosa lo Spirito suggerisce, come ci si deve comportare. Ogni presuntuosa autonomia è distrutta.
Gesù non è un legislatore, non è solo un capro espiatorio, ma è il primogenito di molti redenti e gli altri debbono seguire la sua via.

DOCILITÀ ALLO SPIRITO
Il tema di crescita spirituale che ho proposto attraverso la meditazione delle lettere di san Paolo, è la « docilità all’azione dello Spirito ».
Ebbene, in questa lettera si parla solo del dono dello Spirito e si dimostra che la vita cristiana è una vita secondo lo Spirito.
Infatti il Vangelo vero, quello che i Galati stanno abbandonando o hanno abbandonando, quello annunziato e difeso da Paolo contro tutti (2,14), è la buona notizia del dono dello Spirito.
Questo solo io vorrei sapere da voi: è per le opere della legge che avete ricevuto lo Spirito o per aver creduto alla predicazione? Siete così privi d’intelligenza che, dopo aver incominciato con lo Spirito, ora volete finire con la carne? (Gal 3, 2-3)
Colui che dunque vi concede lo Spirito e opera portenti in mezzo a voi, lo fa grazie alle opere della legge o perché avete creduto alla predicazione? (Gal 3, 5)
Ecco, io Paolo vi dico: se vi fate circoncidere, Cristo non vi gioverà nulla. (Gal 5 ,2)
Ma l’accoglienza del Vangelo non si può ridurre a un fatto nozionale, e nemmeno può essere risolto con una serie di ritualità.
Il dono dello Spirito infatti dà la possibilità di vivere come figli di Dio:
Ma quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge, per riscattare coloro che erano sotto la legge, perché ricevessimo l’adozione a figli. E che voi siete figli ne è prova il fatto che Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: Abbà, Padre! (Gal 4, 4-6)
e obbliga a diventare spirituali:
Vi dico dunque: camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare i desideri della carne ; ( Gal 5, 16)
Ma se vi lasciate guidare dallo Spirito, non siete più sotto la legge. (Gal 5, 18)
Essere guidati dallo Spirito significa assecondarlo e assecondarlo in cose molto concrete, cose che definiscono e qualificano la nostra interiorità.
Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé; contro queste cose non c’è legge. Ora quelli che sono di Cristo Gesù hanno crocifisso la loro carne con le sue passioni e i suoi desideri. Se pertanto viviamo dello Spirito, camminiamo anche secondo lo Spirito. Non cerchiamo la vanagloria, provocandoci e invidiandoci gli uni gli altri. (Gal 5, 22-26)
Lo Spirito libera ma la libertà è esigente, impegnativa, totalizzante; non regola solo comportamenti ma cerca di scardinare il principio operativo che caratterizza la nostra intenzionalità di fondo e che san Paolo qualifica con la nozione antropologica di carne. La carne è tutto ciò che ci separa da Dio attraverso la ricerca di una realizzazione solo mondana, materiale, disordinata, egocentrica e attraverso il conflitto con i fratelli.
Noi vogliamo sempre salvaguardare noi stessi; siamo strutturati e governati dal principio dell’autodifesa, che è poi il principio istintivo dell’autoconservazione, che governa tutto il regno animale.
La libertà dello Spirito vuole scardinare tutto questo e quando noi lo seguiamo non siamo più autonomi, soli, isolati dagli altri, ma siamo con gli altri nostri fratelli sotto la guida dello Spirito.
Il vero credente è colui che si incammina sul sentiero contrario alla via più facile, è colui che si lascia guidare non più dalla difesa del proprio territorio, ma dal principio dell’accoglienza.

DOMANDE
L’unica cosa che conta, il cuore del Vangelo, è la fede che opera per mezzo della carità, tutto il resto non serve assolutamente a niente, ci dice san Paolo in questa lettera definita come il Vangelo della libertà: la libertà di Dio, la libertà in Dio, la libertà di figli che accolgono e seguono gli impulsi dello Spirito.
Siamo chiamati a interrogarci sul valore della nostra fede in Cristo e sull’uso che facciamo della libertà.
Allora ciascuno di voi si metta in un atteggiamento di preghiera, alla presenza di Dio, invochi il Suo Spirito affinché possa essere illuminato nella riflessione personale.
Ho la consapevolezza che il dono dello Spirito mi dà la possibilità di vivere come figlio di Dio e non più come schiavo?
Che cos’è per me la libertà? Fare solo quello che voglio, che bramo, che sento consono al mio essere, che non mi impone costrizioni?
Mi sento, sono, una persona libera? Sono in grado di scegliere ciò che è vero, buono e giusto? Sento l’impegno di scardinare il mio egocentrismo per aprirmi all’accoglienza, seguendo le indicazioni dello Spirito?
Che cosa avverto come costringente? C’è qualcosa che lega la mia personalità, la mia libertà?

Publié dans:Lettera ai Galati |on 1 septembre, 2015 |Pas de commentaires »

LE OPERE DELLA CARNE E I FRUTTI DELLO SPIRITO – (Galati 5, 16.19-25) Gianfranco Ravasi

http://www.cultura.va/content/cultura/it/organico/cardinale-presidente/texts/famiglia-cristiana-articoli0/i-frutti-dello-spirito-e-le-opere-della-carne.html

LE OPERE DELLA CARNE E I FRUTTI DELLO SPIRITO – (Galati 5, 16.19-25)

Gianfranco Ravasi

(Pontificio Consiglio della Cultura)

Fratelli, camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare il desiderio della carne… Sono ben note le opere della carne: fornicazione, impurità, dissolutezza, idolatria, stregonerie, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, invidie, ubriachezze, orge e cose del genere. Riguardo a queste cose vi preavviso: chi le compie non erediterà il regno di Dio.
Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé. Quelli che sono di Cristo Gesù hanno crocifisso la carne con le sue passioni e i suoi desideri. Perciò se viviamo dello Spirito, camminiamo anche secondo lo Spirito. (Galati 5, 16.19-25)
C’è una particolare legge dello stile orientale, detta dell’“inclusione”: quando si vuole definire il perimetro di un brano, lo si inizia e lo si conclude con la stessa frase. È ciò che accade nel testo paolino che la liturgia della solennità di Pentecoste ci propone, traendolo dalla Lettera ai Galati (5, 16-25), testo che noi abbiamo citato in forma abbreviata. Infatti, il brano si apre con l’appello: «Camminate secondo lo Spirito» e finisce ripetendo: «Camminiamo secondo lo Spirito». Ben sappiamo che il “cammino” è il simbolo della vita.
Ecco, allora, due modelli antitetici di esistenza, quello secondo lo Spirito di Dio e quello che si basa sulla “carne” che nel linguaggio di san Paolo designa il principio del peccato. La “via” luminosa e libera dello Spirito si contrappone al “desiderio” cupo e schiavizzante del vizio e del male. Diamo, allora, uno sguardo a questi due modelli di vita che l’Apostolo concretizza attraverso una duplice lista di vizi e di virtù, sulla scia della tradizione filosofica greca, soprattutto stoica, che aveva già elaborato simili cataloghi etici.
È, però, significativo notare prima la denominazione generale usata da Paolo. I vizi sono definiti «opere della carne», perché nascono dall’azione del peccatore, mentre le virtù sono «frutti dello Spirito», perché sbocciano dall’uomo che ha in sé la grazia efficace dello Spirito di Dio. È per questo che Paolo considererà sempre le opere buone non come un merito da accampare nei confronti di Dio, ma come il frutto che deve necessariamente maturare dalla grazia divina in noi accolta. Per comprendere questa visione basti pensare alla madre che non diventa tale per alcuni atti di affetto che compie nei confronti della sua creatura, ma, proprio perché è madre, non può che donare la sua opera e il suo amore al figlio.
Quindici sono, invece, gli atteggiamenti immorali “carnali”. Essi si raggruppano tra loro. Ecco la trilogia sessuale della fornicazione, dell’impurità e della dissolutezza, a cui seguono due vizi di indole “religiosa”, cioè l’idolatria e la magia, che non escludevano tra l’altro una componente sessuale, dato che comportavano spesso la prostituzione sacra (così accadeva nel culto della dea Afrodite e di Cibele). Ben sette elementi hanno di mira i disordini nelle relazioni interpersonali e sono il segno anche delle tensioni nelle stesse comunità cristiane: inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, invidie. Si conclude col peccato di gola, nei suoi tipici eccessi, cioè nelle ubriachezze e nelle orge, caratteristiche del mondo contemporaneo greco-romano.
Ma, di fronte a questi bassifondi della morale, Paolo apre ai suoi lettori l’orizzonte luminoso dello Spirito che genera nel cuore e nella vita dei fedeli nove virtù, il cui corteo è articolato in forma ternaria. Ecco la prima triade, aperta dall’amore e seguita dalla gioia e dalla pace. Subentrano poi la magnanimità, la benevolenza e la bontà, che ricalcano la precedente trilogia per quanto riguarda il rapporto col prossimo. Infine, la fedeltà, la mitezza e il dominio di sé, che sono virtù di indole personale. È su questa triplice triade che deve modellarsi il nostro “cammino secondo lo Spirito”, ossia la nostra nuova esistenza di redenti da Cristo

LA MISERICORDIA DI DIO SPERIMENTATA E PROCLAMATA DA SAN PAOLO

http://www.collevalenza.it/Riviste/2007/Riv0807/Riv0807_05.htm

LA MISERICORDIA DI DIO SPERIMENTATA E PROCLAMATA DA SAN PAOLO

« Sia benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre delle misericordie e Dio di ogni consolazione, il quale ci consola in ogni nostra tribolazione » (2Cor 1,3-4)
(seguito)
3.1.2 – Galati 1,13-17

Il testo fondamentale in cui Paolo descrive l’incontro di Damasco è la lettera ai Galati:
« Voi avete certamente sentito parlare della mia condotta di un tempo nel giudaismo, come io perseguitassi fieramente la Chiesa di Dio e la devastassi, superando nel giudaismo la maggior parte dei miei coetanei e connazionali, accanito com’ero nel sostenere le tradizioni dei padri. Ma quando colui che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia si compiacque di rivelare a me suo Figlio perché lo annunziassi in mezzo ai pagani, subito, senza consultare nessun uomo, senza andare a Gerusalemme da coloro che erano apostoli prima di me, mi recai in Arabia e poi ritornai a Damasco » (Gal 1,13-17).
L’esperienza della svolta di Damasco è vergata con poche ed incisive pennellate, che ci introducono nella consapevolezza che Paolo ha di questo evento, dopo quasi una ventina di anni dal suo accadere storico.
Paolo non ha pudore di ripresentarsi ai Galati come quel persecutore della Chiesa di Dio, che imperversava fieramente sui cristiani, convinto come era della sua giustizia derivante dall’osservanza della Torah (cfr. Gal 1,13-14).
« Ma »9 Paolo piega le ginocchia del suo cuore, entrando nuovamente in quella «dimensione contemplativa della vita», che gli permette di sentire e gustare la elezione e la scelta divina nella sua esistenza.
Dio ha usato il suo «bâhar» (= scegliere) e Paolo lo riconosce e lo sperimenta fin dai primi momenti della vita biologica, nel seno di sua madre: è stato conquistato da Gesù Cristo, sedotto, ghermito da Gesù Cristo. Si sente ed è, come Geremia10, realmente e, quasi ontologicamente, violentato, appagato e sublimato dall’amore amico e seducente di Gesù: « Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita che io vivo nella carne io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me » (Gal 2,20).
Paolo non potrebbe essere quello che è , se non fosse oggetto-soggetto di questo reciproco amore « passionale »? non solamente emotivo, e quindi necessariamente fugace e destinato a volatilizzarsi ? ma di un amore, che vuole come coprotagonisti due cuori, due « Io profondo », che trovano nell’essere oblativamente l’uno nell’altro l’unica ragione di vita e di sussistenza.
È la logica dell’Amore, cantato e celebrato dal Cantico dei Cantici, è la logica dell’amore di sempre del Dio fedele, che in tutta la storia della salvezza assume i connotati e la valenza di un amore sponsale11, seducente e tenero, verso ogni uomo, maschio e femmina, chiamato dall’eternità ad essere un unico ed irripetibile partner del Dio Trinità, Amore esuberante e centrifugo, perché centripeto.
La chiamata di Dio è un dono gratuito – Paolo lo sottolinea: «diά th̃V cάritoV» – che lo porta ad essere l’oggetto di una vera e propria rivelazione e di un compiacimento del Padre12. Questa rivelazione permette a Paolo di approfondire e discernere meglio il suo «mistero»: il Figlio del Padre in lui, come una realtà personale in perenne e progressivo stato evolutivo di crescita, che porta l’Apostolo delle genti alla propria pienezza attraverso la capacità di riconoscimento del significato profondo dell’evento di Damasco per la salvezza degli uomini e del mondo (« perché lo annunziassi ai pagani »At 1,17).
Il racconto dell’episodio di Damasco, così come Paolo lo rievoca e lo dona ai Galati, ci fa edotti di come il pellegrinaggio formativo al discernimento delle vie di Dio ha sicuramente avuto un notevole incremento dal profondo sconvolgimento apportato dalla luce di Damasco sulla vita ed i pensieri del «fiero persecutore della Chiesa». Sicuramente in questa pericope di Galati Paolo vuole fare riferimento al momento che ha reso il cittadino di Tarso un’altra persona. Questa rivelazione sperimentata da Paolo vicino Damasco ha fatto di lui un uomo nuovo e differente: egli diviene da un non-credente un credente, diviene, cioè, una persona nuova. La sequela di Paolo fu, in realtà così, una continua e sempre più approfondita comprensione di Cristo, a partire da questo suo originale, immediato e straordinario cambiamento.
3.1.3 – 1° Lettera ai Corinti 9,1-2
Nella prima lettera ai Corinti c’è un brevissimo accenno alla sua vocazione:
« Non sono forse libero, io? Non sono un apostolo? Non ho veduto Gesù, Signore nostro? E non siete voi la mia opera nel Signore? Anche se per altri non sono apostolo, per voi almeno lo sono; voi siete il sigillo del mio apostolato nel Signore » (1Cor 9,1-2)
Paolo parla di sé, delle sue scelte, della sua esistenza, tutto orientato alla causa del vangelo, come servitore del messaggio cristiano. E questo non per sua iniziativa, ma perché afferrato e sequestrato da una forza irresistibile e travolgente. Paolo è libero da tutto e da tutti, è apostolo a tutti gli effetti13 perché il Signore gli è apparso e perché la stessa comunità di Corinto è frutto della sua predicazione e quindi il Signore stesso, presente nella nascita e crescita della comunità corinzia, è il garante della sua apostolicità14.
3.1.4 – Filippesi 3,3-9
Nella lettera ai Filippesi, Paolo non parla chiaramente dell’evento di Damasco, ma descrive il modo in cui l’ha vissuto interiormente
« Se alcuno ritiene di poter confidare nella carne, io più di lui:circonciso l’ottavo giorno, della stirpe d’Israele, della tribù di Beniamino, ebreo da Ebrei, fariseo quanto alla legge; quanto a zelo, persecutore della Chiesa; irreprensibile quanto alla giustizia che deriva dall’osservanza della legge. Ma quello che poteva essere per me un guadagno, l’ho considerato una perdita a motivo di Cristo.
Anzi, tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura, al fine di guadagnare Cristo e di essere trovato in lui, non con una mia giustizia derivante dalla legge, ma con quella che deriva dalla fede in Cristo, cioè con la giustizia che deriva da Dio, basata sulla fede » (Fil 3,3-9).
Nella prima parte di questa accorata e confidenziale descrizione autobiografica, fondamento strutturante l’esperienza del suo «hic et nunc», Paolo con trasparenza descrive le sue origini 15.
Paolo viene incontrato, ed incontra la luce del Risorto in una situazione personale, intrisa di Tradizione, impegno personale e giustizia, che lo rendono convinto e certo nel discernimento, che viene dall’economia della Legge, di poter interloquire « alla pari », « faccia a faccia », con il suo Dio ma « cade » dalle sue convinzioni e a causa di questo incontro con il Cristo Risorto rifiuta tutti gli antichi privilegi, i titoli tradizionali, stimandoli un inganno, una rovina. Tutto ciò che è apparente guadagno, « fumo e non sostanza », Paolo ha imparato e continua ad imparare che è « perdita ». Si verifica una radicale trasformazione dei valori nella logica del discernere ciò che è buono e portarlo ad un livello migliore. La Luce–Persona della strada di Damasco diviene il Pedagogo per il personale discernimento e la decisione di Paolo « per Cristo ».
Paolo reputa, giudica, considera tutto una perdita di fronte alla sublime conoscenza di Cristo, e queste cose sono, addirittura, ritenute skύbala16 (spazzatura). Tutto è « perdita » e « sterco » di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo. Conoscere Cristo, come siamo da lui conosciuti, per giungere a valutare e discernere le cose del mondo interiore ed esteriore come Gesù.
La fede nel Signore, incontrato sulla via di Damasco, ed il battesimo, come « vera circoncisione di Cristo » (Col 2,11), immersione nel mistero di morte e di risurrezione di Cristo, lo conducono a questa « sovraeminente » conoscenza, che è scienza non solamente razionale e teorica, ma vitale ed esperienziale: è conoscere lui, la potenza della sua risurrezione, la partecipazione alle sue sofferenze, divenendogli conforme nella morte, con la speranza di giungere alla risurrezione dei morti ( cfr. Fil 3,10-11)17.
Conoscere Cristo, sperimentare e penetrare nel mistero della Sua Persona, secondo la propria peculiarità, ancora non basta al cammino contemplativo e formativo di Paolo. C’è ancora un altro elemento di qualità da ottenere. « Essere trovato in Lui ». Un’espressione concisa, breve ma che vuole comunicarci l’essenzialità vitale dello « stare con lui ». È permettere a Dio, in Cristo, di donare al cristiano oltre al processo conoscitivo, intellettivo e volitivo, il tutto di Dio.
Siamo ad un livello che lambisce la realtà mistica. Paolo vuole dire che questo pellegrinaggio formativo per essere nel discernimento di Cristo è rispondere all’Amore di un Amico, che chiama a sé, che svela chi è, che dice il suo nome, che dona il suo cuore, che immola e mette nelle mani dell’uomo il suo essere, la sua vita, che garantisce la sua presenza amica, la sua attenzione di Risorto ed il suo affetto eterno: « Fatevi miei imitatori, come io lo sono di Cristo » (1 Cor 4,16; 11,1).
Paolo si propone come modello da imitare perché ha sperimentato l’Amore Misericordioso di Dio che lo ha tratto dal fango del peccato e della superbia perché possa raggiungere la mèta dimenticando il suo passato. Egli non si sente arrivato, ma è ancora in corsa e invita i suoi a partecipare e a impiegare tutte le proprie energie perché vincitore non è solamente chi arriva per primo, ma chiunque porta a termine la corsa18 (Cfr. Fil 3,13-14).
(segue)

9 Incontriamo una congiunzione avversativa di notevole importanza qualitativa, ben oltre il tenore avversativo dell’indole di questa congiunzione.
10 L’affinità semantica e terminologica tra katalambάnein, all’aoristo passivo in Fil 3,12, ed il verbo pâtah di Ger 20, 7a, ci appare almeno verosimile. «Mi hai sedotto, Signore, e mi sono lasciato sedurre…». La vicinanza esperienziale tra Geremia e Paolo è ancora più suggestiva nell’ottica della nostra ricerca. Infatti nel libro di Geremia troviamo 6 volte il verbo bâhan (=esaminare, provare), che è reso nella versione della LXX con il verbo «dokimάzein», che sarà il protagonista, quasi assoluto, del nostro studio circa l’insegnamento al discernimento cristiano in Paolo: Ger 6,27; 9,7; 11,20; 12,3; 17,10; 20,12. (Cf. G. THERRIEN Le discernement dans les écrits pauliniens, Paris 1973, nota 5, p.18 e pp.23-24.
11 Cfr. per esempio, alcune splendide pagine dell’allegoria matrimoniale nel libro del profeta Osea: Os 1-3.
12 Cfr. Il compiacimento del Padre su Gesù durante il Battesimo e la Trasfigurazione: Mt 3, 13-17 e 17,1-9.
13 Paolo e Luca hanno una diversa concezione della figura dell’apostolo e, di conseguenza, una diversa comprensione del suo compito e della sua missione. Mentre Paolo rivendica con forza il titolo di apostolo per la sua persona e la sua missione, Luca vede negli apostoli i garanti della continuità tra il Gesù terreno e il Kurios Risorto. Per Luca, gli apostoli sono i testimoni autorevoli della vita pubblica di Gesù e delle sue apparizioni fino all’Ascensione e, tra loro, non vi è Paolo; per lui, Paolo è il grande missionario dei gentili, scelto da Dio stesso per quest’opera. Nelle sue lettere Paolo ragiona diversamente. Presumibilmente, la scelta di Luca è una reinterpretazione di una tradizione paolina motivata da ragioni teologiche: il diffondersi delle prime eresie spinge a rimarcare l’identità del Risorto con il Gesù storico e Luca vi riconduce la stessa nozione di « apostolo » rendendola sinonimo della categoria evangelica dei « dodici ». A partire da Luca, ma diversamente da Paolo, si parlerà dei dodici apostoli. G. COLZANI, Convertirsi a Dio. Opera della grazia, scelta della persona, sfida per le chiese, Urbaniana University Press, Città del Vaticano 2004, 127.
14 Cfr. G. BARBAGLIO, Le lettere di Paolo, Borla, Roma 1980,I, 400-403.
15 «Circonciso l’ottavo giorno». Così come prescritto da Lev 12,3, portando nella sua carne il riverbero attualizzante della berit donata da Dio ad Abramo.
«Della stirpe di Israele». La qualificazione religiosa con la quale afferma la sua appartenenza al popolo eletto nella radice e nella continuità della lotta di Giacobbe con il suo Dio, che gli aveva appunto cambiato il nome in Israele (cf. Gen 32,23-33).
«Della tribù di Beniamino». Beniamino, il figlio più giovane di Giacobbe e Rachele e fratello di Giuseppe.Paolo sembra dirci che ha la gioiosa consapevolezza di avere e gustare anche una discendenza biologica e genetica con il figlio caro a Giacobbe insieme a Giuseppe.
«Ebreo da Ebrei». A livello culturale, e non solo religioso, figlio di ebrei e non semplicemente un giudeo ellenista.
«Fariseo quanto alla Legge». Appartenente al gruppo più osservante, a livello di rigore morale della Torah. Lo spirito del fariseismo portava i componenti di questa fazione a rappresentare in modo intransigente il baluardo dello jahvismo, non venendo a nessun tipo di compromesso di fronte alle richieste di novità, che derivavano dal confronto con l’ellenismo e la presenza del mondo romano.
«Quanto a zelo persecutore della Chiesa». La logica conseguenza del suo essere, visceralmente, compromesso con la Torah da non poter tollerare il sorgere di una realtà che, solo minimamente, potesse minare la stabilità monolitica della rivelazione e della tradizione jahvista.
«Irreprensibile quanto alla giustizia che deriva dall’osservanza della Legge». Paolo si dichiara e si riconosce intriso di questa tensione spirituale, che lo vede coinvolto completamente in quella serie di minuziosi comandamenti, di prescrizioni e di rituali che lo rendono giusto in quanto osservante scrupoloso ed attento.
16 Il sostantivo “skύbalon” è un hapax legomenon paolino. Il suo significato forte ed incisivo sta ad indicare tutto ciò che è il risultato ed il frutto del processo metabolico e fisiologico, ottenuto durante le peristalsi gastriche ed enteriche insieme al processo di assorbimento dei villi intestinali negli esseri viventi. Lo Zerwick lo traduce insieme alla Vulgata con « stercus ». (Analysis Philologica Novi Testamenti Graeci, 4a ed., Romae 1984, 443 : = ZERWICK).
17 Per Paolo non c’è conoscenza di Gesù se non nell’immedesimarsi al suo mistero di croce. Per lui è fondamentale il suo sperimentare anche ‘fisicamente’ la vicinanza di Gesù, sentire nella ‘sua pelle’ e nel profondo del suo intimo la portata amicale del darsi liberamente da parte di Cristo per la sua vita… perché lui possa vivere. Paolo conosce solo « Gesù e questi crocifisso » (1 Cor 2,2), non ha altro vanto (Gal 6,14), altro onore se non quello di completare nella sua carne ciò che manca ai patimenti di Cristo a favore della sua chiesa (Col 1,24), e di chiedere che nessuno, d’ora in poi, gli provochi fastidi perché porta le stigmate di Gesù nel suo corpo (Gal 6,17 ).
18 Paolo sembra qui incarnare e rispecchiare l’esperienza di Gv 20, 2-9: la corsa del discepolo, amico del Verbo della vita, che vede e crede, e che qualche tempo dopo, potrà, nella sua tradizione, giungere ad esortare a «non prestare fede ad ogni ispirazione, ma a metterle alla prova per saggiare (= «dokimάzein») se veramente vengono da Dio» (1 Gv 4,1). Una corsa discernente, come quella di Ct 3, 1-4, verso il passaggio dell’amato del cuore, sapendolo cogliere risorto ed interpellante nella propria esistenza, e che invita sempre ad andare oltre i propri schemi, oltre le precomprensioni, oltre i piccoli orizzonti di una « tomba vuota », il passato, verso quell’ Infinito, il già e il non ancora, in cui il « si » di ogni persona deve incontrare il suo « si » per essere sempre più originale ed armonica « sinfonia della salvezza ».

LIBERTÀ E CHIESA – COMMENTO A GAL 5, 1-26

http://www.atriodeigentili.it/lectio/1999_00/200004.htm

Lectio Divina – Chiamati a libertà: il Giubileo tempo di Grazia

Stella Morra – 17 aprile 2000

Monastero Cistercense – Fossano

LIBERTÀ E CHIESA – COMMENTO A GAL 5, 1-26

Stiamo avviandoci verso la fine di questo itinerario sul Giubileo come chiamata alla libertà.
Il testo di questa sera è il capitolo 5 della Lettera ai Galati, che riprende dei temi già toccati su cui forse può essere utile fermarci ancora un po’; per altri versi, comunque, può essere un testo innovativo, che aggiunge altre questioni alla riflessione che andiamo facendo.
Vorrei però premettere una piccola riflessione a monte del testo, prima di leggerlo, perché mi sembra un testo in cui la materialità, da sola, rischia di portarci fuori, di farci capire cose che non vuole dire.
La lettera ai Galati è scritta da Paolo sulla spinta di alcune questioni molto concrete, di alcuni problemi delle comunità di Galazia, molto specifici e concreti e, quindi, la lettera ha un tono immediato e anche molto duro e tagliente rispetto a molte questioni, perché, probabilmente, è scritta nel calore della polemica.
Il secondo dato è che questa lettera, scritta nel calore della polemica e proprio per il suo genere letterario, è molto legata ai problemi di fronte a cui Paolo sta (la Lettera ai Romani è la riflessione più calma degli stessi temi della lettera ai Galati, cioè ha lo stesso tema di fondo, ma ragionato con più distanza).
Il problema qui è il rapporto con il giudaismo e l’atteggiamento che i cristiani devono avere rispetto alla tradizione ebraica da cui vengono e rispetto alle sue pratiche, sia le norme che il senso profondo; in particolare, nel testo che leggeremo, la questione è quella della circoncisione.
La questione della circoncisione rischia di essere per noi irrilevante o superata. Ma la domanda che dobbiamo farci è: perché allora questo testo sta dentro al canone della Rivelazione, dentro ad un testo che noi chiamiamo Parola di Dio? La regola degli antichi Padri era che tutto ciò che è nella Bibbia è tutto ciò, e solo ciò, che è necessario per la salvezza: la Bibbia non ci racconta cose che forse potrebbero rispondere a nostre curiosità, ma non servono per la salvezza. La Bibbia ci dice altre cose, che noi tendiamo a rimuovere, perché non sappiamo dove metterle ma, poiché ce le dice, sono rilevanti.
In certi testi del Vangelo viene da chiedersi: che cosa è successo poi? (Vedi l’episodio del giovane ricco; o Nicodemo, in Giovanni).
La Scrittura non dà risposte a questo genere di domande e questo, secondo i Padri, era indicativo del fatto che non ci serve saperlo. Non ci serve sapere quali conclusioni un’altra persona trae dall’incontro con il Signore. C’è un criterio importante per noi: mantenerci su una soglia di discrezione rispetto a ciò che ciascuno di quelli che conosciamo, compresi i fratelli che condividono con noi dei pezzi di strada, traggono come conclusioni dal loro incontro con il Signore.
L’esempio opposto è di quando un testo, come questo, ci dice cose che a noi sembrano assolutamente superate riguardo a problemi che non ci riguardano più e che quindi tendiamo a sottovalutare, a non considerare rilevanti rispetto ad un percorso spirituale.
Ma dobbiamo ricordare che, se stanno nella Scrittura, è perché una direzione, un senso ce l’hanno. Questo è uno dei motivi buoni dei quali si è fatto un uso cattivo. Per esempio nella storia questo testo è stato usato in chiave antisemita, perché si è pensato che se stava lì, ed era così duro contro il giudaismo, quello che insegnava era che bisogna essere duri con gli Ebrei. Il criterio era giusto: la conclusione che se ne traeva, no. Il problema infatti è comprendere correttamente il motivo profondo del testo.
Mi sembra che questo testo debba essere ascoltato, lavorato, perché se sta qui, vuol dire che serve alla nostra salvezza, anche se non ci insegna immediatamente delle cose.
Vorrei fare una piccola notazione di metodo che forse ci può aiutare più in generale: quando si fa una lettura spirituale della Scrittura c’è sempre la tentazione, nella nostra cultura, di entrare nella logica “capire-insegnare”. Che cosa capisco del testo, che cosa il testo mi insegna? Questo non è il parametro giusto per una lettura spirituale della Scrittura.
Il parametro giusto è quello di una “traduzione” secondo lo Spirito, cioè la lettura spirituale si fa dentro un percorso di fede in cui io, abitando la mia fede, dialogo con il testo e lascio che il testo si traduca nella mia vita di fede. Non necessariamente questo significa capire dal punto di vista critico, storico-geografico, di generi letterari, di aspetti culturali, ecc.
A volte il testo si traduce con semplicità, senza passare attraverso la mediazione del capire in senso stretto; non necessariamente significa che il testo ci “insegna” qualcosa: il testo ci fa compagnia. Penso all’atto di una madre che nutre il figlio: non pensiamo ad un atto di insegnamento; la Scrittura sta più dalla parte del nutrimento che della scuola.
Per questo testo dovremmo fare un piccolo sforzo in più, per farlo parlare dentro lo Spirito, perché si traduca dentro la nostra vita di credenti.
Una volta tanto faccio l’operazione opposta di quella che faccio di solito: enuncio un problema iniziando, e poi lavoriamo sul testo, in modo che il problema ci faccia un po’ da guida in questa operazione faticosa, cioè ci aiuti a capirlo.
Il problema che Paolo pone, rispetto alla sua comunità, che è concretamente, storicamente, il problema del rapporto con il giudaismo, con la Legge e la circoncisione, è, tradotto in termini moderni, il problema della auto-salvezza, cioè il tema della possibilità di darsi da sé la salvezza o, in termini quotidiani, di “quanto dipende da noi”, di quanto le cose, la storia, noi stessi e la nostra salvezza, dipendono da noi.
Questo è un problema antico: tutte le realtà e le espressioni religiose hanno questa questione. Dalle espressioni religiose più orientate alla passività a quelle più orientate all’attivismo, ci sono tutta una serie di posizioni in cui il ruolo giocato da chi sta di fronte a un Dio, è un ruolo più o meno importante e più o meno decisivo.
Noi, al di là del fatto che lo sappiamo o no, non stiamo nel vuoto pneumatico rispetto a questo problema, ma stiamo dentro a una storia, una tradizione, dentro alcune abitudini culturali e educative, che ci hanno dato delle precomprensioni su questa questione, e ci stiamo non solo in termini biografici, ma anche dal punto di vista culturale globale: stiamo dentro a una tradizione. Cioè noi siamo nel cristianesimo occidentale alla fine di un lungo periodo (due secoli) di grande razionalizzazione e moralizzazione della fede in cui l’unico modo per dire l’essenza di fede era di dirlo in termini di verità da credere e di azioni da compiere e in cui la relazione tra queste due cose era la responsabilità morale del singolo, quella che si chiama “coerenza”. Non sempre il passaggio era chiaro.
(Ad. esempio: perché, se credo la verità della Trinità, per essere coerente a questo, devo andare a messa la domenica?). Noi usciamo da due secoli nei quali l’idea era: c’è un elenco di verità nelle quali si deve credere, c’è una serie di comportamenti che si devono tenere; il rapporto tra i due è la coerenza.
In genere il disagio su questo l’hanno sempre mostrato gli adolescenti che con più faccia tosta degli adulti dicono, ad esempio: ma perché non posso mangiare carne il venerdì? In genere mettendo gli adulti nella condizione di dire: “perché è così”, senza dare una buona risposta. Questo funzionava in una società in cui la parola di un adulto era ultimativa. Man mano che la società è cambiata e le parole degli adulti sono sempre meno ultimative, la questione viene ributtata indietro e noi ci rendiamo conto di non avere buoni motivi.
In questa situazione culturale è molto difficile liberarci dall’idea più o meno esplicita di un’autosalvazione; ci pare che, alla fine, devono pur contare il nostro comportamento, la nostra coerenza, gli obblighi assunti.
In questo si innesta un dato culturale molto nuovo che è quello che normalmente chiamiamo la cultura new age, cioè un’idea un po’ magica della realtà che nasce da una mentalità opposta: l’insicurezza, l’incapacità di governare la vita, un mondo sempre più complicato, una velocità di cambiamento alla quale non riusciamo a stare dietro. Allora c’è questa diffusa idea che ci sarebbero una serie di cose quasi magiche per cui se uno fa bene tutte quelle cose, alla fine sta meglio.
La mentalità diffusa è che nella fede funzionerebbe come nel corpo: viviamo nella logica per cui, se seguissimo determinate abitudini alimentari non ci ammaleremmo mai. Rischiamo di avere una logica analoga anche nella fede in cui se si è buoni, disponibili, “positivi”, va tutto bene. Questa idea è la versione magica di un’idea di autosalvazione. Questo problema è estremamente attuale. Oggi ha due forme: ascetica (moralismo), magica (una specie di fitness interiore).
Questa è la traduzione moderna del problema che fa da sfondo al nostro testo, e forse ci aiuta a sentire il problema in un altro modo.

(Lettura del testo)

Credo che questo testo, a cominciare dal suono è, da una parte, molto comprensibile e semplice, e dall’altra molto duro: si sente il linguaggio scaldato di Paolo che è in polemica. Il testo ha due parti: la circoncisione e la questione della carne e della Legge, dello Spirito.
Mi sembra che forse, con un po’ di fatica, possiamo far lievitare questo testo rispetto all’attualità reale della nostra vita.
Prima parte: “Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi”. Solo oggi è una frase scontata. Ma essa presuppone che uno sappia che cosa vuol dire che Cristo ci ha liberati, e questo mi pare già un gran problema. ( perché significherebbe che ciascuno di noi sapesse fare l’elenco di ciò da cui vuole essere liberato o da cui è stato liberato, di ciò che riconosce come suo della propria vita e ciò che vorrebbe che non ci fosse, delle fatiche che ha fatto a separarsi da alcune parti di sé e dagli eventi che gli sono capitati; di quanta fatica ha fatto a lasciar cadere alcune questioni, a lasciarle andare, e riuscisse a pensare che cosa vuol dire che Cristo ci ha liberati: su questo, non in teoria.)
Quando ci viene detto che Cristo ci ha liberati non ci viene detta una cosa generica, astratta: viene detto un dato concreto. Padre Cesare ne parlava l’altra volta: la nostra salvezza in Cristo è che Cristo ci ha rimessi in condizione di figli; ci ha posti di fronte alla possibilità di scegliere di chi essere figlio.
La nostra vita non è cambiata: è quella che è, ma questa vita ci è stata resa, non è più una vita subita o, se volete, possiamo finalmente sapere che noi non siamo solo la nostra vita. Abbiamo la nostra vita e noi possiamo esserci nella nostra vita, ma non siamo incollati alla nostra vita e dunque il bello, il brutto, il faticoso e l’allegro, e tutto ciò che passa nella vita non dice ancora la totalità di noi. Quando i Vangeli ci dicono che Gesù è venuto a portarci la vita eterna (Giovanni usa l’espressione “la vita piena”) dicono qualcosa di questo genere: la vita ci è ridata come qualcosa che abbiamo, non come qualcosa che siamo, cioè ci è ridata nella libertà. (Ad esempio: quando abbiamo un raffreddore noi diciamo che “abbiamo” un raffreddore, quando abbiamo una malattia più seria noi diciamo che “siamo” malati, perché una malattia più seria sposta la possibilità di capire noi stessi).
Secondo natura, come creature, noi siamo la nostra vita. Il Cristo, per grazia, ci ha liberati: noi abbiamo la nostra vita. Cristo ha creato uno spazio in cui non possiamo fare un passo indietro rispetto a ciò che la nostra vita è: nel bene, come nel male, e non essere condannati in qualche modo ad essere incollati sulla nostra esistenza. Qui Paolo fa un passo avanti: “Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi”. In questa piccola frase Paolo imposta la questione della giustificazione. La giustificazione, la salvezza, viene da Gesù. La nostra parte è restare in questa salvezza (anche Giovanni dice:”restare in Gesù”).
L’operazione che noi dobbiamo compiere, che nessuno può compiere al nostro posto, la nostra collaborazione all’opera della nostra salvezza, non sta in una pretesa coerenza rispetto a delle verità, ma sta nel rimanere in questa libertà, cioè nel non farci risucchiare dalla nostra vita, e io credo che in questo secolo, in questo tempo, è più chiaro che in altri che cosa significa ciò, perché ciascuno ha l’esperienza di quanto la vita ti può risucchiare.
Cristo ci ha liberati perché noi avessimo una distanza dalla vita che ci risucchia, perché noi potessimo essere liberi, non schiavi della nostra esistenza e perché noi rimanessimo liberi. La nostra opera è quella di rimanere arretrati rispetto al vortice, e giustamente nella seconda parte Paolo riprenderà il tema del desiderio, perché ci sono cose che stanno veramente nel nostro desiderio: sono un desiderio vero, profondo.
Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi: che cosa dobbiamo fare rispetto a questa questione? Tutto, o niente? Dipende dalle nostre opere? Oppure Cristo ci ha salvati e non dobbiamo fare nulla?
Cristo ci ha posti in una condizione per cui ci ha liberati dalla schiavitù di una esistenza che ci esauriva totalmente in essa e ci ha dato uno spazio: la nostra parte è mantenere, e possibilmente allargare, questo spazio secondo un desiderio reale. Allora bisogna andare a “pescare” quel desiderio, altrimenti quello spazio non si mantiene, la ricaduta è molto forte.
“State dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù”: a questo punto è chiaro. La saldezza è una virtù molto invocata dai Padri dei primi secoli, molto invocata nella Scrittura, il problema è stare ben piantati sulle gambe, cioè è tenere la posizione e non lasciarsi di nuovo imporre il giogo della schiavitù.
“Io, Paolo, vi dico” Qui l’immagine è parlante: usa un dato tipico della vita dei Galati: “Se vi fate circoncidere, Cristo non vi gioverà a nulla”. Cioè: se ciò che voi sapete di voi, della vostra vita, dipende dalla circoncisione (e dunque siamo figli di Abramo, gli eletti, ecc.) allora non c’è la libertà di Cristo che possa agire, perché non c’è spazio tra voi e, per esempio, la vostra definizione religiosa, ciò che di voi sapete rispetto alla religione.
“E dichiaro, ancora una volta, a chiunque si fa circoncidere che è obbligato a osservare tutta quanta la Legge”. Qui Paolo è molto chiaro: ognuno può scegliere, per la sua vita, che è solo la propria vita; se si fa circoncidere, deve assumere tutta la Legge.
Proviamo a tradurre: noi possiamo decidere che siamo solo la nostra vita, che non vogliamo rendere conto a nessuna interiorità, ma allora dobbiamo assumere le regole della vita, che significa, per esempio, che alla domanda: perché mi è successo questo, perché devo soffrire su questo? la risposta è: perché così accade in natura. Anche questa è la logica della vita: a volte si è contenti, a volte no; e non c’è una giustizia distributiva: le cose cattive capitano ai buoni e ai cattivi. Noi qui facciamo un grosso cortocircuito: ci sembra che lo sforzo che Cristo ci chiede, di restare saldi a distanza dalla nostra esistenza, sia un onere troppo pesante (non si ha tempo, non c’è cattiva volontà, ma..,). Salvo che quando la vita incrocia, nella sua dinamica propria, un punto doloroso, allora non stiamo più all’assunzione della nostra vita, ad osservare tutta quanta la legge, ma ci richiamiamo a un referente oltre la vita e diciamo: perché Dio mi ha fatto succedere tutto questo? A quel punto la risposta dovrebbe essere: perché no? Perché non te l’ha fatta succedere fino a oggi? Qual è il diritto in base al quale non doveva già fartela succedere prima?
“Non avete più nulla a che fare con Cristo se cercate la giustificazione della legge”. Ribadisco: qui Paolo è molto duro perché è nel calore della polemica, ma anche perché questa è una questione nel cuore del cristianesimo, una questione centrale. Uno può scegliere di stare da una parte o dall’altra, ma dovunque si metta deve rispettare le regole del gioco, soprattutto non può far finta che la scelta sia irrilevante.
Allora: “Siete decaduti dalla Grazia”, cioè avete reso vana la Croce di Cristo. Se io metto tutto l’investimento di me nell’essere la mia vita, a questo punto siamo fuori dalla dinamica della Grazia (nella nostra libertà di scelta)
“Noi infatti, per virtù dello Spirito attendiamo dalla fede la giustificazione che speriamo”. Qui Paolo attacca un altro pezzo di ragionamento: se voi siete solo la vostra vita, siete fuori da questa logica di liberazione; chi invece accoglie Cristo che lo ha liberato, sta saldo nella fede come virtù forte. (Una delle cose tipiche del modello di fede di cui dicevo prima è quello di pensare che se si hanno dei dubbi, non si ha la fede; invece funziona al contrario: quando uno ha tanti dubbi e non se ne va, vuol dire che ha tanta fede, perché la fede è la virtù di coloro che dubitano, non di coloro che sanno; in Paradiso, quando vedremo Dio faccia a faccia non avremo più bisogno di fede; la fede è la virtù della storia, del tempo in cui i dubbi ci sono e sono tanti; la paura è molta e il problema del cristiano non è quello di non avere paura, ma di avere più coraggio che paura e quindi se la paura è tanta si avrà tanto coraggio, se i dubbi sono tanti, si avrà tanta fede; la questione è rimanere saldi in questo spazio di libertà, per fede).
Paolo riprende la questione: noi, per fede, attendiamo la giustificazione che speriamo. Per fede rimaniamo saldi in questo pezzo di vita in più che non è sempre evidente, che non è sempre immediatamente disponibile, di cui non sappiamo sempre esattamente dov’è, di cui certe volte ci augureremmo di non averlo, perché ci piacerebbe stordirci e non avere uno spazio che guarda la nostra vita dal di fuori perché, per esempio, ne vediamo i limiti e ci tocca farcene carico.
Allora per fede rimanere in questa vita in più a volte è una bella cosa, a volte è abbastanza pesante; rimanere lì, attendendo la giustificazione che speriamo……, ma bisogna sperarla! Anche qui la deformazione in termini di autosalvezza fa sì che noi ragioniamo così: se uno crede le verità e si comporta bene, può anche sperare nella vita eterna.
Invece la direzione è contraria: se io spero qualcosa per la mia vita, se spero davvero, allora forse posso rischiare la carta della fede sulla speranza che ho, e forse bisogna sperimentare molte speranze deluse per imparare a sperare nel Signore (perché uno prima prova a sperare in tante cose: nella sua intelligenza, nella sua bravura, e a non sperare più nel Signore e allora uno decide se diventare un cinico o una uomo, una donna di speranza e a quel punto l’appoggia da un’altra parte: in questa vita in più).
Credo che uno dei nostri problemi seri in ambito di fede è che noi, in genere, non speriamo niente, cioè desideriamo molto poco, e quindi siamo dei piccoli credenti. Qual è l’investimento che abbiamo su questa cosa? Solo se abbiamo un grande desiderio, una grande speranza, investiamo. E noi sappiamo bene che nella nostra vita funziona così. Come, ad esempio, quando uno si appassiona ad un lavoro poi ci mette dentro testa, pensieri, tempo, eccetera. Mi sembra che uno dei problemi seri è che la nostra fede è piccola perché noi abbiamo piccoli desideri e piccole speranze, e quindi mettiamo poche energie, e non sempre le migliori.
“Poiché in Cristo non è la circoncisione che conta, ma la fede che opera per mezzo della carità”. E’ interessante perché nella prima parte ci sembra chiaro: in Cristo non è la circoncisione che conta; ma attenzione: nemmeno la non circoncisione conta. Questo è un pezzo del versetto che tendiamo a cancellare. Non è il problema a quale dei pezzi della tua vita ti affidi: il problema è se ti affidi alla tua vita o a quella di Cristo. (Il problema non è se uno è ebreo o cristiano, il problema è la fede che opera per mezzo della carità). Secondo me qui sta una delle espressioni più belle rispetto alla questione della giustificazione: la fede che opera per mezzo della carità.
Noi siamo passati da un tempo, l’800, in cui la questione era la fede, e poi non importava ciò che si faceva, purchè si mettesse la propria firma sotto l’elenco delle verità messe alla rinfusa. Da lì siamo passati all’opposto. Per reazione abbiamo giustamente molto insistito sul tema della carità. Ora stiamo andando verso l’esagerazione opposta, per cui conta un generico senso di giustizia che diventa sempre più annacquato, che alla fine non si sa più cosa vuol dire e che, soprattutto, come la fitness interiore, si squaglia alla prima difficoltà, però sembra che quello sia sufficiente, basta non pestare le formichine e va tutto bene.
Siamo lieti di tutti coloro che si occupano di carità, anche se si dicono non credenti, siamo lieti di fare strada con loro, e di riconoscere la bellezza dello Spirito che opera anche in chi non lo conosce. Ma per un cristiano la questione è la fede che opera per mezzo della carità, dove il soggetto agente è la fede. La fede non è un vago sentimento dell’anima o un’adesione puramente intellettuale, perché è una fede che opera, e opera per mezzo della carità. Questa frase mette bene in ordine la questione.
Padre Cesare accennava, l’altra volta, che questa cosa, nella storia della Chiesa, ha avuto un enorme peso. Il caso più conosciuto è la questione luterana, ma fin dai primi secoli l’oscillazione tra il credere e l’operare è stata costante: è un problema perenne del cristianesimo. Nel cristianesimo, il rapporto tra queste due cose, è delicato.
Come spesso accade, il cristianesimo è un’esperienza di doppi pensieri. D’altra parte noi abbiamo a che fare con due aspetti che non si possono sganciare: un Dio vero Dio e vero uomo. E’ chiaro che per tenere due cose opposte insieme, il rischio di cascare da una parte o dall’altra è sempre in agguato.
Ma qui Paolo dice molto efficacemente la questione: la fede che opera per mezzo della carità. Ed è chiaro che il primato è della fede (e in questo, Lutero aveva ragione), perché è la fede che qualifica le opere e non sono le opere che salvano; è la fede che salva: questo è ormai ben compreso. Il rimanere saldi nella libertà di Cristo ha operato; ma è vero che una fede che non operi per mezzo della carità è una fede muta, che rischia continuamente di diventare un pio atteggiamento dell’anima o un puro atteggiamento razionale.
Per riprendere il tema dell’inizio: Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi; per restare liberi la questione è: la fede che opera per mezzo della carità. Non è la circoncisione, né la non circoncisione.
C’è questo sfogo di parole che trovo molto tenero: correvate così bene, chi vi ha tagliato la strada? Perché vi siete persi? L’immagine della corsa di Paolo ritorna spesso: l’esperienza del credere come esperienza di una gara
Trovo interessante, di questo sfogo, la piccola conclusione: “quanto a me, fratelli, se io predico ancora la circoncisione, perché sono tuttora perseguitato? E’ dunque annullato lo scandalo della Croce?”
E’ chiaro che sono domande retoriche quelle che Paolo fa, ma quello che vuole dire è: se non è successo niente, perché sta succedendo tutto questo caos? Perché stare ancora in un rapporto in cui la questione sono la circoncisone e la legge?
Allora anche questo è un dato su cui riflettere. Dopo 2000 anni di cristianesimo c’è la tendenza ad appiattire un po’ la sua novità, ma il cristianesimo ha risposte talmente forti che spesso annullano le domande (abbiamo l’impressione di sapere chi è l’assassino già prima di aver letto il romanzo!). Sappiamo già che Dio ci ama, ci perdona, eccetera, prima ancora di aver cominciato a vivere. Allora il rischio è che rendiamo lo scandalo della Croce un dato “innocuo”, per niente innovativo. Paolo invece dice: c’è uno scandalo, che è la croce. Allora, quando siamo tentati dalla fitness interiore e pensiamo che il criterio della fede sia sentirsi bene, dovremmo ricordarci che Gesù Cristo in croce non si sentiva certo bene. Il culmine dell’esperienza cristiana non può essere una sorta di diritto al benessere interiore. C’è una durezza della novità che il cristianesimo porta che è irriducibile e che non sta in una pretesa di norme e di doveri, ma sta nel fatto che non è tutto uguale a prima, o un semplice aggiustamento, un cambio di contenuti.
Siamo di fronte ad una possibilità di scelta, ma dobbiamo sapere come stanno le cose, cioè la novità che è l’impotenza di Dio sulla croce, la liberazione operata patendo la distanza. Gesù, che è Dio, e dunque la vita, non muore in croce per mostrarsi vittima del sadismo del Padre, ma per farsi carico della distanza tra la pienezza della vita e la vita, e in questo ci ha liberati. La morte in croce di Gesù ci ha liberati dal peccato perché è in quell’atto, che è l’obbedienza totale alla volontà del Padre, che Cristo misura, accoglie la distanza tra la vita che Lui è e la vita che Lui ha e dà. Come leggiamo nella sequenza di Pasqua, il Signore della vita era morto, ora, risorto, vive per sempre.
Non so se ci avete mai pensato, ma “il Signore della vita era morto” è una bella frase illogica. L’operazione che Gesù fa è quella di assumere una distanza (che in Lui, in quanto Dio, non c’è) tra sé e la propria vita, perché noi possiamo avere una distanza tra noi e la nostra vita.
Non è un’operazione di fitness, non è un semplice esercizio ginnico: è una cosa dolorosa.
Paolo riinizia la seconda parte con una specie di titolino, come la prima (Cristo di ha liberati perché restassimo liberi): “ voi infatti, fratelli, siete stati chiamati a libertà”.
Mettete insieme queste due frasi: noi siamo chiamati ad avere dei desideri sulla nostra vita, ma Dio per primo ha desiderato, e ha desiderato con totale verità, al punto che suo Figlio si è fatto uomo. L’incarnazione è il fatto che Dio prende sul serio il desiderio su di noi, ci ha chiamati a libertà.
Il termine “chiamati” ci è stato spiegato tante volte in termini di vocazione e siccome nella nostra testa questo termine ha un suono un po’ strano, ogni tanto ne tradiamo il senso.
Proviamo a tradurre con una parola più significativa: Dio ci ha chiamati: Dio ha desiderato che.., con tutta la potenza che il desiderio ha. E se ha potenza il desiderio nella vita degli uomini, immaginiamo la potenza che ha il desiderio nella pienezza della vita di Dio!
Dio ha desiderato fin dalla creazione che noi avessimo comunione con Lui, e il suo desiderio è potente. Credo che chiunque abbia mai provato una passione per qualcosa o qualcuno sa quanto è sproporzionato il proprio desiderio rispetto a sé: si sente un’energia che pare debba scoppiare. Il desiderio di Dio ha lo stesso rapporto, ed essendo Dio infinito, onnipotente, il suo desiderio è una “esplosione nucleare”.
Cristo ci ha liberati: è il dato di fatto accaduto perché restassimo liberi; perché questa libertà non diventi un pretesto per vivere secondo la carne, ma “mediante la libertà siate al servizio gli uni degli altri”. Qui Paolo riprende il tema concreto: la chiamata alla libertà, la vita in più; bisogna capire bene da che parte è in più: se è un “in più” di fragilità o se è un “in più” del desiderio profondo. E quando lui dice Spirito, che è lo Spirito di Cristo, dice: dovete desiderare i desideri dello Spirito.

Publié dans:LECTIO DIVINA, Lettera ai Galati |on 14 avril, 2015 |Pas de commentaires »

GALATI 5, 18-25

http://camminoin.it/2014/10/15/amore-gioia-pace/

GALATI 5, 18-25

Capo d’Orlando, 15/10/2014 – Dario Sirna.

Buongiorno a tutti,

il nostro cammino oggi trae le sue indicazioni dai seguenti versi della lettera di San Paolo Apostolo ai Galati:

“ 18Ma se vi lasciate guidare dallo Spirito, non siete sotto la Legge. 19Del resto sono ben note le opere della carne: fornicazione, impurità, dissolutezza, 20idolatria, stregonerie, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, 21invidie, ubriachezze, orge e cose del genere. Riguardo a queste cose vi preavviso, come già ho detto: chi le compie non erediterà il regno di Dio. 22Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé; 23contro queste cose non c’è Legge.
24Quelli che sono di Cristo Gesù hanno crocifisso la carne con le sue passioni e i suoi desideri. 25Perciò se viviamo dello Spirito, camminiamo anche secondo lo Spirito. 26Non cerchiamo la vanagloria, provocandoci e invidiandoci gli uni gli altri.”

San Paolo in questo brano della Lettera ai Galati ci mostra nel dettaglio quali sono i frutti della vita vissuta nello Spirito. Dall’elenco dei benefici ottenuti si comprende chiaramente che una vita vissuta nello Spirito è una vita che ha già il gusto pieno del Paradiso. Solo nella comunione con lo Spirito Santo, infatti, è possibile sperimentare e comprendere cosa significa davvero la parola amore. Lo Spirito Santo non ci insegna solo a resistere alle tentazioni del peccato, ma cambia totalmente la nostra forma mentale conformandoci a Dio, rendendoci per questo ostili al male e naturalmente predisposti al bene, alla carità, all’amore, alla fratellanza, alla generosità, alla fede, alla mitezza, alla leggerezza, alla gioia degli altri, alla salvezza di tutti, al distacco dal mondo e dalle sue cose. Lo Spirito Santo ha in sé il potere di spostare le nostre attenzioni dal nostro io al nostro prossimo, facendoci comprendere che il significato più grande e più gratificante dell’amore è nel dare gratuitamente, senza nulla pretendere, spontaneamente, senza alcuna sollecitazione, per primi, senza attendere un gesto dagli altri, senza aspettare che siano gli altri a cominciare. Dare che cosa? Tutto ciò che può essere utile ai nostri fratelli per farli crescere nell’amore e nella fede in Cristo Gesù, quindi per primo il nostro amore personale e a seguire tutto il resto. Se davvero vogliamo fare un dono grande alle persone che amiamo non abbiamo niente di più prezioso e di più importante da dargli se non Cristo e la Salvezza. Dobbiamo comportarci esattamente come ci comportiamo con la persona con cui ci fidanziamo. Il nostro amore per lei ci spinge a introdurla nella nostra intimità più grande, laddove si trovano i nostri tesori più preziosi, ossia nella nostra casa, nella nostra famiglia, nel nostro cuore, per renderla parte fondamentale dei nostri affetti. Analogamente, se davvero amiamo il nostro prossimo e i nostri amici, non possiamo non fare a meno di dare loro la cosa più bella che possediamo, ossia il nostro posto nel Regno di Dio, come Cristo ha fatto con noi e per noi. Nostro compito è dunque amare tanto tutti da desiderare per ogni uomo la salvezza, da desiderare che ogni uomo possa godere di quella gioia immensa che si prova nello stare di fronte a Dio, nel contemplare la bellezza del suo volto e nel sentirsi membra della sua famiglia, suo figlio. Se abbiamo questa grazia non ce la siamo meritata, ma la abbiamo ottenuta per effetto dell’amore di Cristo, essa dunque non ci appartiene privatamente, ma è di tutti e tutti ne hanno diritto di accesso. Nell’indicare a un nostro fratello la via della Salvezza non facciamo nulla di speciale, lo aiutiamo solo a godere di un beneficio che gli è stato donato gratuitamente dal Signore.

Publié dans:Lettera ai Galati |on 17 novembre, 2014 |Pas de commentaires »

L’APOSTOLO PAOLO, ALBERIONE E LA FAMIGLIA PAOLINA (1Cor 9,16) (Gal 2,2)

http://www.alberione.org/beatificazione/beatificazione/programma/anno/26-06bosetti.htm

L’APOSTOLO PAOLO, ALBERIONE E LA FAMIGLIA PAOLINA

“Guai a me se non predicassi il Vangelo” (1Cor 9,16) ma in comunione “per non correre invano” (Gal 2,2)

di sr. Elena Bosetti sgbp – Roma 26 giugno 2003

Cosa dice alla Famiglia Paolina di oggi il fascino che l’apostolo Paolo ha esercitato su don Giacomo Alberione? Cosa significa e comporta per la nostra spiritualità apostolica? E come entrare a nostra volta in questo fascino, come lasciarci coinvolgere dai sentimenti del beato Giacomo Alberione? Parlo di fascino perché a mio avviso si tratta di un singolare incanto, che rapisce il cuore prima ancora della mente. Non si può certo dire che il nostro fondatore fosse un romantico… ma indubbiamente rimase affascinato dall’a­more di Paolo per Gesù Cristo. Che cosa lo avvinceva di san Paolo? Direi il mistico e l’apostolo in massimo grado e in modo reversibile: Paolo mistico e dunque apostolo, apostolo perché mistico. Ecco cosa dice alle Figlie di San Paolo nel 1931: “L’anima apostola della buona stampa è colei che prima di tutto è innamorata di  Dio. E’ quella  che ha lungamente meditato, è un’anima che ha fatto come San Paolo che si è  ritirato per tre  anni nel deserto e ha meditato le cose sante, la vita di Gesù, e fu istruito da Gesù  Cristo stesso… E’ quella che riempie il proprio cuore di fede, di tanta speranza dei beni  eterni; è un’anima  che esercita la povertà, la castità, che esercita l’obbedienza alla Chiesa, ai suoi  pastori; è  un’anima che prima di tutto ha purificato se stessa; è un’anima che riempie il  proprio cuore di  Dio, e poi riempirà il cuore degli altri e otterrà per gli altri la benedizione e  le grazie di  cui ha pieno il cuore. In secondo luogo, l’anima apostola è quella che ama gli altri uomini (…). Vorrebbe  allora  mettersi sulla strada che percorrono tutti e gridare: « non per la via storta, non per  la via larga  che conduce all’inferno; tutti per la via stretta ma che è la via diritta che conduce  al cielo ».  L’anima apostola vorrebbe vuotare l’inferno e riempire il paradiso; vorrebbe  aiutare tutti i  moribondi, vorrebbe aiutare anche tutte le anime che sono in purgatorio, vorrebbe  uscire di  casa, andare per le vie della città, passare per le spiagge, cercare tutti gli uomini  nelle montagne, nelle grotte, andare in Africa, nell’America, nell’Asia e nell’Oceania e  poter dire a tutti: “O uomini, Dio vi attende in cielo…”. Articolo questa riflessione in tre passaggi seguendo il racconto di Paolo nella lettera ai Galati. Lo schema che vorrei sviluppare è il seguente:

1.          Conquistato da Gesù Cristo, Paolo vive di Lui: è tutto preso dalla passione di comunicare il Vangelo. 2.          Paolo non si considera però un libero battitore, né intende “correre invano” nella predicazione del Vangelo. A tale scopo sale due volte a Gerusalemme per incontrare Cefa. La prima volta passa con lui 15 giorni (Gal 1,18): è più che una visita di cortesia! Vi ritorna una seconda volta con Barnaba dopo 14 anni e partecipa all’assemblea di Gerusalemme, il primo concilio della Chiesa. 3.          Il riconoscimento del ministero di Pietro non impedisce in alcun modo l’evangelica franchezza: Paolo ad Antiochia contesta apertamente Cefa, perché “aveva torto” (Gal 2,11-14). Chiedo al beato Giacomo Alberione, nostro padre e maestro, di aiutarmi nell’interpretare il testo biblico in accordo con la sua lettura sapienziale e di concedere a tutti noi la grazia di vivere ciò che lo Spirito ci darà di comprendere. 1. “Guai a me se non predicassi il Vangelo” (1Cor 9,16) Il Paolo che affascina don Alberione è indubbiamente l’apostolo innamorato di Gesù Cristo, che non si preoccupa di consultare nessuno in prima istanza, ma semplicemente di rispondere con tutto l’ardore a Colui che liberamente e gratuitamente gli si è fatto incontro. Ecco cosa dice l’Apostolo nel primo capitolo della lettera ai Galati: “Voi avete certamente sentito parlare della mia condotta di un tempo nel giudaismo, come io perseguitassi fieramente la Chiesa di Dio e la devastassi, superando nel giudaismo la maggior parte dei miei coetanei e connazionali, accanito com’ero nel sostenere le tradizioni dei padri. Ma quando colui che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia si compiacque di rivelare a me suo Figlio perché lo annunziassi in mezzo ai pagani, subito, senza consultare nessun uomo, senza andare a Gerusalemme da coloro che erano apostoli prima di me, mi recai in Arabia e poi ritornai a Damasco. In seguito, dopo tre anni andai a Gerusalemme per consultare Cefa, e rimasi presso di lui quindici giorni; degli apostoli non vidi nessun altro, se non Giacomo, il fratello del Signore” (Gal 1,13-19). Fermiamoci un attimo sulla dinamica spirituale sottesa al comportamento di Paolo, così come egli si racconta. Qual è il suo primo atteggiamento quando Dio si compiacque di rivelargli Gesù Cristo? Lo dice chiaramente: non si preoccupò di consultare la gerarchia ecclesiastica, non sentì affatto bisogno o dovere di salire a Gerusalemme da coloro che erano apostoli prima di lui… Conquistato dal Cristo, Paolo non si preoccupa di tutelarsi presso gli uomini. Pensa semplicemente a seguire – meglio, a “correre” – dietro Colui che lo ha chiamato. Per conquistarlo a sua volta con piena risposta d’amore. Dalla frequentazione delle Scritture egli ha appreso che bisogna giocare fino in fondo, in maniera diretta e personale il rapporto con Dio che si rivela. Le mediazioni umane hanno indubbiamente il loro valore, ma stanno al secondo posto e lì vanno lasciate. Con buona pace. Il primo passo di Paolo non è di andare da Pietro o da altri, ma di continuare la sua corsa dietro il Cristo che lo conduce anzitutto nel deserto (in Arabia) e poi ancora a Damasco. Gli interessa Gesù Cristo e il suo vangelo. Dunque dalla contemplazione alla missione. Primo e imbattibile nella missione perché primo e imbattibile nella contemplazione. Paolo proteso in avanti, lanciatissimo nella missione perché innamorato, conquistato dal fascino di Gesù Cristo. Paolo si è lasciato trasformare dall’incontro dinamico con il Crocifisso risorto. Gli diventa conforme nei pensieri e sentimenti. Il mistero del Cristo trova così prolungamento nella vita dell’Apostolo che si lascia crocifiggere al mondo e alla sua logica di vanità: “Quello che poteva essere per me un guadagno, l’ho considerato una perdita a motivo di Cristo. Anzi, tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura, al fine di guadagnare Cristo” (Fil 3,7-8). Paolo entra decisamente nella kenosi del Cristo che da ricco che era si fece povero (2Cor 8,9). Anche lui si impoverisce liberamente e gioiosamente, stimando futilità e spazzatura tutto ciò che non concorre alla conoscenza amante di Gesù Cristo: “che io possa conoscere lui, la potenza della sua risurrezione, la partecipazione alle sue sofferenze, diventandogli conforme nella morte, con la speranza di giungere alla risurrezione dai morti” (Fil 3,10-11). L’appassionato apostolo di Gesù Cristo scrive ai Corinzi: “Non è per me un vanto predicare il vangelo; è per me un dovere: guai a me se non predicassi il Vangelo” (1Cor 9,16). E non credo pensasse al “guai” del castigo divino, come a dire: se non predico sarò rimproverato dal Cristo! Non è in questo senso. E’ questione di amore. Un innamorato non può tacere, gli parlano gli occhi! Dilexit me et tradidit semetipsum pro me: “Mi ha amato e ha dato se stesso per me” (Gal 2,20). Per san Paolo è un insopprimibile bisogno dell’amore comunicare Gesù Cristo. Deve aver sperimentato qualcosa di simile il giovane Alberione in quella prolungata adorazione eucaristica nella notte tra i due secoli. Egli scrive di sé in terza persona: “Si sentì profondamente obbligato a prepararsi a far qualcosa per il Signore e gli uomini del nuovo secolo con cui sarebbe vissuto” (AD 15). Non un vanto, ma un obbligo apostolico: l’amante non si rassegna a tacere dell’Amato! Come Paolo anche don Alberione è stato afferrato dall’amore del Cristo che rende “apostoli”, felici di comunicare agli altri la gioia del grande amore che abbiamo sperimentato. Felici di vivere e dare al mondo Gesù Cristo via, verità e vita (Gv 14,7). Da innamorato di Gesù Cristo don Alberione capì che non servono invettive e lamenti. Non servono geremiadi: la gente non viene più in Chiesa, le famiglie si sfasciano, i giovani disertano la catechesi… Anziché sciupare il tempo in sterili lamenti bisogna investire tutti i talenti: i mezzi, le scienze e nuove tecnologie… per fare “a tutti la carità della Verità”,  dove Verità è sinonimo di Vangelo, di Gesù Cristo Maestro e Pastore. Come Paolo don Alberione si sente “debitore” di tutti, in particolare di chi cerca la Verità nel buio e come a tentoni, nei moderni areopaghi della cultura che parla di comunicazione ma rischia di moltiplicare solitudine e povertà… Entra con umiltà e coraggio don Alberione in questa nuova via, con l’ardire di chi vuole comunicare il bene più grande: la bella notizia che Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio suo Gesù! “Guai a me se non evangelizzo, se non predico il vangelo!”. Su questo punto credo siamo tutti d’accordo, pur sentendoci personalmente e come Famiglia Paolina assai distanti. Tiepidi e distanti dalla passione evangelizzatrice di Paolo e del nostro Fondatore che ha saputo trascinare e coinvolgere nel suo entusiasmo per il Vangelo schiere di ragazzi e di giovani donne. Non possiamo tuttavia rassegnarci. La coscienza della distanza personale e comunitaria – i nostri limiti, povertà e peccati di Famiglia Paolina – lungi dal farci tirare i remi in barca lasciando spazio a ripiegamenti di vario tipo, devono spronarci nel “mi protendo in avanti” sul duplice versante della spiritualità e della missione: donec formetur Christus, in noi e in coloro a cui siamo inviati! 2. In comunione “per non correre invano” (Gal 2,1-10) Non c’è dubbio che nella concezione del nostro Fondatore, e dunque nella genesi spirituale e pastorale della Famiglia Paolina, Paolo e Pietro vanno insieme. La cosa non riguarda solo le Pastorelle che invocano entrambi gli Apostoli e celebrano come festa patronale della loro Congregazione la solennità liturgica di Pietro e Paolo il 29 giugno. Direi piuttosto: alle Pastorelle don Alberione affida in termini di esemplarità quell’istanza di comunione che è dimensione fondamentale dell’intera Famiglia Paolina. Lo suggeriscono diversi indizi. Ad esempio, il capitolo di Abundantes Divitiae intitolato: “La ricchezza della romanità”. Nel 1925 al termine del pellegrinaggio per l’anno santo don Alberione matura la decisione di aprire a Roma la prima Casa filiale, e il senso è evidente: Paolo con Pietro, la Famiglia Paolina a servizio della Chiesa, in comunione col Papa. Un altro indizio è il quarto voto che vincola i membri della Società San Paolo: obbedienza al Papa per quanto concerne l’apostolato. Riguarda solo la Società San Paolo o in qualche modo tutti? Sappiamo che nella mente del Fondatore la prima Congregazione ha funzione di altrice nei confronti delle sorelle e dei fratelli (= congregazioni e istituti) nati dopo. Dunque quel loro voto e impegno di obbedienza tocca implicitamente l’intera Famiglia. Sarebbe assurdo che i Paolini debbano obbedienza al Papa per quanto concerne l’apostolato e le Paoline siano invece libere di fare come vogliono! E’ decisamente impensabile per don Alberione. In Abundantes Divitiae egli afferma che la “romanità” – ovvero la comunione della Famiglia Paolina con Pietro – è un dono che sgorga come gli altri dall’Eucarestia. Non è questa la sede per analisi dettagliate. Ma leggendo i nn. 49-55 di Abundantes Divitiae si coglie facilmente il filo rosso del discorso. In momenti di forti contrapposizioni politiche, sociali e culturali, come quelle in cui è nata la Famiglia Paolina, e di fronte all’urgenza di non restare indietro sui tempi, di “essere all’altezza dei nuovi compiti”, il Fondatore esprime un criterio di comportamento: attenersi alle indicazioni del Romano Pontefice. In AD 56 dichiara: “sempre, solo ed in tutto, la romanità”. Una frase che mi sembra vada decodificata in questo senso: sempre, solo e in tutto il bene della Chiesa nella piena comunione con Pietro. Non comunione di retorica e sterile adulazione del primato, quanto di operosa dedizione a servizio del Vangelo. In altre parole, nell’apostolato la carta vincente è la comunione che esige anche obbedienza. Non la caricatura dell’obbedienza, ma l’obbedienza umile e coraggiosa del vangelo. Vorrei approfondire questo tema sulla falsariga del comportamento di Paolo, come lui stesso si racconta nella lettera ai Galati. Tra parentesi ricordo che l’esegesi contemporanea ci ha resi più attenti alle discordanze narrative, ad esempio tra la verità di Paolo (lettera ai Galati) e la verità di Luca (Atti degli Apostoli). Dal confronto di Galati con Atti appare evidente che la verità di Paolo non collima con quella di Luca, redattore degli Atti. Secondo quest’ultimo la porta del vangelo ai Pagani l’avrebbe aperta suo malgrado lo stesso san Pietro, il quale con grande umiltà si rese conto che lo Spirito santo lo aveva preceduto in casa di Cornelio centurione romano. Poteva lui opporsi negando il battesimo di acqua a chi già mostrava di essere stato battezzato nello Spirito? E’ decisamente “umile” il primo Papa, nel senso migliore del termine: non si sente al governo come talora intendiamo noi, ma docilmente al seguito dello Spirito che secondo la promessa di Gesù guida verso la verità tutta intera (Gv 16,13). I primi a rimproverare Pietro sono i giudei cristiani tradizionalisti, per niente intenzionati ad aprire le porte ai gentili: «Sei entrato in casa di uomini non circoncisi e hai mangiato insieme con loro!». Allora Pietro raccontò per ordine come erano andate le cose” (At 11,2-3). Nell’assemblea di Gerusalemme Pietro ha un ruolo di primo piano secondo Luca, se non proprio come uomo punta, certamente come uomo ponte. E’ lui che “dopo una lunga discussione”, prende per primo la parola raccontando la propria esperienza in difesa della predicazione del vangelo ai pagani (At 15,7ss). Direi che Luca offre fondamento agli iconografi per il fraterno abbraccio dei due Apostoli. Anche in senso teologico perché qui il discorso di Pietro si sposa in pieno con la teologia di Paolo. Basti questa frase: “Dio, che conosce i cuori, ha reso testimonianza in loro favore (= dei pagani) concedendo anche a loro lo Spirito Santo, come a noi; e non ha fatto nessuna discriminazione tra noi e loro, purificandone i cuori con la fede. Or dunque, perché continuate a tentare Dio, imponendo sul collo dei discepoli un giogo che né i nostri padri, né noi siamo stati in grado di portare?” (At 15,8-10). Qui Pietro dice parole che siamo abituati a sentire da Paolo. Ma veniamo alla lettera ai Galati dove emergono tre momenti della relazione tra i due Apostoli:

-  Paolo da Pietro: Gal 1,18 -  Paolo con Pietro: Gal 2,1-10 -  Paolo contesta Pietro: Gal 2,11-20

2.1 Paolo da Pietro: fraterna conoscenza Il primo incontro ha luogo tre anni dopo l’esperienza travolgente sulla via di Damasco dove Paolo incontra Gesù (o meglio, dove Gesù viene incontro a Paolo). “Dopo tre anni – scrive l’Apostolo – andai a Gerusalemme per consultare Cefa, e rimasi presso di lui quindici giorni” (Gal 1,18). Dicevo in apertura: è più che una visita di cortesia! Dopo il suo personalissimo cammino con il Dio di Gesù Cristo, Paolo si reca da Cefa, non semplicemente per fare la conoscenza, ma per “consultarlo”. Una visita che non può prescindere da ciò che profondamente li unisce: la dedizione all’evangelo di Gesù Cristo. 2.2 Paolo con Pietro: uniti nel Vangelo Il secondo incontro avviene 14 anni dopo (dalla conversione o dal primo incontro?). Il viaggio è comunque il medesimo di cui riferisce Atti 15 e Paolo ne precisa la motivazione: per non rischiare “di correre o di aver corso invano”. La narrazione di questa seconda salita a  Gerusalemme è assai più articolata rispetto alla prima e più ricca di particolari. Nuovi personaggi entrano in scena a fianco di Paolo che non è più un evangelizzatore solitario (vedi anche Gal 1,2). E’ accompagnato da Barnaba e Tito, decisamente importanti in ordine allo scopo del viaggio. Inoltre non è più solo Pietro l’interlocutore di Paolo, ma i “notabili” della comunità gerosolimitana, le persone più ragguardevoli: Giacomo, Cefa e Giovanni, “ritenuti le colonne”. Come si comporta Paolo in questa circostanza? Direi con grande cautela e diplomazia: è in gioco infatti il bene più prezioso, la libertà in Cristo. – Paolo “diplomatico” e il codice di compagnia Osserviamo come Paolo, che siamo abituati a definire libero e franco, proceda qui con cautela. Non parla subito a tutta la comunità, non espone a tutti ciò che pensa e predica, non svuota il sacco ai quattro venti. Come si comporta invece? Ecco cosa scrive a Galati: “Esposi loro il vangelo che io predico tra i pagani, ma lo esposi privatamente alle persone più ragguardevoli” (2,2). Questa davvero è politica, è autentica capacità diplomatica! Paolo non può permettersi di perdere la battaglia: non per se stesso ma per la causa in gioco, la libertà cristiana! E dunque studia bene come muoversi. Comincia con le persone più ragguardevoli. Se guadagna il loro consenso, il resto sarà più facile. Non sarà solo contro tutti. Potrà contrastare i “falsi fratelli” – gli intrusi conservatori – avvalendosi del conquistato appoggio dei tre uomini più influenti: Giacomo, Cefa e Giovanni. È l’inizio di un consenso che culminerà in una bella stretta di mano, segno di comunione e di unità.

-Per non correre invano Il verbo “correre” appartiene al linguaggio agonistico: con l’idea di progresso esprime anche faticoso impegno e dispendio di energie. Paolo ama questo verbo per descrivere la propria esperienza spirituale e apostolica. Il correre di Paolo è strettamente unito al correre delle sue comunità. Ai cristiani di Filippi scrive di essere irreprensibili e semplici, tenendo alta la parola di vita. “Allora nel giorno di Cristo, io potrò vantarmi di non aver corso invano né invano faticato” (Fil 2,16). Nel contesto dell’assemblea gerosolimitana il timore di aver corso invano riguardava il destino delle comunità cristiane provenienti dal paganesimo. Ma proprio il caso di Tito mostra che Paolo non ha corso invano. Se Tito non è obbligato a circoncidersi, significa che ciò che vale per lui è valido come principio per tutti.

Il codice di compagnia comincia a mostrare i suoi buoni frutti! – Il vangelo affidato a Paolo e a Pietro Paolo e Pietro sono accomunati da una medesima responsabilità, poichè ad entrambi è stato affidato il vangelo. Si registra un notevole sguardo di fede nell’assemblea di Gerusalemme. L’esperienza di Pietro, per quanto importante per la prima comunità cristiana, non esaurisce il manifestarsi dell’agire divino. Le persone più ragguardevoli vedono (con sguardo credente) che a Paolo è stato affidato il vangelo per i non circoncisi come a Pietro quello per i circoncisi (Gal 2,7-8). Non si tratta di privilegi ma di un incarico, di una missione. È il vangelo il criterio sommo di valutazione: per Paolo e anche per i responsabili di Gerusalemme. Nessuno ne è proprietario, perché il vangelo è affidato da Dio e l’evangelizzatore è solo un ministro (cf. 1Cor 3,5). 2.3 Paolo contesta Pietro: per amore del Vangelo La narrazione dell’evento di Antiochia ha un tono certamente più duro rispetto all’episodio precedente. Anzi, sembra perfino contraddire quell’armonia appena ricordata tra Paolo e le «colonne» di Gerusalemme. Ad Antiochia, capitale della provincia romana di Siria e terza città dell’impero dopo Roma e Alessandria d’Egitto, era nata una delle comunità cristiane più vivaci. A portare il vangelo erano stati i credenti costretti a lasciare Gerusalemme in seguito alla persecuzione scoppiata al tempo del martirio di Stefano. Essi si erano rivolti anzitutto ai Giudei, ma ben presto in quella città multirazziale “la buona novella del Signore Gesù” fu annunciata anche ai Greci, e un gran numero credette e si convertì al Signore (vedi Atti 11,19-21). A guidare questa giovane comunità aperta, che vedeva riuniti nella fede in Cristo credenti provenienti dal giudaismo e dal mondo greco, la Chiesa di Gerusalemme aveva inviato Barnaba, “uomo pieno di Spirito Santo e di fede” che davanti a tanta grazia del Signore non poté che rallegrarsi. Ma si premurò anche di trovare collaboratori. Andò infatti a Tarso in cerca di Saulo / Paolo e lo coinvolse nell’animazione della comunità di Antiochia. Cosa avviene in seguito e perché Paolo si sente in dovere di richiamare alla coerenza il primo Papa? Non mi piace chiamarlo “incidente di Antiochia”, è qualcosa di più. Attenzione però che nella lettera ai Galati noi sentiamo solo una campana, quella di Paolo. Le “ragioni” di Pietro non vengono dette (il che non significa che non ne abbia avute). La lettura degli eventi è «paolina» e non di un terzo situato in posizione neutrale (gli Atti non raccontano questo episodio).

Ecco dunque cosa scrive l’Apostolo: “Quando Cefa venne ad Antiochia, mi opposi a lui a viso aperto perché evidentemente aveva torto. Infatti, prima che giungessero alcuni da parte di Giacomo, egli prendeva cibo insieme ai pagani; ma dopo la loro venuta, cominciò a evitarli e a tenersi in disparte, per timore dei circoncisi. E anche gli altri Giudei lo imitarono nella simulazione, al punto che anche Barnaba si lasciò attirare nella loro ipocrisia. Ora quando vidi che non si comportavano rettamente secondo la verità del vangelo, dissi a Cefa in presenza di tutti: “Se tu, che sei Giudeo, vivi come i pagani e non alla maniera dei Giudei, come puoi costringere i pagani a vivere alla maniera dei Giudei?” (Gal 2,11-14). Paolo era preoccupato che la comunità di Antiochia venisse disorientata dal comportamento mutevole di Pietro, il quale probabilmente cercava di mediare tra i diversi gruppi, in particolare dopo l’arrivo dei giudeo-cristiani di Gerusalemme che avevano difficoltà ad accettare la comunione di mensa così come era praticata nella comunità mista di Antiochia. Qui l’uomo punta (Paolo) si scontra con l’uomo ponte (Pietro). D’altro canto il silenzio di Pietro lascia supporre che egli abbia accolto la critica di Paolo. Essa non distrugge la comunione tra i due apostoli. Le divergenze concrete sono evidenti all’intera comunità coinvolta nel diverbio, ma non fanno scadere il rapporto in mancanza di rispetto o in separazione. Trovo bello che Paolo e Pietro siano menzionati insieme non solo quando mostrano di condividere gli stessi principi (vedi At 15), ma anche quando sperimentano la possibilità di attuazioni pratiche diverse. La tensione dialettica tra il principio di fede attorno a cui si converge e la realizzazione pratica, è una tensione inerente alla pastorale di ogni tempo. E allora? Chiediamo anche per intercessione del beato Giacomo Alberione la grazia di cercare umilmente insieme la verità che libera, coniugando alla maniera di Paolo parresia evangelica e koinonia.

Conclusione Per stare a quanto citavo sopra del Fondatore che esortava ad attenersi alle indicazioni del Papa, vorrei concludere con l’invito a prendere il largo che ci viene da Giovanni Paolo II nella Novo millennio ineunte. “Occorre riaccendere in noi – scrive il Papa – lo slancio delle origini, lasciandoci pervadere dall’ardore della predicazione apostolica seguita alla Pentecoste. Dobbiamo rivivere in noi il sentimento infuocato di Paolo, il quale esclamava: Guai a me se non predicassi il Vangelo! (1Cor 9,16).” (NMI, 40). E la Famiglia Paolina si propone appunto di vivere san Paolo oggi: “pensando, zelando, pregando e santificandosi come farebbe San Paolo, se oggi vivesse”, afferma don Alberione. “Se san Paolo vivesse oggi, continuerebbe ad ardere di quella duplice fiamma, di un  medesimo  incendio, lo zelo per Dio ed il suo Cristo, e per gli uomini d’ogni paese. E per farsi sentire  salirebbe sui pulpiti più elevati e moltiplicherebbe la sua parola con i mezzi del  progresso  attuale: stampa, cine, radio, televisione. Non sarebbe, la sua dottrina, fredda ed  astratta. Quando egli arrivava, non compariva per una conferenza occasionale: ma si fermava e formava…” (Ottobre 1954; Carissimi in San Paolo, 1151-1152). Dunque: entusiasmo per il Vangelo, passione di vivere e comunicare Gesù Cristo via verità e vita. E vivere questa passione per il Vangelo in modo tale che la Famiglia Paolina appaia “casa e scuola della comunione” (vedi NMI, 43-45). Preghiamo perché lo Spirito santo ci doni anche di realizzare qualcosa come Famiglia in quest’anno alberioniano: penso a una realtà inter-congregazionale, a un’oasi di vita per la nostra affascinante spiritualità paolina. Don Alberione diceva: “Le nostre Case vanno bene quando si fa  un centro Paolino in cui siano rappresentate tutte le Famiglie e vi sia la comprensione e lo  scambievole  aiuto spirituale non solo di preghiere, ma anche di buon esempio e di santa emulazione nello zelo” (alle Figlie di San Paolo nel 1954). Che lo Spirito illumini in particolare chi ha il compito di governare le nostre Congregazioni e Istituti, perché non abbiano paura di aprire strade nuove, e possano farlo in comunione: per non correre invano.  

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