Archive pour la catégorie 'Lettera ai Galati'

di Romano Penna : « SIETE STATI CHIAMATI A LIBERTÀ » (Gal 5,13).

dal sito:

http://www.diocesi.brescia.it/main/uffici_servizi_di_curia/u_catechistico/documenti/relazione_Romano_Penna.doc

« SIETE STATI CHIAMATI A LIBERTÀ » (Gal 5,13).
Cosa vuol dire oggi?

di Romano Penna
(« Villa Pace » di Gussago, 8 giugno 2008)

Le parole del titolo sono di san Paolo. Quindi sono state scritte circa duemila anni fa. Ma non hanno perso nulla del loro fascino originario, anzi sono sempre più attuali. Perché? Semplicemente perché l’ideale e la ricerca della libertà non hanno tempo, visto che appartengono al fondo dell’uomo, di ogni uomo. E sono parole che fanno il paio con queste altre, ancora più forti, con cui si apre lo stesso capitolo cinque della lettera ai Galati: « Per la libertà Cristo ci ha liberati »! Con questa frase, secondo il copione inedito di un film preparato da Pier Paolo Pasolini su san Paolo, situato tutto nel nostro tempo, l’Apostolo doveva iniziare a Marsiglia il suo discorso a un gruppo di fuorusciti spagnoli dell’ex-regime di Franco.
Dunque, secondo Paolo, noi non siamo soltanto « chiamati » (oggi) ad essere liberi domani, come se la libertà fosse un traguardo ancora tutto da raggiungere. Al contrario, il vangelo consiste nell’annuncio di una libertà già procurata e già donata; sicché, se è stata accolta, essa è già posseduta. In effetti, poco prima nella stessa lettera, Paolo prende le distanze da alcuni « falsi fratelli », che « si sono introdotti per insidiare la libertà che abbiamo in Cristo Gesù » (2,4).
Qui tocchiamo uno dei punti davvero caratteristici dell’identità cristiana, per cui essa si distingue da ogni altro tipo di libertà intesa in senso politico e soprattutto filosofico. Secondo la filosofia, ogni uomo è libero per natura, quindi per nascita, e decide autonomamente le proprie scelte: si tratta del cosiddetto « libero arbitrio », su cui Erasmo da Rotterdam nel 1500 scrisse un celebre trattatello. Il guaio è che ciò è vero in teoria, mentre poi in pratica ciascuno di noi è doppiamente condizionato e limitato: primo, dal nostro personale egoismo (radicato in una situazione originaria di peccato), per cui fare tutto quello che si vuole significa in realtà essere sottomessi a stimoli e pulsioni pre-razionali che ci comandano e di cui siamo forse inconsapevolmente schiavi; secondo, siamo condizionati dalle imposizioni della legge, non tanto di quella civile quanto di quella morale (i comandamenti), nella misura in cui pensiamo di essere graditi a Dio solo se osserviamo con le nostre opere la sua volontà precettiva, senza tener conto della sua grazia. Ecco perché, in contrapposizione a Erasmo, Lutero scrisse un trattatello intitolato « Il servo arbitrio », per dire che in concreto l’uomo è vincolato a una condizione di peccato, che ne limita le vere possibilità.
Ebbene, se Paolo dice che Cristo « ci ha liberati », ciò significa innanzitutto riconoscere che senza Cristo noi ci troviamo in una condizione di servitù (nei confronti sia dell’egoismo sia del principio esterno della legge) e in secondo luogo che noi possiamo ritrovare la nostra libertà piena solo come frutto di una liberazione. Qui sta il punto: senza questa liberazione, noi non siamo liberi! Ma la liberazione, di cui si tratta, non è il prodotto di un nostro sforzo individuale, che ci ricondurrebbe fatalmente alla nostra auto-affermazione e farebbe ancora di noi il criterio interessato di misura del rapporto con gli altri. Invece, la libertà cristiana è il risultato di un costo pagato dall’amore di Cristo per noi (« mi ha amato e ha dato se stesso per me »: Gal 2,20) e quindi il risultato di un dono assolutamente disinteressato.
C’è poi un risvolto importantissimo della libertà cristiana, senza il quale non si capirebbe in che cosa essa davvero consiste. Ed è che la libertà, oltre a consistere in una radice profondamente piantata in noi, si esprime in comportamenti gratuiti e generosi nei confronti degli altri. È qui che ha senso l’idea di libertà come chiamata (« chiamati a libertà »). Infatti Paolo prosegue nella sua lettera: « Non fate della libertà un pretesto per la carne, ma mediante l’amore fatevi servi gli uni degli altri ». Ora, la carne in senso paolino è tutto ciò che prescinde o si oppone alla generosità veramente ‘liberale’ di Dio, cioè è un’atmosfera di chiusura a lui e quindi di deterioramento personale. Perciò la libertà evangelica esclude ogni ripiegamento su se stessi e invece proietta il cristiano al servizio del prossimo.
Si vede bene quindi che la libertà ha una doppia componente: l’una è a livello di realtà oggettiva, statica, e consiste in un modo d’essere, reale e profondo, acquisito per grazia di Dio; l’altra è a livello soggettivo, dinamico, e consiste in un modo di agire, che ci fa estroversi, cioè ci proietta al di fuori di noi e ci impegna per il bene degli altri. Allora, si capisce che la seconda non sta senza la prima: l’impegno non avrebbe senso, se non si fondasse su di un dono di cui siamo beneficiari; ma, altrettanto, la prima componente sarebbe sterile, se non si traducesse positivamente in modi nuovi di vivere. Perciò, si potrebbe dire che la libertà effettiva, che già ci è stata donata, diventa una chiamata, cioè un impulso, una spinta, un input a liberarci sempre più di noi stessi per esprimerci in pienezza a favore degli altri.

XXVII SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO – MERCOLEDÌ 8 OTTOBRE 2008

XXVII SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

MERCOLEDÌ 8 OTTOBRE 2008

 

MESSA DEL GIORNO

Prima Lettura Gal 2,1-2.7-14
Fratelli, dopo quattordici anni, andai di nuovo a Gerusalemme in compagnia di Barnaba, portando con me anche Tito: vi andai però in seguito ad una rivelazione. Esposi loro il vangelo che io predico tra i pagani, ma lo esposi privatamente alle persone più ragguardevoli, per non trovarmi nel rischio di correre o di aver corso invano. Anzi, visto che a me era stato affidato il vangelo per i non circoncisi, come a Pietro quello per i circoncisi — poiché colui che aveva agito in Pietro per farne un apostolo dei circoncisi aveva agito anche in me per i pagani — e riconoscendo la grazia a me conferita, Giacomo, Cefa e Giovanni, ritenuti le colonne, diedero a me e a Bàrnaba la loro destra in segno di comunione, perché noi andassimo verso i pagani ed essi verso i circoncisi. Soltanto ci pregarono di ricordarci dei poveri: ciò che mi sono proprio preoccupato di fare. Ma quando Cefa venne ad Antiòchia, mi opposi a lui a viso aperto perché evidentemente aveva torto. Infatti, prima che giungessero alcuni da parte di Giacomo, egli prendeva cibo insieme ai pagani; ma dopo la loro venuta, cominciò a evitarli e a tenersi in disparte, per timore dei circoncisi. E anche gli altri Giudei lo imitarono nella simulazione, al punto che anche Bàrnaba si lasciò attirare nella loro ipocrisia. Ora quando vidi che non si comportavano rettamente secondo la verità del vangelo, dissi a Cefa in presenza di tutti: «Se tu, che sei Giudeo, vivi come i pagani e non alla maniera dei Giudei, come puoi costringere i pagani a vivere alla maniera dei Giudei?».

UFFICIO DELLE LETTURE

Prima Lettura
Dalla prima lettera a Timoteo di san Paolo, apostolo 4, 1 – 5, 2

Il vescovo, maestro di sana dottrina e uomo di pietà
Carissimo, lo Spirito dichiara apertamente che negli ultimi tempi alcuni si allontaneranno dalla fede, dando retta a spiriti menzogneri e a dottrine diaboliche, sedotti dall’ipocrisia di impostori, già bollati a fuoco nella loro coscienza. Costoro vieteranno il matrimonio, imporranno di astenersi da alcuni cibi che Dio ha creato per essere mangiati con rendimento di grazie dai fedeli e da quanti conoscono la verità. Infatti tutto ciò che è stato creato da Dio è buono e nulla è da scartarsi, quando lo si prende con rendimento di grazie, perché esso viene santificato dalla parola di Dio e dalla preghiera. Proponendo queste cose ai fratelli sarai un buon ministro di Cristo Gesù, nutrito come sei dalle parole della fede e della buona dottrina che hai seguito. Rifiuta invece le favole profane, roba da vecchierelle. Esercitati nella pietà, perché l’esercizio fisico è utile a poco, mentre la pietà è utile a tutto, portando con sé la promessa della vita presente come di quella futura. Certo questa parola è degna di fede. Noi infatti ci affatichiamo e combattiamo perché abbiamo posto la nostra speranza nel Dio vivente, che è il salvatore di tutti gli uomini, ma soprattutto di quelli che credono. Questo tu devi proclamare e insegnare. Nessuno disprezzi la tua giovane età, ma sii esempio ai fedeli nelle parole, nel comportamento, nella carità, nella fede, nella purezza. Fino al mio arrivo, dèdicati alla lettura, all’esortazione e all’insegnamento. Non trascurare il dono spirituale che è in te e che ti è stato conferito, per indicazioni di profeti, con l’imposizione delle mani da parte del collegio dei presbiteri. Abbi premura di queste cose, dèdicati ad esse interamente perché tutti vedano il tuo progresso. Vigila su te stesso e sul tuo insegnamento e sii perseverante: così facendo salverai te stesso e coloro che ti ascoltano. Non essere aspro nel riprendere un anziano, ma esortalo come fosse tuo padre; i più giovani come fratelli; le donne anziane come madri e le più giovani come sorelle, in tutta purezza.

Responsorio
Cfr. 1 Tm 4, 8. 10; 2 Cor 4, 9
R. La pietà è utile a tutto, e porta con sé la promessa della vita. Noi ci affatichiamo e combattiamo, * perché abbiamo posto la nostra speranza nel Dio vivente.
V. Perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi,
R. perché abbiamo posto la nostra speranza nel Dio vivente.

VESPRI
Lettura Breve
Ef 3, 20-21
A colui che in tutto ha potere di fare molto pi
ù
di quanto possiamo domandare o pensare, secondo la potenza che già opera in noi, a lui la gloria nella Chiesa e in Cristo Gesù per tutte le generazioni, nei secoli dei secoli! Amen.

PAOLO, UN’AUTOBIOGRAFIA IN GAL 1,11-24

PAOLO, UN’AUTOBIOGRAFIA IN GAL 1,11-24

 

questo è il titolo che la BJ edizione italiana da a questa parte della lettera ai Galati, l’interpretazione di questa lettera non è facile, a detta anche di Mons. Ravasi – sto leggendo il suo commento ai Galati – quello che mi interroga è proprio questa presentazione molto personale, questo annuncio del vangelo che Paolo fa in questa parte della lettera; ho in mano una, abbastanza breve, spiegazione di Mons. Ravasi, la propongo, stralciandola dall’intero commento alla lettera paolina, perché sembra una sorta di autobiografia che Paolo fa, una autobiografia nella quale il protagonista non è più Paolo con la sua storia: la nascita gli studi, la conversione ecc., i luoghi dove è nato, cresciuto, ma una biografia che parte da Gesù, il primo personaggio di questa non è più Paolo stesso, ma Gesù il primo protagonista, Paolo non si mette al centro della sua storia, ma mette Gesù Cristo al centro della sua storia, e questo a me sembra un passaggio particolarmente importante, sia delle lettere, sia della persona di Paolo, della sua fede; come un indicare a chi ascolta la sua parola, legge le sue lettere, chi è veramente al centro della vita dell’uomo; questo il mio pensiero, ora ascoltiamo ciò che dice Ravasi:

 

un breve passaggio dall’ introduzione a questa parte:

 

« Teniamo… presente che Paolo, come apostolo e pastore, è profondamente coinvolto nel messaggio che annuncia e che da noi viene richiesta l’apertura del cuore, perchè tocchiamo le radici del nostro credere cristiano, perché diventi anche in noi efficace e non rimanga « 

 

commento a Gal 1,11-24, il commento prosegue fino a 2,14 considerando un’unica unità, ma io mi fermo a questo breve, ma intenso scritto, la parola a Mons. Ravasi:

 

« IL VANGELO ANNUNCIATO DA PAOLO (Gal 1,11-2,14 – lettura solo di 1,11-24)

… che con la parola Paolo non intende il testo scritto, ma la persona stessa di Gesù Cristo che è tutt’uno con il suo messaggio. Sappiamo anche che Paolo ripete che non esiste altro vangelo al di fuori di quello da lui annunciato.

a) Origine del vangelo annunciato da Paolo

Paolo puntualizza l’origine, la genesi del vangelo. Vediamo come egli esprime ciò nella lingua greca, usufruendo della potenzialità espressiva di tre preposizioni che nella traduzione italiana va un po’ perduta. In 1,11-12 egli scrive:

<Vi dichiaro, fratelli, che il vangelo da me annunziato non è modellato sull’uomo; infatti io non l’ho ricevuto né l’ho imparato da uomini, ma per rivelazione di Gesù Cristo>

Innanzitutto l’espressione è una parafrasi; in greco c’è semplicemente Katà ànthropon, , .

Dice poi: , in greco parà anthrópou,cioè non l’ha ricevuto , per derivazione (parà) umana. Da una lato quindi un vangelo che non è fondato su ragionamenti umani, dall’altro la sua trasmissione che non è avvenuta attraverso la comunicazione normale da uomo a uomo, il dialogo intraumano.

Infine Paolo dice: , in greco: dià apokalýpseos, che Gesù Cristo ha fatto.

Il movimento indicato delle tre proposizioni originali è comprensibile anche a chi non sappia il greco: si parte dal basso con katà in riferimento alla fondazione non umana; parà esprime lo scorrimento orizzontale, il canale umano; ambedue le cose vengono escluse; infine dià indica la vera mediazione, che è verticale, viene dall’alto, è rivelazione.

Usando ora il linguaggio teologico possiamo dire che Paolo sottolinea il carattere trascendente del vangelo da lui predicato: non sboccia da terreno umano, ma scende dal cielo di Dio.

b) Forza dell’evangelo

Dopo averne esposto l’origine, Paolo passa a considerare la forza del vangelo, realtà divina efficacie, potente, che non nasce da semplici meccanismi o dinamismi umani, che non è prodotto del nostro volere, della nostra esperienza, del nostro desiderio, ma si compie come dono dall’alto. Lui stesso, Paolo, ne è una prova, un testimone: il vangelo ha distrutto ogni sua opposizione istantaneamente con un’irruzione dall’esterno. In questo contesto, Paolo riprende la parola apokálypsis, che aveva usato poco prima, e specifica , . Paolo racconta in prima persona con poche pennellate la sua conversione, narrata anche negli Atti degli apostoli, con gli interventi stilistici tipici di luca, per ben tre volte (c. 9, 22 e 26). Qui vi è messa alla radice la forza stessa del vangelo, il messaggio di salvezza del Cristo.

<Voi avete certamente sentito parlare della mia condotta di un tempo nel giudaismo, come io perseguitassi fieramente la chiesa di Dio e la devastassi, superando nel giudaismo la maggior parte dei miei coetanei e connazionali, accanito com’ero nel sostenere le tradizioni dei padri> (1,11-15)

È il passato di Paolo, l’orizzonte lascito alle spalle dopo esservi stato profondamente immerso, avvolto in esso come in una ragnatela che lo possedeva integralmente.

<Ma (ecco il ‘ma’ delle grandi svolte) quando colui che mi scelse fin dal senso di mia madre e mi chiamò con la sua grazia, si compiacque di rivelare in me (in greco abbiamo en emòi, quindi non ‘a me’, ma ‘dentro di me’ ) suo Figlio perché lo annunziassi in mezzo ai pagani, subito, senza consultare uomo...> (1, 16-17).

Le poche volte in cui Paolo accenna alla sua conversione, alla chiamata e all’ in lui del Cristo, usa lo schema: ; al centro si inserisce la lama che trafisse la sua esistenza.

c) Sviluppo nella biografia di Paolo del vangelo da lui annunciato

Qui Paolo si lascia prendere dal filo autobiografico che lentamente si configura come elemento teologico. Ci interesseremo, ora, di una questione storica, cioè della vicenda personale di Paolo, perché essa ha continui riverberi, connotati e qualità di tipo teologico. È il messaggio che dobbiamo con attenzione scoprire e non la semplice informazione storica.

1) IL RITIRO NEL DESERTO

Paolo dice: . È un breve cenno autobiografico nei vv. 16-17:

<...senza consultare nessuno, senza andare a Gerusalemme da coloro che erano apostoli prima di me, mi recai in Arabia e poi tornai a Damasco.>

Dopo l’evento sulla via di Damasco, la conversione, egli non va a Gerusalemme, si ritira in Arabia. Col termine Arabia si indicava una regione sterminata, Paolo intende probabilmente la zona meridionale dell’attuale Giordania, L’Arabia Nabatea, dove passavano le carovane dei famosi mercanti nabatei che diedero origine a quella singolare, unica e stupenda città che è Petra. »

 

il testo di Ravasi prosegue da 2,1 quando Paolo, in seguito va a Gerusalemme.

LA SAPIENZA PREESISTENTE NELLA LETTERATURA PAOLINA (Cor; Gal;) (PRIMA PARTE)

LA SAPIENZA PREESISTENTE NELLA LETTERATURA PAOLINA

il libro dal quale traggo questo stralcio di studi su San Paolo è stato scritto dal Prof. Marco Nobile nel 1993, Padre Marco, è stato mio professore di studi sull’Antico Testamento, ormai diversi anni fa, lo scrivo non per me, ho dimenticato anche troppe cose, purtroppo, ma perché i corsi fatti con lui sono tra i più bei ricordi degli anni di studio nelle facoltà teologiche, vi sono diverse citazioni in greco che non posso mettere perché il programma del Blog non lo consente, ma sono tradotte in italiano, inoltre a me non piace molto la traslitterazione, è possibile per chi conosce il greco seguire il commento sul testo originale; divido il testo su due o tre post;

Nobile M., Premesse anticotestamentarie di cristologia, Pontificium Athenaem Antonianum Romae 1993

per un’introduzione breve ai libri sapienziali dell’Antico Testamento vedere:

http://www.bibbiaedu.it/versioneCEI_1974/index.html

un po’ più approfondito (Prof. G. Ghirlanda) in:

http://www.lasacrabibbia.com/LIBRI%20SAPIENZIALI.htm

da questo ultimo sito stralcio la presentazione della « Sapienza personificata »:

« La sapienza personificata

Accolta e sviluppatasi all’interno dell’esperienza storica e religiosa d’Israele, la sapienza, dopo l’esilio, tende a essere considerata come una realtà a sé, distinta da Dio e dall’uomo; in altre parole, subisce un processo di personificazione. I saggi, oltre alla sapienza proverbiale che può regolare con certo successo la vita dell’uomo, rilevano e ammirano una sapienza che traspare dall’ordine, dall’armonia e movimento dell’universo (Gn 1 lo fa con linguaggio catechistico; i Salmi 8, 19, 104 col linguaggio della preghiera). La stessa legge, che era stata il vaglio della sapienza contro possibili deviazioni, viene presentata, nella parte più recente del Deuteronomio (secolo VI/V), come un insieme di norme così «sapienti» da suscitare l’ammirazione degli altri popoli per Israele, depositario di un tale patrimonio, Dt 4,5-8. Il Siracide porterà a termine questo processo di assimilazione identificando semplicemente la sapienza con la legge dell’Altissimo, 24,22. I saggi parlano della sapienza che presiede alla creazione, Pro 8,30, della sapienza che pone la sua dimora in Israele sotto forma di legge, Sir 24,8, senza alcuna specificazione: è sempre la stessa sapienza che porta l’uomo all’incontro con l’universo di Dio e all’incontro col Dio dell’universo. La messa in scena della sapienza come una persona, più che una speculazione su un attributo di Dio o l’anticipazione di una pluralità di persone in Dio (che sarà rivelata nel Nuovo Testamento), indica la preziosità e l’autorità di questa sapienza (cfr. il caso simile della personificazione letteraria della parola di Dio, per esempio in Is 55,10-11). Essa invita alla sua mensa, Pro 9,1-6, e minaccia chi la respinge, perché dalla sua accoglienza o rifiuto dipendono la vita o la morte, Pro 8,35-36; cfr. Dt 30,15. La sua misteriosità e irreperibilità per l’uomo, Gb 28; Bar 3,15.31, sottolineano che solo Dio la possiede e può inviarla come compagna e amica dell’uomo. Per questo il Siracide e l’autore del libro della Sapienza si rivolgono a Dio con la preghiera per ottenerla, Sir 39,5-6; Sap 8,21; infatti «per quanto uno tra i figli degli uomini sia perfetto, se gli manca la sapienza che viene da te, come un nulla sarà considerato», Sap 9,6. Essa non irrompe con prepotenza nella vita dell’uomo come la parola profetica (cfr. Am 3,8; 7,15; Ger 20,7-10), ma chiama a una collaborazione più libera e responsabile, diuturna e impegnativa (cfr. Sir 39,1-11). Risultato di tale collaborazione è la nuova forma che assume la parola che Dio continua a rivolgere a Israele, con linguaggio accessibile anche fuori d’Israele. Al di là del genere celebrativo encomiastico e della personificazione letteraria, i testi che esaltano la sapienza che viene da Dio, Pro 8,12-36; Gb 28; Sir 24,1-27; Sap 7,22-30, esprimono un’esperienza di fede, perché essa è frutto di preghiera, di meditazione assidua sulla «parola» che Israele già possedeva, e di una illuminazione di Dio. Mediante questa mentalità sapienziale Israele, attraverso l’opera dei suoi saggi, si riappropria anche del suo passato storico, vedendo la sapienza di Dio all’opera nella vita dei grandi personaggi del passato, Sir 44-50, o alla guida del popolo nel periodo più significativo della sua storia: l’esodo, Sap 10-12; 16-19. Queste «riletture» del passato, profondamente diverse nelle loro modalità specifiche, convengono nella loro funzione sapienziale di ammaestramento per il presente e segnano un ulteriore passo verso una visione globale del patrimonio religioso e legislativo, storico e culturale d’Israele che i saggi sembrano voler proporre sotto il nome prestigioso di sapienza. Il Siracide, 24,10, cercherà di integrare in questa visione globale anche il culto, così assente dalla letteratura sapienziale, proponendo la sapienza quasi come l’artefice delle celebrazioni liturgiche d’Israele nel tabernacolo del deserto e nel tempio di Gerusalemme; in altri termini, vedendo nella prassi cultuale, regolata dalla legge, una saggia impostazione del rapporto dell’uomo con Dio, da cui non si può prescindere. Le entusiastiche presentazioni di Aronne e del sommo sacerdote Simeone II, Sir 45,6-22; 50,1-21, testimoniano un attaccamento al culto e al sacerdozio che, nel contesto sapienziale, va oltre l’istituzione come tale e li considera come parte integrante di quella sapienza che scende da Dio e ha trovato in Israele la sua dimora, Sir 24,8. « 

il testo di Padre Marco Nobile:

(scrivo qualcosa dall’indice perché alcuni libri dell’Antico Testamento utilizzati nella parte che propongo alla lettura sono citati nella prima parte e posso essere letti dalla Bibbia per maggiore comprensione)

Capitolo Primo:

Figure all’origine di traiettorie teologiche nell’Antico Testamento

3 parti:

a. La rivelazione biblica veterotestamentaria come storia

b. La rivelazione biblica veterotestamentaria come profezia

c. La rivelazione biblica veterotestamentaria come canto, preghiera e sapienza

Capitolo secondo:

L’epoca del giudaismo primevo, recipiente di rielaborazione dell’Antico Testamento

Inquadramenti:

a. La sapienza preesistente

- Giobbe 28

- Proverbi 8

- Sapienza 7-9

- Aristobulo

- Filone di Alessandria

- Testi apocalittici

b. La Sapienza-Torà preesistente

- nel nascente giudaismo

- Siracide 1,24

- Baruc 3-4

c. La Sapienza e il Messia preesistente

- Mic 5, 1-3

- Salmo 110

- Salmo 72

- Enoc Etiopico

- Apocalisse siriaca di Baruc e 4Esdra

segue….

Capitolo terzo

a. la tradizione sinottica

b La sapienza preesistente nella letteratura paolina

c. il Salvatore preesistente di Gv 1,1-8

conclusione del libro

« LA SAPIENZA PREESISTENTE NELLA LETTERATURA PAOLINA

(pagg. 101-118)

Il motivo della Sapienza preesistente è conosciuto da Paolo ed è ben presente nelle sue lettere. In questo saggio vi si può solo accennare.

1Cor 2,7s

In questi versetti, Paolo, polemizzando con i Corinti, vogliosi di sapienza umana, afferma con forza che la sapienza vera, di cui lui parla, è la sophia theou (sapienza di Dio), un mistero (notare la relazione del concetto di misterion (greco) con la sapienza, concezione cara all’apocalittica) …nascosto fin dagli inizi del tempo a gloria dei redenti, un mistero che i principi di questo modo non hanno conosciuto, altrimenti non avrebbero crocifisso il Signore della gloria: La Sapienza preesistente viene messa in relazione al Gesù crocifisso, anzi con lui identificata (precedentemente, in 3,30, Paolo aveva affermato che il Cristo è diventato per noi sapienza). In tal modo, la speculazione sulla Sapienza mostra di essere servita per l’interpretazione apocalittico-soteriologica della morte storica di Gesù. Sulla base, poi, della assimilazione sapienza-spirito…Paolo afferma nel v. 10 che chi ha rivelato il mistero ai credenti è lo spirito: , e aggiunge più avanti: ha conosciuto il pensiero del Signore, da dargli lezione (Is 40, 13)? Ora, noi abbiamo la mente (greco) di Cristo> (vv. 15-16).

Come risulta evidente, Paolo, con le sue argomentazioni, crea una sequenza di contiguità e di assimilazioni: Cristo-Sapienza-Spirito conoscitore dei misteri-apprendimento, ad opera dello Spirito (greco), il quale possiede la stessa di Cristo.

Paolo, adoperando concezioni correnti, le ha trasfigurate nel nuovo pensiero: la sua cristologia.

1Cor 8, 4-6

Nel contesto della difesa dell’unico Dio conto la molteplicità degli idoli, Paolo afferma che non vi è altro Dio se non il Padre (da cui s’inferisce indirettamente la figliolanza divina di Gesù) dal quale tutto proviene, e un solo Signore, Gesù, mediante il quale sono tutte le cose e noi stessi (greco).

Questa espressione che, prima di Cristo sarebbe stata adoperata per la Sapienza viene ora riferita a lui. Sapienza preesistente. Lo… (autore) scorge in questo passo non tanto un’invenzione paolina, quanto piuttosto una dottrina oramai consolidata, appartenente al Kerigma cristiano originario …

1Cor 10, 1-11

In questo riferimento ad un teologico, tipico del tempo di Paolo, cioè l’Esodo nelle varie interpretazioni correnti, l’apostolo dice che la roccia da cui era scaturita l’acqua del deserto era Cristo: (greco) (v 4). per avere un qualche testimonianza del retroterra da cui Paolo può aver attinto materiale per le sue argomentazioni, bisogna considerare testi come quello di Filone, il quale, trattando lo stesso in Quod deterius potiori insidiari soleat 115-116, afferma che la roccia era la sapienza di Dio:

Questo retroterra concettuale è però presente anche nella letteratura rabbinica dove alla sapienza di frequente viene sostituita la Torà (cfr Mekh a Es 13,7 e 15,25).

Paolo, quindi, pregno di quest’ordine di idee, ha operato un passaggio dalla concezione corrente della roccia-sapienza, alla roccia-Cristo.

Gal 4,4s

.

In questo passo paolino, si ha una splendida testimonianza di quanto noi andiamo trattando. La (greco) ricrea il quadro apocalittico del punto di arrivo ultimo della traiettoria storico-salvifica partita dai primordi (cfr. 1Cor 2,7s), mentre l’invio del figlio da parte di Dio Padre evoca la discesa della Sapienza dal trono celeste sulla terra (Sir 24; Sap 9). Interessante è il processo di personalizzazione operato da Paolo: il Figlio (Sapienza), inviato da Dio, è nato da una donna, sotto il regime della legge. Quell’ordine d’idee allora corrente attorno alla Sapienza, è stato personalizzato nella figura del Gesù storico, aprendo la strada al concetto fondamentale d’incarnazione. L’assunzione del corpo umano, della , da parte di Dio, è un elemento di vitale importanza per il pensiero di Paolo, come dimostra anche Rm 8,3: Dio avendo inviato il proprio Figlio in uno stato di affinità con la carne del peccato e per il peccato, condannò il peccato nella carne>. Qui l’invio del Figlio come incarnazione, data la valenza negativa del concetto di sarx (carne), è da intendere come una parabola discendente di umiliazione, nel senso di Fil 2,7: <...ma svuotò se stesso, prendendo natura di servo, diventando simile agli uomini; ed essendo come uomo, si umiliò, facendosi obbediente...>

Che anche nel passo che stiamo considerando, Gal4,4s, l’incarnazione abbia quella connotazione negativa, lo si deduce dalla sua relazione con il regime non salvifico della legge. E qui si inserisce la connotazione soteriologica della speculazione sapienziale attorno al destino di Gesù. L’umiliazione e incarnazione del Figlio di Dio sotto il regime della legge, sono state operate per il riscatto dei credenti, quindi per la loro libertà dalla legge e per ricevere la figliolanza (greco) divina.

SEGUE SU ALTRO POST, SCRIVO (SECONDA PARTE)

Papa Benedetto: « In Cristo Gesù Dio stesso si è rivelato discendendo »

« In Gesù Cristo Dio stesso si è rivelato discendendo » 

Papa Benedetto XVI, Gesù di Nazareth, Libreria Editrice Vaticana 2007;   

pagg. 120-121; 

« Sulla bocca di Gesù tuttavia la parola acquista una profondità nuova. Fa parte della sua natura specifica il vedere Dio, lo stare faccia a faccia davanti a Lui, in continuo scambio interiore con lui – vivere l’esistenza di Figlio. Così l’espressione assume una valenza profondamente cristologica. Noi vedremo Dio quando entreremo nei « sentimenti di Cristo » (Fil 2,5). La purificazione del cuore si realizza nella sequela di Cristo, nell’unificazione con Lui. (Fil 2, 6-9). 

Queste parole segnano una storia decisiva nella storia della mistica. Mostrano la novità della mistica cristiana, che deriva dalla novità della rivelazione in Gesù Cristo. Dio discende, fino alla morte sulla croce. E proprio così si rivela nella sua autentica divinità. L’ascesa di Dio avviene nell’accompagnarlo in questa discesa. La liturgia d’ingresso al santuario del Salmo 24 riceve così un nuovo significato: il cuore puro è il cuore amante che si mette in comunione di servizio e di obbedienza con Gesù Cristo. L’amore è il fuoco che purifica e unisce ragione, volontà, sentimento, che unifica l’uomo in se stesso in virtù dell’azione unificante di Dio, cosìcché egli diviene servitore dell’unificazione di coloro che sono divisi: così l’uomo fa il suo ingresso nella dimora di Dio e può vederlo. Ed è questo che lo rende beato » 

BENEDETTO XVI – SAN PAOLO APOSTOLO: DALLA « SPE SALVI » 26

BENEDETTO XVI – SAN PAOLO APOSTOLO 

DALLA « SPES SALVI » 26: 

« Non è la scienza che redime l’uomo. L’uomo viene redento mediante l’amore. Ciò vale già nell’ambito puramente intramondano. Quando uno nella sua vita fa l’esperienza di un grande amore, quello è un momento di « redenzione » che dà senso nuovo alla sua vita. Ma ben presto egli si renderà anche conto che l’amore a lui donato non risolve, da solo, il problema della sua vita. È un amore che resta fragile. Può essere distrutto dalla morte. L’esser umano ha bisogno dell’amore incondizionato. Ha bisogno di quella certezza che gli fa dire: , qualunque cosa gli accada nel caso particolare. È questo che si intende, quando diciamo: Gesù Cristo ci ha . Per mezzo di Lui siamo diventi certi che Dio – di un Dio che nostituisce una lontana del mondo, perché il suo figlio unigenito si è fatto uomo e di Lui ciascuno può dire: (Gal 2,20) »

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