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II. «PER ME IL VIVERE È CRISTO» (Fil 1,12-26) – una lettura vocazionale

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II. «PER ME IL VIVERE È CRISTO» (Fil 1,12-26)

(I L’HO MESSO, MANCANO II,  III e IV)

Una lettura vocazionale di Fil 1,12-2,18

Giuseppe De Virgilio

II.1 LECTIO (14)  12 Desidero che sappiate, fratelli, come le mie vicende si sono volte piuttosto per il progresso del vangelo, 13 al punto che in tutto il palazzo del pretorio e dovunque sono divenute note le mie catene in Cristo. 14 In tal modo la maggior parte dei fratelli nel Signore, incoraggiati dalle mie catene, ancor più ardiscono annunciare senza timore la Parola (15). 15 Alcuni, è vero, predicano Cristo anche per invidia e spirito di contesa, ma altri con buoni sentimenti. 16 Questi lo fanno per amore, sapendo che sono stato incaricato per la difesa del vangelo; 17 quelli invece predicano Cristo con spirito di rivalità, con intenzioni non rette, pensando di accrescere dolore alle mie catene. 18 Ma questo che importa? Purché in ogni maniera, per convenienza o per sincerità, Cristo venga annunciato, io me ne rallegro e continuerò a rallegrarmene. 19 So infatti che tutto questo servirà alla mia salvezza, grazie alla vostra preghiera e all’aiuto dello Spirito di Gesù Cristo, 20 secondo la mia ardente attesa e la speranza che in nulla rimarrò deluso; anzi nella piena fiducia che, come sempre, anche ora Cristo sarà glorificato nel mio corpo, sia che io viva sia che io muoia. 21 Per me infatti il vivere è Cristo e il morire un guadagno. 22 Ma se il vivere nel corpo significa lavorare con frutto, non so davvero che cosa scegliere. 23 Sono stretto infatti tra queste due cose: ho il desiderio di lasciare questa vita per essere con Cristo, il che sarebbe assai meglio; 24 ma per voi è più necessario che io rimanga nella carne. 25 Persuaso di questo, so che rimarrò e continuerò a rimanere in mezzo a voi, per il progresso e la gioia della vostra fede, 26 affinché il vostro vanto nei miei riguardi cresca sempre più in Cristo Gesù, con il mio ritorno fra voi. Dopo l’indirizzo di saluto (Fil 1,1-2) e l’esordio (1,3-11), il nostro testo inizia con l’allusione alla situazione di prigionia dell’Apostolo, che «desidera»informare del progresso del Vangelo i cristiani di Filippi, chiamandoli «fratelli» (adelphoi). È proprio in un clima di familiarità e di confidenza che Paolo presenta la dialettica paradossale dell’ evangelizzazione, mentre egli si trova «in catene per Cristo» (v. 13: oste tous desmous mou phanerous en Christo). L’annuncio di Cristo è indissolubilmente congiunto con la sorte dell’ Apostolo. Egli intende parlare di sé (v. 12: ta kat’eme) non per mettere al centro la propria condizione, piuttosto per esaltare il misterioso progetto di Dio. L’Apostolo ormai non vive più per se stesso, ma solo per Cristo! D’altra parte la sofferenza e la prigionia non solo non hanno impedito l’evangelizzazione: al contrario, le catene di Paolo hanno perfino favorito la «corsa della Parola». Al v. 12 si impiega il termine prokope che fa da inclusione con quanto si ritro­va al v. 25: il vantaggio (progresso) del Vangelo e dei cristiani di Filippi (eis prokopen …eis ten hy­mon prokopen). Giudicando la sua condizione, Paolo incoraggia i credenti a leggere la volontà di Dio anche nelle sue catene. Nell’ambiente del pretorio e un po’ dovunque è nota la vicenda dell’ Apostolo e la sua testimonianza cristiana (16). Più che es­sere prigioniero degli uomini, Paolo sa di essere il «prigioniero di Cristo» (cf. Ef 3,1,4,1; Fm1) (17) da qui nasce il suo vanto (1,26). Il legame tra la persona dell’ Apostolo e il Vangelo non si è spezzato: le «catene» che lo limitano, contribuiscono ad «unirlo» di più a Cristo. Leggendo questi versetti scopriamo come al centro delle considerazioni di Paolo c’è la persona del Cristo. Le catene diventano un incoraggiamento per i cristiani della comunità locale dove egli è detenuto. In un clima di ritrovata fiducia nel Signore (en Kyrio) (18) la «maggior parte» dei fratelli (pleiones) ha ripreso a dedicarsi alla predicazione con maggiore intensità (perissoteros) e senza timore (aphobos). Nel v. 14 è interessante l’espressione tolman ton logon lalein che traduce letteralmente la formula «osare di dire la Parola »: occorre riconqui­stare l’audacia della Parola di Dio, la spinta missionaria della predicazione, senza la quale non è possibile edificare la Chiesa. Tuttavia nei vv. 15-17 questo processo evangelico è segnato da un’ambivalenza strisciante, che mette in luce la divisione tra i buoni operai e coloro che predicano per invidia e spirito di contesa. L’Apostolo conosce le problematiche della divisione nella comunità e le affronta con sapiente equilibrio di giudizio. Commenta Barbaglio: «In altre circostanze egli non si sarebbe dimostrato così tollerante: non una parola polemica, nessun attacco verbale, solo la constatazione di un fatto. Ma ora è in carcere ed ha interesse a dire ai Filippesi come non abbia cessato per questo di essere annunciatore del Vangelo; almeno indirettamente, per fas e per nefas l’annuncio di Cristo si compie e si compie per suo influsso» (19). Si coglie in questo passaggio la solida e serena maturità del pastore: dare la priorità all’annuncio del Vangelo e non al prestigio della sua persona e della sua autorità apostolica. Possiamo supporre quale situazione si fosse creata nel contesto ecclesiale, durante la prigionia di Paolo. Alcuni credenti, ritenendo Paolo ormai recluso e tramontato (un «personaggio scomodo»), approfittarono della sua condizione per intensificare la predicazione del Vangelo allo scopo di accrescere il proprio prestigio personale nell’ ambiente e far pesare ancora di più il suo stato di detenuto. Il testo definisce bene i due gruppi: alcuni predicano Cristo per invidia e spirito di contesa, con rivalità e intenzioni non pure, pensando di aggiungere dolore alle sue catene (v. 17), altri predicano con buoni sentimenti e per amore, sapendo che Paolo è stato posto per la difesa del Vangelo (v. 15-16) (20). Al v. 18 si ricava la posizione dell’Apostolo, introdotta dall’interrogativo retorico: ti gar (che cosa dunque?); a significare «che cosa importa?», espressione che ritroviamo in altri contesti argomentativi dell’ Apostolo (21). Anche se alcuni proclamano Cristo in modo negativo, «per pretesto» (v. 18: prophasei) e altri «nella verità-sincerità» (aletheia), Paolo «esulta e permane nella gioia» (en touto chairo… charesomai) per il fatto che Cristo viene annunciato (Christos kataggelletai). Si intro­duce qui il tema dominante di tutta la lettera che è quello della «gioia» (22). Pur stando in catene, l’Apostolo condivide la gioia del Vangelo e della missione, dando una straordinaria testimonianza cristiana all’intera comunità. Commenta Fabris: «Anche nel testo di Fil 1, 18b si può avvertire un implicito invito rivolto da Paolo ai Filippesi a seguire il suo esempio. Non è la condizione esterna o interna di conflitto che deve condizionare lo stato d’animo dei credenti, ma il fatto che l’annuncio di Cristo sia fatto ed accolto» (23). Nei vv. 19-26 il tono della comunicazione personale di Paolo si fa più intenso e commovente. Paolo ha la consapevolezza fondata (oida) che quanto sta avvenendo nella sua vita non si verifica per caso, ma risponde ad un preciso progetto di Dio «in vista della salvezza» (v. 19: apobesetai eis sote­rian) (24) In questa prospettiva la salvezza è definita non tanto dalla sorte del predicatore, ma dalla sua fede e dall’aiuto dello Spirito Santo. Egli si dichiara convinto di poter contare sulla preghiera della comunità (v. 19: dia tes hymon deeseos), qualunque cosa accadrà nel suo futuro. Di fronte al proget­to di Dio e al suo Vangelo egli vive una «ardente at­tesa e la speranza» (apokaradokia kai elpida): in nulla egli rimarrà confuso, comunque volgeranno gli avvenimenti che lo riguardano. L’espressione paolina del v. 20 è costruita in una forma antitetica e ricorda la fraseologia salmica dell’uomo fedele che «confida in Dio»25: «Cristo sarà glorificato nel mio corpo, sia che io viva sia che io muoia» (v. 20). Il cuore di Paolo è segnato da una «piena fiducia» (en pase parresia), che racchiude in sé l’obbedienza a Dio e la forza profetica della sua Parola di salvezza: sia in caso di assoluzione che in quello di condanna a morte, l’Apostolo è persuaso che il suo destino rimarrà indissolubilmente legato a Cristo. Il notissimo v. 21 costituisce il culmine della dichiarazione dell’ Apostolo: «Per me infatti il vivere (to zen) è Cristo e il morire (to apothanein) un guadagno (kerdos) ». La frase è costituita da due membri accostati senza la copula: ai due verbi antitetici «vivere/morire» corrispondono i termini «Cristo/guadagno». Il pronome iniziale «per me» (emoi), posto in modo enfatico all’inizio della frase, sottolinea il legame profondo che Paolo ha con la persona del Cristo. Il «vivere» nella prospettiva della fede cristologica abbraccia l’intera esistenza dell’ Apostolo, non solo il restare nella carne umana, ma il suo passato e il suo futuro. In Gal 2,20 l ‘Apostolo esprime un simile concetto teologico: «Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato. e ha dato se stesso per me». Anche in questa espressione ritorna la distinzione tra «Cristo vive in me» e il «vivere nella carne». Si comprende come la vocazione di Paolo è qualificata dalla relazione con Cristo, che è la ragione e il centro della sua persona e della sua missione. Nel «cuore di Cristo» abita l’essere di Paolo, passato, presente e futuro. In questa piena e totale relazione cristologica Paolo considera la morte come un guadagno, espressione paradossale che richiama un topos comune della tradizione filosofica greco-romana (26). La morte diventa una liberazione e, per questo, un guadagno a favore della persona umana, quando la vita è diventata insopportabile. Tuttavia qui Paolo non intende disprezzare la vita, neppure una vita segnata dalle catene: l’accento viene posto sulla centralità di Cristo, che è la pienezza di vita, al cui confronto tutti i beni, i possedimenti e le conoscenze dell’uomo risultano passeggere. Paolo riprenderà questa argomentazione in Fil 3,7-8 quando affermerà che per guadagnare Cristo egli ha considerato una «perdita» tutto quello che poteva essere per lui un «guadagno». Nei vv. 21-26 si riprende l’antitesi vivere/morire, in riferimento a quanto Paolo stesso desidera. Egli esprime il suo pensiero in un soliloquio mediante una costruzione ipotetica: la prospettiva di vivere «nella carne» (en sarchi) e di lavorare con frutto (karpos ergou) lo mettono nell’imbarazzo della scelta (v. 22). Tra vita apostolica e unione escatologica con Cristo nella morte (v. 23 «essere sciolto dal corpo») Paolo non sa cosa preferire. Nel contesto di Fil 1,23a il passivo di synechesthai («essere preso») esprime bene la condizione di Paolo, che si trova al «bivio di un’alternativa». Da una parte egli ha il «desiderio» (v. 23: ten epithymian echon) di essere sciolto dal corpo per essere con Cristo (syn Christo einai). Questo desiderio è interpretato dall’ Apostolo come la migliore soluzione (27). D’altra parte il «rimanere nella carne» è «più necessario» (v. 24: anagkaioteron di ‘hymas) per il bene della comunità. In questa contrapposizione emerge la vocazione dell’ Apostolo al servizio e alla missione nei riguardi della Chiesa. Nel v. 25 Paolo si dice convinto della necessità di continuare a lavorare nella Chiesa e di «essere di aiuto» a tutti i credenti per il progresso e la gio­ia della loro fede. L’Apostolo ha a cuore il «progresso» (prokope) di tutti i cristiani, come conseguenza del progresso del Vangelo. Allo stesso modo la gioia della fede è inseparabile con l’annuncio del Vangelo. La pericope era iniziata con la menzione delle «catene» e si conclude con il motivo della «gioia della fede» (chara tes pisteos), che ca­ratterizza il tenore spirituale delle relazioni dell’Apostolo con la comunità di Filippi (cf. Fil 1,3; 2,2.29; 4,1) (28). È questo lo stile che i cristiani devono avere: proclamare con fede il Vangelo della sal­vezza e vivere questo impegno in modo gioioso. La pericope si chiude al v. 26 con una proposizione finale («affinché», ina), che qualifica ulteriormente la dinamica delle sue relazioni con la co­munità di Filippi. Il termine-chiave di questa finale è costituito dal «vanto» (kauchema ) 29. L ‘Apostolo spera di rivedere i Filippesi con una nuova venuta in mezzo a loro, per dare loro un nuovo impulso spirituale. Così la mèta che orienta la speranza di Paolo in carcere non è solo la proclamazione del Vangelo, ma la crescita spirituale e la gioia dei cristiani di Filippi, che in questa ripresa del suo apostolato avranno un ulteriore motivo di fiducia in Cristo Gesù. 

II. 2 MEDITATIO  In questa prima unità primeggia la figura dell’Apostolo Paolo, che si presenta come esempio e come stimolo per la comunità di Filippi. Stando in carcere, Paolo non intende offrire un resoconto della sua situazione, ma vuole rendere partecipi i Filippesi dei suoi stati d’animo e della sua incrollabile speranza, senza preoccuparsi della sua sorte. Si può ben dire che anche nelle catene e nel rischio di venire processato e condannato, Paolo resta sempre il pastore impegnato nell’evangelizzazione e nella cura amorevole della Chiesa. Emerge dal testo una chiara consapevolezza della sua vocazione, che spinge l’Apostolo a tradurre anche la sua situazione di tribolazione e di sofferenza in «annuncio missionario» ricco di speranza. L’amore dell’ Apostolo per Cristo e per la Chiesa supera anche le divisioni e gli opportunismi di alcuni predicatori ambigui che si distinguevano nella comunità. Egli riesce a vedere un «guadagno» e un «progresso» anche nelle catene. Chi ha scelto di vivere la propria vocazione per Cristo, impara a leggere il bene anche nei contesti di maggiore sofferenza e prova. Le «catene» sono diventate strumento di diffusione della notizia cristiana, sia nell’ambiente imperiale che nelle piazze della città dove vivono e operano i cristiani (Col 4,19; 2Tm 2,9). Esse non sono segno di sconfitta, ma stimolo ed incoraggiamento affinché i cristiani possano riprendere ad annunciare la Parola di Dio con maggiore zelo e senza timore. La vocazione di Paolo trova la sua definizione spirituale più toccante nel v. 21: dopo aver esposto le problematiche di divisione della Chiesa, Paolo ri­vela il desiderio del suo cuore e si abbandona nella confidenza di Cristo. Egli è stato scelto, afferrato, conquistato da Cristo: la sua esistenza, la sua vocazione, la sua missione sono interamente configurate alla Sua persona. Il vivere di Paolo è Cristo e perfino il «morire» egli considera un «guadagno». Cogliamo in questo densissimo passaggio spirituale il «criterio cristo logico» per valutare la maturità vocazionale del cristiano. Colui che vive nella fede non ha da temere, ma solo da amare e da offrire. Inoltre il brano paolino fa emergere la responsabilità per la Chiesa. Tale responsabilità implica un discernimento attento e profondo su ciò che accade nella storia dei credenti. Stando in carcere, Paolo ha la possibilità di valutare la sua missione e la situazione che si è venuta a creare: egli desidera essere «sciolto dal corpo», ma è consapevole della propria responsabilità a cui non può rinunciare. La priorità dell’evangelizzazione e della missione supera ogni altra considerazione: la storia della comunità e l’esito del cristianesimo dipendono anche dalla qualità della risposta vocazionale del singolo credente e del singolo pastore. Un ultimo motivo di meditazione è dato da due termini che segnano il «progresso» dei credenti: la «gioia» e il «vanto». Annunciare il Vangelo di Cristo significa vivere nella gioia della fede e della comunione con il Signore. Lungi dall’ essere espressione gaudente e scanzonata dei godimenti, la «gioia evangelica» è anzitutto «frutto» dello Spirito (cf. Gai 5,22) e testimonianza di pienezza di vita (cf. Gv 16,24). Mentre sta soffrendo, Paolo intende essere di aiuto alla Chiesa perché i creden­ti progrediscano nella «gioia della fede» (cf. At 5,42; 13,52). È questa gioia, donata e condivisa, che caratterizza la nostra scelta vocazionale e il nostro cammino spirituale. Il secondo termine è il «vanto», che l’Apostolo impiega nelle sue lettere per segnalare la singolarità della scelta di Cristo crocifisso e risorto. Le catene di Paolo avrebbero dovuto essere segno di vergogna e diventano occa­sione di vanto. Il vanto non è espressione di orgo­glio, ma indice di unità spirituale con Colui che ci ha salvati. 

Publié dans:Lettera ai Filippesi |on 7 janvier, 2014 |Pas de commentaires »

PER ME IL VIVERE È CRISTO! – Una lettura vocazionale di Fil 1,12-2,18

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PER ME IL VIVERE È CRISTO!

(sono 4 parti)

Una lettura vocazionale di Fil 1,12-2,18

I. IL VANTO DI ANNUNCIARE IL VANGELO: PAOLO AI FILIPPESI

II. «PER ME IL VIVERE È CRISTO» (Fil 1,12-26) III.  «OBBEDIENTE FINO ALLA MORTE» (Fil1,27; 2,11) IV. «TENENDO ALTA LA PAROLA DI VITA» (Fil 2,12-18)

INTRODUZIONE  Il presente volume della collana «Bibbia e vocazione» promossa dall’Editrice Rogate propone la lettura vocazionale di Fil 1,12-2,18, nel contesto della celebrazione dell’anno dedicato all’Apostolo Paolo. Nel ripercorrere il messaggio teologico e l’opera missionaria dell’Apostolo è rilevante sottolineare la «dimensione vocazionale» della sua evangelizzazione, radicata in una personale esperienza di Cristo. Tra i vari testi che tratteggiano in una forma autobiografica la statura spirituale di Paolo, vi è la Lettera ai Filippesi, testimonianza viva dell’intensità umana e teologica dell’Apostolo.   Paolo scrive ai cristiani di Filippi spingendoli a non scoraggiarsi nella testimonianza del Vangelo, ma a perseverare nell’impegno di trasmettere la Parola di Dio a tutti. Una tale testimonianza, sul piano personale e comunitario, fa risaltare la grandezza della vocazione cristiana, che Paolo trasmette ai suoi destinatari con tutta la forza e la ricchezza della sua umanità.  L’Apostolo si presenta in catene (Fil 1,13) e parla della vita cristiana come una «corsa verso una meta» (Fil 3,14-15). È proprio la tensione tra la fragilità umana e la potenza di Dio che segna in modo netto la dialettica della missione cristiana, testimoniata nel dialogo epistolare. Leggendo la lettera in tutte le sue articolazioni, scopriamo come i sentimenti, le riflessioni, le parole, le immagini di questa missiva paolina risultano sorprendentemente attuali per la nostra riflessione vocazionale.  In modo particolare nelle parole di Fil 3,13- 15 l’Apostolo ci consegna una sintesi autobiografica toccante, che illumina il senso della sua vocazione missionaria. Egli scrive: «Tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura, al fine di guadagnare Cristo e di essere trovato in lui, non con una mia giustizia derivante dalla legge, ma con quella che deriva dalla fede in Cristo, cioè con la giustizia che deriva da Dio, basata sulla fede» (Fil 3,8-9). L’esperienza della vocazione diventa testimonianza di un cambiamento di vita: di fronte alla Legge e alle sue prerogative, l’Apostolo si lascia conquistare dal Vangelo di Cristo e dalla sua «giustizia».  Nella dinamica della conversione, Paolo non si sente un credente «arrivato» e non vive il proprio stato come un uomo senza vocazione. Al contrario: la metafora atletica della corsa diventa una delle immagini più espressive della sua esistenza cristiana. Il suo itinerario iniziato sulla via di Damasco gli ha permesso di incontrare Gesù Cristo e di essere da Lui conquistato. Da quel momento Paolo ha iniziato la sua corsa verso la meta, vivendo la propria vocazione come il compito più importante affidatogli da Dio. Vivere la missione del Vangelo comporta un itinerario dinamico e progressivo verso una meta (cf. Sal 118,32). La metafora agonica della corsa pone in evidenza altri simbolismi come quello della vita come lotta, della necessità di un impegno in vista di un premio, della capacità di misurarsi con altre figure ed istanze, del «tempo limitato»che si ha a disposizione per portare a compimento la propria missione.   La Lectio divina cerca di cogliere la gamma di aspetti spirituali che connotano la vita cristiana come «vocazione», letti nel quadro della teologia paolina, con il permanente sforzo di attualizzare la Parola scritta nel nostro contesto ecclesiale. Vivere la Parola significa «camminare» lungo la strada del dialogo e dell’impegno con Dio e per Dio.   Il volume si articola in quattro brevi capitoli. Nel primo si introduce il lettore nel contesto letterario e teologico della missione di Paolo a Filippi, evidenziando i motivi teologici e vocazionali che emergono dalla lettera. Nei tre capitoli seguenti viene proposta l’analisi letteraria e teologica di Fil 1,12-2,28, distinta in tre atti: – vv. 12- 26 in cui Paolo afferma la centralità di Cristo nella sua vita;  – vv. 1,27- 2,12 in cui viene presentato il mistero di Cristo, obbediente al Padre;  – vv. 2,13-18 che rappresentano l’esortazione a vivere pienamente la vocazione cristiana.   Seguendo il metodo della «lettura spirituale», si propone per ogni unità letteraria l’analisi accurata dei testi biblici (lectio), la riflessione sui messaggi teologici, riletti ed attualizzati alla luce del nostro tempo (meditatio), una preghiera ispirata alla spiritualità paolina a partire dal testo (oratio), l’ invito a ripercorrere il «mistero trinitario» nell’ atto di contemplare Dio attraverso la sua Parola (contemplatio) ed infine l’impegno concreto a vivere in prima persona il messaggio che l’Apostolo affida a ciascun credente (actio). 

IL VANTO DI ANNUNCIARE IL VANGELO: PAOLO AI FILIPPESI  Introduzione  «Non è infatti per me un vanto predicare il vangelo; è un dovere per me: guai a me se non predicassi il vangelo!» (1Cor 9,16). Con questa affermazione Paolo sottolinea l’importanza della missione apostolica della Chiesa. Mentre viviamo un importante tempo di riflessione sui cambiamenti epocali delle nostre società, riflettiamo sulla centralità della trasmissione della fede, che chiede a tutti i credenti la responsabilità dell’ annuncio del Vangelo. La pastorale vocazionale non può che alimentarsi anzitutto dall’ascolto della Parola di Dio. Nessuna vocazione può prescindere dall’ascolto e dall’appello della Parola di salvezza. Ecco perché l’Apostolo, in consonanza con l’esempio evangelico di Cristo, vive la passione dell’annuncio del Vangelo e la spinta della missione aperta a tutti i popoli (1). Una tale esperienza missionaria è contenuta nell’intero epistolario paolino. In una forma intima e personale, anche la lettera indirizzata alla Chiesa di Filippi pone in evidenza la figura di Paolo e il messaggio vocazionale che egli propone ai cristiani della capitale macedone. Rileva Barbaglio: «I toni affettuosi caratterizzano questo scritto dell’apostolo. Di tutte le sue comunità quella di Filippi gli stava particolarmente a cuore: era la primizia della sua missione in territorio europeo: soprattutto contraccambiava il suo amore con sincera e concreta dedizione» (2). L’affettuoso dialogo a distanza con i cristiani di Filippi contiene una straordinaria ricchezza spirituale e una carica missionaria, pur presentando l’Apostolo in una situazione di prigionia. La Chiesa riceve dalle parole dell’ Apostolo una grave responsabilità: il dovere di proclamare il Vangelo a tutte le genti, nella consapevolezza che in que­sta dinamica missionaria si compie la vocazione personale e comunitaria dei credenti. Ma tutto questo ha un prezzo: la quotidiana lotta della fede e la costante fedeltà a Dio e al suo progetto. Ecco perché Paolo incoraggia i suoi destinatari invitando li a vivere nella gioia e a saper attendere la venuta prossima di Cristo. La missione non è fuga, ma collaborazione alla realizzazione del progetto di Dio nella storia. Tale azione missionaria implica il discernimento e la lotta: chi sceglie di seguire Cristo non può che divenire «compartecipe» delle sue sofferenze e dei suoi sentimenti (cf. Fil 2,5).La vocazione cristiana si radica in questa precisa dimensione spirituale dei credenti: vivere l’esempio di Cristo-servo e compiere fino in fondo la volontà del Padre. La comunità di Filippi, con tutte le sue difficoltà e i suoi problemi, diventa per noi oggi un concreto esempio di solidarietà fra­terna e di testimonianza evangelica. Guardando al cammino della Chiesa del nostro tempo, entriamo nella Lettera ai Filippesi con il desiderio di condividere le attese e le speranze dell’intera umanità che cerca Dio e il suo Regno. 

1.1 La città di Filippi  Costruita da Filippo di Macedonia nel 358 a . C. ad otto miglia dal mare vicino Neapoli, in una regione molto fertile, la città di Filippi divenne parte dell’Impero romano ed importante nodo di collegamento della via Egnazia, famosa arteria stradale che da Roma portava in Oriente (3). Un secolo prima dell’ arrivo di Paolo la città fu teatro della disfatta degli assassini di Cesare per mano di Marco Antonio e di Ottaviano ( 42 a .C.). Distrutta per via delle guerre, Ottavi ano volle ricostruirla e fortificarla, fondandovi una colonia per i veterani romani ed accordandole lo ius italicum, privilegio che consentiva diritti particolari agli abitanti, come ai cittadini di Roma. Filippi non era un centro esteso come Efeso o Corinto, ma una città «europea», abitata prevalentemente da romani fieri delle loro origini, a cui si aggiungevano popolazioni macedoni, greci ed ebrei. Per tale ragione l’Apostolo sceglie di proclamare il Vangelo a Filippi, ritenendo la sua popolazione una «porta» di ingresso nel continente europeo. È significativo come l’Apostolo impiega nella lettera proprio l’idea della «cittadinanza» (politeuesthe: Fil 1,27; peliteuma; Fil 3,20) per esortare i cristiani a comportarsi «come cittadini degni del Vangelo». Scegliendo questa espressione Paolo sembra fare appello al sentimento di appartenenza dei romani, applicando la stessa idea ai cristiani. Troviamo nella lettera l’accenno al «palazzo del pretorio» e il saluto congiunto con «quelli della casa di Cesare» (Fil 4,27), elementi che ben si comprendono nel contesto della città per la sua particolare configurazione giuridica (4). 

1.2 Una Chiesa chiamata alla missione  Scrivendo ai cristiani di Tessalonica, Paolo ricorda le prove che egli ha dovuto affrontare nella città di Filippi e come insieme a Sila egli ha sofferto per il Vangelo: «Voi stessi infatti, fratelli, sapete bene che la nostra venuta in mezzo a voi non è stata vana. Ma dopo avere prima sofferto e subito oltraggi a Filippi, come ben sapete, abbiamo avuto il coraggio nel nostro Dio di annunziarvi il vangelo di Dio in mezzo a molte lotte» (1Ts 2,1-2). Le fonti per ricostruire la presenza di Paolo a Filippi e la realtà della Chiesa filippese sono le lettere paoline e il libro degli Atti degli Apostoli (5). In Atti si narra del viaggio di Paolo che fa vela a Neapoli e prosegue verso Filippi (cf. At 16,11), all’indomani dell’assemblea degli apostoli a Gerusalemme (cf. At 15,22-35). In compagnia di Sila, un cristiano originario di Gerusalemme e con l’aiuto del fedele Timoteo, proveniente da Listra, Paolo a Filippi ha l’opportunità di annunciare il Vangelo ad un gruppo di donne che di sabato si riuniscono a pregare fuori dalla porta della città, presso il fiume (At 16,11-13). Tra queste donne è nota Lidia, commerciante di porpora ed originaria della città di Tiatira. Assieme alla sua famiglia, Lidia accoglie la predicazione dell’Apostolo e si fa battezzare. La sua casa diventa la prima chiesa domestica (cf. 16,14-15.40), in cui Paolo trova ospitalità.     Il racconto degli Atti mostra le difficoltà della missione paolina a Filippi e la persecuzione ingiustamente subita a causa della denuncia mossa a Paolo e Sila da parte dei padroni di una ragazza, che l’Apostolo aveva liberato dallo spirito demoniaco (cf. At 16,16-24). Denunciati al magistrato di propagandare usanze contrarie alle leggi romane, Paolo e Sila vengono fustigati nella pubblica piazza e tradotti in carcere. Filippi rappresenta per Paolo una prova di come «si lotta per il Vangelo» (Fil 1 ,30) ma allo stesso tempo la consapevolezza dell’assistenza di Dio nella missione. Durante la notte Paolo e Sila vengono miracolosamente liberati (cf. At 16,26) e lo stesso carceriere insieme alla sua famiglia si converte al Vangelo (cf. At 16,30-34). Nel giorno successivo l’Apostolo chiede di essere riabilitato in quanto cittadino romano e lascia incolume la città (cf. At 16,37-40)(6) Il contesto in cui si trova ad operare l’Apostolo è molto delicato e richiede una testimonianza convincente e coraggiosa. I due missionari incidono notevolmente nell’opinione pubblica e la loro sofferenza diventa seme per la nascita di una Chiesa che sarà un grande conforto per l’Apostolo. La missione di Paolo a Filippi è contrassegnata dall’adesione al Vangelo di alcuni credenti e dalla «tribolazione» (tlipsis: cf. Fil1,17; 4,13). 

1.3 Una Chiesa rinnovata nella missione  Le informazioni che possiamo raccogliere dal toccante contenuto della lettera ci forniscono alcuni messaggi con interessanti prospettive teologiche e pastorali. La prima e fondamentale tematica è costituita dalla «predicazione del Vangelo», che per l’Apostolo costituisce il «vanto» della sua missione (Fil 1,26). Fin dall’esordio Paolo ringrazia Dio perché i Filippesi hanno accolto il Vangelo «dal primo giorno fino ad oggi» (Fil 1,5). Nel contesto dell’esortazione a vivere da «cittadini degni del Vangelo» Paolo dice che essi sono stati chiamati da Dio non solo a credere in Gesù Cristo, ma anche a soffrire per Lui, nella lotta (Fil 1,30). Leggendo lo scritto si delinea il profilo della comunità filippese: una Chiesa chiamata alla missione, ad imitazione di Paolo, che soffre le catene e le persecuzioni per il Vangelo (Fil 1,13). Non tutti nella comunità e nella città sono disinteressati: l’Apostolo ammette con amarezza che alcuni vivono nell’equivoco di predicare il Cristo «per invidia e spirito di contesa» (Fil1,15). Siamo nel contesto di una comunità che deve fare un percorso di autenticità e di liberazione, di «conformazione a Cristo» e di comunione nel «sentire comune» (cf. Fil 2,2: to en phronountes) (7) Questo motivo dell’unità nella missione ritorna nella lettera in modo costante: Paolo ripresenta davanti agli occhi dei suoi destinatari la centralità di Cristo «obbediente» che vive la kenosi e compie la sua missione nella perfetta unità con il Padre. Egli ricorda ai Filippesi che essi hanno sempre obbedito, non solo quando egli era fisicamente presente nella comunità, ma anche in sua assenza (Fil 2,12). Per tale atteggiamento cristiano, la comunità dovrà sempre ricordare che la propria identità cristiana si innova attraverso l’apertura generosa all’annuncio del Vangelo di Cristo. Essa non può fermarsi di fronte agli ostacoli, ma deve lottare e supe­rare le divisioni «correndo verso la meta». L’esem­pio è dato da Paolo stesso: afferrato da Cristo è diventato annunciatore del Vangelo tra molte lotte e tribolazioni senza la presunzione di essere già vincitore. Egli si paragona ad un atleta nel bel mezzo di una gara e descrive con realismo la propria condizione: «Non però che io abbia già conquistato il premio o sia ormai arrivato alla perfezione; solo mi sforzo di correre per conquistarlo, perché anch’io sono stato conquistato da Gesù Cristo. Fratelli, io non ritengo ancora di esservi giunto, questo soltanto so: dimentico del passato e proteso verso il futuro, corro verso la mèta per arrivare al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù» (Fil 3,13-14). 

1.4 Una Chiesa testimone attraverso la missione 

La testimonianza di Paolo è fondamentale per tratteggiare il ruolo della Chiesa nel contesto della città macedone. Avendo come modello Cristo, i Filippesi devono testimoniare la salvezza cristiana all’interno della Chiesa e al di fuori. All’interno della Chiesa, confermando la comunione di sentimenti e di vita: le indicazioni parenetiche dell’Apostolo risultano preziose. Egli raccomanda: «Fate tutto senza mormorazioni e senza critiche, perché siate irrepren­sibili e semplici, figli di Dio immacolati in mezzo a una generazione perversa e degenere, nella quale dovete splendere come astri nel mondo, tenendo alta la parola di vita» (Fil 2,14-16). L’offerta della vita di Paolo come «oblazione» costituisce l’esempio di come si vive e si lotta per il Vangelo (Fil 2,17­18). Un ulteriore esempio è dato dai collaboratori dell’ Apostolo, tra i quali spicca la testimonianza di Epafrodito, che ha rischiato la vita per venire incontro alle necessità di Paolo (Fil 2,25.30; 4,14).  Al di fuori della Chiesa, i cristiani dovranno saper testimoniare la solidarietà verso gli uomini e le loro esigenze. In primo luogo la comunità dovrà vivere nella piena giustizia, evitando di chiudersi nei propri interessi egoistici e lasciarsi ingannare dal comportamento dei «cattivi operai» (Fil 3,2). Senza confidare nella carne e nell’ osservanza sterile delle leggi e delle consuetudini, la Chiesa di Filippi è chiamata a vivere la missione universale nella «gioia», testimoniando a tutti la sua affabilità (Fil 4,5), con spirito di gratuità e di sincero affidamento a Dio. L’Apostolo esorta: «In conclusione, fratelli, tutto quello che è vero, nobile, giusto, puro, amabile, onorato, quello che è virtù e merita lode, tutto questo sia oggetto dei vostri pensieri» (Fil 4,8).                                                                          Tre parole possono sintetizzare il cammino della Chiesa di Filippi: a) lotta; b) kenosi; c) gioia. In primo luogo la lettera paolina evidenzia la dimen­sione cristiana della «lotta»: la Chiesa è in una situazione di permanente prova e di confronto. Essa non può rinunciare a vivere la propria testimonianza con la forza della grazia di Dio, che proviene dall’adesione al Vangelo di Cristo. Il Vangelo è potenza di Dio anche se viene proclamato «nella debolezza»; il Vangelo è una spinta che dona ai credenti il dinamismo della missione. La lotta è da intendersi come processo di configurazione a Cristo, il Figlio obbediente al progetto del Padre. Da qui si comprende la seconda parola: la kenosi. Essa indica lo svuotamento del proprio essere per poter essere ri­colmi della grazia divina. Abbassarsi, diventare capace di aprire il cuore, entrare nella sapienza della piccolezza guardando a Cristo-servo per configurare tutto se stesso a Lui. In terzo luogo vi è la «gioia cristiana», frutto dello Spirito (cf. Gal 5,22). La testimonianza più convincente è costituita dall’annuncio di un Vangelo gaudioso, ricco di speranza, aperto dal futuro. Mentre Paolo è in catene, la Chiesa filippese riceve la testimonianza dell’ Apostolo e il suo sostegno per vivere anch’essa nella logica del Vangelo e nella passione missionaria aperta a tutti. Tutta la lettera diventa un appello vocazionale affinché i Filippesi «diventino» uomini e donne della missione in attesa della venuta del Cristo glorioso. Non bastano i ricchi doni che Paolo ha accettato dai credenti di Filippi (cf. Fil 4,10-20), è necessaria l’adesione piena e convinta della Chiesa alla missione del Vangelo. In questo senso la missione diventa la risposta all’appello di Cristo e la testimo­nianza più viva ed autentica della salvezza di Dio (8).  1.5 Dalla «lettera» alla «vita»   Trattando delle problematiche letterarie della missiva, Fabris rileva come la Lettera ai Filippesi possa essere considerata la «più epistolare» delle lettere paoline (9), nel senso che il testo attuale sarebbe il frutto di una composizione redazionale di più lettere (10). Questo accenno ci permette di indicare una possibile traccia (struttura) tematica, per favorire la comprensione della missiva in tutta la sua ricchezza. Ad una prima lettura il testo paolino presenta alcuni passaggi repentini che sembrano vere fratture nel corso della lettera (cf. Fil 3,1-2). Tuttavia molti commentatori fanno notare la presenza di alcune caratteristiche letterarie e tematiche che danno allo scritto una struttura unitaria. Tra i temi più importanti vi è il lessico della «gioia/gioire» (charalchairein), presente nei primi due capitoli e nel quarto. Un secondo filone lessicale che attraversa l’intero scritto è quello del «sentire» (peronei) (11) come espressione di appartenenza ecclesiale ed invito all’unità. Questa unità viene espressa con maggiore forza mediante il linguaggio della «partecipazione». I termini più significativi sono: la «comunione» (Fil 1,5; 2,1; 3,10: koinonia), il «partecipare» (Fil 4,15: koinonein), l’essere «compartecipe» (Fil 1,7: sygkoinonos; Fil 4,13: sygkoinonein). Un terzo tema è quello della predicazione (keryssein; kataggellein) del Vangelo (euaggelion) o della «parola» (logos) o della «difesa» (apologia) del Vangelo. Si registrano diversi altri temi che si intersecano nel dialogo epistolare, quali il motivo della «cittadinanza» (politeuma), le ricorrenti espressioni metaforiche tratte dal linguaggio commerciale (guadagno, perdita, dare/ricevere; conto, saldare ecc.). Nell’introdurci alla lettura della pericope di Fil 1,12-2,18 raccomandiamo una lettura integrale della lettera, come condizione preliminare per cogliere il messaggio vocazionale che Paolo affida ai suoi destinatari. Per tale ragione è opportuno riproporre un essenziale quadro tematico, in grado di orientare il lettore. Preferiamo riportare la seguente proposta di R. Fabris, articolata in sei unità (12):

–       I.  Fil 1,11: Prologo §        Fil 1,1-2: prescritto §        Fil 1,3-11: esordio

–       II. Fil 1,12-26: «Per me il vivere è Cristo» Proposizione tematica: Fil 2,12 §        Fil 1,13-20: La proclamazione di Cristo §        Fil 1,21-24: «Vita e morte di Cristo» §        Fil 1,25-26: «Il progresso e la gioia della fede»

–       III. Fil 1,27-2,18: «Questo sentite in voi» §        Fil 1,27-30: «Vivere da cittadini degni del vangelo» §        Fil 2,1-5.6-11: «Rendete piena la mia gioia con un mo­do di sentire unanime» §        Fil 2,12-16: «Attuate la salvezza e fate tutto senza mor­morazioni» §        Fil 2,17-18: «Gioite e condividete la mia gioia»

–       IV. Fil 2,19-30: «Abbiate in grande stima tali persone» §        Fil 2,19-24: Elogio ed annuncio dell’invio di Timoteo §        Fil 2,25-30: Elogio ed annuncio dell’invio di Epafrodito

–       V. Fil 3,1-4,1: «Diventate miei imitatori» §        Fil 3,1: Invito a gioire nel Signore e formula di transi­zIOne §        Fil 3,2-16: La scelta e il percorso di Paolo §        Fil 3,17-21: Modello positivo da imitare e quello nega­tivo da evitare §        Fil 4,1: Formula conclusiva: invito a restare saldi nel Si­gnore

–       VI. Fil 4,2-23: «Gioite sempre nel Signore» §        Fil 4,2-9: serie di esortazioni §        Fil 4,10-20: Espressioni di gioia e riconoscenza per il dono ricevuto §        Fil 4,21-23: Poscritto – epilogo

  Per la nostra analisi, abbiamo inteso proporre la lettura analitica di Fil 1,12-2, 18 che corrisponde alla II e alla III unità indicata nella struttura. Tuttavia la lettura del testo implica la conoscenza dell’ intero movimento della Lettera e dei suoi messaggi. 

1.6 Le prospettive teologiche   Un ultimo aspetto da puntualizzare riguarda le prospettive teologiche della Lettera. Considerando il contesto e i temi che vengono elaborati da Paolo, sembrano emergere tre principali prospettive teologiche: a) la prospettiva cristo logica; b) la prospettiva ecclesiologica; c) la prospettiva spirituale. 

a) la prospettiva cristologica L’analisi dei contenuti epistolari fa emergere in modo evidente la centralità della riflessione teolo­gica sul mistero di Cristo, che riveste un ruolo determinante nell’argomentazione epistolare. Fin da Fil 1 Paolo colloca la sua situazione sub iudice in relazione alla volontà di Dio e all’immedesimazione con le sofferenze del suo Signore. Lasciato in carcere per il giudizio, consapevole delle difficoltà della Chiesa di Filippi e delle provocazioni che gli vengono da predicatori «con intenzioni non pure» (Fil 1,17), egli esorta i credenti a trovare nelle «catene per il Vangelo» la forza della testimonianza cristiana. Tutto ormai è affidato a Dio, in Cristo Ge­sù: sia che accada una condanna a morte, sia che egli possa continuare a vivere, Paolo è unito profondamente a Cristo (Fil 1,21). L’insegnamento è chiaro: l’esistenza di un credente si comprende solo nella scelta cristologica. La morte è ritenuta una «glorificazione», così anche il continuare a restare nella vita per il bene della Chiesa (cf. Fil 1,20.24). In questo sviluppo esortativo si colloca il noto inno cristologico, con cui l’Apostolo invita i Filip­pesi ad avere gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù (cf. Fil 2,5). La mirabile composizione innica di Fil 2,6-11 descrive l’abbassamento del Figlio di Dio (vv. 6-9) fino alla morte di croce e la sua «superesaltazione» nella gloria di Dio Padre (vv. 10-11). Tutto il mistero della salvezza è racchiuso nella preziosità dei termini e dei movimenti di questo testo-chiave della teologia neotestamentaria. I Filippesi devono cercare di interpretare il difficile tempo presente, vivendo come «cittadini degni del Vangelo» in attesa del «giorno di Cristo» (Fil 2,16). La sottolineatura escatologica ritorna nella testimonianza biografica dell’ Apostolo, che si definisce un uomo in corsa per «conquistare il premio»(cf. Fil 3,12-15) e nella conferma dell’attesa del «salvatore» che «trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso» (Fil 3,21). Rimanere saldi nella fede cristologica è l’invito rivolto ai cristiani di Filippi, perché la loro testimonianza sia nota «in tutta la terra» (Fil 4,5). 

b) la prospettiva ecclesiologica Un secondo aspetto associato al motivo cristologico è costituito dall’identità della Chiesa e dalla sua situazione di sofferenza. L’Apostolo aveva avuto notizie dei problemi di divisioni che laceravano il tessuto comunitario (cf. Fil 2,2-4; 4,2-3) per via di alcuni oppositori, da cui lo stesso Paolo mette in guardia. Si tratta di gruppi diversificati: in Fil 3,2.18 allude a elementi giudaici, mentre in Fil 1,14- 15 a singoli predicatori che tendevano a mettere in cattiva luce la figura dell’ Apostolo prigioniero. Il pathos della lettera fa emergere uno straordinario amore nei riguardi della comunità macedone, che diventa una vera lezione di stile ecclesiale. La prospettiva cristologica non verte tanto sulla riflessione teorica intorno alla natura ecclesiale, quanto sulla ricchezza e sulla forza dell’esortazione al «sentire unanime» (to auto phronein). La Chiesa è esperienza di comunione e di fraternità: occorre superare le divisioni e le rivalità. Per questo Paolo vuole «rimanere in vita», per continuare ad essere di aiuto a tutti (cf. Fil 1,25). La responsabilità di costruire la comunità è affidata a ciascun credente, il quale è chiamato a condividere gli stessi sentimenti e a cercare il bene comune nell’unità del pensare (cf. Fil 2,4-5). In un contesto difficile come quello di Filippi, i cristiani sanno di comportarsi in modo irreprensibile e semplice, «senza mormorazioni e senza critiche, tenendo alta la Parola di vita» (Fil 2,14-16). Le figure che interagiscono nella dinamica ecclesiale si distinguono per l’amore solidale e la capacità di spendersi a favore degli altri: tali risultano essere i collaboratori quali Epafrodito, Timoteo, Evodia, Sintiche, Clemente. In Fil 4 l ‘Apostolo sottolinea il motivo della «partecipazione comunitaria» come vincolo ecclesiale. Egli sprona i credenti alla preghiera e alla partecipazione attiva per favorire il progresso di tutta la comunità. 

c) la prospettiva spirituale

Un ultimo aspetto da evidenziare è dato dalla profondità umana e spirituale con la quale l’Apostolo comunica i propri sentimenti ai Filippesi. Pur essendo in una situazione di prigionia, lontano dalla comunità e consapevole delle difficoltà che la Chiesa sta attraversando, Paolo rivela un animo sereno ed equilibrato. Egli vive un’unione così profonda con Cristo, fino ad affermare: «Per me infatti il vivere è Cristo e il morire un guadagno» (Fil 1,21). Nel dialogo a distanza (Fil 2,12) l’Apostolo rincuora i cristiani e si fa sentire vicino alle loro difficoltà. Nella città di Filippi i credenti devono vivere come «cittadini del Vangelo» e non lasciarsi intimidire dagli avversari: Paolo è di esempio per tutti (Fil 1,30). Spicca nella Lettera la delicatezza spirituale con la quale l’Apostolo incoraggia i suoi collaboratori, ne esalta l’impegno, condividendo la fatica del servizio alla Chiesa. In modo particolare una lezione spirituale si registra nel discorso autobiografico di Fil 3, in cui egli presenta la sua vita e il cammino fatto in vista di Cristo (13). Paolo non si sente un uomo arrivato: la sublimità della conoscenza di Cristo lo ha spinto a lasciare ogni cosa e a correre verso la meta per arrivare al premio (Fil 3,14). Egli sperimenta la provvisorietà del momento presente e vive nella speranza del compimento del progetto di Dio sul proprio destino. L’azione della grazia ha reso Paolo un uomo pienamente rinnovato interiormente, in attesa dell’incontro finale con Cristo. Agli occhi dei Filippesi Paolo si presenta con una straordinaria statura spirituale che gli consente di esercitare la sua paternità anche stando «in catene» e vivendo lontano dai cristiani di Filippi. 

Conclusione  Il percorso proposto ci aiuta a cogliere l’indole di questa singolare lettera di Paolo e il suo messaggio «vocazionale». Le suggestive immagini antitetiche e la forza dei sentimenti espressi nel dialogo epistolare fanno trasparire la grandezza teologica dell’Apostolo e la sua ricchezza spirituale. L’esistenza cristiana è considerata come un grande viaggio vocazionale, una chiamata al cammino verso la mèta: Gesù Cristo. Tutto ruota intorno al centro cristologico dell’annuncio e della testimonianza paolina, vissuta con parresia (cf. Fil 1,20). La persona dell’ Apostolo in catene diventa un «magistero» vivente per i cristiani di Filippi e per la Chiesa intera. Paolo insegna con la vita la speranza che si compie mediante il «grande viaggio» della Parola, di cui egli è stato costituito messaggero. La forza delle esortazioni rivolte ai cristiani di Filippi e la «gioia» che traspare nel dialogo epistolare non possono lasciare indifferente il lettore, ma lo coinvolgono in un processo di configurazione al mistero di Cristo. È questo il modo più efficace per entrare nel vivo della lettera ed accogliere con la mente e il cuore la sua radicale proposta. 

  NOTE SUL SITO

Publié dans:Lettera ai Filippesi |on 3 janvier, 2014 |Pas de commentaires »

« IL MORIRE UN GUADAGNO » – FILIPPESI 1:21-23

http://www.bible.ca/ef/expository-philippians-1-21-23.htm

(traduzione Google dall’inglese)

« IL MORIRE UN GUADAGNO »

FILIPPESI 1:21-23

« Per me il vivere è Cristo e il morire un guadagno … avendo il desiderio di partire e di essere con Cristo, perché è molto meglio » (Filippesi 1:21-23). In queste parole vediamo tutta la sostanza della vita dell’apostolo e quello che sembrava di là di questa vita. Tutto ciò che Paolo ha ruotava intorno al suo Signore che ha servito. Sapeva che il suo Signore promette la salvezza che non può essere ostacolato dalla morte, ma è portato solo più attento da essa. Così, la morte era vista come una cosa preziosa. E ‘così difficile per molti a guardare la morte in questo modo – di vedere la morte come un guadagno e non una perdita. Nessuno è in grado di vedere la morte in questo modo, se non di vivere per Cristo. Senza Cristo, la morte è un nemico dell’uomo. Quelle del mondo temono la morte. La maggior parte delle persone non piace parlare anche della morte e il morire. La maggior parte evitano il soggetto o fare battute su di esso come se non è reale. Ma la morte è reale. Non possiamo nascondere da esso o evitarlo. Nessuno sfugge alla morte. Per coloro che sono senza il Signore, non avendo mai reso obbedienza al Suo vangelo e quindi non si sforza di vivere per Lui, la morte è un pensiero terrificante. Per questi non è altro che una aspettativa terrificante di giudizio per guardare al futuro dopo la morte (cfr. 2 Ts. 1:07-ss). Tuttavia, non dobbiamo vedere la morte in questo modo. Dobbiamo arrivare a vedere la morte come Dio lo vede e non come il mondo. Come considera Dio la morte? « Preziosa agli occhi del Signore è la morte dei suoi devoti » (Salmo 116:15). Il mondo può vedere la morte come un terribile nemico, ma Dio vede la morte come una cosa preziosa per coloro che sono giusti. L’unico modo per essere giusti davanti a Dio per mezzo di Gesù – vivere per lui. Senza Cristo, la morte è una terribile, spaventosa, cosa. Per vivere con la costante paura della morte è una schiavitù pietoso. Eppure Gesù è venuto, ha sofferto ed è morto che Egli possa impostare gli uomini liberi dalla paura della morte. « Da allora i bambini condividono in carne e sangue, Egli stesso similmente anche divenuto partecipe della stessa, che attraverso la morte, Egli potrebbe rendere impotenti colui che aveva il potere della morte, cioè il diavolo, e potrebbe fornire quelli che per timore della morte erano soggetti a schiavitù per tutta la vita « (Eb 2,14-15). L’unico modo in cui possiamo vedere la morte come Dio lo vede, è per mezzo di Gesù. Per il cristiano, la morte è un guadagno non la perdita, perché attraverso il sangue di Cristo, noi siamo resi giusti, liberi dal peccato (At. 02:38; 22:16). Alcuni uomini, perché sono così sopraffatto con le prove, angosce e dolore che provengono dal vivere una vita senza meta, desiderio di morire. Molti anche si suicidano. Ma questi hanno una visione perversa della morte. Questi considerano la morte come una via di fuga vuoto. Ma questo è sbagliato. La morte non è una fuga vuoto, è un nuovo inizio. Per gli ingiusti, è l’inizio di una eternità di tormento. Ma ciò che un meraviglioso nuovo inizio per quelli di destra con Dio (cf. Lc 16:19-26;.. Gv 5:28-29). « Beati i morti che muoiono nel Signore da ora in poi! Sì, dice lo Spirito, essi si riposano dalle loro fatiche, perché le loro opere li seguono » (Ap 14,13). Per il cristiano, « il morire un guadagno ». Essi possono essere certi di questo fatto attraverso la morte e risurrezione di Gesù. Avendo vissuto per suo padre, è morto, è risuscitato dai morti, e glorificato. Questa è la cosa Dio ci promette se viviamo per lui. Gesù è la prova in quanto ha già ricevuto e ci dice: « Non temere, io sono il primo e l’ultimo, il Vivente, ed io era morto, ed ecco, io sono vivo per sempre e ho la chiavi della morte e degli inferi « (Ap 1,17-18). Proprio come Gesù è stata sollevata, l’ultimo giorno ci sarà sollevata. « Ecco, io vi dico un mistero: non tutti morremo, ma tutti saremo trasformati, in un momento, in un batter d’occhio, al suono dell’ultima tromba, perché la tromba suonerà, ei morti sarà sollevata incorruttibili, e noi saremo trasformati. Per questo corruttibile rivesta l’incorruttibilità e questo mortale rivesta immortalità. Ma quando questo corruttibile avrà rivestito incorruttibilità e questo mortale avrà rivestito immortalità, allora arriveremo sulla dicendo che è scritto, « La morte è stata ingoiata per la vittoria. O morte, dov’è la tua vittoria? O morte, dov’è il tuo pungiglione « (1 Cor 15:50-55). Morte non ha pungiglione per il figlio di Dio, perché è semplicemente il biglietto a casa. È il mezzo di grande guadagno di là di questo regno. Tutti i santi i cui corpi erano un tempo soggetti a malattie e deformità, oppressi dal dolore, sarà dato un corpo spirituale glorioso che solo il cielo può dare. Perché in quel giorno saremo fatti simili a Gesù.. « Carissimi, ora siamo figli di Dio, e non è ancora ciò che saremo apparso. Noi sappiamo che, quando egli apparirà, saremo simili a lui, perché lo vedremo così come Egli è « (1Gv. 3:2). L’unico modo in cui possiamo dire che il morire un guadagno è se stiamo vivendo per Cristo. Sei?

Di Paul Smithson, Da Espositivo Files 6.12; dicembre 1999

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GESÙ CRISTO, ATTRAVERSO GLI INNI DELLE LETTERE DI PAOLO – FILIPPESI

http://www.cistercensi.info/monari/2000/m200009019.htm

PIANAZZE VILLA REGINA MUNDI

ESERCIZI SPIRITUALI AL CLERO

GESÙ CRISTO, ATTRAVERSO GLI INNI DELLE LETTERE DI PAOLO

IX MEDITAZIONE – 1° SETTEMBRE 2000

Leggiamo la Lettera di Paolo ai Filippesi dall’inizio del capitolo 2° perché credo che anche il contesto abbia un suo significato. Scrive Paolo:
«1 Se c’è pertanto qualche consolazione in Cristo, se c’è conforto derivante dalla carità, se c’è qualche comunanza di spirito, se ci sono sentimenti di amore e di compassione, 2 rendete piena la mia gioia con l’unione dei vostri spiriti, con la stessa carità, con i medesimi sentimenti. 3 Non fate nulla per spirito di rivalità o per vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso, 4 senza cercare il proprio interesse, ma anche quello degli altri. 5 Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù, 6 il quale, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; 7 ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, 8 umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. 9 Per questo Dio l’ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome; 10 perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra; 11 e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre» (Fil 2, 1-11).

1. L’unanimità
L’Inno è inserito in un’esortazione, a una parenési paolina, all’unione fraterna e all’unanimità di cuore. Questa parenési paolina è un appello accorato, che vuole avere come suo fondamento e base l’evento compiutosi in Cristo.
In questo modo di pensare c’è un elemento importante: tra la fede e il comportamento c’è e deve esserci un legame interno di armonia. Quello che è avvenuto in Gesù Cristo diventa la regola di quello che il cristiano è chiamato a fare. Lo abbiamo già incontrato molte altre volte (nelle Lettere di San Paolo questo è usuale). Quando Paolo nella seconda Lettera ai Corinzi vuole invitare i cristiani a partecipare alla colletta che lui sta facendo per la Chiesa di Gerusalemme, interpretando questa colletta come una solidarietà che nasce dalla decisione di vicinanza e di comunione, riporta il fondamento a Gesù Cristo, il quale «da ricco che era, si è fatto povero, per arricchire noi con la sua povertà» (2 Cor 8, 9). Se questo è il mistero che sta all’origine della nostra vita, non possiamo evidentemente tenere una ricchezza per noi senza avere la disponibilità alla condivisione, a sentire la povertà degli altri come qualche cosa che ci interpella, come Gesù Cristo ha fatto nei nostri confronti.
Credo che le applicazioni potrebbero essere tantissime. Il contenuto della nostra fede motiva, ma non solo, da una forma ai nostri pensieri e decisioni: «amatevi gli uni e gli altri; così come Dio ha amato voi in Cristo» (cfr. 1 Pt 1, 22-23); «perdonatevi come Dio vi ha perdonato» (Col 3, 13); «accoglietevi come siete stati accolti» (cfr. Rm 15, 17)… In pratica è molto chiaro: l’evento di Cristo deve diventare la forma dell’esistenza della comunità cristiana. In concreto, la forma che l’evento di Cristo trasmette è la comunione e il servizio reciproco.
L’inizio dell’Inno è molto solenne: «Se c’è pertanto qualche consolazione in Cristo». Quindi: “Se Cristo è sorgente di un’esperienza nuova che deve diventare consolazione e esortazione reciproca”.
«Se c’è conforto derivante dalla carità, se c’è comunanza di spirito, se ci sono sentimenti di amore e di compassione, 2 rendete piena la mia gioia». La gioia di Paolo può essere completata solo attraverso l’unanimità dei cristiani di Filippi: «con l’unione dei vostri spiriti», che fondamentalmente (in modo molto banale) vuole dire: “tirate pari”. Cioè, camminate con lo stesso orientamento: il vostro sforzo nell’indirizzo delle vostre decisioni deve essere solidale e orientato in un’unica direzione.
È su questo che si gioca l’unanimità, evitando alcuni atteggiamenti e vizi, che sono distruttivi per la vita della comunità. Il primo è la erizeian, cioè «lo spirito di parte». Ricordate che a Corinto non erano stati immuni da questo “spirito di parte”, erano sorte delle piccole fazioni interne alla comunità (cfr. 1 Cor 1, 10-12). Lo “spirito di parte” ti pone di fronte all’altro con un preconcetto, per cui uno se sta dalla tua parte va tutto bene e se eventualmente l’altro è dalla parte opposta va tutto male (c’è sempre un motivo per trovare “il pelo nell’uovo”). Questa parzialità, “spirito di parte”, è fuori dalla verità e quindi dalla carità.
Insieme allo “spirito di parte” la kenodocsian, la vanagloria; il cercare l’affermazione di sé nell’apparenza senza orientare in realtà la vita a quello che effettivamente è importante e decisivo. Allora: «Non fate nulla per spirito di rivalità o per vanagloria». Un passo parallelo (relativamente) è nella Lettera di Giacomo, dove scrive: «Chi è saggio e accorto tra voi? Mostri con la buona condotta le sue opere ispirate a saggia mitezza» (Gc 3, 13). Vuole dire: la saggezza non si misura dalle parole ma dai comportamenti; deve essere dimostrata nella condotta. «Ma se avete nel vostro cuore gelosia amara e spirito di contesa, non vantatevi e non mentite contro la verità» (Gc 3, 14). Vuole dire: non cercate delle motivazioni false per decisioni o atteggiamenti che sono determinati da gelosia e da spirito di contesa; non andate a cercare dei motivi per sostenere le vostre ragioni (:“l’ho fatto per questo e per quest’altro, che è per la ricerca della verità e del bene”). Tutto questo è semplicemente l’espressione di un animo che è deformato di dentro, che è determinato da una gelosa amarezza. «Non è questa la sapienza che viene dall’alto: è terrena, carnale, diabolica; perché dove c’è gelosia e spirito di contesa, c’è disordine e ogni sorta di cattive azioni. La sapienza che viene dall’alto invece è anzitutto pura (“pura” vuole dire: non doppia, non falsa); poi pacifica, mite, arrendevole, piena di misericordia e di buoni frutti, senza parzialità, senza ipocrisia» (Gc 3, 15-17). Allora è come un ritornare alla radice dei propri comportamenti nella comunità per vedere se queste radici sono sane o malate.
2. L’umiltà
«3 Non fate nulla per spirito di rivalità o per vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso, 4 senza cercare il proprio interesse, ma anche quello degli altri». Viene fuori la virtù, che poi sarà richiamata anche nel corso dell’Inno, dell’umiltà. Una virtù, per certi aspetti, tipicamente cristiana o giudeo-cristiana, ma certamente lontana dal pensiero greco. L’umiltà nel pensiero greco è spesso equiparata alla meschinità, all’uomo che ha dei pensieri bassi, che non sa rendersi conto della dignità, della libertà, della responsabilità e del valore della persona. Invece in una concezione cristiana l’umiltà è fondamentale, anzi è una virtù sociale e non individuale. Non è semplicemente qualche cosa che serve all’edificazione della persona, ma edifica la comunità, anzi le permette di sopravvivere. Al di fuori dell’umiltà scompare la possibilità di tenere in piedi una comunità autentica. Questa umiltà intendetela innanzitutto in riferimento a una presa di posizione nei confronti degli altri: considerare gli altri superiori a se stessi senza cercare il proprio interesse ma anche quello degli altri. È questo che decide dell’umiltà.
Ricordate che tra le tante cose che sono dette nell’Inno all’amore sulla carità una è proprio questa: l’amore non cerca ciò che è suo. In italiano è stato tradotto in un modo un po’ diverso: “non cerca il suo interesse”. Il testo dice qualche cosa di più: “non cerca ciò che è suo”; è capace di dimenticare qualche cosa di sé, anche dei propri diritti, pur di cercare il bene della comunità attraverso la valorizzazione e l’onore reso agli altri: «considerare gli altri superiori a se stesso».
Paolo sa che questo appello all’amore e all’umiltà tocca i punti sensibili della persona, perché l’autocompiacimento è uno degli atteggiamenti istintivi più usuali in noi. Proprio perché sotto sotto sappiamo che vagliamo poco, abbiamo bisogno di apparire molto per coprire un po’ la realtà di quello che sappiamo di noi stessi. Il bisogno di vanità, di affermazione, nasce dalla consapevolezza, in fondo autentica, che di fronte alla realtà del mondo siamo ben poca cosa. Diceva il mio insegnante di Sacra Scrittura: “Quello che sappiamo è solo una piccola porzione rispetto agli spazi infiniti della nostra ignoranza”. Quindi consapevoli di questo abbiamo bisogno di sentirci approvati e riconosciuti. È un’autodifesa. Un’esortazione all’umiltà non è così facile da accettare; ci vuole una capacità di liberazione interiore da se stessi.
3. L’imitazione di Gesù Cristo nasce da un’esperienza presente
Allora cerchiamo il fondamento di tutto questo: «5 Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù». La traduzione di questo versetto è piuttosto problematica e in ogni modo non è come dice qui. Innanzitutto “abbiate in voi” vuole dire: “abbiate tra di voi”, e non “dentro di voi”. Quindi: “Abbiate tra di voi”, nei vostri rapporti gli uni con gli altri. Qui si tratta di un’etica comunitaria da impostare. Dice Paolo: quello che dovete avere tra di voi è un pensiero, un atteggiamento, che è anche in Cristo Gesù. Il senso è essenzialmente questo: la vostra esistenza di comunità cristiana è un’esistenza in Cristo. “In Cristo” vuole dire: il Signore risorto, attraverso il suo Spirito, esercita una vera e propria signoria sulla vostra esistenza. Il Cristo risorto è un Cristo vivo, operante, che esercita un influsso. E la comunità cristiana è dentro a questo influsso, è animata da questa realtà viva di Gesù Cristo. Allora, voi pensate e agite lì dentro: pensate tutto quello che vi pare, purché sia coerente con il fatto che voi siete in Cristo Gesù; fate tutto quello che volete, purché sia coerente con il fatto che voi siete in Cristo Gesù. Non potete essere in Cristo Gesù e usare dei comportamenti radicalmente in contraddizione con il Signore nel quale voi credete e vivete. Il senso è che l’appartenenza della comunità a Cristo deve determinare il suo stile di vita: i suoi pensieri e desideri, le sue decisioni, i suoi comportamenti e le sue speranze. “Abbiate tra di voi quel tipo di sentimenti”, di pensiero e di atteggiamento che è giusto e possibile avere in Cristo Gesù.
Per capire meglio quali tipi di sentimenti sia possibile avere in Cristo Gesù bisogna conoscere Cristo Gesù, che Gesù Cristo e il suo Spirito sia entrato nella nostra riflessione, nel nostro cuore e nella nostra vita. Allora Paolo richiama questo Inno che ci mette davanti il mistero di Cristo.
Credo che il discorso non riguardi solo l’imitazione di Gesù Cristo (ma da questo punto di vista ci sono esegeti che la pensano in modo diverso), cioè non vuole dire solo: pensate che sentimenti aveva Gesù Cristo e voi cercate di averne dei simili; guardate come si è comportato lui e voi imitate il comportamento di Cristo. Cioè tutto questo è molto vero, non è sbagliato e ci sta dentro bene, ma c’è qualche cosa di più. Voglio dire: il comportamento cristiano non nasce dall’esame di un avvenimento del passato che io cerco di ricordare perché è bello e giusto e poi cerco di imitare. Il comportamento cristiano nasce da un’esperienza presente. Non è che devo pensare a Cristo di duemila anni fa perché è stato grande e dico: adesso provo a fare lo stesso. Il problema è che il Cristo di duemila anni fa è il Cristo vivente, presente, efficace e attivo. Io sono sotto la sua sovranità, al suo Spirito, ed è con questa presenza viva del Signore che ho a che fare. La comunione che come credenti viviamo con lui, non è senza conseguenze sui nostri rapporti reciproci. Inevitabilmente, se l’esperienza di Gesù è vera, condiziona in un modo o nell’altro il rapporto con i fratelli.
4. Il mistero dell’Incarnazione
Allora guardiamo chi è questo Cristo Gesù nel quale siamo inseriti, per comprendere la dinamica della nostra esistenza: «6 il quale, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; 7 ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, 8 umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. 9 Per questo Dio l’ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome; 10 perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra; 11 e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre». Dal punto di vista esegetico i problemi sono infiniti ma non ci interessano (quindi non interessa sapere se l’Inno l’ha scritto San Paolo o se è precedente o ci ha aggiunto delle parole o dei versetti o se va diviso in due strofe o in tre… sono tutte questioni molto interessanti, però diventerebbero lunghissime). Lo prendiamo nel suo dinamismo: due movimenti contrapposti uno all’altro.
4.1. Movimento di abbassamento

Innanzitutto è un movimento di discesa. Punto di partenza: «6 il quale, pur essendo di natura divina». Vuole dire: la sua esistenza è determinata dalla forma di Dio; è la forma di Dio che lo qualifica. Tanto che un po’ più avanti dice che è pari a lui. Siccome la sua forma è divina, il suo status, la sua dignità è di Dio, pari pari: «pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio». Vuole dire: non ha considerato lo status che gli competeva per la sua identità (siccome era in forma divina gli competeva lo stato dell’uguaglianza con Dio, quindi aveva ogni diritto). Questa uguaglianza con Dio la poteva considerare come un tesoro da sfruttare, come una ricchezza da custodire con le unghie e con i denti perché non gli venisse tolta, quindi aveva la possibilità di esercitare ogni potere perché gli competeva, ne aveva il diritto. Ma in realtà ha rinunciato a consideralo così, non l’ha considerato come un’occasione da non lasciarsi sfuggire: «non considerò un tesoro geloso». “Tesoro geloso” è una modalità di esprimersi: è un tesoro che uno tiene gelosamente per sé per timore che gli sia portato via.
Ma al contrario: «7 spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini». Sono tre espressioni che esprimono fondamentalmente il mistero dell’Incarnazione. Notate che siamo di fronte ad un atto libero. Questa persona preesistente assume un’esistenza da schiavo; l’assume, quindi significa che non lo era; era libero e liberamente ha assunto questa condizione. Si annuncia in questo modo un atto, una decisione, che trasforma essenzialmente il mondo, perché introduce nel mondo il mistero stesso di Dio. È l’avvenimento fondamentale e centrale dell’Incarnazione, che ha superato una volta per sempre la frattura tra il mondo di Dio e il mondo degli uomini.
«Se tu squarciassi i cieli e scendessi!» (Is. 63, 19b); è esattamente questo che viene annunciato: «spogliò se stesso», «svuotò se stesso»; «da ricco che era, si fece povero» (2 Cor 8, 9).
C’è un’ode di Salomone che dice: «poiché la sua bontà fece piccola la sua grandezza, egli divenne come io sono»; ed è in questa povertà della condizione umana che Dio si è rivelato. Si potrebbe dire: si è mostrato così nobile da non avere paura di farsi plebeo, di farsi piccolo.
È così grande che la sua grandezza non è costretta a difenderla, è capace di donarla, di metterla in gioco: «assumendo la condizione di servo», cioè il modo di esistere dello schiavo. Chiaramente la sottolineatura vuole evidenziare il contrasto: in forma di Dio, pari a Dio – in forma in condizione di servo.
Forse questo discorso del servo può fare riferimento alla condizione umana, come sottomessa a delle potenze dalle quali è condizionata: la morte (che abbiamo già detto, quindi non c’è bisogna di ritornarci sopra). La condizione dell’uomo è essenzialmente un’esperienza condizionata. L’uomo può desiderare l’infinito, però è costretto a fare i conti (con i casuali), con l’effimero, con il frammentario, perché l’esistenza dell’uomo è questa: «assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini».
Tutte queste tre espressioni insieme dovrebbero indicare l’Incarnazione.
4.1.1. L’obbedienza

Poi la carriera umana di Gesù. Fatto uomo: «apparso in forma umana»; il testo continua: «8 umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce». «Umiliò se stesso», è probabilmente il motivo per cui l’Inno è stato scelto. Perché c’era stato detto prima di «non fare nulla per spirito di rivalità o per vanagloria, ma… con tutta umiltà, considerare gli altri superiori a noi stessi». Il Cristo incarnato «8 umiliò se stesso facendosi obbediente». Il modo concreto dell’umiltà è esattamente l’obbedienza; e che l’obbedienza sia evento fondamentale nella vita di Gesù lo abbiamo già ricordato con la Lettera agli Ebrei: «Pur essendo Figlio, imparò tuttavia l’obbedienza dalle cose che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti quelli che obbediscono ai suoi comandi» (Eb 5, 8-9).
E soprattutto bisognerebbe leggere il cap. 5, 12ss della Lettera ai Romani, dove il discorso è la contrapposizione Adamo-Cristo, che è essenzialmente la contrapposizione tra disobbedienza-obbedienza: per la disobbedienza di uno siamo tutti in una condizione di miseria; per l’obbedienza di uno solo tutti sono costituiti giusti. Quindi si può dire che nel cap. 5° della Lettera ai Romani il dramma del mondo è descritto come dramma tra disobbedienza e obbedienza.
Gesù Cristo, uomo, ha percorso il cammino dell’esistenza umana, l’agire e il patire storico, in tutte le esperienze di limitatezza, di povertà, di condizionamento e di provvisorietà. Fino all’ultima espressione della povertà umana: la morte. Il Cristo ha detto di sì alla vita umana e al suo punto finale che è la morte.
Notate che il discorso per il nostro Inno è soprattutto dell’indicare un cammino di abbassamento. Dio-uomo, ma uomo-servo, ma «servo… fino alla morte e alla morte di croce». Questo è l’unico accenno nel nostro Inno al significato salvifico della morte di Gesù. Perché quello che l’Inno vuole descrivere non è l’opera di redenzione in quanto tale, ma è il mistero di abbassamento nel quale la redenzione è compiuta. Quindi la parola “croce” richiama la redenzione immediatamente in un contesto cristiano, ma non è come gli inni della Lettera ai Colossesi e agli Efesini centrati proprio sull’opera redentiva. Qui è centrato sul cammino di abbassamento e di obbedienza fino alla morte.
4.2. Movimento di innalzamento
A questo punto l’Inno ha la sua svolta, all’improvviso cambia tutto: l’itinerario è arrivato al termine, alla morte di croce, oltre quello non si può andare. Ma «9 Per questo Dio l’ha esaltato». Qui cambia il soggetto. Finora il soggetto era Cristo Gesù, ora il soggetto diventa Dio. Vuole dire: questa è la risposta di Dio al percorso che Gesù Cristo ha fatto. Gesù Cristo ha vissuto una carriera a rovescio, che dalla condizione divina lo ha portato alla morte in croce; ebbene Dio non è stato muto di fronte a questa scelta di Gesù Cristo, ma ha risposto con la sua potenza: «9 Per questo Dio lo ha esaltato». Anche qui la traduzione non è esatta, perché il testo dice: «lo ha sovraesaltato», uperipsosen, quindi lo ha innalzato ancora al di sopra (dopo vediamo in che senso). In ogni modo quello che si vuole dire è che Dio ha dato a Cristo una posizione di sovranità, lo ha innalzato «e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome». Chiaramente “nome” vuole dire un potere, una dignità, una forza, una energia che lo pone al di sopra di qualunque altro potere, si può dire che lo ha innalzato al di sopra dei cieli. Se voi pensate ad una visione cosmologica dove l’innalzamento significhi un aumento di potere, “salire sopra i cieli” vuole dire: acquistare potere sopra i cieli e sopra la terra, chi è in cielo domina la terra, chi è al di sopra dei cieli domina i cieli e la terra. Ebbene, è questo che è stato dato a Gesù Cristo.
Il verbo tradotto con «gli ha dato il nome» è il verbo echarisato, che indica come una grazia, un dono. La prospettiva si gioca nel dono. Il Padre risponde con infinita liberalità e generosità all’atteggiamento e al comportamento di Gesù, e gli dà questo nome, potere, «al di sopra di ogni altro nome» perché è nel nome di Gesù. Ed è la prima volta che nell’Inno viene fuori “il nome”, e stranamente il nome Gesù. Perché il nome Gesù? Probabilmente perché sottolinea la dimensione umana, l’umanità. Poteva usare anche il nome Cristo, che avrebbe indicato una dignità messianica, invece usa il nome di “battesimo”, cioè il nome della sua umanità.
Il Gesù, che è il Gesù di Nazaret, «10 perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra; 11 e ogni lingua proclami». E qui viene citato Isaia al cap. 45°, dove si annuncia che le nazioni pagane, quelle che finora hanno combattuto Israele, un giorno verranno e insieme con Israele si inchineranno, si prostreranno, davanti alla sovranità di Dio; Dio viene riconosciuto come sovrano da tutte le nazioni, e non solo da Israele, anche dai nemici degli israeliti insieme con loro e fanno la proskynesin, l’adorazione, e la proclamazione della grandezza di Dio (cfr. Is 45, 14).
Però qui cambia tutto, perché tutte queste realtà e potenze non s’inchinano davanti a Dio, ma davanti a Gesù Cristo, che ha percorso il cammino dell’umiliazione «fino alla morte e alla morte di croce», e lo proclamano Signore. “Signore” è il termine greco con cui la Bibbia dei LXX traduce il tetragramma. Quando nel testo ebraico c’è JHWH, la traduzione greca traduce Kirios. Quindi è un nome specificamente divino. Quel uperipsosen, che dicevo prima, il sovraesaltato, è usato ancora nella Bibbia greca solo per Dio. Allora l’onore che viene riconosciuto a Gesù Cristo non è semplicemente sovramondano, è un onore divino, pari pari.
Chiaramente non pensate che questo sia in contraddizione o in concorrenza con l’onore stesso di Dio, perché «11 ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre». Quindi è dentro a questo mistero immenso della gloria di Dio Padre che è riconosciuta effettivamente la divinità di Gesù Cristo.
Quando ritrovare: «ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra» intendetelo in riferimento alle “potenze” (di cui avevamo già detto nell’ottava meditazione). Non vuole dire gli angeli, gli uomini e i morti; ma tutte le potenze che dominano l’universo in qualunque luogo si trovino. C’è un riconoscimento di signoria offerto a questo Cristo che è proclamato Signore. È in questo, uperipsosen, (lo ha sovraesaltato), che ora ha qualche cosa che prima non aveva. È partito dalla forma divina, e uno potrebbe dire che aveva tutto. Si, è vero, aveva tutto, ma adesso nella sua umanità è Signore sopra l’universo, perché ha conquistato questa posizione di dominio con un itinerario paradossale di abbassamento.
5. Il significato dell’Inno
Credo che il significato di un testo di questo genere sia immenso, infinito. Si può leggere in tanti modi, quindi ne ricordo solo alcuni (poi ci può stare la meditazione personale).
5.1.1. Adamo, che desidera essere come Dio senza Dio
Una prima cosa che viene in mente è il confronto con il nostro grande padre Adamo, il quale anche lui aveva a che fare con l’uguaglianza con Dio di cui parla l’Inno; l’esperienza di Adamo è presente come dramma, come desiderio, all’inizio della storia umana. Ma qui c’è esattamente l’opposto. Nel caso di Adamo c’è una persona che è in forma di uomo – non in forma di Dio –, ma che non si accontenta della sua forma di uomo e vuole rapire l’uguaglianza con Dio. Per rapire l’uguaglianza con Dio cerca di percorrere un itinerario di autoaffermazione, cioè di autonomia, di taglio di ogni legame e sottomissione. Il risultato di un itinerario di questo genere è evidentemente la morte. Allora il contrasto non potrebbe essere più evidente. Diceva Ratzinger: “Non è proibito all’uomo desiderare di essere come Dio; il problema è desiderare di essere come Dio senza Dio”. Quindi “il come Dio” vuole dire: al posto di Dio. Questo è il dramma, una radice di peccato. Invece il cammino che l’uomo è chiamato a percorrere è di una sottomissione di un’obbedienza al Padre. In quello c’è il cammino che lo innalza, per grazia di Dio, alla condizione stessa del Signore.
5.1.2. Adamo, che vuole farsi Dio senza Dio
Un altro riferimento parallelo ad Adamo, c’è nel cap. 28° di Ezechiele. È una satira contro i re di Tiro. Tiro era costruita su un’isoletta a qualche centinaia di metri dalla costa e siccome era una grande potenza marinara si sentiva onnipotente. Perché una città può essere assediata e assalita, ma assediare un’isola è abbastanza complicato, soprattutto se in quell’isola domina il commercio, quindi le sue navi percorrono tutto il Mediterraneo. Da questo punto di vista Tiro si sente onnipotente: perché, chi mi prende, chi mi circonda? La satira sul re di Tiro (che chiaramente rappresenta la città, non è il re come singolo personaggio) gli dice: «Poiché il tuo cuore si è insuperbito e hai detto: Io sono un dio, siedo su un seggio divino in mezzo ai mari, mentre tu sei un uomo e non un dio, hai uguagliato la tua mente a quella di Dio, ecco, tu sei più saggio di Daniele, nessun segreto ti è nascosto. Con la tua saggezza e il tuo accorgimento hai creato la tua potenza e ammassato oro e argento nei tuoi scrigni; con la tua grande accortezza e i tuoi traffici hai accresciuto le tue ricchezze e per le tue ricchezze si è inorgoglito il tuo cuore. Perciò così dice il Signore Dio: Poiché hai uguagliato la tua mente a quella di Dio, ecco, io manderò contro di te i più feroci popoli stranieri; snuderanno le spade contro la tua bella saggezza, profaneranno il tuo splendore. Ti precipiteranno nella fossa e morirai della morte degli uccisi in mezzo ai mari. Ripeterai ancora: Io sono un dio, di fronte ai tuo uccisori? Ma sei un uomo e non un dio in balìa di chi ti uccide. Della morte dei non circoncisi morirai per mano di stranieri, perché io l’ho detto. Oracolo del Signore Dio» (Ez 28, 2-10).
La posizione marinara, che era il suo vanto – «io siedo su un seggio divino in mezzo ai mari», quindi nessuno mi può conquistare –, diventa l’umiliazione della sua tomba. Muori come quelli che non hanno sepolcro, come quelli che muoiono nel mare, lì è la tua umiliazione. È il discorso fondamentale che la Scrittura riprende dall’inizio alla fine, della ubris dell’uomo che vuole farsi Dio senza Dio.
Nel nostro caso c’è invece il cammino opposto, la carriera a rovescio: dell’umiliazione che conduce invece alla dignità, al potere stesso di Dio.
5.2. Il “quarto canto del servo di Jahve”
Una seconda traccia di lettura è il “quarto canto del servo di Jahve”. Qualcuno pensa che ci siano dei rapporti tra l’Inno della Lettera ai Filippesi e il “quarto canto del servo di Jahve” (ma è molto discusso, però si possono accostare certamente senza affermare che uno derivi dall’altro). Si possono accostare perché il “quarto canto del servo di Jahve” incomincia: «Ecco, il mio servo avrà successo, sarà onorato, esaltato e molto innalzato» (Is 52, 13). Quindi incomincia con un’immagine di gloria, di potere, di elevazione. L’innalzamento di Giovanni (cfr. Gv 12, 32) viene di qui: «il mio servo avrà successo».
Ma poi viene raccontato il come questo servo ha raggiunto il successo. È come quella tecnica del flex beech, si comincia dalla finale di un dramma e poi si racconta come ci si è arrivati; fa vedere il risultato e poi descrive il cammino. Ma il cammino è quello dell’umiliazione: «Chi avrebbe creduto alla nostra rivelazione?… Non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per trovare in lui diletto. Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si vela la faccia, lo abbiamo disprezzato e non ne avevamo alcuna stima» (Is 53, 1.2-3). E continua a raccontare la carriera di questo servo del Signore: «Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori e noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato. Egli è stato trafitto per i nostri delitti…» (Is 53, 4-5). Fa vedere tutto questo itinerario fino alla morte: «fu eliminato dalla terra dei viventi… con ingiusta sentenza fu tolto di mezzo» (Is 53, 8) Ma a questo punto: «Quando offrirà se stesso in espiazione, vedrà una discendenza, vivrà a lungo… Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce… il giusto mio servo giustificherà molti… io gli darò in premio le moltitudini, dei potenti egli farà bottino» (Is 53, 10.11.12).
Le differenze sono enormi, rispetto al nostro testo, perché Isaia al cap. 52° e 53° è tutto giocato sul tema della redenzione, del riscatto, della liberazione. Però le due immagini dell’abbassamento e dell’innalzamento sono presenti.
5.3. Il Nuovo Testamento
Una terza lettura è il Nuovo Testamento: della vita di Gesù letta sotto la prospettiva del servizio: «il Figlio dell’uomo, non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per la moltitudine». (Mt 20, 28). E soprattutto il cap. 13° di Giovanni, in cui «Gesù (il giorno prima di morire), prima della festa di Pasqua, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine… Pur sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, si alzò da tavola, depose le vesti e, preso un asciugatoio, se lo cinse attorno alla vita» (Gv 13, 1.3-4). Giovanni sembra che giochi su questa immagine del deporre le vesti e del prendere l’asciugatoio, perché alla fine dice il contrario: «Quando ebbe finito di lavare loro i piedi e riprese le vesti, sedette di nuovo e disse loro…» (Gv 13, 12). Questa immagine – di Gesù che “depone le vesti” e prende “il grembiule”, che è il segno del servo, e poi “riprende le vesti” – per San Giovanni richiama immediatamente quello che Dio aveva detto nel cap. 10°: «Per questo il Padre mi ama: perché io do la vita da me stesso… Nessuno me la toglie, ma me lo do io da me stesso, ho il potere di darla e ho il potere di riprenderla di nuovo» (Gv 10, 17.18). Depone e riprende, in mezzo però c’è il servizio, la vita trasformata in umiltà, ma non semplicemente come sentimento, ma come gesto che fa vivere con il dono di se stesso.
5.4. Il significato del mistero di Dio è nel Crocefisso
Questo Inno si può leggere in risposta alla domanda per noi fondamentale: chi è Dio? Oppure: dove posso trovare nel mondo un’immagine reale ed effettiva di Dio? Ho bisogno di conoscere qualche cosa del mistero di Dio e cerco nel mondo una traccia; dove? Nella natura, negli avvenimenti belli dell’amore, ecc. Se ha ragione il nostro testo, questa traccia di Dio bisogna cercarlo in un Crocefisso. In quell’uomo innalzato e umiliato sulla croce, lì c’è la traduzione più significativa del mistero di Dio in termini umani. “Significativa” perché Dio, di fronte all’umiliazione del Figlio, lo proclama Signore. Quando il Figlio giunge «fino alla morte e alla morte di croce», lì Dio dice: questo è il Signore. Siccome Signore è il nome stesso di Dio, è come dire: questo è colui nel quale io mi compiaccio, nel quale mi ritrovo (cfr. Mt 3, 17). Ed è molto significativo che Dio si ritrovi esattamente lì: in una vita donata, in una vita trasformata in obbedienza e in amore.
Questo si aggiunge alle riflessioni che abbiamo fatto prima sugli altri due Inni e credo che insieme ci aiutino ad avere una cristologia ricca e una cristologia pregata in un contesto di inno e di lode e di riconoscenza a Dio.
* Documento rilevato dalla registrazione, adattato al linguaggio scritto, non rivisto dall’autore, ma dall’Ufficio Pastorale.

Publié dans:Lettera ai Filippesi |on 17 septembre, 2013 |Pas de commentaires »

OMELIA DI APPROFONDIMENTO SU FILIPPESI 2,6-11

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/03-annoC/annoC/12-13/03-Quaresima/Omelie/06-Dom-Quaresima-C_Palme-2013_MP.html

OMELIA DI APPROFONDIMENTO SU FILIPPESI 2,6-11

24 marzo 2013: 6a Domenica Quaresima C: Le Palme |

UMILIATO FINO ALLA MORTE
Scrivendo ai Filippesi, Paolo riporta un inno in onore di Cristo che doveva essere familiare alla comunità primitiva. La prima strofa c’invita a contemplare il Figlio di Dio che si fa uomo, presentandosi agli uomini spoglio della grandezza propria della divinità, abbassandosi alla condizione di servo, umiliandosi fino a morire sulla croce per obbedire alla volontà del Padre. La seconda strofa inneggia a lui come al Signore esaltato e glorificato da Dio. C’è qui, in una sintesi stupenda, tutto il mistero di Cristo, Dio e uomo, morto e risuscitato. La liturgia di oggi lo mette in particolare evidenza.

« UMILIÒ SE STESSO »
Pensando a Gesù che si umilia, la nostra fantasia è colpita soprattutto dalle umiliazioni subite da lui nella sua passione, anticipata nel canto del Servo di Dio e narrata dagli evangelisti: « Ho presentato il dorso ai flagellatori, la guancia a coloro che mi strappavano la barba; non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi ». Il salmo responsoriale riprende il tema: « Mi scherniscono quelli che mi vedono, storcono le labbra, scuotono il capo ». Nel racconto della passione, Luca, come gli altri evangelisti, registra tutta una serie di episodi che sono altrettanti momenti di quella « umiliazione » e di quella « obbedienza » che culmineranno nella « morte di croce ».
Dobbiamo limitarci a qualche richiamo. L’annunzio del tradimento da parte di uno dei dodici, che è con lui a tavola, tradimento che sarà consumato poche ore dopo con un bacio. Gesù che si presenta in mezzo ai discepoli « come colui che serve ». L’angoscia da cui è vinto, fino a supplicare che gli sia risparmiata tanta sofferenza, fino a sudare sangue. La cattura da parte della torma che lo assale « con spade e bastoni » come fosse un brigante. La viltà di Pietro che lo sconfessa tre volte. Gli scherni, le percosse e gli insulti di cui è bersaglio durante la notte. Le accuse calunniose mosse contro di lui davanti al sinedrio e a Pilato, gli insulti e gli scherni toccatigli da parte di Erode e dei suoi soldati. Il confronto con Barabba, un assassino, che gli viene preferito; la condanna a morte, la crocifissione in mezzo a due malfattori, la sfida insultante dei capi, fino alla morte, che sembra segnare la sconfitta definitiva.
S. Paolo ci fa risalire a quella « umiliazione », a quell’abbassamento di Gesù che non si colora di tragedia come quello tratteggiato dai profeti e poi narrato per filo e per segno dagli evangelisti, ma si rivela all’occhio della fede come il mistero profondo in cui ha radice tutta la trafila delle umiliazioni che vanno dal Getsemani al Calvario. È il mistero dell’incarnazione: « Pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana ».
Perché ricordare tutto questo? Primo: per ringraziare: « Per noi uomini e per la nostra salvezza » Gesù si è umiliato. Secondo: per imparare: « Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù » (Fil 2,5). Così Paolo introduce il passo che abbiamo ascoltato. Imparare ad accettare l’umiliazione, in obbedienza alla volontà di Dio, senza ribellarci. Imparare a stimare gli uomini non secondo il denaro, il potere, il successo, ma riconoscere i veri valori, scegliendo i poveri che più assomigliano al Figlio di Dio povero e sofferente.

« L’ha esaltato »
L’umiliazione del Servo di Dio cantata dal profeta non è sconfitta definitiva. Il Servo sofferente e umiliato sa di poter contare sull’aiuto di Dio, più potente di tutti i suoi nemici, al quale spetta l’ultima parola: « Il Signore Dio mi assiste, per questo non resto confuso, per questo rendo la mia faccia dura come pietra, sapendo di non restare deluso ». A lui lancia il suo grido d’implorazione per bocca del salmista: « Ma tu, Signore, non stare lontano, mia forza, accorri in mio aiuto ». Il soccorso di Dio non potrà mancare e allora egli, salvato, lo proclamerà ai fratelli: « Annunzierò il tuo nome ai miei fratelli », per invitarli a lodarlo con lui.
Nella benedizione dei rami d’olivo ci è stato riferito un episodio che prelude all’esaltazione finale di Gesù, « quando tutta la folla dei discepoli, esultando, cominciò a lodare Dio a gran voce, per tutti i prodigi che avevano veduto, dicendo: « Benedetto colui che viene, il re, nel nome del Signore. Pace in cielo e gloria nel più alto dei cieli »". « La folla – commenta s. Ambrogio – lo riconosce Dio, l’acclama re, ripete la profezia: « Osanna al figlio di Davide », cioè dichiara che è venuto il redentore atteso della casa di Davide e che egli è secondo la carne figlio di Davide: quella folla che poco tempo dopo lo crocifiggerà ».
Alla sua esaltazione accenna Gesù rispondendo al sinedrio: « Da questo momento starà il Figlio dell’uomo seduto alla destra della potenza di Dio », come vi accenna il malfattore crocifisso con lui che si riconosce colpevole e lo prega: « Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno », come il centurione che, « visto ciò che era accaduto » al momento della morte, « glorificava Dio » confessando: « Veramente quest’uomo era giusto », imitato dalle folle che « se ne tornavano percuotendosi il petto ». L’annuncio più esplicito della esaltazione di Gesù ci è dato da Paolo, in quella strofa vibrante di entusiasmo che proclama la grandezza del nome di lui che trascende ogni altro nome e invita tutte le creature a riconoscerlo come il Signore.
L’invito è rivolto anche a noi. Il culto di Gesù Signore, Dio e uomo, culto che è nello stesso tempo glorificazione del Padre, è dovere fondamentale del cristiano. Certo, non un culto che non impegna la vita, non un riconoscimento di Gesù Cristo come Signore che ci lascia indifferenti verso i fratelli. Il quarto canto del Servo si apre con la promessa che Dio fa di esaltarlo: « Ecco, il mio servo avrà successo, sarà innalzato, onorato, esaltato grandemente » (Is 52,13), e continua descrivendo le umiliazioni e le sofferenze a cui egli sarà sottoposto: « Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia, era disprezzato e non ne avevano alcuna stima » (Is 53,3). Tutto questo non in forza d’un destino ineluttabile, ma per espiare i nostri peccati e operare la nostra salvezza. « Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori e noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato. Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità. Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe noi siamo stati guariti » (Is 53,4-5). Infine, il premio: « Dopo il mio intimo tormento vedrà la luce e si sazierà della sua conoscenza… Perciò io gli darò in premio le moltitudini, dei potenti egli farà bottino » (Is 53,11-12).
Se ritorniamo all’esortazione con cui Paolo ha introdotto il suo inno a Cristo: « Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù », ci troviamo posti di fronte a un’esigenza precisa. Come Gesù accettò di essere umiliato, di soffrire, di morire per noi, per ottenerci il perdono e la salvezza, così noi, se vogliamo riconoscere Gesù glorioso entrando nel suo disegno, dobbiamo donarci ai fratelli per amore, con totale disponibilità a quanto ci verrà richiesto di umiliazione, di sofferenza, fino al sacrificio della vita. « Egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli » (1 Gv 3,16). Il sacrificio supremo sarà richiesto a pochi, ma a tutti è richiesto ciò che soggiunge Giovanni subito dopo: « Ma se uno ha ricchezze di questo mondo e vedendo il suo fratello in necessità gli chiude il proprio cuore, come dimora in lui l’amore di Dio? Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma coi fatti e nella verità » (1 Gv 3,17-18).

         Da: PELLEGRINO M., Servire la Parola, Anno C, Elledici, Torino

Filippesi 3, 8-14 – commentaires de Marie Noëlle Thabut

http://www.eglise.catholique.fr/foi-et-vie-chretienne/commentaires-de-marie-noelle-thabut.html

Dimanche 17 mars : commentaires de Marie Noëlle Thabut

(traduzione Google dal francese, se potete leggete l’originale, ma si capissce ugualmente)

SECONDA LETTURA – Filippesi 3, 8-14

Qui troviamo l’immagine della razza che san Paolo usa più volte nelle sue lettere. E in gara, è la meta che conta! Il punto di partenza deve affrettarsi a dimenticare! Immaginate un corridore che si trasformerebbe senza fermarsi, è garantito a perdere: « solo una cosa: dimentico del passato e proteso verso il futuro, corro verso il segno per il premio … « Dobbiamo sapere in qualche modo tornare indietro: e da quando è stata » sequestrata « da Cristo, come dice lui, Paul ha voltato le spalle su molte cose, in molte certezze. La parola « prima » è molto forte nel linguaggio della vita di Paolo è stata capovolta in realtà dal giorno in cui Cristo è stato letteralmente lo afferrò sulla via di Damasco.
Di solito, però, Paolo presenta la sua fede cristiana, come conseguenza logica della sua fede ebraica. Ai suoi occhi, Gesù Cristo compie in realtà attesa del Vecchio Testamento e non vi è continuità tra il Vecchio e Nuovo Testamento, ad esempio, durante il processo davanti al giudice romano di Cesarea, ha detto: « Il profeti e Mosè hanno previsto cosa sarebbe successo (vale a dire che Gesù è il Messia ) e non dico altro … « (Atti 26, 22). Ma qui Paolo sottolinea la novità portata da Gesù Cristo: « Tutti i vantaggi che una volta avuto, ora prendere in considerazione una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio ​​Signore. ‘
Questa novità portata da Gesù Cristo è radicale, ora siamo davvero una « nuova creazione », e questa espressione, ci siamo incontrati Domenica scorsa nella seconda lettera ai Corinzi, Paolo qui dice il contrario: « Grazie a lui Ho perso tutto quello che mi sento come spazzatura, l’unico vantaggio a Cristo, nel quale Dio mi riconosce come giusto. « Tradurre », che un tempo mi sembravano più importanti, i miei vantaggi, i miei privilegi ora non ha per me più feccia.  »
Questi « benefici » di cui egli parla: egli era orgoglioso di appartenere al popolo di Israele, era la fede, la fede, la speranza del popolo inestirpabili, era prassi normale, tutti scrupolosamente comandamenti, che egli chiama « l’obbedienza alla legge di Mosè. » Ma ora, Gesù Cristo ha avuto luogo in tutta la sua vita: « Tutto io reputo una spezzature per un fine di guadagnare Cristo ». Ora ha la proprietà che supera tutte le ricchezze del mondo solo nei suoi occhi: « conoscenza » di Cristo per parlare di questo, Gesù usava parabole : ha detto, ad esempio, « Il regno dei cieli è simile a un tesoro era nascosto in un campo e un uomo è stato scoperto: lo nasconde di nuovo, e nella sua gioia, va, vende tutti i suoi averi e compra quel campo. « (Mt 13, 44).
Il vero tesoro della nostra vita, dice St. Paul, è di aver scoperto Cristo e lui sa di cosa sta parlando, che è stato prima un persecutore degli apostoli ! La sua vita è stata sconvolta dalla scoperta dalla « conoscenza » di Cristo. La conoscenza non è intellettuale: in senso biblico, conoscere qualcuno vive in intimità, è amare e condividere la sua vita. E ‘in questo senso di intimità condivisa che Paolo parla del legame che unisce ora, e con essa tutti i battezzati in Gesù Cristo.
Perché insiste tanto su questo link? Perché siamo nel contesto di un conflitto molto serio che ha attraversato Filippesi comunità sulla circoncisione che abbiamo già incontrato un paio di settimane fa: alcuni cristiani ebrei volevano che impongono la circoncisione tutti i cristiani prima del Battesimo , che è la circoncisione che pensa quando parla di « obbedienza alla Legge di Mosè » sappiamo in che senso gli Apostoli hanno affrontato questo problema che minacciava di dividere le comunità, nel corso di una assemblea a Gerusalemme, una sorta di mini-Consiglio: Nella Nuova Alleanza, la Legge di Mosè viene superato, il Battesimo nel Nome di Gesù ci fa il figlio di Dio: « Voi che siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo « , ha detto Paolo nella lettera ai Galati (Gal 3, 27). La circoncisione non è più necessario essere parte del popolo della Nuova Alleanza, dato che l’Alleanza è permanentemente sigillati una volta per tutte in Gesù Cristo: « In Gesù Cristo, Dio riconoscerà come equo. Questa giustizia non è di me stesso, vale a dire, la mia obbedienza alla Legge di Mosè, ma di fede in Cristo è la giustizia che viene da Dio e si basa sulla fede. « Una delle grandi scoperte di Paolo è che la nostra salvezza non è la fine dei nostri meriti, i nostri sforzi … La salvezza di Dio è gratis! Questo è il significato della parola  » grazie « se si pensa … Il libro della Genesi ha già detto: « Abramo credette nel Signore, e il Signore è sembrato giusto. « (Genesi 15: 6). In altre parole, la nostra giustizia viene solo da Dio, solo credere!
Ma perché si parla di « comunione con le sofferenze della Passione di Cristo, riprodurre la sua morte, nella speranza della risurrezione dai morti »? Non è, ovviamente, accumulare meriti per buona misura! Paolo appena ci ha detto esattamente il contrario! Vuol dire che questa nuova vita che viviamo ora in Gesù Cristo come innestato su di esso (per usare l’immagine della vite a Saint John) ci porta a prendere la stessa strada come lui. « Comunicare con le sofferenze della Passione di Cristo, » è quello di accettare riprodurre il comportamento di Cristo, accettare gli stessi rischi, che sono i rischi di annuncio del Vangelo, Gesù disse: « No è profeta in patria « , e aveva avvertito i suoi apostoli che sarebbero stati trattati meglio del suo padrone.
La domanda è se noi sarebbe in grado di dire con St. Paul che l’unica proprietà che ha ai nostri occhi, è la conoscenza di Cristo? Tutto il resto è « feccia »!

————————–
Complemento

- Una delle idee di San Paolo è che Cristo è venuto per adempiere la Scrittura: il rapporto tra l’Antico Testamento e il Nuovo Testamento, tra il patto antico e il Nuovo Patto è fatta di continuità e rottura: è perché è un Ebreo è cristiano, e che la continuità … ma ora dobbiamo abbandonare pratiche ebraiche per consentire « cattura » da Cristo, e che la rottura.

LA SAGGEZZA CRISTIANA ARTE DEL VIVERE – (anche Paolo)

http://www.atma-o-jibon.org/italiano9/quesnel_saggezza_cristiana1.htm

(è una serie di 12 studi – metto il primo dove ci sono riferimenti a Paolo, in particolare Colossesi e Filippesi, gli altri li devo leggere, ma il link per vedere di che si tratta è lo stesso che ho messo sopra!)

Michel Quesnel

LA SAGGEZZA CRISTIANA ARTE DEL VIVERE – (anche Paolo)

INTRODUZIONE

Considerato che dobbiamo morire…

Non dobbiamo avere paura delle parole. Considerato che dobbiamo morire sarebbe stupido – sì, semplicemente, totalmente stupido – vivere come se la vita presente dovesse prolungarsi all’infinito.
Governare – si dice – è prevedere. Governare la propria vita significa prevedere che essa un giorno finirà, almeno nelle forme che conosciamo. Morire è l’unico avvenimento del nostro futuro del quale siamo certi. È così, semplicemente, così. La morte fa parte del programma. Che non è né allegro né triste.
Chi se ne rallegrasse sarebbe sadico o masochista, anche sospettabile di trarre piacere dalla tragedia o dalle sconfitte dell’ esistenza, avido di ricondurre, ad ogni buon conto, i suoi contemporanei nei ranghi della consolazione a buon mercato nell’aldilà. Chi se ne rattrista si proietta troppo in fretta nel futuro, perché la morte non è necessariamente in arrivo in un batter d’occhio. Se tutto va bene, ci vengono donati lunghi anni per gustare la vita, per amare ed essere amati, per fare festa. E sarebbe stupido non approfittarne. A pensarci bene, allora, rattristarsi del dover morire è davvero ragionevole? La morte non porta forse in se stessa anche una dimensione di liberazione? Chi sarebbe felice di una vecchiaia che si prolungasse all’infinito?
Dobbiamo vivere, dunque, consapevoli di dover morire, noi e i nostri cari. Questo significa che ci saranno delle soglie da varcare, delle rotture da accettare. E che, nell’immediato, dobbiamo organizzare il nostro quotidiano tenendo conto del nulla da cui veniamo e dell’ignoto verso cui andiamo. Questo si definisce saggezza o anche arte di vivere: un invito che comprendiamo quando prendiamo coscienza della nostra fragilità; un bene che molti cercano e che non è privilegio di nessuno, ma che alcuni, poiché avvertono più di altri il piacere di scrivere, cercano di esprimere in parole.
Compatibile con tutte le convinzioni, la saggezza riceve da loro colore e vivacità. Esistono saggezze cristiane, saggezze buddiste, saggezze atee. In parte coincidono, non c’è dubbio, ma non si sovrappongono del tutto. La cosa peggiore sarebbe pensare che una fede religiosa non abbia nulla a che fare con la saggezza, come se il riferimento alla trascendenza la dispensasse.
Certo, san Paolo opponeva la sapienza degli uomini alla follia della Croce. Non esitava a mostrarsi severo di fronte alla saggezza totalmente umana alla quale aspiravano i Corinti. Esiste una ragione per diffidare dall’ essere saggi? Egli stesso non esitò ad offrire ai suoi corrispondenti dei consigli che non sono nient’ altro se non esortazioni alla saggezza. E potremmo dire lo stesso del profeta di Nazareth, che fu anche un saggio. Questa, almeno, è l’immagine che i vangeli danno di lui.
La saggezza che propongo qui è una saggezza cristiana, la mia, nutrita di Bibbia e di riflessioni sul mondo nel modo in cui mi s’impone e cerco di comprenderlo. Essa è contrassegnata dalla mia cultura, dalla mia età – già avanzata -, dalle mie attività ecclesiali ed universitarie, dal mio carattere, dai miei interessi.
È descritta in trentatre corti « elogi » raggruppati per tre, va da Gesù Cristo all’umorismo, passando per il silenzio, per la ricchezza, per l’orgia, per la compassione… li si può leggere come si vuole, indipendentemente gli uni dagli altri. Perché trentatre? È il numero degli anni vissuti da Gesù Cristo, secondo la tradizione. Non pratico la numerologia, ma non mi ripugna mettere in rilievo la simbologia dei numeri. Perché a tre per tre? Perché così si ottengono undici insiemi di tre capitoli. Undici è dodici meno uno, cifra simbolo di incompletezza; tre è la perfezione divina. Ora, la saggezza cristiana tiene conto di questa doppia dimensione della persona umana, imperfetta e limitata, ma destinata a raggiungere, mediante la santità, il Dio perfetto che la chiama.
Consapevolmente ho intitolato ogni capitolo: « Elogio di… » La parola elogio deriva dal latino elogium, derivante a sua volta dal greco eulogia, che significa « benedizione ». Perché il fondamento del mio pensiero è che, nel suo complesso, vivere è una benedizione, cosa che non nega in alcun modo il tragico – amo molto, d’altra parte, il libro di Qohélet -, e che la saggezza mal si concilia con l’asprezza.

SOTTO IL SEGNO DEL FIGLIO

Elogio di Gesù Cristo

Una sola persona, nella storia umana, è apparsa di nuovo viva dopo essere morta pochissimo tempo prima, appartenendo già al mondo dell’ aldilà: un profeta ebreo del I secolo della nostra era, chiamato Gesù. È resuscitato, non ritornando alla vita che aveva lasciato, così da dover morire di nuovo, ma vivendo un’altra forma di vita le cui caratteristiche oltrepassano le possibilità dell’immaginazione umana. Si può pensare che questa pretesa resurrezione non sia che una favola, una storia inventata da discepoli incapaci di rassegnarsi alla morte del loro maestro, tanto più per il fatto che questi era morto in un modo particolarmente tragico: crocifisso dall’ autorità romana occupante – un supplizio riservato ai popolani e agli schiavi – in seguito alle pressioni di alcuni grandi sacerdoti di Gerusalemme. Ritenere che la resurrezione di Gesù sia una pura invenzione è un’ipotesi sostenibile; in ogni caso, non possiamo averne le prove. Ugualmente, non possiamo provare il contrario: la convinzione che Gesù sia risorto non è dell’ordine della ragione. Nessuna persona neutrale ha potuto verificare il fatto: quelle che lo hanno testimoniato poco tempo dopo la sua morte erano tutte, in un modo o nell’altro, legate a lui. La loro testimonianza può essere rifiutata come priva di obiettività.
Tuttavia la qualità di una convinzione non si misura soltanto in base alle prove che se ne possono dare; essa mostra il suo buon fondamento anche attraverso la sua fecondità. I cristiani non hanno la prova che Gesù sia risorto. Lo credono fermamente e costruiscono la propria esistenza su questa certezza. Si sforzano di vivere la propria fede e di prendere Gesù come maestro. Questo non significa che ce la facciano, perché l’obiettivo è particolarmente alto.
L’immagine di Gesù così come la tramandano i vangeli è quella di un profeta e di un saggio dalle qualità umane eccezionali. Profeta, annuncia l’imminenza del Regno di Dio nel cuore degli uomini e nella storia: un regno di giustizia e di pace la cui sola regola di vita è l’amore. Egli stesso dimostrò, attraverso l’esempio, che ciò era possibile. Taumaturgo attento a tutte le forme di miseria, messaggero di speranza per i poveri, accusatore dei ricchi e dei profittatori, appaga le aspirazioni profonde sia dei giusti che dei peccatori. Saggio tra i saggi d’Israele, dà fiducia alla libertà di ciascuno a tal punto da non imporre nulla. Chiama, suggerisce, esorta, illustra con esempi, utilizzando con abilità esemplare una specifica forma di breve racconto nel quale l’uditore è invitato a sentirsi coinvolto e grazie al quale può essere portato a trasformarsi: la parabola. Ispirarsi all’insegnamento e alla condotta di Gesù costituisce una completa arte di vivere.
L’espressione consacrata dall’uso spirituale è L’imitazione di Cristo. È anche il titolo di un’opera renana del XIV secolo i cui emuli furono notevoli. È opportuno tuttavia non confondere « imitazione » con « mimetismo ». Oggi noi viviamo in condizioni assai diverse da quelle del vicino Oriente del I secolo; noi non siamo
Gesù Cristo; sarebbe illusorio e stupido pretendere di agire come egli ha agito cercando di scimmiottarlo. Imitare permette di prendere la distanza rispetto al modello. Gesù fu attento al poveri e ai piccoli; noi siamo invitati a fare altrettanto, ispirandoci al suo modo di essere. Gesù manifestò ai suoi contemporanei un amore senza limiti, fino ad accettare di morire per mano di coloro che rifiutavano questo amore; si tratta, per ogni cristiano, di un ideale da non perdere mai di vista; ma non vuol dire che si debba ricercare il martirio. Dobbiamo, al contrario, inventare i nostri comportamenti tenendo conto delle condizioni in cui viviamo, con una libertà tanto grande quanto la sua.
Attraverso la Resurrezione, che apparve loro come la risposta divina alla morte ingiusta che gli era stata inflitta, i primi cristiani hanno finito col riconoscere in Gesù qualcosa di più che un profeta e un saggio. Nel tempo, si sono convinti che egli fosse il vero Messia di Israele, cioè il re unto incaricato da Dio di presiedere all’instaurazione di quel Regno di Dio che aveva annunciato, Figlio di Dio egli stesso, Dio incarnato, parola e immagine di Dio Padre. La sua persona trascende la storia: fin dalle origini del mondo egli presiedeva alla creazione del cosmo; e, alla fine, ritornerà a conc1uderne i destini.
Gli avvenimenti del I secolo in Galilea e in Giudea assunsero una dimensione nuova: la vita, la morte e la resurrezione di Gesù non sono solo un momento chiave della storia ebraica; sono il fulcro della storia universale perché, attraverso questi avvenimenti, Dio si è compromesso nei confronti della propria creazione al punto di farsi uomo tra gli uomini. Un inno liturgico, di qualche decennio posteriore alla morte di Gesù, accosta i due aspetti della sua filiazione divina, la filiazione originale e la filiazione mediante la Resurrezione:

Egli è immagine del Dio invisibile,
generato prima di ogni creatura;
poiché per mezzo di lui
sono state create tutte le cose,
quelle nei cieli e quelle sulla terra,
quelle visibili e quelle invisibili:
Troni, Dominazioni,
Principati e Potestà.
Tutte le cose sono state create
per mezzo di lui e in vista di lui.
Egli è prima di tutte le cose
e tutte sussistono in lui.
Egli è anche il capo del corpo, cioè della Chiesa;
il principio, il primogenito di coloro
che risuscitano dai morti,
per ottenere il primato su tutte le cose.
Perché piacque a Dio
di fare abitare in lui ogni pienezza
e per mezzo di lui riconciliare a sé tutte le cose,
rappacificando con il sangue della sua croce,
cioè per mezzo di lui,
le cose che stanno sulla terra e quelle nei cieli.
(Col 1, 15-20)

Più noto è tuttavia l’inizio del prologo di Giovanni, che completa, per Gesù, la realtà del fatto che egli è immagine di Dio, affermando che ne è la Parola o il Verbo (il logos).

In principio era il Verbo,
il Verbo era presso Dio
e il Verbo era Dio.
Egli era in principio presso Dio:
tutto è stato fatto per mezzo di lui,
e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste.
(Gv 1,1-3)

Queste due affermazioni maggiori della teologia cristiana – Gesù Immagine e Gesù Parola di Dio – meritano tuttavia di essere completate da un’ altra. Attraverso la morte di Gesù in croce l’Onnipotente è diventato il debole per eccellenza e l’anni-Amante. Si è sottomesso alla volontà umana e si è fatto sorprendentemente vulnerabile, accettando una « discesa » sconosciuta alle altre religioni. Si può scrivere del Padre chiamandolo Il Dio crocifisso, come fece il teologo protestante Jürgen Moltmann. In Gesù Cristo, in effetti, Dio piange, Dio soffre, Dio si cancella per non opprimere con la sua presenza, Dio si fa ombra per non accecare con la sua luce. Dio si fa silenzio per non imporre la sua parola. Durante la scena della lavanda dei piedi riportata dal vangelo di Giovanni, si è addirittura inginocchiato davanti ai discepoli, immagine di un Dio che si mette in ginocchio davanti a me ed accetta di guardarmi dal basso in alto, quando, essendo il mio creatore, potrebbe essere il mio padrone. Per togliermi, nel medesimo tempo, qualsiasi voglia di diventare orgoglioso per questo, egli si inginocchia anche davanti a Giuda, proprio colui che sta per tradirlo. Un inno primitivo consacrato al Cristo, conosciuto da san Paolo e riportato in una delle sue lettere, sottolinea l’originalissima prospettiva cristiana, quella del Dio che compie in Gesù Cristo un vero cammino di de-divinizzazione.

* * *

« Egli, pur essendo di natura divina,
non considerò un tesoro geloso
la sua uguaglianza con Dio;
ma spogliò se stesso,
assumendo la condizione di servo
e divenendo simile agli uomini;
apparso in forma umana,
umiliò se stesso
facendosi obbediente fino alla morte
e alla morte di croce.
Per questo Dio l’ha esaltato
e gli ha dato il nome
che è al di sopra di ogni altro nome;
perché nel nome di Gesù
ogni ginocchio si pieghi
nei cieli, sulla terra e sotto terra;
e ogni lingua proclami
che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre »
(Fil 2,6-11).

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