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BENEDETTO XVI : CRISTO, SERVO DI DIO (Fil 2,6-11) (2005)

http://www.donbosco-torino.it/ita/Kairos/Meditazioni/06-07/04-Cristo_servo_di_Dio.html

BENEDETTO XVI – L’OSSERVATORE ROMANO, 27-10-2005

CRISTO, SERVO DI DIO (Fil 2,6-11)

Cristo, pur essendo di natura divina,
non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio;
ma spogliò se stesso,assumendo la condizione di servo
e divenendo simile agli uomini.
Apparso in forma umana,
umiliò se stesso facendosi obbediente
fino alla morte e alla morte di croce.
Per questo Dio l’ha esaltato e gli ha dato il nome
che è al di sopra di ogni altro nome;
perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi
nei cieli, sulla terra e sotto terra;e ogni lingua proclami
che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre.

Seguendo il percorso proposto dalla Liturgia dei Vespri coi vari Salmi e Cantici, guardiamo al mirabile ed essenziale inno incastonato da San Paolo nella Lettera ai Filippesi (2,6-11). Il testo comprende un duplice movimento: discensionale e ascensionale.
Nel primo, Cristo Gesù, dallo splendore della divinità che gli appartiene per natura sceglie di scendere fino all’umiliazione della «morte di croce». Egli si mostra così veramente uomo e nostro redentore, con un’autentica e piena partecipazione alla nostra realtà di dolore e di morte.

La maestà di Cristo

Il secondo movimento, quello ascensionale, svela la gloria pasquale di Cristo che, dopo la morte, si manifesta nuovamente nello splendore della sua maestà divina. Il Padre, che aveva accolto l’atto di obbedienza del Figlio nell’Incarnazione e nella Passione, ora lo «esalta» in modo sovraeminente, come dice il testo greco.

Questa esaltazione è espressa non solo attraverso l’intronizzazione alla destra di Dio, ma anche con il conferimento a Cristo di un «nome che è al di sopra di ogni altro nome» (v. 9). Ora, nel linguaggio biblico il «nome» indica la vera essenza e la specifica funzione di una persona, ne manifesta la realtà intima e profonda. Al Figlio, che per amore si è umiliato nella morte, il Padre conferisce una dignità incomparabile, il «Nome» più eccelso, quello di «Signore», proprio di Dio stesso.

Gesù, Signore universale

Infatti, la proclamazione di fede, intonata coralmente da cielo, terra e inferi prostrati in adorazione, è chiara ed esplicita: «Gesù Cristo è il Signore» (v. 11). In greco, si afferma che Gesù è Kyrios, un titolo certamente regale, che nella traduzione greca della Bibbia rendeva il nome di Dio rivelato a Mosé, nome sacro e impronunciabile.

Da un lato, allora, c’è il riconoscimento della signoria universale di Gesù Cristo, che riceve l’omaggio di tutto il creato, visto come un suddito prostrato ai suoi piedi. Dall’altro lato, però, l’acclamazione di fede dichiara Cristo sussistente nella forma o condizione divina, presentandolo quindi come degno di adorazione.

Il compimento della salvezza

In questo inno il riferimento allo scandalo della croce (cf 1 Cor 1,23), e prima ancora alla vera umanità del Verbo fatto carne (cf Gv 1,14), si intreccia e culmina con l’evento della Risurrezione. All’obbedienza sacrificale del Figlio segue la risposta glorificatrice del Padre, cui si unisce l’adorazione da parte dell’umanità e del creato.

La singolarità di Cristo emerge dalla sua funzione di Signore del mondo redento, che Gli è stata conferita a motivo della sua obbedienza perfetta «fino alla morte». Il progetto di salvezza ha nel Figlio il suo pieno compimento e i fedeli sono invitati – soprattutto nella liturgia – a proclamarlo e a viverne i frutti. Questa è la meta a cui ci conduce l’inno cristologico che da secoli la Chiesa medita, canta e considera guida di vita: «Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù» (Fil 2,5).

La tenerezza di Cristo

Affidiamoci ora alla meditazione che San Gregorio Nazianzeno ha intessuto sapientemente sul nostro inno. In un carme in onore di Cristo il grande Dottore della Chiesa del IV secolo dichiara che Gesù Cristo

«non si spogliò di nessuna parte costitutiva della sua natura divina, e ciò nonostante mi salvò come un guaritore che si china sulle fetide ferite… Era della stirpe di David, ma fu il creatore di Adamo. Portava la carne, ma era anche estraneo al corpo. Fu generato da una madre, ma da una madre vergine; era circoscritto, ma era anche immenso. E lo accolse una mangiatoia, ma una stella fece da guida ai Magi, che arrivarono portandogli dei doni e davanti a lui piegarono le ginocchia.

Come un mortale venne alla lotta con il demonio, ma, invincibile com’era, superò il tentatore con un triplice combattimento… Fu vittima, ma anche sommo sacerdote; fu sacrificatore, eppure era Dio. Offrì a Dio il suo sangue, e in tal modo purificò tutto il mondo. Una croce lo tenne sollevato da terra, ma rimase confitto ai chiodi il peccato…

Andò dai morti, ma risorse dall’inferno e risuscitò molti che erano morti. Il primo avvenimento è proprio della miseria umana, ma il secondo si addice alla ricchezza dell’essere incorporeo… Quella forma terrena l’assunse su di sé il Figlio immortale, perché egli ti vuol bene» (Carmina arcana, 2: Collana di Testi Patristici, LVIII, Roma 1986, pp. 236-238).

Alla fine di questa meditazione vorrei per la nostra vita sottolineare due parole: questo ammonimento di San Paolo: “Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù”. Imparare, sentire come sentiva Gesù, conformare il nostro modo di pensare, di decidere, di agire con i sentimenti di Gesù. Se prendiamo questa strada, viviamo bene e prendiamo la strada giusta. L’altra è la parola di San Gregorio Nazianzeno: “Egli, Gesù, ti vuol bene”. Questa parola di tenerezza è per noi una grande consolazione, un conforto e anche una grande responsabilità giorno per giorno.

BENEDETTO XVI : CANTICO CFR FIL 2, 6-11 (2005)

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/audiences/2005/documents/hf_ben-xvi_aud_20050601_it.html

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 1° giugno 2005

CANTICO CFR FIL 2, 6-11
Cristo servo di Dio
Primi Vespri della Domenica della 3a Settimana

1. In ogni celebrazione domenicale dei Vespri la liturgia ci ripropone il breve ma denso inno cristologico della Lettera ai Filippesi (cfr 2,6-11). È l’inno ora risuonato che consideriamo nella sua prima parte (cfr vv. 6-8), ove si delinea la paradossale «spogliazione» del Verbo divino, che depone la sua gloria e assume la condizione umana.
Cristo incarnato e umiliato nella morte più infame, quella della crocifissione, è proposto come un modello vitale per il cristiano. Questi, infatti, – come si afferma nel contesto – deve avere «gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù» (v. 5), sentimenti di umiltà e di donazione, di distacco e di generosità.
2. Egli, certo, possiede la natura divina con tutte le sue prerogative. Ma questa realtà trascendente non è interpretata e vissuta all’insegna del potere, della grandezza, del dominio. Cristo non usa il suo essere pari a Dio, la sua dignità gloriosa e la sua potenza come strumento di trionfo, segno di distanza, espressione di schiacciante supremazia (cfr v. 6). Anzi, egli «spogliò», svuotò se stesso, immergendosi senza riserve nella misera e debole condizione umana. La «forma» (morphe) divina si nasconde in Cristo sotto la «forma» (morphe) umana, ossia sotto la nostra realtà segnata dalla sofferenza, dalla povertà, dal limite e dalla morte (cfr v. 7).
Non si tratta quindi di un semplice rivestimento, di un’apparenza mutevole, come si riteneva accadesse alle divinità della cultura greco-romana: quella di Cristo è la realtà divina in un’esperienza autenticamente umana. Egli è veramente il «Dio-con-noi», che non si accontenta di guardarci con occhio benigno dal trono della sua gloria, ma si immerge personalmente nella storia umana, divenendo «carne», ossia realtà fragile, condizionata dal tempo e dallo spazio (cfr Gv 1,14).
3. Questa condivisione radicale della condizione umana, escluso il peccato (cfr Eb 4,15), conduce Gesù fino a quella frontiera che è il segno della nostra finitezza e caducità, la morte. Questa non è, però, frutto di un meccanismo oscuro o di una cieca fatalità: essa nasce dalla scelta di obbedienza al disegno di salvezza del Padre (cfr Fil 2,8).
L’Apostolo aggiunge che la morte a cui Gesù va incontro è quella di croce, ossia la più degradante, volendo così essere veramente fratello di ogni uomo e di ogni donna, costretti a una fine atroce e ignominiosa.
Ma proprio nella sua passione e morte Cristo testimonia la sua adesione libera e cosciente al volere del Padre, come si legge nella Lettera agli Ebrei: «Pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza dalle cose che patì» (Eb 5,8).
Fermiamoci qui nella nostra riflessione sulla prima parte dell’inno cristologico, concentrato sull’incarnazione e sulla passione redentrice. Avremo occasione in seguito di approfondire l’itinerario successivo, quello pasquale, che conduce dalla croce alla gloria.
4. Concludiamo la nostra riflessione con un grande testimone della tradizione orientale, Teodoreto che fu Vescovo di Ciro, in Siria, nel V secolo: «L’incarnazione del nostro Salvatore rappresenta il più alto compimento della sollecitudine divina per gli uomini. Infatti né il cielo né la terra né il mare né l’aria né il sole né la luna né gli astri né tutto l’universo visibile e invisibile, creato dalla sua sola parola o piuttosto portato alla luce dalla sua parola conformemente alla sua volontà, indicano la sua incommensurabile bontà quanto il fatto che il Figlio unigenito di Dio, colui che sussisteva in natura di Dio (cfr Fil 2,6), riflesso della sua gloria, impronta della sua sostanza (cfr Eb 1,3), che era in principio, era presso Dio ed era Dio, attraverso cui sono state fatte tutte le cose (cfr Gv 1,1-3), dopo aver assunto la natura di servo, apparve in forma di uomo, per la sua figura umana fu considerato come uomo, fu visto sulla terra, con gli uomini ebbe rapporti, si caricò delle nostre infermità e prese su di sé le nostre malattie» (Discorsi sulla provvidenza divina, 10: Collana di testi patristici, LXXV, Roma 1988, pp. 250-251).
Teodoreto di Ciro prosegue la sua riflessione, mettendo in luce proprio lo stretto legame sottolineato dall’inno della Lettera ai Filippesi fra l’incarnazione di Gesù e la redenzione degli uomini. «Il Creatore con saggezza e giustizia lavorò per la nostra salvezza. Poiché egli non ha voluto né servirsi soltanto della sua potenza per elargirci il dono della libertà né armare unicamente la misericordia contro colui che ha assoggettato il genere umano, affinché quegli non accusasse la misericordia d’ingiustizia, bensì ha escogitato una via carica di amore per gli uomini e al contempo adorna di giustizia. Egli infatti, dopo aver unito a sé la natura dell’uomo ormai vinta, la conduce alla lotta e la dispone a riparare alla sconfitta, a sbaragliare colui che un tempo aveva iniquamente riportato la vittoria, a liberarsi dalla tirannide di chi l’aveva crudelmente fatta schiava e a recuperare la primitiva libertà» (ibidem, pp. 251-252).

DOMENICA DELLE PALME 13. APRILE 2014 – LA PARABOLA ROVESCIATA DI GESÙ (Fil 2, 6-11)

http://www.qumran2.net/parolenuove/commenti.php?mostra_id=12198

DOMENICA DELLE PALME 13. APRILE 2014 – LA PARABOLA ROVESCIATA DI GESÙ

don Giovanni Berti

Cristo Gesù,
pur essendo nella condizione di Dio,
non ritenne un privilegio
l’essere come Dio,
ma svuotò se stesso
assumendo una condizione di servo,
diventando simile agli uomini.
Dall’aspetto riconosciuto come uomo,
umiliò se stesso
facendosi obbediente fino alla morte
e a una morte di croce.
Per questo Dio lo esaltò
e gli donò il nome
che è al di sopra di ogni nome,
perché nel nome di Gesù
ogni ginocchio si pieghi
nei cieli, sulla terra e sotto terra,
e ogni lingua proclami:
«Gesù Cristo è Signore!»,
a gloria di Dio Padre.
(dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippési 2,6-11)

Qualche giorno fa un amico mi ha mandato via internet un filmato molto divertente che faceva il collage di una serie di « prime apparizioni » sugli schermi televisivi e cinematografici di stars di Hollywood. Erano piccolissimi spezzoni dove si vedevano i primi passi spesso disastrosi e divertenti di una carriera che poi sarebbe salita di gradino in gradino fino a far diventare quello sconosciuto attore o attrice un divo di oggi. In alcuni di questi filmati si vedevano anche divi che dopo aver risalito la parabola della notorietà oggi la stanno discendendo di nuovo o sono addirittura scomparsi del tutto.
Ho pensato che se dovessimo rappresentare con una semplice linea la vita umana la potremmo davvero rappresentare con una parabola. Si nasce e si cerca di elevarsi in cultura, fama, soldi e potere. Raggiunto il vertice ad un certo punto si ridiscende, a volte velocemente a volte lentamente. La discesa è inevitabile, lo sappiamo bene. Semmai cerchiamo di rallentarla il più possibile. Ci sono purtroppo tantissimi uomini e donne nel mondo che questa parabola di crescita non riescono nemmeno a iniziarla e sembrano condannati a vivere solo in basso e tutto questo a noi fa una immensa paura. Guardando come modelli a chi fa successo nel campo dei soldi, della fama, del potere tutti noi in fondo cerchiamo di puntare in alto e salire almeno un po’ questa parabola, cercando poi di non ridiscenderla troppo in fretta. Un adolescente proprio ieri in confessione mi ha fatto la domanda delle domande: « perché sono nel mondo? Che cosa ci faccio io qui? ». Sembra proprio che la risposta più ovvia sia quella di salire più in alto possibile e ridiscendere il meno rapidamente possibile, nel lavoro, nella salute fisica, nelle possibilità economiche… e sembra che valga anche nella religiosità. Anche qui sembra funzionare la stessa impostazione di una parabola che sale e poi scende: la fede deve sempre più salire in pensieri opere e parole, evitando le cadute del peccato e del dubbio su Dio… la discesa non ci deve esser mai e se accadde bisogna risalire subito per esser vicini a Dio.
Siamo vicini alle celebrazioni Pasquali. In questa domenica verrà letto il lungo racconto della passione di Gesù. Sentiremo il dettagliato racconto dei suoi ultimi giorni, dalla cena con i suoi discepoli, all’arresto e processo fino alla sua morte in croce. Nei Vangeli questi momenti della storia di Gesù occupano un posto davvero importante. Si può dire che tutto il racconto della vita del Signore sia teso a questo punto finale. E’ il punto d’arrivo e insieme il vertice della missione di Cristo.
Ma ecco qui la « stranezza » di tutta la vicenda. Il vertice di Gesù non sta in alto ma in basso. La rivelazione più alta dell’identità di Gesù è sulla croce, quando muore impotente, solo e fallito. Ed è questa croce che noi cristiani abbiamo come punto di riferimento. Il brano bellissimo di San Paolo ai Filippesi (2,6-11) è la descrizione perfetta della parabola di Gesù. Ma è una parabola rovesciata rispetto a quella che fa da riferimento alla nostra vita. Gesù parte dall’alto, dal suo essere uguale a Dio e ridiscende fino a diventare uomo e morire come il peggiore dei condannati. Al punto più basso della sua parabola sta la croce. Ma poi con la resurrezione la sua parabola risale in modo definitivo ed eterno.
Gesù traccia questo percorso con la sua vita e ce lo mette davanti come messaggio di speranza per noi che siamo sempre in ansia di salire le nostre parabole di successo, salute e potere che poi cerchiamo a tutti i costi di non discendere anche se è umanamente inevitabile.
Gesù traccia una parabola rovesciata rispetto alla nostra perché è guidato da un’unica e fondamentale ragione che è l’amore. Una vita che ha come obiettivo l’amore non può che avere questo percorso di discesa che poi risale. Amando si scende in basso verso l’altro pronti fino a morire. Ma questa discesa non è mai invano e rigenera vita, vita eterna che non ha poi altre discese.

EPAFRODITO VISITA PAOLO IN CARCERE

http://web.tiscali.it/pulchritudo/page174/page211/page211.html

EPAFRODITO VISITA PAOLO IN CARCERE

In questa domenica si inizia la lettura della Lettera di san Paolo ai cristiani della città greca di Filippi, il primo centro europeo in cui era risuonato il nome e il messaggio di Gesù Cristo. Si tratta di uno scritto affettuoso, dato il legame intenso che unì sempre l’Apostolo a questa Chiesa. Infatti, «nessuna Chiesa aprì con me un conto di dare e di avere, se non voi soli… Adesso ho il necessario e persino il superfluo perché sono ricolmo dei vostri doni.., che sono un profumo di soave odore, un sacrificio accetto e gradito a Dio» (Filippesi 4,15-18). La lettera è, però, scritta da un carcere duro, attorno al 55-56: Paolo è «in catene», all’interno di un “pretorio” romano (1,7.13), «la casa di Cesare» (4,22), ossia un edificio statale. Egli teme per la sua vita, pur non perdendo fiducia e serenità; anzi, egli coltiva la speranza di uscire presto da questo incubo e di poter riabbracciare gli amati Filippesi: «Sono convinto nel Signore che presto verrò io di persona da voi» (2,24). Dove sia carcerato, Paolo non lo dice: forse si tratta di una prigionia a Efeso, dopo le tormentate vicende seguite alla sua predicazione in quella città dell’Asia Minore (attuale Turchia costiera), vicende descritte nel capitolo 19 degli Atti degli Apostoli. Ma da questa lettera noi facciamo emergere un cristiano il cui nome attesta le sue origini pagane, Epafrodito, «nostro fratello, mio compagno di lavoro e di lotta, vostro inviato per sovvenire alle mie necessità» (2,25). Infatti, i cristiani di Filippi avevano delegato proprio Epafrodito a portarsi da Paolo prigioniero recandogli doni per sostentano, con tutto quell’affetto che essi provavano per il loro maestro nella fede (4,18). Ma, una volta giunto presso l’apostolo Paolo, a quanto si riesce a dedurre dalla lettera, Epafrodito era stato colpito da una malattia piuttosto seria cne raveva condotto fino alle soglie della morte. La notizia aveva costernato i Filippesi. Paolo, però, proprio con questo suo scritto vuole dare serenità a loro, assi- curando che presto il comune amico, finalmente ristabilito, sarebbe rientrato a Filippi. Ma leggiamo le parole dell’Apostolo: «Per il momento ho creduto necessario rimandare a voi Epafrodito… Lo mando perché aveva grande desiderio di rivedere voi tutti e si preoccupava perché eravate a conoscenza della sua malattia. È stato grave, infatti, e vicino alla morte. Ma Dio gli ha usato misericordia, e non a lui solo ma anche a me, perché non avessi dolore su dolore. L’ho, quindi, mandato con tanta premura perché vi rallegriate al vederlo di nuovo e io non sia più preoccupato. Accoglietelo, dunque, nel Sigiiore con piena gioia e abbiate grande stima verso persone come lui, perché ha rasentato la morte per causa di Cristo, rischiando la vita, per sostituirvi nel servizio presso di me» (2,25-30). Di Epafrodito non sappiamo altro. È probabile che sia stato proprio lui a recare la Lettera ai Filippesi, riempiendoli di gioia non solo per il suo ritorno ma anche per le parole che Paolo aveva indirizzato a questa comunità. Uno studioso dell’Apostolo, Jerorne Murphy-O’Connor, scriveva infatti che «in questa lettera si sente il cuore di Paolo», molto sensibile all’amicizia.

Publié dans:Lettera ai Filippesi |on 20 janvier, 2014 |Pas de commentaires »

IV. «TENENDO ALTA LA PAROLA DI VITA» (Fil 2,12-18) – LECTIO

http://www.atma-o-jibon.org/italiano9/de_virgilio_filippesi4.htm

PER ME IL VIVERE È CRISTO!

UNA LETTURA VOCAZIONALE DI FIL 1,12-2,18

 Giuseppe De Virgilio

IV. «TENENDO ALTA LA PAROLA DI VITA» (Fil 2,12-18)

IV. 1 LECTIO

12 Quindi, miei cari, voi che siete stati sempre obbedenti, non solo quando ero presente, ma molto più ora che sono lontano, dedicatevi alla vostra salvezza con rispetto e tremore. 13 È Dio infatti che suscita in voi il volere e l’operare secondo il suo di­segno d’amore. 14 Fate tutto senza mormorare e senza esitare, 15 per essere irreprensibili e puri, figli di Dio innocenti in mezzo a una generazione malvagia e perversa. In mezzo a loro voi risplende­te come astri nel mondo, 16 tenendo alta la parola di vita. Così nel giorno di Cristo io potrò vantarmi di non aver corso invano né invano aver faticato. 17 E se io devo essere versato sul sacrificio e sull’offerta della vostra fede, sono contento e ne godo con tutti voi. 18 Allo stesso modo anche voi godetene e rallegratevi con me.  Dopo il brano cristo logico di Fil 2,6-11, nel v. 12 l ‘Apostolo riprende il dialogo con i cristiani di Filippi denominandoli «amati» (agapetoi). La ripresa è introdotta dall’ avverbio oste (perciò) e contrassegnata dalla raccomandazione: «attuate la vostra salvezza» (ten heauton soterian katergazesthe). Si tratta del primo dovere dei cristiani, che deriva dall’ obbedienza della fede vissuta in senso religioso «con timore e tremore» (meta probou kai tromou). Si nota il collegamento con il tema dell’obbedienza di Cristo (Fil 2,8), da cui deriva l’obbedienza dei cristiani. Nel dialogo epistolare l’Apostolo, essendo fisicamente lontano, esprime il desiderio di essere vi­cino alla comunità con lo stesso affetto e la stessa premura di quando aveva soggiornato a Filippi. L’esortazione del v. 12 fa leva sulla frase comparativa: «(…) come sempre avete obbedito (…) ancora di più obbedite ora che sono lontano». Pertanto come nella presenza (parousia), anche nell’ assenza (apusia) dell’ Apostolo i Filippesi non devono venir meno nell’impegno per la loro salvezza. L’imperativo katergazesthe (52) rivolto all’intera Chiesa filippense evidenzia la necessità di lavorare fattivamente e responsabilmente, mediante una stretta e utile collaborazione (53). L’esortazione lascia emergere l’intento di unire la comunità e la preoccupazione circa le divisioni e i personalismi che Paolo percepisce nel contesto ecclesiale di Filippi. Nel v. 13 l ‘Apostolo adduce la motivazione teologica: è Dio (theos) ad attivare l’energia (o energon) nei Filippesi; cioè a produrre la forza spirituale affinché si possa realizzare nei credenti il Suo disegno di amore. Egli suscita «in voi» (en hemin) il volere e l’operare «per» (hyper) «il disegno di amore» (eudokias). La formulazione dell’espres­sione hyper tes eudokias, nel contesto della frase, lascia aperte due possibili attribuzioni: la benevolenza sarebbe riferita a Dio (la sua benevolenza), ovvero ai destinatari (la vostra benevolenza) (54). Secondo Fabris la particella hyper non indicherebbe la causa ma lo scopo dell’agire di Dio nei credenti; per tale ragione l’esegeta friulano opta per una «lettura antropologica» (Dio attiva in noi il volere e l’operare per [= in vista della] la [vostra] benevolenza) (55). La traduzione CEI preferisce attribuire a Dio il «disegno di amore» della sua azione a favore dei credenti. Il v. 14 si apre con un secondo imperativo: «fate tutto» (panta poiete). Lo stile che i cristiani dovranno seguire in mezzo ad una generazione «malvagia e perversa» (V. 15: skolias kai diestrammenes) dovrà essere ispirato al modello umile ed obbediente del Cristo. Come il «servo sofferente di Jahvé», il Signore non alzò la sua voce (cf. Is 42,2), non criticò i suoi accusatori, ma come agnello si lasciò immolare per la salvezza del suo popolo (cf. Is 53,7). Allo stesso modo i «credenti in Cristo», de­vono vivere «senza mormorare e senza esitare» (choris goggysmon kai dialogismon): sono proprio questi limiti che producono un clima fazioso e ne­gativo nella Chiesa. Nel v. 15 si specifica l’invito paolino con la finale introdotta da ina: una vita impegnata sul versante della concordia e dell’unificazione comunitaria rende i credenti persone «irreprensibili e semplici» (amemptoi kai akeraioi). Paolo intende esprimere l’idea di irreprensibilità e di integrità etica: nessuno potrà rimproverare ai cristiani alcunché di male poiché essi si comportano da veri «costruttori di civiltà», come uomini saggi ed «immuni dal male» (cf. Rm 16,19). L’immagine che segue è molto densa: in un contesto sociale segnato da divisioni e malvagità, i cristiani dovranno essere «figli di Dio innocenti» (tekna theou amoma) e per questo devono «risplendere» (phainesthe) come astri nel mondo. È proprio lo «splendore della testimonianza»che accompagna la fede dei credenti. L’allusione alla «generazione perversa e degenere» riporta alla memoria il giudizio del popolo di Israele lungo il cammino del deserto, riproponendo il giudizio divino in Dt 32,5.20: «Peccarono contro di lui i figli degeneri, generazione tortuosa e perversa (…) sono una generazione perfida, sono figli infedeli». Anche Gesù riprenderà questo giudizio nel contesto della sua missione, soprattutto per via dell’incredulità di Israele (cf. Mt 17,17; Lc 9,41; cf. Sal 78,8). Nel v. 16 si riprende il motivo della «Parola di vita», già evocato nella prima unità (cf. Fil 1,14) (56). Siamo al culmine del messaggio paolino, che sottolinea ulteriormente la missione della Chiesa: far risplendere su tutti gli uomini la Parola di vita (logon zoes). I cristiani non devono distinguersi per ceto sociale o posizioni economiche o usanze tradizionali, ma per il fatto che «tengono alta» (epeehontes) la Parola di vita (57), cioè la priorità dell’annuncio del Vangelo (cf. 2Cor 4,2; 1 Ts 1,6). In questo essenziale messaggio Paolo condensa tutta la sua esperienza apostolica: il Vangelo è parola di vita perché opera efficacemente in coloro che la accolgono (1Ts 2,13), genera riconciliazione (2Cor 5,19), diventa una strada di speranza per ricominciare ogni giorno (2Cor 2,16-17), attesa di compimento futuro in Cristo Gesù (2Tm 1,10). Agganciandosi al motivo escatologico, Paolo passa a parlare di sé e dell’ esito della sua missione, gettando uno sguardo sul «giorno futuro» di Cristo (eis emeran Christou), cioè sull’ epilogo della sua vita terrena. L’apostolato del Vangelo non è fatica vana: per Paolo l’impegno missionario e pastorale, come per un atleta o un agricoltore, porterà il suo frutto (58). L’apostolato è paragonabile ad una «corsa» (edramon) in vista della mèta, ad un «faticoso lavoro» (ekopiasa) in vista del frutto! Per questo egli può vantarsi (eis kauehema) della sua missione (cf. 2Cor 1,14), anche nel caso gli fosse chiesto di morire mediante il martirio. Al v. 17 si esplicita questo concetto, mediante la metafora cultica del sacrificio cruento, in connessione con la sua situazione di prigioniero in attesa di giudizio (cf. Fil 1,12-13). Anche se l’Apostolo deve «essere sparso in libagione» (spendomai) (59) «sul sacrificio e sul servizio» (epi te thysia kai leitourgia), tutto questo accadrà «per la loro fede»(tes pisteos hymon), cioè a favore e a beneficio della fede dei Filippesi. L’esempio di una offerta tanto coraggiosa è stato seguito anche da altri missionari: l’Apostolo stesso addita la testimonianza mirabile di Epafrodito, che ha dato prova di un altissimo «servizio sacrificale» avendo sofferto per il V angelo senza cercare i propri interessi ma quelli di Cristo (cf. Fil 2,19-24.30).  La pagina si conclude con il motivo della gioia condivisa: «sono contento e ne godo con tutti voi» (ehairto kai sygehairo pasin hymin). L’Apostolo ha iniziato il suo dialogo epistolare con la gioia e termina questa prima sezione riconfermando di essere un uomo contento della propria missione. Abbiamo potuto constatare come l’espressione gioiosa del cuore di Paolo non è un artificio retorico né una manifestazione esterna e sentimentale. La gioia (chara) è frut­to di un’esperienza spirituale intensa (cf. Gal 5,22) che viene comunicata alla Chiesa di Filippi perché possa maturare la sua crescita in Cristo. Possiamo determinare la gioia cristiana come il metro indicatore del «sentire insieme», del «vivere insieme», del «soffrire insieme», del «servire insieme», dello «sperare insieme»! Si tratta della dimensione ecclesiale del cristianesimo, che vince la solitudine e apre il cuore alla condivisione! Così nel v. 18 Paolo può rivolgere l’ultima esortazione ai suoi destinatari: «Godete e rallegratevi con me» (ehairete kai sygehairete moi). Possiamo interpretare questa splendida conclusione nella prospettiva pasquale. Anche se non viene espressamente menzionata, la visione paolina della «vita nuova» si ispira alla «risurrezione di Cristo». Il vanto e la gioia sono centrati su questo mistero; allo stesso modo la vocazione e la missione dei credenti non possono che partecipare a questo evento di salvezza e di speranza. L’intera Chiesa di Filippi accomunata dal «sentire comune», è chiamata alla gioia e alla comunione con il Cristo morto e risorto! 

IV.2 MEDITATIO  La terza sezione della nostra pericope completa il percorso svolto, introducendo nuovi aspetti parenetici e sottolineando i motivi annunciati precedentemente. In primo luogo l’Apostolo offre una sintesi della vita della Chiesa attraverso la propria esperienza apostolica. La vicenda di Cristo (2,6-11) non rimane isolata e irraggiungibile, ma deve costituire il fondamento dell’obbedienza della fede nell’esistenza dei credenti. Possiamo ben affermare che la vocazione si concretizza nell’obbedienza della fede. Tale obbedienza deve essere condivisa in modo comunitario, sia in presenza che in assenza di Paolo (Fil 2,12). Il protagonista della nostra vocazione è Dio. L’Apostolo esplicita bene questo concetto, per evitare equivoci nei cristiani. Nessuno si salverà da solo, con le proprie forze. Se ogni iniziativa è ispirata da Dio, allora il cammino della maturità cristiana è mosso dalla consapevolezza della priorità di Dio, della sua Parola di vita. I termini con cui l’Apostolo esorta a vivere il Vangelo esprimono bene la dialettica spirituale che differenzia il credente dal pagano. Attenzione a non trasformare la Chiesa in una sorta di società paganizzante, conformandosi alla generazione perversa e degenere! Probabilmente le divisioni presenti nell’ambito della Chiesa di Filippi fanno emergere la fragilità del cristianesimo locale e la fatica di «crescere insieme». Paolo parla di una «generazione perversa e degenere», omologata da una vita piatta e senza fede, costruita sugli equilibri degli interessi e delle passioni umane. La sintetica descrizione appare molto attuale. Di contro la Chiesa è chiamata ad un «colpo di audacia», un «salto di qualità» che nasce dalla Parola di vita. Riscoprire la propria vocazione alla santità significa accettare di convertire il proprio cuore a Dio e alla fede del Vangelo. Un ulteriore compito collegato al cammino della conversione è dato dall’esperienza della figliolanza. L’Apostolo invita i Filippesi ad essere «figli di Dio immacolati», a splendere come «astri nel mondo». Le due immagini possono aiutarci nella verifica del nostro cammino ecclesiale. Riscoprire la figliolanza divina nell’itinerario dello Spirito (cf. Rm 8,16-17) e riflettere su come le nostre comunità vivono questa figliolanza (o vivono forse una «orfananza» ?). La seconda immagine è quella degli astri, che sono capaci di illuminare o per luce propria o per luce riflessa. Lo splendore astrale richiama il tema della testimonianza cristiana, sempre più necessaria nel contesto della nostra cultura in declino. Tenere alta la «Parola di vita». Si tratta del cuore del messaggio paolino, che ritorna nell’intera lettera. «Tenere alto» può essere attualizzato secondo tre applicazioni. Si tratta anzitutto della «priorità» della Parola che chiede di essere ascoltata e interiorizzata. Una comunità che non rimette al centro la Parola di vita, che non sa ricominciare dalla Parola, rischia di strumentalizzare e confondere la propria vocazione e missione. «Tenere alto» inoltre significa testimoniare in modo coraggioso e visibile la Parola, in forma personale e comunitaria. Infine «tenere alto» significa mirare alla santità, aspirare ad un’ascesi che consenta di «volare alto» sia nelle relazioni ecclesiali che nella vita sociale del mondo. In questa lettera, forse più che in altri scritti epistolari, Paolo si presenta come un uomo «contento» e le espressioni di gioia e di letizia caratterizzano l’appassionato dialogo con i cristiani di Filippi. Se ripercorriamo con attenzione la vicenda di Paolo e le sue peripezie, possiamo solo minimamente renderci conto delle sofferenze e delle fatiche che l’Apostolo ha dovuto sostenere per la Chiesa (cf. 2Cor 4,11-18; 6,3-12). Eppure Paolo vive la gioia, la condivide, la proclama, la testimonia in modo convincente (Fil 1,25; 2,17-18). Si tratta di un «dono» che Dio fa all’Apostolo; allo stesso tempo la gioia deve caratterizzare la vocazione dei credenti e la loro missione: la lotta gioiosa per il Vangelo è la modalità attraverso la quale anche oggi siamo chiamati a «correre e a proclamare la Parola » lungo le strade del mondo. 

IV.3 ORATIO      «Rallegratevi con me»  Quando fin dall’aurora sperimentate la gioia di vivere, incrociando gli occhi dei vostri vicini, pronti a ricominciare una nuova giornata, con il desiderio di lavorare per il Regno, «Rallegratevi con me».

Quando siete chiamati a dialogare nella famiglia, accogliendo l’altro nella sua unicità, disposti a servire i fratelli che vi sono accanto con la stessa gratuità e tenerezza di Cristo, «Rallegratevi con me».

Quando sperimentando la fatica delle relazioni, sentite nel vostro cuore le resistenze ad amare, timorosi di fare il primo passo nell’umiltà, eppure vi lasciate portare dalla speranza nel Vangelo, «Rallegratevi con me».

Quando gli altri, per causa Sua, diranno male di voi, accusandovi ingiustamente a motivo della testimonianza alla verità, soli di fronte al mondo e deboli di fronte agli uomini, nella consapevolezza che lo Spirito rinnoverà il cuore, «Rallegratevi con me».

Quando vi passeranno davanti con la protervia dell’ autoritarismo, ritenendovi inutili per quello che siete e valete, e vi relegheranno nei luoghi comuni della commiserazione, ma voi continuerete a servire e a testimoniare la forza di vivere, «Rallegratevi con me».

Quando i fratelli vi domanderanno ragione della vostra fede, e voi senza paura narrerete le meraviglie di Dio, mostrando come i superbi cadono e i piccoli vengono esaltati, sforzandovi di entrare per la porta stretta del dono di sé, «Rallegratevi con me».

Quando avrete compreso che la vostra missione volge al termine, e avrete fatto tutto quello che Dio vi aveva chiesto, sperimentando di essere stati «servi inutili» nella gratuità, con il cuore grato alla Chiesa e nell’attesa dell’Ultimo, «Rallegratevi con me».

IV.4 CONTEMPLATIO      «Lo Spirito Santo, autore della missione»  Nella terza unità, dopo aver focalizzato il mistero del Padre e del Figlio, fermiamoci a contemplare la persona dello Spirito Santo e la sua missione nel mondo. Infatti non ci sarebbe la Parola di vita se non ci fosse l’azione efficace dello Spirito. Allo stesso modo lo Spirito continua a guidare la missione della Chiesa e a sostenere il cammino della Parola. Un primo aspetto da evidenziare è collegato con l’obbedienza nello Spirito da parte dei credenti. Paolo stesso dichiara ai Corinzi che la sua parola non si è basata su un discorso persuasivo di sapienza, ma sulla «manifestazione dello Spirito e della sua potenza» (1 Cor 2,4). Riflettiamo sul senso teologico di questo dinamismo che segna la storia della nostra fede e della nostra obbedienza. Non siamo resi schiavi per la violenza di una «parola oppressiva», ma siamo resi liberi per l’attrazione di una «parola liberatrice» (1 Ts 1,8-10). La missione dello Spirito si manifesta attraverso la storia, i cui punti salienti sono ripresi nella Sacra Scrittura. Fermiamoci a contemplare in modo essenziale la presenza dello Spirito in alcuni contesti biblici: l’atto creativo guidato dall’azione misteriosa dello Spirito di Dio (Gen 1,2; Sap 1,7), il dono dello Spirito di giudizio per la missione dei settanta collaboratori di Mosè (Nm 11,17.25-29), la forza dello Spirito per la parola profetica (Balaam: Nm 24,2; Giosuè: Nm 27,18; Is 61,1), per la missione regale (Davide: 1Sam 26,13). Lo Spirito di Dio investirà il Messia con i suoi doni (Is 11,2), eleggerà e guiderà il «servo di Jahvé» in vista della salvezza del popolo (Is 42, 1), cambierà il deserto in giardino (1s 32,15), ridarà vita alla comunità di Israele, facendola risorgere dalla morte (Ez 37,1-14) e tutto il popolo finalmente profetizzerà mediante il dono dello Spirito di Dio (Gl 3,1-4), rinnovato nel cuore con una «nuova alleanza» (Ger 31,31-34). Negli scritti neotestamentari si porta a compimento l’azione dello Spirito, rivelata nella missione del Cristo. È anzitutto il Padre che dona il suo Spirito al Figlio (Mt 3,16) dopo essere stato generato per «opera dello Spirito Santo» nel seno della Vergine Maria (Lc 1,26-38). Gesù «profeta potente in opere e parole» esercita la sua missione nella for­za dello Spirito (Lc 4,1.18; Mt 12,28), rassicurando i suoi discepoli che sarà lo Spirito Santo a sostenerli nella prova e nelle persecuzioni (Mc 13,11) e che Dio concederà lo Spirito Santo a tutto coloro che gliela chiedono (Lc 11,13). In modo particolare nel Quarto Vangelo si presenta l’azione consolatrice dello Spirito Santo che opera nella storia e nel cuore dei credenti (Gv 1,33), rinnovando li mediante il battesimo (Gv 3,5). È lo Spirito di verità (Gv 4,23-24), protagonista della vocazione e della missione del Figlio (Gv 7,39) per donare la vita al mondo e preparare i discepoli e far conoscere l’amore di Dio mediante la rivelazione del Figlio (Gv 14,17.26; 15,26). Nell’inviare la comunità in missione il Risorto alita sui discepoli lo Spirito (Gv 20,22), segno del compimento della Pentecoste (At 2,1-12) per la quale la Chiesa porterà il Vangelo fino agli estremi confini della terra (At 1,8). Paolo stesso è consapevole che non si dà missione della Chiesa e dei cristiani senza l’azione dello Spirito di Dio. I cristiani hanno ricevuto lo Spirito di Dio per conoscere tutto ciò che Dio ha dona­to loro (1Cor 2,12) e per formare un solo corpo (1 Cor 12,13), diventando ministri della nuova Alleanza nello Spirito (2Cor 3,6.8). È lo Spirito il protagonista e l’autore della nostra vocazione e della nostra missione. Dopo aver riletto la presenza dello Spirito nella storia biblica, riscopri l’opera che lo stesso Spirito ha segnato nella tua vita e nella tua vicenda personale. Per vivere questo momento di preghiera e di contemplazione, ti invito a riflettere su un passaggio della lettera enciclica di Benedetto XVI, Spe Salvi: «Il giudizio di Dio è speranza sia perché è giustizia, sia perché è grazia. Se fosse soltanto grazia che rende irrilevante tutto ciò che è terreno, Dio resterebbe a noi debitore della risposta alla domanda circa la giustizia – domanda per noi decisiva davanti alla storia e a Dio stesso. Se fosse pura giustizia, potrebbe essere alla fine per tutti noi solo motivo di paura. L’incarnazione di Dio in Cristo ha collegato talmen­te l’uno all’altro – giudizio e grazia – che la giustizia viene stabilita con fermezza: tutti noi attendiamo alla nostra salvezza « con timore e tremore » (Fil 2,12). Ciononostante la grazia consente a noi tutti di sperare e di andare pieni di fiducia incontro al Giudice che conosciamo come nostro « avvocato », para­kletos (cfr. 1 Gv 2, 1) » (60). 

IV.5 ACTIO      «La testimonianza della Parola»  La terza unità che abbiamo presentato si caratterizza per la «testimonianza della Parola». L’Apostolo esorta i suoi destinatari a «tenere alta la Parola di vita». Non si tratta di una pia esortazione spirituale, ma di un invito concreto che deve diventare impegno dentro le nostre scelte quotidiane. Possiamo esplicitare il senso di questa affermazione secondo tre prospettive. «Tenere alta la Parola di vita» indica la centralità della Parola di Dio. Nella consapevolezza che l’obbedienza della fede sgorga dalla predicazione della Parola, occorre rifare ogni giorno la «scelta» di cominciare dalla Parola. È questa la strada maestra per la missione alle genti che la Chiesa chiede alle comunità e ai singoli cristiani.  «Tenere alta la Parola di vita» significa elevare il livello della nostra vita spirituale, non conformando ci alla mentalità del tempo, ma rinnovando la nostra mente e il nostro cuore. Si comprende bene come la prerogativa della missione implica la «dimensione spirituale» dei credenti e della comunità. Splendere come «astri nel mondo» significa non cedere alla tentazione di omologare i progetti e i mezzi al ribasso, ma di elevare lo stile delle nostre relazioni e delle nostre esperienze. La Parola di vita ci spinge a fare scelte di vita e a rifiutare compromessi di morte. «Tenere alta la Parola di vita» corrisponde al valore personale-comunitario della testimonianza di Cristo e del suo Vangelo. Donne e uomini scelgono di partire per la missione ad gentes, come religiosi, religiose e laici a servizio del bene degli ultimi e dei più bisognosi. Sacerdoti Fidei Donum lasciano le loro case per essere inviati dalla Chiesa nei confini della terra: perché? La risposta è inscritta nella vocazione fondamentale che ciascuno di noi sperimenta nel donarsi a Dio e ai fratelli. «Tenere alta» vuol dire che non ci si può nascondere, non è possibile mistificare la grandezza e la bellezza di questa Parola di speranza. La nostra actio può recepire questo messaggio, che chiede di essere tradotto nei contesti in cui viviamo ed operiamo. Dio ha bisogno di te, del tuo «sì», della tua «corsa per il Vangelo». I poveri aspettano il nostro «eccomi» e questo tempo della Chiesa è momento favorevole perché tutto questo accada. Ricordiamo a proposito quello che Paolo scrive ai Corinzi:  «Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza! 3 Da parte nostra non diamo motivo di scandalo a nessuno, perché non venga criticato il nostro ministero; 4 ma in ogni cosa ci presentiamo come ministri di Dio, con molta fermezza: nelle tribolazioni, nelle necessità, nelle angosce, 5 nelle percosse, nelle prigioni, nei tumulti, nelle fatiche, nelle veglie, nei digiuni; 6 con purezza, con sapienza, con magnanimità, con benevolenza, con spirito di santità, con amore sincero; 7 con parola di verità, con potenza di Dio; con le armi della giustizia a destra e a sinistra; 8 nella gloria e nel disonore, nella cattiva e nella buona fama; come impostori, eppure siamo veritieri; 9 come sconosciuti, eppure siamo notissimi; come moribondi, e invece viviamo; puniti, ma non uccisi; 10 come afflitti, ma sempre lieti; come poveri, ma capaci di arricchire molti; come gente che non ha nulla e invece possediamo tutto!» (2Cor 6,3-10). 

CONCLUSIONE  Ripercorrendo l’itinerario proposto cogliamo la dimensione missionaria della testimonianza paolina, espressa attraverso la metafora della lotta atletica (cf. Fil 1,27; 3,12-14). La medesima immagine viene riproposta in Fil 3. Trattando della sua esperienza cristiana e della sua attività apostolica Paolo fa memoria delle sue scelte: dopo aver incontrato Cristo, ha subordinato ogni altro bene alla conoscenza del Signore (Fil 3,8). Egli attende solo da Dio la salvezza e in vista di questo dono egli «cor­re la sua gara», per partecipare alle sue sofferenze, diventando conforme a Cristo nella morte con la speranza di giungere alla risurrezione dei morti (Fil 3,9-10). Ritornando sulla metafora della «corsa della fede», l’Apostolo dichiara di sé: «Non ho certo raggiunto la mèta, non sono arrivato alla perfezione; ma mi sforzo di correre per conquistarla, perché anch’io sono stato conquistato da Gesù Cristo. Fratelli, io non ritengo ancora di averla conquistata. So soltanto questo: dimenticando ciò che mi sta alle spalle e proteso verso ciò che mi sta di fronte, corro verso la mèta, al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù» (Fil 3,12-14). La vocazione viene raffigurata alla «corsa verso la meta», alla gara in vista del premio finale, per la quale siamo chiamati ad un coinvolgimento pieno nella consapevolezza di essere stati conquistati da Cristo. Il brano evidenzia tre tappe di questo processo vocazionale, che possono essere applicate all’esistenza di ogni credente.  La prima tappa consiste nell’esperienza di «essere stati conquistati da Cristo». La fede che nasce dall’ascolto ci attrae al Signore e ci guida nella sua logica di amore. La vocazione nasce dall’ esperienza di un «sì» pieno al progetto di Dio per noi. Non per costrizione, ma per conquista di amore, ci sentiamo attratti da Lui e per questo «corriamo verso di Lui». La seconda tappa è costituita dalla risposta personale all’appello divino, che consta della decisione di alzarsi e correre. La grande gara della vita implica l’impegno personale e il coinvolgimento in un confronto che è sempre faticoso, imprevedibile, aperto alla speranza. La metafora della corsa, ripresa dal contesto ellenistico, ci aiuta a capire come la vocazione sia impegno, fatica, conquista quotidiana, forza di lottare, desiderio di raggiungere la mèta, sfida costante su noi stessi e scommessa sulla fedeltà di Dio. La terza tappa è costituita dal «premio finale», che Dio concederà «lassù», in Cristo Gesù. La sottolineatura paolina è di tipo escatologico, senza escludere la quotidiana esperienza del «portare frutto» nella missione. Se il premio finale di lassù è la mèta conclusiva della nostra vocazione alla santità, la missione è l’essenza del nostro gareggiare in questo tempo della vita. È questa la testimonianza vocazionale di Paolo mentre scrive ai Filippesi e condivide con loro l’avventura del Vangelo. Correre verso la mèta, per conquistare il premio! Vivere la propria vocazione mediante la missione di annunciare il Vangelo a tutti! 

Publié dans:LECTIO DIVINA, Lettera ai Filippesi |on 15 janvier, 2014 |Pas de commentaires »

PER ME IL VIVERE È CRISTO! – III. 1 LECTIO: «OBBEDIENTE FINO ALLA MORTE» (Fil 1,27; 2,11)

http://www.atma-o-jibon.org/italiano9/de_virgilio_filippesi3.htm

PER ME IL VIVERE È CRISTO!

UNA LETTURA VOCAZIONALE DI FIL 1,12-2,18

Giuseppe De Virgilio

III. 1 LECTIO: «OBBEDIENTE FINO ALLA MORTE» (Fil 1,27; 2,11) 

27 Comportatevi dunque da cittadini degni del vangelo di Cristo, perché sia che io venga e vi veda, sia che io rimanga lontano, abbia notizie di voi: che state saldi in un solo spirito e che combattete unanimi per la fede del vangelo, 28 senza lasciarvi intimidire in nulla dagli avversari. Questo per loro è presagio di perdizione, per voi invece di salvezza, e ciò da parte di Dio. 29 Perché, riguardo a Cristo, a voi è stata data la grazia non solo di credere in Lui, ma anche di soffrire per Lui, 30 sostenendo la stessa lotta che mi avete visto sostenere e sapete che sostengo anche ora. 2,1 Se dunque c’è qualche consolazione in Cristo, se c’è qualche conforto frutto della carità, se c’è qualche comunione di spirito, se ci sono sentimenti di amore e di compassione, 2 rendete piena la mia gioia con l’unione dei vostri spiriti, con un medesimo sentire e con la stessa carità. 3 Non fate nulla per rivalità o vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso. 4 Ciascuno non cerchi il proprio interesse, ma anche quello degli altri. 5 Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù:

6 egli, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, 7 ma svuotò se stesso, assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini. Dall’aspetto riconosciuto come uomo, 8 umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce. 9 Per questo Dio lo esaltò e gli donò il nome che è al di sopra di ogni nome; 10 perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra; 11 e ogni lingua proclami: «Gesù Cristo è Signore!», a gloria di Dio Padre.

La seconda parte della nostra Lectio comprende due unità, introdotte da due particelle avverbiali (1,27: monon «soltanto»; 2, 1: oun «dunque»): Fil 1,27-30, in cui si riporta l’esortazione a «vivere come cittadini degni del Vangelo» e Fil 2,1- 11 in cui Paolo invita i cristiani a «rendere piena la sua gioia» mediante l’adesione a Cristo, che si fece servo obbediente di Dio fino alla morte (31).  Nel v. 27 l ‘avverbio «soltanto», in posizione enfatica, sottolinea il passaggio ad una sezione esortativa. Dopo aver presentato la situazione del Vangelo e l’incoraggiamento dei cristiani nell’impegno per l’evangelizzazione, Paolo assume un deciso tono esortativo, con una serie di imperativi che spingono i Filippesi a vivere nell’unità e nell’umiltà la testimonianza della fede (32). Il primo imperativo è politeuesthe (comportatevi da cittadini), applicato al modo di vivere degno del Vangelo di Cristo. L’interpretazione del verbo (33) può intendersi in senso generico di un comportamento sociale nel contesto della città macedone, oppure il verbo può essere interpretato alla luce di Fil 3,20, dove l’Apostolo tratta della «cittadinanza celeste» (to politeuma en ouranon), con un chiaro riferimento alla dimensione escatologica della fede cristiana. Questo invito costituisce il motivo dominante dell’esortazione paolina ai Filippesi: essi sono chiamati a dare una qualificata testimonianza di unità(essere saldi in un solo spirito) e di lotta «per» la fede del Vangelo (34). Nel v. 28 l ‘allusione agli avversari (antikeime­non) indica la situazione di prova in cui versa la Chiesa filippense. Si tratta di coloro che si oppongono al messaggio della salvezza e che perseguitano i credenti. Paolo esorta tutti i credenti a «lottare insieme», mettendosi dalla parte di Dio. La forza della fede aiuterà la comunità cristiana anche a «soffrire per Cristo» (v. 29: to hyper autou paschein), condividendo il medesimo combattimento (v. 30: ton auton agona echontes) che l’Apostolo sta conducendo nella lontana sua prigionia. Sia nella professione di fede che nella comune lotta contro gli avversari del Vangelo, Paolo e la Chiesa di Filippi devono sentirsi uniti e chiamati a vivere nella comunione vicendevole una coraggiosa presenza cristiana. In 2,1 con l’avverbio «dunque» (oun) si apre la seconda unità, che raccoglie l’accorato appello di Paolo alla concordia nel «modo di sentire» e nelle relazioni interpersonali. Il tono del discorso è intro­dotto da quattro brevi frasi condizionali («se c’è.. .»), che delineano in modo essenziale lo stile di vita della Chiesa. La consolazione (paraklesis), il conforto (paramytion), la comunione nello spirito (koinonia tes pneumatos) e le viscere e compassione (splagchna kai oiktirmoi) sono le quattro prerogative della vita comune che l’Apostolo chiede ai Filippesi di ravvivare. La consolazione è la capacità di sostenere l’altro che vive nell’angoscia (cf. Mt 5,4). In questo caso la figura di Paolo è allo stesso tempo bisognosa di consolazione e consolatrice. Il conforto dell’amore completa l’atto del consolare, partecipando all’altro la capacità di amare e di riempire i vuoti della solitudine. Vi è poi la «comunione dello spirito» che implica il coinvolgimento di tutto l’essere che si dona all’altro in modo gratuito ed incondizionato. Infine i due sostantivi plurali «viscere e compassione» indicano i sentimenti profondi che governano la persona umana e le permettono di comunicare la ricchezza interiore delle proprie emozioni. L’argomentazione paolina culmina nel v. 2 con l’imperativo aoristo plerosate (rendete piena) seguito dal complemento oggetto mou ten charan (la mia gioia). Paolo invita i Filippesi ad un «sentire unanime» (to auto phroneters, a condividere l’amore e ad essere concordi. Questa sottolineatura della comunione e dell’unità si contrappone alle espressioni del v. 3, in cui si citano gli atteggiamenti negativi da evitare: non agire «per rivalità» (kat’ eritheian) né «per vanagloria» (kata kenodoxian), atteggiamenti che generano divisioni e chiusure nella comunità. Al v. 4 la raccomandazione di Paolo spinge i cristiani alla reciprocità, facendosi partecipi dell’ interesse dell’altro; letteralmente, «non guardando ognuno alle proprie cose» (v. 4: me ta eauton eka­stos skopountes), «ciascuno sappia guardare (anche) alle cose dell’altro» (ta eteron ekastoi). Si costruisce la comunione ecclesiale solo nella capacitàdi saper perdere se stessi e il proprio prestigio personale per il Vangelo (cf. Mt 10,39). In Paolo la parola pronunciata diventa «testimonianza vivente»proprio a motivo della sua condizione di prigionia! I destinatari di questa lettera ne sembrano coscienti, dimostrando una solidarietà senza limiti con l’Apostolo e le sue tribolazioni (36). Al v. 5 è inserita un’ulteriore breve esortazione, con la ripetizione dell’imperativo phroneite (abbiate un medesimo sentire) che riassume il contenuto essenziale delle precedenti espressioni parenetiche. Il «sentire unanime» dei cristiani deve essere commisurato a Cristo Gesù, la cui persona è presa come modello essenziale su cui « configurare » (syn­morphizo: cf. Fil 3,10.21; Rm 8,29) la vita personale e comunitaria dei credenti37. In tal modo l’Apostolo introduce i suoi lettori al notissimo brano cristologico, mirabilmente incastonato nei vv. 6-11. Va rilevata la formula finale «in Cristo Gesù» che richiama in modo inclusivo l’inizio del brano parenetico di Fil 2,1. La composizione cristologica (38) si colloca all’interno dell’esortazione paolina, introdotta dal pronome relativo os (il quale) e seguita da tra verbi all’aoristo indicativo: «non considerò» (ouch egesato), «svuotò se stesso» (ekenosen heauton), «umiliò se stesso» (etapeinosen heauton) e successivamente dal soggetto o theos (Dio) che regge altri due verbi in aoristo che hanno come complemento oggetto la persona del Cristo: «lo sopraesaltò» (auton hyperypsosen), «gli donò» (echarisato auto). Si tratta di un testo narrativo assai complesso (39), che ha conosciuto un’articolata storia interpretativa (40), per via della corretta comprensione di alcuni termini collegati alla natura, alla funzione e alla preesistenza del Cristo (41). Leggendo il brano cristologico appare evidente la divisione in due unità letterarie all’insegna del duplice movimento dell’abbassamento (vv. 6-8) e dell’innalzamento (vv. 9-11) collegate dalla congiunzione «e perciò» del v. 9 (dio kai) e contrassegnate dalla diversità dei soggetti. Nella fase dell’abbassamento il soggetto è Cristo, mentre in quella dell’innalzamento è Dio. Cristo liberamente «discende» dalla sua condizione divina, si abbassa dal suo trono altissimo fino a prendere la forma umana e a morire in modo ignominioso sulla croce. I tre gradini della discesa del Cristo sono: l’umanità, la morte e la croce. Barbaglio sottolinea la libera scelta di Cristo di rinunciare alla sua condizione divina, di svuotarsi volontariamente e di abbassarsi nella completa obbedienza: tutto questo per amore e per ottenere la salvezza dell’umanità (42). Nei vv. 9-11 viene descritta la «risposta» di Dio all’azione « kenotica » del Figlio: dopo essersi abbassato fino alla morte in croce, Dio ha « superesaltato » il Cristo donando gli il « nome » più eccelso che esista, il nome divino di «Signore» (v. 11: kyrios). La conseguenza di questa esaltazione è duplice: affinché tutti («in cielo, in terra e sotto terra») si inginocchino e facciano la loro confessione di fede nella divinità del Cristo, signore del cosmo e della storia. Consideriamo più da vicino i singoli versetti. Il v. 6 si apre con il pronome os riferito a Gesù Cristo, il quale «essendo nella condizione di Dio» (en morphe theou) scelse liberamente di entrare nella «condizione di servo» (en morphe doulou). Si nota il parallelismo tra condizione divina e condizione servile (43). La condizione «di Dio» non fu ritenuta un «privilegio» (harpagmon) («qualcosa da trattenere») (44) ma un «dono» per un progetto più grande, che equivale alla sua missione nel mondo. Nel v. 7 con un’avversativa (alla) si dichiara la scelta paradossale e libera del Cristo: «svuotò se stesso» (heauton ekenosen) per prendere la condizione umana. Va notata la singolarità del verbo kenoun (vuotare, annientare) (45), che esprime l’azione della totale spoliazione del Cristo per farsi uno con l’umanità. L’espressione si rivela intensa e profonda. Sembra richiamare alla mente, pur nella diversità dei termini, la consegna alla morte del «servo sofferente» in Is 53,12. Nel v. 8 prosegue l’azione dell’abbassamento con un secondo verbo: «umiliò se stesso» (tapei­noun heauton), che esprime lo stile assunto dal Cristo nello scendere attraverso la storia dei piccoli e dei poveri fino all’estremo. È l’azione del farsi po­veri che diventa ricchezza per i credenti (cf. 2Cor 8,9: eptokeusen). Il fatto che il Figlio diventi «obbediente» (genonenos hypekoos) fino alla morte e alla «morte di croce», implica il senso gratuito di questa scelta, che non è frutto di una cieca fatalità né di un meccanismo, bensì di una fedeltà piena a Dio e alla sua missione. L’obbedienza del Figlio culmina nella morte (thanatos): essa indica il massimo grado di sottomissione e la specificazione «morte di croce» esprime il massimo punto di degradazione della condizione umana. Non poteva esserci descrizione più toccante della vicenda del Cristo, fedele al Padre. Rileva Fabris: «Al centro di questa scelta sta la sua radicale ed assoluta fedeltà. Questo elemento contraddistingue il suo essere uomo tra gli uomini, esposto alla miseria della morte crudele ed ignominiosa della condanna alla croce» (46).     Nel v. 9 il nuovo soggetto diventa Dio il quale, di fronte al dono gratuito e paradossale del Figlio «disceso nell’umanità fragile e mortale», ha scelto di «sopraesaltarlo» (hyperypsosen)(47). L’azione di Dio si concretizza nel dono del «nome sopra (hyper) ogni altro nome»: si tratta del nome di «signore» (kyrios) con cui termina il brano al v. 11 e che designa la dignità e la sovranità della stessa posizione del Cristo, partecipe della signoria universale ed assoluta di Dio (48). Nei vv. 10-11 si delinea la conseguenza dell’esaltazione del Cristo con due subordinate introdotte dalla finale ina (affinché): «ogni ginocchio si pieghi» (pan gony kampsen) e «ogni lingua proclami» (pasa glossa exomologesethai) (49). In queste immagini viene rappresentata la dignità assoluta che Gesù riceve in modo unico e sommo da tutti gli esseri viventi, in cielo, in terra e sotto terra. Tale omaggio è suggerito dal gesto di prostrazione (cf. 1s 45,23; Rm 11,4) e di proclamazione «cosmica» («ogni lingua», cf. Is 66,18b; Dn 3,4.7) che culmina nell’affermazione finale del brano: Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre (cf. Rm 10,9-10).  Questo titolo cristologico corrisponde nella Bibbia al tetragramma ebraico JHWH, che è il nome di Dio (cf. Es 3,15; Sal 99,3). In altre parole: al Cristo umiliato ed esaltato viene attribuita la signoria unica ed assoluta che nella tradizione biblica era propria di Dio (50). Questa designazione è da considerarsi il punto di arrivo del brano cristologico e allo stesso tempo l’esperienza intima e mistica che Paolo ha vissuto nel mistero della sua missione a servizio del Vangelo. 

III.2 MEDITATIO  La seconda unità contiene il cuore del messaggio cristologico della lettera. Da appassionato predicatore della Parola, Paolo rivolge ai cristiani di Filippi una fondamentale esortazione: la capacità di «sentire insieme» a Cristo. L’avventura vocazionale a cui è destinata la comunità filippense dipende dall’unione con il Figlio obbediente ed esaltato da Dio Padre. Questa dinamica spirituale consente ai credenti di divenire «cittadini degni del Vangelo» (Fil 1,27). La metafora della cittadinanza indica la dimensione relazionale della vita cristiana. Essa si svolge all’interno di una città, che è abitata da uomini e donne che cercano la pace. Il cristiano deve poter contribuire alla crescita della «città» attraverso la sua personale e comunitaria testimonianza di «unità» . In collegamento con il precedente brano paolino, un secondo motivo è costituito dall’immagine del «combattimento condiviso» da tutti (synathlountes) «per» (o «per mezzo») della fede. La predicazione della Parola chiede di spendersi personalmente e di pagare il prezzo della sofferenza. Non c’è vocazione che non sia «pagata a caro prezzo», non c’è missione che non comporti un coraggioso coinvolgimento nel donarsi e nel soffrire per il Signore. L’Apostolo chiede ai Filippesi di «stare saldi», di non «lasciarsi intimidire» (Fil 1 ,28) dagli avversari e considera la sofferenza come una «grazia» (1,29: echaristhe) assunta «a favore» (hyper) di Cristo. Paolo stesso rappresenta un «esempio nella lotta»: quelle catene portate per Cristo sono l’eloquente messaggio di come può essere interpretata la missione dei cristiani. Tuttavia il fondamento della novità del Vangelo va cercato nella stessa persona e missione del Figlio di Dio. In Fil 2,1- 4 l ‘Apostolo invoca la pienezza della gioia cristiana e rinnova l’invito a non interpretare diversamente il cammino della fede: esso deve necessariamente seguire le stesse orme di Gesù Cristo (cf. 1 Pt 2,21). È utile meditare ed attualizzare i termini che l’Apostolo impiega per parlare al cuore dei credenti: la consolazione, il conforto, la comunione, le viscere e i sentimenti che albergano nell’uomo. Tutto l’uomo deve essere per «tutti i credenti» in un solo spirito, senza interessi e prestigi personali. La comunità cristiana può ben definirsi nell’ accoglienza reciproca, soprattutto nel segno dell’ Eucaristia. Il brano cristologico di Fil 2,6-11 ci chiede di meditare sull’unicità della storia di amore che Dio ha voluto e realizzato attraverso il Figlio. Introdotto al v. 5 con l’invito a condividere i medesimi sentimenti di Cristo Gesù, il brano cristologico costituisce una delle più profonde e ricche sintesi del mistero cristiano. Entrare nella «spoliazione» e nella «umiliazione» del Figlio amato, che per amore sceglie di farsi il più piccolo e il più povero tra gli uomini. Non poteva esserci strada più significativa e tangibile per rivelare la vicinanza di Dio all’umanità. E di questa umanità il Figlio non condivide solo la vicenda dolorosa e la debolezza sofferente, ma Egli si immerge nell’«ultima solitudine» che è la nemica morte. Lo scandalo della morte e della terrificante disfatta sulla croce si consegna agli occhi del mondo come contrassegno di un amore senza limiti e senza compromessi. Tuttavia la missione del Figlio è accolta dal Padre: egli lo ha esaltato «sopra tutti e tutto». Il servo è diventato «signore», la spoliazione e l’umiliazione si sono tramutate in esaltazione: nel trionfo della risurrezione e della vita, Cristo esercita la signoria dell’amore e la sua missione porta il frutto della riconciliazione e della pace. Pertanto i Filippesi devono guardare al Figlio di Dio, conformando la loro esistenza e le loro scelte con la forza di quello stesso amore che ha mutato la morte in vita, la debolezza in forza, lo scandalo della croce in vanto di gloria. Emerge dalla nostra essenziale analisi la ricchezza spirituale di questa splendida pagina paolina. Il contesto parenetico dell’unità non deve indurci a ritenere queste considerazioni delle pie esortazioni, ma deve spingerci a conformare tutta la no­stra esistenza vocazionale al progetto di Dio in Cristo Gesù. Misurato con la vicenda del Cristo, umiliato ed esaltato, il cristiano è in grado di interpretare la storia con le categorie e lo stile indicato dal Vangelo. Allo stesso modo ogni scelta vocazionale non potrà che ispirarsi allo schema cristo logico della croce e della gloria, dell’annullamento (kenosi) e della glorificazione (doxa), della concretezza dell’oggi, vissuto nella quotidiana lotta per la fede del Vangelo e della speranza nel domani, atteso in uno stile operoso, nella fiducia che Dio realizzerà le sue promesse. 

III. 3 ORATIO «Abbiate gli stessi sentimenti di Cristo»  A voi pellegrini che solcate le strade della vita, mentre questo tempo scorre inesorabilmente, cercando nell’uomo e nelle sue innumerevoli risorse, una risposta alla domanda di felicità, «Abbiate gli stessi sentimenti di Cristo». 

A voi ragazzi e ragazze, speranza di un futuro migliore, costretti spesso ad inseguire l’affetto dei vostri cari, distratti dalle mode e confusi dai luccichii dei desideri, desiderosi di capire e di sedervi alla festa della vita, «Abbiate gli stessi sentimenti di Cristo». 

A voi giovani, coraggiosi interpreti delle ansie del mondo, spesso feriti o delusi dall’atteggiamento degli adulti, mentre cercate di dare un senso alla vostra presenza in questa storia, gridando l’insopprimibile bisogno di amore e di comprensione, «Abbiate gli stessi sentimenti di Cristo».

A voi padri e madri, cittadini di una società stanca ed opulenta, che nella famiglia e nel lavoro inseguite sicurezze sfuggenti, carichi di troppe stanchezze, logori di insofferenze e di oblii, volete con tutto il cuore un futuro sereno per la vostra discendenza, «Abbiate gli stessi sentimenti di Cristo».

A voi adulti, attenti giudici delle regole della convivenza, che muovete le leve della produzione e della ricchezza, tra fragili equilibri, nuove sfide e grandi aspirazioni, nella ricerca dell’unità e della pace, «Abbiate gli stessi sentimenti di Cristo».

A voi anziani, testimoni della sapienza degli anni, che avete imparato a riassumere un passato senza rimpianti, costretti talvolta all’inerzia e relegati nella solitudine dei giorni, memori delle fatiche e bisognosi di nuove rassicuranti presenze, «Abbiate gli stessi sentimenti di Cristo».

A voi che oggi scorrerete queste pagine, comunque sia il vostro vivere, tra incroci e labirinti che segneranno le vostre giornate, forse nel servizio appassionato al Vangelo per l’uomo, o mossi da una flebile domanda su Dio e sull’amore, «Abbiate gli stessi sentimenti di Cristo». 

III.4 CONTEMPLATIO «Il Figlio, servo obbediente della missione» La focalizzazione cristologica caratterizza questo ulteriore momento della nostra lettura vocazionale. Infatti la missione del Padre si realizza nell’obbedienza del Figlio amato, Gesù Cristo. L’Apostolo tratteggia con una impareggiabile riflessione la vicenda di Cristo. In Fil 2,6-11 siamo chiamati a contemplare Gesù in tutti i momenti del suo donarsi per la salvezza del mondo. In primo luogo ci soffermiamo sulla dimensione del Cristo come «Figlio» (houios). Scrivendo ai Romani Paolo afferma che il Padre «non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi»(Rm 8,32; cf. Gal 4,4). La missione che Dio ha voluto nel Figlio ha una sua chiara finalità: «affinché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, allo stato di uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo» (Ef 4,13). La vocazione a cui Gesù ha risposto nasce dall’amore «filiale», mediante il quale Dio ci ha riconciliati a sé (Rm 5,10). Una seconda dimensione è significativa nella qualifica di «servo» (doulos). Pur essendo nella prerogativa filiale e nella piena » condizione divina, Cristo ha liberamente deciso di «farsi servo» per amore. Il servo non è colui che esercita un servizio (ministero) rimanendo libero, ma rimane per tutta la vita legato al suo padrone come schiavo. La forma della schiavitù (a cui si collegano alcune metafore paoline quali il «sigillo») è la strada che Cristo ha scelto per amare l’uomo ed annunciare la salvezza. Paolo stesso assume questa metafora per parlare del suo apostolato in favore del Vangelo, come «schiavo per il Vangelo» (cf. Rm 1,1; 1 Cor 9,19; Tt 1,1). Una terza condizione è data dall’ obbedienza (hypakoe), prerogativa centrale nella riflessione paolina. Dall’ etimologia del termine «obbedienza» (ob-audire) ricaviamo il valore dell’ ascolto della Parola, che un Altro, al di sopra di noi, ci rivolge. Come per Cristo, così anche per noi, l’obbedienza significa anzitutto disponibilità nell’ascolto e capacità di lasciarci colmare nel cuore. In Ef 1,11-14 si registra la dinamica dell’ascolto che produce l’obbedienza della fede e il dono dello Spirito:  «In lui [Cristo] siamo stati fatti anche eredi, essendo stati predestinati secondo il piano di colui che tutto opera efficacemente conforme alla sua volontà, perché noi fossimo a lode della sua gloria, noi, che per primi abbiamo sperato in Cristo. In lui anche voi, dopo aver ascoltato la parola della verità, il vangelo della vostra salvezza e avere in esso creduto, avete ricevuto il suggello dello Spirito Santo che era stato promesso, il quale è caparra della nostra eredità, in attesa della completa redenzione di coloro che Dio si è acquistato, a lode della sua gloria». Secondo questa prospettiva, la missione del Figlio può realizzarsi unicamente nell’obbedienza totale alla volontà del Padre. Contempliamo Cristo che si consegna eternamente e perdutamente nella volontà e nella libertà a Dio suo Padre. Anche l’autore della Lettera agli Ebrei riassume il senso dell’obbedienza di Cristo nell’affermazione: «Pur essendo Figlio, imparò tuttavia l’obbedienza dalle cose che patì» (Eb 5,8). Per la Sua obbedienza noi siamo stati redenti ed è stata distrutta la disobbedienza del peccato. Conclude Paolo: «come per la disobbedienza di uno solo tutti sono stati costituiti peccatori, così anche per l’obbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti» (Rm 5,19). Per vivere questo momento di preghiera e di contemplazione, ti invito a riflettere su un passaggio della lettera enciclica di Benedetto XVI, Spe Salvi (2007):  «La vera grande speranza dell’uomo, che esiste nonostante tutte le delusioni, può essere solo Dio – il Dio che ci ha amati e ci ama tuttora « sino alla fine », « fino al pieno compimento » (cfr. Gv 13,1 e 19,30). Chi viene toccato dall’amore comincia ad intuire che cosa propriamente sarebbe « vita ». Comincia ad intuire che cosa vuoi dire la parola di speranza che abbiamo incontrato nel rito del Battesimo: dalla fede aspetto la « vita eterna » – la vita vera che, interamente e senza minacce, in tutta la sua pienezza è semplicemente vita. Gesù che di sé ha detto di essere venuto perché noi abbiamo la vita e l’abbiamo in pienezza, in abbondanza (cfr. Gv 10,10), ci ha anche spiegato cosa significhi « vita »: « Questa è la vita eter­na: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo » (Gv 17,3). La vita nel senso vero non la si ha in sé da soli: essa è una relazione. E la vita nella sua totalità è relazione con Co­lui che è la sorgente della vita» (51). 

III.5 ACTIO «L’obbedienza alla Parola»  L’analisi dei messaggi emersi dalla pericope paolina ci induce a proporre come Actio una riflessione sul senso e sull’importanza dell’ «obbedienza alla Parola». Abbiamo sottolineato come nella stes­sa accezione di obbedienza si collochi la dimensione della Parola. Se la decisione di obbedire è il frutto della nostra personale risposta all’appello divino, la forza di esservi fedele proviene dalla grazia divina e dalla sua misericordia. L’obbedienza alla Parola implica tre relazioni costitutive: a) obbedienza al progetto di Dio; b) obbedienza alla verità nella storia; c) obbedienza al servizio dell’uomo. In primo luogo nell’ascolto e nell’accoglienza della Parola si compie l’obbedienza al progetto di Dio. Tale «progetto» segnala il «mistero» dell’amore misericordioso (cf. Ef 1,9) che Dio ha voluto rivelare all’umanità. Obbedire alla sua Parola significa accogliere il mistero che penetra la storia umana e realizza la redenzione, mediante la ricapitolazione di ogni cosa in Cristo (Ef 1,10). L’accoglienza della Parola permette di conoscere la verità e di interpretarla nella storia. Questa dinamica ci aiuta a comprendere come la Parola costituisce la «strada» che Dio ha scelto per comunicare la verità di se stesso e del suo amore agli uomini. La conoscenza della verità non implica un’operazione unicamente mentale, ma un’adesione esistenziale e vocazionale che coinvolge l’intera persona. Allo stesso modo la «storia» dice la concretezza delle relazioni e delle situazioni vissute nel tempo. Chi vive l’obbedienza alla Parola vive allo stesso tempo pienamente la verità di Dio e il realismo della vita umana. Infine l’ascolto obbediente della Parola spinge il credente ad impegnarsi per il servizio a favore degli altri, soprattutto dei più bisognosi. Ad immagine di Cristo-servo, la Parola che penetra nel cuore dei credenti si trasforma in una dinamica di servizio e di amore. Servizio nel dono di sé e della propria vita per un progetto più grande, non pensato secondo una visione umana e limitata, ma aperto alla missione che Dio ha affidato al Cristo e a coloro che ne sono divenuti discepoli.

Publié dans:LECTIO DIVINA, Lettera ai Filippesi |on 14 janvier, 2014 |Pas de commentaires »

PER ME IL VIVERE È CRISTO! – FIL 1,12-2,18 – lectio II

http://www.atma-o-jibon.org/italiano9/de_virgilio_filippesi2.htm

PER ME IL VIVERE È CRISTO!

UNA LETTURA VOCAZIONALE DI FIL 1,12-2,18

Giuseppe De Virgilio

II.1 LECTIO (14) 

12 Desidero che sappiate, fratelli, come le mie vicende si sono volte piuttosto per il progresso del vangelo, 13 al punto che in tutto il palazzo del pretorio e dovunque sono divenute note le mie catene in Cristo. 14 In tal modo la maggior parte dei fratelli nel Signore, incoraggiati dalle mie catene, ancor più ardiscono annunciare senza timore la Parola (15). 15 Alcuni, è vero, predicano Cristo anche per invidia e spirito di contesa, ma altri con buoni sentimenti. 16 Questi lo fanno per amore, sapendo che sono stato incaricato per la difesa del vangelo; 17 quelli invece predicano Cristo con spirito di rivalità, con intenzioni non rette, pensando di accrescere dolore alle mie catene. 18 Ma questo che importa? Purché in ogni maniera, per convenienza o per sincerità, Cristo venga annunciato, io me ne rallegro e continuerò a rallegrarmene. 19 So infatti che tutto questo servirà alla mia salvezza, grazie alla vostra preghiera e all’aiuto dello Spirito di Gesù Cristo, 20 secondo la mia ardente attesa e la speranza che in nulla rimarrò deluso; anzi nella piena fiducia che, come sempre, anche ora Cristo sarà glorificato nel mio corpo, sia che io viva sia che io muoia. 21 Per me infatti il vivere è Cristo e il morire un guadagno. 22 Ma se il vivere nel corpo significa lavorare con frutto, non so davvero che cosa scegliere. 23 Sono stretto infatti tra queste due cose: ho il desiderio di lasciare questa vita per essere con Cristo, il che sarebbe assai meglio; 24 ma per voi è più necessario che io rimanga nella carne. 25 Persuaso di questo, so che rimarrò e continuerò a rimanere in mezzo a voi, per il progresso e la gioia della vostra fede, 26 affinché il vostro vanto nei miei riguardi cresca sempre più in Cristo Gesù, con il mio ritorno fra voi. Dopo l’indirizzo di saluto (Fil 1,1-2) e l’esordio (1,3-11), il nostro testo inizia con l’allusione alla situazione di prigionia dell’Apostolo, che «desidera»informare del progresso del Vangelo i cristiani di Filippi, chiamandoli «fratelli» (adelphoi). È proprio in un clima di familiarità e di confidenza che Paolo presenta la dialettica paradossale dell’ evangelizzazione, mentre egli si trova «in catene per Cristo» (v. 13: oste tous desmous mou phanerous en Christo). L’annuncio di Cristo è indissolubilmente congiunto con la sorte dell’ Apostolo. Egli intende parlare di sé (v. 12: ta kat’eme) non per mettere al centro la propria condizione, piuttosto per esaltare il misterioso progetto di Dio. L’Apostolo ormai non vive più per se stesso, ma solo per Cristo! D’altra parte la sofferenza e la prigionia non solo non hanno impedito l’evangelizzazione: al contrario, le catene di Paolo hanno perfino favorito la «corsa della Parola». Al v. 12 si impiega il termine prokope che fa da inclusione con quanto si ritro­va al v. 25: il vantaggio (progresso) del Vangelo e dei cristiani di Filippi (eis prokopen …eis ten hy­mon prokopen). Giudicando la sua condizione, Paolo incoraggia i credenti a leggere la volontà di Dio anche nelle sue catene. Nell’ambiente del pretorio e un po’ dovunque è nota la vicenda dell’ Apostolo e la sua testimonianza cristiana (16). Più che es­sere prigioniero degli uomini, Paolo sa di essere il «prigioniero di Cristo» (cf. Ef 3,1,4,1; Fm1) (17) da qui nasce il suo vanto (1,26). Il legame tra la persona dell’ Apostolo e il Vangelo non si è spezzato: le «catene» che lo limitano, contribuiscono ad «unirlo» di più a Cristo. Leggendo questi versetti scopriamo come al centro delle considerazioni di Paolo c’è la persona del Cristo. Le catene diventano un incoraggiamento per i cristiani della comunità locale dove egli è detenuto. In un clima di ritrovata fiducia nel Signore (en Kyrio) (18) la «maggior parte» dei fratelli (pleiones) ha ripreso a dedicarsi alla predicazione con maggiore intensità (perissoteros) e senza timore (aphobos). Nel v. 14 è interessante l’espressione tolman ton logon lalein che traduce letteralmente la formula «osare di dire la Parola »: occorre riconqui­stare l’audacia della Parola di Dio, la spinta missionaria della predicazione, senza la quale non è possibile edificare la Chiesa. Tuttavia nei vv. 15-17 questo processo evangelico è segnato da un’ambivalenza strisciante, che mette in luce la divisione tra i buoni operai e coloro che predicano per invidia e spirito di contesa. L’Apostolo conosce le problematiche della divisione nella comunità e le affronta con sapiente equilibrio di giudizio. Commenta Barbaglio: «In altre circostanze egli non si sarebbe dimostrato così tollerante: non una parola polemica, nessun attacco verbale, solo la constatazione di un fatto. Ma ora è in carcere ed ha interesse a dire ai Filippesi come non abbia cessato per questo di essere annunciatore del Vangelo; almeno indirettamente, per fas e per nefas l’annuncio di Cristo si compie e si compie per suo influsso» (19). Si coglie in questo passaggio la solida e serena maturità del pastore: dare la priorità all’annuncio del Vangelo e non al prestigio della sua persona e della sua autorità apostolica. Possiamo supporre quale situazione si fosse creata nel contesto ecclesiale, durante la prigionia di Paolo. Alcuni credenti, ritenendo Paolo ormai recluso e tramontato (un «personaggio scomodo»), approfittarono della sua condizione per intensificare la predicazione del Vangelo allo scopo di accrescere il proprio prestigio personale nell’ ambiente e far pesare ancora di più il suo stato di detenuto. Il testo definisce bene i due gruppi: alcuni predicano Cristo per invidia e spirito di contesa, con rivalità e intenzioni non pure, pensando di aggiungere dolore alle sue catene (v. 17), altri predicano con buoni sentimenti e per amore, sapendo che Paolo è stato posto per la difesa del Vangelo (v. 15-16) (20). Al v. 18 si ricava la posizione dell’Apostolo, introdotta dall’interrogativo retorico: ti gar (che cosa dunque?); a significare «che cosa importa?», espressione che ritroviamo in altri contesti argomentativi dell’ Apostolo (21). Anche se alcuni proclamano Cristo in modo negativo, «per pretesto» (v. 18: prophasei) e altri «nella verità-sincerità» (aletheia), Paolo «esulta e permane nella gioia» (en touto chairo… charesomai) per il fatto che Cristo viene annunciato (Christos kataggelletai). Si intro­duce qui il tema dominante di tutta la lettera che è quello della «gioia» (22). Pur stando in catene, l’Apostolo condivide la gioia del Vangelo e della missione, dando una straordinaria testimonianza cristiana all’intera comunità. Commenta Fabris: «Anche nel testo di Fil 1, 18b si può avvertire un implicito invito rivolto da Paolo ai Filippesi a seguire il suo esempio. Non è la condizione esterna o interna di conflitto che deve condizionare lo stato d’animo dei credenti, ma il fatto che l’annuncio di Cristo sia fatto ed accolto» (23). Nei vv. 19-26 il tono della comunicazione personale di Paolo si fa più intenso e commovente. Paolo ha la consapevolezza fondata (oida) che quanto sta avvenendo nella sua vita non si verifica per caso, ma risponde ad un preciso progetto di Dio «in vista della salvezza» (v. 19: apobesetai eis sote­rian) (24) In questa prospettiva la salvezza è definita non tanto dalla sorte del predicatore, ma dalla sua fede e dall’aiuto dello Spirito Santo. Egli si dichiara convinto di poter contare sulla preghiera della comunità (v. 19: dia tes hymon deeseos), qualunque cosa accadrà nel suo futuro. Di fronte al proget­to di Dio e al suo Vangelo egli vive una «ardente at­tesa e la speranza» (apokaradokia kai elpida): in nulla egli rimarrà confuso, comunque volgeranno gli avvenimenti che lo riguardano. L’espressione paolina del v. 20 è costruita in una forma antitetica e ricorda la fraseologia salmica dell’uomo fedele che «confida in Dio»25: «Cristo sarà glorificato nel mio corpo, sia che io viva sia che io muoia» (v. 20). Il cuore di Paolo è segnato da una «piena fiducia» (en pase parresia), che racchiude in sé l’obbedienza a Dio e la forza profetica della sua Parola di salvezza: sia in caso di assoluzione che in quello di condanna a morte, l’Apostolo è persuaso che il suo destino rimarrà indissolubilmente legato a Cristo. Il notissimo v. 21 costituisce il culmine della dichiarazione dell’ Apostolo: «Per me infatti il vivere (to zen) è Cristo e il morire (to apothanein) un guadagno (kerdos) ». La frase è costituita da due membri accostati senza la copula: ai due verbi antitetici «vivere/morire» corrispondono i termini «Cristo/guadagno». Il pronome iniziale «per me» (emoi), posto in modo enfatico all’inizio della frase, sottolinea il legame profondo che Paolo ha con la persona del Cristo. Il «vivere» nella prospettiva della fede cristologica abbraccia l’intera esistenza dell’ Apostolo, non solo il restare nella carne umana, ma il suo passato e il suo futuro. In Gal 2,20 l ‘Apostolo esprime un simile concetto teologico: «Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato. e ha dato se stesso per me». Anche in questa espressione ritorna la distinzione tra «Cristo vive in me» e il «vivere nella carne». Si comprende come la vocazione di Paolo è qualificata dalla relazione con Cristo, che è la ragione e il centro della sua persona e della sua missione. Nel «cuore di Cristo» abita l’essere di Paolo, passato, presente e futuro. In questa piena e totale relazione cristologica Paolo considera la morte come un guadagno, espressione paradossale che richiama un topos comune della tradizione filosofica greco-romana (26). La morte diventa una liberazione e, per questo, un guadagno a favore della persona umana, quando la vita è diventata insopportabile. Tuttavia qui Paolo non intende disprezzare la vita, neppure una vita segnata dalle catene: l’accento viene posto sulla centralità di Cristo, che è la pienezza di vita, al cui confronto tutti i beni, i possedimenti e le conoscenze dell’uomo risultano passeggere. Paolo riprenderà questa argomentazione in Fil 3,7-8 quando affermerà che per guadagnare Cristo egli ha considerato una «perdita» tutto quello che poteva essere per lui un «guadagno». Nei vv. 21-26 si riprende l’antitesi vivere/morire, in riferimento a quanto Paolo stesso desidera. Egli esprime il suo pensiero in un soliloquio mediante una costruzione ipotetica: la prospettiva di vivere «nella carne» (en sarchi) e di lavorare con frutto (karpos ergou) lo mettono nell’imbarazzo della scelta (v. 22). Tra vita apostolica e unione escatologica con Cristo nella morte (v. 23 «essere sciolto dal corpo») Paolo non sa cosa preferire. Nel contesto di Fil 1,23a il passivo di synechesthai («essere preso») esprime bene la condizione di Paolo, che si trova al «bivio di un’alternativa». Da una parte egli ha il «desiderio» (v. 23: ten epithymian echon) di essere sciolto dal corpo per essere con Cristo (syn Christo einai). Questo desiderio è interpretato dall’ Apostolo come la migliore soluzione (27). D’altra parte il «rimanere nella carne» è «più necessario» (v. 24: anagkaioteron di ‘hymas) per il bene della comunità. In questa contrapposizione emerge la vocazione dell’ Apostolo al servizio e alla missione nei riguardi della Chiesa. Nel v. 25 Paolo si dice convinto della necessità di continuare a lavorare nella Chiesa e di «essere di aiuto» a tutti i credenti per il progresso e la gio­ia della loro fede. L’Apostolo ha a cuore il «progresso» (prokope) di tutti i cristiani, come conseguenza del progresso del Vangelo. Allo stesso modo la gioia della fede è inseparabile con l’annuncio del Vangelo. La pericope era iniziata con la menzione delle «catene» e si conclude con il motivo della «gioia della fede» (chara tes pisteos), che ca­ratterizza il tenore spirituale delle relazioni dell’Apostolo con la comunità di Filippi (cf. Fil 1,3; 2,2.29; 4,1) (28). È questo lo stile che i cristiani devono avere: proclamare con fede il Vangelo della sal­vezza e vivere questo impegno in modo gioioso. La pericope si chiude al v. 26 con una proposizione finale («affinché», ina), che qualifica ulteriormente la dinamica delle sue relazioni con la co­munità di Filippi. Il termine-chiave di questa finale è costituito dal «vanto» (kauchema ) 29. L ‘Apostolo spera di rivedere i Filippesi con una nuova venuta in mezzo a loro, per dare loro un nuovo impulso spirituale. Così la mèta che orienta la speranza di Paolo in carcere non è solo la proclamazione del Vangelo, ma la crescita spirituale e la gioia dei cristiani di Filippi, che in questa ripresa del suo apostolato avranno un ulteriore motivo di fiducia in Cristo Gesù. 

II. 2 MEDITATIO  In questa prima unità primeggia la figura dell’Apostolo Paolo, che si presenta come esempio e come stimolo per la comunità di Filippi. Stando in carcere, Paolo non intende offrire un resoconto della sua situazione, ma vuole rendere partecipi i Filippesi dei suoi stati d’animo e della sua incrollabile speranza, senza preoccuparsi della sua sorte. Si può ben dire che anche nelle catene e nel rischio di venire processato e condannato, Paolo resta sempre il pastore impegnato nell’evangelizzazione e nella cura amorevole della Chiesa. Emerge dal testo una chiara consapevolezza della sua vocazione, che spinge l’Apostolo a tradurre anche la sua situazione di tribolazione e di sofferenza in «annuncio missionario» ricco di speranza. L’amore dell’ Apostolo per Cristo e per la Chiesa supera anche le divisioni e gli opportunismi di alcuni predicatori ambigui che si distinguevano nella comunità. Egli riesce a vedere un «guadagno» e un «progresso» anche nelle catene. Chi ha scelto di vivere la propria vocazione per Cristo, impara a leggere il bene anche nei contesti di maggiore sofferenza e prova. Le «catene» sono diventate strumento di diffusione della notizia cristiana, sia nell’ambiente imperiale che nelle piazze della città dove vivono e operano i cristiani (Col 4,19; 2Tm 2,9). Esse non sono segno di sconfitta, ma stimolo ed incoraggiamento affinché i cristiani possano riprendere ad annunciare la Parola di Dio con maggiore zelo e senza timore. La vocazione di Paolo trova la sua definizione spirituale più toccante nel v. 21: dopo aver esposto le problematiche di divisione della Chiesa, Paolo ri­vela il desiderio del suo cuore e si abbandona nella confidenza di Cristo. Egli è stato scelto, afferrato, conquistato da Cristo: la sua esistenza, la sua vocazione, la sua missione sono interamente configurate alla Sua persona. Il vivere di Paolo è Cristo e perfino il «morire» egli considera un «guadagno». Cogliamo in questo densissimo passaggio spirituale il «criterio cristo logico» per valutare la maturità vocazionale del cristiano. Colui che vive nella fede non ha da temere, ma solo da amare e da offrire. Inoltre il brano paolino fa emergere la responsabilità per la Chiesa. Tale responsabilità implica un discernimento attento e profondo su ciò che accade nella storia dei credenti. Stando in carcere, Paolo ha la possibilità di valutare la sua missione e la situazione che si è venuta a creare: egli desidera essere «sciolto dal corpo», ma è consapevole della propria responsabilità a cui non può rinunciare. La priorità dell’evangelizzazione e della missione supera ogni altra considerazione: la storia della comunità e l’esito del cristianesimo dipendono anche dalla qualità della risposta vocazionale del singolo credente e del singolo pastore. Un ultimo motivo di meditazione è dato da due termini che segnano il «progresso» dei credenti: la «gioia» e il «vanto». Annunciare il Vangelo di Cristo significa vivere nella gioia della fede e della comunione con il Signore. Lungi dall’ essere espressione gaudente e scanzonata dei godimenti, la «gioia evangelica» è anzitutto «frutto» dello Spirito (cf. Gai 5,22) e testimonianza di pienezza di vita (cf. Gv 16,24). Mentre sta soffrendo, Paolo intende essere di aiuto alla Chiesa perché i creden­ti progrediscano nella «gioia della fede» (cf. At 5,42; 13,52). È questa gioia, donata e condivisa, che caratterizza la nostra scelta vocazionale e il nostro cammino spirituale. Il secondo termine è il «vanto», che l’Apostolo impiega nelle sue lettere per segnalare la singolarità della scelta di Cristo crocifisso e risorto. Le catene di Paolo avrebbero dovuto essere segno di vergogna e diventano occa­sione di vanto. Il vanto non è espressione di orgo­glio, ma indice di unità spirituale con Colui che ci ha salvati.

II. 3 ORATIO     «Sono in catene per Cristo»  Per aver creduto alla Parola di salvezza, ed aver scelto di seguire il Suo esempio, attratto dal Suo coraggio di vivere, e liberato dal mio peccato di morte, «Sono in catene per Cristo»!  Per aver scoperto che nella mia debolezza opera la Sua grazia, ed essere rimasto fedele al Suo Vangelo, ponendolo al centro della mia vita, ragione ultima e definitiva di ogni mia speranza, «Sono in catene per Cristo»!  Per aver invocato il Suo nome in mezzo alla comunità con la certezza che Egli ascolta sempre la nostra preghiera, e aver cantato le Sue meraviglie nella storia, che annulla i potenti ed esalta i piccoli, «Sono in catene per Cristo»! Per aver teso la mano dell’amicizia al nemico, e confuso colui che godeva della mia caduta, aprendo la porta luminosa della speranza fasciando le ferite prodotte dall’orgoglio, «Sono in catene per Cristo»! Per aver insegnato la trasparenza della Verità, nella continua ricerca del bene comune, imparando dai miei limiti e dalle mie fatiche a crescere senza sentirmi una persona «arrivata», «Sono in catene per Cristo»! Per aver creduto che l’Amore solo resterà, donando me stesso nel servizio verso l’altro, mendicante di affetto e di comunione, con le mani aperte per donare senza pretese, «Sono in catene per Cristo»!  Per aver risposto alla Sua inattesa chiamata, che ogni giorno rinnova il mio cuore, facendomi partecipe della meraviglia del suo Regno sulla strada di tanti fratelli e tante sorelle nella fede, «Sono in catene per Cristo»!

II. 4 CONTEMPLATIO     «Il Padre, origine e fonte della missione» Gesù Cristo è il «missionario del Padre». In questa definizione cogliamo l’origine di ogni missione nel mistero della paternità di Dio. Il mistero del Padre diventa l’oggetto della nostra contemplazione e della nostra preghiera vocazionale, Entriamo nella paternità di Dio così come è presentata dall’apostolo Paolo nella sua testimonianza spirituale. In primo luogo Paolo riafferma che il Dio del cielo e della terra, creatore del mondo e signore della storia, da cui proviene ogni paternità è il «padre del Signore nostro Gesù Cristo» (2Cor 1,2) a cui bisogna rendere lode (Rm 15,6). Egli è l’unico Dio (1Cor 8,6), padre misericordioso e Dio di ogni consolazione (2Cor 1,3), che ha risuscitato il suo Figlio dai morti (Gal 1,1). Credere nell’unicità del Padre, «che è al di sopra di tutti, agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti» (Ef 4,6), significa partecipare della sua grazia e della sua benedizione (Ef 1,3): il progetto del Padre è quello di farci entrare nella salvezza mediante il Figlio, primogenito di ogni creatura (Ef 1,3-11). In questa partecipazione si colloca la missione redentrice di Cristo e della Chiesa. La missione che nasce dal Padre e si compie nel Figlio Gesù, viene così presentata dall’ Apostolo:  «Ma Dio, ricco di misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amato, da morti che eravamo per le colpe, ci ha fatto rivivere con Cristo: per grazia infatti siete salvati. Con lui ci ha anche risuscitato e ci ha fatto sedere nei cieli, in Cristo Gesù, per mostrare nei secoli futuri la straordinaria ricchezza della sua grazia mediante la sua bontà verso di noi in Cristo Gesù. Per grazia infatti siete salvi mediante la fede; e ciò non viene da voi, ma è dono di Dio; né viene dalle opere, perché nessuno possa vantarsene. Siamo infatti opera sua, creati in Cristo Gesù per le opere buone che Dio ha preparato perché in esse camminassimo» (Ef 2,4-10). Vivendo nel mondo, con la forza dello Spirito Santo, siamo chiamati a contemplare il Padre e a pregarlo nel nostro cuore con lo stesso gemito spirituale, espresso nel grido di «Abba, Padre» (Rm 8,15). Tale preghiera rappresenta la prima e fondamentale esperienza del credente che si apre alla missione: iniziare dal Padre la nostra avventura vocazionale, vivendo l’unità della fede e della pace (Ef 2,17-18). Il Padre è dunque il principio da cui prende forma la nostra esistenza, ma è anche il fine a cui tende il nostro «esodo». Dobbiamo continuamente ringraziare il Padre per averci messi in grado di partecipare alla sorte dei santi nella luce (Col 1,12) e, nella nostra missione, dobbiamo essere «memori davanti a Dio e Padre nostro dell’impegno nella fede, dell’operosità nella carità e della costante speranza nel Signore nostro Gesù Cristo» (cf. 1Ts 1,3). L’epilogo della missione del Figlio consiste nell’ offerta definitiva della storia della salvezza nelle mani di Colui che ne è stato l’origine, «quando Cristo consegnerà il regno a Dio Padre, dopo aver ridotto al nulla ogni principato e ogni potestà e potenza» (1Cor 15,24). In questo senso tutto inizia, procede e culmina con il mistero del Padre: fac­ciamo nostro il desiderio di Paolo nei riguardi della comunità di Tessalonica: «Voglia Dio stesso, Padre nostro, e il Signore nostro Gesù dirigere il nostro cammino verso di voi!» (1Ts 3,11). Per vivere questo momento di preghiera e di contemplazione, ti invito a riflettere su un passaggio della lettera enciclica di Benedetto XVI, Spe Salvi:  «L’uomo viene redento mediante l’amore. Ciò vale già nell’ambito intramondano. Quando uno nella sua vita fa l’esperienza di un grande amore, quello è un momento di « redenzione » che dà un nuovo senso alla sua vita. Ma ben presto egli si renderà anche conto che l’amore a lui donato non risolve, da solo, il problema della sua vita. È un amore che resta fragile. Può essere distrutto dalla morte. L’essere umano ha bisogno dell’amore incondizionato. Ha bisogno di quella certezza che gli fa dire: « Né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore » (Rm 8,38-39). Se esiste questo amore assoluto con la sua certezza, allora ­ soltanto allora – l’uomo è « redento », qualunque cosa gli accada nel caso particolare. È questo che si intende, quando diciamo: Gesù Cristo ci ha « redenti ». Per mezzo di Lui siamo diventati certi di Dio – di un Dio che non costituisce una lontana « causa prima » del mondo, perché il suo Figlio unigenito si è fatto uomo e di Lui ciascuno può dire: « Vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me » (Gal 2,20) » (30). 

II. 5 ACTIO     «La libertà della Parola»  La pagina paolina ha posta in evidenza il motivo della «libertà» della Parola di Dio (Fil 1,14). Mentre l’Apostolo soffre in catene la sua condizione di prigioniero, proclama la «forza liberatrice»della Parola di salvezza. Questa Parala che viene da Dio ed è incarnata in Cristo Gesù non potrà mai essere «incatenata». Da qui nasce il vanto di Paolo: perfino. le sue catene hanno contribuito ad evidenziare la «libertà della Parola» che tocca il cuore degli uomini. Riflettere sul ruolo che la Parola di Dio assume nella nostra esperienza vocazionale significa assumersi l’impegno di rimettere al centro della nostra esistenza il dono della Parola di salvezza. Riproponiamo alcuni testi paolini relativi al ruolo della Parola e facciamoli diventare «programma» di vita per la nostra missione. La fede nasce dalla predicazione della Parola di Dia, che raggiunge l’uomo e lo invita ad entrare in dialogo con Cristo. (Rm 10,8.17). Non si tratta di una parola retorica, puramente umana (cf. 1 Cor 2,4), ma della sola «parola significativa» per la nostra vocazione e missione: la «parola della croce»che è «stoltezza per quelli che vanno. in perdizione, ma per quelli che si salvano, per noi, è potenza di Dio» (1 Cor 1,18). La missione paolina consiste anzitutto nel servizio umile e liberante di questa Parola testimoniata nell’amore di Cristo senza mistificazioni: «Noi non siamo infatti come quei molti che mercanteggiano la parala di Dia, ma con sincerità e come mossi da Dio, sotto il suo sguardo, noi parliamo in Cristo.» (2Cor 2,17; cf. 4,2). Inoltre la Parola libera nella misura in cui esprime la «riconciliazione» (cf. 2Cor 5,19) e conferisce alla nostra missione il compito di donare la pace e la concordia. Paolo è diventato ministro della Parola «secondo la missione affidata da Dio»(Col 1,25). In tal modo la Parola predicata nella comunità «riecheggia» attraverso la testimonianza credibile del Vangelo. (1 Ts 1,8) e si espande con forza dovunque giunge la missione della Chiesa (2Ts 3,1). L’actio che emerge dalla testimonianza paolina ai Filippesi può essere riassunta nella raccomandazione che viene rivolta a Timoteo dall’Apostolo stesso e che siamo chiamati anche noi ad accogliere e vivere: «Annunzia la parola, insisti in ogni occasione opportuna e non opportuna, ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e dottrina» (2Tm 4,2).

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Publié dans:LECTIO DIVINA, Lettera ai Filippesi |on 13 janvier, 2014 |Pas de commentaires »
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