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MORTE E RESURREZIONE – Filippesi 2: 6-11 (P. Lucien Deiss)

http://www.spiritains.org/pub/esprit/archives/art1941.htm

(traduzione Google)

MORTE E RESURREZIONE

P. Lucien Deiss

Entriamo nella contemplazione del mistero pasquale attraverso una grande porta che si apre; Padre Lucien Deiss, l’inno di San Paolo nella Lettera ai Filippesi: « Cristo Gesù… pur essendo di natura divina … » Filippesi 2: 6-11

Gregoriano e Parola di Dio
Precedentemente, prima della riforma liturgica del Concilio Vaticano 11, una delle cime dell’Ufficio della Settimana Santa. culminato con il canto l’antifona « Christus factus est pro nobis. » Circa 120 giovani voci, tra i 20 ei 25 anni, cantando la Gregoriana nel nostro seminario con una bellezza virile celebrazione di intenso splendore! La prima parte dell’inno, in una tomba e melodia solenne, invita alla contemplazione di Cristo « obbediente fino alla morte e alla morte di croce ». La seconda parte di una famosa risurrezione impulso giubilante e esultante e signoria universale: « Per questo Dio ha esaltato … » Gregorian ha iniziato il mistero del servizio, i neumi applaudito la Parola di Dio nell’inno ai Filippesi 2: 6-11.
Alcune comunità, dalla riforma liturgica, non ha potuto salvare la loro ricca gregoriano. In cambio, essi hanno recuperato un tesoro di incomparabile bellezza che della Parola di Dio nella sua interezza. Il testo infatti uno splendore emotivo, è un inno che Paolo cita nella sua lettera ai Filippesi 2: 6-11. L’esegesi tedesco chiamato canzone « Christuslied » di Cristo. L’naturalmente diviso in due parti, e commentatori di solito diviso ogni parte in tre strofe. Qui in una traduzione che vuole imitare il più possibile la bella splendore originale greco citato Paul:
Egli, Dio, non ha gelosamente conservato il rango pari a Dio. Ma spogliò se stesso assumendo la condizione di servo, diventando simile agli uomini.
Apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce.
Per questo Dio l’ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome
Perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei più alto dei cieli
sulla terra e sotto terra;
E ogni lingua proclami che il Signore è Gesù Cristo, a gloria di Dio Padre.
Parola di Dio e quindi sottolineano Gregorian, ognuno a suo modo, la rivelazione del mistero di Gesù.
Una delle prime professioni di fede
La lettera ai Filippesi risale al 53. La morte di Gesù risale al 30. Questa lettera è stata quindi scritta circa 23 anni dopo la morte di Gesù. L’inno rappresenta quindi una delle prime professioni di fede della comunità primitiva. E ‘una meraviglia di semplicità e forza: « Il Signore è Gesù Cristo, a gloria di Dio Padre ».
« Questo è il carattere affascinante ed enigmatica di questo gioiello della fede cristiana che non ha ancora rivelato tutti i suoi segreti. » Una delle fonti più vicine sembra essere il quarto canto del Servo di Jahvè secondo Is 52,13-53,12. Questa famosa canzone del Servo, dolore uomo schiacciato dalla sofferenza per i peccati del suo popolo, poi esaltato come il suo Figlio per il suo sacrificio (Is 53,10-12). Possiamo aggiungere a questa fonte il tema del nuovo Adamo. Gesù è la « forma di Dio », letteralmente « in forma di Dio » (2,6). Ma nel vocabolario greco biblico, il termine « forma » è equivalente a « immagine ». Adamo, creato ad immagine di Dio (Genesi 1,27) cerca di diventare un suo pari. Di qui la sua caduta. Gesù, che è il Figlio di Dio, non ha gelosamente custodito il rango che eguaglia il suo Padre. Ha scelto l’umiltà e l’obbedienza. Di qui la sua esaltazione.
In seguito il testo parola per parola
Il testo dell’inno è particolarmente ricco e denso. Diamo qui, come se a toccare il testo originale, la trasposizione letterale dell’originale greco.
Prima parte (2,6 a 8)
Versetto 6: « Egli (= Cristo) essendo in forma di Dio, non si conservano in preda ad essere uguale a Dio. »
La gravità della frase riflette il desiderio di evocare l’immagine di Cristo come nuovo Adamo. Il primo Adamo effettivamente lasciato proprio sedotto dalla tentazione di diventare uguale a Dio: « Sarete come Dio » (Gen 3,5), gli aveva promesso il diavolo. Cristo, egli raggiunge la parità con Adam, ma al centro della sua umiltà. Adam, che ripristina così l’immagine di Dio in tutta l’umanità.
Versetto 7. « ma spogliò se stesso (letteralmente svuotato) » assumendo la condizione di servo, diventando simile agli uomini. Come per il suo aspetto, è stato riconosciuto come un uomo.
« Ha svuotato » abbiamo capito: ha abbandonato che apparteneva a lui come Dio, vale a dire, l’infinito splendore della sua divinità. « Prendendo la condizione di servo »: la parola « schiavo » rende il greco pedissequamente « Doulos », ma potrebbe essere troppo forte nel contesto. Sembra meglio fare con il termine « servo » Ricordiamo che nel vocabolario del Vecchio Testamento, il servo può brillare una certa nobiltà come sembra essere l’immagine e il supplente. E ‘in questo nobiltà d’amore tra servo e padrone che bisogna capire il rapporto tra Gesù e il Padre. E ‘anche in questo nobiltà di amore che noi stessi siamo servitori del Padre.
L’inno afferma con forza la realtà dell’umanità di Gesù ‘. Il bar e la strada in qualsiasi docetismo. Questa eresia, al lavoro nei primi tempi della Chiesa, ha sostenuto che Gesù non era veramente umana, ma aveva la somiglianza umana (dokein, guarda). Pensò e rimuovere la scandalosa per l’incarnazione e salvare allo stesso tempo l’impassibilità divina: Dio non può soffrire. Ma allo stesso tempo rovinando il mistero dell’incarnazione di Dio in povertà umana. Questa è la distanza abissale tra l’umiltà della condizione umana e l’infinito splendore della divinità. Questo è precisamente anche l’infinità dell’amore di Dio per noi.
Versetto 8. « Si umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. »
La terza strofa proclama l’estrema umiliazione di Gesù e la sua perfetta obbedienza nella sua morte in croce. Evoca l’immagine in movimento del Servo di Jahvè, uomo dei dolori, conosce il patire (Isaia 53,43), portando il peso dei nostri peccati e la sofferenza per i nostri peccati. L’affermazione fondamentale nella teologia paolina che è dal peccato che la sofferenza e la morte è entrata nel mondo (Romani 5:12), non si nega nell’inno, che non è semplicemente il recupero. Quindi c’è una possibilità nel messaggio cristiano di evocare la sofferenza e la morte come semplicemente legati alla condizione umana.
Infine, nota la bellezza della hypèkoos aggettivo, obbediente, il verbo
hypakouein obbedire e hypakoè sostantivo obbedienza. Queste parole sono formate da akouein verbo prefisso ipo, di seguito, dove « l’ascolto con la testa » (Bailly). L’obbedienza di Gesù come l’obbedienza cristiana non è l’esecuzione pedissequa della volontà di un maestro intrattabile, ma l’umile ascolto della Parola di Dio con la sua testa in venerazione e amare. Al centro della sua sofferenza nell’agonia della morte, questo amore l’obbedienza è stata l’unica risposta di Gesù al Padre. E ‘anche per noi la nostra unica risposta oggi.
 
Parte (2, 9-11)
Versetto 9: « Per questo Dio ha anche esaltato e gli ha (dato) utilizzando il nome al di sopra di ogni altro nome. »
La prima parte presenta Gesù come il soggetto della frase, si prevede quindi che la seconda parte proclamiamo la sua risurrezione. In realtà, la risurrezione, sempre presente, non è nemmeno menzionato qui. L’inno preferisce parlare piuttosto l’esaltazione di Gesù. Non celebra dunque un semplice ritorno alla vita del Signore, ma la sua entrata nella gloria del Padre. Non enfatizza un merito di Cristo, ma un dono gratuito, una grazia (echarisato) del Padre. Si è radicata nella splendida amore del Padre. E ‘lui, il Padre, che è al centro della sua lode.
Versetto 10: « Che nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi (in) i cieli e la terra e sotto la terra. »
Nel mondo biblico il nome non è la prima indicazione della identità della persona, ma la rivelazione di ciò che la persona davanti a Dio. Si può dire, e il nome di Dio, capire Dio stesso, vissuto nel Tempio (Dt 12,5). Questo è il motivo per cui i fedeli della Prima Alleanza evitato di pronunciare il nome di Dio per non essere una sorpresa per il Dio di maestà infinita. Ha sostituito il nome di equivalenze come « Onnipotente » o « molto alta ». Il nome « Yahweh » stesso fu rivelato a Mosè sul Sinai (Esodo 3:14). Ha rappresentato il cuore della ricchezza Testamento del suo amore.
I fedeli della Nuova Alleanza ama piuttosto pronunciare il nome di Gesù. Questo nome è annuncio della salvezza. Significa in effetti secondo l’ebraico « Yehoshua » Yahweh salva. Questo è ciò che l’angelo aveva detto a Giuseppe, quando gli è stato chiesto di dare il benvenuto a casa il figlio di sua moglie Mary, « Tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai loro peccati « (Mt 15: 21).
Versetto 11: « E ogni lingua proclami che il Signore (è) Gesù Cristo per la gloria di Dio Padre
Il testo prende il plauso della Chiesa primitiva, che è anche la sua professione di fede: «Gesù Cristo (è) il Signore » Notare l’inversione delle parole: « Signore (Is) Gesù Cristo » per evidenziare con forza la Signoria di Gesù. Doveva essere familiare per la comunità primitiva (Col 2,9)
Questo si riferisce al canto finale citato in Is 45: 20-25. In questo inno Dio appare come un solo Dio, giusto e salvatore « che si riuniscono davanti a tutte le nazioni e di fronte al quale ogni ginocchio si pieghi. Tale è la signoria di Dio Padre, questa è anche la Signoria di Gesù.
Al centro della fede cristiana è dunque la professione di fede nella Signoria di Gesù « per la gloria di Dio Padre ». La gloria del Padre, deve essere riconosciuto e amato, prima e soprattutto come Padre di Gesù, e, attraverso di lui, di tutta la creazione, così bello, tutto l’amore, tutta la gioia .
In conclusione vediamo qui un inno unico nella letteratura del Nuovo Testamento, la semplicità abbagliante e ottimismo teologica, si adatta perfettamente al nostro tempo! Evita anche menzionare il peccato umano e la redenzione dal peccato attraverso la croce e celebrare piuttosto preferire l’invito di tutti gli uomini, per mezzo di Cristo, a lode del Padre. La risurrezione di Gesù se stessa non è descritto come il suo sollevamento inferno dopo l’ignominia della croce, ma come la sua esaltazione è fatto « per la gloria di Dio Padre. » No invito a non presentare una richiesta di preghiera né lode o ringraziamento, ma è ovvio che l’unica risposta che si può fare è che la lode o di ringraziamento. Dio è amore infinito. Tutte le sue azioni nel mondo non può essere espressione del suo amore. La nostra vita si può che essere quello che stavamo ottenendo predestinati, vale a dire, di vivere « a lode della sua gloria » (Ef 1,5).
Siamo consapevoli che questo cammino ideale per seguire Gesù, vivendo in umiltà davanti al Padre, che gli ubbidiscono « fino alla morte », vale a dire, accettando ogni momento della nostra vita come offerta al suo amore. Quindi questo inno incarna il cuore della nostra vita.

Publié dans:Lettera ai Filippesi |on 22 avril, 2015 |Pas de commentaires »

LA KÉNOSI DEL SERVO (IN) FIL 1,27-2,11 (pregare il testo)

http://www.amogesu.it/home/index.php?option=com_content&view=article&id=1519:vi-domenica-di-quaresima-la-kenosi-del-servo-fil-1-27-2-11&catid=139&Itemid=380

LA KÉNOSI DEL SERVO (IN) FIL 1,27-2,11

INSERITO IN SESTA DOMENICA DI QUARESIMA – DOMENICA DELLE PALME

Un metodo per pregare il testo. Don Giuseppe De Virgilio, biblista

Rileggi personalmente la pagina biblica.

Ogni Lectio segue lo schema in cinque tappe:
a) il testo biblico
b) breve contestualizzazione e spiegazione
c) spunti per la meditazione
d) parole-chiavi per aiutare a pregare con il testo
e) Salmo di riferimento

Comportatevi dunque in modo degno del vangelo di Cristo perché, sia che io venga e vi veda, sia che io rimanga lontano, abbia notizie di voi: che state saldi in un solo spirito e che combattete unanimi per la fede del Vangelo, senza lasciarvi intimidire in nulla dagli avversari. Questo per loro è segno di perdizione, per voi invece di salvezza, e ciò da parte di Dio. Perché, riguardo a Cristo, a voi è stata data la grazia non solo di credere in lui, ma anche di soffrire per lui, sostenendo la stessa lotta che mi avete visto sostenere e sapete che sostengo anche ora.
Se dunque c’è qualche consolazione in Cristo, se c’è qualche conforto, frutto della carità, se c’è qualche comunione di spirito, se ci sono sentimenti di amore e di compassione, rendete piena la mia gioia con un medesimo sentire e con la stessa carità, rimanendo unanimi e concordi. Non fate nulla per rivalità o vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso. Ciascuno non cerchi l’interesse proprio, ma anche quello degli altri.
Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù: egli, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini. Dall’aspetto riconosciuto come uomo, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte
e a una morte di croce. Per questo Dio lo esaltò e gli donò il nome che è al di sopra di ogni nome, perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra, e ogni lingua proclami: «Gesù Cristo è Signore!», a gloria di Dio Padre.

Breve contestualizzazione e spiegazione
- Il brano comprende due unità, introdotte da due particelle avverbiali (1,27: monon «soltanto»; 2,1: oun «dunque»): Fil 1,27-30, in cui si riporta l’esortazione a «vivere come cittadini degni del Vangelo» e Fil 2,1-11 in cui Paolo invita i cristiani a «rendere piena la sua gioia» mediante l’adesione a Cristo, che si fece servo obbediente di Dio fino alla morte. Nel v. 27 l’avverbio «soltanto», in posizione enfatica, sottolinea il passaggio ad una sezione esortativa. Dopo aver presentato la situazione del Vangelo e l’incoraggiamento dei cristiani nell’impegno per l’evangelizzazione, Paolo assume un deciso tono esortativo, con una serie di imperativi che spingono i Filippesi a vivere nell’unità e nell’umiltà la testimonianza della fede. Il primo imperativo è politeuesthe (comportatevi da cittadini), applicato al modo di vivere degno del Vangelo di Cristo.
- L’interpretazione del verbo può intendersi in senso generico di un comportamento sociale nel contesto della città macedone, oppure può essere interpretata alla luce di Fil 3,20, dove l’Apostolo tratta della «cittadinanza celeste» (to politeuma en ouranōn), con un chiaro riferimento alla dimensione escatologica della fede cristiana. Questo invito costituisce il motivo dominante dell’esortazione paolina ai Filippesi: essi sono chiamati a dare una qualificata testimonianza di unità (essere saldi in un solo spirito) e di lotta «per» la fede del Vangelo. La forza della fede aiuterà la comunità cristiana anche a «soffrire per Cristo» (v. 29: to hyper autou paschein), condividendo il medesimo combattimento (v. 30: ton auton agōna echontes) che l’Apostolo sta conducendo nella lontana sua prigionia. Sia nella professione di fede che nella comune lotta contro gli avversari del Vangelo, Paolo e la Chiesa di Filippi devono sentirsi uniti e chiamati a vivere nella comunione vicendevole una coraggiosa presenza cristiana.
- In 2,1 con l’avverbio «dunque» (oun) si apre la seconda unità, che raccoglie l’accorato appello di Paolo alla concordia nel «modo di sentire» e nelle relazioni interpersonali. Il tono del discorso è introdotto da quattro brevi frasi condizionali («se c’è…»), che delineano in modo essenziale lo stile di vita della Chiesa. La consolazione (paraklēsis), il conforto (paramytion), la comunione nello spirito e le viscere e compassione e sono le quattro prerogative della vita comune che l’Apostolo chiede di ravvivare ai Filippesi.
- La consolazione è la capacità di sostenere l’altro che vive nell’angoscia (cf. Mt 5,4). In questo caso la figura di Paolo è allo stesso tempo bisognosa di consolazione e consolatrice. Il conforto dell’amore completa l’atto del consolare, partecipando all’altro la capacità di amare e di riempire i vuoti della solitudine. Vi è poi la «comunione dello spirito» che implica il coinvolgimento di tutto l’essere che si dona all’altro in modo gratuito ed incondizionato. Infine i due sostantivi plurali «viscere e compassione» indicano i sentimenti profondi che governano la persona umana e le permettono di comunicare la ricchezza interiore delle proprie emozioni. L’argomentazione paolina culmina nel v. 2 con l’imperativo aoristo plerōsate (rendete piena) seguito dal complemento oggetto mou tēn charan (la mia gioia). Paolo invita i Filippesi ad un «sentire unanime» (to auto phronete), a condividere l’amore e ad essere concordi. Questa sottolineatura della comunione e dell’unità si contrappone alle espressioni del v. 3, in cui si citano gli atteggiamenti negativi da evitare: non agire «per rivalità» (kat’eritheian) nè «per vanagloria» (kata kenodoxian), atteggiamenti che generano divisioni e chiusure nella comunità.
- Al v. 4 la raccomandazione di Paolo spinge i cristiani alla reciprocità, facendosi partecipi dell’interesse dell’altro; letteralmente, «non guardando ognuno alle proprie cose» (v. 4), «ciascuno sappia guardare (anche) alle cose dell’altro». Si costruisce la comunione ecclesiale solo nella capacità di saper perdere se stesso e il proprio prestigio personale per il Vangelo (cf. Mt 10,39). In Paolo la parola pronunciata diventa «testimonianza vivente» proprio a motivo della sua condizione di prigionia! I destinatari di questa lettera ne sembrano coscienti, dimostrando una solidarietà senza limiti con l’Apostolo e le sue tribolazioni. Al v. 5 è inserita un’ulteriore breve esortazione, con la ripetizione dell’imperativo phroneite (abbiate un medesimo sentire) che riassume il contenuto essenziale delle precedenti espressioni parenetiche. Il «sentire unanime» dei cristiani deve essere commisurato a Cristo Gesù, la cui persona è presa come modello essenziale su cui “con-figurare” (syn-morphizō: cf. Fil 3,10.21; Rm 8,29) la vita personale e comunitaria dei credenti. In tal modo l’Apostolo introduce i suoi lettori il notissimo brano cristologico, mirabilmente incastonato nei vv. 6-11. Va rilevata la formula finale «in Cristo Gesù» che richiama in modo inclusivo l’inizio del brano parenetico di Fil 2,1.
- La composizione cristologica si colloca all’interno dell’esortazione paolina, introdotta dal pronome relativo os (il quale) e seguita da tra verbi all’aoristo indicativo: «non considerò», «svuotò se stesso», «umiliò se stesso» e successivamente dal soggetto o theos (Dio) che regge altri due verbi in aoristo che hanno come complemento oggetto la persona del Cristo: «lo sopraesaltò», «gli donò». Si tratta di un testo narrativo assai complesso, che ha conosciuto un’articolata storia interpretativa, per via della corretta comprensione di alcuni termini collegati alla natura, alla funzione e ala preesistenza del Cristo.
- Leggendo il brano cristologico appare evidente la divisione in due unità letterarie all’insegna del duplice movimento dell’abbassamento (vv. 6-8) e dell’innalzamento (vv. 9-11) collegate dalla congiunzione «e perciò» del v. 9 (dio kai) e contrassegnate dalla diversità dei soggetti. Nella fase dell’abbassamento il soggetto è Cristo, mentre in quella dell’innalzamento è Dio. Cristo liberamente «discende» dalla sua condizione divina, si abbassa dal suo trono altissimo fino a prendere la forma umana e a morire in modo ignominioso sulla croce. I tre gradini della discesa del Cristo sono: l’umanità, la morte e la croce. Nei vv. 9-11 viene descritta la «risposta» di Dio all’azione “kenotica” del Figlio: dopo essersi abbassato fino alla morte in croce, Dio ha “super-esaltato” il Cristo donandogli il “nome” più eccelso che esista, il nome divino di «Signore» (v. 11: kyrios). La conseguenza di questa esaltazione è duplice: affinché tutti («in cielo, in terra e sotto terra») si inginocchino e facciano la loro confessione di fede nella divinità del Cristo, signore del cosmo e della storia.
- Il v. 6 si apre con il pronome os riferito a Gesù Cristo, il quale «essendo nella condizione di Dio» (en morphē theou) scelse liberamente di entrare nella «condizione di servo» (en morphē doulou). Si nota il parallelismo tra condizione divina e condizione servile. La condizione «di Dio» non fu ritenuta un «privilegio» (harpagmon) («qualcosa da trattenere»), ma un «dono» per un progetto più grande, che equivale alla sua missione nel mondo. Nel v. 7 con un’avversativa (alla) si dichiara la scelta paradossale e libera del Cristo: «svuotò se stesso» (heauton ekenosen) per prendere la condizione umana. Va notata la singolarità del verbo kenoun (vuotare, annientare), che esprime l’azione della totale spoliazione del Cristo per farsi uno con l’umanità. L’espressione si rivela intensa e profonda. Sembra richiamare alla mente, pur nella diversità dei termini, la consegna alla morte del «servo sofferente» in Is 53,12.
- Nel v. 8 prosegue l’azione dell’abbassamento con un secondo verbo: «umiliò se stesso», che esprime lo stile assunto dal Cristo nello scendere attraverso la storia dei piccoli e dei poveri fino all’estremo. E’ l‘azione del farsi poveri che diventa ricchezza per i credenti (cf. 2Cor 8,9). Il fatto che il Figlio diventi «obbediente» (genonenos hypekoos) fino alla morte e alla morte di croce», implica il senso gratuito di questa scelta, che non è frutto di una cieca fatalità né di un meccanismo, bensì di una fedeltà piena a Dio e alla sua missione. L’obbedienza del Figlio culmina nella morte (thanatos): essa indica il massimo grado di sottomissione e la specificazione «morte di croce» esprime il massimo punto di degradazione della condizione umana. Non poteva esserci descrizione più toccante della vicenda del Cristo, fedele al Padre.
- Nel v. 9 il nuovo soggetto diventa Dio il quale di forte al dono gratuito e paradossale del Figlio «disceso nell’umanità fragile e mortale», ha scelto di «sopraesaltarlo» (hyperypsosen). L’azione di Dio si concretizza nel dono del «nome sopra (hyper) ogni altro nome»: si tratta del nome di «signore» (kyrios) con cui termina il brano al v. 11 e che designa la dignità e la sovranità della stessa posizione del Cristo, partecipe della signoria universale ed assoluta di Dio. Nei vv. 10-11 si delinea la conseguenza dell’esaltazione del Cristo con due subordinate introdotte dalla finale ina (affinché): «ogni ginocchio si pieghi» e «ogni lingua proclami». In queste immagini viene rappresentata la dignità assoluta che Gesù riceve in modo unico e sommo da tutti gli esseri viventi, in cielo, in terra e sotto terra. Tale omaggio è suggerito dal gesto di prostrazione (cf. Is 45,23; Rm 11,4) e di proclamazione «cosmica» («ogni lingua», cf. Is 66,18b; Dn 3,4.7) che culmina nell’affermazione finale del brano: Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre (cf. Rm 10,9-10).
- Questo titolo cristologico corrisponde nella Bibbia al tetragramma ebraico JHWH, che è il nome di Dio (cf. Es 3,15; Sal 99,3). In altre parole: al Cristo umiliato ed esaltato viene attribuita la signoria unica ed assoluta che nella tradizione biblica era propria di Dio. Questa designazione è da considerarsi il punto di arrivo del brano cristologico e allo stesso tempo l’esperienza intima e mistica che Paolo ha vissuto nel mistero della sua missione a servizio del Vangelo.

Spunti per la meditazione e l’attualizzazione
- Da appassionato predicatore della Parola, Paolo rivolge ai cristiani di Filippi una fondamentale esortazione: la capacità di «sentire insieme» a Cristo. La dinamica spirituale consente ai credenti di divenire «cittadini degni del Vangelo» (Fil 1,27). La metafora della cittadinanza indica la dimensione relazionale della vita cristiana. Essa si svolge all’interno di una città, che è abitata da uomini e donne che cercano la pace.
- Un secondo motivo è costituito dall’immagine del «combattimento condiviso» da tutti (synathlountes) «per» (o «per mezzo») della fede. La predicazione della Parola chiede di spendersi personalmente e di pagare il prezzo della sofferenza. Non c’è testimonianza cristiana che non sia «pagata a caro prezzo», non c’è missione che non comporti un coraggioso coinvolgimento nel donarsi e nel soffrire per il Signore. L’Apostolo chiede ai Filippesi di «stare saldi», di non «lasciarsi intimidire» (Fil 1,28) dagli avversari e considera la sofferenza come una «grazia» (1,29: echaristhē) assunta «a favore» (hyper) di Cristo. Paolo stesso rappresenta un «esempio nella lotta»: quelle catene portare per Cristo sono l’eloquente messaggio di come può essere interpretata la missione dei cristiani.
- Tuttavia il fondamento della novità del Vangelo va cercato nella stessa persona e missione del Figlio di Dio. In Fil 2,1-4 l’Apostolo invoca la pienezza della gioia cristiana e rinnova l’invito a non interpretare diversamente il cammino della fede: esso deve necessariamente seguire le stesse orme di Gesù Cristo (cf. 1Pt 2,21). Il brano cristologico di Fil 2,6-11 ci chiede di meditare sull’unicità della storia di amore che Dio ha voluto e realizzano attraverso il Figlio. Introdotto al v. 5 con l’invito a condividere i medesimi sentimenti di Cristo Gesù, il brano cristologico costituisce una delle più profonde e ricche sintesi del mistero cristiano. Entrare nella «spoliazione» e nella «umiliazione» del Figlio amato, che per amore sceglie di farsi il più piccolo e il più povero tra gli uomini.
- La missione del Figlio è accolta dal Padre: egli lo ha esaltato «sopra tutti e tutto». Il servo è diventato «signore», la spoliazione e l’umiliazione si è tramutate in esaltazione: nel trionfo della risurrezione e della vita Cristo esercita la signoria dell’amore e la sua missione porta il frutto della riconciliazione e della pace. Il contesto parenetico dell’unità non deve indurci a ritenere queste considerazioni delle pie esortazioni, ma deve spingerci a conformare tutta la nostra esistenza al progetto di Dio in Cristo Gesù. Misurato con la vicenda del Cristo, umiliato ed esaltato, il cristiano è in grado di interpretare la storia con le categorie e lo stile indicato dal Vangelo. La nostra vita non potrà che ispirarsi allo schema cristologico della croce e della gloria, dell’annullamento (kenosi) e della glorificazione (doxa), della concretezza dell’oggi, vissuto nella quotidiana lotta per il fede del Vangelo e della speranza nel domani, atteso in uno stile operoso nella fiducia che Dio realizzerà le sue promesse.
- La passione per la Chiesa che Paolo esprime tocca un aspetto centrale: condividere gli stessi sentimenti interiori. Come vivi la tua comunione con i fratelli nella comunità?
- Il modello della nostra santità è Gesù. Egli ha realizzato l’unità tra di noi e con Dio. Stai crescendo nel cammino di maturità verso l’unità? Quali sono i segni della maturità ecclesiale presenti nell’ambiente in cui operi? Bisogna fare ancora molto cammino per raggiungere un buon livello di maturità ecclesiale? L’inno cristologico è una sintesi dell’evento cristiano: fermati sui tre aoristi «non considerò la sua prerogativa divina», «svuotò», «umiliò» se stesso. Farti servo: cosa implica questa verità nella tua esistenza?
- L’abbassamento, la kenosi, non è soltanto un atteggiamento morale ma una scelta esistenziale che imita la grandezza divina: come vivi il tuo abbassamento quotidiano? Come si traduce nella concretezza delle relazioni interpersonali? Dio ha scelto di amarci così, mediante la morte del Figlio sulla croce: come ami le persone che ti sono poste accanto?

Parole-chiave per aiutare a pregare con il testo
Comportatevi da cittadini degni del vangelo / combattete unanimi per la fede del vangelo /
senza lasciarvi intimidire in nulla dagli avversari / la grazia di soffrire per lui / sostenendo la stessa lotta / consolazione in Cristo / conforto derivante dalla carità / rendete piena la mia gioia / Non fate nulla per spirito di rivalità o per vanagloria / ciascuno di voi consideri gli altri superiori a se stesso / Abbiate in voi gli stessi sentimenti / non considerò un tesoro geloso / ma spogliò se stesso / umiliò se stesso facendosi / obbediente fino alla morte di croce / Dio l’ha esaltato / ogni ginocchio si pieghi

Salmo di riferimento Sal 22
Rileggendo le parole del Salmo, trasforma la lettura del brano evangelico in «preghiera».

«Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?
Tu sei lontano dalla mia salvezza»: sono le parole del mio lamento.
Dio mio, invoco di giorno e non rispondi,
grido di notte e non trovo riposo. (…)
Ma io sono verme, non uomo, infamia degli uomini, rifiuto del mio popolo.
Mi scherniscono quelli che mi vedono, storcono le labbra, scuotono il capo:
«Si è affidato al Signore, lui lo scampi; lo liberi, se è suo amico».
Sei tu che mi hai tratto dal grembo, mi hai fatto riposare sul petto di mia madre.
Al mio nascere tu mi hai raccolto, dal grembo di mia madre sei tu il mio Dio.
Da me non stare lontano, poiché l’angoscia è vicina e nessuno mi aiuta. […]

RIFLESSIONI SULLA LETTERA DI SAN PAOLO AI FILIPPESI (Cap. III, vv. 1-21, e cap. IV, v. 1 / parte 1)

http://www.retesicomoro.it/Objects/Pagina.asp?ID=6281

RIFLESSIONI SULLA LETTERA DI SAN PAOLO AI FILIPPESI

Cap. III, vv. 1-21, e cap. IV, v. 1 / parte 1

Nella prima parte della Lettera ai Filippesi l’apostolo Paolo aveva chiesto alla sua comunità prediletta di penetrare sempre più il mistero di Cristo fino per averne gli stessi sentimenti, presentandolo come modello supremo nell’Inno Cristologico: “Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù: Egli, pur essendo nella condizione di Dio,non ritenne un privilegio l’essere come Dio; ma vuotò se stesso, assumendo una condizione di servo diventando simile agli uomini. Dall’aspetto riconosciuto come uomo umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. Per questo Dio lo esaltò e gli donò un nome che è al di sopra di ogni altro nome.( Fil 2, 5-9)
Nella seconda parte san Paolo propone se stesso come esempio da seguire. Potrebbe apparire sconcertante, ma ne capiremo le motivazioni. Paolo invita inoltre i suoi interlocutori a guardare anche ad altri modelli per diventare essi stessi esemplari; Cristo ama coinvolgere gli uomini, benché fragili e peccatori, per renderli strumento di una salvezza che si dilata attraverso un amore sempre più diffuso. Chiediamo che l’apostolo delle genti consideri anche noi suoi discepoli prediletti cui dare certezze e svelare i segreti del suo itinerario di vita con Dio per farci comprendere la sproporzione che passa tra la scoperta della vera Via, quella da lui seguita, e l’inutilità di tutto quello a cui diamo importanza.
Il brano è densissimo ed è uno dei testi in cui Paolo, avendo scritto col cuore ai Filippesi che sono la sua comunità preferita, i suoi amici, consegna anche a noi il suo cuore e il suo segreto. Solo quando con l’interlocutore si ha la possibilità di intendersi si può osare mettersi a nudo, si può usare un linguaggio forte. A noi, duemila anni dopo, pur non essendo suoi diretti interlocutori, conoscere i motivi del suo linguaggio consente di porci in un atteggiamento amichevole, consonante con Paolo.
Quando Paolo argomenta come nella lettera ai Galati o nella Lettera ai Romani, ci è chiesta lucidità di mente quando, come in questo caso, espone il suo cuore, occorre il nostro cuore per comprenderlo; questo ci deve far cogliere che ogni testo ha una sua qualità, un suo stile che è necessario conoscere, per capirlo. Siamo quindi anche oggi autorizzati ad attenderci qualcosa d’importante, qualcosa di centrale per la nostra vita spirituale; senz’altro siamo chiamati a entrare con lui nel mistero.
Abbiamo delle esperienze di chiesa che sono variegate e non sempre facili; uno specifico della chiesa è la sua dimensione di comunione che non è vincolata solo alla sua parte visibile; se crediamo che san Paolo sia un vivente in Dio e non solo un personaggio storico, possiamo avere la certezza veramente qualificante la possibilità di un rapporto con lui nella dimensione dello spirito.
Occorre far buon uso fin dall’inizio della lettura della nostra intelligenza intuitiva, con l’orecchio del cuore ascoltare i versetti che hanno per noi rilevanza, è questo lo scopo della Lectio Divina; gli esegeti studiano e pesano tutte le parole, ma il Signore si adatta a noi e allora immediatamente il nostro spirito coglie qualche cosa che lo può toccare, anche quello che colpisce negativamente.
Privato della libertà d’azione e avendo temuto che senza un capo la comunità si disgregasse, san Paolo ha avuto la gioia dell’affetto dei suoi amici filippesi che hanno reagito alla sua assenza, gli hanno mandato aiuti fino alla prigione, hanno continuato a diffondere il Vangelo. Paolo è consapevole, guardando la sua Chiesa da lontano, da un osservatorio speciale com’era il carcere nel quale si trovava quando scrive questa Lettera, che è necessario avere il coraggio di mostrare il proprio cuore segreto a quelli che si amano e sa che può rivolgersi a loro con animo aperto.
Comprenderemo anche il linguaggio duro di san Paolo, consapevole del dono immenso e fragile che ha tra le mani, contro chi altera o usa come strumento che dia garanzia di sicurezza personale la Parola di Dio anziché farla diventare Vangelo di salvezza da estendere all’umanità tutta.
Ecco la struttura del brano: 3,1 introduzione (Siate lieti nel signore); 3, 2-4 Invettiva; 3,4b-16 Auto – elogio (periautologia); 3, 17-21 Esortazione all’imitazione (mimesi e antimimesi); 4,1 Conclusione (mia gioia, rimanete saldi nel Signore)-
Introduzione. Fil 3,1: “Per il resto, fratelli mie, siate lieti nel Signore. Scrivere a voi le stesse cose, a me non pesa e a voi dà sicurezza.”
L’introduzione al terzo capitolo sembrerebbe l’inizio di un’altra, diversa lettera; gli esegeti si sono chiesti se la Lettera ai Filippesi fosse un’unione di più lettere, l’opinione prevalente oggi, dopo tanto studio, privilegia l’unitarietà, soprattutto perché stile e vocabolario sono uguali nella prima e nella seconda metà. Certamente il capitolo segna uno snodo fondamentale la cui conclusione si trova al primo versetto del quarto capitolo: “Perciò, fratelli miei carissimi e tanto desiderati, mia gioia e mia corona, rimanete in questo modo saldi nel Signore, carissimi!”
Invettiva Fil 3, 2-4. « 2Guardatevi dai cani, guardatevi dai cattivi operai, guardatevi da quelli che si fanno mutilare! I veri circoncisi siamo noi, che celebriamo il culto mossi dallo Spirito di Dio e ci vantiamo in Cristo Gesù, senza avere fiducia nella carne, 4sebbene anche in essa io ossa confidare. Se qualcuno ritiene di poter aver fiducia nella carne, io più di lui. »
L’apostolo si scaglia violentemente contro i nemici della fede senza nominarli, questo è il suo stile; pur riferendosi a situazioni precise della comunità di Filippi, si limita a evocare i problemi, poi seguirà la parte positiva.
Per raggiungere quest’obiettivo farà uso di uno stile pericolosissimo, raramente usato in letteratura: parlare di sé per farsi un auto-elogio. Potrebbe essere inefficace perché quando si parla di sé elogiandosi si rischia che il messaggio invece di essere accolto e produrre frutti possa scontrarsi contro l’ostacolo psicologico dell’antipatia che provoca.
Si rivolgerà anche ad altre comunità alludendo più esplicitamente a situazioni critiche. Nella Prima Lettera ai Corinzi (1, 10-17): “Vi esorto pertanto, fratelli, per il nome del Signore nostro Gesù Cristo, ad essere tutti unanimi nel parlare, perché non vi siano divisioni tra voi, ma siate in perfetta unione di pensiero e d’intenti.” Mi è stato segnalato infatti a vostro riguardo, fratelli, dalla gente di Cloe, che vi sono discordie tra voi. Mi riferisco al fatto che ciascuno di voi dice: «Io sono di Paolo», «Io invece sono di Apollo», «E io di Cefa», «E io di Cristo!».
È forse diviso il Cristo? Paolo è stato forse crocifisso per voi? O siete stati battezzati nel nome di Paolo Ringrazio Dio di non avere battezzato nessuno di voi, eccetto Crispo e Gaio, perché nessuno possa dire che siete stati battezzati nel mio nome. Ho battezzato, è vero, anche la famiglia di Stefanàs, ma degli altri non so se io abbia battezzato qualcuno. Cristo infatti non mi ha mandato a battezzare, ma ad annunciare il Vangelo, non con sapienza di parola, perché non venga resa vana la croce di Cristo.”
I Corinzi erano una comunità effervescente, cui non mancava niente, però tra loro si erano create divisioni poiché cercavano la straordinarietà nel gran personaggio da seguire senza vivere la concretezza del Vangelo. Il suo scopo precipuo è indicare il ruolo fondamentale e unico di Cristo, il Signore crocifisso e risorto, sapienza di Dio, l’unico cui tutti apparteniamo e da cui ognuno verrà saggiato e verrà anche glorificato dal frutto che veramente avrà dato. Agli occhi di Paolo il problema appariva grave. Paolo è stato anche il fondatore di quella comunità e vuole riaffermare la sua autorevolezza messa in discussione.
Permanendo divisioni interne alla comunità, l’apostolo scrive ai Corinzi una seconda lettera dichiarando il suo doloroso stato d’animo e le sue lacrime. Riafferma la sua autorevolezza nel proclamare il vangelo autentico dichiarandosi chiamato da Cristo stesso, rivendicando la fondazione della comunità che ignorava la buona novella di Gesù, si dichiara quindi il loro unico padre mentre gli altri illustri pedagoghi son solo visionari. Afferma inoltre di poter anch’egli vantarsi di visioni e in 2 Corinzi 12,1-9 le narra ma parlando di sé in terza persona:
“Se bisogna vantarsi – ma non conviene – verrò tuttavia alle visioni e alle rivelazioni del Signore. So che un uomo, in Cristo, quattordici anni fa – se con il corpo o fuori del corpo non lo so, lo sa Dio – fu rapito fino al terzo cielo. 3E so che quest’uomo – se con il corpo o senza corpo non lo so, lo sa Dio – 4fu rapito in paradiso e udì parole indicibili che non è lecito ad alcuno pronunciare. 5Di lui io mi vanterò! Di me stesso invece non mi vanterò, fuorché delle mie debolezze. 6Certo, se volessi vantarmi, non sarei insensato: direi solo la verità.
Ma evito di farlo, perché nessuno mi giudichi più di quello che vede o sente da me 7e per la straordinaria grandezza delle rivelazioni. Per questo, affinché io non monti in superbia, è stata data alla mia carne una spina, un inviato di Satana per percuotermi, perché io non monti in superbia. 8A causa di questo per tre volte ho pregato il Signore che l’allontanasse da me. 9Ed egli mi ha detto: « Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza.”
L’unico, vero vanto di Paolo è indicare la sofferenza e la sua debolezza come luoghi privilegiati d’incontro con Cristo e come prova della sua attendibilità. Nel cap 11, 22-30 della Seconda Lettera ai Corinzi esplicitamente afferma: “Tuttavia, in quello in cui qualcuno osa vantarsi – lo dico da stolto – oso vantarmi anch’io. 22Sono Ebrei? Anch’io! Sono Israeliti? Anch’io! Sono stirpe di Abramo? Anch’io!
23Sono ministri di Cristo? Sto per dire una pazzia, io lo sono più di loro: molto di più nelle fatiche, molto di più nelle prigionie, infinitamente di più nelle percosse, spesso in pericolo di morte.24Cinque volte dai Giudei ho ricevuto i quaranta colpi meno uno; 25tre volte sono stato battuto con le verghe, una volta sono stato lapidato, tre volte ho fatto naufragio, ho trascorso un giorno e una notte in balìa delle onde.
26Viaggi innumerevoli, pericoli di fiumi, pericoli di briganti, pericoli dai miei connazionali, pericoli dai pagani, pericoli nella città, pericoli nel deserto, pericoli sul mare, pericoli da parte di falsi fratelli; 27disagi e fatiche, veglie senza numero, fame e sete, frequenti digiuni, freddo e nudità. 28Oltre a tutto questo, il mio assillo quotidiano, la preoccupazione per tutte le Chiese. 29Chi è debole, che anch’io non lo sia? Chi riceve scandalo, che io non ne frema? 30Se è necessario vantarsi, mi vanterò della mia debolezza. 31Dio e Padre del Signore Gesù, lui che è benedetto nei secoli, sa che non mentisco.”
L’apostolo fa derivare la sua autorevolezza dal fatto di avere ricevuto la chiamata di Cristo, l’esperienza di Cristo e di avere, di conseguenza, consacrato al Signore tutto se stesso. Un amore che si sottragga alla sofferenza non è credibile; si ama veramente quando si è disponibili ad assumersene il peso, a condividere, a portare sulle proprie spalle i fratelli.
Anche ai Galati san Paolo indirizza parole fortissime e ingiurie rendendosi conto del rischio del naufragio della fede nella comunità, del rischio di aver annunciato il vangelo senza risultato e si esprime con parole violente e offensive che saranno tradotte in maniera sfumata nelle lingue volgari. Alcuni giudeo–cristiani delle comunità cristiane di Galazia, fondate dall’apostolo, continuavano a imporre la circoncisione e l’osservanza della legge mosaica e delle tradizioni giudaiche asserendo che era l’unico modo per mantenere l’Alleanza.
Paolo insorge fortemente contro queste deformazioni del messaggio di Gesù. (Gal, 1, 6-12 ): “Mi meraviglio che, così in fretta, da colui che vi ha chiamati con la grazia di Cristo voi passiate a un altro vangelo. 7Però non ce n’è un altro, se non che vi sono alcuni che vi turbano e vogliono sovvertire il vangelo di Cristo. 8Ma se anche noi stessi, oppure un angelo dal cielo vi annunciasse un vangelo diverso da quello che vi abbiamo annunciato, sia anàtema! 9L’abbiamo già detto e ora lo ripeto: se qualcuno vi annuncia un vangelo diverso da quello che avete ricevuto, sia anàtema!
10Infatti, è forse il consenso degli uomini che cerco, oppure quello di Dio? O cerco di piacere agli uomini? Se cercassi ancora di piacere agli uomini, non sarei servitore di Cristo!11Vi dichiaro, fratelli, che il Vangelo da me annunciato non segue un modello umano; 12infatti io non l’ho ricevuto né l’ho imparato da uomini, ma per rivelazione di Gesù”. Quando deve difendere la sua autorevolezza o il messaggio del Vangelo , Paolo non ha remore, gioca la sua ultima carta, si espone in prima persona con tutta l’autorità che gli deriva dalla chiamata e dalla rivelazione avuta nell’incontro con Cristo Risorto.
Propone con grande intensità i temi centrali del Vangelo e l’assoluta superiorità della fede cristiana sull’antica legge. Egli esorta i Gàlati a vivere secondo lo Spirito di Gesù e non secondo la legge giudaica. Gal 3,1-5: “O stolti Gàlati, chi vi ha incantati? Proprio voi, agli occhi dei quali fu rappresentato al vivo Gesù Cristo crocifisso! 2Questo solo vorrei sapere da voi: è per le opere della Legge che avete ricevuto lo Spirito o per aver ascoltato la parola della fede? 3Siete così privi d’intelligenza che, dopo aver cominciato nel segno dello Spirito, ora volete finire nel segno della carne? 4Avete tanto sofferto invano? Se almeno fosse invano! 5Colui dunque che vi concede lo Spirito e opera portenti in mezzo a voi, lo fa grazie alle opere della Legge o perché avete ascoltato la parola della fede?”
Il problema della legge era certamente spinosissimo, chiama stolti e privi d’intelligenza i cristiani che, vincolandosi nuovamente alle prescrizioni giudaiche dopo aver conosciuto la libertà del Vangelo, stanno tornando alla schiavitù della legge mosaica, che dopo avere accolto la salvezza di Gesù Cristo e avere fatto esperienza di liberazione da una visione oppressiva e indifferente al divino, nuovamente si sottomettono a un gioco e si ancorano a pratiche per ottenere la salvezza.
Paolo pone al centro il ruolo di Gesù Cristo come unico fondamento e speranza per tutti. Gal 3, 23-29: “23Ma prima che venisse la fede, noi eravamo custoditi e rinchiusi sotto la Legge, in attesa della fede che doveva essere rivelata. 24Così la Legge è stata per noi un pedagogo, fino a Cristo, perché fossimo giustificati per la fede. 25Sopraggiunta la fede, non siamo più sotto un pedagogo. 26Tutti voi infatti siete figli di Dio mediante la fede in Cristo Gesù, 27poiché quanti siete stati battezzati in Cristo vi siete rivestiti di Cristo.
28Non c’è Giudeo né Greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio e femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù. 29Se appartenete a Cristo, allora siete discendenza di Abramo, eredi secondo la promessa.” Nella Lettera ai Filippesi può parlare apertamente senza timore di essere frainteso, essi sanno che non lo fa per vanto e può confidare loro le sue esperienze intime.
Auto-elogio. Fil 3, 4b-16: “Se qualcuno ritiene di poter aver fiducia nella carne, io più di lui: 5circonciso all’età di otto anni, della stirpe d’Israele, della tribù di Beniamino, Ebreo figlio di Ebrei, quanto alla legge fariseo; 6quanto a zelo, persecutore della Chiesa; quanto alla giustizia che deriva dall’osservanza della Legge irreprensibile.” 7Ma queste cose che per me erano guadagni, io le ho considerate una perdita a motivo di Cristo. 8Anzi, ritengo che tutto sia una perdita a motivo tutto ormai io reputo una perdita a motivo della sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore. Per lui ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero spazzatura, per guadagnare Cristo ed essere trovato in lui, avendo come mia giustizia non quella derivante dalla legge, ma quella che viene dalla fede in Cristo, la giustizia che viene da Dio, basata sulla fede: 10perché io possa conoscere lui, la potenza della sua risurrezione, la comunione alle sue sofferenze, facendomi conforme alla sua morte, 11nella speranza.
San Paolo usa un espediente letterario a metà del suo auto-elogio; lo stesso espediente che aveva usato nella seconda Lettera ai Corinzi quando aveva detto: “ Per questo, affinché io non monti in superbia, è stata data alla mia carne una spina, un inviato di Satana per percuotermi, perché io non monti in superbia.” (2 Cor 12, 7), fa un atto di umiltà: « 12Non ho certo raggiunto la meta, non sono arrivato alla perfezione; ma mi sforzo di correre per conquistarla, perché anch’io sono stato conquistato da Cristo Gesù.13Fratelli, io non ritengo ancora di averla conquistata ».
Con tutte le sue forze, con tutte le sue armi retoriche vuole difendere il primato di Cristo, non solo come Dio glorioso ma di Cristo crocifisso il primato di questo Dio paradossale che si fa uomo e ci salva attraverso la sofferenza. « 13So soltanto questo: dimenticando ciò che mi sta alle spalle e proteso verso ciò che mi sta di fronte, 14corro verso la mèta, al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù.15Tutti noi che siamo perfetti, dobbiamo avere questi sentimenti; se in qualche cosa pensate diversamente, Dio vi illuminerà anche su questo. 16Intanto, dal punto a cui siamo arrivati insieme procediamo.”
E l’itinerario della sua vita, la missione in mezzo alla “thlipsis”, alla tribolazione, è vissuta in comunione con le sofferenze di Cristo. Si propone come uomo in cammino, in movimento, sbilanciato tra presente e futuro, tra memoria e profezia nella sequela attraverso le vie del servizio e della sofferenza; la sua meta è l’incontro definitivo con Cristo.
Nella lettera ai Colossesi troviamo: “Ora io sono lieto nelle sofferenze che sopporto per voi e do compimento a ciò che, dei patimenti di Cristo, manca nella mia carne, a favore del suo corpo che è la Chiesa.” (Col 1,24) Nulla manca alle sofferenze di Cristo eccetto la nostra partecipazione personale, la salvezza entra per com-partecipazione. Paolo inserisce spesso nei suoi scritti il prefisso “con” (‘sun’ in greco) anche dove non è previsto nella lingua greca, conia parole nuove per sottolineare il coinvolgimento dei suoi interlocutori, vuole creare partecipazione, comunione.
Assumere la sofferenza dei fratelli con Cristo significa darle un senso, diventare ponte di salvezza per se stessi e per gli altri; san Paolo possiede questa certezza e questa libertà di spirito, sa che il Signore tergerà ogni lacrima e condurrà alla piena comunione. Questo apre all’inaudito di Dio in una dimensione salvifica del mondo. Non leggiamo la scrittura come un qualsiasi altro grande testo della letteratura antica, ne facciamo una lettura vitale, nella fede, per cogliere la Parola che ci è personalmente rivolta, il Signore chiama anche noi attraverso quel “con”.
Confessiamo nella fede gli autori ispirati come “viventi” e la Bibbia come il testo che veicola la Parola. E’ questo il presupposto per cui la si legge in Chiesa e che la rende normativa per la fede, è questa la lettura cristiana della Parola. La dimensione comunitaria ecclesiale è garanzia della presenza dello Spirito Santo che guida all’intelligenza della Scrittura secondo Dio (cfr la Costituzione de Concilio Vaticano II, Dei Verbum 8).
Esortazione Fil 3, 17-21: “17Fratelli, fatevi insieme miei imitatori e guardate quelli che si comportano secondo l’esempio che avete in noi. 18Perché molti, ve l’ho già detto più volte e ora con le lacrime agli occhi ve lo ripeto, si comportano da nemici della croce di Cristo. La loro sorte sarà la perdizione, il loro ventre è il loro Dio. Si vantano di ciò di cui dovrebbero vergognarsi, e non pensano che alle cose della terra. 20La nostra cittadinanza invece è nei cieli e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo, 21il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso, in virtù del potere che egli ha di sottomettere a sé tutte le cose.”
Se in precedenza aveva proposto l’imitazione di Cristo, ora indica se stesso come esempio perché, da pedagogo, sa che è necessario avere esempi praticabili, ancora meglio se non troppo perfetti, comunque validi, per crescere nella fede. Si presenta così senza paura di indicare come esemplari anche i suoi più intimi collaboratori Epafrodito e Timoteo che in precedenza aveva presentato alla comunità (Fil 2, 19; 2, 25).
A volte l’Annuncio si scontra con realtà storiche e sociali in cui difficile appare la conciliazione; delicato era il rapporto tra giudaismo e cristiani. Nella lettera ai Romani, scritta posteriormente, l’apostolo Paolo, dopo tante dolorose polemiche che han reso difficile la sua missione evangelizzatrice, con gran serenità riuscirà a integrare le opposizioni in un atteggiamento di speranza verso la salvezza.

Conclusione Fil 4,1: “Perciò, fratelli miei carissimi e tanto desiderati, mia gioia e mia corona, rimanete in questo modo saldi nel Signore, carissimi ».

Padre Stefano, Abbazia di San Miniato al Monte (FI)

Publié dans:Lettera ai Filippesi |on 15 janvier, 2015 |Pas de commentaires »

BENEDETTO XVI: CONFORMATE I VOSTRI SENTIMENTI A QUELLI DI GESÙ – Filippesi (6-11),

http://www.donboscoland.it/articoli/articolo.php?id=1700

BENEDETTO XVI: CONFORMATE I VOSTRI SENTIMENTI A QUELLI DI GESÙ

Imparare, sentire come sentiva Gesù, conformare il nostro modo di pensare, di decidere, di agire con i sentimenti di Gesù. Se prendiamo questa strada, viviamo bene e prendiamo la strada giusta.

Pubblichiamo di seguito le parole pronunciate questo mercoledì da Benedetto XVI nel corso dell’Udienza generale dedicata al commento del Cantico tratto dalla seconda Lettera di san Paolo ai Filippesi (6-11), “Cristo, servo di Dio”.

* * *

Cristo, pur essendo di natura divina,
non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio;
ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo
e divenendo simile agli uomini.

Apparso in forma umana, umiliò se stesso
facendosi obbediente fino alla morte
e alla morte di croce.

Per questo Dio l’ha esaltato e gli ha dato il nome
che è al di sopra di ogni altro nome;
perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi
nei cieli, sulla terra e sotto terra;
e ogni lingua proclami
che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre.

1. Ancora una volta, seguendo il percorso proposto dalla Liturgia dei Vespri coi vari Salmi e Cantici, abbiamo sentito risuonare il mirabile ed essenziale inno incastonato da san Paolo nella Lettera ai Filippesi (2,6-11). Abbiamo già in passato sottolineato che il testo comprende un duplice movimento: discensionale e ascensionale. Nel primo, Cristo Gesù, dallo splendore della divinità che gli appartiene per natura sceglie di scendere fino all’umiliazione della «morte di croce». Egli si mostra così veramente uomo e nostro redentore, con un’autentica e piena partecipazione alla nostra realtà di dolore e di morte.
2. Il secondo movimento, quello ascensionale, svela la gloria pasquale di Cristo che, dopo la morte, si manifesta nuovamente nello splendore della sua maestà divina. Il Padre, che aveva accolto l’atto di obbedienza del Figlio nell’Incarnazione e nella Passione, ora lo «esalta» in modo sovraeminente, come dice il testo greco. Questa esaltazione è espressa non solo attraverso l’intronizzazione alla destra di Dio, ma anche con il conferimento a Cristo di un «nome che è al di sopra di ogni altro nome» (v. 9). Ora, nel linguaggio biblico il «nome» indica la vera essenza e la specifica funzione di una persona, ne manifesta la realtà intima e profonda. Al Figlio, che per amore si è umiliato nella morte, il Padre conferisce una dignità incomparabile, il «Nome» più eccelso, quello di «Signore», proprio di Dio stesso.
3. Infatti, la proclamazione di fede, intonata coralmente da cielo, terra e inferi prostrati in adorazione, è chiara ed esplicita: «Gesù Cristo è il Signore» (v. 11). In greco, si afferma che Gesù è Kyrios, un titolo certamente regale, che nella traduzione greca della Bibbia rendeva il nome di Dio rivelato a Mosé, nome sacro e impronunciabile. Da un lato, allora, c’è il riconoscimento della signoria universale di Gesù Cristo, che riceve l’omaggio di tutto il creato, visto come un suddito prostrato ai suoi piedi. Dall’altro lato, però, l’acclamazione di fede dichiara Cristo sussistente nella forma o condizione divina, presentandolo quindi come degno di adorazione.
4. In questo inno il riferimento allo scandalo della croce (cfr 1Cor 1,23), e prima ancora alla vera umanità del Verbo fatto carne (cfr Gv 1,14), si intreccia e culmina con l’evento della risurrezione. All’obbedienza sacrificale del Figlio segue la risposta glorificatrice del Padre, cui si unisce l’adorazione da parte dell’umanità e del creato. La singolarità di Cristo emerge dalla sua funzione di Signore del mondo redento, che Gli è stata conferita a motivo della sua obbedienza perfetta «fino alla morte». Il progetto di salvezza ha nel Figlio il suo pieno compimento e i fedeli sono invitati – soprattutto nella liturgia – a proclamarlo e a viverne i frutti. Questa è la meta a cui ci conduce l’inno cristologico che da secoli la Chiesa medita, canta e considera guida di vita: «Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù» (Fil 2,5).
5. Affidiamoci ora alla meditazione che san Gregorio Nazianzeno ha intessuto sapientemente sul nostro inno. In un carme in onore di Cristo il grande Dottore della Chiesa del IV secolo dichiara che Gesù Cristo «non si spogliò di nessuna parte costitutiva della sua natura divina, e ciò nonostante mi salvò come un guaritore che si china sulle fetide ferite… Era della stirpe di David, ma fu il creatore di Adamo. Portava la carne, ma era anche estraneo al corpo. Fu generato da una madre, ma da una madre vergine; era circoscritto, ma era anche immenso. E lo accolse una mangiatoia, ma una stella fece da guida ai Magi, che arrivarono portandogli dei doni e davanti a lui piegarono le ginocchia. Come un mortale venne alla lotta con il demonio, ma, invincibile com’era, superò il tentatore con un triplice combattimento… Fu vittima, ma anche sommo sacerdote; fu sacrificatore, eppure era Dio. Offrì a Dio il suo sangue, e in tal modo purificò tutto il mondo. Una croce lo tenne sollevato da terra, ma rimase confitto ai chiodi il peccato… Andò dai morti, ma risorse dall’inferno e risuscitò molti che erano morti. Il primo avvenimento è proprio della miseria umana, ma il secondo si addice alla ricchezza dell’essere incorporeo… Quella forma terrena l’assunse su di sé il Figlio immortale, perché egli ti vuol bene» (Carmina arcana, 2: Collana di Testi Patristici, LVIII, Roma 1986, pp. 236-238).

[Improvvisando, il Papa ha quindi aggiunto:]
Alla fine di questa meditazione vorrei per la nostra vita sottolineare due parole: questo ammonimento di San Paolo: “Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù”. Imparare, sentire come sentiva Gesù, conformare il nostro modo di pensare, di decidere, di agire con i sentimenti di Gesù. Se prendiamo questa strada, viviamo bene e prendiamo la strada giusta. L’altra è la parola di San Gregorio Nazianzieno: “Egli, Gesù, ti vuol bene”. Questa parola di tenerezza è per noi una grande consolazione, un conforto e anche una grande responsabilità giorno per giorno.

LETTERA DI SAN PAOLO AI FILIPPESI: RENDETE PIENA LA MIA GIOIA Fil 2,1-30

http://www.atma-o-jibon.org/italiano9/zaccherini_filippesi5.htm

(metto questo, ma sotto questo link c’è il commento a tutta la Lettera)

LETTERA DI SAN PAOLO AI FILIPPESI

RENDETE PIENA LA MIA GIOIA

Capitolo secondo: Lo stesso sentire che fu in Cristo Gesù Fil 2,1-30

Gianni Zaccherini

Dividiamo fondamentalmente questo capitolo in due parti: i vv. 1-18 e i vv. 19-30.

I versetti 1-18 sono a loro volta divisi in peri copi più brevi: una prima pericope è costituita dai primi quattro versetti ed è una seconda esortazione che Paolo dà ai cristiani di Filippi, dopo quella che abbiamo visto nei versetti finali del capitolo primo in ordine al combattimento per la fede.
Questi quattro versetti iniziali sono poi seguiti da un inno, al quale vengono collegati dal v. 5. L ‘inno, che occupa i vv. 6-11, è un inno che ha al centro il mistero del Cristo. Un inno cristologico che può anche leggersi in forma autonoma, cioè anche fuori dal contesto del capitolo secondo di questa lettera, al punto che si pensa addirittura sia un inno che Paolo ha già trovato proclamato nella comunità cristiana dei primi decenni e che ha assunto incorporandolo in questa lettera a sostegno di quanto sta dicendo ai fratelli di Filippi. Si può però anche pensare che Paolo lo abbia composto in prima perso­na, ma in forma tale da poter avere una sua fisionomia propria e indipendente dal contesto.
Tutto questo però a noi interessa relativamente, perché quel che interessa veramente è il significato che l’inno assume nel contesto della Lettera ai Filippesi. Quanto, infatti, è detto in questo inno è il fondamento di tutto quanto Paolo ha già detto e di quello che dirà nei versetti seguenti.

Spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo (vv. 1-11)
La comunione nello Spirito
V. 1: “Se c’è pertanto qualche consolazione in Cristo, se c’è conforto derivante dalla carità, se c’è qualche comunanza di spirito, se ci sono sentimenti di amore e di compassione…” .
I primi quattro versetti sono un’esortazione alla concordia e alla stima reciproca dei cristiani: devono vivere in comunione profonda di pensiero e di vita; devono stimarsi gli uni gli altri, ponendo sempre il fratello al di sopra di sé.
Questo primo versetto è tipico del pensiero di Paolo perché sottolinea ed evidenzia il dato di partenza di ogni esortazione morale. Paolo sa di poter dare dei precetti, degli ordini, delle indicazioni, degli orientamenti ai fratelli, se alla radice della loro esistenza c’è la novità introdotta dal Signore: quindi, que­sto « se » che ci troviamo davanti non è dubitativo, perché quello che Paolo elenca è un dato evidente, frutto del dono di Dio in Gesù Cristo.
Tutto quanto è elencato in questo versetto c’è, esiste: è la gra­zia del Signore verso la sua Chiesa, verso i suoi discepoli, verso i figli del Padre suo.
Lo schema che sta sempre dietro al ragionamento di Paolo è questo: Dio ha fatto il dono ai cristiani; essi però devono viverlo perché, se non lo vivono, è come se Dio non lo avesse fatto. Rimane sullo sfondo la possibilità di venir meno al dono escatologico di Dio in Gesù Cristo, cioè alla salvezza. Per que­sto Paolo in tutte le sue lettere alterna sempre, nell’uso dei verbi, l’indicativo (« le cose stanno così ») con l’imperativo (« fate così »). Dirà, per esempio, nella Lettera ai Colossesi (3,1): « Se siete risorti con Cristo (questo è il dato oggettivo, di parten­za), cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra del Padre (questa è la conseguenza, la messa in atto del dato iniziale, ma questa messa in atto dipende anche dall’ac­cettazione concreta del dono di Dio). Quindi, il « se » non è dubitativo, ma esprime una condizione reale nella quale si trova il cristiano e dalla quale deve far dipendere il suo comportamento. I versetti seguenti della Lettera ai Colossesi (3,3-4) si possono leggere così: siete stati immersi mediante il Battesimo nella morte del Cristo, siete morti con il Cristo; quindi date la morte alle vostre membra, cioè portate alle estreme conseguenze il dono del Signore, altrimenti esso perde la sua rile­vanza, la sua efficacia.
Questo è molto importante perché ci aiuta a capire che in tutta la rivelazione neotestamentaria il dono di Dio, che è origine e fonte di tutto, è un dono di responsabilità e comporta la necessità di un’obbedienza, di un’attuazione di ciò che Dio ha donato in Gesù Cristo.
La stessa cosa si verifica anche qui. Quello che Paolo elenca nel primo versetto non lo pone come un’ipotesi: c’è o non c’è. C’è, ma potrebbe venir meno se venisse meno il comportamento conseguente.
E in che cosa consiste il dono del Signore alla comunità dei credenti? Paolo elenca quattro elementi: la consolazione in Cristo, il conforto della carità, la comunione di spirito, sentimenti di amore e di compassione.
Anzitutto, i cristiani hanno ricevuto la consolazione di Cristo. Che cos’è la consolazione di Cristo? È il frutto, la conseguenza dell’annuncio evangelico. La proclamazione evangelica porta con sé la consolazione. Fra l’altro la parola usata qui nel testo in lingua greca è la stessa che viene usata per indicare lo Spi­rito Santo, il Paraclito, il Consolatore. Quindi è una parola che ci porta dentro al mistero stesso della salvezza. La consola­zione cristiana è questa profonda consapevolezza di essere stati investiti dalla salvezza di Dio. Questa salvezza, che altro non è che la pienezza dello Spirito Santo che viene donato ai credenti, è la consolazione cristiana.
Il conforto della carità è l’amore di Dio che in Gesù Cristo è stato riversato sui credenti. Essi a loro volta sono legati gli uni agli altri da questa carità e quindi c’è in loro il conforto che de­riva da essa. Paolo usa questa parola, o perlomeno il suo senso fondamentale, in un altro contesto, quando scrive ai cristiani di Roma: « Desidero venire da voi per confortarvi, anzi per confortarci reciprocamente nella fede che abbiamo in comune » (cf. Rm 1,11-12). Il conforto della carità è appunto questo senso di sollievo, di garanzia e di forza che deriva ai cristiani dall’essere uniti nella fede e nell’amore di Dio che si è manifestato e attuato in Gesù Cristo.
Consolazione e conforto sono frutto della proclamazione evangelica che suscita nei credenti la vita comune e ciò che caratterizza questa esistenza nuova di figli di Dio: la carità che li lega gli uni agli altri.
Poi Paolo aggiunge: « se c’è qualche comunanza di spirito, se ci sono sentimenti di amore e di compassione ». È una conti­nuazione e una specificazione di quanto ha detto prima. L’ascolto del Vangelo, la comunione con il Cristo portano con sé, proprio perché strettamente legati, la comunione nello spirito; questo da una parte sottolinea che la comunione cristiana è frutto della presenza dello Spirito di Dio nel cuore dei credenti, e dall’altra che i credenti sono diventati una comunione di cuori, di anime, di pensiero e di esistenza. La comunione nello Spirito crea comunione tra gli spiriti di coloro che hanno accolto quello del Signore. Di conseguenza, in coloro che sono stati investiti dallo Spirito del Signore c’è una pienezza di carità e di misericordia vicendevole.
Paolo altrove dice: « Portate i pesi gli uni degli altri » (Gai 6,2). Questo avere compassione vicendevole, questo sopportare assieme, gli uni accanto agli altri, le vicende della vita, nel bene e nel male, questo gioire con chi gioisce e piangere con chi piange è l’essenza della vita cristiana, come « effetto efficace » del dono di Dio in Gesù Cristo.

La gioia piena
v. 2: « … rendete piena la mia gioia con l’unione dei vostri spiriti, con la stessa carità, con i medesimi sentimenti ».
L’imperativo che consegue alla situazione esistenziale della vita nuova nella quale sono collocati i cristiani dall’ascolto del Vangelo e dalla presenza in loro dello Spirito di Dio è rendere piena la gioia, cioè portarla a perfezione, a compimento.
Paolo, che è stato ricolmato di gioia per aver ricevuto il Vangelo, raggiunge la pienezza di questa gioia nella consapevolezza che coloro ai quali lui ha annunciato lo stesso Vangelo raggiungono la pienezza della vita amandosi fra loro e raggiungendo l’unità più profonda nel « sentire allo stesso modo ». Che cosa rende felice Paolo? Che i cristiani di Filippi siano davvero cristiani. Paolo gioisce fino in fondo per il bene che vede crescere e dilatarsi nel cuore dei fratelli.
Riceviamo ancora un’indicazione fondamentale e concreta che deve valere per ciascuno di noi: ogni credente deve rallegrarsi, sentirsi colmo di gioia, quando un fratello opera il bene e vive nella fedeltà. Se questo fosse capito meglio, quante gelosie, invidie e maldicenze verrebbero meno all’interno della comunità cristiana! Gioire per il bene dei fratelli, per la fedeltà dei fratelli, sentirsi ricolmi di gioia proprio perché c’è questa esperienza, questa consapevolezza che il dono di Dio raggiunge la sua piena efficacia.. .
« Con l’unione dei vostri spiriti, con la stessa carità, con i medesimi sentimenti ». Alla lettera: pensandola allo stesso modo, amando le stesse cose, avendo unità di pensieri e di sentimenti. A Paolo sta molto a cuore ribadire un concetto: i cristiani di Filippi devono pensarla in maniera unitaria, convergente, avere le stesse convinzioni, gli stessi giudizi, lo stesso volere, essere « un cuore solo e un’anima sola », per dirla con le parole degli Atti 4,32.
Paolo torna con forza su questo concetto e non è una cosa da poco. Egli vuole affermare un principio fondamentale della vita comunitaria: e cioè che i cristiani devono avere lo stesso modo di sentire. Cosa significa, allora, a fianco di queste affermazioni, quello che noi oggi chiamiamo con grande facilità il pluralismo? Come si combinano le due cose? Quello del pluralismo è un problema serio, sul quale occorre adeguatamente riflettere (vedi in proposito la “finestra “ 2).

Per essere uniti
v. 3: “Non fate nulla per spirito di rivalità o per vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso ».
In questo versetto Paolo indica le condizioni per raggiungere l’unità del sentire e del pensare. Perché davvero ci possa essere questa unità, cosa devono fare i cristiani?
Alla lettera « spirito di rivalità » significa spirito di parte o di grup­po. Questo è interessante e attualissimo. Paolo ha già incontrato situazioni ecclesiali in cui c’erano gruppi, parti, per esempio a Corinto (cf. 1 Cor 1,12: c’è chi dice di essere di Paolo, chi di Apollo, chi di Cefa… Ecco i gruppi). Oggi nella Chiesa i gruppi si chiamano anche movimenti: cosa direbbe Paolo dei movimenti?
Qui dice con chiarezza che non si deve fare nulla per spirito di parte; quante volte, invece, noi operiamo perché è il gruppo che lo dice e non perché quella cosa va fatta in quanto comunità di credenti. È una realtà che appartiene al gruppo, che serve al gruppo.
Subito dopo viene l’altra parola: « per vanagloria ». Cos’è la va­nagloria? È la ricerca della propria gloria, personale o di gruppo, che non è la gloria di Dio. Il cristiano deve ricercare la gloria del Signore, la gloria di Dio. La vanagloria invece è la gloria per sé, è il vantaggio per sé. Anche nella Chiesa tante cose si fanno per il gruppo, per la setta! Molte volte si dice che i movimenti, i gruppi, le associazioni sono una manifestazione della molteplicità dello Spirito e forse è vero, ma andrebbe verificato meglio; bisognerebbe fare discernimento caso per caso.
Dov’è il confine fra la ricerca dell’unico modo di sentire e lo spirito di gruppo? Cosa distingue la ricerca della gloria di Dio dalla vanagloria? Questo è un problema sul quale ci si deve interrogare con forza. Noi viviamo una realtà di Chiesa in cui normalmente signoreggiano lo spirito di gruppo e la vanagloria.
Subito dopo Paolo arricchisce ulteriormente questi concetti: « Ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso ». È importantissima questa sottolineatura: spirito di parte e vanagloria caratterizzano coloro che si credono migliori degli altri, che attribuiscono a se e non a Dio la gloria e la realtà della vita fedele. Considerare se stessi migliori degli altri, più fedeli, più osservanti, più bravi è proprio l’opposto di quello che Paolo sta dicendo. Se non ci si considera inferiori agli altri, si opera secondo lo spirito di parte e si opera per vanagloria! Qual è invece il comportamento autentico del cristiano? È che con tutta umiltà consideri gli altri superiori a sé.
Va sottolineato questo « con tutta umiltà », concetto che troviamo altre volte nel Nuovo Testamento e sul quale spesso equivochiamo. Cos’è l’umiltà? Spesso facciamo dell’umiltà un fatto puramente esteriore, che riguarda il comportamento e non la sostanza della persona. Invece la parola greca (ta­peinofrosyne) indica il sentirsi, il pensare, l’essere un povero, un ultimo, un insignificante. È la condizione dello schiavo, di colui che è all’ultimo posto, che non conta nulla, non può fare nulla da sé, ma si aspetta tutto dagli altri e soprattutto da Dio.
Solo così gli altri saranno pensati superiori a se stessi: se uno sa di essere all’ultimo posto, dovrà davvero pensare agli altri come a qualcosa di… meglio. Troviamo spesso nella Bibbia la parola tapein6s (esiste anche l’italiano « tapino ») a indicare le persone insignificanti, che proprio non sono niente, sono gli ultimi della terra. Il cristiano deve essere questo, cercare que­sto, gioire per questo.
Troviamo questa parola, per esempio, nel Magnificat, quando la Madonna glorifica il Signore perché, dice, « ha guardato l’umiltà della sua serva » (Lc 1,48): non si pensi all’umiltà come virtù, ma alla piccolezza, all’insignificanza, all’irrilevanza, al nulla di questa fanciulla che non contava niente nella storia degli uomini ed è stata scelta come Madre di Dio.
Nel Vecchio Testamento c’è spesso una contrapposizione tra il ricco e il povero. Allora come adesso il ricco ha i soldi, ha il potere, è lui che conta; invece il povero non ha nulla e neppu­re conta nulla: è lui il tapino!
A questo proposito troviamo una frase molto importante nella Lettera di Giacomo (Gc 1,9). Anche se la logica del ragionamento è un po’ diversa da quella del Magnificat, la sostanza rimane la stessa: « Il fratello di umili condizioni si rallegri della sua elevazione. .. ». Il povero si rallegri perché come Cristo, che si è fatto povero, ultimo, è stato glorificato nella risurrezione, così anch’egli è glorificato da Dio, già a partire da questo mondo, nella comunione con il Cristo e nella potenza della sua risurrezione. Poi Giacomo continua: « … e il ricco della sua umiliazione ». Il ricco si rallegri del suo diventar povero, picco­lo, tapino. Cosa deve fare il ricco? Deve farsi anche lui ultimo e allora anche lui sarà glorificato assieme al povero. Secondo Giacomo nessuno ha colpa a nascere ricco, però ha colpa se lo rimane.
Luca, Paolo, Giacomo: nella diversità delle situazioni, il concetto rimane lo stesso, perché lo stesso è il mistero e il dono. Che il cristiano, cioè, pensi sempre di essere l’ultimo, il più in­significante, quello che ha meno parole da dire, che ha meno gesti da fare; che vede sempre gli altri migliori, più grandi, più importanti, più validi di sé. Tutto questo nel senso più profondo, autentico, trasfigurato; non secondo la logica mondana, ma secondo la logica dell’esistenza nuova dei figli di Dio.

L’interesse degli altri
v. 4: “Non cerchi ciascuno il proprio interesse, ma anche quello degli altri ».
Bisogna stare attenti alla parola « anche » che qui va intesa piuttosto come « invece », « al contrario ». È, cioè, una contrapposizione; ci sono due posizioni contraddittorie: c’è la ricerca del proprio interesse e c’è, invece, la ricerca dell’interesse degli altri. Meglio ancora potremmo intendere questa frase così: non cerchi ciascuno il proprio interesse, ma di più quello degli altri.
A conferma di questa interpretazione c’è quanto dice Paolo al cap. 2,21: « perché tutti cercano i propri interessi, non quelli di Gesù Cristo ». Questa purtroppo è una situazione che Paolo ha davanti: fra i cristiani si cerca il proprio interesse, il proprio vantaggio, e non quello di Cristo. Anche in 1 Cor 10,24: « Nessuno cerchi l’utile proprio, ma quello altrui » e nella stessa lettera (10,33): « Così come io mi sforzo di piacere a tutti in tutto, senza cercare l’utile mio ma quello di molti, perché giungano alla salvezza ». C’è dappertutto il senso di una contrapposizione.
Cosa vuoi dire Paolo con questo? Vuoi dire molte cose, l’una stratificata sull’altra.
Prima di tutto è un invito, un’esortazione a uscire dal proprio personale orizzonte per aprirsi, da una parte, all’orizzonte di Cristo e, dall’altra, all’orizzonte degli altri: ai loro bisogni, alle loro necessità; è un invito all’obbedienza a Dio attraverso l’assoggettamento al fratello, al cui servizio ogni cristiano deve porsi. Il cristiano non deve vivere per sé, ma per Dio e per i fratelli. Questo vuoi dire nella sostanza il ragionamento di Paolo che poi si può arricchire anche di altri significati.
Il cristiano deve sapere che non ha più davanti a sé, come punto di riferimento, se stesso e l’ambito dei propri interessi, delle proprie necessità, delle proprie utilità. Fra l’altro qui Paolo, con una forte radicalità, non distingue tra interessi legittimi e illegittimi, ma distingue tra due ambiti: l’ambito del proprio io e l’ambito degli altri. Il cristiano deve uscire dal proprio ambito ed entrare nell’ambito dei fratelli, mettendosi al loro servizio.
Questo pone indubbiamente tutta una serie di problemi, per i quali queste affermazioni di Paolo sono decisive. Infatti, se siamo anche solo minimamente critici nei nostri confronti e nei confronti della nostra comunità, ci accorgiamo di vivere proprio al contrario di quello che qui Paolo dice. Siamo nella posizione polarmente opposta al pensiero di Paolo. Ma se quello che dice Paolo è vero (e quello che dice Paolo noi sappiamo che non è parola di uomo, ma Parola di Dio), vuoi dire che nella nostra esistenza concreta rischia di venir meno il dono originario di Dio. A questo punto, di fronte ad un’esistenza cristiana così radicalmente infedele alle esigenze del Vangelo, cosa significa continuare a dirsi cristiani? È un interrogativo che non ci si può non porre di fronte a una pagina come questa.

Il sentire di Cristo
V. 5: « Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù ».
Il versetto 5 è un versetto di raccordo tra i primi 4 vv. e l’inno cristologico successivo, anche se c’è già un raccordo interno dato dall’espressione che abbiamo trovato al v. 3: « con tutta umiltà », che rimanda alla parola « umiliò » che leggeremo al v. 8: « umiliò se stesso ».
La condizione umile, povera, insignificante alla quale è chiamato il cristiano si è, cioè, già attuata in Cristo Gesù; anzi ha avuto in Lui il suo compimento supremo ed è attraverso questa umiliazione che si è attuata e consumata la salvezza; quindi questa umiliazione diventa esemplare per tutti i cristiani.
Paolo ha già invitato tutti i cristiani ad avere uno stesso sentire (vedi sopra, a p. 59,2,2); qui aggiunge una cosa importantissima, infatti ci si potrebbe chiedere: questo comune modo di sentire e di pensare a chi appartiene? Supponiamo di essere tutti attorno a un tavolo e di pensarla ognuno in un modo diverso. Quando alla fine ci diciamo che dobbiamo pensarla tutti allo stesso modo, di chi assumiamo il modo di pensare? Paolo dice che il modo univoco di pensare dei cristiani non è il modo di pensare di questo o di quello, di un uomo cioè, ma è il modo di pensare del Cristo.
Il comune pensiero dei cristiani non può essere altro che il pensiero del Cristo, che poi non è semplicemente un pensiero, ma un essere, un modo di vivere: e Paolo lo illustra con l’inno che segue. La convergenza del modo di pensare e di sentire dei cristiani si fonda quindi sull’unico pensiero e sull’unica « sensibilità » del Cristo.
Ricordiamo a questo proposito la parola dell’Antico Testamento scritta in Is 55,8 ss., dove si dice: « I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le mie vie non sono le vostre vie », cioè fra il pensiero degli uomini e il pensiero di Dio c’è un abisso. Ora, nel Nuovo Testamento, si è reso possibile agli uomini, in Gesù Cristo, avere lo stesso pensiero di Dio. È ormai possibile per il credente pensarla come la pensa Dio. La separazione che nella vecchia economia c’era fra il pensiero di Dio e il pensiero degli uomini è stata superata in Gesù Cristo, per cui oggi i credenti possono avere lo stesso pensiero di Dio mani­festatosi e attuatosi in Gesù Cristo. E lo hanno in questo senso: possono non semplicemente imitare Gesù, ma grazie alla vicenda personale di Lui è resa loro possibile la trasformazione da uomo mondano in uomo di Dio o, come direbbe l’evangelista Giovanni, da figlio di Satana in figlio di Dio.
E questa possibilità non è legata a uno sviluppo temporale (sono passati gli anni, quindi l’uomo ha raggiunto una tal perfezione che può pensarla come la pensa Dio). No, è perché Cristo è morto e risorto, è perché c’è stato questo evento che è reso possibile agli uomini vivere come ha vissuto Gesù Cristo e pensarla come la pensa Dio (tutto l’inno di Paolo ruota attorno a questo concetto).
L’evento che ha reso possibile all’uomo pensarla come il suo Signore si attua poi nel credente attraverso l’accoglienza del Vangelo. Come fa l’uomo, potremmo chiederci, a pensarla come Dio? Prendendo dentro di sé il Vangelo e mettendolo al posto dei propri pensieri. Lasciandosi quindi invadere dal pensiero di Dio manifestatosi nella sua Rivelazione, nella sua Parola che è la Scrittura e primariamente il Nuovo Testamento. In questo modo l’uomo può arrivare a pensarla come Dio e quindi è possibile che tutti gli uomini la pensino allo stesso modo. Questo esige davvero un ascolto continuo, perseverante, mai interrotto delle Scritture.
Quando negli Atti degli Apostoli si dice che i primi cristiani avevano un cuore solo e un’anima sola (At 4,32), si usa lo stesso concetto che troviamo qui in Paolo: avevano uno stesso modo di sentire, la pensavano tutti allo stesso modo. Ma per­ché questo? Nel cap. 2, sempre degli Atti, si spiega il perché concreto, operativo: « Erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nell’unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere » (At 2,42). Ciò che generava in loro l’unico modo di sentire era il fatto che ascoltavano sempre, senza smettere mai, la predicazione apostolica contenuta nelle Sacre Scritture. I cristiani di oggi leggono perseverantemente le Sacre Scritture? Ascoltano veramente questa parola che non è parola di uomo, come dice Paolo, ma Parola di Dio? Poi seguono l’Eucarestia, la vita comune e le preghiere, ma è soprattutto questo il punto di partenza, questo ascolto dell’insegnamento apostolico, questo ascolto del Vangelo.
I cristiani per poterla pensare tutti nello stesso modo debbono avere in sé quello stesso pensiero che fu in Cristo Gesù; l’espressione greca è talmente stringata e forte che vuoi dire anche qualcosa di più: pensarla tutti come la pensava Gesù è possibile solo perché i cristiani sono in Cristo Gesù. I cristiani sono collocati in Cristo mediante la fede e mediante i sacramenti; quindi non solo l’ascolto della Parola, ma anche l’atto sacramentale del Battesimo e dell’Eucarestia fonda la comunione con Cristo e quindi la possibilità di pensarla come il Cristo stesso. È questa un’affermazione di Paolo che dice in po­chissime parole un’infinità di concetti, perché il cristiano può pensarla come Cristo perché è in Cristo, vive in Cristo, ha la vita nuova che gli è data dall’essere incorporato a Gesù. In altre lettere Paolo dice: voi siete il corpo di Cristo!
Il v. 5 ci presenta, quindi, un’imitazione di Cristo che ha il suo fondamento nell’incorporazione a Cristo. Poiché siamo in Cristo dobbiamo pensare secondo la logica della vita nuova che Cristo ci ha trasmesso, logica che si è manifestata sia nelle opere sia nelle parole del Cristo stesso. L’evento Cristo è l’evento salvifico e trasfigurante che fonda il nostro nuovo essere e il nostro nuovo sentire.

Publié dans:Lettera ai Filippesi |on 24 novembre, 2014 |Pas de commentaires »

FILIPPESI 4,12-14.19-20

http://www.nicodemo.net/NN/commenti_p.asp?commento=Filippesi%204,12-14.19-20

FILIPPESI 4,12-14.19-20

Fratelli, 12 ho imparato ad essere povero e ho imparato ad essere ricco; sono iniziato a tutto, in ogni maniera: alla sazietà e alla fame, all’abbondanza e all’indigenza. 13 Tutto posso in colui che mi dà la forza.
14 Avete fatto bene tuttavia a prendere parte alla mia tribolazione. 19 Il mio Dio, a sua volta, colmerà ogni vostro bisogno secondo la sua ricchezza con magnificenza in Cristo Gesù. 20 Al Dio e Padre nostro sia gloria nei secoli dei secoli. Amen.

COMMENTO
Filippesi 4,12-14.19-20

Tutto posso in colui che mi conforta

Il testo liturgico è ricavato dalla parte più antica della lettera ai Filippesi. Paolo, prigioniero probabilmente a Efeso, aveva ricevuto la visita di Epafrodito (Fil 2,25) il quale, oltre a prestargli la sua assistenza, gli aveva portato un aiuto in denaro da parte dei cristiani di Filippi (cfr. 4,18). Si suppone che l’apostolo abbia risposto immediatamente a questo dono con un biglietto di ringraziamento, di cui la parte essenziale è stata conservata in Fil 4,10-20. Il brano si divide in due parti: stile di vita di Paolo (vv. 10-14); collaborazione dei filippesi e ringraziamento di Paolo (vv. 15-20). Il testo liturgico si limita a riprendere alcuni versetti della prima e della seconda parte.
Nella prima parte (vv. 10-14) Paolo esordisce manifestando la sua gioia per gli aiuti ricevuti perché vede in essi una nuova manifestazione dei sentimenti che i filippesi hanno per lui. Per quanto lo riguarda egli non ha una necessità urgente dei loro aiuti, in quanto ha imparato a essere «autosufficiente» (autarkês) in ogni occasione (cfr. vv. 10-11).
Paolo illustra poi, all’inizio del testo liturgico, la sua autosufficienza con queste parole: «Ho imparato ad essere povero e ho imparato ad essere ricco; sono iniziato a tutto, in ogni maniera: alla sazietà e alla fame, all’abbondanza e all’indigenza» (v. 12). Le tre coppie di concetti contrapposti, povertà e ricchezza, sazietà e fame, abbondanza e indigenza, indicano gli estremi di tutta una serie di esperienze, positive e negative, considerate di secondaria importanza e affrontate con una certa dose di noncuranza. Paolo si esprime qui facendo ricorso al concetto stoico di «autarchia» (autosufficienza), che consiste nella capacità di accontentarsi del necessario e di sapersene procurare quanto è conveniente per la vita, e a quello epicureo di «atarassia», che è lo stato di perfetta tranquillità e serenità d’animo raggiunta dal saggio libero dalle passioni. Egli però aggiunge: «Tutto posso in colui che mi dà la forza» (v. 13). Diversamente dai filosofi, Paolo basa la sua imperturbabilità non su qualità dell’anima acquisita mediante un lungo esercizio, ma sulla fiducia in Dio che gli dà la forza di accettare con coraggio ogni situazione, positiva o negativa, che la vita apostolica presenta. Dopo aver sottolineato questo suo atteggiamento interiore, egli ritorna al concetto iniziale: «Avete fatto bene tuttavia a prendere parte alla mia tribolazione» (v. 14). Gli aiuti dei filippesi gli sono graditi nella misura in cui sono un segno di partecipazione (koinônia, comunione, solidarietà) alle sofferenze che egli sopporta per il vangelo (cfr. 1,7).
Inizia qui la seconda parte del brano. Paolo ricorda il contributo che i filippesi gli hanno dato in diverse occasioni (vv. 15-20). Quando, dopo aver evangelizzato Filippi, aveva lasciato la Macedonia, solo loro lo avevano aiutato finanziariamente ed quando si trovava a Tessalonica gli avevano inviato per due volte il necessario. A scanso di equivoci, l’apostolo soggiunge, che non è il loro dono che ricerca, ma il vantaggio (karpos, frutto) che essi stessi ne ottengono. Adesso poi ha ricevuto mediante Epafrodito i loro doni, che considera come un profumo di soave odore, un sacrificio accetto e gradito a Dio, e di conseguenza ha il necessario e anche il superfluo (cfr. vv. 15-18). Ciò significa che il dono ricevuto non è stato fatto direttamente a lui, ma a Dio stesso.
Nei due versetti finali, gli unici ripresi dal testo liturgico, Paolo aggiunge che al dono dei filippesi corrisponderà un ulteriore dono da parte di Dio a loro vantaggio: «Il mio Dio, a sua volta, colmerà ogni vostro bisogno secondo la sua ricchezza con magnificenza in Cristo Gesù» (v. 19). Aiutando Paolo essi in realtà hanno offerto un sacrificio a Dio, quindi si sono messi nella condizione di ricevere da parte sua per mezzo di Cristo doni ancora più grandi, di carattere sia spirituale che materiale. Dio è più generoso degli uomini. Il brano termina con una dossologia: «Al Dio e Padre nostro sia gloria nei secoli dei secoli. Amen» (v. 20). Sia il dono fatto a Paolo, sia gli ulteriori doni che i filippesi riceveranno, tutto deve servire alla gloria di Dio Padre.

Linee interpretative
Paolo non dimostra di essere troppo entusiasta per gli aiuti finanziari che gli sono stati inviati dai filippesi. Naturalmente egli se ne rallegra e ringrazia i donatori. Ma al tempo stesso sottolinea come personalmente non ne abbia bisogno. In altre occasioni, pur ritenendo legittimo il contributo finanziario di una comunità a coloro che le hanno annunziato il vangelo, egli personalmente lo ha rifiutato, in quanto poteva assumere la forma di un salario per il lavoro fatto (cfr. 1Cor 9,7-12). Ne fa tesoro invece se rappresenta una collaborazione alla sua attività apostolica. Ma anche in questo caso ciò che apprezza maggiormente non è l’aspetto materiale del dono, quanto piuttosto il sentimento che lo provoca. Per lui gli aiuti che gli sono pervenuti sono anzitutto un’offerta sacrificale fatta a Dio, e solo secondariamente un servizio alla sua persona. Il fatto di averglieli mandati in un momento in cui egli soffre per il vangelo (cfr. 1,7), significa aver capito l’importanza dell’annunzio e il desiderio di collaborare con lui in questa opera.
In definitiva Paolo punta sull’idea di solidarietà (comunione), della quale gli aiuti finanziari sono solo uno strumento. Il denaro è utile solo se è espressione di un coinvolgimento personale e serve ad attuare la collaborazione tra persone diverse in uno stesso progetto apostolico. Egli vuol far comprendere che l’impegno missionario non si esaurisce donando somme di denaro che permettono di compiere opere di carità o di evangelizzazione, ma esige la testimonianza di tutta una comunità che, vivendo il vangelo, lo annunzia a chi ancora non lo conosce.

Publié dans:Lettera ai Filippesi |on 11 octobre, 2014 |Pas de commentaires »

BENEDETTO XVI ANGELUS – FILIPPESI 1SS

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/angelus/2011/documents/hf_ben-xvi_ang_20110918_it.html

BENEDETTO XVI

ANGELUS – FILIPPESI 1SS

Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo

Domenica, 18 settembre 2011

Cari fratelli e sorelle!

Nella liturgia di oggi inizia la lettura della Lettera di San Paolo ai Filippesi, cioè ai membri della comunità che l’Apostolo stesso fondò nella città di Filippi, importante colonia romana in Macedonia, oggi Grecia settentrionale. Paolo giunse a Filippi durante il suo secondo viaggio missionario, provenendo dalla costa dell’Anatolia e attraversando il Mare Egeo. Fu quella la prima volta in cui il Vangelo giunse in Europa. Siamo intorno all’anno 50, dunque circa vent’anni dopo la morte e la risurrezione di Gesù. Eppure, nella Lettera ai Filippesi, è contenuto un inno a Cristo che già presenta una sintesi completa del suo mistero: incarnazione, chenosi, cioè umiliazione fino alla morte di croce, e glorificazione. Questo stesso mistero è diventato un tutt’uno con la vita dell’apostolo Paolo, che scrive questa lettera mentre si trova in prigione, in attesa di una sentenza di vita o di morte. Egli afferma: “Per me il vivere è Cristo e il morire un guadagno” (Fil 1,21). E’ un nuovo senso della vita, dell’esistenza umana, che consiste nella comunione con Gesù Cristo vivente; non solo con un personaggio storico, un maestro di saggezza, un leader religioso, ma con un uomo in cui abita personalmente Dio. La sua morte e risurrezione è la Buona Notizia che, partendo da Gerusalemme, è destinata a raggiungere tutti gli uomini e tutti i popoli, e a trasformare dall’interno tutte le culture, aprendole alla verità fondamentale: Dio è amore, si è fatto uomo in Gesù e con il suo sacrificio ha riscattato l’umanità dalla schiavitù del male donandole una speranza affidabile.
San Paolo era un uomo che riassumeva in sé tre mondi: quello ebraico, quello greco e quello romano. Non a caso Dio affidò a lui la missione di portare il Vangelo dall’Asia Minore alla Grecia e poi a Roma, gettando un ponte che avrebbe proiettato il Cristianesimo fino agli estremi confini della terra. Oggi viviamo in un’epoca di nuova evangelizzazione. Vasti orizzonti si aprono all’annuncio del Vangelo, mentre regioni di antica tradizione cristiana sono chiamate a riscoprire la bellezza della fede. Protagonisti di questa missione sono uomini e donne che, come san Paolo, possono dire: “Per me vivere è Cristo”. Persone, famiglie, comunità che accettano di lavorare nella vigna del Signore, secondo l’immagine del Vangelo di questa domenica (cfr Mt 20,1-16). Operai umili e generosi, che non chiedono altra ricompensa se non quella di partecipare alla missione di Gesù e della sua Chiesa. “Se il vivere nel corpo – scrive ancora san Paolo – significa lavorare con frutto, non so davvero che cosa scegliere” (Fil 1,22): se l’unione piena con Cristo al di là della morte, o il servizio al suo corpo mistico in questa terra.
Cari amici, il Vangelo ha trasformato il mondo, e ancora lo sta trasformando, come un fiume che irriga un immenso campo. Rivolgiamoci in preghiera alla Vergine Maria, perché in tutta la Chiesa maturino vocazioni sacerdotali, religiose e laicali per il servizio della nuova evangelizzazione.

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