Archive pour la catégorie 'Lettera ai Filippesi'

Giovanni Crisostomo omelie: Per me il vivere é Cristo e il morire un guadagno (Fil 1,21)

dal sito:

http://liturgia.silvestrini.org/santo/261.html

Dalle «Omelie» di san Giovanni Crisostomo, vescovo
Per me il vivere é Cristo e il morire un guadagno

Molti marosi e minacciose tempeste ci sovrastano, ma non abbiamo paura di essere sommersi, perché siamo fondati sulla roccia. Infuri pure il mare, non potrà sgretolare la roccia. S’innalzino pure le onde, non potranno affondare la navicella di Gesù. Cosa, dunque, dovremmo temere? La morte? «Per me il vivere é Cristo e il morire un guadagno» (Fil 1, 21). Allora l’esilio? «Del Signore é la terra e quanto contiene» (Sal 23, 1). La confisca de beni? «Non abbiamo portato nulla in questo mondo e nulla possiamo portarne via» (1 Tm 6, 7). Disprezzo le potenze di questo mondo e i suoi beni mi fanno ridere. Non temo la povertà, non bramo ricchezze non temo la morte, né desidero vivere, se non per il vostro bene. E’ per questo motivo che ricordo le vicende attuali e vi prego di non perdere la fiducia.
Non senti il Signore che dice: «Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro»? (Mt 18, 20). E non sarà presente là dove si trova un popolo così numeroso, unito dai vincoli della carità? Mi appoggio forse sulle mie forze? No, perché ho il suo pegno, ho con me la sua parola: questa é il mio bastone, la mia sicurezza, il mio porto tranquillo. Anche se tutto il mondo é sconvolto, ho tra le mani la sua Scrittura, leggo, la sua parola. Essa é la mia sicurezza e la mia difesa. Egli dice: «Io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo» (Mt 28, 20)-
Cristo é con me, di chi avrò paura? Anche se si alzano contro di me i cavalloni di tutti i mari o il furore dei principi, tutto questo per me vale di meno di semplici ragnatele. Se la vostra carità non mi avesse trattenuto, non avrei indugiato un istante a partire per altra destinazione oggi stesso. Ripeto sempre: «Signore, sia fatta la tua volontà» (Mt 26, 42). Fraò quello che vuoi tu, non quello che vuole il tale o il tal altro. Questa é la mia torre, questa la pietra inamovibile, il bastone del mio sicuro appoggio. Se Dio vuole quetso, bene! Se vuole ch’io rimanga, lo ringrazio. Dovunque mi vorrà, gli rendo grazie.
Dove sono io, là ci siete anche voi. Dove siete voi, ci sono anch’io. Noi siamo un solo corpo e non si separa il capo dal corpo, né il corpo dal capo. Anche se siamo distanti, siamo uniti dalla carità; anzi neppure la morte ci può separare. Il corpo morrà, l’anima tuttavia vivrà e si ricorderà del popolo. Voi siete i miei concittadini, i miei genitori, i miei fratelli, i miei figli, le mie membra, il mio corpo, la mia luce, più amabile della luce del giorno. Il raggio solare può recarmi qualcosa di più giocondo della vostra carità? Il raggio mi é utile nella vita presente, ma la vostra carità mi intreccia la corona per la vita futura.(Prima dell’esilio, nn. 1-3; PG 52, 427*-430)
 

Mons. Gianfranco Ravasi: « Svuotò se stesso facendosi schiavo »

dal sito:

http://www.novena.it/ravasi/2002/art2002.htm

MONS. GIANFRANCO RAVASI (Fil 2,17; 1,20-21) 

Svuotò sé stesso facendosi schiavo 

Nelle nostre memorie scolastiche la città macedone di Filippi — che portava il nome del suo fondatore, Filippo II, il padre di Alessandro Magno (IV sec. a.C.) — forse ritorna per la battuta: «Ci rivedremo a Filippi», riferita dallo storico Plutarco nella sua Vita di Giulio Cesare. Là si era svolta nel 42 a.C. la battaglia di Ottaviano e Marco Antonio contro Bruto e Cassio. Là si era recato Paolo ad annunziare il Vangelo di Cristo nel 50 d.C. e a quei cristiani a lui tanto cari aveva indirizzato nel 55-56 una lettera serena e molto affettuosa, pur essendo scritta da un carcere duro, col rischio della morte: «Anche se il mio sangue dev’essere versato in libagione…, io sono felice e lo sono con voi… Cristo sarà glorificato nel mio corpo, sia che io viva sia che muoia.
Per me, infatti, il vivere è Cristo e il morire un guadagno» (Filippesi 2,17;l,20-2 1).

Di questo scritto — in cui, come ha detto uno studioso, Jerome Murphy O’Connor, «si sente battere il cuore di Paolo» — noi ora sceglieremo solo una pagina celebre.
Si tratta di un inno incastonato nel capitolo 2 (vv. 6-1 1), forse citazione di un canto battesimale, ritrascritto e adattato dall’Apostolo.
L’elemento fondamentale di questo testo, denso teologicamente e vigoroso poeticamente, è in un contrasto.

Da un lato, c’è la discesa umiliante del Figlio di Dio quando s’incarna: egli precipita fino allo “svuotamento” (in greco c’è una parola divenuta significativa nella teologia, kénosis) di tutta la sua gloria divina nella morte in croce, il supplizio dello schiavo, cioè l’ultimo degli uomini, per poter essere in tal modo vicino e fratello dell’intera umanità. D’altro lato, però, ecco l’ascesa trionfale che si compie nella Pasqua, quando Cristo si presenta nello splendore della sua divinità, nell’esaltazione gloriosa che è celebrata da tutto il cosmo e da tutta la storia ormai redenti. Si ha così, attraverso questo contrasto discensionale – ascensionale, la rappresentazione della morte e della risurrezione, dell’umanità e della divinità di Gesù Cristo. Possiamo a questo punto seguire i due movimenti dell’inno.

Il primo è quello dello “svuotarsi” che Cristo fa della sua gloria divina, divenendo povero e debole uomo ebreo, votato alla crocifissione, considerata allora come una morte infamante. Ecco le parole dell’inno: «Gesù Cristo, pur avendo la condizione di Dio, non volle approfittare dell’essere uguale a Dio, ma svuotò sé stesso, assumendo la condizione di schiavo. Divenuto simile agli uomini e presentatosi in forma umana, umiliò sé stesso, facendosi obbediente fino alla morte di croce» (2,6-8).

Il secondo movimento di questo canto — che, a distanza di due millenni, è ancor oggi usato dalla liturgia — dipinge invece la grande svolta pasquale che parte da quella tragica morte sul Golgota. Per tre volte si ripete il termine “nome” che, nel mondo biblico, designa la persona e la sua dignità. Ebbene, il Cristo glorioso riottiene il suo “nome” divino che lo rivela Signore di tutto l’essere, luminoso nello splendore della divinità.
Ecco le parole dell’inno: «Dio lo ha sovraesaltato, gratificandolo con un nome che supera ogni altro nome, affinché nel nome di Gesù si pieghi ogni ginocchio degli esseri celesti, terrestri e sotterranei e ogni lingua confessi che Gesù Cristo è il Signore a gloria di Dio Padre» (2,9-11). 

Papa Benedetto: « In Cristo Gesù Dio stesso si è rivelato discendendo »

« In Gesù Cristo Dio stesso si è rivelato discendendo » 

Papa Benedetto XVI, Gesù di Nazareth, Libreria Editrice Vaticana 2007;   

pagg. 120-121; 

« Sulla bocca di Gesù tuttavia la parola acquista una profondità nuova. Fa parte della sua natura specifica il vedere Dio, lo stare faccia a faccia davanti a Lui, in continuo scambio interiore con lui – vivere l’esistenza di Figlio. Così l’espressione assume una valenza profondamente cristologica. Noi vedremo Dio quando entreremo nei « sentimenti di Cristo » (Fil 2,5). La purificazione del cuore si realizza nella sequela di Cristo, nell’unificazione con Lui. (Fil 2, 6-9). 

Queste parole segnano una storia decisiva nella storia della mistica. Mostrano la novità della mistica cristiana, che deriva dalla novità della rivelazione in Gesù Cristo. Dio discende, fino alla morte sulla croce. E proprio così si rivela nella sua autentica divinità. L’ascesa di Dio avviene nell’accompagnarlo in questa discesa. La liturgia d’ingresso al santuario del Salmo 24 riceve così un nuovo significato: il cuore puro è il cuore amante che si mette in comunione di servizio e di obbedienza con Gesù Cristo. L’amore è il fuoco che purifica e unisce ragione, volontà, sentimento, che unifica l’uomo in se stesso in virtù dell’azione unificante di Dio, cosìcché egli diviene servitore dell’unificazione di coloro che sono divisi: così l’uomo fa il suo ingresso nella dimora di Dio e può vederlo. Ed è questo che lo rende beato » 

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