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SECONDA LETTURA – LETTERA DI SAN PAOLO AI FILIPPESI 2: 6-11

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COMMENTAIRES DE MARIE-NOËLLE THABUT, DIMANCHE 20 MARS 2016

SECONDA LETTURA – LETTERA DI SAN PAOLO AI FILIPPESI 2: 6-11

(traduzione Google dal francese)

Noi conosciamo bene questo testo: si è spesso chiamato il « Inno della Lettera ai Filippesi » perché riteniamo che non è della mano di Paolo, ma ha citato un inno di solito  cantato nella liturgia. Due punti per iniziare: prima volta, si è colpiti dal Nuovo Testamento enfasi sul tema del Servo, « spogliò se stesso, assumendo la condizione servo « . E ‘chiaro che i primi cristiani di fronte allo scandalo della croce hanno riletto molte canzoni del Servo di Isaia. Solo questi testi previsti percorsi di meditazione per rappresentano il mistero della persona di Cristo. Seconda osservazione: « Pur essendo in forma di Dio, non ritengono opportuno far valere il suo diritto di essere trattati uguale Dio. « Siamo tentati di leggere », anche se la forma di Dio …  » in realtà è il contrario. Dovrebbe essere visualizzato: « Perché era in forma di Dio, non ha ritenuto di far valere il suo diritto di essere trattati allo stesso modo con Dio.  » Peggio, sembra che una delle pecche di questo testo è la tentazione che dobbiamo leggerla in termini di ricompensa; come se il regime era Gesù si è comportato egregiamente e quindi ha ricevuto una meravigliosa ricompensa! Oserei parlare di tentazione è che qualsiasi presentazione del progetto di Dio in termini di calcolo, ricompensa, il merito, quello che io chiamo termini aritmetici è in contrasto con la « grazia » di Dio … Grazia come suggerisce il nome, è gratuito! E, curiosamente, abbiamo un momento difficile pensare in termini di istruzione gratuita; siamo sempre tentati di parlare di merito; ma se Dio voleva che noi abbiamo il merito, questo è dove potremmo essere preoccupati … La meraviglia dell’amore di Dio è che non si aspetta di incontrare noi i nostri meriti; Questo è certamente quello che gli uomini della Bibbia sono stati scoperti attraverso la rivelazione. Quindi penso che per essere fedele al testo, esso deve essere letto in termini di gratuità. E ‘responsabile di errata interpretazione se dimentichiamo che tutto è dono di Dio, « tutto è grazia », ??come ha detto Bernanos. Per Paolo, è ovvio che il dono di Dio è libero. . Una convinzione che sottende tutte le sue lettere così ovvio che non ha ribadisce Proviamo a riassumere il pensiero di Paolo: il progetto di Dio (il suo « buon piacere ») è quello di portare noi nel suo l’intimità, la sua felicità, il suo amore perfetto. Questo progetto è assolutamente gratuito, che ovviamente non è sorprendente, dal momento che questo è un progetto d’amore. Questo dono di Dio, ma questo articolo nella sua vita divina, dobbiamo solo accettare con gioia, semplicemente; non si tratta di merito, si tratta di « dono » per così dire. Con Dio, tutto è presente. Ma escludiamo noi stessi da questo dono gratuito se si adotta un atteggiamento di pretesa; se ci comportiamo in l’immagine della donna nel giardino dell’Eden: ha preso il frutto proibito, lei lo prende come un bambino « strappato » su un display … Gesù Cristo, tuttavia, era quella casa (ciò che St. Paul chiama « obbedienza »), e perché è stato solo accogliere il dono di Dio e non sostengono che è stato riempito. « Pur essendo Dio, non ha ritenuto opportuno affermando « è proprio perché è la forma di Dio, egli sostiene nulla. Lui lo sa, quello che il libero amore … lui sa che non è giusto rivendicare, non vede in forma a « rivendicare » il diritto di essere trattati allo stesso modo con Dio … ma questo è ciò che Dio vuole darci! Dare come un dono. E questo è in realtà ciò che gli è stato dato alla fine. E ‘la stessa domanda nell’episodio dei Temptations (si legge per la prima Domenica di Quaresima): divisore (che è la parola diavolo / diabolos in greco) non propone a lui che le cose che fanno parte del piano di Dio! Ma si rifiuta di prenderlo. Egli conta su Padre a dargli. Il tentatore disse: « Se tu sei il Figlio di Dio, si possono aiutare voi, il vostro padre non può rifiutare voi, si trasforma il pane in pietra quando hai fame … gettati giù per la montagna, che vi proteggerà … mi ami, io governare il mondo si … « Ma lui si aspetta tutto da solo Dio. egli riceve il nome che è al di sopra di ogni altro nome: questo è solo il nome di Dio! Di ‘Gesù è il Signore, cioè, è Dio nel Vecchio Testamento, il titolo di « Signore » è stato riservato a Dio. Genuflessione, se è per questo: « affinché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi … » Questo è un allusione a una frase del profeta Isaia: « Davanti a me ogni ginocchio si piegherà e ogni lingua sarà giurato, dice Dio » ( è 45:. 23) Gesù ha vissuto la sua vita come uomo in umiltà e fiducia, anche quando è accaduto il peggio, vale a dire, l’odio umano e la morte. Ho detto « fiducia »; Paolo, parla di « obbedienza ». « Obey », « ob-audire » in latino, letteralmente « mettere l’orecchio (audire) » prima « (ob) la parola: è l’atteggiamento di dialogo perfetto, senza ombre; questa è la fiducia assoluta; se si mette l’orecchio alla parola, è perché sappiamo che questa parola non è altro che amore, è possibile ascoltare senza paura. L’inno finisce con « ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore per la gloria di Dio Padre « : la fama, è la manifestazione, la rivelazione dell’infinito amore, l’amore personificato; vale a dire, vedendo Cristo portare l’amore di un climax, e accettare la morte per rivelare fino a che punto l’amore di Dio, possiamo dire con il centurione, « Sì, davvero, questo è il Figlio di Dio « … perché Dio è amore.

FILIPPESI 3, 8-14

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COMMENTAIRES DE MARIE-NOËLLE THABUT, DIMANCHE 13 MARS 2016

DEUXIEME LECTURE – LETTRE DE SAINT PAUL AUX PHILIPPIENS  3, 8 – 14

(traduzione Google dal francese)

Qui troviamo l’immagine della corsa che san Paolo usa più volte nelle sue lettere. E in gara, è l’obiettivo che conta! Il punto di partenza, si deve fare in fretta a dimenticare! Immaginate un corridore che avrebbe trasformato senza fermarsi, è garantito da perdere, « Solo una cosa questioni: dimenticando ciò che sta dietro e proteso in avanti verso la parte anteriore, corro verso la meta per il premio … » Abbiamo bisogno di sapere voltare le spalle in qualche modo: e da quando è stato « sequestrato » da Cristo, come dice lui, Paul voltò le spalle a molte cose, in molte certezze. La parola « sequestrato » è molto forte nel linguaggio di Paolo: la sua vita era in realtà abbastanza sconvolto dal giorno in cui Cristo fu letteralmente lo prese sulla via di Damasco. Di solito, però, Paolo ha presentato la sua fede cristiana come la continuazione logica della sua fede ebraica. Ai suoi occhi, Gesù Cristo veramente soddisfatto le aspettative del Vecchio Testamento e non vi è continuità tra l’Antico e il Nuovo Testamento: per esempio, durante il suo processo davanti al tribunale romano a Cesarea, ha detto:  » Mosè ei profeti hanno previsto quello che doveva accadere (vale a dire che Gesù è il Messia) e non dico altro … « (At 26, 22). Ma qui, Paolo sottolinea la novità portata da Gesù Cristo: « Tutti i vantaggi che avevo prima, li considerano ora come un perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio ??Signore.  » La novità portata da Gesù Cristo, è radicale: ora siamo veramente una « nuova creazione »; questa espressione, ci siamo incontrati Domenica scorsa nella seconda lettera ai Corinzi; Qui, Paolo dice il contrario: « Grazie a lui, ho perso tutto; Considero tutto come rifiuti, per l’unico vantaggio, Cristo, nel quale Dio mi riconosce come diritto. « Tradurre: » ciò che prima mi sembrava più importanti, i miei vantaggi, i miei privilegi, ora non importa più a me che lo sterco « . Questi « benefici » di cui egli parla: era l’orgoglio di appartenenza al popolo d’Israele; era la fede, la fedeltà, inestirpabile, la speranza di questo popolo; è stata la pratica regolare, scrupolosa di tutti i comandamenti, che egli chiama « l’obbedienza alla legge di Mosè ». Ma ora, Gesù Cristo ha preso tutto lo spazio nella sua vita: « Tutto io reputo una rifiutare per un guadagno di Cristo ». Ora possiede la proprietà che supera tutto, l’unica ricchezza in tutto il mondo ai suoi occhi: « conoscenza » di Cristo; per parlare di questo, Gesù impiegato parabole: per esempio ha detto « il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto in un campo, il quale un uomo ha scoperto: lo nasconde di nuovo, e nella sua gioia che se ne va, vende tutti i suoi averi e compra quel campo. « (Mt 13, 44). Il vero tesoro della nostra vita, dice San Paolo, è quello di aver scoperto Cristo; e sa di che parla, lui che è stato il primo persecutore degli apostoli! La sua vita è stata sconvolta da questa scoperta, da questa « conoscenza » di Cristo. Una conoscenza che non è intellettuale: in senso biblico, sapendo che qualcuno sta vivendo nella sua intimità, è quello di amare e condividere la sua vita. E ‘in questo senso di intimità condivisa che Paolo parla del legame che unisce la società, e con lui tutti i battezzati in Gesù Cristo. Perché è così insistente su di esso? Perché siamo nel contesto di un conflitto molto grave che ha attraversato la comunità Filippesi sulla circoncisione; abbiamo già incontrato qualche settimana fa: alcuni cristiani di origine ebraica ci avrebbe voluto imporre la circoncisione a tutti i cristiani prima del battesimo; è la circoncisione che pensa quando parla di « obbedienza alla Legge di Mosè »; in che modo sappiamo Apostoli affrontato la questione che minacciava di dividere le comunità, nel corso di un incontro a Gerusalemme, un mini-consiglio: nella Nuova Alleanza, la Legge di Mosè viene superato; Battesimo nel Nome di Gesù ‘ci ha fatti figli di Dio: « Sei stato battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo », ha detto Paolo in Galati (Gal 3, 27). La circoncisione non è più necessario per servire il popolo della Nuova Alleanza, dal momento che l’Alleanza è permanentemente sigillato una volta per tutte in Gesù Cristo: «In Gesù Cristo, Dio mi riconosce come diritto. Questa giustizia non di me stesso è, vale a dire dalla mia obbedienza alla Legge di Mosè, ma della fede in Cristo: è la giustizia che viene da Dio e si basa sulla fede. « Una delle grandi scoperte di Paolo è che la nostra salvezza non è la fine dei nostri meriti, i nostri sforzi … la salvezza di Dio è gratis! Questo è lo stesso significato di « grazia », ??se ci pensi … Il libro della Genesi era già dicendo: « Abramo ebbe fede nel Signore e il Signore è sembrato giusto. « (Gen 15: 6). In altre parole, la nostra giustizia viene solo da Dio, solo credere! Ma il motivo per cui egli parla di « comunione delle sofferenze della Passione di Cristo, riprodurre la sua morte, con la speranza di risurrezione dai morti »? E ‘, ovviamente, non per accumulare meriti per buona misura! Paul ha appena detto esattamente il contrario! Vuol dire che questa nuova vita che stiamo conducendo ora, in Cristo Gesù, innestato su di lui (per usare l’immagine della vite a San Giovanni) ci porta a prendere la stessa strada come lui. « Comunicare con la passione della sofferenza di Cristo » è quello di accettare di riprodurre il comportamento di Cristo, accetta gli stessi rischi, che sono i rischi per l’annuncio del Vangelo; Gesù aveva detto: « Nessuno è profeta in patria », e lui è stato ben avvertito i suoi apostoli che essi non sarebbero stati trattati meglio di loro padrone. La questione è se saremmo stati in grado di dire con St. Paul che l’unico possesso che conta per noi è la conoscenza di Cristo? Tutto il resto è solo « feccia »!

complemento – Una delle idee principali di San Paolo è che Cristo è venuto a compiere la Scrittura: il rapporto tra l’Antico Testamento e il Nuovo Testamento, tra l’Alleanza e la Nuova Alleanza è fatta di continuità e rottura: è perché Paolo è un Ebreo che è cristiano, e che la continuità … ma ora dobbiamo abbandonare pratiche ebraiche per consentire « cattura » da Cristo, e che la rottura.

BRANO BIBLICO SCELTO – FILIPPESI 3,17-4,1

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BRANO BIBLICO SCELTO – FILIPPESI 3,17-4,1

17 Fatevi miei imitatori, fratelli, e guardate a quelli che si comportano secondo l’esempio che avete in noi. 18 Perché molti, ve l’ho già detto più volte e ora con le lacrime agli occhi ve lo ripeto, si comportano da nemici della croce di Cristo: 19 la perdizione però sarà la loro fine, perché essi, che hanno come dio il loro ventre, si vantano di ciò di cui dovrebbero vergognarsi, tutti intenti alle cose della terra. 20 La nostra patria invece è nei cieli e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo, 21 il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso, in virtù del potere che ha di sottomettere a sé tutte le cose. 4,1 Perciò, fratelli miei carissimi e tanto desiderati, mia gioia e mia corona, rimanete saldi nel Signore così come avete imparato, carissimi!

COMMENTO Filippesi 3,17-4,1 Il comportamento cristiano La lettera ai Filippesi è stata scritta probabilmente nel corso di una prigionia subita da Paolo a Efeso, durante il terzo viaggio missionario. La lettera, nella quale sono stati inseriti con ogni probabilità i frammenti di altre due missive inviate da lui ai cristiani di Filippi, inizia con il prescritto seguito dal ringraziamento (Fil 1,1-11); il corpo della lettera contiene confidenze di Paolo su se stesso (1,12-26) ed esortazioni ai filippesi (1,27-2,18), seguite da un intermezzo narrativo (2,19-30). A questo punto è inserita la prima aggiunta, che è un testo di carattere polemico nei confronti dei suoi avversari infiltratisi nella comunità (Fil 3,1b-4,1). Dopo di esso sono riportate alcune esortazioni finali (4,2-9). Viene poi inserita la seconda aggiunta, che è una breve missiva con cui Paolo ringrazia i filippesi per gli aiuti economici che gli hanno inviato (Fil 4,10-20). La lettera termina con il poscritto (4,21-23). Nel brano liturgico è riportata la seconda parte del brano polemico inserito nella lettera originaria. Precedentemente Paolo aveva affermato la sua rinunzia ai privilegi che gli competevano come giudeo in vista della giustizia derivante dalla fede in Cristo e il suo impegno per essere completamente assimilato a lui (Fil 3,1-16). Nel brano liturgico egli conclude la sua polemica esortando i filippesi a farsi suoi imitatori (v. 17), senza lasciarsi sedurre da diverse teorie (vv. 18-19) e a orientare tutti i loro desideri alla patria celeste (vv. 20-21); conclude il brano un invito a restare saldi nel Signore (4,1).

L’imitazione di Paolo (v. 17) Paolo inizia la sua esortazione invitando i filippesi a farsi suoi imitatori (synmimêtai) (v. 17a). Il tema dell’imitazione (mimêsis) è proprio di Paolo (cfr. 1Ts 1,6; 1Cor 4,16; 11,1) il quale se ne serve per rendere comprensibile a lettori greci il tema evangelico della sequela. Qui però l’Apostolo pone se stesso come mediatore della sequela Christi, in quanto i suoi lettori non hanno conosciuto direttamente Gesù e solo per mezzo del suo apostolo possono avere accesso alla sua persona e al suo insegnamento. Il termine synmimêtai (lett. con-imitatori) ha una valenza comunitaria, in quanto solo nel rapporto fraterno tra di loro i filippesi possono diventare imitatori di Paolo. Paolo li esorta anche a guardare (skopeite) a quelli che si comportano secondo l’esempio che hanno in lui (v. 17b). Questa precisazione si rende necessaria perché Paolo è lontano e i filippesi hanno bisogno ogni giorno di avere esempi concreti a cui ispirarsi. Egli si riferisce certamente a Timoteo, suo diretto collaboratore, ed Epafrodito, dei quale ha appena fatto l’elogio: ambedue stanno per essere inviati da lui a Filippi. Ma certamente allude anche ad altri membri della comunità che hanno più profondamente assimilato il suo messaggio. Tutti costoro si comportano (peripateo, camminare) secondo il suo esempio (typon). Si stabilisce così una catena di testimoni i quali, con il loro modo di essere, fanno da locomotiva per tutta la comunità aiutandola a crescere nella fede. 

Guardarsi dai comportamenti devianti (vv. 18-19) L’esortazione di Paolo è determinata dal fatto che nella comunità vi sono anche coloro che non seguono l’esempio dell’Apostolo. Riguardo a loro egli mette in guardia ancora una volta i filippesi come, sottolinea, aveva già fatto spesso in passato. E lo fa «con le lacrime agli occhi» (v. 18), come aveva fatto scrivendo ai corinzi dopo essere stato offeso da un suo anonimo avversario in occasione di una sua visita alla comunità (cfr. 2Cor 2,4). Queste lacrime sono segno non di stizza, ma di ansia e di preoccupazione per il rischio che la comunità possa prendere una via sbagliata. Come accade di solito Paolo non dice esplicitamente a chi si riferisce, ma designa i personaggi in questione come persone che «si comportano da nemici della croce di Cristo» (v. 18b). Egli aveva già usato un’espressione analoga in Gal 6,12 dove si era scagliato contro coloro che costringono i cristiani della Galazia a farsi circoncidere «per non essere perseguitati a causa della croce di Cristo». In quel contesto sembra che Paolo volesse alludere ai giudaizzanti, i quali mettevano in primo piano la loro appartenenza al giudaismo per evitare le sanzioni riservate ai seguaci di un uomo crocifisso dall’autorità romana, quindi ritenuto come un ribelle conclamato. Si può pensare che anche in Fil 3,18b l’espressione «nemici della croce di Cristo» abbia un significato analogo. Essa indicherebbe coloro che, affermando la permanenza delle pratiche giudaiche all’interno della Chiesa, in pratica tolgono alla croce il suo significato di mezzo primario ed esclusivo di salvezza. Se si accetta questa interpretazione, Paolo si riferirebbe anche qui agli avversari nominati all’inizio del capitolo dove, per il loro attaccamento alla circoncisione, li aveva designati sarcasticamente come «mutilazione» (katatome), cioè coloro che si fanno mutilare (cfr. Fil 3,2). A proposito di questi nemici della croce di Cristo Paolo afferma che «la loro fine (sarà) la perdizione» (v. 19a): con queste parole egli preannunzia non tanto un castigo, in questa vita o alla fine dei tempi, ma semplicemente il fallimento del loro progetto. Poi rincara la dose, attribuendo loro tre qualifiche negative: «hanno come dio il loro ventre, si vantano di ciò di cui dovrebbero vergognarsi, tutti intenti alle cose della terra» (v. 19b». La prima di esse non si riferisce all’eccessiva importanza data alla ricerca del cibo, perché Paolo non sta parlando del vizio della gola. Invece è probabile che si riferisca eufemisticamente alla circoncisione o alle norme alimentari della legge mosaica, alle quali i giudaizzanti davano un peso notevole. Così facendo essi, secondo l’Apostolo, mettono il loro vanto proprio in quelle cose che egli, in quanto discepolo di Cristo, ha considerato una perdita (cfr. Fil 3,3-8). Da ciò si deduce che i nemici della croce di Cristo non sono i giudei che non hanno aderito a Cristo e neppure i gentili di Filippi, ma i cristiani giudaizzanti che cercano di portare la comunità paolina di Filippi nell’alveo del giudaismo.

L’attesa del ritorno di Cristo (vv. 20-21) In contrasto con la perdizione minacciata a quanti hanno preso una direzione sbagliata, Paolo prospetta il destino riservato a coloro che seguono il suo esempio. Egli afferma che la loro patria è nei cieli e di là aspettano come salvatore il Signore Gesù Cristo (v. 20). La patria (politeuma) è il gruppo umano a cui uno appartiene e con il quale interagisce, trovando in esso la sua sicurezza e la sua realizzazione personale. Affermare che per i credenti la propria patria è nei cieli non significa che essi si devono separarsi dalla società a cui appartengono in attesa di poter entrare, alla fine della propria vita terrena, in un altro mondo, in cielo, ma che hanno il pensiero rivolto costantemente a quel Dio presso il quale si trova Cristo in forza della sua risurrezione, con la certezza che egli un giorno ritornerà come «salvatore»: questo appellativo, spesso attribuito a Dio nell’AT, non è mai applicato a Cristo nelle lettere autentiche di Paolo, ma solo nelle deuteropaoline (cfr. Ef 5,23; 2Tm 1,10; Tt 1,4; 2,13; 3,6). L’attesa della parusia di Gesù resta dunque l’articolo di fede fondamentale anche per la comunità di Filippi (cfr. 1Cor 1,7). Con la sua venuta il Signore Gesù «trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso, in virtù del potere che ha di sottomettere a sé tutte le cose» (v. 21). Egli riprende qui quanto aveva già spiegato ai corinzi: «Non tutti moriremo, ma tutti saremo trasformati… È necessario infatti che questo corpo corruttibile si vesta di incorruttibilità e questo corpo mortale si vesta di immortalità» (1Cor 15,51.53). Ciò sarà necessario perché egli «ponga sotto i suoi piedi tutti i suoi nemici», l’ultimo dei quali a essere debellato è la morte (cfr. 1Cor 15,25-26).

Esortazione finale (4,1) A conclusione del brano Paolo fa ancora un’esortazione accorata: «Perciò, fratelli miei carissimi e tanto desiderati, mia gioia e mia corona, rimanete saldi nel Signore così come avete imparato, carissimi!» (4,1). In questa frase si manifesta tutto l’affetto che Paolo nutre per i cristiani di Filippi, i quali sono da lui non solo amati ma anche desiderati, come avviene all’interno di un rapporto fortemente affettivo. Essi sono per lui motivo di «gioia» (chara), sono come la «corona» (stefanos) che l’atleta conquista con l’impegno agonistico (cfr. 1Ts 2,19-20; 1Cor 9,24-26), perché attestano che il suo lavoro apostolico non è stato vano. A essi raccomanda di restare saldi nel Signore, cioè di non deviare dal cammino che hanno intrapreso.

Linee interpretative Ad una comunità ancora giovane Paolo propone se stesso come modello di vita cristiana. Così facendo egli non vuole mettersi su un piedestallo, ma intende aiutare fraternamente i nuovi convertiti, provenienti da un ambiente religioso e culturale impregnato di valori diversi da quelli evangelici, a trovare la propria strada nella sequela di Cristo. Per questo sono necessari esempi concreti che indichino loro la strada da seguire. Che egli non voglia esaltare indebitamente la propria persona, appare dal fatto che propone come esempio anche il comportamento di altri cristiani la cui formazione è maggiormente approfondita. Paolo non si limita a indicare ai filippesi una direttiva di marcia, ma li esorta a non cadere in comportamenti devianti che li allontanerebbero da Cristo. Egli li mette in guardia nei confronti non tanto del mondo circostante, dal quale essi si sono separati, quanto piuttosto delle pressioni da parte di fratelli nella fede i quali si fanno promotori, teoricamente e praticamente, di comportamenti devianti. Egli si riferisce qui, come all’inizio del capitolo, ai missionari giudaizzanti i quali, pur annunziando Cristo, si dimostrano nemici della sua croce. In realtà essi non hanno obiezioni nei confronti del fatto storico della morte di Cristo in croce, ma mettono questo evento in secondo piano, in quanto tutta la loro preoccupazione è per l’osservanza della legge, che presentano come un mezzo essenziale per raggiungere la salvezza. In pratica essi vorrebbero portare le comunità paoline nell’alveo del giudaismo. Per Paolo, invece, il mezzo che porta alla salvezza è proprio l’adozione della logica della croce, in quanto espressione di un amore portato fino al limite estremo, e non l’osservanza della legge. Paolo infine mette al centro della vita cristiana l’attesa del ritorno di Gesù risorto, il quale verrà a compiere l’opera iniziata nella sua vita terrena, sottomettendo a sé tutte le cose. In quel momento egli trasformerà il corpo, cioè la persona, dei credenti in modo da renderli conformi al suo corpo glorioso. Quello che Paolo prospetta è il rinnovamento finale di tutte le cose, verso il quale i credenti in Cristo devono tendere, nell’attesa del ritorno di Gesù Cristo come salvatore. Cristo dunque, per coloro che credono in lui, rappresenta il maestro e la guida verso la salvezza. Ma anche per quelli che non hanno aderito a lui egli resta un modello a cui ispirarsi per raggiungere un’umanità piena.

 

RIFLESSIONI SULLA LETTERA DI SAN PAOLO AI FILIPPESI – CAP. I, VV. 1-11 -

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RIFLESSIONI SULLA LETTERA DI SAN PAOLO AI FILIPPESI – CAP. I, VV. 1-11  -

San Paolo scrive quest’amabilissima lettera ai Filippesi con sentimenti intensi e personali, questo ci consente di penetrare il suo cuore segreto dove scopriremo che la sua grande passione è Gesù Cristo e la sua missione diffondere il Vangelo. L’esperienza avuta sulla via di Damasco dove vide una gran luce e udì la voce del Signore Gesù che gli diceva: “Saulo Saulo, perché mi perseguiti?”(At, 9-4), fu l’evento fondamentale che cambiò la sua vita.  Saulo di Tarso era un eccellente rabbino formatosi alla scuola di Gamaliele, uno dei migliori maestri del suo tempo, dal quale ricevette una profonda educazione religiosa secondo le dottrine dei farisei. Di carattere molto forte e volitivo, egli immediatamente colse la portata dirompente del cristianesimo sull’ebraismo e il pericolo rappresentato da questa nuova setta che andava costituendosi e che, basandosi sulla fortissima testimonianza di Cristo, lo riconosceva come il Messia. Nonostante la sua giovane età decise di intervenire, addirittura chiedendo un’autorizzazione scritta per essere libero di perseguitare i cristiani con ogni mezzo, in ogni luogo, anche fuori dai confini di Israele. Dobbiamo avere cognizione della grande statura morale e dell’irruenza di questo giovane perché solo così potremo capire chi egli sia, la sua grande intelligenza pratica, la sua volontà di arrivare al fondo delle cose e di spingere il suo impegno fino all’estremo.  L’evento decisivo della sua conversione è descritto esplicitamente tre volte negli Atti degli Apostoli e riferita in alcune sue lettere (cfr Gal 2, 11-15; 1Cor 15, 8-10). In (At 9,1-9) troviamo la descrizione narrativa dell’accaduto, che è raccontato nuovamente dallo stesso Paolo sia nella sua arringa difensiva davanti ai giudei di Gerusalemme che volevano condannarlo a morte, (At 22, 6-11), sia durante la comparizione a Cesarea davanti al re Marco Giulio Agrippa (At 26, 12-18). San Giovanni Crisostomo, vescovo di Costantinopoli tra la fine del IV e l’inizio del V secolo, afferma che un’irruenza come la sua aveva bisogno di un intervento divino per essere giustamente indirizzata verso il bene; ed è l’esperienza di Cristo risorto che d’ora in poi, salda, resterà il fulcro della sua vita.  Dopo essere rimasto accecato dalla visione di una grande luce, ricevette la visita del discepolo Anania inviato dal Signore per ridargli la vista e colmarlo di Spirito Santo mediante il battesimo. Dopo pochi giorni iniziò la sua missione proclamando nelle sinagoghe Gesù Figlio di Dio. Da allora in poi non si stancherà mai di approfondire gli insegnamenti di Gesù e affermerà nella lettera ai Corinzi che ogni dono speciale che si riceve da Dio deve essere rivolto a beneficio degli altri: tutta la sua vicenda umana, impegnativa e faticosa, sarà in questa direzione.

 La conversione di Saulo di Tarso a seguito del suo incontro con Cristo Risorto, sulla via che conduce a Damasco, è stata un’esperienza unica e irripetibile, tuttavia abbiamo una testimonianza riconducibile ai nostri giorni, quella del metropolita Anthony Bloom (1914-2003), impegnato fortemente nell’ecumenismo e scrittore, il cui servizio pastorale si svolse in Inghilterra. In un libro sulla preghiera racconta di una sua giovanile ricerca sul senso della vita, non sentendosi appagato da una felicità senza scopo, e così risponde alla domanda rivoltagli in un’intervista inserita nel volume stesso, su cosa gli accadde:  “Cominciai a cercare nella vita un significato diverso da quello che potevo trovare attraverso l’avere uno scopo. Lo studio e il rendersi utili non mi convincevano affatto. Tutta la mia vita, fino a quel momento, era stata concentrata su obiettivi immediati e, improvvisamente, tali obiettivi diventavano insoddisfacenti. Provai in me stesso qualcosa di intensamente drammatico, e tutto intorno a me sembrò piccolo e privo di significato.  Passavano i mesi e nessuna novità appariva all’orizzonte, un giorno, eravamo in Quaresima ed io ero allora membro di una delle organizzazioni russe per la gioventù a Parigi, uno dei capi venne da me e disse: “Abbiamo invitato un prete a parlare con te, vieni.” Replicai con violenta indignazione che non sarei andato. Io non amavo la chiesa. Non credevo in Dio e non volevo perdere il mio tempo. Il capo era astuto; mi spiegò che tutti gli appartenenti al mio gruppo avevano agito esattamente nello stesso modo e che, se nessuno fosse andato, saremmo stati tutti screditati perché il prete era venuto e sarebbe stata una vergogna se nessuno fosse stato presente al suo discorso. “Non ascoltare, mi disse il capo, non mi importa che tu ascolti, solamente siedi e fai semplicemente atto di presenza”. Io ero disposto a dare alla mia organizzazione giovanile quella grande prova di fedeltà, così assistetti a tutta la predica. Non intendevo ascoltare ma le mie orecchie erano attente e la mia indignazione non faceva che aumentare.  Ebbi una visione di Cristo e del cristianesimo che destò in me una profonda avversione. Quando la predica fu terminata, corsi a casa per controllare che cosa ci fosse di vero in quanto lui aveva detto. Chiesi a mia madre se avesse il Vangelo per capire quanto fosse fondata la mostruosa impressione che avevo ricavato dalla predica. Non mi aspettavo nulla di buono dalla mia lettura, così contai i capitoli dei quattro Vangeli per essere certo di leggere il più breve, evitando così di perdere tempo senza necessità. Iniziai a leggere il Vangelo secondo Marco.  Mentre leggevo l’inizio di quel Vangelo, prima di arrivare al terzo capitolo, mi accorsi improvvisamente che dall’altra parte della mia scrivania c’era una presenza, ed ebbi l’assoluta certezza che era Cristo, e questa certezza non mi ha mai lasciato. Questo fu il reale momento di trasformazione. Poiché Cristo era vivo, ed io ero stato alla sua presenza, potevo affermare con certezza che quanto il Vangelo diceva circa la crocifissione del profeta di Galilea era vero, e il centurione aveva ragione quando aveva detto: “Costui è veramente il Figlio di Dio.”  Fu alla luce della resurrezione che potei spiegare con certezza la storia del Vangelo, sapendo che ogni cosa in esso contenuta era vera poiché l’impossibile evento della resurrezione era per me più certo di qualsiasi altro avvenimento storico. Dovevo credere nella storia mentre sapevo che la resurrezione era una realtà. Io non scoprii il Vangelo, come vede, iniziando con il primo messaggio dell’annunciazione, esso non mi apparve come una storia alla quale si poteva o meno prestar fede. Cominciò come un evento che lasciò dietro di sé tutti i problemi di incredulità, poiché si trattava di un’esperienza diretta e personale. E questa convinzione le è rimasta durante tutta la sua vita? Non ci sono stati momenti durante i quali ha dubitato della sua fede? Dentro di me acquisii la certezza assoluta che Cristo è vivente e che certe cose sono esistite. Non avevo tutte le risposte, tuttavia, dopo essere passato attraverso quell’esperienza, ero certo che davanti a me esistevano risposte, visioni, possibilità. Questo è ciò che intendo per fede: non dubitare, nel senso di essere in uno stato di confusione o di perplessità, ma dubitare allo scopo di scoprire la realtà della vita, il genere di dubbio che fa sì che si voglia indagare e scoprire di più, che fa sì che si voglia esplorare”.  Quest’esperienza si collega a quella di Paolo poiché Anthony Bloom nel leggere le scritture sente, percepisce la presenza di Gesù come il Vivente, il Risorto. La Chiesa è interprete di una strana mediazione per cui pur avvicinando a Gesù pare essere l’ostacolo più grande per arrivarci; Bloom con questo stato d’animo si accosta al Vangelo e questo segnerà la sua vita fino a fargli abbracciare la vita monastica e a divenire un grande comunicatore della fede anche ai giovani.  Confrontandoci con questi fatti comprendiamo la necessità di andare oltre la conoscenza erudita dei testi sacri, di entrare in un contatto reale con il Cristo confessato come il Vivente. La Lectio divina è per sua natura una lettura pregata della Bibbia, non uno studio biblico. Coglie i frutti dell’esegesi per capire il senso letterale della scrittura, le intenzioni degli autori nel loro limite umano, ma poi, attraverso l’assimilazione del testo (ruminatio) è aperta all’incontro con Gesù.  Alcune penetranti frasi di San Paolo di ricchissimo contenuto sollecitano la riflessione sul senso della vita o possono dare indicazioni pratiche; l’attenzione è necessaria per coglierle durante la Lectio e poi inoltrarsi in un cammino che, iniziato nella lettura personale, comunitaria o liturgica, prosegua nei giorni quando i versetti che più colpiscono illuminano un aspetto o fanno da controcanto rispetto a qualcosa che stiamo vivendo. Se docili alla Parola troveremo la nostra gioia e la nostra pace e faremo un’esperienza vera, personale, della vita cristiana nella relazione con il Signore risorto e presente; questo ci renderà liberi anche da turbamenti di fronte a certe letture ipercritiche e riduzioniste riguardo a Gesù.   Fil 1,1 “Paolo e Timoteo, servi di Cristo Gesù, a tutti i santi in Cristo Gesù che sono a Filippi, con i vescovi e i diaconi”

 San Paolo scrive la Lettera ai Filippesi secondo il modello delle lettere antiche: inizia con il nome dei mittenti e dei destinatari e prosegue con una frase che ben disponga i destinatari a ricevere il testo, la “captatio benevolentiae”, ma lo fa con estrema libertà e si comprende che intenzionalmente usa quelle formule personalizzandole, dando a esse l’intensità e la forza di ciò che vuole esprimere e definendo il genere di relazione che lo lega alle comunità.  Esempio ne è la Lettera ai Galati che, dopo l’indirizzo, con tono brusco e senza alcun elogio, inizia immediatamente con l’ammonizione alla comunità cristiana nella quale l’Apostolo considerava vi fosse il serio pericolo di una deviazione dalla purezza del Vangelo da lui predicato e al quale i Galati avevano aderito credendo alla salvezza proclamata in Gesù Cristo.  La comunità cristiana di Filippi era stata personalmente fondata dall’apostolo. Le fonti a nostra disposizione sono gli Atti degli Apostoli scritti da San Luca, discepolo e compagno di Paolo (Cfr. Fm 24), da lui chiamato il “caro medico” in Col 4,14. Le molte notizie biografiche che gli Atti ci hanno trasmesso non sono state scritte come una cronaca, ma hanno uno scopo teologico: mostrarci come Paolo segua l’esempio di Cristo e come la vita di Cristo sia inserita nella vita stessa della Chiesa.  Dopo decenni di critica negativa degli Atti, l’esegesi contemporanea li sta molto rivalutando riguardo alla storicità dei fatti narrati. In essi sono descritti i tre viaggi missionari compiuti da Paolo. Durante il suo secondo viaggio, il primo in Europa, la cui meta sarà Corinto, si ferma a Filippi, nella Macedonia. At 9,11-15: “11Salpati da Tròade, facemmo vela verso Samotràcia e il giorno dopo verso Neàpoli e 12di qui a Filippi, colonia romana e città del primo distretto della Macedonia. Restammo in questa città alcuni giorni; 13il sabato uscimmo fuori della porta lungo il fiume, dove ritenevamo che si facesse la preghiera, e sedutici rivolgevamo la parola alle donne colà riunite.14C’era ad ascoltare anche una donna di nome Lidia, commerciante di porpora, della città di Tiàtira, una credente in Dio, e il Signore le aprì il cuore per aderire alle parole di Paolo. 15Dopo esser stata battezzata insieme alla sua famiglia, ci invitò: « Se avete giudicato ch’io sia fedele al Signore, venite ad abitare nella mia casa ». E ci costrinse ad accettare.” Paolo aveva annunciato il Signore morto e risorto che, proprio per essere passato attraverso la morte può perdonare tutti i peccati, occorreva solamente accogliere la salvezza che solo Lui può donare. Dalla conversione di Lidia, prima donna europea nelle comunità paoline, e attorno a lei, nasce la comunità cristiana di Filippi. Probabilmente alla fine del secondo viaggio Paolo scrive ai Filippesi con i quali aveva intrattenuto ottimi rapporti, chiamandoli “santi”. Paolo ritiene che tutti quelli che hanno accolto il Signore Gesù siano santi per vocazione, cioè siano separati per il Signore, appartenenti a Lui. Definisce però se stesso e Timoteo, il discepolo che lo accompagna e che considera come un figlio, servi, secondo un’altra tradizione, schiavi. E’ inusuale che qualcuno si presenti come schiavo, soprattutto scrivendo a Greci, ma trovandosi ora in prigione a causa della sua predicazione, è ben felice di essere schiavo di Gesù Cristo.  In un’altra lettera affermerà che, comunque, dobbiamo servire, o Dio, e questo ci rende liberi, o il potere, il piacere, il denaro, i nostri idoli, e connota la sua schiavitù: egli è schiavo di Cristo. Per i greci la schiavitù era la peggior condizione perché solo gli uomini liberi avevano la dignità di cittadini; Paolo non ha paura di rivolgersi loro e dire: io sono schiavo di Gesù.  Papa Gregorio Magno si è definito, servo dei servi di Dio, da allora i Papi si fregiano di quest’appellativo, lo stesso Gesù dopo l’ultima cena lavò i piedi e disse di fare come Lui aveva fatto. Paolo dirà ancora: “Servire Dio è regnare”. Fin dall’incipit dell’epistola cogliamo e dobbiamo considerare la dirompente energia di Paolo che ribalta la realtà dalle radici perché l’incontro con Cristo riqualifica e capovolge la nostra ottica sul mondo, sulla realtà.  I vescovi e agli episcopi sono gli altri destinatari della lettera; questo ci fa intendere che la comunità si è ingrandita e si è strutturata, anche se, solo nel secondo secolo, Ignazio di Antiochia potrà parlare di un vescovo per ogni diocesi e distinguere nettamente i ministeri di vescovi, presbiteri e diaconi. Tuttavia, fin da ora, si delineano funzioni diverse e ministeri. Siamo dunque al cospetto di una piccola, vera Chiesa, così com’era stata voluta da Gesù che scelse i dodici apostoli, dove gli episcopi, gli anziani, vigilano e i diaconi organizzano il servizio alla comunità.  At 1,2 “Grazia a voi e pace da Dio, Padre nostro, e dal Signore Gesù Cristo”  Paolo con questa formula chiede e augura una dimensione di pace piena accostando la parola greca “karis” al saluto ebraico “shalom”, augura così una pace proiettata verso il compimento e la pienezza della vita che possono venire solamente dal Signore Gesù; questa formula non era usuale in ambiente greco e la troviamo pronunciata quasi esclusivamente nelle lettere paoline.  At 1,3-4 “Ringrazio il mio Dio ogni volta ch’io mi ricordo di voi, pregando sempre con gioia per voi in ogni mia preghiera” Comincia ora la preghiera dell’apostolo ed è molto bello ascoltare la preghiera di Paolo. Solitamente si dice che chi ti ammette all’ascolto della sua preghiera, ti ammette nel suo cuore, nella sua intimità. Paolo ringrazia Dio ogni volta che ricorda i Filippesi usando in greco, la parola “eukaristò”, termine che evoca per noi l’eucarestia. Fare memoria nella preghiera: se vivessimo con grande intensità questa dimensione di cura di tutti quelli che ci sono stati affidati dal Signore nel nostro ricordo orante, come ci insegna Paolo, sperimenteremmo la dimensione della gioia, tema fondamentale di questa epistola.  Realmente, infatti, pregare per gli altri suscita una gioia intima; farci carico dei pesi dei fratelli e portarli davanti a Dio dona una profonda gioia al nostro spirito. Paolo ne ha la consapevolezza perchè il pensiero dei Filippesi consola il suo cuore, non solo nel ricordo dell’ospitalità di Lidia, ma perché essi costantemente trasformano la loro esperienza di fede in dono, servizio, riconoscenza, diversamente da quello che accadeva in altre comunità e che lo preoccupava.  Questa lettera quindi che non serve a correggere, non è stata scritta neanche per spiegare un tema teologico come la lettera ai Romani, ma è semplicemente un segno di amicizia che ha lo scopo di confermare, di confortare, di esortare e stimolare alla perseveranza trovandosi lui in prigione e temendo che qualcuno si scoraggi. Il rischio era reale, perchè gli stessi Filippesi, pur essendo una comunità modello, si trovano a dover affrontare non pochi problemi esterni e anche qualcuno interno.  Fil 1,5-6 “…a motivo della vostra cooperazione alla diffusione del vangelo dal primo giorno fino al presente, e sono persuaso che colui che ha iniziato in voi quest’opera buona, la porterà a compimento fino al giorno di Cristo Gesù”  Siamo al motivo a fondamento della gioia e della scrittura della lettera: la propagazione del Vangelo, questo è ciò che lo anima, questo è il compito primario cui assolvono i suoi amici Filippesi. Paolo è un estroverso, non è geloso della sua esperienza come poi dirà di Cristo: “6il quale, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; 7ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, 8umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce” (Fil 2, 6-8).  Sull’esempio di Cristo Paolo non tiene nulla per sé, ma condivide ogni dono del Signore con gli altri. Il suo non è un atteggiamento moralistico, ma è spinto dall’entusiasmo di sentirsi colmo dell’amore di Dio; attribuisce la conversione dei Filippesi all’azione dello Spirito Santo, infatti, nonostante egli sia ora in catene, il messaggio di Gesù continua a propagarsi attraverso l’impegno dei suoi amici cooperatori nella sua opera fin da quel lontano giorno della conversione di Lidia.  Si mostra certo che la diffusione del Vangelo disegnerà una geografia nuova, cambierà il corso degli eventi seppur non senza difficoltà, dato il rifiuto di molti, ma è certo che l’esperienza della fede cristiana si svilupperà e progredirà nella storia, fino alla fine dei tempi.  Fil 1,7 “È giusto, del resto, che io pensi questo di tutti voi, perché vi porto nel cuore, voi che siete tutti partecipi della grazia che mi è stata concessa sia nelle catene, sia nella difesa e nel consolidamento del vangelo”  San Paolo ha un cuore aperto, non guarda solo a sé ma all’amore che sta suscitando questa “koinonia”, termine che indica comunione, compartecipazione, partecipazione alla Grazia. San Pacomio, padre dei monaci cenobiti, termine che indica il vivere insieme, usa questo stesso termine per definire la sua comunità; la koinonia è quella degli apostoli nella prima comunità a Gerusalemme durante la Pentecoste, cioè la comunione piena suscitata dallo Spirito Santo.  Ad Atene Paolo non si era sottratto dal parlare di Cristo e della sua Resurrezione nell’areopago davanti a pagani, ai giudei ma anche a filosofi stoici ed epicurei che là si radunavano e che lo avevano per la maggior parte schernito. Poi, a Corinto, nonostante vi fosse arrivato con gran trepidazione ed estrema debolezza, avendo confidato solo nella potenza della Croce del Signore, vi erano state molte conversioni ed egli se ne era quasi stupito; non le attribuisce però al suo eloquio ma solo a Cristo Gesù che, facendosi riconoscere, trasforma la vita. Dopo aver fondato la comunità di Filippi, avendone visti i buoni inizi e conoscendone la costanza fino al presente, nonostante le difficoltà, si dice certo che Cristo li manterrà fedeli, e prega per la loro perseveranza fino al giorno di Cristo, egli attende sempre il ritorno del Signore e la sua preghiera è sempre orientata verso il compimento finale.  Gesù è presente ogni giorno nel mistero della nostra vita, egli è da scorgere nel chiaro-scuro della fede, ma la nostalgia della sua presenza definitiva è così forte in San Paolo, da fargli desiderare di barattare la vita con la morte, afferma: “Per me, infatti, il vivere è Cristo e il morire un guadagno” (v 21) perché finalmente, come dice san Giovanni, lo vedrò come Egli è. Essendo stato afferrato da Cristo Risorto, ha colto il cuore della Pasqua, la vita donata fino in fondo, la morte sofferta e la resurrezione che significa la vittoria sulla morte e sul peccato. Per Paolo solo questo conta. Non sappiamo se abbia conosciuto Gesù perché ci comunica poche notizie sulla sua vita terrena, in ogni caso l’ha conosciuto secondo lo Spirito e brama solo di vederlo; egli lo desidera per tutti. Sa che ogni uomo è destinato a quest’incontro definitivo, ma sa anche che è necessario un dono speciale del Signore per conservare la fede giorno dopo giorno; nella seconda lettera a Timoteo che, anche se d’incerta attribuzione, riporta le sue parole testamentarie Paolo dice: “Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede.” (2 Tm 4,7).  Prega dunque fiducioso, ogni giorno, per i Filippesi perchè possano essere perseveranti fino all’incontro con Cristo. Paolo ci dirà in questa lettera, e approfondirà maggiormente il tema nella lettera agli Efesini, quanto la vita spirituale sia un combattimento. La vita è un combattimento il cui esito positivo non è scontato, ma è un dono.  Fil 1,8-11 “ Infatti Dio mi è testimonio del profondo affetto che ho per tutti voi nell’amore di Cristo Gesù. E perciò prego che la vostra carità si arricchisca sempre più in conoscenza e in ogni genere di discernimento, perché possiate distinguere sempre il meglio ed essere integri e irreprensibili per il giorno di Cristo, ricolmi di quei frutti di giustizia che si ottengono per mezzo di Gesù Cristo, a gloria e lode di Dio” Paolo chiama Dio a testimonianza del profondo affetto che nutre per tutti loro nell’amore di Cristo Gesù. Questo è il tono fondamentale della lettera: egli scrive alla sua comunità, ma fra lui e i suoi c’è sempre Gesù, essi sono tra loro uniti dal fatto che tutti sono compartecipi della Grazia e della proclamazione e condivisione del Vangelo, della comunione di vita cristiana e del suo consolidamento, e allora prega perché l’amore, cioè la carità, si arricchisca rendendoli integri, irreprensibili, ricolmi dei doni di giustizia che solo il Signore può concedere.  Con le ultime parole della sua preghiera, Paolo rileva il dinamismo della vita spirituale pur nei momenti di stanchezza. Vale sempre la pena di pregare per crescere nella vita spirituale, per scoprire l’efficacia della Parola di Dio nelle situazioni concrete con cui dobbiamo confrontarci, per chiedere che la carità, la partecipazione al dono di Dio, si arricchisca sempre più in conoscenza e in discernimento. Egli vuole indubbiamente una fede ragionata, anche riguardo al progetto di Dio, ma vuole che la conoscenza di Gesù, del suo Vangelo, delle sue logiche, consenta ai Filippesi di usare il giusto discernimento di fronte ai loro problemi concreti.  I Filippesi non erano esenti da ciò che affliggeva in modo pericoloso i Galati: anch’essi erano tentati da predicatori giudeo-cristiani che sostenevano la necessità di osservare la legge mosaica, la cui adesione era simboleggiata dal rispetto della pratica della circoncisione, estranea all’uso pagano. Paolo ne coglie il pericolo, e lo spiegherà nelle lettere ai Galati in maniera accesa, per poi tornare sull’argomento, con maggiore ampiezza, nella pacata e lucida argomentazione della grande lettera ai Romani. l di là dalle profonde implicazioni soteriologiche, sono indubbie le conseguenze negative che l’imposizione ai pagani di pratiche non indispensabili ed estranee alla loro cultura comportava. Cristo con la sua Pasqua aveva abbattuto i muri di separazione e divisione e questa buona novella richiedeva decisioni che ne consentissero la diffusione senza ostacoli.  Di fronte a questa situazione è necessario che i Filippesi, e come loro tutti i credenti nei momenti di dubbio, sappiano ben discernere come comportarsi per scegliere nella libertà propria dei cristiani “non fra il bene e il male ma fra il bene e il meglio”, come dice Sant’Agostino. La gioia, la condivisione del vangelo, il discernimento, il giorno del Signore, questi i temi accennati in questi primi versetti che ritroveremo nel corso della lettura della Lettera ai Filippesi.

Padre Stefano, Abbazia di San Miniato al Monte (FI)

Publié dans:Lettera ai Filippesi |on 20 novembre, 2015 |Pas de commentaires »

LA LETTERA AI FILIPPESI. L’INNO ALLA GIOIA DEI CRISTIANI

http://www.cesnur.org/2012/filippesi.htm

LA LETTERA AI FILIPPESI. L’INNO ALLA GIOIA DEI CRISTIANI

di Massimo Introvigne

Proseguendo nella «scuola della preghiera» dedicata a san Paolo, Benedetto XVI ha proposto nell’udienza generale del 27 giugno 2012 una meditazione su quello «che è, in certo modo, il suo testamento spirituale: la Lettera ai Filippesi. Si tratta, infatti, di una Lettera che l’Apostolo detta mentre è in prigione, forse a Roma. Egli sente prossima la morte perché afferma che la sua vita sarà offerta in libagione (cfr Fil 2,17)».

Dunque, san Paolo sa che sta per morire. E qual è il suo sentimento fondamentale? È un sentimento che ha un ruolo centrale anche nel Magistero di Benedetto XVI: la gioia. Ai Filippesi san Paolo cerca di trasmettere «la gioia di essere discepolo di Cristo, di potergli andare incontro, fino al punto di vedere il morire non come una perdita, ma come un guadagno»: «Siate sempre lieti nel Signore; ve lo ripeto: siate lieti» (Fil 4,4). «Ma – si domanda il Papa – come si può gioire di fronte a una condanna a morte ormai imminente? Da dove o meglio da chi san Paolo trae la serenità, la forza, il coraggio di andare incontro al martirio e all’effusione del sangue?». La risposta si trova precisamente al centro del testo Paolino, in quello che la tradizione ha chiamato «Carmen Christo»: «canto a Cristo» o «inno cristologico». Questo – afferma il Papa appassionato di musica, che a Milano alla Scala il 1° giugno ha commentato l’«Inno alla gioia» di Ludwig van Beethoven (1770-1827) come brano sublime ma «non propriamente cristiano» – è propriamente il vero inno alla gioia dei cristiani.

Qui l’Apostolo si preoccupa non dei propri sentimenti, m di quelli di Cristo: «Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù» (Fil 2,5). Non è solo un esercizio pio. «Si tratta non solo e non semplicemente di seguire l’esempio di Gesù, come una cosa morale, ma di coinvolgere tutta l’esistenza nel suo modo di pensare e di agire». E naturalmente la via di questa conformazione a Gesù è la preghiera. «La preghiera deve condurre ad una conoscenza e ad un’unione nell’amore sempre più profonde con il Signore, per poter pensare, agire e amare come Lui, in Lui e per Lui. Esercitare questo, imparare i sentimenti di Gesù, è la via della vita cristiana».
Ma, in concreto, quali sono i sentimenti di Gesù, che dunque si tratta di sostituire ai nostri? La riflessione in forma di inno di san Paolo su Gesù «parte dal suo essere « en morphè tou Theou », dice il testo greco, cioè dall’essere « nella forma di Dio », o meglio nella condizione di Dio». Dietro a questa affermazione sta tutta la teologia cristiana, ma quello che qui interessa a san Paolo è con quali sentimenti Gesù ha vissuto la sua condizione. Ecco allora, in questo vero e proprio studio dei sentimenti di Gesù Cristo, la celebre affermazione secondo cui Gesù «non vive il suo « essere come Dio » per trionfare o per imporre la sua supremazia, non lo considera un possesso, un privilegio, un tesoro geloso. Anzi, « spogliò », svuotò se stesso assumendo, dice il testo greco, la « morphè doulos », la « forma di schiavo »‘ la realtà umana segnata dalla sofferenza, dalla povertà, dalla morte». Il Pontefice cita Eusebio di Cesarea (265-340), il quale afferma: «Ha preso su se stesso le fatiche delle membra che soffrono. Ha fatto sue le nostre umili malattie. Ha sofferto e tribolato per causa nostra: questo in conformità con il suo grande amore per l’umanità».

E Gesù non ha vissuto l’umiltà e la sofferenza solo a parole: «umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte, e a una morte di croce» (Fil 2,8), morte umiliante – spiega il Papa – perché la crocifissione era la pena riservata agli schiavi – «mors turpissima crucis», la chiama Cicerone (106-43 a.C.).
Il Pontefice sottolinea anche un tema molto caro ai Padri della Chiesa, la corrispondenza – ma inversa – fra Cristo e Adamo. «Adamo, creato a immagine e somiglianza di Dio, pretese di essere come Dio con le proprie forze, di mettersi al posto di Dio, e così perse la dignità originaria che gli era stata data. Gesù, invece, era « nella condizione di Dio », ma si è abbassato, si è immerso nella condizione umana, nella totale fedeltà al Padre, per redimere l’Adamo che è in noi e ridare all’uomo la dignità che aveva perduto». Così, Gesù riconquista per gli uomini quello che per la disubbidienza di Adamo era andato perduto.

Un altro parallelismo inverso – anzi lo stesso – è quello tra la logica di Dio, che è la logica della Croce, e la logica del mondo, che e la logica di Babele, un tema cui il Papa aveva fatto cenno quest’anno nell’omelia di Pentecoste. Il Pontefice ci fa descrivere la logica di Dio da san Cirillo di Alessandria (370-444) : «L’opera dello Spirito cerca di trasformarci per mezzo della grazia nella copia perfetta della sua umiliazione». Quanto alla logica umana, essa, «invece, ricerca spesso la realizzazione di se stessi nel potere, nel dominio, nei mezzi potenti. L’uomo continua a voler costruire con le proprie forze la torre di Babele per raggiungere da se stesso l’altezza di Dio, per essere come Dio». Anche a un’epoca come la nostra, che parla tanto di auto-realizzazione, san Paolo ricorda che «la piena realizzazione sta nel conformare la propria volontà umana a quella del Padre, nello svuotarsi dal proprio egoismo, per riempirsi dell’amore, della carità di Dio e così diventare veramente capaci di amare gli altri. L’uomo non trova se stesso rimanendo chiuso in sé, affermando se stesso. L’uomo si ritrova solo uscendo da se stesso; solo se usciamo da noi stessi ci ritroviamo».

L’analisi della figura di Adamo, però, non dev’essere superficiale. «Se Adamo voleva imitare Dio, questo di per sé non è male, ma ha sbagliato nell’idea di Dio. Dio non è uno che vuole solo grandezza. Dio è amore che si dona già nella Trinità, e poi nella creazione. E imitare Dio vuol dire uscire da se stesso, darsi nell’amore».
Il tema trinitario diventa centrale nella seconda parte dell’inno cristologico della Lettera ai Filippesi. Di Gesù Cristo san Paolo scrive che «Dio lo esaltò e gli donò il nome che è al di sopra di ogni nome» (Fil 2,9). E di fronte a questo nome, «Kyrios, Signore», «che è il nome stesso di Dio nell’Antico Testamento», san Paolo chiede che «ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra, e ogni lingua proclami: “Gesù Cristo è Signore”, a gloria di Dio Padre» (vv. 10-11).
Gesù stesso si era proclamato Signore nel momento di lavare i piedi agli Apostoli: «Capite quello che ho fatto per voi? Voi mi chiamate il Maestro e il Signore, e dite bene perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri» (Gv 13,12-14). Commenta il Papa con le parole del suo libro «Gesù di Nazaret» : «l’ascesa a Dio avviene proprio nella discesa dell’umile servizio, nella discesa dell’amore, che è l’essenza di Dio e quindi la forza veramente purificatrice, che rende l’uomo capace di percepire e di vedere Dio».

Ma, in una «scuola della preghiera», che cosa ricaviamo dalla Lettera ai Filippesi per la nostra preghiera personale? Il Papa ci offre due indicazioni. La prima è la stessa invocazione «Signore» riferita a Gesù: «è Lui l’unico Signore della nostra vita, in mezzo ai tanti « dominatori » che la vogliono indirizzare e guidare. Per questo, è necessario avere una scala di valori in cui il primato spetta a Dio». Insegna la Lettera ai Filippesi: «ritengo che tutto sia una perdita a motivo della sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore» (Fil 3,8). Gesù è «l’unico tesoro per il quale vale la pena spendere la propria esistenza».

La seconda indicazione è la «prostrazione»: il «piegarsi di ogni ginocchio» nella terra e nei cieli, di cui parla san Paolo sulla scia di un’espressione di Isaia. E anche la tradizione cattolica, talora ingiustamente criticata o trascurata, c’insegna a metterci in ginocchio. «La genuflessione davanti al Santissimo Sacramento o il mettersi in ginocchio nella preghiera esprimono proprio l’atteggiamento di adorazione di fronte a Dio, anche con il corpo. Da qui l’importanza di compiere questo gesto non per abitudine e in fretta, ma con profonda consapevolezza. Quando ci inginocchiamo davanti al Signore noi confessiamo la nostra fede in Lui, riconosciamo che è Lui l’unico Signore della nostra vita».

Ora infatti, in ginocchio, riusciamo a capire perché san Paolo attendendo il martirio rimaneva nonostante tutto pieno di gioia. Questo era in effetti «possibile soltanto perché l’Apostolo non ha mai allontanato il suo sguardo da Cristo sino a diventargli conforme nella morte, « nella speranza di giungere alla risurrezione dai morti » (Fil 3,11)».

Publié dans:Lettera ai Filippesi |on 12 octobre, 2015 |Pas de commentaires »

«PER ME IL VIVERE È CRISTO» (Fil 1,12-26)

http://www.atma-o-jibon.org/italiano9/de_virgilio_filippesi2.htm

II. «PER ME IL VIVERE È CRISTO» (Fil 1,12-26)

II.1 LECTIO (14)

12 Desidero che sappiate, fratelli, come le mie vicende si sono volte piuttosto per il progresso del vangelo, 13 al punto che in tutto il palazzo del pretorio e dovunque sono divenute note le mie catene in Cristo. 14 In tal modo la maggior parte dei fratelli nel Signore, incoraggiati dalle mie catene, ancor più ardiscono annunciare senza timore la Parola (15). 15 Alcuni, è vero, predicano Cristo anche per invidia e spirito di contesa, ma altri con buoni sentimenti. 16 Questi lo fanno per amore, sapendo che sono stato incaricato per la difesa del vangelo; 17 quelli invece predicano Cristo con spirito di rivalità, con intenzioni non rette, pensando di accrescere dolore alle mie catene. 18 Ma questo che importa? Purché in ogni maniera, per convenienza o per sincerità, Cristo venga annunciato, io me ne rallegro e continuerò a rallegrarmene. 19 So infatti che tutto questo servirà alla mia salvezza, grazie alla vostra preghiera e all’aiuto dello Spirito di Gesù Cristo, 20 secondo la mia ardente attesa e la speranza che in nulla rimarrò deluso; anzi nella piena fiducia che, come sempre, anche ora Cristo sarà glorificato nel mio corpo, sia che io viva sia che io muoia. 21 Per me infatti il vivere è Cristo e il morire un guadagno. 22 Ma se il vivere nel corpo significa lavorare con frutto, non so davvero che cosa scegliere. 23 Sono stretto infatti tra queste due cose: ho il desiderio di lasciare questa vita per essere con Cristo, il che sarebbe assai meglio; 24 ma per voi è più necessario che io rimanga nella carne. 25 Persuaso di questo, so che rimarrò e continuerò a rimanere in mezzo a voi, per il progresso e la gioia della vostra fede, 26 affinché il vostro vanto nei miei riguardi cresca sempre più in Cristo Gesù, con il mio ritorno fra voi.
Dopo l’indirizzo di saluto (Fil 1,1-2) e l’esordio (1,3-11), il nostro testo inizia con l’allusione alla situazione di prigionia dell’Apostolo, che «desidera»informare del progresso del Vangelo i cristiani di Filippi, chiamandoli «fratelli» (adelphoi). È proprio in un clima di familiarità e di confidenza che Paolo presenta la dialettica paradossale dell’ evangelizzazione, mentre egli si trova «in catene per Cristo» (v. 13: oste tous desmous mou phanerous en Christo). L’annuncio di Cristo è indissolubilmente congiunto con la sorte dell’ Apostolo. Egli intende parlare di sé (v. 12: ta kat’eme) non per mettere al centro la propria condizione, piuttosto per esaltare il misterioso progetto di Dio. L’Apostolo ormai non vive più per se stesso, ma solo per Cristo!
D’altra parte la sofferenza e la prigionia non solo non hanno impedito l’evangelizzazione: al contrario, le catene di Paolo hanno perfino favorito la «corsa della Parola». Al v. 12 si impiega il termine prokope che fa da inclusione con quanto si ritro­va al v. 25: il vantaggio (progresso) del Vangelo e dei cristiani di Filippi (eis prokopen …eis ten hy­mon prokopen). Giudicando la sua condizione, Paolo incoraggia i credenti a leggere la volontà di Dio anche nelle sue catene. Nell’ambiente del pretorio e un po’ dovunque è nota la vicenda dell’ Apostolo e la sua testimonianza cristiana (16). Più che es­sere prigioniero degli uomini, Paolo sa di essere il «prigioniero di Cristo» (cf. Ef 3,1,4,1; Fm1) (17) da qui nasce il suo vanto (1,26). Il legame tra la persona dell’ Apostolo e il Vangelo non si è spezzato: le «catene» che lo limitano, contribuiscono ad «unirlo» di più a Cristo.
Leggendo questi versetti scopriamo come al centro delle considerazioni di Paolo c’è la persona del Cristo. Le catene diventano un incoraggiamento per i cristiani della comunità locale dove egli è detenuto. In un clima di ritrovata fiducia nel Signore (en Kyrio) (18) la «maggior parte» dei fratelli (pleiones) ha ripreso a dedicarsi alla predicazione con maggiore intensità (perissoteros) e senza timore (aphobos). Nel v. 14 è interessante l’espressione tolman ton logon lalein che traduce letteralmente la formula «osare di dire la Parola »: occorre riconqui­stare l’audacia della Parola di Dio, la spinta missionaria della predicazione, senza la quale non è possibile edificare la Chiesa.
Tuttavia nei vv. 15-17 questo processo evangelico è segnato da un’ambivalenza strisciante, che mette in luce la divisione tra i buoni operai e coloro che predicano per invidia e spirito di contesa. L’Apostolo conosce le problematiche della divisione nella comunità e le affronta con sapiente equilibrio di giudizio. Commenta Barbaglio: «In altre circostanze egli non si sarebbe dimostrato così tollerante: non una parola polemica, nessun attacco verbale, solo la constatazione di un fatto. Ma ora è in carcere ed ha interesse a dire ai Filippesi come non abbia cessato per questo di essere annunciatore del Vangelo; almeno indirettamente, per fas e per nefas l’annuncio di Cristo si compie e si compie per suo influsso» (19). Si coglie in questo passaggio la solida e serena maturità del pastore: dare la priorità all’annuncio del Vangelo e non al prestigio della sua persona e della sua autorità apostolica.
Possiamo supporre quale situazione si fosse creata nel contesto ecclesiale, durante la prigionia di Paolo. Alcuni credenti, ritenendo Paolo ormai recluso e tramontato (un «personaggio scomodo»), approfittarono della sua condizione per intensificare la predicazione del Vangelo allo scopo di accrescere il proprio prestigio personale nell’ ambiente e far pesare ancora di più il suo stato di detenuto. Il testo definisce bene i due gruppi: alcuni predicano Cristo per invidia e spirito di contesa, con rivalità e intenzioni non pure, pensando di aggiungere dolore alle sue catene (v. 17), altri predicano con buoni sentimenti e per amore, sapendo che Paolo è stato posto per la difesa del Vangelo (v. 15-16) (20).
Al v. 18 si ricava la posizione dell’Apostolo, introdotta dall’interrogativo retorico: ti gar (che cosa dunque?); a significare «che cosa importa?», espressione che ritroviamo in altri contesti argomentativi dell’ Apostolo (21). Anche se alcuni proclamano Cristo in modo negativo, «per pretesto» (v. 18: prophasei) e altri «nella verità-sincerità» (aletheia), Paolo «esulta e permane nella gioia» (en touto chairo… charesomai) per il fatto che Cristo viene annunciato (Christos kataggelletai). Si intro­duce qui il tema dominante di tutta la lettera che è quello della «gioia» (22). Pur stando in catene, l’Apostolo condivide la gioia del Vangelo e della missione, dando una straordinaria testimonianza cristiana all’intera comunità. Commenta Fabris: «Anche nel testo di Fil 1, 18b si può avvertire un implicito invito rivolto da Paolo ai Filippesi a seguire il suo esempio. Non è la condizione esterna o interna di conflitto che deve condizionare lo stato d’animo dei credenti, ma il fatto che l’annuncio di Cristo sia fatto ed accolto» (23).
Nei vv. 19-26 il tono della comunicazione personale di Paolo si fa più intenso e commovente. Paolo ha la consapevolezza fondata (oida) che quanto sta avvenendo nella sua vita non si verifica per caso, ma risponde ad un preciso progetto di Dio «in vista della salvezza» (v. 19: apobesetai eis sote­rian) (24) In questa prospettiva la salvezza è definita non tanto dalla sorte del predicatore, ma dalla sua fede e dall’aiuto dello Spirito Santo. Egli si dichiara convinto di poter contare sulla preghiera della comunità (v. 19: dia tes hymon deeseos), qualunque cosa accadrà nel suo futuro. Di fronte al proget­to di Dio e al suo Vangelo egli vive una «ardente at­tesa e la speranza» (apokaradokia kai elpida): in nulla egli rimarrà confuso, comunque volgeranno gli avvenimenti che lo riguardano.
L’espressione paolina del v. 20 è costruita in una forma antitetica e ricorda la fraseologia salmica dell’uomo fedele che «confida in Dio»25: «Cristo sarà glorificato nel mio corpo, sia che io viva sia che io muoia» (v. 20). Il cuore di Paolo è segnato da una «piena fiducia» (en pase parresia), che racchiude in sé l’obbedienza a Dio e la forza profetica della sua Parola di salvezza: sia in caso di assoluzione che in quello di condanna a morte, l’Apostolo è persuaso che il suo destino rimarrà indissolubilmente legato a Cristo.
Il notissimo v. 21 costituisce il culmine della dichiarazione dell’ Apostolo: «Per me infatti il vivere (to zen) è Cristo e il morire (to apothanein) un guadagno (kerdos) ». La frase è costituita da due membri accostati senza la copula: ai due verbi antitetici «vivere/morire» corrispondono i termini «Cristo/guadagno». Il pronome iniziale «per me» (emoi), posto in modo enfatico all’inizio della frase, sottolinea il legame profondo che Paolo ha con la persona del Cristo. Il «vivere» nella prospettiva della fede cristologica abbraccia l’intera esistenza dell’ Apostolo, non solo il restare nella carne umana, ma il suo passato e il suo futuro. In Gal 2,20 l ‘Apostolo esprime un simile concetto teologico: «Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato. e ha dato se stesso per me». Anche in questa espressione ritorna la distinzione tra «Cristo vive in me» e il «vivere nella carne». Si comprende come la vocazione di Paolo è qualificata dalla relazione con Cristo, che è la ragione e il centro della sua persona e della sua missione. Nel «cuore di Cristo» abita l’essere di Paolo, passato, presente e futuro.
In questa piena e totale relazione cristologica Paolo considera la morte come un guadagno, espressione paradossale che richiama un topos comune della tradizione filosofica greco-romana (26). La morte diventa una liberazione e, per questo, un guadagno a favore della persona umana, quando la vita è diventata insopportabile. Tuttavia qui Paolo non intende disprezzare la vita, neppure una vita segnata dalle catene: l’accento viene posto sulla centralità di Cristo, che è la pienezza di vita, al cui confronto tutti i beni, i possedimenti e le conoscenze dell’uomo risultano passeggere. Paolo riprenderà questa argomentazione in Fil 3,7-8 quando affermerà che per guadagnare Cristo egli ha considerato una «perdita» tutto quello che poteva essere per lui un «guadagno».
Nei vv. 21-26 si riprende l’antitesi vivere/morire, in riferimento a quanto Paolo stesso desidera. Egli esprime il suo pensiero in un soliloquio mediante una costruzione ipotetica: la prospettiva di vivere «nella carne» (en sarchi) e di lavorare con frutto (karpos ergou) lo mettono nell’imbarazzo della scelta (v. 22). Tra vita apostolica e unione escatologica con Cristo nella morte (v. 23 «essere sciolto dal corpo») Paolo non sa cosa preferire. Nel contesto di Fil 1,23a il passivo di synechesthai («essere preso») esprime bene la condizione di Paolo, che si trova al «bivio di un’alternativa». Da una parte egli ha il «desiderio» (v. 23: ten epithymian echon) di essere sciolto dal corpo per essere con Cristo (syn Christo einai). Questo desiderio è interpretato dall’ Apostolo come la migliore soluzione (27). D’altra parte il «rimanere nella carne» è «più necessario» (v. 24: anagkaioteron di ‘hymas) per il bene della comunità. In questa contrapposizione emerge la vocazione dell’ Apostolo al servizio e alla missione nei riguardi della Chiesa.
Nel v. 25 Paolo si dice convinto della necessità di continuare a lavorare nella Chiesa e di «essere di aiuto» a tutti i credenti per il progresso e la gio­ia della loro fede. L’Apostolo ha a cuore il «progresso» (prokope) di tutti i cristiani, come conseguenza del progresso del Vangelo. Allo stesso modo la gioia della fede è inseparabile con l’annuncio del Vangelo. La pericope era iniziata con la menzione delle «catene» e si conclude con il motivo della «gioia della fede» (chara tes pisteos), che ca­ratterizza il tenore spirituale delle relazioni dell’Apostolo con la comunità di Filippi (cf. Fil 1,3; 2,2.29; 4,1) (28). È questo lo stile che i cristiani devono avere: proclamare con fede il Vangelo della sal­vezza e vivere questo impegno in modo gioioso.
La pericope si chiude al v. 26 con una proposizione finale («affinché», ina), che qualifica ulteriormente la dinamica delle sue relazioni con la co­munità di Filippi. Il termine-chiave di questa finale è costituito dal «vanto» (kauchema ) 29. L ‘Apostolo spera di rivedere i Filippesi con una nuova venuta in mezzo a loro, per dare loro un nuovo impulso spirituale. Così la mèta che orienta la speranza di Paolo in carcere non è solo la proclamazione del Vangelo, ma la crescita spirituale e la gioia dei cristiani di Filippi, che in questa ripresa del suo apostolato avranno un ulteriore motivo di fiducia in Cristo Gesù.

II. 2 MEDITATIO
In questa prima unità primeggia la figura dell’Apostolo Paolo, che si presenta come esempio e come stimolo per la comunità di Filippi. Stando in carcere, Paolo non intende offrire un resoconto della sua situazione, ma vuole rendere partecipi i Filippesi dei suoi stati d’animo e della sua incrollabile speranza, senza preoccuparsi della sua sorte. Si può ben dire che anche nelle catene e nel rischio di venire processato e condannato, Paolo resta sempre il pastore impegnato nell’evangelizzazione e nella cura amorevole della Chiesa. Emerge dal testo una chiara consapevolezza della sua vocazione, che spinge l’Apostolo a tradurre anche la sua situazione di tribolazione e di sofferenza in «annuncio missionario» ricco di speranza.
L’amore dell’ Apostolo per Cristo e per la Chiesa supera anche le divisioni e gli opportunismi di alcuni predicatori ambigui che si distinguevano nella comunità. Egli riesce a vedere un «guadagno» e un «progresso» anche nelle catene. Chi ha scelto di vivere la propria vocazione per Cristo, impara a leggere il bene anche nei contesti di maggiore sofferenza e prova. Le «catene» sono diventate strumento di diffusione della notizia cristiana, sia nell’ambiente imperiale che nelle piazze della città dove vivono e operano i cristiani (Col 4,19; 2Tm 2,9). Esse non sono segno di sconfitta, ma stimolo ed incoraggiamento affinché i cristiani possano riprendere ad annunciare la Parola di Dio con maggiore zelo e senza timore.
La vocazione di Paolo trova la sua definizione spirituale più toccante nel v. 21: dopo aver esposto le problematiche di divisione della Chiesa, Paolo ri­vela il desiderio del suo cuore e si abbandona nella confidenza di Cristo. Egli è stato scelto, afferrato, conquistato da Cristo: la sua esistenza, la sua vocazione, la sua missione sono interamente configurate alla Sua persona. Il vivere di Paolo è Cristo e perfino il «morire» egli considera un «guadagno». Cogliamo in questo densissimo passaggio spirituale il «criterio cristo logico» per valutare la maturità vocazionale del cristiano. Colui che vive nella fede non ha da temere, ma solo da amare e da offrire.
Inoltre il brano paolino fa emergere la responsabilità per la Chiesa. Tale responsabilità implica un discernimento attento e profondo su ciò che accade nella storia dei credenti. Stando in carcere, Paolo ha la possibilità di valutare la sua missione e la situazione che si è venuta a creare: egli desidera essere «sciolto dal corpo», ma è consapevole della propria responsabilità a cui non può rinunciare. La priorità dell’evangelizzazione e della missione supera ogni altra considerazione: la storia della comunità e l’esito del cristianesimo dipendono anche dalla qualità della risposta vocazionale del singolo credente e del singolo pastore.
Un ultimo motivo di meditazione è dato da due termini che segnano il «progresso» dei credenti: la «gioia» e il «vanto». Annunciare il Vangelo di Cristo significa vivere nella gioia della fede e della comunione con il Signore. Lungi dall’ essere espressione gaudente e scanzonata dei godimenti, la «gioia evangelica» è anzitutto «frutto» dello Spirito (cf. Gai 5,22) e testimonianza di pienezza di vita (cf. Gv 16,24). Mentre sta soffrendo, Paolo intende essere di aiuto alla Chiesa perché i creden­ti progrediscano nella «gioia della fede» (cf. At 5,42; 13,52). È questa gioia, donata e condivisa, che caratterizza la nostra scelta vocazionale e il nostro cammino spirituale. Il secondo termine è il «vanto», che l’Apostolo impiega nelle sue lettere per segnalare la singolarità della scelta di Cristo crocifisso e risorto. Le catene di Paolo avrebbero dovuto essere segno di vergogna e diventano occa­sione di vanto. Il vanto non è espressione di orgo­glio, ma indice di unità spirituale con Colui che ci ha salvati.

( sul sito seue « Oratio »)

Publié dans:Lettera ai Filippesi |on 6 mai, 2015 |Pas de commentaires »

« SIATE LIETI NEL SIGNORE »

http://www.stpauls.it/coopera/0810cp/0810cp04.htm

« SIATE LIETI NEL SIGNORE »

Filippi, nella Macedonia, è stata la prima città del continente europeo nella quale è giunto il Vangelo.

Questa lettera può essere datata verso il 56/57 e forse fu scritta durante la prigionia di Paolo ad Efeso (vedi 2Cor1,8-9), più che durante quella subita a Roma o a Cesarea (secondo gli studiosi è comunque difficile stabilire il luogo esatto). Il suo contenuto può essere incentrato su alcuni temi fondamentali, che troviamo esposti con una certa frammentarietà lungo tutta la lettera: l’amore di Paolo per questa comunità (capitoli 1 e 4), il riferimento a Cristo come modello di umiltà per il cristiano (capitolo 2, con lo splendido inno liturgico della Chiesa primitiva sull’abbassamento e l’esaltazione di Cristo, Figlio di Dio fatto uomo), il ruolo decisivo di Cristo – e non più quello della legge mosaica – nella vita di Paolo e del cristiano (capitolo 3). Su tutto aleggia il clima sereno della gioia cristiana (vedi 3,1: «State lieti nel Signore»; 4,4: «Rallegratevi nel Signore sempre»), il sentimento della gratitudine per il dono del Vangelo, l’apertura a tutto ciò che di buono Dio ha posto nel nostro mondo (vedi 4,8: «In conclusione, fratelli, tutto quello che è vero, nobile, giusto, puro, amabile, onorato, quello che è virtù e merita lode, tutto questo sia oggetto dei vostri pensieri»).
«Vi porto nel mio cuore». La lettera si apre con un intenso e affettuoso saluto ai destinatari, che Paolo assicura di portare sempre nel cuore. Prosegue con il ringraziamento a Dio per aver consolidato questa comunità che l’apostolo ha fondato e per aver reso i membri ottimi cooperatori nella diffusione del Vangelo (1,5), fino a scrivere i loro nomi « nel libro della vita » (4,3). Quello dei collaboratori è un tema ricorrente in questa lettera, che mantiene così una viva attualità anche per il nostro tempo, dove ormai il Cristianesimo si gioca sulla collaborazione di tutti i membri delle comunità di fede, nessuno escluso. Si alternano poi la preghiera per la comunità, l’esortazione a una continua crescita spirituale, l’incoraggiamento ad annunciare il Vangelo anche in mezzo alle sofferenze e a sostenere la stessa lotta che per il Vangelo sostiene Paolo. È chiaro il riferimento alla prigionia (che Paolo chiama qui tre volte con il nome di « catene »), ma anche alla lotta che l’apostolo deve intraprendere contro i giudaizzanti (chiamati in 3,2 « cani, cattivi operai, quelli che si fanno circoncidere », e in 3,18: « nemici della croce di Cristo »), cioè quei predicatori che continuano a presentare la legge mosaica senza collegarla al compimento che esse hanno avuto in Cristo.
È Cristo che va posto al centro, non più la legge, la quale ha già esaurito il ruolo di luce e di vita che le attribuiva l’antico Israele, in attesa del compimento in Cristo Gesù. In forza di questo compimento Paolo può osare alcune sconvolgenti affermazioni: « Per me vivere è Cristo e il morire un guadagno » (1,21). « Quello che poteva essere per me un guadagno, l’ho considerato una perdita a motivo di Cristo. Anzi, tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura » (3,7-8). A questo riguardo, nel capitolo 3° Paolo ricorda la propria identità di ebreo osservante della legge e come, preso per mano da Cristo sulla via di Damasco, egli sia stato condotto alla piena comprensione della sua centralità e dell’unicità della salvezza da lui offerta (e non più dalla legge e dalle sue opere). L’uscire dall’ambito della legge e dimenticare la propria identità passata, e l’entrare nell’ambito nuovo di Cristo e della sua salvezza è ciò che Paolo chiama « protendermi verso il futuro » (3,13).
Cristo, modello di umiltà. Il capitolo 2° contiene lo stupendo inno, con il quale le prime comunità paoline cantavano il mistero dell’incarnazione-umiliazione di Cristo e quello della sua risurrezione-esaltazione. In esso convergono le immagini e le parole che il profeta Isaia riferiva al Servo sofferente del Signore ( qui rese con i termini « spogliò se stesso », « umiliò se stesso », riferiti a Cristo), ma anche le parole delle più antiche professioni della fede (racchiuse nei termini « esaltare », « dare un nome », « proclamare che Gesù Cristo è il Signore »). L’esortazione di Paolo è un invito ai Filippesi, e ai cristiani di ogni tempo, a fare della loro comunità il luogo in cui appare in tutta la sua luminosità il mistero della umiliazione.

Publié dans:Lettera ai Filippesi |on 1 mai, 2015 |Pas de commentaires »
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