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DOMENICA 4 AGOSTO: COMMENTI DI MARIA NOELLE THABUT – COLOSSESI 3: 1-5. 9-11

http://www.eglise.catholique.fr/foi-et-vie-chretienne/commentaires-de-marie-noelle-thabut.html

(Traduzione Google dal francese)

DOMENICA 4 AGOSTO: COMMENTI DI MARIA NOELLE THABUT

SECONDA LETTURA – COLOSSESI 3: 1-5. 9-11

Prima osservazione: « . Quelle della terra » Paolo fa una distinzione tra quelle che chiama « le cose di lassù » e Non c’è molto da sopra o da sotto, che significa che ci sono due modi di vivere: ci sono ispirati dallo Spirito Santo e quei comportamenti che non sono ispirato da lui. Ciò che egli chiama la « cose ??di lassù » è bontà, di umiltà, di mansuetudine, di pazienza, il perdono reciproco … Tutto questo è il modo di vivere secondo lo Spirito, ciò che è o ciò che dovrebbe sempre essere il comportamento dei battezzati. Ciò che egli chiama le realtà terrene è dissolutezza, lussuria, passione, avidità, lussuria … Ovviamente, tutti questi modi, non ci sono ispirati dallo Spirito Santo.
 Il secondo punto: quando dice « siete risorti », è il nostro battesimo parla. Questo è il motivo per cui è un chiaro legame tra il nostro battesimo e il nostro stile di vita: « Voi siete risorti con Cristo. Quindi, cercare le cose di lassù « .
 Terza osservazione: parla questo per dire « sei cresciuto », tre righe in basso, invece, mi ha detto « sei morto » … Ci sentiamo vivi, ma è per dire, non ancora morto … figuriamoci risorto! Dobbiamo quindi credere che le parole non hanno lo stesso significato per lui come per noi! E poi, noi riconosciamo la teologia di Paolo. Per lui, dal momento che la risurrezione di Cristo, nulla è come prima.
 Essere il risorto, è proprio nascere un nuovo modo di vita, una vita nello Spirito, quello che lui chiama le cose di lassù. Un « cristiano » di solito è qualcuno che si trasforma, che vive e come ha fatto Cristo: egli chiama un « uomo nuovo ». Vedendo vivere e di vedere dal vivo le nostre comunità, dovremmo essere in grado di dire che c’è un prima e dopo il Battesimo. La nostra vita quotidiana non è cambiato, ma dal momento che la risurrezione di Cristo e il battesimo, c’è un nuovo modo di vivere il nostro comportamento realtà quotidiana alla maniera di Cristo.
 Tuttavia, non è affatto un disprezzo che, chiamiamo le cose della terra, invece, Paul ha appena detto più avanti nella stessa lettera: « Qualunque cosa tu possa fare o dire, fate tutto nel nome del Signore Gesù, rendendo grazie per mezzo di lui a Dio Padre. « In altre parole, Dio ci ha affidato, con le realtà della nostra vita quotidiana, non è per noi di disprezzare!
 Anche in questo caso, non è di vivere una vita diversa da quella ordinaria, ma di vivere la vita altrimenti ordinaria. E ‘questo mondo che è promessa nel Regno Unito, non è quindi da disprezzare, ma già vivere come il seme del Regno. E questo regno, che cos’è? E ‘il luogo in cui tutti gli uomini sono fratelli, come ha detto Paolo nella lettera ai Galati: « In Cristo Gesù, voi tutti siete figli di Dio mediante la fede. Infatti, siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo non c’è né Ebreo né Gentile, non c’è né schiavo né uomo libero, non c’è più la maschio e femmina, per tutti voi, non sono più uno in Cristo Gesù. « (Gal 3, 26-28).
 Abbiamo sentito termini quasi identici nella lettera ai Colossesi (la nostra lettura di questa Domenica): « Non è più greco e Ebreo, l’Ebreo e Gentile, non c’è barbaro , selvaggio, schiavo, uomo libero, non vi è il Cristo in tutto ciò che è. « 
 Se si sente il bisogno di riprodurre quasi esattamente un intero passaggio della Lettera ai Galati è che la comunità di Colossi era probabilmente ancora gli stessi problemi di Galati. Ma questi problemi Galati, li conosciamo bene: in particolare, vi è la grande questione che ha afflitto le prime comunità cristiane dove i non-ebrei volevano diventare cristiani, Paolo, che era di origine ebraica, tuttavia, ha fatto non ritenuto opportuno imporre usanze ebraiche, le abitudini alimentari, la purificazione costumi e soprattutto la circoncisione. In Galati, come più tardi in Colossesi, così è stato nelle comunità cristiane del circonciso battezzati e altri che non lo erano. Ma i predicatori, gli ebrei originale, troppo, è venuto e pubblicamente sostenuto la tesi opposta: quando non ebrei diventano cristiani, non basta essere battezzati, dobbiamo prima fare gli ebrei dalla circoncisione .
 La risposta di Paolo ai Galati, la risposta dell’autore della Lettera ai Colossesi sono identici: il battesimo fatto di voi fratelli, nessuna delle distinzioni tra le precedenti non si può contare, tra cristiani, mentre ostracismo è mosso, lo farei hanno detto superato. Tradurre « Siete tutti battezzati », voi siete di Cristo, che è tutto ciò che conta. Ecco la vostra dignità, anche se lì le differenze di ruolo della società civile, tra uomini e donne, anche se nella Chiesa le stesse responsabilità si sono affidati in materia di fede, si sono principalmente battezzati. « Non c’è più schiavo né libero uomo » di nuovo, questo non significa che Paolo chiama la rivoluzione, ma a prescindere dalla condizione sociale di ogni altro, si per la stessa considerazione tutti sei battezzato. Non si guarda con meno rispetto e deferenza che vi appaiono meno in cima alla scala sociale: Penso che la raccomandazione è tanto per noi oggi!
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 Complemento
 - Alcuni studiosi ritengono che questa cosiddetta lettera di Paolo ai Colossesi non è forse Paolo, che è anche non è mai andato a Colossus: Questo è Epafra, discepolo di Paolo che ha fondato la comunità. Secondo un just-in-processo viene accettato e la corrente nel primo secolo (e chiamato pseudepigraphy), si ipotizza (ma questa è solo un’ipotesi), discepolo di Paolo molto vicino al suo pensiero sarebbe indirizzato ai Colossesi nella veste di autorità dell’apostolo perché il tempo era grave. Se l’ipotesi è corretta, non sorprende di trovare in questa scritte frasi letterali presi in prestito da Paolo e gli altri che mostrano come la meditazione teologica, ha continuato a crescere nella comunità cristiana, Gesù aveva detto:  » Lo Spirito vi guiderà alla verità tutta intera. « E negli ultimi domeniche abbiamo già avuto occasione di sottolineare gli sviluppi teologici che ancora non sono riflesse nelle opere di Paolo stesso.

COMMENTO ALLA SECONDA LETTURA: COLOSSESI 2,12-14

http://www.nicodemo.net/NN/commenti_p.asp?commento=Colossesi%202,12-14

COLOSSESI 2,12-14

Fratelli, 12 con Cristo siete stati sepolti nel battesimo, in lui siete anche stati insieme risuscitati per la fede nella potenza di Dio, che lo ha risuscitato dai morti.
 13 Con lui Dio ha dato vita anche a voi, che eravate morti per i vostri peccati e per l’incirconcisione della vostra carne, perdonandoci tutti i peccati, 14 annullando il documento scritto del nostro debito, le cui condizioni ci erano sfavorevoli. Egli lo ha tolto di mezzo inchiodandolo alla croce.

COMMENTO
Colossesi 2,12-14

BATTESIMO E PERDONO DEI PECCATI
L’esordio dello scritto ai Colossesi (Col 1,1-23) termina con una enunciazione dei temi che l’autore intende trattare. Essi sono: l’opera di Cristo per la santità dei credenti, la fedeltà al vangelo ricevuto, il vangelo annunziato da Paolo (cfr. 1,21-23). L’ultimo di questi temi è quello trattato per primo (1,24 – 2,5). Successivamente l’autore affronta il secondo tema, che riguarda la fedeltà al vangelo (2,6-23) e infine si concentra sull’opera di Cristo per la santità dei credenti (3,1 – 4,1). Al centro del secondo di questi tre sviluppi Paolo pone alcuni spunti cristologici, riguardanti il rapporto che i credenti hanno con Cristo (2,9-15). Nel testo liturgico è ripresa la parte finale di questo brano. Il pensiero in esso contenuto si sviluppa in due momenti: il battesimo con Cristo (v. 12); il perdono dei peccati (vv. 13-14).
Il battesimo con Cristo (v. 12)
Prima di parlare del battesimo, l’autore si rivolge ai suoi interlocutori in seconda persona plurale. Ciò significa che egli suppone di avere di fronte un pubblico di gentili diventati cristiani. Egli afferma che in Gesù abita tutta la pienezza della divinità ed essi hanno avuto parte alla sua pienezza, che fa di lui il capo di ogni principato e di ogni potestà (Col 2,9-10). Egli continua, sempre  usando la seconda persona plurale, sottolineando che in lui essi hanno ricevuto non una circoncisione fatta da mano di uomo mediante la spogliazione del corpo di carne, cioè la circoncisione fisica, ma la vera circoncisione di Cristo (Col 2,11; cfr. Ef 2,11). Egli spiega poi in che cosa consiste la circoncisione di Cristo: «Con lui infatti siete stati sepolti nel battesimo, con lui siete anche risorti mediante la fede nella potenza di Dio, che lo ha risuscitato dai morti» (v. 12).
Diversamente dalla circoncisione fisica, la «circoncisione di Cristo» ha luogo in rapporto con Cristo e in unione con lui. Essa consiste nel battesimo, che è presentato da Paolo, nella polemica contro i giudaizzanti, come la vera circoncisione (cfr. Fil 3,3). L’autore di Colossesi riprende questa immagine definendo il battesimo come un essere sepolti con Cristo, cioè come una partecipazione alla sua morte, e come una risurrezione con lui. È chiara l’allusione al rito del battesimo come immersione nella morte e risurrezione di Cristo di cui parla Paolo in Rm 6,3-4. L’autore di Colossesi sottolinea che ciò è avvenuto per mezzo della fede, non direttamente in Cristo, come avrebbe detto Paolo, ma nella potenza di Dio che lo ha risuscitato dai morti. La risurrezione, sia di Cristo che dei credenti, è dunque opera della potenza di Dio. Inoltre la risurrezione del credente viene presentata come un evento ormai realizzato (cfr. Col 3,1-4), mentre per Paolo era ancora un evento futuro (cfr. Rm 6,5). Nel contesto della crisi determinata dal ritardo della parusia, cioè del ritorno di Cristo, si tende a presentare la partecipazione alla risurrezione di Cristo come una realtà che non riguarda un futuro non precisabile, ma che è già presente e operante. I gentili diventati cristiani non hanno dunque bisogno del rito della circoncisione, che i falsi dottori di ispirazione giudaizzante volevano imporre loro, perché hanno il battesimo, che fin d’ora li fa partecipi della vita gloriosa di Cristo risorto.

Il perdono dei peccati (vv. 13-14)
Gli effetti del battesimo vengono così descritti: «Con lui Dio ha dato vita anche a voi, che eravate morti a causa delle colpe e della non circoncisione della vostra carne, perdonandoci tutte le colpe e annullando il documento scritto contro di noi che, con le prescrizioni, ci era contrario: lo ha tolto di mezzo inchiodandolo alla croce» (vv. 13-14). Prima di diventare cristiani, i gentili erano morti a causa delle loro colpe e della loro incirconcisione. L’idea qui espressa si richiama chiaramente a Gal 2,15 dove Paolo definisce così la differenza tra giudei e gentili: «Noi che per natura siamo giudei, e non peccatori dalle genti…» (cfr. Ef 2,11): la circoncisione pone dunque in un mondo a parte, che contrasta con quello dei gentili dominati dal peccato, pur essendo fuori discussione che tutti, giudei e gentili, hanno bisogno di essere giustificati in Cristo. Perciò a questo punto l’autore della lettera passa dalla seconda alla prima persona plurale e afferma che noi tutti, giudei e gentili, abbiamo ricevuto in Cristo il perdono dei loro peccati.
Egli descrive poi questo perdono simbolicamente come un annullare, cioè togliere valore, a un «documento scritto» (cheirographon), contenente delle «prescrizioni» (dogmata, clausole), il quale era contro di noi. E aggiunge che questo documento è stato inchiodato alla croce.  In questa frase non è chiaro che cosa l’autore intenda per «documento scritto». Normalmente si pensa che si tratti dell’elenco dei debiti, cioè delle colpe commesse, che stanno contro l’umanità non ancora giustificata come un atto d’accusa. Esse sarebbero state annullate per mezzo della croce di Cristo. Spesso si aggiunge che Cristo avrebbe annullato il nostro debito prendendo su di sé la pena che sarebbe spettata a noi.
Ma è meglio ritenere che l’autore riprenda qui la polemica di Paolo nei confronti della legge, di cui i falsi dottori volevano forse imporre la pratica ai cristiani di Colosse. Alla luce delle argomentazioni paoline, egli presenta qui la legge come un documento scritto contenete precetti  che sono contro di noi, perché in quanto peccatori non siamo in grado di praticarli. Questa interpretazione è confermata dal confronto con la lettera sorella agli Efesini dove si dice che Cristo ha fatto di giudei e gentili un popolo solo, abbattendo il muro di separazione che era frammezzo, cioè l’inimicizia, «annullando, per mezzo della sua carne, la legge fatta di prescrizioni e di decreti (dogmata)…» (Ef 2,15). Portando all’estremo il discorso di Paolo, egli affermerebbe allora che la legge è stata eliminata da Dio stesso mediante la croce di Cristo in quanto, a causa del perdono e della vita nuova che egli ci ha dato in lui, essa non è più necessaria per far sì che l’uomo compia la volontà di Dio.
Al termine del brano, nell’ultima parte omessa dalla liturgia, l’autore afferma che, così facendo, Dio ha spogliato i principati e le potestà e ne ha fatto pubblico spettacolo, trionfando su di loro in Cristo. Questa frase deve essere collegata con l’affermazione, contenuta nell’inno cristologico (Col 1,16), secondo cui i principati e le potestà sono stati creati per mezzo di Cristo. Si tratta probabilmente di quelle potenze spirituali che si riteneva avessero un potere tutelare nei confronti della legge e si servissero di essa per esercitare il loro potere sull’umanità peccatrice. Una volta che la legge è stata eliminata, anch’esse perdono il loro potere e vengono trascinate nel corteo trionfale di Cristo, cioè sono assoggettate a lui. Probabilmente l’autore si riferisce qui ai colossesi che, in nome di queste potenze, venivano attirati all’adesione alla legge mosaica.

Linee interpretative
L’autore di questo brano riprende temi paolini in funzione di comunità formate da gentili divenuti cristiani, i quali subiscono forti pressioni per aderire a una forma di religione nella quale svolge ancora un ruolo determinante la circoncisione e l’osservanza della legge come mezzo per stabilire un rapporto autentico con Dio. Egli vuole far loro capire che la circoncisione, pur avendo caratterizzato il popolo di Dio, or non ha più nessun valore. È attraverso l’adesione a Cristo, significata nel battesimo, che il credente riceve la partecipazione alla vita nuova di Cristo, e di conseguenza i suoi peccati sono perdonati. Il perdono di Dio non è solo una realtà intellettuale, ma piuttosto fa scattare la molla dell’impegno per compiere la volontà di Dio. In questa prospettiva non ha più senso parlare di legge. Questa aveva importanza solo prima del battesimo, in quanto metteva come dei paletti oltre i quali non si poteva andare. Ma ormai questo ruolo, in gran parte inefficace, è finito. Con la sua morte in croce Gesù ha aperto nuove prospettive che non hanno più nulla a che fare con la legge e con il peccato.
Questo discorso sul peccato e sul perdono mette in luce l’importanza della fede e del battesimo ai fini di condurre una vita santa. Per l’uomo peccatore l’esistenza di una legge fa sì che egli sia coinvolto nella spirale peccato – legge – castigo. Chi si trova in questo circolo vizioso è sottoposto ai poteri che dominano il mondo, primi fra tutti il potere economico e politico. La morte di Cristo in croce, provocando il perdono di quelli che credono in lui, vince anche i poteri che dominano la società. È vero, non si tratta ancora di una vittoria piena e definitiva. Ma è proprio mediante coloro che credono in lui che Gesù continua a mettere un limite ai poteri di questo mondo e, in prospettiva escatologica, li destina ad essere sottomessi a lui. Il Paolo storico avrebbe parlato piuttosto di una distruzione dei poteri (cfr. 1Cor 15,25-27)

COMMENTO ALLA SECONDA LETTURA – COLOSSESI 1,24-28

http://www.eglise.catholique.fr/foi-et-vie-chretienne/commentaires-de-marie-noelle-thabut.html

(traduzione Google dal francese)

SECONDA LETTURA COLOSSESI 1,24-28

La prima frase di questo articolo è impressionante! « Quello che resta alle sofferenze di Cristo, che ho fatto nella mia carne » come sentire questa frase? Ci sarebbe quindi sottoporsi Cristo sofferente o noi, per buona misura, in qualche modo? A quanto pare, ci stanno ancora soffrendo a sopportare, come dice Paolo, ma non è « per buona misura. » Ciò non è dovuto ad un requisito di Dio! Questo è, purtroppo, una necessità a causa della durezza del cuore degli uomini!
 Ciò che rimane a soffrire sono le difficoltà, l’opposizione e persino persecuzioni affrontato da qualsiasi evangelizzazione attività. Gesù stesso ha chiarito in diverse occasioni, prima e dopo la sua passione e risurrezione, gli apostoli, ha detto: « E ‘necessario che il Figlio dell’uomo deve soffrire molto, essere riprovato dagli anziani, dai sommi sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e il terzo giorno essere sollevata. « (Lc 9, 22), e dopo la sua risurrezione, ha spiegato ai discepoli di Emmaus: » Non doveva il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria? »(Lc 24, 26). E quale è stata la sorte del maestro sarà quella dei suoi discepoli ancora una volta, ha messo in guardia: « Consegneremo a tribunali e le sinagoghe, sarete bastonati, ti troverai davanti a governatori e re a causa della me: hanno un testimone qui. Perché deve prima essere proclamato il Vangelo a tutte le nazioni. »(Mc 13, 9-10). Siamo stati avvertiti: come il compito non è completato, sarà ancora dare problemi e attraverso molte difficoltà e persino persecuzioni. Questa buona pratica nella nostra carne.
 Non è ovviamente una questione di immaginare che derivano da un decreto di Dio, desiderosi di vedere i propri figli soffrire, e la contabilità delle loro lacrime che presupposto distorce il Dio di misericordia e di compassione che Mosè stesso aveva già scoperto. La risposta è duplice: in primo luogo, per l’opera di evangelizzazione, Dio invita i dipendenti, non agisce senza di noi, e in secondo luogo, il mondo si rifiuta di ascoltare la Parola, di non dover modificare il comportamento; allora si oppose con tutte le sue forze per diffondere la Buona Novella. Questo può andare fino a perseguitare e reprimere testimoni indesiderati della Parola. Questo è esattamente ciò che Paolo imprigionato per troppo di Gesù Nazareth.1 E nelle sue lettere ai giovani comunità cristiane vide incoraggia ripetutamente i suoi interlocutori ad accettare di girare la persecuzione inevitabile: « Nessuno abbia mosso da questi studi attuali, perché sapete che siamo destinati. « (1 Ts 3, 3). E Pietro fa lo stesso « Resist, saldi nella fede, sapendo che le medesime sofferenze sono per i vostri fratelli sparsi per il mondo. « (1 Pietro 5, 9-10).
 Non è quindi questione di mollare: « Quel Cristo, predichiamo, dice Paolo, (che significa, contro ogni previsione), mettiamo in guardia tutti gli uomini, insegniamo ogni uomo con la saggezza di portare ogni uomo alla perfezione in Cristo. « E ‘iniziato, dobbiamo completare l’opera di annuncio. E ‘così che nella lettera ai Romani, Paolo vede il suo ministero: « La grazia che Dio mi ha dato è di essere un officiante di Gesù Cristo tra i pagani dedicati al ministero del vangelo di Dio in modo che i Gentili possono essere un’offerta, santificata dallo Spirito Santo, a Dio gradita. « (Rm 15, 15-16).
 E cresce a poco a poco la Chiesa, il Corpo di Cristo dalla prima lettera ai Corinzi (1 Cor 12), la visione di Paolo è stata ulteriormente ampliata: nella lettera ai Corinzi, Paolo stava già usando l’immagine di corpo, ma solo per parlare del rapporto tra i loro membri in ogni chiesa locale, qui sta valutando la Chiesa universale, grande corpo di cui Cristo è il capo. E ‘quella parte di umanità che riconosce il primato di Cristo su tutto il cosmo di cui parlava l’inno dei versi precedenti: « Egli è immagine del Dio invisibile, generato prima di ogni creatura, per la c ‘In lui tutte le cose sono state create nei cieli e sulla terra, poteri visibili e invisibili: tutte le cose sono state create da lui e per lui. Egli è prima di tutte le cose, e in lui tutte le cose sussistono. Egli è anche il capo del corpo, cioè della Chiesa. « (Col 1, 15-18) .2
 Il mistero del disegno di Dio è stato rivelato per i cristiani, è la loro fonte inesauribile di gioia e di speranza: « Cristo è in voi, lui, la speranza della gloria! »(V. 27). E questa è la meraviglia della presenza di Cristo in mezzo a loro che trasforma credenti testimoni. Nella seconda lettera ai Corinzi, Paolo può dire: « Come le sofferenze di Cristo abbondano in noi, così anche per mezzo di Cristo, abbonda anche la nostra consolazione. « (2 Cor 1, 5). E nella lettera ai Filippesi: « Dio ti ha fatto in relazione a Cristo, non soltanto di credere in lui, ma anche di soffrire per lui. »(Fil 1, 29). Qui, ha esordito dicendo: « Sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi, perché rimane delle sofferenze di Cristo, che ho fatto nella mia carne per il suo corpo, che è Chiesa. « 

LA LETTERA AI COLOSSESI: GESÙ E L’UNIVERSO

http://translate.google.com/translate?u=http%3A%2F%2Fwww.thinkingfaith.org%2Farticles%2F20090623_1.htm&hl=en&langpair=auto|it&tbb=1&ie=ISO-8859-1

(traduzione dall’inglese Gadget di Google, mi sembra discreta, leggibile)

LA LETTERA AI COLOSSESI:  GESÙ E L’UNIVERSO

BRIAN PURFIELD

Nel concludere l’Anno Paolino, Brian Purfield guarda Lettera di Paolo ai Colossesi, in cui il primato di Cristo è evidenziata. L’apostolo dice ai cristiani di Colosse che Cristo è la ‘il primogenito di tutta la creazione’ – perché è stato questo ad un messaggio importante per Paolo per insegnare, e come possiamo lasciare che questo forma la nostra fede?
La lettera ai Colossesi si rivolge a una comunità cristiana nella valle del Lico in Asia Minore, a circa 100 km a est di Efeso. I problemi erano sorti tra i cristiani di Colossi, causata da alcuni insegnanti che parlavano della relazione di Cristo con l’universo (cosmo). Lettera di Paolo, come vedremo, è stato un tentativo di dissipare i malintesi su posto di Gesù ‘nel mondo e per sottolineare ai Colossesi il primato di Cristo: la fede in lui non doveva adattarsi alla loro visione del mondo, deve essere la loro visione del mondo.
Colossi è stato considerato come una città importante nel 5 ° secolo aC e il dopo, ma è stato gradualmente superato da Laodicea e di Hierapolis in modo che entro il 1 ° secolo dC è stato considerato una città più piccola. Un grave terremoto in 60-1 CE può aver contribuito ulteriormente al suo declino. Paolo stesso non ha fondato la chiesa Colossesi (Col 2,1) e, al momento di scrivere questa lettera, non ci aveva visitato (1,4). La chiesa è stata apparentemente fondata da Epafra che era di Colosse (1:07, 4:12; Filemone 23) e il cui saluto Paolo invia alla comunità. (4,12).
Gli insegnamenti che erano un motivo di preoccupazione per Paul sottolineato angeli (2,18), ‘principati e potestà « (2,15) e le varie osservanze rituali che sono stati disposti in un calendario organizzato attorno i corpi celesti, il sole, la luna, e stelle (2,16). Sembra che i cristiani gentili della zona sono stati attratti da una forma esoterica dell’ebraismo che includeva le regole sul cibo e bevande e discipline ascetiche (2,18). Nella sua lettera, Paolo insiste sul fatto che queste pratiche sminuire la persona e l’opera di Cristo per la salvezza. Egli definisce questo fuori magnificamente in un inno noto (1,15-20) e continua a dire che tali insegnamenti non sono che ‘ombre’; Cristo è ‘realtà’ (2,17).

Sfondo
Per un aiuto nell’affrontare i problemi che i nuovi insegnanti poste a Colosse, Epafra cercato Paolo, che sappiamo essere stato in carcere (4:10,18) – ma come fu imprigionato più volte il luogo e la data di composizione sono incerti. Tradizionalmente entrambi gli arresti domiciliari a Roma, in cui Paolo godeva di una certa libertà limitata in predicazione (cfr. Atti 28:16-28), oppure una seconda prigionia romana è stata rivendicata come impostazione. Altri suggeriscono una prigionia prima a Cesarea (At 23:12 – 27:1) o in Efeso (cfr At 19). Altri ancora considerano la lettera come l’opera di un seguace di Paolo, scrivendo nel suo nome.
La lettera segue il consueto schema di lettere indiscussi di Paolo: saluto, il ringraziamento e la supplica, il corpo della lettera costituito dottrinali e insegnamenti etici, e la conclusione di esortazioni, programmi di viaggio e messaggi e saluti correlati. In realtà, il contenuto della lettera sono anche strettamente parallelo da pensieri in Efesini. Se non è composta da Paolo stesso, nella lettera ai Colossesi è probabilmente il primo esempio di ricezione e adattamento di teologia di Paolo nella Chiesa primitiva.
La lettera è sicuramente nello spirito di Paolo, contiene molto dalla sua lingua e la teologia. Come molte delle altre lettere di Paolo, sembra che abbia affrontato una crisi reale (l’attrazione di Gentile cristiani ad un ebraismo esoterico), nelle chiese del fiume regione Valle Lico (se non a Colosse stessa, che potrebbe essere stato in rovina a causa per il terremoto). La lettera fornisce pareri teologica e pastorale per i cristiani gentili che cercavano di capire chi erano, come cristiani in relazione alle attrazioni intellettuali, spirituali e sociali della forma locale del giudaismo.
Paolo loda la comunità nel suo insieme (1:3-8). Questo suggerisce che, anche se i Colossesi erano sotto pressione per adottare le false dottrine, non avevano ancora ceduto. Paolo esprime la sua preghiera preoccupazione per loro (1:9-14). La sua predicazione ha portato alla sua persecuzione, la sofferenza e la prigionia, ma egli considera questi come riflettono le sofferenze di Cristo, una disciplina necessaria per il bene del vangelo (1,24). Le sue istruzioni per la famiglia cristiana e di schiavi e padroni richiedono un nuovo spirito di riflessione e di azione. L’amore, obbedienza e di servizio devono essere resi ‘nel Signore’ (3:18-04:01).

Gesù e l’Universo
Primi scritti di Paolo riflettono il Vangelo che predicava, e cioè che la salvezza viene a noi in Gesù Cristo. Egli ha sottolineato che siamo un popolo abbellito e che noi siamo il corpo di Cristo (1 Cor 12,12, 27). Più tardi nella sua vita, Paolo ha dovuto affrontare una questione più ampia. La domanda nella Lettera ai Colossesi è più semplicemente: ‘che cosa ha fatto Gesù per me?’ La domanda ora è: ‘qual è il rapporto di questo mondo, questo universo e tutti gli esseri a Gesù Cristo?’ Un problema ha più volte affrontato è stato: a che punto può Vangelo affonda le sue radici in una cultura e in che misura ci sono alcune cose in quella cultura che non sono compatibili con il Vangelo? Ciò che è compatibile deve essere abbracciato e ‘battezzato’ o ‘cristianizzato’ dal Vangelo. Ma c’è sempre la possibilità che ci sia qualcosa in una cultura che va contro i valori del Vangelo.
Negli ultimi anni ci sono state alcune sorprendenti scoperte archeologiche nella zona intorno a Colosse. Cosa c’è di così sorprendente circa gli scavi della città di Efeso, come esisteva al tempo di Paolo, è il numero di templi. In tutta la città ci sono stati diversi templi a dei o dee. Chiaramente il popolo di Efeso, così come quelli della vicina Colossi, già avevano una visione di questo mondo e il loro posto in esso. Secondo questa visione del mondo, gli dei erano ‘lassu’ oltre il cielo e le persone erano ‘quaggiu’ sulla terra. Tra gli dei e loro stessi erano tutta una serie di intermediari. Inoltre, se si dovesse vivere una vita felice ‘quaggiu’, si doveva tenere tutti questi intermediari felici come lo erano a capo di qualche area della tua vita terrena.
Paolo aveva ricevuto la parola da Colossi di come le persone sono state adattando il Cristianesimo alla loro cultura. Quando il Vangelo è predicato ai Colossesi che gli viene detto che Gesù è il mediatore davanti a Dio – ma hanno già avuto molti mediatori davanti a Dio e la vita sembrava funzionare molto bene. Essi hanno quindi chiesto alla domanda: ‘da dove viene Gesù rientra nel nostro sistema?’ In altre parole, stavano cercando di portare il Vangelo e super-imporre su di loro visione del mondo già esistente.
Nella lettera ai Colossesi, Paolo infatti dice loro che il loro primo errore è che stanno cercando di adattarsi Gesù in un sistema. Gesù non entra in un sistema; Gesù è il sistema. Contare il numero di volte in cui Paolo usa le parole ‘tutti’ o ‘tutto e’ a soli cinque versetti del capitolo di apertura:

Egli è l’immagine del Dio invisibile,
il primogenito di tutta la creazione,
poiché in lui sono state create tutte le cose nei cieli e sulla terra:
quelle visibili e quelle invisibili,
troni, le forze dominanti, Principati e Potestà –
tutte le cose sono state create per mezzo di lui e per lui.
Egli esiste prima di tutte le cose
e in lui tutti thingshold insieme,
e lui è il capo del corpo,
che è la Chiesa.
Egli è il principio,
il primogenito dai morti,
in modo che egli dovrebbe essere supremo in ogni modo;
perché Dio ha voluto tutta la pienezza
di essere trovato in lui
e attraverso di lui
di riconciliare tutte le cose con lui,
ogni cosa in cielo
e tutto sulla terra,
facendo la pace con la sua morte in croce.
(Col. 1:15-20)

Le parole ‘tutti’ e ‘tutto cio’ di esecuzione come un coro attraverso il testo. Paul, sdraiato nella sua cella di prigione meditando su Gesù e il suo rapporto con questo universo, è venuto a rendersi conto che tutto in questo mondo è stato fatto per amore di Gesù Cristo. Questo significa che Gesù Cristo non era una nota nel libro di storia di Dio, egli non è stato un ripensamento nella mente di Dio. Gesù Cristo è la prima cosa nella mente di Dio. Quindi, non importa che cosa esista o qualsiasi cosa sia esistita né mai esisterà, esiste per amore di Gesù Cristo.

Il primato di Cristo
Che meravigliosa visione delle cose. Noi spesso non pensiamo di Cristo in questo modo. Spesso pensiamo di Adamo come prima, perché lui arriva nelle prime pagine della Bibbia, e poi di Gesù Cristo come inviato da Dio per risolvere il pasticcio derivante dal peccato di Adamo. Così Gesù diventa qualcosa di una nota o di un ripensamento. Ma in questo passo Paolo dice a questo modo di pensare, ‘no, in nessun modo!’ Cristo è ‘il primogenito di tutta la creazione’. L’incarnazione di Gesù Cristo non era una cosa che il Padre ci pensò dopo Adamo peccato, Gesù Cristo è l’idea principale nella mente di Dio.
Paolo dice: ‘egli è immagine del Dio invisibile.’ La parola greca qui è Eikon. Un’icona è una somiglianza, una riflessione. Paolo sta dicendo che Gesù Cristo, nella sua umanità, è un riflesso del Dio invisibile. Paolo non fa alcun giudizio o meno i troni, le forze dominanti, sovranità e poteri che sono stati oggetto di alcuni degli insegnamenti ai Colossesi, esistere. Che cosa dice Paolo ai Colossesi è: se esistono, l’unica ragione per cui esistono è per amore di Gesù Cristo. Nessuno, nessun essere, nessuna cosa è venuto in questo mondo, se non ciò che è stato fatto da Dio nostro Padre in relazione a Gesù Cristo.

Nella Lettera agli Efesini, scritta intorno allo stesso tempo, Paolo scrive:
Sia benedetto Dio e Padre
del Signore nostro Gesù Cristo,
che ci ha benedetti in Cristo
con ogni benedizione spirituale nei luoghi celesti.
Lui ci ha scelti in lui
prima della fondazione del mondo,
che fossimo santi
e immacolati al suo cospetto.
Predestinandoci innamorato,
a essere suoi figli per mezzo di Gesù Cristo,
secondo il beneplacito della sua volontà,
a lode e gloria della sua grazia
che ha liberamente dato nel suo Figlio diletto
(Efesini 1:3-6)

Prima che il mondo è mondo, Dio ha già pensato a te e di me – anche prima di Adamo entrò in scena. Quindi, se Gesù Cristo non è un ripensamento nella mente di Dio, allora nemmeno tu e nemmeno io prima della creazione, Dio stava già pensando di te e me in relazione a Gesù Cristo, che potremmo essere amanti di Cristo. Paolo continua:

In lui abbiamo la redenzione mediante il suo sangue,
la remissione dei peccati,
secondo le ricchezze della sua grazia
che egli spande su di noi.
Ha fatto conoscere
in ogni sapienza e intelligenza
il mistero della sua volontà,
secondo il suo scopo
cioè di ricapitolare in Cristo.
Il suo scopo è prestabilito in Cristo,
come un piano per la pienezza dei tempi,
di unire tutte le cose in lui,
quelle del cielo come quelle della terra
(Ef 1:7-10)

Piano di Dio per tutta l’eternità, il mistero ha ora rivelato, è quello di portare tutte le cose insieme in un unico sotto headship di Cristo: ‘ricapitolare’, come dice il greco, per portare di nuovo insieme. Così il piano di Dio è uno di restaurare tutte le cose in Cristo. Se si ripristina una cosa, si torna al modo in cui avrebbe dovuto essere fin dall’inizio. Perciò quando Gesù Cristo venne nel mondo, è venuto per rimettere le cose come dovrebbero essere, in rapporto a se stesso. Quando Gesù venne in questo mondo, che non è venuto come un estraneo, è venuto a esso come a casa sua (cfr Gv 1,11).
La nostra teologia non ha sempre seguito questo. Nella Veglia pasquale il Exultet è cantato alla luce del cero pasquale e sentiamo le parole: ‘O felice colpa! O il peccato di Adamo necessario, che meritò di avere un così grande redentore! ‘ Mi chiedo come Paul avrebbe reagito se avesse sentito quelle parole: ‘No! Egli è il primogenito di tutta la creazione. Tutte le cose prendono il loro significato da lui ‘. Paolo ci dice che Gesù ‘venuta non dipendeva da Adamo; sua venuta dipendeva l’amore traboccante di Dio per noi. Dio ha deciso, fin dall’inizio, di mandare il suo Figlio.
Questa teologia del primato e della predestinazione di Cristo è quella che S. Francesco di Sales, vescovo di Ginevra, al tempo della Riforma, e prima di lui il francescano Giovanni Duns Scoto, abbracciati. Francesco di Sales ha scritto il suo Trattato dell’amore di Dio, e nel Libro II, capitoli IV, egli espone la sua dottrina sul primato di Cristo. Egli usa la bella analogia della vite e dell’uva per spiegare l’insegnamento: ‘la ragione principale per piantare la vite è il frutto, e quindi il frutto è la prima cosa desiderata e volto a, anche se le foglie e le gemme sono prodotte prima . ‘ Sul conto del frutto, che è Cristo, Dio ha piantato la vigna dell’universo. A sostegno del suo insegnamento, Francesco di Sales cita la lettera ai Colossesi.
Se, come dice Paolo, Gesù non è ripensamento di Dio, allora questo mondo è la casa di Gesù Cristo. E ‘stato l’amore traboccante di Dio Padre, che ha decretato l’incarnazione e l’amore traboccante di Dio Figlio che abbracciato la sofferenza con la quale avrebbe dato la sua vita per i suoi amici:’ nessuno può avere amore più grande di questo: dare la vita per i suoi amici « (Gv 15,13). Pertanto ogni volta che i cristiani prendono vita con amore, stanno facendo questo mondo più come il luogo che Dio ha voluto che fosse per suo figlio.
Dal momento che tutto in questo mondo è stato fatto per amore di Gesù Cristo, allora è capace di portarci più vicini a Dio. Paolo è convinto che questo mondo, questo universo, è il mondo che appartiene a Gesù Cristo. Egli è venuto in questo mondo non come un estraneo, ma di rivendicare quello che era il suo: noi stessi e tutto ciò che in questo mondo. Quindi qualsiasi cosa facciamo in questo mondo per portare l’amore di essa, stiamo facendo quello che Gesù è venuto a fare. Stiamo riportandolo al suo stato legittimo, rimetterlo il modo in cui Dio ha voluto che agli inizi.
Per Paolo, il cristiano è chiamato ad unirsi nel canto dell’universo e, come andiamo attraverso questo mondo, a cantare con tutto il creato: ‘Ci hanno fatto per amore di Gesù Cristo!’ E, quando ci imbattiamo in coloro che ancora non lo riconosce, per raggiungere i loro con amore in modo che essi sanno che Gesù Cristo è il Signore. Ora stiamo concludendo l’Anno Paolino, ma ricordiamoci sempre come l’apostolo ha insegnato i primi cristiani, e ci insegna ancora oggi a tenere Cristo al centro del nostro mondo.

Brian Purfield è un membro del team di Via Gesuiti Monte Centro e tiene corsi brevi in teologia.

LA SAGGEZZA CRISTIANA ARTE DEL VIVERE – (anche Paolo)

http://www.atma-o-jibon.org/italiano9/quesnel_saggezza_cristiana1.htm

(è una serie di 12 studi – metto il primo dove ci sono riferimenti a Paolo, in particolare Colossesi e Filippesi, gli altri li devo leggere, ma il link per vedere di che si tratta è lo stesso che ho messo sopra!)

Michel Quesnel

LA SAGGEZZA CRISTIANA ARTE DEL VIVERE – (anche Paolo)

INTRODUZIONE

Considerato che dobbiamo morire…

Non dobbiamo avere paura delle parole. Considerato che dobbiamo morire sarebbe stupido – sì, semplicemente, totalmente stupido – vivere come se la vita presente dovesse prolungarsi all’infinito.
Governare – si dice – è prevedere. Governare la propria vita significa prevedere che essa un giorno finirà, almeno nelle forme che conosciamo. Morire è l’unico avvenimento del nostro futuro del quale siamo certi. È così, semplicemente, così. La morte fa parte del programma. Che non è né allegro né triste.
Chi se ne rallegrasse sarebbe sadico o masochista, anche sospettabile di trarre piacere dalla tragedia o dalle sconfitte dell’ esistenza, avido di ricondurre, ad ogni buon conto, i suoi contemporanei nei ranghi della consolazione a buon mercato nell’aldilà. Chi se ne rattrista si proietta troppo in fretta nel futuro, perché la morte non è necessariamente in arrivo in un batter d’occhio. Se tutto va bene, ci vengono donati lunghi anni per gustare la vita, per amare ed essere amati, per fare festa. E sarebbe stupido non approfittarne. A pensarci bene, allora, rattristarsi del dover morire è davvero ragionevole? La morte non porta forse in se stessa anche una dimensione di liberazione? Chi sarebbe felice di una vecchiaia che si prolungasse all’infinito?
Dobbiamo vivere, dunque, consapevoli di dover morire, noi e i nostri cari. Questo significa che ci saranno delle soglie da varcare, delle rotture da accettare. E che, nell’immediato, dobbiamo organizzare il nostro quotidiano tenendo conto del nulla da cui veniamo e dell’ignoto verso cui andiamo. Questo si definisce saggezza o anche arte di vivere: un invito che comprendiamo quando prendiamo coscienza della nostra fragilità; un bene che molti cercano e che non è privilegio di nessuno, ma che alcuni, poiché avvertono più di altri il piacere di scrivere, cercano di esprimere in parole.
Compatibile con tutte le convinzioni, la saggezza riceve da loro colore e vivacità. Esistono saggezze cristiane, saggezze buddiste, saggezze atee. In parte coincidono, non c’è dubbio, ma non si sovrappongono del tutto. La cosa peggiore sarebbe pensare che una fede religiosa non abbia nulla a che fare con la saggezza, come se il riferimento alla trascendenza la dispensasse.
Certo, san Paolo opponeva la sapienza degli uomini alla follia della Croce. Non esitava a mostrarsi severo di fronte alla saggezza totalmente umana alla quale aspiravano i Corinti. Esiste una ragione per diffidare dall’ essere saggi? Egli stesso non esitò ad offrire ai suoi corrispondenti dei consigli che non sono nient’ altro se non esortazioni alla saggezza. E potremmo dire lo stesso del profeta di Nazareth, che fu anche un saggio. Questa, almeno, è l’immagine che i vangeli danno di lui.
La saggezza che propongo qui è una saggezza cristiana, la mia, nutrita di Bibbia e di riflessioni sul mondo nel modo in cui mi s’impone e cerco di comprenderlo. Essa è contrassegnata dalla mia cultura, dalla mia età – già avanzata -, dalle mie attività ecclesiali ed universitarie, dal mio carattere, dai miei interessi.
È descritta in trentatre corti « elogi » raggruppati per tre, va da Gesù Cristo all’umorismo, passando per il silenzio, per la ricchezza, per l’orgia, per la compassione… li si può leggere come si vuole, indipendentemente gli uni dagli altri. Perché trentatre? È il numero degli anni vissuti da Gesù Cristo, secondo la tradizione. Non pratico la numerologia, ma non mi ripugna mettere in rilievo la simbologia dei numeri. Perché a tre per tre? Perché così si ottengono undici insiemi di tre capitoli. Undici è dodici meno uno, cifra simbolo di incompletezza; tre è la perfezione divina. Ora, la saggezza cristiana tiene conto di questa doppia dimensione della persona umana, imperfetta e limitata, ma destinata a raggiungere, mediante la santità, il Dio perfetto che la chiama.
Consapevolmente ho intitolato ogni capitolo: « Elogio di… » La parola elogio deriva dal latino elogium, derivante a sua volta dal greco eulogia, che significa « benedizione ». Perché il fondamento del mio pensiero è che, nel suo complesso, vivere è una benedizione, cosa che non nega in alcun modo il tragico – amo molto, d’altra parte, il libro di Qohélet -, e che la saggezza mal si concilia con l’asprezza.

SOTTO IL SEGNO DEL FIGLIO

Elogio di Gesù Cristo

Una sola persona, nella storia umana, è apparsa di nuovo viva dopo essere morta pochissimo tempo prima, appartenendo già al mondo dell’ aldilà: un profeta ebreo del I secolo della nostra era, chiamato Gesù. È resuscitato, non ritornando alla vita che aveva lasciato, così da dover morire di nuovo, ma vivendo un’altra forma di vita le cui caratteristiche oltrepassano le possibilità dell’immaginazione umana. Si può pensare che questa pretesa resurrezione non sia che una favola, una storia inventata da discepoli incapaci di rassegnarsi alla morte del loro maestro, tanto più per il fatto che questi era morto in un modo particolarmente tragico: crocifisso dall’ autorità romana occupante – un supplizio riservato ai popolani e agli schiavi – in seguito alle pressioni di alcuni grandi sacerdoti di Gerusalemme. Ritenere che la resurrezione di Gesù sia una pura invenzione è un’ipotesi sostenibile; in ogni caso, non possiamo averne le prove. Ugualmente, non possiamo provare il contrario: la convinzione che Gesù sia risorto non è dell’ordine della ragione. Nessuna persona neutrale ha potuto verificare il fatto: quelle che lo hanno testimoniato poco tempo dopo la sua morte erano tutte, in un modo o nell’altro, legate a lui. La loro testimonianza può essere rifiutata come priva di obiettività.
Tuttavia la qualità di una convinzione non si misura soltanto in base alle prove che se ne possono dare; essa mostra il suo buon fondamento anche attraverso la sua fecondità. I cristiani non hanno la prova che Gesù sia risorto. Lo credono fermamente e costruiscono la propria esistenza su questa certezza. Si sforzano di vivere la propria fede e di prendere Gesù come maestro. Questo non significa che ce la facciano, perché l’obiettivo è particolarmente alto.
L’immagine di Gesù così come la tramandano i vangeli è quella di un profeta e di un saggio dalle qualità umane eccezionali. Profeta, annuncia l’imminenza del Regno di Dio nel cuore degli uomini e nella storia: un regno di giustizia e di pace la cui sola regola di vita è l’amore. Egli stesso dimostrò, attraverso l’esempio, che ciò era possibile. Taumaturgo attento a tutte le forme di miseria, messaggero di speranza per i poveri, accusatore dei ricchi e dei profittatori, appaga le aspirazioni profonde sia dei giusti che dei peccatori. Saggio tra i saggi d’Israele, dà fiducia alla libertà di ciascuno a tal punto da non imporre nulla. Chiama, suggerisce, esorta, illustra con esempi, utilizzando con abilità esemplare una specifica forma di breve racconto nel quale l’uditore è invitato a sentirsi coinvolto e grazie al quale può essere portato a trasformarsi: la parabola. Ispirarsi all’insegnamento e alla condotta di Gesù costituisce una completa arte di vivere.
L’espressione consacrata dall’uso spirituale è L’imitazione di Cristo. È anche il titolo di un’opera renana del XIV secolo i cui emuli furono notevoli. È opportuno tuttavia non confondere « imitazione » con « mimetismo ». Oggi noi viviamo in condizioni assai diverse da quelle del vicino Oriente del I secolo; noi non siamo
Gesù Cristo; sarebbe illusorio e stupido pretendere di agire come egli ha agito cercando di scimmiottarlo. Imitare permette di prendere la distanza rispetto al modello. Gesù fu attento al poveri e ai piccoli; noi siamo invitati a fare altrettanto, ispirandoci al suo modo di essere. Gesù manifestò ai suoi contemporanei un amore senza limiti, fino ad accettare di morire per mano di coloro che rifiutavano questo amore; si tratta, per ogni cristiano, di un ideale da non perdere mai di vista; ma non vuol dire che si debba ricercare il martirio. Dobbiamo, al contrario, inventare i nostri comportamenti tenendo conto delle condizioni in cui viviamo, con una libertà tanto grande quanto la sua.
Attraverso la Resurrezione, che apparve loro come la risposta divina alla morte ingiusta che gli era stata inflitta, i primi cristiani hanno finito col riconoscere in Gesù qualcosa di più che un profeta e un saggio. Nel tempo, si sono convinti che egli fosse il vero Messia di Israele, cioè il re unto incaricato da Dio di presiedere all’instaurazione di quel Regno di Dio che aveva annunciato, Figlio di Dio egli stesso, Dio incarnato, parola e immagine di Dio Padre. La sua persona trascende la storia: fin dalle origini del mondo egli presiedeva alla creazione del cosmo; e, alla fine, ritornerà a conc1uderne i destini.
Gli avvenimenti del I secolo in Galilea e in Giudea assunsero una dimensione nuova: la vita, la morte e la resurrezione di Gesù non sono solo un momento chiave della storia ebraica; sono il fulcro della storia universale perché, attraverso questi avvenimenti, Dio si è compromesso nei confronti della propria creazione al punto di farsi uomo tra gli uomini. Un inno liturgico, di qualche decennio posteriore alla morte di Gesù, accosta i due aspetti della sua filiazione divina, la filiazione originale e la filiazione mediante la Resurrezione:

Egli è immagine del Dio invisibile,
generato prima di ogni creatura;
poiché per mezzo di lui
sono state create tutte le cose,
quelle nei cieli e quelle sulla terra,
quelle visibili e quelle invisibili:
Troni, Dominazioni,
Principati e Potestà.
Tutte le cose sono state create
per mezzo di lui e in vista di lui.
Egli è prima di tutte le cose
e tutte sussistono in lui.
Egli è anche il capo del corpo, cioè della Chiesa;
il principio, il primogenito di coloro
che risuscitano dai morti,
per ottenere il primato su tutte le cose.
Perché piacque a Dio
di fare abitare in lui ogni pienezza
e per mezzo di lui riconciliare a sé tutte le cose,
rappacificando con il sangue della sua croce,
cioè per mezzo di lui,
le cose che stanno sulla terra e quelle nei cieli.
(Col 1, 15-20)

Più noto è tuttavia l’inizio del prologo di Giovanni, che completa, per Gesù, la realtà del fatto che egli è immagine di Dio, affermando che ne è la Parola o il Verbo (il logos).

In principio era il Verbo,
il Verbo era presso Dio
e il Verbo era Dio.
Egli era in principio presso Dio:
tutto è stato fatto per mezzo di lui,
e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste.
(Gv 1,1-3)

Queste due affermazioni maggiori della teologia cristiana – Gesù Immagine e Gesù Parola di Dio – meritano tuttavia di essere completate da un’ altra. Attraverso la morte di Gesù in croce l’Onnipotente è diventato il debole per eccellenza e l’anni-Amante. Si è sottomesso alla volontà umana e si è fatto sorprendentemente vulnerabile, accettando una « discesa » sconosciuta alle altre religioni. Si può scrivere del Padre chiamandolo Il Dio crocifisso, come fece il teologo protestante Jürgen Moltmann. In Gesù Cristo, in effetti, Dio piange, Dio soffre, Dio si cancella per non opprimere con la sua presenza, Dio si fa ombra per non accecare con la sua luce. Dio si fa silenzio per non imporre la sua parola. Durante la scena della lavanda dei piedi riportata dal vangelo di Giovanni, si è addirittura inginocchiato davanti ai discepoli, immagine di un Dio che si mette in ginocchio davanti a me ed accetta di guardarmi dal basso in alto, quando, essendo il mio creatore, potrebbe essere il mio padrone. Per togliermi, nel medesimo tempo, qualsiasi voglia di diventare orgoglioso per questo, egli si inginocchia anche davanti a Giuda, proprio colui che sta per tradirlo. Un inno primitivo consacrato al Cristo, conosciuto da san Paolo e riportato in una delle sue lettere, sottolinea l’originalissima prospettiva cristiana, quella del Dio che compie in Gesù Cristo un vero cammino di de-divinizzazione.

* * *

« Egli, pur essendo di natura divina,
non considerò un tesoro geloso
la sua uguaglianza con Dio;
ma spogliò se stesso,
assumendo la condizione di servo
e divenendo simile agli uomini;
apparso in forma umana,
umiliò se stesso
facendosi obbediente fino alla morte
e alla morte di croce.
Per questo Dio l’ha esaltato
e gli ha dato il nome
che è al di sopra di ogni altro nome;
perché nel nome di Gesù
ogni ginocchio si pieghi
nei cieli, sulla terra e sotto terra;
e ogni lingua proclami
che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre »
(Fil 2,6-11).

«IO COMPLETO NELLA MIA CARNE CIÒ CHE MANCA ALLA PASSIONE DI CRISTO PER IL SUO CORPO CHE È LA CHIESA» (Col. 1, 24) – San Gregario Nazianzeno *

http://www.atma-o-jibon.org/italiano6/letture_patristiche_f.htm#«IO COMPLETO NELLA MIA CARNE

«IO COMPLETO NELLA MIA CARNE CIÒ CHE MANCA ALLA PASSIONE DI CRISTO
PER IL SUO CORPO CHE È LA CHIESA» (Col. 1, 24)

San Gregario Nazianzeno *

Gregorio Nazianzeno (329-390) è, con san Basilio, suo amico, e Gregorio di Nissa, fratello di questi, uno dei tre grandi Padri della Cappadocia. Contemplativo e poeta, ebbe un’esistenza molto tormentata. Monaco con Basilio, divenne contro volontà vescovo di Sasima, e fu elevato in seguito alla sede di Costantinopoli. Stancatosi degli intrighi di questa città, si ritirò dapprima a Nazianzo, e in seguito nella solitudine, dove scrisse le sue opere più importanti. Il brano che leggeremo è tratto da due suoi sermoni per la Pasqua.

Stiamo per prender parte alla Pasqua: per il momento questo avverrà ancora in figura, anche se in modo più manifesto che nella legge antica. Potremmo dire infatti che allora la Pasqua era un simbolo oscuro di ciò che tuttavia resta ancora simbolo. Ma fra poco vi parteciperemo in modo più perfetto e più puro, quando il Verbo berrà con noi la nuova Pasqua nel regno del Padre (cfr. Mt. 26,29). Egli, facendosi nostro maestro, ci svelerà allora quello che attualmente ci mostra solo in parte e che resta sempre nuovo, anche se lo conosciamo già. E quale sarà questa bevanda che gusteremo? Sta a noi impararlo:lui ce lo insegna, comunicando ai discepoli la sua dottrina; e la dottrina è nutrimento anche per colui che la dispensa.
Partecipiamo dunque anche noi a questa festa rituale: secondo il Vangelo però, non secondo la lettera; in modo perfetto, non incompleto; per l’eternità, non per il tempo. Scegliamo come nostra capitale non la Gerusalemme di quaggiù, ma la città che è nei cieli; non la città che ora è calpestata dagli eserciti, ma quella che è glorificata dagli angeli. Non immoliamo a Dio giovani tori o agnelli che mettono corna e unghie, vittime prive di vita e di Intelligenza, ma offriamogli un sacrificio di lode sull’altare del cielo insieme con i cori angelici. Apriamo il primo velo, avviciniamoci al secondo e fissiamo lo sguardo verso il Santo dei santi. Dirò di più: immoliamo a Dio noi stessi; anzi, offriamoci a lui ogni giorno e in ogni nostra azione. Accettiamo tutto per amore del Verbo; imitiamo con i nostri patimenti la sua passione. Rendiamo gloria al suo sangue con il nostro sangue. Saliamo coraggiosamente sulla croce: dolci sono quei chiodi, anche se fanno molto male. Meglio soffrire con Cristo e per Cristo che vivere con altri nei piaceri.
Se sei Simone i,l Cireneo, prendi la croce e segui Cristo. Se sei stato crocifisso ‘come un ladro, fa’ come il buon ladrone e riconosci Dio. Se per causa tua e del tuo peccato Cristo fu trattato come un fuorilegge, tu, per amor suo, obbedisci alla legge. Appeso tu pure alla croce, adora colui che vi è stato inchiodato per te. Sappi trarre profitto dalla tua stessa iniquità, acquistati conia morte la salvezza. Entra in paradiso con Gesù, per comprendere quali beni hai perso con la caduta. Contempla le bellezze di quel luogo e lascia pure che il ladrone ribelle, morendo nella sua bestemmia, ne resti escluso.
Se sei Giuseppe d’Arimatea, richiedi il corpo di Cristo a chi lo ha fatto crocifiggere e sia tua così la vittima che ha espiato il peccato del mondo. Se sei Nicodemo, il fedele delle ore notturne, ungi,lo con aromi per la sepoltura. Se sei l’una o l’altra Maria, o Salo me, o Giovanna, piangi su di lui, levandoti di buon mattino. Cerca di vedere per primo la pietra sollevata, d’incontrare forse gli angeli o la persona stessa di Gesù.

* Eis ton aghiovpascha, XLV: P.G. 36, 653 C-656 D.

“Risorti con Cristo” Col 3,1

http://www.pasomv.it/ritiri_file/Page1012.htm

Inseguendo l’Agnello

Ritiro spirituale

“Risorti con Cristo” Col 3,1

Con il Triduo Pasquale siamo entrati nel tempo liturgico più forte dell’anno: il Tempo Pasquale che si protende per cinquanta giorni concludendosi con la Solennità di Pentecoste. Cinquanta giorni in cui la Chiesa è tutta focalizzata nella celebrazione della Pasqua di Gesù. Tutto questo periodo è come se fosse un solo giorno, infatti le domeniche che esso comprende non sono chiamate Domeniche dopo Pasqua, ma Domeniche di Pasqua.
La risurrezione di Gesù che è propriamente la sua Pasqua, cioè il suo passaggio dalla morte alla vita, è la chiave di volta di tutto il cristianesimo e se Lui non fosse veramente risorto “noi saremmo da compiangere più di tutti gli uomini” (1Cor 15,19). I cinquanta giorni della celebrazione pasquale sono in un certo senso una festa ininterrotta che si compie nella Pentecoste. Il santo Triduo Pasquale che inaugura il Tempo Pasquale è celebrazione di un unico mistero di cui passione-morte-sepoltura-risurrezione sono le fasi o tappe di realizzazione. Nella granitica unità del Triduo Pasquale si notano due movimenti:
– Col primo la condiscendenza di Dio si abbassa fino a noi. Col secondo la fragilità della nostra natura umana è innalzata fino ai fastigi di Dio. Nascita, passione, morte, discesa agli inferi: ecco le tappe di quella progressiva discesa con cui Dio entra nel nostro mondo, si annienta nell’abisso della nostra miseria. Toccando il fondo è iniziato il movimento inverso di esaltazione: il Figlio è nuovamente «rapito presso Dio e il suo trono» (Ap 12,5). Giovanni riprende in questo testo riprende il prologo del suo Vangelo: Era presso Dio (Gv 1,1). Le tappe di questo movimento ascendente sono: la risurrezione, l’ascensione, lo stare alla destra del Padre. Ma il Verbo non risale da solo presso il Padre: trascina con sé tutta l’umanità con la quale si è reso solidale nel movimento di discesa. «E così – dice s. Giovanni Crisostomo – l’uomo che si trova così in basso da non poter ulteriormente discendere, è stato portato così in alto da non poter ulteriormente salire». Con l’incarnazione era il cielo che scendeva sulla terra. Con l’ascensione è la terra stessa che entra nel cielo. Il risultato dei due movimenti è che il cielo ha invaso la terra, il dolore è stato svuotato, la vita ha annientato la morte: «La morte è stata assorbita dalla vittoria» (1Cor 15,34). – Nuovo Messale Feriale LDC.
Il senso di tutto l’anno liturgico che la Chiesa celebra è quello di introdurre i suoi figli in questo movimento. In realtà nel santo Battesimo ogni cristiano ha realizzato per grazia di Dio, a livello del sacramento ricevuto, la sua partecipazione piena al Mistero Pasquale di Gesù: l’immersione e l’emersione del battezzando nel fonte battesimale stanno a significare simbolicamente proprio questa sua piena e completa partecipazione.
Il battezzando partecipa al movimento discendente della condiscendenza divina, manifestata a noi dall’Incarnazione, passione e morte di Gesù, in quanto, nella consapevolezza delle proprie miserie e peccati, riconosce Gesù come il suo unico Salvatore a cui si affida in uno sguardo amoroso di fede viva nella potenza salvifica del suo Sangue sparso per amore.
Partecipa invece al movimento ascendete nell’esperienza concreta di una vita nuova vissuta sotto la spinta e la forza gagliarda dello Spirito Santo.
Ma questo dono del sacramento del s. Battesimo, essendo un dono che viene fatto ad una persona libera, necessita della nostra corrispondenza personale, corrispondenza che, a causa dei limiti umani e del retaggio del peccato originale, non è mai piena, assoluta e totale, corrispondenza che è, inoltre, soggetta a decadere nella sua permanenza nel tempo se non viene continuamente rinnovata. Per questo Gesù ci ha raccomandato di tener vivo costantemente al nostro spirito il ricordo costante di quanto Lui ha fatto per noi e, istituendo la s. Eucaristia ci ha donato l’opportunità di rinnovarci nell’immersione in quel Sangue salvifico che ci redime e ci fa nuovi ogni volta che l’assumiamo: “Fate questo in memoria di Me!” (Lc 22,20). Per questo il cristiano, nel suo pellegrinaggio nel tempo, rinnovando continuamente la sua partecipazione al Mistero Pasquale di Gesù, di domenica in domenica realizza la propria santificazione nella continua spogliazione dell’uomo vecchio di cui ancora non si è pienamente spogliato, per rivestirsi sempre più intimamente di Gesù Cristo a lode e gloria del Padre.
Immersione e emersione battesimale sono quindi rinnovati ogni domenica e volendo ogni giorno nella partecipazione alla s. Eucaristia. Per cui la generazione soprannaturale che ci ha fatti figli di Dio una volta per sempre nel s. Battesimo, viene continuamente rinnovata e rigenerata in noi in ogni s. Messa. Per questo ogni Pasqua è diversa, diversa non per l’amore di Dio che celebriamo, ma per l’amore nostro con cui stiamo corrispondendo:
– E così la Pasqua di Cristo diventa la nostra Pasqua, la Pasqua della Chiesa e del mondo. Con la risurrezione Dio chiama e inizia una nuova creazione. È come l’aprirsi di una diga misteriosa che fino allora impediva alla vita di Dio di conquistare il mondo. Cristo abbatte vittoriosamente questo «muro di separazione» (Ef 2,14). A quel punto l’eternità di Dio irrompe nel tempo, l’oceano immenso della sua gloria dilaga e sommerge ogni cosa, la sua luce trasfigura ogni realtà. La vita del Risorto entra con forza sempre più grande nella vita terrena e conquista spazio per Sé. – Nuovo Messale Feriale LDC.
Ma queste parole come risuonano nel mio cuore? Si tratta di parole belle, ma che rimangono solo belle parole o ci comunicano di più? Sono parole che mi parlano di qualcosa di cui ho esperienza intima o solo una vaga nostalgia? Dove concretamente le vediamo realizzarsi?
– Ma dove tutto questo si realizza? Dove è possibile vederlo? Nei Santi, in quelli cioè che con fiducia illimitata si abbandonano al Risorto, accolgono il suo Spirito – Nuovo Messale Feriale LDC.
Ciò che ci fa essere propriamente cristiani è il fatto che abbiamo accolto lo Spirito di Gesù, lo Spirito del Risorto, lo Spirito Santo, l’effusione dello Spirito Santo è il completamento del Mistero Pasquale di Cristo. È questa effusione dello Spirito sulla Chiesa, su ciascun battezzato, su di noi, che ci permette di entrare in un intimo e vitale rapporto di conoscenza e amore con il Risorto:
– Con la Pasqua inizia una mirabile e sovrumana corrente di vita, che parte da Gesù Cristo e giunge a ciascuno di noi per darci forza e per segnare il principio dell’immortalità – Antonio Mistrorigo.
Nella teologia sottesa nel Vangelo di Giovanni, il Mistero Pasquale di Gesù si realizza in pienezza già sulla croce: Gesù Crocifisso è già glorificato, è già risorto, è già asceso al Cielo ed effonde già il suo Santo Spirito (cf Gv 8,28; 12,23-33; 19,30). L’evangelista Giovanni non fa distinzioni cronologiche tra morte, risurrezione, ascensione ed effusione dello Spirito Santo, Giovanni vede tutto il mistero realizzato già nel Crocifisso. La sua è una visione che legge in un’altra profondità e in un’altra altezza, e così quello che gli altri evangelisti mostrano nel suo susseguirsi cronologico, lui lo legge nell’unica visione sintetica di Gesù Crocifisso. Gesù Crocifisso, per Giovanni, già innalzato (cf Lc 24,51) e quindi glorificato (cf Gv 12,23) nella sua elevazione da terra sulla croce. La croce diventa così manifestazione della sua gloria. In Giovanni l’Ascensione non deve aspettare 40 giorni come negli altri evangelisti: Gesù Crocifisso è già innalzato e glorificato. La successione cronologica dell’Ascensione e della Pentecoste, 40 e 50 giorni dopo la Pasqua è data, dalla pedagogia divina, per la comprensione più facile del mistero che viene, per così dire, spezzettato perché possa essere meglio assimilato dagli apostoli e dai discepoli. Giovanni, illuminato dallo Spirito, coglie il mistero nella sua unità e lo trasmette in quest’immagine di Gesù Crocifisso, già innalzato e glorificato che effonde il suo Spirito già da lì, già dalla croce.
Croce e Risurrezione sono due eventi talmente legati tra loro che non è possibile parlare di uno omettendo l’altro. Si tratta di un unico mistero ineffabile d’amore realizzato pienamente in Gesù Cristo come Capo del suo Corpo che è la Chiesa (cf Col 1,18) e che deve estendersi ad ogni membro vivo di questo corpo.
Completezza in atto e attuazione nel tempo, sono due elementi costantemente presenti nel Mistero Pasquale di Gesù Cristo: già pienamente attuato in Lui, nostro Capo, non ancora pienamente attuato in noi sue membra: già e non ancora. Per cui tutto il mistero è da una parte compiuto pienamente e da un’altra deve compiersi: “Sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi e completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa” (Col 1,24). E poiché Gesù Cristo nella pienezza del suo Mistero Pasquale realizzato vive in noi e ci partecipa Se Stesso, noi siamo già morti e risorti in Lui, ma non ancora pienamente.
Nel santo Battesimo siamo stati inseriti nel Mistero Pasquale di Gesù Cristo, siamo entrati cioè in quel vortice d’amore che si è abbassato a noi per innalzarci in Lui. Bisogna che ciascuno di noi capisca bene questo: tutto ha origine eterna nell’amore del Padre che nella pienezza dei tempi ci amò talmente da mandare il suo Unico Figlio a salvarci morendo in croce per noi. Gesù ci ha meritato la salvezza con la sua morte ignominiosa, terribile, orrenda voluta per manifestarci qualcosa dell’ineffabile follia del loro amore per noi. Ma questa salvezza meritata deve essere applicata, comunicata personalmente e singolarmente a coloro che si accosteranno a questo mistero d’amore con fede. Questa comunicazione personale della salvezza, questa intima partecipazione al vortice d’amore che si è inabissato nelle miserie dell’umanità e si è innalzato al di sopra dei cieli, è opera peculiare dello Spirito Santo. La salvezza oggettiva ottenuta per tutti in genere, diventa salvezza personale per via della comunicazione dello Spirito Santo.
Per questo il Tempo Pasquale è anche il tempo dello Spirito. Qual è il compito dello Spirito? È duplice, come duplice è la fonte da cui Esso sgorga e dirompe: il Padre e il Figlio. Lo Spirito Santo è l’Amore vicendevole del Padre e del Figlio. In quanto è lo Spirito del Padre, Egli ci attira verso il Figlio e ci sollecita all’adesione di fede nei suoi confronti e ci unisce a Lui in un solo Corpo. In quanto è lo Spirito del Figlio, Egli ci protende verso il Padre, come Gesù è sempre proteso amorosamente verso il Padre.
Lo Spirito Santo è il protagonista della nostra santificazione che ci sollecita interiormente alla santità ed Egli si rattrista (Ef 4,30) quando noi non corrispondiamo alle sue mozioni, e “intercede per noi con gemiti inesprimibili” (Rm 8,26) nei nostri cuori. Ma cosa vuole da noi lo Spirito Santo? Egli desidera mano libera per poter agire a suo piacere. Infatti essendo Spirito di libertà, nulla opera con la forza e la prepotenza, è Spirito di ineffabile amore che si propone e mai impone. E se non gli si danno con chiarezza i dovuti permessi, Lui se ne sta lì, in fondo al cuore e piange soffocato dalle nostre mancanze di fiducia e di amore.
Ma qual è la finalità di questo suo agire? Formare in ciascuno Gesù Cristo. Questo è il compito della Chiesa che viene realizzato dallo Spirito Santo: formare Gesù Cristo nei cuori dei fedeli: “Figlioli miei, che io di nuovo partorisco nel dolore finché non sia formato Cristo in voi!” (Gal 1,19). Ogni cristiano deve crescere fino alla sua propria maturità, “finché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, allo stato di uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo” (Ef 4,13).
Questo significa che, attraverso il suo Santo Spirito, il Verbo – in un certo qual modo – si incarna in ogni uomo e ogni donna che si unisce a Lui nella fede, per mezzo di questa fede Egli abita nei loro cuori (cf Ef 3,17) e vuole rivivere in essi e attraverso essi la sua esperienza terrena, la sua storia di amore per il Padre e per l’umanità. Propriamente questa è la finalità ultima di tutti i Sacramenti della Chiesa: operare un innesto divino nella vita degli uomini perché essi possano vivere la propria esistenza come figli di Dio, fatti figli nel Figlio: loro in Lui e Lui in loro (cf Gv 14,20): noi viviamo la sua vita e Lui la nostra. Diventiamo come un prolungamento della sua umanità:
– O mio amato Gesù, crocifisso per amore, vorrei essere una sposa del tuo Cuore, vorrei coprirti di gloria, vorrei amarti… fino a morirne!… Ma sento la mia impotenza e ti prego di rivestirmi di Te, di identificare tutti i movimenti della mia anima a quelli dell’anima tua, di sommergermi, d’invadermi, di sostituirti a me, affinché la mia vita non sia che un riflesso della Tua Vita.
Vieni in me come Adoratore, come Riparatore e come Salvatore.
O Verbo eterno, Parola del mio Dio, voglio passare la mia vita ad ascoltarti, voglio rendermi docilissima ad ogni tuo insegnamento, per imparare tutto da Te; e poi, nelle notti dello spirito, nel vuoto, nell’impotenza, voglio fissarti sempre e restare sotto il tuo grande splendore. O mio Astro amato, affascinami, perché io non possa più sottrarmi alla tua irradiazione.
O Fuoco consumatore, Spirito d’amore, discendi sopra di me, perché si faccia nella mia anima quasi un’incarnazione del Verbo! Che io Gli sia un prolungamento d’umanità in cui Egli possa rinnovare tutto il suo mistero.
E Tu, o Padre, chinati verso la tua povera, piccola creatura, coprila della tua ombra e non guardare in essa che il Figlio amato nel quale hai posto le tue compiacenze. – B. Elisabetta della Trinità.
Io sia un prolungamento d’umanità in cui Egli possa rinnovare il suo mistero. Questo rinnovarsi del suo mistero non avviene in modo magico, lo Spirito Santo realizza l’attualizzazione del mistero di Gesù in ciascuno di noi nella dinamica dell’amore che fugge ogni costrizione e che trova nel desiderio il suo canale e strumento di realizzazione. Come possiamo descrivere questa dinamica? Essa è molto semplice: lo Spirito Santo suscita in noi l’attrazione amorosa verso Gesù Cristo, Egli ci affascina il cuore, la bellezza della sua Persona divina incarnata, la squisitezza della sua anima umana, lo splendore eccelso delle sue virtù, la tenerezza ineffabile con cui ci ha amato e ci ama, ci fanno desiderare di stare con Lui, ascoltare Lui, vivere di Lui, di essere in Lui, di essere Lui e non più noi. Ora man mano che questo desiderio cresce e si orienta verso i singoli lineamenti spirituali del Verbo incarnato, il suo Santo Spirito che abita nei nostri cuori (cf 1Cor 3,16; ecc.) ci comunica quanto ci ha fatto desiderare. Per questo è importantissimo, vitale alla nostra vita spirituale meditare e contemplare la vita di Gesù, perché è proprio da questo contatto vivo con Lui che si potenzia nel nostro cuore il desiderio che viviamo non più noi, bensì solo Lui in noi (cf Gal 2,20).
E così le varie tappe della storia della vita terrena del Figlio di Dio diventano le tappe della nostra storia e vengono suggellate dai Sacramenti: nel nostro s. Battesimo Egli rinnova nel cuore del fedele il mistero del suo incarnarsi nel seno della Vergine Maria, lì, nel nostro cuore rinnova il mistero della sua crescita (cf Lc 2,52) e così Egli cerca spazio e cresce nella misura che noi gli cediamo il terreno, nella misura in cui noi diminuiamo, Lui cresce (cf Gv 3,30). È uno spogliarsi e un rivestirsi: spogliarsi dell’uomo vecchio per rivestirsi di quello nuovo (cf Col 3,10; Ef 4,24). Spogliarsi e rivestirsi comunque non esprimono la realtà spirituale che lo Spirito Santo opera in noi, spogliarsi e rivestirsi infatti rimandano ad un qualcosa di esteriore che è il vestito, mentre la realtà spirituale che vogliamo significare non è esteriore a noi, ma intima a noi stessi. Si tratta di un rivestimen-to interiore, cioè di una trasformazione interiore (cf 2Cor 2,18) che va desiderata e invocata incessantemente:
– Unite il vostro cuore e la vostra azione a quella di Gesù per trarne forza e vigore, e per farla nel suo spirito, assicurandovi così di essere nelle sue vedute, nei suoi intenti e nella sua perfezione. Pregate che Egli metta la sua mano sulla vostra, che Egli lavori con voi. Fate che Egli sia, per una vostra dolce applicazione a Gesù operante e conversante, effettivamente il vostro Emanuele per la presenza e per l’influsso del suo spirito nel vostro. Mettimi come sigillo sul tuo cuore, come sigillo sul tuo braccio [Ct 8,6]. Immaginatevi che Egli vi inviti ad incidere il suo sigillo ben dentro il vostro cuore, pregateLo che lo incida lui stesso, che si imprima questo sigillo ai vostri occhi per santificare i vostri sguardi, alla vostra bocca per consacrare tutte le vostre parole, alla vostra mente per santificare tutti i vostri pensieri, alla vostra volontà per regolare tutte le vostre affezioni, al vostro corpo e alla vostra anima per imprimervi il contrassegno inconfondibile della sua umiltà, della sua purezza e della sua innocenza. – P. Pio Bruno Lanteri, Scritti ascetici, 3403: T 8-9
Questa dinamica spirituale del diminuire perché Lui cresca (cf Gv 3,30) ha avuto delle risonanze fisiche nella persona di s. Gemma Galgani, che sentiva a livello fisico come il petto dovesse far spazio al Cuore di Gesù che non riusciva a starci comodo e pressava le sue costole fino ad alzarle:
– «Ci sono dei giorni che Gesù allora sta con me tanto tanto e mi si fa sempre sentire nel cuore; e allora il mio cuoretto piccino, che non è capace a nulla, si muove tutto e mi fa soffrire infinitamente, e allora via col pensiero al Paradiso. Bene, babbo mio, in Paradiso! Vede: se io avessi un cuore grosso grosso, che Gesù ci stasse largo largo, io non mi sentirei mai male; e poi io non lo so, babbo mio, non mi so spiegare, mi ha capito? mi risponda presto…». – Lettera 54.
– Ieri sera una voce internamente mi disse che andrò in peggio con le mie costole; io ho paura che mi si spacchino. […] La preparazione alla s. Comunione non la faccio, e il ringraziamento neppure, non mi riesce; io sto zitta e Gesù sta zitto. Vado per farla col cuore mi si alzano le costole; vado con la mente… ma se non ho più neppure la mente; non mi ricordo più nulla del passato. Il pensiero è sempre o Gesù, o la Mamma; ma non so dirgli una parola, né chiedergli una grazia […]. – Lettera 37.
È proprio così! Quello che Gemma visse in un modo assolutamente straordinario, noi lo viviamo nell’ordinarietà della nostra vita dove Gesù preme, pressa, spinge con il suo Santo Spirito perché noi acconsentiamo alla sua proposta di amore e Gli permettiamo di agire in noi a suo piacimento. Arrendiamoci a Gesù, arrendiamoci all’Amore e lasciamoci potare (cf Gv 15,2) e lavorare (cf Lc 13,8). Leviamo ogni condizione alla nostra donazione, leviamo ogni misura al nostro amore, non lasciamoci condizionare dai nostri difetti, dalle nostre miserie, dalle nostre debolezze e eleviamo in alto la nostra anima con il desiderio. Fissiamo il nostro sguardo interiore su Gesù (cf Eb 12,1-4), distogliamolo da noi stessi, impariamo a non guardare noi, ma solo Lui, invocando continuamente il suo aiuto, la sua grazia: “Signore, salvami!” (Mt 14,30). Noi stentiamo a farci santi unicamente per un motivo: perché fissiamo lo sguardo su di noi e non su di Lui, se fissassimo lo sguardo su di Lui, le nostre mancanze e debolezze non impedirebbero la nostra più veloce santificazione che, invece, impediscono perché noi ci fermiamo su di esse e ci lasciamo condizionare da esse, dimenticandoci che siamo risorti con Cristo, che abbiamo ricevuto il suo Santo Spirito e che Lui ci ha già fatti nuovi: “Ecco, Io faccio nuove tutte le cose” (Ap 21,5). Se noi fossimo veramente convinti che le nostre mancanze non impediscono la nostra santificazione, saremmo santi molto presto. Occorre fiducia in Lui non in noi. Finché ci crediamo virtuosi non saremo mai santi, ma quando capiremo che la virtù è sua e affatto nostra, allora non faremo più neanche tanto caso alle mancanze che commettiamo ogni giorno, le mettiamo già in bilancio e l’unico nostro proposito sarà quello di guardare Lui, pensare a Lui, seguire Lui, vivere di Lui, amare Lui nonostante tutto e di lasciarci amare da Lui così come siamo, non come vorremmo essere. Certamente che le mancanze e i peccati che commettiamo ci amareggiano il cuore, ma è un attimo, poi ci riprendiamo immediatamente perché non ci fermiamo sopra, ma riprendiamo il cammino tutti presi da Lui, non cessando di desiderare di riuscire ad amarLo di più. Desiderio che non cessa, ma anzi aumenta e si intensifica ogni volta che cadiamo o manchiamo in qualche modo all’amore. In questa dinamica si inserisce l’azione ineffabile dello Spirito Santo che attraverso il desiderio provocato dalle nostre sconfitte, dalle nostre cadute, dall’esperienza continua delle nostre debolezze, ci santifica, crea sempre maggior spazi interiori in noi perché Gesù possa crescere e noi diminuire a noi stessi. In questo modo Egli ci santifica senza che noi ce ne accorgiamo, ci santifica di peccato in peccato, ci santifica attraverso l’amaraezza dell’esperienza della nostra debolezza, in questo modo ci eleva in alto senza che ce ne accorgiamo e quindi senza che ce ne vanagloriamo, avendo noi ogni giorno davanti ai nostri occhi i nostri continui sbagli. Santa Caterina da Genova così racconta l’opera dell’Amore in lei:
– Avevo dato così le chiavi di me stessa all’Amore con l’ampia potestà di fare tutto quello che era necessario, senza alcun rispetto, per gli amici o per il mondo, affinché in tutto quello che la legge del puro Amore ricercasse, niente le mancasse. E quando vidi che accettò la cura e andava conseguendo lo scopo, quieta mi voltai verso questo Amore guardando le sue necessarie e graziose operazioni che faceva con tanto amore, e con tanta sollecitudine e con tanta giustizia, che né più né meno operava con soddisfazione della natura interiore ed esteriore, se non per quello che era necessario (e stavo così occupata nel vedere questa sua opera, che, se mi avesse gettata con l’anima e con il corpo nell’Inferno, non mi sarebbe sembrato se non tutto amore e consolazione). Vedevo questo Amore avere l’occhio tanto aperto e puro e la vista sottile da vedere tanto lontano, che restavo stupefatta per le tante imperfezioni che trovava, e me le mostrava talmente chiare, che le dovevo confessare. Mi faceva vedere molte cose, che a me e agli altri sarebbero sembrate giuste e perfette, mentre l’Amore le considerava all’opposto, di modo che in ogni cosa trovava difetto. – S. Caterina da Genova, ,Vita Mirabile, 128

Publié dans:Lettera ai Colossesi |on 26 juillet, 2012 |Pas de commentaires »
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