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BENEDETTO XVI : …«SE SIETE RISORTI CON CRISTO, CERCATE LE COSE DI LASSÙ..(COL 3,1) (2011)

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BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro

Mercoledì, 27 aprile 2011

L’OTTAVA DI PASQUA   – «SE SIETE RISORTI CON CRISTO, CERCATE LE COSE DI LASSÙ..(COL 3,1)

Cari fratelli e sorelle,

in questi primi giorni del Tempo Pasquale, che si prolunga fino a Pentecoste, siamo ancora ricolmi della freschezza e della gioia nuova che le celebrazioni liturgiche hanno portato nei nostri cuori. Pertanto, oggi vorrei riflettere con voi brevemente sulla Pasqua, cuore del mistero cristiano. Tutto, infatti, prende avvio da qui: Cristo risorto dai morti è il fondamento della nostra fede. Dalla Pasqua si irradia, come da un centro luminoso, incandescente, tutta la liturgia della Chiesa, traendo da essa contenuto e significato. La celebrazione liturgica della morte e risurrezione di Cristo non è una semplice commemorazione di questo evento, ma è la sua attualizzazione nel mistero, per la vita di ogni cristiano e di ogni comunità ecclesiale, per la nostra vita. Infatti, la fede nel Cristo risorto trasforma l’esistenza, operando in noi una continua risurrezione, come scriveva san Paolo ai primi credenti: «Un tempo infatti eravate tenebra, ora siete luce nel Signore. Comportatevi perciò come figli della luce; ora il frutto della luce consiste in ogni bontà, giustizia e verità» (Ef  5, 8-9). Come possiamo allora far diventare “vita” la Pasqua? Come può assumere una “forma” pasquale tutta la nostra esistenza interiore ed esteriore? Dobbiamo partire dalla comprensione autentica della risurrezione di Gesù: tale evento non è un semplice ritorno alla vita precedente, come lo fu per Lazzaro, per la figlia di Giairo o per il giovane di Nain, ma è qualcosa di completamente nuovo e diverso. La risurrezione di Cristo è l’approdo verso una vita non più sottomessa alla caducità del tempo, una vita immersa nell’eternità di Dio. Nella risurrezione di Gesù inizia una nuova condizione dell’essere uomini, che illumina e trasforma il nostro cammino di ogni giorno e apre un futuro qualitativamente diverso e nuovo per l’intera umanità. Per questo, san Paolo non solo lega in maniera inscindibile la risurrezione dei cristiani a quella di Gesù (cfr 1Cor 15,16.20), ma indica anche come si deve vivere il mistero pasquale nella quotidianità della nostra vita. Nella Lettera ai Colossesi, egli dice: «Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove è Cristo seduto alla destra di Dio, rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra» (3,1-2). A prima vista, leggendo questo testo, potrebbe sembrare che l’Apostolo intenda favorire il disprezzo delle realtà terrene, invitando cioè a dimenticarsi di questo mondo di sofferenze, di ingiustizie, di peccati, per vivere in anticipo in un paradiso celeste. Il pensiero del “cielo” sarebbe in tale caso una specie di alienazione. Ma, per cogliere il senso vero di queste affermazioni paoline, basta non separarle dal contesto. L’Apostolo precisa molto bene ciò che intende per «le cose di lassù», che il cristiano deve ricercare, e «le cose della terra», dalle quali deve guardarsi. Ecco anzitutto quali sono «le cose della terra» che bisogna evitare: «Fate morire – scrive san Paolo – ciò che appartiene alla terra: impurità, immoralità, passioni, desideri cattivi e quella cupidigia che è idolatria» (3,5-6). Far morire in noi il desiderio insaziabile di beni materiali, l’egoismo, radice di ogni peccato. Dunque, quando l’Apostolo invita i cristiani a distaccarsi con decisione dalle «cose della terra», vuole chiaramente far capire ciò che appartiene all’«uomo vecchio» di cui il cristiano deve spogliarsi, per rivestirsi di Cristo. Come è stato chiaro nel dire quali sono le cose verso le quali non bisogna fissare il proprio cuore, con altrettanta chiarezza san Paolo ci indica quali sono le «cose di lassù», che il cristiano deve invece cercare e gustare. Esse riguardano ciò che appartiene all’«uomo nuovo», che si è rivestito di Cristo una volta per tutte nel Battesimo, ma che ha sempre bisogno di rinnovarsi «ad immagine di Colui che lo ha creato» (Col  3,10). Ecco come l’Apostolo delle Genti descrive queste «cose di lassù»: «Scelti da Dio, santi e amati, rivestitevi dunque di sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di magnanimità, sopportandovi a vicenda e perdonandovi gli uni gli altri (…).  Ma sopra tutte queste cose rivestitevi della carità, che le unisce in modo perfetto» (Col 3,12-14). San Paolo è dunque ben lontano dall’invitare i cristiani, ciascuno di noi, ad evadere dal mondo nel quale Dio ci ha posti. E’ vero che noi siamo cittadini di un’altra «città», dove si trova la nostra vera patria, ma il cammino verso questa meta dobbiamo percorrerlo quotidianamente su questa terra. Partecipando fin d’ora alla vita del Cristo risorto dobbiamo vivere da uomini nuovi in questo mondo, nel cuore della città terrena. E questa è la via non solo per trasformare noi stessi, ma per trasformare il mondo, per dare alla città terrena un volto nuovo che favorisca lo sviluppo dell’uomo e della società secondo la logica della solidarietà, della bontà, nel profondo rispetto della dignità propria di ciascuno. L’Apostolo ci ricorda quali sono le virtù che devono accompagnare la vita cristiana; al vertice c’è la carità, alla quale tutte le altre sono correlate come alla fonte e alla matrice. Essa riassume e compendia «le cose del cielo»: la carità che, con la fede e la speranza, rappresenta la grande regola di vita del cristiano e ne definisce la natura profonda. La Pasqua, quindi, porta la novità di un passaggio profondo e totale da una vita soggetta alla schiavitù del peccato ad una vita di libertà, animata dall’amore, forza che abbatte ogni barriera e costruisce una nuova armonia nel proprio cuore e nel rapporto con gli altri e con le cose. Ogni cristiano, così come ogni comunità, se vive l’esperienza di questo passaggio di risurrezione, non può non essere fermento nuovo nel mondo, donandosi senza riserve per le cause più urgenti e più giuste, come dimostrano le testimonianze dei Santi in ogni epoca e in ogni luogo. Sono tante anche le attese del nostro tempo: noi cristiani, credendo fermamente che la risurrezione di Cristo ha rinnovato l’uomo senza toglierlo dal mondo in cui costruisce la sua storia, dobbiamo essere i testimoni luminosi di questa vita nuova che la Pasqua ha portato. La Pasqua è dunque dono da accogliere sempre più profondamente nella fede, per poter operare in ogni situazione, con la grazia di Cristo, secondo la logica di Dio, la logica dell’amore. La luce della risurrezione di Cristo deve penetrare questo nostro mondo, deve giungere come messaggio di verità e di vita a tutti gli uomini attraverso la nostra testimonianza quotidiana. Cari amici, Sì, Cristo è veramente risorto! Non possiamo tenere solo per noi la vita e la gioia che Egli ci ha donato nella sua Pasqua, ma dobbiamo donarla a quanti avviciniamo. E’ il nostro compito e la nostra missione: far risorgere nel cuore del prossimo la speranza dove c’è disperazione, la gioia dove c’è tristezza, la vita dove c’è morte. Testimoniare ogni giorno la gioia del Signore risorto significa vivere sempre in “modo pasquale” e far risuonare il lieto annuncio che Cristo non è un’idea o un ricordo del passato, ma una Persona che vive con noi, per noi e in noi, e con Lui, per e in Lui possiamo fare nuove tutte le cose (cfr Ap 21,5).

L’APOSTOLO SOFFRE A VANTAGGIO DELLA CHIESA E RIVELA IL MISTERO (COL 1,21-29)

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L’APOSTOLO SOFFRE A VANTAGGIO DELLA CHIESA E RIVELA IL MISTERO (COL 1,21-29)

Sebastiano Pinto

Ci si sofferma sulla portata teologica della sofferenza di Cristo e, di rimando, delle tribolazioni dell’Apostolo, cercando di cogliere l’importanza della morte di Cristo «nella carne» e del ministero dell’annunciatore come sacrificio a favore della Chiesa.

Introduzione
Dopo l’inno iniziale che canta il primato universale di Cristo (1,12-20) i versetti finali del primo capitolo della lettera ai Colossesi sottolineano la ricaduta comunitaria di quest’opera di riconciliazione (vv. 21-29).
Soffermeremo la nostra attenzione su due temi principali: la carnalità della morte di Cristo che giustifica il nesso fede-redenzione additato alla comunità dall’Apostolo (vv. 21-23), e il ruolo e l’esperienza diretta di Paolo a favore dell’annuncio del Vangelo, con la sottolineatura del rapporto singolare che intercorre tra il sacrificio di Cristo e quello del cristiano (vv. 24-29).
La carne di Cristo e l’unicità della redenzione
21 Un tempo anche voi eravate stranieri e nemici, con la mente intenta alle opere cattive; 22 ora egli vi ha riconciliati nel corpo della sua carne mediante la morte, per presentarvi santi, immacolati e irreprensibili dinanzi a lui (1,21-22).
La contrapposizione tra il passato vissuto nell’ignoranza o nell’errore e il presente che è carico di verità e coscienza, è quasi un leitmotiv nella letteratura battesimale del Nuovo Testamento e in particolare paolina (1Cor 6,9-11; Rm 6,17-22; Col 2,13-14; 3,5-8; Ef 2,1-10.11-12; 1Pt 1,14-16; 2,10). Questa opposizione si fondava sulla comune considerazione che i costumi pagani erano perversi, frutto di non piena consapevolezza, e che il momento presente, quello della fede cristiana, costituisca invece il massimo disvelamento della verità sull’uomo e su Dio.
La nuova condizione positiva in cui il cristiano si trova è frutto della riconciliazione avvenuta mediante la carne (sarx) di Cristo; l’insistenza sull’elemento fisico si spiega con la volontà di non considerare Cristo alla stregua di un mito o di una “sofia”.
È da tenere presente il contesto sincretistico della regione di Colossi:
la città era in una zona dove prosperavano culti pagani collegati alla dea Cibele (o Rea), madre di tutti gli dèi, mitica divinità terrestre, procreatrice di tutto; fioriva anche il culto a Isis (o Iside), dea egiziana dell’abbondanza […] e quello a un Dio locale, Men, che la religiosità popolare identificava con Dionisio […]. Le allusioni all’osservanza dei sabati e all’imposizione dei precetti (2,16.21) fanno supporre anche un influsso giudaico[1].
La comunità di Colossi, per diversi aspetti solida nella fede e nella carità, corre il rischio di diluire il messaggio cristiano e vanificarlo: da alcuni passaggi dello scritto emerge, infatti, l’attività di falsi predicatori che parlano della fede come di una filosofia:
Fate attenzione che nessuno faccia di voi sua preda con la filosofia (philosophías) e con vuoti raggiri ispirati alla tradizione umana, secondo gli elementi del mondo e non secondo Cristo (2,8).
In concreto si mette in guardia da un duplice pericolo. Il primo consiste nel considerare il cristianesimo uno tra i diversi sistemi di pensiero greci legati alle scuole e ai relativi maestri di saggezza. Per philosophía si può intendere anche una di quelle teosofie giudeo-elleniste che speculavano sul mondo, sulla sua origine, sui suoi movimenti e sulla sua evoluzione.
Ma il secondo e più insidioso tranello che queste filosofie e i loro banditori portavano con sé consiste nella vanificazione della potenza salvifica dell’evento-Cristo. Se esso è solo frutto dell’ingegno umano che si applica alla scienza filosofica, non ha nulla di trascendente e di unico, rivelandosi incapace di un reale e radicale rinnovamento ontologico dell’uomo e dell’universo perché foriero di un sistema pratico e intellettuale effimero e passeggero:
Sono tutte cose destinate a scomparire con l’uso, prescrizioni e insegnamenti di uomini, che hanno una parvenza di sapienza con la loro falsa religiosità e umiltà e mortificazione del corpo, ma in realtà non hanno alcun valore se non quello di soddisfare la carne (2,22-23).
L’inganno che l’Apostolo smaschera sembra seguire questo ragionamento: svuotando il significato della sarx di Cristo e il legame con la carne degli essere umani, si vanifica il valore autentico del corpo e si smarrisce la capacità di un reale dominio su di esso:
I cristiani di Colossi manifestavano una malsana curiosità per un movimento giudaico mistico-ascetico in voga in quel periodo nella valle del Lico […]; influenzati dalla speculazione giudaica, alcuni erano pervenuti a credere che l’astinenza dal cibo e dalle bevande unita a una stretta osservanza delle festività giudaiche potesse procurare un’ascesa mistica al vertice del cosmo, dove ognuno avrebbe potuto vedere gli angeli che rendevano culto presso il trono di Dio (cosa molto più gratificante dell’amore per il prossimo nel sacrificio di sé)[2].
Si scade, pertanto, in schizofreniche pratiche restrittive che, alla fine, non producono altro effetto se non l’accrescimento dell’orgoglio di chi è riuscito a sottomettere quella parte istintiva di sé che è spesso fuori controllo. Questo risultato non libera dalla schiavitù del corpo (considerato come componente secondaria rispetto all’anima/spirito perché soggetto alla corruzione e al disfacimento) elevando lo spirito ma lo strumentalizza per il proprio autocompiacimento.
Il primato cosmico di Cristo dell’inno iniziale consiste nel superamento di tutte le potenze umane e di quegli elementi sovrumani che pretendono di portare una luce di verità sull’uomo e sul suo habitat.
La differenza specifica tra il cristianesimo e questa “filosofia” risiede proprio della carnalità della salvezza che trasforma la morte da limite estremo di ogni creatura a porta attraverso la quale si accede alla profonda riconciliazione dell’uomo con se stesso e con il creato; solo in questo modo l’essere umano è definitivamente strappato all’autoreferenzialità e posto in relazione al “tu” di Cristo «per presentarsi santi, immacolati e irreprensibili dinanzi a lui» (v. 22b).
La nuova condizione qui descritta richiama il contesto liturgico e rituale che permetteva agli Israeliti di non temere di comparire davanti Yhwh (Es 19,10.14-15; 29,37-38); ma evoca anche il contesto giuridico del giusto che si presenta in tribunale certo della sua innocenza (Gb 31).
Quasi in polemica con questa visione del mondo Paolo traccia, dunque, una gerarchia ponendo Cristo al vertice del cosmo e individuando nella sua sarx il fulcro di quest’ultimo:
È in lui che abita corporalmente tutta la pienezza (pléroma) della divinità (2,9).
È vinta l’ignoranza dei cristiani, dunque, perché è ormai palese che non esistono elementi complementari a Cristo e alla sua redenzione, né forze che ne possano surrogare l’azione potente e pienamente efficace.
Il Vangelo è la speranza
Purché restiate fondati e fermi nella fede, irremovibili nella speranza del Vangelo che avete ascoltato, il quale è stato annunciato in tutta la creazione che è sotto il cielo, e del quale io, Paolo, sono diventato ministro (1,23).
L’Apostolo illustra ai cristiani di Colossi che la riconciliazione di Cristo e la sua irradiazione cosmica si rendono disponibili e fruibili solo a determinate condizioni. La prima è la fede che costituisce il fondamento stabile e certo della vita del cristiano: come in 1Cor 16,13 la fede è dono dello Spirito (1Cor 12,9; 13,2) e radicamento in quelle convinzioni che nell’oggi generano il dinamismo salvifico della vita nuova in Cristo dettata dallo Spirito (Gal 5,22).
Se la fede fonda la vita morale nell’oggi, la speranza la proietta nel futuro perché indica il compimento dell’itinerario al quale la fede introduce. Tale speranza non è il pio e vago desiderio di vedere la buona riuscita dei progetti o delle aspirazioni ma è una realtà che conferisce fermezza al pari della fede, perché la speranza è il Vangelo. Il genitivo «del Vangelo» può essere letto, infatti, come un genitivo oggettivo (il Vangelo è il contenuto della speranza) esplicitando che quanto Paolo ha già consegnato ai Colossesi – il primato di Cristo e della sua salvezza – è ciò che anima e proietta in avanti il cammino del credente abbracciando l’intero universo in questo processo di rigenerazione.
Si inserisce, a questo punto della riflessione, il senso della missione dell’Apostolo qui descritta nei termini del servizio: egli è il diacono del Vangelo e non il padrone, come indicato anche altrove (1Cor 3,5; 2Cor 3,6; 6,4; 11,23). Il vero evangelizzatore sa trovare il giusto rapporto tra verità del Vangelo e partecipazione/appropriazione personale.
Per questo nei versetti che seguono Paolo specificherà la sua personale adesione al mistero della croce di Cristo senza correre il rischio di sminuirne la portata oggettiva e universale.
Il completamento personale del sacrificio di Cristo
Ora io sono lieto nelle sofferenze che sopporto per voi e do compimento a ciò che, dei patimenti di Cristo, manca nella mia carne, a favore del suo corpo che è la Chiesa (1,24).
Nella traduzione della Bibbia del 1971 operata della Conferenza Episcopale Italiana (CEI), questo versetto veniva reso con qualche ambiguità:
Sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi e completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa.
A primo impatto sembrerebbe che il sacrificio di Cristo sia incompleto e che sia Paolo a dargli pieno compimento. Una simile impressione, seppur riduttiva, non è errata; è necessario, tuttavia, specificare il senso della frase al genitivo «patimenti di Cristo» (thlípseõn tou Christou) e contestualizzarla legandola alle «sofferenze» (pathémasin) dell’Apostolo.
I due termini sembrano, infatti, richiamare la medesima realtà, quella, cioè, delle prove subite dai cristiani e dai missionari in unione alle prove di Cristo crocifisso.
Nell’epistolario paolino o negli altri scritti del Nuovo Testamento il termine «tribolazione» (thlípsis) non designa le sofferenze di Cristo – associate, invece, a vocaboli quali «sangue», «croce», «morte» – ma l’angoscia che coinvolge gli uomini e il cosmo e che precede la venuta piena del regno e il giudizio definitivo (Mc 13,19-24; Rm 8,35; 2Cor 6,4; Ef 3,13; 2Ts 1,4). A conferma di quanto ora asserito si può leggere 2Cor 1,5 in cui Paolo chiama «sofferenze di Cristo» (pathémata tou Christou) le prove che come evangelizzatore deve sopportare a motivo della croce di Cristo.
Alla luce di questa considerazione si comprende il senso del genitivo partitivo «patimenti di Cristo» (thlípseõn tou Christou) che, tra le varie tipologie di genitivo della lingua greca, indica la parte di un tutto: si specifica, nel nostro contesto, l’esistenza di una porzione riservata all’Apostolo all’interno del più ampio rimando alle sofferenze accettate in conformazione al mistero della croce. Il sacrificio di Cristo, infatti, è completo in sé e lo si afferma a chiare lettere più avanti nella lettera in 2,13:
Con Cristo Dio ha dato vita anche a voi, che eravate morti a causa delle colpe e della non circoncisione della vostra carne, perdonandoci tutte le colpe.
In conclusione, possiamo asserire che a dover fare ancora il suo corso è il cammino di Paolo (e del cristiano) che attraverso la sua croce è chiamato a conformarsi al Crocifisso in un sacrificio che, similmente a quello di Cristo, è finalizzato all’edificazione della Chiesa:
La Chiesa diviene compimento del mistero di Cristo e realizza il suo divenire attraverso gli uomini: le loro tribolazioni sono per essa fermento di crescita (1,24); le loro comunità costituiscono la Chiesa locale (1,2; 4,16); le loro famiglie, la Chiesa domestica (4,15). La vita del Cristo che si dilata nel cosmo si manifesta ovunque: nel cristiano che ne accoglie l’annuncio per essere perfetto in lui (1,28) e che ha parte alla sua pienezza (2,10)[3].
In questo senso la traduzione della Bibbia CEI del 2008 esplicita correttamente il senso teologico della frase fugando ogni dubbio.

Conclusione
Emerge, dalla riflessione sviluppata in queste pagine, che l’importanza della morte nella carne di Cristo, della conseguente riconciliazione e della partecipazione alle sue sofferenze si spiega
oltre che in rapporto all’applicazione attuale e personalizzata dell’evento storico-salvifico, anche in ragione della preoccupazione fortemente pratica ed esistentiva dell’esortazione; lo scopo della riconciliazione è quello di dare ai cristiani la reale possibilità di una vita secondo il progetto di Dio[4].
Ci pare molto attuale questa sottolineatura esistenziale che getta una luce particolarissima e unica sul mistero della sofferenza di Cristo e del credente. Essa ha un valore positivo perché non solo assimila e incorpora a colui che mediante il suo sacrificio ha rinnovato l’universo, ma rende feconda anche la croce di ogni singolo uomo conferendo forza e efficacia proprio nel momento della debolezza e dell’apparante inutilità.
Lo specifico del messaggio paolino ha, infatti, una forte impronta antropologica perché la persona di Cristo dischiude all’essere umano il mistero della propria vocazione. L’intuizione dell’Apostolo nelle sue esortazioni alla comunità di Colossi mira a saldare indissolubilmente l’umanità di Gesù – nato, morto e risorto nella sua sarx – con la debolezza di ogni singola sarx, perché è consapevole della posta in gioco: negando la prima si dissolve anche la seconda e, al contrario, riconoscendo il Dio-uomo si apre la strada per la reale divinizzazione dell’essere umano.

[1] E. Ghini, La Lettera ai Colossesi. Commento pastorale, EDB, Bologna 1990, 18.
[2] J. Murphy-O’Connor, «Lettera ai Colossesi», in R. Penna – G. Perego – G. Ravasi (edd.), Temi teologici della Bibbia, San Paolo, Cinisello B. (MI) 2010, 176.
[3] Ghini, La Lettera ai Colossesi, 31.
[4] Cf. R. Fabris, Le lettere di Paolo. Traduzione e commento, Borla, Roma 19902, 92.

Publié dans:Lettera ai Colossesi |on 10 juin, 2014 |Pas de commentaires »

RINGRAZIAMO CON GIOIA DIO – COLOSSESI 1, 3. 12-20

http://camminoin.it/2012/08/16/ringraziamo-con-gioia-dio/

RINGRAZIAMO CON GIOIA DIO - COLOSSESI 1, 3. 12-20

oggi facciamo un grande passo avanti nel nostro cammino di fede meditando con attenzione le seguenti parole dell’inno tratto dalla lettera ai Colossesi di San Paolo:

Ringraziamo con gioia Dio, *
Padre del Signore nostro Gesù Cristo,
perché ci ha messi in grado di partecipare *
alla sorte dei santi nella luce,

ci ha liberati dal potere delle tenebre *
ci ha trasferiti nel regno del suo Figlio diletto,
per opera del quale abbiamo la redenzione, *
la remissione dei peccati.

Cristo è immagine del Dio invisibile, *
generato prima di ogni creatura;
è prima di tutte le cose *
e tutte in lui sussistono.

Tutte le cose sono state create per mezzo di lui *
e in vista di lui:
quelle nei cieli e quelle sulla terra, *
quelle visibili e quelle invisibili.

Egli è il capo del corpo, che è la Chiesa; *
è il principio di tutto,
il primogenito di coloro che risuscitano dai morti, *
per ottenere il primato su tutte le cose.

Piacque a Dio di fare abitare in lui ogni pienezza *
per mezzo di lui riconciliare a sé tutte le cose,
rappacificare con il sangue della sua croce, *
gli esseri della terra e quelli del cielo.

Questo inno è un vero e proprio capolavoro che sintetizza in poche parole importantissimi concetti di fede dal contenuto fondamentale. San Paolo inizia ringraziando Dio Padre per il grande beneficio concesso all’umanità di partecipare alla santità celeste grazie a Gesù Cristo. Il ringraziamento di Paolo, oltre ad esprimere una sincera e profonda riconoscenza a Dio Padre per il grande dono della salvezza concessoci tramite il Figlio, introduce con decisione e senza altri preamboli la descrizione della figura di Gesù Cristo. Da questo inno possiamo imparare tutto quello che nella nostra intera vita di fede non abbiamo mai saputo su Gesù Cristo e che invece dovremmo conoscere e ricordare senza alcuna esitazione o dubbio. San Paolo ci illustra Gesù Cristo fornendoci diverse indicazioni tutte concordi tra loro. La prima indicazione ci presenta Gesù Cristo come immagine del Dio invisibile. Dio invisibile in Gesù Cristo ci dà la sua immagine (“Filippo chi ha visto me ha visto il Padre”). Con l’incarnazione del Verbo, Dio si fa uomo, manifestandosi agli uomini, oltre che con la sua natura divina, invisibile agli uomini, anche con una natura umana fatta di corpo e quindi perfettamente visibile per tutti noi. Ma la manifestazione visibile del Dio invisibile non è da ricercare solo nella persona di Gesù: Dio, infatti, si manifesta agli uomini, in tutta la creazione. Il creato porta l’impronta di Dio, in esso è celebrato il suo amore, la sua bellezza, il suo splendore, la sua divinità, la sua forza, la sua onnipotenza, la sua maestà, la sua bontà. Tutti elementi che ci fanno crescere nella conoscenza di Dio, fornendoci un’immagine visibile del Dio invisibile. Questa è la seconda indicazione dataci dall’Apostolo. In questa indicazione San Paolo esplicitamente ci dice che la creazione è stata fatta per mezzo di Gesù Cristo e in vista di Lui. Gesù Cristo essendo Dio è generato dal Padre e non creato, Egli difatti viene prima di ogni cosa e ogni cosa è stata fatta da Lui, ossia per suo mezzo e in vista della sua incarnazione. Inoltre, tutte le cose create continuano a esistere perché in Lui trovano la loro sussistenza. Nella terza indicazione fornita dall’Apostolo, Gesù Cristo è presentato come il Salvatore dell’umanità intera, Colui che ha redento l’umanità, che ha sconfitto la morte e il peccato, che ha liberato l’uomo dal potere delle tenebre eterne per portarlo con sé in Paradiso. La quarta indicazione ci presenta Gesù Cristo come capo del corpo della Chiesa, come tale Egli tramite la Chiesa esercita la sua mediazione per rappacificare con il suo sangue gli esseri della terra e quelli del cielo. Nella quinta indicazione l’Apostolo ci presenta Gesù Cristo come sede di ogni pienezza, ossia del pieno compimento di ogni realtà creata, della convergenza in se stesso dell’universo materiale e spirituale. Egli è colui che ha il primato su tutte le cose, in cui tutte le cose sussistono, in cui tutte le cose si realizzano e in cui tutte le cose trovano il loro vero senso e compimento.

Capo d’Orlando 16/08/2012

Dario Sirna

Publié dans:Lettera ai Colossesi |on 5 mai, 2014 |Pas de commentaires »

Colossesi 3,1-5.9-11 – Seconda Lettura

http://www.nicodemo.net/NN/commenti_p.asp?commento=Colossesi%203,1-11

BRANO BIBLICO SCELTO

Colossesi 3,1-5.9-11

Fratelli, 1 se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio; 2 pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra. 3 Voi infatti siete morti e la vostra vita è ormai nascosta con Cristo in Dio! 4 Quando si manifesterà Cristo, la vostra vita, allora anche voi sarete manifestati con lui nella gloria.
5 Mortificate dunque quella parte di voi che appartiene alla terra: fornicazione, impurità, passioni, desideri cattivi e quella avarizia insaziabile che è idolatria.
9 Non mentitevi gli uni gli altri. Vi siete infatti spogliati dell’uomo vecchio con le sue azioni 10 e avete rivestito il nuovo, che si rinnova, per una piena conoscenza, ad immagine del suo Creatore.
11 Qui non c’è più Greco o Giudeo, circoncisione o incirconcisione, barbaro o Scita, schiavo o libero, ma Cristo è tutto in tutti.

COMMENTO
Colossesi 3,1-11

La risurrezione anticipata dei credenti
L’esordio dello scritto ai Colossesi (Col 1,1-23) termina con una enunciazione dei temi che l’autore intende trattare. Essi sono: l’opera di Cristo per la santità dei credenti, la fedeltà al vangelo ricevuto, il vangelo annunziato da Paolo (cfr. 1,21-23). L’ultimo di questi temi è quello trattato per primo (1,24 – 2,5). Successivamente l’autore affronta il secondo tema, che riguarda la fedeltà al vangelo (2,6-23) e infine si concentra sull’opera di Cristo a vantaggio dei credenti (3,1 – 4,1). Il testo liturgico riprende la prima parte di questo terzo sviluppo. Esso si divide in tre parti: l’opera di Cristo nei credenti (vv. 1-4); ammonizioni (vv. 5-9a); invito a rivestirsi dell’uomo nuovo (vv. 9b-11).

L’opera di Cristo nei credenti (vv. 1-4)
Nella parte precedente della lettera l’autore ha criticato le teorie che mettono a rischio la fedeltà al vangelo, esortando i suoi lettori ad abbandonare le false dottrine che vengono loro proposte. Esse inculcano la sottomissione gli elementi di questo mondo, ai quali i colossesi devono ritenersi ormai morti. Questa morte però prelude a una vita nuova, che essi hanno già ottenuto: «Se dunque siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove è Cristo, seduto alla destra di Dio; rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra» (vv. 1-2). La risurrezione dai morti non è più vista da questo autore come un evento escatologico, collegato con il ritorno di Gesù, ma come una realtà già realizzata. Con Cristo, anche i credenti in lui sono già risorti, godono la stessa vita nuova di cui egli è entrato in possesso mediante la sua risurrezione e ascensione al cielo. È questa una convinzione tipica della seconda generazione cristiana, per la quale la parusia è vista ormai come un evento che si perde nella notte dei tempi, ma che ha già avuto una realizzazione anticipata mediante l’associazione del credente a Cristo. Proprio per questo motivo i credenti devono considerarsi come già risorti con Cristo e sono invitati a cercare anche loro le cose di lassù, cioè quelle che stanno a cuore a Cristo nella sua nuova situazione di Messia intronizzato alla destra del Padre. Su di esse essi devono concentrare il loro pensiero, non sulle cose della terra.
La situazione di morte e di vita tipica dei credenti in Cristo viene poi ulteriormente specificata con queste parole: «Voi infatti siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio!» (v. 3). Ciò che è visibile per il momento è solo la loro morte, perché la loro nuova vita, in quanto partecipazione alla vita di Cristo in Dio, non è visibile agli occhi del corpo. Ma «quando Cristo, vostra vita, sarà manifestato, allora anche voi apparirete con lui nella gloria» (v. 4). L’utore ha già spiegato che la risurrezione dei morti non avrà luogo al momento del ritorno di Gesù, ma è già avvenuta. Tuttavia egli sottolinea che solo quando egli verrà, la loro nuova vita sarà manifestata, in quanto anch’essi parteciperanno alla sua gloria.

Ammonizioni (vv. 5-9a)
Nonostante siano già morti e risuscitati con Cristo, i credenti devono ancora portare a termine il loro passaggio attraverso la morte, senza del quale non possono ottenere pienamente la nuova vita in Cristo. L’ammonizione viene divisa in due parti, separate da un inciso riguardante il passato dei colossesi. Anzitutto l’autore scrive: «Fate morire dunque ciò che appartiene alla terra: impurità, immoralità, passioni, desideri cattivi e quella cupidigia che è idolatria; a motivo di queste cose l’ira di Dio viene su coloro che gli disobbediscono» (vv. 5-6). In contrasto con le cose di lassù, le cose che appartengono alla terra si identificano con una serie di cinque vizi che rappresentano altrettante disobbedienze alla volontà di Dio e attirano la sua ira su quelli che li praticano. In questo piccolo catalogo sono elencati soltanto atteggiamenti interiori. Il primo è l’impurità (porneia), cioè l’inclinazione a trasgredire la volontà di Dio in campo sessuale. Essa si accompagna con l’immoralità (akatharsia, che di per se indica l’impurità rituale), la passione (pathos), cioè l’impulso incontrollato verso il male, il desiderio (epithymia) cattivo, quello cioè proibito dall’ultimo comandamento del decalogo, e infine l’avarizia (pleonexia), che viene bollata come una forma di idolatria.
Dopo questo primo elenco, l’autore si ferma per osservare che «anche voi un tempo eravate così, quando vivevate in questi vizi» (v. 7). Questi vizi fanno parte del tipo di vita che era proprio dei colossesi prima della loro adesione a Cristo. Naturalmente si tratta di un giudizio sommario, il cui scopo non è quello di squalificare la vita precedente dei colossesi, ma di fare apprezzare per contrasto la nuova vita data da Cristo.
Riprende l’esortazione, che riguarda di nuovo una serie di vizi: «Ora invece gettate via anche voi tutte queste cose: ira, animosità, cattiveria, insulti e discorsi osceni, che escono dalla vostra bocca. Non dite menzogne gli uni agli altri» (vv. 8-9). Anche questa volta si tratta di cinque vizi, ai quali è stato aggiunto un divieto. Diversamente dai precedenti però questi vizi riguardano non processi interiori, ma azioni esterne. La prima è l’ira (orghê), che indica la reazione violenta nei confronti degli altri. Viene poi l’animosità (thymon), la cattiveria (kakia), gli insulti (blasphêmia) e i discorsi osceni (aischrologia). Infine i colossesi vengono messi in guardia dal ricorso alla menzogna nei loro rapporti vicendevoli. È chiaro che si tratta di vizi che rendono impossibile la vita comunitaria, perché provocano reazioni violente e incontrollate verso gli altri membri della comunità.

Invito a rivestirsi dell’uomo nuovo (vv. 9b-11)
Dopo l’esortazione a far morire le cose di quaggiù, l’autore ritorna a sottolineare quello che i credenti sono già diventati: «Vi siete svestiti dell’uomo vecchio con le sue azioni e avete rivestito il nuovo, che si rinnova per una piena conoscenza, ad immagine di Colui che lo ha creato (vv. 9b-10). L’uomo vecchio è quello che si lascia ancora trascinare dai vizi di cui l’autore ha appena parlato. I colossesi devono liberarsi da esso se vogliono essere uomini nuovi. Si suggerisce però che questo stato non è raggiunto una volta per tutte, ma deve continuamente ricercato, puntando a una conoscenza sempre più approfondita di Dio per diventare simili a lui. La vita cristiana si distingue dunque per il suo dinamismo interno, che porta ad approfondire sempre più il rapporto con Dio.
Questa crescita nella fede ha una conseguenza comunitaria: «Qui non vi è greco o giudeo, circoncisione o incirconcisione, barbaro, scita, schiavo, libero, ma Cristo è tutto e in tutti» (v. 11). Questo testo è ricalcato su Gal 3,18, dal quale però si distingue per il fatto che è caduto il binomio uomo-donna e a esso è sostituito barbaro-scita, in cui la polarizzazione non è più evidente, in quanto gli sciti facevano parte dei barbari. La scomparsa del binomio uomo-donna mostra chiaramente che nella seconda generazione cristiana i rapporti di genere venivano ormai visti di nuovo alla luce dei costumi ambientali. Il fatto che Cristo sia tutto in tutti significa che l’uguaglianza raccomandata da questo testo riguarda direttamente la comunità e non la società civile.

Linee interpretative
In questo testo, come in altri dello stesso scritto, si può percepire l’intento di convincere i lettori che non è più necessario aspettare con impazienza la realizzazione degli eventi escatologici. Infatti la risurrezione, che avrebbe dovuto realizzarsi con il ritorno di Gesù, si è già attuata per coloro che, mediante la partecipazione alla morte e alla risurrezione di Gesù, sono diventati un’unica cosa con lui. Negli ultimi tempi ci sarà solo la piena manifestazione della vita nuova già conseguita dal credente. Ciò comporta che ciascuno deve essere fin d’ora quello che un giorno apparirà in tutta la sua gloria. In questa prospettiva l’impegno a vivere una vita santa è subordinato all’accettazione del dono di Dio. Per questo si dice che l’indicativo precede l’imperativo.
Sullo sfondo del brano si percepisce una forte esperienza comunitaria, che si basa però su un cammino sincero di crescita personale. I vizi nei confronti dei quali il credente viene messo in guardia sono anzitutto atteggiamenti interiori di egoismo e di desideri terreni. Ma il superamento di questi impulsi è in funzione dei rapporti con gli altri, che presuppongono il l’eliminazione dell’ira e di tutto quanto implica una mancanza di rispetto nei loro confronti. Nella comunità, l’ideale da raggiungere è l’unità, che presuppone la rimozione di tutte le barriere che dividono le persone in vista di una vera uguaglianza. Questa unità sarà un giorno la prerogativa dell’umanità rinnovata. Essa però deve essere anticipata nella vita della comunità, che diventa così un segno efficace della potenza di Dio che opera nella sto

TEMI: EFESINI 2, 14-18 – COL 2, [19,20] – UNITÀ UOMO DONNA (Lo propongo per la giornata mondiale della pace)

http://famiglia.diocesidicagliari.it/docum/Colossesi%20e%20Efesini%20-%20Lai.pdf

DIOCEDI DI CAGLIARI

[LO PROPONGO PER LA GIORNATA MONDIALE DELLA PACE]

TEMI: EFESINI 2, 14-18 – COL 2, [19,20] – UNITÀ UOMO DONNA

[14]Egli infatti è la nostra pace,
colui che ha fatto dei due un popolo solo,
abbattendo il muro di separazione che era frammezzo,
cioè l’inimicizia,
[15]annullando, per mezzo della sua carne,
la legge fatta di prescrizioni e di decreti,
per creare in se stesso, dei due, un solo uomo nuovo,
facendo la pace,
[16]e per riconciliare tutti e due con Dio in un solo
corpo,
per mezzo della croce,
distruggendo in se stesso l’inimicizia.
[17]Egli è venuto perciò ad @annunziare pace$
a voi che eravate lontani e pace a coloro che erano vicini.
[18]Per mezzo di lui possiamo presentarci, gli uni e gli
altri, al Padre in un solo Spirito.

Un cantico esultante e gioioso. Cosa c’era di tanto grande e nuovo da suscitare un tale slancio ed un tale vigore? C’era un evento che aveva già prodotto, per esempio, una situazione del tutto unica nel mondo e nella storia: ex giudei ed ex pagani che insieme formavano un’unica Chiesa. Dove le differenze di cultura d’origine, pur senza sparire, venivano superate verso una più grande e piena unità. C’è ben di che sottolineare una tale novità e di che esultarne ! una cosa così nuova da essere essa stessa prova dell’azione salvifica di Dio.

Il mistero della volontà di Dio.
Col 2, [19,20]:
Perché piacque a Dio di fare abitare in lui ogni pienezza [20] e per mezzo di lui riconciliare a sé tutte le cose, rappacificando con il sangue della sua croce, cioè per mezzo di lui, le cose che stanno sulla terra e quelle nei cieli.

Il “desiderio” di Dio è un tuttuno col mysterion di cui parla Paolo. Egli lo ha annunciato da secoli e lo ha realizzato in Cristo. Cristo è la pienezza della verità divina, cosmica e umana. Il mistero è rivelato in Lui, ma resta ancora mistero, verità altra, non totalmente comprensibile all’uomo e tuttavia verità e vita alla quale l’uomo può aderire e partecipare
attraverso la fede e l’esperienza che ne consegue. In Cristo il mistero è accessibile e, anche se non totalmente possedibile, esso è totalmente partecipabile. È già e non ancora… Un punto fondamentale nell’adesione al mistero è che esso è per la piena liberazione dell’uomo. Chiamato da Dio, entrando e vivendo nel mistero di Cristo, l’uomo è
realmente liberato e integrato nella Vita. Egli è pienamente vivo. Contro questo mistero rivelato e accessibile ci sono le false dottrine. Esse sono frutto della pretesa umana di trovare logicamente le “giuste” e “concrete” soluzioni ai problemi, che tengano conto di tutti i parametri in gioco nella dovuta proporzione. In questa pretesa si insinua e si
espande facilmente la volontà diabolica di distinguere, di precisare ambiti e competenze, contrapporre interessi competitivi. Si maschera la sete di possesso e prevaricazione con criteri di giustizia ed eguaglianza, ma questo processo tendenzialmente acuisce ed esaspera le diversità fino allo scontro violento. Frutto dell’essere innestati in Cristo è al contrario la riconciliazione, l’unità nella diversità, la complementarietà, il servizio reciproco. Tutto questo non significa appiattimento noioso, uguaglianza banalizzante. La diversità è vita ed essa non è a scapito dell’unità ma è a servizio di essa nella complementarietà. Uomini diversi, storie diverse, culture diverse hanno senso completandosi a vicenda pur restando distinti. L’unità non è mediata dall’uguaglianza ma dal servizio reciproco. Il primo è colui che
serve: la gara al primato è gara ad un servizio più ampio e più profondo, fino al dono totale di sé, come Cristo ha concretamente mostrato. Gareggiare nel dono è gareggiare nella carità, che è amore gratuito. Quando non è più possibile distinguere e tenere il conto di chi più ha dato e chi più ha ricevuto, ciascuno per quello che può, allora si accende l’unità piena.

L’unità fra uomo e donna.
La dinamica uomo-donna è forse l’esempio più eclatante di dinamica unità-diversità. Uomo e donna si cercano, si desiderano, hanno bisogno l’uno dell’altra, ma pure si fronteggiano, sono in guerra fra loro. Sono in guerra perché non si capiscono mai pienamente, nessuno dei due può pretendere di “prendere” l’altro in pienezza, anche se lo desiderasse profondamente e per un nobile fine. Nella dinamica tipicamente umana e tipicamente sociale, questo porta spesso a due schieramenti contrapposti, alla rivendicazione di diritti non accordati, alla prevaricazione reciproca, operata ora con prepotenza, con la violenza fisica e non solo, ora con l’inganno ed il sotterfugio. Ciascuna parte può restare ancorata alla sua propria sensibilità, al suo proprio modo di vedere e di essere, ritenersi fondamentalmente non capita, in una solitudine profonda e incolmabile. In questa situazione l’uno o l’altra, e spesso ambedue insieme, cercano di prendere quello che possono a danno dell’altro, perché si sentono ampiamente in credito rispetto alla controparte: mi riprendo solo qualcosa che mi è stata tolta ingiustamente, ma mai ti toglierò abbastanza, perché tu mi hai rovinato la vita! Uomo e donna, pur essendo evidentemente “l’uno per l’altra” per la loro stessa natura, possono essere profondamente divisi e inconciliabili. La mentalità umana è normalmente guidata dalla paura di non concedersi troppo, per non restare delusi e non rischiare di essere “fregati”, perché l’”altro” – uomo o donna che sia – non se ne approfitti. Questo è il punto di partenza per la creazione di territori ed ambiti distinti e per fondare l’impossibilità di una piena unità. Una unione che in partenza pone delle riserve alla piena donazione reciproca, si mette di fronte ad una salita impervia e piena di buche in cui rischia di inciampare e sprofondare. L’idea di base di questa dinamica è che la gratuità piena non esiste e l’amore non essendo mai pieno, neppure è mai eterno. È un rapporto che si articola sullo stare guardinghi, sul concedere e concedersi ma non troppo, sul riservarsi porzioni private di vita dai quali l’altro è
scontatamente escluso. È una vita a due faticosa, complicata ma – si sa – da che il mondo è mondo è sempre andata così. D’altronde a non sposarsi, superata una certa età ci si sente soli, almeno i figli servono a darci un futuro!
Oggi le “false dottrine”, le dottrine dell’individualismo e della prevaricazione, dilagano. La coppia esplode. Non è chiaro se ciò dipenda da una maggior forza raggiunta dalle false dottrine o semplicemente perché molti tabù di “decenza” e dignità di facciata sono caduti. Forse ambedue le cose, ma forse la sostanza nel rapporto uomo-donna non è poi così tanto cambiata. È vero, le vecchie false dottrine oggi sembrano avere più forza, una diffusione
socialmente più capillare, nuovi mezzi tecnologici all’avanguardia. La vera dottrina ha invece sempre solo un unico mezzo: l’amore gratuito. Qualcuno ha amato per primo così. Qualcun altro si è sentito amato così. Il dono di sé nasce quando si fa esperienza di questo sentirsi amati gratuitamente. Allora si diventa capaci di credere che è possibile fare
altrettanto e si è presi dalla sete di ripetere quel gesto del dare e del ricevere all’infinito, perché solo lì si è perimentata la vera vita, la vera felicità. Scatta la reciprocità, parte la gara del dono. È una dinamica in cui si capitalizza insieme una tale quantità di bene e felicità che questa poi diventa una riserva, un capitale da utilizzare per superare i momenti di carestia, di aridità, che pure ci sono, a causa delle nostre chiusure e ignoranze, degli egoismi, dei sospetti che sempre sono pronti a farsi strada nei momenti di difficoltà. È la dinamica e la logica di Cristo, che non è la logica del mondo. Chi ha sperimentato questa logica del vivere considera l’altra come spazzatura e le persone che vi vivono come dei disgraziati da tirar fuori dalla miseria, come qualcun altro ha già fatto con noi.

Maschilismo e femminismo in Efesini 5, 21-33. Ovvero: chi è il migliore, il marito o la moglie?
Quando durante la messa viene letto questo brano le donne si indispettiscono e gli uomini o si gongolano o si imbarazzano. Magari guardano le mogli con un sorrisino tra l’ebete ed il compiaciuto: se le cose andassero così, che stai sottomessa, allora tutto andrebbe meglio, stanne certa! Le più giovani, al limite del disgusto, con un fremito di rabbia mal trattenuto, si guardano fra loro per spirito di corpo. Le meno giovani, ma comunque già ampiamente emancipate, si ripetono: cose di altri tempi – è chiaramente un brano ancorato alla mentalità dell’epoca e S. Paolo qui rivela il suo limite di uomo (maschio) di 2000 anni fa. La chiesa dovrebbe cambiare e ammorbidire certe posizioni ormai sorpassate… Pensieri che salgono come un brusio dalla platea che subisce nervosamente questo scomodo brano…
Ma qui non c’è ebreo né gentile, non schiavo né padrone e non c’è uomo né donna, perché tutti sono uno in Cristo. E come sono uno in Cristo? È fondametale il fatto che nell’unione le differenze non svaniscono ma si valorizzano. L’unità avviene non per privazione degli attributi di ciascuna parte ma attraverso il dono reciproco, ciascuno nel suo ruolo: siate sottomessi gli uni agli altri nel timore di Cristo. Chi dei due, dunque, è il più grande? Colui che fra i due è più “sottomesso”, chi dei due più “serve”. Il più grande fra tutti gli uomini è Cristo non tanto perché figlio di Dio, ma
perché, pur essendo Dio, scelse di spogliare se stesso, donandosi totalmente. Se la logica è quella del dono e non del dominio, che è la logica del diavolo, il senso del brano è molto diverso. Quasi mette alla prova il nostro grado di comprensione del mistero. Sembra quasi che Paolo dica: mariti, volete essere i più grandi? bene, buona idea! Potete
farcela!, ma sappiate che il prezzo della grandezza è la totalità del dono, è il sacrificio della vostra individualità per la vostra sposa. Mogli, volete essere le più grandi? Bene! Buona idea, potete farcela anche voi! Ma sappiate che il prezzo è l’abbassamento, il servizio per l’altro, l’essere disposte a lavare i piedi anche ad un marito che non vi è superiore, come fece Gesù, inginocchiandosi davanti ai suoi discepoli per lavar loro i piedi. Se voi mariti e mogli non entrerete in questa logica del dono gratuito, non può esserci unità ed il dono di Cristo può essere reso vano. Ma se entrerete, sarete una corpo solo e troverete Cristo stesso, la pienezza della vita, stabilire la sua dimora presso di voi e con voi rimanere sempre fino alla rivelazione totale del mistero, quando tutti potremo vederlo faccia a faccia.
——————————————-

[21]Siate sottomessi gli uni agli altri nel timore di Cristo.
[22]Le mogli siano sottomesse ai mariti come al Signore; [23]il marito infatti è capo della moglie, come anche Cristo è capo della Chiesa, lui che è il salvatore del suo corpo. [24]E come la Chiesa sta sottomessa a Cristo, così anche le mogli siano soggette ai loro mariti in tutto.
[25]E voi, mariti, amate le vostre mogli, come Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei,
[26]per renderla santa, purificandola per mezzo del lavacro dell’acqua accompagnato dalla parola,
[27]al fine di farsi comparire davanti la sua Chiesa tutta gloriosa, senza macchia né ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata.
[28]Così anche i mariti hanno il dovere di amare le mogli come il proprio corpo, perché chi ama la propria moglie ama se stesso.
[29]Nessuno mai infatti ha preso in odio la propria carne; al contrario la nutre e la cura, come fa Cristo con la Chiesa, [30]poiché siamo membra del suo corpo.
[31]Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla sua donna e i due formeranno una carne sola
[32]Questo mistero è grande; lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa!
[33]Quindi anche voi, ciascuno da parte sua, ami la propria moglie come se stesso, e la donna sia rispettosa verso il marito.

COLOSSESI 3: 12-21 – seconda lettura della Festa della Santa Famiglia

http://www.chiesaevangelicadivolla.it/n-23-colossesi-3–12-21.html

DA: CHIESA EVANGELICA DI VOLLA

COLOSSESI 3: 12-21

L’epistola ai Colossesi costituisce un testo di cristologia che merita uno studio attento ed appropriato. Il testo prescelto si colloca nella parte parenetica o esortativa di questo scritto paolinico. Lo possiamo suddividere in due parti: la prima, costituita dai vv. 12-17, che presenta alcuni precetti generali di vita cristiana. Le diversità che connotano i credenti della comunità esigono l’esercizio quotidiano di misericordia, benevolenza, umiltà, mansuetudine, pazienza, sopportazione e perdono vicendevole.

Tutto questo sarà possibile solo quando, come Paolo dice, “La parola di Cristo abita in voi abbondantemente; istruitevi ed esortatevi gli uni gli altri” (v 13). A rileggere il v. 12 si trova un elenco di cinque virtù (misericordia, benevolenza, umiltà, mansuetudine e pazienza), espressioni dell’uomo nuovo, che si contrappongono al catalogo dei cinque vizi elencati nel v. 8 (ira, collera, malignità, calunnia, oscenità) e che richiamano l’uomo vecchio. La pratica di queste virtù di relazione (v. 12) e la cancellazione dei detti vizi di relazione (v. 8) oggi sono consigliate da principi di educazione civica e dai migliori galatei, oltre che da seri psicologi. Poiché è vero che la virtù principe che presiede ogni buon comportamento è l’agàpe (v. 14) è altresì vero che si può parlare di « agàpe » come « educazione ». D’altra parte va ricordato che se le cinque virtù possono essere lette come semplici principi filantropici già noti nel mondo greco (e non manca chi pensa che Paolo le abbia semplicemente mutuate) ciò nulla toglie al fatto che l’apostolo ravvisa in questi comportamenti modelli ispirati e voluti dal Signore come aspetti visibili e percepibili di un corretto amore fraterno ben inserito nella comune vita associata della nostra quotidianità. I vv 15-17 ci pongono di fronte al tema della ‘pace’ quale segno e testimonianza di una riconciliazione avvenuta per mezzo della croce di Gesù Cristo. Per essa la pace è diventata una realtà che si manifesta innanzitutto nelle nostre relazioni più immediate per poi diventare speranza per l’umanità tutta intera. La pace, che costituisce motivo della nostra vocazione (v. 15), è il risultato della azione riconciliatrice della croce di Cristo per la quale si è riconciliato con il mondo (Rm 5:1-11) ed ha reso possibile la pacificazione tra gli uomini (Ef 2:11-22). Qui l’apostolo inserisce un’annotazione sulla importanza edificativa della liturgia o culto pubblico che, incentrato sulla parola annunziata, è occasione per esortarsi reciprocamente “con ogni sapienza, cantando di cuore a Dio, sotto l’impulso della grazia, salmi, inni e cantici spirituali” (v. 16). La seconda parte del nostro brano (vv. 18-21) presenta il cosiddetto “codice domestico” che ad uno studio attento non presenta alcuna novità, per così dire, “cristiana”. Le parole di Paolo si potrebbero senz’altro trovare in pagine di filosofi stoici. “Nell’accogliere questi codici, l’etica dei primi cristiani manifesta il suo carattere borghese. Essa inculca tutto ciò che nel mondo viene comunemente riconosciuto come conveniente (cfr Fil 4:8), non prospetta un programma di riforma nel mondo, si accetta l’ordine costituito (compresa la schiavitù)”, “Il cristianesimo dei primi tempi non cerca di instaurare in questo mondo caduco l’ordine cristiano del mondo. Un’idea del genere era completamente estranea al Nuovo Testamento”. Nel presentare come condotta esemplare la piena sottomissione della moglie al marito l’apostolo Paolo paga un tributo alla mentalità del suo tempo. Nel passo parallelo agli Efesini (5:23) aggiungerà che il marito è ‘capo’, cioè signore, della moglie. Con la espressione ‘nel Signore’ – tutta da comprendere – Paolo ‘cristianizza’ i costumi etici della famiglia ebraica e, in generale, orientale. L’amore dei mariti deve ispirarsi a quello che il Cristo ha verso la Sua chiesa. Un amore che non soffoca ma che alimenta la fiducia reciproca: nel corso del tempo l’amore dell’uno verso l’altro aumenta con l’aumentare della fiducia (‘fede’ per la chiesa) e, soprattutto, della conoscenza. L’obbedienza dei figli richiama il comandamento ma senza l’eccessiva severità di quel tempo. Questa è una novità.

Mario Affuso  

BENEDETTO XVI: CANTICO CFR COL 1,3.12-20

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/audiences/2006/documents/hf_ben-xvi_aud_20060104_it.html

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

AULA PAOLO VI

MERCOLEDÌ, 4 GENNAIO 2006

CANTICO CFR COL 1,3.12-20

Cristo fu generato prima di ogni creatura,
è il primogenito di coloro che risuscitano dai morti
Vespri – Mercoledì 4a settimana

1. In questa prima Udienza generale del nuovo anno ci soffermiamo a meditare il celebre inno cristologico contenuto nella Lettera ai Colossesi, che è quasi il solenne portale d’ingresso di questo ricco scritto paolino ed è anche un portale di ingresso in questo anno. L’Inno proposto alla nostra riflessione è incorniciato da un’ampia formula di ringraziamento (cfr vv. 3.12-14). Essa ci aiuta a creare l’atmosfera spirituale per vivere bene questi primi giorni del 2006, come pure il nostro cammino lungo l’intero arco del nuovo anno (cfr vv. 15-20).
La lode dell’Apostolo e così la nostra sale a « Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo » (v. 3), sorgente di quella salvezza che è descritta in negativo come « liberazione dal potere delle tenebre » (v. 13), cioè come « redenzione e remissione dei peccati » (v. 14). Essa è poi riproposta in positivo come « partecipazione alla sorte dei santi nella luce » (v. 12) e come ingresso « nel regno del Figlio diletto » (v. 13).
2. A questo punto si schiude il grande e denso Inno, che ha al centro il Cristo, del quale è esaltato il primato e l’opera sia nella creazione sia nella storia della redenzione (cfr vv. 15-20). Due sono, quindi, i movimenti del canto. Nel primo è presentato Cristo come il primogenito di tutta la creazione, Cristo, « generato prima di ogni creatura » (v. 15). Egli è, infatti, l’ »immagine del Dio invisibile », e questa espressione ha tutta la carica che l’ »icona » ha nella cultura d’Oriente: si sottolinea non tanto la somiglianza, ma l’intimità profonda col soggetto rappresentato.
Cristo ripropone in mezzo a noi in modo visibile il « Dio invisibile ». In Lui vediamo il volto di Dio, attraverso la comune natura che li unisce. Cristo per questa sua altissima dignità precede « tutte le cose » non solo a causa della sua eternità, ma anche e soprattutto con la sua opera creatrice e provvidente: « per mezzo di lui sono state create tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili… e tutte sussistono in lui » (vv. 16-17). Anzi, esse sono state create anche « in vista di lui » (v. 16). E così san Paolo ci indica una verità molto importante: la storia ha una meta, ha una direzione. La storia va verso l’umanità unita in Cristo, va così verso l’uomo perfetto, verso l’umanesimo perfetto. Con altre parole san Paolo ci dice: sì, c’è progresso nella storia. C’è – se vogliamo – una evoluzione della storia. Progresso è tutto ciò che ci avvicina a Cristo e ci avvicina così all’umanità unita, al vero umanesimo. E così, dentro queste indicazioni, si nasconde anche un imperativo per noi: lavorare per il progresso, cosa che vogliamo tutti. Possiamo farlo lavorando per l’avvicinamento degli uomini a Cristo; possiamo farlo conformandoci personalmente a Cristo, andando così nella linea del vero progresso.
3. Il secondo movimento dell’Inno (cfr Col 1, 18-20) è dominato dalla figura di Cristo salvatore all’interno della storia della salvezza. La sua opera si rivela innanzitutto nell’essere « capo del corpo, cioè della Chiesa » (v. 18): è questo l’orizzonte salvifico privilegiato nel quale si manifestano in pienezza la liberazione e la redenzione, la comunione vitale che intercorre tra il capo e le membra del corpo, ossia tra Cristo e i cristiani. Lo sguardo dell’Apostolo si protende alla meta ultima verso cui converge la storia: Cristo è « il primogenito di coloro che risuscitano dai morti » (v. 18), è colui che dischiude le porte alla vita eterna, strappandoci dal limite della morte e del male.
Ecco, infatti, quel pleroma, quella « pienezza » di vita e di grazia che è in Cristo stesso e che è a noi donata e comunicata (cfr v. 19). Con questa presenza vitale, che ci rende partecipi della divinità, siamo trasformati interiormente, riconciliati, rappacificati: è, questa, un’armonia di tutto l’essere redento nel quale ormai Dio sarà « tutto in tutti » (1Cor 15, 28) e vivere da cristiano vuol dire lasciarsi in questo modo interiormente trasformare verso la forma di Cristo. Si realizza la riconciliazione, la rappacificazione.
4. A questo mistero grandioso della redenzione dedichiamo ora uno sguardo contemplativo e lo facciamo con le parole di san Proclo di Costantinopoli, morto nel 446. Egli nella sua Prima omelia sulla Madre di Dio Maria ripropone il mistero della Redenzione come conseguenza dell’Incarnazione.
Dio, infatti, ricorda il Vescovo, si è fatto uomo per salvarci e così strapparci dal potere delle tenebre e ricondurci nel regno del Figlio diletto, come ricorda questo inno della Lettera ai Colossesi. « Chi ci ha redento non è un puro uomo – osserva Proclo -: tutto il genere umano infatti era asservito al peccato; ma neppure era un Dio privo di natura umana: aveva infatti un corpo. Che, se non si fosse rivestito di me, non m’avrebbe salvato. Apparso nel seno della Vergine, Egli si vestì del condannato. Lì avvenne il tremendo commercio, diede lo spirito, prese la carne » (8: Testi mariani del primo millennio, I, Roma 1988, p. 561).
Siamo, quindi, davanti all’opera di Dio, che ha compiuto la Redenzione proprio perché anche uomo. Egli è contemporaneamente il Figlio di Dio, salvatore ma è anche nostro fratello ed è con questa prossimità che Egli effonde in noi il dono divino.

È realmente il Dio con noi. Amen!

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