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LETTERA AGLI EFESINI: IN CONTEMPLAZIONE DEL MISTERO DI CRISTO UNICO SIGNORE.

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LETTERA AGLI EFESINI: IN CONTEMPLAZIONE DEL MISTERO DI CRISTO UNICO SIGNORE.

UN CIRCUITO DI BENEDIZIONE

meditazione di Pino Stancari – 3 novembre 2009 – Primo incontro del ciclo 2009-2010

Gli incontri con il P. Pino Stancari S.J. si svolgono nel primo martedì di ogni mese a Roma presso l’Associazione Maurizio Polverari, in via Torelli Viollier, 132 A/3. Hanno inizio alle 19 e terminano alle 20.30. E’ disponibile un garage privato all’inizio della via.

Il ciclo 2009-2010 è dedicato alla lettura della Lettera agli Efesini, a cui è strettamente connessa la Lettera ai Colossesi.

L’esperienza della carcerazione diviene per Paolo occasione propizia per volgere Il suo ministero apostolico in una prospettiva di valore propriamente contemplativo. La rivelazione Del “mistero” di Dio gli insegna a ricapitolare tutto e tutti nell’appartenenza alla signoria di Cristo.
Esprimendo la gioia incontenibile che impregna tutta la sua fatica pastorale, Paolo è in grado di cogliere i rischi di ricaduta nelle culture del paganesimo – fatte di devozioni, di comportamenti, di obbedienze ideologiche – a cui vanno incontro le Chiese, nel corso della loro missione, e i cristiani, nel discernimento della loro posizione nel mondo.
Gli interventi di Paolo spalancano dinanzi a noi gli spazi immensi della profezia evangelica sul mondo.

Paolo è in prigione a Cesarea, siamo intorno all’anno 62 d.C.
La lettera agli Efesini molto probabilmente è stata intesa e voluta da Paolo come una lettera circolare, destinata a circolare tra le chiese, preceduta dalla lettera alla chiesa di Colossi. In un momento successivo, dopo alcuni mesi, Paolo riprende le questioni e le rielabora in una forma più ampia e articolata in modo tale da mettere insieme un testo destinato a circolare tra le chiese di quella regione. A noi è giunta la copia di quella lettera che è stata custodita nell’archivio della Chiesa di Efeso; Efeso è città capoluogo, città metropolitana, ha un suo ruolo di presidenza nel contesto delle chiese di quella regione. Questo ci aiuta a constatare come queste pagine sono dotate di un particolare respiro nella comunicazione: Paolo è libero, in grado di partecipare intensamente alla conversazione con i cristiani di quelle chiese, senza lasciarsi prendere, come capita in altri scritti, dalla necessità di intervenire immediatamente, fortemente, qualche volta con autorità, altre volte in forma quasi di contestazione. La lettera agli Efesini è caratterizzata da questa intonazione ampia, di ampio respiro; l’elaborazione dottrinaria è serena e disinvolta. Paolo è preoccupato per quello che sta succedendo, ma non è travolto dalla gravità dei problemi nella immediatezza delle vicende; è invece pronto ad affacciarsi su un orizzonte che immediatamente coinvolge quelle chiese ma che in realtà coinvolge la vita cristiana di tutti, in tutte le chiese: i destinatari sono quelli di Efeso e dintorni, ma in realtà i destinatari siamo ancora noi, non come interlocutori aggiunti, ma come interlocutori che sono già presenti nell’animo di Paolo che si affaccia come spettatore di questo mistero che investe la storia dell’umanità intera, del passato e del futuro. E noi siamo dentro a questo futuro di Paolo che è poi il presente sempre attuale dell’Evangelo che fa nuovo il mondo e nuova la nostra condizione umana.

Saluto e augurio
Cap. 1, vv. 1-2. “Paolo, apostolo di Gesù Cristo per volontà di Dio, ai santi che sono in Efeso, credenti in Cristo Gesù: grazia a voi e pace da Dio, Padre nostro, e dal Signore Gesù Cristo”. In questi primi due versetti incontriamo espressioni che sono presenti anche nelle prime battute di altre lettere. Qui c’è un’attenzione particolare a una forma di articolazione all’interno della comunità cristiana che riconosciamo nell’uso di due termini, i santi e i credenti: i santi, qualcosa di simile a quel che noi chiameremmo i battezzati; i credenti, qualcosa di simile a quel che noi chiameremmo i praticanti. E’ interessante perché Paolo lascia intendere che già in queste chiese è possibile riscontrare quella certa distinzione tra coloro che sono stati evangelizzati, battezzati e introdotti nel cammino della vita nuova, e coloro che sono impegnati in un cammino che corrisponda alla vocazione ricevuta, al dono che è stato loro conferito e a cui hanno aderito in una fase di fondazione della loro nuova esistenza. Ci sono i santi e ci sono i credenti, ci sono i battezzati e ci sono i praticanti e se Paolo interpella così i destinatari del suo scritto è perché gli sta a cuore sostenere coloro che sono impegnati in un cammino esposto comunque a contraddizioni, cadute, scivolamenti, come peraltro sperimentiamo tutti.

Benedetto sia Dio
Dal v. 3 al v. 14, la prima pagina della lettera, un testo che corrisponde magnificamente a quella intonazione contemplativa a cui accennavo precedentemente (il testo è relativamente famoso): una benedizione, un testo che ha un sapore liturgico, che dà espressione a una ricerca interiore che ha impegnato Paolo sul fronte della contemplazione del Mistero. Paolo non interviene in termini dottrinari per dare esplicita documentazione ai suoi pensieri, dubbi, preoccupazioni, per chiarire, intervenire, decifrare, discernere e poi indicare le soluzioni. La lettera si apre così e questa intonazione orante, celebrativa, contemplativa resterà dominante per tutto lo scritto anche quando, in pagine successive, Paolo effettivamente affronterà questioni di carattere dottrinario e più operativo.
“Benedetto sia Dio”. Una grande benedizione, un inno, un canto (la nostra traduzione ripartisce il testo in versi). Questo testo è diventato anche poi uno degli inni che sono presenti nella preghiera liturgica, nella preghiera comunitaria della Chiesa, uno dei cantici neotestamentari. In greco dal v. 3 al v. 14 abbiamo a che fare con un’unica frase. Nella nostra traduzione ogni tanto il traduttore si sente in dovere di mettere un punto; in greco non è cosi. Il testo si sviluppa come un proclama che procede al modo di un’onda che non si arresta lungo il percorso prima di essere giunta ad esaurimento. Nel testo che leggiamo in italiano troviamo dei segni di punteggiatura, più esattamente dei punti e poi delle riprese: questo, quel tale, egli; in greco invece troviamo sempre espressioni che servono a concatenare la sequenza delle proposizioni; e allora pronomi relativi che si accavallano uno dopo l’altro e uno sopra l’altro: nel quale, da cui, perché: tutta una serie di espedienti linguistici che servono a concatenare questa lunga benedizione che è tutta già anticipata e proclamata nel primo versetto “Benedetto sia Dio”. Noi siamo in grado di benedire Dio, questa è la novità rispetto alla quale Paolo è incantato.

Benedetto sia Dio
V. 3. E’ il versetto che introduce il cantico che si sviluppa poi in cinque strofe: “Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli, in Cristo (qui c’è un bel punto mentre in greco il testo è concatenato in modo tale da legare il testo del v. 4 e seguenti insieme al v. 3). L’affermazione apre e in un certo modo già contiene tutto lo svolgimento del cantico: noi siamo in grado di benedire Dio, che è il “Padre del Signore nostro Gesù Cristo”, perché siamo stati da Lui benedetti. Siamo inseriti in un circuito: siamo in grado di benedire Dio non in virtù di qualche nostra prerogativa, fantasia, illusione o di qualche nostra pretesa o presunta, supposta capacità. Noi siamo in grado di benedire Dio perché siamo benedetti da Lui “con ogni benedizione spirituale nei cieli”. Siamo in grado di benedire Dio perché Dio ci ha benedetti. E siamo in grado di benedirlo perché siamo, in virtù della benedizione ricevuta, incastonati nella comunione con Cristo. Siamo in grado di benedire Dio in quanto è il Padre del Signore nostro Gesù Cristo, dal momento che noi siamo benedetti nei cieli, in Cristo. Cosa vuol dire nei cieli? Noi siamo introdotti ormai, anzi siamo sigillati in un rapporto di comunione con Lui che è intronizzato nella gloria celeste, con Colui che è disceso e risalito ed ora dimora nell’altezza della sua regalità celeste. Noi siamo in grado di benedire Dio, che è Padre, proprio perché siamo sigillati nella comunione con il Figlio; ed è in virtù della benedizione che abbiamo ricevuto che siamo in grado di benedire Dio; e la benedizione che abbiamo ricevuto qui viene ulteriormente precisata come “ogni benedizione, spirituale”. Noi siamo stati benedetti in quanto il respiro stesso del Dio vivente è divenuto il soffio che dall’interno sostiene, trasforma, rigenera la nostra capacità di vivere, per cui siamo in grado di benedire Dio: siamo in grado di respirare al ritmo del respiro di Dio; siamo in grado di vivere in continuità, in obbedienza, in armonia con la pienezza della vita che è il Mistero del Dio vivente. Tutto il cantico che segue è sostenuto dallo svolgimento di questo unico respiro. Non si prende il fiato dal v. 3 al v. 14 (come dicevo prima) perché in realtà quella che è una necessità inevitabile per noi, nella contemplazione di Paolo è ormai una novità che passa attraverso di noi senza dipendere più dalle necessità dei nostri polmoni sempre sfiatati, ansimanti; è il respiro stesso del Dio vivente. “Ogni benedizione spirituale”: è il soffio del Santo che ci ha investiti in modo tale che ormai noi siamo in grado di benedire Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, perché siamo sigillati in virtù della benedizione ricevuta nella comunione con il Figlio, Gesù Cristo. Siamo introdotti in questo circuito che è la vita stessa di Dio.

Chiamati alla comunione col Padre
Cinque strofe, vi dicevo. Prima strofa, vv. 4 e 5. Paolo ci aiuta a renderci conto di quel che significa essere stati “benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli, in Cristo”, cosa significa essere benedetti da Dio in modo tale da essere incastonati nella comunione con il Figlio. “In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità, predestinandoci a essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo, secondo il beneplacito della sua volontà”. Essere benedetti in Cristo in primo luogo, per Paolo, significa renderci conto di quale chiamata elettiva abbiamo ricevuto fin dall’inizio; noi siamo stati chiamati fin da prima della creazione del mondo a condividere la figliolanza di Cristo. L’eterna pienezza dell’agapi (la carità), nella intimità della vita di Dio, è il motivo per cui il mondo stesso è stato creato; tutto quel che riguarda la creazione del mondo è funzionale a questa vocazione che chiama noi, creature umane, ad essere in comunione con il Figlio. “Santi e immacolati al suo cospetto”: gli interlocutori che vivono nella corrispondenza alla sua eterna e gratuita volontà d’amore. E’ il motivo per cui ha creato il mondo, tutto quel che riguarda la creazione è al servizio di questa vocazione che ci riguarda in quanto siamo convocati al cospetto del Creatore per corrispondergli in modo omogeneo – possiamo dire così – alla risposta del Figlio; quella risposta che è contemplata adesso da Paolo nella intimità della vita divina, da sempre, per sempre, nell’eternità di quel mistero di comunione che è il segreto stesso del Dio vivente. Noi siamo chiamati in virtù di quella pienezza di comunione che nell’intimo del Dio vivente è messa a nostra disposizione in modo tale che noi, creature umane e tutto l’universo al servizio di questa vocazione nostra, ci troviamo inseriti come interlocutori del Padre.

Redenti e perdonati
Seconda strofa, vv. 6-7: “E questo a lode e gloria (meglio a lode della gloria) della sua grazia, che ci ha dato nel suo Figlio diletto (nel testo in greco il termine Figlio non c’è, nel Diletto, nell’Amato); nel quale abbiamo la redenzione mediante il suo sangue, la remissione dei peccati secondo la ricchezza della sua grazia”. In questa seconda strofa siamo alle prese con quella benedizione che abbiamo ricevuto da Dio per il fatto che siamo coinvolti nell’opera redentiva di cui è stato protagonista il Figlio che ha versato il sangue. Nella strofa precedente noi siamo benedetti in quanto fin da prima della creazione, chiamati ad essere in comunione con il Figlio; nella seconda strofa noi siamo benedetti in quanto una corrente di grazia, di amore gratuito ci ha raggiunti e coinvolti nel momento in cui la nostra condizione umana inevitabilmente deve affrontare le conseguenze di un rifiuto, di un fallimento, le conseguenze del peccato. Noi siamo redenti in virtù dell’amore che il Dio vivente ha manifestato nei confronti di quel Figlio che ha versato il sangue. E laddove il Figlio ha condiviso la nostra condizione umana fino a versare il sangue, fino alla morte, il Figlio amato, in quella condizione di miseria mortale, è il garante della redenzione che ci reintroduce nel circuito dell’intimità, della comunione della vita divina.

Rieducati interiormente
La terza strofa, vv. 8-10, ancora aggiunge qualcosa. Come funziona, per dirla in modo un po’ brutale, quella benedizione che noi abbiamo ricevuto da Dio per cui siamo in Cristo? in quanto creature chiamate fin dall’eternità a condividere la figliolanza? In quanto creature redente laddove il Figlio ha condiviso la morte dei peccatori? “Egli l’ha abbondantemente riversata su di noi con ogni sapienza e intelligenza, poiché egli ci ha fatto conoscere il mistero della sua volontà, secondo quanto nella sua benevolenza aveva in lui prestabilito per realizzarlo nella pienezza dei tempi: il disegno cioè di ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra”. La benedizione che abbiamo ricevuto perché siamo in Cristo viene contemplata da Paolo in quanto noi siamo coinvolti in un’opera che ci riguarda interiormente, che ci raggiunge nell’intimo e dunque c’è una rieducazione della nostra realtà di creature umane che ci riguarda nei pensieri, negli affetti, nell’impianto interiore della nostra esistenza. La grazia, quella corrente di amore gratuito che viene da Lui per cui noi siamo inseriti in Cristo, è “abbondantemente riversata su di noi con ogni sapienza e intelligenza” (notate questi termini). E’ lui che ci ha benedetti in quanto ha realizzato una radicale trasformazione, più esattamente una radicale rieducazione della nostra interiorità umana. Sapienza e intelligenza: termini che potrebbero essere anche tradotti in modo un po’ più sfumato: è tutto l’apparato, il sistema, l’impianto della nostra vita interiore che è stato rieducato poiché “egli ci ha fatto conoscere”. “Conoscere” non è darci notizia, ma significa esattamente la trasformazione o la conversione della nostra capacità di relazionamento; la conoscenza e la capacità di relazionamento in senso ampio, non soltanto nel senso della vita intellettuale, o il passare attraverso i concetti, i giudizi, i pensieri come solitamente noi intendiamo, riservando i pensieri alla capacità razionale della creatura umana. La conoscenza nel senso biblico è la capacità di relazionamento che ci coinvolge affettivamente, emotivamente, intimamente, radicalmente in tutto il vissuto: egli ci ha fatto conoscere il mistero della sua volontà. Noi siamo benedetti in quanto siamo coinvolti in questa opera rieducativa che rende la nostra capacità di vivere, che è poi la nostra capacità di relazionarci, adeguata al Mistero della sua volontà, adeguata a Lui. Paolo ci tiene molto, in questa terza strofa, a precisare quello che già affermava precedentemente: noi siamo benedetti perché siamo inseriti nella comunione con il Figlio, quindi nel circuito della vita divina, della vita trinitaria. Ma adesso precisa che questo nostro inserimento, questo nostro coinvolgimento comporta non soltanto un trasferimento di carattere oggettivo, ma siamo stati visitati nell’intimo, raggiunti nella profondità della nostra condizione umana, rieducati dalle fondamenta del cuore. “Egli ci ha fatto conoscere il mistero della sua volontà”. Noi siamo in grado adesso di corrispondere a quel progetto che era stato formulato precedentemente, proprio in virtù di questa benedizione ricevuta che si esprime come corrente di grazia che ci ha rieducati dalle fondamenta del cuore. “Egli ci ha fatto conoscere il mistero della sua volontà, secondo quanto nella sua benevolenza aveva in lui (il Figlio) prestabilito per realizzarlo nella pienezza dei tempi: il disegno cioè di ricapitolare in Cristo tutte le cose”: tutto ricapitolato in lui, tutto riunito, cielo e terra, sotto un solo capo; e il nostro modo di stare al mondo, tra cielo e terra, sotto il cielo e sulla terra, il nostro modo di vivere, tutte le nostre relazioni, quelle che strutturano la nostra vocazione alla vita – perché noi viviamo nelle relazioni – tutte le nostre relazioni adesso sono reimpostate in modo corrispondente a quel mistero della sua volontà che ci ha manifestato mediante la missione affidata al Figlio, la Pasqua di morte e risurrezione di cui è stato protagonista. Tutto quello che avviene nel tempo – e qui si parla di un’economia dei tempi – tutto quello che avviene tra cielo e terra, nell’universo, tutto quello che riguarda la nostra vocazione alla vita per cui siamo in relazione con la moltitudine delle creature nel tempo e nello spazio, tutto in noi è coinvolto in questa straordinaria, meravigliosa opera di ristrutturazione (Paolo è in contemplazione) che ci abilita a offrirci come interlocutori che corrispondono al mistero della sua volontà.
Ora le altre due strofe del cantico: la quarta strofa: vv. 11-12: “Noi”; la quinta strofa, vv.13-14: “Voi”. “In lui siamo stati fatti anche eredi (noi)”; v. 13 “In lui anche voi”. Paolo per “noi” intende tutti quelli che appartengono al popolo della prima alleanza, il popolo di Israele; noi che siamo ereditari delle promesse, noi che abbiamo avuto una responsabilità nel contesto di una storia che è passata attraverso tante vicissitudini, fino al compimento delle promesse e la promessa per eccellenza, il Messia, la promessa messianica. Ma in lui anche “voi”, pagani.

Noi, eredi predestinati
Vv. 11 e 12: “In lui siamo stati fatti anche eredi (abbiamo conseguito l’eredità. Avevamo a che fare con le promesse e adesso le promesse sono compiute, in Lui), essendo stati predestinati secondo il piano di colui che tutto opera efficacemente conforme alla sua volontà, perché noi fossimo a lode della sua gloria, noi, che per primi abbiamo sperato in Cristo”: la speranza messianica che man mano ha qualificato la presenza di Israele nella storia umana; “noi abbiamo sperato per primi in Cristo. In lui è giunta a compimento la storia del nostro popolo, il motivo per cui Dio ci ha chiamati”, ha fatto alleanza e tutto quel che riguarda la specifica e mai trascurabile identità di Israele a cui lo stesso Paolo appartiene.

In Lui anche voi siete figli
Ma in Lui ci siete anche voi. Vv. 13-14: “In lui anche voi, dopo aver ascoltato la parola della verità (la parola della verità è l’evangelo, i pagani evangelizzati) e “in lui anche voi (ecco la benedizione, quella benedizione che con tutta la potenza dello Spirito di Dio ci inserisce nella comunione con il Figlio, il Messia verso cui noi eravamo protesi), dopo aver ascoltato la parola della verità, il vangelo della vostra salvezza e avere in esso creduto, avete ricevuto il suggello dello Spirito Santo”. E’ un testo che conosciamo bene, tante volte abbiamo letto e meditato queste righe. Anche i pagani, inseriti nella comunione con il Figlio, il Messia di Israele, Cristo, sono riconosciuti come figli. Qui è veramente l’umanità intera, senza limiti, senza preclusioni, senza privilegi di sorta. E’ l’umanità intera in Lui e l’evangelo costituisce esattamente il tramite mediante il quale la benedizione diventa operativa, ma la benedizione già è predisposta in modo tale da esercitare un’efficacia universale; è lo Spirito Santo che è stato effuso, secondo quel che era stato promesso, in modo tale da determinare un coinvolgimento che più ecumenico di così non potrebbe essere. Lo Spirito Santo, v. 14, “il quale è caparra della nostra eredità, in attesa della completa redenzione di coloro che Dio si è acquistato, a lode della sua gloria”. Dove dice caparra intende “nostra” eredità, v. 11, ma adesso “voi” siete in grado di condividere la nostra eredità in quanto siete in Lui: in Cristo anche i pagani hanno un titolo valido, una carta di credito efficace per condividere l’eredità “nostra”, come dice Paolo, l’eredità di Israele. In Lui avete anche “voi” lo strumento che vi abilita a condividere l’eredità nostra e in questa eredità nostra c’è spazio per tutti, in una prospettiva (l’attesa) che è aperta alla ricapitolazione in Cristo di tutta l’umanità in ogni luogo e per tutti i tempi della storia umana, perché è l’umanità intera “che Dio si è acquistato a lode della sua gloria”.

Preghiera al Padre della gloria
V.15: “Perciò anch’io, avendo avuto notizia della vostra fede nel Signore Gesù e dell’amore che avete verso tutti i santi, non cesso di render grazie per voi (Paolo fa eucarestia, ringraziamento, “io ringrazio per voi”. E’ un ascolto interiore perché le notizie sono giunte ma Paolo le ha rielaborate, le ha accolte, acquisite, apprezzate in quella profondità dell’animo che è spalancata dentro di lui. “Perciò anch’io, avendo ascoltato tutto quel che riguarda la vostra fede nel Signore Gesù”, l’unico Signore; tutto nel tempo e nello spazio, tutto nella creazione, tutto nella storia umana, tutto della nostra condizione fa capo a Lui fra cielo e terra. “Io non mi stanco di ringraziare per voi”), ricordandovi nelle mie preghiere”. Vedete come Paolo passa dal ringraziamento alla intercessione: faccio memoria di voi – intercessione – ricordandovi nelle mie preghiere. Perché? Che cosa invoca Paolo per quanto riguarda la vita di questi cristiani di Efeso e delle altre chiese, di questi pagani che hanno accolto l’evangelo? A chi si rivolge? “Perché il Dio del Signore nostro Gesù Cristo, il Padre della gloria (ricordarvi nelle mie preghiere, intercedere per voi significa rivolgermi al Padre della gloria. L’interlocutore è il Padre della gloria. Tutta la rivelazione che abbiamo ricevuto da Dio ci pone dinanzi alla Sua paternità: è il Dio del Signore nostro Gesù Cristo. Siamo dinanzi alla sua paternità perché Gesù Cristo è il Signore nostro e noi siamo in grado di comparire al cospetto della paternità di Dio perché siamo in Cristo, sempre, dappertutto, non solo nei momenti di ripensamento teorico o di studio catechetico o di proposito orante ma nell’empirica quotidianità, nella concretezza più spicciola, nella banalità della nostra esistenza umana) vi dia uno spirito di sapienza e di rivelazione per una più profonda conoscenza di lui”. Già lo abbiamo intuito leggendo la grande benedizione introduttiva: “io chiedo questo: che vi dia uno spirito di sapienza e di “apocalisse” per una più profonda conoscenza di lui; che vi coinvolga in modo tale che la conoscenza interiore di Lui, la capacità di aderire alla relazione con Lui sia sempre più capillare, continua, totale e totalizzante. Non è conoscenza riservata agli intellettuali o agli studiosi o ai teologi: è il coinvolgimento tramite tutte le relazioni della vita, dalle più concrete, quelle che sono le relazioni emotive e affettive, e quelle che passano attraverso, concetti, ripensamenti e decisioni, ma che tutto di voi si realizzi per profonda conoscenza di Lui”. E insiste: “Possa egli davvero illuminare gli occhi della vostra mente (qui la mente è il cuore, gli occhi del cuore; è un linguaggio interessante che poi avrà importanti riscontri nella tradizione cristiana) per farvi comprendere” (questa illuminazione interiore che consente al nostro cuore umano di aderire all’incontro con il Mistero del Dio vivente, in Cristo).
Indica tre sviluppi; in primo luogo “a quale speranza vi ha chiamati”: la speranza a cui siamo chiamati. Notate che speranza qui vuol dire il contenuto sperato; a quale speranza nel senso della eredità che è stata depositata per noi, laddove nei cieli il Figlio vittorioso è intronizzato nella gloria. Secondo sviluppo: “quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità fra i santi (che voi possiate rendervi conto di quanto vale quella ricchezza che è la partecipazione a quella eredità che ormai è depositata nella gloria, nella corte celeste. Dove dice “i santi” possiamo intendere le creature angeliche. Non si tratta soltanto di renderci conto di quale deposito già è collocato come il contenuto realizzato della nostra speranza, ma renderci conto di quale ricchezza ci è conferita, fin da adesso e fin da qui, per il fatto che siamo in grado di partecipare a quella eredità, quella eredità è per noi. E’ tradotto con “quale tesoro di gloria” ma in greco è proprio ricchezza.

Cristo ricapitolazione di tutto
Terzo sviluppo (dal v. 19 si arriva al v. 23): “e qual è la straordinaria grandezza della sua potenza verso di noi credenti secondo l’efficacia della sua forza (qui parla di una “grandezza”, straordinaria grandezza della sua potenza nei nostri confronti; usa tre termini: energia, forza, vigore; la grandezza di questa potenza – la Sua – che determina i propri effetti in noi. L’eredità depositata, la ricchezza di cui siamo dotati noi perché facciamo riferimento a quella eredità, è già nostra, la grandezza della forza che ci coinvolge operativamente in questa adesione all’eredità, al raggiungimento dell’eredità, in questo adeguamento all’eredità; questa forza è operante, è una dinamis che ci afferra, ci conduce; adesso è qui: siamo il luogo in cui questa potenza straordinaria si sta rivelando) che egli manifestò in Cristo, quando lo risuscitò dai morti e lo fece sedere alla sua destra nei cieli (Lui posto al di sopra di tutto), al di sopra di ogni principato e autorità, di ogni potenza e dominazione e di ogni altro nome che si possa nominare non solo nel secolo presente ma anche in quello futuro”. Al di sopra di tutte le altre forze, quelle dell’universo, della storia umana e poi ci sono riferimenti idolatrici, potenziali divinità riconosciute di fatto o implicitamente venerate nel contesto dell’ambiguità che sempre ristagna nella condizione umana e nel cuore umano. Bene, le forze, tutte le forze. “Non c’è un altro nome che si possa nominare”: il nome è un principio di relazionamento, non è una definizione anagrafica. La forza che è operante in noi è quella forza che ci rende relativi a Lui che è l’unico Signore, non ci sono altri riferimenti, altri nomi, altre divinità, altre signorie, altre sovranità; e questa forza è operante in noi, non è un fatto ideologico. Lui è stato posto al di sopra di tutto, è l’unico Signore e quel che riguarda Lui è forza che è operante in noi. E Paolo dice: questo io chiedo per voi. V. 22: “Tutto infatti ha sottomesso ai suoi piedi (è una citazione del Salmo 8) e lo ha costituito su tutte le cose a capo della Chiesa (per la prima volta compare il termine ecclesìa qui), la quale è il suo corpo, la pienezza di colui che si realizza interamente in tutte le cose”. Lui che è messo al di sopra di tutto, collocato in quella posizione che dimostra la sua sovranità assoluta e universale, è la testa della Chiesa, la Chiesa è il suo corpo. E’ una concezione massimamente dinamica della Chiesa; la chiesa in quanto è il Suo corpo che si viene riempiendo in tutte le cose, pienezza di colui che si realizza in tutte le cose; e tutto quello che è nella creazione e nella storia umana sta maturando nel senso del Corpo di Cristo glorioso che si riempie; e la Chiesa in questa visione contemplativa di Paolo sta proprio lì dove la creazione intera, la storia e tutto il suo svolgimento stanno riempiendo il Suo Corpo, il Corpo glorioso del Signore. Tutto si sta ricapitolando in riferimento a Lui, nell’appartenenza a Lui, nella comunione con Lui, unico Signore. Questo Paolo sta chiedendo per noi: quale speranza, quale ricchezza, quale grandezza, quali sono dunque gli effetti di quella forza che Dio ha manifestato una volta per tutte mediante la Pasqua del Figlio, morto e risorto per cui tutto della nostra condizione umana, della storia umana, del nostro vissuto personale, comunitario, sociale, del visibile e dell’invisibile, tutto si sta ricapitolando in obbedienza alla sua signoria. Qui è la Chiesa. 

Publié dans:Lettera agli Efesini |on 12 mars, 2014 |Pas de commentaires »

L’ARMATURA DI DIO (Ef 6, 13-17)

http://camcris.altervista.org/armat.html

L’ARMATURA DI DIO

esortazione rivolta ai cristiani, da uno studio biblico del Ministero Sabaoth

« Perciò prendete la completa armatura di Dio, affinché possiate resistere nel giorno malvagio, e restare in piedi dopo aver compiuto tutto il vostro dovere. State dunque saldi: prendete la verità per cintura dei vostri fianchi; rivestitevi della corazza della giustizia; mettete come calzature ai vostri piedi lo zelo dato dal vangelo della pace; prendete oltre a tutto ciò lo scudo della fede, con il quale potrete spegnere tutti i dardi infocati del maligno. Prendete anche l’elmo della salvezza e la spada dello Spirito, che è la parola di Dio… » Efesini 6:13-17


L’Apostolo Paolo, guidato dallo Spirito Santo, in Efesini 6:14 ci consiglia cosa fare per resistere nei giorni di lotta. Egli dice che dobbiamo vestire l’armatura di Dio per poter far fronte ai giorni malvagi. Nel testo sono elencate le varie parti di cui è composta questa armatura. Ogni pezzo designa le forme di attacco del nemico contro di noi e la provvidenza di Dio verso ogni tipo di attacco.
L’armatura è di Dio, quindi è Lui che ci provvede ogni pezzo. Noi non sappiamo quando arriverà il giorno malvagio, perciò dobbiamo indossare sempre l’armatura di Dio. Tutti i pezzi dell’armatura rappresentano armi da difesa ad eccezione della spada dello Spirito che è arma di attacco.

LA VERITÀ COME CINTURA DEI FIANCHI (v.14)
Il primo attacco è quello contro la verità di Dio, contro ciò che Dio proclama. È dai tempi dell’Eden che Satana cerca di conquistare l’uomo con la menzogna, l’inganno e le mezze verità. « Voi siete figli del diavolo, che è vostro padre, e volete fare i desideri del padre vostro. Egli è stato omicida fin dal principio e non si è attenuto alla verità, perché non c’è verità in lui. Quando dice il falso, parla di quel che è suo perché è bugiardo e padre della menzogna. » Giovanni 8:44
Cosa significa avere cinti i fianchi della verità? Ai tempi biblici la tunica era un indumento usato sia dagli uomini che dalle donne, l’unica differenza era che gli uomini usavano una tunica fino alle caviglie e in genere di un solo colore, ricamata ai bordi e al collo: « Quando gli uomini dovevano lavorare o correre sollevavano il fondo della tunica e lo infilavano nella cintura per acquistare maggiore libertà di movimento. Si diceva « cingersi i fianchi », e tale espressione divenne una metafora per indicare l’essere pronti. Ad esempio, Pietro raccomanda di aver le idee chiare invitando i cristiani a « cingersi i fianchi » della mente (I Pietro 1:13, testo latino).
Anche le donne sollevavano l’orlo della tunica quando dovevano trasportare oggetti da un luogo all’altro. Le Scritture confermano: « Mangiatelo in questa maniera: con i vostri fianchi cinti, con i vostri calzari ai piedi e con il vostro bastone in mano; e mangiatelo in fretta: è la Pasqua del Signore. » Esodo 12:11
Quindi bisogna cingersi i fianchi con la verità ed essere pronti a proclamare la verità di Dio. Gesù afferma: « Santificali nella verità: la tua parola è verità ». Giovanni 17:17
Allora cingiamoci con la verità attraverso lo studio, la meditazione, la confessione e l’ubbidienza alla Parola di Dio.

LA CORAZZA DELLA GIUSTIZIA (v.14)
L’attacco in quest’area si manifesterà sottoforma di accusa, condanna e orgoglio, cercherà di colpire i nostri sentimenti. Satana cercherà di accusarci davanti a noi stessi e di accusare Dio e i fratelli, lanciando su di noi sentimenti di colpa anche per i peccati già confessati e quindi già perdonati.
La Parola di Dio in Romani 8:1 dichiara: « Non c’è dunque più nessuna condanna per quelli che sono in Cristo Gesù… »
Egli cercherà anche di investirci con orgoglio spirituale, con « bontà personale », così da portarci a peccare contro Dio, contro i fratelli, la Chiesa, le nostre autorità, ecc. In genere quando accettiamo queste cose per noi è arrivato il giorno malvagio. Dobbiamo dunque essere custoditi dalla giustizia di Dio, credendo che tutto ciò che abbiamo è frutto della Sua bontà, non permettendo che il diavolo ci accusi o ci condanni, perché siamo già stati giustificati da ogni fallo e delitto.
« …vale a dire la giustizia di Dio mediante la fede in Gesù Cristo, per tutti coloro che credono – infatti non c’è distinzione… » Romani 3:22
« essi, che hanno mutato la verità di Dio in menzogna e hanno adorato e servito la creatura invece del Creatore, che è benedetto in eterno. Amen. Perciò Dio li ha abbandonati a passioni infami: infatti le loro donne hanno cambiato l’uso naturale in quello che è contro natura… » Romani 1:25-26

LE CALZATURE AI PIEDI (lo zelo per annunciare il Vangelo) (v.15)
Qui l’attacco avviene in forma di persecuzione e disanimo per soffocarci e toglierci dal territorio di Dio, provocando passività, cadute in compromessi, ed ogni altra cosa, pur di portarci ad una posizione di comodità.
Il compromesso con il peccato o la semplice passività sono tattiche molto usate dal nemico. Molti credenti nelle Chiese sono passivi e accettano tutto ciò che succede loro senza reagire e combattere per ciò che posseggono.
Uno dei primi frutti che si manifestano nella nostra vita cristiana quando veniamo a Gesù, è lo zelo per la propagazione del Vangelo. Infatti desideriamo che i nostri famigliari, amici, colleghi e tutto il mondo conoscano come noi i benefici della salvezza e l’immensa gioia che questa porta, ma subdolamente Satana innalza qualcuno per diffamarci, per darci dei « pazzi », per scoraggiarci o ancora, per mettere persone ambigue sul nostro cammino, proponendoci anche ottime occasioni lavorative o qualsiasi altra attrattiva pur di distrarci e portarci via il nostro zelo. Questa forma di attacco purtroppo non si manifesta solo nella vita dei neofiti, ma in modo continuo nella vita di ogni singolo credente.
Il profeta Ezechiele menziona l’ozio e la vita facile tra i peccati di Sodoma (« Ecco, questa fu l’iniquità di Sodoma, tua sorella: lei e le sue figlie vivevano nell’orgoglio, nell’abbondanza del pane, e nell’ozio indolente; ma non sostenevano la mano dell’afflitto e del povero. » Ezechiele 16:49).
Certamente questa non è la volontà di Dio per noi, per questo dobbiamo difenderci mantenendo i nostri cuori pieni di zelo per la propagazione del Vangelo, non accettando nulla di meno nelle nostre vite di un cuore che bruci per Dio e per la salvezza delle anime.
Tutto ciò allontanerà da noi questo tipo di attacco. Ricordiamoci che le calzature dello zelo coprono i piedi e questo significa che senza zelo non possiamo correre bene. Se il diavolo riesce a rubarcelo saremo fermati.

LO SCUDO DELLA FEDE (v.16)
La Bibbia dichiara: « Or senza fede è impossibile piacergli; poiché chi si accosta a Dio deve credere che egli è, e che ricompensa tutti quelli che lo cercano ». Ebrei 11:6
« …poiché in esso la giustizia di Dio è rivelata da fede a fede, com’è scritto: ‘Il giusto per fede vivrà’. » Romani 1:17
« Poiché tutto quello che è nato da Dio vince il mondo; e questa è la vittoria che ha vinto il mondo: la nostra fede. » I Giovanni 5:4
È chiaro che Satana cercherà di minare la nostra fede in modo da non essere più graditi a Dio e non potere più adempiere alla sua volontà di vivere per fede e di vincere il mondo. L’attacco maligno in questo caso avverrà attraverso l’incredulità, il dubbio e le paure. Lo scudo è l’arma di difesa più importante perché se usato bene può proteggere anche tutto il corpo. Questo attacco alla nostra fede può avvenire in svariati modi: con l’incredulità, il dubbio e le paure. La Bibbia dice che la fede è certezza (Ebrei 1:1), perciò noi rimaniamo fermi su questa certezza acquisita attraverso la Parola di Dio per resistere agli attacchi maligni (« Resistetegli stando fermi nella fede, sapendo che le medesime sofferenze affliggono i vostri fratelli sparsi per il mondo. » I Pietro 5:9).

L’ELMO DELLA SALVEZZA (v.17)
L’elmo della salvezza ci parla di un attacco nella mente. La mente è la sede dell’anima dove risiedono le nostre emozioni, i desideri, la volontà, ecc. ed è proprio nella nostra mente che Satana cercherà di intrufolarsi con i suoi pensieri per farci pensare in modo carnale, facendoci desiderare il mondo dei sensi invece del mondo dello Spirito.
Per difenderci da questi attacchi dovremo continuamente ricordarci che la salvezza è totale e che comprende anche l’anima. La nostra mente viene rinnovata di continuo e dal momento in cui accettiamo Gesù il destino della nostra anima è la salvezza, quindi non dobbiamo permettere a nessun tipo di pensiero che non sia in accordo con la Parola di Dio di occupare le nostre menti.
Così facendo saremo protetti dagli intenti maligni. « Quindi, fratelli, tutte le cose vere, tutte le cose onorevoli, tutte le cose giuste, tutte le cose pure, tutte le cose amabili, tutte le cose di buona fama, quelle in cui è qualche virtù e qualche lode, siano oggetto dei vostri pensieri. » Filippesi 4:8

LA SPADA DELLO SPIRITO, LA PAROLA DI DIO (v.17)
La spada rappresenta chiaramente un’arma di attacco ed è l’unica arma di attacco presente nell’armatura del credente. Dato che dunque dobbiamo attaccare, lasciamo ogni dubbio sulla Parola di Dio.
Il diavolo cercherà sempre di rubare la Parola di Dio dai nostri cuori, così che non produca frutto (Matteo 13:19), o ancora cercherà di accecare le nostre menti così da non farci riconoscere la verità (II Corinzi 4:4). Non solo, ma si intrufolerà in mezzo ai santi con « …dottrine di demoni… » (I Timoteo 4:1), con accuse sulle nostre vite, su chi siamo in Gesù, sui fratelli, ecc.
Come lo farà? Seminando nella mente dubbi, confusioni e incomprensioni che noi dovremo immediatamente confrontare con la Parola di Dio per respingerli. Ogni volta che veniamo attaccati dobbiamo chiederci se ciò che riceviamo nella nostra mente provenga dal diavolo oppure dalle persone che ci stanno intorno e se sia in accordo o in disaccordo con la Parola di Dio. È importante inoltre non dimenticare che il diavolo usa le persone che ci stanno intorno per colpirci, soprattutto quelle a noi più vicine o che abbiano maggior influenza affettiva su di noi, sempre che essi si lascino manipolare. « …il nostro combattimento infatti non è contro sangue e carne ma contro i principati, contro le potenze, contro i dominatori di questo mondo di tenebre, contro le forze spirituali della malvagità, che sono nei luoghi celesti. » Efesini 6:12

ALCUNE CARATTERISTICHE DELLE ARMI DA COMBATTIMENTO SPIRITUALI
« …infatti le armi della nostra guerra non sono carnali, ma hanno da Dio il potere di distruggere le fortezze, poiché demoliamo i ragionamenti e tutto ciò che si eleva orgogliosamente contro la conoscenza di Dio… » II Corinzi 10:4-5a
Sono armi date da Dio.

ARMI DI LUCE
« La notte è avanzata, il giorno è vicino; gettiamo dunque via le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce. » Romani 13:12
Se una persona inizia la battaglia spirituale e si trova nel peccato ne rimarrà ferita.

ARMI DI GIUSTIZIA
« …con le armi della giustizia a destra e a sinistra… » II Corinzi 6:7b
lett: le armi di destra, offensive (la spada), e di sinistra, difensive (lo scudo).
La giustizia di Dio è dunque la nostra arma di difesa e di attacco.

 

SAN PAOLO APOSTOLO DALLA LETTERA AGLI EFESINI (5, 22-24) – SAN GIOVANNI CRISOSTOMO

http://www.adorazioneeucaristica.it/S%20Giovanni%20Crisostomo_Omelia%20su%20San%20Paolo_lettere.pdf

SAN PAOLO APOSTOLO DALLA LETTERA AGLI EFESINI (5, 22-24) « 

(la traduzione non mi sembra molto buona, ma è dal greco ed è difficile per me modificare)

O mogli, siate sottomesse ai vostri mariti come al Signore, poiché il marito è capo della moglie, come pure Cristo è capo della chiesa, ed egli è i1 salvatore del suo corpo. Ma come la chiesa è sottomessa al Signore, cosi anche le mogli ai propri mariti in tutto ».

OMELIA XX DI SAN GIOVANNI CRISOSTOMO LA DIMENSIONE DELL’UNIONE CONIUGALE

1. Un saggio che aveva annoverato molte cose tra le beatitudini, ha posto anche questa nel novero di una beatitudine: « Una moglie dice che va d’accordo col marito ». E pure altre volte pone tra le beatitudini il fatto che una moglie viva in armonia col marito. Fin dall’origine appare che Dio ha avuto molta cura di quest’unione; e parlando di entrambi come di uno solo così diceva: « Maschio e femmina li fece »; e di nuovo: « Non c’è più né maschio né femmina ». Non esiste infatti una tale appartenenza di un uomo rispetto ad un uomo quale quella della moglie rispetto al marito, quando uno vi sia congiunto come si deve. Per questo un uomo felice mostrando l’amore sovrabbondante e piangendo uno dei suoi amici ed intimi, non disse padre né madre né figlio né fratello né amico, ma che cosa? « Piombò su di me il tuo amore dice come l’amore delle donne ». Realmente infatti, realmente quest’amore è più tirannico di ogni tirannide. Le altre passioni sono forti, ma questa ha la forza e l’eternità. C’è infatti un istinto nascosto nella natura ed a nostra insaputa congiunge questi corpi. Perciò fin dall’inizio dall’uomo nasce la donna e successivamente dall’uomo e dalla donna l’uomo e la donna. Vedi il legame e l’unione e come non ha permesso che un altro essere vi si introducesse dal di fuori? E guarda quanto bene ha disposto! Permise che egli sposasse la propria sorella o piuttosto non la sorella ma la figlia o piuttosto non la figlia ma qualcosa di più della figlia, la sua propria carne. Fece tutto sin dall’origine come per le pietre, riunendoli in unità. Infatti non la formò dall’esterno, perché non si accostasse come estranea, né del resto limitò il matrimonio solo ad essa, affinché, congiungendo intimamente se stesso, non si separasse dagli altri. E come fra le piante sono soprattutto le migliori quelle che hanno una sola radice e si dilatano in molti rami, cosicché se soltanto a caso tutte si levassero intorno alla radice e anche ne avessero molte, l’albero non sarebbe affatto degno di ammirazione; così pure qui fece in modo che tutto il genere fosse prodotto da un solo Adamo, avendolo posto nella grande necessità di non essere scisso né diviso. Anzi congiungendo fece in modo che non si sposassero più sorelle e figlie, affinché non riducessimo di nuovo l’amore ad un essere solo ed in altro modo ci separassimo da noi stessi. Per questo diceva: « Chi li fece dall’inizio, maschio e femmina li fece ». Di qui infatti nascono grandi mali e grandi beni per le famiglie e per le città. Niente davvero unifica così la nostra esistenza come l’amore di un uomo e di una donna: per questo molti impugnano anche le armi, per questo rimettono anche la vita. Per questo non semplicemente né a caso si prese molta cura di questo fatto Paolo dicendo: « Mogli, siate sottomesse ai vostri mariti come al Signore ». Perché mai? Perché se questi sono concordi, anche i figli sono bene allevati, i domestici sono disciplinati, i vicini, gli amici ed i parenti gustano questo profumo; se avviene il contrario, tutto è sconvolto e confuso. E come quando i comandanti sono in pace l’un con l’altro tutto è in ordine, mentre quando essi sono turbati tutto è sottosopra, così anche qui; perciò dice: « Mogli, siate sottomesse ai vostri mariti come al Signore ». Oh!, come mai altrove dice: « Se uno non rinuncia alla moglie e al marito, non può seguirmi ». Infatti se bisogna essere sottomessi come al Signore, perché dice di rinunziare per il Signore? E bisogna farlo davvero, ma il « come » non è sempre e dovunque segno di identità. O intende dire questo: « Come sapendo che servite al Signore », ciò che afferma anche altrove, dicendo che se anche non si fa per il marito, si fa però di preferenza per il Signore; oppure: « Se cedi al marito, ritieni di ubbidire servendo come al Signore ». Infatti se « chi si oppone a queste autorità esteriori civili, contrasta la disposizione di Dio », quanto di più colei che non è sottomessa al marito! Così volle Dio sin dall’origine, dice. Affermiamo dunque che l’uomo è al posto del capo, la donna al posto del corpo. In seguito, partendo dalla riflessione che « il marito è capo della moglie » afferma: « come anche Cristo della chiesa ed egli è il salvatore del suo corpo, ma come la chiesa è sottomessa a Cristo, così pure le mogli ai propri mariti in tutto ». Quindi dopo aver detto: « Il marito è capo della moglie, come pure Cristo della chiesa « , aggiunge: « ed egli è il salvatore del corpo »: infatti il capo è la salvezza del corpo. Stabilì così per il marito e per la moglie il fondamento e la disposizione dell’amore, affidando a ciascuno il compito adatto: a questo il compito di comandare e proteggere, a quella di ubbidire. L’unione di Cristo e della Chiesa 2. Orbene « come la chiesa è sottomessa a Cristo », cioè mariti e mogli, così pure « o mogli, siate sotto messe ai mariti come al Signore. O mariti, amate le vostre mogli come anche Cristo amò la chiesa ». Hai udito l’eccesso della sottomissione; hai lodato ed ammirato Paolo come rinsalda la nostra vita, quale uomo mirabile e spirituale! Bene. Ascolta ora ciò che richiede da te; si serve di nuovo dello stesso esempio: « O mariti, amate dice le vostre mogli, come anche Cristo amò la chiesa ». Hai visto la misura della sottomissione?. Ascolta anche la misura dell’amore. Vuoi che la moglie ti ubbidisca come la chiesa a Cristo? Curati anche tu di lei, come Cristo della chiesa; e se anche bisognasse dare la vita per essa ed essere continuamente colpito e sopportare e soffrire qualunque cosa, non sottrarti. Anche se patissi questo, non hai ancora fatto in alcun modo quello che ha fatto Cristo. Tu infatti compi tali cose già unito, quello invece per una che lo detesta e lo odia. Ora come egli con grande sollecitudine riuscì a condurre ai suoi piedi colei che lo detestava e l’odiava e riempiva di sputi ed insultava, non per mezzo di minacce né di violenze né di timore né di altro simile atteggiamento, così anche tu comportati con tua moglie: e anche se tu la vedessi arrogante, che insulta e disprezza, potrai sottometterla ai tuoi piedi con la grande sollecitudine verso di lei, con l’amore, con la tenerezza. Nulla infatti è più tirannico di questi vincoli e specialmente per un marito e per una moglie. Con il timore qualcuno riuscirà forse ad incatenare un servo, anzi neppure quello: presto infatti, slegatosi, fuggirà. La compagna della vita, la madre dei figli, il fondamento di ogni letizia non con il timore e le minacce bisogna incatenarla, ma con l’amore e la condiscendenza. Quale unione, quando la moglie ha timore del marito? Quale gioia gusterà lo stesso marito vivendo con la moglie come con una schiava e non come con una libera? E se anche soffrissi qualcosa per causa sua, non rimproverarla. Cristo infatti non fece questo « ed ha dato se stesso dice per lei, per renderla santa purificandola ». Ed era impura, aveva macchie, era brutta, insignificante. Qualunque moglie prendessi, non prenderai una sposa simile, come Cristo prese la chiesa, né tanto lontana da te quanto la chiesa da Cristo. Eppure egli non la disdegnò né la odiò per l’eccesso della sua bruttezza. Vuoi sentire la sua bruttezza? Ascolta Paolo che dice: « Eravate un tempo tenebre ». Hai visto come era nera? Che cosa è più nero delle tenebre? Ma guarda anche la insolenza. « Vivendo in malvagità, dice, ed invidia ». Guarda anche l’impurità. « Disobbedienti, insensati ». Che dico? Anche stolta era e blasfema. Ma, pur stando così le cose, egli ha dato se stesso per una brutta come per una bella, per una amata, per una meravigliosa. E Paolo stupito per questo diceva: « A malapena uno morirà per un giusto »; ed in seguito: « Se, quando eravamo ancora peccatori, Cristo morì per noi ». E, dopo averla accolta, la rende bella e la lava e non si sottrae neppure a questo. « Per renderla santa dice purificandola con il lavacro dell’acqua mediante la parola, per porsi accanto la stessa chiesa gloriosa, senza macchia o ruga o qualcosa di simile, ma affinché sia santa ed immacolata ». Col bagno lava la sua impurità. « Mediante la parola », dice. Quale? Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. E non soltanto l’adornò, ma la rese gloriosa, « senza macchia o ruga o qualcosa di simile ». Anche noi allora miriamo a questa bellezza e potremo divenire suoi artefici. Non ricercare presso la moglie ciò che non le appartiene. Vedi che la chiesa ricevette tutto dal Signore: per merito suo è divenuta gloriosa, per merito suo immacolata. Non disprezzare la sposa per la sua bruttezza. Ascolta la Scrittura che dice: « Piccola fra gli esseri alati è l’ape e fonte di dolcezza è il suo frutto ». È creatura di Dio: tu non maltratti quella, ma il suo creatore. Che danno potrebbe averne la moglie? Non lodarla per la bellezza: è propria di anime sregolate la lode, quell’odio e lo stesso amore. Ricerca la bellezza dell’anima: imita lo sposo della chiesa. La bellezza esteriore è piena di ostentazione e di dissennatezza e fa cadere nella gelosia e spesso ti fa sospettare assurdamente della realtà. Ma arreca piacere? Sino al primo mese ed al secondo o al massimo ad un anno, ma in seguito non più, ed il prodigio è consunto dall’abitudine: restano invece i mali sopraggiunti a causa della bellezza, la vanità, la dissennatezza e l’orgoglio. Niente di simile invece per colei che non è tale, ma l’amore che è incominciato in modo giusto permane intenso, poiché riguarda la bellezza dell’anima, non del corpo. 3. Che c’è di più bello del cielo, dimmi, di più bello degli astri? Qualunque corpo potresti menzionare, non è così bianco; qualsiasi occhio potresti descrivere, non è così splendido. Anche gli angeli si stupirono della loro creazione ed anche noi li ammiriamo, ma non come all’inizio. Tale infatti è l’abitudine: non colpisce allo stesso modo. Quanto di più riguardo una donna? Se per caso sopraggiunge una malattia, rapidamente tutto scompare. In una donna cerchiamo la benevolenza, l’equilibrio, la mitezza: questi sono i segni della bellezza; non cerchiamo invece la bellezza del corpo, non rimproveriamola per ciò di cui non è padrona, anzi non rimproveriamola affatto (è proprio dei temerari!) né indispettiamoci né sdegniamoci. Non vedete forse quanti, dopo essere convissuti con splendide donne, finirono miseramente la vita? Quanti invece, convissuti con donne non molto belle, giunsero con grande piacere sino all’estrema vecchiaia? Purifichiamo la macchia interiore, eliminiamo le rughe interne, togliamo le vergogne dell’anima. Dio ricerca questa bellezza: prepariamola bella per Dio, non per noi. Non ricerchiamo le ricchezze, né la nobiltà esteriore, ma la nobiltà dell’anima. Nessuno aspetti di arricchirsi da una donna: infatti questa ricchezza è vergognosa e biasimevole, ed in nessun modo alcuno cerchi di arricchirsi di qui. « Infatti coloro che vogliono arricchirsi, dice, cadono nella tentazione e nei desideri insensati e dannosi e nei lacci e nella rovina e nella perdizione ». Non ricercare quindi da una donna abbondanza di ricchezze, e troverai facilmente tutto il resto. Chi, dimmi, tralasciate le cose più importanti, si prenderà cura di quelle inferiori? Eppure, ahimè!, subiamo ciò dappertutto: se ci siamo procurati un figlio, non ci curiamo che divenga buono, ma di ottenergli una moglie ricca; non che divenga ben educato, ma ben fornito; e se abbiamo un’aspirazione, non che sia allontanato dai peccati, ma che ce ne venga un grande guadagno: e tutto è denaro. Per questo motivo tutto va in rovina, perché ci possiede questo amore. « Così dice i mariti devono amare le loro mogli come i propri corpi ». Che è mai questo? È passato ad un’immagine più elevata, ad un esempio più efficace; e non solo questo, ma per così dire anche ad un altro motivo più vicino e più evidente. Quello infatti non era di molta efficacia. Affinché non si dicesse: « Colui era Cristo, era Dio ed ha dato se stesso », in altro modo pone ormai la stessa istanza dicendo: « Così devono », poiché non si tratta di grazia, ma di dovere. Dopo aver detto: « Come i loro corpi », aggiunse: « Nessuno mai ebbe in odio la propria carne, ma la nutre e la riscalda ». Cioè la cura con molta attenzione. E come è sua carne? Ascolta: « Questo ora è osso dalle mie ossa dice e carne dalla mia carne ». E non solo questo ma anche: « Diventeranno dice una sola carne ». « Come anche Cristo amò la chiesa ». È passato all’esempio precedente. « Poiché siamo membra del suo corpo, della sua carne e delle sue ossa ». In ché modo? È nato dalla nostra materia, come anche Eva è carne dalla carne di Adamo. Giustamente ha ricordato ossa e carne: queste infatti sono le parti principali in noi, carni ed ossa; le une poste come fondamento, le altre come struttura. Ora quel fatto è evidente, ma questo come lo è? Come là c’è una tale affinità, così anche qui. Che significa: « Della sua carne »? Vuol dire: veramente di lui. E come siamo realmente membra di Cristo? Perché siamo nati conformi a lui. E come dalla carne? Lo sapete quanti partecipate ai misteri: di qui infatti subito rinasciamo. Ed in che modo? Ascolta di nuovo questo beato ché dice: « Poiché dunque i figli hanno preso in comune carne e sangue, allo stesso modo anch’egli fu partecipe delle stesse cose ». Ma qui egli stesso si mise in comune con noi, non noi con lui. Come dunque siamo della sua carne e delle sue ossa? Alcuni parlano del sangue e dell’acqua, ma non si tratta di ciò: quel che vuole mostrare è questo, che come senza rapporto coniugale quello è stato generato dallo Spirito Santo, così anche noi siamo generati nel battesimo. Guarda quanti esempi perché sia creduta quella generazione! Oh, la stoltezza degli eretici! Ciò che è già stato generato dall’acqua, poiché è nato, lo ritengono una vera generazione; invece non ammettono che noi diventiamo suo corpo. Ma se non divenissimo questo, come si adatterebbe l’espressione: « Dalla sua carne e dalle sue ossa »? Osserva: fu plasmato Adamo, fu generato Cristo; dal costato di Adamo entrò la corruzione; dal costato di Cristo scaturì la vita; in paradiso spuntò la morte, sulla sua croce è avvenuta la sua distruzione. Il mistero del matrimonio 4. Come dunque il figlio di Dio divenne` della nostra natura, così noi della sua sostanza. E come quello ha in se stesso noi, così anche noi abbiamo lui in noi. « Per questo l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà alla sua donna ed i due si trasformeranno in una sola carne ». Ecco anche un terzo motivo. Infatti indica che uno, lasciati i genitori dai quali nacque, si unisce a quella ed in seguito il padre, la madre e il figlio sono la carne formatasi dall’unione di entrambi, poiché il figlio nasce dalla mescolanza dei semi, cosicché i tre sono una sola carne. Così dunque noi rispetto a Cristo diventiamo una sola carne per partecipazione, e molto più noi che il figlio. In che modo? Perché dal principio fu così. Non dirmi che qui è in un modo e là in un altro. Non vedi quanti difetti abbiamo nella carne? Uno infatti è zoppo, un altro ha i piedi storti, un altro le mani rattrappite; chi ha un arto infermo, chi ne ha un altro. E ciononostante né se ne affligge né lo recide, ma lo antepone spesso ad un altro, e giustamente, perché gli appartiene. Ora quanto amore ciascuno ha per se stesso, altrettanto vuole che lo abbiamo per la moglie, non perché abbiamo in comune una sola natura, ma perché è maggiore questo rapporto che abbiamo con la moglie, dal momento che non sono due corpi, ma uno solo, quello essendo il capo, questa il corpo. E perché altrove afferma: « Capo di Cristo è Dio »? Anch’io affermo questo, che come noi siamo un solo corpo, così anche Cristo e il Padre sono una cosa sola. Risulta quindi che anche il Padre è nostro capo. Presenta due esempi, quello del corpo e quello di Cristo; perciò soggiunge: « Questo mistero è grande, io intendo riguardo a Cristo ed alla chiesa ». Che vuol dire questo? Lo definisce un grande mistero poiché il beato Mosè, anzi Dio, alluse a qualcosa di grande e mirabile. Ora poi dice: « Intendo riguardo a Cristo », poiché anch’egli, lasciato il Padre, discese ed andò dalla sposa e divenne un solo spirito. Infatti « chi è unito al Signore è un solo spirito ». E bene affermò: « È un grande mistero », come se avesse detto: l’allegoria non elimina l’amore. « Ora anche voi singolarmente ciascuno ami la propria moglie come se stesso. E la moglie tema il marito ». Realmente infatti, realmente è un mistero ed un grande mistero il fatto che, abbandonato chi lo procreò, chi lo generò, chi lo allevò, colei che lo partorì con dolore e patì, coloro che a tal punto lo beneficarono, coloro che vissero in intimità con lui, si unisce a colei che non ha mai visto, con cui non ha mai avuto qualcosa in comune, e la antepone a tutto. È realmente un mistero. Ed i genitori non si rammaricano di ciò che avviene, piuttosto di ciò che non avviene, e si rallegrano delle ricchezze prodigate e della spesa fatta. È realmente un grande mistero, contenente una ineffabile sapienza. Questo all’inizio Mosè profetando voleva rivelare; questo ora Paolo proclama dicendo: « In rapporto a Cristo ed alla chiesa ». E ciò non è detto soltanto per lui, ma anche per la moglie, perché la curi premurosamente come la propria carne, così come Cristo fa con la chiesa. « E la moglie tema il marito ». Non presenta soltanto le esigenze dell’amore, ma che cosa d’altro? « E la moglie terna il marito ». La moglie è la seconda autorità. Non chieda dunque costei la parità di onore: infatti è sottoposta al capo, e quello non la disprezzi come sottoposta: infatti è il corpo, e se il capo disprezzerà il corpo, anch’esso andrà in rovina; invece ponga l’amore come contrappeso all’ubbidienza. Come il capo, così anche il corpo: questo offra a quello in servizio le mani, i piedi, tutte le altre membra; quello si prenda cura di questo, riservando a se stesso ogni giudizio. Niente è migliore di questa unione. E come potrà esserci l’amore, dice, essendoci il timore? Soprattutto allora potrà esserci. Infatti colei che teme ama pure e colei che ama teme in quanto capo ed ama in quanto membro, poiché anche il capo è membro dell’intero corpo. Per tale motivo sottomise questo ma antepose quello, affinché regnasse la pace. Infatti dove ci fosse parità di onore non potrebbe esserci la pace, né se la casa possedesse un libero ordinamento né se tutti comandassero, ma è necessario che ci sia un solo comando. E ciò si verifica dovunque per gli uomini materiali, mentre se ci saranno uomini spirituali ci sarà la pace. C’erano cinquemila anime e nessuno affermava come sua proprietà alcunché delle sostanze, ma gli uni erano sottomessi agli altri n. Questo è l’esempio dell’unione e del timore di Dio. Volle mostrare dunque il modello dell’amore, non quello del timore. L’amore coniugale 5. E guarda come amplia il discorso dell’amore discorrendo di Cristo e della propria carne: « Perciò abbandonerà l’uomo suo padre e sua madre ». Non amplia invece il discorso del timore. Perché mai? Perché vuole che questo soprattutto prevalga, il discorso dell’amore. Essendoci questo, seguono tutti gli altri beni; se invece è presente quello, non seguono in nessun modo. Infatti chi ama la moglie, anche se non l’ha molto docile, sopporterà ugualmente tutto: così difficile ed ardua è la concordia, se essi non sono legati con l’amore assoluto; il timore invece non riuscirà in nessun modo in questo. Perciò si sofferma di più su questo aspetto, che è fondamentale. E la moglie che crede di essere svantaggiata perché le è stato comandato di temere, ne trae vantaggio. Infatti al marito è imposto ciò che è più importante, di amare. « E se la moglie non temesse? », dice. Tu ama, compi il tuo dovere. Anche se ciò non avvenisse da parte degli altri, deve avvenire da parte nostra. Ecco che cosa ti dico: « Sottomessi gli uni agli altri nel timore di Cristo ». E che fare allora, se l’altro non sarà sottomesso? Tu ubbidisci alla legge di Dio. E così pure qui: la moglie dunque, anche se non è amata, tema ugualmente, affinché non ci sia niente di difettoso in essa; ed il marito, anche se la moglie non teme, ami ugualmente, affinché egli non manchi in nulla: infatti ciascuno ebbe il suo compito. Ora questo è il matrimonio secondo Cristo, un matrimonio spirituale ed una nascita spirituale, non dal sangue né dalle doglie del parto. Tale fu pure la nascita di Isacco. Ascolta la Scrittura che dice: « E cessarono di venire a Sara le sue regole femminili ». Il matrimonio deriva non da passione né dal corpo, ma è tutto spirituale, essendo l’anima unita a Dio con un vincolo ineffabile e Dio solo lo conosce. Per questo dice: « Chi è unito al Signore è un solo spirito ». Guarda come si preoccupa di unire la carne alla carne e lo spirito allo spirito. Dove sono gli eretici? Se il matrimonio fosse tra le cose respinte, non avrebbe parlato di sposa e di sposo. E non avrebbe aggiunto esortando questo: « L’uomo abbandonerà il padre e la madre »; né poi avrebbe soggiunto: « È stato detto in rapporto a Cristo ed alla chiesa ». Intorno a questa anche il salmista dice: « Ascolta, o figlia, e vedi, e porgi il tuo orecchio e dimenticati del tuo popolo e della casa di tuo padre ed il re bramerà la tua bellezza ». Per questo anche Cristo diceva: « Io uscii dal Padre e vengo ». Ma quando io dico che lasciò il Padre, non pensare ad un’azione simile a quella degli uomini, ad un cambiamento di luoghi. Come infatti si dice che egli è uscito, non perché sia uscito, ma per l’incarnazione, così anche si dice: « Lasciò il Padre ». Perché dunque non disse anche della moglie: « Si unirà a suo marito »? Perché mai? Perché parlava dell’amore e parlava al marito. Parlando invece a quella del timore dice: « Il marito è capo della moglie », ed in seguito: « E Cristo è capo della chiesa ». Gli parla dell’amore e gli affidò le sue cose e trattò con lui dell’amore per unirlo intimamente ad essa. Chi ha lasciato il padre per la moglie e lascia ed abbandona in seguito questa stessa, quale scusa potrebbe meritare? Non vedi di quale onore Dio vuole che essa goda, dal momento che distaccandoti dal padre ti unì strettamente ad essa? Che avverrà allora, dice, se una volta adempiuti i nostri obblighi, quella non ubbidirà? « Se un infedele si separa, si separi pure ». In tali situazioni non è vincolato il fratello o la sorella. Ma quando senti parlare di timore, pretendi un timore adatto ad una libera, non come quello di una schiava: infatti è tuo corpo e se agirai in tal modo offenderai te stesso, disonorando il tuo corpo. Quale è dunque il timore? Esso consiste nel non contraddire, nel non ribellarsi, nel non desiderare le prime parti: è sufficiente che il timore si limiti a questi atteggiamenti. Se tu ami come ti fu comandato, otterrai frutti maggiori, o meglio non voler ottenere questo col timore, ma lo stesso amore in un certo senso te lo otterrà. Il sesso femminile è sotto qualche aspetto più debole, bisognoso di molto aiuto, di molta condiscendenza. Che potrebbero dire coloro che sono legati a seconde nozze? Non parlo per condannarli, non sia mai! Infatti anche l’apostolo lo permise . Ma, diventando estremamente condiscendente, offrile tutto, fa’ tutto per lei e sappi soffrire: è una necessità per te. A quel punto non ritiene utile introdurre un suggerimento tratto dai pagani, come fa altrove. Bastava infatti il consiglio grande e pressante di Cristo, specialmente riguardo al motivo della sottomissione. Dice: « Abbandonerà il padre e la madre ». Ecco l’esempio tratto dai pagani. Ma poi non disse: « E abiterà insieme », ma « si unirà », volendo indicare la profonda unione, la forza dell’amore. E non si accontentò di questo, ma proseguendo volle indicare la sottomissione in modo tale che i due non apparissero più due. E non disse: « In spirito »; non disse: « In anima »; ciò infatti è ovvio e possibile a chiunque; ma in modo tale che fossero « in una sola carne ». 6. Questa è la seconda autorità, che ha molto potere e molta parità di onore. Il marito però ha ugualmente qualcosa di più. Ciò è la più grande salvezza della casa. Infatti egli ottenne pure quella particolare prerogativa di Cristo, non soltanto perché doveva amare, ma anche dirigere. « Affinché essa sia santa e immacolata », dice. Invece l’espressione « della carne » riguarda l’amare, come pure « si unirà » riguarda pure l’amare. E se la renderà santa ed immacolata, tutto seguirà. Ricerca le cose di Dio, e le cose umane seguiranno con estrema facilità. Dirigi la moglie e così si rinsalda la casa. Ascolta Paolo che dice: « Se vogliono sapere qualcosa, interroghino a casa i propri mariti ». Se amministreremo così le nostre case, saremo adatti anche alla guida della chiesa. Infatti anche la casa è una piccola chiesa. Così è possibile che mariti e mogli, divenuti buoni, superino tutti. Pensa ad Abramo, a Sara, ad Isacco, ai trecentodiciotto servi, come tutta la casa era unita, come era tutta piena di pietà. Quella adempiva pure il precetto dell’apostolo e temeva il marito. Ascolta infatti lei che dice: « Non mi è più successo sino ad ora ed il mio signore è troppo vecchio ». E quello la amava al punto da ubbidire a tutto ciò che essa voleva. Il figlio era virtuoso e gli stessi servi ammirevoli, essi che non rifiutarono di correre pericolo col padrone né differirono né chiesero il motivo, anzi uno di essi, il loro capo, fu così ammirevole da essere affidato a lui il matrimonio dell’unico figlio ed un viaggio in terra straniera. Infatti come per un comandante, se l’esercito è ben unito, in nessun modo il nemico irrompe, così anche qui, se il marito, la moglie, i figli ed i servi si prenderanno cura delle stesse cose, grande sarà la concordia della casa. Infatti, se così non avviene, spesso a causa di un solo servo cattivo tutto crolla e rovina, ed uno solo spesso disperde e corrompe tutto. Prendiamoci quindi molta cura delle mogli, dei figli e dei servi, sapendo che renderemo per noi stessi facile il comando, avremo i risultati buoni e convenienti e diremo: « Ecco me ed i figli che Dio mi ha dato ». Se il marito è ammirevole ed il capo buono, anche il resto del corpo non subirà alcuna violenza. Ora dichiarò accuratamente quali sono gli esatti compiti della moglie e del marito, esortando quella a temerlo come capo e questo ad amarla come moglie. Come potrà avvenire ciò?, dice. Egli mostrò che deve avvenire; come poi, ve lo dirò io: se disprezzeremo le ricchezze, se mireremo ad un unico scopo, alla virtù dell’anima; se avremo dinanzi agli occhi il timore di Dio. Infatti come trattando dei rapporti con i servi diceva: « Qualunque cosa di bene o di male ciascuno farà, questo riceverà dal Signore », così anche qui. Ora non bisogna amarla tanto per sé, quanto per Cristo. A questo punto volle alludere dicendo: « Come al Signore ». Perciò ubbidendo « come al Signore » e facendo tutto per lui, fa’ tutto così. Questo basta per convincere e persuadere e impedire che sorga qualche lite e dissenso. Non si dia credito a nessuno che calunnia il marito presso la moglie, ma neppure il marito sia portato a credere facilmente contro la moglie e la moglie non si dia a sorvegliare inutilmente entrate ed uscite; in nessun modo poi il marito si renda colpevole di qualche sospetto. Perché mai, dimmi, concedi te stesso tutto il giorno agli amici e invece alla moglie solo la sera e neppure in questo modo riesci a soddisfarla e a distoglierla dal sospetto? E anche se la moglie ti accusa, non sdegnartene: è segno di amore, non di dissennatezza; sono accuse di un amore ribollente e di un affetto ardente e di timore. Infatti teme che qualcuno le rubi il suo letto, che qualcuno la danneggi nella somma dei suoi beni, che qualcuno le sottragga il capo, che qualcuno le rovini il letto. C’è poi un altro motivo di suscettibilità : nessuno pretenda dai servi qualcosa oltre misura, né il marito dall’ancella né la moglie dal domestico; basta questo per generare sospetti. Fa’ bene attenzione a quei giusti: la stessa Sara ordinò al patriarca di prendere Agar; essa lo impose; nessuno ve la costrinse né il marito l’assalì anzi, sebbene fosse vissuto lungo tempo senza figli, preferì non diventare padre piuttosto che affliggere la moglie. Ciononostante dopo tutto questo che cosa dice Sara? « Giudichi Dio tra me e te ». Ora se fosse stato uno degli altri non si sarebbe mosso a sdegno? Non avrebbe steso le mani quasi dicendo: « Che dici? Non volevo andare insieme con questa donna: sei tu responsabile di tutto ciò che è avvenuto e di nuovo mi accusi? « . Quello però non disse nulla di simile, ma che cosa? « Ecco, l’ancella è nelle tue mani: fa’ di lei come a te piace ». Rinviò la compagna del suo letto per non affliggere Sara. Veramente non c’è nulla di più grande di questo a proposito della benevolenza. Infatti se l’assidersi insieme a tavola desta anche nei malfattori un sentimento di concordia verso i loro avversari (e il salmista dice: « Tu che insieme con me gustasti dei cibi »), il diventare ormai una sola carne (questo infatti significa avere il letto in comune) quanto più vale per attrarre a sé! Tuttavia nessuno di questi argomenti riuscì a convincere il giusto, ma la rinviò alla moglie, mostrando che niente avveniva per sua colpa; anzi, di più, la rinviò incinta. Chi non avrebbe avuto pietà di colei che aveva concepito un figlio da lui? Ma il giusto non si piegò: a tutto egli infatti anteponeva l’amore per la moglie. 7. Imitiamo anche noi questo. Nessuno rinfacci la povertà al prossimo, nessuno brami le ricchezze e tutto si risolve. E la moglie non dica al marito: « Vile e meschino, pieno di pigrizia, di indolenza e di molto sonno! Quel tale, modesto e di modeste origini, affrontando pericoli e intraprendendo viaggi, fece molta fortuna e la moglie indossa oro ed incede su cocchi di bianchi muli, si aggira dovunque, ha schiere di servi e cortei di eunuchi; tu invece hai paura e vivi inutilmente ». Non dica questo la moglie e cose simili a queste: infatti è corpo, non per comandare al capo, ma per ubbidire ed essere sottomessa. Come allora riuscirà a sopportare la povertà? Donde troverà conforto? Scelga presso di sé quelle più povere, rifletta a sua volta quante fanciulle nobili e di nobili origini non solo non ricevettero nulla dai mariti, ma anzi diedero ad essi e perdettero tutte le loro sostanze. Pensi ai pericoli che derivano da tali ricchezze ed amerà la vita senza affanni. Insomma se sarà disposta affettuosamente verso il marito non dirà niente di simile, ma preferirà avere vicino a sé lui che non le offre nulla piuttosto che innumerevoli talenti d’oro con l’affanno e la preoccupazione che viene sempre alle donne a causa dei viaggi. Il marito poi che sente queste cose, dal momento che ha il comando non si dia alle violenze ed alle percosse, ma la consigli, l’ammonisca, la convinca con riflessioni come più imperfetta, non stenda mai le mani. Lungi da un’anima libera questi atti: né violenze né rimproveri né oltraggi, ma la diriga come trattandosi di un essere meno ragionevole. Come potrà avvenire questo? Se conoscerà la vera ricchezza e la celeste saggezza, non rivolgerà nessuno di tali rimproveri. Le insegni che la povertà non è affatto un male; le insegni non solo mediante ciò che dice, ma anche ciò che fa; le insegni a disprezzare la gloria, e la moglie non dirà né desidererà nulla di simile. Come se ricevesse una statua, così fin da quella sera che la accoglierà nel talamo, le insegni la temperanza, la modestia, come vivere santamente, subito fin dagli inizi e respingendo dalle stesse soglie l’amore delle ricchezze; e le insegni la saggezza e la esorti a non possedere pendenti d’oro alle orecchie e lungo le guance né messi attorno al collo né disposti attorno al talamo né vesti d’oro e di lusso messe in disparte. Ma l’ornamento sia splendido e lo splendore non vada a finire nell’insolenza. Invece, lasciate queste cose a coloro che stanno sulle scene, abbellisci la casa con molto decoro, facendo in modo che spiri temperanza piuttosto che qualche altro buon profumo. Di qui deriveranno due, anzi tre vantaggi: primo, che la sposa non soffrirà se sono terminate le feste nuziali e sono restituiti a ciascuno i vestiti e gli ori e le suppellettili d’argento; secondo, lo sposo non dovrà preoccuparsi della perdita e della custodia degli oggetti presi in prestito; terzo poi, oltre questi, ed è la somma dei beni, in base a queste stesse cose mostrerà la propria convinzione, che cioè non gode affatto di ciò e che lascerà da parte tutto il resto e non permetterà mai che ci siano danze e canti ignobili. So bene che sembro ugualmente molto ridicolo ad alcuni prescrivendo tali cose. Tuttavia se mi ubbidirete, col trascorrere del tempo ed esperimentandone realmente il vantaggio, allora ne comprenderete l’utilità; ed il riso scomparirà e deriderete il costume attuale e vedrete che è davvero proprio di ragazzi insensati e di uomini ebbri ciò che accade ora, mentre ciò che vi consiglio è proprio della temperanza, della saggezza e della vita più elevata. Che cosa dunque affermo che bisogna fare? Allontana dalle nozze tutti i canti turpi, satanici, i ritornelli volgari, le corse dei giovani dissoluti, e questo atteggiamento potrà rendere temperante la sposa. Subito infatti penserà tra di sé: « Oh!, chi è mai questo marito? È saggio, non stima affatto la vita presente, mi ha condotto nella sua casa per generargli dei figli, per allevarli, per custodire la sua dimora ». Sono spiacevoli queste cose alla sposa? Solo sino al primo e al secondo giorno, ma poi non più, anzi ne trarrà grandissimo piacere, distogliendo da sé ogni sospetto. Infatti chi non tollera né flauti né danzatori né canti sfrenati e questo già al tempo delle nozze, difficilmente costui si indurrà a fare o a dire qualcosa di turpe. Successivamente, quando avrai eliminato tutto ciò dalle nozze, accostandola a te, plasmala sapientemente, lasciando durare per lungo tempo il suo senso del pudore, senza infrangerlo bruscamente. Infatti, anche se la fanciulla è un po’ sfacciata, sa temporaneamente tacere; presa dal pudore verso il marito e dallo stupore verso la nuova situazione. Tu quindi non violare bruscamente questo senso di verecondia, come fanno gli uomini dissoluti ma fallo durare per lungo tempo: ciò sarà per te un grande guadagno. Non ti rimprovererà durante questo tempo né ti riprenderà per quanto avrai deciso di fare. Pudore e amore 8. Ordina dunque ogni cosa in quel tempo in cui il pudore, come un freno posto all’anima, non permette né di biasimare né di criticare ciò che avviene. Infatti quando avrà raggiunto la libertà di parola, con molta sicurezza sconvolgerà e confonderà ogni cosa. Quando dunque si presenta un altro tempo così adatto per plasmare la moglie come quello in cui ha rispetto del marito e prova ancora timore ed ha soggezione?. Imponile allora tutte quante le leggi ed ubbidirà totalmente, volentieri e malvolentieri. In che modo non cancellerai il pudore? Quando anche tu non apparirai meno riservato di quella, discorrendo di poche cose e di queste con grande serietà e sobrietà. Falle allora i discorsi sulla saggezza: infatti l’anima è disposta ad accoglierli; mettila nella migliore disposizione, del pudore intendo dire. Se poi volete, vi dirò a mo’ di esempio di quali cose bisogna discorrere con lei. Infatti se Paolo non rifuggì dal dire: « Non privatevi l’un l’altro » e fece risuonare parole di una pronuba, anzi non di una pronuba ma di un’anima spirituale, con maggior ragione noi non ci tratterremo dal parlare. Di che cosa dunque bisogna discorrere con lei? Ora con molta grazia bisogna dirle: « Noi, o fanciulla, ti scegliemmo compagna della vita e ti introducemmo a prendere parte con noi delle cose più importanti e necessarie, cioè della generazione dei figli e della guida della casa. Che cosa dunque ti chiediamo? ». O meglio, prima di questo tratta di ciò che riguarda l’amore: infatti niente serve tanto per convincere chi ascolta ad accogliere ciò che si dice quanto il sapere che viene detto con molto amore. Come dunque mostrerai l’amore? Se le dirai: « Pur potendo scegliere molte spose e più ricche e di illustre origine, non le scelsi, ma mi innamorai di te, della tua condotta, del tuo decoro, della tua modestia, della tua temperanza ». Quindi dopo questo prepara la via ai discorsi intorno alla saggezza e biasima il denaro con qualche circonlocuzione. Infatti se prolungherai semplicemente il discorso contro il denaro, riuscirai importuno; se invece saprai cogliere il momento adatto, risolverai tutto. Parrà infatti che tratti la cosa come per difesa, non da uomo austero e senza grazia ed avaro; ma quando trarrai l’occasione dalle sue stesse esigenze, ne gioirà pure. Le dirai dunque (bisogna allora riprendere il discorso): « Pur essendo possibile sposarne una ricca ed abbiente, non lo volli ». E perché mai? Ho imparato non a caso né inutilmente ma giustamente che la ricchezza non è affatto un guadagno, ma una cosa spregevole ed adatta ai furfanti, alle meretrici ed ai ladri di tombe. Perciò, lasciate queste cose, mirai alla virtù della tua anima, che antepongo a tutto l’oro. Infatti una fanciulla giovane, intelligente e libera e che ha cura della pietà vale tutto quanto il mondo. Per questi motivi ti abbracciai e ti amo e ti preferisco alla mia stessa anima. Nulla vale la vita presente, e supplico e prego e faccio di tutto in modo che siamo ritenuti degni di vivere la vita presente così da potere anche di là, nel secolo futuro, stare insieme l’un con l’altro con grande sicurezza. Infatti questo tempo è breve e caduco, ma se saremo stati ritenuti degni di piacere a Dio trascorrendo così questa vita, saremo sempre con Cristo e l’un con l’altro con maggiore letizia. Io preferisco ad ogni cosa il tuo amore e nulla mi è così gravoso e molesto quanto il dissentire talora da te. E se anche dovessi perdere tutto e diventare più povero di Iro e sottostare agli estremi pericoli e soffrire qualsiasi cosa, tutto sarà per me sopportabile e tollerabile finché tu sarai ben disposta verso di me. Ed i figli saranno per me desiderabili finché tu sarai benevola verso di noi. Bisognerà che anche tu faccia questo. In seguito inserisci anche le parole dell’apostolo, che cioè Dio vuole che la nostra concordia sia così strettamente rinsaldata. Ascolta infatti la Scrittura che dice: « Perciò lascerà l’uomo suo padre e sua madre e si unirà alla sua donna ». Non ci sia da parte nostra alcun motivo di suscettibilità; via le ricchezze, la folla degli schiavi, gli onori esteriori. Questo è per me preferibile a tutto. Di quale oro e di quali tesori non saranno più desiderabili per la moglie queste parole? Non temere che la tua diletta sia talora in disaccordo con te, ma confessale che la ami. Le etere che si congiungono ora a questo ora a quello giustamente si potrebbero sollevare contro i loro amanti se sentissero tali parole. Invece una donna libera ed una fanciulla nobile non si potrebbe mai adontare per queste parole, anzi si sottomette ancora di più. Mostrale che stimi molto la sua compagnia e preferisci per lei essere in casa che in piazza, e anteponila a tutti gli amici ed ai figli che hai avuto da lei e questi siano da te amati in vista di essa. Se farà qualcosa di bene, lodala ed ammirala; se invece farà qualcosa di insolito e come capita alle fanciulle, esortala e consigliala. Biasima in ogni modo le ricchezze ed il lusso e mostrale l’ornamento che proviene dal decoro e dall’onestà ed insegnale continuamente ciò che le conviene. Unità dell’amore 9. Siano comuni le preghiere tra di voi. Ciascuno vada alla chiesa e di ciò che viene detto e letto là, il marito in casa chieda conto alla moglie e quella al marito. Se la povertà in qualche modo si facesse sentire, porta l’esempio dei santi uomini Paolo e Pietro, che ottennero una stima maggiore di tutti i sovrani e ricchi, e come passarono la vita nella fame e nella sete! Insegnale che nulla si deve temere delle cose della vita tranne soltanto l’offendere Dio. E se uno si sposerà proprio per questi motivi non sarà di molto inferiore a chi conduce vita monastica né lo sposato a quelli che non lo sono. Se poi vuole fare pranzi ed offrire banchetti, non invitare nessun impuro, nessun indegno, ma se troverai un santo povero che può benedire per voi la casa, che con l’accesso dei suoi piedi può introdurre ogni benedizione di Dio, questo invita. Devo dirti un’altra cosa? Nessuno di voi si dia da fare per sposarne una più ricca, ma piuttosto una molto più povera. Infatti non entrerà tanto motivo di piacere dalle sue ricchezze, quanto piuttosto dispiacere dai rimproveri, dall’esigere di più di quanto ha portato, dagli oltraggi, dal lusso, dalle parole importune. Infatti dirà probabilmente così: « Non consumai nulla del tuo, sono ancora fornita del mio che mi hanno donato i miei genitori ». Che dici, o moglie? Sei ancora fornita del tuo? Che cosa ci sarebbe potuto essere di più infelice di questa parola? Non hai più un corpo proprio ed hai delle ricchezze proprie? Dopo le nozze non siete più due carni, ma diveniste una sola, e due sono le sostanze e non una! Oh, l’amore delle ricchezze! Siete divenuti un uomo solo, un solo essere vivente ed ancora dici: « Le cose mie »? Questa parola maledetta ed empia proviene dal diavolo. Dio rese per noi comune tutto ciò che è più necessario di queste, e queste non sono comuni? Non è possibile dire: la mia luce, il mio sole, la mia acqua; sono per noi comuni tutte le cose più grandi e le ricchezze non sono comuni? Vadano in rovina infinite volte le ricchezze, anzi non le ricchezze, ma le scelte che non sanno usare le ricchezze e le antepongono ad ogni cosa. Insegnale fra il resto ciò, ma con molta grazia. La stessa esortazione alla virtù ha di per sé un aspetto molto severo, soprattutto per una fanciulla tenera e fresca. Quando le parole riguardano la saggezza fa’ uso di molta grazia ed elimina da quell’anima soprattutto questo: « Il mio e il tuo ». Se dirà: « Le mie cose », dille: « Quali cose dici tue? Non lo so infatti; non possiedo niente di proprio e come dunque dici: « Le cose mie », essendo tutto tuo? ». Condonale l’espressione. Non vedi che facciamo così per i bambini? Quando hanno preso qualcosa a noi di mano e vogliono avere di nuovo qualcos’altro, acconsentiamo e diciamo: « Sì, questo è tuo ed anche quello ». Facciamo così anche per la moglie. Infatti la sua mente è più infantile. E se dirà: « Le mie cose », dille: « Tutto è tuo, anch’io sono tuo ». Non è una parola di adulazione, ma di molta accortezza. Così potrai frenare la sua ira e placare la sua insoddisfazione. È adulazione infatti se qualcuno compie qualcosa di ignobile per il male: ciò invece è grandissima saggezza. Dille dunque: « Anch’io sono tuo, o figliola. Questo mi raccomandò Paolo dicendo: « Il marito non ha potere sul proprio corpo, ma la moglie. Se io non ho potere sul mio corpo ma tu, quanto di più per le ricchezze! ». Dicendo ciò l’hai placata, hai spento la fiamma, hai svergognato il diavolo, l’hai resa schiava più di una comprata col denaro, l’hai legata con queste parole. Così in base a quanto tu dici insegnale a non dire mai: « Mio e tuo ». E non chiamarla mai semplicemente, ma con tenerezza, con riguardo, con molto amore. Onorala e non sentirà il bisogno di onore da parte di altri; non proverà necessità della gloria da parte di altri se godrà di quella da parte tua. Preferiscila a tutto, per ogni cosa, per bellezza, per intelligenza, e lodala. Così la convincerai a non attaccarsi a nulla di esteriore, ma a disprezzare tutto il resto. Insegnale il timore di Dio e tutto sgorgherà come da una fonte e la casa sarà traboccante di infiniti beni. Se cercheremo le cose incorruttibili, sopravverranno anche quelle corruttibili. Dice infatti: « Cercate prima il regno di Dio e tutto ciò vi sarà dato in più ». Quali bisogna pensare che siano i figli di tali padri? Quali i servi di tali signori? Quali tutti gli altri che si accostano a loro? Non accadrà che anch’essi siano colmati di infiniti beni? Infatti come i servi il più delle volte uniformano i loro costumi su quelli dei loro signori e fanno propri i desideri di quelli, amano le loro cose, parlano delle stesse cose che hanno imparato, vivono nelle stesse condizioni; così , se formeremo in tale modo noi stessi e attenderemo alle Scritture, impareremo la maggior parte delle cose da esse e così potremo piacere a Dio e trascorrere virtuosamente tutta la vita presente e conseguire i beni promessi a quelli che lo amano. Volesse il cielo che tutti noi ne fossimo ritenuti degni, per la grazia e la benevolenza del nostro Signore Gesù Cristo, al quale col Padre insieme con lo Spirito Santo sia gloria, potenza, onore, ora e sempre e per i secoli dei secoli. Così sia.

L’ELMO DELLA SALVEZZA

http://camcris.altervista.org/medelmo.html

L’ELMO DELLA SALVEZZA

da uno scritto di Giacinto Butindaro

« Rivestitevi della completa armatura di Dio, affinché possiate star saldi contro le insidie del diavolo; il nostro combattimento infatti non è contro sangue e carne, ma contro i principati, contro le potenze, contro i dominatori di questo mondo di tenebre, contro le forze spirituali della malvagità, che sono nei luoghi celesti. Perciò prendete la completa armatura di Dio, affinché possiate resistere nel giorno malvagio, e restare in piedi dopo aver compiuto tutto il vostro dovere. State dunque saldi: prendete la verità per cintura dei vostri fianchi; rivestitevi della corazza della giustizia; mettete come calzature ai vostri piedi lo zelo dato dal vangelo della pace; prendete oltre a tutto ciò lo scudo della fede, con il quale potrete spegnere tutti i dardi infocati del maligno. Prendete anche l’elmo della salvezza e la spada dello Spirito, che è la parola di Dio; pregate in ogni tempo, per mezzo dello Spirito, con ogni preghiera e supplica » (Efesini 6:11-18).

Abbiamo letto: « Prendete anche l’elmo della salvezza » (verso 17). Siccome l’elmo, il soldato se lo mette sul capo, e Paolo dice che dobbiamo prendere « per elmo la speranza della salvezza » (1 Tess. 5:8), noi credenti, che abbiamo creduto al Vangelo di Cristo, ci dobbiamo armare di questo pensiero, e cioè che noi siamo stati salvati in speranza. Ora, fermo restando che noi che abbiamo creduto siamo stati salvati dai nostri peccati ed abbiamo la vita eterna in Cristo Gesù nostro Signore rimane il fatto che ancora non abbiamo ottenuto « la redenzione del nostro corpo » (Rom. 8:23); questa è la ragione per cui noi diciamo di aspettare quella che Paolo chiama « la piena redenzione di quelli che Dio s’è acquistati » (Ef. 1:14), la quale sarà manifestata quando il nostro Signore Gesù apparirà dal cielo. È proprio così fratelli; per questo noi figliuoli di Dio in questa tenda, che è la nostra dimora terrena, « gemiamo » (Rom. 8:23), perchè desideriamo che ciò che è mortale (il nostro corpo) sia sopravvestito della nostra abitazione che è celeste. Noi sappiamo che questo nostro buon desiderio sarà esaudito alla risurrezione dei giusti, quando al suono della tromba di Dio i morti in Cristo risusciteranno ed i santi che saranno trovati viventi saranno mutati in un batter d’occhio per andare insieme ai risorti ad incontrare il Signore nell’aria. Quello è il giorno della nostra salvezza che noi vediamo avvicinarsi in gran fretta e che abbiamo speranza di vedere. È vero che quando parliamo della nostra redenzione parliamo di qualche cosa che non vediamo ma d’altronde non può essere altrimenti perchè « la speranza di quel che si vede, non è speranza; difatti, quello che uno vede, perchè lo spererebbe egli ancora? » (Rom. 8:24); ma noi abbiamo la fede che Dio ci ha dato, la quale è certezza di cose che si sperano, e sorretti da questa fede, con la pazienza prodotta dalle nostre afflizioni e mediante la consolazione delle Scritture noi aspettiamo ciò che non vediamo, sicuri che il Signore Gesù ci salverà dall’ira a venire quando in quel giorno verrà con gli angeli della sua potenza a prendere tutti i suoi eletti, per portarci nel cielo. Per entrare nel Paradiso di Dio dobbiamo possedere un corpo immortale ed incorruttibile perchè « carne e sangue non possono eredare il regno di Dio » (1 Cor. 15:50), e per ottenerlo dobbiamo aspettare quel giorno: Dio ha stabilito così, è il suo disegno, quindi fratelli continuiamo ad attendere il Signore perchè di certo Egli al tempo fissato da Dio apparirà dal cielo « a quelli che l’aspettano per la loro salvezza » (Ebr. 9:28) e ci darà un corpo glorioso e potente con il quale potremo ereditare il Regno eterno del nostro Signore Gesù Cristo.

Publié dans:Lettera agli Efesini |on 13 février, 2014 |Pas de commentaires »

LA LETTERA AGLI EFESINI – IL PROFONDO MISTERO DELLA SALVEZZA IN CRISTO (di Mons. G. Ravasi)

http://www.parrocchie.it/calenzano/santamariadellegrazie/Anno%20Pastrorale.htm#vita

LA LETTERA AGLI EFESINI

ANNO PASTORALE 2001-2002

PAOLO SI RACCONTA …

IL PENSIERO POSSENTE DI S.PAOLO

La Lettera agli Efesini di San Paolo

In alcuni importanti codici antichi, che ci hanno trasmesso le sacre Scritture, nell’indirizzo iniziale di questa lettera manca l’indicazione « a Efeso », per cui si è pensato che essa sia stata originariamente una missiva destinata alle varie Chiese dell’Asia Minore costiera, che avevano il loro centro più significativo nella splendida città di Efeso. Certo è che la lettera si rivela profondamente originale nel linguaggio e nei temi, tanto da far ipotizzare a molti studiosi che essa sia opera di una mano diversa rispetto a quella di Paolo, forse un discepolo che conduce oltre il discorso del maestro. Questo naturalmente non intaccherebbe l’ispirazione e quindi l’appartenenza al Canone biblico della lettera che, tra l’altro, è molto vicina a quella ai Colossesi (probabilmente conosciuta e citata).
Comunque sia, la lettera, che consigliamo vivamente a tutti di leggere, è particolarmente densa e ricca di temi e si rivela nettamente divisa in due parti: i primi tre capitoli affrontano i grandi argomenti teologici, mentre i capitoli 4-6 sono dedicati a illustrare l’impegno morale del cristiano nella sua vita di fede. L’accento è posto su due motivi teologici capitali. Da un lato, si apre una profonda riflessione sulla figura di Cristo, presentato come Signore di tutto l’essere creato e non solo della Chiesa, e cantato in un solenne inno-benedizione posto proprio in apertura alla lettera (1,3-14).
Gesù Cristo è, d’altro lato, alla radice del secondo motivo teologico, quello della Chiesa, che è costituita da Giudei e pagani ornai uniti in un solo corpo che è quello di Cristo, nel quale, però, diversamente da quanto già detto nella prima lettera ai Corinzi (capitolo 12), egli ha la funzione di essere il « capo » (1,22). L’unità di questo corpo, nel quale si manifesta la pienezza della divinità, è operata da Cristo stesso « nostra pace », che ha riconciliato i due popoli separati, Ebrei e pagani, in un solo popolo attraverso il suo sangue (2,14-22). E questa la Chiesa, che dall’apostolo viene presentata come « tempio santo nel Signore » (2,21).
Vivace è anche la parte pastorale della lettera ove, tra l’altro, viene disegnato un « codice » dei doveri familiari (5,21-6,9), che ha al suo interno una suggestiva presentazione del matrimonio cristiano, come grande segno dell’unione vitale tra Cristo e la Chiesa. Uno scritto, quindi, ricco sul piano del « mistero » divino, che è rivelato da Gesù Cristo e che comprende la salvezza di tutti, inclusi i pagani, e sul piano della vita cristiana da condurre in pienezza, come creature che hanno « deposto l’uomo vecchio » per « rivestire l’uomo nuovo » (4,22-24).

IL PROFONDO MISTERO DELLA SALVEZZA IN CRISTO

(di Mons. G. Ravasi)

1 Brevi sono il saluto e l’augurio di apertura di questa lettera. Ben più solenne è, invece, la benedizione iniziale, che ha l’andatura di un inno e si presenta come uno splendido abbozzo del disegno di salvezza rivelato e attuato in Cristo. Dall’orizzonte celeste, cioè dal mistero trascendente di Dio, scendono le benedizioni “spirituali”, cioè i doni di santità che trasformano i credenti. Si delinea, così, l’itinerario a cui essi sono chiamati all’interno del progetto di Dio: prima ancora della loro esistenza, Dio li aveva scelti e destinati a divenire figli adottivi attraverso Cristo; tutto questo avrebbe realizzato la piena gloria di Dio che si compie nel suo donarsi all’umanità, nel suo amore rivelato in Gesù, il Figlio «Prediletto». La salvezza dell’uomo è, quindi, la gioia, la lode, la gloria più alta di Dio.
E questa salvezza si attua attraverso la morte di Gesù, sorgente della redenzione, del perdono e della grazia effusa nell’umanità. Noi conosciamo, dunque, «il mistero della volontà» divina perché non solo ci è stato rivelato, ma anche perché lo viviamo all’interno della storia. Infatti, la «pienezza dei tempi» è l’ingresso di Cristo nel mondo per trasformare la realtà umana secondo il disegno prestabilito fin dall’eternità da Dio. Tutti noi siamo “ricondotti” in Cristo insieme con l’intero universo creato: l’immagine usata rimanda al «capo» che tiene coeso il corpo. Ogni realtà è destinata a trovare senso e unità in Cristo, costituito da Dio come capo unico e universale.
È interessante notare come Paolo in questa visione grandiosa della salvezza sottolinei un aspetto che gli sta a cuore. In 1,11-13 distingue, infatti, due pronomi: da un lato, c’è il «noi», i primi eredi della promessa divina, cioè gli Ebrei, coloro che hanno alimentato la speranza messianica prima della venuta di Cristo; d’altro lato, c’è il «voi», cioè l’orizzonte dei pagani, che hanno ascoltato e accolto nella fede «la parola della verità», il vangelo, e così sono stati consacrati dallo Spirito Santo. L’apostolo passa poi a un ringraziamento per la fede e l’amore testimoniato dai cristiani di Efeso, ai quali augura di ottenere una pienezza nella conoscenza del mistero di salvezza, che ha al centro la risurrezione di Cristo. Essa è cantata in 1,20-23 in una specie di professione di fede di tono innico, dalla quale emerge la figura del Risorto che è il Signore di tutto l’universo e di tutte le sue energie, ma che è anche il capo di quel corpo che è la Chiesa.

DALLA MORTE ALLA VITA PER ESSERE UNA COSA SOLA IN CRISTO
2 Nel capitolo 2, continuando l’intreccio dei due pronomi «noi» e «voi», si esalta la redenzione operata da Cristo per l’umanità peccatrice, sia ebraica sia pagana. L’amore misericordioso di Dio ci ha strappato a Satana, «il principe delle potenze dell’aria», e ci ha fatto partecipare alla stessa vita di Cristo attraverso l’esperienza battesimale che ci ha condotto alla gloria della risurrezione. La salvezza è, quindi, non solo liberazione dal male, ma anche intimità, comunione, partecipazione alla vita divina.
In un linguaggio tipicamente paolino si ribadisce la vicenda della salvezza, che è dono della grazia divina a chi risponde con la fede, e che non è frutto delle opere umane. La centralità di Cristo è ribadita in una pagina di grande intensità, che ha in qualche sua parte un’andatura innica e lirica. Il tema fondamentale della salvezza è considerato secondo un’angolatura che è già stata adottata precedentemente: con la sua morte in croce, Cristo ha costituito un’unica comunità, cancellando le divisioni tra i circoncisi e coloro che erano «stranieri ai patti della promessa», cioè tra Ebrei e pagani. Cristo è, allora, definito come la «pace» per eccellenza, che, nella tradizione biblica, era il tipico dono messianico (Isaia 9,5; Michea 5,4).
Egli ha abbattuto le barriere che dividevano questi due popoli: «il muro di separazione» a cui Paolo fa riferimento potrebbe alludere sia alla legge mosaica sia al setto divisorio posto tra il cortile degli Ebrei e quello dei pagani nel tempio erodiano di Gerusalemme, parete invalicabile, pena la condanna a morte. Cristo ha anche eliminato le osservanze legali che caratterizzavano la religiosità giudaica, e ha fatto sì che tutti si ritrovassero uniti, i vicini e i lontani (vedi Isaia 57,19 e Zaccaria 9,10), destinati a costituire un solo corpo, a essere concittadini e familiari di Dio, appartenenti alla stessa comunità che è la Chiesa, la famiglia di Dio. Tutti costituiscono un tempio vivo, che ha la sua pietra angolare in Cristo e il basamento negli apostoli e nei profeti, cioè negli annunciatori del vangelo (vedi 1Corinzi 3,10-11.16). La rappresentazione di questa unità generata dalla croce di Cristo è preziosa per definire la missione di Paolo aperta ai pagani.

PAOLO, APOSTOLO DEL MISTERO DI CRISTO
3 Egli, infatti, è stato chiamato da Dio proprio a svelare il «mistero di Cristo» che ha nel suo cuore la salvezza universale: «I pagani sono chiamati, in Cristo Gesù, a partecipare alla stessa eredità, a formare lo stesso corpo, e a essere partecipi della promessa» (3,6), cioè a fruire della dignità donata al popolo ebraico e, così, a costituire l’unico popolo di Dio che è la Chiesa, corpo di Cristo. A questo annunzio l’apostolo ha dedicato se stesso perché il disegno divino, che era celato nel mistero, venisse reso noto a tutti, anche alle potenze cosmiche e celesti, e attuato nella storia. A questo punto Paolo rivolge un’appassionata preghiera a Dio Padre, creatore di tutti gli esseri, perché trasformi la coscienza dei cristiani così da giungere alla piena maturità della fede e dell’amore. Potranno allora scoprire il cuore profondo del mistero divino, che è l’infinito amore di Dio offerto a noi in Cristo, un amore che ci avvolge conducendoci alla pienezza, un amore totale che abbraccia tutto l’essere, rappresentato secondo le quattro dimensioni sotto le quali la tradizione popolare concepiva la realtà: ampiezza, lunghezza, altezza e profondità. Con un’acclamazione di lode finale a Dio Padre (3,20-21) si chiude la prima parte della lettera.

LE ESIGENZE DELLA VITA CRISTIANA
4 Con il capitolo 4 si apre una seconda parte della lettera, di taglio più esistenziale: si intende delineare un profilo della vita cristiana, fondata sull’unità di tutti i credenti nell’unico corpo di Cristo. Si ha innanzitutto un appello a riscoprire questa «unità dello spirito», rafforzata dal «legame della pace», ricordando la sua sorgente, cioè l’unico Dio che agisce in tutti, l’unico Cristo Signore e Salvatore, l’unica fede e l’unico battesimo. Se tutti hanno ricevuto la grazia, ciascuno la manifesta secondo forme diverse che sono espressioni dei doni divini effusi dal Cristo risorto (si cita nel versetto 8 il Salmo 68,19 in modo libero, applicandolo all’ascensione e alla glorificazione celeste di Cristo).
Paolo elenca cinque doni spirituali che costituiscono altrettanti ministeri destinati a condurre alla maturità cristiana tutta la comunità dei credenti: apostoli, profeti, evangelisti, pastori e maestri. Ma il modello che tutti dobbiamo tenere davanti agli occhi per raggiungere la maturità della fede è Cristo stesso, che è la pienezza per eccellenza. Solo con questa meta passiamo dall’infanzia, che è ancora debolezza e immaturità, alla maturità. E la via per raggiungere questa completezza spirituale è la «verità nell’amore». Solo così si configura il corpo di Cristo nella sua armonia e nella sua perfetta compagine. Si presenta in questa pagina il tema del corpo di Cristo che è la Chiesa in un modo lievemente differente rispetto a 1Corinzi 12. Là, infatti, la Chiesa era il corpo di Cristo in modo globale; qui si dice che Cristo è il capo e i cristiani sono il corpo. Comune è, però, il rilievo dato all’amore come anima dell’intero organismo.
Si passa poi a una riflessione sull’esperienza battesimale vissuta dai fedeli. Essa è stata una svolta radicale che ha totalmente mutato la realtà dell’uomo. Il battezzato, infatti, deve lasciare alle spalle «l’uomo vecchio», con la sua miseria e il suo peccato, e deve rivestire la qualità di «uomo nuovo», che è il profilo voluto da Dio creatore e che è la condizione umana inaugurata e attuata dalla morte e risurrezione di Cristo. Il tema delle due creature, la vecchia e la nuova, la peccatrice e la redenta, era già apparso in Romani 6,4-6, in 2Corinzi 5,17 e riapparirà in Colossesi 3,10.
Questo mutamento radicale che si è compiuto nel cristiano deve generare un differente comportamento morale, che la lettera esemplifica in alcuni impegni che rimandano al Decalogo e a moniti presenti già nell’Antico Testamento. Si citano, infatti, Zaccaria 8,16 sull’impegno di servire la verità e il Salmo 4,5 per quanto riguarda l’ira; ma si evoca anche il «non rubare», il «non pronunziare falsa testimonianza» del Decalogo e l’esortazione, frequente nella Bibbia, a combattere il peccato di parola. In particolare, in questa che è una nuova lista di vizi da evitare, si sottolinea l’importanza dell’amore e della concordia fraterna, la cui assenza rattrista lo Spirito Santo che è effuso in noi.

IL COMPORTAMENTO DEL CRISTIANO
5 L’amore è, infatti, il cuore della morale cristiana. Il modello ideale è Cristo, che si è donato a noi attraverso la morte in croce, definita come «sacrificio di soave odore», cioè come una vittima sacrificale gradita a Dio e capace di cancellare ogni peccato (per l’espressione usata, tipica dell’Antico Testamento, vedi Genesi 8,21; Esodo 29,18; Salmo 40,7). Il cristiano, purificato da questo atto d’amore divino, deve abbandonare lo stile di vita precedente, che l’apostolo illustra attraverso alcuni vizi emblematici del paganesimo come volgarità, impurità, idolatria. Queste realtà impediscono il legame con Cristo e quindi con la vera vita e la luce. Si ricorre, infatti, alla tradizionale opposizione ­ cara anche al giudaismo ­ tra tenebra e luce, come simboli di due stati di vita antitetici.
I cristiani nel battesimo sono stati illuminati da Cristo e, perciò, dalla tenebra sono divenuti «luce nel Signore» (vedi 1Tessalonicesi 5,4; Romani 13,12; Colossesi 1,12-13). Come conferma si cita un frammento di inno battesimale presentato quasi come fosse una parola biblica («sta scritto» è la formula introduttoria alle citazioni bibliche): immersi nelle tenebre del sonno e della morte, noi siamo risorti e abbagliati dalla luce di Cristo. Si precisa, allora, come dev’essere la vita dei figli della luce. Paolo segnala due atteggiamenti fondamentali.
Da un lato, bisogna fare buon uso del tempo, cioè di questa èra di salvezza in cui ci ha introdotto la Pasqua di Cristo. In essa bisogna scorgere e seguire la volontà di Dio, che ci conduce alla pienezza della vita. D’altro lato, è necessario lasciare spazio allo Spirito che trasforma l’esistenza del credente in un canto di lode e ringraziamento a Dio. Il discorso si fa ora ancor più concreto e si delinea una specie di tavola dei doveri della vita familiare (vedi anche Colossesi 3,18-4,1). Si devono, però, notare due differenze rispetto ai paralleli del mondo giudaico e greco-romano: si sottolinea la reciprocità dei doveri degli sposi, nonostante il contesto maschilista in cui l’apostolo viveva (che pure lascia qualche traccia); inoltre, Gesù Cristo diventa il riferimento fondamentale su cui vivere l’esperienza d’amore, essendo egli la fonte della carità.
È per questo che la considerazione sui doveri dei mariti verso le mogli si trasforma in una catechesi sul rapporto tra Cristo e la Chiesa, sua sposa, purificata attraverso il lavacro battesimale. Il matrimonio diventa, perciò, simbolo dell’unione tra Cristo e la Chiesa, il “grande mistero”, come lo chiama Paolo, cioè il mirabile disegno salvifico di Dio. L’uso dell’immagine nuziale per rappresentare la relazione tra Dio e Israele era già stato praticato dall’Antico Testamento (vedi, ad esempio, Osea 1-3). Ora il matrimonio cristiano ­ illustrato sulla base di Genesi 2,24 ­ diventa segno della nuova alleanza ed è in questa luce che il passo è stato letto come la base della visione sacramentale dell’unione matrimoniale cristiana.

ALTRE ESORTAZIONI E SALUTO
6 Dal rapporto tra i coniugi la “tavola” dei doveri familiari delineata dall’apostolo passa a quello tra i figli e i genitori, con un rimando esplicito al comandamento, presente nel Decalogo (Esodo 20,12), di onorare il padre e la madre. Tuttavia anche in questo caso si esalta la reciprocità: i genitori devono educare i loro figli senza esasperarli. Si riserva poi spazio al settore delle relazioni tra schiavi e padroni. È un’esortazione che risente del contesto storico in cui vive la Chiesa delle origini. Ma c’è una sottolineatura nuova e significativa. Da un lato, lo schiavo deve compiere il suo lavoro con onestà, consapevole che ogni azione del cristiano ha un valore agli occhi di Dio. Dall’altro lato, i padroni devono comportarsi senza violenze o minacce, perché c’è sopra di loro un Signore di tutti che non guarda allo stato sociale o di privilegio, ma giudica ognuno con giustizia.
Conclusa la “tavola” degli impegni del cristiano nella famiglia e nella società, la lettera si avvia alla fine con un’ampia esortazione ad affrontare con decisione la lotta spirituale contro il male, che insidia la vita del credente. Paolo fa esplicito riferimento al diavolo e alle forze oscure che dominano la storia. Egli le denomina secondo il linguaggio apocalittico come principati, potenze, dominatori del mondo tenebroso in cui siamo immersi, e spiriti del male che, invece, trascendono il nostro orizzonte terreno. Si ricorre, così, alla simbologia marziale dell’armatura da indossare. Anche Dio nell’Antico Testamento era raffigurato come un guerriero che si schierava, con il suo re-Messia, a difesa del bene e dei giusti contro l’assalto del male (Isaia 11,4-5; 59,16-18; Sapienza 5,17-23).
Le armi del cristiano sono la verità come cintura, la giustizia come corazza, le calzature per annunziare il vangelo, la fede come scudo, la salvezza come elmo, lo Spirito e la parola di Dio come spada (vedi anche 1Tessalonicesi 5,8). La lotta spirituale dev’essere sostenuta dalla preghiera allo Spirito Santo, perché sia vicino a tutti coloro che annunziano il vangelo. Paolo si colloca tra costoro ed è presentato dalla lettera «ambasciatore in catene» del messaggio di Gesù: anche se non si è certi su questa carcerazione (quella romana o un’antecedente prigionia, forse efesina), è sulla base di questa nota che si colloca lo scritto agli Efesini tra le cosiddette “lettere dalla cattività” (o prigionia).
La lettera è chiusa da un intenso saluto. Al suo interno c’è una particolare esaltazione dell’amore «incorruttibile» che deve unire il cristiano al suo Signore. Prima, però, si fa riferimento a un collaboratore dell’apostolo di nome Tichico, inviato come delegato di Paolo. Egli espleterà la stessa missione anche nei confronti dei cristiani di Colosse (Colossesi 4,7): era, perciò, un rappresentante dell’apostolo nell’area dell’Asia Minore o almeno in alcuni ambiti di essa, nei quali egli comunicava ufficialmente notizie e messaggi paolini.

PAOLO APOSTOLO DI GESÙ CRISTO E DELLE GENTI, IERI E OGGI
Quando appare sul quadrante della nostra storia, Saulo, o con il nome latino Paolo, ha circa 30 anni.
Cartina geograficaA mezzogiorno. Sulla via che va da Gerusalemme in Giudea a Damasco in Siria (240 km circa). Giovane dottore in Legge, zelante difensore delle tradizioni dei padri nella fede, su quella via di Damasco insegue successo e gloria. Si, quel giorno sognato e atteso doveva segnare sull’agenda personale una specie di solenne collaudo del suo primo nome, Sha-ù-l o Saulos (At 7,58). Nome semitico che significa ‘invocato con preghiere, desiderato ‘ e che lo faceva sentire importante nella storia del suo popolo: Sha-ù-l era il nome del primo grande re d’Israele!
« Io sono un giudeo, nato a Tarso, in Cilicia, educato nella città di Gerusalemme, istruito ai piedi di Gamaliele nelle rigorosa osservanza della legge dei padri, pieno di zelo per Dio… »(Atti degli Apostoli, capitolo 22).
Voi avete certamente sentito parlare della mia condotta di un tempo, quando ero nel Giudaismo: come perseguitavo la Chiesa di Dio, accanito com’ero nel difendere le tradizioni dei padri… Ma quando Dio, che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò a sé con la sua grazia, si compiacque di rivelare in me il Figlio suo, perché io lo annunziassi ai pagani, io subito andai in Arabía… poi tornai a Damasco… Dopo tre anni salii a Gerusalemme a consultare Cefa… Personalmente ero sconosciuto alle chiese della Giudea che sono in Cristo: avevano solo sentito dire: « colui che un tempo ci perseguitava adesso annuncia quella fede che allora cercava di distruggere », e glorificavano Dio a causa mia. (lettera ai cristiani della Galazia, capitolo 1,13-24)Paolo prigioniero per Cristo, dipinto di Rembrant
Messo a ko sul ring della via di Damasco da Gesù di Nazaret, Colui che egli considerava il suo più grande rivale, tutta l’esistenza di Saulo si qualifica ormai in prima e dopo Damasco. E per amore di Gesù ‘il mio Signore’ diventa volontariamente il più piccolo colui che, per amore di se stesso, mirava con tutto l’essere a diventare il più grande
A me, il più piccolo di tutti (= paulissimus!) è stata concessa questa grazia: di annunziare a tutte le genti la straordinaria ricchezza che è Cristo Gesù. (Lettera ai cristiani di Efeso 3,8; vedi Lettera ai cristiani di Filippi 3).

L’ARMATURA DI DIO – (Efesini)

http://camcris.altervista.org/armat.html

(forse, l’autore è una « Pastora » forse, che contestò il Papa, ma non sono sicura, d’altronde sapete che io propongo anche quello che non è cattolico, ma avverto sempre; il sito credo sia evangelico, ma propone anche testi cattolici ed ortodossi)

L’ARMATURA DI DIO

ESORTAZIONE RIVOLTA AI CRISTIANI, DA UNO STUDIO BIBLICO DEL MINISTERO SABAOTH

« Perciò prendete la completa armatura di Dio, affinché possiate resistere nel giorno malvagio, e restare in piedi dopo aver compiuto tutto il vostro dovere. State dunque saldi: prendete la verità per cintura dei vostri fianchi; rivestitevi della corazza della giustizia; mettete come calzature ai vostri piedi lo zelo dato dal vangelo della pace; prendete oltre a tutto ciò lo scudo della fede, con il quale potrete spegnere tutti i dardi infocati del maligno. Prendete anche l’elmo della salvezza e la spada dello Spirito, che è la parola di Dio… » Efesini 6:13-17 L’Apostolo Paolo, guidato dallo Spirito Santo, in Efesini 6:14 ci consiglia cosa fare per resistere nei giorni di lotta. Egli dice che dobbiamo vestire l’armatura di Dio per poter far fronte ai giorni malvagi. Nel testo sono elencate le varie parti di cui è composta questa armatura. Ogni pezzo designa le forme di attacco del nemico contro di noi e la provvidenza di Dio verso ogni tipo di attacco. L’armatura è di Dio, quindi è Lui che ci provvede ogni pezzo. Noi non sappiamo quando arriverà il giorno malvagio, perciò dobbiamo indossare sempre l’armatura di Dio. Tutti i pezzi dell’armatura rappresentano armi da difesa ad eccezione della spada dello Spirito che è arma di attacco.

LA VERITÀ COME CINTURA DEI FIANCHI (v.14) Il primo attacco è quello contro la verità di Dio, contro ciò che Dio proclama. È dai tempi dell’Eden che Satana cerca di conquistare l’uomo con la menzogna, l’inganno e le mezze verità. « Voi siete figli del diavolo, che è vostro padre, e volete fare i desideri del padre vostro. Egli è stato omicida fin dal principio e non si è attenuto alla verità, perché non c’è verità in lui. Quando dice il falso, parla di quel che è suo perché è bugiardo e padre della menzogna. » Giovanni 8:44 Cosa significa avere cinti i fianchi della verità? Ai tempi biblici la tunica era un indumento usato sia dagli uomini che dalle donne, l’unica differenza era che gli uomini usavano una tunica fino alle caviglie e in genere di un solo colore, ricamata ai bordi e al collo: « Quando gli uomini dovevano lavorare o correre sollevavano il fondo della tunica e lo infilavano nella cintura per acquistare maggiore libertà di movimento. Si diceva « cingersi i fianchi », e tale espressione divenne una metafora per indicare l’essere pronti. Ad esempio, Pietro raccomanda di aver le idee chiare invitando i cristiani a « cingersi i fianchi » della mente (I Pietro 1:13, testo latino). Anche le donne sollevavano l’orlo della tunica quando dovevano trasportare oggetti da un luogo all’altro. Le Scritture confermano: « Mangiatelo in questa maniera: con i vostri fianchi cinti, con i vostri calzari ai piedi e con il vostro bastone in mano; e mangiatelo in fretta: è la Pasqua del Signore. » Esodo 12:11 Quindi bisogna cingersi i fianchi con la verità ed essere pronti a proclamare la verità di Dio. Gesù afferma: « Santificali nella verità: la tua parola è verità ». Giovanni 17:17 Allora cingiamoci con la verità attraverso lo studio, la meditazione, la confessione e l’ubbidienza alla Parola di Dio.

LA CORAZZA DELLA GIUSTIZIA (v.14) L’attacco in quest’area si manifesterà sottoforma di accusa, condanna e orgoglio, cercherà di colpire i nostri sentimenti. Satana cercherà di accusarci davanti a noi stessi e di accusare Dio e i fratelli, lanciando su di noi sentimenti di colpa anche per i peccati già confessati e quindi già perdonati. La Parola di Dio in Romani 8:1 dichiara: « Non c’è dunque più nessuna condanna per quelli che sono in Cristo Gesù… » Egli cercherà anche di investirci con orgoglio spirituale, con « bontà personale », così da portarci a peccare contro Dio, contro i fratelli, la Chiesa, le nostre autorità, ecc. In genere quando accettiamo queste cose per noi è arrivato il giorno malvagio. Dobbiamo dunque essere custoditi dalla giustizia di Dio, credendo che tutto ciò che abbiamo è frutto della Sua bontà, non permettendo che il diavolo ci accusi o ci condanni, perché siamo già stati giustificati da ogni fallo e delitto. « …vale a dire la giustizia di Dio mediante la fede in Gesù Cristo, per tutti coloro che credono – infatti non c’è distinzione… » Romani 3:22 « essi, che hanno mutato la verità di Dio in menzogna e hanno adorato e servito la creatura invece del Creatore, che è benedetto in eterno. Amen. Perciò Dio li ha abbandonati a passioni infami: infatti le loro donne hanno cambiato l’uso naturale in quello che è contro natura… » Romani 1:25-26

LE CALZATURE AI PIEDI (lo zelo per annunciare il Vangelo) (v.15) Qui l’attacco avviene in forma di persecuzione e disanimo per soffocarci e toglierci dal territorio di Dio, provocando passività, cadute in compromessi, ed ogni altra cosa, pur di portarci ad una posizione di comodità. Il compromesso con il peccato o la semplice passività sono tattiche molto usate dal nemico. Molti credenti nelle Chiese sono passivi e accettano tutto ciò che succede loro senza reagire e combattere per ciò che posseggono. Uno dei primi frutti che si manifestano nella nostra vita cristiana quando veniamo a Gesù, è lo zelo per la propagazione del Vangelo. Infatti desideriamo che i nostri famigliari, amici, colleghi e tutto il mondo conoscano come noi i benefici della salvezza e l’immensa gioia che questa porta, ma subdolamente Satana innalza qualcuno per diffamarci, per darci dei « pazzi », per scoraggiarci o ancora, per mettere persone ambigue sul nostro cammino, proponendoci anche ottime occasioni lavorative o qualsiasi altra attrattiva pur di distrarci e portarci via il nostro zelo. Questa forma di attacco purtroppo non si manifesta solo nella vita dei neofiti, ma in modo continuo nella vita di ogni singolo credente. Il profeta Ezechiele menziona l’ozio e la vita facile tra i peccati di Sodoma (« Ecco, questa fu l’iniquità di Sodoma, tua sorella: lei e le sue figlie vivevano nell’orgoglio, nell’abbondanza del pane, e nell’ozio indolente; ma non sostenevano la mano dell’afflitto e del povero. » Ezechiele 16:49). Certamente questa non è la volontà di Dio per noi, per questo dobbiamo difenderci mantenendo i nostri cuori pieni di zelo per la propagazione del Vangelo, non accettando nulla di meno nelle nostre vite di un cuore che bruci per Dio e per la salvezza delle anime. Tutto ciò allontanerà da noi questo tipo di attacco. Ricordiamoci che le calzature dello zelo coprono i piedi e questo significa che senza zelo non possiamo correre bene. Se il diavolo riesce a rubarcelo saremo fermati.

LO SCUDO DELLA FEDE (v.16) La Bibbia dichiara: « Or senza fede è impossibile piacergli; poiché chi si accosta a Dio deve credere che egli è, e che ricompensa tutti quelli che lo cercano ». Ebrei 11:6 « …poiché in esso la giustizia di Dio è rivelata da fede a fede, com’è scritto: ‘Il giusto per fede vivrà’. » Romani 1:17 « Poiché tutto quello che è nato da Dio vince il mondo; e questa è la vittoria che ha vinto il mondo: la nostra fede. » I Giovanni 5:4 È chiaro che Satana cercherà di minare la nostra fede in modo da non essere più graditi a Dio e non potere più adempiere alla sua volontà di vivere per fede e di vincere il mondo. L’attacco maligno in questo caso avverrà attraverso l’incredulità, il dubbio e le paure. Lo scudo è l’arma di difesa più importante perché se usato bene può proteggere anche tutto il corpo. Questo attacco alla nostra fede può avvenire in svariati modi: con l’incredulità, il dubbio e le paure. La Bibbia dice che la fede è certezza (Ebrei 1:1), perciò noi rimaniamo fermi su questa certezza acquisita attraverso la Parola di Dio per resistere agli attacchi maligni (« Resistetegli stando fermi nella fede, sapendo che le medesime sofferenze affliggono i vostri fratelli sparsi per il mondo. » I Pietro 5:9).

L’ELMO DELLA SALVEZZA (v.17) L’elmo della salvezza ci parla di un attacco nella mente. La mente è la sede dell’anima dove risiedono le nostre emozioni, i desideri, la volontà, ecc. ed è proprio nella nostra mente che Satana cercherà di intrufolarsi con i suoi pensieri per farci pensare in modo carnale, facendoci desiderare il mondo dei sensi invece del mondo dello Spirito. Per difenderci da questi attacchi dovremo continuamente ricordarci che la salvezza è totale e che comprende anche l’anima. La nostra mente viene rinnovata di continuo e dal momento in cui accettiamo Gesù il destino della nostra anima è la salvezza, quindi non dobbiamo permettere a nessun tipo di pensiero che non sia in accordo con la Parola di Dio di occupare le nostre menti. Così facendo saremo protetti dagli intenti maligni. « Quindi, fratelli, tutte le cose vere, tutte le cose onorevoli, tutte le cose giuste, tutte le cose pure, tutte le cose amabili, tutte le cose di buona fama, quelle in cui è qualche virtù e qualche lode, siano oggetto dei vostri pensieri. » Filippesi 4:8

LA SPADA DELLO SPIRITO, LA PAROLA DI DIO (v.17) La spada rappresenta chiaramente un’arma di attacco ed è l’unica arma di attacco presente nell’armatura del credente. Dato che dunque dobbiamo attaccare, lasciamo ogni dubbio sulla Parola di Dio. Il diavolo cercherà sempre di rubare la Parola di Dio dai nostri cuori, così che non produca frutto (Matteo 13:19), o ancora cercherà di accecare le nostre menti così da non farci riconoscere la verità (II Corinzi 4:4). Non solo, ma si intrufolerà in mezzo ai santi con « …dottrine di demoni… » (I Timoteo 4:1), con accuse sulle nostre vite, su chi siamo in Gesù, sui fratelli, ecc. Come lo farà? Seminando nella mente dubbi, confusioni e incomprensioni che noi dovremo immediatamente confrontare con la Parola di Dio per respingerli. Ogni volta che veniamo attaccati dobbiamo chiederci se ciò che riceviamo nella nostra mente provenga dal diavolo oppure dalle persone che ci stanno intorno e se sia in accordo o in disaccordo con la Parola di Dio. È importante inoltre non dimenticare che il diavolo usa le persone che ci stanno intorno per colpirci, soprattutto quelle a noi più vicine o che abbiano maggior influenza affettiva su di noi, sempre che essi si lascino manipolare. « …il nostro combattimento infatti non è contro sangue e carne ma contro i principati, contro le potenze, contro i dominatori di questo mondo di tenebre, contro le forze spirituali della malvagità, che sono nei luoghi celesti. » Efesini 6:12

ALCUNE CARATTERISTICHE DELLE ARMI DA COMBATTIMENTO SPIRITUALI « …infatti le armi della nostra guerra non sono carnali, ma hanno da Dio il potere di distruggere le fortezze, poiché demoliamo i ragionamenti e tutto ciò che si eleva orgogliosamente contro la conoscenza di Dio… » II Corinzi 10:4-5a Sono armi date da Dio.

ARMI DI LUCE « La notte è avanzata, il giorno è vicino; gettiamo dunque via le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce. » Romani 13:12 Se una persona inizia la battaglia spirituale e si trova nel peccato ne rimarrà ferita.

ARMI DI GIUSTIZIA « …con le armi della giustizia a destra e a sinistra… » II Corinzi 6:7b lett: le armi di destra, offensive (la spada), e di sinistra, difensive (lo scudo). La giustizia di Dio è dunque la nostra arma di difesa e di attacco.

Publié dans:Lettera agli Efesini, MEDITAZIONI |on 21 janvier, 2014 |Pas de commentaires »

TEMI: EFESINI 2, 14-18 – COL 2, [19,20] – UNITÀ UOMO DONNA (Lo propongo per la giornata mondiale della pace)

http://famiglia.diocesidicagliari.it/docum/Colossesi%20e%20Efesini%20-%20Lai.pdf

DIOCEDI DI CAGLIARI

[LO PROPONGO PER LA GIORNATA MONDIALE DELLA PACE]

TEMI: EFESINI 2, 14-18 – COL 2, [19,20] – UNITÀ UOMO DONNA

[14]Egli infatti è la nostra pace,
colui che ha fatto dei due un popolo solo,
abbattendo il muro di separazione che era frammezzo,
cioè l’inimicizia,
[15]annullando, per mezzo della sua carne,
la legge fatta di prescrizioni e di decreti,
per creare in se stesso, dei due, un solo uomo nuovo,
facendo la pace,
[16]e per riconciliare tutti e due con Dio in un solo
corpo,
per mezzo della croce,
distruggendo in se stesso l’inimicizia.
[17]Egli è venuto perciò ad @annunziare pace$
a voi che eravate lontani e pace a coloro che erano vicini.
[18]Per mezzo di lui possiamo presentarci, gli uni e gli
altri, al Padre in un solo Spirito.

Un cantico esultante e gioioso. Cosa c’era di tanto grande e nuovo da suscitare un tale slancio ed un tale vigore? C’era un evento che aveva già prodotto, per esempio, una situazione del tutto unica nel mondo e nella storia: ex giudei ed ex pagani che insieme formavano un’unica Chiesa. Dove le differenze di cultura d’origine, pur senza sparire, venivano superate verso una più grande e piena unità. C’è ben di che sottolineare una tale novità e di che esultarne ! una cosa così nuova da essere essa stessa prova dell’azione salvifica di Dio.

Il mistero della volontà di Dio.
Col 2, [19,20]:
Perché piacque a Dio di fare abitare in lui ogni pienezza [20] e per mezzo di lui riconciliare a sé tutte le cose, rappacificando con il sangue della sua croce, cioè per mezzo di lui, le cose che stanno sulla terra e quelle nei cieli.

Il “desiderio” di Dio è un tuttuno col mysterion di cui parla Paolo. Egli lo ha annunciato da secoli e lo ha realizzato in Cristo. Cristo è la pienezza della verità divina, cosmica e umana. Il mistero è rivelato in Lui, ma resta ancora mistero, verità altra, non totalmente comprensibile all’uomo e tuttavia verità e vita alla quale l’uomo può aderire e partecipare
attraverso la fede e l’esperienza che ne consegue. In Cristo il mistero è accessibile e, anche se non totalmente possedibile, esso è totalmente partecipabile. È già e non ancora… Un punto fondamentale nell’adesione al mistero è che esso è per la piena liberazione dell’uomo. Chiamato da Dio, entrando e vivendo nel mistero di Cristo, l’uomo è
realmente liberato e integrato nella Vita. Egli è pienamente vivo. Contro questo mistero rivelato e accessibile ci sono le false dottrine. Esse sono frutto della pretesa umana di trovare logicamente le “giuste” e “concrete” soluzioni ai problemi, che tengano conto di tutti i parametri in gioco nella dovuta proporzione. In questa pretesa si insinua e si
espande facilmente la volontà diabolica di distinguere, di precisare ambiti e competenze, contrapporre interessi competitivi. Si maschera la sete di possesso e prevaricazione con criteri di giustizia ed eguaglianza, ma questo processo tendenzialmente acuisce ed esaspera le diversità fino allo scontro violento. Frutto dell’essere innestati in Cristo è al contrario la riconciliazione, l’unità nella diversità, la complementarietà, il servizio reciproco. Tutto questo non significa appiattimento noioso, uguaglianza banalizzante. La diversità è vita ed essa non è a scapito dell’unità ma è a servizio di essa nella complementarietà. Uomini diversi, storie diverse, culture diverse hanno senso completandosi a vicenda pur restando distinti. L’unità non è mediata dall’uguaglianza ma dal servizio reciproco. Il primo è colui che
serve: la gara al primato è gara ad un servizio più ampio e più profondo, fino al dono totale di sé, come Cristo ha concretamente mostrato. Gareggiare nel dono è gareggiare nella carità, che è amore gratuito. Quando non è più possibile distinguere e tenere il conto di chi più ha dato e chi più ha ricevuto, ciascuno per quello che può, allora si accende l’unità piena.

L’unità fra uomo e donna.
La dinamica uomo-donna è forse l’esempio più eclatante di dinamica unità-diversità. Uomo e donna si cercano, si desiderano, hanno bisogno l’uno dell’altra, ma pure si fronteggiano, sono in guerra fra loro. Sono in guerra perché non si capiscono mai pienamente, nessuno dei due può pretendere di “prendere” l’altro in pienezza, anche se lo desiderasse profondamente e per un nobile fine. Nella dinamica tipicamente umana e tipicamente sociale, questo porta spesso a due schieramenti contrapposti, alla rivendicazione di diritti non accordati, alla prevaricazione reciproca, operata ora con prepotenza, con la violenza fisica e non solo, ora con l’inganno ed il sotterfugio. Ciascuna parte può restare ancorata alla sua propria sensibilità, al suo proprio modo di vedere e di essere, ritenersi fondamentalmente non capita, in una solitudine profonda e incolmabile. In questa situazione l’uno o l’altra, e spesso ambedue insieme, cercano di prendere quello che possono a danno dell’altro, perché si sentono ampiamente in credito rispetto alla controparte: mi riprendo solo qualcosa che mi è stata tolta ingiustamente, ma mai ti toglierò abbastanza, perché tu mi hai rovinato la vita! Uomo e donna, pur essendo evidentemente “l’uno per l’altra” per la loro stessa natura, possono essere profondamente divisi e inconciliabili. La mentalità umana è normalmente guidata dalla paura di non concedersi troppo, per non restare delusi e non rischiare di essere “fregati”, perché l’”altro” – uomo o donna che sia – non se ne approfitti. Questo è il punto di partenza per la creazione di territori ed ambiti distinti e per fondare l’impossibilità di una piena unità. Una unione che in partenza pone delle riserve alla piena donazione reciproca, si mette di fronte ad una salita impervia e piena di buche in cui rischia di inciampare e sprofondare. L’idea di base di questa dinamica è che la gratuità piena non esiste e l’amore non essendo mai pieno, neppure è mai eterno. È un rapporto che si articola sullo stare guardinghi, sul concedere e concedersi ma non troppo, sul riservarsi porzioni private di vita dai quali l’altro è
scontatamente escluso. È una vita a due faticosa, complicata ma – si sa – da che il mondo è mondo è sempre andata così. D’altronde a non sposarsi, superata una certa età ci si sente soli, almeno i figli servono a darci un futuro!
Oggi le “false dottrine”, le dottrine dell’individualismo e della prevaricazione, dilagano. La coppia esplode. Non è chiaro se ciò dipenda da una maggior forza raggiunta dalle false dottrine o semplicemente perché molti tabù di “decenza” e dignità di facciata sono caduti. Forse ambedue le cose, ma forse la sostanza nel rapporto uomo-donna non è poi così tanto cambiata. È vero, le vecchie false dottrine oggi sembrano avere più forza, una diffusione
socialmente più capillare, nuovi mezzi tecnologici all’avanguardia. La vera dottrina ha invece sempre solo un unico mezzo: l’amore gratuito. Qualcuno ha amato per primo così. Qualcun altro si è sentito amato così. Il dono di sé nasce quando si fa esperienza di questo sentirsi amati gratuitamente. Allora si diventa capaci di credere che è possibile fare
altrettanto e si è presi dalla sete di ripetere quel gesto del dare e del ricevere all’infinito, perché solo lì si è perimentata la vera vita, la vera felicità. Scatta la reciprocità, parte la gara del dono. È una dinamica in cui si capitalizza insieme una tale quantità di bene e felicità che questa poi diventa una riserva, un capitale da utilizzare per superare i momenti di carestia, di aridità, che pure ci sono, a causa delle nostre chiusure e ignoranze, degli egoismi, dei sospetti che sempre sono pronti a farsi strada nei momenti di difficoltà. È la dinamica e la logica di Cristo, che non è la logica del mondo. Chi ha sperimentato questa logica del vivere considera l’altra come spazzatura e le persone che vi vivono come dei disgraziati da tirar fuori dalla miseria, come qualcun altro ha già fatto con noi.

Maschilismo e femminismo in Efesini 5, 21-33. Ovvero: chi è il migliore, il marito o la moglie?
Quando durante la messa viene letto questo brano le donne si indispettiscono e gli uomini o si gongolano o si imbarazzano. Magari guardano le mogli con un sorrisino tra l’ebete ed il compiaciuto: se le cose andassero così, che stai sottomessa, allora tutto andrebbe meglio, stanne certa! Le più giovani, al limite del disgusto, con un fremito di rabbia mal trattenuto, si guardano fra loro per spirito di corpo. Le meno giovani, ma comunque già ampiamente emancipate, si ripetono: cose di altri tempi – è chiaramente un brano ancorato alla mentalità dell’epoca e S. Paolo qui rivela il suo limite di uomo (maschio) di 2000 anni fa. La chiesa dovrebbe cambiare e ammorbidire certe posizioni ormai sorpassate… Pensieri che salgono come un brusio dalla platea che subisce nervosamente questo scomodo brano…
Ma qui non c’è ebreo né gentile, non schiavo né padrone e non c’è uomo né donna, perché tutti sono uno in Cristo. E come sono uno in Cristo? È fondametale il fatto che nell’unione le differenze non svaniscono ma si valorizzano. L’unità avviene non per privazione degli attributi di ciascuna parte ma attraverso il dono reciproco, ciascuno nel suo ruolo: siate sottomessi gli uni agli altri nel timore di Cristo. Chi dei due, dunque, è il più grande? Colui che fra i due è più “sottomesso”, chi dei due più “serve”. Il più grande fra tutti gli uomini è Cristo non tanto perché figlio di Dio, ma
perché, pur essendo Dio, scelse di spogliare se stesso, donandosi totalmente. Se la logica è quella del dono e non del dominio, che è la logica del diavolo, il senso del brano è molto diverso. Quasi mette alla prova il nostro grado di comprensione del mistero. Sembra quasi che Paolo dica: mariti, volete essere i più grandi? bene, buona idea! Potete
farcela!, ma sappiate che il prezzo della grandezza è la totalità del dono, è il sacrificio della vostra individualità per la vostra sposa. Mogli, volete essere le più grandi? Bene! Buona idea, potete farcela anche voi! Ma sappiate che il prezzo è l’abbassamento, il servizio per l’altro, l’essere disposte a lavare i piedi anche ad un marito che non vi è superiore, come fece Gesù, inginocchiandosi davanti ai suoi discepoli per lavar loro i piedi. Se voi mariti e mogli non entrerete in questa logica del dono gratuito, non può esserci unità ed il dono di Cristo può essere reso vano. Ma se entrerete, sarete una corpo solo e troverete Cristo stesso, la pienezza della vita, stabilire la sua dimora presso di voi e con voi rimanere sempre fino alla rivelazione totale del mistero, quando tutti potremo vederlo faccia a faccia.
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[21]Siate sottomessi gli uni agli altri nel timore di Cristo.
[22]Le mogli siano sottomesse ai mariti come al Signore; [23]il marito infatti è capo della moglie, come anche Cristo è capo della Chiesa, lui che è il salvatore del suo corpo. [24]E come la Chiesa sta sottomessa a Cristo, così anche le mogli siano soggette ai loro mariti in tutto.
[25]E voi, mariti, amate le vostre mogli, come Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei,
[26]per renderla santa, purificandola per mezzo del lavacro dell’acqua accompagnato dalla parola,
[27]al fine di farsi comparire davanti la sua Chiesa tutta gloriosa, senza macchia né ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata.
[28]Così anche i mariti hanno il dovere di amare le mogli come il proprio corpo, perché chi ama la propria moglie ama se stesso.
[29]Nessuno mai infatti ha preso in odio la propria carne; al contrario la nutre e la cura, come fa Cristo con la Chiesa, [30]poiché siamo membra del suo corpo.
[31]Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla sua donna e i due formeranno una carne sola
[32]Questo mistero è grande; lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa!
[33]Quindi anche voi, ciascuno da parte sua, ami la propria moglie come se stesso, e la donna sia rispettosa verso il marito.

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