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BENEDETTO SIA DIO… Ef.1. 3-10

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BENEDETTO SIA DIO… Ef.1. 3-10

LECTIO DIVINA 8

Introductio: Preghiamo la Madonna, con l’Ave Maria, perché ci assista nell’accogliere lo Spirito Santo.

“Vieni, Spirito Santo, nei nostri cuori e accendi
In essi il fuoco del tuo amore. Vieni, Spirito Santo,
E donaci per intercessione di Maria che ha saputo
Contemplare, raccogliere gli eventi della vita di
Cristo e farne memoria operosa, la grazia di
Leggere e rileggere le Scritture per farne anche
In noi memoria viva e operosa.
Donaci, Spirito Santo, di lasciarci nutrire da questi
Eventi e di riesprimerli nella nostra vita.
E donaci, Ti preghiamo, una grazia ancora più
Grande; quella di cogliere l’opera di Dio nella
Chiesa visibile e operante nel mondo”: Amen.

Lectio. Leggiamo il testo con attenzione
In Efeso Paolo dimorò più a lungo che in qualsiasi altra città da lui evangelizzata. “Ricordatevi che per un triennio io non ebbi requie né di giorno né di notte, ammonendo fra le lacrime ciascuno di voi” (At. 20,31), dirà più tardi accomiatandosi dagli “anziani” di quella comunità. Vi rimase ininterrottamente dal 54 al 57 circa, facendone la tappa più importante del terzo viaggio missionario (At. 19,1-20,1).
Efeso era soprattutto nota per il culto pagano della dea Artemide (At.19,28. 34-35), il cui tempio (Artemision) era stato ricostruito, dopo un incendio, co0n tanto splendore da essere considerato una delle sette meraviglie del mondo.
In tutto il lungo periodo della sua dimora in Efeso Paolo estese la sua predicazione anche nelle numerose città del retroterra asiatico (Laodicea, Colossi, ecc.), di modo che davvero “tutti gli abitanti dell’Asia poterono ascoltare la parola del Signore, sia Giudei che Greci” (At. 19,10).
Il tema centrale della lettera è quello del disegno di Dio (il mistero) fissato da tutta l’eternità, rimasto velato lungo i secoli, realizzato in Cristo Gesù, rivelato a Paolo, spiegato alla Chiesa.
Chiesa che è celebrata come una realtà universale, terrena e celeste, o meglio, come la realizzazione attuale dell’ opera di Dio, l’opera della nuova creazione. Espressione che parte da Cristo, che ne è il capo, fino alle dimensioni complete previste da Dio, costituisce la vasta prospettiva verso cui il Creatore dirige le sguardo dei credenti. Questo dinamismo si esprime nella lode, nella conoscenza e nell’obbedienza così che i cristiani diventano creature nuove, inseriti col battesimo in quell’unico corpo mistico.

Meditatio.
“Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo ».
La preghiera di Paolo si apre con una benedizione di Dio. Ci può sembrare inconsueto. Ma questo è solo perché la nostra preghiera si nutre troppo spesso di contenuti vaghi o di fini egoistici. La lode gratuita, lo stupore ammirato per la grandezza del Signore, per la sua meravigliosa misericordia, per il mirabile piano di salvezza da lui predisposto per il nostro bene sono troppo assenti dalla nostra esperienza spirituale. Paolo ci introduce in un atteggiamento contemplativo che percorrerà tutta la prima parte della lettera. Il suo intento è quello di avviare il nostro incontro con il Dio di Gesù, con il Padre che svela finalmente nel Figlio incarnato il suo progetto di redenzione. Dio non è un concetto vago e oscuro: egli si manifesta sul volto di Cristo: “Chi ha visto me, ha visto il Padre” (Gv.14,9).
“…che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli, in Cristo”.
Alla benedizione di Paolo indirizzata verso Dio fa riscontro la sovrabbondante benedizione di Dio riversata senza misura su tutta l’umanità. Il Padre è contemplato in questo suo costante atteggiamento benevolo. Egli pensa bene e “dice bene” delle sue creature. La sua benedizione non è un semplice augurio, ma si traduce in efficace operazione di bene sulla vita dei suoi figli: “E Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona” (Gn. 1,31). La benedizione viene dal cielo: vale a dire che non si produce per merito della creatura. Inoltre, essa è “in Cristo”: questa formula, che si ripeterà almeno sette volte nel primo capitolo della lettera, racchiude in sé il nucleo di ciò che Paolo intende comunicare: Gesù Cristo è il centro del piano di Dio, la sua “intenzione” per così dire, il senso e lo scopo di tutto ciò che esiste.
“In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto nell’amore”.
Il progetto di Dio anticipa e previene la stessa creazione.Infatti ne costituisce il senso e la finalità. Siamo abituati a pensare all’opera di Dio in termini troppo umani, frutto della nostra immaginazione. Ciascuno di noi non è, per lui, un accidente secondario, che si è determinato per caso dopo la sua azione creativa. Da sempre il Padre ci ha pensato: e tutta la creazione è stata realizzata avendo come fine la pienezza della nostra vita, modellata sull’amore di Gesù, vero Dio e vero uomo, intorno al quale e in vista del quale ogni realtà prende senso e trova la propria verità. Ci viene offerta un’immagine riassuntiva e sintetica del significato di tutte le cose: l’intera creazione gira intorno al suo centro, che è la nostra chiamata a raggiungere la perfezione (essere santi e immacolati) attraverso il dono della somiglianza con Gesù, al cospetto di Dio, nell’amore.
“Predestinandoci a essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo, secondo il beneplacito della sua volontà”
La volontà di Dio è la nostra “predestinazione” a essere suoi figli adottivi nella comunione di vita con suo Figlio Gesù. Questa predestinazione rispetta la libertà con la quale noi siamo chiamati ad accogliere il dono, ma possiamo anche respingerlo. Il dono dell’adozione a figli di Dio precede ogni nostra presunzione di merito. Esso ci è concesso, come abbiamo visto, perfino prima della creazione. Ma il “beneplacito della volontà” del Padre vuole rispettare la libertà di quella creatura che egli ha plasmato a propria immagine e somiglianza, proprio perché la risposta umana al dono di grazia non fosse un cieco destino o una conseguenza fatale della sua iniziativa, ma il frutto di una libera e riconoscente adesione. Per quanto dipende da Dio, siamo da sempre suoi figli. Da noi può solo dipendere la scelta drammatica e mortifera di sottrarci al suo amore paterno.
“E questo a lode e gloria della sua grazia, che ci ha dato nel suo figlio diletto”.
Se da un lato il centro del piano divino è la nostra chiamata a essere figli di Dio in Cristo Gesù, Paolo non dimentica che, d’altro lato, la nostra redenzione dal peccato e dalla schiavitù è tutta orientata alla manifestazione piena della gloriosa grazia di Dio. Vale a dire che Dio stesso e il suo amore gratuito per noi sono il vero e ultimo scopo della creazione. Non potrebbe essere altrimenti: creazione e redenzione sono l’opera con cui Dio espande e comunica la sua stessa bontà. La pienezza di vita e l’altissima dignità alle quali siamo chiamati hanno come scopo il dispiegarsi della gloria di Dio.
“In lui abbiamo la redenzione mediante il suo sangue, la remissione dei peccati secondo la ricchezza della sua grazia”.
La ricchezza della grazia di Dio e la profondità del suo amore si manifestano soprattutto nel fatto che l’umanità non è solo priva di meriti di fronte alla sua gratuita iniziativa, ma è carica di colpe. La salvezza non raggiunge il genere umano semplicemente in attesa del dono, ma diventa redenzione da una condizione disgraziata di peccato e di morte. Per questo motivo è stato necessario il “sangue” di suo Figlio, segno della sua morte cruenta che è seguita alla sua libera decisione di consegnarsi nelle mani dei peccatori, per sconfiggere il potere della morte. Infatti il dono redentivo dell’amore di Dio non poteva evitare di passare attraverso lo scandalo della croce.
“Egli l’ha abbondantemente riversata su di noi con ogni sapienza e intelligenza, poiché egli ci ha fatto conoscere il mistero della sua volontà, secondo quanto, nella sua benevolenza, aveva in lui prestabilito per realizzarlo nella pienezza dei tempi”.
Dobbiamo imparare a “conoscere il mistero”. Sembra un’espressione contraddittoria: ciò che si conosce non è più un mistero. Eppure la volontà di Dio è così ricca di significato che non può mai essere esaurita dalla nostra conoscenza. Di fronte alla sapienza e all’intelligenza con le quali Dio riversa su di noi la sua sovrabbondante grazia la nostra mente non deve chiudersi come di fronte a un enigma incomprensibile. Come vedremo, più volte Paolo auspica una comprensione sempre più profonda e una conoscenza sempre più viva del “mistero”. La “pienezza dei tempi”, nella quale il Padre ha realizzato il suo piano, è il momento in cui, contemplando il sangue di Cristo sparso per noi, siamo introdotti nella sapienza sempre nuova e sempre più profonda del suo amore.
“…il disegno di ricapitolare in Cristo, tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra”.
Ecco che, finalmente, il progetto di Dio ci viene presentato nei suoi termini essenziali: tutta la realtà e tutta la storia trovano in Cristo il proprio “capo”, cioè il punto di riferimento capace di dare a ogni cosa il suo giusto valore e il suo senso. La verità della nostra vita e dell’intera creazione è “ricapitolata” in Gesù Cristo. Egli è la fonte di ogni libertà, di ogni giustizia, di ogni valore. La fede cristiana consiste fondamentalmente nell’assenso dato a quest’unica e sintetica rivelazione: la volontà di Dio è la conformazione di ogni cosa alla persona di suo Figlio incarnato; a lui deve essere conformata ogni libertà umana, perché la vita di ogni uomo diventi un membro del corpo di cui Gesù è il capo. E attraverso la libertà umana, così redenta dal peccato, anche tutta la creazione assume da capo una forma nuova e viene salvata dalla contraddizione e dalla vanità.

Contemplatio
Anche noi come san Paolo siamo rapiti al pensiero del meraviglioso piano di salvezza architettato da Dio fin dall’eternità e realizzato in Cristo Gesù. Noi accumuliamo parole su parole, concetti su concetti, in forma concitata che non ci lascia neppure il tempo di interrompere, con qualche pausa, questa fremente intuizione dello Spirito che si può dividere in due parti:
-Lode al Padre per averci ricolmati di ogni beneficio e specialmente per averci donato la “filiazione divina”;
-Lode al Padre per averci redenti e avere ricapitolato tutto in Cristo Gesù.
Noi ti lodiamo Padre per avere applicato questi benefici mediante la vocazione alla fede e i doni dello Spirito Santo. Noi ora sappiamo che da te ha origine tutto il piano della salvezza. “Nei cieli” (=luoghi celesti), di cui noi siamo già cittadini. Tu, Signore, distribuisci ogni abbondanza di doni “spirituali” (=sfera del divino). Conosciamo che il tutto viene a noi “in unione a Cristo”, unico intermediario fra Dio Padre e noi. E’ giusto perciò lodare e “benedire” il Padre celeste. Noi siamo consapevoli del bisogno di salvezza e lo esprimiamo nell’impegno di approfondire sempre meglio il mistero del Salvatore, come ci è stato descritto con mirabili parole da san Paolo. Perché ciò significa penetrare il mistero dell’Amore infinito che ne è l’unica spiegazione, come abbiamo visto dalla meditatio.
Noi ora sappiamo, Padre celeste, che tu sei amore: tutto ciò che opera in te e fuori da te è opera di amore. Essendo il Bene infinito, tu non puoi amare nulla fuori di te spinto dal desiderio di aumentare la tua felicità: in te hai tutto. Perciò in te Padre amare, e quindi volere le creature, è puramente espandere al di fuori di te il tuo bene infinito, le tue perfezioni, è partecipare ad altri il tuo essere, la tua felicità.
Così tu ci ami di amore eterno e, amandoci, ci hai chiamati all’esistenza dandoci la vita naturale e la vita soprannaturale. Tu, Padre, non solo hai creato dal nulla gli uomini, ma ci hai creati nella condizione di figli tuoi, destinandoci a partecipare alla tua vita intima, alla tua beatitudine eterna fin da prima della creazione. Questo è il progetto della tua immensa carità verso noi povere e deboli creature; ma quando il peccato è entrato nel mondo facendoci cadere, tu, o Padre, che ci avevi creato in un atto d’amore, hai voluto redimerci in un atto d’amore ancora più grande.
Con la lode di san Paolo, abbiamo compreso il mistero dell’Incarnazione che si è presentata come la suprema manifestazione del grande amore con il quale Tu, o Dio, ci hai amati. “In questo si è manifestato l’amore di Dio verso di noi: che Dio ha mandato il suo Figlio unigenito nel mondo, perché noi avessimo la vita per lui. In questo sta l’amore: non che noi abbiamo amato Dio, ma che lui ha amato noi e ha mandato il suo Figlio quale propiziazione per i nostri peccati” (1 Gv.4,9-10).
Dopo averci donato la vita naturale, dopo averci destinati alla vita soprannaturale, che cosa potevi fare di più per noi che darci te stesso, il tuo Verbo, fatto carne, per liberarci dalla schiavitù del peccato?
Noi sappiamo che sei carità, e non fa quindi meraviglia se la stessa tua azione a favore degli uomini è una storia d’amore, e di amore misericordioso. Il piano della creazione e della redenzione “scaturisce dall’amore nella sua stessa fonte“, cioè dalla carità tua, Padre, che…nella tua immensa e misericordiosa benevolenza ci hai creati ed inoltre gratuitamente ci chiami a partecipare alla tua vita e alla tua gloria ricapitolandoci in Cristo Gesù.

Conclusio.
Mio Dio: fammi degno di conoscere maggiormente il mistero che operò l’ineffabile carità tua infiammante, dispensata dalla stessa Trinità fin dall’inizio dei tempi: il mistero della tua Incarnazione che facesti per me , per noi, per l’umanità intera e fu l’inizio della salvezza degli uomini.
Signore, ti lodo e benedico come san Paolo, ti ringrazio per il tuo amore. Tu mi hai amato tanto che per amor mio ti sei fatto nel tempo, tu che hai fatto i tempi; e nel mondo eri minore di età a molti tuoi servi, tu che sei più antico del mondo; e ti sei incarnato, tu che hai fatto l’uomo; sei stato creatura di madre da te creata, e sei stato portato fra mani da te formate, e hai succhiato a un petto da te ricolmato, e hai vagito quale neonato nella mangiatoia, tu che sei il Verbo, senza del quale è muta l’umana eloquenza.
Gesù, lasciami dire, nell’eccesso della mia riconoscenza, lasciami dire che il tuo amore arriva nella profondità del mio essere…Come vuoi che, dinanzi a questo amore, il mio cuore non si slanci verso di te abbracciandoti? Come potrebbe avere limiti la mia fiducia?

Lode e gloria a te Gesù. Amen.

Publié dans:Lettera agli Efesini |on 5 février, 2015 |Pas de commentaires »

BENEDETTO XVI : LA BENEDIZIONE DIVINA PER IL DISEGNO DI DIO PADRE (EF 1,3-14)

http://www.vatican.va/latest/sub_index/hf_ben-xvi_aud_20120620_it.html

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI

Mercoledì, 20 Giugno 2012

LA BENEDIZIONE DIVINA PER IL DISEGNO DI DIO PADRE (EF 1,3-14)

Cari fratelli e sorelle,

la nostra preghiera molto spesso è richiesta di aiuto nelle necessità. Ed è anche normale per l’uomo, perché abbiamo bisogno di aiuto, abbiamo bisogno degli altri, abbiamo bisogno di Dio. Così per noi è normale richiedere da Dio qualcosa, cercare aiuto da Lui; e dobbiamo tenere presente che la preghiera che il Signore ci ha insegnato, il «Padre nostro», è una preghiera di richiesta, e con questa preghiera il Signore ci insegna le priorità della nostra preghiera, pulisce e purifica i nostri desideri e così pulisce e purifica il nostro cuore. Quindi se di per sé è normale che nella preghiera richiediamo qualcosa, non dovrebbe essere esclusivamente così. C’è anche motivo di ringraziamento, e se siamo un po’ attenti vediamo che da Dio riceviamo tante cose buone: è così buono con noi che conviene, è necessario, dire grazie. E deve essere anche preghiera di lode: se il nostro cuore è aperto, vediamo nonostante tutti i problemi anche la bellezza della sua creazione, la bontà che si mostra nella sua creazione. Quindi, dobbiamo non solo richiedere, ma anche lodare e ringraziare: solo così la nostra preghiera è completa.
Nelle sue Lettere, san Paolo non solo parla della preghiera, ma riporta preghiere certamente anche di richiesta, ma anche preghiere di lode e di benedizione per quanto Dio ha operato e continua a realizzare nella storia dell’umanità.
E oggi vorrei soffermarmi sul primo capitolo della Lettera agli Efesini, che inizia proprio con una preghiera, che è un inno di benedizione, un’espressione di ringraziamento, di gioia. San Paolo benedice Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, perché in Lui ci ha fatto «conoscere il mistero della sua volontà» (Ef 1,9). Realmente c’è motivo di ringraziare se Dio ci fa conoscere quanto è nascosto: la sua volontà con noi, per noi; «il mistero della sua volontà». «Mysterion», «Mistero»: un termine che ritorna spesso nella Sacra Scrittura e nella Liturgia. Non vorrei adesso entrare nella filologia, ma nel linguaggio comune indica quanto non si può conoscere, una realtà che non possiamo afferrare con la nostra propria intelligenza. L’inno che apre la Lettera agli Efesini ci conduce per mano verso un significato più profondo di questo termine e della realtà che ci indica. Per i credenti «mistero» non è tanto l’ignoto, ma piuttosto la volontà misericordiosa di Dio, il suo disegno di amore che in Gesù Cristo si è rivelato pienamente e ci offre la possibilità di «comprendere con tutti i santi quale sia l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità, e di conoscere l’amore di Cristo» (Ef 3,18-19). Il «mistero ignoto» di Dio è rivelato ed è che Dio ci ama, e ci ama dall’inizio, dall’eternità.
Soffermiamoci quindi un po’ su questa solenne e profonda preghiera. «Benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo» (Ef 1,3). San Paolo usa il verbo «euloghein», che generalmente traduce il termine ebraico «barak»: è il lodare, glorificare, ringraziare Dio Padre come la sorgente dei beni della salvezza, come Colui che «ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo».
L’Apostolo ringrazia e loda, ma riflette anche sui motivi che spingono l’uomo a questa lode, a questo ringraziamento, presentando gli elementi fondamentali del piano divino e le sue tappe. Anzitutto dobbiamo benedire Dio Padre perché – così scrive san Paolo – Egli «ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità» (v. 4). Ciò che ci fa santi e immacolati è la carità. Dio ci ha chiamati all’esistenza, alla santità. E questa scelta precede persino la creazione del mondo. Da sempre siamo nel suo disegno, nel suo pensiero. Con il profeta Geremia possiamo affermare anche noi che prima di formarci nel grembo della nostra madre Lui ci ha già conosciuti (cfr Ger 1,5); e conoscendoci ci ha amati. La vocazione alla santità, cioè alla comunione con Dio appartiene al disegno eterno di questo Dio, un disegno che si estende nella storia e comprende tutti gli uomini e le donne del mondo, perché è una chiamata universale. Dio non esclude nessuno, il suo progetto è solo di amore. San Giovanni Crisostomo afferma: «Dio stesso ci ha resi santi, ma noi siamo chiamati a rimanere santi. Santo è colui che vive nella fede» (Omelie sulla Lettera agli Efesini, 1,1,4).
San Paolo continua: Dio ci ha predestinati, ci ha eletti ad essere «figli adottivi, mediante Gesù Cristo», ad essere incorporati nel suo Figlio Unigenito. L’Apostolo sottolinea la gratuità di questo meraviglioso disegno di Dio sull’umanità. Dio ci sceglie non perché siamo buoni noi, ma perché è buono Lui. E l’antichità aveva sulla bontà una parola: bonum est diffusivum sui; il bene si comunica, fa parte dell’essenza del bene che si comunichi, si estenda. E così poiché Dio è la bontà, è comunicazione di bontà, vuole comunicare; Egli crea perché vuole comunicare la sua bontà a noi e farci buoni e santi.
Al centro della preghiera di benedizione, l’Apostolo illustra il modo in cui si realizza il piano di salvezza del Padre in Cristo, nel suo Figlio amato. Scrive: «mediante il suo sangue, abbiamo la redenzione, il perdono delle colpe, secondo la ricchezza della sua grazia» (Ef 1,7). Il sacrificio della croce di Cristo è l’evento unico e irripetibile con cui il Padre ha mostrato in modo luminoso il suo amore per noi, non soltanto a parole, ma in modo concreto. Dio è così concreto e il suo amore è così concreto che entra nella storia, si fa uomo per sentire che cosa è, come è vivere in questo mondo creato, e accetta il cammino di sofferenza della passione, subendo anche la morte. Così concreto è l’amore di Dio, che partecipa non solo al nostro essere, ma al nostro soffrire e morire. Il Sacrificio della croce fa sì che noi diventiamo «proprietà di Dio», perché il sangue di Cristo ci ha riscattati dalla colpa, ci lava dal male, ci sottrae alla schiavitù del peccato e della morte. San Paolo invita a considerare quanto è profondo l’amore di Dio che trasforma la storia, che ha trasformato la sua stessa vita da persecutore dei cristiani ad Apostolo instancabile del Vangelo. Riecheggiano ancora una volta le parole rassicuranti della Lettera ai Romani: «Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? Egli, che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi, non ci donerà forse ogni cosa insieme a lui?… Io sono infatti persuaso che né morte, né vita, né angeli, né principati, né presente, né avvenire, né potenze, né altezza, né profondità, né alcun’altra creatura, potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore» (Rm 8,31-32.38-39). Questa certezza – Dio è per noi, e nessuna creatura può separarci da Lui, perché il suo amore è più forte – dobbiamo inserirla nel nostro essere, nella nostra coscienza di cristiani.
Infine, la benedizione divina si chiude con l’accenno allo Spirito Santo che è stato effuso nei nostri cuori; il Paraclito che abbiamo ricevuto come sigillo promesso: «Egli – dice Paolo – è caparra della nostra eredità, in attesa della completa redenzione di coloro che Dio si è acquistato a lode della sua gloria» (Ef 1,14). La redenzione non è ancora conclusa – lo sentiamo -, ma avrà il suo pieno compimento quando coloro che Dio si è acquistato saranno totalmente salvati. Noi siamo ancora nel cammino della redenzione, la cui realtà essenziale è data con la morte e la resurrezione di Gesù. Siamo in cammino verso la redenzione definitiva, verso la piena liberazione dei figli di Dio. E lo Spirito Santo è la certezza che Dio porterà a compimento il suo disegno di salvezza, quando ricondurrà «al Cristo, unico capo, tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra» (Ef 1,10). San Giovanni Crisostomo commenta su questo punto: «Dio ci ha eletti per la fede ed ha impresso in noi il sigillo per l’eredità della gloria futura» (Omelie sulla Lettera agli Efesini 2,11-14). Dobbiamo accettare che il cammino della redenzione è anche un cammino nostro, perché Dio vuole creature libere, che dicano liberamente sì; ma è soprattutto e prima un cammino Suo. Siamo nelle Sue mani e adesso è nostra libertà andare sulla strada aperta da Lui. Andiamo su questa strada della redenzione, insieme con Cristo e sentiamo che la redenzione si realizza.
La visione che ci presenta san Paolo in questa grande preghiera di benedizione ci ha condotto a contemplare l’azione delle tre Persone della Santissima Trinità: il Padre, che ci ha scelti prima della creazione del mondo, ci ha pensato e creato; il Figlio che ci ha redenti mediante il suo sangue e lo Spirito Santo caparra della nostra redenzione e della gloria futura. Nella preghiera costante, nel rapporto quotidiano con Dio, impariamo anche noi, come san Paolo, a scorgere in modo sempre più chiaro i segni di questo disegno e di questa azione: nella bellezza del Creatore che emerge dalle sue creature (cfr Ef 3,9), come canta san Francesco d’Assisi: «Laudato sie mi’ Signore, cum tutte le Tue creature» (FF 263). Importante è essere attenti proprio adesso, anche nel periodo delle vacanze, alla bellezza della creazione e vedere trasparire in questa bellezza il volto di Dio. Nella loro vita i Santi mostrano in modo luminoso che cosa può fare la potenza di Dio nella debolezza dell’uomo. E può farlo anche con noi. In tutta la storia della salvezza, in cui Dio si è fatto vicino a noi e attende con pazienza i nostri tempi, comprende le nostre infedeltà, incoraggia il nostro impegno e ci guida.
Nella preghiera impariamo a vedere i segni di questo disegno misericordioso nel cammino della Chiesa. Così cresciamo nell’amore di Dio, aprendo la porta affinché la Santissima Trinità venga ad abitare in noi, illumini, riscaldi, guidi la nostra esistenza. «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui» (Gv 14,23), dice Gesù promettendo ai discepoli il dono dello Spirito Santo, che insegnerà ogni cosa. Sant’Ireneo ha detto una volta che nell’Incarnazione lo Spirito Santo si è abituato a essere nell’uomo. Nella preghiera dobbiamo noi abituarci a essere con Dio. Questo è molto importante, che impariamo a essere con Dio, e così vediamo come è bello essere con Lui, che è la redenzione.
Cari amici, quando la preghiera alimenta la nostra vita spirituale noi diventiamo capaci di conservare quello che san Paolo chiama «il mistero della fede» in una coscienza pura (cfr 1 Tm 3,9). La preghiera come modo dell’«abituarsi» all’essere insieme con Dio, genera uomini e donne animati non dall’egoismo, dal desiderio di possedere, dalla sete di potere, ma dalla gratuità, dal desiderio di amare, dalla sete di servire, animati cioè da Dio; e solo così si può portare luce nel buio del mondo.
Vorrei concludere questa Catechesi con l’epilogo della Lettera ai Romani. Con san Paolo, anche noi rendiamo gloria a Dio perché ci ha detto tutto di sé in Gesù Cristo e ci ha donato il Consolatore, lo Spirito di verità. Scrive san Paolo alla fine della della Lettera ai Romani: «A colui che ha il potere di confermarvi nel mio Vangelo, che annuncia Gesù Cristo, secondo la rivelazione del mistero, avvolto nel silenzio per secoli eterni, ma ora manifestato mediante le Scritture dei Profeti, per ordine dell’eterno Dio, annunciato a tutte le genti, perché giungano all’obbedienza della fede, a Dio, che solo è sapiente, per mezzo di Gesù Cristo, la gloria nei secoli. Amen» (16,25-27). Grazie.

ISACCO DI NINIVE: LA LOTTA SPIRITUALE (Ef 6,11)

https://vivificat.wordpress.com/2011/06/07/la-battaglia-del-cristiano-e-spirituale-la-nostra-battaglia-infatti-non-e-contro-creature-fatte-di-sangue-e-di-carne-ma-contro-i-principati-e-le-potesta-contro-i-dominatori-di-questo-mondo-di-ten/

ISACCO DI NINIVE: LA LOTTA SPIRITUALE

La battaglia del cristiano è spirituale: “La nostra battaglia infatti non è contro creature fatte di sangue e di carne, ma contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti” Ef 6, 11

“Rivestitevi dell’armatura di Dio, per poter resistere alle insidie del diavolo. La nostra battaglia infatti non è contro creature fatte di sangue e di carne, ma contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti.
Prendete perciò l’armatura di Dio, perché possiate resistere nel giorno malvagio e restare in piedi dopo aver superato tutte le prove. State dunque ben fermi, cinti i fianchi con la verità, rivestiti con la corazza della giustizia, e avendo come calzatura ai piedi lo zelo per propagare il vangelo della pace. Tenete sempre in mano lo scudo della fede, con il quale potrete spegnere tutti i dardi infuocati del maligno; prendete anche l’elmo della salvezza e la spada dello Spirito, cioè la parola di Dio. Pregate inoltre incessantemente con ogni sorta di preghiere e di suppliche nello Spirito, vigilando a questo scopo con ogni perseveranza e pregando per tutti i santi, e anche per me, perché quando apro la bocca mi sia data una parola franca, per far conoscere il mistero del vangelo, del quale sono ambasciatore in catene, e io possa annunziarlo con franchezza come è mio dovere.”
Lettera agli Efesini (6, 11-20)

LA LOTTA SPIRITUALE

1. Continuità della lotta
Finché uno non odia di cuore e in verità la causa del peccato, non è liberato dalla dolcezza che esso produce nel cuore; tale dolcezza è la potenza della lotta che si leva contro l’uomo fino al sangue. Quanto più un uomo entra nella lotta per Dio, tanto più si avvicinerà alla parresia del cuore nella sua preghiera. La lotta non termina in un attimo, né la grazia viene tutta intera in una volta e abita nell’anima. Ma un pò e un pò; ci sarà l’una e l’altra: c’è un tempo per la tentazione e un tempo per la consolazione. Una parte della lotta perdura fino alla morte: non sperare di qui la liberazione piena da essa.
Questo mondo è la palestra della lotta e lo stadio della corsa; e questo tempo è il tempo del combatti­mento. E il luogo del combattimento e il tempo della lotta non sono soggetti a una legge. Ciò significa che il re non ha posto un limite ai suoi lavoratori, finché non sia finita la lotta e non siano tutti radunati nel luogo del Re dei re. Lì sarà esaminato colui che ha persevera­to nella battaglia e non ha ricevuto sconfitta, e colui che non ha voltato le spalle. Infatti, quante volte è ac­caduto che un uomo buono a nulla, che a causa della sua mancanza di esercizio era costantemente battuto e gettato a terra, e che era sempre in uno stato di fragi­lità, abbia afferrato lo stendardo dell’accampamento dei figli dei valorosi, e il suo nome sia diventato famo­so più di quello di coloro che erano stati diligenti, di coloro che si erano distinti, degli abili e degli istruiti, e abbia ricevuto la corona e doni più preziosi di quelli dei suoi compagni.
Perciò, nessuno abbandoni la speranza. Solo: non disdegni la preghiera e il chiedere aiuto a nostro Signore. Teniamo bene nell’intelligenza questo: per tutto il tempo in cui siamo in questo mondo e abitiamo in questo corpo, se anche fossimo innalzati fino alla volta dei cieli, non ci è possibile restare senza fatica e avver­sità, e senza preoccupazione.

2. Ricominciare
Altro sono gli inciampi e le cadute posti sulla via della virtù e sulla corsa della giustizia, secondo la paro­la dei padri: “Sulla via della virtù ci sono cadute, mu­tamenti, violenza, eccetera”. Altro è invece la morte dell’anima, la completa distruzione e la desolazione totale. Ecco come si fa a conoscere che si è nel primo ca­so: se uno, anche cadendo, non dimentica l’amore del Padre suo; e, pur essendo carico di colpe di ogni gene­re, la sua sollecitudine per la sua opera bella non è in­terrotta; se non smette la sua corsa; se non è negligente nell’affrontare di nuovo la battaglia contro le stesse co­se dalle quali è stato sconfitto; se non si stanca di rico­minciare, ogni giorno, a costruite le fondamenta della rovina del suo edificio, avendo sulla sua bocca la paro­la del Profeta: Fino all’ora del mio passaggio da que­sto mondo, non rallegrarti di me, o mio nemico! Perché sono caduto, ma di nuovo mi rialzo; sono seduto nella tenebra, ma il Signore mi illumina “.
Così non cesserà di combattere fino alla morte; non si darà per vinto finché ci sarà respiro nelle sue na­rici; e anche se la sua nave naufragasse ogni giorno e i risultati ottenuti dal suo commercio finissero nell’a­bisso, non cesserà di prendere a prestito e caricare altre navi e navigare con speranza. Finché il Signore, vedendo la sua sollecitudine, avrà pietà della sua ro­vina, rivolgerà a lui le sue misericordie e gli darà in­citamenti potenti per sopportare e affrontare i dardi infuocati del male. Questa è la sapienza che viene da Dio, e chi è mala­to di questo è sapiente.

3. Convertire le fatiche
Nella notte in cui sudò, il Signore nostro ha trasformato il sudore della fatica su di una terra che fa crescere spine e cardi in sudore che si mescola alla preghiera. Il vento feconda i frutti della terra e lo Spirito di Dio i frutti dell’anima. L’ostrica nella quale la perla è plasmata riceve dall’aria il suo riempimento, come dice il nome; fino a quel momento è invece carne spoglia. Così avviene per il cuore del monaco: finché non ri­ceve il suo riempimento celeste, per mezzo del discer­nimento, la sua pratica è ancora spoglia; e in lui, nella sua ostrica, non c’è consolazione. I frutti degli alberi sono aspri e sgradevoli al gusto e non sono buoni da mangiare, finché non penetra in essi la dolcezza che viene dal sole. Così le vecchie fa­tiche della conversione sono amare e molto sgradevoli, e non danno consolazione al solitario, finché non pe­netra in esse la dolcezza della contemplazione che ri­muove il cuore dalle realtà terrene e il solitario non dimentica se stesso. Le pratiche del corpo senza le bellezze del pensie­ro sono un grembo sterile e mammelle asciutte; non avvicinano alla conoscenza di Dio. Alcuni hanno il corpo affaticato, ma non si curano di sradicare le pas­sioni dal loro pensiero: neppure essi raccoglieranno; non raccoglieranno proprio nulla! Come un uomo che semina tra le spine e non può raccogliere, così è colui che rovina la propria intelli­genza con la preoccupazione, l’ira e il desiderio di am­massare ricchezze e intanto geme sul suo letto per le molte veglie e astinenze. Per ogni opera c’è una misura e per ogni pratica è noto un tempo. Chiunque cominci prima del tempo qualcosa che è superiore alla sua misura ne ha doppio danno e nessuna utilità. Nulla è simile alle fatiche misurate, quando sono ac­compagnate dalla fedeltà. La loro mancanza provoca un eccesso di desiderio, mentre il loro eccesso dà luogo alla confusione.

4. Discernere l’ambiguo
C’è una fiducia in Dio che è accompagnata dalla fede del cuore e che è bella e deriva dal discernimen­to della conoscenza; e ce n’è un’altra che è insipi­da e deriva dalla stoltezza: questa seconda fiducia è fallace. Il coraggio del cuore e il fatto che uno disprezzi tutti i pericoli, procedono da una di queste due cause: o dal­la durezza del cuore, o da una grande fede in Dio. All’una è congiunto l’orgoglio, all’altra invece l’umiltà di cuore.
Il silenzio continuo e la custodia della quiete perse­verano nell’uomo per una di queste tre cause: o in vi­sta della gloria degli uomini, o a motivo dell’ardore in­fuocato per la virtù, o perché si ha nell’intimo una qualche consuetudine con Dio che attira a sé il pen­siero. Chi non possiede queste ultime due cause, quasi necessariamente si ammala della prima. Una condotta che non ha occhi è vana; perché, a causa della sua distrazione, conduce facilmente al di­sgusto. Prega il Signore nostro perché procuri occhi alla tua condotta; di qui comincia a sgorgare per te la gioia. Allora le tribolazioni saranno per te dolci come un favo. Di qui troverai che la tua reclusione è una stanza nuziale. La vigilanza del discernimento è migliore di qualsia­si atteggiamento che si possa assumere davanti alle va­rie situazioni degli uomini. È meglio l’aiuto che viene dalla vigilanza, dell’aiuto che viene dalle opere. La vigilanza aiuta l’uomo più delle opere. L’ozio danneggia solo i giovani, la rilassatezza, invece, anche i perfetti e gli anziani.

II. GLI STRUMENTI DELLA LOTTA

1. Il rinnegamento

DISCEPOLO: Cosa faremo al corpo che, quando è attorniato dalle disgrazie, a causa di esse viene meno alla volontà di desiderare i beni e la saldezza di un tempo?

MAESTRO: Questo avviene per lo più a coloro che in parte sono usciti dietro a Dio, ma in parte sono rimasti nel mondo. Cioè il loro cuore non è ancora capace di staccarsi da qui, ma sono divisi in se stessi, poiché una volta guardano dietro di sé e una volta guardano davanti. Ritengo che il sapiente ammonisca costoro, che si accostano alla via di Dio in una tale divisione, quando dice: “Non accostarti ad essa con due cuo­ri; ma avvicinati ad essa come chi semina e come chi miete”. E ancora nostro Signore, a coloro che vogliono rendere perfetto questo esodo, vedendo che tra di loro vi sono alcuni uomini come questi la cui volontà è pronta ma i cui pensieri sono ancora attratti indietro dalla paura delle tribolazioni, causata dall’amore del corpo che non hanno ancora deposto da se stessi, per togliere da loro la fiacchezza del pensiero, dice: “Chi vuol venire dietro a me, prima rinneghi se stesso”.

Qual è il rinnegamento qui ricordato? E’ il rinnega­mento che avviene nel corpo, a immagine di colui che, preparandosi a salire sulla croce, prende nei suoi pen­sieri l’intelligenza della morte e allora esce come uno che pensa di non avere più una parte in questa vita. Questo significa: Prenda la sua croce e venga dietro a me. Chiama croce la volontà pronta a ogni tribolazio­ne. E spiegando perché sia così, dice: “Chi vuole che la sua anima viva in questo mondo, la fa perire alla vita vera; ma chi fa perire se stesso a causa mia qui, si ritro­verà di là”. Cioè, chi dirige i suoi passi sulla via della crocifissione, ma poi è ancora sollecito per questa vita del corpo, fa decadere la sua anima dalla speranza per la quale era uscito a patire.

Nostro Signore ha posto davanti a te la croce perché tu sentenzi la morte sulla tua anima; e solo allora lascerai la tua anima andare dietro a lui.

Non c’è nulla che sia potente come l’essere senza speranza in se stessi; questo non può essere sconfitto né da qualcosa di favorevole né da qualcosa di sfavore­vole. Quando un uomo, nel suo pensiero, ha abban­donato la speranza che viene dalla sua vita, nessuno potrà essere più coraggioso di lui, e nessun nemico po­trà attaccarlo, e non c’è afflizione il cui sentore potrà fiaccare la sua intelligenza. Perché ogni afflizione esi­stente è inferiore alla morte, e lui ha lasciato che la morte venisse su se stesso.

Non c’è nessuno che ami qualcosa e non cerchi di moltiplicarne gli effetti. Non c’è nessuno che cerchi di occuparsi delle cose divine se non si è allontanato e non ha disprezzato quelle temporali, facendosi stra­niero all’onore del mondo e alle sue dolcezze, e strin­gendosi all’obbrobrio della croce, bevendo ogni giorno aceto e amarezze a motivo di passioni e uomini e demoni e miseria.

2. La rinuncia
Abbandona le cose di poco valore per trovare quel­le preziose. Sii morto nella vita e così non vivrai nella morte. Fa’ che la tua anima muoia nella sollecitudine, e non che viva nella condanna. Non sono martiri solo coloro che a causa della fe­de in Cristo accolgono la morte, ma anche coloro che muoiono per custodire i suoi comandamenti. A ogni parola dura che l’uomo sopporta con discer­nimento, eccetto il caso che sia lui la causa dell’of­fesa, egli riceve sulla sua testa una corona di spine a motivo di Cristo; e sarà beato e anch’egli sarà incoro­nato in un tempo che non conosce. Colui che fugge la gloria, coscientemente, speri­menta in se stesso la speranza del mondo futuro. Colui che ha professato l’allontanamento dal mondo e poi litiga con gli uomini a motivo delle cose, per non essere impedito nel fare ciò che gli piace, è completa­mente cieco. Infatti, ha abbandonato l’intero mondo volontariamente, e ora litiga per una parte di esso. Colui che fugge gli agi di quaggiù, ha il pensiero fis­so al mondo futuro. Colui che possiede beni è schiavo delle passioni; e non considerare beni solo l’oro e l’argento, ma tutto ciò che tu possiedi con il desiderio della tua volontà. Se hai abbandonato l’intera realtà del mondo, vo­lontariamente, non contendere con nessuno per picco­le parti di esso. L’albero, finché non fa cadere le vecchie foglie, non fa spuntare i nuovi rami; così il solitario, finché non scrolla dal suo cuore i suoi vecchi ricordi, non fa spun­tare i nuovi rami per mezzo di Gesù Cristo.

3. Un desiderio più grande

DISCEPOLO: Come può l’uomo uscire completamen­te dal mondo?

MAESTRO: Per mezzo del desiderio suscitato dalla memoria dei beni futuri, quelli che la divina Scrittura semina nel suo cuore con la dolcezza dei suoi versetti colmi di speranza. Infatti, il pensiero non può disprez­zare il suo amore di prima, finché un desiderio più ec­cellente non si contrappone a quelle cose che sono rite­nute gloriose e piacevoli, dalle quali l’uomo è posseduto.

Ciò che ogni uomo desidera lo si conosce dalle sue opere; egli sarà sollecito a chiedere nella preghiera ciò che gli sta a cuore; e ciò per cui prega, avrà cura di ma­nifestarlo anche nelle opere palesi.

Chi desidera intensamente le cose grandi, non si preoccupa di quelle piccole.

Quando in te l’amore per Cristo non è forte al punto da renderti, per la gioia in lui, impassibile a tut­te le afflizioni, sappi che in te il mondo vive più di Cristo. Quando le infermità, i bisogni, il tormento del corpo, o la paura che viene dalle sue pene, turba il tuo pensiero allontanandolo dalla gioia della tua speranza e dalla meditazione limpida del Signore nostro, sappi che in te vive il corpo e non Cristo. In te vive ciò il cui amore ha su di te più potere.

4. La povertà
Ama la povertà con perseveranza, perché il tuo pen­siero sia raccolto dalla dispersione. Odia la sovrab­bondanza, per essere preservato dalla confusione dell’intelligenza. Taglia corto con le molte cose e prenditi cura delle tue condotte, perché la tua anima eviti di dissipare la quiete interiore. Se possiedi qualcosa in più rispetto al nutrimento quotidiano, vai dallo ai poveri; poi vieni, presenta la preghiera con parresia, cioè parla con Dio come un fi­glio fa con suo padre.
Non c’è nulla che avvicini il cuore a Dio quanto la compassione; e non c’è nulla che dia pace al pensiero quanto la povertà volontaria. Come non è possibile che la salute e la malattia sia­no in uno stesso corpo, senza che una di esse sia eli­minata dall’altra, così non è possibile che il denaro e l’amore siano in una stessa casa, senza che uno di essi distrugga l’altro. Finché un uomo si trova nella povertà, l’esodo dalla vita si leva continuamente nel suo pensiero; è in ogni istante medita sulla vita che seguirà la resurrezione, e in ogni momento si industria nella preparazione di ciò che è utile per l’aldilà. Ma quando accade che, per una qualche causa, una delle cose transitorie cade in mano sua ed egli l’acqui­sta per opera di colui che è sapiente in ogni cosa mal­vagia, immediatamente l’amore del corpo inizia a muo­versi nella sua anima, egli pensa di avere una vita lunga davanti a sé, e i pensieri relativi al riposo del corpo fioriscono in lui in ogni momento. Egli trattiene il suo corpo, se possibile, perché non sia vessato da nulla, e si industria in tutte quelle cose che possono dare riposo al corpo. Ma così si priva di quella libertà che non as­servisce ad alcun pensiero di timore; e quindi medita e riflette su tutti quei moti che producono la paura e che sono cause di timore, perché egli è ormai privato del coraggio del cuore, coraggio che aveva quando, grazie alla povertà, si era levato al di sopra del mondo.
Ama i poveri, e grazie a essi troverai misericordia.

5. La memoria degli inizi

Quando tu sperimenti la sconfitta, la fragilità, la mancanza di entusiasmo, e ti ritrovi legato e incatena­to dal tuo avversario in una terribile miseria e nello spossamento che la pratica del peccato produce, rie­voca al tuo cuore l’ardore dei primi tempi, quando mo­stravi sollecitudine anche per le piccole cose, eri mosso da zelo contro ciò che impediva il tuo cammino, esprimevi dolore per piccolissime cose da te trascurate sen­za tua colpa e cingevi intera la corona della vittoria, a motivo di tutto ciò. Allora, per mezzo di tali ricordi e di altri simili, la tua anima si sveglierà come dal sonno, si rivestirà di ardente zelo e si leverà dal suo torpore, come dalla morte. Si raddrizzerà e farà ritorno al suo posto di pri­ma, all’acceso combattimento contro Satana e contro il peccato. Tu, uomo che sei uscito dietro a Dio, in ogni tem­po della tua lotta, ricordati sempre dell’inizio, di quel primo ardore che fu al principio del cammino, di quel pensiero infuocato nel quale sei uscito dalla tua dimo­ra di un tempo e nel quale la tua anima è andata a schierarsi in battaglia. Esamina te stesso ogni giorno, perché non si smorzi il calore della tua anima fino a perdere quell’ardore di cui eri acceso; che tu non ven­ga a mancare di nulla dell’armatura di cui eri cinto al principio della tua lotta. Un anziano aveva scritto sulle pareti della sua cella varie frasi, pensieri di vario contenuto e parole mira­bili e diverse su tutti i pensieri. E gli fu chiesto: “Cos’é questo, abba?”. Rispose: “Sono i pensieri di giusti­zia che mi sono comunicati dall’angelo che è presso di me e dai retti moti della natura. Io li scrivo quando mi trovo in queste dimore, affinché, nel tempo della tene­bra, io mi intrattenga con essi, e così mi salvino dall’errore”.

6. L’attenzione alle piccole cose
Chi trascura le cose piccole, anche nelle grandi sa­rà un mentitore e un ingannatore. Non rigettare le cose piccole, per non essere privato di quelle grandi. Non si è mai visto un infante che suc­chia il latte mettere carne nella sua bocca. Per mezzo delle cose piccole si apre la porta alle grandi. Senza caricarsi del fardello delle cose piccole, non è possibile sfuggire ai grandi mali. Con ciò con cui hai perso i beni, con quello stesso devi riacquistarli. Tu devi a Dio una monetina? Non accetterà da te una perla al suo posto.
Ciò che tu custodirai per Dio, Dio lo custodirà per la tua salvezza.
La vita nello Spirito richiede in primo luogo tempo e fedeltà. Se, infatti, non è possibile che uno impari le arti del mondo senza persistere per molto tempo nella fedeltà dei loro commerci – e solo allora il pensiero afferra l’oggetto e il modo della pratica dell’arte che ha deciso di imparare -, quanto più questo è valido per noi. Se un’arte visibile agli occhi richiede tanto tempo e fedeltà di impegno, quanto più l’arte dello Spirito, che l’occhio non vede, per la quale non si conosce ciò da cui la si può apprendere, e che necessita di una grande purezza! Il maestro in questo è lo Spirito, e l’arte è nascosta.

7. La stabilità e la perseveranza
Grande è la potenza di una condotta minima, quan­do questa è unita alla fedeltà. La soffice goccia, per la sua fedeltà, scava anche la dura roccia.
Ogni condotta che è senza stabilità e di poca durata, si trova ad essere anche senza frutti.

8. La veglia
Non pensare, o uomo, che tra tutte le fatiche degli asceti vi sia una pratica più grande e più preziosa della fatica della veglia. Da’ spazio alle fatiche della veglia e troverai che la consolazione è vicina, nella tua anima. Appresta tutto, con ogni mezzo, affinché, tra l’uffi­cio della notte e quello del mattino, vi sia un tempo per quella meditazione che è utile alla tua crescita nel­la conoscenza divina, per tutti i tuoi giorni. Anche questo è importante nella pratica della veglia; non cre­dere che la veglia consista solo nella ripetizione. L’anima che si affatica nella condotta della veglia diventerà esperta, otterrà occhi di cherubino per la fi­nezza dello sguardo e l’acume. Io prego te, che sei capace di discernimento e che desideri acquisire la vigilanza dell’Intelletto in Dio e la conoscenza della vita nuova, di non trascurare per tut­ta la tua vita la condotta della veglia; perché da essa i tuoi occhi saranno aperti per vedere l’intera gloria del­la condotta e la potenza della via della giustizia. Tu manchi di discernimento se … pensi che le veglie siano finalizzate alla fatica in se stessa e non a qualco­sa d’altro che da esse è generato. Bilancia del sonno è chiaramente l’equilibrio del ventre.

9. Il digiuno
DISCEPOLO: Per colui che ha rigettato dalla sua ani­ma tutti gli impedimenti ed è entrato nella casa della lotta, qual è l’inizio della sua battaglia contro il peccato? E da dove inizia lo scontro?

MAESTRO: E’ noto a chiunque che la fatica del digiu­no precede qualsiasi lotta contro il peccato e i suoi desideri, soprattutto per colui che combatte il peccato che è dentro di sé. E il segno dell’odio per il peccato e i suoi desideri, in coloro che scendono in questo com­battimento che è invisibile, è reso visibile dal fatto che iniziano con il digiuno, seguito dalla veglia notturna. Colui che per tutta la sua vita ama la consuetudine con il digiuno, è amico della castità.
Il digiuno è la dimora di tutte le virtù, e chi lo disprezza mette a repentaglio tutte le virtù. Infatti, il primo comandamento stabilito in principio per la no­stra natura la diffidava dal gustare un cibo, e proprio in questo cadde il nostro antenato. Quindi gli atleti del timore di Dio, quando si accingono alla custodia delle sue leggi, iniziano la loro costruzione proprio da lì dove è venuto il primo danno.
Anche il Salvatore nostro, dopo la sua manifestazio­ne al mondo presso il Giordano, iniziò di qui. E scritto infatti: “Dopo che fu battezzato, lo Spirito lo fece uscire nel deserto, e digiuno quaranta giorni e quaranta notti ­ e tutti coloro che seguono le sue orme, poggiano l’inizio della loro lotta su questo fondamento.

10. La castità
Ama la castità, per non essere confuso al momento della preghiera, davanti a chi ti muove battaglia.
Ogni piacere dello Spirito è preceduto dalle tribola­zioni della croce, mentre il piacere del peccato è gene­rato dal riposo del corpo. Per questa ragione, nel porto della castità c’è la contemplazione dello Spirito che risana l’Intelletto, ma è l’amore spirituale che ne è la causa. E poiché non si dà una realtà seconda senza la causa che la precede, né una terza virtù senza quelle che vengono prima di essa, tu troverai che è nel grembo della castità che spuntano le ali dell’Intelletto, per mezzo delle quali esso si leva verso l’amore divino; quell’amore nel quale si osa scrutare l’oscurità.
Fratello mio, lava le bellezze della tua castità con le lacrime e il digiuno, e abitando da solo con te stesso.

11. La cella e la solitudine
Dimora nella tua cella, e la cella ti insegnerà ogni cosa. La cella del monaco, secondo la parola dei padri, è la cavità della roccia dove Dio parlò con Mosè. Molte volte accade durante le ore del giorno che se anche a un fratello fosse dato il regno della terra, non si persuaderebbe in quell’ora a uscire dalla sua cel­la, neppure se qualcuno gli avesse bussato. E’ il tempo improvviso del commercio. Quante volte queste cose vanno e vengono nei giorni che sembrano di rilassamento: improvvisamente la grazia visita quel fratello, per mezzo di lacrime senza misura, o per mezzo della forza di una passione che grida nel cuore, o per mezzo di una gioia senza ragione, o per mezzo della dolcezza che la prostrazione procura. Conosco un fratello che aveva già messo la chiave nella porta della sua cella per chiudere e così uscire a pascere il vento, secondo la parola della Scrittura, quando lo ha visitato la grazia e subito è tornato indietro. La solitudine ci rende partecipi della mente divina e, in poco tempo e senza ostacoli, ci avvicina alla limpidità del pensiero.
Dovunque tu sia, sii solitario nella tua intelligenza, e solo e straniero nel cuore, e non immischiato. In qualsiasi luogo tu entri, per tutti i tuoi giorni, considerati uno straniero, per poter sfuggire ai grandi mali che nascono dalla familiarità.

12. La quiete
La quiete, come ha detto il beato Basilio – quella lampada che splende su tutta la terra -, è il principio della purificazione dell’anima. Quando, infatti, le membra esteriori si acquietano dal rumore esteriore, allora la mente ritorna dal suo vagare, nel suo luogo interiore, e il cuore si desta per ricercare i moti interio­ri dell’anima. Quando i sensi sono circondati da una quiete che non ha confini, e i ricordi grazie al suo aiuto invecchia­no, allora percepisci la natura dei pensieri dell’anima, di cosa sono fatti e di cos’è fatta la natura dell’anima, e percepisci quali tesori sono nascosti in essa. L’anima del solitario è simile a una fonte d’acqua, secondo la similitudine impiegata anche dagli antichi padri. Infatti, ogni volta che si acquieta da tutti i moti dell’udito e della vista, il solitario vede, in modo lumi­noso, Dio e se stesso, e attinge dall’anima acque lim­pide e dolci, che sono i soavi pensieri della saldezza. Quando invece si accosta a quei moti, a causa dell’intorbidamento che ne riceve, l’anima è resa simile a uno che cammina di notte, mentre l’aria è coperta dal­le nubi e davanti a lui non è visibile né la strada né il sentiero, ed egli erra facilmente per luoghi deserti e pericolosi. Quando però si acquieta insieme alla sua anima, come uno su cui soffi un limpido vento e sulla cui testa l’aria sia chiara, comincia di nuovo a risplen­dere davanti a se stesso, vede ciò che lui è, discerne dove si trova e dove gli si chiede di andare, e vede di lontano la stanza della vita.

 

COMMENTO SU EFESINI 1,3-6.15-18

http://www.qumran2.net/parolenuove/commenti.php?mostra_id=30726

(commento al Siracide:

http://www.nicodemo.net/NN/commenti_p.asp?commento=Siracide%2024,1-4.8-12

COMMENTO SU EFESINI 1,3-6.15-18

MONASTERO DOMENICANO MATRIS DOMINI

II DOMENICA DOPO NATALE (05/01/2014)

BRANO BIBLICO: EF 1,3-6.15-18

Collocazione del brano
Questo è uno dei tre grandi inni Cristologici di Paolo, che cantiamo anche durante i Vespri ogni lunedì e che ci fa riflettere sul ruolo di Gesù nel progetto di amore del Padre. In particolare questo inno di Efesini ci parla della predestinazione dei credenti. E’ il Padre che sin dall’inizio dei tempi aveva pensato a noi, per renderci santi, per renderci suoi figli. Ciascuno di noi è chiamato a questa via di santità, cioè a una relazione di amore forte e incondizionato con il Signore.
Lectio
Benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo.
Questo inno apre la lettera agli Efesini. Paolo applica qui lo stile delle « Berakot », le benedizioni che ogni giorno gli ebrei osservanti rivolgevano al Signore, benedicendolo per tutti i suoi doni. Paolo benedice Dio perché ha benedetto gli Efesini. La benedizione, il « dire bene », augurare il bene è importante nella mentalità orientale. Dio ci ha benedetto perché grazie all’incarnazione e alla morte/risurrezione di Cristo si è chinato su di noi, ci ha dato accesso ai cieli e ci ha dato benedizioni spirituali. Qui si può leggere la presenza dello Spirito, quindi la benedizione si manifesta nella pienezza dell’incontro con tutta la Trinità.
4 In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità,
Paolo ci spiega ora in cosa consista questa benedizione. Si tratta della sua scelta, Egli ci ha scelti, ci ha eletto, come aveva scelto il popolo di Israele. C’è un’iniziativa gratuita di Dio che precede ogni presupposto o pretesa umana. E’ una gratuità che parte dal Padre e ha avuto inizio prima della creazione del mondo. Non si tratta tanto di un dato temporale, quanto piuttosto la gratuità di questa iniziativa di Dio, la sua presenza in ogni istante della nostra esistenza. Santi e immacolati ha una tonalità cultuale e liturgica indica cioè la condizione giusta per innalzare a Dio il vero culto, la vera celebrazione.
5 predestinandoci a essere per lui figli adottivi mediante Gesù Cristo, secondo il disegno d’amore della sua volontà, a lode dello splendore della sua grazia, di cui ci ha gratificati nel Figlio amato.
Continua la storia del processo di salvezza, la benedizione che abbiamo ricevuto. Il progetto di Dio si attua per mezzo di Gesù Cristo e consiste nel far partecipare tutti i credenti alla sua condizione di figlio unico e amato. Si parla di adozione, non per sminuire la realtà dell’essere figli ma per sottolineare la differenza con la figliolanza di Gesù, che è modello e fonte di quella di tutti gli altri figli. C’è un amore gratuito che si espande in tutta la sua pienezza!
11 In lui siamo stati fatti anche eredi, predestinati – secondo il progetto di colui che tutto opera secondo la sua volontà – 12 a essere lode della sua gloria, noi, che già prima abbiamo sperato nel Cristo.
La liturgia salta i vv 6-10, che parlano del perdono dei peccati che abbiamo ricevuto grazie a Cristo. Con il v. 11 torniamo all’argomento dell’adozione e dell’eredità che riceviamo in quanto figli di Dio. Nei versetti 11-13 vi è la ripetizione per tre volte delle parole in lui che sottolinea l’idea dell’unificazione e del senso della storia in Cristo.
Non vi è più un privilegio di razza. Tutti sono ammessi a questa figliolanza. Certo Paolo qui parla di un prima del popolo di Israele, ma non vi è una preminenza. Solo i cristiani provenienti dal popolo di Israele hanno sperato prima nel Cristo ed erano pronti ad accoglierlo.
13 In lui anche voi, dopo avere ascoltato la parola della verità, il Vangelo della vostra salvezza, e avere in esso creduto, avete ricevuto il sigillo dello Spirito Santo che era stato promesso,
Poi anche i pagani sono stati ammessi alla stessa figliolanza. Prima hanno ascoltato la parola della verità, il Vangelo, poi vi hanno creduto e quindi hanno ricevuto il sigillo dello Spirito Santo, tramite il Battesimo. E’ interessante notare la progressione del cammino per aderire al Signore.
14 il quale è caparra della nostra eredità, in attesa della completa redenzione di coloro che Dio si è acquistato a lode della sua gloria.
Tre sono i momenti che accompagnano lo Spirito Santo. Esso viene promesso. Nella sacra Scrittura vi è un filo rosso segnato dalle promesse dello Spirito (Ez 36,25-28; Gl 3,1-5). Poi viene donato, sotto forma di sigillo, un marchio o un timbro che testimonia l’appartenenza a qualcuno, la presenza di un compito, una missione da realizzare. Infine lo Spirito è caparra, anticipazione di una realtà che sarà completa solo nel futuro, cioè la liberazione definitiva futura che il Signore ha promesso al suo popolo. In filigrana a questo discorso possiamo leggere il cammino battesimale.
15 Perciò anch’io, avendo avuto notizia della vostra fede nel Signore Gesù e dell’amore che avete verso tutti i santi,16 continuamente rendo grazie per voi ricordandovi nelle mie preghiere,
Dopo aver benedetto il Signore, Paolo eleva la sua preghiera ringraziamento. Egli ha saputo che a Colossi la fede prospera e si concretizza in opere di bene nei confronti dei fratelli della comunità, quindi ringrazia ininterrottamente il Signore e prega per i Colossesi.
17 affinché il Dio del Signore nostro Gesù Cristo, il Padre della gloria, vi dia uno spirito di sapienza e di rivelazione per una profonda conoscenza di lui;
Cosa chiede Paolo per i suoi fratelli di Colossi? Chiede che sia dato loro lo Spirito di sapienza, di rivelazione, affinché conoscano Dio sempre più profondamente. Questi tre elementi sono un’unica realtà spirituale dinamica, dove è privilegiata l’esperienza e una maturazione della fede, l’entrata in una amicizia sempre più vera con Dio.
Non è un’esperienza intimistica, ma si concretizza nella vita quotidiana.
18 illumini gli occhi del vostro cuore per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità fra i santi.
Si tratta di un’esperienza che non rimane orizzontale, ma si apre al futuro, alla gloria di tutti i santi. Questa preghiera è stata fatta da Paolo per i cristiani di Colossi, ma anche per tutti noi!
Meditiamo
- Mi sento destinato da Dio alla sua amicizia sin dall’inizio del mondo?
- Cosa significa per me essere figlio di Dio?
- Ho fatto esperienza vera della presenza e della vicinanza di Dio?
- Cosa spero per il mio futuro?

Publié dans:Lettera agli Efesini |on 2 janvier, 2015 |Pas de commentaires »

LA BENEDIZIONE DELLA RICONOSCENZA (Ef 5,20; Eb 13,15)

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LA BENEDIZIONE DELLA RICONOSCENZA (Ef 5,20; Eb 13,15)

by Tempo di Riforma

« ..ringraziando continuamente per ogni cosa Dio Padre, nel nome del Signore nostro Gesù Cristo » (Efesini 5:20). « …Per mezzo di Gesù, dunque, offriamo continuamente a Dio un sacrificio di lode: cioè, il frutto di labbra che confessano il suo nome » (Ebrei 13:15).

Alcune persone sembrano nate con un temperamento scontroso e febbrile ed è molto difficile per loro illuminarsi nel sorriso e nel canto. Qualunque, però, possa essere la nostra naturale disposizione, se apparteniamo a Cristo è nostro preciso dovere coltivare un cuore riconoscente. Una persona malinconica (che presenta, cioè, una stato d’animo di vaga tristezza, di struggente inquietudine e depressione costanti, caratterizzato dalla propensione al pessimismo, alla chiusura in se stessi e alla meditazione) ha un cattivo effetto sugli altri. E’ miserevole dover lavorare accanto o sotto una persona sempre pessimista. Non c’è nulla che vada bene, nulla che la soddisfi, non ha mai parole di lode e di incoraggiamento. Vi sono persone, invece, che per quanto la loro condizione sia umile e disgraziata, sono sempre d’animo lieto, sanno trovare in ogni cosa un aspetto positivo, e sono loro ad incoraggiarti quando sei triste. Se noi, invece che trovare sempre da criticare o da lamentarci, cercassimo cose per cui lodarli e ringraziarli, vedremmo miracolosamente cambiare il loro atteggiamento. Il vantaggio della gioia e della serenità è che sono fonti di forza per la nostra anima e per tutti coloro che ci circondano e, cosa da non sottovalutare, sarebbe di buona testimonianza per la fede che professiamo.

Un sito web che insegna la forza dell’ottimismo afferma: « Una persona che ha la mentalita’ rivolta all’ottimismo sa vivere alla grande!!! Considera i problemi delle opportunita’, è difficile che si lamenti, ha sempre una parola buona per tutti e soprattutto ha perennemente il sorriso sulle labbra. Un ottimista è ben visto e ben considerato dal mondo esterno »; « Vuoi vivere con entusiasmo e da protagonista la tua vita? Vuoi evitare che gli eventi ti travolgano, influenzando il tuo stato d’animo? Impara le tecniche per avere sempre un atteggiamento postivo! »; « Il linguaggio che usiamo con gli altri ma anche e soprattutto quando “parliamo” con noi stessi è veramente importante per far arrivare continuamente messaggi positivi al nostro cervello. Abituiamoci ad usare sempre termini positivi, motivazionali, che diano degli imput alla nostra mente. Una persona ottimista sa trovare sempre la parola giusta in ogni situazione, che sappia stimolare aiutando il nostro benessere psicofisico »; « La concezione filosofica dell’ottimismo dice che il mondo ha una prevalenza dei fattori positivi e quindi il bene prevale sul male. L’ottimismo in pratica è la tendenza di coloro che in una particolare situazione sono portati a vedere le cose favorevolmente. Avere una concezione ottimistica della vita aiuta quindi le persone ad uscire da situazioni sfavorevoli facendosi aiutare anche dal pensiero positivo ».

La psicologia secolare è consapevole degli effetti positivi dell’ottimismo e nemmeno conosce Cristo! Quanto più dovrebbe avere un atteggiamento raggiante e ottimista chi ha compreso l’amore di Dio in Cristo, lo vive e lo diffonde. Il mondo è triste e deve pagarsi i suoi comici, umoristi ed esperti di « pensiero positivo »: il cristiano (autentico) vive la sua vita nello spirito espresso dall’Apostolo Paolo quando scrive: « Noi non diamo nessun motivo di scandalo affinché il nostro servizio non sia biasimato; ma in ogni cosa raccomandiamo noi stessi come servitori di Dio, con grande costanza nelle afflizioni, nelle necessità, nelle angustie, nelle percosse, nelle prigionie, nei tumulti, nelle fatiche, nelle veglie, nei digiuni; con purezza, con conoscenza, con pazienza, con bontà, con lo Spirito Santo, con amore sincero; con un parlare veritiero, con la potenza di Dio; con le armi della giustizia a destra e a sinistra; nella gloria e nell’umiliazione, nella buona e nella cattiva fama; considerati come impostori, eppure veritieri; come sconosciuti, eppure ben conosciuti; come moribondi, eppure eccoci viventi; come puniti, eppure non messi a morte; come afflitti, eppure sempre allegri; come poveri, eppure arricchendo molti; come non avendo nulla, eppure possedendo ogni cosa! » (2 Corinzi 6:3-10).

PREGHIERA

Aiutaci, o Signore, a rallegrarci sempre, a pregare incessantemente e, in ogni cosa, a rendere grazie. Amen.

DOVE ABITA DIO ?

http://camcris.altervista.org/spurgeon11.html

DOVE ABITA DIO ?

di C. H. Spurgeon

Sermone esposto da Charles H. Spurgeon, domenica mattina 14 agosto 1859,

nella Music Hall, Royal Surrey Gardens, Londra.

« E in lui voi pure entrate a far parte dell’edificio, che ha da servire di dimora a Dio per lo Spirito » (Efesini 2:22).

Leggendo l’Antico Testamento notiamo che durante la dispensazione mosaica Dio aveva una dimora visibile tra gli uomini. La brillante nuvola che appariva tra le ali dei cherubini sovrastanti il propiziatorio e nel tabernacolo mentre Israele pellegrinava nel deserto e dopo, nel tempio, quando il popolo si stabilì nella propria terra, era la manifestazione visibile della presenza di Dio nel luogo consacrato al Suo culto. Ma ogni cosa della dispensazione mosaica era un tipo, una figura, una serie di ombre, delle quali l’Evangelo è la realtà e la sostanza. È triste, tuttavia, constatare che spesso nei nostri cuori abbiamo ancora molto del vecchio giudaesimo, al punto che, frequentemente, torniamo ai vecchi e meschini elementi della legge, invece di proseguire e considerarli un tipo di qualcosa di spirituale e di celeste al quale dovremmo aspirare. È penoso in questo nostro secolo ascoltare come la gente parla degli edifici religiosi; avrebbero fatto molto meglio ad aderire immediatamente al credo giudaico. Ricordo di aver ascoltato un sermone sul testo: « Se uno guasta il tempio di Dio, Iddio guasterà lui » e la prima parte del sermone consisteva in una puerile maledizione contro chiunque avesse osato commettere un atto profano nel cortile della chiesa, o se avesse appoggiato il palo di una tenda durante la fiera della settimana seguente contro qualche parete di quell’edificio che mi sembrò come l’idolo dell’uomo che occupava il pulpito. Esiste da qualche parte un luogo santo? C’è un luogo sulla terra dove Dio abiti in modo particolare? Io non l’ho mai incontrato. Ascoltate le parole di Gesù: « Credimi, l’ora vene che né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre… Ma l’ora viene, anzi è già venuta, che i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; poiché tali sono gli adoratori che il Padre richiede ».
Ricordate le parole dell’apostolo Paolo ad Atene: « Il Dio che ha fatto il mondo e tutte le cose che sono in esso, essendo Signore del cielo e della terra, non abita in templi fatti da opera di mano ».
Quando la gente parla di luoghi santi sembra ignorare il significato vero di ciò che dice. Può mai la santità abitare in mattoni e malta? Può esistere mai un campanile santo? Può accadere che esistano nel mondo una finestra moralmente elevata ed una porta santa? Rimango incredulo e sorpreso, anzi totalmente stupito se penso a quanto confuse sia la mente di coloro che attribuiscono virtù morali a mattoni e malta, a pietre e vetrate ornate. Quanto è profonda questa consacrazione e quanto elevata? Ogni cornacchia che vola su quell’edificio acquista una certa solennità? Quello di cui stiamo parlando è, se trattiamo l’argomento in maniera più approfondita, un errore nel quale possiamo cadere, ma è un errore talmente stravagante per cui tutti possiamo facilmente commetterlo. Abbiamo rispetto per i nostri semplici locali di culto, ci sentiamo confortevoli quando, in un modo o in un altro, pensiamo che il luogo deve essere santo.
Perciò, con grande decisione ed indipendenza di pensiero abbandoniamo per sempre l’idea che la santità è connessa con qualsiasi cosa che non sia un agente cosciente ed attivo. Abbandoniamo totalmente tutte le superstizioni collegate ai luoghi. Un luogo è altrettanto consacrato che un altro e dovunque ci raduniamo con vero cuore per adorare Dio, quel luogo diviene per quell’occasione la casa di Dio. Per quanto possa essere considerato con grande rispetto religioso, quel luogo, quando non c’è un cuore devoto che adora Dio, non è la casa di Dio; può essere una casa di superstizione, ma non la casa di Dio. Ma qualcuno obietterà: « Dio dovrà pur avere una dimora, il nostro testo non l’afferma? » Sì, certamente e di quella dimora parleremo. Esiste una casa di Dio; non è una struttura inanimata ma un tempio spirituale e vivente: « In lui », cioè in Cristo, « voi pure entrate a far parte dell’edificio, che ha da servire di dimora a Dio per lo Spirito ». La casa di Dio è edificata con pietre viventi di uomini e donne convertite. La Chiesa di Dio, che Cristo ha acquistato col proprio sangue, questo è l’edificio divino e la struttura nella quale Dio dimora anche oggi. Vorrei, tuttavia, fare una considerazione riguardante i luoghi nei quali offriamo il culto. Essi non posseggono una santità superstiziosa connessa con le strutture, ma nello stesso tempo esiste un tipo di sacralità collegata con la comunione con Dio. In qualsiasi luogo dove Dio ha benedetto l’anima mia, credo che sia nient’altro che la casa di Dio e la porta del cielo. Non perché le pietre siano santificate, ma perché mi sono incontrato con Dio ed il ricordo che ne ho lo rende consacrato per me. Quel luogo dove Giacobbe si adagiò per dormire, che era in quella circostanza la sua camera di riposo, fu per lui non altro che la casa di Dio. Spero che abbiate delle stanze nella vostra casa e « camerette », che sono più sacre di una qualsiasi maestosa cattedrale con le punte slanciate verso il cielo. Dove c’incontriamo con Dio si manifesta questa sacralità, non è il luogo ma la comunione con Lui. Dove restiamo in comunione con Dio e dove Egli stende il Suo braccio, sia questo luogo una capanna o un filare o una brughiera o una montagna, diviene per noi la casa di Dio; il luogo è immediatamente consacrato, non però per considerarlo con riverenza superstiziosa, ma soltanto consacrato nel ricordo delle ore benedette che lì abbiamo speso in preziosa comunione con Dio.
Lasciando da parte queste considerazioni permettetemi di introdurvi nella casa che Dio ha costruito per la Sua dimora. Considereremo la Chiesa prima di tutto come un edificio, poi come una dimora ed infine come un tempio.
Consideriamo, prima di tutto, la Chiesa come un EDIFICIO e chiediamoci che cos’è una chiesa, che cos’è la Chiesa di Cristo? Una setta riserva per sé il titolo di chiesa mentre un’altra denominazione con veemenza lotta per appropriarsene, ma non appartiene a nessuno di noi. La Chiesa di Dio non è composta da alcuna denominazione umana particolare, ma da coloro i cui nomi sono scritti nel libro dell’eterna elezione divina; da coloro che sono stati acquistati da Cristo sulla croce, che sono stati chiamati da Dio mediante lo Spirito Santo e che, essendo stati vivificati da quello stesso Spirito, sono partecipi della vita di Cristo e divengono membri del Suo corpo, della Sua carne, delle Sue ossa. Queste si trovano in ogni denominazione, tra ogni tipo di cristiani, alcuni lontani, dei quali neanche sogniamo l’esistenza. Troviamo qui e là, come per caso, un membro della Chiesa di Cristo, senza alcun contatto con una setta in particolare, lontano dai suoi fratelli, non avendone neppure conosciuto l’esistenza e che pur tuttavia ha conosciuto Cristo, perché la vita di Cristo è in lui. Questa Chiesa di Cristo, il popolo di Dio, in tutto il mondo, con qualsiasi nome sia essa conosciuta è nel nostro testo paragonata ad un edificio nel quale Dio dimora.
Permettetemi una piccola allegoria riguardante questo edificio. La Chiesa non è un mucchio di pietre collegate insieme, è un edificio. Il suo architetto l’ha progettato anticamente. Immagino di scrutare nell’eternità e vederlo disegnare il primo schizzo. « Qui », dice nella Sua sapienza eterna, « ci sarà la pietra angolare e lì il pinnacolo ». Lo vedo stabilire la lunghezza e la larghezza della costruzione e le porte con eccezionale abilità, progettando ogni particolare senza lasciare neanche una piccola parte non disegnata. Lo immagino, quel potente architetto, mentre sceglie personalmente ogni pietra dell’edificio, stabilendone la grandezza, la forma e perfino la posizione che deve occupare, se dovrà brillare sulla facciata o nascosta nel retro o sepolta al centro del muro. Immagino non soltanto il progetto di massima, ma tutti i particolari, tutti in ordine, stabiliti da un patto eterno, che è il piano divino del potente architetto sul quale la chiesa doveva essere costruita. Scrutando ancora, vedo quell’Architetto scegliere la pietra angolare. Guarda in cielo e ci sono gli angeli, quelle pietre lucenti, osserva ciascuno di loro, ma dice: « Nessuno di loro è adatto. Debbo trovare una pietra angolare che sostenga il peso dell’edificio, perché tutto deve poggiarvi sopra ».
Tuttavia, già nell’eternità bisognava trovare una pietra e doveva essere presa dalla stessa cava delle altre. Dove doveva esser trovata? Dove era l’uomo adatto per fungere da pietra angolare di tale maestoso edificio? No, né gli apostoli, né i profeti, né i dottori erano adatti. Messi tutti insieme sarebbero stati come un fondamento di sabbia e la casa avrebbe vacillato e sarebbe caduta. Ecco come la mente divina risolse il caso: « Dio diverrà uomo, vero uomo, Egli sarà della stessa sostanza delle altre pietre del tempio, ma sarà anche Dio e perciò forte abbastanza per portare il peso di quest’immensa struttura la cui cima raggiungerà il cielo ». Immagino di vedere la posa in opera della pietra del fondamento; si assisterà ad una manifestazione di giubilo? No, vi sarà del pianto. Gli angeli si radunano intorno alla pietra che è stata posta, ed ecco gli angeli piangono, le arpe del cielo sono coperte di sacco e non si ode alcun canto. Avevano cantato di gioia quando il mondo fu creato, perché non cantano ora? Guardate e ne comprenderete la ragione. Quella pietra è imbevuta di sangue, quella pietra angolare deve essere coperta di sangue. Quel cemento vermiglio che esce dalle vene sante deve saturarla. Lì è deposta la prima pietra dell’edificio divino. Cominciate di nuovo a cantare o angeli del cielo. La pietra del fondamento è posta, la cruenta cerimonia è completata ed ora da dove raccoglieremo le pietre per costruire questo tempio? La prima pietra è al suo posto, dove sono le altre? Scaveremo ai lati del Libano? Cercheremo queste pietre preziose delle cave di marmo dei re? NO, dove correte voi operai di Dio? Dove andate? Dove sono le cave? Essi rispondono: « Andremo a scavare nelle cave di Sodoma e Gomorra, nella profondità della peccaminosa Gerusalemme, in mezzo alla Samaria errante ». Li vedo togliere il terriccio, mentre scavano profondamente nella terra e alla fine giungono a quelle pietre; ma quanto sono grezze e ruvide, quanto sono dure, quanto irregolari. Sì, ma sono le pietre elette da tanto tempo con un patto e queste devono essere le pietre e non altre. Devono essere modificate, devono essere raccolte, lavorate allo scalpello, lucidate ed infine messe al loro posto. Vedo gli operai all’opera. La dura scure della legge le taglia e poi viene il cesello lucidatore dell’Evangelo. Vedo le pietre messe al loro posto e la Chiesa che è edificata. I ministri come saggi costruttori corrono intorno al muro per mettere ogni pietra spirituale al suo posto; ogni pietra è poggiata sulla grande pietra angolare e ogni pietra dipende dal sangue e trova sicurezza e forza in Gesù Cristo, la Pietra angolare « eletta e preziosa ». Non vedete anche voi l’edificio che si va innalzando, ed ognuno degli eletti da Dio sono raccolti, chiamati per grazia e vivificati? Notate come le pietre viventi con amore santo ed in sacra fratellanza sono collegate insieme? Siete mai entrati in quell’edificio per vedere come quelle pietre poggiano una sull’altra portando il peso una dell’altra e così adempiendo la legge di Cristo? Considerate come la Chiesa ami Cristo e come i suoi membri si amino? Come prima di tutto la Chiesa è legata alla Pietra angolare ed ogni pietra unita a quella più prossima e la prossima alla vicina finché l’edificio diventa un’unità? Ecco, la struttura si eleva ed alla fine è completata. Ed ora aprite bene gli occhi vostri e mirate quale glorioso edificio è la Chiesa di Dio. Gli uomini parlano dello splendore delle loro architetture, questa è veramente architettura. Non secondo i modelli greci o gotici, ma secondo il modello del santuario che Mosè vide sul monte santo. C’è stata mai struttura tanto attraente come questa, pulsante di vita in ogni atomo? Su ogni pietra ci sono sette occhi e tutte sono piene d’occhi e di cuori. Era stato mai pensato un edificio così massiccio costituito da anime, una struttura formata da cuori umani? Non c’è altra abitazione per il riposo che quella del cuore. Lì l’individuo può trovare pace col suo simile; ma c’è una casa dove Dio si diletta di abitare, costruita con cuori viventi che pulsano d’amore santo; costruita con anime redente, scelte dal Padre, acquistate dal sangue di Gesù Cristo. La parte superiore di questo edificio è in cielo, una parte dei credenti dimora già oltre le nuvole. Molte delle pietre viventi dimorano ora nel pinnacolo del paradiso. Noi invece siamo qui, ma la costruzione s’innalza, la muratura sacra diviene sempre più imponente, mentre anche la pietra angolare si eleva, così tutti noi edifichiamo finché alla fine l’intera struttura dalle sue fondamenta, fino al pinnacolo, raggiungerà il cielo e vi rimarrà per sempre: la nuova Gerusalemme, il tempio della maestà di Dio.
Riguardo a questo edificio desidero fare qualche altra considerazione prima di passare al punto successivo. Quando gli architetti progettano un edificio commettono degli errori nel formularne il piano. I più diligenti omettono qualche particolare ed altri più dotati scoprono che qualcosa è sbagliato. Ma notiamo che la Chiesa di Dio è costruita secondo regole precise, con compasso e con regoli ed alla fine non si potrà trovare alcun errore. Forse fratello sei una pietra piccina nel tempio e pensi che avresti dovuto essere più grande. Però, non è stato commesso alcun errore. Hai un solo talento: è abbastanza, se ne avessi due rovineresti la costruzione. Forse sei stato messo in un angolo, nascosto e dici a te stesso: « Oh, se fossi in una posizione preminente ». Invece, se fossi maggiormente in evidenza staresti fuori posto ed una pietra fuori posto nell’architettura tanto delicata come quella divina, rovinerebbe tutto. Ti trovi dove dovresti essere e restaci. Siine certo non c’è un errore. Quando infine percorreremo la via intorno alle mura dell’edificio, noteremo le torri ed ognuno sarà indotto ad esclamare: « Quanto è gloriosa Sion! ». Quando i nostri occhi saranno illuminati ed i nostri cuori istruiti, ogni parte di questo edificio riceverà la nostra ammirazione. La pietra più alta non è il fondamento, né quest’ultimo può stare in cima. Ogni pietra è della forma giusta, del giusto materiale e la struttura intera si adatta perfettamente al suo scopo: la gloria di Dio, il tempio dell’Altissimo. In quest’edificio di Dio si riconosce la Sapienza infinita.
Bisogna riconoscere anche un altro particolare: la sua forza inespugnabile. Quest’abitacolo di Dio, questa casa non è il prodotto di mano d’uomo, ma è l’edificio di Dio che è stato attaccato spesso, ma mai espugnato. Moltitudini di nemici hanno assalito i suoi antichi bastioni, ma li hanno attaccati invano: « I re della terra si ritrovano e i principi si consigliano assieme » ma che cosa è accaduto? Si sono coalizzati contro a lei, ognuno di loro con uomini potenti, ognuno con la sua spada sguainata, ma che cosa è successo? L’Eterno li ha dispersi. Come neve dispersa sui monti da una tempesta improvvisa, così si sono dileguati, o Dio e si sono sciolti davanti all’alito delle nostre narici.
La Chiesa non è in pericolo e non lo sarà mai. Vengano anche i nemici ma può resistere. La sua maestosa staticità, il suo silenzio come roccia li spinge a sfidarla. Vengano ora e siano distrutti, si scaglino pure contro di lei ed imparino che quella è la via per la loro immediata distruzione. Ella è salva e sarà salva fino alla fine. Perciò, questo possiamo affermare riguardo alla sua struttura, è costruita con sapienza infinita ed è sicuramente inespugnabile.
Infine, è gloriosa nella sua bellezza. Non è mai esistita una costruzione simile. Gli occhi si possono rallegrare dall’alba al tramonto, rimirandola per poi iniziare di nuovo. Gesù stesso si diletta in lei. Dio si è compiaciuto nell’architettura della Sua Chiesa; Egli si è rallegrato della Chiesa come non ha mai fatto del mondo. Quando Dio creò il mondo, elevò i monti e scavò i mari. Coprì le vallate con l’erba, creò tutti gli uccelli del cielo e tutte le bestie della campagna e fece l’uomo alla Sua propria immagine. Quando gli angeli videro il risultato, cantarono insieme e si rallegrarono, ma Dio non cantò. Non c’era un tema tanto importante per cantare per Lui che è « Santo, Santo, Santo ».
Egli poté soltanto dire che « era molto buono », era però la bontà dell’idoneità non quella della santità. Ma quando Dio edificò la Chiesa allora cantò e quello è da considerare uno dei passi più straordinari di tutta la Bibbia, quando Dio è descritto mentre canta: « L’Eterno il tuo Dio, è in mezzo a te, come un potente che salva; egli si rallegrerà con gran gioia per via di te, si acquieterà nell’amor suo, esulterà per via di te con gridi (canti) di gioia » (Sofonia 3:17). Fratelli, pensate a Dio stesso che rimirando la Sua Chiesa, così bella e preziosa nella sua struttura, si rallegra e manda canti di gioia per l’opera Sua, mentre ogni pietra è messa al suo posto. La Divinità stessa canta. È stato mai composto un canto simile a quello? Oh, cantiamo, esaltiamo insieme il nome di Dio, lodate Colui che loda la Chiesa, costituita come Sua dimora particolare!
Ma la vera gloria della Chiesa di Dio consiste nel fatto che non soltanto è un edificio, ma è una DIMORA. Possiamo notare una grande bellezza in una struttura inabitata, ma rimane sempre una venatura di malinconia. Viaggiando nel nostro paese, spesso incontriamo qualche torre smantellata o qualche castello diroccato. Sono costruzioni attraenti. ma non c’è segno di gioia, anzi soltanto qualche dolorosa riflessione. Chi desidera osservare dei palazzi desolati? Chi ama vedere la terra svuotata dei suoi figli e le sue case senza abitanti? C’è però gioia in una casa illuminata ed ammobiliata, dove si sentono le grida dei fanciulli. Diletti, la Chiesa di Dio ha questa particolarità della quale gloriarsi, che è una casa abitata, che è la dimora di Dio per lo Spirito. Quante chiese sono soltanto case ma non dimore! Potrei presentarvi una chiesa di Dio formale, che è stata costruita con squadra e compasso, ma il suo modello ha copiato qualche credo antico, non la Parola di Dio. È precisa nella sua disciplina, secondo le proprie norme ed accurata in tutte le osservanze secondo il proprio modello. Quando entrate a far parte di quella chiesa, la cerimonia è imposta, l’intero culto forse vi attrae per un pò, ma uscirete da quel luogo consci che non avete incontrato la vita di Dio, che è una casa, ma senza inquilino. Può essere una chiesa professante, ma non è dimora del Santo; è una casa vuota che presto sarà dilapidata e cadrà. Temo che questa sia la fine di molte nostre chiese, istituzionalizzate o indipendenti. Esistono troppe chiese che non sono altro che un mucchio di formalismo morto e deprimente, dove non v’è la vita di Dio. Potete andare ad adorare con tali persone, giorno dopo giorno e il vostro cuore non palpiterà mai, il vostro sangue non scorrerà mai più velocemente nelle vostre vene, l’anima vostra non sarà mai arricchita, perché si tratta di una casa vuota. L’architettura dell’edificio può essere attraente, ma essendo vuota è soltanto un deposito; non c’è una mensa apparecchiata, non c’è gioia, non è stato « ucciso il vitello ingrassato », non c’è il canto di allegrezza. Diletti facciamo attenzione che anche le nostre comunità non divengano così, che non diveniamo un insieme di persone senza vita spirituale e di conseguenza case disabitate, perché Dio non le abita più. Ma una vera chiesa, che è visitata dallo Spirito di Dio, dove la conversione, l’istruzione e la devozione sono ugualmente presenti per l’influenza vitale e propria dello Spirito Santo: una Chiesa siffatta è la dimora di Dio.
Consideriamo ora questo amabile tema. Una chiesa costituita d’anime viventi è la dimora propria di Dio. Cosa voglio affermare? Una casa è il luogo dove un individuo trova serenità e si ristora. Fuori combattiamo col mondo, là abbiamo ogni nervo in tensione per mantenere la rotta in mezzo ad un mare in tempesta e non essere trascinati via. Fuori, tra la gente, incontriamo coloro che parlano un linguaggio diverso dal nostro, che spesso, rapidamente, colpiscono e feriscono i nostri cuori. Perciò dobbiamo stare in guardia e spesso ripetiamo: « L’anima mia è in mezzo ai leoni, dimora tra gente che vomita fiamme ». Nel mondo che ci circonda abbiamo poco riposo, ma finita la giornata andiamo a casa e qui troviamo requie. Il nostro corpo è ristorato. Mettiamo da parte l’armatura che abbiamo indossato e non combattiamo più. Non abbiamo davanti a noi dei visi estranei, ma occhi benevoli che ci guardano. Non udiamo più un linguaggio tanto oltraggioso ai nostri orecchi. L’amore si esprime e noi rispondiamo. La nostra casa è il luogo del nostro ristoro, del nostro conforto, del nostro riposo. Dio ha definito la Chiesa la Sua dimora, la Sua Casa. Notatelo dall’esterno. Egli utilizza i tuoni e fa udire la sua voce sulle acque. AscoltateLo perché la Sua voce « spezza i cedri del Libano » e « fa partorire le cerve ». RimirateLo quando va alla guerra, guidando il carro della Sua potenza, Egli scaccia gli angeli ribelli dai bastioni del cielo giù nella profondità dell’abisso. RimirateLo come si eleva nella maestà della Sua forza! Chi è Costui così glorioso? È Dio Altissimo e tremendo. Ma rimirateLo mentre mette da parte la Sua spada fiammeggiante, non porta più il Suo arco. Egli torna a casa. I Suoi figli sono intorno a Lui. Si acquieta e si riposa. Non pensate che vada oltre nella descrizione. Egli si riposa nel Suo amore, trova pace nella Sua Chiesa. Non è più un fuoco consumante, un terrore ed una fiamma. Ora è amore e amabilità, dolcezza e canto. Quanto è bella l’immagine della Chiesa come Casa di Dio, il luogo dove Egli si compiace: « Poiché l’Eterno ha scelto Sion, l’ha desiderata per sua dimora. Questo è il mio luogo di riposo in eterno, qui abiterà, perché l’ho desiderata » (Salmo 132:13).
Inoltre, la casa è il luogo dove l’individuo dimostra la sua vera personalità. Se incontrate un uomo al mercato, parla con decisione, sa con chi sta trattando ed agisce come con una persona qualunque. Ma, quando lo vedrete parlare con i suoi figli a casa, direte: « È differente, non posso credere che sia la stessa persona ». Osservate il professore in cattedra mentre istruisce i suoi alunni e notate la sua decisione quando parla d’argomenti difficili. Ma non crederete che sia la stessa persona, quando alla sera metterà i suoi piccini sulle ginocchia e racconterà loro delle favole o ripeterà le « ninna nanna » della fanciullezza. Ed è proprio cosi. Guardate al re che cavalca sul suo destriero in grande pompa, migliaia sono intorno a lui e le acclamazioni giungono al cielo. Quale portamento maestoso. È proprio un monarca in ogni sua fibra, si eleva al di sopra delle moltitudini. Ma lo avete mai visto a casa? Allora è proprio come tutti gli altri uomini; ha i suoi piccini attorno a sé, sta sul pavimento e gioca con loro. Ma è questo il re? Sì! Perché non agisce così nel suo palazzo o per le strade? Perché non è nella sua dimora privata. Soltanto là un uomo esprime totalmente se stesso.
È così anche del nostro glorioso Dio: nella Sua Chiesa è dove manifesta Se stesso e non nel mondo. Un individuo comune punta il proprio telescopio verso il cielo, vede la gloria di Dio nelle stelle e dice: « O Dio quanto sei infinito! ». Con devozione rimira il mare e osserva anche le sue tempeste e dice: « Ecco la potenza e la maestà della divinità ». L’anatomista seziona, analizza e scopre in ogni parte del corpo umano la saggezza divina ed esclama: « Quanto è sapiente Dio! ». Ma è soltanto il credente che in ginocchio nella sua stanza può dire: « Mio Padre ha fatto tutto questo » e continuare: « Padre nostro che sei nei cieli sia santificato il Tuo nome ». Vi sono cose sublimi che Dio comunica alla Sua Chiesa e che invece non dona ad altri. È lì che prende i Suoi figli in seno; è lì che apre il Suo cuore e permette ai Suoi di conoscere le fonti dell’anima Sua infinita e tutta la potenza del Suo affetto. Non è forse dolce il pensiero di Dio a casa con i Suoi familiari, felice nella Sua casa, la Sua Chiesa?
Mi colpisce, però, anche un’altro pensiero. La casa di un uomo è la sede di tutto quello che fa. Ecco una grande fattoria, costituita da costruzioni rurali, capanne e pagliai, ma nel mezzo c’è la dimora del padrone, il centro di tutta l’attività. Non importa quanto sia grande il raccolto di frumento, tutto quello che si produce va nei magazzini della casa. È per il mantenimento della famiglia che il padrone porta avanti la propria attività. Potrai sentire il muggito delle mandrie e potrai contare tutte le pecore sparse sulle colline, ma la lana viene portata a casa e tutte le mammelle producono latte per i figli di quella famiglia, perché la dimora del padrone è al centro di tutto. Ogni rivolo d’industriosità scorre verso il quieto lago della famiglia. Non è la Chiesa di Dio il centro dell’opera Sua? Egli agisce fuori nel mondo, opera qua e là, ovunque, ma tutta la Sua attività verso cosa tende? Verso la Chiesa. Perché Dio ricopre d’abbondanza i colli? Per cibare il Suo popolo. Verso quale scopo rivolge la Sua provvidenza? Perché muta le guerre e le tempeste in pace e calma? Per la Sua Chiesa! Nessun angelo si mette in movimento se non ha una missione per la Chiesa. Questa può manifestarsi direttamente o indirettamente ma è sempre per quell’unico fine. Non c’è un arcangelo che adempia i piani dell’Altissimo, senza portare sulle sue larghe ali la Chiesa e trasportare i Suoi figli, perché non inciampino in alcuna pietra. I depositi di Dio sono per la Sua Chiesa. Le profondità dove sono nascosti i tesori delle ricchezze infinite di Dio, sono tutti per il Suo popolo. Non c’è nulla che Egli possieda, dalla corona risplendente alle ricchezze nascoste sotto il Suo trono, che non siano per i Suoi redenti. Tutte le cose concorrono e cooperano al bene della Chiesa eletta da Dio, che è la Sua casa: la Sua dimora quotidiana. Sono certo che se continuerete a meditare su questa benedetta realtà scoprirete quanto sia prezioso questo fatto sublime che, come la casa è il centro d’ogni cosa, così la Chiesa è il centro di tutto ciò che Dio compie e possiede.
Un’altra considerazione ancora. Una cosa può essere detta con una certa sicurezza, che siamo in molti ad essere uomini di pace e non ci piace prendere la spada. Alla prima vista del sangue ci sentiamo male, siamo esseri pacifici, non siamo favorevoli alla lotta e alla guerra. Ma se l’individuo più pacifico immagina che l’invasore è sbarcato sulle nostre coste, che le nostre case sono in pericolo e che saranno saccheggiate dal nemico, tutta la nostra opposizione alla guerra finirebbe e mi chiedo se ci sarebbe qualcuno tra noi non disposto a prendere le armi per fermare il nemico. Al grido: « I nostri cuori e le nostre case », combatteremmo contro l’invasore. Non vi sarebbe potere tanto forte da paralizzare le nostre braccia e fino a che non cadremmo morti, combatteremmo per le nostre case; nessun ordine tanto severo potrebbe fermarci, spezzeremmo ogni legame ed il più debole tra noi diventerebbe un gigante e le nostre donne delle eroine nel giorno della difficoltà. Ogni mano troverebbe un’arma per frenare l’invasore. Amiamo le nostre case e le difendiamo. Ora consideriamo la Chiesa come la casa, la dimora di Dio. Non la difenderà Egli stesso? Permetterà che la Sua dimora sia saccheggiata e tormentata? Sarà il cuore del Divino macchiato dal sangue dei Suoi figli? Può essere mai che la Chiesa sia vinta, la sua struttura distrutta e la sua pacifica dimora data in balia del fuoco e della spada? No, mai, finché Dio ha un cuore amorevole e fino a che chiama il Suo popolo la Sua casa, la Sua dimora. Venite rallegriamoci in questa sicurezza, sia pur tutto il mondo in guerra, noi dimoriamo in pace, perché il Padre nostro è in casa, nella Sua dimora ed Egli è Dio Onnipotente. Vengano pure contro di noi, non temiamo, il Suo braccio li vincerà, l’alito delle Sue narici li distruggerà, una parola li annienterà, essi si scioglieranno come grasso di montone, « come grasso d’agnelli saranno consumati e andranno in fumo ». Tutte queste considerazioni mi fanno credere che la Chiesa sia la dimora di Dio.
Infine la Chiesa sta divenendo IL GLORIOSO TEMPIO DI DIO. Non appare ancora così oggi, ma lo sarà. Questa preziosa realtà è stata già menzionata. La Chiesa di Cristo s’innalza oggi e continuerà ad innalzarsi fino a raggiungere « il monte della Casa dell’Eterno (che) si ergerà sulla vetta dei monti e tutte le nazioni affluiranno ad esso. Molti popoli v’accorreranno e diranno: Venite saliamo al monte dell’Eterno » ed adoriamoLo. Allora la gloria della Chiesa comincerà. Quando questa terra passerà, quando i monumenti degli imperi saranno dissolti e si scioglieranno come lava ardente, allora la Chiesa sarà rapita nelle nuvole e poi sarà esaltata nel cielo stesso, per divenire un tempio che occhio non ha mai veduto.
Ora, fratelli, sorelle, in conclusione: se la Chiesa di Dio è la dimora di Dio, che faremo tu ed io? Dobbiamo cercare ardentemente d’essere parte del tempio nel quale dimora il Suo grande Abitatore. Non contristiamo lo Spirito Santo, altrimenti lascia la Sua chiesa per un pò, ma soprattutto non siamo degli ipocriti altrimenti non prenderà dimora nei nostri cuori. Se la Chiesa è il tempio e la dimora di Dio, non la contaminiamo. Se contaminiamo noi stessi guastiamo la Chiesa, perché il tuo peccato, se sei un membro della Chiesa, è il peccato della Chiesa. L’impurità di una pietra in un edificio rovina tutta la sua perfezione. Vigiliamo per essere santi come Egli è santo. Il tuo cuore non divenga la dimora di Beliar. Non pensare che Dio ed il diavolo possano abitare nella stessa dimora. Donati totalmente a Dio. Cerca di più il Suo Spirito, affinché come una pietra vivente possa essere completamente consacrato. Non essere mai contento finché non senti in te la perpetua presenza del divino Inquilino che dimora nella Sua Chiesa. Benedica Dio ogni pietra vivente del Suo tempio. E voi che ancora non siete stati liberati dal peccato, prego che la grazia divina v’incontri e possiate essere rinnovati e convertiti e alla fine essere « partecipi dei santi nella luce ».

LETTERA AGLI EFESINI 1, 3-23

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LETTERA AGLI EFESINI 1, 3-23

San Paolo benedice Dio in quanto Padre del Signore nostro Gesù Cristo, perché per mezzo di Lui ci sono sopraggiunte tutte le benedizioni divine. L’azione di Dio a favore degli uomini è comune alle tre Persone divine e perciò il di­segno eterno di Dio, contemplato qui da Paolo, ha la sua origine nella santissi­ma Trinità. «Non bisogna pensare», insegna l’XI concilio di Toledo, «che que­ste tre persone siano separabili, poiché non si deve credere che l’una fu od operò prima di un’altra, o l’una dopo l’altra, o una senza l’altra, essendo inse­parabili nella loro essenza e in ciò che operano»1. Nella realizzazione di questo progetto divino di salvezza si attri­buisce al Figlio l’opera della Redenzione e allo Spirito Santo il compito della santificazione. «Possiamo immaginare – per avvicinarci in qualche modo a questo insondabile mistero – che la Trinità, nella sua intima e ininterrotta re­lazione d’amore infinito, decida eternamente che il Figlio unigenito di Dio Pa­dre assuma la condizione umana, caricandosi delle nostre miserie e dei nostri dolori, per finire inchiodato a un legno»2.
San Paolo chiama benedizioni spirituali i doni che l’attuazione del piano salvi­fico ha portato con sé, perché questi doni sono distribuiti agli uomini median­te l’azione dello Spirito Santo. Dicendo «nei cieli» e «in Cristo» l’Apostolo in­dica il modo in cui siamo stati benedetti: tramite Cristo risorto e innalzato al cielo, che ha introdotto anche noi nel mondo di Dio3. L’espressione benedictus (benedetto) rivolta a Dio implica il riconoscimento da parte dell’uomo della grandezza e bontà divine e manifesta la gioia per i do­ni ricevuti4. Così san Tommaso commenta il senso di questo passo: «L’Apostolo dice “Benedictus” per parte mia, vostra e di altri; con il cuore, con la bocca e con le opere lo loda come Dio e come Padre, poiché è Dio per essenza e Padre per la sua potenza generatrice»5. La lode a Dio nostro Signore, alla quale così spesso ci invita la Sacra Scrittura6 si esprime non solo con le parole, ma anche con le opere: «Chiunque con le mani compie opere buone, inneggia a Dio col salte­rio. Chiunque confessa Dio con la bocca, canta a Dio. Canta con la bocca! Sal­meggia con le opere!»7.
4 In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità,
Nel corso dell’inno l’Apostolo specifica ciascuna delle benedizioni o benefi­ci contenuti nel disegno eterno di Dio. La prima di queste benedizioni è la scelta, precedente la creazione del mondo, di coloro che avrebbero fatto parte del­la Chiesa. L’espressione usata da san Paolo, tradotta con «ci ha scelti», è la stessa utilizzata nella versione greca dell’ Antico Testamento per designare l’elezione di Israele. La Chiesa, nuovo Popolo di Dio, è costituita dalla riunione in Cristo di coloro che sono stati eletti e chiamati alla santità. Ciò significa che la Chiesa, benché fondata da Cristo in un preciso momento storico, ha ori­gine nel disegno eterno di Dio. «L’eterno Padre, con liberissimo e arcano dise­gno di sapienza e di bontà ( … ] tutti gli eletti fin dall’eternità “li ha conosciuti nella sua prescienza e li ha predestinati a essere conformi all’immagine del Fi­glio suo, affinché Egli sia il primogenito tra molti fratelli” (Rm 8, 29). I creden­ti in Cristo li ha voluti convocare nella santa Chiesa, la quale, già prefigurata fin dal principio del mondo, mirabilmente preparata nella storia del popolo d’Israele e nell’Antica Alleanza, e istituita “negli ultimi tempi”, è stata manife­stata dall’effusione dello Spirito e avrà glorioso compimento alla fine dei seco­li»8. L’elezione ha lo scopo di renderci «santi e immacolati al suo cospetto». Come nell’Antico Testamento la vittima offerta a Dio doveva essere pura e senza macchia9, la santità alla quale Dio ci ha destinati deve essere pie­na, immacolata. Benché già nel battesimo siamo stati santificati e durante la vita cerchiamo, con l’aiuto di Dio, di crescere nella santità ri­cevuta, tuttavia la pienezza della santità la raggiungeremo solo nella gloria del cielo. La santità ricevuta è un dono gratuito di Dio, senza alcun merito da parte no­stra, dal momento che non esistevamo ancora quando Dio ci ha scelti. «Ci ha scelti prima della creazione del mondo perché fossimo santi. So che questo non ti riempie di orgoglio né ti fa considerare superiore agli altri». «Questa scelta, radice della tua chiamata, deve esse­re la base della tua umiltà. Si innalza forse un monumento ai pennelli di un grande pittore? Sono serviti per dipingere dei capolavori, ma il merito è dell’artista. Noi cristiani siamo soltanto strumenti del Creatore del mondo, del Redentore di tutti gli uomini»10. «Nella carità»: si riferisce anzitutto all’amore di Dio per noi. Se Dio ci ha onorato Con un’infinità di benefici, ciò lo si deve al suo amore e non al valore dei nostri meriti. Il nostro fervore e la nostra forza, la nostra fede e la nostra unità sono frutto della benevolenza di Dio e della nostra corrispondenza alla sua bontà. Nella elezione e nella chiamata alla santità, così come nel dono della filiazione divina, si rivela che Dio è amore11, poiché in questo modo siamo divenuti partecipi della natura divina12 e dell’amore di Dio. L’espressione «nella carità» comprende l’amore del cristiano verso Dio e verso gli altri. La carità è dunque partecipazione dell’amore di Dio ed è l’essenza del­la santità, la legge del cristiano13.
5 predestinandoci a essere suoi figli adotti vi per opera di Gesù Cristo,
L’Apostolo continua a contemplare l’eterno disegno di Dio: per far parte della Chiesa, gli eletti sono stati anche, come in una seconda benedizione, predestinati a essere figli adottivi di Dio. «Questo popolo messianico ha per condizione la dignità e libertà dei figli di Dio, nel Cuore dei quali dimora lo Spirito Santo come in un tempio»14. La predestinazione di cui parla l’Apostolo consiste nel fatto che Dio, secondo il suo libero beneplacito, stabilì fin dall’eternità che i membri del nuovo Popo­lo di Dio attingessero la santità mediante il dono della filiazione adottiva. Dio vuole che tutti gli uomini si salvino15 e fornisce a ciascuno i mezzi necessari per raggiungere la vita eterna. Nessuno, pertanto, è predestinato alla condanna16. La filiazione divina del cristiano ha la Sua origine in Gesù Cristo: il Figlio uni­genito, consustanziale al Padre, ha assunto la natura umana per rendere gli uo­mini figli adottivi di Dio17. Ciascun membro del­la Chiesa può dire: «Quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiama­ti figli di Dio, e lo siamo realmente!»18. La relazione di adozione non è un rapporto esclusivamente giuridico, estrinse­co e meramente accidentale. L’adozione divina attiene a tutto l’essere dell’uo­mo e lo introduce nella stessa vita di Dio, dato che per mezzo del battesimo di­veniamo figli di Dio, partecipi della natura divina19. La filiazione divina è dunque il più grande dei doni che Dio ha concesso all’uomo. «Bene­detto sia Dio», possiamo esclamare con san Paolo (v.3) considerando questa gioiosa realtà, poiché è proprio dei figli manifestare apertamente riconoscenza e amore al loro Padre. La filiazione divina è fonte di conseguenze feconde per la vita spirituale. «Un figlio di Dio tratta il Signore come Padre. Non con ossequio servile né con ri­verenza formale, ma Con sincerità e fiducia. Dio non si scandalizza degli uomi­ni, non si stanca delle nostre infedeltà. Il Padre del cielo perdona qualsiasi of­fesa, quando il figlio torna a Lui, quando si pente e chiede perdono. Anzi, il Si­gnore è a tal punto Padre da prevenire il nostro desiderio di perdono: è Lui a farsi avanti aprendoci le braccia Con la sua grazia»20.
6 secondo il beneplacito della sua volontà. E questo a lode e gloria della sua grazia, che ci ha dato nel suo Figlio diletto;
Il dono della filiazione divina è la manifestazione Suprema della gloria di Dio, poiché in questo dono si rivela la pienezza dell’amore di Dio. San Paolo pone in risalto la finalità di quel progetto eterno di Dio: «a lode e gloria della sua grazia». La gloria di Dio si è rivelata attraverso il suo amore misericordioso, con il quale ci ha resi suoi figli, secondo il disegno eterno della sua volontà. Questo disegno «scaturisce dall”’amore fontale”, cioè dalla carità di Dio Padre che, essendo il principio senza principio, da cui il Figlio è generato e lo Spirito Santo attraverso il Figlio procede, per la Sua immensa e misericordiosa bene­volenza liberamente creandoci e inoltre gratuitamente chiamandoci a parteci­pare nella vita e nella gloria, ha effuso con liberalità e non cessa di effondere la divina bontà, sicché lui che di tutti è il Creatore, possa anche essere “tutto in tutti”21, procurando insieme la Sua gloria e la nostra felicità»22. La grazia di cui parla san Paolo, e per mezzo della quale si manifesta la gloria di Dio, si riferisce in primo luogo al carattere gratuito delle benedizioni divine, e comprende anche i doni della santità e della filiazione divina, di cui è gratifi­cato il cristiano. «Nel suo Figlio diletto»: l’Antico Testamento insiste ripetutamente sul concet­to che Dio ama il suo popolo e che Israele è il popolo prediletto da Dio23. Nel Nuovo Testamento i cristiani sono de­signati con l’espressione «amati da Dio»24. Tuttavia, «l’Amato», «il diletto», in senso stretto è solo nostro Signore Gesù Cristo. Lo rivelò Dio Padre nella nube luminosa della Trasfigurazione: «Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto»25. Il Figlio del suo amore ha ottenuto la redenzione degli uomini, il perdono dei peccati26 (e, con la sua grazia, ci rende accetti a Dio, capaci di venire amati con lo stesso amore con cui ama suo Figlio. Nell’Ultima Cena, Gesù pregò il Padre proprio per questo: perché «il mondo sappia che Tu [ ... ] li hai amati come hai amato me»27. «Vedi», rileva san Giovanni Crisostomo, «come Paolo non dica che questa grazia ci sia stata concessa senza fine alcuno, ma che ci è stata data per renderci graditi e amabili agli occhi di Dio, una volta purificati dai nostri peccati»28.
7 nel quale abbiamo la redenzione mediante il suo sangue, la remissione dei peccati secondo la ricchezza della sua grazia. 8 Egli l’ha abbondantemente riversata su di noi con ogni sapienza e intelligenza,
San Paolo ferma ora la sua attenzione sull’opera redentrice di Cristo ­terza benedizione, mediante la quale si è realizzato nella storia il disegno eterno di Dio descritto nei versetti precedenti. Redimere significa liberare. La redenzione da parte di Dio si manifesta già nell’Antico Testamento, quando il popolo d’Israele viene liberato dalla schiavitù d’Egitto29. Allora, mediante il sangue dell’agnello sparso sugli stipiti delle case degli Ebrei, i primogeniti furono liberati dalla morte. In ricor­do di questa salvezza gli Israeliti celebravano il rito della Pasqua, sacrificando l’agnello pasquale30. La redenzione dalla schiavitù d’Egitto era fi­gura della Redenzione operata da Cristo. «Quest’opera della redenzione uma­na e della perfetta glorificazione di Dio, che ha il suo preludio nelle mirabili ge­sta divine operate nel popolo del Vecchio Testamento, è stata compiuta da Cristo Signore, specialmente per mezzo del mistero pasquale della sua beata passione, risurrezione da morte e gloriosa ascensione»31. Gesù, mediante il proprio sangue versato sulla croce, ci ha riscattati dalla schiavitù del peccato e dal dominio del demonio e della morte; è Cristo il vero agnello pasquale32. «Da ciò si rileva che quante volte noi ricorderemo di essere stati riscattati non a prezzo di dena­ro, ma a prezzo del sangue di Gesù, agnello purissimo e senza macchia33, dovremo anche riflettere che Dio non ci poteva concedere nulla di più prezioso, nulla di più salutare di questa potestà del perdono dei peccati; dono che mette in evidenza tutta la misteriosa provvidenza di un Dio pieno d’amo­re verso di noi»34. Il frutto della Redenzione di Cristo è la liberazione dalla schiavitù del peccato. In realtà «l’uomo si trova incapace di superare efficacemente da sé medesimo gli assalti del male, così che ognuno si sente come incatenato. Ma il Signore stesso è venuto a liberare l’uomo e a dargli forza, rinnovandolo nell’intimo, e scacciando fuori “il principe di questo mondo”35, che lo teneva schiavo del peccato. Il peccato è, del resto, una diminuzione per l’uomo stesso, impedendogli di conseguire la propria pienezza»36. Cristo Gesù operò la redenzione spinto dal suo infinito amore verso gli uomi­ni. La ricchezza di questo amore gratuito si rivela soprattutto nella generosità del perdono divino, poiché «laddove è abbondato il peccato, ha sovrabbonda­to la grazia»37; questo perdono, ottenuto con la morte di Cristo sulla croce, è la più grande prova dell’amore di Dio, poiché «nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici»38. Se Dio Padre consegnò suo Figlio alla morte per la remissione dei peccati degli uomini, «lo fece per rivelare l’amore, che è sempre più grande di tutto il creato», ricorda Giovanni Paolo II, «l’amore che è Lui stesso, perché “Dio è amore”39. E soprattutto, l’amore è più grande del peccato, della debolezza, della “caducità del creato”40, più forte della morte»41. Per mezzo della Redenzione, Cristo ci ottiene il perdono dei peccati, restaurando la vera dignità dell’uomo. «La Chiesa, che non cessa di contemplare l’in­sieme del mistero di Cristo», insegna ancora Giovanni Paolo II, «sa, con tutta la certezza della fede, che la Redenzione, avvenuta per mezzo della Croce, ha ridato definitivamente all’uomo la dignità e il senso della sua esistenza nel mondo, senso che egli aveva in misura notevole perduto a causa del peccato»42. Si rivelano così la sapienza e la prudenza divine riguardo all’uomo.
9 poiché egli ci ha fatto conoscere il mistero della sua volontà, secondo quanto, nella sua benevolenza, aveva in lui prestabilito
Mediante l’opera redentrice di Cristo, Dio non solo ha concesso il perdono dei peccati, ma ha rivelato che il suo piano salvifico abbraccia la totalità della storia e della creazione. Questo disegno divino, che era nascosto e che si è sve­lato in Gesù Cristo, è chiamato da san Paolo «il mistero», la cui rivelazione co­stituisce un’altra benedizione divina. Questo mistero, dunque, oltre alla istitu­zione della Chiesa e al dono della filiazione divina (vv. 4-7), comprende la ri­capitolazione di tutte le cose in Cristo (v. 10) e la chiamata degli Ebrei e dei Gentili a far parte della Chiesa (vv. 11-14; cfr 3, 4-7). Tutto questo è stato rive­lato da Cristo, così che in Lui culmina la Rivelazione di Dio. Il Signore Gesù, «col fatto stesso della sua presenza e con la manifestazione di sé, con le parole e con le opere, con i segni e con i miracoli, e specialmente con la sua morte e la sua risurrezione di tra i morti, e infine con l’invio dello Spirito Santo, compie e completa la Rivelazione e la corrobora con la testimonianza divina, che cioè Dio è con noi per liberarci dalle tenebre del peccato e della morte e per risusci­tarci per la vita eterna»43. Il fatto che Dio riveli i suoi piani di salvezza è una dimostrazione del suo amo­re e della sua misericordia, poiché l’uomo può così riconoscere l’infinita sa­pienza e bontà divine, e cogliere l’invito a partecipare dei piani di Dio. In real­tà, «piacque a Dio nella sua bontà e sapienza rivelare sé stesso e manifestare il mistero della sua volontà44, mediante il quale gli uomini per mezzo di Cristo, Verbo fatto carne, nello Spirito Santo hanno accesso al Padre e sono resi partecipi della divina natura45. Con questa rivelazio­ne, infatti, Dio invisibile46 nel suo grande amore parla agli uomini come ad amici47 e si intrattiene con essi48, per invitarli e ammetterli alla comunione con sé»49.
10 per realizzarlo nella pienezza dei tempi; il disegno cioè di ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra.
Il «mistero» rivelato dall’amore di Dio si dispiega in forma armoniosa, seguendo diverse tappe o tempi nel corso della storia. La pienezza dei tempi è iniziata con l’Incarnazione50 e continua a svolgersi, secon­do la sapienza divina, fino a giungere alla comunione definitiva. Per mezzo della Redenzione, Gesù ha ricondotto i tempi a Dio; anzi, è Lui che governa in senso Soprannaturale tutta la storia. Mediante l’opera di Cristo, i disegni divi­ni non solo sono divenuti realtà, ma sono stati rivelati alla Chiesa, a sua volta strumento nell’esecuzione di tali disegni. «Già dunque è arrivata a noi l’ultima fase dei tempi51 e la rinnovazione del mondo è irrevocabilmente fissata e in un certo modo realmente è anticipata in questo mondo: difatti la Chiesa già sulla terra è adornata di vera santità, anche se imperfetta. Ma fino a che non vi saranno i nuovi cieli e la terra nuova, nei quali la giustizia ha la sua dimora52, la Chiesa peregrinante, nei suoi sacramenti e nelle sue istituzioni, che appartengono all’età presente, porta la figura fugace di questo mondo, e vive tra le creature, le quali sono in gemito e nel travaglio del parto sino ad ora e sospirano la manifestazione dei figli di Dio53»54. Il vertice del progetto divino, anteriore alla creazione, sta nel «ricapitolare in Cristo tutte le cose», fare cioè che tutta la realtà abbia Cristo come Capo. Ciò significa che Gesù, mediante la sua opera redentrice, riunisce e riconduce a Dio il mondo creato, prima lacerato dal peccato, così che in Cristo ritrovino il loro vincolo di unità sia gli esseri celesti, sia gli uomini e tutte le realtà terrestri. Insegna san Giovanni Crisostomo che «le cose celesti erano disgiunte dalle ter­restri, non avevano capo [ ... ]. E Dio pose come unico capo di tutte le cose, degli angeli e degli uomini, il Cristo secondo la carne. Diede cioè un unico principio agli angeli e agli uomini [...]; poi si avrà l’unità, la perfetta e necessaria unione, quando cioè tutte le cose, in possesso del vincolo essenziale che procede dal­l’alto, saranno raccolte sotto un solo capo»55. Il primato di Cristo su tutte le cose, pienamente manifesto alla fine dei tempi, si fonda sul fatto che Cristo, vero Dio e vero uomo, è già Capo, primogenito di tutto il creato. Per mezzo della sua risurrezione, Gesù ha trionfato sul peccato e sulla morte ed è stato costituito Signore di tutto l’universo56. Tutti gli esseri, visibili e invisibili, sono sottomessi a Cristo co­me a loro Capo, che si innalza al di sopra di tutto. Questa profonda realtà è sempre stata vissuta nella Chiesa, come mostra per esempio il motto proposto da san Pio X all’inizio del suo pontificato: «se alcu­no da Noi richiede una parola d’ordine, che sia espressione della Nostra volon­tà, questa sempre daremo e non altra: “Restaurare ogni cosa in Cristo”». «Ricapitolare in Cristo tutte le cose»: implica anche mettere Cristo al vertice di tutte le attività umane; come affermava Escriva De Balaguer Josemaria: «Instaura­re omnia in Christo, questo è il motto di san Paolo per i cristiani di Efeso57; informare tutto il mondo con lo spirito di Gesù, mettere Cristo nelle visce­re di ogni realtà:), «quando sarò innalzato da terra, attirerò tutto a me»58. Cristo, mediante la sua incarnazione, la sua vita di lavoro a Nazaret, la sua predicazione e i suoi mira­coli nelle contrade della Giudea e della Galilea, la sua morte in Croce, la sua ri­surrezione, è il centro della creazione, è il Primogenito e il Signore di ogni crea­tura. «La nostra missione di cristiani è di proclamare la regalità di Cristo, annun­ciandola con le nostre parole e le nostre opere. Il Signore vuole che i suoi fedeli raggiungano ogni angolo della terra. Ne chiama alcuni nel deserto, lontano dal­le preoccupazioni della società umana, per ricordare agli altri, con la loro testi­monianza, che Dio esiste. Ad altri affida il ministero sacerdotale. Ma i più li vuole in mezzo al mondo, nelle occupazioni terrene. Pertanto, questi cristiani devono portare Cristo in tutti gli ambienti in cui gli uomini agiscono: nelle fab­briche nei laboratori, nei campi, nelle botteghe degli artigiani, nelle strade del­le grandi città e nei sentieri di montagna»59.
11 In lui siamo stati fatti anche eredi, essendo stati predestinati secondo il piano di colui che tutto opera efficacemente, conforme alla Sua volontà,
12 perché noi fossimo a lode della sua gloria, noi, che per primi abbiamo sperato in Cristo.
La speranza del popolo giudaico ha avuto compimento in Cristo poiché con lui sono giunti il Regno di Dio e i beni messianici, destinati in primo luogo a Israele, sua eredità60. Lo scopo dell’ele­zione di Israele da parte di Dio era di formarsi un proprio popolo61, che gli rendesse gloria e fosse testimone in mezzo alle nazioni della speranza nella venuta del Messia. «Dio, intendendo e preparando nel suo grande amore la salvezza del genere umano, si scelse con singolare disegno un popolo al quale affidare le promesse. Infatti, mediante l’Alleanza stretta con Abramo62 e col popolo d’Israele per mezzo di Mosè63, Egli si rivelò al popolo che così si era acquistato come l’unico Dio vivo e vero, in modo tale che Israele sperimentasse quali fossero le vie divine con gli uomini e, parlando Dio per bocca dei profeti, le comprendesse con sempre maggiore profondità e chiarezza e le facesse conoscere con maggiore ampiezza alle genti64»65. San Paolo rileva che, già prima della venuta di Gesù Cristo, gli uomini giusti dell’Antica Alleanza coltivavano la fede nel Messia promesso66: ne attendevano la venuta e, accogliendo la promessa, la loro speran­za si nutriva della fede in Cristo. Come esempi di questa fede, più vicini ai tempi del Nuovo Testamento, si possono citare Zaccaria ed Elisabetta, Simeo­ne e Anna, ma soprattutto san Giuseppe. Josemaria Escriva commen­ta che la fede di san Giuseppe fu «piena, fiduciosa, integra; una fede che si ma­nifesta con la dedizione efficace alla volontà di Dio, con l’obbedienza intelli­gente. E, assieme alla fede, ecco la carità, l’amore. La sua fede si fonde con l’amore: l’amore per Dio che compiva le promesse fatte ad Abramo, a Giacob­be, a Mosè; l’affetto coniugale per Maria; l’affetto paterno per Gesù. Fede e amore si fondono nella speranza della grande missione che Dio, servendosi proprio di lui – un falegname della Galilea – cominciava a realizzare nel mon­do: la redenzione degli uomini»67.
13 In lui anche voi, dopo aver ascoltato la parola della verità, il vangelo della vostra salvezza e avere in esso creduto, avete ricevuto il suggello dello Spirito Santo che era stato promes­so,
14 il quale è caparra della nostra eredità, in attesa della completa redenzione di coloro che Dio si è acquistato, a lo­de della sua gloria.
Se san Paolo riconosce la grandezza del piano salvifico di Dio nella realizzazione delle promesse al popolo giudaico mediante Gesù Cristo, un prodi­gio ancora più grande ravvisa nella chiamata dei Gentili a divenire partecipi delle stesse promesse. Questa chiamata è come una nuova benedizione divi­na. L’incorporazione dei Gentili alla Chiesa avviene per mezzo della predicazione del Vangelo. Ciò significa che la fede inizia con l’ascolto della parola di Dio68. Una volta che sia stata accolta, Dio segna il credente con lo Spirito Santo promesso69, e questo segno costituisce la caparra o garanzia dell’eredità eterna e rappresenta la certezza di essere stati accolti da Dio e uniti alla sua Chiesa, in ordine alla salvezza prima riservata solo a Israele. Si stabilisce come un parallelo tra il «suggello» della circoncisione, che inse­riva il credente dell’Antica Alleanza nel popolo d’Israele, e il «suggello» dello Spirito Santo nel battesimo che, nella Nuova Alleanza, incorpora i cristiani al­la Chiesa70. Dio è, dunque, causa efficien­te della nostra giustificazione: «la misericordia di Dio gratuitamente lava71 e santifica, segnando e ungendo72 con lo “Spirito della promessa”, quello Santo “che è pegno della nostra eredità”73. La caparra è l’importo che si consegna o si riceve in una compravendita come anticipo e garanzia della somma convenuta. In questo caso rappresenta l’im­pegno da parte di Dio di conferire al credente il possesso pieno e definitivo del­l’eterna beatitudine, di cui concede un anticipo in forza del battesimo74. Tramite Gesù Cristo, commenta san Basilio, «riceviamo in do­no il riacquisto del paradiso, l’ascesa al Regno dei cieli, il ritorno all’adozione filiale, la familiarità di chiamare Padre lo stesso Dio. Diveniamo partecipi del­la grazia di Cristo, siamo chiamati figli della luce, godiamo della gloria del cie­lo; in una parola, viviamo in pienezza di benedizione tanto nel mondo presen­te quanto nel venturo [ ... ]. Se questo è il pegno, come sarà la condizione ulti­ma? Se gli inizi sono così grandi, come sarà la fine?»75. Il dono dello Spirito Santo, che inabita nel cristiano in grazia, è il punto culmi­nante nell’attuazione del disegno divino di salvezza. Lo Spirito Santo, che adunò la Chiesa nella Pentecoste76, è il medesimo che anima e vi­vifica i fedeli del nuovo Popolo di Dio nella loro missione apostolica attraver­so i secoli. Il Magistero della Chiesa ci ricorda che lo Spirito Santo «in tutti i tempi “unifica nella comunione e nel servizio, e fornisce dei diversi doni ge­rarchici e carismatici”77 tutta la Chiesa, vivificando co­me loro anima le istituzioni ecclesiastiche e infondendo nel cuore dei fedeli quello spirito della missione, da cui era stato spinto Gesù stesso. Talvolta, an­zi, previene visibilmente l’azione apostolica, come incessantemente in vari modi l’accompagna e dirige»78. Il popolo nuovo è stato acquistato da Dio con il prezzo del sangue di suo Fi­glio. Al popolo dell’Antico Testamento è succeduto il popolo dei credenti in Cristo, quale che ne sia la provenienza. Tutti formano ormai la Chiesa, il Po­polo degli eletti. Il concilio Vaticano II insegna: «Come già Israele, secondo la carne, peregrinante nel deserto, viene chiamato Chiesa di Dio79, così il nuovo Israele dell’èra presente, che cammina alla ricerca della città futura e permanente80, si chiama pure Chiesa di Cristo81, avendola Egli acquistata col suo sangue82, riempita del suo Spirito e fornita di mezzi adatti per l’unione visibile e sociale. Dio ha convocato tutti coloro che guardano con fede a Gesù, autore della sal­vezza e principio di unità e di pace, e ne ha costituito la Chiesa, perché sia per tutti e per i singoli sacramento visibile di questa unità salvi fica»83.
15Perciò anch’io, avendo avuto notizia della vostra fede nel Signore Gesù e dell’amore che avete verso tutti i santi, 16 non cesso di render grazie per voi, ricordandovi nelle mie preghiere,
La sollecitudine di san Paolo costituisce uno splendido esempio, in modo particolare per i responsabili della formazione cristiana. Al pari di lui, essi devono pregare per coloro che sono loro affidati, ringraziare Dio per i pro­gressi delle anime e chiedere allo Spirito Santo che conceda loro il dono della sapienza e dell’intelligenza. «Svolgi il tuo incarico con ogni attenzione, di cor­po e di spirito», esorta sant’Ignazio di Antiochia. «Preoccupati dell’unità, non esistendo nulla di meglio. Fatti carico di tutti, come di te si fa carico il Signore. Sopporta tutti con spirito di carità, come già stai facendo. Dèdicati senza pau­se all’orazione. Chiedi ancora più intelligenza di quella che già possiedi. Rima­ni all’erta, come spirito che non conosce il sonno. Parla agli uomini del popolo come Dio parlerebbe loro»84. La «fede nel Signore Gesù» non significa qui credere in Cristo Gesù, ma espri­me qual è il fondamento della vita di fede. Coloro che hanno ricevuto il dono della fede vivono in Cristo, e questa vita con Cristo rende la loro fede realmen­te viva manifestandosi nell’«amore verso tutti i santi». Per mezzo della fede si scopre che ogni battezzato è figlio di Dio e, quindi, l’amore fraterno fra i cri­stiani ne è una logica conseguenza.
17 perché il Dio del Signore nostro Gesù Cristo, il Pa­dre della gloria, vi dia uno spirito di sapienza e di rivelazio­ne per una più profonda conoscenza di lui.
Il Dio al quale san Paolo si rivolge è «il Dio del Signore nostro Gesù Cri­sto», cioè il Dio che si è rivelato attraverso Cristo e che Gesù, in quanto uomo, prega invocandone l’aiuto85. Quel Dio che prima – nell’Antico Testamento – era designato come «il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe» viene ora chiamato «il Dio del Signore nostro Gesù Cristo». È il Dio persona­le, conosciuto per la sua relazione a Cristo, il Figlio che, come mediatore della Nuova Alleanza, ottiene da Dio Padre tutto quanto gli chiede. E così noi se ci uniamo a Cristo, secondo quanto ha promesso: «Se chiederete qualche cosa al Padre nel mio nome, egli ve la darà»86. «Gesù è il Cammino, il Mediatore; in Lui tutto, senza di Lui, nulla. In Cristo, istruiti da Lui, osiamo chiamare Padre nostro l’Onnipotente: Colui che fece il cielo e la terra è questo Padre affettuoso»87. L’Apostolo chiama Dio anche «Padre della gloria». La gloria di Dio ne signifi­ca la grandezza, la potenza, la ricchezza immensa che, nel manifestarsi, susci­tano l’ammirazione e il riconoscimento dell’uomo. Così Dio si era rivelato nel­la storia d’Israele, con azioni salvifiche a favore del suo popolo. Chiedere a Dio di glorificare il suo nome vuol dire chiedergli che si mostri salvatore, inter­venendo con azione potente e benefica88. La più alta manife­stazione della gloria di Dio, della sua potenza, è stata tuttavia la risurrezione di Gesù, e quella del cristiano con Lui89. In questo passo san Paolo invoca Dio come «Padre della gloria» per chiedere che conceda ai cristiani una sapienza soprannaturale con cui possano riconoscere la grandez­za dei benefici che Egli ha elargito loro per mezzo di suo Figlio; perché possano cioè conoscerlo come Padre e origine della gloria. Lo «spirito di sapienza e di rivelazione» che l’Apostolo chiede è un dono soprannaturale: quella sapienza, dono dello Spirito Santo, che penetra i misteri divini: «Chi ha conosciuto il tuo pensiero, se tu non gli hai concesso la sapienza e non gli hai inviato il tuo Santo Spirito dall’alto?»90. Questa sapienza, affidata alla Chiesa91, può essere ricevuta da alcuni fedeli in modo speciale, come dono personale dello Spirito Santo. San Paolo chiede anche che Dio conceda agli Efesini lo «spirito di rivelazione», cioè la grazia di visioni personali, com’era stata con­cessa a lui92 e ad altri fedeli93; si tratta di una par­ticolare illuminazione dello Spirito Santo, perché conoscano con maggiore profondità la verità di fede o la volontà di Dio in una determinata circostan­za.
18 Possa egli dav­vero illuminare gli occhi della vostra mente per farvi com­prendere a quale speranza vi ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità fra i santi
19 e qual è la straor­dinaria grandezza della sua potenza verso di noi credenti secondo l’efficacia della sua forza
Insieme a una profonda conoscenza di Dio, san Paolo invoca per i cristiani la conoscenza piena e vissuta della speranza, poiché le due realtà – Dio e la nostra speranza _ vanno inseparabilmente unite. Egli già conosce la fede e la carità dei fedeli ai quali scrive (cfr 1, 15); ciò che ora domanda per loro è la spe­ranza: che Dio li illumini interiormente, perché scoprano le conseguenze di es­sere stati eletti _ chiamati – a far parte del popolo santo di Dio, la Chiesa. La speranza è dunque un dono di Dio: «La speranza è una virtù soprannaturale, infusa da Dio nell’anima nostra, per la quale desideriamo e aspettiamo la vita eterna che Dio ha promesso ai suoi servi, e gli aiuti necessari per ottenerla»94. Fondamento della speranza è l’amore e la potenza di Dio, che si è manifestata nella risurrezione di Cristo. Questa potenza di Dio opera anche nel cristiano. Il progetto della nostra santità è eterno: Dio, che ci ha chiamati, ci donerà una vi­ta celeste e immortale. Il fatto che la potenza di Dio operi in noi95 non significa che siamo liberi da ogni difficoltà. Ricorda il beato Josemaria Escriva: «mentre lotti – una lotta che durerà fino alla morte – non escludere la possibilità che insorgano, violenti, i nemici di dentro e di fuori. E, come se questo peso non bastasse, a volte faranno ressa nella tua mente gli errori com­messi, forse abbondanti. Te lo dico in nome di Dio: non disperare. Se ciò av­viene _ non deve succedere necessariamente, né sarà cosa abituale – trasforma la prova in un’occasione per unirti maggiormente al Signore, perché Lui, che ti ha scelto come figlio, non ti abbandonerà. Permette la prova, per spingerti ad amare di più e farti scoprire con maggiore chiarezza la sua continua protezione, il suo Amore»96.
20 che egli manifestò in Cri­sto, quando lo risuscitò dai morti e lo fece sedere alla sua de­stra nei cieli, 21 al di sopra di ogni principato e autorità, di ogni potenza e dominazione e di ogni altro nome che si pos­sa nominare non solo nel secolo presente ma anche in quello futuro.
San Paolo contempla stupito le meraviglie che la potenza di Dio Padre ha operato in Cristo Gesù. In tal maniera Cristo appare come principio e modello della nostra speranza. Infatti, come la vita di Cristo configura la nostra santità e ne è esempio, così la gloria e l’esaltazione di Cristo adombra la nostra gloria ed esaltazione, e ne è la figura. Essere seduto «alla destra» del Padre significa qui, come in altri passi del Nuovo Testamento97, che Cristo risorto partecipa della potenza regale di Dio. San Paolo si serve di un’immagine ben nota nelle più alte assemblee pubbliche dell’epoca, che l’imperatore presiedeva stando seduto su un trono. Il trono è sempre stato il simbolo del potere supremo. Per­ciò il Catechismo romano spiega che «qui “sedere” non significa la posizione del corpo, ma esprime simbolicamente il fermo e stabile possesso di quella su­prema potestà e di quel trono regale che Cristo ha ricevuto dal Padre»98. La sovranità di Cristo è assoluta su tutta la creazione, sia fisica che spirituale, terrestre come celeste. Principati, Potestà, Potenze o Virtù e Dominazioni so­no gli spiriti angelici che i falsi predicatori ritenevano su­periori a Cristo. San Paolo sottolinea che Gesù, nella risurrezione, è stato glori­ficato da Dio al di sopra di tutti gli enti creati.
22 Tutto infatti ha sottomesso ai suoi piedi e lo ha co­stituito su tutte le cose a capo della Chiesa,
23 la quale è il suo corpo, la pienezza di colui che si realizza interamente in tutte le cose.
In Lettere precedenti, san Paolo aveva insegnato che la Chiesa è come un corpo99. L’immagine del corpo e del capo po­ne in risalto la funzione salvifica di Cristo nella Chiesa e la sua supremazia su di essa. Questa realtà riempie di gioia i cristiani che, incor­porati alla Chiesa mediante il battesimo, sono realmente membra del Corpo di nostro Signore. «Oh, non è orgoglio», rilevava Paolo VI, «non è presunzione, non è ostentazione, non è follia, ma luminosa certezza, ma gioiosa convinzio­ne la nostra, d’essere costituiti membra vive e genuine del Corpo di Cristo, d’essere autentici eredi del Vangelo di Cristo»100. Questa immagine esprime, inoltre, la forza dell’unione di Cristo con la sua Chiesa e il suo profondo amore: la «amò tanto», osserva san Giovanni d’Avila, «che, sebbene abitualmente vediamo uno mettere innanzi il braccio per salvarsi da un colpo sul capo, questo Signore benedetto, pur essendo Capo, si an­tepose al colpo della giustizia divina e morì sulla croce per dare vita al suo cor­po, che siamo noi. E, dopo averci vivificato mediante la penitenza e i sacra­menti, ci difende e custodisce come cosa tanto propria da non accontentarsi di chiamarci servi, amici, fratelli o figli; ma, per meglio mostrare il suo amore e darci più gloria, ci dona il suo stesso nome; da ciò, per questa ineffabile unione di Cristo, Capo, con la Chiesa, suo corpo, Lui e noi siamo chiamati tutti un solo Cristo»101. La Chiesa, Corpo di Cristo, viene designata da Paolo anche con la parola «pienezza». Significa che, mediante la Chiesa, Cristo si rende presente e riempie tutto l’universo, al quale sono estesi i frutti della sua opera redentrice. Essendo strumento di Cristo nell’amministrazione universa­le della sua grazia, la Chiesa non si riduce, come l’antico Israele del Vecchio Testamento, a un popolo o a una razza determinata, né limita i suoi confini a una specifica area geografica. Poiché è illimitata nella sua grazia, lo è anche nella chiamata che rivolge a tutti gli uomini affinché, in Cristo, raggiungano la salvezza. Da secoli la Chiesa è diffusa in tutto il mondo, ed è composta da persone di tutte le razze e condizioni so­ciali. Però la cattolicità della Chiesa non dipende dall’estensione geografica, che comunque ne è segno visibile e motivo di credibilità. La Chiesa era cattoli­ca già nella Pentecoste; nasce cattolica dal cuore piagato di Gesù, come un fuo­co alimentato dallo Spirito Santo. «La chiamiamo cattolica», scrive san Ci­rillo, «non soltanto perché è diffusa su tutta la terra, dall’uno all’altro confine, ma perché in modo universale e senza alcun difetto insegna tutti i dogmi che gli uomini devono conoscere, e che riguardano ciò che è visibile e ciò che non lo è, ciò che è celeste e ciò che è terreno. E anche perché unifica nel retto culto tutti gli uomini, governanti e semplici cittadini, dotti e ignoranti. E, infine, perché cura e sana da ogni genere di peccati, dell’anima e del corpo, e perché possiede inoltre – in qualunque modo le si voglia chiamare – tutte le virtù, nei fatti e nelle parole e in ogni specie di doni spirituali»102. Tutta la grazia giunge alla Chiesa per mezzo di Cristo. Il concilio Vaticano Il ci ricorda: «Egli, nel suo Corpo che è la Chiesa, continuamente dispensa i doni dei ministeri, con i quali, per virtù sua, ci aiutiamo vicendevolmente a salvar­ci, e operando nella carità conforme a verità, noi andiamo in ogni modo cre­scendo in Colui che è il nostro Capo»103. Perciò san Paolo chiama la Chiesa «Corpo» di Cristo; e, in questo senso, essa è «pienezza» (pleròma) di Cristo, non perché la Chiesa completi Cristo, ma perché essa è piena di Cristo, formando con Lui un solo corpo, un unico organismo spiritua­le, il cui principio di unione e di vita è Cristo-Capo. Si pone così in evidenza l’assoluta supremazia di Cristo, il cui flusso, allo stesso tempo unificante e vi­vificante, si diffonde alla Chiesa e da questa a tutti gli uomini. Gesù è in realtà Colui che riempie tutto in tutte le cose104. Il fatto che la Chiesa è il Corpo di Cristo costituisce una ragione ulteriore per amarla e servirla. Insegna perciò papa Pio XII: «A ottenere poi che un tal pie­nissimo amore regni negli animi nostri, e di giorno in giorno aumenti, è neces­sario assuefarsi a riconoscere nella Chiesa lo stesso Cristo. È infatti Cristo che nella sua Chiesa vive, per mezzo di lei insegna, governa, comunica la santità; è Cristo che, in molteplici forme, si manifesta nelle varie membra della sua so­cietà»105.

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