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IL COMBATTIMENTO SPIRITUALE – Ef 6, 10-20 – C.M. Martini

http://www.oessg-lgimt.it/OESSG/cultura/ilcombattimentospiritualeCarloMariaMartini.htm

IL COMBATTIMENTO SPIRITUALE (S. Paolo, Lettera Efesini 6,10-20)

del Card. Carlo Maria Martini

 » Rivestitevi dell’armatura di Dio ,
per poter resistere e superare tutte le prove « 
Dalla lettera di San Paolo apostolo agli Efesini (6,10-20)

« …Fratelli, attingete forza nel Signore e nel vigore della sua potenza. Rivestitevi dell’armatura di Dio, per poter resistere alle insidie del diavolo. La nostra battaglia infatti non è contro creature fatte di sangue e di carne, ma contro i Principati e le potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti.
Prendete perciò l’armatura di Dio, perché possiate resistere nel giorno malvagio e restare in piedi dopo aver superato tutte le prove. State dunque ben fermi, cinti i fianchi con la verità, rivestiti con la corazza della giustizia, e avendo come calzatura ai piedi lo zelo per propagare il vangelo della pace. Tenete sempre in mano lo scudo della fede, con il quale potrete spegnere tutti i dardi infuocati del maligno; prendete anche l’elmo della salvezza e la spada dello Spirito, cioè la parola di Dio. Pregate inoltre incessantemente con ogni sorta di preghiere e di suppliche nello Spirito, vigilando a questo scopo con ogni perseveranza e pregando per tutti i santi… ».
Il testo di Paolo in Ef 6, 10-17 presenta il cristiano come colui che ha lottato fino in fondo contro il nemico e l’ha vinto con la propria morte. È un brano molto denso, ricco di mètafore. Occorre vedere quali realtà Paolo voleva annunziare attraverso tali metafore.
Il brano può essere diviso in tre parti: la prima parte contiene due esortazioni; segue poi, nella seconda, il motivo di queste esortazioni; infine, nella terza, l’elenco dell’armatura spirituale di cui rivestirci.
1) Le due esortazioni sono: fortificatevi nello Spirito e rivestitevi dell’armatura di Dio.
Si tratta quindi di un consiglio dato a qualcuno che si trova di fronte a una situazione difficile.
L’esortazione ad armarsi, a rivestirsi, la troviamo pure in Rm 13, 12 e in 2 Cor 10, 4. Quello agli Efesini è però il brano nel quale maggiormente viene svolta la metafora della panoplia, l’armatura completa del servitore di Dio, di colui che segue da vicino Gesù.
2) Il motivo: perché dobbiamo armarci così? Perché la nostra lotta è una lotta spirituale, contro i principati, le potestà, gli spiriti maligni. Possiamo tradurre facilmente queste espressioni in una realtà comprensibile perché essa è di evidenza quotidiana. Dobbiamo, cioè, vivere in un’atmosfera – lo spazio tra terra e cielo – che è invasa da elementi maligni, contrari al Vangelo, nemici di Dio. L’atmosfera in cui viviamo è satura di potenze contrarie a Cristo e quindi la nostra lotta si annuncia difficile. Questa mentalità, questa atmosfera che è frutto in parte della potenza del male e in parte dell’uomo soggiogato da questa potenza del male, crea una situazione nella quale siamo immersi e che ci minaccia da ogni parte. Da qui la necessità di armarsi con l’armatura di Dio.
3) Tale armatura viene descritta con sei metafore: la cintura, la corazza, i calzari, lo scudo, l’elmo, la spada.
Che cosa significa ciascuna di queste metafore? Prima di esse c’è una esortazione che permette di comprendere la situazione nella quale ci si trova: «State in piedi»; tenetevi in piedi. Si tratta, quindi, di persona pronta alla battaglia; ed è in questa situazione di prontezza che viene descritta l’armatura.
La prima metafora è la cintura della verità. Quale verità è arma per noi? Per capire bene bisogna notare che questa metafora, come pure le altre, sono attinte largamente dal Vecchio Testamento. Chi scriveva questo brano conosceva a memoria interi passi del Vecchio Testamento e ne supponeva la conoscenza anche nei suoi lettori.
Soprattutto due brani del Vecchio Testamento sono qui utilizzati per questa descrizione.
- Il primo brano è tratto da 1s 11, il germoglio di Jesse, del quale viene descritta la veste, il modo di presentarsi e di combattere;
- il secondo brano è tratto da 1s 59, in cui si descrive, a un certo punto, l’armatura di Dio. Nell’Antico Testamento, quindi, è l’armatura di Dio stesso, oppure dell’inviato, del prediletto di Dio, ad essere descritta.
Qui l’armatura di Dio è trasferita al servo di Dio, a: colui che segue Gesù. Dice 1s 11, 5: «Cintura dei suoi fianchi è la fedeltà» (trad. della C.E.I); nella Bibbia dei LXX il vocabolo usato è alétheia, la verità e il testo greco lo riporta esattamente.
La verità di cui si cinge, come di una veste stabile, colui che combatte è, quindi, la coerenza; è quella fedeltà che è coerenza piena, stile coerente di vivere e di agire.
Per poter combattere contro l’atmosfera maligna, l’atmosfera pestifera nella quale viviamo, occorre essere armati di una profonda coerenza fra ciò che proclamiamo e ciò che dobbiamo internamente sentire e vivere tra noi.
E questa coerenza è tanto più importante in quanto noi predichiamo la parola di Dio. Chi non vive ciò che predica si mette a poco a poco nella condizione di essere esposto agli assalti del nemico.
Se la nostra predicazione fosse continuamente confrontata con ciò che sentiamo interiormente, con ciò di cui siamo persuasi, sarebbe più facile e più accessibile a tutti.
È vero che questo profondo confronto fra coerenza interiore ed esteriore farà talora riconoscere di essere lontani da ciò che si predica, ma l’umiltà del riconoscerlo è già un aspetto della coerenza, è un modo di mostrare che desideriamo averla.
La metafora seguente è la corazza della giustizia. In Is 59, 17 si descrive l’armatura di Dio. Dio si è rivestito di giustizia come di una corazza.
La giustizia è qui espressa come l’attività di Dio che salva i poveri e umilia i peccatori. Dio che impetuosamente compie le sue opere, che è salvezza e punizione. Nella nostra situazione, dovremmo tradurla come il partecipare allo zelo di Cristo per la giustizia del Padre. Questa corazza che ci cinge completamente, che ci difende, è il rivestirci di quei sentimenti che fanno gridare a Cristo per le strade di Palestina: «A Dio ciò che è di Dio »; cioè, che gli fanno proclamare la giustizia del Padre, e, come giustizia, l’opera di salvezza per chi si pente e il castigo per chi non si pente. Per noi, il partecipare all’intimo zelo di Cristo per la giustizia del Padre, è questa corazza che ci cinge, ci avvolge, che ci difende dai nemici.
La terza metafora: calzati i piedi di alacre zelo per il Vangelo della pace. Si descrive qui piuttosto una situazione. Pronti a partire per l’annuncio del Vangelo della pace. La realtà della metafora è la prontezza a portare il Vangelo.
In Is 52, 7 troviamo: «Come sono belli i piedi del messaggero che annuncia la pace, messaggero di bene che annunzia la salvezza … ».
Fuori di metafora viene indicato l’ardore, il desiderio di predicare il Vangelo, sapendo che è beneficio per gli uomini e che porta loro la pace. Quindi anche la gioia di chi ha trovato il tesoro (la donna che ritrova la dracma e chiama le vicine piena di gioia: Le 15, 8ss).
Questa è una caratteristica importante del ministero del Vangelo, soprattutto oggi, in cui il ‘pluralismo’ – quando diventa pluralismo filosofico, culturale, religioso – sembra in qualche modo togliere l’ ardore di predicare il Vangelo della pace.
Qualcuno vorrebbe addirittura sostituire e correggere l’imperativo di Matteo « Andate e predicate a tutte le genti» (Mt 28, 19) con l’esortazione « Andate e imparate da tutte le genti », perché ci sono valori ovunque e si dice, non conta tanto portare il messaggio quanto ascoltare umilmente ciò che gli altri hanno da dirci. E si rischia di perdere l’ansia di predicare il Vangelo della pace.
Ci chiediamo se ci sia una soluzione a questa difficoltà. La soluzione c’è e non è certamente quella di abolire il pluralismo. Credo anzi che quanto più cresce il dialogo, tanto più deve crescere l’approfondimento della vita evangelica, Se queste due cose crescono insieme, allora è possibile ed è facile conciliare un immenso rispetto per tutte le culture, razze, valori, con un immenso ardore di portare il Vangelo, che è una proposta trascendentale, non commensurabile con nessun altro valore, ma capace di illuminarli e trasformarli tutti.
Quindi questa arma, questa disposizione è estremamente importante per difendersi dall’atmosfera che invece tende piuttosto a livellare tutti i valori. Conciliare l’ardore del Vangelo con la stima dei valori altrui e l’opera mirabile a cui è chiamata la Chiesa di oggi, se vuole conservare il suo slancio missionario.
Quarta metafora: in tutte le occasioni, impugnate lo scudo della fede. I dardi infuocati lanciati dal maligno (l’espressione è presa dal Salmo 11) sono le mentalità del mondo di peccato che, dal mattino alla sera e dalla sera al mattino, ci circonda e ci invita ad interpretare cose e situazioni della nostra vita con metri esclusivamente psicologi, sociologi, economici, assalendoci da ogni parte per toglierci il tesoro della fede.
Lo scudo per opporsi a questa mentalità è lo scudo della fede, cioè la considerazione evangelica di tutta la realtà umana, continuamente richiamata.
Quinta metafora: l’elmo della salvezza, anzi l’elmo dell’opera salvifica, come dice il testo greco. L’espressione è presa da I s 59, 17, e in Isaia vuol dire che Dio è pronto a salvare. Il greco ha un verbo (dexasthe) che vuole dire accettare l’elmo della salvezza; quindi accettate l’azione salvifica di Dio in voi come unica vostra protezione, unica vostra speranza; vi protegge il capo perché essa è la cosa più essenziale.
Sesta metafora: la spada dello Spirito che è la parola di Dio. Cos’è la spada dello Spirito? Ci sono tre passi che possono aiutarci: Is 49, 2 dove si parla di « bocca come spada »; Eh 4,12 dove si parla di « spada come parola»; infine Is 11, 4 dove si dice che « con il soffio delle sue labbra ucciderà l’empio ».
La parola di Dio non è qui il logos, cioè la predicazione, ma il rhéma, cioè gli oracoli divini. Quindi penserei come «spada dello Spirito» non tanto la predicazione di Gesù, ma la sua lotta contro Satana, quando si difende citando gli oracoli di Dio. «Sta scritto … »; cioè, gli oracoli di Dio furono per Lui, e sono per noi, difesa.
Quando siamo assediati dalla mentalità del mondo che ci vorrebbe fare interpretare tutte le cose in maniera puramente umana, dobbiamo ricorrere ai grandi oracoli di Dio nella Bibbia per avere una parola di chiarezza su queste cose e respingere le interpretazioni sbagliate della storia del mondo e della nostra esistenza.

Queste le esortazioni di Paolo.
Possiamo concludere riassumendo: quali situazioni suppongono e quali esortazioni offrono queste parole? .
a) Suppongono prima di tutto che noi siamo in una situazione veramente rischiosa; cioè che nel mondo di oggi è rischioso e pericoloso vivere il Vangelo fino in fondo. Dobbiamo avere questo senso della difficoltà perché esso è realismo. Se ci troviamo di fronte a realtà avverse senza osare guardarle in faccia; se viviamo pensando che ci circondano continue difficoltà e rischi, possiamo vivere in una perpetua e sterile apprensione. Ma quando abbiamo analizzato il fondo, sulla base della Scrittura e abbiamo conosciuto l’avversario, vedendo le vie attraverso le quali il mondo è portato al male e come esse si manifestano, allora anche davanti a tutto il mistero del male, nella sua interezza, possiamo sentirci pieni della forza di Dio.
Una profonda analisi e sintesi del mistero della perversione fatto con l’aiuto della Scrittura può metterci davanti ad una situazione di rischio, di timore, di pericolo, ma non di paura, perché vediamo con chiarezza tutta la vastità dell’avversario e tutta la potenza di Dio.
b) Seconda osservazione: si tratta di una lotta che non ha né sosta né quartiere; cioè, contro un avversario astuto e terribile che è fuori di noi e dentro di noi. Questo; oggi, lo si dimentica troppo spesso, vivendo in una atmosfera di ottimismo deterministico per cui tutte le cose devono andare di bene in meglio, senza pensare alla drammaticità e alle fratture della storia umana, senza sapere che la storia ha le sue tragiche regressioni e i suoi rischi, i quali minacciano proprio chi non se l’aspetta, cullato in una visione di un evoluzionismo storico che procede sempre per il meglio.
c) Terza osservazione: solo chi si arma di tutto punto potrà resistere. Qui vorrei ricordare una delle regole di Sant’Ignazio il quale aveva chiarissima l’idea che il nemico attacca valutando la situazione del cristiano. Bisogna conoscerlo bene, perché il nemico gira per vedere se c’è anche soltanto un elemento mancante nell’armatura. È quindi una lotta che deve prenderci tutti e trasformarci, santificandoci completamente.
Un’ultima parola a proposito di un’assenza rilevabile in questo brano: la preghiera. In realtà la preghiera viene nominata, ma non qui. La si ricorda alla fine del brano e con un’esortazione intensissima: «Con ogni sorta di preghiere e di suppliche pregate incessantemente mossi dallo Spirito … » (Ef 6, 18).
Tutte queste armi vanno, quindi, continuamente affinate nell’esercizio della preghiera che non le supplisce – la preghiera non supplisce lo zelo, lo spirito di fede, l’impegno, la capacità di donarsi – ma è quella nella quale tutte quante sono avvolte e nella quale vengono continuamente ritemprate nella lotta.

LA BENEDIZIONE DIVINA PER IL DISEGNO DI DIO PADRE (EF. 1, 3 – 14)

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LA BENEDIZIONE DIVINA PER IL DISEGNO DI DIO PADRE (EF. 1, 3 – 14)

MERCOLEDÌ 20 GIUGNO 2012

Nella preghiera «dobbiamo non solo richiedere, ma anche lodare e ringraziare: solo così la nostra preghiera è completa». Lo ha affermato Benedetto XVI nella catechesi di questa mattina, continuando nella «scuola della preghiera» dedicata alle lettere di san Paolo e soffermandosi sul primo capitolo della Lettera agli Efesini, un brano profondamente trinitario e insieme dedicato alla bellezza che brilla nel buio del mondo.
Questo capitolo inizia proprio con una preghiera di ringraziamento, a Dio che in Gesù Cristo ci ha fatto «conoscere il mistero della sua volontà» (Ef 1,9). E «realmente c’è motivo di ringraziare se Dio ci fa conoscere quanto è nascosto: la sua volontà con noi, per noi; “il mistero della sua volontà”». «Mysterion», «Mistero» è un termine che ricorre spesso nella Sacra Scrittura e che nel linguaggio comune «indica quanto non si può conoscere, una realtà che non possiamo afferrare con la nostra propriaintelligenza».
Ma la Lettera agli Efesini ci svela un altro senso della parola. «Per i credenti “mistero” non è tanto l’ignoto, ma piuttosto la volontà misericordiosa di Dio, il suo disegno di amore che in Gesù Cristo si è rivelato pienamente». Ora davvero, afferma san Paolo, possiamo «comprendere con tutti i santi quale sia l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità, e di conoscere l’amore di Cristo» (Ef 3,18-19). «Il “mistero ignoto” di Dio è rivelato ed è che Dio ci ama, e ci ama dall’inizio, dall’eternità».
Ne nasce un inno di benedizione: «Benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo» (Ef 1,3). che «ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo». San Paolo, nota il Papa, qui «usa il verbo euloghein, che generalmente traduce il termine ebraico barak: è il lodare, glorificare, ringraziare Dio Padre come la sorgente dei beni della salvezza».
Ma perché dobbiamo benedire il Signore? Risponde san Paolo che Egli «ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità» (v. 4). Dunque «Dio ci ha chiamati all’esistenza, alla santità. E questa scelta precede persino la creazione del mondo». La nostra vocazione alla santità corrisponde «al disegno eterno di questo Dio, un disegno che si estende nella storia e comprende tutti gli uomini e le donne del mondo, perché è una chiamata universale».
San Paolo continua: Dio ci ha chiamati a essere «figli adottivi, mediante Gesù Cristo». Ma, affinché non ci inorgogliamo, è sempre bene ricordare che «Dio ci sceglie non perché siamo buoni noi, ma perché è buono Lui. E l’antichità aveva sulla bontà una parola: bonum est diffusivum sui; il bene si comunica, fa parte dell’essenza del bene che si comunichi, si estenda. E così poiché Dio è la bontà, è comunicazione di bontà, vuole comunicare; Egli crea perché vuole comunicare la sua bontà a noi e farci buoni e santi».
Per la Lettera agli Efesini al centro della benedizione sta Gesù Cristo: «mediante il suo sangue, abbiamo la redenzione, il perdono delle colpe, secondo la ricchezza della sua grazia» (Ef 1,7). Qui ci viene svelato, per così dire, il centro stesso della storia. «Il sacrificio della croce di Cristo è l’evento unico e irripetibile con cui il Padre ha mostrato in modo luminoso il suo amore per noi, non soltanto a parole, ma in modo concreto.
Dio è così concreto e il suo amore è così concreto che entra nella storia, si fa uomo per sentire che cosa è, come è vivere in questo mondo creato, e accetta il cammino di sofferenza della passione, subendo anche la morte. Così concreto è l’amore di Dio, che partecipa non solo al nostro essere, ma al nostro soffrire e morire».
Il Pontefice paragona questo brano con quello famoso della Lettera ai Romani: «Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? Egli, che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi, non ci donerà forse ogni cosa insieme a lui?… Io sono infatti persuaso che né morte, né vita, né angeli, né principati, né presente, né avvenire, né potenze, né altezza, né profondità, né alcun’altra creatura, potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore» (Rm 8,31-32.38-39).
Nella benedizione trinitaria della Lettera agli Efesini, con il Padre e il Figlio è naturalmente ben presente anche lo Spirito Santo: «Egli è caparra della nostra eredità, in attesa della completa redenzione di coloro che Dio si è acquistato a lode della sua gloria» (Ef 1,14). Il Papa cita san Giovanni Crisostomo (tra 344 e 354-407), il quale così commenta questo passaggio: «Dio ci ha eletti per la fede ed ha impresso in noi il sigillo per l’eredità della gloria futura» (Omelie sulla Lettera agli Efesini 2,11-14).
La strada della redenzione è «anche un cammino nostro, perché Dio vuole creature libere, che dicano liberamente sì; ma è soprattutto e prima un cammino Suo. Siamo nelle Sue mani e adesso è nostra libertà andare sulla strada aperta da Lui».
Abbiamo dunque nella Lettera agli Efesini tutta la Trinità in azione: «il Padre, che ci ha scelti prima della creazione del mondo, ci ha pensato e creato; il Figlio che ci ha redenti mediante il suo sangue e lo Spirito Santo caparra della nostra redenzione e della gloria futura». Da san Paolo possiamo imparare a scorgere l’impronta della Trinità nel mondo, «la bellezza del Creatore che emerge dalle sue creature».
Citando l’esempio di san Francesco d’Assisi (1182-1226), e tornando sul tema che gli è caro della via pulchritudinis, la via della bellezza, il Papa nota che «importante è essere attenti proprio adesso, anche nel periodo delle vacanze, alla bellezza della creazione e vedere trasparire in questa bellezza il volto di Dio». E naturalmente anche nella bellezza dei santi, «affinché la Santissima Trinità venga ad abitare in noi, illumini, riscaldi, guidi la nostra esistenza». «Sant’Ireneo [130-202] ha detto una volta che nell’Incarnazione lo Spirito Santo si è abituato a essere nell’uomo. Nella preghiera dobbiamo noi abituarci a essere con Dio».
La preghiera ci trasforma, ci aiuta a vedere il mondo e la bellezza con colori nuovi. «La preghiera come modo dell’“abituarsi” all’essere insieme con Dio, genera uomini e donne animati non dall’egoismo, dal desiderio di possedere, dalla sete di potere, ma dalla gratuità, dal desiderio di amare, dalla sete di servire, animati cioè da Dio; e solo così si può portare luce nel buio del mondo».

Publié dans:Lettera agli Efesini |on 18 mai, 2015 |Pas de commentaires »

PAOLO, DOTTORE DEL MATRIMONIO, GLI SPOSI: DUE « CORPI » IN RELAZIONE COMPLEMENTARE – Ef 5,21-32

http://www.stpauls.it/istit/rivistagm/0805catec.htm

PAOLO, DOTTORE DEL MATRIMONIO

GLI SPOSI: DUE « CORPI » IN RELAZIONE COMPLEMENTARE

Ef 5,21-32

Siate sottomessi gli uni agli altri nel timore di Cristo. Le mogli siano sottomesse ai mariti come al Signore; il marito infatti è capo della moglie, come anche Cristo è capo della Chiesa, lui che è il salvatore del suo corpo.
E come la Chiesa sta sottomessa a Cristo, così anche le mogli siano soggette ai loro mariti in tutto. E voi, mariti, amate le vostre mogli, come Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei, per renderla santa, purificandola per mezzo del lavacro dell’acqua accompagnato dalla parola, al fine di farsi comparire davanti la sua Chiesa tutta gloriosa, senza macchia né ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata. Così anche i mariti hanno il dovere di amare le mogli come il proprio corpo, perché chi ama la propria moglie ama se stesso. Nessuno mai infatti ha preso in odio la propria carne; al contrario la nutre e la cura, come fa Cristo con la Chiesa, poiché siamo membra del suo corpo. Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla sua donna e i due formeranno una carne sola. Questo mistero è grande; lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa!
Il tema è molto affascinante perché tocca la verità del matrimonio, la realtà della complementarietà, la divina realtà del rapporto sponsale « Cristo-Chiesa », reso visibile nel rapporto « marito-moglie ». Questa realtà ha la sua sorgente in Dio.
A) Matrimonio: mistero grande. – Il brano paolino, mal interpretato, ha dato adito a sorrisini compiaciuti di superiorità degli uomini sulle donne, giustificando rivendicazioni che, in successione alternata, portavano ora al predominio del maschio, ora a quello della femmina. Invece, Paolo descrive i nuovi rapporti che, a motivo di Cristo, si instaurano tra marito e moglie; rapporti che non possono più essere concepiti alla maniera dei nostri padri del VT. Ce lo ha detto Gesù stesso: «all’inizio non era così» (cf Mt 19,8). Gesù ha riportato la relazione tra l’uomo e la donna nel matrimonio al disegno originario; e Paolo, per farcelo capire, ci porta a riflettere sul rapporto sponsale di Cristo con la chiesa.
1) Abbiamo una nutrita serie di « esortazioni » fatte ai mariti e alle mogli, perché vivano in pienezza il loro rapporto nel rispetto e nella mutua dipendenza. La dipendenza non è solo della moglie. Toglietevi dalla testa questo « blocco » culturale, inventato di sana pianta.
Ma ogni esortazione acquisisce il suo autentico valore quanto più alte e incisive sono le « motivazioni ». La novità del brano sta proprio nell’unica motivazione che Paolo introduce con la preposizione « come ». Quale? Il rapporto sponsale « Cristo-chiesa » è la motivazione che dà eterno e indissolubile valore al rapporto matrimoniale « uomo-donna ».
2) Notiamo, inoltre, la realtà stupenda: il rapporto sponsale « Cristo-Chiesa » viene prima del rapporto « marito-moglie ». Ma nello stesso tempo i coniugi lo devono incarnare e renderlo visibile. In che modo? La serie dei « come » non ha la funzione di istituire un rigido confronto, a cui l’uomo e la donna devono costantemente riferirsi per non scantonare; ma lo scopo di indicare il fondamento del rapporto « uomo-donna », perché la Chiesa che Cristo ama non sono le pietre, ma sei tu, o marito, sei tu, o moglie; quindi, come Cristo ama te, così tu devi amare il tuo partner. Vi amate perché Cristo vi ama.
Senza Cristo, qualunque rapporto, soprattutto quello matrimoniale, è costruito sulla sabbia; non resiste all’usura del tempo; non lo si può concepire come indissolubile. È nella natura dell’amore, fondato su quello di Cristo per la chiesa, l’essere per sempre. All’inizio era così, e così dovrà essere per sempre. È la rivelazione del grande mistero. Notiamo bene le parole di Paolo: «…questo mistero è grande; io lo dico in relazione a Cristo e alla chiesa» (v 32); quindi il rapporto tra Cristo e la Chiesa che siamo noi:

è sponsale e viene prima del rapporto matrimoniale tra l’uomo e la donna;
è indissolubile, perché l’amore vero, o è per sempre o non è amore;
è gratuito, perché l’amore per sua natura è dono e tale deve essere per sempre.

B) Rapporto complementare. – Complementarietà: questa parola mette in evidenza il ruolo della mascolinità e della femminilità. Sia chiaro che il ruolo della moglie non è di natura inferiore rispetto a quello del marito, o viceversa. Purtroppo il prevalere di un ruolo sull’altro è avvenuto soventissimo nel corso della storia. Il riferimento a Cristo trasforma i due ruoli in servizi complementari. Il marito è « complemento » della moglie e viceversa; il che significa non solo che l’uno ha bisogno dell’altra (collaborazione reciproca), ma che l’uno è complemento dell’altra, cioè l’uno non è tale se non è unito all’altra. La parola « complemento » deriva dal latino « cumplére » e significa: completare, colmare.
1) «Gli sposi sono tra loro complementari; sono due persone che portano a pienezza il coniuge e nello stesso tempo anche se stessi proprio per il fatto di trovarsi connessi, accostati, inseriti uno nell’altro». Se l’uomo – come afferma un mal proverbio – « sotto le coltri si sente un re », in quel momento trasforma un servizio di amore in una dittatura che uccide l’amore e offende non solo la donna, ma in modo grave Dio.
2) La complementarietà è legge di natura, e si rifà al principio biblico: «a sua immagine e somiglianza». Dice Giovanni Paolo II: «In egual misura l’uomo e la donna… sono stati creati ad immagine e somiglianza del Dio personale» (MD 6); per cui:
l’uomo e la donna sono uguali come origine: «ad immagine e somiglianza di Dio»; per questo, «la donna è un altro « io » nella comune umanità» (MD 6);
ma complementari nella vita: «…ciò significa il superamento dell’originaria solitudine», quando Adamo viveva il suo rapporto con il creato senza il suo complemento.
3) Sono simili a Dio come « creature razionali e libere »; però non possono esistere soli, ma «solo come « unità dei due » e dunque in relazione ad un’altra persona umana» (MD 7). E sono dissimili tra loro nella mascolinità e nella femminilità. Quindi, se nella rivendicazione delle dignità si persegue l’uguaglianza in modo da livellare la mascolinità e la femminilità, l’uomo e la donna riprecipitano nella solitudine che Adamo all’inizio soffriva.
Dio è Padre e Madre nello stesso tempo: i due stili in Dio sono integrati; nell’uomo la paternità e nella donna la maternità devono integrarsi per rispondere al progetto di Dio.
C) Sottomissione vicendevole. – Nel brano paolino non si parla della sottomissione di una parte all’altra, ma di sottomissione vicendevole.
1) Anzitutto, nel rapporto di coppia, l’umiltà è la radice da cui spunta come un fiore l’agape, cioè l’amore che, per volere di Dio, deve unire un uomo e una donna. È impossibile amare in modo gratuito, disinteressato, per sempre senza l’umiltà. Difatti l’invito iniziale di Paolo: «Siate sottomessi gli uni gli altri nel timore di Cristo» rende luminoso il discorso e fa intuire in modo giusto l’affermazione: «la moglie sia sottomessa al marito».
2) In secondo luogo è puerile accusare Paolo di maschilismo:
anzitutto non dice che «il marito deve sottomettere la moglie», ma che «la moglie sia sottomessa al marito». È una sottomissione volontaria, che non esalta il marito, ma esalta l’amore, perché è nella natura dell’amore l’umiltà della sottomissione;
in secondo luogo il riferimento a Cristo («il marito ami la moglie come Cristo…»), afferma che la sottomissione del marito alla moglie deve essere così radicale e profonda da essere disposto a dare la vita per lei, come Cristo ha dato la vita per la Chiesa.
Ci vuole grande umiltà per non cadere nell’errore idolatrico di voler « sottomettere l’altro ». L’azione attiva di sottomettere l’altro è solo di Dio; eppure Dio, motivato dall’amore, non sottomette, ma si sottomette. Cristo stesso, il Dio fatto uomo, si è sottomesso volontariamente a noi assumendo la natura umana per darci la vita. Per questo il marito e la moglie devono guardare a lui per vivere tra di loro l’umiltà della sottomissione.
3) L’alimento indispensabile per vivere in pienezza questo « rapporto sponsale » all’insegna della mitezza e dell’umiltà, è l’Eucaristia.
D) Cristo-sposo lava i piedi alla Chiesa-sposa. – Nell’episodio della lavanda dei piedi (Gv 13,1-15), i gesti di Gesù diventano paradigmatici di come la coppia deve vivere il loro rapporto. Giovanni avrebbe potuto sintetizzare il tutto dicendo semplicemente: «…e lavò loro i piedi». Il resto era chiaramente supposto. Invece, con grande meticolosità, ne descrive con sette gesti ogni particolare. Il « sette » è un numero considerato celeste e perfetto; è segno di abbondanza e totalità. L’amore (= agape) acquisisce un valore incalcolabile.
«…si alzò da tavola». Ci si alza per far qualcosa. L’evangelista ritiene necessario puntualizzarlo, perché rivela la « dinamica dell’amore » che deve caratterizzare la vita di coppia: nessuno è padrone o padrona; non esiste matriarcato o patriarcato.
«…si tolse la veste». Si può tradurre: « depose la veste » che richiama il « deporre la vita » del buon pastore; Giovanni usa lo stesso verbo. Ecco la prima qualità dell’amore: è un donarsi reciproco, disposti lui e lei a consumarsi fino a dare la vita per le persone che ama. Il « deporre la vita » fa parte della natura del sacramento del matrimonio.
«…prese un asciugamano». Qualifica il gesto che si appresta a compiere, non a far compiere. Ecco un’altra qualità dell’amore: ha sempre l’iniziativa. Dovete preparare il vostro cuore ad accogliere quello che significa. Ci stupisce ciò che Gesù sta rivelando.
«…se lo cinse attorno alla vita». L’asciugamano, prima di essere usato, è il nuovo vestito che Gesù indossa dopo essersi spogliato. Nel mondo biblico la persona non ha un vestito, ma è il suo vestito. Gesù ci fa capire che l’amore è la natura di Dio ed è la natura dell’uomo; l’amore sarà autentico quanto più è vissuto nel desiderio di servirsi vicendevolmente. Il pretendere di essere serviti è la negazione dell’amore.
«…poi versò dell’acqua in un catino». È Gesù stesso che prepara il catino con l’acqua; ci vuol far capire che l’autentico amore, specie nella vita di coppia, deve rispettare le sue qualità intrinseche: è gratuito, è disinteressato. Quanto è urgente oggi testimoniare ai giovani la straordinaria ricchezza di questo amore.
«Cominciò a lavare i piedi dei discepoli». Questo gesto sovverte ogni nostro schema; comporta anzitutto l’abbassarsi, il chinarsi, l’inginocchiarsi di fronte a colui che riceve il servizio. È l’amore nel suo totale disinteresse. Difatti, Gesù si china davanti a Pietro e davanti a Giuda senza far distinzioni, senza chiedere nulla in cambio.
«…e ad asciugarli con l’asciugamano di cui si era cinto». L’asciugamano era la nuova veste di cui si era cinto quando aveva deposto il vestito. Per asciugare i piedi dei discepoli, se lo toglie senza rimettersi quello che aveva prima deposto. Si spoglia e rimane « nudo »; vale a dire, totalmente ed eternamente disponibile. L’amore o è per sempre o non è amore.
Gesù conclude: «Sapendo queste cose, sarete beati se le metterete in pratica» (v 17). Ecco la beatitudine del servizio. La reazione di Pietro ci fa intendere come non sia facile penetrare nel senso profondo di questo mandato.

LA CARITÀ DELLA VERITÀ (Ef 4,5)

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LA CARITÀ DELLA VERITÀ (Ef 4,5)

di Antonio Rizzolo *

«Fate a tutti la carità della verità». Questa frase attribuita tra gli altri al beato don Giacomo Alberione, fondatore della Famiglia paolina, è in realtà comunemente usata e si può far risalire allo stesso apostolo Paolo, quando, nella lettera agli Efesini, invita a vivere «secondo la verità nella carità» (4,15). Tuttavia l’espressione, diventata ormai uno slogan, esprime bene lo spirito del fondatore dei paolini e delle paoline e la missione che sono chiamati a compiere nella Chiesa: una missione di annuncio agli uomini del nostro tempo, all’interno dell’odierna cultura della comunicazione, del Vangelo, di Cristo Maestro che è via, verità e vita. Lo stesso don Alberione paragona questo servizio per la verità e per il Vangelo alla carità verso i più poveri, parafrasando le parole di Pietro allo storpio della porta Bella del tempio (cfr. Atti 3,6): «Non ho né oro né argento, ma vi dono di quello che ho: Gesù Cristo: Via, Verità, Vita». In questo breve articolo vorremmo offrire una riflessione sull’attualità di «fare la carità della verità», anche alla luce della prima enciclica di papa Benedetto XVI, tutta incentrata sulla carità.

Due poli, carità e verità
I due poli dell’espressione, carità e verità, potrebbero sembrare antitetici e prestarsi a interpretazioni opposte. Se si accentua il polo della carità si corre il rischio di un facile irenismo che finisce col soffocare la radicalità del Vangelo per adattarlo alle mode e alle opportunità del momento. Un rischio ben presente oggi, con il trionfo del politically correct, di una falsa forma di rispetto dell’altro basata sul relativismo più assoluto: si finisce così per non avere più il coraggio e la franchezza dello stesso Cristo Gesù e per stemperare e annacquare la forza liberante del messaggio evangelico. Se però si accentua il polo della verità si corre il rischio di non tener presente l’essere umano al quale ci si rivolge e di comunicare non la verità liberante che è lo stesso Cristo Gesù, ma la propria durezza di cuore, il proprio attaccamento ai precetti e alle regole in quanto tali. Si rischia, insomma, di comunicare una verità che è pura astrazione, snaturata nella sua essenza, un’imposizione estrinseca e formale. Ricordiamo a questo proposito le parole di Gesù: «Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato» (Mc 2,27).
Carità e verità vanno perciò sempre tenute insieme. E questo è possibile se siamo pienamente radicati in Cristo, che è la rivelazione dell’amore del Padre («Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna», Gv 3,16) ed è egli stesso la verità (cfr. Gv 14,6). Lo scrive anche Benedetto XVI nell’enciclica Deus caritas est: «Il contatto vivo con Cristo è l’aiuto decisivo per restare sulla retta via: né cadere in una superbia che disprezza l’uomo e non costruisce in realtà nulla, ma piuttosto distrugge, né abbandonarsi alla rassegnazione che impedirebbe di lasciarsi guidare dall’amore e così servire l’uomo. La preghiera come mezzo per attingere sempre di nuovo forza da Cristo, diventa qui un’urgenza del tutto concreta. Chi prega non spreca il suo tempo, anche se la situazione ha tutte le caratteristiche dell’emergenza e sembra spingere unicamente all’azione. La pietà non indebolisce la lotta contro la povertà o addirittura contro la miseria del prossimo» (37).
Certamente il Papa si riferisce in primo luogo all’azione caritativa intesa nel modo solito, cioè come attenzione alle necessità materiali e alle sofferenze degli esseri umani, ma il discorso vale anche per quella particolare forma di carità che è il servizio alla verità. D’altra parte l’enciclica non è estranea a questo tema, anche se non lo presenta esplicitamente. Come ha scritto di recente monsignor Giampaolo Crepaldi, segretario del Pontificio consiglio della giustizia e della pace, «non è possibile che questo variegato mondo di espressioni, dirette e indirette, della comunità ecclesiale faccia solo carità e non anche cultura della carità, cultura sociale, cultura delle relazioni umane, cultura dell’assistenza, cultura del malato, cultura dell’educazione, cultura del bisogno e così via. Tocchiamo qui un punto fondamentale della purificazione della giustizia, strettamente collegato con la dottrina sociale della Chiesa: la fede e la carità attuano anche una “carità della verità” nei confronti della ragione e della giustizia. Nella sua carità sociale la comunità cristiana non può non essere anche un soggetto culturale. Dato che la carità non è mai un agire per agire, ma un agire che porta con sé dei significati, operando si cambia anche la mentalità, si induce a riflettere in modo nuovo sui bisogni e sulle risposte ai bisogni stessi, vengono suscitate ed alimentate inedite comprensioni capaci di orientare l’agire caritativo stesso». Lo stesso esercizio tradizionale della carità esige, insomma, una cultura, una mentalità, e in particolare richiede la salvaguardia della piena verità sull’uomo, fatto non solo di anima ma anche di corpo, creato a immagine e somiglianza di un Dio unico che è comunione di tre persone, e dunque creato per l’amore, per la relazionalità, per la comunione.
Monsignor Crepaldi approfondisce la sua riflessione notando come «nella Deus caritas est l’elemento della carità della verità è senz’altro presente e si fonda teologicamente su questa affermazione: «Il Logos, la ragione primordiale, è al contempo un amante con tutta la passione di un vero amore» (n. 10), «Se il mondo antico aveva sognato che, in fondo, vero cibo dell’uomo – ciò di cui egli come uomo vive – fosse il Logos, la sapienza eterna, adesso questo Logos è diventato veramente per noi nutrimento, come amore» (n. 13). Dio che è amore è anche verità, per questo l’incontro con Lui «chiama in causa anche la nostra volontà e il nostro intelletto» (n. 17). Il paragrafo 28 della Deus caritas est è pieno di espressioni “visive”, ad indicare che la purificazione della ragione è una forma di carità della verità. Ora si parla di “formazione della coscienza”, che è, in fondo, un vedere meglio cosa fare; ora si parla della “percezione delle vere esigenze della giustizia… anche quando ciò contrastasse con l’interesse personale”, il che, ancora, è un vedere con maggiore chiarezza; ora si dice che mediante la purificazione della ragione le esigenze della giustizia diventano “più comprensibili” e che la Chiesa lavora per “l’apertura dell’intelligenza” alle esigenze del bene.

Servizio della verità, un gesto d’amore
Il servizio della verità è dunque una forma di carità, di amore concreto, un’opera di misericordia. Ed è particolarmente importante oggi, nella società della comunicazione, dove pur nel moltiplicarsi delle informazioni e dei messaggi la verità stenta a farsi largo, soffocata com’è da pressioni di parte, da nuove ideologie basate sul profitto. Ancora di più fatica ad emergere la verità del Vangelo: «Da questa galassia di immagini e suoni, emergerà il volto di Cristo? Si udirà la sua voce? Perché solo quando si vedrà il suo volto e si udirà la sua voce, il mondo conoscerà la buona notizia della nostra redenzione»1.
Prima di tutto bisogna ricordare che il rispetto della verità è un presupposto fondamentale, una regola di riferimento per tutti gli operatori della comunicazione sociale, per i giornalisti in particolare. Nel Catechismo della Chiesa cattolica leggiamo parole molto chiare: «Nella società moderna i mezzi di comunicazione sociale hanno un ruolo di singolare importanza nell’informazione, nella promozione culturale e nella formazione. Tale ruolo cresce in rapporto ai progressi tecnici, alla ricchezza e alla varietà delle notizie trasmesse, all’influenza esercitata sull’opinione pubblica. L’informazione attraverso i mass-media è al servizio del bene comune. La società ha diritto ad un’informazione fondata sulla verità, la libertà, la giustizia e la solidarietà: “Il retto esercizio di questo diritto richiede che la comunicazione nel suo contenuto sia sempre vera e, salve la giustizia e la carità, integra; inoltre, nel modo, sia onesta e conveniente, cioè rispetti scrupolosamente le leggi morali, i legittimi diritti e la dignità dell’uomo, sia nella ricerca delle notizie, sia nella loro divulgazione” (Inter mirifica 5)» (2493-2494). Più avanti il catechismo è ancora più esplicito: «“È necessario che tutti i membri della società assolvano, anche in questo settore, i propri doveri di giustizia e di carità. Perciò si adoperino, anche mediante l’uso di questi strumenti, a formare e a diffondere opinioni pubbliche rette” (Inter mirifica 8). La solidarietà appare come una conseguenza di una comunicazione vera e giusta, e di una libera circolazione delle idee, che favoriscono la conoscenza ed il rispetto degli altri. […] Proprio per i doveri relativi alla loro professione, i responsabili della stampa hanno l’obbligo, nella diffusione dell’informazione, di servire la verità e di non offendere la carità. Si sforzeranno di rispettare, con pari cura, la natura dei fatti e i limiti del giudizio critico sulle persone. Devono evitare di cadere nella diffamazione» (2495.2497). Questo rispetto della verità nella carità, cioè nell’attenzione alle persone a cui ci si rivolge o a cui ci si riferisce, è addirittura fissato nella legge italiana sulla stampa (n. 69/1963, art. 2): «È diritto insopprimibile dei giornalisti la libertà d’informazione e di critica, limitata dall’osservanza delle norme di legge dettate a tutela della personalità altrui ed è loro obbligo inderogabile il rispetto della verità sostanziale dei fatti osservati sempre i doveri imposti dalla lealtà e dalla buona fede. Devono essere rettificate le notizie che risultino inesatte, e riparati gli eventuali errori». Parole molto chiare, che non sempre sono rispettate e non solo dai giornalisti, ma anche da quei politici, imprenditori, ecclesiastici, che chiedono giustamente il rispetto della verità dei fatti, ma vorrebbero al contempo negare la libertà d’informazione e di critica, magari con la scusa che “i panni sporchi si lavano in casa”. Non è nascondendo la verità che si fa il bene delle persone. I mezzi di informazione hanno invece una funzione di informazione, di denuncia, di approfondimento che sono indispensabili perché una società sia davvero democratica. Non a caso la prima mossa di ogni dittatore è quella di impadronirsi dei mezzi di comunicazione.

Elementi costitutivi della carità
Nell’enciclica Deus caritas est il Papa si chiede a un certo punto quali sono gli elementi costitutivi ed essenziali della carità cristiana ed ecclesiale, così da non confonderla con l’attività di altre organizzazioni assistenziali. Le risposte che egli enuclea mi sembrano adatte anche per chi fa della comunicazione della verità attraverso i mezzi di informazione il proprio particolare modo di esercitare la carità. Il Papa indica tre elementi. Il primo è la competenza professionale unita all’umanità: i cristiani «devono distinguersi per il fatto che non si limitano ad eseguire in modo abile la cosa conveniente al momento, ma si dedicano all’altro con le attenzioni suggerite dal cuore, in modo che questi sperimenti la loro ricchezza di umanità. Perciò, oltre alla preparazione professionale, a tali operatori è necessaria anche, e soprattutto, la “formazione del cuore”: occorre condurli a quell’incontro con Dio in Cristo che susciti in loro l’amore e apra il loro animo all’altro» (31a). Il secondo elemento è l’indipendenza da partiti e ideologie: «Ad un mondo migliore si contribuisce soltanto facendo il bene adesso ed in prima persona, con passione e ovunque ce ne sia la possibilità, indipendentemente da strategie e programmi di partito. Il programma del cristiano – il programma del buon Samaritano, il programma di Gesù – è “un cuore che vede”. Questo cuore vede dove c’è bisogno di amore e agisce in modo conseguente» (31b). Infine, il terzo elemento è la gratuità: «Chi esercita la carità in nome della Chiesa non cercherà mai di imporre agli altri la fede della Chiesa. Egli sa che l’amore nella sua purezza e nella sua gratuità è la miglior testimonianza del Dio nel quale crediamo e dal quale siamo spinti ad amare. Il cristiano sa quando è tempo di parlare di Dio e quando è giusto tacere di Lui e lasciar parlare solamente l’amore». (31c)
Nella confusione di suoni e immagini del mondo di oggi si potrà scorgere il volto di Cristo? È un impegno al quale tutti noi cristiani e religiosi dobbiamo dare una risposta, in particolare se impegnati nel mondo dei media. La risposta è racchiusa nella frase “fare a tutti la carità della verità”, non nascondendo le esigenze e la forza liberante del Vangelo e avendo il coraggio di denunciare le ingiustizie e i soprusi contro i più deboli; offrendo nello stesso tempo questa verità nella carità, cioè con quell’umanità, quell’attenzione all’altro, quella gratuità che sono tipiche del cristiano, che non odia nessuno ma tutti accoglie e con tutti cerca sempre la via del dialogo.

*Direttore di Vita Pastorale.

1. Giovanni Paolo II, Messaggio per la 36° Giornata mondale delle comunicazioni sociali, p. 6. [Torna al testo]

Publié dans:Lettera agli Efesini |on 22 avril, 2015 |Pas de commentaires »

LA CARITÀ DELLA VERITÀ (Ef 4,5)

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LA CARITÀ DELLA VERITÀ (Ef 4,5)

di Antonio Rizzolo *

«Fate a tutti la carità della verità». Questa frase attribuita tra gli altri al beato don Giacomo Alberione, fondatore della Famiglia paolina, è in realtà comunemente usata e si può far risalire allo stesso apostolo Paolo, quando, nella lettera agli Efesini, invita a vivere «secondo la verità nella carità» (4,15). Tuttavia l’espressione, diventata ormai uno slogan, esprime bene lo spirito del fondatore dei paolini e delle paoline e la missione che sono chiamati a compiere nella Chiesa: una missione di annuncio agli uomini del nostro tempo, all’interno dell’odierna cultura della comunicazione, del Vangelo, di Cristo Maestro che è via, verità e vita. Lo stesso don Alberione paragona questo servizio per la verità e per il Vangelo alla carità verso i più poveri, parafrasando le parole di Pietro allo storpio della porta Bella del tempio (cfr. Atti 3,6): «Non ho né oro né argento, ma vi dono di quello che ho: Gesù Cristo: Via, Verità, Vita». In questo breve articolo vorremmo offrire una riflessione sull’attualità di «fare la carità della verità», anche alla luce della prima enciclica di papa Benedetto XVI, tutta incentrata sulla carità.

Due poli, carità e verità
I due poli dell’espressione, carità e verità, potrebbero sembrare antitetici e prestarsi a interpretazioni opposte. Se si accentua il polo della carità si corre il rischio di un facile irenismo che finisce col soffocare la radicalità del Vangelo per adattarlo alle mode e alle opportunità del momento. Un rischio ben presente oggi, con il trionfo del politically correct, di una falsa forma di rispetto dell’altro basata sul relativismo più assoluto: si finisce così per non avere più il coraggio e la franchezza dello stesso Cristo Gesù e per stemperare e annacquare la forza liberante del messaggio evangelico. Se però si accentua il polo della verità si corre il rischio di non tener presente l’essere umano al quale ci si rivolge e di comunicare non la verità liberante che è lo stesso Cristo Gesù, ma la propria durezza di cuore, il proprio attaccamento ai precetti e alle regole in quanto tali. Si rischia, insomma, di comunicare una verità che è pura astrazione, snaturata nella sua essenza, un’imposizione estrinseca e formale. Ricordiamo a questo proposito le parole di Gesù: «Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato» (Mc 2,27).
Carità e verità vanno perciò sempre tenute insieme. E questo è possibile se siamo pienamente radicati in Cristo, che è la rivelazione dell’amore del Padre («Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna», Gv 3,16) ed è egli stesso la verità (cfr. Gv 14,6). Lo scrive anche Benedetto XVI nell’enciclica Deus caritas est: «Il contatto vivo con Cristo è l’aiuto decisivo per restare sulla retta via: né cadere in una superbia che disprezza l’uomo e non costruisce in realtà nulla, ma piuttosto distrugge, né abbandonarsi alla rassegnazione che impedirebbe di lasciarsi guidare dall’amore e così servire l’uomo. La preghiera come mezzo per attingere sempre di nuovo forza da Cristo, diventa qui un’urgenza del tutto concreta. Chi prega non spreca il suo tempo, anche se la situazione ha tutte le caratteristiche dell’emergenza e sembra spingere unicamente all’azione. La pietà non indebolisce la lotta contro la povertà o addirittura contro la miseria del prossimo» (37).
Certamente il Papa si riferisce in primo luogo all’azione caritativa intesa nel modo solito, cioè come attenzione alle necessità materiali e alle sofferenze degli esseri umani, ma il discorso vale anche per quella particolare forma di carità che è il servizio alla verità. D’altra parte l’enciclica non è estranea a questo tema, anche se non lo presenta esplicitamente. Come ha scritto di recente monsignor Giampaolo Crepaldi, segretario del Pontificio consiglio della giustizia e della pace, «non è possibile che questo variegato mondo di espressioni, dirette e indirette, della comunità ecclesiale faccia solo carità e non anche cultura della carità, cultura sociale, cultura delle relazioni umane, cultura dell’assistenza, cultura del malato, cultura dell’educazione, cultura del bisogno e così via. Tocchiamo qui un punto fondamentale della purificazione della giustizia, strettamente collegato con la dottrina sociale della Chiesa: la fede e la carità attuano anche una “carità della verità” nei confronti della ragione e della giustizia. Nella sua carità sociale la comunità cristiana non può non essere anche un soggetto culturale. Dato che la carità non è mai un agire per agire, ma un agire che porta con sé dei significati, operando si cambia anche la mentalità, si induce a riflettere in modo nuovo sui bisogni e sulle risposte ai bisogni stessi, vengono suscitate ed alimentate inedite comprensioni capaci di orientare l’agire caritativo stesso». Lo stesso esercizio tradizionale della carità esige, insomma, una cultura, una mentalità, e in particolare richiede la salvaguardia della piena verità sull’uomo, fatto non solo di anima ma anche di corpo, creato a immagine e somiglianza di un Dio unico che è comunione di tre persone, e dunque creato per l’amore, per la relazionalità, per la comunione.
Monsignor Crepaldi approfondisce la sua riflessione notando come «nella Deus caritas est l’elemento della carità della verità è senz’altro presente e si fonda teologicamente su questa affermazione: «Il Logos, la ragione primordiale, è al contempo un amante con tutta la passione di un vero amore» (n. 10), «Se il mondo antico aveva sognato che, in fondo, vero cibo dell’uomo – ciò di cui egli come uomo vive – fosse il Logos, la sapienza eterna, adesso questo Logos è diventato veramente per noi nutrimento, come amore» (n. 13). Dio che è amore è anche verità, per questo l’incontro con Lui «chiama in causa anche la nostra volontà e il nostro intelletto» (n. 17). Il paragrafo 28 della Deus caritas est è pieno di espressioni “visive”, ad indicare che la purificazione della ragione è una forma di carità della verità. Ora si parla di “formazione della coscienza”, che è, in fondo, un vedere meglio cosa fare; ora si parla della “percezione delle vere esigenze della giustizia… anche quando ciò contrastasse con l’interesse personale”, il che, ancora, è un vedere con maggiore chiarezza; ora si dice che mediante la purificazione della ragione le esigenze della giustizia diventano “più comprensibili” e che la Chiesa lavora per “l’apertura dell’intelligenza” alle esigenze del bene.

Servizio della verità, un gesto d’amore
Il servizio della verità è dunque una forma di carità, di amore concreto, un’opera di misericordia. Ed è particolarmente importante oggi, nella società della comunicazione, dove pur nel moltiplicarsi delle informazioni e dei messaggi la verità stenta a farsi largo, soffocata com’è da pressioni di parte, da nuove ideologie basate sul profitto. Ancora di più fatica ad emergere la verità del Vangelo: «Da questa galassia di immagini e suoni, emergerà il volto di Cristo? Si udirà la sua voce? Perché solo quando si vedrà il suo volto e si udirà la sua voce, il mondo conoscerà la buona notizia della nostra redenzione»1.
Prima di tutto bisogna ricordare che il rispetto della verità è un presupposto fondamentale, una regola di riferimento per tutti gli operatori della comunicazione sociale, per i giornalisti in particolare. Nel Catechismo della Chiesa cattolica leggiamo parole molto chiare: «Nella società moderna i mezzi di comunicazione sociale hanno un ruolo di singolare importanza nell’informazione, nella promozione culturale e nella formazione. Tale ruolo cresce in rapporto ai progressi tecnici, alla ricchezza e alla varietà delle notizie trasmesse, all’influenza esercitata sull’opinione pubblica. L’informazione attraverso i mass-media è al servizio del bene comune. La società ha diritto ad un’informazione fondata sulla verità, la libertà, la giustizia e la solidarietà: “Il retto esercizio di questo diritto richiede che la comunicazione nel suo contenuto sia sempre vera e, salve la giustizia e la carità, integra; inoltre, nel modo, sia onesta e conveniente, cioè rispetti scrupolosamente le leggi morali, i legittimi diritti e la dignità dell’uomo, sia nella ricerca delle notizie, sia nella loro divulgazione” (Inter mirifica 5)» (2493-2494). Più avanti il catechismo è ancora più esplicito: «“È necessario che tutti i membri della società assolvano, anche in questo settore, i propri doveri di giustizia e di carità. Perciò si adoperino, anche mediante l’uso di questi strumenti, a formare e a diffondere opinioni pubbliche rette” (Inter mirifica 8). La solidarietà appare come una conseguenza di una comunicazione vera e giusta, e di una libera circolazione delle idee, che favoriscono la conoscenza ed il rispetto degli altri. […] Proprio per i doveri relativi alla loro professione, i responsabili della stampa hanno l’obbligo, nella diffusione dell’informazione, di servire la verità e di non offendere la carità. Si sforzeranno di rispettare, con pari cura, la natura dei fatti e i limiti del giudizio critico sulle persone. Devono evitare di cadere nella diffamazione» (2495.2497). Questo rispetto della verità nella carità, cioè nell’attenzione alle persone a cui ci si rivolge o a cui ci si riferisce, è addirittura fissato nella legge italiana sulla stampa (n. 69/1963, art. 2): «È diritto insopprimibile dei giornalisti la libertà d’informazione e di critica, limitata dall’osservanza delle norme di legge dettate a tutela della personalità altrui ed è loro obbligo inderogabile il rispetto della verità sostanziale dei fatti osservati sempre i doveri imposti dalla lealtà e dalla buona fede. Devono essere rettificate le notizie che risultino inesatte, e riparati gli eventuali errori». Parole molto chiare, che non sempre sono rispettate e non solo dai giornalisti, ma anche da quei politici, imprenditori, ecclesiastici, che chiedono giustamente il rispetto della verità dei fatti, ma vorrebbero al contempo negare la libertà d’informazione e di critica, magari con la scusa che “i panni sporchi si lavano in casa”. Non è nascondendo la verità che si fa il bene delle persone. I mezzi di informazione hanno invece una funzione di informazione, di denuncia, di approfondimento che sono indispensabili perché una società sia davvero democratica. Non a caso la prima mossa di ogni dittatore è quella di impadronirsi dei mezzi di comunicazione.

Elementi costitutivi della carità
Nell’enciclica Deus caritas est il Papa si chiede a un certo punto quali sono gli elementi costitutivi ed essenziali della carità cristiana ed ecclesiale, così da non confonderla con l’attività di altre organizzazioni assistenziali. Le risposte che egli enuclea mi sembrano adatte anche per chi fa della comunicazione della verità attraverso i mezzi di informazione il proprio particolare modo di esercitare la carità. Il Papa indica tre elementi. Il primo è la competenza professionale unita all’umanità: i cristiani «devono distinguersi per il fatto che non si limitano ad eseguire in modo abile la cosa conveniente al momento, ma si dedicano all’altro con le attenzioni suggerite dal cuore, in modo che questi sperimenti la loro ricchezza di umanità. Perciò, oltre alla preparazione professionale, a tali operatori è necessaria anche, e soprattutto, la “formazione del cuore”: occorre condurli a quell’incontro con Dio in Cristo che susciti in loro l’amore e apra il loro animo all’altro» (31a). Il secondo elemento è l’indipendenza da partiti e ideologie: «Ad un mondo migliore si contribuisce soltanto facendo il bene adesso ed in prima persona, con passione e ovunque ce ne sia la possibilità, indipendentemente da strategie e programmi di partito. Il programma del cristiano – il programma del buon Samaritano, il programma di Gesù – è “un cuore che vede”. Questo cuore vede dove c’è bisogno di amore e agisce in modo conseguente» (31b). Infine, il terzo elemento è la gratuità: «Chi esercita la carità in nome della Chiesa non cercherà mai di imporre agli altri la fede della Chiesa. Egli sa che l’amore nella sua purezza e nella sua gratuità è la miglior testimonianza del Dio nel quale crediamo e dal quale siamo spinti ad amare. Il cristiano sa quando è tempo di parlare di Dio e quando è giusto tacere di Lui e lasciar parlare solamente l’amore». (31c)
Nella confusione di suoni e immagini del mondo di oggi si potrà scorgere il volto di Cristo? È un impegno al quale tutti noi cristiani e religiosi dobbiamo dare una risposta, in particolare se impegnati nel mondo dei media. La risposta è racchiusa nella frase “fare a tutti la carità della verità”, non nascondendo le esigenze e la forza liberante del Vangelo e avendo il coraggio di denunciare le ingiustizie e i soprusi contro i più deboli; offrendo nello stesso tempo questa verità nella carità, cioè con quell’umanità, quell’attenzione all’altro, quella gratuità che sono tipiche del cristiano, che non odia nessuno ma tutti accoglie e con tutti cerca sempre la via del dialogo.

*Direttore di Vita Pastorale.

1. Giovanni Paolo II, Messaggio per la 36° Giornata mondale delle comunicazioni sociali, p. 6. [Torna al testo]

Publié dans:Lettera agli Efesini |on 21 avril, 2015 |Pas de commentaires »

LA SALVEZZA: PER OPERE O PER GRAZIA?

http://camcris.altervista.org/salvopere.html

LA SALVEZZA: PER OPERE O PER GRAZIA?

ALCUNE MEDITAZIONI BIBLICHE SULLA SALVEZZA

È per grazia che siete stati salvati, mediante la fede; e ciò non viene da voi; è il dono di Dio. Non è in virtù di opere, affinché nessuno se ne vanti. (Efesini 2:8)

Abbiamo sempre la tendenza a distoglierci dalla grazia che Dio ci propone. Strano atteggiamento, perché accettandola non abbiamo nulla da perdere e tutto da guadagnare. In realtà è l’orgoglio che porta a respingere la grazia; accettare quest’ultima sottintende che riconosciamo di essere dei peccatori perduti.
Chi è ammaestrato dalla Parola di Dio scopre tutta la propria nudità morale e riconosce la propria colpevolezza. Non soltanto questo, però! Impara anche che la grazia e la verità sono venute verso di lui nella persona di Gesù Cristo.
Dio, spinto dal suo amore, ha mandato il suo Figlio verso gli uomini perché fosse il loro Salvatore. La salvezza che offre è assolutamente completa. Dio è perfetto, e non sarebbe soddisfatto se quelli che Egli salva non fossero resi perfetti. Se abbiamo colto qualche cosa delle ricchezze della sua grazia ricevendo una così grande salvezza, non cerchiamo più di migliorare il nostro « io » incorreggibile che è stato crocifisso con Cristo alla croce.
Voler aggiungere a questa salvezza qualche merito, con degli obblighi, delle regole e dei precetti, equivarrebbe a mancare di fede e a misconoscere Dio. Il vecchio « io » egoista e pretenzioso ci è presentato, nella Bibbia, come crocifisso e sepolto con Cristo.
Accettiamo questa dichiarazione della Scrittura e, credendo al Vangelo, lasciamo questo vecchio « io » nella morte per vivere pienamente la vita nuova, coscienti della nostra relazione filiale con Dio, che ci ama.
Una giusta ed armoniosa relazione col Signore non comincia mai col fare qualche cosa, ma col credere in qualcuno e in qualcosa che è già stato fatto. Infatti, da Cristo in poi, la vita e la salvezza sono contenute in una notizia da accogliere nel cuore. La salvezza è un annuncio, è qualcosa da conoscere, ed è proprio il Vangelo che ci fa conoscere la meravigliosa notizia che non c’è più condanna per qualsiasi peccatore che si ravvede e crede nel Signore Gesù!
Gesù stesso ha sintetizzato la vita eterna con queste parole: « Questa è la vita eterna: che conoscano te, il solo vero Dio, e colui che tu hai mandato, Gesù Cristo » (Giovanni 17:3).
Il Signore ci annuncia nelle Scritture che Egli stesso ha fatto la pace con noi peccatori rimuovendo il peccato. Questo, Egli lo ha fatto di Sua iniziativa, senza coinvolgerci nell’azione. Ora, ci offre la pace, il perdono e la salvezza alla sola condizione che noi l’accettiamo. Infatti, il nocciolo del Vangelo è un invito a riconoscere la nostra condizione di peccatori davanti a Dio, e a riconciliarci con Lui mediante il sacrificio del Suo Figlio. Paolo infatti scrive: « E tutto questo viene da Dio che ci ha riconciliati con sé per mezzo dì Cristo… Infatti Dio riconciliava con sé il mondo per mezzo di Cristo non imputando agli uomini le loro colpe » (2 Corinzi 5:18-19).
Questo ha fatto il Signore, e ce lo fa sapere perché approfittiamo di questo Suo grande amore ed entriamo per fede in questa salvezza gratuita. Ma l’apostolo prosegue il suo messaggio indicando la nostra parte nel problema: « Vi supplichiamo nel nome di Cristo: siate riconciliati con Dio » (2 Corinzi 5:20). Cioè, come Dio si è riconciliato con voi, facendone pagare il caro prezzo al Suo Figlio, ora voi, riconciliatevi con Lui, col vostro cuore, umiliandovi, riconoscendo la vostra malvagità e corruzione, ma ponendo fede in ciò che Egli ha detto, e cioè che chi crede in Lui, non è più condannato, ma ha la vita eterna, perché così ha voluto il Signore.
Ecco perché tutto è contenuto nel messaggio del Vangelo, perché esso è la grande notizia della salvezza gratuita per ciascuno di noi, notizia di cui tutti gli uomini hanno diritto di venire a conoscenza. Gesù parlando della salvezza che era venuto a portare disse: « Se perseverate nella mia parola, siete veramente miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi » (Giovanni 8:31-32).

È per grazia che siete stati salvati, mediante la fede; e ciò non viene da voi; è il dono di Dio. Non è in virtù di opere affinché nessuno se ne vanti; infatti siamo opera sua, essendo stati creati in Cristo Gesù per fare le opere buone, che Dio ha precedentemente preparate affinché le pratichiamo. (epistola di Paolo agli Efesini 2:8-10)

A che serve, fratelli miei, se uno dice di aver fede ma non ha opere? (epistola di Giacomo 2:14)

Non c’è alcuna contraddizione tra le parole dell’apostolo Paolo e quelle di Giacomo. Il primo ha in vista la salvezza nella sua radice, il secondo nei suoi frutti. Paolo spiega che la fede è l’opera di Dio che produce una vita nuova; Giacomo spiega che le opere sono una prova dell’esistenza di questa nuova vita.
Si può abusare della fede tanto quanto delle opere: facendo della fede un guanciale di sicurezza, e delle opere « meritevoli » un falso appoggio. Giacomo combatte la prima di queste tendenze e Paolo la seconda.
Entrambi gli insegnamenti sono necessari. Occorre anche in ogni credente ci siano l’uno e l’altro, a seconda della vita distorta che siamo tentati d’imboccare. Se ci capita di guardare con compiacimento a quello che abbiamo fatto e di gloriarci delle nostre opere, o di confidare in qualche misura nella nostra religiosità, Paolo ci ricorda che « l’uomo è giustificato mediante la fede, senza le opere della legge » (Romani 3:28).
E se ci capita di fare appello ai meriti di Cristo passivamente, con un atteggiamento ozioso e sterile, sarà Giacomo a ripeterci: « vedete che l’uomo è giustificato per opere e non per fede soltanto » (Giacomo 2:24).
Così abbiamo i due insegnamenti per controllare e dirigere la nostra vita cristiana. Paolo e Giacomo, lungi dal contraddirsi, si completano. Ascoltiamoli tutti e due insieme.

Ma l’ora viene, anzi è già venuta, che i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; poiché il Padre cerca tali adoratori. (Giovanni 4:23)

La maggior parte delle religioni consiste in cerimonie e opere che bisogna obbligatoriamente compiere per piacere all’Essere supremo e per soddisfare la sua giustizia. È per questo che i pagani portavano, e portano ancora oggi, delle offerte ai loro idoli per renderseli favorevoli alle loro richieste. Ma non è per tali ragioni o interessi che noi cristiani rendiamo un culto a Dio Padre e al Suo Figlio Gesù Cristo.
Non Lo adoriamo per essere salvati, liberati o protetti, ma perché L’amiamo. Noi uomini non possiamo fare nulla per la nostra salvezza. La nostra natura in Adamo non è in grado né di amare Dio, né di piacerGli. È Lui che ha fatto tutto, donandoci Suo Figlio Gesù, il salvatore! Il culto che offriamo a Dio è semplicemente l’espressione della nostra riconoscenza e obbedienza, l’occasione di ringraziare e di celebrare la Sua grandezza e il Suo amore per noi.
Insistiamo su questa differenza fondamentale fra il vero culto e ciò che si intende generalmente per religione. L’uomo vuol fare e portare qualcosa, e pensa che Dio ne terrà conto perdonandolo e occupandosi di lui. Ma bisogna ben capire che Dio è Colui che per primo ci ha donato grazia (cfr. Romani 5:8), e a noi tocca renderGli grazie per ciò che Lui è, e per ciò che ha fatto per noi. Il nostro amore, che esprimiamo attraverso la lode e l’adorazione, è una risposta al Suo amore. Come dice 1 Giovanni 4:19: « Noi l’amiamo perché Egli ci ha amato per primo ».
L’amore, naturalmente, deve anche esprimersi nell’ubbidienza a Dio e nel nostro modo di vivere e di agire ogni giorno della nostra vita, altrimenti la nostra fede è morta (vedi Giacomo 2:17 e seguenti). Dio vuole da noi TUTTO il nostro cuore: « Figliuol mio, dammi il tuo cuore, e gli occhi tuoi prendano piacere nelle mie vie » (Prov. 23:26).
La vera fede è una fede operante: non semplicemente credere, ma agire di conseguenza; così come non basta credere che Dio esista, ma bisogna riconoscersi peccatori, rivolgersi al Signore e accettare in dono la salvezza, la giustificazione, che si riceve solo per fede in Cristo Gesù (Galati 2:16).
« Egli ci ha salvati e ci ha rivolto una santa chiamata, non a motivo delle nostre opere, ma secondo il suo proposito e la grazia che ci è stata fatta in Cristo Gesù fin dall’eternità » (2 Timoteo 1:9).

 

Publié dans:Lettera agli Efesini |on 13 mars, 2015 |Pas de commentaires »

IL PRIGIONIERO DI CRISTO GESÙ» (Ef. 3,1) – Lucien Cerfaux *

http://www.atma-o-jibon.org/italiano6/letture_patristiche_n.htm#«IL PRIGIONIERO DI CRISTO GESÙ»

IL PRIGIONIERO DI CRISTO GESÙ» (Ef. 3,1)

Lucien Cerfaux *

Lucien Cerfaux, nato in Belgio nel 1883, si è dedicato all’insegnamento della Sacra Scrittura e ha avuto l’unica ambizione di mettere tutta la sua vita al servizio della Parola di Dio. La sua ricerca esegetica, fondata su una fede incrollabile, è caratterizzata dalla preoccupazione di ritrovare il senso originale dei testi, specie del Nuovo Testamento, fino a raggiungere quasi una connaturalità con gli autori sacri. Egli ha comunicato i frutti dei suoi studi attraverso numerosi articoli, notevoli per rigore scientifico: ma la sua prima grande opera su san Paolo l’ha pubblicata solo a 60 anni. Morto a 85 anni, ha lasciato una splendida testimonianza di vita sacerdotale e apostolica.

Paolo, vedendosi prigioniero, si è resoconto che ormai si avvicina il termine della sua corsa. Ha varcato la soglia della vecchiaia. Con coraggio conclude il suo viaggio apostolico cominciato sulla via di Damasco… Le catene lo tengono avvinto a Gesù Cristo, l’identificano a lui, lo consacrano. Per la Chiesa, corpo di Cristo, completa nella sua carne quel che manca alle sofferenze di Gesù (cfr. Col. 1,24). Egli sta al posto del «Servo sofferente»; non ha corso invano, non ha «lavorato invano».
E’ anche consacrato, come quei grandi sacerdoti-profeti che si collocano nella linea di Samuele e hanno l’incarico di offrire sacrifici e manifestare i segreti di Dio. In questo senso Paolo è stato scelto, perché rivelasse ai pagani la chiamata a Cristo, perché li offrisse a Dio quale sacrificio di odore soave.
Egli vuole che i suoi cristiani, come le vittime senza difetto che venivano scelte per i sacrifici, siano puri e irreprensibili, figli di Dio senza macchia in mezzo a una generazione traviata e perversa…, per custodire la parola di vita (Fil. 2, 15-16). Sul sacrificio liturgico offerto dalla loro fede, egli versa la libazione della sua sofferenza in una gioia santa, che vuole condividere con loro.
Nella liturgia spirituale che è ogni vita cristiana e specialmente quella di Paolo, sacerdote e vittima nella sua I corsa apostolica, consacrato in virtù della sua prigionia, egli rivolge a Dio una preghiera solenne per i suoi cristiani venuti dal paganesimo: Perciò, io Paolo, prigioniero di Cristo per voi, che eravate pagani… piego le ginocchia davanti al Padre (Ef. 3, 1, 14). Oggetto della sua ininterrotta preghiera sarà la gratitudine per l’ingresso dei pagani nella Chiesa dei santi, per il loro radicarsi nella carità, per la comprensione dell’amore di Cristo che supera ogni conoscenza, a cui si aggiunge la supplica: che essi siano colmati in tutto della pienezza di Dio (cfr. Ef. 3, 19).
L’attività dell’apostolo si conclude nel suo restare immobile alla presenza di Dio. Così ai profeti dell’Antico Testamento non incombeva più l’obbligo del pellegrinaggio al tempio e dell’adorazione rituale per trovarsi «davanti al volto di Dio». In fondo la loro stessa missione era uno sperimentare la Presenza: «Viva Dio al cui cospetto io sto». Come loro, Paolo aveva ricevuto la sua vocazione in una visione inaugurale che aveva proiettato luce su tutta la sua vita apostolica, che era andata progressivamente trasformandolo in Cristo, di cui aveva contemplato il volto, immagine del volto di Dio. La preghiera che s’innalza dalla sua prigione costituisce il culmine del mistero del suo apostolato.

* L’itinéraire spirituel de saint Paul, Le Cerf, Parigi 1966 pp. 178-180. 

Publié dans:Lettera agli Efesini |on 26 février, 2015 |Pas de commentaires »
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